SPID – Data Manager Online https://www.datamanager.it Il portale dell'ICT professionale Thu, 14 Mar 2024 18:38:30 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=5.8.13 https://www.datamanager.it/wp-content/uploads/2020/04/dmo-favicon3.png SPID – Data Manager Online https://www.datamanager.it 32 32 Come recuperare lo SPID: la guida passo passo per tutti i provider https://www.datamanager.it/2024/03/come-recuperare-lo-spid-la-guida-passo-passo-per-tutti-i-provider/ Fri, 15 Mar 2024 18:11:23 +0000 https://www.datamanager.it/?p=235684 Se hai dimenticato le tue credenziali SPID e ti stai chiedendo come recuperare SPID, non temere. Questo articolo ti guiderà attraverso la procedura per recuperare il tuo SPID passo dopo passo, per tutti i principali fornitori. Cosa fare se si perde lo SPID? Prima di tutto, è importante sapere cosa fare se si perde lo […]

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Se hai dimenticato le tue credenziali SPID e ti stai chiedendo come recuperare SPID, non temere. Questo articolo ti guiderà attraverso la procedura per recuperare il tuo SPID passo dopo passo, per tutti i principali fornitori.

Cosa fare se si perde lo SPID?

Prima di tutto, è importante sapere cosa fare se si perde lo SPID. Non c’è un metodo universale per recuperare le credenziali SPID: ogni provider ha le sue regole, quindi dovrai seguire le procedure specifiche del fornitore con cui hai attivato l’identità digitale.

La maggior parte dei gestori offre pagine dedicate all’autoassistenza o helpdesk telematici, che possono essere utilizzati anche per il recupero delle credenziali perdute.

Se non riesci a contattare il gestore della tua identità digitale SPID perché non ricordi il nome del provider, l’unica soluzione da tentare prima di procurarsi una nuova identità è quella di aprire un ticket sulla pagina di supporto HelpDesk SPID.

Come recuperare username e password dello SPID Namirial

Per recuperare le credenziali smarrite dello SPID Namirial, puoi utilizzare il servizio online messo a disposizione dal provider. Avrai bisogno del tuo codice identificativo SPID e del numero di cellulare associato all’identità digitale per recuperare il nome utente.

La procedura per il recupero della password è altrettanto semplice: inserendo il tuo nome utente, potrai ricevere una nuova password via email.

Recupero delle credenziali SPID con Poste Italiane

Se il tuo SPID è stato emesso da Poste Italiane, ci sono diverse procedure che puoi seguire per recuperare le tue credenziali:

  • Online, attraverso la pagina web dedicata allo scopo, che ti permette di recuperare il tuo nome utente e cambiare la password.
  • Tramite l’app PosteID, seguendo una procedura simile a quella online.
  • Chiamando il call center di Poste Italiane al numero 800 007777 e seguendo le istruzioni vocali.

SPID Aruba: recupero delle credenziali

Se il tuo provider SPID è Aruba, dovrai fare riferimento all’Area Selfcare del sito web di Aruba. Questo servizio online ti permette di recuperare il nome utente o creare una nuova password in caso di smarrimento. Avrai bisogno dell’indirizzo email associato allo SPID per completare il processo.

Come recuperare lo SPID Register

Se il tuo SPID è stato emesso da Register, dovrai fare riferimento a due diverse sezioni dell’Area Selfcare del sito web di Register:

Se non hai accesso all’indirizzo email o al numero di cellulare associati all’identità digitale, dovrai contattare il servizio clienti del gestore.

SPID InfoCert: come recuperare le credenziali smarrite

Per recuperare la password dello SPID InfoCert, basta inserire il tuo nome utente nella pagina dedicata e seguire le istruzioni. Se non ricordi il nome utente, puoi utilizzare il servizio alternativo di recupero password, che ti permette di inviare la richiesta inserendo semplicemente l’indirizzo email usato in fase di registrazione.

Come recuperare lo SPID se hai cambiato email o cellulare?

Se hai cambiato il tuo indirizzo email o il numero di cellulare associati all’identità digitale SPID, il recupero delle tue credenziali può diventare più complicato. Alcuni provider permettono di aggiornare le tue informazioni in qualsiasi momento, mentre altri non contemplano questa possibilità.

In molti casi, l’unica soluzione consiste nel creare una nuova identità digitale. Se decidi di restare con il tuo vecchio provider, è buona pratica revocare la vecchia identità prima di procedere con la creazione della nuova.

Ricorda che attualmente non ci sono limiti al numero di SPID che un cittadino può attivare: l’unica regola da seguire, oltre al buon senso, è che ogni indirizzo email può essere associato esclusivamente a uno SPID. Lo stesso numero di cellulare, invece, può essere utilizzato per la creazione di diversi SPID.

In conclusione, perdere le tue credenziali SPID può essere frustrante, ma non è la fine del mondo. Ci sono molte procedure disponibili per aiutarti a recuperare le tue credenziali, quindi non perdere la speranza! Con un po’ di pazienza e seguendo le istruzioni fornite dal tuo provider, dovresti essere in grado di recuperare il tuo SPID in pochissimo tempo.

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Aruba lancia la campagna “SPID gratis per le imprese” https://www.datamanager.it/2017/12/aruba-lancia-la-campagna-spid-gratis-le-imprese/ Tue, 19 Dec 2017 17:30:58 +0000 http://www.datamanager.it/?p=137803 La società, unico Identity Provider a fornire le credenziali di autenticazione di terzo livello – L3, il massimo livello di sicurezza richiesto dai servizi che trattano dati sensibili, ha deciso di offrire il servizio gratis per facilitare l’adozione di SPID da parte di aziende, professionisti e ditte individuali Aruba PEC lancia una promozione dedicata a tutte […]

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La società, unico Identity Provider a fornire le credenziali di autenticazione di terzo livello – L3, il massimo livello di sicurezza richiesto dai servizi che trattano dati sensibili, ha deciso di offrire il servizio gratis per facilitare l’adozione di SPID da parte di aziende, professionisti e ditte individuali

Aruba PEC lancia una promozione dedicata a tutte le imprese italiane: fino al 31/05/2018 sarà possibile attivare sia Aruba ID che le credenziali di terzo livello (L3) gratuitamente.

Se ad oggi, infatti, tutti i cittadini hanno la possibilità di attivare e mantenere le proprie credenziali SPID di primo (L1) e secondo livello (L2) gratuitamente, da questo momento con Aruba ID, anche tutte le imprese potranno fare altrettanto: la promozione ‘SPID Gratis per le imprese’ prevede infatti che tutti i soggetti dotati di P.IVA possano attivare la propria identità digitale con un risparmio di 35€ per il primo anno.

Con questa promozione sarà possibile associare gratuitamente alla propria identità digitale direttamente le credenziali di livello 3 – che permettono di avere il livello massimo della sicurezza – con un ulteriore risparmio di 14,90€. Tali credenziali consentiranno l’accesso a servizi che trattano dati sensibili di terze parti e a tutti i servizi già accessibili con L1 e L2.

Per attivare il servizio SPID con credenziali L3 è necessario effettuare la procedura di riconoscimento che è completamente gratuita se si è in possesso Carta Nazionale dei Servizi (CNS), Tessera Sanitaria con CNS,  Carta di identità elettronica (CIE) oppure con un dispositivo di firma digitale o remota.

Come noto, il servizio SPID permette di disporre di un unico set di credenziali sicure per accedere direttamente online a tutti quei servizi attualmente offerti da enti ed istituzioni, tra cui l’Agenzia delle Entrate, l’INPS, il sistema delle Camere di Commercio che mette a disposizione ad esempio la Fatturazione Elettronica, SUAP – Sportello Unico per le Attività Produttive, Registro delle Imprese, Registro dell’Alternanza Scuola Lavoro e il Cassetto Digitale dell’imprenditore, utile alla consultazione di atti, bilanci, pratiche e dei fascicoli d’impresa. Tutti i servizi delle Pubbliche Amministrazioni accessibili con SPID sono disponibili su https://www.spid.gov.it/servizi.

”Siamo il primo Identity Provider a fornire credenziali di autenticazione SPID di terzo livello – L3, e abbiamo deciso di dedicare questa promozione a tutte le imprese ed aziende italiane per facilitare il loro ingresso nel mondo dei servizi digitali messi a disposizione dalla Pubblica Amministrazione, con la totale sicurezza del trattamento e certificazione dell’identità online – ha commentato Simone Braccagni, Amministratore Delegato di Aruba PEC – Questa è un’ulteriore conferma del nostro impegno nello sviluppo dei servizi utili all’identificazione nel mondo digitale.”

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SPID: Aruba è il primo Identity Provider a fornire credenziali di Terzo Livello https://www.datamanager.it/2017/09/spid-aruba-primo-identity-provider-fornire-credenziali-terzo-livello/ Fri, 15 Sep 2017 13:33:58 +0000 http://www.datamanager.it/?p=131004 Il livello 3 è quello di massima sicurezza previsto da AgID e, quindi, è richiesto per i servizi che trattano dati sensibili Aruba PEC, società del Gruppo Aruba, principale gestore di posta elettronica certificata, Certification Authority, Identity Provider SPID accreditato presso l’AgID ed inoltre accreditata come TSPq – Trust Service Provider qualificato – per la […]

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Il livello 3 è quello di massima sicurezza previsto da AgID e, quindi, è richiesto per i servizi che trattano dati sensibili

Aruba PEC, società del Gruppo Aruba, principale gestore di posta elettronica certificata, Certification Authority, Identity Provider SPID accreditato presso l’AgID ed inoltre accreditata come TSPq – Trust Service Provider qualificato – per la fornitura di servizi qualificati a livello europeo secondo il regolamento eIDAS – electronic IDentification Authentication and Signature, è il primo Identity Provider a fornire credenziali di Livello 3 all’interno del servizio di SPID.

