rivistasettembre2017 – Data Manager Online https://www.datamanager.it Il portale dell'ICT professionale Mon, 08 Oct 2018 09:03:56 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=5.8.13 https://www.datamanager.it/wp-content/uploads/2020/04/dmo-favicon3.png rivistasettembre2017 – Data Manager Online https://www.datamanager.it 32 32 Spunti per la crescITa https://www.datamanager.it/2017/09/spunti-la-crescita/ Mon, 25 Sep 2017 14:01:00 +0000 http://www.datamanager.it/?p=131648 Qual è l’impatto dell’innovazione sul business? Esiste una relazione diretta tra investimenti e crescita? Chi è il vero motore del cambiamento nelle imprese? Un dialogo tra innovatori per capire le opportunità – e le criticità – della trasformazione digitale ai fini del rilancio, della diversificazione e della competitività del business Per un lungo periodo, l’obiettivo […]

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Qual è l’impatto dell’innovazione sul business? Esiste una relazione diretta tra investimenti e crescita? Chi è il vero motore del cambiamento nelle imprese? Un dialogo tra innovatori per capire le opportunità – e le criticità – della trasformazione digitale ai fini del rilancio, della diversificazione e della competitività del business

Per un lungo periodo, l’obiettivo dell’informatizzazione ha coinciso con quello dell’automazione e accelerazione di processi realizzati in larga misura manualmente. Internet e la telefonia mobile di terza generazione hanno favorito il graduale passaggio dalle architetture di rete client/server alla cosiddetta Terza Piattaforma, una fase in cui l’IT diventa sempre più un fattore abilitante, un generatore di cambiamento e nuovi bisogni, una fabbrica di opportunità che senza le tecnologie non sarebbero neppure concepibili, ma che impongono al tempo stesso un radicale ripensamento in chiave digitale dei processi e della cultura aziendale stratificatasi nel tempo. Esiste davvero un rapporto di causa/effetto tra innovazione e crescita? In che modo le aziende italiane stanno rispondendo alla sfida della trasformazione che comporta, parallelamente all’adozione dei nuovi paradigmi tecnologici, una profonda revisione delle proprie dinamiche interne ed esterne, dei processi e delle strategie di accesso ai mercati? Questo dossier punta a mettere in luce gli aspetti concreti del cambiamento e il modo in cui aziende e pubbliche amministrazioni affrontano la digitalizzazione del business e dei servizi, e in quale modo e attraverso quali figure riescono a dirigere l’adozione delle tecnologie IT a loro volta fondamentali per governare fenomeni come la multicanalità, la mobilità del lavoro, la socializzazione del business, l’avvento dell’informatica cognitiva.

L’IMPATTO DELL’INNOVAZIONE

Come di consueto, Data Manager affida a un analista esperto il compito di fornire una serie di osservazioni su un tema che, come osserva Giancarlo Vercellino, research and consulting manager di IDC Italia, è da oltre mezzo secolo motivo di acceso dibattito. Almeno dai tempi di Kenneth Arrow, l’economista premio Nobel che teorizzò la crescita tecnologica endogena alle imprese, «si cerca di capire il contributo effettivo dell’innovazione, e soprattutto dell’innovazione basata sull’IT, sull’efficienza della funzione di produzione, e in particolare sulla produttività del lavoro». A lungo, la questione dell’impatto delle tecnologie ha appassionato gli accademici, preoccupati di individuare nelle statistiche ufficiali gli effetti concreti della componente di crescita economica determinata dalle nuove tecnologie. Un parametro elusivo, per chi cerca conferme ricorrendo a metriche basate sugli aggregati macroeconomici tradizionali. «Dalla prospettiva di IDC, che osserva a livello microeconomico le dinamiche di innovazione, interrogando direttamente le imprese impegnate in processi di trasformazione digitale talvolta molto ampi e importanti, talaltra del tutto trascurabili, il rapporto tra innovazione e produttività si traduce quantomeno nella capacità di cogliere la correlazione tra le priorità delle imprese e le aspettative di crescita nei loro risultati».


Qual è l’impatto dell’ #IT sul #Business ? Giancarlo Vercellino @IDCItaly
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Vercellino afferma che basandosi sui dati estratti da un campione di duecento imprese con più di 50 addetti, è possibile osservare una correlazione invertita tra previsioni di andamento del fatturato aziendale e previsioni di andamento del budget IT: «Analizzandoli statisticamente, nei dati è più facile osservare un orientamento asimmetrico dell’associazione che spiega il fatturato previsto a partire dal budget IT anziché il contrario. Prendendo l’espressione cum grano salis per diverse ragioni tecniche, si potrebbe sostituire all’aggettivo asimmetrico quello di causale». A sua volta, la previsione di incremento del budget IT molto spesso è un fattore causale importante nel determinare le priorità di innovazione lato strategia e business. «In sintesi, è possibile affermare che la spesa IT concorre a influenzare sia la definizione delle priorità di innovazione lato business che la formazione dei risultati aziendali». Esiste però, conclude Vercellino, un collegamento mancante, un nesso determinabile tra priorità business e priorità tecnologiche. «Dai dati non emerge nessun collegamento rilevante, le due dimensioni sono sostanzialmente slegate da qualsiasi vincolo di correlazione rispetto al tema dell’innovazione». Forse, occorre chiedersi se non sia proprio questa relazione mancante, la cinghia di trasmissione necessaria per fare ripartire la macchina della trasformazione digitale in tante imprese italiane. Dunque, il tema centrale dovrebbe essere come fare in modo che gli obiettivi di innovazione strategica e gli obiettivi di innovazione tecnologica siano tra loro coerenti.

LA TECNOLOGIA MOTORE DEL CAMBIAMENTO

Ma qual è il punto di vista dei CIO sulla relazione tra IT e innovazione del business, la sua produttività e competitività? Per Debora Guma, CIO di Carrefoursarebbe come chiedere a un giornalista se l’informazione è importante. «La tecnologia è il vero motore di innovazione, tutte le startup si basano su questo». Una relazione, aggiunge la responsabile IT di Carrefour Italia, che il top management delle aziende recepisce e apprezza. Rispetto al passato, la vera differenza è la pervasività del ruolo dell’IT. La Grande Distribuzione Organizzata rinnova da sempre i modelli della sua supply chain, e oggi per esempio è possibile tracciare l’intero contenuto di un camion e i suoi percorsi. Di logistica per il trasporto marittimo si occupa anche il Gruppo D’Amico Shipping. «Non è sempre vero che la tecnologia consenta di fare nuovo business, sebbene per tutti sia vero che il business tradizionale si può fare meglio, con più efficienza» – afferma il suo CIO, Pietro Amorusi. Questo indubbio ruolo positivo induce tuttavia una certa confusione, specie pensando ai messaggi a volte troppo ottimistici che arrivano dai vendor. La novità tecnologica, avverte Amorusi, non sempre impatta la parte attiva del bilancio, generando nuovi fatturati: «Innovare per davvero significa avere ricadute che non riguardano solo la parte passiva, i costi. Il nuovo va adottato solo quando serve e nel nostro settore, che è relativamente “old fashion”, noi di D’Amico abbiamo dimostrato che basta lavorare con calma, saper valutare, facendo il proprio lavoro a stretto contatto con i responsabili di business, per avere successo e soprattutto evitare pericolose crisi di rigetto» – conclude Amorusi e il suo parere echeggia anche nella dichiarazione di Mario Carrelli, CIO di iGuzzini, anch’egli convinto della necessità di scelte tecnologiche responsabili. «L’IT deve prima di tutto capire quali innovazioni possono aprire nuovi canali o aumentare la competitività del business esistente, cercando di evitare la generica infatuazione nei confronti della tecnologia e cercando sempre di indirizzarla».


L’IT motore del cambiamento Debora Guma @CarrefourItalia
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INNOVAZIONE E COMPETITIVITÀ

Sergio Catalano, CIO di Banca IFIS, interviene in rappresentanza di uno dei settori più fedeli al concetto di innovazione attraverso l’informatica. «In Banca IFIS, siamo convinti della correlazione tra nuovi strumenti digitali, innovazione e competitività, e da anni stiamo spingendo sull’acceleratore della trasformazione digitale, forti della consapevolezza che la banca del domani sarà fatta più di tecnologia e dati e meno di sportelli e contatto fisico con la clientela» – afferma Catalano, sottolineando gli effetti dell’IT in termini di razionalizzazione dei processi e migliore reattività davanti a richieste sempre più puntuali da parte della clientela e a una user experience più naturale e produttiva. Il business model del Gruppo bancario è caratterizzato da una forte identità digitale e web, che nell’immediato futuro si tradurrà in nuovi servizi ad alto contenuto digitale. Banca IFIS, prevede di investire 140 milioni di euro nel triennio fino al 2019. «Siamo convinti – afferma Catalano – che sia possibile costruire una relazione nuova con il cliente in ambito finanziario e servizi a valore aggiunto. Processi semplificati, costruiti su soluzioni solide, consistenti e sicure». Per Piera Fasoli, direttore dei Sistemi Informativi del Gruppo Hera, la digitalizzazione dei processi ha un impatto positivo sul business delle imprese. «Digitalizzazione non vuol dire solo automazione dei processi», precisa Fasoli, bensì «ripensare i processi in ottica automatizzata». Attenzione però a un uso troppo autoreferenziale della tecnologia, mette in guardia Piera Fasoli, sottolineando la validità di un approccio di cambiamento costantemente pensato insieme al business. Sulla stessa linea, Antonino Chiappara, che in Hera ricopre il ruolo di responsabile dell’IT Governance, e che ci illustra il modello applicato in casa della multiutility inter-regionale. Un modello che secondo Chiappara si basa su tre livelli di attenzione: «Comprendere tutto quello che avviene nel mondo delle tecnologie. Individuare ciò che può realmente tradursi in valore aggiunto. E infine, verificare sul campo l’efficacia con approfondimenti, proof of concept e implementazioni sperimentali».

COME MIGLIORARE LA RELAZIONE TRA IT E LOB

Ma in che modo nelle organizzazioni, la tecnologia influisce sulle linee di business e servizio già consolidate e sull’apertura di fronti completamente nuovi? Dal punto di vista del grande retailer, il digitale porta a una relazione con il cliente profondamente diversa, agendo da motore di nuovi legami e al tempo stesso da strumento per la valorizzazione delle informazioni che la relazione digitale genera. Rispetto al passato, gli strumenti di loyalty – per esempio i club costruiti con gli acquirenti di un supermercato – dovevano basarsi su sistemi di categorizzazione a maglie molto larghe, oggi possono esistere infinite nuance. «Mettendo insieme i dati di cui disponevamo ieri e quelli generati oggi dalle nostre vite digitali – afferma Debora Guma di Carrefour – veniamo a sapere perché, non solo che cosa acquistiamo. Attraverso la nostra app possiamo personalizzare, modulare le singole offerte e la redemption aumenta per un fattore cento». Anche nel contesto bancario, il percorso di innovazione iniziato da Banca IFIS ha permesso l’implementazione di processi totalmente digitali su tutte le diverse linee di business già consolidate in ambito retail e nei servizi all’impresa, oltre all’area più strettamente rivolta alla gestione dei prestiti “non-performing”. «Un esempio per tutti – precisa Sergio Catalano – è l’adozione della elettronica avanzata in CrediFamiglia, la realtà di Banca IFIS che fornisce consulenza alle persone che hanno difficoltà a onorare i propri debiti. Garantendo la paternità della sottoscrizione e la non modificabilità dei documenti informatici, questo strumento ci ha permesso di eliminare l’uso della carta, rendendo il nostro lavoro maggiormente incentrato sul colloquio con il cliente, con più efficienza e sicurezza per entrambe le parti». Per quanto riguarda l’apertura di nuovi filoni, Banca IFIS ha già pianificato un intenso impiego di sistemi di analytics volti a una sempre migliore comprensione del cliente, mentre si sta lavorando allo sviluppo di nuovi servizi Web. «AreaNPL consentirà agli utenti di monitorare la loro posizione creditizia, l’andamento dei pagamenti o interfacciarsi in maniera veloce e sicura con il personale di CrediFamiglia ed entro la seconda metà dell’anno, con la piattaforma TiAnticipo, le aziende potranno certificare i loro crediti nei confronti della PA».


Innovare non significa solo tagliare i costi Pietro Amorusi #dAmicoShip
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IOT, BIG DATA E MADE IN ITALY

Lungo quali assi si sta muovendo un marchio come iGuzzini, legato alla tradizione “distrettuale” del Made in Italy? Per il CIO Mario Carrelli, un’importante area di intervento verte sulla Internet of Things sia per creare opportunità intorno ai dati digitali – il “petrolio” del futuro secondo Carrelli – sia per mettere a punto soluzioni che si traducano in canali completamente innovativi, in particolare attraverso il concetto di conversione di prodotto in servizio. «Ci stiamo lavorando molto con i nostri partner» – rivela Carrelli. «Noi produciamo corpi luminosi che trasformati in ottica IoT possono essere commercializzati come veri e propri servizi». Uno dei mezzi esplorativi adottati è la formula dell’hackathon, una gara rivolta a startup e giovani inventori. L’idea vincitrice del primo concorso bandito, spiega Carrelli, ha a che fare con la “light experience”, un concept che ha animato la presenza di iGuzzini al Salone di Francoforte, con uno stand tutto dedicato agli effetti della luce nel buio, ma che grazie alla tecnologia potrà rivivere anche sul web, attraverso un semplice tablet. L’obiettivo è innovare tutta la fase di promozione e prevendita dei prodotti.

SERVIZI INTELLIGENTI

Lo sforzo della trasformazione, interviene Piera Fasoli del Gruppo Hera, è tanto maggiore quanto più informatizzato è il processo o il prodotto da rivedere in chiave autenticamente digitale. Una utility multiservizio come Hera vanta aree ad alta automazione e altre che risultano più immediatamente ricettive. Una di queste è la raccolta rifiuti, dove Hera ha introdotto forti elementi di novità a livello di logistica e gestione della forza sul campo rendendo più “intelligente” la gestione dei cassonetti usati per la raccolta. «Questo ci ha permesso non solo di ottimizzare il processo di raccolta grazie a cassonetti geolocalizzati, che segnalano se la loro posizione è corretta o meno. Ma anche nella parte amministrativa, sono state fatte molte sperimentazioni. All’interno di Hera, è stata persino creata una specifica fabbrica di app, una struttura capace di sfornare dieci, quindici app all’anno rivolte non solo agli utenti finali ma anche ai dipendenti, ai partner e ai fornitori». Piera Fasoli si sofferma brevemente sulla nuova piattaforma analitica che andrà a rimpiazzare il tradizionale approccio basato su data warehouse. «Con questo progetto, cercheremo di accompagnare il business, attraverso un approccio analitico, nel difficile compito di tramutare in “sistema” le esigenze e le richieste che arrivano dai clienti».


L’IT deve prima di tutto indirizzare l’innovazione Mario Carrelli @iGuzzini
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BUSINESS E ORGANIZZAZIONE

Una delle questioni più aperte rimane quella relativa alle figure di coordinamento e delle pratiche organizzative a vantaggio della trasformazione. È opportuno, per esempio, affiancare al tradizionale ruolo dei CIO quello di specifici responsabili, e in che misura è importante coinvolgere le altre cariche apicali? «So di avere una posizione impopolare – interviene Debora Guma di Carrefour – ma non nutro eccessiva fiducia in ruoli come il chief digital officer. Secondo me andrà a scomparire nella misura in cui figure come il CIO e lo stesso chief marketing officer sapranno adeguare le proprie competenze». Digital e innovation officer vengono dunque visti come un ruolo di transizione, «magari in situazioni di forte resistenza» – continua Guma – manifestando il proprio scetticismo nei confronti dei percorsi formativi, delle esperienze maturate dai “tecnici dell’innovazione”. Proprio perché stiamo andando verso la personalizzazione delle proposizioni, occorrono competenze tecniche, e questo riguarda soprattutto i CIO che non devono smettere di studiare e migliorarsi. Dall’altro lato anche i manager del marketing si stanno molto evolvendo. «Darei grande attenzione al secondo punto, l’organizzazione. Riversiamo tanta tecnologia nei mercati, ma dobbiamo anche mettere in atto seri programmi di accelerazione digitale del personale».

Anche Pietro Amorusi si dice contrario a chi fa innovazione per mestiere, magari con l’obbligo di innovare anche quando le cose non funzionano bene. «A mio parere, se il CIO non è motore di innovazione non giustifica i suoi compensi, se si vuole gestire come si è sempre gestito tanto vale un sano outsourcing». Per il responsabile delle tecnologie in D’Amico Shipping, un CIO deve agire come un “tapis roulant” che accelera nella stessa direzione del business. Al punto, conclude, che l’IT aziendale non deve essere considerato un “reparto”, pena l’inevitabile creazione di una tecnologia fine a se stessa. «L’informatica non è un reparto, ma uno strumento condiviso, che non posso gestire con le logiche di un ufficio autonomo. C’è a chi questo discorso non piace, perché avvicina l’IT al concetto di utility, ma essere “utility” non è disonorevole: è l’IT che fa il business.


Come migliorare la relazione tra #IT e #LOB Sergio Catalano @BancaIFIS
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MIGLIORARE I PROCESSI E LA USER EXPERIENCE

Anche Banca IFIS ha preferito agire sul piano organizzativo. Sono state create unità speciali come la Digital Factory, la Digital Transformation e la Web Innovation che hanno consentito di concentrare e dedicare risorse sullo sviluppo di iniziative dall’elevato contenuto digitale sia di processo sia di user experience. «Si tratta quindi di introdurre nuove figure di coordinamento e project management che guidano le attività relative ai progetti di digital transformation, supportando il più tradizionale sviluppo del comparto IT e di web marketing/performance. Un ecosistema collaborativo di innovazione, dove colleghi dell’ICT, Business, Comunicazione e Web Marketing lavorano insieme, con l’aiuto di partner esterni e il coinvolgimento a 360 gradi di tutto il management» – riferisce il CIO Sergio Catalano.

