sicurezza informatica – Data Manager Online https://www.datamanager.it Il portale dell'ICT professionale Tue, 21 Jul 2026 11:13:28 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=5.8.13 https://www.datamanager.it/wp-content/uploads/2020/04/dmo-favicon3.png sicurezza informatica – Data Manager Online https://www.datamanager.it 32 32 Con l’AI, il cyber rischio corre a velocità macchina. I piani di ripristino riescono a tenere il passo? https://www.datamanager.it/2026/07/con-lai-il-cyber-rischio-corre-a-velocita-macchina-i-piani-di-ripristino-riescono-a-tenere-il-passo/ Mon, 27 Jul 2026 14:20:49 +0000 https://www.datamanager.it/?p=254203 Per ogni CISO, la prevenzione è fondamentale – applicare patch rapidamente, ridurre la superficie di attacco, segmentare, monitorare e individuare proattivamente le minacce. Ma c’è un’amara verità da affrontare: se la strategia di cyber sicurezza si basa sulla convinzione di essere sempre in grado di bloccare ogni violazione, sarà solo una speranza. E questa, purtroppo, […]

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Per ogni CISO, la prevenzione è fondamentale – applicare patch rapidamente, ridurre la superficie di attacco, segmentare, monitorare e individuare proattivamente le minacce. Ma c’è un’amara verità da affrontare: se la strategia di cyber sicurezza si basa sulla convinzione di essere sempre in grado di bloccare ogni violazione, sarà solo una speranza. E questa, purtroppo, non sopravvive alla realtà.

Lo scorso aprile, Anthropic ha lanciato Claude Mythos, sistema descritto come capace di identificare e sfruttare vulnerabilità zero-day, e di trasformare quelle già note in exploit funzionanti, il tutto in tempi incredibilmente rapidi. L’implicazione è chiara: il passaggio da “esiste un punto debole” a “si verificano accessi non autorizzati” si sta accorciando drasticamente.

Questo non significa che stia per crollare il mondo, ma bisogna mantenere massima onestà e lucidità riguardo a ciò che cambia quando il rischio cyber si sposta a velocità macchina.

Con Mythos cambia il ritmo

Storicamente, la parte più complessa non era rilevare le vulnerabilità, ma trasformarle in exploit, con la velocità e la scala necessarie. Questo richiedeva tempo, competenze specifiche e investimenti economici di un certo tipo. Se questa barriera viene meno, il tempo medio necessario per sferrare un attacco si comprime e la capacità di azione dei cyber criminali aumenta: più tentativi, su più obiettivi, e molto più rapidamente.

Chi gestisce un ciclo di patching aziendale, è già consapevole del divario: è possibile migliorarlo e automatizzarne alcune parti, ma si opera comunque con limiti umani, finestre di manutenzione e compromessi dettati dalle esigenze di business.

La prevenzione è ancora fondamentale, ma quando il tempo di azione dell’attaccante si riduce in modo significativo, la prevenzione da sola diventa una difesa troppo fragile.

Cosa non cambia con Mythos: il backup non è prevenzione

Affrontiamo subito una comune obiezione “questo è un problema di prevenzione!” Esatto. Nel momento in cui si verifica lo sfruttamento di una vulnerabilità, entra in gioco la prevenzione. La protezione dei dati non ferma un exploit al momento dell’attacco, il backup non bloccherà uno zero-day e il ripristino non è affatto un firewall.

Quindi, se qualcuno cerca di proporre il backup come uno scudo magico, è bene essere scettici. Una volta che gli attaccanti sono riusciti ad accedere, è la recovery a diventare il controllo di sicurezza più cruciale, nonché quello decisivo.

Il vero rischio non è la violazione, ma l’impatto sul business

Per la maggior parte delle aziende il problema principale non è rappresentato dall’idea astratta di “violazione”, ma dalle interruzioni di servizio, la cifratura dei dati – e la loro cancellazione o corruzione – l’impatto sui clienti, le domande scomode delle autorità di regolamentazione e i team che impiegano settimane a cercare di capire quale sia lo “stato ottimale”. La resilienza non è perfezione, è capacità di ripristino. Una violazione è un evento, la capacità di recovery una competenza fondamentale.

La minaccia sottovalutata: il “vandalismo dell’AI” dall’interno

C’è un secondo aspetto che merita attenzione e non riguarda solo gli attaccanti esterni. Man mano che gli agenti AI diventano più comuni nell’IT, si introducono attori autonomi con privilegi reali: strumenti che possono ottimizzare i sistemi, migrare dati, ripulire repository o “correggere” configurazioni. Si tratta di una funzionalità utile, finché non smette di esserlo.

Se un agente autonomo interpreta male l’intento – o opera con un contesto errato – può corrompere o cancellare grandi volumi di dati rapidamente. E poiché opera all’interno dell’ambiente, molti dei classici controlli perimetrali non sono d’aiuto.

Possiamo definirlo “vandalismo dell’AI”, per sottolineare che il rischio per l’integrità dei dati non è più solo un modello di minaccia esterna. C’è quindi bisogno di una rete di sicurezza che consideri contemporaneamente due realtà parallele: da un lato la compromissione esterna è possibile (e più rapida), dall’altro anche l’automazione interna può creare danni con gravi conseguenze.

Qual è lo stato ottimale, a fronte di attacchi più rapidi

Se si accetta il fatto che una violazione possa verificarsi, la domanda diventa concreta: quando qualcosa va storto, si è in grado di ripristinare il sistema in modo rapido, completo e documentabile?

Una protezione dei dati SaaS resiliente si basa su quattro principi:

  1. Indipendenza: ridurre il rischio legato alle dipendenze

Un’architettura che si affida a numerosi fornitori e sub-processori crea un maggior numero di punti di esposizione, soprattutto quando esistono zero-day e i tempi di passaggio dalla scoperta all’exploit si accorciano drasticamente. L’indipendenza non ferma uno zero-day, ma riduce la complessità, limita il raggio d’azione del danno e semplifica ripristino e controllo.

  1. Immutabilità: la rete di sicurezza deve essere fuori portata

Se gli attaccanti ottengono accesso privilegiato, o un agente interno si comporta in modo anomalo, l’ultima linea di difesa è una copia che non può essere manomessa. L’immutabilità è un requisito di progettazione: i dati di backup non possono essere sovrascritti, cancellati o alterati in modo silenzioso. Il giorno in cui si avrà bisogno della recovery è lo stesso giorno in cui si presume che qualcuno cercherà di renderlo impossibile.

  1. Rilevamento delle anomalie: sapere rapidamente quando qualcosa non va

Quando gli oggetti si muovono più velocemente, il rilevamento diventa ancora più importante. Si desiderano segnalazioni anticipate: cancellazioni malevole, pattern di cambiamento insoliti, corruzione su larga scala, prima che il danno si diffonda o che diventi difficile definire uno stato “ottimale”.

  1. Accesso istantaneo e ripristino granulare: velocità e precisione

Recovery non significa dover ripristinare tutto. Nei servizi SaaS, questo servizio è spesso lento e crea interruzioni. È necessaria la capacità di trovare rapidamente l’ultimo stato noto e funzionante, di ripristinare solo ciò che è stato compromesso (un utente, una casella di posta, un set di file, record specifici) e di farlo senza un rollback completo dell’ambiente.

Quando gli attacchi si muovono più rapidamente, la velocità e la precisione nel ripristino diventano più preziose che mai.

Se la prevenzione è necessaria, la recovery è irrinunciabile

È essenziale continuare a investire nella prevenzione, ma il rischio cyber moderno sta provando qualcosa di chiaro: gli attaccanti sono più veloci, gli ambienti più complessi e l’autonomia all’interno dell’IT in aumento. In un mondo simile, il backup smette di essere una funzione nice-to-have e diventa una parte fondamentale della strategia di sicurezza, perché è ciò che permette di ripristinare integrità, disponibilità e fiducia dopo qualsiasi incidente.

La speranza non è certo una strategia di sicurezza, è necessario affidarsi alla recovery.

Articolo a cura di Kim Larsen, Group CISO, Keepit

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Dati personali in cambio di sconti: quasi un italiano su due è disposto allo scambio https://www.datamanager.it/2026/07/dati-personali-in-cambio-di-sconti-quasi-un-italiano-su-due-e-disposto-allo-scambio/ Mon, 20 Jul 2026 14:08:12 +0000 https://www.datamanager.it/?p=254019 La ricerca The State of Shopping 2026 di Shopfully evidenzia un consumatore sempre più pragmatico: disponibilità a condividere i propri dati se il beneficio è concreto, ma la pubblicità personalizzata convince solo quando è realmente utile. Il rapporto tra consumatori, dati personali e pubblicità sta cambiando. La crescente attenzione al risparmio e al potere d’acquisto […]

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La ricerca The State of Shopping 2026 di Shopfully evidenzia un consumatore sempre più pragmatico: disponibilità a condividere i propri dati se il beneficio è concreto, ma la pubblicità personalizzata convince solo quando è realmente utile.

