SCADA – Data Manager Online https://www.datamanager.it Il portale dell'ICT professionale Mon, 08 Oct 2018 13:00:13 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=5.8.13 https://www.datamanager.it/wp-content/uploads/2020/04/dmo-favicon3.png SCADA – Data Manager Online https://www.datamanager.it 32 32 Symantec, a tutta velocità verso il cloud https://www.datamanager.it/2017/12/symantec-tutta-velocita-verso-cloud/ Thu, 14 Dec 2017 14:23:24 +0000 http://www.datamanager.it/?p=137506 Come coniugare cloud e sicurezza in modo strategico per preservare l’operatività. Più armonizzazione e integrazione tra soluzioni e prodotti, mettendo al centro il cliente e il valore dei partner Risolvere il problema della gestione della sicurezza e supportare le aziende nella fase di migrazione al cloud. Sono queste le direttrici strategiche che animano Symantec in questo […]

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Come coniugare cloud e sicurezza in modo strategico per preservare l’operatività. Più armonizzazione e integrazione tra soluzioni e prodotti, mettendo al centro il cliente e il valore dei partner

Risolvere il problema della gestione della sicurezza e supportare le aziende nella fase di migrazione al cloud. Sono queste le direttrici strategiche che animano Symantec in questo periodo caratterizzato da veloci mutamenti del mercato. Ed è in questa direzione che si stanno indirizzando tutti gli sforzi del vendor sia a livello worldwide sia di country. Ne parliamo con Stefano Volpi, country manager per l’Italia, impegnato in prima persona a imprimere una decisa accelerazione al nuovo corso dell’azienda. Un cambio di rotta che risale all’indomani della vendita di Veritas. Mossa che ha rappresentato un segnale di discontinuità importante nella strategia di Symantec. Maturata chiaramente con l’intento di focalizzare il business sulle competenze storiche del gruppo di Mountain View, beneficiando allo stesso tempo di una maggior agilità organizzativa. Una sorta di ritorno alle origini. «E le origini erano quelle di un’azienda che faceva sicurezza nel commercial, nel consumer, nel mid-market» – spiega Stefano Volpi. «Oggi, c’è da parte nostra una forte accelerazione nel mondo enterprise. La tipologia di azienda che in questa fase ha più bisogno di cybersecurity spinta. Ne ha bisogno per tutto quello che è il mondo IoT, che poi vuol dire anche SCADA, industry 4.0. Vuol dire decine e decine di piattaforme o soluzioni disaggregate». Il primo passo in questa direzione è una decisa accelerazione verso l’integrazione delle soluzioni con una forte spinta a risolvere le difficoltà di gestione della sicurezza, che rappresenta – continua Volpi – «la principale problematica in questo momento presso clienti e prospect». Una situazione generata dalla sostanziale separazione tra le soluzioni «che non comunicano tra loro e che quindi difficilmente possono giustificare investimenti in progetti smart. Quelli che noi attraverso la sicurezza vogliamo invece favorire».

ARCHITETTURA INTEGRATA

In questo processo, si tratta di supportare le aziende nella loro migrazione al cloud. E per farlo, la proposta di Symantec è un nuovo ecosistema che possa portare valore a una piattaforma integrata. «Un framework che possa abilitare alla trasformazione verso il cloud. In tutte le branch dell’azienda, tutti parlano lo stesso verbo. Collegato appunto a questa nuova piattaforma che può aiutare i clienti nel loro percorso di trasformazione digitale, soprattutto nel mondo del cloud. Un ecosistema fatto anche di consulenti e system integrator in grado di dare tutto il supporto possibile ai clienti in questo cammino» – afferma Volpi. Molte imprese hanno difficoltà a trovare la loro formula giusta per il cambiamento a causa della mancata comprensione delle dinamiche di fondo o del terreno sul quale si sta spostando la competition. «In tutti questi anni, i clienti hanno continuato a investire in sicurezza, proteggendo però soprattutto il corporate network. I dati – però – non sono più solo lì. Risiedono in tutte le parti dell’infrastruttura. Così i modelli di delivery si devono adattare a questo cambiamento. I dati sono ovunque. Sono nel cloud. Ed è in questa direzione che bisogna estendere la protezione» – afferma Volpi.


#Symantec Come coniugare #cloud e #sicurezza in modo strategico
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LA STRATEGIA DA PERSEGUIRE

Un compito impegnativo, quello di Stefano Volpi. Ma che dopo tre mesi di duro lavoro alla guida della country italiana inizia a produrre risultati. «Oggi, quello che mi stimola di questa nuova sfida è la totale comunione di vedute con la visione di Symantec. E mi piace raccontarla ai clienti. Finalmente, c’è una soluzione per la difesa del cloud. Un’opportunità che tutti i nostri clienti devono poter cogliere con serenità. Supportati da un player in grado di difendere le aziende che affrontano questo passaggio di portata epocale. Il mio compito è di illustrare ai clienti la nuova proposition di Symantec e i cambiamenti che la sicurezza può portare in questa trasformazione». Si tratta di un piano articolato, che si completa con la verifica continua dell’idoneità degli strumenti per raggiungere il mercato, e con la messa in campo di nuovi accordi per portare a bordo system integrator che possano essere punti di riferimento per il cliente, supportando allo stesso tempo i partner storici.

IL VALORE DEI PARTNER

«Symantec si affida a un’ampia rete di partner» – continua Volpi. «Oggi, la soluzione è unica al pari dell’architettura. E tutti devono poter essere in grado di proporre quella soluzione, manutenerla e gestirla. Vogliamo alimentare tutti gli attori che comportano al nostro go to market trasferendo loro l’entusiasmo verso una scelta che è certamente quella vincente». Azioni sviluppate sul campo avvalendosi di un team italiano agguerrito e motivato. In via di ampliamento. «Persone straordinarie, delle quali molte provengono da esperienze enterprise» – riprende Volpi. «Dotate di grandi capacità di guidare il canale in questa trasformazione». Una squadra già numerosa, oltre 35 gli addetti che operano in Italia. Con funzioni di supporto al cliente nell’acquisizione delle migliori soluzioni Symantec, supporto tecnico, assistenza da remoto e servizi personalizzati. «Un team molto ben strutturato, che certamente avrà bisogno di qualche piccola messa a punto, ma che già adesso è in grado di raggiungere gli obiettivi che ci siamo dati».


Stefano Volpi country manager #Symantec «Questa è la nostra proposition vincente»
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SODDISFARE SEMPRE I CLIENTI

La ricetta di Volpi per crescere in Italia è di soddisfare sempre i clienti. L’ascolto è il primo passo della relazione con il cliente, trasferendo al contempo all’interno del team una cultura orientata alla centralità delle esigenze dei clienti. «È fondamentale fare retention attraverso la qualità. È chiaro che non possiamo trasformare la sicurezza del cliente senza salvaguardare gli investimenti già effettuati. Tutto deve nascere da un grande rapporto di fiducia tra il cliente e le nostre competenze, la nostra volontà ed entusiasmo. Costruito questo rapporto, tutto è più facile». Azioni sviluppate da Symantec in Italia, affidandosi a una rete di partner qualificati (distributori, rivenditori, etc.) con differenti livelli di certificazione ed expertise. La domanda è se in questa fase il loro numero sia sufficiente per fare fronte a uno sforzo come quello che si sta intraprendendo. «Abbiamo un numero giusto di distributori» – fa notare Volpi. «Noi però affrontiamo varie tipologie di mercato. Dal mercato consumer al mid market, puntando a quello enterprise. Ognuno offre consulenza e supporta un certo numero di prodotti. In questo senso, la nostra offerta è estesa. Quindi lato distribuzione e partner siamo ben bilanciati. Possiamo però alimentare il nostro ecosistema con qualche integrazione misurata. Forse c’è spazio ancora per qualche system integrator di fascia alta. Per qualche società di consulenza organizzativa di alto livello e per qualche cloud service provider». Ma portare a bordo nuovi partner significa anche ampliare il volume di investimenti a favore dei partner. «E di questo siamo consapevoli sia in termini di marketing che di supporto» – conferma Volpi. «Ogni tre mesi rilasciamo un piano di investimenti per le vendite dei nostri partner. Webinar, sessioni tecniche, formazione. Attività che vengono programmate e rilasciate con cadenza continua. In più, mettiamo a disposizione dei nostri collaboratori un nutrito dipartimento tecnico – sia a livello EMEA che di country – per andare assieme dai clienti con una proposta su misura».

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Hacker nelle centrali elettriche europee: cosa sappiamo https://www.datamanager.it/2017/07/hacker-nelle-centrali-elettriche-europee-cosa-sappiamo/ Thu, 20 Jul 2017 18:30:34 +0000 http://www.datamanager.it/?p=129025 Le talpe governative russe avrebbero puntato i sistemi del Regno Unito, dai quali partire per compiere danni maggiori Non ci sono solo le centrali americane tra gli obiettivi degli hacker. Che provengano dalla Cina o dalla Russia, la preoccupazione sulla crescente ondata di violazioni a infrastrutture critiche è reale, soprattutto dopo quanto successo nel 2015 […]

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Le talpe governative russe avrebbero puntato i sistemi del Regno Unito, dai quali partire per compiere danni maggiori

Non ci sono solo le centrali americane tra gli obiettivi degli hacker. Che provengano dalla Cina o dalla Russia, la preoccupazione sulla crescente ondata di violazioni a infrastrutture critiche è reale, soprattutto dopo quanto successo nel 2015 e 2016 in Ucraina. A est dell’Europa infatti il malware BlackEnergy è quello che ha aperto la strada alle infiltrazioni industriali, in particolar modo in stabilimenti di fornitura elettrica. Le migliaia di persone rimaste senza corrente nei mesi scorsi potrebbero diventare molte di più qualora si dovesse concretizzare un attacco su larga scala coordinato. Solo ipotesi? Purtroppo no.

Occhi aperti

I primi ad aver scovato diverse intrusioni già andate a segno in patria sono gli specialisti del National Cyber Security Centre (NCSC) della GCHQ, la NSA del Regno Unito. Stando alle loro ricerche, vari sistemi di controllo industriali sarebbero stati compromessi di recente, sotto i colpi degli hacker supportati da governi esteri. Nel documento di report fornito dall’Intelligence non vengono tirati in ballo gruppi specifici ma un probabile collegamento con una violazione avvenuta presso una centrale elettrica nella Repubblica di Irlanda lascia intendere che parte del merito sia della Russia o comunque di team legati a Mosca. Il pericolo valica i confini d’Albione. Pare infatti che la stessa attività di breach, condotta tramite mail phishing, individuata a nord del paese, sia inserita in una campagna più ampia, partita l’8 giugno e diretta al settore dell’energia e dell’acqua. Un’azione del genere potrebbe allargarsi velocemente al resto dell’Europa, mirando a colpire simili infrastrutture nel continente, Italia compresa.

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Kaspersky Lab – Sicurezza senza compromessi https://www.datamanager.it/2016/03/kaspersky-lab-sicurezza-senza-compromessi/ Mon, 21 Mar 2016 13:46:29 +0000 http://www.datamanager.it/?p=97344 Numero uno in Italia sul mercato consumer, genera più fatturato sul B2B. Con l’apertura di nuovi fronti di protezione delle infrastrutture critiche, le barriere contro gli attacchi mirati e il potenziamento dei suoi esclusivi servizi di intelligence, Kaspersky è sinonimo di total security La vista dalle finestre della nuova sede milanese di Kaspersky Lab con le […]

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Numero uno in Italia sul mercato consumer, genera più fatturato sul B2B. Con l’apertura di nuovi fronti di protezione delle infrastrutture critiche, le barriere contro gli attacchi mirati e il potenziamento dei suoi esclusivi servizi di intelligence, Kaspersky è sinonimo di total security

La vista dalle finestre della nuova sede milanese di Kaspersky Lab con le montagne innevate malgrado la stagione invernale con poco mordente, è spettacolare. Cornice perfetta per un’azienda che, le minacce, deve saperle avvistare da lontano, prima che sia troppo tardi per fare qualcosa. Romanocentrica all’epoca della sua fondazione, dall’estate scorsa Kaspersky Lab vanta in Italia due centri di gravità. Nella capitale, continua a coltivare le sue forti relazioni istituzionali, offrendo avanzate soluzioni di sicurezza a clienti esigenti come il Ministero della Difesa. Al nord, nelle torri che sovrastano la stazione ferroviaria di Porta Garibaldi, Kaspersky stabilisce legami di partnership sempre più “intimi” con la Milano della finanza e dell’industria. Siamo del resto letteralmente a pochi metri da un’altra famosa torre, quella di uno dei maggiori gruppi bancari nazionali, anche se la sicurezza delle transazioni finanziarie non è il solo target della strategia Kaspersky nel B2B. Nuova come i bianchi uffici del 15esimo piano (che insieme agli spazi del loft nove piani più sopra, sono a disposizione del leader globale della sicurezza per meeting, seminari ed eventi), c’è la strategia per la protezione delle infrastrutture critiche e degli impianti di produzione industriale. Come vedremo in questa cover story, dalla torre che domina un paesaggio settentrionale ancora brulicante di realtà manifatturiere, Kaspersky vuole lanciare il contrattacco alle minacce informatiche che hanno come bersaglio le reti di distribuzione delle utility, gli impianti di fabbricazione e trasformazione a controllo numerico. Ambienti finora poco frequentati dai fornitori di sicurezza informatica, ma sempre più esposti a rischi di blocco, sabotaggio, spionaggio industriale.