Già ad inizio anno, Aruba ha rilasciato in produzione Aruba ID, servizio attraverso il quale tutti – privati cittadini, imprese e professionisti – possono ottenere la propria Identità SPID e accedere in modo semplice e sicuro, con un’unica login ai servizi online delle Pubbliche Amministrazioni.

Ad ogni Identità SPID possono essere associate credenziali con diversi livelli di sicurezza, che garantiscono che l’accesso ai servizi ed ai propri dati venga sempre effettuato nel modo più sicuro possibile. Il livello 1 permette di accedere ai servizi online attraverso un nome utente e una password scelti dall’utente; il livello 2, oltre al nome utente e password, richiede l’inserimento di un codice temporaneo di accesso, la One Time Password (OTP) generata attraverso un dispositivo (quale ad esempio, app mobile o token –  più comunemente detto ‘chiavetta’).

Prima tra tutti, Aruba ID consentirà di attivare una credenziale SPID di livello 3 che rappresenta il massimo livello di sicurezza, mediante la propria CNS (Carta Nazionale dei Servizi) o la firma remota o la tessera sanitaria con CNS (TS-CNS). Per ottenere una credenziale di livello 3 basterà associare alla propria identità SPID un dispositivo di firma digitale Aruba con CNS attiva o una firma remota o infine la tessera sanitaria con CNS attiva e dotata di chip e lettore.

L’acquisto delle credenziali di terzo livello ha un costo annuale di 14.90 euro + iva, mentre il servizio Aruba ID resta gratuito per i primi due anni per il cittadino ed ha un costo di 35 euro + iva per aziende e imprese. Sono inoltre disponibili soluzioni personalizzate per grandi clienti.

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Aruba PEC lancia il nuovo sito Pec.it https://www.datamanager.it/2017/07/aruba-pec-lancia-sito-pec-it/ Thu, 06 Jul 2017 13:48:58 +0000 http://www.datamanager.it/?p=128125 Nuova architettura delle informazioni per PEC, SPID e Firma Digitale Aruba PEC già Certification Authority per i servizi di firma digitale e Gestore PEC del Gruppo Aruba, ha rilasciato una nuova versione del sito www.pec.it, modificandone la fruizione da un punto di vista funzionale e grafico. Obiettivo del progetto di restyling è stato quello di […]

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Nuova architettura delle informazioni per PEC, SPID e Firma Digitale

Aruba PEC già Certification Authority per i servizi di firma digitale e Gestore PEC del Gruppo Aruba, ha rilasciato una nuova versione del sito www.pec.it, modificandone la fruizione da un punto di vista funzionale e grafico.

Obiettivo del progetto di restyling è stato quello di ottimizzare la navigazione del sito di Aruba PEC per favorire la fruibilità dei servizi e, di conseguenza, migliorare l’accessibilità alle soluzioni offerte a tutti i cittadini, imprese e professionisti che ormai quotidianamente utilizzano questi strumenti.

Tra le principali novità:

  • Una nuova architettura dell’informazione che ha, quindi, contribuito all’interazione con gli utenti: i contenuti sono più accessibili e maggiormente localizzabili data la nuova divisione in sezioni e categorie di prodotto;
  • Migliori interazioni dell’interfaccia, maggiormente intuitive e semplici da utilizzare;
  • Navigazione ottimizzata per dispositivi mobili e tablet, in modo da consentire la fruizione delle informazioni da qualunque luogo ed in qualunque momento;
  • Accesso in primo piano e migliore visibilità per i servizi più utilizzati, quali guide e webmail;
  • Speciale rilevanza dedicata alla sezione Soluzioni Business, in cui PEC, SPID e firma digitale diventano “customizzate” per le imprese più esigenti, grazie ad un canale commerciale ad hoc; soluzioni quali PEC multiutenza, PEC massiva e firma grafometrica.

A cornice delle implementazioni apportate, ed in seguito al positivo riscontro ricevuto in occasione di fiere quali ad esempio Forum PA, è stata data ulteriore rilevanza al servizio SPID – di cui Aruba PEC è Identity Provider accreditato –  con una sezione dedicata che favorisce l’interazione con gli utenti. A tal proposito, ulteriori feedback positivi da parte degli stessi, sono stati ricevuti nell’ambito di un sondaggio mirato, confermato anche attraverso l’analisi dei principali parametri di navigazione.

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CA Technologies, la sicurezza punta sull’identità https://www.datamanager.it/2016/10/ca-technologies-la-sicurezza-punta-sullidentita/ Thu, 27 Oct 2016 10:04:08 +0000 http://www.datamanager.it/?p=112447 Una ricerca condotta recentemente in più di 20 Paesi tra cui l’Italia indica che oggi che l’identità digitale è il nuovo perimetro della sicurezza, e CA Technologies propone la nuova Acceleration Suite per favorire l’utilizzo di SPID “The Security Imperative”. Inutile girarci attorno: la sicurezza IT è sempre più al centro dell’attenzione. Ecco perché non […]

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Una ricerca condotta recentemente in più di 20 Paesi tra cui l’Italia indica che oggi che l’identità digitale è il nuovo perimetro della sicurezza, e CA Technologies propone la nuova Acceleration Suite per favorire l’utilizzo di SPID

“The Security Imperative”. Inutile girarci attorno: la sicurezza IT è sempre più al centro dell’attenzione. Ecco perché non appare ambizioso il titolo della ricerca condotta recentemente per conto di CA Technologies da Coleman Parkes, e volta intervistando in 21 Paesi, tra cui l’Italia, 1.770 responsabili aziendali, compresi numerosi diretti interessati, cioè CSO, Chief Security Officer, e CISO, Chief Information Security Officer. Scopo della ricerca era quello di valutare lo stato della security nell’application economy, anche per comprendere se le esigenze irrinunciabili della sicurezza possono ostacolare o meno la crescita del business, soprattutto alla luce del fatto che un elevato livello di esperienza utente è sempre più cruciale nelle strategie.

Un tiro alla fune

“Oggi, nell’era dell’app economy, la sfida è quella di capire quali misure utilizzare per soddisfare tutte le esigenze, in quella sorta di continuo tiro alla fune che si verifica tra la sicurezza e il time to market”, ha commentato Fabrizio Tittarelli, CTO di CA Technologies Italia nel presentare a Milano la ricerca. Dalla quale il nostro Paese non è uscito poi tanto male, se per esempio il 45 per cento circa delle aziende italiane intervistate ha registrato una diminuzione delle violazioni di dati subite nel corso dell’ultimo anno (l’indagine si è svolta tra maggio e giugno scorsi): si tratta della percentuale è la più alta rilevata fra tutti i Paesi dell’area Emea. Così come è più elevata, sempre nell’area Emea, la quota, pari al 67 per cento, ovvero due su tre, delle aziende italiane che si avvale di un approccio predittivo o proattivo per contrastare le violazioni. Un approccio che, nelle parole di CA Technologies, “rappresenta un requisito indispensabile per realizzare una strategia di sicurezza informatica incentrata sull’identità digitale, che serve sia a proteggere sia ad abilitare il business nell’odierno mondo multicanale e multipiattaforma, dove il nuovo perimetro è rappresentato proprio dall’identità.

Esperienza utente fluida

L’identità digitale, cioè “chi”, e non più solo “cosa”, cioè il perimetro diventa quindi il centro della nuova strategia della sicurezza IT, in quanto le app, soprattutto quelle mobili, hanno allargato notevolmente il vecchio perimetro. Ma questa ridefinizione dell’ambito della security non deve andare a scapito dell’esperienza utente: “la customer experience deve rimanere il più possibile fiction-less, ovvero fluida e senza punti di attrito, e questo può accadere quanto più si punta sull’identità”, ha sottolineato Tittarelli, forte anche di alcuni dati della ricerca che vedono l’Italia molto consapevole di queste esigenze. Posizionandosi ancora una volta in cima all’area Emea, l’88 per cento del campione italiano ha infatti sostenuto che la sicurezza incentrata sull’identità sia cruciale per il business, mentre per l’85 per cento la sicurezza non deve creare ostacoli o influire negativamente sull’esperienza dell’utente e, soprattutto, per il 91 per cento la sicurezza deve proteggere e nel contempo abilitare il business.

La sicurezza “identity centric”

“Questi dati dimostrano che la sicurezza incentrata sull’identità è una vera e propria killer application per la trasformazione digitale delle aziende italiane,” ha proseguito Tittarelli, sottolineando che “la sicurezza ‘identity centric’, ovvero incentrata sull’identità digitale, applica misure sistematiche di protezione ai diversi canali di interazione tra l’azienda e i suoi clienti, partner e dipendenti, e che soprattutto consente di evitare che le procedure di protezione alterino l’interazione tra azienda e utenti”. Si tratta in sostanza di un approccio che richiede l’implementazione di controlli adattivi per la gestione delle identità e degli accessi, e l’adozione di controlli proattivi e predittivi per la prevenzione e l’individuazione delle violazioni di dati. Ma c’è un aspetto da tener presente: secondo l’indagine di Coleman Parkes, solo il 24 per cento delle aziende italiane intervistate avrebbe già messo in atto sistemi di controllo di tipo adattivo, mentre un ancora più esiguo 15 per cento ha dichiarato di aver adottato strumenti e processi di tipo predittivo. Va un po’ meglio per quanto riguarda gli strumenti proattivi, cioè quelli che analizzano in profondità e reagiscono in tempi reali a eventi e incidenti, visto che ne fa uso un’azienda su due, per l’esattezza il 52 per cento.

