Roberto Vacca – Data Manager Online https://www.datamanager.it Il portale dell'ICT professionale Fri, 05 Oct 2018 15:03:47 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=5.8.13 https://www.datamanager.it/wp-content/uploads/2020/04/dmo-favicon3.png Roberto Vacca – Data Manager Online https://www.datamanager.it 32 32 #SiamoForty: Identità e trasformazione https://www.datamanager.it/2016/07/siamoforty-identita-trasformazione/ Fri, 22 Jul 2016 12:29:28 +0000 http://www.datamanager.it/?p=106611 Tocca ai CIO guidare il rinnovamento del Paese. L’ICT non può essere soltanto una cassetta degli attrezzi, ma deve diventare un modo per fare le scelte giuste. Conosciamo la strada. Abbiamo gli strumenti. Che cosa ci impedisce di cambiare veramente? L’Italia del 1976 è un po’ quella del 2016. L’Italia è in piena crisi monetaria, […]

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Tocca ai CIO guidare il rinnovamento del Paese. L’ICT non può essere soltanto una cassetta degli attrezzi, ma deve diventare un modo per fare le scelte giuste. Conosciamo la strada. Abbiamo gli strumenti. Che cosa ci impedisce di cambiare veramente?

L’Italia del 1976 è un po’ quella del 2016. L’Italia è in piena crisi monetaria, gli italiani fanno i conti con la paura del terrorismo interno. Si aprono a Montreal (Canada) i XXI Giochi Olimpici. La benzina costa 53 centesimi di dollari al gallone. Felice Gimondi vince il Giro d’Italia, la Corte di Cassazione condanna il film Ultimo tango a Parigi di Bernardo Bertolucci. Scoppia lo scandalo Lockheed e Piero Pelosi viene condannato per l’omicidio Pasolini. Il 1976 è anche l’anno della prima stampante laser, l’IBM 3800, del sistema a terminali HP 3000 serie I di HP e del primo supercomputer commerciale, il Cray-1 realizzato da Seymour Cray. Debutta il sistema di scrittura TES 501 di Olivetti, si festeggiano i dieci anni della mitica Perottina. E i CIO si chiamano ancora “capi centro EDP”. Steve Jobs e Steve Wozniak, un anno prima avevano già costruito nel loro garage l’Apple I. E mentre si chiude la dolorosa pagina della guerra in Vietnam, ad Albuquerque, New Mexico, due giovanissimi Bill Gates e Paul Allen danno inizio a quella che oggi chiameremmo una startup con il nome di «Micro-Soft Company».


#innovazione Nel 1976, l’Italia entra nel #G7 e i #CIO si chiamano ancora “capi centro EDP”
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Nel primo numero di Data Manager si parla di evoluzione del data center integrato (un titolo che andrebbe bene ancora oggi), di elaborazione decentrata e di business continuity nelle banche. Gli italiani si siedono per la prima volta davanti alla televisione e si dividono in due target per guardare la Domenica In di Corrado mentre sul Secondo Canale debutta L’altra domenica di Renzo Arbore. Intanto, la Corte costituzionale dichiara legittime le trasmissioni radiotelevisive a copertura locale di reti private e inizia una lunga stagione che avrebbe trasformato antropologicamente il popolo televisivo, da spettatori a trend setter, passando dal telecomando allo smartphone. Gli uomini di Al Fatah in Libano tentano di bloccare l’avanzata di truppe siriane. Il Napoli vince per la sua seconda volta la Coppa Italia. L’Unione Sovietica lancia nello spazio la navicella Soyuz 21 con due astronauti a bordo. Bettino Craxi diventa il nuovo segretario del PSI. La sonda Viking II atterra su Marte. Muore Mao Tse-Tung, leader della Cina moderna. Jimmy Carter è il nuovo presidente degli Stati Uniti. Nello stesso anno, James Goodnight fonda SAS in North Carolina e la FIAT annuncia che la Libia del colonnello Gheddafi entrerà nel capitale della casa torinese. Olivetti, dalla fiera di Hannover presenta il “personal minicomputer” P6060. Sulla pubblicità dei supporti magnetici “Scotch” 3M si legge che tutte le consociate del gruppo in Europa e Medio Oriente vengono rifornite dal modernissimo stabilimento di Caserta. In Italia, il governo approva l’aumento delle tasse, il blocco della scala mobile. L’inaugurazione della stagione alla Scala viene duramente contestata con lancio di uova marce contro il pubblico e di molotov contro la polizia. Sono le prime avvisaglie del Movimento del ‘77. Il lavoro diventa terreno di scontro. Sotto la spinta della ricostruzione e del boom economico, l’Italia entra nel G7. In questa trasformazione, da Paese agricolo a potenza industriale europea, gli investimenti pubblici di Stato con le attività di Iri, Eni e Cassa del Mezzogiorno hanno un ruolo determinante. Nella seconda fase dello sviluppo del Paese, il “capitalismo senza capitali”, certe “relazioni pericolose” e il baratto tra spesa pubblica e consenso elettorale, faranno la differenza tra economia di mercato ed economia dei “salotti buoni”, tenendo l’Italia ai margini della competizione e aprendo alla grande svalutazione degli asset principali.


#innovazione In Italia #Investimenti pubblici e privati sotto la media europea
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Formiche o aquile?

Nel 1976, Eugenio Montale scriveva che “si deve attendere un pezzo prima che la cronaca si camuffi in storia: solo allora il volo di una formica sarà d’aquila”. Dopo 40 anni, le imprese italiane sono ancora formiche laboriose in un mondo di giganti. C’è un momento in cui si tracciano i bilanci e si guarda indietro prima di affrontare nuove sfide. Durante questi anni, i CIO hanno attraversato due modi molto diversi di “fare” informatica. E oggi, fanno i conti con gli effetti della digital transformation. Industria, cultura e innovazione sono le leve della crescita. La produttività debole è la causa principale del ritardo storico dell’economia italiana. Abbiamo attraversato anni molto difficili, resta il divario tra Nord e Sud del Paese, ma le imprese italiane ce la possono fare: bisogna – però – correre per recuperare tempo e competitività. Tra spinte contrastanti, tocca ai CIO guidare il rinnovamento del Paese, offrendo proposte a chi governa il Paese e a chi guida le imprese. I dati ci raccontano un’Italia in cui l’innovazione è a macchia di leopardo, in cui gli investimenti pubblici, ma soprattutto privati, sono inferiori alla media europea, e in cui la pubblica amministrazione fatica a cambiare passo, nonostante l’accelerazione sui pagamenti con la fatturazione elettronica e il lancio del Sistema Pubblico d’Identità Digitale (SPID). L’Italia ha enormi potenzialità ancora da esprimere. Il vero problema resta la mancanza di crescita che ci accompagna da 40 anni. Senza crescita non si innova e senza innovazione non si cresce. Un circolo vizioso nel quale l’Italia rischia di restare intrappolata, con un PIL che ha l’effetto di una zavorra troppo pesante. Guardare avanti significa anche prendere atto della realtà che i dati ci raccontano. Ma senza paura del futuro. Perché questo è il punto di partenza per cominciare a cambiare rotta. Secondo i dati della Commissione Europea, in Italia, gli investimenti pubblici in ricerca e sviluppo sono lo 0,54% del PIL (0,75% della media europea) e quelli privati sono lo 0,67% del PIL (0,52% della media europea). Questo divario dura da più di 30 anni. Il PIL dei 27 paesi europei supera quello degli Stati Uniti. Gli Stati dis-uniti d’Europa sulla carta contano di più degli Stati Uniti. Ma è vero solo sulla carta. Dopo il 1989 bisognava rendersi conto che non serviva fare l’Europa, ma bisognava costruire il mondo. L’Europa è rimasta un sogno anche perché abbiamo imposto all’Unione un solo obiettivo: la stabilità economica, ma con la sola stabilità contabile, non si può finanziare la crescita. Così, le nostre migliori aziende continuano a crescere sui mercati esteri, peccato che queste aziende contribuiscano a far crescere il PIL del mondo, più di quello nazionale.