Numero 1 in Italia sul mercato consumer, #Kaspersky genera più fatturato sul B2B
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«La sede romana continua ad avere molto peso, concentrando il grosso delle attività Kaspersky, come le vendite, il supporto tecnico, le strategie rivolte alla PA» – riconosce Morten Lehn, il responsabile di Kaspersky Lab Italia, accogliendo con visibile orgoglio Data Manager nei nuovi uffici di Milano. Ma in questi ultimi due o tre anni, il lavoro con la clientela nel nord Italia è cresciuto tantissimo». La sede di Porta Garibaldi, aggiunge il responsabile italiano di Kaspersky, è subito diventata un punto di riferimento, anche nei confronti dei colleghi europei. Quando bisogna presentare un nuovo prodotto o discutere di una strategia commerciale, i manager, tecnici, comunicatori che si muovono dal quartier generale di Londra giungono a Milano in poco tempo grazie alla combinazione aereo-ferrovia. «L’autonomia della sede di Milano è quindi in crescita» – sottolinea ancora Lehn. «Stiamo rafforzando soprattutto la presenza tecnica con quattro nuovi technical account manager». Un altro segno della trasformazione subita dall’azienda rispetto alle sue origini profondamente radicate nel software di protezione del personal computer. Quando questo era l’unico vero “endpoint” da tutelare contro i virus informatici.

Alessio Aceti head of pre sales
Alessio Aceti head of pre sales

Dal retail al mercato aziendale

La prima cover story che Data Manager aveva dedicato alle strategie di Kaspersky in Italia, esibiva la fotografia del fondatore, Eugene, in una posa quanto mai casual, seduto in terra a gambe incrociate, il fido laptop sulle ginocchia. Oggi, dice Lehn, il “brand verde” continua a essere forte nel mercato al dettaglio. «In Italia, siamo diventati il numero uno, già dal primo trimestre 2015. Ma senza perdere il focus sul retail, che è pur sempre un formidabile volano di visibilità e dà una grande mano alla rete antivirale chiamata Kaspersky Security Network e alla sua capacità di monitorare il malware in tempo reale, siamo riusciti a comunicare il nostro impegno anche sul fronte enterprise e della piccola-media impresa». Oggi, il volto business di Kaspersky è un dato di fatto e Lehn annuncia il definitivo sorpasso anche per l’Italia: la maggior parte del business è generato dalle soluzioni e i servizi offerti alle aziende. In ambito professionale, Kaspersky Lab registra in effetti le crescite più significative, con la prospettiva di raggiungere anche nel 2016 percentuali di espansione a due cifre. I punti di forza di questo specialista sono ben noti e apprezzati. «Una grande azienda globale saldamente in mano a un unico proprietario, mai penalizzata dagli inesorabili meccanismi delle trimestrali o delle Ipo. Una strategia centrale che dà ampio spazio alle prerogative e agli input del mercato locale. Una tecnologia che nasce da un approccio esclusivo alla security di una società in cui un terzo dei 3.500 dipendenti globali è coinvolto in attività di ricerca e sviluppo».


#InternetSecurity Morten Lehn @kaspersky #Sicurezza, senza compromessi
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Un leader che, come ricorda Lehn, vanta una lunga tradizione di forza e reciproco impegno anche nelle relazioni con i partner, distributori, rivenditori, system integrator, operatori: «Tanti piccoli e grandi specialisti di sicurezza che Kaspersky seleziona, forma e accelera verso il mercato delle aziende». Malware e cybercrime, osserva ancora Lehn, si stanno trasformando in una vera e propria industria. Non solo gli attacchi si fanno sempre più mirati sulle specifiche realtà aziendali, ma anche i ruoli si diversificano. C’è chi studia come sviluppare gli strumenti più efficaci, proprio come un programmatore sviluppa le applicazioni e le piattaforme rivolte agli utilizzatori finali. O per reclutare reti globali di macchine-zombie da cui far partire gli attacchi. E c’è chi acquista tutti questi tool sugli oscuri scaffali del Deep Web e li riutilizza per generare business, basandosi su una conoscenza più diretta delle proprie potenziali vittime. Una situazione alla quale Lehn guarda con molta preoccupazione. «Il fenomeno del ransomware, rappresentato dalle varianti di Cryptolocker, è un argomento caldo e lo sarà per tutto il 2016». Se le persone in azienda non hanno la giusta consapevolezza, è molto facile cadere preda di un link nascosto in un messaggio di mail apparentemente innocuo o addirittura utile. «Una volta inoculato il malware non c’è più niente da fare, il contenuto viene “sequestrato” con la crittografia è se non hai fatto il backup puoi considerarlo perduto». Molti cedono al ricatto, riconosce il direttore di Kaspersky Italia, anche se questo non fa che alimentare una catena perversa. «C’è tantissima strada da fare» – conclude Lehn. «Molte aziende elaborano dei piani di contingenza per la sicurezza fisica, ma quella logica è ancora molto trascurata».


#InternetSecurity Morten Lehn @kaspersky La #sicurezza logica è molto trascurata
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Tecnologia e intelligence

Proprio sul terreno ancora poco mappato della “cultura” della sicurezza, Kaspersky intende dare un contributo fondamentale, evolvendosi non solo nel senso delle tecnologie e degli ambiti che queste devono proteggere (si è già parlato di infrastrutture critiche e impianti di produzione, ma Lehn ricorda il settore in forte espansione delle connected car e dei veicoli a guida automatica), ma anche dal punto di vista delle informazioni, delle policy di sicurezza e dei comportamenti. Qui Kaspersky Lab sta costruendo un’offerta parallela ai tradizionali prodotti, un’offerta fatta di studi su specifici settori e feed informativi sull’evoluzione delle minacce – frutto del costante lavoro analitico dei suoi esperti e dalla mole di intelligence estratta dalla Security Network – e di consulenza in materia di IT Security, di informazioni mirate sulle singole aziende, digital forensic (per capire la natura e le modalità degli attacchi andando a identificare i sample del malware), penetration testing. Attività che secondo Lehn permettono la piena condivisione dell’incredibile know-how accumulato da Kaspersky e rendono ancora più unica, e in continua espansione, la sua offerta.

Giampiero Cannavò head of channel B2B
Giampiero Cannavò head of channel B2B

Il responsabile delle strategie Kaspersky verso il mercato professionale è Edoardo Di Meo, head of B2B enterprise. «Davanti a minacce subdole come il ransomware, che colpiscono organizzazioni grandi o piccole, la soluzione antivirus sull’endpoint non basta. è molto più utile abbinare una valida barriera tecnologica, che aiuta certamente a limitare il problema, a veri e propri corsi online di awareness rivolti al personale dell’azienda, o a una valutazione approfondita delle vulnerabilità. In questa capacità di offrire un approccio combinato di tecnologie e conoscenza sta il vero valore aggiunto di Kaspersky». Il mercato, secondo Di Meo, mostra di apprezzare il cambiamento. Oggi, l’azienda è presente in organizzazioni molto importanti, in ogni settore. Finance e pubblica amministrazione continuano a essere i due ambiti d’azione principali. Cinque delle dieci maggiori banche italiane utilizzano i prodotti Kaspersky. E cresce la percentuale delle altre tipologie di clienti. In tutto il settore industriale c’è molta curiosità nei confronti della nuova offerta pensata gli ambienti industriali e le infrastrutture critiche. Offerta che in Italia verrà annunciata ad aprile.


#Security Cinque delle dieci maggiori banche italiane utilizzano #Kaspersky
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Sicurezza ad personam

Quello che fino a quindici anni fa era un fornitore di soluzioni antivirus conosciuto tra i singoli utenti di pc, oggi viene percepito come un esperto di sicurezza a tutto tondo. «In sette anni di lavoro – dice Di Meo – ho vissuto personalmente questa trasformazione. I clienti che in passato faticavano a prendere in considerazione le nostre proposte, oggi, ci chiamano per primi». Nel frattempo, l’azienda non ha mai perso colpi sulla qualità delle sue tecnologie, che continuano a ricevere l’endorsement dei maggiori istituti indipendenti (tra i tanti, è il caso di Kaspersky Small Office Security, che lo scorso dicembre è finita in cima alla classifica AV-TEST per i prodotti di sicurezza dell’endpoint, con un punteggio pieno in tutti e tre i criteri di protezione, performance e usability). «Rispetto a una concorrenza che si specializza in ambiti diversificati, offriamo una protezione estesa, ma facilmente gestibile attraverso una unica console. Spesso i clienti si trovano a passare da soluzioni anche molto valide, ma complesse da gestire e integrare, a una sicurezza totale e semplificata. Kaspersky aiuta a ridurre i costi, anche in termini di risorse di calcolo, e in più offre i servizi. Al punto che oggi possiamo vantare clienti che ricorrono alle tecnologie Kaspersky, solo dopo averne apprezzato la capacità consulenziale».

Questa capacità, secondo Alessio Aceti, head of pre sales, consente al cliente di Kaspersky Lab di colmare tutti i gap che una tecnologia di protezione capace di bloccare gran parte delle minacce può lasciare aperti nei confronti di forme di attacco più personalizzate e subdole, rivolte alle nostre personali vulnerabilità. «Spesso questo tipo di attacco richiede strumenti che vedono l’intera attività di rete, sanno correlare gli eventi, individuare le anomalie». Questo è il compito della nuova Kaspersky Anti Targeted Attack Platform, annunciata a San Francisco a inizio marzo in occasione della RSA Conference. La nuova soluzione sfrutterà tutta la potenza di una nuova Advanced Sandbox, un concetto che i laboratori Kaspersky utilizzano da dieci anni per isolare il malware ancora non riconosciuto in base alle informazioni fornite dalla Security Network e il cui comportamento viene analizzato in un ambiente protetto del tutto simile alla rete che sta subendo l’attacco. «Kaspersky fornirà questi strumenti insieme ai servizi che ne rendono ancora più efficace l’utilizzo». L’obiettivo, prosegue il responsabile del pre sales, è fare di Kaspersky un partner della sicurezza aziendale che fornisce le tecnologie anti-Apt, analizza le vulnerabilità, forma gli specialisti e il personale e sviluppa un costante flusso di informazioni specifiche per i diversi settori industriali, facilitando la prevenzione degli attacchi e la gestione degli eventuali danni subiti. Non si deve pensare che questi servizi di intelligence siano rivolti alle grandi organizzazioni. «Molte piccole aziende sono proprietarie di brevetti e altri asset che, se violati, rischiano di mettere in ginocchio il business».

Edoardo Di Meo head of B2B enterprise
Edoardo Di Meo head of B2B enterprise

Infrastrutture a rischio

L’ennesima sfida che Kaspersky Lab si prepara ad affrontare, nell’imminenza dell’annuncio di Kaspersky Industrial Cyber Security, riguarda quelli che Alessio Aceti definisce gli effetti del malware nel mondo fisico: «Abbiamo già visto in passato, per esempio con Stuxnet, che anche infrastrutture critiche e ambienti industriali con protocolli specifici, sistemi SCADA e PLC sono un possibile target». Non è necessario che un impianto a controllo numerico sia raggiungibile attraverso Internet. «Pensiamo a situazioni di sabotaggio, di blocco di produzione. In acciaieria, un altoforno che viene spento di colpo per colpa di un cyberattacco è un bene da milioni di euro che si può buttar via». La nuova soluzione, spiega Aceti, è una piattaforma completa formata da un endpoint molto leggero dotato di funzionalità antimalware standard, un network monitor in grado di intercettare il traffico di rete specifico degli ambienti automatizzati, inclusi protocolli specifici per la comunicazione con i PLC e una serie di servizi di assessment, formazione e consulenza dedicati proprio a questo ambienti ad altra specificità. «Anche qui abbiamo immaginato una sorta di “safe sandbox Scada”, che permette di racchiudere in una bolla protettiva tutti i processi critici, unita a funzioni che permettono di monitorare le anomalie nelle variabili tipiche di un ambiente di produzione. Stuxnet, dobbiamo ricordarlo, agiva modificando la velocità di rotazione delle centrifughe di materiale radioattivo».


