venture capital – Data Manager Online https://www.datamanager.it Il portale dell'ICT professionale Mon, 08 Oct 2018 09:53:06 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=5.8.13 https://www.datamanager.it/wp-content/uploads/2020/04/dmo-favicon3.png venture capital – Data Manager Online https://www.datamanager.it 32 32 AI e robotica, più governance e visione per comprendere il cambiamento https://www.datamanager.it/2018/07/ai-e-robotica-piu-governance-e-visione-per-comprendere-il-cambiamento/ Thu, 12 Jul 2018 15:07:17 +0000 http://www.datamanager.it/?p=151299 AI e robotica, dalle imprese più innovative che hanno partecipato al WeChangeIT Forum, parte la sfida per il cambiamento. L’Italia in prima linea nella competenza, ma a rischio marginalità in termini di sistema Un bambino nato da poco si alza in piedi ma cade. Ci riprova. Cade di nuovo. E ancora. Ancora. Ma niente. Passano […]

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AI e robotica, dalle imprese più innovative che hanno partecipato al WeChangeIT Forum, parte la sfida per il cambiamento. L’Italia in prima linea nella competenza, ma a rischio marginalità in termini di sistema

Un bambino nato da poco si alza in piedi ma cade. Ci riprova. Cade di nuovo. E ancora. Ancora. Ma niente. Passano trenta, quaranta minuti e il bambino cammina. No. Non è un miracolo. È un robot. Questi robot “bambini” guidati da intelligenza artificiale, in questo caso, chiamata Swarm Intelligence, sono decisamente più efficienti rispetto ai bambini “umani”. Quanto ci mette un fanciullo a imparare a camminare? Sei mesi. Un anno. Ecco. Non possiamo più parlare di futuro a prescindere dalla robotica e dall’intelligenza artificiale. Quasi due miliardi di dollari (1,95), il 50% di più dell’anno precedente. Ebbene si. I venture capital lo hanno capito. Perché questi sono i numeri di investimenti sul settore della robotica lo scorso anno. Solo pochi mesi fa Toyota ha annunciato il lancio di Toyota AI Ventures, un venture capital che ha come obiettivo il finanziamento di startup tecnologiche che lavorano sull’intelligenza artificiale. Appena partito, il fondo ha ricevuto 100 milioni di dollari da parte del Toyota Research Institute (TRI), un’iniziativa orientata al mondo delle automobili e robotica in senso lato.

AI Ventures dirige i suoi investimenti verso il mondo dell’intelligenza artificiale, la robotica e delle automobili in grado di guidarsi da sole. Non solo investimenti ma supporto alle startup attraverso una rete di mentoring presso la sede in Silicon Valley. «Una delle maggiori sfide che devono affrontare gli startupper è sapere se stanno costruendo il prodotto giusto per il mercato giusto. Possiamo aiutarli a superare questa incertezza, e ci impegniamo a farlo in maniera eccellente perché il loro successo è il nostro successo» – ha detto il vicepresidente del TRI Jim Adler in una recente dichiarazione. AI Ventures si dice proattiva nella ricerca di nuove startup sulle quali investire a livello globale. Attualmente, il fondo ha investito in tre startup. Nauto, con sede nella sempre presente Silicon Valley, che realizza sistemi di monitoraggio dei conducenti e degli ambienti stradali al fine di prevenire incidenti e limitare la cattiva guida. SLAMcore, startup inglese, che sviluppa algoritmi per la tecnologia “intelligente” di droni e veicoli a guida autonoma. Intuition Robotics, startup israeliana che studia l’uso dell’intelligenza artificiale su vari settori.


#VentureCapital #AI Italia a rischio marginalità in termini di sistema – @simeoneantonio1
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LEGGERE, SCRIVERE E PROGRAMMARE

Negli ultimi anni, infatti, le vendite di robot programmabili dai bambini è in forte ascesa, basti ricordare anche dell’ingresso della Lego nel mercato. In alcune confezioni della Lego si trova un software con delle istruzioni per imparare a programmare dei piccoli robot. Costruirli e poi farli vivere. Un gioco educativo insomma. Si sostituisce letteralmente a un professore invece Nao, il robot umanoide di 58 centimetri prodotto da Aldebaran Robotics, una delle più note aziende di robotica al mondo. Nao al posto degli organi di senso è dotato di videocamere e sensori che gli consentono di interagire con l’ambiente circostante. È considerato il social robot più evoluto mai prodotto. Da diversi anni, tra l’altro, viene utilizzato nelle scuole di oltre settanta paesi per l’insegnamento delle materie STEM (Scienza, Tecnologia, Ingegneria, Matematica), ma si sta rivelando efficace anche in ambito medico come robot per bambini autistici. In Italia, è parte integrante delle attività didattiche della Scuola di Robotica di Genova (www.scuoladirobotica.it). Aldebaran conta di trasformarlo anche in un “robot da compagnia” per le famiglie. Per programmarlo è sufficiente imparare a utilizzare Choregraphe, un ambiente intuitivo, adatto anche ai principianti e ai ragazzi, perché non è necessario scrivere una sola riga di codice.