La conversione di idee in business è il principio guida anche in casa iGuzzini, dove il CIO – sottolinea Carrelli – deve avere una visione sempre più vicina alle strategie dell’azienda. «All’interno della nostra area marketing, per esempio, abbiamo creato un nucleo preposto all’IoT come prodotto e innovazione. Noi dell’IT lavoriamo a stretto contatto con questo team, dando un contributo su progetti che ancora non sono “informatica”, ma potrebbero diventarlo». Ma al di là del modello di IT come “proprietario” dell’innovazione, interviene Fasoli di Hera, il tema è che l’innovazione avviene su tre livelli di ingaggio: tecnologie, business e risorse umane. «È un concetto sempre più trasversale e ovunque si cerchi di inserire figure troppo specializzate, il rischio è generare una asimmetria, di favorire questo o quello». Sono importanti i facilitatori, gli “evangelisti” interni. E importantissimo è il ruolo del top management. Così come fondamentale è promuovere una cultura digitale diffusa e le competenze “cross”. Con l’aiuto di un partner esterno, Hera ha, per esempio, realizzato un censimento delle competenze digitali lungo quattro assi: reti, digitale, smart working e analytics, proprio con l’obiettivo di reclutare talenti interni da coinvolgere in iniziative come la già citata piattaforma Doctor BI.


Digitalizzazione non vuol dire solo automazione dei processi Piera Fasoli @GruppoHera
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IL TALENTO DELLE PERSONE

Il riferimento esplicito a un asset come le risorse umane e le competenze ci induce a questo punto a chiedere quanto l’effetto “leva” esercitato dall’informatica abbia un suo corrispettivo in termini di capitale umano, di nuove modalità di lavoro. Nell’esperienza di D’Amico Shipping, questo è un ambito molto rilevante, da cui Pietro Amorusi trae un duplice insegnamento sulle cose da fare e da non fare. «Già una dozzina di anni fa, eravamo partiti con l’idea di realizzare un portale aziendale. Un’idea che ci sembrava interessante, ma che alla fine veniva utilizzata da pochi dipendenti. In seguito, partendo dall’analisi di una problematica molto concreta, quella di condividere le stesse informazioni sulle rotte percorse dalle navi in una azienda in cui tutti collaborano a una stessa catena di valore, ci siamo focalizzati su un tool come Microsoft SharePoint, che è stato subito adottato». Il punto è, secondo Amorusi, che l’innovazione tecnologica non deve mai essere «arrogante». Per favorire «una visione più umile, radicata negli obiettivi concreti, è più utile un approccio condiviso, anche alla formazione e agli stimoli per l’adozione degli strumenti innovativi». Amorusi suggerisce un ritorno alla «vecchia cultura dei circoli della qualità delle fabbriche giapponesi», dove le difficoltà si risolvevano insieme, nei reparti. «In D’Amico Shipping, abbiamo figure che fanno questo tipo di lavoro: analisti di business, che stanno con una zampa nei reparti operativi e una nell’IT in cui sono inquadrati, e che parlano con gli utenti, imparando da loro».

Un approccio simile è stato adottato anche in Carrefour, per allestire campagne di formazione di tutto il personale di punto vendita, anche con l’aiuto dei moderni sistemi di e-learning. «Sono state attivate iniziative rivolte ai consumatori, insieme a progetti “D2E”, digital to employee. Nel backoffice, già trasformato in passato con l’uso di strumenti come i lettori di codici a barre, oggi al posto delle ormai tradizionali “pistole”, utilizziamo direttamente gli smartphone» – racconta Debora Guma. «È un modo per diffondere una forte consapevolezza attraverso il learning-by-use, creando tra personale e clienti, una familiarità basata sull’uso di tool condivisi». Se uno dei problemi in comparti di industria più tradizionali consiste nel costruire un patrimonio diffuso di competenze tecnologiche, Banca IFIS punta sull’acquisizione di giovani talenti e personale con competenze diverse e digitali, con un approccio immediato alle tecnologie. «Tra i progetti concreti in campo – spiega il suo CIO – c’è l’ampliamento di un portale interno per la gestione dei progetti di innovazione, che cambierà le modalità di lavoro e interazione delle risorse coinvolte». Altre iniziative non sono necessariamente rivolte alle risorse interne, come quella riguardante la linea di servizio Leasing auto, «che semplificherà i processi commerciali e di interfaccia con il network esterno di agenti specializzati» per un banca che in futuro, «sarà ancora di più all’insegna della collaborazione e dell’aggregazione interna». D’accordo anche il Gruppo Hera, che si sta organizzando per capire «non se, ma come adottare lo smart working, per quali mansioni, quali dotazioni, quali requisiti a livello di connettività, quali modalità di responsabilizzazione». Per Piera Fasoli, insomma, un «lavoro più autonomo e flessibile è un obiettivo di estremo interesse in una realtà diffusa in un territorio vasto, e che proprio per questo non può essere improvvisato».


La sfida aperta del cognitive computing @CarrefourItalia @iGuzzini @BancaIFIS @GruppoHera
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COGNITIVE BUSINESS

L’ultimo giro di pareri riguarda il ruolo che le tecnologie dell’informatica cognitiva possono assumere nei rispettivi mercati. Carrefour, riferisce Debora Guma, non è ancora direttamente impegnata nell’uso di strumenti di intelligenza artificiale, anche a fronte di una offerta che appare ancora abbastanza discontinua. «Tuttavia, abbiamo fatto partire una revisione della nostra piattaforma CRM, che ci porterà ad avere un approccio più predittivo nell’analisi dei consumi, perché disporre semplicemente di analisi ex post non apre nuove frontiere. Invece, dobbiamo essere in grado di anticipare gli andamenti dei consumi». La catena di supermercati ha però in essere diverse collaborazioni con le università, in particolare la milanese Bocconi e il Politecnico di Torino, e anche nel suo caso troviamo il ricorso a formule come gli hackathon per rafforzare il rapporto con il mondo delle startup interessate a innovare il mercato del retail. Un grande interesse nei confronti di strumenti predittivi viene del resto manifestato anche da Pietro Amorusi. «Una realtà come la nostra può accumulare una grande quantità di informazioni» – conclude il CIO di D’Amico Shipping. Come possono essere utilizzati questi dati? «Oggi, investiamo soprattutto in chiave di manutenzione predittiva, attraverso il deployment di strumenti di bordo che ci permettono di “ascoltare il ferro” dei motori delle navi per prevenire guasti importanti e assicurare livelli di efficienza superiore». Amorusi cita poi i clienti di operatori marittimi come D’Amico, che usano l’intelligenza artificiale per ottimizzare logistica delle merci, rotte e consumo di carburante.

In questo contesto di progressiva adozione, non deve sorprendere l’atteggiamento di Banca IFIS, che individua in tecnologie autenticamente “disruptive” una grande opportunità. «L’intelligenza artificiale ci consente di stabilire un ponte tra la domanda del cliente e la risposta che i processi della banca devono fornire. Per noi, l’innovazione passa proprio attraverso l’intreccio di analytics e intelligenza artificiale» – afferma Sergio Catalano. L’adozione di determinati strumenti è già pianificata – continua Catalano – e consentirà di migliorare il rendimento in contesti come l’up e cross selling di prodotti e l’efficienza nelle aree commerciali e di assistenza al cliente. Anche Piera Fasoli del Gruppo Hera è concorde nell’attribuire all’intelligenza artificiale la definizione di vero fattore di innovazione dei sistemi core della sua organizzazione: un’evoluzione che deve migliorare il modo di lavorare, trasferendo le attività più ripetitive verso automatismi e strumenti robotizzati. «Attenzione però – avverte il CIO di Hera – a fare in modo che questo non sia un gioco a somma zero. Non un trasferimento di intelligenza verso le macchine, ma un accrescimento dell’intelligenza di un sistema fatto di persone e macchine». Mario Carrelli di iGuzzini chiude la nostra discussione virtuale, ricordando le numerose suggestioni raccolte attraverso il concorso di nuove idee aperto alle startup. «Stiamo già realizzando alcuni prototipi, anche se non è del tutto chiaro come dovremo procedere in futuro. L’intelligenza artificiale avrà sicuramente un peso in tutti i prodotti e chi arriverà primo potrà fare la differenza». Carrelli ipotizza, per esempio, la possibilità di raccogliere ed elaborare dati attraverso i corpi illuminanti che iGuzzini installa in situazioni indoor e outdoor, dalle aree urbane trafficate ai musei. Sulla base di queste informazioni, è possibile immaginare un universo di applicazioni e servizi innovativi. E la sfida è apertissima.

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Customer journey, per conoscere i clienti ci vuole intelligence https://www.datamanager.it/2017/09/customer-journey-conoscere-clienti-ci-vuole-intelligence/ Mon, 25 Sep 2017 13:42:28 +0000 http://www.datamanager.it/?p=131644 In un mercato dove i clienti sono sempre più informati e digitalizzati, la customer intelligence ha cambiato la relazione tra azienda e clienti: le analisi si basano su insight raccolti dai Big Data e dati comportamentali del customer journey che arricchiscono il profilo del cliente Tra le sfide che devono affrontare oggi le aziende, una […]

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In un mercato dove i clienti sono sempre più informati e digitalizzati, la customer intelligence ha cambiato la relazione tra azienda e clienti: le analisi si basano su insight raccolti dai Big Data e dati comportamentali del customer journey che arricchiscono il profilo del cliente

Tra le sfide che devono affrontare oggi le aziende, una delle più importanti è riuscire a vendere i propri prodotti e servizi a clienti che sono sempre più informati, e quindi sempre più esigenti, e meno fedeli. Clienti che, negli anni, si sono sempre più digitalizzati, e quindi sono in grado di accedere facilmente al web e alle informazioni relative ai prodotti e al brand, individuando in un click offerte e promozioni, e confrontando al tempo stesso esperienze e opinioni di altri utenti. Secondo una recente indagine del Censis, sono oltre 30 milioni gli italiani che leggono abitualmente giudizi relativi ai prodotti presenti su social network e blog, e più di 6 milioni quelli che pubblicano post raccontando le proprie esperienze commerciali, in rete o in punti vendita fisici.

CUSTOMER INTELLIGENCE

Per analizzare al meglio tutte le informazioni legate ai clienti, ai loro acquisti e ai loro comportamenti, sono necessari – anzi ormai indispensabili – strumenti avanzati per la customer intelligence, senza i quali non è possibile avere le informazioni utili al proprio business. La tecnologia ha cambiato la relazione con i propri clienti. La customer intelligence, infatti, permette di costruire interazioni con i propri clienti basate sugli insight raccolti dai Big Data e dalla loro analisi. Le esperienze dei clienti sono tenute continuamente aggiornate, collezionando tutte le informazioni dai vari touch point: grazie alla customer intelligence, si riesce a misurare la customer experience su tutti i canali dell’azienda, e si possono collegare le strategie orientate al cliente agli obiettivi di business. Approfondire la conoscenza dei clienti significa comprenderne attitudini, preferenze, abitudini di acquisto e relazioni sociali, ma anche trovare il canale più adatto per comunicare con loro, utilizzando messaggi personalizzati, prevedendone il comportamento, e creando offerte personalizzate che favoriscono il business e fidelizzano i clienti. Sfruttando questi strumenti, le attività di marketing sono molto semplificate, e più efficaci: da un lato tutti i processi sono ottimizzati, e i costi di marketing e delle campagne significativamente ridotti, dall’altro i propri prodotti sono posizionati meglio e più rapidamente sul mercato.


#CustomerIntelligence Giancarlo Vercellino: Andare oltre gli slogan @IDCItaly
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Inoltre, si può facilmente segmentare la clientela per indirizzare una strategia commerciale e di servizio personalizzata, anche in tempo reale, e generare così un più alto ritorno sugli investimenti di marketing e sulle promozioni. Non solo. Reagire subito e in modo appropriato ai cambiamenti nel comportamento dei clienti, in particolare per anticipare i rischi di abbandono, significa aumentare l’efficacia della forza vendita, identificando i prospect più qualificati, e risolvere i problemi dei clienti in maniera più efficiente, rendendo più informato il proprio customer service. In sintesi, gli advanced analytics in questo campo permettono di conoscere i propri clienti nel modo migliore possibile e di anticipare le prossime mosse di ogni cliente, prendendo decisioni basate su dati più intelligenti. Grazie al rapido ritorno degli investimenti, e alla loro provata efficacia, questi strumenti sono usati in tutti i settori di mercato. Il mercato della customer intelligence ha ormai raggiunto una dimensione importante, e una previsione di crescita notevole. Secondo dati di IDC, soltanto nel retail, uno dei settori di maggiore importanza per queste soluzioni, il mercato delle tecnologie di customer analytics nell’Europa Occidentale, comprendente software, hardware e servizi, si attesta a quasi 340 milioni di euro, e raggiungerà 450 milioni nel 2020.

ANDARE OLTRE GLI SLOGAN

Secondo Giancarlo Vercellino, research & consulting manager di IDC Italia, le soluzioni di customer intelligence sono da sempre strettamente integrate in sistemi informativi di front-end, in modo particolare nelle piattaforme di CRM oppure di customer experience. Però è ragionevole immaginare che avranno sempre più una valenza autonoma e disgiunta da qualsiasi applicativo aziendale più o meno canonico e tradizionale. «Dipende tutto dalla destinazione d’uso dei dati e da quanto i processi stanno evolvendo da uno scenario role-based a uno scenario data-driven, dando quindi sempre più spazio a logiche di automazione intelligente attraverso il machine learning» – spiega Vercellino. «Parlare di benefici in senso assoluto, tout-court, senza contestualizzare l’impiego dei dati in processi definiti ci aiuta soltanto in parte a capire i benefici sostanziali, andando oltre slogan più semplici che possiamo leggere in qualche brochure o in qualche presentazione. Considerata la velocità con la quale sta cambiando la società, capire quali sono i bisogni, sempre più variabili, volatili e sofisticati, del cliente digitale – sia consumer che business – rappresenta il vero fondamento per le attività di customer intelligence, al di là di quali siano i modelli e i paradigmi tecnologici che si intendono impiegare».

Secondo Alfieri Voltan, presidente di Siav, un ambito strategico per la customer intelligence è quello della business process intelligence e del process mining, «per tenere sotto controllo i processi interni ed esterni legati alle relazioni con il cliente, ricostruendoli e misurandoli in modo oggettivo a partire dai dati contenuti nei sistemi informativi di customer relationship management». Per la gestione delle relazioni e delle interazioni in tempo reale su canali fisici e digitali, la soluzione SAS di customer intelligence si colloca nell’area CRM/Campaign, integrandosi con ogni altro tipo di applicazione (CRM, Casse, Commerce, Loyalty…). Da un punto di vista organizzativo, si posiziona nel marketing strategico e operativo, sales e customer service e permette – come ci spiega Max Ardigò, customer intelligence solution consultant – di analizzare mercato di riferimento, definire segmenti, prodotti, offerte, valutare performance, consentendo di definire e ottimizzare le strategie omnicanale. «I motori analitici alla base sono la chiave per interagire nel momento e nel canale preferito dal cliente con la migliore azione o offerta. SAS Customer Intelligence si integra con i sistemi per business analyst e data scientist, e chi studia e produce modelli analitici può capire meglio come verranno utilizzati a regime, accorciando la distanza culturale con gli utenti di business. Ma anche con soluzioni di Credit Risk & Fraud Management: gestendo decine di migliaia di interazioni in tempo reale sincronizzate tra canali fisici e digitali, è fondamentale non sbagliare, specialmente nella gestione del rischio e del credito. E infine Streaming Analytics, IoT, AI e Machine Learning: attività omnicanale che interagiscono con ogni persona o cosa producono dati da cui estrarre valore e imparare».


#CustomerIntelligence Voltan: Processi e Relazioni con il cliente sotto controllo @SiavItalia
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DIFFICOLTÀ E BENEFICI

Un aspetto che viene ampiamente segnalato da tanti CMO durante l’implementazione di progetti di customer intelligence è il tema dell’information hoarding, che porta necessariamente a un fenomeno molto simile ai silos che si osservano sempre facilmente nell’IT, ma inedito nell’ambito della funzione marketing. «La questione – spiega Vercellino di IDC Italia – deriva in parte dalla natura intrinseca di molti progetti IT, che oggi forse più che in passato assumono valenze sempre più ampie e generali, e quindi tendono a travalicare qualsiasi confine organizzativo. In modo particolare, i progetti che mettono al centro i dati e gli analytics mostrano più di altri l’inevitabile tendenza a estendere “organicamente” la propria portata quasi a 360 gradi. Però forse sussistono anche altri fattori che sono più “endemici”, in altre parole, più strettamente caratteristici dei processi marketing & sales e più in generale dei processi di front-end, che confrontandosi con la variabilità dell’ambiente esterno all’organizzazione generano una notevole eterogeneità di informazioni, e soprattutto, di competenze, non soltanto tacitamente presenti nella testa delle persone, ma altrettanto innestate dentro processi secondari, pratiche informali ed eccezioni. Sotto questo specifico punto di vista, che rappresenta soltanto un aspetto ricorrente fra tanti progetti, è importante sottolineare che i progetti di customer intelligence portano spesso il risultato inatteso di evidenziare il disallineamento tra processi formali e processi sostanziali, e quindi, conseguentemente, possono dare l’avvio non soltanto a importanti passi di standardizzazione delle attività, ma soprattutto a una revisione e, potenzialmente, una trasformazione più o meno significativa del modo di confrontarsi con i clienti». Tra le attività da compiere per ottenere un’implementazione di successo, occorre innanzitutto stabilire una data governance completa, per proteggere i dati sensibili, è necessario poi sviluppare gli analytics in modo che la customer intelligence sia facilmente accessibile, immediata e condivisa, e dimensionare la potenza di analisi per definire le giuste offerte di up e cross-selling. Nello sviluppo del progetto, bisogna far sì che gli analytics permettano di elaborare rapidamente i dati dei clienti per personalizzare le interazioni con ogni cliente, e di ottimizzare le operazioni rivolte ai clienti stessi.

