Roberto Patano – Data Manager Online https://www.datamanager.it Il portale dell'ICT professionale Mon, 08 Oct 2018 10:02:40 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=5.8.13 https://www.datamanager.it/wp-content/uploads/2020/04/dmo-favicon3.png Roberto Patano – Data Manager Online https://www.datamanager.it 32 32 NetApp: una nuova strategia per la maturità https://www.datamanager.it/2017/06/netapp-nuova-strategia-la-maturita/ Thu, 08 Jun 2017 09:47:19 +0000 http://www.datamanager.it/?p=126306 Avvicinandosi a grandi passi al proprio venticinquesimo compleanno, l’azienda rivede l’offerta e la riorganizza pensando all’evoluzione delle esigenze dei clienti e del mercato L’evoluzione delle tecnologie IT è rapidissima: lo si sente ripetere da tempo, ma quando si può ascoltare la storia di un protagonista quale NetApp, è immediato accorgersi di quanto quest’affermazione sia vera, […]

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Avvicinandosi a grandi passi al proprio venticinquesimo compleanno, l’azienda rivede l’offerta e la riorganizza pensando all’evoluzione delle esigenze dei clienti e del mercato

L’evoluzione delle tecnologie IT è rapidissima: lo si sente ripetere da tempo, ma quando si può ascoltare la storia di un protagonista quale NetApp, è immediato accorgersi di quanto quest’affermazione sia vera, soprattutto in alcuni settori di mercato, come lo storage. NetApp compie infatti in questi giorni (il 9 giugno, per l’esattezza) 25 anni e ha realizzato un percorso notevole. Infatti oggi l’azienda è sulla frontiera delle più recenti novità tecnologiche nell’ambito dello storage e delle architetture infrastrutturali. Lo dimostrano le novità presentate ai giornalisti a Milano il 7 giugno e raccontate da Marco Pozzoni, country sales director e da Roberto Patano, senior manager systems engineering di NetApp Italia. Pozzoni ha esordito in teleconferenza, raccontando come l’azienda abbia intrapreso un percorso di crescita basata sulla spinta verso la Digital Transformation, evoluzione su cui sono impegnati molti clienti e partner di NetApp. La strategia dell’azienda si sviluppa oggi su tre aree principali: cloud (soprattutto cloud ibrido), data center di prossima generazione e modernizzazione dello storage in chiave All Flash. «In Italia siamo al secondo posto in termini di quota di mercato sulla tecnologia All Flash», conferma Pozzoni. Ma tutto ruota attorno al dato, che rappresenta il vero fulcro della strategia di NetApp di attenzione ai propri clienti. Un dato che sia sicuro, garantito ma, soprattutto, a prova di futuro, cioè sempre disponibile anche sul medio-lungo termine: tanto da superare in importanza l’infrastruttura stessa. «Il dato è il bene più prezioso di cui dispone il nostro cliente», aggiunge Pozzoni.

Nuovi prodotti

La strategia NetApp non si declina solo nell’approccio al mercato ma, ovviamente, anche nell’offerta, sia di prodotti che di servizi, in altri termini: di soluzioni. Così, sono state presentate diverse novità, che prendono le mosse da alcune considerazioni di base. «NetApp sta guadagnando consensi e quote di mercato anche su tecnologie che non fanno parte del nostro bagaglio tradizionale – spiega Patano -, come a esempio l’All Flash Array». In generale, le soluzioni più richieste oggi sul mercato sono basate su architetture Open, Software-Defined e legate al cloud, soprattutto all’hybrid cloud, «e questo negli ultimi sei mesi sta accadendo anche in Italia». Per questo, e per rispondere alle esigenze di modularità, flessibilità e scalabilità che giungono dai clienti, NetApp lancia oggi HCI, una soluzione iperconvergente basata su nodi comprendenti una componente di elaborazione, una di storage flash e una di networking, componibili per rispondere a tutte le richieste. «Si parte da un modulo base con 2 nodi computazionali e 2 nodi di storage e si scala su tre modelli di consumption: small, medium e large, in base a dimensioni ed esigenze dell’azienda». La nuova piattaforma, basata sulle tecnologie SolidFire, azienda recentemente acquisita da NetApp, offre caratteristiche quali semplicità di gestione e modularità, per cui «si possono aggiungere anche solo moduli storage, senza incorrere in costi aggiuntivi e nascosti di licenze software, come spesso accade», dal momento che, tra l’altro, HCI viene offerta con VMware già installato (una licenza di prova da 60 giorni).

 

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Infrastrutture software defined: l’arte della flessibilità https://www.datamanager.it/2016/04/infrastrutture-software-defined-larte-della-flessibilita/ Wed, 20 Apr 2016 09:37:05 +0000 http://www.datamanager.it/?p=99498 IDC Italia: la digitalizzazione del business trova un contraltare immediato nell’evoluzione dei data center aziendali verso un’automazione sempre più spinta Tecnologie e soluzioni informatiche hanno svolto un ruolo essenziale per il presente e il futuro delle imprese, ma sotto la spinta di fattori come la mobilità, il social, l’esplodere delle informazioni generate dalle transazioni e […]

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IDC Italia: la digitalizzazione del business trova un contraltare immediato nell’evoluzione dei data center aziendali verso un’automazione sempre più spinta

Tecnologie e soluzioni informatiche hanno svolto un ruolo essenziale per il presente e il futuro delle imprese, ma sotto la spinta di fattori come la mobilità, il social, l’esplodere delle informazioni generate dalle transazioni e dalle interazioni tra persone e oggetti sta trasformando profondamente il modo in cui il business fa leva sulle infrastrutture fisiche e i dispositivi e di conseguenza sta cambiando la modalità di indirizzamento degli investimenti tecnologici, il deployment e il provisioning delle risorse di elaborazione, le decisioni strategiche che sono alla base dell’acquisizione di soluzioni informatiche. Secondo IDC, entro la fine del 2016 due terzi dei CEO delle 500 maggiori aziende mondiali, inseriranno la Digital Transformation al centro delle proprie strategie, ma le organizzazioni più piccole, specie se già infrastrutturate, non saranno meno esposte al vento della “nuova” informatica.

Sarà una sfida complessa, che tocca in prima persona CIO, CTO, Chief Innovation e Digital Officer, figure oggi inserite all’interno di processi decisionali sempre più dinamici e interdipendenti. L’urgenza con cui è necessario posizionarsi in nuovi ecosistemi (mobile business, customer engagement, data-driven marketing, IoT) è tale da porre immediati interrogativi sull’adeguatezza di modelli, infrastrutture e ambienti IT: non solo di quelli comunemente definiti legacy o tradizionali, ma anche di quelli espressione di scelte compiute pochi anni orsono.

Per offrire alle imprese private e pubbliche italiane una serie di spunti importanti, IDC ha organizzato, tra Roma e Milano, un duplice evento dedicato all’evoluzione del data center e ai temi della flessibilità e dell’automazione di infrastrutture che oggi sono sempre più software defined sul piano della gestione dei carichi di lavoro e del provisioning di applicazioni e servizi di rete.

Aprendo a Roma l’evento che verrà replicato il 20 aprile a Milano, Fabio Rizzotto, Senior Research & Consulting Director di IDC Italia ha rilevato come in questi ultimi due anni il fenomeno della Digital Transformation ha cominciato ad assumere proporzioni estese e pervasive, interessando le aziende e le diverse line of business nella loro integrità. Tanto, ha osservato l’esperto, che «le decisioni riguardanti gli investimenti in tecnologie oggi non vengono prese all’interno della divisione IT, ma nella sala del consiglio di amministrazione». Il top management ha capito che le opportunità offerte dalla digitalizzazione comportano una domanda tecnologica partecipata da parte di tutte le divisioni aziendali. La parola d’ordine, per infrastrutture che devono rispondere a una costante accelerazione nei tempi di sviluppo, testing e deployment di nuovi prodotti e servizi ad alto contenuto digitale è “agilità”.

Quali temi interessano questo percorso di adeguamento del data center? «Secondo le nostre valutazioni – afferma Rizzotto – da qui a un paio d’anni, il grosso delle decisioni di investimento infrastrutturale – parliamo di tre decisioni su quattro – riguarderanno temi come la commoditizzazione dello storage e dei suoi strumenti gestionali, la virtualizzazione dei servizi di rete, e la cosiddetta “informatica software defined.» Il data center deve rispondere alla spinta verso la convergenza, alimentata da fenomeni come la ibridizzazione del cloud, ossia dalla necessità di poter trasferire i carichi di lavoro da infrastrutture di proprietà a capacità in outsourcing e viceversa; il crescente dominio delle piattaforme di provisioning e orchestrazione open source, non più vincolate ai limiti – e alla familiarità – di ambienti proprietari protetti; l’enorme richiesta di risorse necessarie per soddisfare un fabbisogno analitico che non può essere pianificato.

Rizzotto si è soffermato anche sulle priorità della “data center operation” in Italia. «Sicurezza e compliance continuano a rappresentare la prima delle sfide che i CIO sono chiamati ad affrontare, insieme ai limiti imposti sui costi e alla necessità di mantenere il passo di aggiornamento delle tecnologie server e storage». Seguono la capacità di utilizzare al meglio il modello cloud e la migrazione dei dati dai sistemi legacy. Nel settore pubblico dominano, insieme alla sicurezza, la voglia di maggiore integrazione tra dati e applicazioni, il miglioramento delle performance e una diversa user experience per i cittadini verso cui sono rivolti i servizi.

Come rispondono Cisco e Intel, i due main sponsor dell’evento, alla richiesta di data center sempre più automatizzati e capaci di adattarsi in modo smart alle variabili esigenze di capacità e disponibilità di applicazioni e servizi? Secondo Emiliano Politano, Enterprise Technology Specialist, Intel Italia, per trarre pieno vantaggio dalla flessibilità del cloud le aziende devono evolvere verso infrastrutture software defined. «Fondamento di questo tipo di infrastruttura è una architettura hardware comune basata su processori Intel x86, che a loro volta si sono specializzati per vari ambiti di utilizzo, siano essi server, storage e networking, con feature integrate direttamente all’interno del silicio.» E Alberto Degradi, Architectural Leader di Cisco Italia, il leader globale del networking cerca di favorire la transizione verso la “application economy” dei suoi clienti rispondendo a tre necessità fondamentali: «produttività, capacità di mantenere i costi sotto controllo e capacità di far leva sul software defined network già dal lato delle applicazioni».

Le videointerviste

Videointervista ad Albert Zammar, Country Manager Italy - Veeam
Videointervista ad Albert Zammar, Country Manager Italy – Veeam
Videointervista ad Alberto Degradi, Architectural Leader - Cisco
Videointervista ad Alberto Degradi, Architectural Leader – Cisco

 

 

 

 

 

 

 

Videointervista ad Alessandro Frigerio, Partner Account Manager - Red Hat
Videointervista ad Alessandro Frigerio, Partner Account Manager – Red Hat
Videointervista a Emiliano Politano, Enterprise Technology Specialist - Intel
Videointervista a Emiliano Politano, Enterprise Technology Specialist – Intel

 

 

 

 

 

 

 

Videointervista a Maurizio Desiderio, Country Manager - F5
Videointervista a Maurizio Desiderio, Country Manager – F5
Videointervista a Riccardo Pasini, Lead Sales Specialist Citrix Delivery Network
Videointervista a Riccardo Pasini, Lead Sales Specialist Citrix Delivery Network

 

 

 

 

 

 

 

Videointervista a Roberto Patano, Senior Manager Systems Engineering - NetApp
Videointervista a Roberto Patano, Senior Manager Systems Engineering – NetApp
Videointervista a Vincenzo Spagnoletti, IT Partners&Data Center Sales Director - Schneider Electric
Videointervista a Vincenzo Spagnoletti, IT Partners&Data Center Sales Director – Schneider Electric

 

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Cloud tra perplessità e concretezza https://www.datamanager.it/2015/04/cloud-tra-perplessita-e-concretezza/ Thu, 16 Apr 2015 08:12:41 +0000 http://www.datamanager.it/?p=73055 Aziende utenti e fornitori tornano a sedersi alle tavole rotonde che Data Manager organizza in collaborazione con UniCredit Business Integrated Solutions. Per parlare della “terza piattaforma” e rispondere a una serie di domande esistenziali su passato, presente e futuro del cloud computing Il processo di profonda trasformazione tecnologica che ha avuto inizio con la virtualizzazione […]

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Aziende utenti e fornitori tornano a sedersi alle tavole rotonde che Data Manager organizza in collaborazione con UniCredit Business Integrated Solutions. Per parlare della “terza piattaforma” e rispondere a una serie di domande esistenziali su passato, presente e futuro del cloud computing

Il processo di profonda trasformazione tecnologica che ha avuto inizio con la virtualizzazione delle risorse fisiche di elaborazione grazie ai diversi motori, altrimenti detti “hypervisor”, ha avuto le ripercussioni desiderate in termini di crescita e trasformazione del business oltre che dal punto di vista della razionalizzazione e della riduzione dei costi? La sigla “SD” che i fornitori appongono a ciascuna delle grandi categorie di prodotto e applicazione dell’IT, dal data center, allo storage, fino alla stessa rete fatta di cavi e sistemi di instradamento, vale anche per la software defined company e i suoi processi? E come si ripercuote tutto questo cambiamento sulle tradizionali gerarchie dell’IT aziendale, sulle figure chiamate a promuovere e allocare gli investimenti, sui ruoli dirigenziali e intermedi effettivamente coinvolti nel governo, oltre che nell’utilizzo pratico delle nuove soluzioni disponibili attraverso la galassia del cloud? Siamo da sempre abituati a tener conto del naturale divario tra l’ICT professionale descritta dal linguaggio ottimista dei vendor di tecnologie e la realtà implementativa di qualsiasi soluzione, necessariamente immersa in un concreto sistema di vincoli di natura tecnica, culturale e di budget.