#Security #Kaspersky La nuova offerta per #SCADA sarà annunciata in Italia ad aprile
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Con questa mossa, sottolinea Lehn, Kaspersky Lab diventa l’unico provider globale dotato di una piattaforma che raccoglie tutti i bisogni del cliente industrial, confermando che l’intera struttura commerciale di Kaspersky Lab sta studiando le strategie da mettere in atto per consentire anche ai partner, venditori e system integrator, di affrontare un mercato ricco di opportunità ma anche di insidie e di aspetti tutti da scoprire. Aceti riassume efficacemente queste incognite quando ribadisce la necessità di «creare un bisogno, far capire le minacce, anche partecipando a convegni, osservatori, tavole rotonde e parlando con i ricercatori per costruire una nuova cultura della sicurezza industriale».

Tutto per il partner

Un compito che non sembra spaventare Giampiero Cannavò, head of channel B2B, il quale mette in evidenza la stretta collaborazione con i partner sul territorio: «Continuiamo a lavorare molto sul nostro canale commerciale, sia sulle alleanze con i nostri partner, con vendor IT e con nomi come Computer Gross, uno dei nostri cinque distributori, che in Italia vanta un market share molto forte». Uno degli obiettivi del 2016, aggiunge Cannavò, sarà rafforzarsi ulteriormente, anche sui nuovi fronti che si apriranno con soluzioni come Kaspersky Anti Targeted Attack Platform o Kaspersky Industrial Cyber Security. «Parliamo di una rete di tremila reseller attivi, distribuiti attraverso un partner program di cinque livelli, dal registered al platinum. Il livello intermedio, subito sotto il silver, è il bronze e rappresenta una novità significativa, che darà molti vantaggi in più ai rivenditori che non generano volumi annui particolarmente elevati». Le vendite B2B di Kaspersky crescono di oltre il 20% anno su anno e meritano tutte le attenzioni possibili, osserva Cannavò anticipando il boost che la sua struttura registrerà quest’anno: sette persone distribuite su un territorio suddiviso in tre macroaree geografiche. «Tutto questo per aumentare la penetrazione sul mercato e la prossimità ai nostri partner gold e platinum, che devono offrire un supporto qualificato per aiutarci nell’ingaggio del mercato delle piccole e medie imprese».

Matteo Bosis head of retail
Matteo Bosis head of retail

Tra gli altri obiettivi del responsabile di canale di Kaspersky Italia, c’è un ulteriore sforzo di collaborazione con gli operatori di telecomunicazioni: «Quest’anno, avremo una risorsa dedicata proprio allo sviluppo di queste opportunità, affini a quelle che dobbiamo perseguire nel mondo dei prodotti in subscription e delle soluzioni as a service, lavorando ancora più intensamente con i service provider di sicurezza gestita». L’azione svolta da Cannavò con la sua squadra, sarà come sempre coordinata con quella guidata da Maura Frusone, head of marketing, sul fronte della comunicazione e delle relazioni di business, secondo la filosofia che Kaspersky Lab ha sempre interpretato in modo olistico, cercando di intrecciare iniziative rivolte alla clientela business o consumer e azioni tese al continuo rafforzamento dei legami con i partner commerciali. «Un sistema di relazioni che ci piace sviluppare, declinandolo nel mondo business e in quello contiguo al business» – dichiara Frusone, riferendosi a un insieme di comunicazione classica sui media generalisti e di settore, seminari, incontri, eventi open doors, incentivazione e naturalmente sponsorizzazioni, su cui spicca la storica amicizia con la casa automobilistica Ferrari, foriera di positive ricadute tecnologiche e di brand awareness.


#Security #Kaspersky Infrastrutture a rischio e nuovo approccio retail
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Al volante delle “rosse”

I partner Kaspersky, per esempio, vengono coinvolti in programmi incentivanti che danno la possibilità di vivere straordinarie esperienze su pista. Queste forme di incentivazione e promozione, sottolinea Frusone, sono anche un contributo alla politica che Kaspersky Lab adotta nei meccanismi che regolano i rapporti con i rivenditori e i clienti finali. «Abbiamo sempre detto no a politiche aggressive sui listini» – ribadisce Maura Frusone. La soddisfazione dei clienti e le valutazioni indipendenti sono il miglior attestato della qualità delle soluzioni. «Un altro indirizzo distintivo del 2016 è la volontà di valorizzare al massimo il potenziale della nuova location milanese. Per esempio, sarà inaugurato un nuovo format open doors che ospiterà nel loft al piano superiore del grattacielo i reseller a valore che potranno raccontare e far vivere ai loro potenziali partner la filosofia Kaspersky». In calendario, ci sono anche analoghi incontri con i distributori, prezioso tassello nel mosaico di strategie di go-to-market dello specialista della sicurezza. Saranno, secondo Lehn, occasioni verticalizzate per i diversi settori, in una ottica di ulteriore crescita del sistema di relazioni con i partner già consolidati e con quelli che dovranno arricchire la capacità di presidio di Kaspersky in previsione dell’arrivo delle soluzioni più innovative. «La capacità di proteggere le infrastrutture critiche, ricorda Cannavò, sarà un importante stemma di competenza dei partner che stiamo selezionando».

Il retail rompe le scatole

La diversa autorevolezza che Kaspersky Lab ha acquisito nel mercato delle soluzioni per la sicurezza aziendale, non va a oscurare la capacità di questo provider di sostenere un business profittevole anche nel complesso mercato retail. Dove al contrario, con il proliferare degli oggetti connessi e della mobilità degli utenti, crescono in modo esponenziale le esigenze di protezione e sicurezza dei dati personali, delle microtransazioni finanziarie, della navigazione web. Kaspersky ha messo in atto un bel gioco di sinergie proprio su quella che Maura Frusone definisce una continua “osmosi” tra la notorietà in ambito consumer e la crescente consapevolezza della qualità delle piattaforme e dei servizi professionali. L’abilità mostrata nel presidiare l’intero spettro delle esigenze dei clienti finali, sul lavoro come nel tempo libero, in ufficio come in famiglia, è forse la peculiarità più interessante di un provider che viene percepito come esperto di sicurezza “totale”.

Maura Frusone head of marketing
Maura Frusone head of marketing

Il regista di Kaspersky Lab nel mercato delle soluzioni che un tempo avremmo chiamato pacchettizzato è Matteo Bosis, head of retail. Una posizione che ingaggia il ramo B2C dell’azienda oggi numero uno in Italia su molteplici tipologie di punti vendita, dal corner shop alla cosiddetta grande superficie. «In questo ambito, la grande trasformazione passa dall’affiancare alla tradizionale confezione fisica il sistema “Posa”, point of sale activation». In negozio come all’ipermercato, il cliente non troverà più solo le consuete scatole verdi (che peraltro da diverso tempo ormai non contengono più neppure un Dvd, sostituito da un codice che consente di installare sempre la versione più aggiornata del prodotto acquistato), ma una card che autorizza lo stesso acquisto. «In questo modo, ci avviciniamo molto alle modalità della vendita puramente online» – spiega Bosis. Le carte Posa rappresentano una rivoluzione, specialmente nella grande distribuzione. Per i retailer non ci saranno più problemi di mancanza di merce (rotture di stock) e avranno sempre a disposizione tutte le referenze e per il venditore si aprono spazi del tutto inediti nei punti vendita». Le attività B2C di Kaspersky Lab Italia hanno registrato nel 2015 una crescita superiore al 5% (quasi il 7% se misurata in volume). L’obiettivo è confermare questi valori anche nel 2016. Man mano che il digitale invade ogni aspetto della realtà, crescono le opportunità di violare l’integrità dei dati e lucrare sulla loro importanza, nel mondo degli affari o della nostra quotidianità, magari combinando con malizia armi puramente informatiche e strumenti di manipolazione psicologica. Un’azienda da sola – non parliamo del singolo individuo – non può far fronte a tutto questo, specie considerando tutti i nuovi fronti di vulnerabilità che si aprono nella Internet delle cose. Kaspersky Lab è l’alleato, motivato e sempre sul chi vive, che tutti vorrebbero avere.

Foto di Gabriele Sandrini

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Infrastrutture critiche e IoT? Ecco i rischi. Eugene Kaspersky: «La cyberwar è già iniziata» https://www.datamanager.it/2015/11/infrastrutture-critiche-e-iot-ecco-i-rischi-eugene-kaspersky-la-cyberwar-e-gia-iniziata/ Tue, 24 Nov 2015 11:46:20 +0000 http://www.datamanager.it/?p=87876 Bombe informatiche non convenzionali e tecniche APT alla portata di stati canaglia, gruppi terroristici e criminalità organizzata. Scenari da cyberwar e orizzonti da guerra fredda «Le minacce informatiche più pericolose in circolazione sono gli strumenti avanzati di spionaggio progettati dai servizi di sicurezza governativi». Parola di Eugene Kaspersky CEO e co-fondatore di Kaspersky Lab. «Malware […]

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Bombe informatiche non convenzionali e tecniche APT alla portata di stati canaglia, gruppi terroristici e criminalità organizzata. Scenari da cyberwar e orizzonti da guerra fredda

«Le minacce informatiche più pericolose in circolazione sono gli strumenti avanzati di spionaggio progettati dai servizi di sicurezza governativi». Parola di Eugene Kaspersky CEO e co-fondatore di Kaspersky Lab. «Malware creati su misura per colpire infrastrutture critiche, aziende di trasporti, sistemi industriali. Armi informatiche in grado di provocare veri e propri danni fisici alle persone».

Per fortuna, sinora i danni di questi attacchi sono stati piuttosto limitati. Un solo precedente di rilievo, l’attacco sferrato nel 2010 ai danni dei laboratori iraniani di arricchimento dell’uranio. Dopo Stuxnet, un worm frutto probabilmente della collaborazione tra USA e Israele, il panorama delle minacce IT è profondamente cambiato. In peggio. «Gli strumenti di spionaggio sono utilizzati come missili per penetrare le reti e danneggiare obiettivi specifici» – afferma Kaspersky. «Stuxnet nasce così. Solo successivamente, viene innestata una testata per colpire le macchine fisiche». Una cesura importante. Prima di Stuxnet, soltanto militari e intelligence potevano disporre delle risorse e delle conoscenze per sviluppare programmi di questo tipo. Dopo, la platea di paesi in grado di accedere a questi strumenti si è velocemente ampliata. Oggi, sono in molti a ritenere che sia in corso una vera e propria corsa agli armamenti cyber, simile per molti aspetti a quella che si consumò durante gli anni della guerra fredda. «I paesi leader probabilmente stanno facendo scorta di questi strumenti per possibili usi futuri di tipo militare. Un altro problema da non sottovalutare è che i criminali informatici si sono impadroniti in fretta delle tecniche di spionaggio di tipo APT, impiegate per attaccare le banche e rubare centinaia di milioni di dollari. La disponibilità di questi strumenti nelle mani dei criminali informatici lascia presagire che presto anche i terroristi potranno accedervi. E questa è la mia paura più grande» – dichiara Kaspersky.