CUSTOMER JOURNEY IN TRE PASSI

Centrale, nei progetti di customer intelligence, è il concetto di customer journey, che può essere definito come l’itinerario che ciascun utente percorre dal primo contatto con un’azienda su un qualunque canale, online o offline, fino alla decisione di acquisto (o di non acquisto). Conoscendo il momento e il canale esatto in cui avviene il primo contatto con il cliente, e la successiva rotta che viene compiuta, ogni azienda è in grado di ottimizzare gli investimenti di marketing, ma anche di interpretare i bisogni dei propri clienti, e di riuscire addirittura ad anticiparli. Il profilo storico di un cliente viene integrato in tempo reale con i dati comportamentali del “customer journey”, arricchendolo di informazioni utili per un’approfondita analisi, che non può essere fatta con strumenti di query e reporting ma con gli analytics. I punti di contatto di un cliente con un’azienda sono molteplici, possono essere canali sia digitali (siti web, campagne di social media marketing, advertising digitali, campagne di direct email marketing) sia fisici (radio, tv, eventi, negozi fisici, call center). Gli utenti hanno numerosi strumenti per effettuare la propria scelta: pc, smartphone, tablet, ogni genere di device wearable, smart tv. Il confine tra interazioni online e offline è molto labile, tanto che gli esperti di marketing devono essere in grado di gestire le diverse esperienze in modo uniforme, senza distinguere se l’interazione è stata compiuta con dispositivi mobili, via web o nei negozi.

«Alla base di una strategia di marketing guidata dai dati ci sono 3 passi» – spiega Max Ardigò di SAS. «Listen, understand e act. Il customer journey è un susseguirsi di momenti di relazione, attraverso il mondo fisico e digitale, che deve essere sempre ottimizzato (Ascolto). I dati lasciati dal cliente vanno analizzati (Comprensione) e dopo aver ascoltato e capito l’esigenza del cliente è necessario restituire un riscontro personalizzato in real-time (Azione). Non bisogna però dimenticare che, in questa trasformazione verso il digitale, restiamo persone fisiche, che interagiscono in un mondo fisico. Il customer journey deve essere realmente omnicanale e le aziende devono essere pronte a sostenere una relazione omnicanale con il cliente». Ma per essere guidati dai dati aggiunge Alfieri Voltan di Siav – «occorre affidarsi a strumenti di process discovery e performance analysis in grado, a partire dalle entry presenti in un database che supporta un sistema informativo, di effettuare la scoperta automatica dello schema di processo sottostante, su cui proiettare metriche di frequenza e performance. Questi strumenti consentono di disegnare in automatico, misurare e valutare i processi di supporto e di risposta al cliente, i tempi di percorrenza e le eventuali criticità rispetto ai quali ridefinire le regole di pianificazione delle attività».


#CustomerIntelligence @ARDIGO Listen, Understand, Act @SASitaly
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TRE CASI UTENTE

Vediamo, per finire, tre aziende che hanno implementato soluzioni di customer intelligence. Il primo caso ci viene descritto da Max Ardigò di SAS. Vodafone Italia si è dotata, in partnership con SAS, di una soluzione di customer intelligence per l’omnichannel journey analytics, che aiuta a effettuare analisi di varia complessità sulla base clienti: «Per nuove offerte commerciali, promuovere iniziative mirate, attuare campagne e monitorarne l’esecuzione in termini di attribuzione e redemption. L’azienda – spiega Ardigò – è riuscita a migliorare il processo end-to-end delle interazioni, con particolare focus sull’ottimizzazione del self service e sulla valorizzazione dei risultati. Grazie alla omnichannel journey analytics, Vodafone Italia legge con precisione i possibili customer journey per identificare potenziali problemi e ottimizzare l’esperienza su tutti i touch point». Il secondo caso utente ci viene raccontato da Alfieri Voltan di Siav, e riguarda l’utilizzo di tutte le attività di CRM legate al cliente: «Customer care, ticketing, sales opportunity management. Tali attività si basano sulla registrazione di una grande quantità di informazioni sia descrittive sia temporali, che molto spesso sono sfruttate solo in minima parte e in maniera slegata tra di loro. Utilizzare queste informazioni, con adeguati algoritmi, per ricostruire quali siano i processi sottesi, consente di fornire dei modelli che possono essere utilizzati al fine di ottimizzare le dinamiche e prevedere gli esiti».

Infine, Mauro Bertoletti, sales director di BOARD Italia ci presenta la terza soluzione di customer intelligence applicata a un’azienda specializzata in soluzioni per la gestione del calore e nella progettazione di sistemi di scambio termico e componentistica di alta qualità. «Fondata nel 1916 negli Stati Uniti, Modine è un’impresa estesa a livello mondiale, con un fatturato annuo di 1,9 miliardi di dollari e quotata alla Borsa Valori di New York. Modine utilizza BOARD come piattaforma strategica di business intelligence per Modine CIS, la divisione dedicata alle soluzioni “coils & coolers”. Riconosciuto come riferimento chiave da tutte le funzioni aziendali – continua Bertoletti BOARD si è dimostrato negli anni un aiuto fondamentale per la continua espansione del Gruppo, supportando la rapida integrazione di nuovi siti, grazie soprattutto alle sue capacità di rapida standardizzazione dei dati provenienti da diverse fonti e sistemi informativi, così da renderli confrontabili tra loro. BOARD è infatti utilizzato come soluzione BI non solo nell’area sales & marketing, ma in tutte le principali aree dell’organizzazione. Secondo Daniele Di Lorenzo, business intelligence application lead di Modine, infatti, BOARD «permette a Modine CIS di affrontare in modo efficace le sfide dell’integrazione globale, fornendo un valore aggiunto tangibile a tutti i processi dell’organizzazione».


#CustomerIntelligence Mauro Bertoletti: Integrazione e Standardizzazione @BOARDSoftware
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Cybersecurity e GDPR, cosa cambia per le imprese https://www.datamanager.it/2017/09/cybersecurity-gdpr-cosa-cambia-le-imprese/ Mon, 25 Sep 2017 13:32:59 +0000 http://www.datamanager.it/?p=131639 Trasparenza e responsabilità condivise rendono la tutela dei dati vitale e centrale nelle strategie di sviluppo. Ma la cultura dei dati e della sicurezza è ancora tutta da costruire Negli ultimi mesi, la cybersecurity è al centro dell’attenzione. Attacchi importanti come WannaCry o Petya / NotPetya hanno coinvolto le imprese su scala globale. Cosa sarebbe […]

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Trasparenza e responsabilità condivise rendono la tutela dei dati vitale e centrale nelle strategie di sviluppo. Ma la cultura dei dati e della sicurezza è ancora tutta da costruire

Negli ultimi mesi, la cybersecurity è al centro dell’attenzione. Attacchi importanti come WannaCry o Petya / NotPetya hanno coinvolto le imprese su scala globale. Cosa sarebbe accaduto se tali minacce avessero colpito dopo maggio 2018, quando la GDPR sarà a tutti gli effetti in vigore? Probabilmente, molte imprese e organizzazioni B2B avrebbero dovuto sostenere anche il peso delle sanzioni previste dal nuovo Regolamento europeo. Quest’ultimo, vale la pena ricordarlo, è la prima legge che impone alle aziende di comunicare informazioni precise rispetto agli attacchi subiti.

I DATI DEL 2016, ANNO NERO PER LA SICUREZZA

I dati dell’ultimo rapporto CLUSIT ritraggono il 2016 come l’anno più nero di sempre dal punto di vista dell’evoluzione delle minacce e della loro crescita in termini numerici. Sanità, GDO, Banking e Finance i settori più colpiti, ma anche le infrastrutture hanno subito un numero maggiore di attacchi. Il 72% di essi è legato al cybercrime con un aumento – rispetto all’anno precedente – di poco meno del 10%. È un dato che deve far riflettere le imprese da un lato e i cittadini / utenti dall’altro. La sicurezza è cultura, riguarda tutti e solo se per tutti è prioritaria può tutelare al meglio business e dati personali. Il rischio di subire violazioni della nostra privacy, nonché del know-how aziendale, è concreto e pressoché quotidiano. Cosa viene richiesto alle imprese per evitare incidenti e garantire una data protection in linea con la normativa europea?

GDPR E CYBERSECURITY

Il concetto innovativo che coinvolge, nel Regolamento europeo, gli aspetti di cybersecurity è senza dubbio quello di “privacy by design” (art. 25 GDPR). Esso impone di attuare la protezione del dato fin dal momento in cui un trattamento viene progettato e definito. A tal fine, vengono richieste misure tecniche e organizzative adeguate che il titolare dovrà mettere ovviamente in atto, potendone dimostrare in qualunque momento il livello di compliance rispetto alla normativa. Pensare alla tutela del dato in questi termini significa operare sulla base di una corretta valutazione dei rischi. La GDPR lascia un relativo margine di scelta rispetto al tipo di misure di sicurezza da adottare per mitigare al massimo i rischi. Cifratura e pseudonimizzazione sono tra le opzioni principali, ma vengono suggerite anche misure, sia tecniche che organizzative, per “ripristinare tempestivamente la disponibilità e l’accesso dei dati personali in caso di incidente fisico o tecnico” (art. 32 GDPR). La norma prevede, come è logico, corrette verifiche rispetto alle soluzioni adottate. Lo stesso art. 32 disciplina l’introduzione di procedure volte a “testare, verificare e valutare regolarmente l’efficacia delle misure tecniche e organizzative al fine di garantire la sicurezza del trattamento” (art. 32 GDPR). In casi particolari, in cui sicurezza, diritti e libertà delle persone fisiche siano particolarmente a rischio per i trattamenti effettuati (si pensi agli oggetti smart wearable o all’IoT), può essere richiesta una valutazione preliminare (PIA – Protection Impact Assessment).


#cybersecurity #GDPR Valentina Frediani @ColinPartners Cosa cambia per le imprese?
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TRASPARENZA E RESPONSABILITÀ

Come accennato in apertura, la GDPR prevede l’obbligo di notifica di un data breach, affinché Autorità Garante e interessati – nei casi previsti – vengano correttamente informati della violazione subita nei modi e nei tempi previsti. Questi obblighi, strumenti preziosi per la crescita delle imprese, porterebbero a risultati superficiali se una reale cultura della sicurezza non fosse condivisa tra tutti coloro che operano con dati personali. Anche in questo caso la norma europea opera da stimolo. L’art. 29 GDPR prescrive di formare e istruire, tutti quei soggetti che materialmente andranno a trattare i dati, sulla modalità e le attività da porre in essere, nonché sui comportamenti utili a prevenire eventuali violazioni e ridurre il rischio di perdita o distruzione, anche accidentale, del dato. Imprese clienti e fornitori di servizi e soluzioni possono trarre il massimo beneficio dalla logica che permea l’assetto della GDPR. Trasparenza e responsabilità condivise rendono la tutela del dato un sistema vitale e centrale nelle strategie di sviluppo. Fondamentale, a parere di chi scrive, adottare un approccio condiviso e costantemente aggiornato che risponda con efficacia ai bisogni di sicurezza e tutela del know-how aziendale di cui i dati personali, pur non essendone l’intero, rappresentano una porzione significativa.


Valentina Frediani è avvocato, CEO e founder di Colin & Partners

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IoT, privacy e sicurezza. Luci e ombre https://www.datamanager.it/2017/09/iot-privacy-sicurezza-luci-ombre/ Mon, 25 Sep 2017 13:23:25 +0000 http://www.datamanager.it/?p=131632 Che cosa succede quando ogni oggetto o device collegato diventa una porta di accesso per attacchi alla privacy e alla sicurezza della persona e dell’azienda? Con il termine Internet of Things (IoT) si fa riferimento a infrastrutture nelle quali innumerevoli sensori sono progettati per registrare, processare, immagazzinare dati localmente o interagendo tra loro sia nel […]

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Che cosa succede quando ogni oggetto o device collegato diventa una porta di accesso per attacchi alla privacy e alla sicurezza della persona e dell’azienda?

Con il termine Internet of Things (IoT) si fa riferimento a infrastrutture nelle quali innumerevoli sensori sono progettati per registrare, processare, immagazzinare dati localmente o interagendo tra loro sia nel medio raggio, mediante l’utilizzo di tecnologie a radio frequenza (per es. RFID, bluetooth etc.), sia tramite una rete di comunicazione elettronica. I dispositivi “intelligenti” non sono solo i computer o gli smartphone, ma oggetti di utilizzo quotidiano, nati senza una vocazione digitale, che diventano tali in quanto accedono alla rete e sono tra loro interconnessi. Innumerevoli le applicazioni: gli oggetti indossabili (wearable), gli oggetti in casa controllati da uno smartphone (gestione automatica degli impianti di illuminazione, climatizzazione, gestione degli elettrodomestici o dei sistemi di videosorveglianza e sicurezza), contatori intelligenti (per la gestione dei consumi o l’ottimizzazione della distribuzione).

Ma chi si preoccupa di verificare come vengono gestiti i nostri dati, sia dal punto di vista di privato cittadino che di lavoratore? Se la tecnologia ci abbaglia con applicazioni impensabili fino a pochi anni fa che hanno una diffusione immediata sul largo pubblico, dall’altro lato dobbiamo stare attenti alle zone d’ombra. Su oltre trecento dispositivi elettronici connessi a Internet, più del 60 per cento non ha superato l’esame dei Garanti della privacy di 26 Paesi. È quanto emerge dall’indagine a tappeto (“sweep”) a carattere internazionale, avviata lo scorso maggio dalle Autorità per la protezione dei dati personali appartenenti al Global Privacy Enforcement Network (GPEN), di cui fa parte anche il Garante italiano, per verificare il rispetto della privacy nell’Internet delle cose. I riscontri raccolti dagli esperti delle Autorità, su più di trecento apparecchi delle principali società del settore, hanno fatto emergere, a livello globale, gravi carenze nella tutela della privacy degli utenti. Il punto di attenzione è il fatto che il device o l’oggetto diventa una porta di potenziali attacchi alla privacy e alla sicurezza della persona e dell’azienda: ne sono un esempio i recenti attacchi che nascono da una vulnerabilità di un sistema IoT (elettrodomestici o sistemi di videosorveglianza).


#IoT #Pricacy #Sicurezza Regole ma anche più cultura dei dati @omatforum
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Serve un cambio di paradigma: la privacy non deve più essere considerata un semplice adempimento burocratico, una ricerca verso la pura compliance normativa, ma diventa un presupposto della progettazione dei servizi, programmi, software e dei processi aziendali. Da qui, l’attenzione dei produttori che devono riprogettare i propri processi di lavoro integrando privacy e sicurezza: pensiamo ai concetti di “privacy by design” e “privacy by default” introdotti dal nuovo Regolamento Europeo sulla Privacy. Deve essere ripensato anche l’approccio alla security, adottando modelli di prevenzione delle minacce tramite analisi e monitoraggio dei dati, più che intervenire dopo che si è verificato il cyber attacco, magari scoperto dopo molto tempo. Come adottare le misure di sicurezza tecniche e organizzative adeguate per garantire l’integrità, la confidenzialità (e quindi la privacy) e la disponibilità dei dati? Come informare in maniera completa, chiara e trasparente il consumatore? Come gestire la raccolta del consenso nella vendita online? A quale normativa sottostare se si vende su più mercati? La tecnologia sembra correre alla velocità della luce e non sempre la norma riesce a stare al passo e coprire tutte le complessità e i casi reali di un mercato in continua espansione e interconnessione. Le sfide sono molte, spetta a ognuno di noi formarsi e informarsi per non essere impreparato a cogliere le opportunità del mercato.

Per saperne di più, l’appuntamento è a Illuminotronica – Fiera di Padova 12-14 ottobre 2017.

Maggiori info su www.iter.it


Stefano Gorla DPO certificato 001 FAC Certifica, consulente Privacy e Sicurezza dei Dati, formatore

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Reti pubbliche wi-fi? Abitudini e rischi https://www.datamanager.it/2017/09/reti-pubbliche-wi-fi-abitudini-rischi/ Mon, 25 Sep 2017 12:49:22 +0000 http://www.datamanager.it/?p=131630 La scarsa informazione e una sottostima dei rischi espongono gli utenti al pericolo di furto d’identità, truffe e diffusione dei dati sensibili Passi avanti in Italia e in Europa in ottica di smart city e smart citizen. Per rendere semplice l’accesso al web ai cittadini da metà giugno l’Unione Europea ha abolito i costi del […]

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La scarsa informazione e una sottostima dei rischi espongono gli utenti al pericolo di furto d’identità, truffe e diffusione dei dati sensibili

Passi avanti in Italia e in Europa in ottica di smart city e smart citizen. Per rendere semplice l’accesso al web ai cittadini da metà giugno l’Unione Europea ha abolito i costi del roaming dati. In Italia, invece, il ministero dello Sviluppo Economico e dei Beni Culturali, e l’Agenzia per l’Italia Digitale hanno realizzato e resa attiva da metà luglio WiFi Italia, un’app per dispositivi mobili che garantisce una copertura di rete gratuita di cui fanno parte le reti di proprietà pubblica – in particolare nei luoghi turistici e culturali – uniformando livelli di sicurezza, tutela dei dati di navigazione e privacy e soprattutto un’unica modalità di accesso condivisa fra tutte le reti Wi-Fi pubbliche e private. Al di là delle false partenze e dei margini di miglioramento, torna in auge così, il tema della sicurezza dei propri dati. Se ne parla nel Wi-Fi Risk Report di Symantec, un documento che ha permesso di indagare le abitudini, le consapevolezze e i rischi incorsi da oltre 15mila cittadini di 15 paesi nel mondo riguardo l’utilizzo del Wi-Fi libero, pubblico o privato.