Nasce l’Acceleration Suite per SPID

Va verso l’agevolazione di un approccio sempre più orientato all’identità, la nuova soluzione di CA Technologies: con Acceleration Suite per SPID, spiega l’azienda, “i Service Provider, come le pubbliche amministrazioni e i privati fornitori di servizi digitali per il cittadino, potranno semplificare e velocizzare il processo di adeguamento tecnologico necessario per aderire al Sistema Pubblico per la Gestione dell’Identità Digitale, SPID”. L’offerta Acceleration Suite per SPID, basata su servizi CA e sui software CA API Gateway e CA Directory, prevede una modalità plug & play per velocizzare il più possibile le procedure connesse a SPID, che come noto prevede credenziali uniche per l’accesso, erogate dagli identity provider certificati (a oggi lo sono InfoCert, Poste Italiane, Sielte e Tim). “Per aderire a SPID, fino a oggi era necessario compiere lunghi e onerosi sviluppi interni o utilizzare soluzioni complesse. Acceleration Suite per SPID consente invece di completare velocemente il processo di accreditamento all’infrastruttura, con costi commisurati alle previsioni di accesso da parte dei cittadini”, ha concluso Fabrizio Tittarelli.

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Aruba PEC è Identity Provider per SPID https://www.datamanager.it/2016/07/aruba-pec-identity-provider-spid/ Thu, 28 Jul 2016 13:52:14 +0000 http://www.datamanager.it/?p=106884 La Trust Service Provider del Gruppo, Aruba PEC, gestirà il servizio di generazione e rilascio delle credenziali SPID sia per i cittadini, sia per le imprese, ai fini di accedere ed utilizzare i servizi online delle Pubbliche Amministrazioni Aruba PEC, già Certification Authority per i servizi di firma digitale e Gestore PEC del Gruppo Aruba, […]

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spid

La Trust Service Provider del Gruppo, Aruba PEC, gestirà il servizio di generazione e rilascio delle credenziali SPID sia per i cittadini, sia per le imprese, ai fini di accedere ed utilizzare i servizi online delle Pubbliche Amministrazioni

Aruba PEC, già Certification Authority per i servizi di firma digitale e Gestore PEC del Gruppo Aruba, ha ottenuto l’accreditamento come Identity Provider (IdP), comprovando la sua affidabilità societaria, tecnica e organizzativa così come richiesto dalla normativa, ed è quindi abilitata alla distribuzione delle credenziali di autenticazione SPID.

Il sistema SPID permette a tutti i cittadini, imprese e professionisti di richiedere le credenziali di autenticazione SPID da utilizzare per autenticarsi nei servizi messi a disposizione in rete da parte della Pubblica Amministrazione e – a breve – anche in ulteriori servizi di privati, come ad esempio quelli bancari. SPID garantisce, quindi, l’autenticazione certa dei cittadini quando accedono ai servizi online.

I cittadini, quindi, con la stessa credenziale di accesso, potranno accedere ed utilizzare una serie di servizi erogati da fornitori quali Amministrazioni Pubbliche locali, regionali e nazionali, istituzioni ed enti, facilitando così gli iter burocratici ed accorciando le distanze tra i vari attori. In altre parole, i cittadini potranno, attraverso lo stesse credenziali di autenticazione, accedere a una vasta gamma di servizi, dal pagamento di bolli ed imposte, a servizi come mense scolastiche ed assistenza sanitaria.

L’accreditamento testimonia il continuo impegno dell’Azienda nell’ambito della certificazione dell’identità online nel rispetto dei massimi livelli di sicurezza. Il sito dedicato è consultabile all’indirizzo www.spid.cloud

[blockquote style=”4″]“Il Sistema SPID è un sistema avanguardistico che cambierà l’esperienza degli utenti nei confronti della PA migliorando la fruibilità dei servizi – ha commentato Stefano Cecconi, Amministratore Delegato di Aruba S.p.A. – Si tratta di un passaggio importante per la digitalizzazione della PA ma anche per il diffondersi dei servizi in rete, sia pubblici che privati, sempre nell’ottica della semplificazione e dell’usabilità: per questo ci stiamo preparando al meglio per rilasciare un sistema in grado di gestire ed erogare credenziali nel modo più semplice e sicuro possibile.”[/blockquote]

 

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#SiamoForty: Visioni del futuro https://www.datamanager.it/2016/07/siamoforty-visioni-del-futuro/ Tue, 19 Jul 2016 08:46:59 +0000 http://www.datamanager.it/?p=106103 Dal personal computer al personal data center. La spinta alla separazione tra i livelli fisici e logici delle infrastrutture ci porta verso un’informatica sempre più agile e pervasiva, con conseguenze distruttive e ricombinanti su un’economia di impresa che dovrà far tesoro delle competenze dei CIO per riorganizzarsi Prevedere il futuro della tecnologia è un esercizio […]

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Dal personal computer al personal data center. La spinta alla separazione tra i livelli fisici e logici delle infrastrutture ci porta verso un’informatica sempre più agile e pervasiva, con conseguenze distruttive e ricombinanti su un’economia di impresa che dovrà far tesoro delle competenze dei CIO per riorganizzarsi

Prevedere il futuro della tecnologia è un esercizio quasi sempre vano, per non dire fallimentare. Il futuro, per definizione, ti arriva alle spalle, quando meno te l’aspetti, ti supera a destra, ti spiazza, e te lo trovi di colpo davanti. Allora iniziano i problemi perché sei costretto ad adeguarti e adeguarsi è sempre un’operazione costosa e sofferta. Oggi, però la tecnologia viaggia molto in fretta, una parte del suo futuro è già quasi a portata di mano, fa capolino dai progetti open source più avanzati, cuoce lentamente ma continuamente nei pentoloni della Ricerca e Sviluppo dei grandi nomi del software. La seconda parte della nostra discussione è dedicata a questo futuro, ai trend informatici che già si stanno delineando e che le aziende più illuminate hanno già cominciato ad adottare, spesso ponendosi alla guida di grandi progetti software di tipo infrastrutturale. Le aziende e i vendor seduti al tavolo di Data Manager hanno percorso questi trend, cercando di tracciare gli scenari più probabili dell’informatica professionale che vedremo in azione nei prossimi anni, delle nuove dinamiche di mercato che la tecnologia sta rendendo possibili, creando un nuovo sistema di relazioni tra vendor di componenti e hardware, sviluppatori software, rivenditori, system integrator, provider di servizi e aziende che proprio in virtù della Terza Piattaforma sono chiamate a svolgere ruoli sempre più partecipativi, in un ecosistema che vedrà coinvolti tutti questi attori. Numerosi e molto stimolanti i punti che sono stati messi sul tavolo. Uno di questi riguarda le conseguenze più estreme della virtualizzazione, evoluzione del data center aziendale e della sua centralità. Siamo davanti al tramonto delle grandi infrastrutture proprietarie?

Le questioni sono tante anche nella PA. Come l’urgenza di una commissione parlamentare che si occupi di innovazione e di un Ministero ad hoc in grado di affrontare i temi del diritto di accesso e della rete neutrale, dell’identità digitale, della concorrenza tra gli operatori e dell’apertura del sistema pubblico ai privati. Secondo Stefano Quintarelli, imprenditore high-tech, pioniere di Internet e attualmente deputato e presidente del Comitato di indirizzo dell’Agenzia per l’Italia digitale (AgID), in video collegamento dalla Camera – «molte PA non sono in grado di dialogare e spesso non scambiano i dati tra loro. SPID dovrebbe eliminare queste ridondanze, queste inefficienze». E parlando di futuro, la sfida più grande resta quella di costruire il domani, per usare il titolo del suo ultimo libro. Per Quintarelli, che a sua volta cita William Gibson, forse il futuro è già qui, è solo distribuito male. «E questa differenza di passo, fa sì che in tutti i settori dell’economia si stiano realizzando trasformazioni che da un lato creano grandi opportunità di benessere e di miglioramento della qualità della vita, dall’altro presentano nuove prove per la società umana. E la più importante disomogeneità sta nella differenza di passo tra lo sviluppo delle attività economiche e la lentezza delle istituzioni a comprendere e a creare un’adeguata risposta normativa capace di sfruttare la nuova “dimensione immateriale” a favore di tutta la società».