Senza #innovazione non si cresce, tocca ai #CIO guidare il rinnovamento del Paese
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Decidere e competere

La parola competizione significa alla lettera “cercare insieme”. Il verbo decidere porta con sé il significato di “tagliare”. Decidere senza tagliare e competere restando da soli è il modo migliore per perdere la sfida. La cooperazione tra pubblico e privato, e la sinergia tra imprese sono la formula per fare di necessità virtù, per un nuovo modello di sviluppo sostenibile e anche di formazione nella logica di un grande Politecnico o di un grande laboratorio nazionale per l’innovazione. L’innovazione è fonte di crescita, ma non si può sviluppare in un ambiente culturalmente povero. Sarebbe necessario creare alleanze e task force in grado di arruolare le università, i centri di ricerca, il Parlamento, le aziende di ogni dimensione, per un continuo miglioramento culturale. La prosperità cresce nelle società in cui la ricerca di conoscenza è un valore accettato e finanziato. Dentro un cellulare ci sono più di centomila brevetti che determinano il 30 per cento del suo valore. Inventare e brevettare sono il cuore dell’economia. Nel 2014, il numero dei brevetti italiani era sotto la media europea, nel 2015 è andata molto meglio. E nella classifica dei brevetti siamo diciottesimi al mondo. Il ruolo dei CIO è destinato a crescere nelle organizzazioni aziendali con una convergenza verso l’alto e con una fusione tra CIO e CEO. Ma non solo. In questa fase di trasformazione, che non lascia intatti ruoli e competenze, i CIO saranno chiamati a nuove responsabilità, saranno a capo dei dipartimenti di ricerca, dei CERT nazionali, delle forze di polizia e chissà – forse – anche alla guida di ministeri come l’Agricoltura, l’Ambiente e le Infrastrutture. Innovazione è la parola chiave dell’economia moderna. L’innovazione è un elemento necessario per competere sul mercato, ma questa innovazione ha costi che le piccole imprese non possono sostenere. Il pubblico deve esercitare un ruolo fondamentale, ma il motore dello sviluppo rimane l’impresa. A volte un intervento pubblico pesante e invasivo corre il rischio di mortificare capacità e spirito imprenditoriale, spesso creando inutili intralci alla competizione. Nel sistema italiano dell’innovazione, Lombardia, Piemonte, Emilia Romagna, Friuli Venezia Giulia e Lazio sono le regioni che trainano il Paese. In Puglia e Basilicata, nonostante i bassissimi investimenti in R&D, aumenta la velocità di crescita delle imprese innovative. Tra indicatori e classifiche, le differenze di capacità innovativa rispecchiano, ma estremizzano le differenze di sviluppo economico fra Nord e Mezzogiorno, rilanciando una questione di infrastrutture mai risolta e di un Paese a due velocità.


Il vero problema resta la mancanza di #crescita che ci accompagna da 40 anni
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Quale politica industriale?

In Italia serve una vera politica industriale e non una politica di bandiera a sostegno di una malintesa italianità o di imprese senza futuro. Non si tratta di scegliere chi vince e chi perde, ma di stabilire una strategia e di essere capaci di attuarla. E invece siamo ancora a discutere “se fare” e “come fare”. C’è bisogno di stabilità di lungo termine per consentire di gestire processi di innovazione che devono durare anni. Serve una riflessione più radicale e organica sugli investimenti strutturali necessari e una lista vincolante delle priorità da realizzare. Serve una politica di investimenti pubblici, ma anche un’azione concreta contro l’illegalità, l’eccesso di burocrazia, i tempi della giustizia in grado di eliminare i freni agli investimenti privati, interni e internazionali. Un nuovo piano per lo sviluppo deve partire dalle nuove tecnologie, dal green, dalla banda larga su tutto il territorio, dall’unificazione di tutti i data center della PA, dal Sistema Pubblico di Identità Digitale, dall’Anagrafe estesa, dagli open data (veri), che sono l’ABC per rafforzare la competitività delle imprese. Nel 2020 un chip sarà piccolo quasi quanto un neurone umano e la sua potenza supererà quella di un miliardo di transistor. I robot saranno dotati di empatia e porteremo nel taschino tutta la conoscenza del mondo. Saremo in contatto con persone e cose. La rivoluzione dei dati abiliterà nuovi modelli di business, cambierà il modo di vendere, acquistare e prestare denaro, con un impatto sulla sicurezza, la finanza e la privacy come la intendiamo oggi. I lavori manuali ripetitivi e a basso valore aggiunto saranno assorbiti dalle macchine. I cosiddetti Neet (non scolarizzati 30%), avranno il diritto di consumare, non di produrre. Non faremo la fine dei cavalli (forse), ma il lavoro, come il tempo libero, cambierà radicalmente. Il compito della politica è di creare le condizioni del cambiamento. Alla politica invece si chiede quello che non può fare e cioè creare ricchezza. Bisogna concentrarsi sui motori veri dello sviluppo. Sono le imprese che producono ricchezza. La politica non può distribuire ciò che non si produce, spostando il peso del debito sulle generazioni future. Le statistiche dimostrano che l’occupazione è più alta dove i livelli di innovazione sono più elevati. Un uomo chiave di una grande multinazionale del software mi ha detto che le abilità valgono più delle credenziali accademiche. Nell’ambiente di Google si parla di “scoiattoli viola”: un paradigma di animali rarissimi che si applica al tipo di ingegneri eccellenti e moderni ai quali il lavoro non manca. Sono specialisti in cybersecurity, robotica, tecnologia dell’informazione, software, app mobili, griglie smart, cloud, big data. Non è solo questione di investimenti, ma di cultura media. Gli imprenditori hanno ragione di chiedere flessibilità e semplificazione, ma devono essere i primi a credere nell’innovazione, raddoppiando gli investimenti in ricerca e sviluppo, e assumendo giovani talenti in grado di esprimere la loro creatività. Devono creare reti di collaborazione con industrie grandi e piccole, italiane e straniere. Lavoro e prosperità si creano studiando e inventando.


#innovazione Serve un nuova alleanza per lo #sviluppo tra società e #imprese
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Un nuovo patto per lo sviluppo

Ultimi in ordine di tempo i dati che arrivano dall’edizione 2016 del Global Information Technology Report del World Economic Forum (WEF), e che mettono l’Italia al 45esimo posto (su 139 paesi). Un’accelerazione di 10 posizioni, che le vale la qualifica di “top mover” – secondo gli esperti – più per il miglioramento della percezione che per il reale progresso sugli indicatori oggettivi.

Del resto, quando si possono trovare le stesse risorse, la stessa tecnologia, gli stessi prodotti e servizi a Berlino e a Singapore, a New York e a New Delhi – allora – è il momento di chiedersi che cosa ci rende davvero speciali e diversi dagli altri. Su cosa si basa il vantaggio competitivo delle nostre organizzazioni? R-innovare significa essere il cambiamento, reinventando regole e ricette. Per essere competitivi non basta lavorare di più e più velocemente se si fanno gli stessi errori al doppio della velocità. Le nuove parole del business e della tecnologia sono collaborazione, cultura, sinergia. Nulla costa caro più della rigidità. Non possiamo solo copiare il modello della Silicon Valley tra le cascine del Parco agricolo a sud Milano. Perché significherebbe costruire il futuro guardando al passato. La Silicon Valley fino a ieri è stata inimitabile. In molti hanno cercato di copiarla senza riuscirci. Oggi, quel modello di creatività e persino di “trasgressione” è diventato qualcos’altro, perché si diventa ricchi tramite la quotazione in Borsa, non più con le invenzioni. Ecco perché dobbiamo essere in grado di pensare a qualcosa di completamente nuovo, riscoprendo e reinventando la grande lezione del paradigma olivettiano di una possibile nuova alleanza per lo sviluppo sostenibile tra società e imprese.


giovanniniSviluppo sostenibile

Unica via per la crescita

I fattori dell’innovazione le incognite della crescita. Grazie all’ICT si possono utilizzare meglio le risorse, ridurre i consumi e far lavorare meglio le persone. Ma «le barriere alla circolazione dei dati in Europa sono inutili e dannose come i muri alle frontiere»

Parlando di nuovi modelli di sviluppo, è la sostenibilità, come stabilito dall’Agenda 2030 dell’ONU, l’unica strada possibile per lo sviluppo. «Una sostenibilità non solo ambientale, ma sociale per stimolare la crescita globale » – così spiega Enrico Giovannini, presidente dell’Istat dal 2009 al 2013 e attualmente portavoce dell’Alleanza italiana per lo sviluppo sostenibile. «Se abbiamo accettato di non voler produrre solo PIL, dobbiamo promuovere istruzione e benessere. Il modello di un’economia lineare è obsoleto. Non possiamo continuare così, ma dobbiamo tenere insieme l’ecosistema ambientale e umano. Non c’è un prima e un dopo: tutto è collegato. L’indice di felicità lorda attuato nel Bhutan può essere un modello anche per noi perché l’economia ha scoperto che se le persone sono felici la produttività migliora. Le migrazioni e i cambiamenti climatici sono fenomeni collegati tra loro, questa è una nuova concezione del problema. È una sfida di grande portata, ma dobbiamo affrontarla, perché l’alternativa è la crisi».

Data revolution

«Nel rapporto per il segretario generale delle Nazioni Unite, abbiamo fatto presente che senza un intervento forte si rischia di avere un aumento delle disuguaglianze e dei divari tra paesi sviluppati e paesi in via di sviluppo, tra settore pubblico e privato, tra chi sa come usare i dati e chi non sa come farlo. Ci sono problemi tecnologici, ma anche di mindset, cioè di approccio nel comprendere che i dati sono un asset straordinario». Che cosa significa? «Significa che in primo luogo dobbiamo decidere quale futuro vogliamo realizzare. Vuole dire che la tecnologia è un elemento fondamentale per fare questo, vuol dire però coinvolgimento dei cittadini, vuole dire educazione e vuole dire politiche capaci di tradurre la complessità e di governarla. Le barriere alla circolazione dei dati in Europa sono inutili e dannose come i muri alle frontiere. Ma se i dati sono un asset strategico, l’Italia non li sta gestendo in questo modo».