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Prove tecniche di guerra a bassa intensità

Ora, sebbene i contorni di quello che si potrebbe definire un conflitto globale siano ancora piuttosto sfumati, i segnali che in realtà sia già in corso una sorta di guerra a bassa intensità si moltiplicano. Alimentata dalle falle aperte nelle infrastrutture critiche di quasi ogni paese. E dalla mancanza di scrupoli di taluni attori. è un fatto che chi come l’NSA in passato deteneva conoscenze e risorse per attaccare, non limitandosi a rafforzare le proprie difese, ha indebolito la rete intesa come infrastruttura, assicurando dapprima ad altri stati e poi alla criminalità l’opportunità di colpire le infrastrutture che tutti utilizziamo. Ma oltre a dilatarsi la platea di potenziali attaccanti, si sono moltiplicate anche le possibilità di accesso a tecnologie d’attacco letali, collocate in un’area grigia al riparo da preoccupazioni etiche e legali. Il fatto che un qualsiasi governo le possa impiegare per intercettare i criminali, di per sé non esclude che in un altro paese vengano invece impiegate come strumenti di repressione e sorveglianza. In entrambi i casi, non è richiesta alcuna patente di moralità. E così anche paesi meno attenti, per usare un eufemismo, alla libertà delle persone, possono accedervi senza particolari restrizioni. Né vincoli di natura legale. Nessuno può impedire che la tecnologia sia traslata a terzi che possono assumere le sembianze di gruppi paramilitari, terroristici o semplicemente criminali. Una situazione in cui persino chi prova a difenderci può rimanere invischiato. Ne sanno qualcosa proprio i laboratori di Kaspersky Lab che in giugno hanno comunicato la scoperta di una variante di Duqu (un trojan noto soprattutto per i danni causati al settore bancario) progettata per penetrare i sistemi del vendor di sicurezza. «L’attacco ci ha dato l’opportunità di migliorare le nostre difese, le nostre tecnologie e i nostri prodotti» – ci dice Kaspersky. «Duqu 2.0 è senz’altro una minaccia avanzata. Per certi aspetti, si tratta di una generazione più evoluta di qualsiasi altro malware mai visto prima. La buona notizia è che ora siamo in grado di rilevarla, comprenderne le tecniche che l’hanno reso così sfuggente. E di aiutare clienti e partner a proteggersi da minacce simili».


#InternetSecurity Prospettive future, privacy e crescita delle minacce @e_kaspersky @KasperskyLabIT
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Prospettive future e crescita delle minacce

Questo tipo di minacce sono destinate a moltiplicarsi in futuro. Presto, assisteremo alla rivoluzione annunciata dell’Internet delle cose. Un’opportunità epocale. Foriera però di numerosi interrogativi, colti con largo anticipo da Eugene Kaspersky secondo cui «il mondo è sovraccarico di honeypot», riferendosi al fatto che oggetti di uso comune come il televisore, lo smartphone, presto le auto, sono così vulnerabili da attirare frotte di malintenzionati. «Violare un’aspirapolvere smart potrebbe apparire un’azione senza senso. Ma abbiamo già assistito al caso di un frigorifero intelligente divenuto parte di una botnet. E sono numerosi i dispositivi che consentono ai criminali informatici di ottenere l’accesso a dati privati, informazioni finanziarie e così via. Ma quel che è peggio è la semplicità con cui si possono commettere queste violazioni» – rimarca Kaspersky, auspicando l’adozione di qualche misura immediata. «C’è urgente bisogno di introdurre norme in materia di sicurezza di questi nuovi dispositivi intelligenti». Un problema che andrebbe affrontato già in fase di progettazione. «Anche se molto lavoro è stato fatto, i produttori hanno spesso ignorato i requisiti di sicurezza. Quando invece dovrebbe essere la priorità assoluta sin dalla fase di sviluppo di questi prodotti. Spesso invece gli sviluppatori dell’Internet of Things iniziano a pensare alla sicurezza solo alla fine di un progetto. Quando cioè i dispositivi sono pronti e in fase di test. A quel punto è molto più difficile, costoso e talvolta impossibile rendere inattaccabile il dispositivo». Una situazione alla quale si dovrebbe porre rimedio con normative all’altezza. E scelte politiche condivise.


#InternetSecurity Infrastrutture critiche e IoT? Ecco i rischi @e_kaspersky @KasperskyLabIT
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Per una maggiore sicurezza e privacy delle persone

«Penso sia molto difficile mantenere una privacy totale e al tempo stesso godere dei benefici dell’era di Internet. La nostra digital footprint è ampia e la maggior parte degli utenti possiede un’enorme quantità di dati digitali memorizzati da terzi sui quali non ha alcun controllo. Il carrier telefonico sa sempre dove ci troviamo, mentre andiamo in giro con il cellulare in tasca. La banca memorizza i dati di tutte le transazioni effettuate con carta di credito. Per le strade e sui mezzi pubblici ci sono telecamere di sorveglianza probabilmente in grado di riconoscere i volti. Ora, non sto dicendo che le compagnie telefoniche o le banche utilizzano tali dati in maniera subdola o dannosa. Ma è un dato di fatto che le persone non hanno il controllo di queste informazioni». Per questo abbiamo un disperato bisogno di soluzioni all’altezza della minaccia. Anche se ad esse si devono accompagnare comportamenti più responsabili da parte nostra. «Viviamo in un mondo che non è stato progettato per la privacy. Le persone dovrebbero cominciare a capire i rischi che ciò comporta. I governi poi dovrebbero regolamentare la protezione della privacy e impegnarsi perché venga davvero rispettata. In ogni caso – conclude Kaspersky – se si cerca la privacy assoluta, ho paura che l’unico modo sia quello di spegnere tutti i dispositivi collegati alla rete e andare a vivere in un posto isolato dal mondo. Di solito però, condurre una vita del genere non è per nulla confortevole. e neppure divertente».

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Mobilità intelligente https://www.datamanager.it/rivista/mobilit-intelligente-52274.html Thu, 12 Dec 2013 16:33:56 +0000 http://dmo4.datamanager.it/2013/12/mobilita-intelligente/ I sistemi intelligenti di trasporto si basano sull’interazione tra informatica, telecomunicazioni e multimedialità, e consentono di affrontare in modo innovativo i problemi della mobilità. La complessità del servizio metropolitano e le esigenze di comunicazione, controllo e sicurezza hanno reso necessario reinventare la modalità di distribuzione di tutte le informazioni dell’Azienda Trasporti Milanesi (ATM), portando alla […]

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Roberto AndreoliI sistemi intelligenti di trasporto si basano sull’interazione tra informatica, telecomunicazioni e multimedialità, e consentono di affrontare in modo innovativo i problemi della mobilità. La complessità del servizio metropolitano e le esigenze di comunicazione, controllo e sicurezza hanno reso necessario reinventare la modalità di distribuzione di tutte le informazioni dell’Azienda Trasporti Milanesi (ATM), portando alla realizzazione della nuova sala operativa unificata delle metropolitane e della nuova sala di gestione delle emergenze. Il piano è stato avviato nel biennio 2009-2010 per un investimento complessivo di circa 11,5 milioni di euro. Dotata di un unico centro di controllo del traffico e della sicurezza, la nuova sala garantisce il funzionamento dell’intera rete sotterranea di Milano ed è stata messa in funzione mentre i treni erano già in circolazione sulla rete senza causare alcun fermo per l’entrata in servizio della nuova tecnologia. La nuova sala permette di regolare il traffico di 1.693 corse giornaliere, 13mila e 200 punti di controllo e di comando, un milione e 200mila passeggeri medi al giorno, su 83,5 km di binari e 94 stazioni. Si tratta di un investimento di avanzata tecnologia studiato sulla base di altre sale operative come quelle di Madrid, Montreal, Toronto e New York, dalle quali eredita e migliora tutte le innovazioni nel campo tecnico/informatico. ATM si è inoltre dotata di una sala di regia per le emergenze, dove l’unità di crisi locale gestisce e coordina le emergenze con l’esterno. Abbiamo realizzato un vero e proprio ecosistema della sicurezza, anche in vista dei numerosi eventi che interesseranno Milano e l’area metropolitana nei prossimi anni, primo fra tutti Expo 2015. Per portare a termine il progetto, abbiamo ridefinito il tradizionale modello di control room, che vedeva un grande video wall al centro della sala, al servizio di tutti i banchi operatore, ciascuno predisposto per svolgere specifiche e rigide funzioni. La nuova sala di ATM supera questo modello e propone invece una serie di postazioni operatore multifunzione, flessibili, configurabili al momento, in base al profilo dell’operatore che le sta usando. Questo permette di usare al meglio le risorse, in funzione delle effettive necessità dell’esercizio, che sono variabili durante l’arco di una giornata e nei differenti periodi dell’anno. In tal modo si supera anche il tradizionale concetto di gestione per singola linea per andare verso una più moderna idea di gestione integrata dell’intera rete metropolitana, anche per quanto riguarda l’uniformità e la tempestività delle informazioni al pubblico. Il livello di integrazione raggiunto, in particolare per ciò che riguarda le tele radio comunicazioni e l’interfaccia operatore, consente inoltre la massima flessibilità di utilizzo delle postazioni, con conseguente possibilità di impiegare al meglio le risorse umane e tecnologiche disponibili. Nuovi strumenti informatici sono stati messi a disposizione del personale di sala, sino a oggi abituato a operare per funzioni distinte e spesso con interfacce di telecomando di tipo elettromeccanico (i tradizionali quadri sinottici e banchi di comando a mosaico). Dal punto di vista strettamente informatico, abbiamo adottato un cambiamento di architettura, scegliendo di utilizzare architetture di virtualizzazione non ancora molto diffuse nel campo dei sistemi di controllo ferroviari, ma che indubbiamente consentono una migliore gestione e manutenzione di tutta la piattaforma hardware e software utilizzata. Le tecnologie abilitanti alla base del progetto sono diverse. In primo luogo, la disponibilità di una piattaforma VOIP affidabile, per realizzare l’integrazione dei vari sottosistemi di comunicazione. Inoltre, la possibilità di disporre di ambienti di integrazione evoluti, basati su ESB e architetture SOA complesse per consentire l’interoperabilità, anche real time, dei vari componenti software installati (ATS, SCADA, TVCC…), infine, l’evoluzione delle tecnologie dei display a led, che ha permesso di avere, a costi accessibili, monitor professionali di grande formato (55 pollici), con ampio angolo di visione orizzontale e verticale, di tipo fanless, a bassa rumorosità e caratterizzati da cornici praticamente nulle, che hanno consentito la loro installazione in modalità desktop esteso a gruppi di 4 display per postazione, per fornire video wall personali a ciascun operatore di sala.

 

Roberto Andreoli, CIO di ATM

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Check Point: Tutti i colori della sicurezza https://www.datamanager.it/rivista/check-point-tutti-i-colori-della-sicurezza-50335.html Fri, 11 Oct 2013 09:03:46 +0000 http://dmo4.datamanager.it/2013/10/check-point-tutti-i-colori-della-sicurezza/ Secondo uno studio condotto dallo specialista israeliano, le minacce informatiche non sono mai state pericolose e sottovalutate quanto oggi. Occorre una radicale presa di coscienza del rischio, a partire dalle piccole imprese, alle quali Check Point Software si rivolge per la prima volta con una serie di appliance su misura   Mettere le comunicazioni Internet […]

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Secondo uno studio condotto dallo specialista israeliano, le minacce informatiche non sono mai state pericolose e sottovalutate quanto oggi. Occorre una radicale presa di coscienza del rischio, a partire dalle piccole imprese, alle quali Check Point Software si rivolge per la prima volta con una serie di appliance su misura

 

Rodolfo FalconeMettere le comunicazioni Internet e i dati critici al riparo da ogni minaccia malware è la mission di Check Point Software Technologies (www.checkpoint.com). Rodolfo Falcone, al secondo anniversario della sua nomina al vertice della country italiana, avverte – però – che  tutte le aziende e le organizzazioni sono costantemente prese di mira. «Siamo in guerra» – afferma perentorio. «E sono preoccupato, pensando a quelli che potrebbero essere i futuri scenari delle minacce informatiche, se non interveniamo con cambiamenti che devono essere soprattutto culturali e comportamentali». Dal canto suo, la casa madre israeliana dell’ufficio guidato da Falcone quest’anno celebra il ventesimo anniversario. Per questo mercato si tratta di un periodo di tempo lunghissimo, in cui Check Point – un nome che letteralmente significa “posto di blocco” – forte di quasi duemila e 200 dipendenti nel mondo, ha consolidato una leadership tecnologica ribadita fin dal 1993, l’anno della sua fondazione, con l’invenzione del firewall e del concetto di “sicurezza perimetrale”. Il suo fondatore e Ceo, Gil Shwed, è una figura ormai leggendaria nel mondo della sicurezza informatica. Un autentico guru delle tecnologie per l’individuazione e la protezione delle minacce software. La sua azienda non può permettersi di riposare sugli allori dei suoi primati, perché per Check Point, e più in generale per tutte le aziende che si occupano di sicurezza, la vera sfida comincia oggi, con la dissoluzione del “perimetro fisico” nel senso originariamente definito dalla società di Tel Aviv. Lo scorso aprile a Barcellona, parlando agli invitati della Check Point Experience, Shwed ha evidenziato la necessità di affrontare la sfida rappresentata dall’attuale ecosistema dei dispositivi mobili, senza perdere di vista i due trend del momento: la consumerizzazione dei dispositivi aziendali – che porta con sé tutta una serie di problemi di autorizzazione e controllo degli stessi apparati – e la straordinaria crescita del volume di dati, generati, con la conseguente esigenza di archiviazione e condivisione sicura delle informazioni.