#DMCloudtalk #UniCredit Business Integrated Solutions Una governance a più mani
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La narrazione del cloud computing sconta se possibile un gap ulteriore: quello che si gioca sulla promessa di cambiamento nelle aziende e nei settori che decidono di abbracciare in pieno i suoi paradigmi. Forse, per la prima volta, la tecnologia non si ferma ai tradizionali aspetti dell’efficientamento e della riduzione dei costi per cercare le sue leve motivazionali. Molto più della virtualizzazione, con la sua forte “proposition” sul piano della ottimizzazione delle risorse hardware, o della prima fase dell’outsourcing, capace di spostare l’attenzione dall’investimento a una più appetibile spesa “a consumo”, il cloud computing si pone come agente di trasformazione e creazione di nuove opportunità. E non è una promessa vuota: Internet ha dimostrato che la tecnologia rende possibile un’economia che prima di Internet era semplicemente inconcepibile. Il problema è che non è più una mera questione di upgrade infrastrutturale, come era in passato. La filosofia del cloud computing implica una capacità di trasformazione molto più radicale e sfidante, perché in linea di principio deve coinvolgere in modo molto più capillare tutti gli elementi di una organizzazione, assumendo addirittura come una delle caratteristiche fondanti la cosiddetta “consumerizzazione” dell’ICT: la spinta ad adottare dispositivi e applicazioni tipiche ormai dell’elettronica digitale di consumo, rinunciando in parte al controllo che i responsabili tecnologici aziendali esercitavano su infrastrutture e terminali end user rigorosamente selezionati prima di essere – come ancora si dice in gergo – “messi in produzione”.


#DMCloudtalk Cloud: più della virtualizzazione, meglio dell’outsourcing
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Rottura o evoluzione dell’outsourcing?

Ancora una volta Data Manager ha chiamato le aziende a discutere sullo stato di avanzamento del cloud computing in Italia, i suoi vantaggi per la competitività delle imprese e più in generale per la nostra economia e le difficoltà che a quanto affermano gli analisti, ostacolano la sua diffusione rispetto ad altre nazioni europee. Un gruppo di qualificati rappresentanti del mondo della domanda, insieme a due sponsor tecnologici della nostra iniziativa e al partner IDC Italia, si è seduto intorno alla tavola rotonda – ospitata nella prestigiosa sede di UniCredit nella Torre A del nuovo quartier generale del gruppo bancario in piazza Gae Aulenti, a Milano – per intervenire su una serie di tematiche generali, suggerite ai nostri interlocutori più per fungere da stimolo che per sollecitare una risposta diretta. Ai partecipanti abbiamo chiesto per esempio quali fossero gli elementi di novità rispetto a una tecnologia che affonda le sue radici in concetti non del tutto nuovi, come l’astrazione dai livelli hardware o le stesse modalità dell’outsourcing.


#DMCloudtalk Il cloud computing si pone come agente di trasformazione
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Ma la curiosità del cronista verteva anche su come le aziende riescono oggi ad affrontare la trasformazione del cloud garantendo al contempo l’erogazione di servizi già consolidati, o su quali progetti di “cloudizzazione” rappresentassero lo stato dell’arte della tecnologia nelle rispettive imprese. Si è cercato anche di parlare di costi e benefici, di ostacoli e conseguenze della trasformazione a livello organizzativo, senza mancare di coinvolgere nel dibattito i fornitori presenti per affrontare un’altra tematica distintiva del cloud: il ruolo molto diverso che i provider di apparati, applicazioni, servizi tendono ad assumere al di là dei tradizionali meccanismi di definizione dell’offerta e decisione di acquisto. È vero, ci siamo chiesti, che la relazione tra chi vende e chi utilizza le tecnologie richiede molta più conoscenza dei processi interni, addirittura una maggiore “intimità” con il cliente?


#DMCloudtalk Cloud: rottura o evoluzione dell’outsourcing?
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La tavola rotonda dedicata al cloud computing, che come vedremo ha visto la partecipazione di otto aziende in rappresentanza di altrettanti settori di industria, si qualifica ulteriormente per la presenza di due importanti vendor attivi nei settori dello storage, con NetApp, e nei sistemi di alimentazione e condizionamento dei data center, Schneider Electric. L’incontro ha potuto inoltre avvalersi di una introduzione analitica curata da IDC Italia con Fabio Rizzotto, senior research and consulting director, che ha subito rilevato come il nostro mercato continui a mostrare qualche ritrosia nel pensare ai cambiamenti legati al cloud come a un autentico motore di rinnovamento ed espansione del business. «Questo paradigma – ha sottolineato Rizzotto – può essere invece concretamente a supporto della trasformazione. La terza piattaforma basata sui quattro pilastri del cloud, della mobilità, di Big Data e dei suoi strumenti analitici e degli aspetti social della tecnologia e dei contenuti, sta già dando vita a un ambiente interconnesso su cui costruire qualcosa di completamente nuovo».

La pervasiva digitalizzazione, per esempio in ambito editoriale – ha specificato Rizzotto – si riflette nelle nuove opportunità, non solo in contesti tipicamente orientati al servizio, come il finance, ma anche dove si producono o si movimentano prodotti fisici. «Con l’avvento della Internet delle Cose (IoT) e la possibilità di connettere alla rete oggetti in passato privi di intelligenza, tutto, in questo senso, può diventare più smart, energia, trasporti, manifatturiero» – ha detto Rizzotto, facendo osservare come il cloud può essere un formidabile collante per favorire e mettere a valore la convergenza e il dialogo tra sistemi e processi un tempo isolati tra loro.


#DMCloudtalk Tutta l’Europa è nel cloud. E l’Italia? @IDCItaly
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IDC: tutta l’Europa è nel cloud. E l’Italia?

I numeri confermano che la rivoluzione è già in atto in Europa, dove – ha precisato Rizzotto – il 55% delle aziende nell’ultimo anno ha avviato progetti di riorganizzazione dell’IT e dove una azienda su due ha creato una apposita struttura dedicata all’innovazione, affidandone la responsabilità a manager incaricati di riaggregare e sviluppare nuove competenze. Il chief information officer del futuro – si è chiesto Rizzotto – sarà l’interfaccia privilegiata nella gestione di questi nuovi servizi? Se è vero che l’80% delle aziende mondiali ritiene che da qui a cinque anni almeno il 50% degli ambienti informatici potrà essere considerato “cloudizzato” – secondo l’European CloudTrack Survey di IDC – il 97% delle aziende europee «è coinvolto a vari livelli nel cloud, dalla fase esplorativa fino all’adozione di modelli public, private o hybrid». In Italia, quattro aziende su dieci dicono di utilizzare già servizi cloud e un’analoga percentuale sostiene di essere interessata a fare “bundling” di soluzioni cloud. La motivazione, precisa il capo analista di IDC, è molto forte: «Al di là di risparmio e razionalizzazione, il 39% di aziende dichiara che l’adozione dei servizi cloud ha determinato un aumento del fatturato».

 

 


#DMCloudtalk @IDCItaly : In Italia, 4 aziende su 10 utilizzano già servizi cloud
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Tra i fattori che ancora rallentano l’adozione ancora più spinta – in una nazione che secondo IDC si trova ancora in massima parte concentrata sulla prima fase del cloud (quella orientata all’esplorazione delle opportunità legate soprattutto al Software as a Service) – Rizzotto cita ovviamente la questione della sicurezza e della ownership dei dati. «Tanti continuano a essere gli interrogativi sulla privacy dei clienti e sulla localizzazione e la disponibilità dei dati, ma se i freni sono rimasti immutati, molti sono i miglioramenti e le risposte che arrivano dai provider. A livello europeo, è in arrivo una nuova normativa ma già a livello di contrattualistica si cominciano a rilevare specificità su cui sviluppare sempre maggior consapevolezza». Certezze che sicuramente porteranno al diffondersi di uno spettro di più soluzioni cloud racchiuse tra i due estremi dell’infrastruttura completamente di proprietà e autogestita, ai cloud in modalità “hosted” o comunque su infrastruttura pubblica. In mezzo, a questi due estremi, si colloca la visione di un cloud “ibrido”, dove la componente di risorse infrastrutturali e Paas, può essere dinamicamente allocata tra un substrato privato e uno o più provider pubblici.


#DMCloudtalk @IDCItaly : in Italia sicurezza e ownership dei dati ancora fattori critici
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UniCredit Business Integrated Solutions: una governance a più mani

Finanziamento e governance sono stati gli ultimi due punti affrontati nell’introduzione di Rizzotto. Da chi arrivano le risorse economiche a supporto della trasformazione? E soprattutto, chi deve governare i progetti di rinnovamento e il successivo esercizio della infrastruttura di nuova generazione? La natura più pervasiva delle infrastrutture cloud così come esse sono percepite dall’organizzazione aziendale emerge dall’analisi delle modalità di finanziamento dei progetti. Nella partita tra funzioni tipicamente IT e peso delle diverse Line of Business, pesano ancora per due terzi i progetti finanziati con fondi “solo IT” o con contributo minoritario da parte del budget normalmente destinato al business. Ma un progetto cloud su tre oggi rappresenta una voce di spesa legata al business, o con contributo minoritario da parte del budget IT e questo viene interpretato come un importante sintomo di evoluzione culturale. Analogamente, cresce la “contaminazione” tra chi, in azienda, deve governare i diversi fenomeni. Predomina tra i CIO, la sensazione che il valore delle risorse e delle tecnologie IT per lo sviluppo di nuove iniziative sarà più importante rispetto al passato ed è sempre più netta l’opinione per cui IT e funzioni di business devono lavorare insieme nel delineare nuove regole e modalità di discussione e implementazione dell’IT, con l’obiettivo di valorizzare ulteriormente l’innovazione dell’azienda attraverso le tecnologie.


#DMCloudtalk @IDCItaly : in Italia le imprese ferme alla prima fase SaaS
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Pierangelo Mortara, executive vice president & deputy general manager di UniCredit Business Integrated Solutions, insourcer tecnologico globale di UniCredit, ha aperto ufficialmente la discussione, sottolineando proprio il carattere ormai pervasivo della digitalizzazione in virtù del quale – ha affermato Mortara – «l’IT non è un motore di trasformazione esclusivo. In UniCredit Business Integrated Solutions ci sono per esempio specifiche strutture addette a una forma di pensiero laterale». Secondo Mortara, non può esistere una risposta, un modello di governo specifico per il proprio settore: il discorso ormai è cross-industry e quando si parla di cloud computing, che è anche uno degli obiettivi della joint-venture tra UniCredit e IBM avviata due anni fa per l’ottimizzazione della gestione dell’infrastruttura, questa modalità di erogazione è solo l’estrema evoluzione di una spinta verso una digitalizzazione della realtà dei servizi bancari. Un settore che davvero deve diventare sempre più “software defined”. «La prima motivazione del cloud non è il costo – ha spiegato Mortara – ma il bisogno di agilità». Questa flessibilità dell’infrastruttura e nell’ecosistema di applicazioni e servizi è fondamentale per accelerare i tempi di dispiegamento di prodotti che a loro volta non vengono concepiti e fatti calare dall’alto, come avveniva in passato. Ma nascono da una relazione a due vie con i clienti di una grande banca retail attiva in molteplici geografie.

Dalle parole di Mortara si avverte che la specificità del cloud implementato in ambito finanziario investe più direttamente la distinzione tra articolazioni privata, pubblica e ibrida della tecnologia. «È ancora difficile per esempio distinguere tra “private cloud” e forme evolute di outsourcing – ha detto a un certo punto il general manager di UniCredit Business Integrated Solutions – e sul piano contrattuale non vedo particolari differenze. Mentre a proposito di public cloud, possiamo fare poco a causa dei forti vincoli a livello di compliance». Rimane però la convinzione che sul piano della sicurezza e dell’affidabilità, una soluzione “hosted”, pur essendo più complessa, «si dimostra paradossalmente più sicura, meglio affidarsi a un partner solido piuttosto che attrezzarsi da soli».


#DMCloudtalk Massimo Rosso #RAI: digital mindset per la digital company
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Cloud, tutto quello che devi sapere per essere agile come una startup

 

 

RAI: digital mindset per la digital company

Dall’intervento di Massimo Rosso, ICT director di Rai – Radio Televisione Italiana, è emerso subito il peso diverso che la tecnologia può avere su una media company. Se il suo collega Mortara ha preferito considerare il cloud in un’ottica evolutiva, Rosso ha guardato al cloud come fattore di radicale trasformazione. «I paradigmi della terza piattaforma cambiano i paradigmi complessivi di un’azienda come la Rai e non è più il dipartimento IT ad avere in mano le leve di controllo: i ruoli dell’IT devono parlare lo stesso linguaggio del business». In passato – ha detto Rosso – la Rai era una tipica azienda di prodotto, i suoi programmi venivano confezionati con una mentalità molto industriale. «Oggi, il Festival di Sanremo è disponibile 24 ore su 24 e genera mille tweet al minuto. Il social ha abbassato notevolmente il target d’età della manifestazione ed è uno strumento che non abbiamo mai avuto». Nel suo ruolo di responsabile IT, Rosso ha rilevato che per abilitare tutto questo è stato necessario portare al Teatro Ariston una banda cinque volte superiore rispetto alle normali coperture garantite dagli operatori: sono questi gli scenari da affrontare per rendere possibile una digitalizzazione che trasforma processi e prodotti. «Il nostro problema è acquisire un vero digital mindset, tendiamo ancora a ragionare in modo troppo “analogico”».