.@ASviSItalia I #dati sono un asset, ma l’Italia non li sta gestendo in questo modo
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I fattori di successo

«L’Italia ha attraversato questi 40 anni con straordinari cambiamenti, ma anche perdendo gradualmente terreno. Ricordo quando nel ’99 il Presidente Ciampi doveva fare il suo primo discorso da Presidente della Repubblica e mi chiese tutta una serie di dati di fine del secolo. L’Italia si è collocata sempre sesta, settima, ottava. Negli ultimi dieci anni, è cresciuta mediamente meno degli altri paesi. Perché sottolineo mediamente? Perché anche in questo periodo ci sono state imprese, e non sono poche, che grazie all’innovazione sono riuscite a guadagnare posizioni e a riprendersi dalla crisi del 2009, anche rapidamente. La questione è che abbiamo un paese molto polarizzato, non più neanche dualistico. I fattori di successo sono sempre gli stessi. L’innovazione tecnologica, ma soprattutto investimento in capitale umano, capacità organizzativa e di domandarsi continuamente come possiamo cambiare per essere non solo più efficienti ma generare nuovi prodotti, nuove idee, aggredire nuovi mercati e così via. L’età conta molto, a parità di altre condizioni vediamo che le piccolissime imprese gestite da giovani sono più aggressive ma anche più di successo. La qualità del management è fondamentale. Essere imprese di successo vuol dire anche capire i nuovi bisogni perché le persone si stanno spostando verso prodotti e servizi non solo più sostenibili sul piano ambientale, ma sostenibili anche sul piano sociale».

L’Italia sta veramente mettendo i suoi soldi sulle cose che contano?

«Non lo so. Noi abbiamo speso dieci miliardi all’anno da qui all’eternità per i famosi 80 euro. E sa che cosa si può fare con dieci miliardi all’anno, tutti gli anni? Lei può trasformare le nostre università in MIT, avendo la fila dei migliori esperti che vengono in Italia. Lei può fare innovazione obbligando le imprese a lavorare con le università, creando quelle sinergie che oggi non ci sono, e dando un’accelerazione che oggi manca. E invece che cosa abbiamo deciso? Di finanziare i consumi nella speranza che i consumi tirino l’economia, sapendo come ci ha detto l’Istat, che la penetrazione sul mercato interno delle importazioni cresce. Se noi consumiamo invece di investire sul futuro, non stupiamoci che poi quando saremo nel futuro, ci accorgeremo di avere sprecato le nostre risorse».


mastronardiNon avrai altro DIO al di fuori di me

Università e imprese. Ma chi premia il talento? Nuove sinergie per rimuovere la frattura tra mondo accademico e mondo produttivo. L’evoluzione del ruolo del CIO e l’idea di un grande Politecnico nazionale per unire le forze ed eliminare il gap di sviluppo tra Nord e Sud

«Siamo un Paese che forma eccellenze, ma non sa premiare il talento». Parola di Giuseppe Mastronardi, professore ordinario di Sistemi di Elaborazione delle Informazioni del Politecnico di Bari e presidente di AICA, l’Associazione Italiana per l’Informatica e il Calcolo Automatico. «Le università hanno il compito importante di formare i giovani per ottenere i migliori risultati sia sul piano della formazione di base sia sul piano di quella specialistica rivolta al mondo del lavoro. Dobbiamo avere fiducia in questi giovani perché è su di loro soltanto che si può veramente contare per una ripresa e una rinascita del nostro Paese. Noi non siamo esenti dall’assumerci le nostre colpe. Bisogna dare ai giovani lo spazio per proporre la loro visione del mondo, dando le competenze ma lasciandoli liberi di creare e sperimentare. I giovani sanno bene di vivere in un mondo globalizzato, ma sanno accettarne – più di noi – i rischi e le opportunità».

Innovazione e sapere

Le università con i laboratori, i fab lab, gli incubatori di impresa, gli acceleratori per il trasferimento tecnologico stanno costruendo nuove sinergie per rimuovere la frattura tra mondo accademico e mondo produttivo e per promuovere nuove attività imprenditoriali a carattere innovativo basate su un background di ricerca sviluppato in ambito accademico. Come spiega Mastronardi, l’università deve muoversi in modo positivo, creare occasioni di confronto e dialogo, eliminando i compartimenti stagni e invitando i giovani ad avere fiducia nel progresso e nella sua stretta relazione con l’avanzamento della conoscenza. «C’è da dire che nell’ambito delle università abbiamo avuto molte riforme che guardavano più alle carriere che ai contenuti. Nonostante tutto, le riforme non hanno destabilizzato il sistema universitario e abbiamo resistito. Diciamo che siamo stati “forti” anche noi, nel mantenere in piedi il sapere indipendentemente dalla cornice che ci volevano mettere. Oggi, i progetti di alternanza tra scuola e lavoro danno ai docenti la possibilità di essere in collegamento con il mondo dell’imprese, che hanno fame di competenze ma non le trovano».


.@PolibaOfficial Mastronardi: Premiare il talento e un grande Politecnico nazionale
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Come guidare il cambiamento

Nei percorsi di formazione ci sono ritardi e incertezze. «Non è un caso che si chiudono alcuni corsi di laurea e se ne aprano altri. Esistono molti problemi di finanziamento, di programmazione e sostegno costante della ricerca, di organizzazione, di selezione degli obiettivi e di misurazione dei risultati, di offerta formativa, ma anche di indipendenza e di stimolo alla ricerca. Nei primi anni Duemila, portavo nelle scuole una conferenza adatta agli studenti delle scuole medie dal titolo “Per Internet, con Internet, in Internet”, correndo il rischio di essere un po’ blasfemo e mischiando sacro e profano. In principio, c’era il verbo della programmazione. Ma alla figura di un CIO sacerdotale, troppo legato al suo dipartimento IT e alla liturgia funzionale, preferisco quella di un DIO, nel senso di digital innovation officer, in grado di fare da collegamento tra le diverse line of business, padroneggiando linguaggi e competenze multisettoriali e guidando la trasformazione digitale dall’interno. E in AICA stiamo allenando i CIO a diventare DIO per creare innovazione e guidare il cambiamento».

La lista delle priorità

Occorre soprattutto la capacità di valorizzare le idee, incentivando nel modo giusto chi lo merita. «Le riconosciute eccellenze, che una volta portavano ricchezza al Nord e all’estero, oggi sono in grado di attrarre capitali lì dove si consolidano. L’attuale globalità consente ai nostri giovani di esprimere al meglio la loro creatività, lavorando ovunque lo ritengano più produttivo, con minor costo e maggior profitto. Nonostante l’aumento delle imprese innovative, Nord e Sud continuano a viaggiare a due velocità diverse. Un grande “Politecnico nazionale” potrebbe essere lo strumento per realizzare una lista delle priorità in grado di eliminare questo divario aiutando tutto il Paese ad andare incontro al futuro».


stancaL’Italia vista da fuori e da dentro

Mancanza di una strategia condivisa tra pubblico e privato. Carenza di una forte governance istituzionale in grado di definire le priorità. E assenza di una continuità progettuale e di azione da un governo all’altro. Sono queste le tre cause principali della crescita lenta

La prospettiva dal “di fuori” di Lucio Stanca è quella degli oltre trent’anni in cui ha lavorato all’estero e in Italia per IBM. La prospettiva dal “di dentro” è quella maturata nel cuore della vita politica e istituzionale del Paese, come ministro dell’Innovazione e parlamentare. «Le cose da fare le sappiamo, da almeno trent’anni, a cominciare dalla riduzione della spesa pubblica improduttiva» – spiega Lucio Stanca, che attualmente ricopre l’incarico di vicepresidente dell’Aspen Institute in Italia. «Nel frattempo, abbiamo accumulato ritardi rispetto ai nostri concorrenti e abbiamo perso dieci anni sul digital divide. Nella classifica della Commissione Europea, siamo al 25esimo posto fra i 28 paesi dell’Unione. Dietro di noi Grecia, Bulgaria e Romania. E rispetto al 2014 abbiamo perso una posizione».

Innovazione e governance

Per chi è a capo di grandi organizzazioni, ci sono sempre scelte difficili da prendere. «Quando agli inizi degli anni Novanta – racconta Lucio Stanca – IBM entrò in crisi perché non aveva pienamente compreso la portata del cambiamento che stava avvenendo nel mercato dei personal computer, cambiamento generato dalla stessa capacità di innovazione di IBM, ci fu la necessità di ristrutturare la compagnia. Anche il Paese ha sottovalutato e non ha compreso la portata del cambiamento, ritardando decisioni e investimenti». Per l’ex ministro, la creazione di una moderna infrastruttura digitale va troppo a rilento. «La spending review non si riesce a fare, ma si cambiano i commissari ai quali si nega l’accesso alle informazioni. La tecnologia cambia, cambiano i governi, e ogni nuovo governo cambia la rotta. È da più di dieci anni che milioni di italiani aspettano di avere la Carta d’identità elettronica nelle loro tasche».


#innovazione Lucio Stanca Strategia, governance e continuità per la crescita
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Perché la politica ha fallito?

Il declino ha radici profonde non solo economiche. «E se continuiamo a non avere un progetto per il futuro, saremo condannati a una decadenza inesorabile» – avverte Lucio Stanca. «Siamo un Paese molto diviso, ancora alla ricerca della sua identità e della capacità di stare insieme. C’è una forza di conservazione che sta nella politica, negli apparati della pubblica amministrazione, ma che è il riflesso di quella che sta nel Paese reale. Anche i sindacati hanno esercitato un ruolo di grande conservazione, alimentando la divisione tra capitale e lavoro e impedendo l’affermarsi di un nuovo modo di concepire le relazioni tra imprese e lavoratori. La politica ha una grande responsabilità, ma non assolviamo tutti gli altri».