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VIRTUALIZZAZIONE ESTREMA

La virtualizzazione ci introduce in una sorta di meta-ambiente informatico che va oltre le barriere di interoperabilità degli attuali “standard” architetturali hardware e dei sistemi operativi con strumenti “disruptive” come i software container. Oggi, l’informatica agile può avvalersi di tool di virtualizzazione, nati in ambito open source, che rendono possibili livelli impensabili di flessibilità nella gestione dei carichi di lavoro, con ulteriore ottimizzazione dei costi rispetto alla prima fase di virtualizzazione dei server fisici. Una rivoluzione che va a vantaggio di tutti i comparti che fanno affidamento sulla potenza di calcolo transazionale. Da questi fenomeni, sta gradualmente emergendo una nuova geometria applicativa da cui affiorano la cosiddetta API economy e un business digitale sempre più basato su un grande ecosistema di “microservizi” ed esposizione di dati aziendali. Le imprese focalizzate su un determinato business si trovano ormai a generare informazioni dirette o indirette (per esempio sul comportamento dei loro clienti, o sul funzionamento dei loro servizi) che la tecnologia permette di aggregare e riutilizzare per nuovi filoni di business. Ma le informazioni grezze possono essere “esposte”, o cedute, a beneficio di terze parti che potranno a loro volta sviluppare attività, anche del tutto collaterali, in contesti B2B, B2C o B2B2C. In campo manifatturiero si sta sviluppando il concetto di Fabbrica 4.0, quella in cui gli atomi dei prodotti industriali portano con sé una dose grande o piccola di bit, di intelligenza digitale, abilitando nuove prospettive per l’industria della produzione, gli smart product, la robotica e gli oggetti autonomi. Dal veicolo senza guidatore, alla fabbrica intelligente, le microcentrali di energia, la smart city. L’intelligenza “embedded” in tutti i prodotti industriali, persino nei tessuti e nei materiali di rivestimento, e in tutti i processi, inclusa l’edilizia dei prefabbricati o delle abitazioni “progettate” con tecniche 3D, aprirà una serie di impensabili nuove frontiere.

LA PERDITA DELLA CENTRALITÀ

Come sarà, in definitiva, l’informatica che si appresta a traguardare l’era della Internet of Everything, del mondo come computer? L’arrivo di un personal computer su ogni scrivania preconizzato dai pionieri della microinformatica, la crescita esponenziale della potenza dei server dipartimentali prima e delle server farm poi, fino all’avvento del cloud computing e del “data center as a computer”, ci hanno traghettato in un mondo molto lontano dalla centralità, dalla piena coincidenza tra risorse fisiche e logiche che Data Manager aveva raccontato ai suoi esordi. Che cosa succederà quando le informazioni cominceranno a fluire tra decine di miliardi di persone, esseri viventi, oggetti, nei punti geografici più diversi, in ambienti fissi o in movimento, ma tutti invariabilmente connessi?

Fabio Rizzotto, senior research and consulting director di IDC Italia, aiuta a definire i temi in discussione citando quelle che a suo parere sono già alcune tendenze che, dalla sua finestra di osservatore degli effetti della tecnologia sulla vita e l’operatività delle aziende, stanno già maturando negli incubatori delle imprese più innovatrici, proprio a partire dall’informatica della Terza Piattaforma. Rizzotto mostra una prima slide che indica una mappa di queste tematiche applicative, – Internet of Things, 3D printing, cognitive computing – i cosiddetti acceleratori della Terza Piattaforma, che prendono gradualmente piede, magari con sperimentazioni limitate, fino a diventare completamente “mainstream”. «Non c’è il tempo per esplorarli tutti, ma l’idea è che questi fenomeni sono già parte integrante del nostro modo di essere». L’elemento che deve interessare in modo particolare il management delle aziende e i loro responsabili tecnologici è duplice, sottolinea Rizzotto. «Un’azienda deve essere in grado di valutare se determinate evoluzioni hanno un impatto diretto sui propri obiettivi di business e una ripercussione sull’organizzazione. Ma è fondamentale sapere anche se esse avranno un impatto dentro l’ecosistema in cui si muovono, perché forse quello che ancora non ci è chiaro è come eventuali competitor e nuovi attori potranno utilizzare, far leva su queste tecnologie da qui a tre, quattro anni, per scompaginare ulteriormente scenari già oggi scompaginati».


Stefano Quintarelli @AgidGov Il futuro è già qui, è solo distribuito male
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SE ALLA GUIDA C’È UN ROBOT

Tutto, insomma, sarà sempre più interdipendente e sarebbe ingenuo guardare al futuro delle tecnologie come qualcosa che potrebbe non interessarci in prima persona, o smettere di porci domande sull’evoluzione che anche la “nostra” informatica, le “nostre” architetture dovranno subire. Il discorso si fa ancora più filosofico quando si prendono in esame le conseguenze di un mondo completamente digitalizzato, automatizzato e robotizzato, non solo sulle organizzazioni e i processi delle aziende, ma sulla funzione stessa del capitale umano. «Se tutto, intorno a noi, è digitale, saremo destinati a gestire solo le eccezioni?». Altri dubbi non mancano. Il digitale sarà in grado di sostenere l’economia mondiale? Quali saranno gli effetti sulle catene di valore e di fornitura, sulle norme che regolano tanti aspetti, incluso quello giuridico, della nostra vita? Provocatoriamente, Rizzotto cita un articolo di una rivista dedicata all’high-tech riferito alle auto senza guidatore: «Chi paga la multa se alla guida c’è un robot»?

In un contesto come il nostro, prosegue Rizzotto, vale però la pena segnalare alcuni fenomeni che impattano in particolare sul “motore” dell’IT, il data center e le infrastrutture tecnologiche, temi in realtà già ampiamente dibattuti come il cloud, la virtualizzazione, il DevOps, i software container. «Forse, la domanda che dobbiamo rivolgerci oggi riguarda il ruolo che il data center come lo abbiamo concepito finora avrà nelle aziende che si misureranno negli scenari futuri» – afferma l’analista di IDC, mostrando una rappresentazione dello spettro delle tecnologie emergenti suddivisa in quattro comparti. Il primo riguarda i progressi costantemente maturati nel campo del silicio, da processori e memorie. Il secondo si riferisce alle macchine virtuali e altri tipi di “computing vehicles” sempre più evoluti. Poi abbiamo gli ambienti di automazione e orchestrazione, popolati da piattaforme open source che aprono la strada a un mondo di microservizi informatici. E infine, i modelli di accesso alle risorse informatiche dove, secondo Rizzotto, dovremo abituarci a un approccio ancora più ibrido e liquido per scelte che oggi si collocano tra due estremi più netti, data center “in house” o cloud pubblico.

La lezione riassuntiva che si può trarre da questo excursus, dice Rizzotto, è che insieme alle tecnologie che già affollano la cassa degli attrezzi del CIO, si stanno affacciando una serie di novità che potranno giocare un ruolo importante nell’abilitare gli acceleratori di cui si è parlato prima. «Che siano architetture storage estremamente scalabili, o database concepiti secondo logiche cloud, piuttosto che le cosiddette next generation application, ciò che emerge è una completa rottura degli schemi tradizionali su cui era costruita l’intera architettura dell’IT fino ad oggi». Una rottura basata su logiche che ci astraggono sempre più dall’infrastruttura hardware, per trascinarci verso un’economia legata al digitale e alla capacità di ricombinare, attraverso le API, le interfacce programmabili, i servizi resi possibili in milioni di applicazioni in mano a miliardi di utenti. Uno scenario sfidante per tutti i CIO, ma anche per la relazione che lega le aziende ai fornitori di tecnologie e servizi consulenziali.


Fabio Rizzotto @IDCItaly Business e IT. Emerge una completala rottura degli schemi
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DALLE APPLICAZIONI AI MICROSERVIZI

Al posto di rapporti non più ingessati come in passato ma pur sempre regolati da lunghi contratti formalizzati, la nuova informatica dei microservizi, delle API e dei carichi di lavoro dinamicamente orchestrati su infrastrutture sempre più “ibride”, con la potenza computazionale gradualmente distribuita tra “core” del data center e “edge” della periferia più prossima al cliente, si affermerà piuttosto un tema di “solution creation” fondato sul coinvolgimento di end user e fornitori in un composito ecosistema di progetti di co-design, co-innovazione, co-sviluppo. Con un’avvertenza finale rivolta alle aziende che per stare al passo della futura economia digitale dovranno acquisire nuovi talenti. Secondo le ricerche dell’Unione europea, nel 2018 sconteremo un gap a livello continentale, tra domanda e offerta di skill in ICT, pari a oltre 420mila esperti. No, i robot non possono fare tutto.

Molti degli spunti suggeriti durante la fase preparatoria di #SiamoForty nascono nelle conversazioni con Massimo Messina, head of group ICT di UniCredit e protagonista, insieme a tanti altri colleghi CIO delle tavole rotonde che Data Manager organizza da due anni in collaborazione con il gruppo bancario. Anche per questo abbiamo chiesto a Messina di rompere il ghiaccio e fornire la sua visione su alcuni concetti e definizioni di un’informatica vista in prospettiva, costretta a trasformarsi, mantenendo al contempo la barra dritta sulla continuità del business. «Si deve partire – afferma Messina – dalla competitività dell’azienda. La capacità di assorbire questi tipi di tecnologie è quindi legata alla capacità di competere sul mercato, in termini di prodotti generati e di costi sostenibili. Il fenomeno cui assistiamo è una biforcazione rispetto alla gestione tradizionale dell’IT e ciò che emerge è una modalità che può consentire una velocità molto diversa rispetto a oggi, con profili di costo molto più bassi. Il problema non è se si riesce o no a farsi contaminare internamente da questi processi, ma in quanto tempo e se il tempo definito sarà sufficiente per essere competitivi e vincere sul mercato».