#DMCloudtalk Enrico Aramini, #Pasta Zara: rivoluzione per la forza vendita
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Pasta Zara: rivoluzione per la forza vendita

Esperienza opposta quella di Enrico Aramini, Cio di Pasta Zara, una interessante realtà produttiva veneta che oggi è il secondo produttore nazionale – e il primo esportatore – di pasta alimentare. Sul tema dell’informatica a due velocità, Aramini ha riconosciuto la necessità di dislocare una parte dell’IT a livello locale per dare continuità alla produzione, con maggiore focalizzazione sugli aspetti dell’industrializzazione dei processi e della sicurezza. «Sul versante vendite, invece, la cloudizzazione è già avvenuta, almeno con servizi tipici della consumerization come Dropbox o Evernote. Di fatto, i nostri venditori, ovunque si rechino, non devono più portarsi dietro alcuna documentazione. «Quanto alla difficoltà di accettare il cloud – ha spiegato Aramini – penso che seguirà lo stesso percorso delle reti virtuali su infrastrutture pubbliche: ci fideremo così come ci siamo fidati delle Vpn altrui».


#DMCloudtalk Alessandro Galaverna #Cementir_Holding : Fare un salto culturale
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Cementir Holding: fare un salto culturale

Provocatoria e molto personale la posizione di Alessandro Galaverna, CIO e CDO di Cementir Holding, il gruppo leader sui materiali per costruzione. Secondo lui, è fondamentale saper distinguere tra digitalizzazione e automazione: non sono affatto la stessa cosa. «Il salto, a livello di change management, è riuscire a far capire che se oggi produco un chilo di pasta o una tonnellata di cemento devo associare a entrambi un pari volume di dati». Cloud computing, insomma, non vuol dire semplicemente spostare sulla “terza piattaforma” i tradizionali servizi IT, ma mettere in luce gli aspetti digitali dei prodotti, saper collegare, grazie alle tecnologie, l’intera catena dalla domanda alla produzione. Galaverna si è chiesto però se la cultura manageriale italiana – ancora troppo finanziaria a suo parere – non abbia bisogno di una nuova fase di formazione.

 


#DMCloudtalk Andrea Provini #Bracco_Imaging: Più semplice decidere
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Bracco Imaging: più semplice decidere

Tra i più convinti assertori delle metafore del cloud c’è Andrea Provini, global CIO information technology services di Bracco Imaging nonché presidente dell’associazione Aused, che riunisce i responsabili tecnologici di duecento aziende italiane. «Tra outsourcing e cloud la differenza è enorme» – ha spiegato Provini. Il primo è un modo diverso di erogare IT. Con il cloud posso fare a meno del data center o comunque riesco a ridurre, con costi accettabili, ogni rischio di tipo infrastrutturale». La rapidità è un fattore critico, abilitando l’azienda a fruire meglio dell’innovazione. «Il cloud rende le decisioni più indolori: una grande opportunità dal punto di vista del CIO che deve garantire anche continuità di business». Un ostacolo non indifferente sulla strada della digitalizzazione è però l’elevato numero di “persone chiave” delle aziende che sono lontane da quel “mindset digitale” che tutti – o quasi – invocano come un mantra. «Purtroppo la grande maggioranza dei Cio non c’è, nelle aziende. Almeno nel momento in cui si decide di crescere».


#DMCloudtalk Francisco Souto #Alpitour_World : Cloud per tutti i gusti
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Alpitour World: cloud per tutti i gusti

Decisamente d’accordo sulle opportunità di rilancio che il cloud computing offre alla figura del Cio è Francisco Souto, CIO di Alpitour World, l’operatore turistico leader di mercato che ha lanciato diverse iniziative, sia B2B sia B2C, basate su servizi PAAS erogati da provider pubblici. «Se anch’io posso permettermi una provocazione – ha affermato Souto – vorrei dire che la digitalizzazione del business ha sicuramente contribuito a tutelare il ruolo del CIO, che negli ultimi dieci anni, forse proprio a causa di fenomeni come l’outsourcing, ha avuto meno controllo sulle infrastrutture e oggi può tornare ad assumere una duplice funzione di innovazione e guida. Ma esiste il rischio di spersonalizzazione del ruolo tecnico del CIO in un cloud che tende a essere percepito come una informatica fatta di “gusti” «da scegliere come in gelateria» – ha ironizzato il responsabile IT di Alpitour World. «Con i nostri fornitori esterni sigliamo contratti SLA molto complessi, ma non abbiamo dei contratti verso i nostri clienti interni».

NetApp: una legge di gravità per i dati

La centralità dei dati e delle informazioni è il tema che sembra aver più stimolato l’interesse di Roberto Patano, senior manager system engineering dello specialista di storage NetApp. Per chi governa l’orchestrazione dei servizi è fondamentale, precisa Patano, capire come “mobilitare” l’informazione mentre i carichi di lavoro viaggiano tra le loro risorse virtualizzate. «Il dato ha una sua gravità – ha detto Patano – devo sempre poter assicurare un via di ritorno dopo ogni spostamento. La vera agilità dell’infrastruttura consiste proprio nella possibilità di mobilitarla». A questa centralità, si ispirano le soluzioni che NetApp realizza con il preciso obiettivo di offrire visibilità e controllo indipendentemente dalla risorsa, o dal servizio, di storage, ingaggiato al momento. «Tanto più – ha spiegato Patano – in una vision tecnologica in cui è il business a chiedere all’IT come sviluppare nuovo business».

Roberto Patano (NetApp Italia): «Cloud ibrido, senza mai perdere il controllo del dato

 

 

Schneider Electric: la fisica della nuvola

L’intervento di Vincenzo Spagnoletti, director – data center/secure power & IT partners sales di Schneider Electric in Italia, si è basato sull’impegno della sua azienda sul fronte dell’efficientamento energetico del data center, attraverso una offerta che – ha precisato – è rivolta alle aziende ma in questa fase è molto focalizzata sull’assistenza fornita ai grandi provider che erogano servizi cloud, un segmento che rappresenta un terzo del fatturato per il gruppo. «Noi stessi – ha aggiunto Spagnoletti – siamo utilizzatori di questi servizi, almeno per quanto riguarda le nostre squadre di forza vendita, con strumenti social e intranet plasmati sulle loro specifiche esigenze». Dal suo osservatorio, Schneider Electric nota un mercato dei service provider in netta crescita, sintomo di un corrispondente interesse da parte degli acquirenti. «Anche sul territorio italiano assistiamo allo sviluppo di nuovi centri, spesso di dimensioni più piccole, in termini di potenza, rispetto a una prima generazione di strutture che arrivavano a cinque megawatt di potenza assorbita». Anche la fisicità della nuvola, insomma, si sta facendo più capillare per venire incontro alle esigenze della clientela in termini di ownership e localizzazione geografica del dato.

Vincenzo Spagnoletti (Schneider Electric): L ‘infrastuttura convergente. Energia, potenza e automazione

 

 

SEA Aeroporti di Milano: decisamente non una “moda”

Fabio Degli Esposti, CIO di SEA, Aeroporti di Milano è ritornato sulla questione della «concretezza del cloud», affermando di percepire nel cloud un fenomeno molto diverso da una moda. «Penso in particolare a modelli come la Service Oriented Architecture (SOA), che ancora non saprei come interpretare». Questo non significa che i CIO non abbiano avuto modo di sperimentare la virtualizzazione delle risorse hardware fin dall’era dorata dei sistemi mainframe. «L’infrastruttura cloud offre l’opportunità di focalizzarsi davvero sull’applicazione. E se non ci fosse, il CIO sarebbe destinato a restare confinato nella sala macchine». Ma attenzione – ha messo in guardia Degli Esposti – «è sbagliato pensare che questo non sia un problema tecnico. Sento dire che con il cloud, il responsabile marketing supera il CIO sulla destra… È vero solo se il CMO sa anche far girare i computer»! In una situazione di altissima complessità come l’aeroporto, ha proseguito Degli Esposti, le perplessità riguardano meno la sicurezza e l’integrità dei dati e più la disponibilità e la performance, specie considerando le problematiche che affliggono il mercato della connettività in Italia. «Personalmente, considero il cloud come una grandissima opportunità, una volta chiarita la questione dei livelli di performance. La mia azienda ha già affrontato i primi progetti, per esempio, in ambito Sap Hana».


#DMCloudtalk Fabio Degli Esposti #SEA Aeroporti di Milano : Non una “moda”
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Artsana: fattore di cambiamento

Il contributo di Paolo Sassi, group IT director di Artsana Group ha riguardato il settore healthcare, nella sua articolazione retail, che presenta peculiari aspetti di affinità con quello che ha detto Pierangelo Mortara di UniCredit Business Integrated Solutions nel suo intervento. «Come nel banking, anche noi – ha spiegato Sassi – siamo molto regolati. Altrove c’è più liberà nell’introdurre innovazione di business. E la virtualizzazione dell’infrastruttura rappresenta un forte elemento di continuità». Per esempio, Artsana, già da tempo ha esternalizzato per intero il proprio data center. «Con l’arrivo del cloud, le sue prime declinazioni ci sono sembrate molto simili, ma oggi lo percepiamo come un fenomeno molto diverso, sui tre livelli del controllo, servizi e opportunità». Non si tratta più di esternalizzare una componente tecnologica – ha detto Sassi: «Il cloud permette di introdurre cambiamenti, fare sviluppo e soprattutto testing». Un’opportunità che tuttavia non è legata, secondo Sassi, alla digitalizzazione del modo di fare business. «Domani, per chi farà il mestiere di CIO, forse, non ci sarà la stessa necessità di continuità rispetto al passato. E forse, in futuro non esisterà neppure una funzione IT separata». E di fatto, la stessa RAI di cui ci ha raccontato Massimo Rosso sembra confermare proprio questo: il definitivo passaggio a quell’informatica “quiet”, ubiqua e pervasiva, che un visionario come Mark Weiser preconizzava un quarto di secolo fa.


#DMCloudtalk Paolo Sassi #Artsana_Group : Cloud fattore di cambiamento
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Cloud, come disegnare la nuvola perfetta? https://www.datamanager.it/2015/02/come-disegnare-nuvola-perfetta/ Fri, 13 Feb 2015 14:18:03 +0000 http://www.datamanager.it/?p=69670 Il cloud si può considerare una realtà già consolidata anche per le imprese italiane. Sicurezza, competenza e SLA chiari però restano i punti critici per i CIO “Con la testa (sulle spalle) nella nuvola” è il titolo della tavola rotonda organizzata da Data Manager con UniCredit Business Integrated Solutions per tracciare il livello di adozione del paradigma […]

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Il cloud si può considerare una realtà già consolidata anche per le imprese italiane. Sicurezza, competenza e SLA chiari però restano i punti critici per i CIO

“Con la testa (sulle spalle) nella nuvola” è il titolo della tavola rotonda organizzata da Data Manager con UniCredit Business Integrated Solutions per tracciare il livello di adozione del paradigma “cloud” da parte delle aziende italiane e per non correre il rischio di rimanere travolti dal “Cloud Big Bang”. I CIO di AlpitourWorld, Artsana Group, Bracco Imaging, Cementir Holding, Pasta Zara, RAI e SEA – Aeroporti di Milano hanno messo a confronto le loro esperienze sul campo e hanno girato le loro esigenze pratiche e di business all’indirizzo di Roberto Patano, senior manager system engineering di NetApp e di Vincenzo Spagnoletti, director of data center/secure power&it partners sales di Schneider-Electric.

Il cloud computing rappresenta il nuovo modello di utilizzo e di distribuzione delle risorse ICT e propone soluzioni concrete ai problemi di flessibilità e complessità del sistema informativo. Ma quali sono i vantaggi, gli ostacoli e i costi della trasformazione?

Senza una connessione dati di buon livello non c’è cloud e forse i problemi di adozione e i ritardi relativi sono dovuti al ritardo complessivo della digitalizzazione del Sistema Paese. Entro il 2020, l’Italia si è impegnata sulla copertura totale del territorio nazionale con la banda larga a 30 megabit e al 50% con la banda ultra-larga a 100 megabit. La strada è ancora in salita. E quindi, il cloud per alcune zone del Paese è una opportunità, ma solo sulla carta.

Il cloud per tutti? Come decidere

I dati sono in costante aumento, i budget in diminuzione e le risorse sempre più ridotte. Ma i CIO come possono decidere se un ambiente cloud può essere d’aiuto?

Investimenti e piani di spesa per hardware, software e servizi connessi in molti casi possono assomigliare a un gioco d’incastri. è vero che i servizi cloud offrono a tutte le organizzazioni la capacità di scalare la propria architettura tecnologica hardware e software in base alle esigenze di business del momento. Se la flessibilità è un vantaggio perché i costi sono legati all’effettivo utilizzo del servizio, l’aumento della complessità in alcuni casi non sempre si traduce in un taglio dei costi. Certo, il mantenimento di prestazioni elevate e dell’affidabilità dei sistemi sono attività time-consuming che richiedono un impegno intenso di risorse che crescono in modo esponenziale con l’aggiornamento di hardware e software. E quindi, l’infrastruttura cloud permette alle organizzazioni di avere una maggiore disponibilità e affidabilità di risorse a costi ridotti. Ma il risvolto della medaglia è quello di privare l’organizzazione di competenze mission critical che possono avere un impatto negativo a lungo periodo. Dall’altro lato, bisogna considerare il vantaggio di avere accesso universale alle risorse e alle informazioni e quello di avere maggior sicurezza per i dati che risiedono su strutture ridondanti e distribuite. Potenza a portata di mano e flessibilità devono essere allineati alle reali esigenze delle aziende. In tutti casi, il cloud è una spinta al cambiamento e all’evoluzione delle infrastrutture.  Ma è sempre meglio procedere per gradi e avere un piano “B” a portata di mano.

 

 

L’impatto del cloud si fa sentire

A mettere in fila i dati di mercato e a dare una visione qualitativa e quantitativa del fenomeno è Fabio Rizzotto, IT senior research and consulting director di IDC Italia.