Il rapporto tra consumatori, dati personali e pubblicità sta cambiando. La crescente attenzione al risparmio e al potere d’acquisto spinge infatti gli utenti ad accettare una maggiore condivisione delle informazioni personali, purché questa si traduca in vantaggi tangibili come sconti, offerte personalizzate e promozioni realmente utili.

È quanto emerge da The State of Shopping 2026, l’indagine realizzata da Shopfully in otto Paesi europei, che fotografa un consumatore italiano sempre più aperto allo scambio “dati in cambio di valore”, ma anche più attento alla trasparenza e al controllo delle proprie informazioni.

L’Italia è tra i Paesi più disponibili alla condivisione dei dati

Secondo lo studio, il 49% degli italiani dichiara di essere disposto a condividere i propri dati personali con retailer e brand se questo consente di ricevere promozioni più rilevanti o sconti concreti.

Si tratta di una percentuale nettamente superiore rispetto alla media europea del 29%, segnale di una maggiore predisposizione degli italiani verso modelli di marketing basati sulla personalizzazione.

Questa apertura, tuttavia, non è incondizionata. Il 29% degli intervistati afferma di non voler condividere in alcun caso i propri dati, mentre un’altra parte consistente subordina il consenso a precise garanzie.

Il 17% vuole comprendere chiaramente come le informazioni verranno utilizzate, mentre un ulteriore 17% ritiene fondamentale poter gestire o revocare facilmente il consenso.

Il messaggio per aziende e retailer è chiaro: il valore percepito deve essere evidente e accompagnato da trasparenza nella gestione dei dati.

La pubblicità personalizzata divide ancora i consumatori

La ricerca evidenzia come la personalizzazione rappresenti oggi un equilibrio delicato.

Se da una parte il 51% degli italiani considera positivamente offerte e pubblicità costruite sui propri interessi, oltre un terzo degli intervistati (36%) le percepisce invece come invasive o addirittura indesiderate.

Questo significa che la personalizzazione non è automaticamente sinonimo di efficacia. Diventa utile soltanto quando riesce a intercettare un’esigenza reale nel momento giusto del percorso d’acquisto.

Messaggi poco pertinenti o eccessivamente frequenti rischiano invece di generare l’effetto opposto, aumentando il senso di invasività e riducendo la fiducia nei confronti del brand.

Il vero valore della pubblicità è aiutare a risparmiare

Anche il ruolo della comunicazione commerciale sembra cambiare.

Per il 55% degli italiani, la pubblicità è utile quando permette di scoprire offerte o promozioni che altrimenti passerebbero inosservate.

Una quota più contenuta apprezza invece i messaggi personalizzati sulla base delle proprie esigenze (22%) oppure quelli che aiutano a pianificare gli acquisti (19%).

Rispetto ad altri Paesi europei, gli italiani si mostrano più selettivi: in Francia, ad esempio, il 70% considera utile la pubblicità orientata alle offerte, mentre in Romania la percentuale sale al 73%.

Il dato suggerisce come nel mercato italiano i consumatori siano meno influenzabili dalla semplice esposizione pubblicitaria e maggiormente interessati a contenuti che producano un beneficio immediato e misurabile.

Personalizzazione sì, ma con trasparenza

Lo scenario delineato da The State of Shopping 2026 conferma una trasformazione già osservabile nel marketing digitale.

La disponibilità a condividere dati personali non dipende più soltanto dalla fiducia verso un marchio, ma dalla capacità di dimostrare concretamente quale vantaggio ne ricaverà il consumatore.

Per retailer e brand diventa quindi fondamentale costruire strategie fondate su trasparenza, controllo dei dati e personalizzazione realmente utile, superando una logica di semplice pressione commerciale.

In un contesto in cui i consumatori sono sempre più consapevoli del valore delle proprie informazioni personali, la fiducia si conquista dimostrando che lo scambio dati-valore genera benefici concreti e immediatamente percepibili.

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IBM: i CIO accelerano sull’AI, ma cresce il divario tra adozione e governance https://www.datamanager.it/2026/07/governance-ai-cio-cto-agenti-ai/ Fri, 17 Jul 2026 13:15:46 +0000 https://www.datamanager.it/?p=254209 Lo studio IBM Institute for Business Value rivela che CIO e CTO sono sempre più responsabili di sistemi AI che non controllano completamente. Con l’aumento degli agenti AI, governance, sicurezza, visibilità sui costi e controllo operativo diventano condizioni indispensabili per scalare l’intelligenza artificiale.

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Lo studio dell’IBM Institute for Business Value evidenzia una criticità destinata a diventare centrale per i responsabili IT: l’intelligenza artificiale cresce più rapidamente della capacità delle organizzazioni di governarla. Tra agenti AI, sicurezza, controllo dei costi e responsabilità operativa, la vera sfida non è più adottare l’AI, ma renderla sostenibile su larga scala.

L’intelligenza artificiale sta entrando in una nuova fase. Se negli ultimi anni il tema principale era comprendere come sperimentare e utilizzare i modelli generativi, oggi il problema per CIO e CTO è riuscire a controllare un ecosistema AI sempre più distribuito, autonomo e integrato nei processi aziendali.

È questa la fotografia scattata dal nuovo studio dell’IBM Institute for Business Value, realizzato in collaborazione con Oxford Economics su un campione di 2.000 dirigenti tecnologici in 33 aree geografiche e 19 settori industriali.

La ricerca mostra come la diffusione dell’AI stia superando la capacità delle organizzazioni di governarla, aprendo nuove sfide sul fronte della sicurezza, della conformità normativa, della responsabilità e della sostenibilità economica.

Il dato che emerge con maggiore forza è che due terzi dei CIO e CTO intervistati dichiarano di essere ritenuti responsabili di sistemi AI che non controllano completamente, mentre il 70% ammette che i diversi team aziendali stanno implementando tecnologie più rapidamente di quanto l’IT riesca a monitorarle.

La governance non tiene il passo dell’AI

L’adozione dell’intelligenza artificiale continua ad accelerare, spinta direttamente dai vertici aziendali. L’80% dei leader tecnologici intervistati afferma che il mandato per la trasformazione AI arriva dal CEO.

Questa pressione, tuttavia, non è accompagnata da un analogo livello di preparazione organizzativa. Solo l’11% ritiene infatti di essere completamente pronto a gestire un’implementazione estesa degli agenti AI prevista per il prossimo anno, mentre il 77% riconosce che l’adozione dell’intelligenza artificiale sta già superando le attuali capacità di governance.

Entro il 2027, inoltre, i responsabili tecnologici prevedono un aumento del 38% del numero di agenti AI distribuiti all’interno delle organizzazioni.

Per i CIO si tratta di un cambiamento radicale: non devono più governare soltanto applicazioni software tradizionali, ma sistemi autonomi capaci di prendere decisioni, interagire con altri applicativi, accedere ai dati e svolgere attività operative.

Come approfondito nell’articolo di DataManager dedicato agli agenti AI come cuore operativo della nuova impresa, il passaggio dall’AI generativa all’AI agentica comporta una crescente autonomia nell’esecuzione dei processi e richiede nuovi livelli di integrazione, tracciabilità e controllo.

L’AI agentica aumenta il rischio operativo

La ricerca evidenzia come l’espansione degli agenti AI renda sempre più critici gli aspetti legati alla sicurezza, alla supervisione e alla conformità.

Il 59% dei CIO e CTO individua infatti sicurezza e compliance come i principali ostacoli alla scalabilità degli agenti AI.

Nel corso dell’ultimo anno, le organizzazioni intervistate hanno registrato mediamente 54 incidenti collegati agli agenti AI: eventi indesiderati o dannosi che hanno richiesto un intervento umano correttivo.

Il 17% di questi episodi è stato classificato come altamente grave e ha richiesto più di quattro ore per essere contenuto. Tra gli incidenti più rilevanti:

  • il 37% ha comportato esposizione di dati o violazioni della sicurezza;
  • il 33% ha provocato malfunzionamenti a catena tra sistemi;
  • il 17% ha generato problemi di conformità normativa.