Il report svela che il 70% degli italiani continua a preferire l’uso della rete Wi-Fi pubblica, quando possibile. Un’abitudine, questa, che influenza anche le scelte relative alle prenotazioni di appartamenti, alberghi in vacanza, bar o ristoranti: il 74% è infatti condizionato nella scelta di un posto dalla presenza della rete, possibilmente efficiente e gratuito. Una ricerca condotta da Purple su un campione di 2540 persone rivela che una delle operazioni più comuni è controllare la posta, che riguarda l’87% degli intervistati: il 27% usa il Wi-Fi pubblico per portare avanti compiti di ufficio, accedendo alla cloud aziendale, e addirittura il 17% effettua operazioni bancarie, pagamenti, bonifici. Senza domandarsi se queste reti offrano o no livelli minimi di sicurezza e tutela per chi le utilizza. L’intangibilità del digitale, la poca informazione riguardo al funzionamento e alle caratteristiche del Wi-Fi pubblico, e una sottostima dei rischi da violazione della privacy, espongono gli utenti al pericolo di furto d’identità, truffe e diffusione dei dati sensibili. La maggior parte degli intervistati dichiara infatti di ignorare o sottovalutare la sicurezza delle reti che usano. Purtroppo, è la quasi totalità degli intervistati (87% a livello globale, 89% in Italia) a mettere potenzialmente a rischio dati e informazioni personali. Quindi? Come durante un incontro con sconosciuti non riveleremmo mai dati personali, allo stesso modo dobbiamo approcciare la connessione a una rete pubblica, adottando le dovute precauzioni. È fondamentale sapere che gli hacker possono approfittare sia di reti non sicure sia di siti non sicuri.


#smartcity Reti pubbliche Wi-Fi? Abitudini e rischi @urbanocreativo
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Per controllare che i siti siano sicuri, ovvero crittografati, bisogna badare che il sito in cui si sta navigando usi il protocollo HTTPS (Hypertext Transfer Protocol Secure) e non semplicemente HTTP, e che compaia il simbolo del lucchetto sulla destra della barra URL, a conferma che si tratta di sito web sicuro. In questo modo chi tentasse di spiare e leggere dati in una rete non riuscirà a ricevere informazioni comprensibili se queste sono scambiate con una connessione crittografata. Per i browser Chrome, Firefox e Opera è disponibile un add-on chiamato “HTTPS Everywhere” che abilita il HTTPS di default per centinaia di siti web, anche quelli che non prevedono questo protocollo autonomamente. Un’altra operazione minima consiste nell’abilitare un firewall e disattivare dalle impostazioni l’opzione di configurazione automatica del proxy per evitare possibili dirottamenti della connessione. Un altro modo per proteggersi in modo ancora più sicuro? Utilizzare una rete privata virtuale (VPN) che garantisce un “tunnel sicuro”, crittografando i dati inviati e ricevuti tra un dispositivo e internet.

Giulia Cattoni @urbanocreativo

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Venture capital di donne per le donne https://www.datamanager.it/2017/09/venture-capital-donne-le-donne/ Mon, 25 Sep 2017 12:44:39 +0000 http://www.datamanager.it/?p=131628 L’industria dei venture capital fa i conti con la modernità. Un nuovo fondo venture fondato da donne per le startup guidate da donne “I’m a creep. I’m sorry”. (“Sono un verme. Mi dispiace”). È il titolo di un post del blog di David McClure, il fondatore della famosissima “500 Startups”, pubblicato dopo che decine di […]

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L’industria dei venture capital fa i conti con la modernità. Un nuovo fondo venture fondato da donne per le startup guidate da donne

“I’m a creep. I’m sorry”. (“Sono un verme. Mi dispiace”). È il titolo di un post del blog di David McClure, il fondatore della famosissima “500 Startups”, pubblicato dopo che decine di donne imprenditrici della Silicon Valley lo hanno accusato di molestie sessuali. È davvero così? Sì. Gli imprenditori – startupper – sono quasi tutti uomini e negli stessi VC sono ancora pochissime le donne nei ruoli di comando. «L’80 per cento delle startup sostenute dai venture capital sono completamente guidate e fondate da uomini» – afferma Chip Hazard di Flybridge. Ma qualcosa sembra stia cambiando. Il 12 luglio 2017, è stato lanciato XFactor Ventures, un fondo di pre-seed, con nove fondatrici di sesso femminile: l’obiettivo è investire tre milioni di euro in 30 imprese esclusivamente guidate da donne. “And drive to build the next billion dollar company”. Ovviamente. XFactor Ventures, subito dopo l’annuncio, è stato immediatamente promosso dai fondatori di alcune tra le startup di maggiore successo. Per Reid Hoffman, cofondatore di LinkedIn, bisogna dare una ripulita all’intero settore del venture capital internazionale, ma per Claudia Iannazzo, partner di AlphaPrime Ventures, la strada è ancora molto lunga e sia le imprese che i venture capital devono definire dei chiari obiettivi di assunzione di donne e, soprattutto, sostenere il loro sviluppo. La notizia ha fatto il giro del mondo nel giro di poche ore ma non è ancora stata tradotta in lingua italiana. Tornando in Italia, solo qualche settimana fa, Paola Bonomo è stata premiata come Business Angel dell’anno da parte di Club Investitori per l’investimento a favore della società AdEspresso.

L’ex manager di Ebay, Vodafone e Facebook è tra le donne più influenti nel panorama tecnologico internazionale e ha rilasciato una sua riflessione riguardo lo scandalo McClure e l’avvio di XFactor Ventures: «In uno scenario ideale le nuove imprese verrebbero valutate dagli investitori senza riguardo al genere o all’etnia dei fondatori, un po’ come i concertisti sono selezionati dalle orchestre in audizioni “al buio”, suonando il loro strumento dietro una tenda. Ma nel mondo del venture capital non si sono trovati analoghi meccanismi per rimuovere il bias di chi prende le decisioni; anzi, il processo di selezione è intrinsecamente viziato, al punto che persino le domande poste alle imprenditrici, come ha mostrato un recente studio, sono diverse da quelle poste agli imprenditori. L’omofilia negli investment committee risulta in un vantaggio di posizione, non giustificato da altre condizioni, per gli uomini che si raccolgono capitali per la loro impresa. A fronte di questo stato delle cose, ben vengano iniziative come XFactor Ventures: anche se il fondo è piccolo (solo 3 milioni di dollari), sarà gestito da nove imprenditrici che collettivamente hanno raccolto 150 milioni di dollari per le loro aziende, e che sapranno certamente raccogliere un fondo più grande se questo primo fondo si dimostrerà di successo».


#VentureCapital @simeoneantonio1 La nuova centralità delle donne @XFactorVentures
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IL RUOLO DELLE DONNE NEL VENTURE CAPITAL

Raffaele Mauro, managing director di Endeavor in Italia, aggiunge che «il ruolo delle donne nel venture capital diventerà sempre più importante. Si tratta di un settore che opera a cavallo tra finanza e tecnologia e che fino a poco fa, sia in Italia che all’estero, è stato profondamente chiuso nei confronti del talento femminile. Oggi, la situazione sta cambiando, ci sono sempre più donne di grande talento come analisti e investment manager, sebbene ancora troppo poche in posizioni di leadership come quella di managing partner. È una sfida che deve essere vinta: i fondi di venture capital sono organizzazioni che sopravvivono sulla base della loro capacità di effettuare scommesse intelligenti sul futuro e, pertanto, tagliare fuori una quota importante della capacità cognitiva e relazionale umana non può che rivelarsi una scelta stupida nel lungo periodo. È inoltre dimostrato empiricamente che le imprese che hanno donne in posizioni di leadership, ad esempio nei CdA, generano migliori performance. L’industria del venture capital, per evolvere a fronte della mutazione della società e della tecnologia, non potrà essere fuori da questa dinamica. È fondamentale la creazione di ambienti di lavoro inclusivi e di role model, donne di successo, che possa ispirare le persone più giovani che si avvicinano a questo percorso di carriera». Restando in Italia, le donne si laureano prima e con una votazione più alta rispetto ai colleghi maschi e questo accade in tutte le discipline. Secondo i dati di AlmaLaurea, nonostante le donne siano più preparate e con un curriculum più vasto, le differenze occupazionali diminuiscono di circa 7 punti percentuali rispetto agli uomini. E la stessa cosa accade nel mondo delle startup. Solo una su 10 è guidata da donne. Il “Fattore X” è ancora lontano.

IL VALORE AGGIUNTO DELLE DONNE

Chi invece nel “Fattore X” ( XFactor Ventures ) ci crede è Chip Hazard di Flybridge, che riconosce il valore aggiunto che le donne possono apportare nel settore, sebbene la misoginia rappresenti spesso un problema rilevante con il quale la società civile deve confrontarsi quotidianamente. I vantaggi derivanti dalla nuova centralità attribuita alle donne consentirebbe a diversi founding teams di avere una migliore prospettiva sulle opportunità di mercato, al fine di individuare e commercializzare i prodotti per il più ampio pubblico possibile. Inoltre essi assumeranno migliori decisioni e saranno più efficaci nell’attirare e mantenere talenti. Tutto ciò porterà a rendimenti superiori agli investimenti anche perché: «Le partner femminili hanno maggiori probabilità di sostenere le startup fondate da donne. Le fondatrici di maggior successo diventeranno partner di XFactor Ventures per sostenere il modello». È luglio e a Washington ci sono oltre 30 gradi. La deputata del Congresso degli Stati Uniti, Jackie Speier, crea l’hashtag #SleevelessFriday e posta su Twitter una foto di gruppo di colleghe vestite con abiti senza maniche e di colori diversi. La foto fa il giro del mondo e diventa l’argomento topic di internet. Al Congresso, infatti, è vietato a chiunque ci lavori di indossare abiti senza maniche e le scarpe aperte a punta. Paul Ryan, lo speaker della Camera, interviene garantendo la modifica delle leggi oramai superate. I venture capital si nutrono di innovazione e la rendono fruibile a tutti nel presente. Ma fa riflettere il fatto che siano ancora organizzati come strutture piramidali, “maschili”, prossime all’obsolescenza. XFactor Ventures è l’esempio che il mondo dei VC cambia continuamente e assume forme sempre più orizzontali. Le potenzialità – ancora non del tutto espresse – dell’imprenditoria femminile si realizzano così concretamente. Ma siamo ancora agli inizi perché l’obiettivo di XFactor Ventures è quello di crescere più del mercato. Non è facile. Ma neppure impossibile. Con pazienza e tenacia, il femminile modifica le vecchie regole. Modernizzandole.

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Banche e sicurezza https://www.datamanager.it/2017/09/banche-e-sicurezza-2/ Mon, 25 Sep 2017 12:37:44 +0000 http://www.datamanager.it/?p=131618 La banca si trasforma per coprire il rischio cyber. Cambiano rapidamente anche gli interlocutori e si attiva il circolo virtuoso “più sicurezza uguale più qualità dell’offerta”. Dal punto di vista organizzativo, l’evoluzione è verso la “cyber physical security” cioè la sicurezza globale integrata di sistema La cosiddetta minaccia cyber, per la sua natura diffusa, incontrollata […]

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La banca si trasforma per coprire il rischio cyber. Cambiano rapidamente anche gli interlocutori e si attiva il circolo virtuoso “più sicurezza uguale più qualità dell’offerta”. Dal punto di vista organizzativo, l’evoluzione è verso la “cyber physical security” cioè la sicurezza globale integrata di sistema

La cosiddetta minaccia cyber, per la sua natura diffusa, incontrollata e transnazionale, rappresenta oggi una delle sfide più impegnative per tutte le organizzazioni. I cyberattack sono in grado di produrre – potenzialmente – effetti confrontabili con quelli bellici e di incidere sull’esercizio stesso delle libertà essenziali per i sistemi economici e finanziari. I paesi più esposti sono proprio quelli occidentali, perché hanno infrastrutture critiche sofisticate IT based e di conseguenza più vulnerabili. La distruzione e il danneggiamento anche parziale di una infrastruttura critica come quella della finanza hanno un notevole impatto strategico, umano, economico e sociale: basti pensare alle reti di interscambio e ai sistemi di pagamento che includono effetti intersettoriali e transfrontalieri, con effetto “domino” dovuto alle interdipendenze. Se ciò che è avvenuto a British Airways a giugno scorso, che si è vista obbligata a cancellare tutti i voli da Londra a seguito di un attacco-cyber, si fosse verificato nel sistema bancario si può immaginare cosa sarebbe accaduto.

Osservatori sul Cyber risk

Secondo l’annuale rapporto CLUSIT sulla Sicurezza ICT in Italia, presentato recentemente durante il Security Summit 2017, in relazione a quanto avvenuto nel 2016 e nei primi mesi del 2017, vi sono seri elementi di preoccupazione. «La sempre più ampia adozione di servizi in cloud comporta come conseguenza una apertura verso l’esterno dei sistemi informativi, che tradizionalmente tendevano a essere mantenuti chiusi, o al più aperti a un ecosistema di settore, idealmente controllato» – sottolinea Claudio Telmon del direttivo CLUSIT. «Anche la recente normativa sui sistemi di pagamento – prosegue Telmon – porta con sé una maggiore apertura a soggetti e contesti molto meno controllati. Questa tendenza richiede un approccio che faccia dei principi di security by design e by default un punto cardine, in linea con quelle che sono sempre state le buone pratiche di sicurezza». È anche necessario operare sempre più come sistema, aumentando la cooperazione e lo scambio di informazioni, perché ogni giorno ci viene dimostrato come le minacce diventino sempre più aggressive, efficaci e difficili da contrastare dalle singole aziende o dai singoli paesi. Come riportato nel rapporto CLUSIT, il 2016 si è caratterizzato per un aumento degli attacchi diretti alle banche anziché ai loro clienti, con eventi di grande impatto che sono arrivati ai sistemi più critici, come quelli legati agli scambi interbancari. «In effetti – conclude Telmon – gli incidenti occorsi nel corso del 2016 a sistemi connessi al circuito SWIFT, primo fra tutti quello alla Bangladesh Bank, mostrano come gli attacchi spesso non siano tecnicamente sofisticati, ma utilizzino da una parte canali di attacco relativamente semplici come il phishing, dall’altra approfittino del fatto che le informazioni sul funzionamento interno dei sistemi e dei processi sono più diffuse e facili da ottenere».


#Banche Claudio Telmon@Clusit #Security by design un punto cardine
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Dello stesso tipo è stato l’attacco a UniCredit del luglio scorso, con 400mila clienti di prestiti personali coinvolti, i cui dati sono stati violati da cyber criminali che sono entrati attraverso partner esterni alla banca. Ciò che è accaduto a Unicredit richiama alla memoria quanto accadde nel febbraio 2016 a Deutsche Bank. L’analisi di questi attacchi mostra come sia necessaria una forte integrazione fra processi di gestione degli incidenti IT e processi aziendali, in modo da intercettare e gestire efficacemente i segnali che, come in quel caso, avrebbero permesso di riconoscere e bloccare con maggiore tempestività l’attacco. Dal rapporto CLUSIT si ricava anche che la percentuale di attacchi la cui causa è “sconosciuta”, ovvero di cui non si è riusciti a scoprire la modalità e/o il canale di attacco, è in netto aumento rispetto al 2015, e che il settore bancario è uno dei settori con il maggior tasso di crescita delle violazioni. La stessa tendenza la ritroviamo nel rapporto Cisco. «Il report evidenzia uno dei messaggi chiave sui rischi del malware e ribadisce quanto già anticipato nel documento semestrale Cybersecurity 2016. Nessun settore è al sicuro e il settore finanziario è quello più colpito, con il 19 per cento degli attacchi subiti nel 2016» – afferma con forza Fabio Panada, consulting systems engineer security di Cisco. All’interno del report sono inclusi anche i principali risultati emersi dal terzo Security Benchmark Study in cui Cisco analizza la percezione sullo stato della sicurezza delle aziende e il loro livello di prontezza nel difendersi. Quest’anno, l’analisi ha rivelato il potenziale impatto finanziario degli attacchi sulle aziende. «Ne emerge come oltre il 50 per cento delle aziende abbia dovuto affrontare severi controlli a seguito di una violazione» – prosegue Panada.

«I sistemi più colpiti sono quelli dei dipartimenti Operation & Finance, perdita di reputazione del marchio e della fidelizzazione dei clienti». I dati raccolti e analizzati da Cisco Talos, il Centro di Ricerca per la Sicurezza informatica Cisco, mostrano anche come i criminali stiano riportando “alla ribalta” i vettori di attacco “classici”, come adware e spam email, quest’ultimo con livelli che non si vedevano dal 2010. Lo spam rappresenta quasi i due terzi (65%) delle e-mail, delle quali sono dannose tra l’8 e il 10 per cento. «Oggi, la sicurezza è una priorità di business. La responsabilità della sicurezza deve essere compito del management, che deve, oltre che valorizzarla economicamente come una priorità, farla comprendere a tutti i livelli dell’azienda» – spiega Panada. «Le banche devono testare l’efficacia della sicurezza messa in campo, stabilire metriche chiare e utilizzarle per convalidare e migliorare i criteri di sicurezza». Per Gastone Nencini, country manager di Trend Micro Italia, il sempre maggiore utilizzo del mobile, sia per le funzioni di pagamento che per quelle di controllo, espone sempre di più al furto dei dati, che rimangono un asset importante da salvaguardare. E la salvaguardia del dato, la sicurezza dato-centrica, è sempre fondamentale. Qualsiasi oggetto collegato a un indirizzo IP può essere compromesso e nel caso del settore bancario bisogna prestare attenzione alle interconnessioni dei dati con gli altri istituti, istituzioni o clienti. «Stiamo assistendo a una eccezionale proliferazione dei ransomware, anche su apparati molto differenti rispetto ai pc» – continua Nencini. «Il criterio per lo sviluppo degli attacchi sarà quello di una monetizzazione sempre più rapida e questo include anche il riscatto preventivo. In quest’ottica, saranno utilizzati ransomware ovviamente, ma anche altre tecniche come gli attacchi business email compromise o business process compromise».