Roberto Pozzi e Dabid Gubiani

BERSAGLIO MOBILE

Falcone muove da questi due fenomeni per poter meglio contestualizzare la sua preoccupazione per il futuro. «Pensiamo soltanto alla crescita dei dati legata ai numerosi dispositivi che portiamo con noi, alla miriade di app che certo ci facilitano la vita ma moltiplicano anche rischi e vulnerabilità. I cambiamenti indotti nel nostro modo di lavorare, la promiscuità di tanti sistemi costituisce un serio rischio per gli individui e le aziende, un rischio esasperato dalla facilità di contagio tra software e dispositivi “sani” e infetti. La terza guerra mondiale in un certo senso è già cominciata, ma non la stiamo combattendo con le bombe: oggi è più facile attaccare le infrastrutture informatiche critiche di una nazione. Le nostre analisi condotte negli Stati Uniti su sistemi di automazione e controllo industriale come SCADA (supervisory control and data acquisition) ci dicono che anche le centrali che producono energia possono essere attaccate». Non solo. «Tra cinque anni – si chiede Rodolfo Falcone – riusciremo a proteggere tutto questo in modo efficace? Siamo consapevoli dei rischi»? Per quanto solide e avanzate siano le soluzioni proposte da Check Point attraverso le appliance utilizzate per la protezione delle infrastrutture delle principali aziende e le pubbliche amministrazioni di tutto il mondo, la risposta alle domande di Falcone non può essere solo tecnologica. Il modello sviluppato dallo specialista israeliano prevede una sicurezza “a tre dimensioni” e secondo Rodolfo Falcone, le due più importanti non hanno a che vedere con l’hardware e il software, ma con le persone e le regole. «Il comportamento di chi opera all’interno di un’organizzazione e la mancata applicazione di precise “policy” di sicurezza, le regole che definiscono l’accesso a determinate informazioni e il transito di dati da un dispositivo all’altro attraverso la rete, rappresentano molto più del 50% del problema. L’aspetto dell’enforcement, delle tecnologie che ci aiutano a sorvegliare le infrastrutture e a mettere in pratica le regole che abbiamo definito vengono dopo, non prima». Per Rodolfo Falcone, si tratta di un modo di vedere le cose che aiuta a capire perché – nonostante gli efficaci strumenti adottati, malgrado i forti investimenti in prodotti di sicurezza – le aziende e le organizzazioni continuano ad apparire tanto vulnerabili.

Questo apre per l’azienda interessanti prospettive, come sottolinea Roberto Pozzi, regional director Southern Europe di Check Point Software: «Nonostante lo scenario macro-economico non favorevole, sono sicuro che Check Point possa continuare a crescere più velocemente del mercato e guadagnare market share grazie ad un modello di business efficace, accompagnato ad una grande capacità di innovazione sul fronte dei prodotti e delle tecnologie».

Elena Ferrari e SIlvia Gaspari

LA MINACCIA SILENZIOSA

Il basso livello di preparazione nei confronti della minaccia rappresentata dalla “cyberguerra” sferrata dal silenzioso esercito di hacker politici, spammer e criminali informatici, non è un’invenzione propagandistica dei guru della sicurezza. Gli attacchi contro le infrastrutture di rete, i server e i dati che essi custodiscono sono sempre più pericolosi per la produttività delle aziende e dannosi sul piano economico, ma in molti casi le imprese sottovalutano colpevolmente la portata del problema. Alla base della preoccupazione manifestata da Falcone, c’è però un’accurata analisi quantitativa condensata nel Check Point 2013 Security Report, uno studio dettagliato su eventi quali il numero di nuovi malware segnalati, gli attacchi subiti dai server, le compromissioni riscontrate per le infrastrutture di circa novecento grandi clienti Check Point in tutto il mondo. Secondo Falcone, il report offre un’analisi degli eventi di sicurezza di rete, che hanno coinvolto le reti nel corso del 2012. Le statistiche presentate riguardano gli “incidenti” di sicurezza identificati presso queste organizzazioni, con esempi relativi alla tipologia degli eventi, la spiegazione di come alcuni di questi attacchi sono stati condotti e le raccomandazioni su come proteggersi da questo tipo di minacce. «L’educazione alla sicurezza – spiega Rodolfo Falcone – è il tratto sempre più distintivo del ruolo che Check Point Software sta assumendo come consulente e divulgatore di una certa cultura della protezione dagli attacchi – precisa Falcone. Stiamo facendo molta formazione presso i clienti, cercando di mettere in luce i problemi che riguardano il fattore umano, il comportamento dei singoli».

La prima parte del Security Report si concentra quindi sul tipo di rischi, come reti di “bot”, virus, security breach e attacchi. La seconda analizza i punti più deboli di alcune applicazioni web, che possono mettere a repentaglio la sicurezza di rete delle organizzazioni. La terza è dedicata al problema sempre più sentito delle “data loss” – le perdite e le compromissioni di dati – causate spesso da comportamenti sbagliati, da regole che vengono ignorate o applicate male. Per David Gubiani, technical manager di Check Point Software Italia, un’analisi così estesa e accurata non sarebbe stata possibile, senza la collaborazione di tutto il personale di pre-vendita e senza le componenti infrastrutturali che rappresentano uno degli asset fondamentali dell’offerta Check Point. «Le valutazioni fatte sulle reti dei clienti derivano dagli apparati che questi ci autorizzano a installare per misurare il traffico e i vari eventi, ma la capacità di Check Point di stare continuamente al passo con il malware in costante evoluzione poggia in larga parte sulla Threat Cloud, la rete collaborativa che fornisce un feedback in tempo reale sul mondo delle minacce e i dispositivi della nostra SensorNet, vere e proprie “esche” informatiche dislocate nei punti più trafficati di Internet per studiare il meccanismo con cui sono infettati i server legittimi». Secondo Gubiani, uno dei risultati più preoccupanti dell’ultima edizione del 3D Security Report riguarda il grado di inconsapevolezza di clienti che a volte non sono neppure in grado di accorgersi di rischi fin troppo appariscenti. «In altre parole, non c’è abbastanza visibilità su quello che accade in una rete aziendale dal punto di vista della sicurezza».

Team Check Point

SITUAZIONI AD ALTO RISCHIO

Falcone rincara la dose, evidenziando come dal report emerga anche un’estesa violazione delle norme comportamentali più ovvie, azioni che vanno cioè platealmente oltre un livello minimo di prudenza, come l’uso da parte degli utenti interni al firewall di server anonimizzatori per la navigazione sul web. Situazioni ad alto rischio come questa non sono affatto infrequenti. Check Point Software ha calcolato che il 43% delle organizzazioni registra almeno un caso di impiego di server anonimizzatori da parte degli impiegati. Il “servizio” più diffuso si chiama Tor, ma il monitoraggio rivela l’uso di sei diversi tipi di anonimizzatori. «Non c’è da stupirsi – aggiunge Gubiani – se due aziende su tre accedono regolarmente a siti pericolosi o già infetti o se oltre il 60% dei clienti risulta essere già stato infettato da un bot da cui partono le campagne di spam e di attacco a server esterni, all’insaputa degli stessi amministratori e dei responsabili della sicurezza».

La lettura del report è purtroppo una miniera di esempi negativi. Sei aziende su dieci permettono ai propri utenti di accedere a servizi di scambio di file peer-to-peer, oltre la metà dei clienti deve scontare almeno un caso significativo di perdita o furto di dati all’anno. «Un terzo di queste aziende – avverte Falcone – opera nel campo dei servizi bancari e assicurativi e se entriamo nel dettaglio, tra le infrastrutture di tipo finanziario, che registrano episodi di “data loss” – in otto casi su dieci – nessuno si accorge di un evento del genere». Secondo il country manager di Check Point, accanto a questa diffusa inconsapevolezza c’è una evidente difficoltà nell’implementare serie politiche di bonifica e recovery anche quando gli attacchi vengono debitamente registrati e corretti. «Tornando per esempio al problema delle cosiddette “botnet”, le nostre statistiche – dice Rodolfo Falcone – indicano che tra le varietà più diffuse c’è ancora il bot Zeus, utilizzato in modo specifico per rubare le credenziali bancarie personali. La diffusione di Zeus è sorprendente perché questo malware ha già più di cinque anni di vita». Un lasso di tempo, che evidentemente non è bastato per debellarlo.

 

PROVE TECNICHE DI SICUREZZA

Una delle conclusioni che si possono trarre è che esiste un pericoloso disallineamento tra quelle che sono le curve di adozione degli strumenti tecnologici della sicurezza e il reale rispetto, o addirittura l’esistenza di efficaci policy di sicurezza aziendale. «Ecco perché  – avverte ancora Rodolfo Falcone – Check Point cerca di interpretare un ruolo di poliziotto della prevenzione, non limitandosi a fornire gli strumenti, ma facendo cultura, diffondendo best practice tra i nostri clienti e i loro collaboratori». Secondo Falcone, un aspetto molto importante è la capacità di avere un approccio organizzato al rischio informatico, in una situazione che viceversa appare eccessivamente frammentata. «Un suggerimento che mi permetto di dare – spiega Falcone – è quello di cercare di ridurre il grado di eterogeneità delle soluzioni di sicurezza adottate. In molti casi, i responsabili devono gestire numerosi prodotti di vendor diversi, conoscerli a fondo e tenerli sempre aggiornati. La sicurezza di un’azienda non deve certo essere monopolizzata da un singolo marchio, ma a mio parere è opportuno essere meno dispersivi». In questo senso, anche i service provider possono diventare decisivi nel garantire – specialmente alla clientela individuale – infrastrutture ben protette.

Se anche nelle organizzazioni di dimensioni medio-grandi con cui Check Point ha relazioni più consolidate, la sfida della sicurezza continua a impegnare tante energie, la problematica appare ancora più urgente quando si entra nell’ambito delle PMI, tipicamente in mercati come l’Italia, dove le realtà imprenditoriali più piccole sono largamente diffuse. «È del tutto comprensibile che le sensibilità di una grande azienda o di un istituto bancario che pratichi la multicanalità siano più elevate. C’è una naturale attenzione alla protezione del data center e – spesso – è presente la figura del security manager». Tradizionalmente presente sulle infrastrutture più critiche ed estese, Check Point prevede tuttavia che le evoluzioni che avranno luogo nei prossimi anni, specialmente in ambiti come la pubblica amministrazione e i servizi al cittadino, la sanità, l’home banking, devono indurci a non abbassare la guardia, ma a incrementare l’adozione di strumenti e policy efficaci.

Proprio per questa ragione, l’azienda israeliana si impegna a fondo per rafforzare l’offerta rivolta all’ampio segmento small and medium business. «Negli ultimi mesi – sottolinea Falcone –  ci sono stati diversi annunci di soluzioni orientate alle esigenze delle aziende più piccole e alle loro peculiarità senza costringere – però – l’acquirente a rinunciare a funzioni di protezione di classe enterprise».

 

PMI A PROVA DI CYBERCRIME

Per centrare questo obiettivo, dopo l’annuncio di una prima famiglia di soluzioni “entry level”, i firewall 1100, Check Point Software ha reso disponibile una seconda linea di dispositivi ancora più convenienti e facili da amministrare, chiamati Appliance 600. Si tratta di dispositivi all-in-one progettati esplicitamente per le piccole e medie imprese, in grado di offrire protezione dalle più recenti e avanzate minacce informatiche. Facili da installare e gestire, le appliance 600 racchiudono in un dispositivo compatto e dall’ingombro limitato tutte le funzionalità di sicurezza che sono necessarie alle piccole imprese per affrontare con tranquillità l’impatto quotidiano con il cybercrime, garantendo continuità operativa e proteggendo in modo efficace il business. Come si è detto, la nuova linea di prodotti si va ad aggiungere alla famiglia di appliance 1100, presentate lo scorso aprile con l’obiettivo di portare la sicurezza di livello enterprise anche a filiali e sedi periferiche delle aziende, oltre che agli uffici di medie dimensioni.

Sul piano funzionale, la nuova famiglia 600 di Check Point dispone di tutti gli accorgimenti necessari affinché i dipendenti e i dati delle piccole aziende, anche per gruppi di lavoro di una decina di unità, siano costantemente protetti. Le appliance sono già dotate di funzionalità di livello enterprise, tra cui firewall, Vpn, intrusion prevention (Ips), anti-virus, anti-spam, application control e Url filtering. «Ma soprattutto – ribadisce Gubiani – la serie 600 ha tutte le stesse avanzate funzionalità di firewall e threat prevention di nuova generazione che si trovano sui prodotti Check Point Software utilizzati dalle aziende più grandi e sono facili da installare e gestire anche per i non-professionisti dell’IT». Opzioni flessibili di gestione via web vengono offerte attraverso un’interfaccia utente semplice e intuitiva. E con una serie di policy predefinite, le piccole aziende possono avere la loro sicurezza a disposizione nel giro di pochi minuti.