I ritardi sulla banda larga e ultra larga e la mancanza di una cultura dell’innovazione diffusa a livello di centri di decisione hanno un riflesso negativo sull’adozione del cloud in Italia. Sicurezza, cultura dell’innovazione e SLA chiari sono i punti critici. Per il resto, il cloud si può considerare una realtà già consolidata. A livello europeo, il 55% delle aziende ha già avviato progetti di riorganizzazione IT negli ultimi 12 mesi. E la metà ha predisposto una nuova struttura dedicata all’innovazione. Secondo l’IDC European CloudTrack Survey, il 97% delle aziende europee è coinvolto a vari livelli nel cloud (dalla fase esplorativa fino a adozione di modelli Public, Private o Ibrida). E l’80% delle aziende mondiali ritiene che trasformerà nei prossimi 5 anni almeno il 50% del proprio ambiente infrastrutturale e applicativo in un modello “cloud”.

Secondo le recenti rilevazioni di IDC Italia, il 40% delle aziende italiane utilizza già servizi cloud, circa il 40% delle aziende è interessata a fare “bundling” di soluzioni SaaS con altri servizi cloud e il 39% delle aziende ha incrementato il fatturato grazie a una più rapida ed efficace creazione di prodotti e servizi innovativi legati al cloud. Come in RAI. Del resto l’IT sta cambiando il modo di fare e fruire il prodotto televisivo. «Sanremo è un esempio di prodotto tradizionale che diventa digitale. Ma dobbiamo capire come sfruttare i dati e la sfida resta quella di cambiare l’approccio “analogico” dei CIO» – ha detto Massimo Rosso ICT director di RAI.

Cloud, tutto quello che devi sapere per essere agile come una startup

Che cosa sta succedendo?

Tra discontinuità e continuità con il passato, salti tecnologici e investimenti in affanno, le aziende sono impegnate in un percorso a tappe di digital transformation.

Per Paolo Sassi, Group IT director di Artsana Group, «il cloud in azienda è un elemento di continuità infrastrutturale. All’inizio non distinguevamo il modello cloud dal modello outsourcing. Forse, nel futuro l’IT sarà embedded a ogni funzione». E mentre la metafora del cloud pubblico si rafforza, cresce anche l’offerta delle forme ibride. La virtualizzazione totale – quella del data center – è l’obiettivo di molti vendor che puntano su piattaforme di integrazione. E la formula “software defined” investe in pieno i settori dello storage e degli apparati di rete. Ma al di là delle definizioni, dei falsi problemi come l’allocazione dei budget («Se serve si fa»), e delle distinzioni tra settori, il cloud è crossindustry per definizione perché a essere centrali sono i dati.

Infatti, per Roberto Patano, senior manager system engineering di NetApp, parlare di cloud significa parlare di centralità dei dati. Essere agili significa essere liberi di movimentare le informazioni. Il data scientist è il fulcro della rivoluzione cloud».

L’infrastruttura fisica su misura resta un fattore che permette di assorbire e superare il cambiamento.

«Il cloud è un mercato in crescita e presenta l’ingesso di nuovi player che cercano di inserirsi nel segmento dei data center dal taglio piccolo» – ha detto Vincenzo Spagnoletti, director of data center/secure power& IT partners sales di Schneider-Electric.

 

 

Roberto Patano (NetApp Italia): «Cloud ibrido, senza mai perdere il controllo del dato»

NetApp ha sempre puntato a svincolare il dato dalla fisicità dell’hardware su cui risiede. La virtualizzazione semplifica la gestione e l’aggregazione di informazioni eterogenee. «Abbiamo sempre puntato a svincolare il dato dalla fisicità dell’hardware su cui risiede». «Il dato è un punto centrale su cui NetApp articola non solo la suite di prodotti di storage ma tutta la propria vision» – spiega Roberto Patano, senior manager systems engineering di NetApp Italia. E anche l’approccio al mondo cloud si basa «sulla possibilità di movimentare i dati dentro al private cloud, verso gli hyperscaler e quindi verso i service provider pubblici, mantenendo la percezione di dove risiede l’informazione e creando così un ecosistema che sia il più possibile universale, in modo da semplificare i costi di operazione».

Il cloud è una realtà ed è una grande opportunità per le aziende, non solo in termini di business ma soprattutto come driver per fare evolvere l’infrastruttura IT. Si tratta di una trasformazione culturale che investe in pieno il ruolo dei CIO. E Roberto Patano insiste sulla centralità dell’informazione. «L’informazione ha un suo valore intrinseco indipendentemente dal mercato. E questo valore deve essere agilmente movimentato nelle varie infrastrutture senza vincoli o condizionamenti. Il cloud non è per tutti allo stesso modo. Ma ci sono già adesso dei servizi che possono essere messi in cloud e che permettono di migliorare i processi da subito».

 

 


Videointervista a Roberto Patano, NetApp Italia
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Vincenzo Spagnoletti (Schneider Electric): «L’infrastuttura convergente. Energia, potenza e automazione»

Ci sono aziende che hanno cominciato a spostare sul cloud la parte di servizi di collaboration, di CRM e di condivisione delle informazioni. E ci sono anche aziende che si sono spinte oltre nel dare il 100% dei servizi in outsourcing. Nella scelta dei modelli di evoluzione delle infrastrutture, i CIO svolgono un ruolo determinate. Dove sono i miei dati? Qual è il data center di riferimento? Quale deve essere il mio piano di disaster recovery? Quali sono le modalità di business continuity? Sono solo alcune delle domande che preoccupano i CIO. Per Schneider Electric, tutto parte da un’infrastruttura fisica, solida di data center capace di dare continuità operativa e piena efficienza energetica. E se il modello ibrido viene favorito per la sua flessibilità nello spostare dinamicamente i carichi di lavoro, oggi Schneider propone un’offerta orientata all’alimentazione di diverse tipologie di infrastrutture.

«Quando si parla di cloud – spiega Vincenzo Spagnoletti, responsabile per le vendite Data Center/Secure Power e IT Partners di Schneider Electric – tra le preoccupazioni ricorrenti dei CIO ci sono il dato e l’accessibilità alle informazioni, che sono strettamente collegate alla continuità del business. Noi diciamo che la continuity va pensata partendo dal livello fisico e integrandola nei vari layer successivi per dare solidità al concetto di cloud».

 

 


Videointervista a Vincenzo Spagnoletti, Schneider Electric
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Il cloud giusto per le banche

«Non è vero che le banche sono lente nell’abbracciare il cloud» – ha spiegato Pierangelo Mortara, executive vice president & deputy general manager di UniCredit Business Integrated Solutions. «Le banche sono solo molto attente alle implicazioni che le scelte IT comportano per la sicurezza e i livelli di servizio. Non è decisivo il costo, ma l’agilità». Il settore bancario sta muovendo i primi passi nell’adozione del cloud computing, capitalizzando anni di esperienza su temi quali la virtualizzazione, l’outsourcing e la sicurezza. Le banche vedono il cloud come un innalzamento dei modelli di servizio e stanno valutando quali tipologie di carico computazionale far virare, favorendo applicazioni non-core, nel rispetto delle policy di sicurezza. Non solo. Grazie al progetto pilota di UniCredit Business Integrated Solutions anche il modo di lavorare in banca sta cambiando rapidamente.

La progettualità sul cloud non si può improvvisare

Il cloud impone un cambiamento culturale e tecnologico all’interno dell’organizzazione.

La sicurezza è la prima e imprescindibile considerazione alla base di ogni discussione sulla transizione verso il cloud, soprattutto in termini di cloud pubblico. L’altro aspetto critico è quello contrattuale. Processi, ruoli, competenze, budget registrano uno spostamento. Purtroppo, «il CIO non è quasi mai ai tavoli dove si decide» e l’IT più che strategico è la «Croce Rossa» – ha commentato Andrea Provini, global CIO information technology services di Bracco Imaging epresidente di AUSED.

Per Fabio Degli Esposti CIO di SEA – Aeroporti di Milano, «il cloud non è solo una moda, ma un’opportunità. Il cloud è facile solo se si governa la tecnologia. Il rischio che vedo è quello di non garantire i livelli di performance richiesti. Inoltre, bisogna avere sempre a portata di mano un piano B e una strategia di uscita per tornare indietro».

6-tavolo

Le nuvole non sono tutte uguali

I carichi di lavoro non sono tutti uguali e nemmeno le architetture cloud. Per Alessandro Galaverna, CIO e CDO di Cementir Holding, occorrerebbe fare un salto quantico: «Il cloud ci serve, ma non è vero che diminuisce i costi, anzi li aumenta». Quando si discute di migrare la propria infrastruttura in-house usando servizi di cloud computing, uno dei problemi più sentiti in azienda – ha spiegato Enrico Aramini, CIO di Pasta Zara – «è quello relativo alla sicurezza dei dati e del canale di comunicazione usato per raggiungere i dati. Per questo l’evoluzione del modello cloud seguirà il modello VPN».

Una tecnologia di trasformazione comporta sempre un cambiamento culturale, altrimenti fallisce. Per essere un’azienda che vuole operare con sicurezza nel cloud bisogna sviluppare nuove competenze, nuovi ruoli e una leadership in grado di comprenderli. E Francisco Souto, CIO di AlpitourWorld non ha dubbi:

«La digitalizzazione ha salvato i CIO. E il cloud continuerà a dare lavoro ai CIO». Il cloud è un’opportunità solo quando le aziende sono pronte. Cloud “Big Bang”? «Mai». Clouding test? «No, grazie»!

 

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Storage. Nuove sfide e nuove soluzioni https://www.datamanager.it/2015/02/storage-nuove-sfide-nuove-soluzioni/ Wed, 11 Feb 2015 11:06:21 +0000 http://www.datamanager.it/?p=69283 Software defined e flash: sono queste le due tendenze chiave del mercato storage, che è sempre più una componente chiave delle infrastrutture IT aziendali, ma che assume nuovi ruoli proprio in ragione dei nuovi paradigmi che ne hanno ampliato il campo di azione Il fenomeno è ormai noto: esplosione dei dati, strutturati e non strutturati, […]

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Software defined e flash: sono queste le due tendenze chiave del mercato storage, che è sempre più una componente chiave delle infrastrutture IT aziendali, ma che assume nuovi ruoli proprio in ragione dei nuovi paradigmi che ne hanno ampliato il campo di azione

Il fenomeno è ormai noto: esplosione dei dati, strutturati e non strutturati, e corrispondente crescita esponenziale dei volumi di dati da archiviare e soprattutto da gestire. Anche le ragioni di questo fenomeno sono note: proliferazione di dispositivi mobili che generano contenuti sempre nuovi, crescenti esigenze dettate dalla compliance normativa, ovvero backup con requisiti stringenti e metodi di archiviazione sicura, e anche la notevole affermazione dei paradigmi business analytics e big data. Questi sono solo alcuni dei fattori che stanno determinando un mutamento di pelle dello storage, i cui compiti nell’ambito delle infrastrutture di data center sono molto più strategici che nel recente passato. Le risposte dei vendor alle nuove esigenze dettate dall’evoluzione dello scenario sono molteplici, come è giusto che sia in un settore per definizione dinamico come quello IT. Su tutti i nuovi paradigmi che si stanno prepotentemente affermando sul mercato, spicca il software defined storage, cui fa da contraltare la crescente affermazione del flash storage, così come l’affacciarsi deciso dei sistemi convergenti, che suscitano sempre più interesse. Queste spinte innovative vanno a incidere su uno scenario già fortemente influenzato sia dall’esplosione della quantità di dati sia dalla virtualizzazione e dal cloud, con il loro corollario di nuove modalità di fruizione dello storage anche come servizio.


Le tante sfide dello #storage nell’era della terza piattaforma
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L’era dello storage definito dal software

«Nell’era della terza piattaforma, lo storage è sottoposto a numerose sfide che per uno storage di tipo legacy sono difficili da indirizzare in termini di scalabilità, performance, agilità e facilità di utilizzo, soprattutto anche tenendo in considerazione budget sempre più ristretti» – spiega a Data Manager Sergio Patano, IT research & consulting manager di IDC Italia. «Le aziende stanno sempre più adottando una strategia “virtual first” per il deployment di nuove applicazioni su piattaforme virtuali. Ciò è parte integrante della strategia di software defined data center che include la virtualizzazione di server, network e storage. La continua crescita di macchine virtuali, unita all’esplosione dei dati e alla necessità di flessibilità e agilità rende quindi imprescindibile l’adozione di una strategia di software-defined storage (SDS), per traghettare le aziende nel disegno e nella gestione di un data center in grado di supportare le continue esigenze legate al deployment delle soluzioni della terza piattaforma e a un migliore allineamento con le effettive esigenze di business».

Del resto, i vantaggi riguardano molteplici aspetti. «Il SDS – prosegue Patano – consente di portare i servizi di classe enterprise, quali snapshot, clone, storage tiering, data reduction, encryption e replication, su uno o più pool di risorse storage differenti ed eterogenee, che cioè possono essere di tipologie differenti (flash, hard disk tradizionali, cloud) e di vendor differenti, trattandole come se fossero un’unica risorsa, in quanto definita logicamente e slegata dall’hardware». Questo consente alle aziende di incrementare su larga scala l’efficienza dello storage, migliorandone disponibilità, scalabilità e requisiti di resilienza. In aggiunta, il SDS consente un migliore scale-up e scale-down delle risorse storage e permette di implementare – e quindi di far coesistere – generazioni differenti di architetture storage. Anche la costante migrazione tra data center proprietari da e verso il cloud pubblico è facilitata dall’adozione del SDS e consente un migliore e più rapido refresh tecnologico, rendendolo praticamente trasparente all’applicazione».