#Banche Fabio Panada @CiscoItalia La #sicurezza una priorità di business
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Anche le assicurazioni si stanno attrezzando per gestire questo crescente rischio. AON nel suo recente Global Risk Survey 2017 stima in 450 miliardi di dollari le perdite da cyber attack solo negli USA nel 2016 e nella classifica dei rischi il cyber risk è salito dalla nona alla quinta posizione a livello globale, mentre per gli USA è passato in prima posizione. Secondo AON è in atto una vera e propria mutazione e le maggiori compagnie si stanno organizzando per coprire il rischio cyber. I Lloyd’s sono stati i primi a proporre polizze specifiche per i cyberattack a livello globale. E quindi, non solo stanno cambiando radicalmente le modalità di affrontare e gestire il problema sia all’interno che all’esterno dell’azienda, ma anche gli interlocutori di presidio della sicurezza: prima erano i CFO e direttori amministrativi, talvolta il CIO, oggi sono i CEO, gli amministratori delegati e i consigli di amministrazione.

Le nuove norme

«Diventa prioritaria la gestione del rischio informatico come driver delle scelte finalizzate a far collaborare i silos tecnologici» – dichiara Andrea Mattioli, partner e business developer di IKS, Kirey Group. Anche il contesto normativo, in particolare il regolamento (self-executing) GDPR (General Data Protection Regulation – EU 2016/679) per il trattamento e la protezione dei dati, pone l’accento sulla gestione del rischio informatico e porta in primo piano la figura del data protection officer (DPO), che implementerà la “privacy by design/default” nei trattamenti dei dati personali, istituendo processi di gestione del rischio informatico e di data governance focalizzati sui dati personali. «Tra le principali sfide spicca anche l’adempimento alla PSD2 – continua Mattioli – che impatta particolarmente sui processi antifrode, ponendo l’attenzione sui nuovi concetti di third party provider e di open banking che banche e circuiti di carte di credito dovranno adottare nell’implementare nuovi servizi e rivedere gli attuali». In questo scenario, emergeranno nuovi “canali” antifrode da monitorare e saranno fondamentali le soluzioni per garantire la strong customer authentication con l’obiettivo di aumentare il livello di sicurezza basato sul principio di autenticazione forte dell’utente nell’accesso al conto o transaction signing nel pagamento elettronico. La European Banking Authority ha indicato la necessità di dotarsi di tecnologie per il transaction monitoring basate sul principio di analisi comportamentale dell’utente e della sua interazione storica con i sistemi di pagamento. IKS, Kirey Group, è leader in Italia nell’implementazione e gestione di servizi antifrode in ambito bancario per sistemi di pagamento online, coprendo più del 50 per cento degli utenti di internet banking. Con un centro di competenza dedicato a governance, risk and compliance, IKS eroga servizi consulenziali PCI-DSS e GDPR, impiegando standard ISO/IEC 27001, 27005 e 22301.


#Banche @TrendMicroItaly La centralità della governance della #sicurezza
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La Commissione europea poi ha emanato la direttiva NIS (EU 2016/1148) in materia di sicurezza delle reti e dell’informazione, con cinque obiettivi: conseguire la resilienza informatica, ridurre drasticamente la criminalità informatica e sviluppare la politica di difesa e le capacità informatiche connesse alla politica di sicurezza e di difesa comune. Le implicazioni per le banche sono notevoli. Innanzitutto, si uniformano le regole di protezione per l’intero mercato unico europeo e anche per i paesi extra ue che tratteranno dati personali di cittadini UE. I trattamenti dei dati, inoltre, dovranno essere conformi fin dalla loro progettazione (privacy by design). Se un trattamento ha insito il rischio per i diritti e le libertà delle persone, occorrerà una analisi ex-ante dell’impatto (privacy impact assessment – PIA) qualora fossero violate le misure di protezione. Non vi sono più “misure minime” di sicurezza ma l’adozione di misure che possano garantire il livello di sicurezza adeguato al rischio, tenuto conto dello stato dell’arte e dei costi, nonché della natura, del campo di applicazione, del contesto e delle finalità del trattamento.

Cyber Physical Security

Come ogni rischio, il rischio cyber non può essere eliminato e ha quindi bisogno di un insieme di azioni coordinate per poter essere gestito. Azioni che coinvolgono gli ambiti organizzativi e tecnologici dell’azienda, oltre che di gestione finanziaria, anche attraverso la definizione di una strategia di gestione del rischio residuo, abilitando in tal modo l’adozione di un approccio integrato di prevenzione e di protezione del bilancio dell’impresa. Gestire i rischi in ottica di sicurezza integrata e di sistema vuol dire rispondere a una richiesta precisa e pressante del mercato che impone alla banca di acquisire una complessa visione d’insieme: le criticità della singola filiale e la tutela del dipendente, le esigenze di interlocutori esterni, l’autenticazione robusta, la difesa del patrimonio informativo, la prevenzione rispetto alle minacce. Adottando un processo di governance e risk management, oltre a mantenere nel tempo la conformità a leggi e regolamenti, si ottiene il ritorno degli investimenti e un supporto per l’innovazione. In banca, questo non significa “semplicemente” proteggere il perimetro e l’IT, ma realizzare un’infrastruttura di cyber physical security “resiliente”, considerando la continuità dei processi e delle operazioni di business. Per approcciare il problema, c’è bisogno di un framework come, per esempio, quello definito dal Laboratorio Nazionale di Cyber Security del Consorzio Interuniversitario Nazionale per l’Informatica, a partire dal framework di cyber security del NIST statunitense. è altrettanto importante adottare un approccio di difesa integrato, ponendo l’integrazione e l’automazione in cima alla lista di criteri di valutazione per aumentare la visibilità, ottimizzare l’interoperabilità, ridurre il tempo di rilevamento e bloccare gli attacchi.


#Banche #sicurezza Andrea Mattioli @IKSgroup In primo piano la figura del #DPO
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«Nell’evoluzione della security – sottolinea Gastone Nencini di Trend Micro – siamo passati dalla messa in sicurezza dei terminali alla sicurezza perimetrale e a quella del dato. La soluzione per ridurre il rischio è condividere le informazioni di intelligence e quindi evitare di utilizzare tecnologie di vendor diversi che non comunicano tra di loro». In un progetto di security ideale, quello che serve sono difese multi-livello, che vanno dal perimetrale, al server, all’endpoint e al mobile, offrendo in quest’ultimo caso una protezione sicura anche al di fuori dell’azienda. Sempre di più, si assottigliano le divisioni tra sicurezza fisica e sicurezza logica, tra mondo reale e mondo digitale. In questo quadro, si evolvono professionalità, approcci, strumenti. Quello che non cambia ma anzi si rafforza è la centralità della governance della sicurezza che coinvolga il tessuto connettivo di tutte le aree di business. Occorre, in sostanza, avere una visione di sistema, collaborando strettamente con il sistema bancario e il sistema nazionale ed europeo di sicurezza per la soluzione di problematiche che riguardano talvolta la stabilità dell’intero sistema finanziario. Le azioni da porre in essere devono configurarsi secondo una dimensione interna (sicurezza integrata) ed esterna alla banca che coinvolga anche le istituzioni (sicurezza di sistema). Serve quindi una nuova strategia e metodologia che realizzi una difesa proattiva e globale con livelli sistemici di comunicazione e informazione sia nazionali che europei e globali. È quindi necessario sviluppare capacità superiori di incident management, una security intelligence e un monitoraggio evoluto delle minacce per la migliore risposta ai cyber threats.

Contromisure

«La natura stessa dell’attività bancaria, come detto, la rende particolarmente appetibile per i cyber criminali. Diventa dunque fondamentale avvalersi di soluzioni all’avanguardia per proteggere l’intero perimetro che potrebbe essere sottoposto ad attacchi, avvalendosi di soluzioni che comunichino tra loro» – sottolinea Marco D’Elia, country manager di Sophos Italia. La crescente complessità delle minacce e la virulenza degli attacchi, sempre più frequenti, rendono necessaria una gestione sincronizzata dei diversi elementi che costituiscono una soluzione complessa di cyber physical security. «L’approccio Sophos – prosegue D’Elia – basato sulla synchronized security, integra in un’unica soluzione gestibile centralmente tutti gli strumenti per la protezione dei singoli dispositivi e agisce in pieno concerto con le soluzioni a tutela dei gateway di interconnessione, i firewall». Un’altra componente imprescindibile per un’efficace strategia di sicurezza è la tempestività nel prevenire e reagire a eventuali attacchi. «Oggi, il malware – evidenzia D’Elia – sfrutta ogni passo falso dell’utente e diventa strategico agire sui livelli profondi del comportamento delle macchine e dei loro sistemi operativi, anticipando le possibili conseguenze negative di un’azione sconsiderata da parte di un utente, indotto – per esempio – ad aprire un file allegato in email o un link sospetto».


#Banche Marco D’Elia @SophosItalia La synchronized security per una strategia efficace
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La sicurezza delle informazioni è sempre più critica anche per Alberto Carrai, chief sales officer di ARXivar International e direttore marketing di ARXivar Italia. «Basti pensare al recente proliferare di malware, in particolare il caso WannaCry, che ha infettato migliaia di siti aziendali». Pochi secondi possono bastare per perdere documenti riservati ma soprattutto dati sensibili, compromettendo così il patto di fiducia con il cliente e spesso con implicazioni legali. Per garantire l’integrità delle informazioni, al di là delle norme di buona condotta, sono necessari strumenti evoluti. «ARXivar – spiega Carrai – è la piattaforma di Information & Process Management che permette di archiviare dati e informazioni in cartelle protette e accessibili dal solo utente, proteggendo de facto i dati dall’accesso di virus che attaccano i file impadronendosi dei livelli di accesso dell’utente infettato». La sicurezza delle informazioni è garantita anche dalla gerarchia di accesso e disponibilità, temi altrettanto critici, ma verso cui le aziende prestano meno attenzione. Infatti, fino al 7 per cento dei file aziendali risulta mancante e il 20 per cento non sono disponibili quando servono. «ARXivar – conclude Carrai – permette di definire una struttura di accessi alle informazioni riservate, configurabili in base a utenti/gruppi specifici, classi documentali/stati del documento e aree aziendali». Il software permette inoltre la creazione di livelli autorizzativi e di controllo automatici prima della condivisione di dati sensibili. La disponibilità delle informazioni invece è garantita dal potente modulo di workflow.

Le minacce che prendono di mira l’infrastruttura IT delle banche e i conti dei loro clienti sono in crescita e le istituzioni finanziarie sentono sempre più l’esigenza di incrementare la propria sicurezza informatica. Secondo una recente indagine di Kaspersky Lab, il 64 per cento delle banche prevede investimenti per migliorare la propria sicurezza IT, per rispondere alle crescenti richieste degli organi governativi di regolamentazione, del top management e persino dei clienti. Per mettere in atto una strategia di difesa efficace – spiega Morten Lehn, general manager Italy – è necessario che le organizzazioni finanziarie si dotino di una protezione altamente integrata contro gli attacchi mirati, una sicurezza anti-frode multicanale e un’intelligence operativa sulle minacce in evoluzione. «Kaspersky Fraud Prevention offre alle istituzioni finanziarie un nuovo livello di protezione, proteggendo gli account digitali, i computer e i dispositivi mobile degli utenti e i sistemi delle banche. Inoltre, Kaspersky Lab offre una soluzione per proteggere le aziende dagli attacchi mirati avanzati. Si tratta di Kaspersky Anti Targeted Attack Platform, che unisce algoritmi avanzati di machine learning, un’intelligence globale sulle minacce e un’elevata adattabilità all’infrastruttura dei clienti per aiutarli a scoprire anche gli attacchi più sofisticati».


#Banche #sicurezza Alberto Carrai @ARXivar Il primo passo è la protezione dei dati
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Da un punto di vista metodologico globale, la migliore risposta alla gestione della cyber physical security della banca, oltre a un framework di riferimento, è, comunque, l’adozione della metodologia basata sul “security management maturity model”. Come tutti i “maturity model”, l’approccio si basa sul raggiungimento graduale di livelli di maturità interni, in questo caso quattro, attraverso la misurazione della propria situazione e la conseguente adozione di strumenti e processi che eliminino i punti di debolezza. In questo caso i livelli sono: step1 – threat defense; step2 – compliance and defense in depth; step3 – risk based security; step4 – business oriented. Alle soluzioni si devono affiancare le iniziative volte ad accrescere il livello di conoscenza e familiarità dei dipendenti con i fenomeni fraudolenti con azioni di formazione del personale, delle strutture di help desk e degli operatori di call center. Si manifesta anche la necessità di dover ricercare evidenze informatiche che possano costituire adeguata tutela dei diritti o ragioni delle parti in dibattimento. Si sta quindi affermando la disciplina della digital forensics che si pone proprio l’obiettivo di definire le corrette metodologie per preservare, identificare e studiare le informazioni contenute nei sistemi, al fine di evidenziare l’esistenza di prove utilizzabili in sede processuale.

Conclusioni

L’attivazione del circolo virtuoso “più sicurezza uguale più qualità dell’offerta e maggiore fiducia della clientela” assume importanza strategica nell’attività finanziaria, che sul trattamento delle informazioni e sulla costruzione di un rapporto di fiducia con i clienti fonda la propria operatività. Si profilano all’orizzonte rischi crescenti per la sicurezza delle organizzazioni che possono creare veri e propri disastri. La banca si sta, quindi, trasformando e organizzando per coprire tale rischio ed è in atto un mutamento radicale: la realizzazione del modello di “sicurezza integrata e di sistema” o cyber physical security. Stanno anche cambiando rapidamente gli interlocutori di presidio della sicurezza. Tale nuovo approccio consente di concentrare la responsabilità delle varie direzioni in un unico punto di raccordo e di gestione al più alto livello manageriale e di gestire il fenomeno anche all’esterno con i necessari raccordi con il sistema bancario, ma anche con il sistema di sicurezza nazionale ed europeo.


#Banche #sicurezza Morten Lehn @KasperskyLabIT Protezione integrata contro gli attacchi
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Se il commesso può essere un chatbot https://www.datamanager.it/2017/09/commesso-puo-un-chatbot/ Mon, 25 Sep 2017 10:30:00 +0000 http://www.datamanager.it/?p=131603 SAP Hybris, fondata nel 1997 e acquisita nel 2013 dal colosso tedesco dell’ERP, lavora da sempre per la trasformazione del retail. Dalle prime esperienze di e-commerce, l’azienda è orientata a forme sempre più evolute di multicanalità Oggi, la software house tedesca ostenta un nome tra i più blasonati unito al marchio originario. Ma nel 1997 […]

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SAP Hybris, fondata nel 1997 e acquisita nel 2013 dal colosso tedesco dell’ERP, lavora da sempre per la trasformazione del retail. Dalle prime esperienze di e-commerce, l’azienda è orientata a forme sempre più evolute di multicanalità

Oggi, la software house tedesca ostenta un nome tra i più blasonati unito al marchio originario. Ma nel 1997 – anno in cui eBay si chiamava ancora AuctionWeb e Amazon vendeva solo libri e non faceva paura neppure alle cartolibrerie di paese – era difficile immaginare che l’intuizione dei fondatori di SAP Hybris (all’inizio semplicemente Hybris) potesse avere un impatto duraturo su uno dei mestieri più antichi e rispettati come quello del mercante. A Carsten Thoma, Moritz Zimmermann e altri tre compagni di università di Monaco di Baviera, l’e-commerce appariva come una autentica frontiera del futuro e il software per la gestione dei negozi online doveva di conseguenza essere una miniera d’oro per chi avesse saputo anticipare e cavalcare il fenomeno. Una scommessa abbondantemente vinta, racconta Ivano Fossati. «Sono entrato in Hybris nel 2010 per occuparmi di sviluppo dei mercati internazionali» – afferma l’attuale direttore per lo sviluppo del business presso l’EMEA Center of Excellence Customer Engagement & Commerce di SAP Hybris. «In azienda, eravamo 150. Nel 2013, al momento dell’acquisizione da parte di SAP, eravamo già un migliaio». Per SAP, prosegue Fossati, Hybris rappresenta non solo la chance di presidiare un mercato di soluzioni in fortissima espansione. Può soprattutto diventare un motore di rifocalizzazione sul front-end delle imprese e in generale sulle attività di customer engagement, dopo quarant’anni di predominio sulla gestione degli aspetti amministrativi e di back-end. Eppure, pur operando oggi come costola di SAP inserita in una nuova linea di offerta rivolta alle esigenze dell’attuale “infocommerce”, Hybris mantiene intatta la sua cultura originaria. Thoma e Zimmermann, i due fondatori, continuano a occuparsi dell’evoluzione della loro piattaforma e dei suoi indirizzi strategici, osserva Fossati.

L’evoluzione del marketing analitico

L’ampliamento rispetto al focus originario sull’e-commerce è evidente, spiega ancora Fossati, in conformità a una visione delle attività commerciali che tende a collegare in una unica catena end-to-end gli aspetti che vanno dal marketing e la prevendita alla vendita attraverso una molteplicità di canali, fino ad abbracciare i servizi di postvendita, l’analisi dei dati e la gestione dei pagamenti, anch’essa caratterizzata da una vera e propria esplosione di strumenti digitali, nonché da complessi risvolti normativi e di sicurezza. «SAP Hybris – afferma Fossati – è diventata così un’offerta di riferimento per chi si occupa di commercio multicanale in maniera sempre più integrata, anche se la forte modularità della piattaforma consente ai clienti di utilizzare anche singolarmente ciascuno dei cinque pilastri che la caratterizzano». Forse, la parte che ha ricevuto più attenzione da parte degli sviluppatori, è proprio quella che riguarda il marketing e gli analytics. «Il nostro punto di forza è l’immediatezza della capacità analitica e predittiva che i clienti richiedono. Siamo entrati nella cosiddetta “now economy”, l’economia dell’impulso, e il contesto dello shopping non riguarda più solo i canali online ma anche la digitalizzazione dei punti vendita fisici, la possibilità di trasformarli in un uno dei possibili canali di offerta e di utilizzarli come volano per i canali online». Un altro fronte di trasformazione, sostiene Fossati, investe lo stesso concetto di vendita, l’acquisto sta evolvendo verso forme di sottoscrizioni che cambiano profondamente anche i tradizionali concetti di fidelizzazione del cliente e, di conseguenza, gli strumenti preposti al governo di una relazione che diventa più intima – nel senso delle informazioni condivise – e continuata nel tempo.