Piccole e grandi rivoluzioni

Il rispetto delle regole chiama in causa la responsabilità delle scelte di ciascuno di noi. «C’è la grande criminalità organizzata con i grandi traffici illegali e c’è l’emorragia dell’evasione fiscale. Ma l’illegalità diffusa si accompagna a una sovrapproduzione di regole che è inaccettabile. Poi c’è la lentezza della giustizia civile, della burocrazia e di tutte quelle barriere invisibili che rendono difficile investire in Italia» – continua Lucio Stanca. «Rispetto ai paesi più avanzati, abbiamo un labirinto di regole. Questa incertezza si trasforma in discrezionalità che a sua volta genera corruzione e produce sfiducia anche in chi vorrebbe investire e fare impresa in Italia. Aumenta il divario tra Nord e Sud e l’innovazione tecnologica non riesce a colmare questo gap. La meritocrazia per intere generazioni è rimasta una parola. L’uguaglianza deve essere nei punti di partenza non in quelli di arrivo. Nella PA, il merito non è un obiettivo e neppure una pratica. Così come nella scuola e nelle università, dove si misura il merito degli studenti, ma non quello della classe docente. Il principio di anzianità è un’ingiustizia profonda. In una società moderna, il merito dovrebbe essere il metro con cui misurare la classe dirigente».


vaccaNon solo digital

Il divario, in Italia è culturale

Siamo più poveri perché siamo più ignoranti. Nei paesi più ricchi, i privati investono in R&D il doppio del pubblico. Nei paesi più poveri stanno allo stesso livello. In Italia, questo divario dura da più di 30 anni. Non è solo questione di investimenti, ma di cultura

Ha troppi interessi e non ha il tempo di invecchiare. Stiamo parlando di Roberto Vacca, 89 anni compiuti da poco, ingegnere, ricercatore, divulgatore scientifico, tra i primi in Italia a occuparsi di automazione del calcolo e sistemi esperti. Cultura politecnica, timbro di voce alla Gassman, ironia alla Flaiano, più “fico” di Sean Connery e quel guizzo laterale che fa la differenza. In lui, l’uomo di scienza fa pace con l’umanista. Intellettuale poliedrico, per certi versi rinascimentale, ma con lo sguardo ben attento ai temi della contemporaneità. Lavoro, digital divide, conoscenza, crescita, innovazione e futuro. Nel suo ultimo libro, Come fermare il tempo (2016, Mondadori), descrive la riscossa dei “vecchi saggi” e ci mette in guardia da rischi e inganni. Più che un manuale di resistenza umana, il libro è un vero e proprio manifesto. E quella di Roberto Vacca è una mano tesa a tutti, top manager e giovani startupper, nonni pigri e direttori generali in pensione, CIO e venture capitalist.

Non ci sono scorciatoie

«Molte decisioni che ci riguardano sono sbagliate» – spiega Roberto Vacca. «Le prende chi ha potere su di noi. Girano miliardi di parole, disseminate da giornali, radio, TV, internet, social. Sono improvvisate, talora insensate. Non c’è una mano invisibile che sprona scienziati, tecnologi e imprenditori. Bisogna lavorare, studiare e impegnarsi molto. L’analisi dei sistemi nessuno sa più che cosa sia. La logica non è più insegnata in Italia dai tempi della riforma Gentile. Per fortuna è arrivata l’algebra booleana, che almeno chi si occupa di computer, un po’ di logica la sa. Le leggi che si scrivono in Parlamento e le iniziative che prende un governo sono attività essenzialmente culturali. Se la cultura è bassa non c’è un’opinione pubblica in grado di comprendere o appoggiare iniziative nuove. L’innovazione all’origine parte dal sapere e dal voler sapere e dal migliorarsi continuamente. In giapponese KAI ZEN, significa “correggere”, “migliorare”, “rendere giusto”. Un concetto che la politica non vuole prendere neppure in considerazione».


#innovazione Roberto Vacca Siamo più #poveri perché siamo più #ignoranti
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Ricerca e sviluppo

I paesi più avanzati si distinguono nettamente dagli altri perché le aziende private investono in ricerca e sviluppo il doppio di quanto investe il pubblico. «In Italia, non c’è molta differenza e si vedono le conseguenze» – spiega Roberto Vacca. «Siamo più poveri e più ignoranti e dovremmo smettere subito di far finta di niente e investire in cultura. Ciascuno di noi dovrebbe rendersi conto che saperne di più è l’unica strada per la salvezza. La Commissione europea pubblica ogni anno l’Innovation Scoreboard. L’Italia per molti decenni è stata al 15esimo posto su 28. Poi siamo scivolati al 16esimo posto, superati anche dalla Repubblica Ceca. Se guardiamo bene, i numeri sono abbastanza tristi. Uno dei fattori importanti per l’innovazione sono la ricerca e lo sviluppo e in Italia la ricerca pubblica investe poco meno della metà del’1% del PIL. I privati stanno molto peggio, poco sopra la metà della media europea. Non solo. La percentuale della popolazione che ha completato l’educazione terziaria in Italia è il 22,4%, il livello più basso nell’Europa dei 28».

Competizione o estinzione?

Per Roberto Vacca, il fatto che le aziende italiane investano in ricerca e sviluppo meno della metà della media europea è una cosa vergognosa. «Ma abbiamo sentito qualche politico importante che abbia parlato di questo? Forse, bisognerebbe dare degli incentivi alle aziende. Ma l’incentivo più forte dovrebbe essere la differenza che c’è tra competizione ed estinzione». La tecnologia dell’informazione e della comunicazione potrebbe essere uno strumento potente in grado di diffondere cultura e di creare una società avanzata e matura. «L’ICT è la risposta a moltissimi problemi, se adoperata bene e diffusa meglio, ma il fatto che nelle scuole non si insegni per niente è ridicolo. I linguaggi di programmazione si dovrebbero insegnare fin dalle elementari come l’ABC. Funziona sempre. I ragazzini imparano subito perché la programmazione è ragionevole e razionale, oltre che divertente. Di queste cose concrete bisognerebbe discutere. Invece non se ne parla».

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Video: Roberto Vacca https://www.datamanager.it/2016/07/video-roberto-vacca/ Tue, 19 Jul 2016 14:49:36 +0000 http://www.datamanager.it/?p=106019 Videointervista a Roberto Vacca, Ingegnere e scrittore Videointervista a Roberto VaccaClick To Tweet

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Videointervista a Roberto Vacca, Ingegnere e scrittore

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#SiamoForty: l’intervento di Roberto Vacca https://www.datamanager.it/2016/07/siamoforty-lintervento-roberto-vacca/ Tue, 19 Jul 2016 09:17:15 +0000 http://www.datamanager.it/?p=106123 Roberto Vacca, ingegnere e scrittore, interviene alla tavola rotonda “Identità e trasformazione” durante l’evento di Data Manager #Siamo Forty “Quarant’anni di innovazione in Italia – CIO a confronto”

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Roberto Vacca, ingegnere e scrittore, interviene alla tavola rotonda “Identità e trasformazione” durante l’evento di Data Manager #Siamo Forty “Quarant’anni di innovazione in Italia – CIO a confronto”

roberto vacca

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Roberto Vacca, come fermare il tempo https://www.datamanager.it/2016/04/roberto-vacca-fermare-tempo/ Tue, 19 Apr 2016 10:29:23 +0000 http://www.datamanager.it/?p=98977 «Ho troppi interessi, non ho il tempo di invecchiare». Parola di Roberto Vacca, 89 anni, ingegnere, ricercatore, divulgatore scientifico, tra i primi in Italia a occuparsi di automazione del calcolo e sistemi esperti. Cultura politecnica, timbro di voce alla Gassman, ironia alla Flaiano, più “fico” di Sean Connery e quel guizzo laterale che fa la […]

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«Ho troppi interessi, non ho il tempo di invecchiare». Parola di Roberto Vacca, 89 anni, ingegnere, ricercatore, divulgatore scientifico, tra i primi in Italia a occuparsi di automazione del calcolo e sistemi esperti. Cultura politecnica, timbro di voce alla Gassman, ironia alla Flaiano, più “fico” di Sean Connery e quel guizzo laterale che fa la differenza. In lui, l’uomo di scienza fa pace con l’umanista. Intellettuale poliedrico, per certi versi rinascimentale, ma con lo sguardo ben attento ai temi della contemporaneità.

Lavoro, digital divide, conoscenza, crescita, innovazione e futuro. Nel suo ultimo libro, Come fermare il tempo (2016, Mondadori), descrive la riscossa dei “vecchi saggi” e ci mette in guardia dai rischi e gli inganni del tempo. Più che un manuale di resistenza umana, il libro è un vero e proprio manifesto. E quella di Roberto Vacca è una mano tesa a tutti, top manager e giovani startupper, nonni pigri e direttori in pensione, CIO e venture capitalist. «Molte decisioni che ci riguardano sono sbagliate» – spiega Roberto Vacca. «Le prende chi ha potere su di noi». Possiamo fare in modo che le cose vadano meglio?