Software defined storage vale nel 2014 391 milioni di euro di cui otto milioni in Italia @IDCItaly
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Scenario di mercato

Non è una sorpresa che le previsioni di mercato confermino l’ottimo momento del software defined storage. Infatti, secondo IDC, la spesa per queste piattaforme, che nel 2014 ha raggiunto un totale mondiale di 391 milioni di euro, di cui otto milioni in Italia, avrà una crescita notevole da qui al 2018, con un CAGR del 17,3% a livello mondiale e un più modesto, ma sempre robusto dati i tempi, 5,4% in Italia. Per quanto invece riguarda il mercato storage nel suo complesso, è sempre IDC, nel suo Worldwide Quarterly Disk Storage Systems Forecast del Q3 2014, a fotografare le grandezze in gioco: la spesa per l’hardware storage ha raggiunto nel 2014 un totale mondiale di 28.984 milioni di euro, in crescita dell’1,4% rispetto al 2013, mentre quest’anno la crescita dovrebbe essere del 7,2%, sempre a livello mondiale. Per l’Italia, a fronte di una spesa hardware di 364 milioni di euro, la crescita nel 2014 è stata un solido 7,7%, ma la previsione è che quest’anno vi sia una lieve contrazione, pari al 3,4%. Passando infine a esaminare i dati di mercato del software per storage, il Worldwide Software Tracker di IDC del primo semestre 2014 indica una spesa totale mondiale 2014 di 11.542 milioni di euro, con una crescita del 2,5% rispetto al 2013 e una previsione di incremento del 6% per quest’anno. Per il mercato italiano del software storage, i valori parlano di una spesa di 195 milioni di euro, con una crescita del 2,6% rispetto al 2013 e una previsione dell’1,7% per il 2015.


Dario Regazzoni @EMCItalia Lo #storage focalizzato su flash, automatizzato e semplice da gestire
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Efficienza e performance

Dario Regazzoni, pre-sales manager di EMC Italia, conferma la supremazia del paradigma SDS: «Stiamo entrando in un’era in cui lo storage sarà software-defined, focalizzato sulla tecnologia flash, automatizzato e semplice da gestire. Tutto questo aprirà significative opportunità per le aziende e permetterà il passaggio dell’IT da esigenza di business a funzione strategica. Stiamo assistendo a un’enorme accelerazione dell’interesse delle aziende verso la tecnologia flash sia da parte di chi ha bisogno di supporto per i carichi di lavoro di nuova generazione sia da parte di coloro che sono alle prese con la sfida di accrescere le performance e l’efficienza contro un diluvio di dati in aumento». Anche perché – prosegue Regazzoni – «negli ultimi decenni abbiamo visto crescere in modo esponenziale le performance delle tecnologie che utilizziamo tutti i giorni – nell’ambito professionale e personale – ma le limitazioni “meccaniche” degli hard disk hanno impedito alle prestazioni di archiviazione di avanzare alla stessa velocità, creando un divario crescente tra prestazioni di elaborazione, rete e storage. Ed è in questo contesto che si è inserita la tecnologia flash, non solo migliorando notevolmente i tempi di risposta delle applicazioni, ma anche permettendo alle applicazioni di scalare livelli straordinari di utilizzo dei dati e offrendo l’accesso ai dati senza precedenti». Non è quindi per caso se «siamo convinti che la memoria flash rappresenti una tecnologia particolarmente rivoluzionaria, oltre che un’incredibile opportunità di mercato nel segmento storage». Vi è infatti una continua richiesta di performance dettata dai workload dei data center di nuova generazione, in ambienti fisici e virtuali. «La strategia di EMC – spiega Regazzoni – intende fare sempre più leva sulla tecnologia flash trasversalmente all’infrastruttura storage, proponendo un’offerta in grado di garantire maggiore scelta per i clienti, insieme a elevate performance, scalabilità e integrazione».


Roberto Patano @NetApp_Italia Dal software defined storage al cloud, l’IT secondo #NetApp
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Prospettive di crescita

Allarga il discorso Roberto Patano, senior manager systems engineering di NetApp Italia, facendo notare che «il comparto IT italiano sembra trarre beneficio da alcune delle dinamiche che lo stanno attraversando e che daranno nuova linfa agli investimenti. Secondo Assinform, anche se complessivamente vi è una contrazione, si osservano alcune aree di grande vitalità. Nello specifico, per esempio il cloud, mostra un interessante +35,7%. Per quanto riguarda le tecnologie storage, i grandi trend trasversali del mondo IT restano cloud ibrido, big data e software defined data center, ma osserviamo anche l’accelerazione dell’adozione dello storage in cluster, la crescita dell’object storage grazie all’Internet of Things e alle applicazioni che utilizzano grandi quantità di data objects. Infine, si nota un impiego sempre più massiccio anche in modalità ibrida della tecnologia flash». Ribadendo che «NetApp fornisce soluzioni in grado di affrontare tutti questi trend, dando al business le risposte giuste in termini di efficienza, performance e saving, lasciando al cliente la massima scelta nel configurare il modello di cloud (pubblico, privato o ibrido) – Roberto Patano – cita l’esempio recente del Comune di Verona, «che ha rinnovato la propria infrastruttura storage per migliorare la disponibilità dei servizi, la condivisione efficiente delle informazioni e il controllo semplificato degli spazi disco. Attraverso un’architettura basata sulle soluzioni NetApp, il Comune di Verona può gestire in maniera semplificata e a costi contenuti lo storage, condividere con efficienza le risorse e limitare l’uso incontrollato dello spazio».


@Assinform I grandi trend trasversali restano cloud ibrido, big data e software defined data center
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Cambiamenti in corso

Giacomo Mosca, server & storage sales specialist dell’Enterprise Business Group di Lenovo, rileva che «oggi, il paradigma più evidente a cui assistiamo è la convergenza tra le classiche appliance di storage e le nuove soluzioni software-defined». Ci sono aziende che hanno investito in maniera anche considerevole in infrastrutture di storage, ma ce ne sono anche altre che hanno puntato su sistemi computazionali, quali i server. L’esigenza è quindi quella di ottimizzare l’investimento del passato e decidere come ottimizzare il budget relativo allo storage nel prossimo triennio. «Siamo convinti – spiega Mosca – che in questo lasso di tempo si concluderà, o meglio si evidenzierà maggiormente, il processo di ridistribuzione della gestione dello storage tra sistemi hardware appliance ‘puri’ e sistemi software-defined. Non pensiamo però che una delle due alternative sarà vincente rispetto all’altra, ma che si assisterà allo sviluppo di sistemi ibridi. Già nel breve periodo, le aziende dovranno gestire l’esplosione dei dati e quindi valutare la necessità legata allo storage e alle prestazioni che questo richiederà. È facilmente intuibile che, seguendo la strada del software-defined, le aziende potranno andare a sfruttare i dischi interni dei server esistenti, dotati di capacità di storage interna espandibile e con alti livelli di connettività, proprio perché senza l’appliance, l’utente deve trovare le prestazioni all’interno della propria macchina».


Giacomo Mosca @lenovoitalia Convergenza tra le classiche appliance di storage e soluzioni #SDS @LenovoThinkServ
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Resiste l’appliance

Passando a enucleare qualche esempio tecnologico, Mosca cita il fatto che «Lenovo ha dato la propria risposta con la linea ThinkServer recentemente annunciata, basata su piattaforma Intel Grantley, che garantisce maggiore spazio su disco ed elevata flessibilità: con i modelli ThinkServer RD550 e RD650, server rack ingegnerizzati al fine di offrire il massimo di performance ed espandibilità in spazi ridotti». Secondo Mosca, resta il fatto che l’appliance di storage non andrà comunque a scomparire, ma si adatterà e interesserà ambiti specifici, ad esempio quello delle SAN (Storage Area Network). «Come Lenovo abbiamo poi reso disponibile per le piccole e medie imprese lo Storage Array Lenovo EMC VNX5150, una soluzione SAN che offre un valore eccezionale a un prezzo conveniente, e che risponde alle esigenze pressanti e ai carichi di lavoro spesso imprevedibili delle medie imprese». Ed è da notare che «i nuovi sistemi software-defined riusciranno a ibridare questi due filoni, per cui già oggi esistono architetture storage che possono comprendere e tenere insieme in modo omogeneo sia appliance SAN tradizionali sia dischi interni al server» – sottolinea Mosca.

Le soluzioni cloud

Passando invece all’area cloud, uno dei fenomeni che sta suscitando interesse all’interno delle aziende italiane è sicuramente il private cloud, che mira a mantenere in azienda alcuni dati essenziali. «Nel proporre soluzioni cloud – spiega Giacomo Mosca – notiamo che le aziende vedono ancora come un valore la possibilità di conservare alcuni dati fisicamente al proprio interno, quindi in questo ambito trovano spazio sia i sistemi di private sia quelli di public cloud. In tema di private cloud, uno dei punti di connessione con lo storage sarà la sua gestione all’interno dell’azienda e dell’offerta software-defined, ideale come abbiamo visto per questioni di flessibilità e di “cooperazione”. Uno dei punti centrali rimane il budget disponibile. Insieme alla tecnologia è quello che spesso detterà la scelta della soluzione da adottare. Se un’azienda ha da poco acquistato un server, probabilmente valuterà l’espansione dello storage interno con una gestione software-defined. Lenovo con i propri NAS della linea PX consente una gestione storage di livello enterprise, pur con budget ridotti».


Gastone Nencini @TrendMicroItaly Data center virtualizzato sempre più data-centrico
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La sicurezza nello storage

Infine, Gastone Nencini, country manager di Trend Micro Italia, sottolinea che «alcune previsioni affermano che la prossima generazione di data center altamente virtualizzati sarà data-centrica, non calcolo-centrica. Gli storage manager dovranno quindi occuparsi della creazione di un’architettura capace di minimizzare, se non azzerare, lo spostamento dei dati tra le applicazioni. Ma, a parte la definizione dei criteri di analisi che consentono di elaborare velocemente i dati per metterli a disposizione quando servono e ogni volta che servono, sarà davvero importante continuare a concentrarsi sulla sicurezza dei dati che si archiviano. Questo perché la minaccia più concreta oggi è la minaccia al dato. Ovviamente, più siamo connessi più aumentano i rischi e le violazioni e i furti di dati sono destinati a diventare sempre più frequenti».

Guardare al cloud

Del resto, al giorno d’oggi, considerato che la maggior parte delle aziende ha affidato i propri dati agli ambienti cloud, la sicurezza deve essere considerata ancor di più un punto fondamentale. È anche per questo che, «per garantire dati sicuri e sempre sotto controllo, vengono in aiuto soluzioni di crittografia come per esempio Trend Micro SecureCloud, che permette una protezione multilivello dei dati residenti all’interno di cloud pubblici, privati o ibridi» – spiega Gastone Nencini. «Trend Micro ha deciso di adottare un approccio che permette agli IT manager di mantenere inalterato il livello di autorità sulle informazioni aziendali senza dover installare infrastrutture di protezione più complesse e articolate. In particolare, con SecureCloud, Trend Micro ha coniugato in unico tool le funzioni per la gestione delle chiavi basate su policy, tecniche crittografiche standard e autenticazione dei virtual server per gestire in totale sicurezza i dati all’interno di contesti cloud pubblici, privati o ibridi. A differenza di altre soluzioni che prevedono la condivisione o la custodia delle chiavi da parte di altri, con Trend Micro gli utenti ottengono la custodia esclusiva delle loro chiavi di cifratura. In questo modo, riconoscendo ai proprietari delle informazioni l’esclusiva capacità di decidere quando e dove utilizzare le chiavi di crittografia, è possibile per l’azienda esercitare il totale controllo sui dati».


Davide Benelli Il business centric storage di Fujitsu @Fujitsu_Global
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Il Business Centric Storage di Fujitsu

Secondo Davide Benelli, business program manager di Fujitsu, negli ultimi anni si registra un interessante cambiamento da parte della domanda che sta lentamente passando da una scelta d’acquisto puramente basata sul rapporto costo/capacità a dinamiche d’acquisto basate sul rapporto costo/performance. «Questo è sintomatico del fatto che si stanno abbandonando architetture a silos per abbracciare, a diverso livello, progetti infrastrutturali di consolidamento e virtualizzazione.  In questo contesto – spiegaBenelli – la componente storage assume un ruolo fondamentale, essendo una voce di spesa importante e dovendo garantire livelli di perfomance in linea con quelli richiesti dal business. Infatti, i sistemi storage devono rispondere a livelli di SLA sempre più elevati, potendo oggi gestire da un’unica interfaccia le policy di sicurezza, le regole di accesso, le logiche di tiering e i processi di recovery dei dati. Infine, un sistema storage in grado di adattarsi a questo nuovo scenario deve permettere di ridurre considerevolmente lo spazio disco necessario, attraverso, per esempio, tecnologie di deduplica». Per mantenere elevati livelli di competitività, è necessario allineare le risorse e le performance dell’ambiente storage alle necessità del business aziendale e non viceversa. Tutto ciò attraverso politiche di gestione automatizzata, il consolidamento dei sistemi target e la riduzione della complessità infrastrutturale dei data center. «È questo l’approccio di Fujitsu, denominato Business Centric Storage». L’offerta Fujitsu, tra le più ampie del mercato, è in grado di aiutare i professionisti dello storage nel difficile compito di supportare il core business aziendale attraverso la leva tecnologica.

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L’era dell’unbound cloud. NetApp accelera lo storage https://www.datamanager.it/rivista/l-era-dellunbound-cloud-netapp-accelera-lo-storage-54555.html Wed, 19 Mar 2014 08:54:16 +0000 http://dmo4.datamanager.it/2014/03/lera-dellunbound-cloud-netapp-accelera-lo-storage/ La strategia unified storage di NetApp si estende anche alle soluzioni di terze parti, per uno storage che parla sempre più la lingua del “software defined” di Luca de Piano   «Lo ha sancito IDC a fine 2013. Data Ontap è il sistema operativo per storage numero uno al mondo» – dichiara Roberto Patano, direttore […]

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La strategia unified storage di NetApp si estende anche alle soluzioni di terze parti, per uno storage che parla sempre più la lingua del “software defined”

di Luca de Piano

 

Roberto Patano direttore tecnico di NetApp«Lo ha sancito IDC a fine 2013. Data Ontap è il sistema operativo per storage numero uno al mondo» – dichiara Roberto Patano, direttore tecnico di NetApp (www.netapp.it). Le novità in casa NetApp sono a tutto campo: dai nuovi sistemi di storage unificato FAS8000 al software FlexArray per la virtualizzazione dello storage, fino all’aggiornamento del sistema operativo Clustered Data Ontap. «Qualcuno potrebbe considerarli semplici annunci di prodotto – spiega Patano – ma in realtà rappresentano la prosecuzione della nostra strategia, quella dell’unified storage, che prevede un’unica piattaforma sulla quale concentrare tutte le funzioni storage. Con FlexArray, estendiamo il concetto di unified storage ai servizi di memorizzazione di altri vendor e anche in questo siamo i primi sul mercato. Sulla stessa piattaforma si possono quindi avere SAN, NAS e servizi storage di terze parti».