Gloria Gazzano @AICA_1961 @snam Come creare un ecosistema dell’innovazione?
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ESTERNALIZZARE È INDISPENSABILE

A evolvere, aggiunge Messina, non è tanto il costo, ma il fattore criticità della tecnologia. In passato si doveva scegliere tra questa o quella tecnologia di storage, o su un determinato ambiente. «Ma alla fine il conto economico non cambiava. Oggi, cominciamo a parlare di cose che vanno fatte in un certo modo, o di non riuscire a farle per niente». Proviamo a partire, prosegue Messina, dalla parte infrastrutturale. «Io che ancora mi diletto a scrivere qualche riga di codice ho fatto un esperimento. Ho preso una macchina online, una bella macchina, 50 giga di storage, un processore 4 core, un buon clock, banda di entrata/uscita illimitata. La pago tutto compreso 5 euro al mese, ci pago quello che voglio e ancora non ho registrato un problema». Davanti a un esempio del genere e confrontando i costi aziendali dell’infrastruttura, Messina ipotizza che l’esternalizzazione delle risorse di calcolo non è un’opzione, ma un preciso trend. «Riuscire a gestire la compliance è solo questione di tempo, ci sono già iniziative a livello europeo, come il Digital Single Market. Tutta una serie di questioni si vanno ammorbidendo, la sicurezza è sempre più indirizzabile». Messina non ha quindi dubbi che le aziende più infrastrutturate prima o poi avranno la possibilità di esternalizzare completamente la loro potenza computazionale. In linea di principio, sarebbe fin d’ora possibile far migrare sul cloud lo sviluppo di interi parchi applicativi, raccogliendo oltretutto significativi vantaggi in termini di costo complessivo delle risorse di testing, pre-produzione e produzione e gestendo con il DevOps le complessità legate ai processi. «Se certe sperimentazioni appaiono ancora molto ardite – sottolinea il responsabile ICT di UniCredit – molto è dovuto al patrimonio applicativo pre-esistente, il cosiddetto legacy, perché i costi di una migrazione “isofunzionale” risulterebbero, a tutt’oggi, proibitivi».

La questione, prova a riassumere Messina alla fine del suo intervento, è che le aziende si trovano davanti a scelte che non devono più distinguere tra approcci tecnologici diversi. «I trend a mio parere sono chiarissimi» – dichiara. Il futuro dell’informatica aziendale riguarda invece la capacità di delineare piani industriali che consentano di traghettare con successo dall’oggi delle infrastrutture al domani. Perché, secondo Messina, entra a questo punto in gioco il concetto di software container? «Il contenitore consente di dividere il problema in problemi più piccoli, ci permette di isolare le componenti vitali che fanno parte delle nostre applicazioni, interconnetterli e iniziare a distribuire quelle componenti sul cloud pubblico, in modo da avere subito applicazioni fatte in modo completamente diverso». Messina ritiene insomma, che con le tecnologie già disponibili è possibile suddividere una applicazione complessa in tante unità di esecuzione elementari, che rappresentano un container orchestrato, dal punto di vista delle risorse computazionali, in modo elastico, in base alle necessità.


Mimmo Zappi @Colt_IT “In-novare” per cambiare l’ordine delle cose
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L’INFORMATICA DEI LEGO

Il container, spiega Messina, è una struttura esecutiva standard capace di trasportare qualsiasi “contenuto” applicativo. Un contenitore che maschera all’esterno ciò che trasporta, ma che grazie alla sua modularità standard diventa duttile e componibile come il Lego. «Una volta che so come collegare queste scatole posso organizzarmi in modo estremamente dinamico». Le applicazioni stesse devono essere concepite in modo da poter sfruttare questo nuovo concetto architetturale del software. Qui entra in gioco l’altro concetto innovativo del microservizio. «I software container sono talmente efficienti che è possibile crearne tantissimi, anche migliaia, a ciascuno dei quali possiamo associare un lavoro chiamato microservizio». La standardizzazione di questi mattoni software rende possibile un modo di creare applicazioni su infrastrutture completamente virtuali, a costi molto ridotti ma con grande flessibilità, resilienza e disponibilità dei servizi. Un “Eldorado” che le grandi organizzazioni possono raggiungere attraverso un importante processo di ristrutturazione dei loro parchi applicativi. Nella duplice veste di presidente di CIO AICA Forum e CIO di Snam Gloria Gazzano prende la parola per osservare come i progetti di innovazione infrastrutturale hanno una duplice valenza in una prospettiva futura. Se da un lato – afferma la responsabile tecnologica di un gruppo che dopo essere tornato a concentrare in un unico brand le attività di Snam Rete Gas ha di conseguenza dato il via all’accorpamento di sette diversi data center in una unica struttura – le infrastrutture più agili sono più aperte a processi più snelli, veloci e di per sé innovativi, dall’altro l’accelerazione e l’ottimizzazione servono entrambe a liberare risorse da dedicare all’innovazione applicativa. Il tema, prosegue Gazzano, è quello dell’innovazione da portare in azienda, assorbendo e metabolizzando i concetti che Rizzotto e Messina hanno illustrato all’inizio di questa discussione.

«Dall’inizio del 2012, ancor prima che si parlasse di concetti come l’ecosistema dell’innovazione, Snam stava studiando il modo di orientarsi in un mondo così caotico e complesso. Censire quello che accedeva era la mia priorità, temevo che mi potesse sfuggire qualcosa di molto significativo». Da questa costante attenzione, racconta la CIO di Snam, è nato un vero e proprio sistema strutturato, che aveva alla base specifici processi, una propria organizzazione (anche se “ombra”, per evitare la burocrazia connessa all’istituzione di un vero e proprio dipartimento) e un obiettivo ben definito: capire che cosa stesse succedendo “là fuori”. «E quindi – spiega Gazzano – avere un’IT ben informata, che sfrutta l’ecosistema esterno, che è in grado di dialogare alla pari con i colleghi del business sui temi dell’ecosistema e su come riuscire a sfruttarli al proprio interno. Anche perché sono convinta che l’innovazione non sia un fatto episodico, né di una singola organizzazione, ma qualcosa che coinvolge tutto il mondo esterno». L’approccio deciso da Gloria Gazzano ha da subito cercato di utilizzare una varietà di canali di contatto. Uno di questi è la relazione con i fornitori, di cui Snam ha esplicitamente chiesto la complicità («non sempre corrisposta»). Un altro canale importante è quello delle startup: «Un mondo affascinante ma anche molto complesso da capire e integrare a causa delle differenze linguistiche, di diversi meccanismi reattivi». Nella prima fase di questa attività, fino a tutto il 2015, l’ufficio di scouting di Snam ha lavorato per selezione, studiando il mondo delle piccole imprese innovative, isolando le applicazioni più interessanti. I numeri di questo approccio non sono, ammette Gazzano, del tutto confortanti. «Abbiamo esaminato e classificato almeno 150 startup e ne abbiamo contrattualizzate un paio». In definitiva, una forma di innovazione complessa, a basso tasso di rendimento.


Francesco Cavarero @MiroglioGroup Come innovare il Made in Italy
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TORNA LA VOGLIA DI TECNOLOGIA

Con il 2016, l’approccio cambia. Il modello della pesca a strascico di nuove idee va a rilento? Snam decide allora di inquadrare da sola un argomento specifico su cui poter lanciare una call pubblica, coinvolgendo le giovani imprese e lanciando loro una sfida: «Immedesimatevi in Snam, cercate di capire come una grande azienda possa mettere in pratica idee “disruptive”. I primi esiti di questo capovolgimento di strategia per il futuro sono stati molto interessanti, anche se il lavoro fatto di stimoli costanti, e una variabilità degli strumenti usati per coinvolgere le persone è più impegnativo». Eppure, conclude Gazzano, un primo risultato di natura culturale è stato raggiunto. Snam oggi è un’azienda in cui oltre il 90% della spesa informatica è esternalizzata, il team guidato da Gazzano ormai si occupava più di contrattualistica che di IT. «Il fatto di aver risvegliato la voglia di tecnologia è un traguardo molto significativo».

Il futuro delineato da Fabio Rizzotto e Massimo Messina ha nella velocità e bassa latenza della rete il suo asse portante. Qual è la vision di un operatore come Colt, tornato recentemente a focalizzarsi sull’originario mestiere del carrier, del trasportatore di informazione digitale? Sicuramente, una direzione da evitare è quella del puro abbattimento dei costi di cui si accennava prima, risponde Mimmo Zappi, amministratore delegato di Colt Italia. «Nel 2015 – racconta Zappi – Colt ha scelto di uscire dal mercato dei servizi cloud per tornare a concentrarsi sui propri asset strategici iniziali, la proprietà dei data center e l’infrastruttura di rete a livello globale. L’idea di fondo è quella di tornare a giocare un ruolo fondamentale nella componente del trasporto, garantendo la flessibilità, l’elasticità, la dinamicità di cui si parlava». Il concetto che Colt ha ereditato da 5 anni di esperienza nei servizi IT, è la modalità “as a service” che oggi, in virtù del paradigma della software defined networking stiamo applicando al mondo delle reti, destinate anch’esse a diventare sempre più “logiche” e virtuali.

IL BOOM DEL SOFTWARE DEFINED NETWORKING

«Da poco – continua Mimmo Zappi – abbiamo lanciato un’offerta che si chiama “DC Net as a service” con l’idea di mettere a disposizione a livello globale queste infrastrutture di rete estremamente flessibili, performanti. Oggi, i tagli di banda disponibili sono di uno e dieci gigabit, ma intendiamo scalare ulteriormente, applicando dei modelli di self-provisioning online, con un modello che resta cloud oriented e abilita i concetti visti prima attraverso il dinamismo nell’allocazione di banda come funzione dei carichi e delle priorità applicative». Secondo le stime di Colt, il mercato delle soluzioni di software defined networking avrà tassi di crescita del 50-70%, un’ottima ragione, sottolinea Zappi, per abbandonare il mercato dei servizi IT erogati in cloud ormai dominato dai grossi player mondiali che si stanno chiaramente muovendo verso modelli cloud sempre meno ibridi e più pubblici. «Nel prepararmi a questa conversazione – conclude Zappi – mi sono divertito a cercare il significato etimologico del termine innovazione. Deriva da “novare”, che tra i molti significati vuol dire generare qualcosa che non esiste, cambiare l’ordine delle cose. Ma il prefisso “in” – riferito proprio ai contenitori e ai contenuti ai quali faceva riferimento Messina – funziona solo nella misura in cui il contenuto ha un vantaggio per il cliente e un valore per gli azionisti dell’azienda».