#ComeFermareilTempo Roberto #Vacca «Non ho il tempo di invecchiare» @Librimondadori
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«Alcune fedi o -ismi propongono soluzioni positive, ma astratte. Bisogna diffidare dalle facili speranze e aiutiarsi da soli. Girano miliardi di miliardi di parole, disseminate da giornali, radio, TV, internet, social. Sono improvvisate, talora insensate» – continua Roberto Vacca. «Mirano spesso a farci usare prodotti, a favorire interessi altrui, a sottrarci soldi, ad aggregarci in comunità. Certi giovani corrono rischi di cui non hanno idea. Limitano le loro scelte». Negli anni Sessanta, la controcultura americana ripeteva: «Non fidarti di chi ha più di 30 anni. Oggi, alcuni “rottamatori” contemporanei sono fautori della meritocrazia. Però meriti, intelligenza, conoscenza sono scarsi nei loro progetti». Nello scenario di economie fragili e arsenali nucleari che possono sterminarci tutti, di sistemi tecnologici complessi e gestiti da computer secondo strategie fallibili, serve immaginazione per far evolvere la società e l’economia in modo positivo.

«La Cina – a parte inquinamento, disuguaglianze, finanza criticabile – registra successi enormi. Il merito è in parte dovuto al Nuovo Confucianesimo, che rivaluta doti insospettate, memorie dettagliate e buon senso dei vecchi. Certo alcuni sono pigri. Non hanno fiducia in se stessi. Si offendono se inascoltati. E vanno risvegliati». Roberto Vacca per sua stessa ammissione non ha grande messaggio risolutivo. E dichiara: «Però ci provo».

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Parigi, il terrore detta l’agenda del G20 https://www.datamanager.it/2015/11/parigi-il-terrore-detta-lagenda-del-g20/ Sat, 14 Nov 2015 12:13:42 +0000 http://www.datamanager.it/?p=88496 Dopo avere seminato il terrore, gli attentati di Parigi avranno effetti pesanti su privacy, trattamento dei dati e cyber-security in tutta Europa Venerdì 13 di sangue a Parigi. La mano armata dell’IS ha piantato il seme del terrore nel cuore dell’Europa. Un seme che divide, con conseguenze imprevedibili sugli equilibri geopolitici internazionali e sulla sicurezza europea. […]

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Dopo avere seminato il terrore, gli attentati di Parigi avranno effetti pesanti su privacy, trattamento dei dati e cyber-security in tutta Europa

Venerdì 13 di sangue a Parigi. La mano armata dell’IS ha piantato il seme del terrore nel cuore dell’Europa. Un seme che divide, con conseguenze imprevedibili sugli equilibri geopolitici internazionali e sulla sicurezza europea. Il terrore di Parigi – non solo – ha dettato l’agenda dei lavori del G20 di Antalya in Turchia con un documento ad hoc, ma nei prossimi mesi orienterà pesantemente anche le misure in materia di trattamento dei dati e cybersecurity, proprio come è accaduto dopo l’undici settembre negli Stati Uniti. Lo stato di emergenza metterà la parola fine alle regole sulla privacy europea come la conosciamo oggi e allo stesso tempo cambierà la politica economica dell’UE.  Il patto di sicurezza vince sul patto di stabilità. «Je considère que le pacte de sécurité l’emporte sur le pacte de stabilité» – ha detto il Presidente francese, François Hollande, parlando al parlamento riunito a Versailles.


#G20 di Antalya, Congelare i flussi di capitale che finanziano il terrorismo
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Parigi sotto attacco

A meno di 24 ore dall’annuncio della probabile uccisione del boia Jihadi John, è arrivato l’atto di forza dell’ISIS che ha spiazzato l’intelligence francese ed europea. Non si tratta però solo di una risposta alla politica interventista della Francia Hollande e del pasticcio libico di Nicolas Sarkozy.

Gli attacchi di Parigi con un bilancio tragico salito a 132 morti, 352 feriti, di cui 99 gravi secondo le fonti ufficiali, sono la  dichiarazione della guerra santa dell’ISIS contro l’umanità. E come qualcuno si è affrettato a dichiarare, contro l’Occidente. O almeno, così sembrerebbe. Perché non dobbiamo dimenticare che l’ISIS aveva rivendicato, solo pochi giorni prima, anche l’attacco al mercato di Beirut con 40 morti e più di 200 feriti tra i civili, come ha riferito la Croce Rossa. E anche queste vittime sono uno sfregio all’umanità. Oppure no? Ecco perché bisogna – prima di tutto – sgombrare il campo dalle ambiguità, dalle ideologie e dalle vicinanze scomode. E seguire il filo logico dei ragionamenti che si intreccia nella matassa dei flussi di petrodollari delle monarchie del Golfo, dell’indifferenza – se non della complicità – delle superpotenze globali, e delle rotte del commercio – legale e illegale – di armi. E qualcosa, alla fine, è sfuggito al controllo – come aveva ammesso già un anno fa, l’ex Segretario di Stato, Hillary Clinton.

Le stragi di civili sono l’effetto della terza guerra mondiale in atto  di cui l’opinione pubblica prende coscienza solo perché tutti – in ogni momento della nostra vita quotidiana – potremmo essere colpiti. È la strategia del terrore in piena regola. La strategia della tensione che crea confusione. Tanto da arrivare a puntare il dito anche contro una  ONG come Emergency che da sempre è impegnata sul campo per spezzare il cerchio della violenza e del terrore attraverso l’estensione della democrazia dei diritti e della libertà. A chi invoca l’intervento armato e le bombe per fermare l’ISIS, Cecilia Strada (@cecilia_strada) ‏ha risposto che quindici anni di strategia delle bombe non hanno fermato il terrorismo e – forse – bisognerebbe cominciare a farsi qualche domanda.


#Parigi Il terrore detta l’agenda del #G20 #Liberté #Égalité #Fraternité
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E mentre la Francia nella notte dichiarava lo stato di massima emergenza e la chiusura delle frontiere, il Comitato per l’ordine e la sicurezza pubblica italiano veniva convocato al Viminale con comodo per le 9.30. Innalzate le misure di sicurezza su tutto il territorio nazionale al secondo livello. Controlli alle frontiere e reparti speciali in assetto operativo per intervento immediato. Servizi segreti al lavoro per intercettare cellule attive e gruppi radicali di consenso e proselitismo. Nessun paese è a rischio zero. «L’antiterrorismo italiano è in costante contatto con i corrispondenti francesi per seguire con estrema attenzione ciò che accade in Francia, anche allo scopo di predisporre ulteriori interventi preventivi» – ha postato su Facebook il ministro dell’Interno, Angelino Alfano.

Allo studio un nuovo piano per il coordinamento delle forze di polizia. Tra gli obiettivi a rischio, il Giubileo di Roma come è emerso dalle parole dei sostenitori dell’ISIS subito dopo gli attentati di Parigi, al grido di Allah Akbar, Dio è grande. Ma Dio qui non c’entra.

L’Unione europea dopo aver contribuito alla pace, alla riconciliazione, alla democrazia e ai diritti umani in Europa si trova adesso davanti a un bivio: il ritorno al passato, con la chiusura dei confini, l’odio razziale, e l’innalzamento dei muri o la possibilità di rispondere alla paura con la civiltà, l’apertura e la cultura dell’accoglienza per disinnescare la spirale della violenza, che vuole dividere il mondo in due parti, i buoni da una parte e i cattivi dall’altra.

Da questa scelta dipenderà il futuro dell’Europa. Per questo, dopo l’orrore della violenza che calpesta i valori della libertà e della fratellanza tra i popoli, prendiamoci un po’ di tempo per riflettere prima di parlare e di scrivere altro.

È possibile prevedere gli attacchi terroristici?

Insieme alle proposte di restrizione del Trattato di Schengen, si riapre il dibattito intorno all’uso dei big data analytics come strumento di previsione contro il rischio terroristico. Se ne era già parlato all’indomani dell’attentato del 7 gennaio 2015 alla sede del giornale satirico Charlie Hebdo. Il controllo dei flussi dei migranti e dei rifugiati, per altro in costante crescita, al momento rappresenta l’unica misura in grado di produrre risultati.

Efficacia che potrebbe essere moltiplicata solo se tutte le agenzie per la sicurezza del mondo condividessero le loro banche dati, come avviene attualmente nei trasporti aerei. Purtroppo non è così.

Flussi di persone, ma anche flussi di capitali. L’intelligence finanziaria è l’altro strumento che può contrastare il terrorismo, andando a bloccare le fonti di finanziamento (freezing of asset), come previsto dalle raccomandazioni dell’Unità di informazione finanziaria della Banca d’Italia.

Ma la domanda è una sola: una security intelligence data driven fondata sull’uso dei big data e l’incrocio delle banche dati sul terrorismo avrebbero potuto prevedere o impedire l’attacco? La risposta è ancora quella che Dick Cheney diede dopo l’undici settembre: «Forse».


Banca d’Italia – Intelligence finanziaria per il contrasto al terrorismo #BigData #Parigi
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Teoria e pratica

Al di là della potenza di fuoco degli analytics, combinati a grandi capacità di calcolo e database in-memory, i punti critici nella costruzione di modelli predittivi restano la definizione coerente dei KRI, la qualità dei dati raccolti e la loro correlazione. «In molti casi – come ci ha spiegato il matematico Roberto Vacca – la semplice raccolta di dati potrebbe essere poco affidabile sia come strumento di previsione sia come strumento di governance».