#vision Benvenuti nella #NowEconomy @SAPHybris
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Omnicanalità e modularità

Su un piano più strettamente tecnologico, sottolinea ancora Fossati, il nocciolo della piattaforma SAP Hybris si basa proprio sulla omnicanalità. «L’obiettivo è abbattere i silos verticali in cui normalmente finiscono le applicazioni che gestiscono più canali in modo separato. Oggi, i retailer utilizzano soluzioni per i loro siti di e-commerce, altre per i loro punti vendita, altre ancora per il forecasting. Il che non rende particolarmente felici gli acquirenti che sono ormai abituati a iniziare le loro esperienze su un canale per concluderla su un canale diverso». L’integrazione, evidentemente, diventa possibile anche grazie all’esperienza che SAP ha accumulato nel controllo dei processi che risiedono a monte, nei database e nelle procedure che alimentano la multicanalità. La domanda di soluzioni integrate aumenta vertiginosamente in tutto il mondo, e l’Italia, malgrado alcuni ostacoli di natura infrastrutturale e culturale da scontare, è una delle geometrie in maggiore fermento. «Il made in Italy resta uno dei brand globali più forti e anche le imprese più piccole si stanno attrezzando» – riferisce Fossati. «C’è per esempio un grande interesse nei confronti di software per il mobile commerce, un’area dove Hybris si è molto impegnata». Malgrado la fama di “big” riservato alle imprese di grandi dimensioni, SAP Hybris sta lavorando molto con il mondo della piccola e media impresa, soprattutto attraverso i consorzi e associazioni di categoria.

Un altro fattore che aiuta è la modularità. SAP Hybris mette a disposizione una piattaforma che è anche tool di sviluppo di app e personalizzazioni, che alla fine confluiscono in un marketplace, Yaas.io, che oltre a rappresentare un punto di incontro ideale tra i partner di sviluppo e consulenza da un lato e i clienti dall’altro, esemplifica il forte trend tecnologico basato sul concetto dei microservizi. Nel portafoglio clienti lo specialista tedesco annovera un gran numero di grandi e piccoli retailer, anche se secondo Fossati le nuove modalità dell’infocommerce si estendono ormai ad ambiti che vanno ben al di là dell’industria dei beni di consumo per entrare nei mondi del B2B e in quelli dei servizi per la pubblica amministrazione e la smart city. A questa platea sempre più vasta, gli Hybris Lab situati a Monaco e rappresentati in tutto il mondo da un team di evangelizzatori, fungono da incubatore di innovazioni, idee, nuove proposte, operando a stretto contatto con analisti, esperti e con gli stessi clienti. In gioco, non c’è solamente l’evoluzione e la “digitalizzazione” del punto vendita fisico, ma anche le tecnologie a supporto del cosiddetto “conversational commerce”: forme di shopping sempre più interattive in cui intelligenza artificiale e cognitive computing avranno sempre più peso. «Molte di queste soluzioni – conclude Fossati – convergono nell’offerta combinata di SAP Hybris e SAP Leonardo. Il conversational commerce è una modalità di interazione che non coinvolge necessariamente l’operatore umano e comprende il voice commerce, basato sugli assistenti digitali integrati in dispositivi come Amazon Echo e il futuro Apple HomePod, o canali più appetibili per i Millennials, come l’instant messaging gestito in automatico dai chatbot».

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Mobile, cloud e big data. Come cambiano gli ERP? https://www.datamanager.it/2017/09/mobile-cloud-big-data-cambiano-gli-erp/ Mon, 25 Sep 2017 10:14:40 +0000 http://www.datamanager.it/?p=131599 Digital transformation, quarta rivoluzione industriale e nuovi paradigmi. App, cloud e integrazione in primo piano. Ma il classico sistema di Enterprise Resource Planning assume sempre più importanza come fornitore di dati per le applicazioni di analytics e riesce a destreggiarsi con successo anche nei nuovi scenari Come cambiano i sistemi ERP nell’era della digital transformation? […]

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Digital transformation, quarta rivoluzione industriale e nuovi paradigmi. App, cloud e integrazione in primo piano. Ma il classico sistema di Enterprise Resource Planning assume sempre più importanza come fornitore di dati per le applicazioni di analytics e riesce a destreggiarsi con successo anche nei nuovi scenari

Come cambiano i sistemi ERP nell’era della digital transformation? Quello che una volta veniva designato come il “gestionale” rimane pur sempre una spina dorsale per molte aziende. Ma non c’è dubbio che tra app, cloud, mobile e big data, cioè alcuni degli elementi di spicco che connotano la trasformazione digitale, il “classico” Enterprise Resource Planning (ERP) si trovi a vivere nuove stagioni. E a modificare di conseguenza i propri connotati, in ossequio all’immutabile assioma dell’IT che per la sua stessa natura è in trasformazione continua. In sostanza, anche in questo ambito, se vogliamo un po’ tradizionale dell’IT, le novità non mancano, come Data Manager ha avuto modo di verificare intERPellando, oltre agli analisti, alcune tra le principali aziende che operano nel settore dei gestionali.

I CAMBIAMENTI IN ATTO

Giancarlo Vercellino, research and consulting manager di IDC Italia, inquadra il cambiamento in atto, alla luce della trasformazione digitale, spiegando che «pur non essendoci un riferimento immediato e diretto tra applicazioni consolidate come gli ERP e processi molto meno strutturati legati alla trasformazione digitale, di fatto molto spesso nei dati si osserva un certo grado di correlazione». Per esempio, «se nel 2016, il 31,5 per cento delle imprese con oltre 50 addetti in Italia dava indicazione per un incremento degli investimenti nell’area delle applicazioni gestionali, la stessa percentuale saliva al 36,4 per cento nel sottogruppo che dichiarava di portare avanti progetti di trasformazione digitale» – prosegue Vercellino. Ma è in atto «in molti casi un effetto “halo”, per cui le iniziative di trasformazione digitale fanno emergere nel management delle imprese un mindset che porta a guardare in modo del tutto nuovo anche le applicazioni business più tradizionali» – nota ancora Vercellino.

NUOVI PARADIGMI

Al cambiamento degli ERP, non è estraneo l’emergere dei nuovi paradigmi, come le app, il successo del cloud e la fruizione via mobile, anche se «più che di cambiamento della percezione dei sistemi ERP, forse sarebbe più opportuno parlare di cambiamento della percezione del lavoro, e in modo particolare del lavoro dei colletti bianchi più a contatto con i sistemi informativi aziendali», non manca di sottolineare Vercellino, evidenziando che la società è cambiata molto negli ultimi 15 anni: «In parte, per la maturazione contemporanea di tante tecnologie diverse, ma soprattutto perché sono cambiate le relazioni industriali a livello nazionale e internazionale. Per effetto del web, il concetto stesso di azienda sta diventando sempre più fluido, visto che non si guarda più a un’azienda come a uno spazio fisico dai confini fissi e convenzionali. Quando negli anni Novanta, gli accademici parlavano dell’impresa-rete e dell’impresa “olonica”, cioè una organizzazione virtuale priva di strutture immediatamente riconducibili alle categorie tradizionali, all’epoca sembravano concetti piuttosto astratti, mentre oggi sappiamo bene quanto siano reali e tangibili, e ogni giorno ne vediamo fiorire tanti esempi sia in startup dal successo più o meno credibile, sia in tanti colossi dalle quotazioni miliardarie in Borsa».


#ERP Giancarlo Vercellino Cambiamenti in atto e nuovi paradgmi @IDCItaly
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CARATTERISTICHE VINCENTI

In questo nuovo scenario, secondo l’analista di IDC, i principali elementi vincenti sul mercato degli ERP sono molto articolati: «Se si guarda a quali siano le caratteristiche più importanti che determinano la scelta di una soluzione ERP, in Italia le imprese, soprattutto quelle piccole e medie e gli studi professionali, indicano in primo luogo le caratteristiche tecniche della soluzione, nel 23 per cento dei casi, oppure la qualità dei servizi di supporto, per il 19 per cento, ed è solo una piccola parte, pari al 3 per cento circa del mercato, a cercare uno specifico grado di innovazione della soluzione». È in sostanza un riflesso di quanto visto poco sopra: «Non è nelle soluzioni ERP che si cerca l’innovazione, ma è piuttosto l’innovazione che cerca molto spesso determinate soluzioni. Per esempio, incrociando il dato presentato sopra con le priorità delle imprese – distinguendo le imprese che hanno priorità legate a efficienza e costi da quelle che hanno obiettivi più tipicamente innovativi legati allo sviluppo di nuovi prodotti o l’ingresso in nuovi mercati – si osserva una differenza importante nel valore attribuibile alle funzionalità tecniche, che da un dato medio del 23 per cento salgono fino a raggiungere il 27 per cento dei rispondenti nel sottogruppo di chi è mosso da priorità che si potrebbero definire di sostanziale innovazione». Da queste considerazioni, discende l’unico suggerimento che IDC potrebbe dare agli operatori per avere successo sul mercato italiano: «Rivolgersi ad aziende che hanno esigenze complesse e spingono oltre i limiti tecnici delle soluzioni, costringendo a guardare in modo del tutto nuovo quella che è l’architettura di una soluzione, come l’ERP, che potrebbe sembrare ormai perfettamente consolidata. Questo è l’unico modo per posizionarsi stabilmente nell’alveo delle trasformazioni imprevedibili di questi anni».


#ERP Alberto Carrai C’è bisogno di qualcosa in più @ARXivar
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QUALCOSA IN PIÙ

È Alberto Carrai, chief sales officer di ARXivar International e direttore marketing di ARXivar Italia, a notare come «big data, realtà aumentata, cloud, intelligenza artificiale (AI) e machine learning, cioè tutte le nuove tecnologie, stanno modificando rapidamente abitudini e modelli di business. In questo contesto altamente complesso e in continua evoluzione, le aziende necessitano di strumenti evoluti per adattare processi e organizzazione in tempi rapidi. In questo senso, se è vero che l’ERP è ancora il sistema centrale in azienda, è altrettanto vero che è fonte di profondo scontento: non supporta decisioni rapide, non offre funzioni collaborative, è troppo complesso per poterlo personalizzare e integrare con altri applicativi e non garantisce l’integrazione di tutti i dati gestiti». Ecco perché c’è bisogno di qualcosa in più: «ARXivar NEXT, la nuova release di ARXivar, è la piattaforma che si integra perfettamente ai più diffusi sistemi ERP e mette assieme tutte le più moderne funzionalità di Enterprise Information Management: gestione di dati e informazioni, gestione dei processi, tool per la collaboration e strumenti per analisi interne e report, da qualsiasi device. Grazie all’integrazione con ARXivar NEXT, gli ERP possono evolvere, confluendo in un unico sistema operativo centralizzato per una gestione digitale dell’intera azienda anche via mobile» – prosegue Carrai, spiegando che «tutte le fasi di un flusso sono impostate attraverso strumenti grafici e senza necessità di scrivere codice: questo permette di adattare tempestivamente i flussi di lavoro alle esigenze organizzative. Inoltre, la chat integrata favorisce l’interazione tra talenti e aree di business, indispensabile per mantenere la capacità di innovare e immaginare. Tutto con una totale libertà di personalizzazione di menu, layout e contenuti, in base al device utilizzato e alle preferenze dell’utente».


#ERP Paolo Ferrario Gestionali di nuova generazione @WuerthPhoenix
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GESTIONALI DI NUOVA GENERAZIONE

«La competitività delle aziende e la loro capacità a vivere proattivamente il mercato dipende, in grande parte, da una definizione chiara della strategia, dal modello organizzativo e dalla flessibilità e velocità di esecuzione dei processi. Le soluzioni gestionali di nuova generazione, per esempio Microsoft Dynamics 365, grazie alla capacità di proporre strumenti, funzionalità estese e processi flessibili, offrono piena collaborazione all’azienda e grande capacità a supportare le scelte strategiche future. Questo significa che un partner con conoscenza dei processi tipici di quel settore di mercato e una soluzione ERP di nuova generazione sono e saranno, sempre di più, asset strategici dell’azienda» – spiega Paolo Ferrario, sales manager di Würth Phoenix, Gold Partner Microsoft Dynamics. Più in dettaglio, «soluzioni come Microsoft Dynamics 365 possono essere fruite in cloud o cloud ibrido e, se parliamo di ERP, anche puramente on premise. E offrono app integrate e anche la possibilità di scriverne di dedicate integrabili con la soluzione. Sono tutti aspetti che le aziende, sempre con maggiore interesse, ci chiedono di affrontare insieme» – continua Ferrario. «Si tratta di un tema ricorrente in ogni opportunità, ma non esistono oggi indicazioni univoche. In relazione alle scelte strategiche contingenti, alla tipologia di azienda e alle sue dimensioni, si valuta il miglior approccio». Quello che però conta è anche la «focalizzazione del partner verso mercati definiti. Il successo di un progetto ERP dipende, in grande parte, da due fattori: forte commitment, ai massimi livelli, dell’azienda e conoscenza approfondita, da parte del partner di progetto, del settore di mercato, ovvero dei processi, al quale l’azienda appartiene. Solo così infatti la consulenza del partner diventa veramente proattiva» – conclude Ferrario.


#ERP Giorgio Mini Il modello vincente è l’ERP collaborativo @ZucchettiSpa
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GUARDARE ANCHE ALLA USER EXPERIENCE

Giorgio Mini, vicepresidente di Zucchetti, non ha dubbi: «Sicuramente gli incentivi governativi stanno dando una spinta agli investimenti tecnologici e per molte aziende questa è un’opportunità per dotarsi di un sistema ERP di ultima generazione. Con la piattaforma Infinity, infatti, ci siamo posti l’obiettivo di coprire tutte le esigenze funzionali delle aziende clienti: dalle componenti amministrative e contabili, a quelle gestionali e organizzative, sino agli aspetti più avanzati di automazione, proponendo in sostanza una digitalizzazione totale dei processi, con il vantaggio di un’integrazione nativa di tutte le applicazioni Zucchetti per la gestione aziendale». Ma oltre agli incentivi di Industria 4.0, si nota oggi un cambiamento notevole sul fronte della user experience: «I clienti vogliono applicazioni intuitive, semplici da utilizzare e anche gradevoli dal punto di vista dell’interfaccia grafica. Ovviamente, questo ha richiesto un grande sforzo ai produttori di software, ma Zucchetti ha lavorato con grande anticipo su questo fronte, riscrivendo le proprie soluzioni in tecnologia web ben prima dell’avvento del cloud e della fruizione dei sistemi ERP via mobile» – prosegue Giorgio Mini. Sottolineando anche che «oggi il modello vincente è l’ERP “collaborativo”, ossia un sistema aperto che genera flussi documentali in formato digitale che possono essere condivisi in modo facile e veloce con tutti gli interlocutori dell’impresa: dipendenti, clienti, fornitori, enti amministrativi, e altro. Un esempio concreto di tutto questo è la fattura digitale, della quale noi gestiamo tutto il processo, dalla generazione, alla trasmissione fino alla conservazione sostitutiva».


#ERP Stefano Boaretto Tra industria 4.0 e trasformazione digitale @AlteaIn
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TRA INDUSTRIA 4.0 E TRASFORMAZIONE DIGITALE

Sempre in tema Industria 4.0, «diverse ricerche hanno previsto che entro il 2020, almeno il 30 per cento delle aziende manifatturiere interessate al 4.0, acquisteranno algoritmi di machine learning da fornitori esterni o dal marketplace. Queste sono le Industry 4.0 che guardano avanti, credono nella digital transformation e la vedono come differenziale rispetto ai competitor sul mercato» – sottolinea Stefano Boaretto, CEO di Altea IN, che fa parte della galassia di Altea Federation. Si tratta di aziende che «rivedono i propri processi e si riorganizzano secondo nuovi modelli gestionali, dove la pianificazione dipende soprattutto da analisi di informazioni basate su processi tecnologici moderni. I veri innovatori, inoltre, aggiorneranno i propri sistemi gestionali per adattarli al cosiddetto Internet of Things: Industry 4.0 e trasformazione digitale significano, per esempio, connettere su un unico bus tutti i processi aziendali, cioè quelli produttivi, logistici, service, finanziari, marketing e comunicazione, e avere accesso a una base dati strutturata e certificata che possa trasformare semplici dati in informazioni strategiche» – prosegue Boaretto. Oggi, che «la diffusione delle app e dei sistemi cloud hanno esteso l’utilizzo di piattaforme ERP, chi ha scelto un sistema ERP internazionale ha il vantaggio di avere una struttura pronta per l’aumento quantitativo e qualitativo delle informazioni: l’integrazione dei dati provenienti dalle macchine e dalle linee produttive, con tecnologia IoT, permette di effettuare interventi utili a seguire correttamente l’andamento del mercato» – spiega ancora Boaretto, indentificando come elementi vincenti «gli strumenti nativi di integrazione come la suite XI (ION, Mingle, Infor BI, Document management, etc.), un bus che permette di gestire piattaforme diverse in un unico sistema generatore di informazioni strategiche».