Ovviamente, tutto poggia sui prodotti, che sono in questo caso i nuovi sistemi di storage della serie FAS8000, con i modelli 8020, 8040 e 8060. Tra le caratteristiche salienti della nuova serie FAS8000, vi sono un miglioramento delle performance fino a due volte rispetto alle piattaforme FAS precedenti, un’architettura storage ottimizzata per l’input e output di dati grazie ai chipset Intel, memoria espansa e migliore supporto flash per offrire ottime performance a bassa latenza per carichi di lavoro importanti. Inoltre, la nuova serie rende possibile lo scale-out orizzontale fino a 24 controller, e può integrare fino a 216 Tb di memoria flash, gestita in maniera automatica dal sistema operativo. Ma vi sono altri dati: «Con i nuovi FAS – sottolinea Patano – consente di ottenere throughput fino a 2,6 milioni di IOPS, una capacità fino a poco tempo fa impensabile, ma perfettamente in linea con quelle che sono le nuove esigenze delle aziende. Per esempio, si parla tanto di big data, la cui vera ottica è quella di correlare masse crescenti di dati: per farlo, servono contenitori con vastissime capacità, ed è esattamente quello che ci siamo proposti ripensando i nostri sistemi FAS per gestire quantità enormi di dati».

Tra le altre novità di NetApp, vi è il nuovo software FlexArray che virtualizza e gestisce piattaforme di storage, comprese le soluzioni di terze parti, spianando ulteriormente la strada al software-defined storage. «Anche in questo caso, si possono portare le funzionalità di NetApp sullo storage di terze parti» – chiarisce Patano. «Per esempio, si potrà aggiornare il proprio storage prendendo sistemi nuovi di NetApp e riservarli alla produzione, portando le funzioni di backup e disaster recovery sullo storage preesistente, anche di terze parti, recuperando un investimento già fatto ma senza rischi, in quanto le performance meno brillanti dello storage di generazione precedente non sono un ostacolo per le funzioni di backup e disaster recovery». Infine, la release più recente del sistema operativo Clustered Data Ontap permette di costruire una piattaforma universale per i dati, che supporta la loro portabilità dinamica in cloud pubblici e privati, offrendo al contempo un’ampia scelta di opzioni tecnologiche, applicative e di partnership.

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Le nuove sfide del BYOD. Miti e barriere da superare https://www.datamanager.it/rivista/le-nuove-sfide-del-byod-miti-e-barriere-da-superare-48792.html Fri, 19 Jul 2013 10:03:17 +0000 http://dmo4.datamanager.it/2013/07/le-nuove-sfide-del-byod-miti-e-barriere-da-superare/ Quella che fino a poco tempo fa era un’eccezione, oggi è la regola: utilizzare in azienda il proprio dispositivo tecnologico non è più tabù, o quasi. Questa rivoluzione dal basso sta ponendo una serie di nuove sfide ai reparti IT, soprattutto in ordine alla sicurezza, alle capacità delle infrastrutture di networking e alla distribuzione delle […]

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Le nuove sfide del BYOD. Miti e barriere da superareQuella che fino a poco tempo fa era un’eccezione, oggi è la regola: utilizzare in azienda il proprio dispositivo tecnologico non è più tabù, o quasi. Questa rivoluzione dal basso sta ponendo una serie di nuove sfide ai reparti IT, soprattutto in ordine alla sicurezza, alle capacità delle infrastrutture di networking e alla distribuzione delle applicazioni aziendali

di Luca de Piano

 

Il primo a fare il salto dalla tasca alla scrivania del manager è stato lo smartphone, quello finalmente utilizzabile senza essere ingegneri nucleari. Subito dopo è stato il turno del tablet, oggetto molto meno serioso di un notebook. E questo binomio smartphone-tablet è stato il vero motore della più recente evoluzione dell’informatica aziendale, rappresentato da due fenomeni molto contigui, ma diversi: consumerizzazione dell’IT e BYOD (bring your own device). Si tratta di due fenomeni strettamente collegati che spesso si sovrappongono e che interessano in modo trasversale praticamente tutte le realtà aziendali. Anche perché – almeno in questo caso – non si tratta di una moda tecnologica calata dall’alto, ma di un fatto che presenta numerosi vantaggi innegabili, primo fra tutti la presenza di dispositivi che uniscono la semplicità di utilizzo e la massima portabilità con l’essere sempre connessi, rendendo possibili una serie di benefici per le figure aziendali, che fanno della mobilità e del tempo di risposta due parametri chiave del lavoro e della produttività.

 

Benefici per tutti

Un recente sondaggio, condotto da Gartner a livello mondiale tra i CIO di diversi settori (“Bring Your Own Device: The Facts and the Future”, Gartner, maggio 2013), oltre ad aver riportato come siano molte le aziende che hanno già messo in atto specifiche policy per l’utilizzo dei device personali in ufficio, ha anche rivelato che entro il 2016, il 38% delle società intervistate cesserà di fornire apparecchi aziendali ai propri dipendenti. «Le strategie relative al BYOD costituiscono il cambiamento più radicale nei fattori economici e culturali del client computing aziendale degli ultimi decenni» – ha spiegato David Willis, vice president e distinguished analyst di Gartner. «Tra i benefici del BYOD vi sono nuove opportunità per chi opera in mobilità, una maggiore soddisfazione delle persone e una riduzione o l’azzeramento dei costi». Ma non solo. Sempre secondo Gartner, il BYOD sprona l’innovazione sia per i Cio, sia per il business aziendale, in quanto permette l’utilizzo delle applicazioni mobili a un numero maggiore di dipendenti. Diffondere l’utilizzo delle applicazioni consente di cogliere nuove opportunità rispetto alle tradizionali comunicazioni o email mobili. Gli esempi portati da Gartner a questo riguardo sono molteplici, come le tabelle dei turni e dei diversi compiti, la lista degli ingressi e delle uscite dai locali aziendali – oppure – le applicazioni self-service di gestione delle risorse umane.

Barriere e resistenze

Anche Andrea Mariotti, director dei servizi di IT Risk & Assurance di Ernst & Young (www.ey.com/IT) fa notare il crescente successo del BYOD, anche se vi sono tuttora aziende in cui viene osteggiato, «soprattutto – spiega Mariotti – da parte di quei reparti IT che nutrivano un certo timore rispetto a sistemi operativi nuovi come Android o lo stesso iOS, quello degli iPhone e degli iPad». Ma le resistenze al BYOD dipendono anche dal settore di attività. «Nelle aziende più innovative come quelle del mondo consumer o dell’ambito tecnologico, il BYOD è ormai acquisito, mentre i comparti più legati alle tradizioni, come per esempio quello manifatturiero, vedono perdurare ancora qualche scetticismo» – conferma Mariotti, avvertendo però che, «trattandosi di un tema tipicamente cross-industry, che attiene all’IT in generale, le resistenze rispetto al recente passato sono molto diminuite». E questo è dovuto soprattutto ai vantaggi che si possono conseguire col BYOD, in particolar modo in tema di risparmi di costo. «Di fronte a un ROI, un ritorno sull’investimento, garantito, molti reparti IT lasciano perdere gli ultimi dubbi – sottolinea Mariotti – e la crescente disponibilità di soluzioni mobile device management (MDM), sempre più robuste e affidabili, fa sentire sereni anche i responsabili IT più tradizionalisti». Sicurezza e conformità alle disposizioni normative in materia di trattamento dei dati rimangono le principali preoccupazioni connesse col BYOD.

Rischi e opportunità

Come evidenziato anche da Gartner, i Cio temono soprattutto le fughe di dati, in particolar modo con i device progettati per condividere i dati sul cloud. Non solo. Oltre la metà delle aziende ha definito “elevate” le misure di sicurezza adottate per i dati corporate che transitano sui dispositivi mobili. Infine, va osservato che l’adozione del BYOD non è uniforme in tutto il mondo. La recente indagine di Gartner ha infatti evidenziato come il fenomeno prevalga nelle aziende medio-grandi, anche se offre vantaggi anche per le piccole. Negli Stati Uniti, la probabilità che le imprese consentano il BYOD è doppia rispetto all’Europa, area in cui l’adozione è la minore a livello globale. In Italia, la tendenza è affine all’andamento europeo, anche se – secondo Andrea Mariotti di Ernst & Young – «c’è ancora un po’ di strada da fare verso un utilizzo completo dei propri smartphone e tablet, che tuttora vengono in massima parte adoperati per consultare le mail o accedere al web. In ogni caso, la via migliore per abbassare i costi aziendali e per garantire un utilizzo dello strumento da parte dei dipendenti rimane proprio il BYOD, anzi il CYOD – choose your own device – che lascia all’utente la possibilità e l’onere di acquisto del device che preferisce, scegliendolo – però – all’interno di una griglia di caratteristiche prestabilite».

Attuare il BYOD

Con l’aiuto delle aziende interpellate da Data Manager, abbiamo deciso di fare il punto su quali possono essere le soluzioni, i servizi e le tecnologie che le società attive nel networking e nella security, o nella fornitura di servizi connessi, sono oggi in grado di mettere in campo, allo scopo di rendere il BYOD sempre più attuabile e privo di rischi per le aziende e gli utenti.

A inquadrare subito il tema ci pensa Sergio Visci, technology infrastructure director di Avanade (www.avanade.com/it), secondo cui «il BYOD va affrontato nell’ambito dei progetti di trasformazione ed evoluzione dell’informatica individuale». In molte aziende le informazioni sono l’asset più importante e il tema della sicurezza va quindi approcciato con la massima attenzione. «Gli scenari moderni di end user computing legati alla consumerizzazione dell’IT – spiega Visci – prevedono tipicamente l’adozione di soluzioni in mobilità e in modalità cloud non previste nei modelli tradizionali. Questi possono, però, non essere sufficienti a garantire la sicurezza adeguata. È necessario quindi dotarsi di soluzioni moderne, ma anche adeguare i processi di gestione e politiche di sicurezza per essere efficaci». In questo quadro, sempre secondo Avanade, «la profonda conoscenza delle esigenze degli utenti e del business deve essere la base su cui progettare la soluzione. Questa sarà composta da diverse soluzioni per fornire all’utente il servizio che meglio si sposa con il proprio ruolo in azienda». Ecco quindi che i “mattoncini” tecnologici da usare saranno, tra gli altri, «la virtualizzazione desktop e applicativa, le soluzioni di distribuzione delle applicazioni, identity and access management, active directory, direct access, vpn, mobile device management, enterprise app store, unified communication, e infine extended collaboration» – conclude Visci.

Sicurezza in primo piano

Secondo Gastone Nencini, senior technical manager di Trend Micro Southern Europe (www.trendmicro.it), «per ridurre al minimo i costi di esercizio e le sfide di sicurezza che il BYOD comporta, le aziende hanno bisogno soluzioni con un ampio supporto per le diverse piattaforme che consolidino la gestione e si integrino con l’infrastruttura di sicurezza esistente degli endpoint». Per esempio – fa notare Nencini – «i dati mobili possono essere protetti tramite la crittografia e il controllo su chi debba accedere e condividere i dati nella rete, sui server, sui client e sulle unità di archiviazione rimovibili. In questo modo le tecnologie aiutano le aziende ad adottare i programmi BYOD e coglierne i vantaggi, senza esporre utenti e dati a ulteriori rischi». Per conciliare l’utilizzo di dispositivi personali con la sicurezza delle informazioni e delle reti aziendali, «identità e policy non devono essere legate ai dispositivi ma riferirsi all’individuo, tenendo conto delle esigenze e risorse alle quali ha bisogno di accedere». Il BYOD deve quindi evolversi verso un approccio “bring your own identity”. «Il segreto – dice Nencini – è garantire sicurezza e gestione senza compromettere usabilità e capacità. È possibile farlo promuovendo una cultura nella quale i dipendenti si sentano non solo autorizzati e tutelati, ma supportati nel lavorare da remoto con qualsiasi dispositivo, riducendo la tentazione di utilizzare “di nascosto” strumenti non approvati per accedere al cuore del network aziendale e permettendo così di cogliere i vantaggi che le nuove tecnologie nelle mani dei dipendenti possono portare».

Contenitori sicuri

Roberto Patano, technical manager di NetApp Italia (www.netapp.it), richiama l’attenzione sulla preoccupazione maggiore dei responsabili IT alle prese col BYOD: contenere il rischio di perdite di dati aziendali e renderli il più possibile sicuri. «Il dipartimento IT – spiega Patano – ci chiede da un lato di trovare soluzioni mobile che siano facili da utilizzare per garantire all’utente la migliore esperienza di accesso alle informazioni di cui hanno bisogno, disincentivando l’uso sempre più frequente di servizi cloud di tipo consumer, che possono mettere a rischio la sicurezza dei dati – e dall’altro lato – di mantenere il pieno controllo sugli accessi e le informazioni business protette dietro il firewall aziendale». Per aumentare la produttività di chi lavora in remoto e concretizzare l’idea di un’impresa globale sempre connessa, «le aziende – prosegue Patano – devono preferire soluzioni professionali che uniscono la migliore esperienza consumer alla governance aziendale dei dati. In risposta a queste esigenze, NetApp Connect consente un accesso mobile sicuro, istantaneo e semplice ai dati memorizzati nello storage attraverso un’app, disponibile per tutti i dispositivi basati su sistemi iOS, che crea un contenitore sicuro nel dispositivo mobile, senza necessità di complesse autenticazioni o configurazioni della VPN, assegnando all’IT pieno controllo sulle informazioni. Tale approccio consente di superare molte fra le più diffuse preoccupazioni in tema di conformità aziendale, BYOD e gestione dei dispositivi poiché tutti i dati possono restare on-premise, dietro il firewall aziendale senza essere copiati nel cloud, pur introducendo la semplicità di utilizzo tipica delle soluzioni consumer».