ROBOTICA NELLA SANITÀ

Un altro campo che è stato in poco tempo invaso dall’AI è quello medico. Gli interventi in sala operatoria realizzati con l’ausilio di un robot erano poco più che una curiosità circa 17 anni fa. Nel 1999, infatti, Intuitive Surgical ha messo a punto quello che nel giro di qualche anno è diventato il più noto partner dei chirurghi in sala operatoria, Da Vinci, chiamato così per omaggiare il genio di Leonardo. Con 17mila interventi di chirurgia robotica nel 2017 e l’installazione del centesimo robot Da Vinci al policlinico di Catania, l’Italia raggiunge la Francia al primo posto in Europa. Nel mondo, dopo la ginecologia, è la chirurgia urologica a essere la principale area di intervento con i robot. Anche in Italia, è l’urologia a farla da padrona, con il 67% di interventi, seguita da chirurgia generale (16%) e ginecologia (10%). L’incremento registrato è dell’83% a partire dal 2006.

Come confermato da Andrea Dupplicato, CIO del Centro Cardiologico Monzino e dell’Istituto Europeo di Oncologia, in urologia i motivi del successo sono molti e semplici. La precisione del robot consente maggiore facilità di accesso alle anatomie più delicate, una precisione demolitiva e ricostruttiva, una minore perdita di sangue, una riduzione della degenza post-operatoria e una diminuzione degli effetti collaterali (disfunzione erettile e incontinenza). A questo si aggiungono caratteristiche come la visione tridimensionale immersiva in grado di moltiplicare fino a dieci volte la normale visione dell’occhio umano. «La chirurgia robotica da Vinci – spiega Walter Artibani, direttore dell’UO di Urologia dell’AOU Integrata di Verona e segretario generale della Società italiana di urologia – è emblema della chirurgia mininvasiva. Il robot consente una precisione non confrontabile con altre tecniche e permette di superare i limiti legati alla difficoltà di trattare, con la laparoscopia, patologie in sedi anatomiche difficili da raggiungere. L’urologia italiana è un’eccellenza nel campo della robotica».

Dopo questi dati positivi sull’utilizzo della robotica in Italia, ci chiediamo: quanto sono presenti oggi nel nostro Paese soluzioni avanzate di AI in tutti gli altri ambiti? A rispondere a questa domanda è Fabio Rizzotto, associate vice president and head of local research and consulting di IDC Italia: «Stiamo osservando una certa accelerazione dell’adozione di tecnologie emergenti che comportano anche un’accelerazione delle capacità infrastrutturali. In Italia è del 7% la spesa IT nella più ampia fetta dell’Europa Occidentale, con un aumento sostanziale degli investimenti, anche grazie ai programmi nazionali di digitalizzazione. Cosa manca allora? «Sicuramente, una più solida governance, necessaria per creare strategie complete di amministrazione generale e gestione operativa. Abbiamo un grande potenziale – spiega Rizzotto – che arriva anche dal poter imparare dagli errori del passato per costruire un futuro che non sia solo intelligente ma anche funzionale e al servizio di cittadini e consumatori».


#AI Dal #WeChangeIT Forum parte la sfida del cambiamento – @simeoneantonio1
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IN ITALIA, LA SITUAZIONE STA CAMBIANDO?