 

SOFTWARE BLADE SU MISURA

La famiglia 1100 è invece pensata per lavorare su volumi di traffico superiori, fino 1,5 Gb/s di throughput massimo e sfrutta l’architettura Software Blade che caratterizza i dispositivi Check Point più potenti, consentendo alle aziende di personalizzare la propria piattaforma di sicurezza per soddisfare esigenze attuali e future. Per la prima volta, Check Point rende disponibile l’intera gamma della sua architettura Software Blade su appliance a un prezzo particolarmente competitivo, con la possibilità di implementare qualsiasi combinazione di protezione su più livelli. Le funzionalità sono analoghe a quelle viste per la linea 600, con l’aggiunta di aspetti più sofisticati come l’application control, il mobile access, la data loss prevention e l’identity awareness. Questa famiglia si presta quindi a essere installata sia in realtà aziendali di media grandezza, fino a 100 dipendenti, sia negli uffici locali delle organizzazioni più grandi. Un attacco informatico può avvenire lungo l’intera rete, dalla sede centrale al data center, fino agli uffici remoti. «Se le sedi principali e i data center sono accuratamente protetti – spiega il technical manager italiano di Check Point – sono proprio le filiali, il luogo in cui più spesso si evidenziano le lacune legate alla sicurezza». Non solo. «Con la proliferazione di minacce e attacchi sofisticati – continua David Gubiani – gli hacker cercano di prendere possesso di una rete sfruttandone gli anelli più deboli. Le appliance 1100 offrono a filiali e uffici remoti le stesse solide protezioni di sicurezza che potremmo trovare in infrastrutture molto più estese». Anche questa serie è già dotata delle sofisticate tecnologie di sicurezza Check Point per gli uffici di piccole dimensioni e può essere gestita sia localmente sia attraverso i servizi di gestione centralizzata profile-based erogati dallo SmartCenter di Check Point.

«Un aspetto molto importante di questa nuova offerta è la sua apertura verso modalità di erogazione as a service (SaaS)» – afferma Gubiani. «Per la serie 600 stiamo ancora elaborando una formula che vedrà coinvolti in prima persona i nostri partner, che potranno gestire le appliance dislocate presso i clienti attraverso un portale che poggia sull’infrastruttura Check Point, anche per conto di realtà di piccolissime dimensioni. Il concetto di servizio gestito si applica, come per tutte le nostre soluzioni hardware e software, anche per le appliance della famiglia 1100. In questo caso – però – i partner che lo erogheranno devono essere più infrastrutturati. In generale, quasi tutta la nostra offerta può essere veicolata nelle tre modalità SaaS, appliance fisica o appliance virtuale».

David Gubiani si sofferma poi su alcuni elementi che caratterizzano l’evoluzione tecnologica degli ultimi prodotti di sicurezza targata Check Point. Una prima novità riguarda la cosidetta threat emulation, un approccio pensato proprio in funzione dei ritmi molto elevati con cui il codice maligno riesce a cambiare e mascherarsi. Oggi, il problema dell’infezione di codice apparentemente legittimo non riguarda soltanto i programmi eseguibili e i linguaggi di scripting, ma anche formati più innocui come ad esempio il PDF, i quali possono diventare veicoli di malware, sfuggendo più facilmente a barriere e controlli. «In caso di mutazioni molto recenti, l’unico modo per sfuggire a queste infezioni consiste nell’andare ad analizzare – all’interno di un ambiente protetto – il comportamento di file di potenziale maligno ancora sconosciuto. La nostra threat emulation mette a disposizione un ambiente di questo tipo e si basa su un costante monitoraggio delle azioni che possono risultare sospette, come l’accesso non giustificato a dischi e porte di rete».

 

RISK COMPLIANCE & GOVERNANCE

Va in direzione di una maggiore aderenza alle regole per un’efficace sicurezza, la nuova Compliance Software Blade, una soluzione legata alla recente acquisizione della società Easy2comply. Questo “software blade” affronta il problema della compliance rispetto alle normative di sicurezza che le aziende sono obbligate a sottoscrivere. Compliance Blade analizza il parco applicativo installato e fornisce automaticamente una serie di direttive sul livello di conformità e sugli eventuali passi aggiuntivi che il cliente deve intraprendere. «Uno dei plus della soluzione è la presenza di un repertorio di 250 best practice, relative alle impostazioni di sicurezza ricavate dall’osservazione delle policy in vigore nelle grandi aziende. Con queste informazioni, l’amministratore di rete o il security manager può svolgere il suo lavoro di controllo della compliance in pochissimo tempo» – precisa Gubiani. «Ci sono ancora molte lacune culturali a livello della governance and risk compliance e Check Point è pronta a fornire tutte le indicazioni e gli strumenti necessari a rafforzare i clienti su questo fronte».

Infine, c’è una proposta che viene incontro al drammatico spostamento del flusso informativo e delle transazioni verso i dispositivi mobili. Si tratta di Mobile Access, una software blade che facilita la consultazione dei dati e delle applicazioni aziendali a partire da dispositivi Android e iOS, creando quelle che Gubiani definisce “bolle applicative”. «Con Mobile Access – spiega Gubiani – posso avere una separazione completa, sul mio smartphone, tra le app, i contenuti personali e le informazioni o i programmi che risiedono sulla rete aziendale, con cui posso stabilire un collegamento diretto protetto. Posso decidere eventualmente su quali informazioni sincronizzare – per esempio – con la rubrica che risiede sul telefono, ma – per il resto – tutto è completamente isolato e in caso di smarrimento o furto del dispositivo, ogni cosa smette di essere accessibile. Mobile Access è una scelta ideale per la problematica del bring your own device (BYOD), ma permette anche di risparmiare sull’acquisto e la gestione di soluzioni di mobile device management».

 

SICUREZZA SENZA COMPROMESSI

Che la sicurezza informatica implementata attraverso tecnologie e regole non debba più essere diritto esclusivo delle grandi organizzazioni è anche la convinzione di Elena Ferrari, channel sales manager di Check Point Software Italia. Le piccole aziende non sono per forza più sicure rispetto alle grandi, o meno esposte alle minacce e ai ricatti del cyber crimine. Un recente studio della National Cyber-Security Alliance americana ha mostrato come il 67% degli attacchi registrati nel corso del 2012 hanno coinvolto realtà sotto i 100 dipendenti. La stessa ricerca ha evidenziato come il 90% delle Pmi non disponga di un It manager a tempo pieno, e come il 70% non offra ai propri dipendenti un training specifico per la sicurezza su Internet. Per questo è essenziale che la sicurezza offerta alle aziende di piccole dimensioni deve essere intuitiva e di facile utilizzo, oltre che efficace.

«Abbiamo finalmente due ottimi motivi per insistere su una fascia di mercato che fino a oggi non abbiamo coperto e che in Italia ha sicuramente un ottimo potenziale» – afferma Elena Ferrari. «La ragione fondamentale è che con le appliance della serie 600, Check Point dispone di un prodotto innovativo in questa fascia, un prodotto valido, testato e riconosciuto. Network World ha recentemente premiato il nostro modello 640 per le sue opzioni di sicurezza avanzate, ma anche come la soluzione più semplice da configurare e gestire, a un prezzo competitivo rispetto a sette prodotti concorrenti».

Le dimensioni di un’azienda non devono indurre a pensare che si possa scendere a compromessi sulla sicurezza. «Di certo non devono farlo le piccole imprese» – avverte Elena Ferrari. «Le minacce che queste aziende si trovano ad affrontare sono le stesse che colpiscono le realtà più grandi e di converso le risorse e gli skill a disposizione sono sensibilmente minori. Per questo, abbiamo deciso di affrontare la situazione con soluzioni e iniziative mirate specificatamente a questo mercato».

Il lancio delle due famiglie entry level sarà accompagnato da un programma di eventi che serviranno a illustrare ai tradizionali clienti di Check Point Software le loro potenzialità a livello di branch office, ma soprattutto ai nuovi potenziali acquirenti tutti i vantaggi di una soluzione all-in-one. Attraverso le nuove iniziative, Check Point Software intende anche mettere in evidenza le opportunità strategiche e commerciali che si aprono per i partner, in particolare per quelli focalizzati sullo specifico mercato della Pmi. «Il modello di business di Check Point si fonda da sempre sul canale e ogni novità che riguarda la nostra offerta è pensata anche per offrire ai nostri partner opportunità nuove e interessanti» – spiega Elena Ferrari. «Credo molto nei dispositivi che abbiamo aggiunto quest’anno al nostro catalogo, perché ci consentiranno di ingaggiare nuovi utenti e nuovi rivenditori su una questione di primaria importanza culturale come la sicurezza 3D».

I firewall di nuova generazione, proposti a prezzi molto aggressivi, sono stati i protagonisti di un primo evento che Check Point ha organizzato il maggio scorso a Milano. Altri incontri seguiranno nel corso del 2013, con l’obiettivo di coinvolgere un numero sempre più esteso di rivenditori e consulenti, ma anche dei piccoli imprenditori interessati. «La sicurezza è un tema particolarmente critico, che riscuote sul mercato attenzione sempre maggiore», spiega Silvia Gaspari, field marketing manager di Check Point Software Italia. «Lo vediamo anche dalla forte partecipazione ai nostri eventi e dal continuo e fruttuoso interscambio che si verifica regolarmente con clienti e partner». Il messaggio che Check Point vuole veicolare nel corso di queste iniziative è che l’informatica deve essere protetta indipendentemente dalla scala infrastrutturale che essa assume per qualunque business.

Davanti alla pervasività e aggressività del codice maligno, il piccolo ufficio popolato da una decina di dipendenti può rappresentare, senza le barriere protettive e i comportamenti adeguati, l’ideale trampolino di lancio verso bersagli molto più lucrosi. «Purtroppo – osserva Elena Ferrari – le imprese molto piccole non riescono ad affrontare questo problema in modo efficace, a causa dei limitati budget di spesa o per carenza di personale specializzato». E sono proprio questi i limiti che Check Point vuole superare, in collaborazione con i propri partner di canale, con le sue tecnologie e con una accurata campagna di sensibilizzazione.

 

TECNOLOGIA E PERSONE

Ancora una volta il discorso non si ferma alle tecnologie. «L’evoluzione delle nuove famiglie di prodotti prevede anche la nascita di nuovi servizi che coinvolgeranno i service provider» – sottolinea Ferrari. «Check Point sta già lavorando con i principali operatori di telecomunicazione e nel corso degli eventi programmati per l’autunno ci rivolgeremo anche alle associazioni di categoria, con le quali stipuleremo accordi. I rivenditori saranno contattati con un approccio molto pratico, organizzeremo demo per mettere in evidenza rischi e vulnerabilità purtroppo sempre più diffuse. Gli studi dimostrano – infatti – che in molti casi uffici e piccole aziende non si curano neppure di proteggere con password le loro connessioni Wi-Fi».

Per il canale consolidato dei prodotti Check Point non ci saranno particolari cambiamenti. «Oggi, la società israeliana – racconta Elena Ferrari – ha relazioni con oltre 200 delle 29mila aziende che in Italia si occupano di informatica e sicurezza. Una cinquantina sono i partner più fedeli. Nel corso dell’anno, abbiamo aggiunto due nuovi partner “platinum” e tre nuovi “gold”. I primi con cui abbiamo lavorato sulle nuove linee per le Pmi sono stati proprio i partner certificati, ma dovremo necessariamente aprire le porte anche a figure nuove e diverse. Il mercato verso cui stiamo andando è molto esteso: le statistiche parlano di quasi otto imprese su dieci, che non dispongono di alcuna protezione perimetrale».