Roberto Vacca in passato aveva messo a punto un modello del terrorismo basato sulla dinamica dei sistemi. «La popolazione di terroristi attivi – ci racconta il professore – produce atti terroristici con un tasso che cala al crescere dell’intensità e dell’efficienza delle contromisure di polizia». Questo significa che l’escalation terroristica si autoalimenta, con un progressivo trasferimento dalla popolazione dei terroristi potenziali a quella dei terroristi attivi. Ecco quindi, la necessità di prendere misure su più fronti e operare con più leve per prevenire l’affiliazione nelle carceri, nelle periferie, nei luoghi di culto e in tutti quei contesti che producendo esclusione di fatto favoriscono il consenso.


#Parigi È possibile prevedere gli attacchi terroristici con i #BigData?
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Libertà, sicurezza e fattore umano

Se nell’epoca franchista la sicurezza passava dai custodi dei palazzi, oggi la sicurezza deve passare attraverso le sentinelle digitali. Max Ardigò (@ARDIGO), consulente ed esperto di strategie digitali, riferisce come i terroristi, secondo le fonti di intelligence, utilizzerebbero non solo la chat di Xbox per rimanere in contatto tra loro, ma anche Whatsapp e la piattaforma PSN di Playstation 4 (ancora più difficili da intercettare) per scambiarsi testi, voci e immagini, come riferito da Jan Jambon, ministro degli Interni del Belgio.

Non solo la trama, ma anche i nomi farebbero pensare alla finzione, con i personaggi catturati dalla fantasia di un inventore di videogames in stile Halo. Ma è tutto tragicamente vero. L’estetica dei videogiochi si mescola alla propaganda. La realtà è semplificata e “mediata”, senza più memoria del passato. Per certo, i terroristi sono esperti videomaker, nativi digitali, abituati alla dinamiche da videogiochi (io vinco, tu perdi), gli stessi utilizzati nei centri di addestramento come simulatori per azioni di guerriglia “sparatutto”. Un esercito di giovani integralisti, guardiani della verità, votati alla violenza come unico linguaggio.

Il controllo alle frontiere e lo scambio di informazioni e dati su tutti i cittadini (compresi i passeggeri in entrata e in uscita dagli aeroporti, i richiedenti asilo, residenti su un territorio a vario titolo…) rappresentano l’unico strumento con cui si può contrastare il terrorismo. E in previsione, ogni resistenza alla privacy “blindata” dei cittadini UE sarà bypassata dall’urgenza e dalla richiesta di maggiore sicurezza da parte della stessa opinione pubblica. Chi non ha nulla da nascondere non ha nulla da temere. E quindi possiamo decidere di registrare tutto, ascoltare tutto. Ma possiamo permetterci di fare passare questo principio sotto la pressione dell’emotività? E chi avrà veramente vinto allora?

Il trade-off classico tra libertà e sicurezza in queste ore è pesantemente sbilanciato a favore della seconda. E si corre il rischio di scardinare l’intera normativa europea sulla privacy, che se non ci permette di passare al setaccio i dati delle vite di tutti per stanare il “nemico”, ci ha messo al riparo dall’indebita intromissione nei nostri dati più sensibili da parte delle multinazionali per venderci qualsiasi cosa.

Umberto Rapetto – esperto di cyber security, (ex Ufficiale GdF,  inventore e comandante del GAT) – che da tanti anni collabora con Data Manager, ci ha insegnato che il valore di un’informazione dipende dal collegamento fra un dato acquisito con un altro elemento significativo che si può verificare nel futuro. E cosa ancora più importante. Che la sicurezza non può essere delegata alle macchine, quando il vero punto critico resta il fattore umano. Nella lotta al terrorismo – però – le macchine possono essere i migliori alleati. Per questo, è necessario disporre di personale specializzato e competenze di alto livello. Niente spazio all’improvvisazione. I terroristi utilizzano il web per mantenere il coordinamento tra le varie cellule di Foreign Fighters. E tutte queste operazioni lasciano una traccia nella rete.

Sappiamo che gli algoritmi possono setacciare i social network per capire la rete di relazione dei soggetti e le piattaforme commerciali online per profilare i comportamenti sulla base degli acquisti, tracciando abitudini sociali, orientamenti politici, convinzioni religiose. Praticamente ogni cosa. Dall’acquisto del corano su Amazon.com alle ricette per cucinare cibi mediorientali. La correlazione dei dati può fare emergere delle compatibilità tra i terroristi di oggi e i terroristi potenziali e ancora sconosciuti di domani. Ma con l’impegno alla responsabilità, per evitare – dove non ci sono relazioni basate sui dati – che si passi alle “associazioni mentali” basate sul pregiudizio nei confronti di una religione o di una etnia.

Il rischio – però – è quello di essere sommersi da una valanga di dati non strutturati e non essere in grado di leggerli. Senza contare la necessità dell’integrazione operativa e funzionale dei CERT nazionali e quella di database che siano certificati Tier 4. Ma bisogna considerare anche la capacità di calcolo necessaria per correlare le informazioni provenienti da fonti diverse per fare emergere relazioni nascoste tra i vari set di dati. Perché non sempre i dati danno le risposte che stavamo cercando. Molto più spesso capita che i dati forniscano risposte a domande che nessuno ha ancora fatto.


#Parigi I costi nascosti di una #intelligence data driven #bigdata #analytics
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I costi nascosti di una intelligence data driven

E poi c’è un’altra questione più pratica, i costi. Adottare un modello di security intelligence data driven comporta un costo immenso non solo in termini economici. I dati potrebbero portare a galla quelle “evidenze” (per esempio, tra industria delle armi, governi e cellule terroristiche), che quando si resta nell’ambito dell’analisi statistica si chiamano “correlazioni nascoste“, ma  quando si passa dal piano della ricerca alla piano della politica, si chiamano “responsabilità“. E questo è un costo che non tutti i leader mondiali sarebbero disposti a pagare. Come del resto, nella conferenza stampa di chiusura del summit di Antalya, ha confermato lo stesso Presidente della Russia, Vladimir Putin, dicendo che l’IS è finanziato da individui di 40 paesi, inclusi membri del G20. «I gave examples based on our information about individuals financing various Islamic State subgroups in different countries. We have established that financing is coming from 40 countries, including G20 countries».
Ecco, forse, i Big Data sono come la prova video in un campo da gioco: tutti la chiedono, ma alla fine non viene ammessa. Anche perché sapere cosa è successo non sempre aiuta a capire perché.

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Magnetofono 2.0 https://www.datamanager.it/2015/05/magnetofono-2-0/ Tue, 19 May 2015 08:46:20 +0000 http://www.datamanager.it/?p=74365 Cedat85 investe nel futuro I primi esperimenti per registrare suoni su supporti magnetici risalgono al Telegrafono di Valdemar Poulsen nel 1898. Nel 1934, dopo anni di ricerche, AEG in collaborazione con Telefunken, brevettò il dispositivo denominato Magnetophon K1. Da allora, i registratori a bobina furono perfezionati e diventarono sempre più piccoli e trasportabili. Nel 1963, […]

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Cedat85 investe nel futuro

I primi esperimenti per registrare suoni su supporti magnetici risalgono al Telegrafono di Valdemar Poulsen nel 1898. Nel 1934, dopo anni di ricerche, AEG in collaborazione con Telefunken, brevettò il dispositivo denominato Magnetophon K1. Da allora, i registratori a bobina furono perfezionati e diventarono sempre più piccoli e trasportabili. Nel 1963, grazie alla diffusione del transistor, la Philips introdusse la musicassetta (K7) e il primo registratore portatile (modello EL 3302). Quella tradizione di ricerca rivive, grazie alla rivoluzione digitale, in soluzioni software innovative che permettono di gestire l’intero processo di trasformazione di un discorso parlato in testo scritto.


#speech_recognition Trent’anni fa, nasceva #Cedat85 a San Vito dei Normanni (BR)
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Non a caso, si chiama Magnetofono, la soluzione di Cedat85 pensata per la trascrizione automatica degli atti della PA. L’azienda ha iniziato la ricerca nel campo del riconoscimento automatico della voce, collaborando attivamente con IBM, fino a brevettare un sistema di resocontazione in diretta, interamente digitale, basato su un sistema proprietario di trascrizione automatica (speaker indipendent) con sincronizzazione di audio e testo. Tale sistema consente la trasmissione dell’audio in diretta in qualsiasi luogo e quindi rende non più indispensabile la presenza dei resocontisti professionisti nella sede, dove è necessario eseguire la trascrizione degli atti.

Nella migliore delle tradizioni dell’industria informatica, Cedat85 nasce nel 1985 e a San Vito dei Normanni, in provincia di Brindisi, in una stanza di tre metri per tre. Con un fatturato di gruppo di sei milioni di euro nel 2014, Cedat85 rappresenta il punto di riferimento nel mercato della tecnologia del parlato. In questi 30 anni, l’azienda è stata sempre in prima linea nello sviluppo di tecnologie per il riconoscimento vocale e la verbalizzazione automatica con applicazioni che vanno dal mondo dei media alla pubblica amministrazione centrale e locale.