Il tema non riguarda soltanto la protezione dei modelli. Come evidenziato nell’approfondimento L’agentic AI trasforma il lavoro e accelera i rischi, l’autonomia degli agenti può amplificare rapidamente le conseguenze di un errore, soprattutto quando questi sistemi possono operare su database, applicazioni e infrastrutture critiche.

La governance deve essere integrata nei sistemi

Uno degli aspetti più significativi dello studio è la relazione diretta tra il modello di governance adottato e la resilienza operativa.

Nelle organizzazioni che continuano ad affidarsi prevalentemente a controlli manuali, il rischio di incidenti aumenta con l’espansione dell’AI. Al contrario, le imprese che integrano il controllo direttamente nei propri sistemi AI registrano il 25% di incidenti in meno.

Per i responsabili IT il messaggio è chiaro: la governance non può più essere un’attività separata o successiva alla distribuzione dei sistemi, ma deve essere incorporata nelle piattaforme, nei workflow e negli agenti fin dalla progettazione.

È un principio condiviso anche nell’analisi pubblicata su DataManager sull’AI agentica e sulla necessità di integrare sicurezza, governance e fiducia fin dall’inizio della progettazione delle nuove piattaforme intelligenti.

In termini architetturali, questo significa adottare controlli automatizzati, policy verificabili, gestione delle identità, segregazione dei privilegi, registrazione delle attività, monitoraggio continuo e meccanismi di intervento umano.

Il controllo dell’AI diventa un vantaggio competitivo

Secondo lo studio IBM, integrare la governance nei sistemi non rappresenta soltanto una misura di protezione, ma può diventare un fattore di accelerazione.

Le organizzazioni che incorporano meccanismi di controllo direttamente nelle proprie piattaforme AI:

  • implementano un numero di agenti AI 16 volte superiore rispetto alle aziende che adottano una governance prevalentemente manuale;
  • registrano margini operativi superiori del 18%;
  • spendono fino a quattro volte meno del proprio budget destinato all’intelligenza artificiale.

Il controllo, quindi, non costituisce necessariamente un freno all’innovazione. Al contrario, può rappresentare la condizione necessaria per scalare l’adozione dell’AI senza aumentare in modo proporzionale complessità, costi e superficie di rischio.

Infrastrutture e dati devono sostenere gli agenti AI

La capacità di governare l’intelligenza artificiale dipende anche dall’architettura tecnologica sulla quale operano i modelli e gli agenti.

Gli agenti AI devono accedere a dati aggiornati, applicazioni aziendali, API, strumenti operativi e risorse di calcolo. Senza un’infrastruttura osservabile, interoperabile e adeguatamente protetta, la loro diffusione rischia di creare nuove dipendenze e punti ciechi.

L’approfondimento di DataManager su Agentic AI e infrastrutture pronte per l’intelligenza artificiale sottolinea in particolare il ruolo della qualità, della struttura e della tempestività dei dati per consentire agli agenti di operare su informazioni affidabili e coerenti.

Per i CIO diventa quindi essenziale evitare architetture rigide e difficili da modificare. Lo studio rileva infatti che le aziende che hanno progettato fin dall’inizio sistemi adattabili, mantenendo portabili i workload e sostituibili i modelli, hanno registrato nel 2025 un ritorno sugli investimenti AI superiore del 10%.

L’altra sfida riguarda il FinOps dell’AI

Parallelamente alla governance operativa cresce il tema della sostenibilità economica.

Secondo lo studio, la quota dei budget IT destinata all’intelligenza artificiale passerà da poco meno del 15% nel 2025 a quasi il 25% entro il 2027, con un incremento del 71% in due anni.

Nonostante l’aumento degli investimenti, la maggior parte delle organizzazioni non dispone ancora degli strumenti necessari per governarne i costi.

L’84% dei tech CxO dichiara di non avere ancora reso completamente operativa la gestione finanziaria dell’AI, mentre l’85% non possiede una piena visibilità in tempo reale sulla spesa.

Emerge così un nuovo ambito destinato a diventare centrale: il FinOps applicato all’intelligenza artificiale, ovvero la capacità di monitorare consumi, utilizzo dei modelli, costi infrastrutturali, spesa per le API, carichi inferenziali e ritorno sugli investimenti.

Il tema è approfondito anche nella guida di DataManager dedicata al FinOps e alla gestione dei costi delle infrastrutture tecnologiche, un approccio che diventa ancora più rilevante quando i consumi AI sono distribuiti tra cloud, modelli, dati e applicazioni.

Lo studio IBM mostra che le organizzazioni caratterizzate da una maggiore disciplina finanziaria riescono a implementare 2,4 volte più agenti AI senza aumentare il budget AI e IT e hanno una probabilità tre volte superiore di dichiararsi completamente pronte alla scalabilità.

Il caso italiano: cresce la pressione, ma manca la preparazione operativa

I dati relativi all’Italia confermano la stessa tendenza, con alcune criticità ancora più marcate.

L’86% dei tech leader italiani segnala una pressione medio-alta da parte del CEO o dell’executive leadership per accelerare l’adozione degli agenti AI, ma soltanto il 9% ritiene che la propria organizzazione sia realmente pronta a gestirne la diffusione su larga scala.

Anche gli investimenti sono destinati ad aumentare. La quota del budget IT dedicata all’intelligenza artificiale dovrebbe infatti crescere dal 16% nel 2025 al 28% nel 2027.

Parallelamente, però, il 90% degli intervistati italiani riconosce di non disporre ancora di una visibilità completa e in tempo reale sulla spesa AI.

«Il quadro che emerge è quello di un’ambizione sull’intelligenza artificiale che cresce più rapidamente della capacità delle organizzazioni di governarla: la sfida per le imprese non è rallentare l’innovazione, ma creare le condizioni per scalarla in modo sicuro e sostenibile, integrando fin dall’inizio governance, trasparenza, controllo dei costi e responsabilità nelle architetture, nei processi e negli agenti AI, così che la velocità di adozione si traduca in valore concreto e duraturo».

È il commento di Giuseppe Bottura, Chief Technology Officer di IBM Consulting Italia.

La prossima sfida dei CIO sarà governare ecosistemi AI distribuiti

La ricerca IBM fotografa una trasformazione ormai evidente: l’intelligenza artificiale non è più un progetto sperimentale gestito da singoli team, ma una componente strutturale dell’architettura enterprise.

Per questo motivo, le priorità dei CIO stanno cambiando rapidamente. Non sarà sufficiente distribuire nuovi modelli o aumentare il numero di agenti AI. Occorrerà costruire piattaforme capaci di garantire osservabilità, sicurezza, governance, controllo economico e conformità normativa lungo l’intero ciclo di vita dell’AI.

Le organizzazioni che riusciranno a integrare questi elementi direttamente nell’infrastruttura tecnologica saranno probabilmente quelle in grado di trasformare l’attuale accelerazione dell’AI in un vantaggio competitivo duraturo.

Al contrario, chi continuerà a trattare governance e controllo come attività successive all’implementazione rischia di vedere aumentare complessità, costi operativi e superficie di rischio proprio mentre l’intelligenza artificiale diventa uno dei principali motori della trasformazione digitale.

Lo studio è stato realizzato dall’IBM Institute for Business Value, in collaborazione con Oxford Economics, intervistando 2.000 dirigenti senior responsabili delle decisioni relative a IT, tecnologia e AI in 33 aree geografiche e 19 settori industriali, tra gennaio e aprile 2026.

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Le frodi su larga scala: le tendenze che il settore pubblico non può più ignorare https://www.datamanager.it/2026/07/le-frodi-su-larga-scala-le-tendenze-che-il-settore-pubblico-non-puo-piu-ignorare/ Wed, 15 Jul 2026 07:00:19 +0000 https://www.datamanager.it/?p=254149 Crescono le minacce da reti criminali strutturate, che sfruttano gli stessi strumenti digitali su cui le amministrazioni fanno affidamento Le frodi ai danni dei programmi pubblici sono entrate in una fase completamente nuova. Reti criminali sempre più sofisticate, che fanno leva sull’intelligenza artificiale, stanno erodendo i bilanci e minando la fiducia dei cittadini nelle istituzioni. […]

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Crescono le minacce da reti criminali strutturate, che sfruttano gli stessi strumenti digitali su cui le amministrazioni fanno affidamento

Le frodi ai danni dei programmi pubblici sono entrate in una fase completamente nuova. Reti criminali sempre più sofisticate, che fanno leva sull’intelligenza artificiale, stanno erodendo i bilanci e minando la fiducia dei cittadini nelle istituzioni. È una realtà con cui i governi devono ormai confrontarsi apertamente. Ciò che un tempo era un fenomeno prevalentemente opportunistico e frammentato si è trasformato in un’attività organizzata, industrializzata e sempre più transfrontaliera. I truffatori non si limitano più a colpire isolatamente un singolo sistema di sussidi, un’imposta o una procedura di appalto. Al contrario, le reti criminali coordinano attacchi su più programmi, più enti e più giurisdizioni contemporaneamente, sfruttando deliberatamente i silos di dati, le lacune normative e la lentezza dei controlli tradizionali. Secondo SAS, per le amministrazioni fiscali, gli enti previdenziali e i dipartimenti di finanza pubblica, la vera sfida nel 2026 non è più semplicemente individuare la frode ma riconoscere quanto il fenomeno sia cambiato nella sua natura profonda, e adattare di conseguenza modelli operativi, strumenti e forme di collaborazione tra istituzioni.