Francesco Cavarero, CIO di Miroglio Group un’azienda tessile che ha sdoppiato il proprio business, servendo con la sua produzione una importante rete di punti vendita retail, in questo futuro sempre più software defined e virtualizzato, ha un’idea molto precisa di quello che potrebbe diventare il suo ruolo quando la “sala macchine” sarà diventata pura commodity. Ogni azienda ha evidentemente le sue specificità, osserva Cavarero, e le problematiche legate al data center sono inserite in un contesto. «Miroglio appartiene a una fascia di aziende che in misura crescente delegano all’esterno certi temi, mantenendo un forte presidio di conoscenza che permette loro di contrattualizzare e acquisire i servizi in modo consapevole, con contenuti noti. Ascoltando i miei colleghi mi è tornato in mente un intervento semiserio di Severino Meregalli di SDA Bocconi. Nessuno in azienda, diceva Meregalli, si interroga sul proprio ruolo come fanno i CIO o come viene loro richiesto di continuo: «Siamo sempre qui a chiederci che cosa dobbiamo fare, quali sono le nostre competenze».


Massimo Rosso @RaiTv Come valorizzare la “I” di ICT e sviluppare analitiche
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CHIEF INFORMATION OFFICER

UN PATRIMONIO ESCLUSIVO DI COMPETENZE

Una ragione dell’insolita “amleticità” insita nella figura del responsabile tecnologico è l’estrema variabilità del contesto di mercato in cui si opera. «Veniamo da una storia in cui eravamo abbastanza autosufficienti perché depositari di conoscenze che avevamo soltanto noi» – racconta Cavarero. «Il problema più grande era farsi approvare il budget. La situazione attuale è stata descritta molto bene da Gloria Gazzano. I fornitori erano pochi, erano loro a portarci innovazione, ma oggi gli interlocutori sono tantissimi, molti fanno mestieri diversi e le vecchie barriere di capitale sono sempre più basse. Chiunque abbia un’idea innovativa può portarla avanti con pochi mezzi». Un mondo molto più caotico che spesso e volentieri cerca di parlare direttamente con quelli che erano gli interlocutori del CIO a livello di business. «Se il gioco è diventato questo, dobbiamo giocare la partita, facendo leva sulle competenze che continuiamo ad avere solo noi».

Cavarero si rifà all’intervento di Stefano Quintarelli, che aveva illustrato le novità dei servizi digitali della PA, finalmente ispirati ai criteri di apertura e compartecipazione, e che si era  soffermato anche su quello che a suo parere dovrebbe essere la funzione di un ministro per l’innovazione. «In modo molto semplice – ricorda Cavarero – Quintarelli ci spiegava che il ministro ideale dovrebbe sedersi insieme ai suoi colleghi, cogliendo tutte le possibilità di digitalizzazione che le questioni non digitali di per sé propongono. Ecco, dovrebbe essere così anche per il CIO, in mezzo ai colleghi che fanno un mestiere diverso, ma avvertono una serie di stimoli positivi, e devono essere aiutati a cogliere queste opportunità».

Se non per i prossimi quarant’anni, sicuramente per i prossimi quindici o venti resterà centrale, secondo Cavarero, il tema delle competenze e anch’esso dovrà essere affrontato dal CIO. Il responsabile tecnologico di Miroglio parla per esempio del ruolo della business intelligence, che ha subito uno stravolgimento. Operando nel retail, Miroglio oggi riesce a venire in possesso di una varietà e una mole di informazioni assai più significativa che in passato. Sono dati, precisa Cavarero, che i colleghi delle varie unità di business cominciano timidamente a utilizzare. «Come funzione IT, mi accorgo però che fatto salvo i particolari casi di colleghi che hanno avuto un percorso particolare, non ho tendenzialmente le competenze che servono per accompagnare il business in questa esplorazione». Una delle sfide future sarà il sourcing di questo tipo di competenze, un asset che le aziende, avverte Cavarero, dovrebbero coltivare e conservare “in casa”. «E così abbiamo lanciato una vera e propria startup interna, affidata a due colleghe che avevano tutt’altra mansione. Per qualche mese le abbiamo inserite in un contesto esterno all’azienda, abbiamo assunto uno sviluppatore e questa squadra di tre persone ha realizzato un sito, che promuove la creazione on demand di tessuti». Un modello di business prima sconosciuto, che ha dimostrato di poter funzionare con competenze nuove.


Alessandro Canzian @VodafoneIT Anche l’innovazione va continuamente innovata
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RAI, DA SPETTATORI A TREND SETTER

Il parere di Massimo Rosso, fisico teorico prestato alle infrastrutture informatiche e CIO di RAI, è che il futuro dell’ICT si sposterà finalmente sul valore dell’informazione, dopo tanti anni di focalizzazione sugli aspetti della comunicazione e della tecnologia. L’intervento di Rosso nel corso della nostra tavola rotonda è, come da mission aziendale, il più spettacolarizzato, pieno di continui rimandi ai personaggi e ai programmi televisivi di maggior successo. Fenomeni come la business intelligence, osserva Rosso, non sono nuovi e i broadcaster come RAI hanno cominciato a capirlo con l’avvento delle televisioni commerciali, quando il messaggio rivolto al pubblico non riguardava tanto la possibilità di comperare l’auto, come era avvenuto alla TV degli anni Sessanta, ma l’opportunità di scegliere tra tante opzioni diversificate. «All’epoca, era molto più semplice non solo perché i canali televisivi erano pochi. Come uomo IT, ritengo che la digitalizzazione di tutti i contenuti ha un valore importante perché dà la possibilità di sviluppare applicazioni che correlano il comportamento delle persone alla programmazione dei contenuti».

Il pilastro social è sicuramente quello di maggiore interesse. Rosso ritiene straordinaria – per una media company e non più semplice “broadcaster” come RAI – la possibilità di poter sfruttare i dispositivi e le piattaforme social del web come “second screen”. «Qui il tema diventa veramente importante. Non fate l’errore di pensare che sia una fenomenologia che riguarda un’azienda di comunicazione, che ha già di fatto un prodotto dematerializzato. Perché tutti noi, con le nostre attività digitali, stiamo lasciando delle impronte». Questo, prosegue Rosso, ci deve far capire che al di là delle parole d’ordine ripetute a ogni convegno, le realtà aziendali hanno finalmente l’opportunità, valorizzando la “I” di ICT, di sviluppare algoritmi e analitiche che, indipendentemente dal settore di riferimento, permettono di studiare e capire i comportamenti delle persone. «Ma dobbiamo cambiare approccio, perché quando facevamo i report con SAP avevamo un approccio top-down e sapevamo prima come andava costruito quel report. L’approccio che dobbiamo avere da oggi è quello della “serendipity”: quando ci affacciamo su questi dati non sappiamo ciò che troveremo e non c’è visionario che l’abbia già immaginato».

COSTRUTTORI DI RETI DI COSE

Se dobbiamo dar retta a Rosso, ogni azienda avrà dentro di sé un pezzo di “media company”. Cosa tanto più vera per operatori globali come Vodafone, uno dei pochi, anzi probabilmente l’unico proprio in virtù della sua globalità, a perseguire una precisa strategia infrastrutturale nel campo della Internet of Things. «Se devo pensare al concetto che in modo più dirompente può portare l’etichetta di innovazione nel nostro settore è proprio l’IoT» – riconosce Alessandro Canzian, direttore marketing corporate di Vodafone. Un’applicazione trascurabile nei conti economici degli operatori fino a pochi anni fa, ha assunto un’importanza notevole anche nei budget di quei clienti che hanno iniziato a esplorare soluzioni di connettività tra gli oggetti in rete – che nel 2020 saranno 30 miliardi – e i loro servizi e prodotti. Vodafone in questo settore ha acquisito, proprio in Italia, una società di nicchia che si è rivelata un asset molto importante, continuando in parallelo il monitoraggio del mondo delle startup, perché, come dice Canzian, «anche l’innovazione va continuamente innovata». Non solo. «Il nostro mestiere di operatore, ci ha spinti a sviluppare una piattaforma di connettività con caratteristiche di sicurezza intrinseca, la Global Delivery Service Platform, che consente a chi concepisce un progetto di smettere di preoccuparsi di dove verrà commercializzato». La rete che Vodafone ha in mente deve abilitare una convergenza che va ben al di là dell’unificazione, ormai scontata, di voce e dato ma punta a incorporare «la vita digitale di un’azienda, di un consumatore, con la connettività di cui hanno bisogno quando si muovono nel territorio». Una rete, sottolinea ancora Canzian, su cui il data center deve focalizzarsi, per essere sempre a un “singolo salto” dal cliente che deve allocarvi il proprio carico di lavoro. Una rete in grado di rispondere alle future esigenze della API economy. «Il concetto che abbiamo sviluppato si chiama digital exposure e prevede che attraverso le API, la grande azienda, ma anche il piccolo sviluppatore o la startup, possa pubblicare in rete app che altri, attraverso un modello transaction based, siano in grado di riutilizzare costruendo nuovo valore» – conclude Canzian, rivendicando – per il buon funzionamento della rete come motore primario dell’economia del futuro – l’importanza di una qualità che può derivare solo «dagli investimenti e dalla capacità di dare giusto valore ai servizi».