Si. Perché si sta osservando una progressiva adozione di tecnologie emergenti, con un aumento sostanziale degli investimenti dedicati all’IT. Di intelligenza artificiale e delle sue possibili applicazioni si è parlato all’edizione 2018 del WeChangeIT Forum, svoltasi a Milano, insieme ad aziende ed esperti del settore. Dal dibattito è emerso che molte tra le maggiori aziende italiane stanno già utilizzando applicazioni di intelligenza artificiale nei loro processi. Prima tra tutte Assicurazioni Generali, che utilizza l’AI per costruire soluzioni assicurative cucite su misura per ogni cliente, e BNL Gruppo BNP Paribas che invece l’ha integrata nel suo servizio clienti grazie a un chatbot che è in grado di rispondere in qualsiasi momento alle esigenze dei navigatori. A seguire questo trend è anche il colosso del settore farmaceutico Bayer, che ha pensato di sfruttare l’intelligenza artificiale per fornire informazioni corrette agli utenti. Un’altra azienda che su questo tema è in prima linea in Italia è Enel, che utilizza sempre più machine learning e algoritmi predittivi per prevenire incidenti e ottimizzare gli interventi di riparazione. Una testimonianza molto interessante arriva da La Marzocco, una realtà più di “nicchia” per quanto il consumo di caffè in Italia sia un affare nazionale con un consumo di una tazzina e mezza (dati Nielsen) a testa. Leader nel settore delle macchine da caffè, famosa per aver progettato e brevettato nel 1939 la prima macchina da caffè a caldaia orizzontale, oggi uno standard nel settore – La Marzocco ha integrato degli speciali sensori all’interno dei suoi prodotti per garantire assistenza efficace e immediata in qualsiasi parte del mondo. Ha investito molto anche nello sviluppo di algoritmi predittivi per migliorare l’efficienza dell’assistenza ai propri clienti. Biotech e robotica saranno il prossimo trend dei VC? In America e in Asia già lo sono. Ma in Italia? Forse se tutti i dati delle cartelle sanitarie dei pazienti negli ultimi trent’anni fossero disponibili per fini di ricerca (e non resi inaccessibili dal GDPR). E forse se i robot potessero imparare dai migliori medici italiani. Allora, i venture capital potrebbero finanziare nuove startup.

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Il modello cinese alla conquista del mondo https://www.datamanager.it/2018/05/il-modello-cinese-alla-conquista-del-mondo/ Thu, 17 May 2018 15:34:51 +0000 http://www.datamanager.it/?p=147909 Come cambia la geografia delle startup e dell’innovazione? Modello americano e modello cinese a confronto. Il focus dei venture capital cinesi si concentra su intelligenza artificiale e semiconduttori Il 2017 è stato un anno da record per i venture capital, e il trend è ancora di crescita per il primo trimestre del 2018. Come riportato […]

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Come cambia la geografia delle startup e dell’innovazione? Modello americano e modello cinese a confronto. Il focus dei venture capital cinesi si concentra su intelligenza artificiale e semiconduttori

Il 2017 è stato un anno da record per i venture capital, e il trend è ancora di crescita per il primo trimestre del 2018. Come riportato nel Venture Pulse Report di KPMG, questo è il quarto trimestre consecutivo in cui si sono registrati oltre 45 miliardi di dollari di investimento a trimestre, dato abbastanza raro fino a non molto tempo fa. Lo scorso anno, sono stati investiti 157 miliardi di dollari a livello globale, numeri molto più alti di quelli raggiunti durante la bolla dotcom. Venticinque anni fa, oltre il 95% dei fondi venture capital erano statunitensi. Oggi, godono ancora del primato. Ma ancora per quanto?

LA GEOGRAFIA DEI VC

Mentre gli USA vantano il 44% del capitale investito dai VC, l’Asia si trova oggi al 40%, una crescita esponenziale rispetto a dieci anni fa, quando la percentuale era inferiore al 5%. La più grande novità degli ultimi anni è stata l’enorme crescita dell’influenza cinese nel settore del venture capital. Se un tempo la Silicon Valley era considerata la Mecca per gli imprenditori hi-tech sia per l’abbondanza degli investimenti sia per l’abbondanza di risorse umane con skill adeguate, oggi non c’è più un monopolio. Della Top Ten degli investimenti VC più importanti del primo trimestre di quest’anno – la cui quasi totalità appartiene al settore dei trasporti – la metà sono avvenuti in Asia. Come viene notato da Kai-Fu Lee di Sinovation Ventures, in Cina molti dei deal sono fatti su startup che importano idee americane. Tuttavia, esiste molta liquidità che viene investita anche in nuove tecnologie d’avanguardia, tra cui l’intelligenza artificiale e IoT. Questo dato non è assolutamente da sottovalutare, soprattutto in ottica geo-politica, viste le implicazioni che possono avere queste nuove tecnologie in ambiti militari e di cybersecurity. La Cina non è l’unico paese con particolare importanza nel territorio Asiatico. Il più grande player mondiale di oggi è Softbank, dal Giappone. Lo scorso anno, Masayoshi Son è riuscito a convincere investitori dal medio-oriente ad aiutarlo ad aprire il suo Vision Fund, il più grande fondo d’investimento al mondo dedicato alle tecnologie sulle quali poggeranno le basi del nostro futuro.