Da abuso opportunistico a crimine organizzato

I controlli antifrode tradizionali della pubblica amministrazione sono stati concepiti per un’epoca diversa. Partivano dal presupposto che i malintenzionati fossero individui isolati e relativamente poco sofisticati. Questa ipotesi, oggi, non regge più. Le frodi attuali sono spesso coordinate, ripetibili e scalabili. Gruppi organizzati pianificano le proprie operazioni, mettono in comune risorse e si dividono i compiti, replicando frequentemente le tattiche di successo su più programmi e oltre i confini nazionali. Le stesse persone possono comparire contemporaneamente in richieste di sussidi sociali, dichiarazioni fiscali o come fornitori di servizi, ma dietro identità diverse. È l’opportunità strutturale a permettere il persistere di questo coordinamento criminale. Quando una frode attraversa più programmi, enti e giurisdizioni, la sua individuazione dipende dalla capacità dell’amministrazione di collegare tra loro le informazioni. Troppo spesso, però, questi collegamenti restano sepolti all’interno di singoli fascicoli e attività isolate. La frode prospera proprio perché è un’attività lucrativa progettata per restare invisibile. Questo scenario pone le basi per comprendere le grandi tendenze che stanno ridisegnando la frode nel settore pubblico.

I fattori determinanti, dalla frammentazione agli abusi normativi

Nella pubblica amministrazione ogni area di competenza tende a vivere per conto proprio. Il fisco ha i suoi archivi, il welfare i suoi, gli uffici lavoro e quelli degli appalti altri ancora: ciascun comparto costruisce nel tempo un patrimonio informativo notevole, ma quasi mai qualcuno ha accesso a una visione d’insieme che unisca questi mondi. Chi organizza attività fraudolente conosce bene questa debolezza strutturale e la sfrutta apertamente, spostandosi da un programma all’altro proprio perché sa che nessun ufficio, da solo, può accorgersene. Il risultato è che molte frodi vengono alla luce solo a cose fatte: un dipendente che segnala un’anomalia, un controllo interno che fa emergere qualcosa, una verifica contabile condotta dopo l’erogazione dei pagamenti. A quel punto, però, recuperare le somme già versate è spesso impossibile.

Dichiarazioni dei redditi, assegni sociali, bandi di sostegno, contributi straordinari: il numero di pratiche che un ente pubblico deve gestire ogni giorno ha raggiunto livelli mai visti prima. Verificare tutto a mano, applicando le solite regole fisse, è ormai un esercizio fuori scala. Chi si affida ancora a questo modello finisce davanti a una scelta scomoda: alzare l’asticella dei controlli, rassegnandosi a servizi più lenti e a fascicoli investigativi che si accumulano; oppure tenere il passo con la domanda, accettando però che il personale si esaurisca e che le porte restino più aperte agli abusi. Le organizzazioni criminali conoscono bene questo dilemma e ne approfittano, muovendosi con una rapidità che nessuna regola statica riesce a eguagliare. Quando finalmente un funzionario individua uno schema fraudolento, è probabile che quello stesso schema sia già in corso altrove, sotto un’altra giurisdizione o dentro un programma diverso.

Una linea sempre più sottile tra dolo, errore ed errata interpretazione

C’è poi un problema di definizione, prima ancora che di controllo. Sempre più spesso chi froda non ruba apertamente, ma si muove in una zona grigia: interpreta a proprio vantaggio un requisito ambiguo, presenta documenti parzialmente alterati, forza le condizioni di accesso a una prestazione. Distinguere tra un abuso deliberato e un errore commesso in buona fede diventa quindi un compito arduo, che grava soprattutto su chi opera in prima linea, dagli sportelli agli uffici investigativi fino ai revisori. Le domande che ne derivano non sono affatto semplici: quali fascicoli meritano un approfondimento, un’azione legale o una segnalazione formale? Con quali criteri si stabilisce dove concentrare risorse investigative limitate? E come si fa a restare equi verso i cittadini onesti mentre si protegge il denaro pubblico? Continuare ad aggiungere nuovi controlli senza affinare il modo in cui si valuta il rischio, o senza anticipare i segnali d’allarme, significa restare sempre un passo indietro rispetto a chi froda.

Gli stessi strumenti digitali che aiutano le amministrazioni vengono usati anche contro di esse. I dati trapelati da violazioni informatiche diventano materiale per costruire identità false e ottenere prestazioni non dovute; l’intelligenza artificiale generativa permette di produrre documenti e immagini contraffatte a sostegno di richieste fraudolente. D’altro canto, mai come oggi il settore pubblico ha a disposizione tecnologie capaci di ribaltare il rapporto di forza: analisi avanzate dei dati, apprendimento automatico, mappatura delle relazioni tra soggetti, sorveglianza continua dei processi. Per un ente che vuole passare da iniziative isolate contro le frodi a una gestione del rischio estesa a tutta l’organizzazione, la strada passa da tre mosse concrete: mettere in comunicazione i dati oggi sparsi tra programmi ed enti diversi; spostare il baricentro dalle indagini a posteriori all’individuazione anticipata dei rischi; incorporare i controlli antifrode dentro i processi quotidiani, invece di relegarli alle sole attività di audit. Chi riesce in questa transizione ottiene una fotografia condivisa del rischio a livello di intera organizzazione, e la possibilità di intervenire proprio nel momento in cui l’intervento pesa di più.

Per un approfondimento scarica l’ebook dedicato  Gone missing: Can AI save public funds from fraud, waste and abuse?

 

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Cybersecurity, il vero problema non sono gli alert ma chi li ignora https://www.datamanager.it/2026/07/cybersecurity-il-vero-problema-non-sono-gli-alert-ma-chi-li-ignora/ Tue, 14 Jul 2026 13:30:26 +0000 https://www.datamanager.it/?p=253914 Molte organizzazioni dispongono di strumenti avanzati di cybersecurity, ma non riescono comunque a individuare tempestivamente le compromissioni. È quanto emerge dall’ultimo report Compromise Assessment di Kaspersky, secondo cui oltre la metà (52%) degli incidenti di sicurezza più gravi rimane inosservata per più di 90 giorni, mentre nel 31% dei casi le attività malevole risultavano attive […]

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Molte organizzazioni dispongono di strumenti avanzati di cybersecurity, ma non riescono comunque a individuare tempestivamente le compromissioni. È quanto emerge dall’ultimo report Compromise Assessment di Kaspersky, secondo cui oltre la metà (52%) degli incidenti di sicurezza più gravi rimane inosservata per più di 90 giorni, mentre nel 31% dei casi le attività malevole risultavano attive da almeno tre mesi prima di essere rilevate.

Il dato più significativo riguarda però la permanenza degli attaccanti nelle infrastrutture aziendali: il caso più estremo individuato dai ricercatori è rimasto nascosto addirittura per quattro anni.

Gli strumenti di sicurezza non bastano

Il report mette in discussione un approccio ancora molto diffuso nelle aziende, basato principalmente sull’automazione.

Secondo Kaspersky, il 60% degli incidenti analizzati non è stato intercettato nonostante fossero già presenti alert ad alta affidabilità generati dagli strumenti di sicurezza installati.

Solo il 20% delle compromissioni è stato individuato attraverso attività di analisi manuale.

Per i ricercatori il problema non riguarda tanto la mancanza di tecnologie quanto la loro gestione: regole non aggiornate, monitoraggio insufficiente e scarsa capacità di analizzare gli alert fanno sì che segnali importanti vengano ignorati.

Il report evidenzia inoltre come anche gli avvisi classificati a bassa priorità possano rappresentare indicatori precoci di compromissione e dovrebbero quindi rientrare nei processi di analisi dei Security Operation Center (SOC).

Anche i backup possono diventare un rischio

Tra le criticità evidenziate emerge anche il ruolo dei backup.

Secondo Kaspersky, il 40% delle web shell individuate durante le attività di compromise assessment era presente anche nelle copie di backup.