#ERP Gian Domenico Ceroni Interconnessione di macchine, dati e persone @VMSistemi
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NON SOLO INDUSTRIA 4.0

Il nuovo paradigma dell’Industria 4.0 è al centro anche dell’analisi di Daniele Lombardo, Direttore Marketing and Digital di TeamSystem, in quanto esprime “una forte esigenza da parte delle aziende per recuperare produttività e competitività sui mercati, come dimostra il successo del piano Calenda nel corso del 2017. TeamSystem è da tempo impegnata nel fornire soluzioni che completano i sistemi ERP con componenti che supportano i processi di automazione di fabbrica, in linea con i principi di Industria 4.0. Rilevatori IoT posti sulle macchine di lavorazione allineano costantemente il sistema gestionale con le informazioni provenienti dai centri di lavorazione”. Ma non solo: oggi la società sta anche facendo evolvere la propria proposta, “in collaborazione con Leonardo, su due fronti: la realizzazione di Shop Floor Analytics per monitorare la situazione del sito produttivo, e l’utilizzo di tecnologie Big Data per la raccolta e l’elaborazione della grande massa di informazioni che i rilevatori IoT sono oggi in grado di collezionare”, prosegue Lombardo. Un altro fenomeno di rilievo è quello del cloud, che come noto “è entrato nel mercato dell’ERP da diverso tempo, ma oggi, con la trasformazione digitale, sta vivendo una nuova prospettiva di utilizzo.

Abbiamo realizzato una piattaforma in cloud, AGYO, che mette in comunicazione clienti, fornitori, professionisti, pubblica amministrazione e circuito bancario, permettendo lo scambio di informazioni e documenti in formato digitale. AGYO è utilizzato oggi da più di 42mila realtà del mercato italiano e sono stati effettuati oltre 4,5 milioni di invii”, sottolinea Lombardo, precisando che data la crescita anche in Italia della domanda di sistemi gestionali in cloud, “abbiamo recentemente investito in una nuova piattaforma ERP, Reviso, dedicata alle piccole aziende nata per essere fruita in SaaS. Reviso conta oggi oltre 3mila utilizzatori in Italia, Spagna, Francia, Germania e Regno Unito”. Infine, nell’individuare i principali elementi vincenti oggi sul mercato degli ERP, Daniele Lombardo evidenzia che “il nostro ERP è in continua evoluzione grazie a un piano di investimenti che considera sia i più importanti trend del mercato sia le esigenze raccolte in molti momenti di ascolto in cui coinvolgiamo la nostra base clienti. Accanto alle evoluzioni legate alla copertura funzionale delle nostre applicazioni, anche in importanti settori verticali di mercato, abbiamo indirizzato l’evoluzione del prodotto verso l’esperienza d’uso dell’utente: all’ERP si accede attraverso un portale, Polyedro Experience, che guida in modo facile e intuitivo l’utente nell’utilizzo del sistema. In funzione del profilo dell’utente apposite widget app mettono subito in evidenza le informazioni principali e le criticità rilevate”.

PER LA QUARTA RIVOLUZIONE INDUSTRIALE

Gian Domenico Ceroni, president & CEO di VM Sistemi punta l’attenzione sull’industria. Le prime tre rivoluzioni industriali si potrebbero riassumere con tre parole: «La prima è “forza”, ovvero strumenti di produzione meccanici (macchine a vapore). La seconda, “scala”, cioè linee di montaggio alimentate a energia elettrica. La terza, “velocità”, nel senso di automazione, elettronica e informatica. La quarta rivoluzione industriale spinge invece all’interconnessione di macchine e persone, grazie alle nuove tecnologie digitali, che porteranno produzione, distribuzione e consumi all’istantaneità. Il concetto di Industria 4.0 risulta perciò riduttivo e, trasversalmente ai settori di attività, riteniamo doveroso ragionare in termini di Impresa 4.0, nonché di cliente 4.0». In questo scenario, «per giocare un ruolo da protagonisti e supportare le aziende nello sfidante obiettivo di raggiungere l’istantaneità, forniamo soluzioni infrastrutturali e applicative iperintegrate. Aggiungiamo cioè valore alla somma delle singole componenti, mettendo in campo tutte le nostre competenze, finalizzate al governo di tecnologie, in grado di segnare una netta e profonda linea di demarcazione fra il tradizionale e il nuovo» – prosegue Ceroni, sottolineando che «nel concreto abbiamo appena lanciato la nostra nuova soluzione ERP, basata su SAP Business One, realizzata specificatamente per i distributori di materiale elettrico: lightOne. Connubio della potenza di SAP, dell’innovatività della piattaforma HANA e della nostra esperienza ultratrentennale maturata al fianco degli operatori del settore, lightOne rappresenta solo la prima di una serie di soluzioni, che permetteranno a tutte le imprese della Distribuzione di compiere un importante salto verso il futuro».


#ERP Paola Pomi Più valore per il business con le app #SinfoOne
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VALORE PER IL BUSINESS CON LE APP

Sicuramente nel mobile, app e cloud hanno rappresentato nuove sfide e nuovi traguardi per l’offerta ERP, dando la possibilità di portare ai clienti nuovi vantaggi e di trasformare, ancora una volta, la tecnologia in valore per il business, come ci spiega Paola Pomi, direttore generale di Sinfo One. Più in particolare, «le piattaforme Sinfo One sono state predisposte per poter generare app specifiche, con un nuovo concetto di user experience, per le varie funzioni che il cliente richiede in mobilità». Infatti, sono già disponibili app su ambiti specifici quali, per esempio, le approvazioni delle richieste di acquisto, l’inserimento e l’approvazione delle note spese, la compilazione di rapporti d’intervento, dashboard di controllo degli andamenti aziendali in vari ambiti. E tutto questo è solo l’inizio. «Per noi – continua Paola Pomi – è stato importante spingere sulla tecnologia per poter trasformare qualsiasi applicazione in una app». Ma non solo: «Il cloud è una nuova modalità di fruizione delle applicazioni. La flessibilità delle applicazioni, in termini di personalizzazione e customizzazione, è un grande valore aggiunto per i nostri clienti. Abbiamo quindi scelto per le nostre applicazioni, specialmente per l’ERP, ambienti cloud dedicati, sfruttando essenzialmente i layer cloud IaaS e PaaS, cioè infrastruttura e piattaforma come servizio».


#ERP Stefania Donnabella Parola d’ordine #integrazione @Cegeka_IT
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PAROLA D’ORDINE: INTEGRAZIONE

Stefania Donnabella, amministratore delegato di Cegeka, sottolinea che «un ERP moderno è la base su cui costruire la propria strategia digitale e la parola d’ordine per noi è integrazione, tra processi aziendali, canali digitali e mercato. Le aziende richiedono con sempre maggiore insistenza costi certi di implementazione e, soprattutto, sono sempre più attente alla raccolta di dati derivanti dai processi. I sistemi MES e l’IoT rappresentano i maggiori punti di contatto dell’ERP con l’Industry 4.0, insieme all’integrazione verticale e orizzontale dei processi resa possibile dall’ERP anche oltre i confini aziendali. Inoltre l’ERP assume sempre più importanza come fornitore di dati per le applicazioni di analytics». Rilevato che «il cloud è un elemento centrale dell’Industry 4.0 e che la richiesta di soluzioni cloud è consistente», Stefania Donnabella spiega che «l’impatto sull’ERP è evidente soprattutto in termini di velocità di implementazione, senza contare gli aggiornamenti garantiti e i dati sempre disponibili. Però, occorre avere competenze specifiche nei settori merceologici ed essere in grado di eseguire un corretto Business Impact Assessment: capire qual è l’impatto che il progetto può avere sull’azienda, comprendere e condividere gli obiettivi e le esigenze del cliente e ridurre i rischi di progetto».


#ERP Roberto Gandini Evoluzione cloud in primo piano @QAD_Community
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CLOUD IN PRIMO PIANO

«L’Industria 4.0 è la risultante di una serie di innovazioni tecnologiche, ormai alla portata di tutti, che rappresentano indubbiamente un vantaggio competitivo per le aziende che sapranno adottare prontamente questi cambiamenti, pur mantenendo inalterate le operazioni quotidiane» – fa notare Roberto Gandini, director professional services e CPIM di QAD Italy. Trattandosi di «una vera e propria “rivoluzione”, catalizzata da una vasta accessibilità delle reti di comunicazione, dalle crescenti prestazioni dei nuovi sensori intelligenti che permettono una conoscenza e una condivisione di informazioni prima impossibili, dalle evolutissime capacità di analisi anche predittive e dalla infinita potenza di calcolo raggiungibile grazie alla scalabilità dei sistemi cloud, diventa fondamentale identificare un partner tecnologico e competente a cui demandare questa transizione, pur continuando a focalizzarsi sul proprio core business» – prosegue Gandini, spiegando che «da quasi otto anni, ci proponiamo sul mercato come azienda cloud, fornitore di un gestionale completo, internazionale, specifico per i principali verticali del manifatturiero, accessibile da ogni tipo di device, al quale affianchiamo una serie di servizi complementari, anch’essi rigorosamente cloud, tra cui la raccolta dei dati di produzione in tempo reale, l’integrazione applicativa attraverso le più moderne architetture SOA, oltre che attraverso lo scambio di messaggistica EDI, la pianificazione del forecast e di tutta la supply chain aziendale, la qualità e i trasporti».


#ERP Claudio Ferrari Soluzioni su misura per le PMI #FourSolutions #TargetCross
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LE PMI COME MERCATO DI ELEZIONE

Claudio Ferrari, presidente CdA di Four Solutions e Target Cross development manager, ritiene fondamentale chiarire che «pure in un contesto mainstream, nel quale interagiscono le declinazioni dell’Industry 4.0, la disponibilità di app a uso aziendale, le modalità cloud e la fruizione dell’ERP via mobile, le soluzioni non sono necessariamente le stesse per i diversi segmenti del mercato. Perché il passaggio alla quarta rivoluzione industriale, e a quello che il legislatore ha definito come necessariamente “interconnesso”, può avvenire positivamente in due modalità distinte: o le aziende sviluppano internamente, sul tema dell’IT, modelli di integrazione verticale o richiedono al fornitore strategico di sviluppare propri modelli di integrazione orizzontale. Per le PMI la prima ipotesi non è realistica e, perciò, la sfida si gioca sulla nostra capacità di proporci come sistema articolato di relazioni e competenze, al centro del quale porre l’ERP, le soluzioni complementari e le modalità d’utilizzo». È anche per questo che, conclude Ferrari, «per noi le sfide sono il mobile e le app nell’ottica della fruizione e, dal punto di vista funzionale, la strumentazione in grado di offrire capacità “coerente” di analisi su una mole di dati via via crescente e diversificata per natura e provenienza».


#ERP Pierfrancesco Angeleri Collaborazione e crescita comune sostenibile @Ipsoa
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PUNTARE SU RICERCA & SVILUPPO

«L’investimento in innovazione digitale spinto da Industry 4.0 non sembra uniforme e appare diretto verso varie direzioni. La consapevolezza dell’importanza sia strategica sia tattica dell’innovazione digitale è chiara sul mercato, ma spesso le decisioni d’investimento non sono così focalizzate come ci si dovrebbe aspettare. Il mercato delle soluzioni gestionali ed ERP, di converso, non attraversa un momento di particolare vivacità. Registriamo una tenuta del mercato e non ci aspettiamo impennate nel corso dell’esercizio» – rivela Pierfrancesco Angeleri, managing director di Wolters Kluwer Tax & Accounting Italia. Dovendo invece identificare i fenomeni in atto, Angeleri fa notare che «commercialmente il cloud è ancora in fase di sviluppo. Presi percentualmente, i numeri di crescita sono decisamente più importanti dei numeri complessivi, ma in termini assoluti il prodotto “as a Service” non è ancora un prodotto di utilizzo massivo. Le motivazioni sono molteplici: il passato forte investimento sull’on premise ancora da ammortizzare, una connettività che talvolta è ancora difficile e disomogenea nel nostro Paese. Detto questo, Wolters Kluwer Tax & Accounting Italia riscontra buone reazioni alle varie declinazioni digitali che propone nell’area dei gestionali ed ERP». In questo scenario, la società è «concentrata sull’R&D, orientata dal dialogo e dai consigli che ci giungono direttamente dai nostri clienti. La collaborazione diretta è, secondo noi, l’elemento determinante per proporre soluzioni digitali innovative e adeguate alle esigenze del mercato. L’obiettivo è quello di una crescita comune sostenibile».


#ERP Antonello Morina L’ERP automatizzato via cloud #Mayking
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L’ERP AUTOMATIZZATO VIA CLOUD

«La quarta rivoluzione digitale parla di un sistema completamente interconnesso, il cui panorama tecnologico fornisce alle aziende gli strumenti per essere agili, veloci e flessibili, in grado di elaborare e organizzare in modo integrato e immediato l’immensa quantità di dati su cui lavorano ogni giorno» – conferma Antonello Morina, presidente di Mayking. In questo senso, «l’ERP gioca un ruolo strategico perché – di fatto – è il centro di governo delle informazioni di un’azienda e, per essere realmente strategico, deve interconnettersi con tutti gli attori coinvolti nella vita aziendale, come collaboratori, clienti, fornitori, potenziali clienti, e così via. Starty ERP è la soluzione cento per cento cloud realizzata da Mayking per fornire alle PMI italiane una piattaforma applicativa completa in grado di supportare tutti i processi core dell’azienda, dal CRM al bilancio. Ai nostri utenti, mettiamo a disposizione un servizio ERP pronto all’uso, che si attiva rapidamente e che consente a tutti di accedere ai dati aziendali in tempo reale da qualsiasi luogo. Grazie alle integrazioni con servizi quali Google Suite, Twilio VoIP, Shopify e-Commerce, i nostri clienti possono gestire tutta l’azienda in cloud realizzando scenari avanzati di automazione dei processi di lavoro» – conclude Morina.

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InfoCert, la digitalizzazione per crescere https://www.datamanager.it/2017/09/infocert-la-digitalizzazione-crescere/ Mon, 25 Sep 2017 08:58:47 +0000 http://www.datamanager.it/?p=131575 Forte dei suoi primi dieci anni di traguardi, il leader italiano nei servizi di digitalizzazione e dematerializzazione, nonché primaria Certification Authority a livello europeo, prosegue la sua crescita come “qualified trust service provider” che innova a tutto tondo e a supporto della trasformazione digitale Nel tumultuoso mondo dell’IT, dieci anni sono un traguardo di tutto […]

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Forte dei suoi primi dieci anni di traguardi, il leader italiano nei servizi di digitalizzazione e dematerializzazione, nonché primaria Certification Authority a livello europeo, prosegue la sua crescita come “qualified trust service provider” che innova a tutto tondo e a supporto della trasformazione digitale

Nel tumultuoso mondo dell’IT, dieci anni sono un traguardo di tutto rispetto. Soprattutto se lo si supera di slancio e con prospettive più che rosee per gli anni a venire. Gli obiettivi raggiunti da InfoCert, società del gruppo Tecnoinvestimenti, sono un ottimo esempio di come una solida strategia, un chiaro focus e un’esecuzione attenta, possono essere premianti, anche in un contesto economico e competitivo che non fa sconti a nessuno. Per comprendere meglio le ragioni di questi successi, Data Manager ha incontrato i vertici di InfoCert a metà luglio a Milano, negli avveniristici uffici della società situati nella zona sud della città, in un’area ex-industriale dove oggi hanno sede numerosi campioni della nuova economia della conoscenza. Arrivati al giro di boa di questo 2017, può essere utile scoprire l’essenza di InfoCert, iniziando con l’amministratore delegato Danilo Cattaneo, per ripercorrere le principali tappe dello sviluppo della società.

CRESCITA SEMPRE A DUE CIFRE

Nata come spin-off di InfoCamere, ovvero la società “in house” del sistema delle Camere di Commercio italiane, InfoCert ha sedi a Roma, Milano e Padova, e si è da tempo imposta nel mercato della dematerializzazione e della digitalizzazione, con tassi di crescita sempre a doppia cifra, fino a raggiungere un fatturato 2016 superiore ai 50 milioni di euro, attestandosi per l’esattezza a 52. «Oggi, il nostro organico è di 230 persone – esordisce Cattaneo – mentre nel 2010 era di 130 unità, con un fatturato di 20 milioni di euro, la metà circa del quale era derivante dal mercato “captive”. Ma già l’anno successivo, nel 2011, il fatturato è salito a quota 30 milioni di euro, con una crescita del 46 per cento e una percentuale del “captive” scesa al 33 per cento perché era aumentato il fatturato sul resto del mercato. Con la riduzione significativa dei servizi sul mercato captive, avvenuta nel 2012, i nostri ricavi si sono attestati sui 25 milioni nello stesso anno, per poi raddoppiarsi nell’arco dei successivi quattro con una crescita organica costante basata sull’innovazione».


Danilo Cattaneo AD @InfoCert_it Non solo strumenti e #compliance ma innovare i #processi
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IL GRUPPO TECNOINVESTIMENTI

A Pier Andrea Chevallard, amministratore delegato di Tecnoinvestimenti, Data Manager ha chiesto quali sono il ruolo e il valore di InfoCert all’interno del Gruppo, che è tra gli operatori di primo piano in Italia nelle tre aree di business Digital Trust, Credit Information & Management e Sales & Marketing Solutions. «Il Gruppo è relativamente giovane, visto che siamo nati nel 2009, e si è posto fin da subito l’obiettivo di acquisire il controllo di società attive nell’ambito dell’economia digitale e della conoscenza, con un percorso importante che sta vedendo l’aggiunta di tante aziende messe al servizio del Sistema Italia, con un occhio di riguardo anche verso le PMI» – spiega Chevallard. InfoCert, che fa parte della business unit Digital Trust, è stata la prima a far parte del Gruppo, che dal 2016 è quotata nel segmento STAR della Borsa di Milano, dopo due anni nei quali ha fatto parte dell’AIM, anche in ragione dei risultati di tutto rilievo conseguiti dal gruppo Tecnoinvestimenti: i dati 2016 parlano infatti di un fatturato vicinissimo ai 150 milioni di euro, con un EBITDA che ha sfiorato i 30 milioni e un risultato netto di poco superiore ai 12 milioni. Il Gruppo poggia su una capitalizzazione in Borsa di oltre 200 milioni di euro e ha oltre 1.000 dipendenti in totale.