#VentureCapital Come cambia la geografia delle startup – @simeoneantonio1
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CINA SOLO PER LA CINA?

Tuttavia, l’attenzione maggiore viene attualmente rivolta agli investimenti cinesi. Con la guerra dei dazi tra Stati Uniti e Cina, il mondo startup è tra i settori considerati a minor rischio, in quanto le tariffe sono attese soprattutto per industrie più tradizionali come per esempio quella manifatturiera o agricola. Le aspettative sono molto positive per i cinesi, in quanto gli investimenti sono cresciuti di ben 15 volte rispetto al 2013. Questo è stato possibile grazie alla crescita di colossi come Alibaba e Tencent, che a loro volta investono nell’ecosistema startup locale, così come anche la nascita di numerosissimi fondi che hanno raccolto decine di miliardi di dollari. Questi investimenti sono stati principalmente focalizzati su startup cinesi e il mercato sta rallentando poiché molte delle startup in questione hanno facilità a raccogliere milioni di utenti nel proprio paese – o in Asia – ma rimanendo quasi del tutto sconosciute all’estero. Da queste difficoltà, la Cina sta cercando di difendersi aumentando gli investimenti all’estero. Infatti, nell’ultimo anno questi sono più che raddoppiati. Il proliferare di investimenti in startup di altri paesi asiatici da parte dei venture capital cinesi, come per esempio l’India, si rivela davvero efficace perché le tecnologie sviluppate dai cinesi appaiono più adatte al mercato indiano rispetto a quelle americane. Basti pensare a Madhur Deora di Paytm, società di pagamenti online cinese-indiana che ha raccolto prima 800 milioni di dollari da Ant e Alibaba e ulteriori 1.4 miliardi di dollari da Softbank, poco dopo.

INTELLIGENZA ARTIFICIALE E SEMICONDUTTORI

L’aspetto interessante è che a differenza dell’attività di VC occidentale, i fondi cinesi investono con logiche collegate a un aspetto politico e non solo prettamente finanziario. Molti fondi di venture capital cinesi, infatti, sono finanziati anche dal governo di Pechino. Il focus è ad oggi l’intelligenza artificiale e il potenziale controllo del settore dei semiconduttori, che usiamo nella quasi totalità dei prodotti tecnologici di tutti i giorni. In virtù dell’approccio geopolitico al mondo dei venture capital, alcuni investitori cinesi sono convinti che USA e Cina si spartiranno i mercati tecnologici di tutto il mondo. La principale differenza sta meramente nell’approccio per ottenere questo controllo. Gli americani cercheranno di creare il prodotto migliore per convincere il mondo a usarlo, i cinesi tenteranno di acquisire un partner locale di ogni paese per poter competere con gli americani. Una dimostrazione di come si sviluppa tale battaglia di approcci è la situazione che si è sviluppata tra Uber contro Grab nel sud-est asiatico o contro Ola in India. Un altro esempio è l’investimento di 5 miliardi di dollari da parte di Amazon per poter dominare il mercato indiano, contrastato da investimenti miliardari da parte dei cinesi nell’e-commerce indiano Flipkart. La differenza nell’approccio di investimento si riflette anche in dettagli dei deal che sono molto diversi tra gli investitori americani e quelli cinesi, come descrivono Garry Bruton e David Ahlstrom. Gli investitori cinesi sono abituati ad avere scarsa disponibilità di documenti per due diligence, e si concentrano di più nel valutare le persone del team e il loro background. Inoltre, come si potrebbe intuire, dopo un deal gli investitori cinesi sono molto meno invasivi nei processi delle startup nelle quali hanno investito rispetto agli americani, proprio per mantenere l’identità della società finanziata all’estero.


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QUALE SCENARIO?