Ciò significa che un’organizzazione potrebbe ripristinare involontariamente componenti malevoli dopo aver concluso le attività di risposta a un incidente.

Per questo motivo il report suggerisce di verificare non solo l’integrità dei backup, ma anche il loro contenuto, adottando procedure di scansione prima del ripristino.

La comunicazione resta un punto debole

Oltre agli aspetti tecnologici, il report richiama l’attenzione sulle criticità organizzative.

Nel 32% delle valutazioni effettuate sono emersi problemi di comunicazione interna, conferme incomplete delle attività svolte o perdita di conoscenze dovuta al turnover del personale.

Secondo Kaspersky, questi elementi possono rallentare la risposta agli incidenti tanto quanto una vulnerabilità tecnica.

Per questo motivo vengono raccomandate esercitazioni periodiche che coinvolgano non soltanto i team di sicurezza, ma anche i processi organizzativi, la documentazione operativa e i flussi di comunicazione tra le diverse funzioni aziendali.

Incident response: i playbook devono evolvere

Un’altra indicazione del report riguarda la necessità di aggiornare costantemente i playbook di incident response.

Le procedure non possono essere considerate documenti statici, ma devono evolvere seguendo le nuove tecniche utilizzate dagli attaccanti e le evidenze raccolte durante gli incidenti.

Secondo Kaspersky, mantenere playbook non aggiornati aumenta il rischio di non riconoscere tempestivamente nuove modalità di attacco e di compromettere l’efficacia delle attività di risposta.

Più analisi proattiva e verifica continua

Tra le raccomandazioni rivolte alle organizzazioni figurano il controllo periodico dello stato dei sistemi di rilevamento, la validazione degli alert a bassa affidabilità, il monitoraggio continuo supportato da attività di threat hunting, una gestione più rigorosa delle vulnerabilità e delle patch, oltre a programmi di formazione dedicati anche ai rischi legati ai dispositivi personali e alle politiche BYOD.

Per Kaspersky, integrare periodicamente attività di compromise assessment condotte da soggetti indipendenti può aumentare la probabilità di individuare compromissioni già presenti nell’infrastruttura e ridurre il rischio di incidenti gravi non rilevati.

Il report completo è disponibile sul Securelist.com.

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Mettere in sicurezza l’infrastruttura software aziendale: un modello di riferimento per l’open source https://www.datamanager.it/2026/07/mettere-in-sicurezza-linfrastruttura-software-aziendale-un-modello-di-riferimento-per-lopen-source/ Tue, 14 Jul 2026 08:58:14 +0000 https://www.datamanager.it/?p=253911 Negli ultimi tempi, abbiamo visto molti giornali da tutto il mondo riportare notizie di vulnerabilità zero-day identificate dall’intelligenza artificiale. Questi episodi hanno sollevato un interrogativo: è possibile che il software open source stia diventando troppo rischioso per le imprese? Il tema è tutt’altro che marginale, considerando che l’open source rappresenta oltre tre quarti della base […]

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Negli ultimi tempi, abbiamo visto molti giornali da tutto il mondo riportare notizie di vulnerabilità zero-day identificate dall’intelligenza artificiale. Questi episodi hanno sollevato un interrogativo: è possibile che il software open source stia diventando troppo rischioso per le imprese? Il tema è tutt’altro che marginale, considerando che l’open source rappresenta oltre tre quarti della base di codice aziendale. Eppure, la risposta è immediata: il software open source rimane intrinsecamente sicuro, strutturalmente resiliente e ha fondamenta affidabili.

L’open source costituisce la base di tutta la tecnologia moderna, andando ben oltre l’IT aziendale e Linux. Server applicativi, database, routing di rete, ambienti di sviluppo e tutti gli altri componenti invisibili che compongono il nostro tessuto tecnologico si basano in qualche misura su progetti open source.

Non esiste in sostanza un’alternativa all’open source. Il software proprietario, controllato da un’unica azienda, è ciò che vi si avvicina di più, ma non ne possiede la scalabilità, la varietà e la diffusione capillare. Con il software proprietario il codice sorgente è una scatola nera: solo il fornitore decide cosa correggere e quando. Se viene scoperta una vulnerabilità, è possibile che rimanga segreta, nota soltanto agli attaccanti che l’hanno individuata. Questo modello operativo può dare un’illusione di sicurezza, ma non fa altro che spostare il rischio dove non possiamo vederlo, rendendolo di fatto un’incognita. Nel software proprietario, le vulnerabilità proliferano nell’ombra.

L’open source ribalta questo paradigma rendendo il codice accessibile a tutti, incarnando il principio secondo cui “con sufficienti occhi, tutti i bug diventano evidenti”. Se tutti possono leggere il codice, chiunque può individuare e segnalare problemi. Oggi, questo paradigma si estende anche all’AI che amplifica enormemente la capacità di ispezione del codice. Inoltre, vista la dipendenza dall’open source di così tante organizzazioni, esiste una forte motivazione collettiva nel risolvere le vulnerabilità.

Nessun metodo di sviluppo garantisce software perfettamente sicuro, ma la natura trasparente e collaborativa dell’open source offre vantaggi distintivi rispetto ai modelli proprietari nel contrastare le minacce moderne. Le imprese sono sempre state vigili sulle vulnerabilità man mano che emergono, e continueranno a esserlo. Ciò che è cambiato è la velocità. Dal 2016 il numero di CVE pubblicati è cresciuto di oltre il 520%. Gli strumenti di scansione basati sull’AI oggi scoprono vulnerabilità zero-day critiche in ore anziché mesi, ma meno dell’uno percento delle vulnerabilità scoperte dall’AI è stato corretto. La vera sfida ora è la capacità operativa dell’impresa di assorbire e distribuire le correzioni con sufficiente rapidità.

Il problema è reso più complesso dalla mancanza di coordinamento. Ogni grande organizzazione dipende dagli stessi pacchetti open source di base – Spring Framework, Jackson, Log4j, Pandas, OpenSSL – eppure, in assenza di coordinamento, ciascuna scopre in modo indipendente le stesse vulnerabilità, sviluppa patch in isolamento e mantiene fork privati di cui nessun altro può beneficiare. Il risultato è uno sforzo ridondante, con costi enormi e qualità disomogenea, mentre l’ecosistema nel suo complesso rimane esposto. Per restare sicure, le organizzazioni devono contribuire alle community upstream, accelerare i loro standard operativi, e soprattutto devono farlo insieme. 

Cosa possono fare le imprese già oggi

L’open source rimane la base più sicura per l’innovazione, ma ridurre la finestra di esposizione alle minacce richiede azioni immediate. Ecco alcuni passaggi concreti e attuabili che le imprese possono intraprendere oggi per proteggere le proprie supply chain:

  • Scegliere piattaforme supportate da fornitori responsabili:l’infrastruttura è la base su cui poggia tutto il resto. È fondamentale assicurarsi che i fornitori che la supportano contribuiscano attivamente ai progetti open source che distribuiscono. Un fornitore con una solida esperienza di contributi upstream, nel backporting di sicurezza e nella divulgazione responsabile ha un interesse reale nel mantenere la salute della community, non solo nel fornire servizi alle aziende.
  • Costruire un inventario completo delle dipendenze:partite da un audit del vostro portfolio applicativo per mappare la situazione di partenza. Identificate ogni libreria open source, ogni dipendenza transitiva e ogni versione attualmente in produzione.
  • Definire i tempi del ciclo patch-to-production:date una misura chiara alla vostra situazione attuale. Quanto tempo impiega effettivamente una patch upstream ad attraversare le scansioni di sicurezza interne, i test, i change advisory board e le pipeline di deployment? Una volta definiti i tempi, stabilite obiettivi ambiziosi per ridurre questa finestra temporale.
  • Automatizzare le pipeline di rebuild e redeploy:con la frequenza delle minacce che si riduce sempre più da mesi a ore, gli aggiornamenti manuali non sono più sostenibili. Preparate il vostro ambiente per rebuild applicativi frequenti, deterministici e automatizzati, in modo da poter integrare pacchetti sicuri a velocità elevata.
  • Adottare soluzioni di sicurezza attive:utilizzate soluzioni di supply chain attive che forniscano baseline zero-CVE e protezione runtime, come Red Hat Hardened Images, Red Hat Trusted Libraries e OpenShift Advanced Cluster Security, per accelerare i processi. 