#speech_recognition Mazzoccoli AD @Cedat85 : «Il riconoscimento vocale avvicina il computer al cervello umano»
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Per celebrare e raccontare i 30 anni di evoluzione delle tecnologie del linguaggio tra passato, presente e futuro, le voci di Roberto Vacca, ingegnere sistemista e scrittore, Marco Camisani Calzolari, scrittore e docente universitario di comunicazione digitale. «Il riconoscimento vocale – ha detto Gianfranco Mazzoccoli, AD di Cedat85, in occasione dell’evento romano – è una delle operazioni che più avvicinano l’elaborazione di un computer a quella del cervello umano. Le soluzioni che abbiamo sviluppato sia nel campo del riconoscimento vocale sia nella verbalizzazione automatica, permettono di fare cose impensabili fino a pochi anni fa».

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Ebola e Big Data https://www.datamanager.it/2014/12/ebola-big-data/ Mon, 15 Dec 2014 14:26:36 +0000 http://www.datamanager.it/?p=66374 Eventi correnti e difficoltà estrema di fare previsioni. I numeri che vengono diffusi appaiono molto incerti e non permettono di avanzare proiezioni quantitative credibili È ragionevole temere il virus Ebola. È infettivo, non si cura e uccide più della metà dei pazienti. La più grave epidemia (per fortuna ancora circoscritta e limitata nei numeri) è […]

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Eventi correnti e difficoltà estrema di fare previsioni. I numeri che vengono diffusi appaiono molto incerti e non permettono di avanzare proiezioni quantitative credibili

È ragionevole temere il virus Ebola. È infettivo, non si cura e uccide più della metà dei pazienti. La più grave epidemia (per fortuna ancora circoscritta e limitata nei numeri) è cominciata nel dicembre 2013 in Guinea. Si è estesa a Liberia, Sierra Leone, Congo e a pochi casi isolati in Nigeria, Senegal, Mali, USA, Spagna. Sono accorsi sul posto medici, paramedici e militari da vari paesi. Gli Stati Uniti stanno mandando nella zona tremila soldati. Il Pentagono sta realizzando unità di isolamento per far eventualmente rientrare in patria personale che abbia contratto il virus durante la missione. Le unità potranno trasportare fino a 12 pazienti su aerei da trasporto C-130.

Controllo del fenomeno

Le cure alleviano i sintomi e riducono la mortalità. I controlli dei viaggiatori provenienti dai paesi colpiti, isolamenti, chiusura di frontiere e quarantene hanno successo per ora. I malati erano 3.071 il 25 agosto, 5.762 il 17 settembre e 10.141 il 25 ottobre. Però il Center of Disease Control (Atlanta, in Georgia), dice che quei numeri non sono affidabili: potrebbero essere anche tre volte maggiori. In conseguenza, fare previsioni è arduo. Il CDC sta mappando la diffusione dell’epidemia collegando i dati della rete di telefonia mobile. I big data analytics possono essere impiegati nel monitoraggio del fenomeno.

Io ho elaborato formule matematiche e software che permettono spesso di prevedere con anticipo e precisione il decorso di malattie infettive – se si hanno dati sicuri sul decorso iniziale. Queste procedure non sono utilizzabili per questo insorgere di Ebola, date le incertezze citate. Alcuni epidemiologi hanno azzardato previsioni di 20mila malati entro novembre e 277mila entro dicembre. Non sono credibili. Attendiamo dati sicuri – sperando che rispecchino un declino del morbo – e confidiamo nelle misure citate. La diffusione dell’epidemia desta preoccupazione nelle autorità sanitarie mondiali, che ancora oggi non riescono a capire se e quando si fermerà l’epidemia.


I #big data analytics possono essere d’aiuto nel monitoraggio di #Ebola? @CDCgov
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Peste del millennio?

Parlavo di Ebola nel libro “La pillola del giorno prima” che scrissi con Marco Malvaldi (Transeuropa Edizioni, 2012). Scrivevo: Nel 1976, fu individuato in Congo il virus Ebola (appartenente alla famiglia delle Filoviridae) che produce una febbre emorragica. Causa dolori, mal di gola, vomito, diarrea ed eruzioni petecchiali. Se ne curano poco efficacemente soltanto i sintomi e non sono stati trovati vaccini, né altre misure preventive. Muore dal 60% al 90% degli uomini e dei primati che lo contraggono per contatto col sangue o con le secrezioni di malati. Data l’estrema virulenza, questo virus è stato considerato estremamente temibile: un’altra “peste del millennio”. In realtà, si è presentato sporadicamente solo in decine o poche centinaia di casi – in Congo, Gabon e Uganda.

Finzione e realtà

Nel suo romanzo di fantapolitica “Executive Orders” del 1996, Tom Clancy fa diventare Presidente degli USA il suo personaggio Jack Ryan. Prima vicepresidente, succede al Presidente che muore con quasi tutti i Segretari di Stato e i membri del Congresso, quando un pilota kamikaze della Japan Air Lines si schianta con il suo 747 sul Campidoglio di Washington. Si tendono i rapporti fra USA e Repubblica Islamica Iraniana. Il perfido Ayatollah Mahmoud Haji Daryaei fa preparare ai suoi biologi grosse culture di virus Ebola e manda agenti con bombole spray a disseminarlo in congressi e teatri negli Stati Uniti. Il virus – però – ha una brevissima persistenza nell’ambiente esterno (vero) e, quindi, muoiono solo poche migliaia di cittadini americani – un numero vicino a quello delle vittime dei due attacchi suicidi del 1991 alle Torri Gemelle dell’International Trade Center a Manhattan. È curioso, ma sembra non preoccupante che geni di Ebola e di altri retrovirus siano presenti anche nel genoma umano. Nel film “Virus letale”, il virus protagonista, il fittizio “Motaba” descritto dalla pellicola, è strettamente ispirato ai virus africani, tanto più che il Motaba è il nome del tratto che alimenta il fiume Ebola, che scorre proprio nella parte settentrionale della Repubblica Democratica del Congo.

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Roberto Vacca, il segreto dell’eterna giovinezza esiste e si chiama curiosità https://www.datamanager.it/2014/12/roberto-vacca-segreto-delleterna-giovinezza-esiste-si-chiama-curiosita/ Mon, 01 Dec 2014 13:22:13 +0000 http://www.datamanager.it/?p=65994 Manuale pratico per mantenere in forma la mente grazie al buon uso del tempo libero e anche del computer Come imparare una cosa al giorno e non invecchiare mai ovvero “De Iucunda Senectute”. È il nuovo libro di Roberto Vacca: «45esimo» come ci tiene a specificare l’autore. Edito da Mondadori sarà in libreria dal due […]

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Manuale pratico per mantenere in forma la mente grazie al buon uso del tempo libero e anche del computer

COVERCome imparare una cosa al giorno e non invecchiare mai ovvero “De Iucunda Senectute”. È il nuovo libro di Roberto Vacca: «45esimo» come ci tiene a specificare l’autore. Edito da Mondadori sarà in libreria dal due dicembre. Le buone abitudini si possono imparare e non c’è limite all’età.

Con il suo stile elegante, Roberto Vacca offre molti spunti di riflessione e utili consigli. Si tratta di lettura divertente che dà i punti ad altri simili manuali di vegliardi autorevoli, ma un po’ tristi. Ma è anche un libro che insegna a impegnarsi ogni giorno, senza mai smettere di imparare.

Un libro che somiglia a una palestra, ma vale di più.

Gli over65 sono oggi più di 12 milioni – nel 2035 saranno 17 milioni (il 28% della popolazione). «Molti anziani – assicura l’autore – dopo aver letto questo libro, faranno  progressi tali che non avranno bisogno di badanti. Diventeranno imprenditori».

Roberto Vacca cita il vate inglese George Herbert, nella presentazione del libro: “Chi non è bello a 20 anni, forte a 30, ricco a 40 e saggio a 50, non sarà mai bello, né forte, né ricco, né saggio”. Ma forse era vero quattro secoli fa. «Oggi, stiamo meglio. Abbiamo capito parecchie cose. Viviamo il doppio di allora e questi anni aggiuntivi possiamo viverli bene, saggi e sani» – dice Roberto Vacca e in questo libro spiega come si fa.


Roberto Vacca: Il segreto dell’eterna giovinezza si chiama curiosità
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Chi sei?

Ciascuno di noi non è solo corpo. Siamo soprattutto mente con cui capire il mondo, amare persone e situazioni. «Vivi bene e non declini col passare degli anni – mette in guardia Roberto Vacca – se impari come funzionano: la natura, le macchine, le menti degli altri, la società – se impari come funzioni tu stesso. Se ci riesci, hai più potere e più gioia. Un ottantenne di oggi può essere vivace e scattante come un cinquantacinquenne di un secolo fa».


Roberto Vacca: Come imparare una cosa al giorno e non invecchiare mai
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Capisci come stare sano

La medicina aiuta, ma possiamo aiutarci molto da soli. «Anche se in tarda età siamo più deboli e fragili, in questo libro trovi regole e abitudini che ti fanno stare meglio. Per pensare cose giuste devi continuare a imparare. Uno dei modi per farlo è insegnare – ai figli, ai nipoti. Però, il mondo cambia velocemente e loro spesso sono più rapidi di noi nell’adeguarsi. Assorbono idee avvincenti. Usano strumenti nuovi e macchine più efficienti. Per aggiornarti e non sentirti un sorpassato, impara tu da loro – anche dai nipotini».