Un editoriale dell’agenzia di stampa Xinhua suggerisce agli USA di “superare l’allergia agli investimenti cinesi”. Ma sembra che anche in questo settore le misure di controllo potrebbero intensificarsi. Lo scorso anno, gli investimenti dei Cinesi negli Stati Uniti sono scesi del 35% rispetto al 2016, secondo un’analisi del Rhodium Group. Il giro d’affari tra i due paesi è di 29 miliardi di dollari, che resta il secondo miglior risultato di sempre per la Repubblica Popolare in America. Sulla tendenza, hanno influito in primo luogo i controlli accurati sugli investimenti cinesi all’estero, per impedire operazioni economiche “irrazionali”. A fare il resto è stato il rigido monitoraggio del Comitato sugli investimenti stranieri negli Stati Uniti (CFIUS), che ha impedito diverse acquisizioni cinesi per ragioni di sicurezza nazionale. «Il modello americano, soprattutto quello degli ultimi 20-30 anni, è fondamentalmente militare. Quello propugnato dalla Cina è invece un modello economico e politico, con minori investimenti, minori rischi e maggiori guadagni». In altre parole: «Gli USA bombardano e si fanno molti nemici. I cinesi non bombardano, comprano e spendono di meno». È il pensiero di Alberto Forchielli, managing partner del Fondo Mandarin, primo fondo di private equity ad aver ottenuto capitale in gestione dal governo cinese. Sono più di dieci anni che sentiamo parlare del prossimo dominio cinese. L’America vince ancora grazie alla tecnologia e investendo attraverso i venture capital sulle startup ad alto impatto innovativo. Questo mancava alla Cina. Ma adesso forse non più.

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Il Piccolo Principe e l’intelligenza artificiale https://www.datamanager.it/2018/04/il-piccolo-principe-e-lintelligenza-artificiale/ Wed, 18 Apr 2018 15:11:45 +0000 http://www.datamanager.it/?p=146110 Lo sapevate che ci sono startup guidate da intelligenza artificiale che migliorano l’umore? Psicologi e psichiatri virtuali studiano i comportamenti umani. Immaginate la meraviglia (e anche la sorpresa) di mettere insieme computer science, biologia e psicologia Ebbene sì. Le startup che si occupano di salute mentale sono il nuovo trend che cavalcheranno i venture capital […]

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Lo sapevate che ci sono startup guidate da intelligenza artificiale che migliorano l’umore? Psicologi e psichiatri virtuali studiano i comportamenti umani. Immaginate la meraviglia (e anche la sorpresa) di mettere insieme computer science, biologia e psicologia

Ebbene sì. Le startup che si occupano di salute mentale sono il nuovo trend che cavalcheranno i venture capital di tutto il mondo. Pochi conoscono Bo Shao – o meglio – non ancora. Nato e cresciuto a Shangai da una famiglia molto povera, ha vinto decine di concorsi di matematica alle superiori in Cina prima di vincere una borsa di studio completa alla prestigiosa università americana Harvard. Dopo essersi laureato in America e aver lavorato in Boston Consulting Group, è tornato in Cina e si è gettato a capofitto nel fantastico mondo delle startup. Inizialmente, la sua startup andava male (EachNet), ma Bo Shao continuava a rifiutare le continue e redditizie offerte provenienti dagli USA. Passarono quattro anni. E mentre i genitori lo avevano dato definitivamente per matto, EachNet diventava il più grande sito di e-commerce per consumatori cinesi. Ebay acquistò la società per 225 milioni di euro e Bo divenne l’imprenditore cinese dell’anno 2003.

L’AI CHE AIUTA A VIVERE MEGLIO

“Parent Lab” è un progetto di Bo Shao che ha lo scopo di fornire una combinazione di scienza, spiritualità e coaching pratico ai genitori di tutto il mondo. E consiste anche in un’app (Hello Joey) lanciata con l’obiettivo di «aiutare i genitori a diventare genitori migliori e a costruire una famiglia felice e connessa». Ma Shao non si ferma qui. “Conscious Accelerator”, fondo di investimenti filantropico, con 100 milioni di dollari donati da lui, investirà in startup dedicate a ridurre la sofferenza di questo mondo, utilizzando la tecnologia per sviluppare ulteriormente la coscienza dell’umanità. «La sofferenza causata da circostanze esterne come la fame o la malattia è più facile da capire, ma, nonostante il crescente benessere materiale – ha spiegato Shao – molte persone si sentono ancora sole, senza scopo, timorose o arrabbiate. Le statistiche sulla salute mentale sono allarmanti». Il fondo di Shao ha come obiettivo quello di “fare del bene” aiutando gli imprenditori a «costruire aziende che si occupino di disordini mentali e che siano autosufficienti e scalabili». Stanno nascendo in tutto il mondo centinaia di startup di questo tipo. Chatbot guidati da intelligenza artificiale che ci fanno compagnia e ci aiutano a meditare, siti web che ci mettono in comunicazione, in forma anonima, con psicologi e psichiatri robot. Ma il futuro è quello di un’app composta da centinaia di algoritmi guidati da sistemi di intelligenza artificiale in grado di farci da mentor, psicologo e medico. Ho pensato di approfondire questa visione con Arnaldo Giaccio, medico bioenergeta, che vive e lavora a Roma. «Gli attacchi di panico, i mal di testa, le depressioni e altri sintomi psicosomatici sono dei segnali. Come la spia dell’olio di una macchina». L’app dovrebbe così interagire con le parti più profonde di noi stessi. «A cosa ti serve stare male? Questa è la prima domanda che dovrebbe fare lo psicologo virtuale».