Accelerare il cambiamento con Project Lightwell

IBM e Red Hat stanno costruendo un motore di remediation progettato per supportare le imprese che vogliono automatizzare le pipeline per integrare più velocemente le correzioni. Abbiamo recentemente lanciato Project Lightwell, un investimento congiunto da 5 miliardi di dollari sostenuto da una forza globale di oltre 20.000 ingegneri, con l’obiettivo di ridefinire la sicurezza della supply chain del software nell’era dell’AI.

Project Lightwell scala la metodologia collaudata da Red Hat in vent’anni di backporting di patch di sicurezza a livello enterprise. Stiamo estendendo questa precisa disciplina ingegneristica oltre l’ambito del sistema operativo verso i framework applicativi e dipendenze, iniziando da Maven/Java ed espandendoci verso PyPI, npm e altri ancora. Combinando l’AI per l’acquisizione ad alto volume delle minacce con l’esperienza ingegneristica umana, correggiamo in modo mirato le versioni stabili realmente in uso, evitando aggiornamenti indiscriminati che metterebbero a rischio l’operatività.

Senza un meccanismo che permetta di accettare le correzioni upstream, ogni backport sviluppato autonomamente da un’impresa crea un fork privato permanente, che deve essere mantenuto attraverso ogni successiva vulnerabilità, aggiornamento e modifica delle dipendenze. Questo aumenta costi e rischi per l’organizzazione. Project Lightwell rompe questo ciclo: Red Hat sviluppa la correzione, la mette a disposizione dell’impresa e la aggiunge al progetto open source originario. In questo modo, la correzione diventa parte del codebase pubblico.

Questo approccio si allinea alla direzione tracciata dal recente Ordine Esecutivo su AI e cybersecurity emanato dall’amministrazione Trump che prevede la creazione di un “AI cybersecurity clearinghouse” per coordinare scansione, validazione e remediation delle vulnerabilità nelle infrastrutture critiche. Project Lightwell è concepito per essere la spina dorsale operativa del settore privato in supporto a questo mandato. 

Lavorare insieme per proteggere le imprese e l’intero ecosistema open source

Mettere in sicurezza la supply chain del software è una sfida che riguarda tutto il settore, e che nessuna singola impresa può affrontare da sola. Attraverso Project Lightwell stiamo collaborando con un gruppo selezionato di leader del settore finanziario e delle infrastrutture critiche per creare un clearinghouse aziendale sicuro.

Questa rete di intelligence collaborativa offre tre capacità che nessuna impresa può sviluppare autonomamente.

  1. I partecipanti condividono le scoperte di nuove vulnerabilità e ricevono patch coordinate prima della divulgazione pubblica, trasformando scoperte isolate in difesa condivisa.
  2. Ogni patch viene consegnata pronta per la produzione, con firma crittografica, corredata di SBOM machine-readable e security advisory per soddisfare i requisiti di compliance.
  3. Project Lightwell opera secondo un mandato upstream-always: ogni correzione sviluppata viene sottoposta ai progetti open source di origine. Lavorando insieme in questo clearinghouse non ci limitiamo a proteggere le singole imprese: restituiamo sistematicamente i progressi in ambito sicurezza alla community, mantenendo l’open source sicuro per tutti.

L’open source ha costruito l’impresa moderna. L’azione coordinata e Project Lightwell contribuiscono a mantenere questo codice sicuro intervenendo più rapidamente, come un ecosistema che opera insieme, in modo aperto.

Articolo a cura di Chris Wright, Chief Technology Officer and Senior Vice President, Global Engineering, Red Hat

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Gamaredon evolve le tecniche di cyber spionaggio: cloud legittimi e social network diventano infrastrutture d’attacco https://www.datamanager.it/2026/07/gamaredon-evolve-le-tecniche-di-cyber-spionaggio-cloud-legittimi-e-social-network-diventano-infrastrutture-dattacco/ Mon, 13 Jul 2026 10:36:36 +0000 https://www.datamanager.it/?p=253884 Secondo l’ultimo report di ESET Research, il gruppo di cyber spionaggio Gamaredon, ritenuto vicino all’intelligence russa, ha affinato nel corso del 2025 le proprie tecniche operative facendo sempre più leva su servizi cloud e piattaforme online legittime per occultare le proprie attività. Un’evoluzione che conferma il progressivo spostamento degli attori APT (Advanced Persistent Threat) verso […]

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Secondo l’ultimo report di ESET Research, il gruppo di cyber spionaggio Gamaredon, ritenuto vicino all’intelligence russa, ha affinato nel corso del 2025 le proprie tecniche operative facendo sempre più leva su servizi cloud e piattaforme online legittime per occultare le proprie attività. Un’evoluzione che conferma il progressivo spostamento degli attori APT (Advanced Persistent Threat) verso infrastrutture difficili da distinguere dal normale traffico aziendale.

L’analisi evidenzia come il gruppo abbia continuato a prendere di mira esclusivamente enti governativi e organizzazioni militari ucraine, sviluppando nuovi strumenti offensivi e introducendo modalità più sofisticate per la gestione dei server di comando e controllo (C&C) e per l’esfiltrazione dei dati.

Sei nuovi strumenti PowerShell arricchiscono l’arsenale di Gamaredon

Nel corso del 2025 ESET ha identificato sei nuovi malware sviluppati in PowerShell: PteroDee, PteroCache, PteroDum, PteroOdd, PteroPaste e PteroEffigy.

Tra questi, PteroPaste rappresenta l’evoluzione più significativa. Lo strumento combina infatti più funzionalità in un unico framework, integrando downloader, meccanismi di persistenza e capacità di propagazione tramite dispositivi USB compromessi.

Il gruppo ha inoltre ripreso a utilizzare PteroSetup, uno strumento basato su VBScript già osservato nel 2021, confermando una strategia che alterna nuovi sviluppi al riutilizzo di componenti già collaudati.

Cloud storage e servizi legittimi per nascondere il traffico malevolo

Uno degli aspetti più rilevanti emersi dalla ricerca riguarda l’utilizzo crescente di servizi cloud commerciali per l’esfiltrazione delle informazioni sottratte alle vittime.

Gamaredon ha aggiornato i malware PteroPSDoor e PteroVDoor affinché possano caricare i dati rubati su piattaforme compatibili con le API Amazon S3, tra cui Wasabi, Tebi e Intercolo, mentre il tool PteroBox continua a utilizzare Dropbox.

Dal punto di vista della difesa informatica, questa tecnica rende molto più complessa l’individuazione del traffico malevolo, che può apparire come normale utilizzo di servizi cloud ampiamente diffusi nelle organizzazioni.

Per i team di cybersecurity, il fenomeno conferma come il monitoraggio delle sole destinazioni IP sospette non sia più sufficiente: diventa sempre più importante analizzare il comportamento delle applicazioni e i flussi di dati.

Telegram, Mastodon e Dropbox utilizzati come “dead drop”

Un’altra tecnica documentata da ESET riguarda il ricorso ai cosiddetti dead drop online, una pratica mutuata dallo spionaggio tradizionale.

Anziché inserire direttamente nei malware l’indirizzo del server di comando e controllo, gli operatori pubblicano tali informazioni su servizi perfettamente legittimi. Il malware recupera quindi le istruzioni da pagine pubbliche presenti su piattaforme come Telegram, Dropbox, DEV Community, Mastodon e altri servizi online, per poi collegarsi successivamente ai server effettivamente utilizzati dagli attaccanti.

Questo approccio consente di aumentare la resilienza dell’infrastruttura e ridurre le possibilità di rilevamento.

Collaborazione tra gruppi APT filorussi

Il report mette inoltre in evidenza un elemento sempre più ricorrente nello scenario delle minacce: la collaborazione tra diversi gruppi riconducibili alla Russia.

Nel 2025 ESET ha osservato una cooperazione tra Gamaredon e Turla, storico gruppo APT noto per le proprie attività di cyber spionaggio.

I ricercatori ricordano inoltre precedenti collaborazioni con InvisiMole e segnalano anche casi in cui il gruppo UAC-0099 avrebbe svolto le attività di compromissione iniziale, trasferendo successivamente gli accessi ottenuti a Sandworm, altro attore già noto per operazioni di cyber warfare.

Secondo ESET, questa specializzazione delle attività suggerisce un modello operativo sempre più strutturato, nel quale diversi gruppi condividono competenze e infrastrutture per massimizzare l’efficacia delle campagne.

Spear phishing più frequente e infrastrutture più resilienti

Nel secondo semestre del 2025 Gamaredon ha inoltre intensificato le campagne di spear phishing, aumentandone sia la frequenza sia la portata.

Parallelamente il gruppo ha rafforzato la propria infrastruttura di rete ricorrendo a servizi di Dynamic DNS (DDNS), Platform as a Service (PaaS), tunnel e worker per mascherare i server di comando e controllo.