Per Rodolfo Falcone sono cifre che costringono i provider tecnologici come Check Point a un atteggiamento culturale di tipo “emergenziale”. «Le aziende più piccole sono molto vulnerabili, ma i rischi non riguardano solo l’accesso fraudolento alle informazioni. Nelle aziende più grandi gli attacchi malware possono fare leva anche sui dati personali dei singoli dipendenti, la sicurezza della loro attività di home banking, la loro privacy». La guerra contro il codice maligno e le organizzazioni, che lo adoperano come una vera e propria arma intimidatoria – per commettere truffe, ricattare, trafugare e rivendere i segreti industriali – va combattuta con ogni mezzo, in una lotta continua, che nella Internet of things –  presto – non avrà più confini. Non si tratta – però – di una guerra che può essere combattuta e vinta da soli o senza strumenti hardware e software adeguati. Nel contesto di una generale “consumerizzazione” dell’IT – si può fare molto, moltissimo – agendo a livello individuale o di piccolo gruppo di professionisti e impiegati. Per Check Point Software Technologies, inizia una sfida nuova, da condurre su un terreno non del tutto familiare. Le sentinelle di Gil Shwed non potrebbero chiedere di meglio.

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Alten. Tecnologia software intensive https://www.datamanager.it/rivista/alten-tecnologia-software-intensive-48995.html Fri, 19 Jul 2013 09:35:58 +0000 http://dmo4.datamanager.it/2013/07/alten-tecnologia-software-intensive/ Innovare, stupire e vincere. Anche in un contesto di crisi, la multinazionale Alten – in Italia dal 2004 – continua a crescere per volumi di fatturato, head-count e numero di clienti. Merito della qualità delle sue soluzioni e delle competenze delle risorse umane con una forte impronta ingegneristica, che fanno la differenza   In un […]

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Gualtiero Bazzana, amministratore delegato di Alten ItaliaInnovare, stupire e vincere. Anche in un contesto di crisi, la multinazionale Alten – in Italia dal 2004 – continua a crescere per volumi di fatturato, head-count e numero di clienti. Merito della qualità delle sue soluzioni e delle competenze delle risorse umane con una forte impronta ingegneristica, che fanno la differenza

 

In un periodo come quello che stiamo attraversando, un’azienda di consulenza in ambito ICT e ingegneria che riesce a inanellare percentuali di crescita e Ebit a due cifre fa notizia da sola. Se poi questo avviene all’interno di una realtà europea, che ha saputo fare leva sulla creatività e le competenze coltivate in Italia, la notizia potrebbe aprire il telegiornale. Eppure, quello del Gruppo francese Alten (www.alten.com) non è un brand che in Italia possa al momento contare sulla visibilità mediatica di tanti altri bravi protagonisti della scena italiana del software enterprise. Con un pizzico di malizia si potrebbe ipotizzare che la ragione di questa relativa mancanza di notorietà sia la stessa che determina il successo di Alten: la forte componente ingegneristica dei progetti realizzati e la composizione del portafoglio di servizi. Un portafoglio che, non a caso, include la capacità di progettare oggetti ingegneristicamente avanzati o «software intensive» come li definisce Gualtiero Bazzana, amministratore delegato di Alten Italia – bresciano laureato in scienze dell’informazione che ha costruito la propria carriera, iniziata a fine anni Ottanta in Etnoteam e proseguita con la creazione e lo sviluppo di Onion, acquisita nel 2009 da Alten.

Alten Italia offre al mercato una value proposition ampia e multi-focalizzata. In Italia, il settore di maggior peso è quello bancario, dove può vantare relazioni con tutti i maggiori nomi sul mercato. Ma anche trasporti, Tlc, industria, aerospace & defence, media, energy, utilities, pharma e medical devices sono ambiti molto importanti. La carta di identità del cliente tipo è tuttavia sempre assimilabile alla grande o media impresa privata, le cui necessità vengono soddisfatte a livello applicativo, nella progettazione, il testing e la validazione del servizio o del prodotto. Dall’Internet banking, al software embedded senza il quale un elicottero non riuscirebbe neppure a decollare.

Che cosa offre Alten, in concreto? «In una parola, siamo specializzati in servizi di technical assistance su diversi settori verticali di utenza Ict e R&D» – risponde Bazzana – «ma il vero fiore all’occhiello sono le cosiddette cross-sector solutions, dove siamo in grado di mettere a frutto le nostre migliori competenze per la realizzazione di progetti di qualsiasi complessità, dimensione e con un rapporto di convenienza sempre adeguato».

 

Cross sector story

Alten è stata fondata in Francia un quarto di secolo fa, nel 1988. Dieci anni dopo, arriva la quotazione in Borsa e l’azienda da allora prosegue un costante cammino di crescita ed espansione. Oggi, la troviamo presente direttamente in sedici nazioni con un headcount complessivo di tutto rispetto: 16mila dipendenti. Di tutto rispetto – soprattutto con l’aria che tira attualmente – è anche il fatturato, che nel 2012 ha raggiunto la soglia del miliardo e duecento milioni di euro. In Italia, Alten apre la sua filiale nel 2004, proseguendo la propria evoluzione fatta di crescita organica e di acquisizioni. Nel 2009, viene perfezionato l’acquisto della società di consulenza e sviluppo che Bazzana aveva fondato a Brescia con altri soci. La fusione porterà in Alten Italia circa duecento nuovi specialisti e lo stesso Bazzana diventa un paio di anni più tardi, oltre che country manager, responsabile a livello internazionzale delle soluzioni cross-sector, o secondo la designazione ufficiale, “head of international solutions”. Con questa operazione, Alten può disporre in Italia di un totale di circa 530 collaboratori e una previsione di 35 milioni di euro di fatturato nel 2013. Alle quattro sedi operative – Milano, Torino, Brescia e Bologna – si è recentemente aggiunta Napoli. Non solo. Sarà proprio l’Italia a pilotare il processo di apertura e management della nuova filiale di Alten in Svizzera, nazione dove sono già previste tre sedi. Alten Svizzera andrà a estendere la copertura europea che è già molto buona. «Negli ultimi anni, è stata particolarmente forte nelle nazioni dell’Est, la Polonia e la Romania» – racconta Bazzana. «La redditività del Gruppo consente di alimentare la politica di nuove acquisizioni, anche in Italia, e proprio per questo motivo vogliamo puntare su un rafforzamento della brand awareness, per presentarci come uno dei gruppi di consulenza e ingegnerizzazione leader a livello internazionale».

Gualtiero Bazzana, amministratore delegato di Alten Italia

Vocazione ingegneristica

Il punto su cui Bazzana insiste più volentieri durante la sua presentazione è proprio il felice connubio che Alten riesce a realizzare tra attività ICT e progettazione di stampo ingegneristico: due lati della stessa medaglia, in un’economia in cui capacità di calcolo e software riescono a innervare praticamente tutto. L’informatica enterprise ha finora dominato sugli aspetti gestionali, contabili, amministrativi, logistici, commerciali, di gestione delle risorse umane. Questi aspetti – fondati su piattaforme It molto complesse e articolate – sono decisivi per assicurare alle aziende l’efficienza e la stabilità di cui hanno bisogno, ma sono anche caratterizzati dalla forte standardizzazione di procedure spesso regolate da normative di legge, che valgono per tutti, con meno spazio per la personalizzazione e con il problema dell’allineamento tra IT e i processi di business veri e propri. «La peculiarità di Alten è dovuta alla capacità di coniugare l’IT a interventi di tipo ingegneristico» – sottolinea ancora Bazzana. «Intendo, per esempio, tutto il campo del software embedded, il firmware, l’hardware di controllo, fino alla progettazione, per esempio, di un sistema elettronico. Il maggiore cliente a livello di Gruppo è – a titolo esemplificativo – Airbus, leader mondiale nel settore aeronautico. Aggiungerei che la nostra vocazione ingegneristica emerge anche per la parte IT, visto il presidio offerto nel campo delle IT operations e del service management, cioè in tutta l’area di applicazione del framework ITIL». Bazzana si riferisce quindi all’informatica come servizio a supporto delle operazioni di business che riguardano più gli aspetti della definizione, della creazione del prodotto e della corretta erogazione dei servizi.

Un altro elemento forte, per Alten, è la capacità di declinare le proprie competenze in ambiti estremamente differenziati. A livello internazionale sono state definite dieci aree di intervento – la difesa e l’aerospazio, il trasporto (ferroviario e navale), il settore automobilistico, le telecomunicazioni e multimedia, l’energia, le life sciences, l’industria e la finanza.

Il fatturato corporate risulta molto ben ripartito tra questi segmenti verticali. «In Italia – spiega Bazzana – ritroviamo la stessa varietà anche se si possono riconoscere tre macrosettori che da soli generano circa il 65% del fatturato». Oltre al già citato segmento finanziario, primeggiano le relazioni con la clientela del mondo dei trasporti, delle Tlc e reti, con una significativa presenza di Alten Italia anche nel settore farmaceutico e degli apparati medicali, in tutti i settori dell’industria, nell’elettronica e multimedialità nonché nel settore dell’energia e delle utility. Abbastanza vistoso, per un’azienda di questo tipo, è il numero relativamente ristretto di clienti nel settore della pubblica amministrazione, sia locale, sia centrale. In questa scelta, forse, possiamo leggere il forte imprinting ingegneristico di un’azienda che si distingue in questo, rispetto ai grandi system integrator frequentemente impegnati sul fronte del public sector.

Gualtiero Bazzana, amministratore delegato di Alten Italia


Centri di eccellenza

«Ai nostri clienti offriamo assistenza tecnica su tutte le tecnologie, ma in Alten si possono identificare diversi “fiori all’occhiello” più specifici» – prosegue Bazzana. «Abbiamo innanzitutto il segmento di offerta delle soluzioni cross-sector, che converte i nostri diversificati livelli di competenza in servizi anche molto complessi, su grande scala, per clienti di ogni settore». A connotare ulteriormente l’offerta è un approccio basato su un concetto di «centro di eccellenza» – spiega ancora Bazzana. «Interveniamo, in altre parole, con servizi rivolti ad aree specifiche come il testing, la governance e il cosiddetto IT service support management, in altre parole l’ambito riferito al mondo Itil». Per le tre aree sopra citate i “centri di eccellenza” di Alten Italia sono responsabili dell’offerta a livello di Gruppo, consentendo al personale della sede italiana di avere una possibilità di carriera a livello internazionale. «Si aggiungono poi le aree di soluzioni come la business intelligence, le mobile app, le applicazioni web based B2B e un’area che storicamente si occupa di applicazioni Erp e Crm. I centri di eccellenza – proprio perché sono indipendenti dal contesto di mercato verso cui si articolano – operano come vere e proprie fabbriche tecnologiche, con personale certificato e in partnership con i principali leader tecnologici nei diversi settori». Nella lista dei centri di eccellenza identificati da Alten si trovano per esempio, oltre all’unità preposta al testing del software, le specializzazioni in ambito governance, app mobili e web, business intelligence.

Accanto alle soluzioni cross-sector si distinguono tre pilastri di soluzioni più verticali: banking, “techno solutions” (per le unità di ricerca e sviluppo di aziende che realizzano prodotti software intensive) e telecomunicazioni. «La divisione Techno riesce – per esempio – a far fronte alle necessità che riguardano la ricerca e sviluppo in settori fortemente tecnologici, che richiedono capacità specialistiche in materia di project management, analisi di processo, software embedded e real-time, progettazione meccanica ed elettrica, validazione di sistemi software e hardware, progettazione di firmware, analisi del rischio, documentazione tecnica». In particolare, Bazzana rileva l’importanza dei due centri di eccellenza Techno attivi presso la filiale italiana. Uno è impegnato nell’area Scada (supervisory control and data acquisition) in cui gli esperti di Alten si occupano di sviluppo e implementazione di sistemi automatizzati e di controllo centralizzato. L’altro centro di eccellenza è focalizzato in modo molto specifico sul software embedded.

Finance e TLC

Le competenze rivolte al settore bancario si suddividono in quattro macroaree: governance, corporate, retail e branch system. «Nel primo caso lavoriamo sull’automazione della governance e in ambiti come il planning and control e l’audit and claim» – precisa il responsabile italiano. «Per i suoi clienti bancari, Alten risolve tantissime altre esigenze come risk management, Internet banking, gestione del credito – oppure – le problematiche riferite agli sportelli automatici, i contact center e tutte le attività di filiale come il trade, i sistemi di pagamento, i mutui, la multicanalità».

L’area verticale delle telecomunicazioni può far leva sull’esperienza a livello architetturale e operativo, che Alten ha maturato con tutti i principali operatori telefonici fissi e mobili europei, ma anche con i fornitori di apparati e i service provider, nello sviluppo e nella gestione di reti cellulari, operation support, reti fisse, reti intelligenti. Non a caso, per questa tipologia di clienti sono stati messi a punto dei veri e propri pacchetti di offerta applicativa che Alten chiama “acceleratori” e che rappresentano un altro degli elementi di forte caratterizzazione di questo Gruppo. «Tra gli acceleratori proposti a clienti come Vodafone – spiega Bazzana – ci sono gli strumenti per il monitoraggio, l’analisi e la reportistica di diversi Kpi importanti sia per la governance dell’ICT, sia per architetture di rete, l’analisi e la previsione di indicatori commerciali come il churn rate dei clienti, la qualifica e il rating dei fornitori, l’assicurazione qualità».