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Intelligenza Artificiale al #WeChangeIT Forum di Data Manager

L’intelligenza artificiale sarà anche tema centrale dell’evento annuale di Data Manager che riunirà la comunità IT italiana il 21 Giugno all’ UniCredit Pavilion. L’agenda completa e l’opportunità di registrarsi a questo link

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CHATBOT PER LA CURA

Più che una chatbot, insomma, l’app dovrebbe riuscire a integrare i dati relativi al movimento e al comportamento senza tralasciare dati quantitativi, come per esempio le analisi del sangue o molecolari. «Non è così complesso dal punto di vista psicologico – spiega Arnaldo Giaccio –. Si tratta di creare uno schema. Per esempio, è facile trovare una tipologia bioenergetica attraverso l’uso delle immagini studiate da un algoritmo. Così come si può partire da quelle immagini e dal movimento per fare ulteriori domande al paziente. Inizialmente, si tratterebbe di tradurre in algoritmi il linguaggio del corpo dell’opera di Lowen».  Queste sono le opportunità, ma i rischi? «Sono sicuro che l’intelligenza artificiale farà delle diagnosi quasi perfette ma il rischio è che potrebbe mettere il paziente in condizioni di dipendenza. In pratica, gli algoritmi decideranno per il paziente. L’intelligenza artificiale dovrà accompagnare il paziente. Questo è davvero importante. Non deve dare indicazioni ma continuare a fare delle domande. Come per esempio: Vuoi uscire? E tu sei libero di rispondere sì oppure no» – conclude Arnaldo Giaccio.


#VentureCapital #AI Accompagnare le persone nel percorso di cura. Può farlo oggi un essere umano e potrebbe farlo in futuro un’app senza essere intrusiva @simeoneantonio1
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DIAGNOSTICA E BLOCKCHAIN

Accompagnare le persone sapendo quello di cui hanno bisogno. Può farlo – oggi – un essere umano e potrebbe farlo – in futuro – un’app senza essere intrusiva. Ma dal punto di vista meramente scientifico? Sappiamo che i grandi gruppi farmaceutici stanno investendo centinaia di milioni di dollari su soluzioni legate alla blockchain e all’intelligenza artificiale. L’idea è di creare un sistema sostanzialmente impossibile da modificare e sul quale far passare tutti i dati da studiare. Comportamenti, incidenza, malattie, e così via. Attraverso Google Trends possiamo già prevedere l’andamento di una epidemia, ma cosa significherebbe andare nel molto piccolo? Come diceva Arnaldo Giaccio, le diagnosi attraverso l’AI potrebbero essere più accurate ma quello che mancherebbe sarebbe l’aspetto empatico. Scientificamente, bisognerebbe andare nel mondo del molto piccolo, studiando il comportamento delle molecole consolatorie (se ci riferiamo alla depressione) e far analizzare dall’AI il circuito della dopamina, che si attiva quando vogliamo qualcosa. Edoardo Boncinelli, il famoso genetista italiano, spiega che la corteccia anteriore del cervello «ha bisogno di dopamina, ma non la produce». La dopamina viene prodotta nella parte posteriore del cervello e, attraverso una strada, arriva alla corteccia frontale. «Questo è il circuito principale del desiderio. Una grossa delusione produce endorfine, non dormire per un certo tempo produce endorfine. Sono tutti tranquillanti naturali, che in alcuni individui vengono prodotti in modo efficace, in altri in modo lento. È ragionevole pensare che chi si accontenta facilmente, e quindi è più sereno, abbia una struttura psicofisica che contempla un immediato appagamento o una brama non eccessiva. Chi non si accontenta mai ha una struttura psicofisica diversa. Ma, detto questo, che cosa ho ottenuto? Per ora, dobbiamo limitarci a osservare e descrivere, senza capire».