Secondo i ricercatori di ESET, l’insieme di queste tecniche dimostra una crescente maturità operativa e conferma come gli attori APT stiano sfruttando sempre più infrastrutture cloud e servizi legittimi per rendere più difficile l’individuazione delle proprie attività.

Per le organizzazioni, il report evidenzia la necessità di affiancare ai tradizionali strumenti di difesa un monitoraggio continuo dei comportamenti anomali, dell’utilizzo dei servizi cloud e delle tecniche di evasione adottate dai gruppi di cyber spionaggio più evoluti.

Per ulteriori dettagli su Gamaredon e sulle attività nel 2025, consultare il white paper “Gamaredon in 2025: Leveraging tunnels, workers, dead drops, and new alliances,” disponibile su WeLiveSecurity.com

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Zscaler amplia Project AI-Guardian: più interoperabilità per la sicurezza dell’intelligenza artificiale enterprise https://www.datamanager.it/2026/07/zscaler-amplia-project-ai-guardian-piu-interoperabilita-per-la-sicurezza-dellintelligenza-artificiale-enterprise/ Sun, 12 Jul 2026 13:58:57 +0000 https://www.datamanager.it/?p=253878 L’azienda estende il proprio ecosistema di partnership ai principali player del cloud, dell’AI e dell’infrastruttura per offrire un modello di sicurezza Zero Trust capace di proteggere workflow, dati e applicazioni basate sull’intelligenza artificiale. La rapida diffusione dell’intelligenza artificiale generativa e degli agenti AI sta cambiando profondamente il modo in cui le aziende sviluppano applicazioni, automatizzano […]

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L’azienda estende il proprio ecosistema di partnership ai principali player del cloud, dell’AI e dell’infrastruttura per offrire un modello di sicurezza Zero Trust capace di proteggere workflow, dati e applicazioni basate sull’intelligenza artificiale.

La rapida diffusione dell’intelligenza artificiale generativa e degli agenti AI sta cambiando profondamente il modo in cui le aziende sviluppano applicazioni, automatizzano processi e gestiscono i dati. Parallelamente, cresce la complessità della sicurezza: applicazioni AI, modelli linguistici, servizi cloud e piattaforme SaaS introducono nuove superfici di attacco e rendono sempre più difficile mantenere visibilità e controllo.

Per rispondere a queste esigenze, Zscaler ha annunciato l’espansione di Project AI-Guardian, estendendo l’iniziativa anche ai partner delle alleanze tecnologiche. L’obiettivo è creare un ecosistema interoperabile capace di integrare la piattaforma Zero Trust Exchange e il portafoglio AI Protect con le principali tecnologie utilizzate nelle infrastrutture enterprise.

La sicurezza dell’AI richiede un approccio di ecosistema

Secondo Zscaler, la protezione dell’intelligenza artificiale non può più essere affidata a strumenti isolati.

L’adozione di modelli generativi, workflow agentici e servizi AI distribuiti rende infatti insufficiente l’approccio tradizionale basato su prodotti indipendenti che non condividono informazioni sul contesto, sulle identità e sulle policy di sicurezza.

L’estensione di Project AI-Guardian punta proprio a superare questa frammentazione, consentendo alle piattaforme di sicurezza di scambiarsi segnali di rischio e informazioni contestuali per applicare controlli coerenti lungo tutto il ciclo di vita delle interazioni AI.

Zero Trust Exchange al centro della governance dell’AI

Il cuore dell’iniziativa rimane Zero Trust Exchange, la piattaforma cloud-native di Zscaler attraverso la quale transitano le connessioni verso servizi, applicazioni e modelli di intelligenza artificiale.

Tra le funzionalità integrate figurano l’AI Access Graph, che mappa in tempo reale le relazioni tra utenti, identità, agenti AI, applicazioni e dati, oltre agli strumenti dedicati alla valutazione della superficie d’attacco e del rischio associato ai sistemi di AI.

L’architettura permette di verificare continuamente gli accessi, ispezionare i dati durante il loro trasferimento e applicare policy Zero Trust in tempo reale, estendendo lo stesso modello di controllo già adottato per utenti, workload e dispositivi anche alle interazioni con l’intelligenza artificiale.

Un ecosistema che coinvolge cloud provider e vendor AI

Con questa nuova fase del progetto, Zscaler amplia significativamente il proprio network di partner.

Tra le aziende coinvolte figurano AWS, Google Cloud, OpenAI, Databricks, CoreWeave, Equinix, Glean, Saviynt e Deep Cogito, oltre ai Global System Integrator già presenti nell’iniziativa, tra cui Cognizant, EY, HCLTech, Infosys, TCS, Wipro, Coforge e NTT DATA.

L’obiettivo è consentire alle diverse piattaforme di condividere informazioni sulla postura di sicurezza, sulle identità e sui rischi, permettendo che gli eventi rilevati da una soluzione possano attivare automaticamente meccanismi di enforcement sulle altre.

Quattro pilastri per proteggere l’AI enterprise

L’evoluzione di Project AI-Guardian si concentra su quattro aree considerate fondamentali per la sicurezza dell’AI aziendale.

La prima riguarda l’applicazione di controlli Zero Trust ai workflow AI, limitando gli accessi e definendo policy granulari per utenti, modelli e ambienti di sviluppo.

Il secondo pilastro è la protezione dei dati, con strumenti in grado di prevenire l’esfiltrazione di proprietà intellettuale, dati aziendali e informazioni sensibili attraverso prompt, dataset di addestramento e interazioni tra agenti AI.

Completano il framework una visibilità continua sull’intera impronta AI dell’organizzazione — incluse applicazioni di shadow AI, API e infrastrutture cloud — e un modello di integrazione pensato per accelerare l’implementazione delle soluzioni grazie a partnership tecnologiche già validate.

Sicurezza come acceleratore dell’adozione dell’AI

Per Zscaler, l’obiettivo finale non è soltanto aumentare il livello di protezione, ma consentire alle organizzazioni di adottare l’intelligenza artificiale con maggiore rapidità senza rinunciare a governance, conformità normativa e controllo dei dati.

In questo scenario, la sicurezza evolve da elemento di difesa a componente abilitante della trasformazione digitale, attraverso un modello aperto e interoperabile che punta a diventare il riferimento per la protezione dell’ecosistema AI enterprise.

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Saldi estivi 2026: cresce il rischio di frodi online, oltre 58.800 carte italiane compromesse nel 2025 https://www.datamanager.it/2026/07/saldi-estivi-2026-cresce-il-rischio-di-frodi-online-oltre-58-800-carte-italiane-compromesse-nel-2025/ Sat, 11 Jul 2026 13:51:31 +0000 https://www.datamanager.it/?p=253871 L’analisi di Yarix (Var Group) evidenzia come i periodi di forte incremento degli acquisti online coincidano con un aumento delle campagne cyber basate su e-commerce fraudolenti. L’Italia è quarta in Europa per numero di carte di credito compromesse. Con l’avvio dei saldi estivi, previsto per il 4 luglio, aumenta anche l’esposizione degli utenti alle frodi […]

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L’analisi di Yarix (Var Group) evidenzia come i periodi di forte incremento degli acquisti online coincidano con un aumento delle campagne cyber basate su e-commerce fraudolenti. L’Italia è quarta in Europa per numero di carte di credito compromesse.

Con l’avvio dei saldi estivi, previsto per il 4 luglio, aumenta anche l’esposizione degli utenti alle frodi informatiche legate allo shopping online. A lanciare l’allarme è Yarix, centro di competenza per la cybersecurity di Var Group, che nel proprio Y-Report 2026 evidenzia come i periodi caratterizzati da elevati volumi di acquisti rappresentino uno dei momenti preferiti dai cybercriminali per diffondere siti e-commerce contraffatti e campagne di phishing finalizzate al furto dei dati di pagamento.

Oltre 58.800 carte italiane finite nei mercati criminali

Secondo il report, nel corso del 2025 sono state individuate 58.800 carte di credito riconducibili a istituti bancari italiani in vendita o in circolazione all’interno di marketplace del dark web e gruppi Telegram privati utilizzati dalla criminalità informatica.

Le carte sottratte vengono successivamente sfruttate per effettuare pagamenti su piattaforme che non adottano sistemi di autenticazione avanzata, come il protocollo 3D Secure, oggi considerato uno degli strumenti più efficaci per limitare le frodi nelle transazioni online.

I dati collocano l’Italia al quarto posto in Europa, dietro Regno Unito, Francia e Spagna, e al dodicesimo posto nel mondo per numero di carte compromesse. A livello globale il Team Cyber Threat Intelligence (YCTI) di Yarix ha identificato oltre 5,5 milioni di carte violate, pari a più di 15.300 nuove compromissioni ogni giorno.