Protezione senza compromessi

Constatato che il trend del BYOD registra una crescita esponenziale e che «è cambiato il modo in cui gli utenti accedono alla rete, e le aziende devono preoccuparsi anche di proteggere i device personali sempre più utilizzati per svolgere attività lavorative», Joe Sarno, VP regional sales di Fortinet (www.fortinet.it), ritiene necessario «promuovere un’educazione sulla sicurezza tra i dipendenti per adottare comportamenti corretti e prestare attenzione all’utilizzo sia di device, sia delle applicazioni. Inoltre, è necessario assicurarsi che la rete sia protetta e che l’impresa sia in grado di controllare l’accesso in entrata e in uscita alla rete aziendale dei dispositivi esterni e il loro comportamento». Per quanto riguarda le best practices in tema di BYOD, sono soprattutto tre le strategie che si possono adottare. «In primo luogo, le aziende – spiega Sarno – dovrebbero definire i propri obiettivi e determinare le minacce reali per la rete, come siti web dannosi, perdita di produttività, uso eccessivo della larghezza di banda, per implementare opportune policy mobile. Inoltre, le aziende dovrebbero implementare un software di gestione remota su qualsiasi dispositivo in cui risiedono dati aziendali, per consentire al dipartimento IT di aggiornare automaticamente i dispositivi degli utenti con le patch più recenti». Ma secondo Sarno, bisognerebbe anche «implementare funzioni centralizzate per le operazioni di localizzazione, track, blocco, pulizia, backup e ripristino in remoto, in modo da proteggere, recuperare e ripristinare i dati aziendali sui dispositivi mobili persi o rubati». E infine, sarebbe necessario bloccare i dispositivi non compatibili, «poiché – avverte Sarno – spesso i dipendenti sono ansiosi di usare il proprio dispositivo personale per lavoro, ma sono restii a installarvi prodotti software aggiuntivi. Come compromesso, le aziende potrebbero consentire ai dipendenti di usare i propri dispositivi, a patto – però – di installare determinate app secondo le policy di sicurezza dell’azienda».

Ampliare l’ottica

Livio Pisciotta, client marketing manager di Dell (www.dell.it), sottolinea invece che il termine BYOD ultimamente sia diventato «un po’ stretto in quanto porta a concentrarsi solo sull’ultimo anello, la “D”, cioè sul device». Per Pisciotta, sarebbe più utile puntare sul concetto di «BYOX», dove la X rappresenta le applicazioni enterprise per abilitare il BYOD. «Abbiamo visto il BYOD prima di altri attori sul mercato – dice Pisciotta – e le acquisizioni di aziende quali Kace, Quest, SonicWall e Wyse sono la più forte testimonianza che siamo in grado di fornire nuove soluzioni e veicolare con forza gestione e management, modernizzazione delle applicazioni mobili, soluzioni per l’ottimizzazione del networking e cloud experience in ottica unificata». Anche in base a questa esperienza approfondita, Dell suggerisce di «approcciare il BYOD» da una prospettiva incentrata sull’identità utente, mettendo in piedi un set di soluzioni che semplifichino la delivery, la configurazione degli accessi e il data wiping basati sull’utente, indipendente dal device. «La maggior parte delle sfide legate alla sicurezza – fa notare Pisciotta – si concentra nel data center. E il cloud – sia esso privato, pubblico o misto – è già esso stesso per definizione abilitatore di sicurezza. Ma è necessario realizzare un piano strategico su almeno tre anni che analizzi in maniera profonda le utenze, i processi e le tecnologie. Tale programma – spiega Pisciotta – deve focalizzarsi sull’analisi interna degli indici di produttività dei singoli, segmentando efficacemente gli utenti, determinando i requisiti di mobilità e implementando piani di sicurezza incentrati preferibilmente su identità utente, management e gestione centralizzata e automatizzata degli asset attraverso appliance semplificate che operino su tutti i device e operando su gruppi pilota al fine di implementare progetti di virtualizzazione e cloud».

Approccio olistico

Per Maurizio Costa, security senior consultant di Sinergy (www.sinergy.it), il BYOD si scontra purtroppo «con l’eterogeneità dei dispositivi mobili oggi presenti sul mercato e con il fatto che spesso tali dispositivi siano pensati per il mondo consumer e pertanto manchino di caratteristiche fondamentali per il loro corretto utilizzo in azienda». È anche per questo che – prosegue Costa – «non stiamo riscontrando un boom del BYOD in senso stretto (dispositivi di proprietà dell’utente), ma piuttosto della volontà delle aziende di fornire ai propri dipendenti device evoluti (basati principalmente su iOS e Android), che possano essere impiegati sia per utilizzo professionale sia personale. Anche se spesso tali richieste nascono inizialmente dall’esigenza di soddisfare le richieste di gruppi ristretti di “early adopters”, identificati tipicamente nel management, la prospettiva di crescita è significativa».

Ma quali sono le best practices per affrontare il BYOD? Secondo Costa «è fondamentale definire – o per meglio dire – non dimenticare, le esigenze di governance e compliance che l’azienda ha definito per l’accesso ai propri dati». Non solo. «Analizzare le modalità di acceso ai dati, chi deve avere accesso ai dati e in quale modo, è un passo fondamentale per garantire la sicurezza» – aggiunge Costa. A questo primo basilare passo, «vanno poi affiancati strumenti e soluzioni in grado di gestire e mettere in sicurezza i device mobile device management (MDM) e le applicazioni mobile application management (MAM), che accedono ai dati consentendo di separare quelli aziendali e personali, con un approccio olistico alla sicurezza nell’accesso ai dati in mobilità».

Sfide sempre nuove

Per conciliare l’utilizzo di dispositivi personali con la sicurezza delle informazioni e delle reti aziendali, «proibire ai dipendenti l’utilizzo del proprio dispositivo personale per comunicare anche con l’azienda sarà sempre più difficile» – afferma Gregorio Piccoli, responsabile tecnologie di sviluppo Zucchetti (www.zucchetti.it). Per i responsabili IT sarà sempre più importante condividere con il personale le procedure di trasferimento e archiviazione delle informazioni aziendali, con l’introduzione di password sicure e sistemi di cifratura dei dati. «Ovviamente, l’accesso alle informazioni – spiega Piccoli –  deve essere profilato in base all’utente, considerando le necessità specifiche del dipendente a seconda del ruolo che ricopre nell’organigramma aziendale. Tutti i software Zucchetti sono sviluppati in tecnologia web e questo favorisce la comunicazione con i device di ultima generazione e stiamo sviluppando una serie di applicazioni per supportare ancora meglio gli utenti in mobilità». In questo scenario, «l’accesso agli applicativi anche mediante dispositivi quali smartphone e tablet è sempre più richiesto dai nostri clienti – continua Piccoli – soprattutto per verificare in tempo reale informazioni legate alla gestione degli ordini, alla disponibilità dei prodotti a magazzino, al pagamento di una fattura, all’inserimento di una nota spese e così via». Secondo Piccoli, il BYOD «rappresenta una sfida ulteriore, in quanto si tratta di prevedere politiche aziendali di sicurezza in grado di tutelare la privacy del dipendente e al contempo di garantire la protezione dei dati in caso di furto, di smarrimento o di un utilizzo non corretto del dispositivo».

Sulla stessa linea anche Pierangelo Rossi, amministratore delegato di Italsel (www.italsel.com), secondo cui «il BYOD spinge sempre più aziende ad adottare soluzioni e precauzioni per garantire la continuità dell’attività core e favorire la crescente necessità del singolo lavoratore di produrre meglio e più efficientemente, senza tralasciare la propensione all’impiego di nuove tecnologie». Considerando che l’Italia è il paese con il maggior numero di smartphone pro-capite e che, a differenza di altre tecnologie, in questo campo oggi siamo un Paese all’avanguardia, questo fenomeno è destinato a produrre in tempi brevi un forte impatto. «È su queste premesse – spiega Rossi – che nel 2010 Italsel ha lanciato Mobability.it, dedicata alla distribuzione nell’ambito del mobile computing, che ha contribuito alla diffusione di soluzioni MDM. Oggi, consideriamo il BYOD come un’ulteriore opportunità per diffondere nuove soluzioni che si integrino nei sistemi informatici aziendali e che premino anche il concetto di cloud e di SaaS». Per Rossi, cloud e mobile sono quindi «la scommessa del prossimo futuro e le aree prevalenti di intervento sono la sicurezza del dato e la sicurezza dello strumento che lo gestisce». E dal momento che «risolvere una sola di queste problematiche non è sufficiente – dice Pierangelo Rossi – operiamo per integrare la sicurezza del dato, la sua collocazione, la fruibilità da smartphone e tablet, oltre alla certezza dell’accesso».

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eHealth. La Sanità si riorganizza con l’ICT https://www.datamanager.it/rivista/ehealth-la-sanit-si-riorganizza-con-l-ict-47863.html Mon, 17 Jun 2013 10:06:49 +0000 http://dmo4.datamanager.it/2013/06/ehealth-la-sanita-si-riorganizza-con-lict/ eHealth La Sanità si riorganizza con l’ICTNel perdurare delle iniziative volte a contenere e a ridurre la spesa pubblica, l’ICT si configura come il motore per assicurare un’organizzazione più efficiente e promuovere un utilizzo più produttivo delle risorse, grazie anche ad applicazioni sempre più sofisticate e performanti di Luca de Piano   La digitalizzazione è […]

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eHealth La Sanità si riorganizza con l’ICTeHealth La Sanità si riorganizza con l’ICTNel perdurare delle iniziative volte a contenere e a ridurre la spesa pubblica, l’ICT si configura come il motore per assicurare un’organizzazione più efficiente e promuovere un utilizzo più produttivo delle risorse, grazie anche ad applicazioni sempre più sofisticate e performanti

di Luca de Piano

 

La digitalizzazione è la chiave di volta per la sostenibilità economica del sistema sanitario. Lo ha ribadito, cifre alla mano, anche la ricerca 2013 dell’Osservatorio ICT in Sanità della School of Management del Politecnico di Milano, ma soprattutto lo hanno dimostrato nei loro interventi anche le aziende interpellate da Data Manager per questo servizio. Del resto, il cruscotto delle leve tecnologiche in grado di promuovere innovazione e sviluppo nell’ambito del settore sanitario è piuttosto vasto. Si parla – infatti – di cartella clinica elettronica, fascicolo sanitario unico, assistenza domiciliare, medicina sul territorio, dematerializzazione dei documenti, cloud computing, soluzioni per la gestione informatizzata dei farmaci, servizi digitali al cittadino, business intelligence a supporto della clinical governance, mobile health, unified communication, conservazione delle banche dati sanitarie, e molto altro ancora. Il quadro delle finanze statali – però – non agevola certo l’innovazione, e il ricorso ai tagli alla Sanità per far tornare i conti pubblici sta determinando effetti negativi sull’intero settore. Come ha evidenziato a inizio maggio 2013 l’Osservatorio ICT in Sanità del Politecnico di Milano, a causa dei tagli, in soli tre anni il nostro sistema sanitario è scivolato dal 15esimo al 21esimo posto per qualità, tra i 34 censiti dall’Euro Health Consumer Index 2012. Nel rapporto si legge che “siamo sempre più staccati da Francia, Regno Unito e Olanda (in testa alla graduatoria), ma ci ritroviamo ormai dietro anche ai Paesi dell’est Europa come Repubblica Ceca, Slovenia e Croazia. L’Italia si colloca bene in parametri come i risultati clinici (11esimo posto) e il rispetto dei diritti e l’informazione ai pazienti (11esimo posto), ma è penalizzata dalle basse valutazioni in prevenzione, gamma e accessibilità dei servizi offerti (26esimo posto), accesso ai farmaci (22esimo posto) e tempi di attesa per ricevere i trattamenti (22esimo posto). Questi indici denotano un progressivo deterioramento del sistema destinato a mostrare i propri effetti nei prossimi anni, con gravi ripercussioni in termini di salute, ma anche di costi e quindi di sostenibilità del Sistema”.

  

Spesa in diminuzione

In questi tempi di spending review, per usare l’espressione di moda, anche nel 2012 la spesa ICT per la Sanità è scesa ancora, dopo il calo già fatto registrare nel 2011. Il totale della spesa italiana, indicato nella ricerca del Politecnico di Milano, è stato di 1,23 miliardi di euro, in diminuzione del 5% rispetto all’anno precedente e pari a 21 euro per abitante: oltre la metà del valore di Francia e Gran Bretagna. Ma soprattutto deve far riflettere un ulteriore dato: la spesa in tecnologie informatiche è pari all’1,1% della spesa sanitaria pubblica. «Eliminare gli investimenti in ICT – spiega Paolo Valcher, direttore del Mercato Sanità di Microsoft Italia (www.microsoft.it) – è controproducente, poiché alla lunga ne risente l’intero sistema sanitario, con una riduzione della qualità delle prestazioni e un conseguente aggravio dei costi. Il settore pubblico e quello privato devono collaborare per invertire questa tendenza e accelerare l’adozione di tecnologie in grado di conciliare la riduzione dei budget con la qualità dei servizi: occorre individuare aree di investimento che possano rendere i processi organizzativi più efficienti ed efficaci». Per Roberto Patano, business development manager di NetApp (www.netapp.it) puntare sull’innovazione e investire nell’area della Sanità attraverso il contributo delle tecnologie informatiche significa contenere la spesa e ridurre i costi di gestione. «Pensiamo per esempio – dice Patano – all’esplosione dei dati nel settore sanitario che sta comportando un aumento della complessità nella gestione e protezione di dati sensibili e della spesa a livello dei sistemi informativi. La digitalizzazione di referti clinici, la diagnostica per immagini tende a far aumentare in modo potenziale il volume dei dati da gestire che passerà velocemente dai terabyte ai petabyte, con una richiesta maggiore di storage e una complessità maggiore di gestione da parte dei reparti IT».