Il know how che accelera

Il concetto di acceleratore in Alten prende, in un certo senso, il posto delle soluzioni verticali più o meno “pacchettizzate” attraverso cui molte aziende di software veicolano sul mercato le proprie competenze. «In questo senso – afferma Bazzana – Alten non dispone di un catalogo di prodotti “a scaffale”. Nel corso del tempo, abbiamo tuttavia maturato un’esperienza notevole e possiamo far fronte alle richieste più ricorrenti della clientela con quelli che potremmo definire semilavorati del software – gli acceleratori per l’appunto – che consentono di non partire ogni volta da zero, quando si tratta di implementare soluzioni custom a problematiche già note».

Tra i semilavorati più apprezzati c’è un’applicazione di business intelligence, un cruscotto aziendale, che aiuta a prendere decisioni manageriali in funzione di una serie di indicatori e misure. Lo stesso approccio è utilizzato dagli sviluppatori Alten per configurare intranet e portali aziendali, o per una soluzione di qualifica e valutazione dei fornitori. Gli acceleratori sono proposti ai clienti dal team delle soluzioni orizzontali, ma anche nei casi di servizi erogati dagli specialisti verticali.

Vocazione per il testing

La realizzazione di soluzioni complesse in modalità cross sector o per le tre linee verticali già menzionate, non esauriscono le molteplici iniziative che Alten Italia è in grado di orientare a una clientela sempre più vasta e qualificata. Degni di essere citati sono i tre centri sviluppo: uno per le tecnologie Microsoft, uno specializzato sul linguaggio Java e l’altro – la cosiddetta “test factory” – che dall’Italia estende una competenza geografica su scala mondiale ed è considerato come centro di eccellenza per tutto il Gruppo Alten. In realtà, la problematica del testing del software è una delle vocazioni di punta dell’azienda e si articola, non solo attraverso la test factory, ma anche attraverso un centro di competenza dotato di un portafoglio di servizi estremamente completo. Nell’attuale contesto competitivo, i tempi di sviluppo e di messa in produzione delle procedure software si accorciano notevolmente e una strategia di testing rigorosa e al tempo stesso efficace diventa indispensabile per garantire il rispetto dei tempi di entrata in servizio, dei costi preventivati e naturalmente della soddisfazione degli utenti finali, sia a livello di servizi e applicazioni software, sia di prodotti ad alto contenuto tecnologico. «Alten – precisa Bazzana – è in grado di soddisfare ogni esigenza, in materia di test governance (test process assessment, definizione delle procedure, test risk management, analisi), di ambienti e strumenti di testing e di specifiche competenze verticali nella verifica di software destinato a clienti bancari, agli operatori di Tlc, agli utenti di piattaforme e ambienti come Sap, Siebel, Bmc».

La test factory è organizzata per offrire servizi allineati sui “livelli” di testing (analisi statica e dinamica, module, integration, system, user acceptance, non regressione) e la tipologia (funzionale, di prestazioni, usabilità, sicurezza, compatibilità). In base alle proprie necessità, il cliente può chiedere ad Alten un affiancamento nelle attività di definizione di una strategia di testing, pianificazione e controllo, progettazione, esecuzione, reportistica e analisi. Ispirandosi in un certo senso al concetto di acceleratore di soluzioni, anche in questo ambito Alten ha messo a punto delle soluzioni verticali di testing pensate per i diversi settori. Troviamo per esempio delle specifiche metodologie di testing per gli applicativi web, i sistemi embedded delle aziende ingegneristiche e manifatturiere, la compliance dei terminali mobili, il settore farmaceutico e della strumentazione elettromedicale.

Cultura del software e formazione

Sul versante del testing, la mission di Alten come azienda riguarda anche il tema della formazione e in tal senso è in piena sintonia con la cultura personale di Gualtiero Bazzana. Il country manager italiano del Gruppo ricopre anche il ruolo di presidente del “chapter” italiano e responsabile marketing mondiale dell’International Software Testing Qualifications Board (Istqb), un’organizzazione no-profit nata in Belgio nel 2002 e diventata leader mondiale nel campo della certificazione della figura professionale del “software tester”. «Per un’azienda che come Alten fa leva soprattutto sulla competenza dei propri ingegneri, le attività di training sono una componente fondamentale dell’offerta. Il testing è una delle tre aree in cui ci focalizziamo con i nostri programmi di istruzione e certificazione. Questi programmi possono essere seguiti da tutti, incluse le aziende con le quali siamo in competizione sul mercato. Le altre due “materie di insegnamento” sono l’ingegneria dei requisiti e tutta la parte di IT service management, ancora una volta inserite nel contesto Itil, essendo Education Partner di BMC Software in Italia».

I futuri tester certificati sono formati da Alten in base ai tre livelli progressivi – da foundation ad advanced – definiti dall’Istqb. «In tutto il mondo, sono già 300mila gli esperti di testing certificati da questo organismo. La certificazione è formalmente richiesta nei bandi ufficiali che riguardano i servizi che devono essere espletati da questi professionisti. La certificazione Istqb è un requisito fondamentale» – spiega Bazzana, che ha anche “firmato” l’ideazione e la regia dell’edizione del Software Testing Forum (la cui terza edizione si è tenuta a Milano nel giugno scorso con oltre 500 partecipanti), manifestazione dedicata alle tecnologie, alle soluzioni e alle esperienze mirate al raggiungimento dei massimi livelli di qualità di prodotti e servizi “software intensive” tramite nuovi approcci organizzativi, metodologici e tecnologici.

La tematica dei requisiti che un prodotto software deve rispettare è fortemente collegata alla problematica del testing. Tra i due aspetti c’è una relazione di causa effetto molto stretta, considerando che le procedure di testing servono proprio a misurare la conformità del software rispetto agli obiettivi del committente. «Un’azienda che decide di sviluppare un determinato servizio – chiarisce Bazzana – tende a conservare il pieno controllo sulla definizione della strategia e dei requisiti. All’esterno sono appaltati lo sviluppo e una prima fase di testing. Poi, il committente riprende in mano l’accettazione della soluzione, la messa in esercizio e la successiva gestione. In tutte le tre fasi, occorrono specifiche competenze e Alten eroga non solo servizi professionali ma anche la formazione che può servire in previsione dei relativi processi di certificazione delle competenze».

L’ingegneria dei requisiti

Per quanto riguarda l’ingegneria dei requisiti, Alten Italia punta a confermare la storia di successo scritta nel campo del testing, aderendo ai criteri definiti da un altro organismo certificatore, denominato Requirements Engineering Qualification Board (Reqb), che ha sede centrale in Germania. Un primo corso frequentato da una ventina di allievi è partito proprio all’inizio di giugno. Che cosa si intende esattamente per “ingegneria” dei requisiti? «L’esperto certificato in materia – risponde Bazzana – deve innanzitutto procedere alla stesura dei requisiti e delle esigenze dell’utente in modo che questi siano implementabili. In seguito, è necessario gestire la tracciabilità dei requisiti iniziali lungo tutto il ciclo di sviluppo ed effettuazione del testing, calcolando non solo la stima dello sforzo complessivo, dei tempi, dei costi del progetto, ma anche la gestione dei rischi e delle priorità». In altre parole, l’ingegnere del requisito deve essere in grado di anticipare eventuali problemi di sviluppo e mettere in ordine tutte le cose da fare.

Coltivare talenti

Una buona quota di risorse di Alten è destinata inoltre alla selezione e formazione interna. «La nostra – afferma Bazzana – è un’azienda particolarmente dinamica e giovane, anche sul piano occupazionale. L’età media del personale è di 32 anni e continuiamo ad assumere giovani motivati e preparati. La percentuale di laureati tra i nuovi assunti è vicinissima al 100%, anche la media delle votazioni di laurea è molto elevata. La qualità di questo team è sicuramente uno dei fattori del nostro successo sul mercato».

Alten coltiva questo asset impegnando ogni possibile risorsa. Alla sola selezione del personale è dedicato un ufficio di sette addetti. I programmi di training e certificazione delle competenze sono stringenti. Ai giovani tecnici, il Gruppo è in grado di offrire eccellenti opportunità di crescita professionale, sia per la diversificazione delle attività svolte, sia per il carattere internazionale di un Gruppo ormai presente in sedici diverse nazioni.

La leggendaria scuola calcistica del Barcellona, chiamata “Cantera” (un termine che letteralmente significa “cava”, ma che può essere più correttamente assimilato al concetto di “vivaio”) hanno ispirato una iniziativa molto recente, che si chiama proprio Progetto Cantera. «Sarà una scuola interna – spiega Bazzana – riservata a un gruppo ristretto di giovani con laurea quinquennale, motivatissimi, bravi anche nella lingua inglese, competenti in materie come l’ingegneria informatica e gestionale. Dovranno studiare e lavorare per sei mesi, seguendo lezioni teoriche e i casi dei clienti. Al termine, potranno decidere se continuare a lavorare in Italia o se trasferirsi in una delle cinque nazioni che partecipano al programma, in Europa o negli Stati Uniti. Il primo obiettivo è di far acquisire a questi giovani la forma mentis dell’ingegnere del software, andando a completare una formazione scolastica che è valida, ma non è sempre sufficiente».

Innovazione e crescita

Con questa miscela di dinamismo, motivazione, competenza, preparazione, Alten rappresenta una storia di successo all’interno di un panorama di crisi e l’esempio di come innovazione e crescita possano andare di pari passo. Un’evoluzione che nel caso di Alten vale per tutti gli indicatori, finanziari, geografici, di referenze. «Lo scorso anno abbiamo aggiunto al portafoglio trenta nuovi clienti e i trend fino al primo semestre 2013 confermano importanti tassi di crescita sul mercato» – dichiara Bazzana, sottolineando con un po’ di orgoglio aziendale che è più facile contare i grandi brand che non fanno affidamento sui servizi del Gruppo, attraverso la sua filiale italiana, invece del contrario. Nel finance, si ritrovano tutte le maggiori insegne bancarie (Unicredit, Intesa San Paolo, Banca Popolare di Milano, Deutsche Bank, Mediolanum, Banco Popolare, BNP, ING, Direct Line, Allianz, Ergo, Reale Mutua, London Stock Exchange per citarne alcune) e le loro società di servizio. Nell’energy e utility troviamo nomi come Snam, Saipem, A2A, Edipower, Repower. Nelle telecomunicazioni e media ci sono Vodafone e Mediaset, ma anche Orange, Tre, Telecom Italia, Ericsson, ADBB, Skylogic, RAI e Wolters Kluwer. Nei trasporti troviamo Volkswagen, Alstom, Bombardier, General Motors, Magneti Marelli, Italdesign e Thales e AgustaWestland nell’aerospaziale. ABB, Electrolux, Whirlpool, Beretta, Alfa Laval, Oerlikon, Camozzi, Datalogic Flextronics nell’industria. Conad, Leroy Merlin, Lavazza, Gambro, Petronas in altri settori. Si tratta solo di alcuni esempi estratti da un palmares che poche aziende informatiche potrebbero imitare sul piano della scala e dell’autorevolezza delle realizzazioni e che Alten può sfruttare come ulteriore strumento di marketing, per fare cross e up-selling sui clienti acquisiti e stimolare nuove partnership. Un altro ingrediente prezioso è l’inedita flessibilità sulla quale Alten sembra aver improntato il proprio modello di delivery. In funzione dei risultati da ottenere, degli obiettivi di esternalizzazione perseguiti dal cliente, delle risorse da impegnare, Alten mette sul piatto una contrattualistica basata per esempio su rigidi criteri di Sla o – viceversa – propone una soluzione a costo fisso “per progetto”, andando a dimensionare le tipologie, i volumi di risorse da impegnare nei progetti di assistenza tecnica e offrendo diverse formule di outsourcing near e off-shore. Fondamentale per il successo ottenuto in questi anni è la squadra di business manager che sviluppano le offerte e il mercato e di cui Bazzana sottolinea la motivazione, competenza, professionalità ed entusiasmo.

Su tutto dominano – infine – i temi dell’ingegnerizzazione e della qualità di progetti software e ingegneristici concepiti per funzionare bene, per risolvere in modo fattivo e sostenibile i problemi concreti delle aziende. Può sembrare materia di vecchia scuola e – invece – è ancora l’unico modo per innovare, stupire e vincere.

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