Non solo carte di credito: cresce anche il mercato illecito degli IBAN

L’analisi evidenzia come il fenomeno non riguardi esclusivamente le carte di pagamento.

Nel 2025 il team YCTI ha raccolto oltre 37.100 codici IBAN univoci utilizzati in attività illecite a livello mondiale. Di questi, 5.483 appartengono a soggetti italiani, un dato che colloca il nostro Paese al secondo posto in Europa, preceduto soltanto dalla Spagna e seguito dalla Germania.

L’emersione di questi dati conferma come le credenziali finanziarie continuino a rappresentare uno degli asset più ricercati dai gruppi cybercriminali, alimentando frodi, riciclaggio e campagne di social engineering sempre più sofisticate.

I falsi e-commerce restano una delle minacce principali

Secondo Yarix, uno degli strumenti più utilizzati durante i periodi di forte attività commerciale rimane la creazione di siti e-commerce fraudolenti, spesso molto simili ai portali ufficiali dei principali brand.

Le campagne sfruttano offerte particolarmente aggressive, prodotti molto richiesti e sconti fuori mercato per convincere gli utenti a inserire i dati della carta di credito o altre informazioni sensibili.

Il rischio aumenta ulteriormente quando gli utenti raggiungono questi siti attraverso link ricevuti via e-mail, SMS, messaggi istantanei o social network, tecniche ormai consolidate nelle campagne di phishing.

Le buone pratiche per acquistare online in sicurezza

Per ridurre il rischio di compromissione dei dati di pagamento, Yarix raccomanda alcune misure preventive:

  • acquistare esclusivamente da siti ufficiali o rivenditori affidabili;
  • evitare di inserire i dati della carta su portali sconosciuti o poco attendibili;
  • non comunicare mai informazioni bancarie via telefono, SMS, e-mail o messaggi contenenti link;
  • diffidare di offerte con sconti eccessivi, soprattutto superiori al 30-40% rispetto al prezzo di mercato;
  • verificare la reputazione degli e-commerce consultando recensioni indipendenti;
  • utilizzare, quando disponibili, carte virtuali o temporanee per limitare l’impatto di eventuali compromissioni;
  • controllare sempre il dominio del sito, la presenza della connessione HTTPS e delle informazioni aziendali obbligatorie, comprese le policy su resi, spedizioni e trattamento dei dati personali.

La cybersecurity passa anche dalla consapevolezza degli utenti

L’incremento degli attacchi in occasione dei saldi conferma come la sicurezza digitale non dipenda esclusivamente dalle tecnologie di protezione adottate dalle organizzazioni, ma anche dal comportamento degli utenti.

Per aziende, istituti finanziari e operatori dell’e-commerce diventa quindi sempre più importante affiancare agli strumenti di prevenzione programmi di sensibilizzazione e formazione, contribuendo a ridurre il successo delle campagne di phishing e delle frodi online che continuano a colpire consumatori e imprese durante i periodi di maggiore attività commerciale.

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Il backup nel mirino dei cybercriminali: perché la capacità di recupero dei dati è diventata la nuova frontiera della sicurezza https://www.datamanager.it/2026/07/il-backup-nel-mirino-dei-cybercriminali-perche-la-capacita-di-recupero-dei-dati-e-diventata-la-nuova-frontiera-della-sicurezza/ Sat, 11 Jul 2026 12:53:06 +0000 https://www.datamanager.it/?p=253875 A cura di Donato Ceccomancini, Country Manager Italia di Infinidat, società del Gruppo Lenovo Per molto tempo il backup è stato considerato il pilastro fondamentale di qualsiasi strategia di protezione dei dati. Disporre di una copia delle informazioni aziendali era ritenuto sinonimo di sicurezza e rappresentava una garanzia sufficiente per proteggersi da guasti, errori umani […]

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A cura di Donato Ceccomancini, Country Manager Italia di Infinidat, società del Gruppo Lenovo

Per molto tempo il backup è stato considerato il pilastro fondamentale di qualsiasi strategia di protezione dei dati. Disporre di una copia delle informazioni aziendali era ritenuto sinonimo di sicurezza e rappresentava una garanzia sufficiente per proteggersi da guasti, errori umani o interruzioni dei sistemi.

Oggi questo paradigma non è più sufficiente. L’evoluzione delle minacce informatiche ha modificato profondamente il ruolo del backup, trasformandolo da semplice strumento di protezione a elemento centrale della resilienza informatica. Non è un caso che i cybercriminali abbiano iniziato a prendere sempre più di mira i repository di backup: compromettere le copie di sicurezza significa impedire alle organizzazioni di ripristinare rapidamente dati e applicazioni critiche, aumentando significativamente il proprio potere di ricatto nel corso di un attacco.

Lo scenario italiano riflette chiaramente questa evoluzione. Secondo il Rapporto Clusit 2026, nel 2025 gli attacchi informatici gravi contro organizzazioni italiane sono cresciuti del 42%, mentre l’Agenzia per la Cybersicurezza Nazionale continua a evidenziare ransomware, phishing e compromissione delle infrastrutture digitali tra le principali minacce per il Paese.

Questi dati evidenziano una realtà sempre più difficile da ignorare: la sfida non consiste più soltanto nel prevenire gli attacchi informatici, ma nel garantire che le organizzazioni possano continuare a operare anche quando un incidente si verifica. In altre parole, la domanda non è più se un’azienda subirà un attacco informatico, ma quando e con quale frequenza.

Il cambio di prospettiva sta portando molte aziende a riconsiderare il ruolo del backup. Se in passato l’obiettivo era semplicemente disporre di una copia di sicurezza dei dati critici, oggi la priorità è garantire che tali copie rimangano integre, immutabili e realmente disponibili nel momento del bisogno.

Questo cambiamento sta trasformando profondamente anche il modo in cui vengono progettate le strategie di protezione dei dati. Molte delle infrastrutture esistenti sono state sviluppate per far fronte a eventi accidentali, come guasti hardware o errori operativi. I moderni attacchi ransomware e malware, però, seguono logiche completamente diverse: prendono deliberatamente di mira gli ambienti di backup, tentano di compromettere snapshot e repository e mirano a eliminare qualsiasi possibilità di ripristino dei dati.

Per questo motivo si parla sempre meno di semplice data protection e sempre più di cyber resilience. Non si tratta di un semplice cambiamento terminologico. Proteggere i dati significa conservarli; essere cyber resilienti significa garantire la continuità operativa anche durante un attacco, assicurando la possibilità di ripristinare rapidamente informazioni e applicazioni critiche.

In questo contesto, stanno evolvendo in modo significativo anche i criteri con cui vengono valutate le infrastrutture di storage e backup. Caratteristiche come l’immutabilità delle copie, l’isolamento dei dati, il rilevamento tempestivo di comportamenti anomali e la capacità di ripristino rapido stanno diventando importanti quanto, se non più, della semplice possibilità di archiviare grandi volumi di dati.

La crescente attenzione verso la cyber resilience sta inoltre ridefinendo il ruolo dello storage all’interno delle moderne architetture IT. Sempre più aziende sono alla ricerca di piattaforme in grado di integrare funzionalità di protezione direttamente nell’infrastruttura di enterprise storage, contribuendo a ridurre la superficie di attacco e garantendo al tempo stesso la disponibilità dei dati, anche negli scenari più critici.

Questa è una trasformazione che si osserva quotidianamente nel confronto con imprese di settori molto diversi tra loro. Oggi le aziende chiedono infrastrutture sempre più semplici da gestire, ma soprattutto capaci di garantire continuità operativa anche in presenza di eventi imprevisti e attacchi informatici. Per questo motivo Infinidat continua a investire nello sviluppo di soluzioni di cyber storage resilience e cyber storage recovery, progettate per aiutare le imprese a proteggere i dati critici e ad accelerarne il ripristino quando è più necessario.

La domanda che ogni organizzazione dovrebbe porsi non è quindi se dispone di un sistema di backup, ma se quel sistema sarà realmente in grado di garantire la disponibilità dei dati quando tutto il resto smette di funzionare.

Oggi il vero valore di una strategia di data protection di ultima generazione si misura nella capacità di ripristinare rapidamente dati critici e servizi essenziali. La differenza tra limitarsi a sopravvivere a un attacco e superarlo con un impatto minimo sulla continuità del business dipende sempre meno dal numero di copie disponibili e sempre più dalla rapidità e dall’efficacia con cui tali copie possono essere ripristinate.

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