INVESTIMENTI

Si passa dunque a un sistema sempre più olistico. Basti pensare all’industria dei venture capital. Negli USA, l’ecosistema riflette una varietà e versatilità di elementi. Gli attori dell’ecosistema sono assai diversi ma legati in maniera orizzontale. In Italia, vige la frammentazione. Gli investimenti sul fintech stanno cominciando a scendere e si sta puntando sulla salute. Quella immateriale. E solo l’intelligenza artificiale nel mondo del non visibile a mio parare può dare una mano importante. E riguardo il ritorno degli investimenti? Ovviamente, è sempre questo l’obiettivo, ma per una volta lasciatemi sognare. Ripenso al Piccolo Principe di Antoine de Saint-Exupéry e al suo incontro con l’uomo di affari che possedeva tutte le stelle. Cosa gli avrebbe domandato la nostra app guidata dall’intelligenza artificiale? «A cosa ti servono? Che te ne fai? Tutto qui»? Sì, proprio come il Piccolo Principe.

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La diversity rivoluzionerà l’industria dei venture capital https://www.datamanager.it/2018/03/la-diversity-rivoluzionera-lindustria-dei-venture-capital/ Thu, 15 Mar 2018 14:45:18 +0000 http://www.datamanager.it/?p=143733 I venture capital scoprono – o riscoprono – di essere razzisti nei confronti delle startup “di colore”. Analisi del crollo investimenti in fase seed e Series A sia da parte degli Angels che dai venture capital di grandi dimensioni Sembra semplice. Molti nuovi imprenditori cercano costantemente risorse per finanziare le loro idee per cambiare il […]

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I venture capital scoprono – o riscoprono – di essere razzisti nei confronti delle startup “di colore”. Analisi del crollo investimenti in fase seed e Series A sia da parte degli Angels che dai venture capital di grandi dimensioni

Sembra semplice. Molti nuovi imprenditori cercano costantemente risorse per finanziare le loro idee per cambiare il mondo, mentre altrettanti numerosi investitori sono alla ricerca di grandi opportunità di investimento. Eppure, i trend di investimento sono in discesa dal 2015 dopo un lungo trend positivo durato dal 2009. Dove sta il problema? Dal 2009 in poi, i dati sugli investimenti dei fondi venture capital in USA sono cresciuti in modo stabile sotto qualsiasi punto di vista. Da un lato i finanziamenti dei VC sono saliti dai 26,7 miliardi di dollari del 2009 ai 79,2 miliardi nel 2015. Questo è stato possibile grazie a un aumento nella dimensione degli investimenti, un trend riassunto nell’espressione simbolo del settore in quell’anno, “Series A is the new Series B”. Inoltre, hanno contribuito a questa crescita le ingenti somme investite nei round d’investimento delle società unicorno, cioè valutate con un valore di oltre un miliardo di dollari, come per esempio Airbnb o WeWork. Dall’altro lato anche il numero di deal conclusi è più che duplicato. Dai 4.458 deal del 2009 si è arrivati a 10.432 nel 2015. Eppure dal 2015 al 2017, c’è stata una grande inversione di tendenza. Sebbene il calo non sia ingente in termini percentuali quanto quello portato dalla crisi del 2008, in termini assoluti è stato ben più pesante, con un calo degli investimenti dai 79,2 miliardi di dollari del 2015 ai 71,8 miliardi nel 2016, e il numero di deal sceso dai 10.432 del 2015 agli 8.637 del 2016. La parte più colpita pare essere quella dei deal provenienti da Angel investors e dai seed. In tutti i casi, ci ritroviamo – per la prima volta dal 2012 – in una situazione in cui i deal seed rappresentano meno della metà del totale dei deal di venture capital.

VENTURE CAPITAL ALLA PROVA DELLE MINORANZE

Questo trend negativo è di particolare rilevanza per gli imprenditori di colore poiché, avendo meno capitale a disposizione per le fasi early-stage, sta diventando uno standard raccogliere finanziamenti da amici e famiglia. Statisticamente, questo rende la vita più difficile alle minoranze. Le statistiche sottolineano queste difficoltà per le minoranze. Di tutti i fondatori di startup che hanno ricevuto finanziamenti negli USA, meno dell’uno per cento sono di colore. Di questa già minuscola porzione, la maggioranza sono uomini, ben l’80 per cento. Vuol dire che le donne di colore rappresentano solo lo 0,2 per cento delle persone che raccolgono capitale per la propria startup in America. Certamente, il fatto che solo il tre per cento dei fondi d’investimento hanno persone di colore a coprire ruoli manageriali non aiuta a migliorare la situazione. Per fortuna, il numero di aziende aperte da persone considerate parte di una minoranza sta crescendo. Tuttavia, secondo un report del Center for Global Policy Solutions, il trend di discriminazione nei confronti delle minoranze risulta in una mancanza di oltre un milione di aziende che potrebbero creare oltre nove milioni di posti di lavoro e 300 miliardi di dollari in stipendi. Nel mondo delle startup, l’aspettativa che i primi finanziamenti arrivino da amici e famiglia sta creando un’inclinazione a una maggiore disparità. Il patrimonio netto medio di un afro-americano è di soli 11.000 dollari, molto inferiori ai 144.000 dei corrispettivi americani bianchi. Di conseguenza, le risorse direttamente accessibili per i primi passi di un imprenditore sono molto diverse in base al colore della pelle già in partenza.