Alessandro La Rocca #Trenitalia Creare un ponte tra IT e Organizzazione
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IL VALORE DELL’ORGANIZZAZIONE

Ci sono altre due tipologie di rete che attraverso il crescente processo di digitalizzazione subito possono indurre effetti profondamente trasformativi. Alessandro La Rocca, head of the Organizational Structure Innovation Plans and Sales Integration e Strategic Planning Head Office di Trenitalia, che ha una responsabilità che lo vede a capo degli sforzi riorganizzativi dell’innovazione e dell’integrazione commerciale del grande operatore di trasporti, offre alla discussione un contributo molto legato alla sua lunga esperienza, in un’azienda che in passato lo aveva promosso a capo dell’esercizio dei sistemi informativi. «Parliamo di un portafoglio di 150 applicazioni e se oggi sono stato liberato da quella responsabilità, mi è rimasta una approfondita conoscenza dei processi interni a Trenitalia». Un’azienda, prosegue La Rocca, è tanto più innovativa quanto il CIO riesce a far corrispondere la “O” dell’acronimo a “organizzazione”. «L’innovazione a volte consiste nel risolvere un problema per conto di qualcun altro, qualcuno che non vuole saper niente di ciò che ha intorno, vuole raggiungere un obiettivo e ti prende in ostaggio fino a quando non hai trovato la soluzione». Spesso, aggiunge La Rocca, nelle aziende arrivano fornitori super-tecnologici che offrono servizi che il dipartimento IT riesce a implementare in tempi rapidi. «Talmente rapidi che gli aspetti organizzativi che ne conseguono sembrano rimanere immobili, come in un fotofinish». Il risultato è che un’azienda come Trenitalia dispone di soluzioni di capacità elaborativa distribuita, precision marketing, sistemi commerciali innovativi, molto poco sfruttati in ottica di business o di ottimizzazione e spesso a causa di problematiche organizzative, di scarsa conoscenza e condivisione dei potenziali di certi strumenti. Ma perché sarebbe importante creare un ponte più stabile tra il motore tecnologico di un’impresa e la sua macchina organizzativa, quella che può mettere a terra il potenziale del business? «Perché – risponde La Rocca – questo collegamento consentirebbe forse di cogliere in modo più efficace le opportunità che nascono dalla trasformazione digitale. Innanzitutto, l’arte di rimescolare le carte, di sovvertire modelli di business radicati nel tempo aprendo filoni nuovi e inaspettati. Un’azienda come Trenitalia, abituata a spostare passeggeri e merci da un punto all’altro sui treni, oggi è sempre più interessata alle storie dietro quelle persone e quei viaggi».


Luca Buscherini @rielloups Infrastrutture convergenti, smart grid e sicurezza
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“MONO-RETISMO”

Il punto di vista conclusivo riguarda l’infrastruttura, altrettanto critica, dell’alimentazione elettrica. Una rete, sottolinea Luca Buscherini, direttore marketing di Riello UPS, che in un mondo sempre più integrato fa parte a pieno diritto di quell’insieme di infrastrutture e sistemi che stanno convergendo uno sull’altro. «Tutti i fenomeni di cui abbiamo parlato oggi hanno un impatto diretto sulle reti, i data center, le varie infrastrutture che hanno bisogno di essere alimentate. Al fabbisogno crescente di energia elettrica si può rispondere sempre meno con l’energia prodotta con metodi convenzionali e tutti ormai parlano di produzione energetica ecosostenibile. Stiamo passando da una modalità di tipo predittivo, basata per esempio su impianti a carbone o nucleari, a una generazione distribuita, con sistemi eolici, solari, turbogas, basata su sistemi di scambio bilaterale. Insomma, le reti elettriche diventano sempre più intelligenti». Con la convergenza aumentano i dati digitali da elaborare in data center sempre più potenti. Questi data center incidono sul fabbisogno di energia, che viene prodotta e distribuita da reti smart, che contribuiscono al circolo virtuoso con altri dati da elaborare. «In futuro, dobbiamo essere in grado di correlare i dati di chi consuma energia con quelli generati da chi la produce, un’immagine che dà il senso dell’integrazione tra i due mondi. Per noi, specializzati in soluzioni di alimentazione elettrica di installazioni critiche, è un trend importante, su cui stiamo investendo molto». Buscherini termina con un appello che suona alquanto familiare ai colleghi CIO. «Ci sono tanti problemi legati alla smart grid, ai suoi aspetti normativi, alla capacità di gestione di tutte le informazioni. Ma io vedo soprattutto un grande problema di sicurezza: stiamo parlando di dati sensibili, magari relativi al funzionamento di una centrale nucleare. Un attacco a questi dati può essere distruttivo non solo nei confronti dell’economia ma di interi territori». Da una risposta efficace dipende il futuro delle smart grid e della fondamentale relazione tra potenza di calcolo ed energia elettrica.

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Giacomo Angeloni (Comune di Bergamo), come cambiare il volto della PA https://www.datamanager.it/2016/07/giacomo-angeloni-comune-bergamo-cambiare-volto-della-pa/ Fri, 15 Jul 2016 08:01:56 +0000 http://www.datamanager.it/?p=106501 Mentre Felice Gimondi andava su e giù per le strade della Val Brembana, preparandosi alla triplice vittoria del Giro d’Italia, l’operosa provincia bergamasca metteva le basi dello sviluppo industriale che l’avrebbe caratterizzata anche negli anni a venire. Oggi, Bergamo si colloca al secondo posto tra le provincie manifatturiere più produttive d’Europa ed è dotata di […]

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Mentre Felice Gimondi andava su e giù per le strade della Val Brembana, preparandosi alla triplice vittoria del Giro d’Italia, l’operosa provincia bergamasca metteva le basi dello sviluppo industriale che l’avrebbe caratterizzata anche negli anni a venire. Oggi, Bergamo si colloca al secondo posto tra le provincie manifatturiere più produttive d’Europa ed è dotata di importanti poli di ricerca e innovazione tecnologica.

Al centro di uno dei quattro motori produttivi dell’Europa, il Comune di Bergamo ha adottato un piano di interventi per facilitare l’attività di impresa, puntando sulla digitalizzazione e sulla semplificazione. «Quarant’anni di crescita, non senza errori o frenate, ma anche di tentativi di semplificare la macchina ammnistrativa e abbattere la burocrazia nemica delle imprese» – commenta Giacomo Angeloni, assessore all’Innovazione del Comune di Bergamo. Infatti, uno dei freni allo sviluppo delle imprese nel nostro Paese è proprio l’eccesso o il cattivo funzionamento della burocrazia. La burocrazia costa alle PMI italiane 30 miliardi l’anno, il 2% del PIL. «La pubblica amministrazione 2.0 è un’opportunità che va colta e sfruttata» – dice Angeloni. «L’innovazione quando passa attraverso le modalità di lavoro chiare e semplici trova la strada spianata, se non funziona è perché è stata progettata male». Sono tre i progetti degli ultimi due anni che possono cambiare il volto e la spesa della PA, rendendola più semplice ed efficiente: «La piattaforma SPID per l’identità digitale. Il nodo unico per i pagamenti, PagoPA. E il progetto di Anagrafe Estesa che dovrebbe decollare dopo l’estate». L’obiettivo è triplice: «Facilitare la vita delle aziende, attrarre investimenti, e rendere i territori più competitivi per alimentare il circolo virtuoso tra le condizioni per la nascita di nuove imprese innovative e la creazione di lavoro.

Sinergia tra pubblico e privato

«La prima cosa su cui abbiamo investito è stata la connettività con il Wi-Fi diffuso in città, seguendo una logica di promozione e di servizio del territorio. In poco più di un anno, quasi 94mila utenti hanno usato il servizio almeno una volta alla settimana». Gli ostacoli principali sono le risorse: «L’innovazione costa e per questo bisogna creare un ecosistema in grado di attrarre gli investimenti privati. La pubblica amministrazione deve collaborare il più possibile con il privato, mantenendo un ruolo di orientamento degli investimenti. Nel progetto di portare la fibra nei quartieri della città, il Comune ha svolto un ruolo di regia con gli operatori telefonici a fronte di un investimento di 22 milioni di euro».


Giacomo Angeloni #Innovazione @ComunediBergamo Come cambiare il volto della PA
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PA più semplice ed efficiente

«Abbiamo lavorato molto all’interno perché il cambiamento potesse essere percepito anche fuori» – spiega Angeloni. «Abbiamo corso tanto per recuperare ritardi e colmare buchi enormi sul campo: software che non dialogavano, cattiva integrazione dei sistemi, tutti sviluppati in regime di emergenza e spesso senza una programmazione organica e una visione di insieme, che hanno generato inefficienze e spreco di risorse economiche». A Bergamo, la metà degli accessi al sito del Comune riguarda il portale al cittadino e all’impresa. «Online – continua Angeloni – si fanno le iscrizioni agli asili nido, alle mense scolastiche, online le richieste di occupazione di suolo pubblico, tutte le istanze che riguardano i procedimenti edilizi e così via. Stiamo completando anche il servizio online per il pagamento delle multe per la violazione del codice della strada e stiamo miglioramento l’usabilità del portale del Comune, anche con la progettazione di app dedicate ai servizi».