 

Benefici su tutta la linea

Eppure, come evidenziato nel recentissimo rapporto dell’Osservatorio ICT in Sanità, proprio gli investimenti in innovazione digitale potrebbero unire efficienza e sostenibilità economica a un’offerta di servizi di qualità, apportando nel contempo benefici stimati in circa 15 miliardi di euro all’anno per il Sistema Paese. Secondo l’Osservatorio, “impiegando appieno le soluzioni ICT negli ambiti chiave della sanità italiana, le strutture potrebbero risparmiare circa 6,8 miliardi di euro l’anno, vale a dire 115 euro pro-capite”. Nel dettaglio, si parla di circa tre miliardi grazie alla deospedalizzazione di pazienti cronici resa possibile dalle tecnologie a supporto della medicina sul territorio e dell’assistenza domiciliare; 1,37 miliardi per risparmi di tempo in attività mediche e infermieristiche grazie all’introduzione della cartella clinica elettronica; 860 milioni grazie alla dematerializzazione dei referti e delle immagini; 860 milioni grazie alla riduzione di ricoveri dovuti a errori evitabili attraverso sistemi di gestione informatizzata dei farmaci; 370 milioni di euro si otterrebbero grazie alla consegna dei referti via web; 160 milioni con la prenotazione online delle prestazioni; 150 milioni attraverso la razionalizzazione dei data center presenti sul territorio e al progressivo utilizzo di tecniche di virtualizzazione, e infine altri 20 milioni per la riduzione dei costi di stampa delle cartelle cliniche.

 

Le esigenze delle risorse umane

Anche l’opinione di Furio De Candido, responsabile commerciale pubblica amministrazione di Inaz (www.inaz.it), è netta: «Nel settore della sanità, l’investimento in innovazione rimane inderogabile, ma si accompagna a un sempre più attento controllo della spesa. Ridurre i costi conservando la qualità del servizio diventa oggi una vera sfida. Il contenimento della spesa passa per una corretta gestione interna, e in particolare per una gestione efficiente delle risorse umane: la buona notizia è che oggi, attuare politiche avanzate del personale e valorizzare i talenti è più facile, grazie a strumenti tecnologicamente innovativi come quelli offerti da Inaz. Si possono monitorare le competenze dei dipendenti, pianificarne con cura i turni, tenerne sotto controllo l’aggiornamento formativo, migliorare la comunicazione fra i vari livelli aziendali. Semplificare le procedure, gestendole online e rendendo i lavoratori autonomi in alcune attività con il Portale del Dipendente e Self Web, fa risparmiare carta, tempo e denaro. L’archiviazione documentale digitale centra il medesimo obiettivo, quello di eliminare gli sprechi». Non solo. «Qualsiasi azienda – spiega De Candido – ha bisogno di disporre di risorse qualificate e deve permettere loro di concentrarsi su attività ad alto valore aggiunto, che in un settore come la sanità si riflettono positivamente sul servizio offerto al pubblico. Per attività come payroll e rilevazione presenze, comincia a farsi strada anche nella sanità il ricorso a soluzioni in outsourcing affidate a partner qualificati come Inaz: una scelta che consente di liberare risorse professionali e di risparmiare sui costi diretti, cosa che si traduce anche in risparmio per i cittadini».

Rimanendo in tema di risorse umane, anche Domenico Uggeri, vicepresidente di Zucchetti (www.zucchetti.it), non ha dubbi: «Anche le aziende che operano nella sanità devono conciliare il controllo dei costi con la qualità dei servizi erogati, e ciò è possibile utilizzando soluzioni tecnologiche all’avanguardia che ottimizzano tutti i processi». Un ottimo esempio a questo riguardo è quello di La Meridiana, cooperativa di Monza formata da 85 soci, 65 volontari e 210 fra dipendenti, professionisti e consulenti, che offre un ventaglio completo di servizi socio-sanitari, in particolare per gli anziani, che ha scelto HR Infinity di Zucchetti per incrementare l’efficienza e la produttività nell’ambito della gestione del personale. «La Meridiana – spiega Uggeri – aveva l’esigenza di gestire in modo completo gli aspetti amministrativi e organizzativi delle proprie risorse umane mediante applicazioni integrate che evitassero duplicazioni e ridondanze di dati. L’azienda ha ottenuto notevoli vantaggi anche dall’utilizzo della soluzione “Gestione tempi e attività lavorative”, che grazie a un modulo specifico di timesheet permette al personale di inserire le assegnazioni delle ore lavorate alle varie attività e di effettuare la corretta distribuzione dei costi verso la contabilità analitica. Con questa applicazione è possibile verificare in modo accurato, a livello qualitativo e quantitativo, i costi e i ricavi delle prestazioni erogate. La Meridiana dispone oggi di un sistema avanzato di controllo di gestione che consente un rendiconto giornaliero delle attività svolte per la cura degli anziani, in linea con quanto richiesto dalle più recenti direttive regionali».

 

Storage in primo piano

«Vista la progressiva esplosione dei dati elettronici relativi ai pazienti – avverte Roberto Patano di NetApp – gli operatori sanitari sono alla ricerca di una maggiore agilità nello storage, nell’elaborazione e nella gestione e condivisione di queste informazioni». Ma hanno anche bisogno di accedere a questi dati in qualsiasi momento e in qualsiasi luogo e nel frattempo tenerli al sicuro, favorendo l’accesso a milioni di referti memorizzati e alla ricerca scientifica. «Attraverso la nostra Agile Data Infrastructure – spiega Patano – offriamo soluzioni storage innovative per la gestione dei dati che riducono la complessità in termini di gestione e condivisione, favorendo lo scambio di informazioni e la tempestività degli interventi. Inoltre, attraverso un’infrastruttura scalabile, NetApp permette operazioni di archiviazione, backup e recovery senza interruzioni, che consentono una gestione più sicura ed efficace dei dati della popolazione e quindi delle cure mediche». Ne è un esempio l’infrastruttura realizzata da NetApp, con la consulenza di Sinergy, per il Gruppo Chiesi Farmaceutici, che aveva la necessità di unificare lo storage con un’infrastruttura integrata scalabile e in grado di supportare la crescita continua dei dati, oltre a realizzare un sito moderno e affidabile di disaster recovery. Oggi, Chiesi dispone di un’infrastruttura centralizzata e condivisa, affiancata da soluzioni di back-up tapeless per ottenere una maggiore facilità di gestione e sicurezza dei dati, in grado di assicurare notevoli benefici in termini di scalabilità, flessibilità, semplicità di gestione e aggiornamento.

 

Un nuovo rapporto tra medico e paziente

«Lo sviluppo di Internet e l’ampia disponibilità di informazioni mediche online ha avuto un significativo impatto sul settore sanitario e ha sicuramente cambiato il rapporto medico-paziente» –

spiega Lilia Bounab, European Healthcare sales manager di Datalogic ADC (www.datalogic.com). «Come cittadini e come pazienti, vogliamo capire – però – quello che sta succedendo alla nostra salute. Il 40% delle ricerche in Rete è per informazioni relative alla salute. Le persone sono più informate, o male informate, e vogliono essere maggiormente consapevoli della situazione. Noi, come produttore di hardware – dice Lilia Bounab – stiamo realizzando strumenti in grado di permettere alle aziende che lavorano in ambito sanitario di interagire in maniera sicura e costante con il paziente/cittadino. Si dà loro più tempo per discutere e per informare le persone». Ma non bisogna dimenticare i benefici in termini di riduzione dei costi: «Le innovazioni in ambito sanitario sono fondamentali e garantiscono un ritorno degli investimenti riscontrabile nel miglioramento della qualità della vita». L’ICT è la componente chiave in grado di ridurre i costi derivanti da una cattiva gestione e scarsa efficacia delle operazioni. «Noi offriamo soluzioni molto pratiche, convenienti e facilmente integrabili in ogni tipo di ambiente – prosegue Lilia Bounab – con lo scopo di semplificare e migliorare l’efficienza delle strutture sanitarie. L’ospedalizzazione prolungata di pazienti per motivi legati a errori medici ha notevoli costi e gli strumenti hardware che aiutano lo svolgimento delle attività quotidiane e che contribuiscono a salvaguardare la sicurezza del paziente permettono di ridurre notevolmente le spese dei ricoveri in ospedale che, giusto per dare un dato, incidono dal 30% al 40% sul totale della spesa pubblica».

 

A tutta sicurezza

David Gubiani, technical manager di Check Point Software Technologies Italia (www.checkpoint.com), concentra l’attenzione sulla sicurezza delle informazioni e sulla conformità alle normative, che costituiscono temi di capitale importanza anche per il settore sanitario: «Check Point mette a disposizione una serie di strumenti per garantire la sicurezza, il rispetto della privacy e la protezione dei dati sensibili, mentre una particolare attenzione viene data alla protezione delle informazioni in ambito mobile, residenti su dispositivi aziendali oppure privati, in base al crescente fenomeno del BYOD». Più in dettaglio, «l’architettura Software Blade permette di ottimizzare gli investimenti, allineandoli alle reali necessità aziendali grazie a una flessibilità realmente senza paragoni. Queste peculiarità permettono ai clienti di avere un eccellente ritorno di investimento garantendo al contempo il miglior servizio possibile». Un esempio recente a questo riguardo è rappresentato dall’AUSL di Modena, che ha realizzato un’infrastruttura di sicurezza flessibile e affidabile, in grado di rispondere a specifiche esigenze e consentendo di offrire migliori servizi al cittadino. «Oltre all’adozione di firewall Check Point per la difesa perimetrale e di connessioni VPN per consentire a dipendenti e collaboratori di operare in remoto, è stato creato un nuovo data center presso la struttura per la gestione del servizio di emergenza territoriale, con il servizio 118, protetto allo stesso modo da due firewall Check Point» – sottolinea Gubiani. «Sono state inoltre acquisite diverse software blade, poi distribuite sui vari firewall a seconda delle loro funzioni e necessità: gradualmente, l’intera infrastruttura di sicurezza della AUSL è stata standardizzata su piattaforma Check Point, con risultati positivi sul fronte della riduzione dei costi, della semplicità di gestione e della flessibilità dell’intera infrastruttura».

 

Controllare la spesa

Il problema dell’aumento della spesa sanitaria a causa del crescente invecchiamento della popolazione è inquadrato da Paolo Valcher di Microsoft: «L’attuale funzionamento dei sistemi sanitari rischia di essere insostenibile, in quanto assorbe in media il 9% del PIL nazionale dell’Unione Europea, in Italia circa il 7%, un dato destinato ad aumentare con il crescente incremento delle malattie croniche che rappresentano il 75% della spesa e il costante invecchiamento della popolazione (la percentuale di cittadini europei di età superiore ai 65 anni aumenterà dal 16% del 2000 fino al 24% del 2030). In questo scenario, l’eHealth rappresenta una leva strategica in quanto consente di ridurre il costo per paziente, offrendo un’assistenza migliore e un accesso più ampio ai servizi. Microsoft cerca di favorire un cambiamento culturale che valorizzi l’innovazione in sanità, per esempio attraverso un Manifesto Europeo per l’eHealth scritto e costruito insieme all’ecosistema delle aziende locali e ad alcune organizzazioni sanitarie, dove si indicano alcuni scenari e tecnologie abilitanti: il cloud computing, che consente di ridurre i costi e migliorare accessibilità e flessibilità dei servizi sanitari; i sistemi di comunicazione digitale integrata per condividere informazioni e offrire assistenza a distanza, anche multidisciplinare; le soluzioni di patient relationship management che consentono un migliore rapporto con il paziente; la business intelligence per un’efficace gestione, analisi delle informazioni e governance delle prestazioni sanitarie; le interfacce intuitive che semplificano l’interazione e il servizio al cittadino e le applicazioni mobile che facilitano l’accesso alle cure e la raccolta di dati clinici».

Infine, è sulla stessa linea anche Simone Passuti, product manager dell’area servizi sociali e sanitari di Maggioli (www.maggioli.it). «La malattia di Alzheimer rappresenta la causa più frequente di demenza nell’anziano – spiega Passuti – ed è una tra le più importanti malattie degenerative in termini di impatto epidemiologico, sociale e finanziario. Sono 520mila attualmente in Italia i malati di Alzheimer e i nuovi casi sono stimabili in circa 80mila l’anno. Si prevede che nel 2020, i nuovi casi di Alzheimer saliranno a 113mila l’anno». Nel corso del 2012, sono state molte le iniziative che sono riuscite a sensibilizzare l’opinione pubblica, creando una cultura dell’invecchiamento attivo. «Il miglioramento della salute e della qualità di vita di chi assiste, oltre che del malato – dice Passuti – rende questo investimento ancor più conveniente. Diventa quindi fondamentale poter garantire diagnosi precoci e trattamenti terapeutici tempestivi, come è il caso del progetto europeo Sociable, al quale ha partecipato attivamente anche il Gruppo Maggioli, fornendo tra l’altro competenze di tipo IT. Il progetto ha constatato l’efficacia di un innovativo approccio basato sulle moderne tecnologie ICT e il training computerizzato, mirato alla stimolazione delle abilità cognitive e al miglioramento dell’interazione sociale, per prevenire e rallentare la progressione della demenza nei soggetti anziani. La piattaforma Sociable è stata realizzata con l’obiettivo di facilitare l’integrazione degli operatori coinvolti nell’intero processo (diagnosi, trattamento, monitoraggio), di abbattere i costi delle attività di back-office e di rendere disponibili, generalizzabili e confrontabili i dati raccolti».

L'articolo eHealth. La Sanità si riorganizza con l’ICT proviene da Data Manager Online.

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