ROBERTO-VACCA
Roberto Vacca

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Quando l’abitudine non è legge https://www.datamanager.it/2014/11/quando-labitudine-non-legge/ Tue, 18 Nov 2014 12:03:23 +0000 http://www.datamanager.it/?p=64887 Sapete che chi scrive MLN per dire “milioni” dovrebbe essere multato per almeno 250 euro? Ho scritto “kilometri” in una delle prime pagine del mio libro “Come imparare una cosa al giorno e non invecchiare mai” che Mondadori pubblicherà a fine anno. Una solerte e abile redattrice/editor ha corretto “kilometri” in “chilometri”. Ha seguito la […]

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Sapete che chi scrive MLN per dire “milioni” dovrebbe essere multato per almeno 250 euro?

Ho scritto “kilometri” in una delle prime pagine del mio libro “Come imparare una cosa al giorno e non invecchiare mai” che Mondadori pubblicherà a fine anno. Una solerte e abile redattrice/editor ha corretto “kilometri” in “chilometri”. Ha seguito la consuetudine: scrivono così quasi tutti. Però, se l’editore pubblicherà il testo contenente “chilometri” sarà passibile di una sanzione da 250 € a 750 € per l’inosservanza di quanto disposto dal decreto del Presidente della Repubblica numero 802 del 12/8/1982 in applicazione della Direttiva CEE 80/81.

L’art.1 del decreto stabilisce che “per indicare le unità di misura di cui ai commi precedenti si devono usare esclusivamente le denominazioni, le definizioni e i simboli previsti nell’allegato”.

Grandezza Unità Nome Simbolo
Lunghezza Metro m (*)
Massa Chilogrammo kg (*)
Tempo Secondo s (**)
Intensità corrente elettrica Ampère A
Temperatura termodinamica Kelvin K
Quantità di materia Mole Mol
Intensità luminosa Candela Cd

 

(*) la m e la k sono minuscola, ma Word ogni tanto la cambia in maiuscola

(**) la s è minuscola, ma Word ogni tanto la cambia in maiuscola

DISATTENZIONE FATALE

Sfatiamo subito la leggenda che l’alfabeto italiano comprende 21 lettere. Ne comprende 26: le leggi della Repubblica non possono essere scritte con alfabeti stranieri. È italiana, dunque, la lettera k, che si trova anche nel famoso documento di Capua del 960: “Sao ko kelle terre per kelli fini…”. Va, dunque, usata come nelle altre lingue, doverosamente e certo per indicare i multipli delle unità di misura come prescrive la legge.

“kilometri” e NON “chilometri”!

Nello stesso decreto citato appaiono (e sono italiane!) le altre 4 lettere: j come in “Joule”, w come in “Watt”, x come in “lux”, y come in “Henry”.

È triste che nella terza riga della tabella il legislatore si dia la zappa sui piedi: impone kg e scrive chilogrammo! La disattenzione del legislatore introdurrebbe nell’alfabeto italiano anche la “è” con accento grave, come in “Ampère”.

MOLTIPLICARE SENZA PERSEVERARE

Più oltre, nel decreto, troviamo la Tabella 1.3 che stabilisce i prefissi che moltiplicano il valore di qualunque unità per vari coefficienti. Per milioni, per miliardi e per migliaia di miliardi i prefissi sono: M (Mega), G (Giga) e T (Tera). Sono da multare e fustigare i giornalisti, i deputati e gli autori che scrivono “2148 MLD di debito pubblico” (invece di 2,15 T € ovvero 2148 Giga €); che scrivono “IVA evasa per 37 MLN” (invece di 37 M € ovvero 37 milioni di euro). Dovemmo anche smettere di indicare il punto decimale con una virgola e di separare i gruppi di 3 ordini di grandezza degli interi con punti invece che con virgole come fa la grande maggioranza dei paesi del mondo. Chi scrive 1,5 per dire “uno e mezzo” (e magari lo legge “uno punto cinque”) dovrebbe scrivere 1.5. Un milione e seicentoquindicimila euro andrebbe scritto 1,615,000 €. Anche gli anglosassoni non sono scevri da difetti: per indicare due milioni e mezzo di dollari, scrivono 2.5m $, che nel Sistema Internazionale vuol dire due millesimi di dollaro e mezzo. Scrivono “per capita”, invece di “pro capite” come facciamo correttamente in Italia. E perseverano tutti diabolicamente.

 

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Chi è in cima alla piramide? https://www.datamanager.it/2014/09/in-cima-piramide/ Wed, 17 Sep 2014 07:01:40 +0000 http://www.datamanager.it/?p=60006 Con il suo bestseller, Thomas Piketty riscrive la storia dell’economia e offre lo spunto per riflettere sul futuro di un capitalismo più equo e sostenibile. Il Capitale nel XXI secolo dell’economista francese Thomas Piketty, primo nelle classifiche di Amazon, è un librone di quasi 700 pagine che consiglio di leggere, anche se i non economisti […]

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Con il suo bestseller, Thomas Piketty riscrive la storia dell’economia e offre lo spunto per riflettere sul futuro di un capitalismo più equo e sostenibile.

Il Capitale nel XXI secolo dell’economista francese Thomas Piketty, primo nelle classifiche di Amazon, è un librone di quasi 700 pagine che consiglio di leggere, anche se i non economisti potranno limitarsi a studiarne la prima metà e potranno omettere parecchie tabelle. Contiene poca ma essenziale matematica. L’argomento centrale è l’ineguaglianza che diventa sempre più forte: gli straricchi stanno diventando sempre più ricchi.
Thomas Piketty nel suo libro analizza grandi moli di dati raccolte in un decennio. Considera il rischio che l’ineguaglianza eccessiva porti a instabilità politica e a reazioni turbolente.

CAPITALE E REDDITO NELLE MANI DI POCHI? – Negli USA fino al 1940, il 10% della popolazione riceveva il 45% dei redditi totali; poi per quaranta anni, questa percentuale è scesa al 33% e dal 1980 è risalita al 48%. In Europa e negli Stati Uniti d’America fino al 1930, il 10% della popolazione deteneva oltre l’80% della ricchezza. Poi a causa di tasse, inflazione, fallimenti, avvento del welfare state, la percentuale è scesa al 60%. Negli ultimi quaranta anni sta risalendo. Sappiamo bene che i redditi da lavoro, come la ricchezza, sono distribuiti in modo da seguire la legge di Pareto, dunque, con differenziali marcati ai livelli più alti. Questi, però, da anni crescono oltre ogni limite per i grandi capi azienda che fissano i propri livelli di retribuzione e i paracadute d’oro previsti per il trattamento di fine rapporto.

RICERCA E SVILUPPO – Piketty nota che anche la ricerca e lo sviluppo implicano la formazione e l’addestramento di esperti abili nell’uso di sofisticati strumenti di alta tecnologia. Queste alte prestazioni sono compensate a livelli più alti, il che contribuisce alla ineguaglianza. Qui bisogna aggiungere, però, che i Paesi e le industrie che investono di più in ricerca scientifica, sviluppo tecnologico e istruzione avanzata, generano più brevetti e prodotti ad alto valore aggiunto. In conseguenza contribuiscono a far crescere il PIL e a ridurre l’ineguaglianza.
Chris Giles (su Financial Times del 23/5/14) ha negato che dopo il 1980 l’ineguaglianza economica sia cresciuta e che negli USA sia più marcata che in Europa. In particolare, ha sostenuto che nel Regno Unito nel 2010 il 10% dei cittadini deteneva il 44% della ricchezza totale e non il 70% come scritto da Piketty. Paul Krugman (Nobel per l’Economia) documenta da decenni che i ricchi USA diventano più ricchi anche per i tagli alle loro tasse dall’era Reagan. Io ho trovato lo studio “UK Personal Wealth Statistics” pubblicato il 28/9/2012 da HM Revenue & Customs, che riporta in 60% la percentuale della ricchezza detenuta dal 10% degli inglesi top. Il valore vero appare incerto, ma la stima di Piketty è più vicina a quella ufficiale.

L’INEGUAGLIANZA CRESCE – Appare ovvio alla luce del senso comune (Piketty lo documenta in base a dati storici abbondanti) che un tasso di rendita del capitale molto più alto di quello della crescita economica causa ineguaglianza crescente. Questa si manifesta con la concentrazione fra pochi cittadini della ricchezza e dei redditi da capitale. Il processo è tanto più veloce quanto più il tasso di rendita supera quello della crescita del reddito nazionale. Il fenomeno potrebbe essere frenato da una forte crescita demografica ed economica – oggi improbabile. L’alternativa proposta da Piketty è l’adozione di consistenti tasse patrimoniali globali. Sono processi economici complicati. Le statistiche sono spesso incomplete e contraddittorie specie sui redditi più alti. Tutti i commentatori riconoscono che Piketty ha fatto un lavoro enorme per migliorarle. Si usano, però, strumenti e procedure di analisi di tipi diversi. La conclusione dell’autore di intervenire con imposte ai più ricchi e ai lavoratori con retribuzioni più alte non è gradita ai plutocrati, né agli economisti di destra. La discussione diventa politica.

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