Il Comune più vicino ai cittadini

Il futuro delle anagrafi sono i certificati online. «Ma se consideriamo che in un anno sono stati richiesti solo 1.600 certificati digitali a fronte di 380mila accessi fisici allo sportello – fa notare Angeloni – la strada da fare è ancora tanta. E per questo abbiamo inaugurato lo “Sportello più vicino” all’interno di un centro commerciale per interagire con l’anagrafe del Comune di Bergamo in modo semplice e rapido, favorendo un percorso di educazione digitale dell’utenza. Un servizio delocalizzato utile e importante, che è un altro esempio di collaborazione tra pubblico e privato e che deve portare anche all’integrazione funzionale tra tutti gli uffici comunali, superando la logica a compartimenti stagni».

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Optimo Next, l’upselling diventa digitale https://www.datamanager.it/2016/06/optimo-next-lupselling-diventa-digitale/ Tue, 21 Jun 2016 14:18:40 +0000 http://www.datamanager.it/?p=103977 Ed è tutta un’altra storia. L’eccellenza nella gestione remota di tutte le fasi di vendita dona al cliente un’esperienza digitale veramente indimenticabile «Quando parliamo con aziende appartenenti al mondo business to consumer (B2C) spesso ci confrontiamo con le loro priorità. Tra tutte, spiccano la necessità di ampliare la base clienti, il mantenimento dei clienti esistenti […]

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Ed è tutta un’altra storia. L’eccellenza nella gestione remota di tutte le fasi di vendita dona al cliente un’esperienza digitale veramente indimenticabile

«Quando parliamo con aziende appartenenti al mondo business to consumer (B2C) spesso ci confrontiamo con le loro priorità. Tra tutte, spiccano la necessità di ampliare la base clienti, il mantenimento dei clienti esistenti e l’allargamento del portafoglio prodotti e soluzioni all’interno di clienti già conosciuti». A raccontare la sua esperienza sul campo è Fabrizio Tudisco, CEO di Optimo Next, realtà attiva da molti anni nel mercato italiano del digital document management.

Optimo Next collabora da molto tempo al fianco di realtà di eccellenza italiane e internazionali in diversi settori e come ci conferma il suo CEO, «la strategia di upselling risulta davvero cruciale per tutte le aziende con una struttura distribuita sul territorio, che necessitano di ottimizzare il processo di sottoscrizione di nuovi contratti, limitando i flussi cartacei, i costi di gestione come anche i costi di consegna qualificata, nel rispetto della normativa italiana».


#Nextsign Fabrizio Tudisco CEO di @OptimoNext Quando anche l’upselling diventa digitale
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Portale unico, esperienza digitale continua

Gestire la relazione con il cliente, senza perdere di vista l’obiettivo economico, talvolta può significare fare un passo indietro, evitando di saturarlo con azioni di up-selling inefficaci e inefficienti, a favore di azioni di caring e loyalty che sul medio-lungo periodo apportano benefici maggiori e riducono il rischio di perdita del cliente stesso. Tutto inizia da un contatto “intelligente” con il cliente, coerente con i suoi bisogni e con il suo ciclo di vita. «Insieme ai nostri clienti – spiega Fabrizio Tudisco – abbiamo progettato una soluzione pensata appositamente per le azioni di up o cross-selling in grado di permettere all’operatore di instaurare una relazione con il cliente, di far apporre la firma al contratto e l’eventuale invio di prodotti attraverso un unico portale web, garantendo un processo completamente digitale  perfezionato dalla Firma Elettronica Avanzata».

La soluzione Nextsign per l’upselling

Nextsign è la soluzione per la gestione completamente digitale di processi di autorizzazione e firma basata su un portale web, che non prevede l’installazione di alcun agent. In questo particolare caso di upselling, l’utente finale potrà collegarsi a un link web, dove troverà le informazioni relative al suo contratto e alle condizioni di upselling, potrà rileggere i vari elementi del contratto e confermare eventualmente anche le informazioni relative alla propria utenza, in caso di modifica. La soluzione rispecchia un processo di Firma Elettronica Avanzata, attivato dall’utente finale accettando le condizioni contrattuali, attraverso un flag specifico delle clausole nel portale Nextsign oppure tramite comunicazione telefonica all’operatore del call center.


#Nextsign Fabrizio Tudisco CEO di @OptimoNext Portale unico esperienza digitale continua
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Il processo si perfeziona poi con l’invio di due codici OTP (One Time Password), uno relativo all’autenticazione dell’utente e l’altro alla sua volontà di firmare, attraverso l’invio di un sms o mail dedicata. Questo garantisce una strong authentication dell’utente finale e la volontà manifesta di concludere il contratto, cosi come espresso nelle clausole preventivamente accettate. Con questi ingredienti, per l’azienda è possibile anche effettuare un’ottimizzazione analitica, che valuta contemporaneamente il ritorno delle diverse azioni in corso e produce il piano contatti potenzialmente più remunerativo. «Essere un passo avanti – conclude Fabrizio Tudisco – significa pensare già al domani delle aziende. Per questo stiamo lavorando all’integrazione di Nextsign con il Sistema Pubblico per la gestione dell’Identità Digitale (SPID) e al riconoscimento a distanza tramite video. La possibilità di progettare e testare le soluzioni insieme ai nostri clienti ci permette di innovare sempre e mantenerci fedeli alla nostra mission».

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InfoCert e UNAPPA insieme per SPID https://www.datamanager.it/2016/05/infocert-unappa-insieme-spid/ Tue, 03 May 2016 16:00:37 +0000 http://www.datamanager.it/?p=100474 Tutti gli sportelli saranno attivi entro maggio: in 10 città pilota già nella prima settimana. La breve procedura sarà completamente digitale, senza file e perdite di tempo per gli utenti cui basterà avere con sé solo un documento e un cellulare InfoCert e U.NA.P.P.A., Unione Nazionale Professionisti Pratiche Amministrative con uffici in tutto il Paese, annunciano di […]

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Tutti gli sportelli saranno attivi entro maggio: in 10 città pilota già nella prima settimana. La breve procedura sarà completamente digitale, senza file e perdite di tempo per gli utenti cui basterà avere con sé solo un documento e un cellulare

InfoCert e U.NA.P.P.A., Unione Nazionale Professionisti Pratiche Amministrative con uffici in tutto il Paese, annunciano di aver siglato un accordo per l’attivazione – entro maggio – di 200 InfoCert Point abilitati al rilascio delle Identità Digitali in ambito SPID.

I primi sportelli saranno operativi già nella prima settimana del mese in 10 città pilota (provincia compresa):

  • MILANO;
  • ROMA;
  • FIRENZE;
  • NAPOLI;
  • SALERNO;
  • BOLOGNA;
  • TORINO;
  • BARI;
  • BRESCIA;

Gli utenti saranno ricevuti presso le sedi abilitate evitando code e sprechi di tempo: un’esigenza ancor più sentita tra imprenditori e professionisti.

Chi vorrà ricevere la propria identità digitale InfoCert ID, capirne uso, potenzialità e diverse applicazioni, dovrà avere con sé soltanto un documento di riconoscimento e il proprio cellulare: su questo riceverà, nel corso della procedura, una firma digitale “One shot” che gli consentirà la sottoscrizione della richiesta.

Tutto quanto si svolgerà in pochi minuti e realmente in modalità digitale, cioè senza la necessità di stampare alcun modulo o atto: caratteristiche peculiari che differenziano l’approccio di InfoCert all’innovazione e al servizio alla clientela.

“InfoCert si conferma in prima linea nella digitalizzazione del nostro Paese: dallo scorso 15 marzo, cioè dall’avvio ufficiale di SPID, abbiamo già rilasciato migliaia di identità digitali consentendo un accesso facile e sicuro a servizi pubblici totalmente digitali – afferma Michele De Lazzari, Responsabile UO Identità Digitale di InfoCert,– Imprenditori, professionisti o semplici cittadini, grazie alla loro identità digitale, potranno presto usufruire anche dei servizi delle aziende private che aderiranno al circuito SPID. E siamo certi che, grazie alla partnership consolidata con una realtà affidabile quale U.NA.P.P.A., questi benefici saranno rapidamente a disposizione di un numero ancora maggiore di persone”.

L’accordo odierno tra InfoCert e U.NA.P.P.A. infatti, è nato nel solco di una collaborazione di successo già esistente da diversi anni, grazie alla quale più di 200 agenzie del circuito su tutto il territorio nazionale supportano centinaia di migliaia di clienti nel gestire in modo digitale e paperless tutti gli aspetti burocratici e amministrativi del proprio business grazie alla firma digitale e alla distribuzione di soluzioni quali PEC, Fatturazione elettronica e conservazione digitale.

“Da sempre operiamo, da un lato, per consentire ai nostri associati di continuare ad essere competitivi su un mercato che evolve secondo cambiamenti sempre più rapidi e forti e, dall’altro, per creare dinamiche virtuose in grado di recare benefici al sistema italiano nel suo complesso attraverso il dipartimento tecnico la cui gestione è affidata a Unappa Servizi s.r.l.. – spiega Nicola Testa, Presidente di U.NA.P.P.A. – In quest’ottica la diffusione dell’innovazione, e in particolare di quella digitale, è per noi una priorità assoluta nonché un obiettivo da perseguire insieme a chi, come InfoCert, ha competenze, esperienze e serietà riconosciute ed è in grado di generare benefici per i nostri associati e per i loro clienti”.

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