Sede di Milano – gli uffici avveniristici di InfoCert situati nella zona sud della città

LEADERSHIP NON SOLO IN ITALIA

Tornando a InfoCert, la società è oggi una delle maggiori Certification Authority a livello europeo per la firma digitale e per i processi di conservazione digitale dei documenti, oltre a essere leader in Italia per la Posta Elettronica Certificata: la società gestisce oltre un milione di transazioni PEC al giorno, che è come dire la metà circa del totale italiano, «con una progressione costante di crescita anche in un mercato stagnante se non in diminuzione» – mette in evidenza Danilo Cattaneo. Da fine 2015, InfoCert è anche gestore accreditato AgID dell’identità digitale di cittadini e imprese, in conformità ai requisiti regolamentari e tecnici dello SPID, il Sistema Pubblico per la gestione dell’Identità Digitale. Le soluzioni InfoCert sono rivolte alla dematerializzazione dei processi documentali di imprese, associazioni, ordini professionali, pubblica amministrazione e professionisti. La gamma prodotti comprende servizi per la gestione di posta elettronica certificata (Legalmail), la certificazione e la sicurezza digitale (LegalCert), la conservazione digitale a norma dei documenti (LegalDoc), l’integrazione dei servizi a norma con le applicazioni del cliente, con infrastruttura in cloud (LegalCloud), il servizio di fatturazione elettronica (Legalinvoice), il cloud storage sicuro (SecureDrive) e le soluzioni ancora più avanzate come GoSign, GeoSign e la Trusted Onboarding Platform, che verranno esaminate in dettaglio più avanti.

INNOVAZIONE IN POLE POSITION

Ma l’evoluzione di InfoCert non riguarda solo la crescita o la composizione del fatturato, in quanto «se dieci anni fa, vendevamo soprattutto prodotti, oggi offriamo soprattutto progetti di business transformation che fanno evolvere i processi aziendali basati su procedure di firma tradizionali e conseguente trattamento cartaceo dei documenti a processi digitali di valore che si basano sulle soluzioni di firma digitale e posta elettronica certificata» – prosegue Cattaneo. Si tratta di «un aspetto rilevante anche in ottica di trasformazione digitale dell’intero sistema Paese, che vede sia nella PEC sia nella firma digitale due punti irrinunciabili a livello normativo per abilitare il cambiamento» – spiega Cattaneo, sottolineando «l’alto tasso di innovazione che InfoCert ha sempre cercato di innestare nelle proprie soluzioni. Se gli obblighi di legge costituiscono spesso il driver per la trasformazione, bisogna però essere in grado di costruirvi sopra un’innovazione anche nei processi, e questa è in effetti la vera linea guida nella nostra azione sul mercato, con moltissimi esempi di clienti che hanno utilizzato i servizi digitali a valore legale come leva per realizzare una trasformazione in senso più ampio» – fa notare Cattaneo.

NUOVI INTERLOCUTORI

Anche gli interlocutori di InfoCert sono oggi diversi da quelli del passato: «Oggi, parliamo soprattutto con le LOB e con i CIO, perché adesso tutti hanno una PEC, in ragione dell’obbligo normativo. L’interlocutore non è più solo l’ufficio acquisti, ma principalmente chi si occupa di innovazione e trasformazione all’interno dell’azienda» – aggiunge Pierpaolo Benintende, direttore marketing della società, raccontando il caso di molte tra le più importanti banche, che «hanno assegnato una PEC gestita da noi a ogni loro cliente, per farci transitare le comunicazioni con la banca». Il vantaggio in questo caso è duplice: «Con il nostro servizio di posta certificata uniamo usabilità al valore legale, visto che si tratta dello stesso meccanismo, controllato dalle autorità normative, che è alla base di tutte le PEC da noi offerte sul mercato» – evidenzia Benintende.


Crescita e strategia premiano @InfoCert_it come #DigitalTrustServiceProvider qualificato
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BUSINESS DRIVEN INNOVATION

Questo caso esemplifica forse nella maniera più evidente come InfoCert opera oggi sul mercato, in uno scenario in cui «non basta disporre degli strumenti, ma occorre anche essere sempre innovativi» – come fa notare Danilo Cattaneo. Non a caso, la società ha registrato nel solo 2016 sei brevetti: «Gran parte della nostra crescita di fatturato nasce dalle nostre innovazioni, che traggono la loro origine sempre dall’esigenza di risolvere problemi e processi specifici dei nostri clienti» – sottolinea Carmine Auletta, chief innovation officer di InfoCert da quasi due anni, spiegando che la società investe in ricerca e sviluppo una somma nell’ordine dei 3-4 milioni di euro all’anno, coperti anche da finanziamenti italiani o europei. «L’innovazione, che ha sempre fatto parte del nostro DNA, è il nostro vero valore differenziante e si pone come vero fattore critico di successo, in un trend che si autoalimenta con nuovi prodotti e soluzioni che nascono principalmente dall’ascolto costante dei nostri clienti. È anche per questo che possiamo a buon diritto parlare di “business driven innovation”, che si affina anche con i rapporti di collaborazione con gli istituti universitari e di ricerca sia in Italia sia in altri paesi europei, come l’Università di Salerno, la Bocconi di Milano o l’Università di Graz in Austria, solo per citare alcuni esempi» – spiega Auletta.

Carmine Auletta – chief innovation officerdi InfoCert

ESPERIENZA UTENTE AL TOP

Un altro esempio chiarisce al meglio cosa si intende per innovazione in InfoCert: si tratta del brevetto ottenuto nel 2014 per il riconoscimento a distanza via web, che consente agli utenti di svolgere il processo per l’ottenimento della firma digitale direttamente dal pc. Si tratta della Trusted Onboarding Platform, detta anche TOP, che ha trovato utilizzo in quei mercati nei quali l’acquisizione di un cliente richiede la firma di un contratto, con ampia applicazione nel settore bancario, dove è usata da oltre venti innovative banche online: in sostanza, il sistema permette di avere “on board”, cioè operativo a tutti gli effetti di legge, un nuovo cliente semplicemente via webcam, con un’unica sessione web certificata che elimina la necessità di recarsi in filiale a firmare di persona, rendendo possibile aprire un nuovo conto corrente sette giorni su sette, con una drastica riduzione dei rischi connessi ai furti d’identità e con notevoli risparmi di tempo. Oltre alla possibilità di aprire un conto in meno di dieci minuti, la soluzione di InfoCert comporta anche un miglioramento notevole di un aspetto che – oggi – ha sempre più valore: la “user experience”. In questo senso, l’uso di una Trusted Onboarding Platform, quale quella proposta da InfoCert, permette di declinare in maniera completa la firma digitale, permettendo utilizzi che vanno a vantaggio di tutti, sia dei soggetti come le banche che rafforzano la sicurezza e accrescono la fiducia senza intaccare l’esperienza d’uso del cliente, anzi migliorandola notevolmente, sia del cliente stesso che si sente più sicuro nei rapporti con l’istituto di credito.

IL TRUST SERVICE PROVIDER SI PRESENTA

Un esempio come quello appena visto rappresenta anche l’essenza del passaggio di InfoCert da Certification Authority, sempre in grado di offrire soluzioni per la digitalizzazione al più elevato livello di fiducia, a vero e proprio “digital trust service provider” qualificato. Spiega, infatti, Danilo Cattaneo: «La compliance agli obblighi di legge costituisce il punto di partenza per un quadro più vasto, in quanto siamo una società fortemente soggetta alle normative e agli audit degli enti che ci regolano, ma la nostra vocazione di “trusted service provider” ci spinge a offrire molto di più che il minimo indispensabile per rendere i nostri clienti “compliant” alle leggi». Lo spirito di InfoCert è essenzialmente quello di «trarre vantaggio dalle tecnologie che evolvono, e anche dalle normative che progrediscono, non solo per aiutare i nostri clienti a essere “compliant” con le disposizioni, ma anche per fornire valore tramite nuovi utilizzi e nuovi processi» – fa notare Pierpaolo Benintende, aggiungendo che «questo è possibile soprattutto con i clienti che sono più aperti all’innovazione, cioè quelli che sono in grado di rendersi rapidamente conto che i ritorni possono davvero essere notevoli. Anche perché le nostre soluzioni hanno tempi di rilascio estremamente brevi, determinando un ROI, ritorno sull’investimento, sicuramente allettante, come testimoniato da alcuni studi di analisti internazionali».


.@InfoCert_it #CertificationAuthority a livello europeo e leader in Italia è per la #PEC
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IL MODELLO DI GO-TO-MARKET

Non bisogna però pensare che le soluzioni innovative proposte da InfoCert siano riservate unicamente alle aziende di grandi dimensioni: «I nostri prodotti sono tutti in cloud, e proprio per questo sono fruibili anche alle piccole e medie imprese, visto che sono applicabili con la massima scalabilità» – precisa l’AD di InfoCert. La società ha circa 2 milioni di clienti attivi, un quarto dei quali derivanti dal sito web, e oltre 1.500 clienti di tipo enterprise, un terzo dei quali vengono seguiti direttamente da InfoCert stessa. «Per quanto invece riguarda i partner, la nostra “digital trust platform” ci consente di coprire l’intera catena del valore e di abilitare i nostri partner a operare nella fornitura dei servizi» – spiega Benintende, rivelando che oltre ad avere già in squadra Vodafone in qualità di reseller in Italia per l’ambito PMI, stiamo abilitando alcuni system integrator anche per i prodotti a scaffale, con l’obiettivo di averne a regime una trentina in Italia e una decina in Europa». Ma non solo: le soluzioni InfoCert si integrano già con i principali sistemi ERP, e la stessa SAP ha scelto la società quale unico partner certificato per la fatturazione elettronica in Italia.

FIRMARE OVUNQUE

È giunto il momento di analizzare più in dettaglio quelli che sono i capisaldi dell’offerta attuale della società. In primo luogo, va citata la soluzione GoSign, una piattaforma disponibile sia on premise sia in cloud per firmare con valore legale i documenti, direttamente online e da qualsiasi dispositivo. La soluzione si rivolge alle aziende di livello enterprise e alla PA, ma anche a PMI e professionisti, in particolare avvocati e commercialisti. Con un’esperienza d’uso estremamente intuitiva, analoga al classico “libro firma” cartaceo, la soluzione si integra nativamente con i sistemi ERP e quelli documentali, e permette di gestire completamente in digitale e in modalità collaborativa i processi di firma, organizzando e condividendo documenti semplici o pratiche complesse con colleghi, clienti e fornitori, tracciando in tempo reale ogni fase del processo di firma.

Pierpaolo Benintende – direttore marketing di InfoCert

ADDIO AL “LIBRO FIRMA”

GoSign permette, per esempio, di verificare in ogni istante chi ha firmato, chi è in ritardo, chi ha rifiutato o ha richiesto modifiche, in quanto è accessibile via web ma anche da smartphone e tablet grazie ad apposite app disponibili per iOS e Android, che permettono il completamento o la richiesta di processi di firma in mobilità, senza il rischio di bloccare iter approvativi urgenti. È anche grazie a queste caratteristiche che GoSign ha già trovato numerose applicazioni sia in ambito B2B, per esempio negli acquisti, sia nel B2C, soprattutto per il settore bancario e assicurativo, arrivando nel corso del 2016 a triplicare il proprio fatturato rispetto all’anno precedente. Un caso interessante al riguardo è quello di Barilla, che ha attività in 150 paesi e 200 procuratori sparsi in tutto il mondo, e ha deciso di applicare la piattaforma per la firma digitale GoSign a tutti i contratti e a tutti gli ordini di acquisto superiori a seimila euro, implementandola in Italia, Francia, Germania, Svezia, Grecia e Stati Uniti, con notevoli vantaggi sia con l’unificazione dei processi in tutto il mondo e una maggiore compliance, sia con una sensibile riduzione dei tempi, grazie al fatto che i documenti non devono viaggiare più per posta cartacea.

FATTURARE ELETTRONICAMENTE

Un altro importante pilastro dell’offerta InfoCert è Legalinvoice, il servizio di fatturazione elettronica che è fornito via cloud e conta attualmente più di 40mila clienti attivi. Oltre che con SAP, il sistema si integra anche con i gestionali Oracle e Microsoft Dynamics. In combinazione con GoSign, Legalinvoice permette di coprire la digitalizzazione dell’intero processo “order to cash”, e questo consente a InfoCert di essere «l’unico player a portare una soluzione interamente digitalizzata sul mercato e basata su servizi di digital trust». Sull’adozione anche in ambito B2B della fatturazione elettronica, che ha come noto preso piede soprattutto nella PA in seguito alla sua obbligatorietà che data da oltre un anno, si potrebbero esprimere numerose considerazioni. La posizione di InfoCert viene riassunta da Danilo Cattaneo, sottolineando che il vero problema dell’Italia non è la disponibilità della tecnologia, in quanto bastano ormai solo un pc o uno smartphone, ma la cultura dell’innovazione: «Se non è certo difficile operare con le grandi e medie aziende che comprendono perfettamente i vantaggi di una gestione completamente digitalizzata dell’intero ciclo della fatturazione, è meno agevole farlo con le piccole imprese polverizzate sul territorio, ed è per questo che i nostri sforzi si sono indirizzati verso queste realtà».


.@InfoCert_it gestore accreditato #AgID dell’identità digitale di cittadini e imprese #SPID
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GEOLOCALIZZAZIONE PREMIATA

GeoSign è un’altra delle innovazioni introdotte dalla Ricerca & Sviluppo di InfoCert, che consiste in un metodo per la geolocalizzazione certificata di dove si è compilato e firmato un documento digitale, sfruttando la possibilità di raccogliere, tramite un device mobile come smartphone o tablet, l’informazione certa della posizione del soggetto utilizzatore e agganciarla indissolubilmente a un dato prodotto dall’utente stesso, come un verbale di controllo, o a un dato generato dall’Autorità di Certificazione, come per esempio un template di effettuato intervento di manutenzione. Il tutto garantito da InfoCert che rende impossibile l’interferenza da parte di altre applicazioni che potrebbero ingannare il GPS e che ingloba le informazioni di localizzazione con uno strumento in grado di garantirne l’immodificabilità: una firma digitale. Ma soprattutto a un costo limitato, in quanto il cuore di GeoSign è in una app. Tra gli utilizzi possibili di GeoSign si possono esemplificare le certificazioni della filiera agroalimentare, le perizie o i sopralluoghi per le manutenzioni, oppure l’assistenza sanitaria domiciliare. Proprio quest’ultima applicazione è stata premiata nello scorso giugno da una giuria di più di 50 CIO con un Digital360 Award, in merito alla registrazione degli interventi che gli operatori sanitari svolgono a domicilio dei pazienti, con raccolta della firma grafica su phablet e controfirma del rapporto con firma digitale georeferenziata.

Pier Andrea Chevallard – amministratore delegato di Tecnoinvestimenti

SEMPRE AL TOP

Ma il vero cuore dell’innovazione targata InfoCert è la Trusted Onboarding Platform (TOP), ovvero la soluzione brevettata da InfoCert per l’on-boarding dei clienti, che consente di dematerializzare e rendere pienamente gestibile da remoto l’intero processo, a partire dalla fase di riconoscimento del cliente fino alla sottoscrizione a norma del contratto. Permettendo di gestire l’acquisizione di nuovi clienti esclusivamente attraverso canali digitali e in soli dieci minuti in piena sicurezza, la soluzione TOP trova applicazione in numerosi ambiti bancari, delle telco, delle utility e non solo, migliorando notevolmente la user experience dei clienti e permettendo risparmi significativi. A quantificarli ci ha pensato la società indipendente di ricerche Forrester, che ha verificato come una primaria banca europea abbia potuto aumentare del 30 per cento il numero di nuovi clienti, con una riduzione dell’80 per cento dei casi di frode. Di conseguenza, tali benefici hanno generato per il cliente un ROI pari al 174 per cento, con un “payback” delle somme investite misurabile in 0,6 mesi, con benefici complessivi su tre anni pari a 14,7 milioni di euro e un incremento del 30 per cento nel tasso di conversione da prospect a cliente, grazie alla esperienza utente interamente digitale.

UNO SGUARDO AL FUTURO

Alla fine di questa ampia cavalcata nell’universo InfoCert, è doveroso chiedersi quali saranno i prossimi dieci anni della società. Le prospettive si preannunciano più che positive, in quanto sia il quadro normativo sia lo scenario tecnologico presentano spunti di sicuro interesse. A proposito di normative nell’ambito in cui opera InfoCert, va sottolineato che fino a poco più di un anno fa queste erano essenzialmente nazionali, ma da quando nel luglio 2016 è entrato in vigore il Regolamento eIDAS, che di fatto ha reso possibile l’interoperabilità delle piattaforme di digital trust all’interno dell’Europa a 28, le possibilità di crescita all’estero si sono fatte ancora più concrete. Qui va detto che InfoCert si è mossa in anticipo, prima che la normativa eIDAS entrasse in vigore, aprendo un ufficio a Londra che ha già cominciato a raccogliere consensi di mercato. A questo è seguito un ufficio in Germania, mentre è dello scorso giugno la notizia dell’aggiudicazione a InfoCert del contratto con Frontex, l’Agenzia europea della guardia di frontiera e costiera, relativo a un progetto di durata triennale, eventualmente prorogabile, basato sull’implementazione di soluzioni di firma elettronica e l’erogazione di servizi di Digital Trust, con certificati di firma e marcature temporali conformi allo standard stabilito da eIDAS. InfoCert punta a sostenere la crescita oltralpe anche con un attento programma di M&A, cercando di identificare potenziali partner o target che ne agevolino lo sviluppo efficace sui mercati più strategici. Attengono infine all’ambito tecnologico le nuove frontiere della Blockchain e dell’Internet of Things, dove il bisogno di un “trusted IoT” si fa sempre più sentito. Si tratta di ambiti in cui InfoCert sta già realizzando soluzioni innovative. Ma di questo se ne parlerà più avanti.

Foto di Gabriele Sandrini

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