Le cifre dicono che il capitale di rischio rende la vita più difficile alle minoranze. Ma la #diversity rivoluzionerà l’industria dei #VentureCapital – Ecco perché @simeoneantonio1
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QUANTO LA DIVERSITY CONTA

Il basso numero di afro-americani in posizioni di rilievo presso i fondi venture capital sottolinea la mancanza di diversità nelle aziende del settore. Eppure, la popolazione delle minoranze sta aumentando a dismisura, tanto che ci si aspetta che nel 2044 quelle che oggi sono comunità di minoranza rappresenteranno di fatto la maggioranza della popolazione del paese. La differenza tra le proporzioni nella popolazione e le proporzioni nei team decisionali dei fondi VC, crea una discrepanza che si traduce in pregiudizi basati su percezioni irrilevanti. A peggiorare la situazione è arrivata la nomina di Mark Farrell a sindaco di San Francisco, che viene per l’appunto dal settore dei VC ed è – non a caso – bianco. La sua nomina è arrivata in un periodo tumultuoso. Infatti, è il terzo sindaco ad interim nell’arco di sei settimane. Le polemiche sono nate dal fatto che è stato nominato a discapito di London Breed, che invece è una donna di colore. La situazione è stata ripresa da numerosi quotidiani per l’emblematicità della vicenda proprio al centro della Bay Area, il centro mondiale di startup e VC. Come riporta la ricerca Diversity Matters di McKinsey, i team multi-etnici nei fondi di VC devono essere una priorità assoluta, in quanto producono un aumento dei ritorni economici del 35 per cento. Infatti, alcuni fondi stanno cercando metodi alternativi per valutare le startup. Per esempio, Village Capital ha deciso di raccogliere le opinioni anche di altri imprenditori, e non solo di investitori tradizionali, per quanto concerne le decisini di investimento. Altri, come Chike Ukaegbu, il fondatore dell’acceleratore Startup52, credono che la diversità rivoluzionerà l’industria dei venture capital, e questa rivoluzione metterà al centro le minoranze etniche dando loro le risorse necessarie a crescere.

LA DIVERSITÀ COME PUNTO DI FORZA

Anche Meena Maddali di Connetic Ventures ha tenuto a sottolineare l’importanza della diversity nella composizione dei team. «Le persone investono solo nelle aree che conoscono e nelle persone di cui pensano di potersi fidare. Creare un network solido – e vario – di persone intelligenti è fondamentale per il nostro potenziale successo». Certamente, i numeri parlano chiaramente a favore di fondi VC in grado di fare della diversità un punto di forza. Tuttavia, come riporta Marlon Nichols di Cross Culture Ventures, molti partner dei fondi non capiscono del tutto le potenzialità e decidono di prendersi del tempo per ragionarci su. Questo problema è stato notato anche da Monique Woodard, nonostante sia partner di 500 Startups, una delle società venture capital con la migliore reputazione. Eppure, «l’investimento sulla diversità – ha dichiarato la stessa Woodard – è visto dai partner come una mossa puramente etica, ignorandone però tutti i benefici economici verificati». È forse il caso di prendere ispirazione da uno dei più grandi imprenditori della storia degli Stati Uniti, Henry Ford. La sua definizione di successo era: «Mettersi insieme è un inizio, rimanere insieme è un progresso, lavorare insieme è un successo». Il mio auspicio è che investitori e imprenditori sappiano trasformare la diversità di ciascuno in energia positiva per lavorare insieme.

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Venture capital da record. Crescita a rischio bolla? https://www.datamanager.it/2018/02/venture-capital-record-crescita-rischio-bolla/ Tue, 06 Feb 2018 13:26:01 +0000 http://www.datamanager.it/?p=140515 Nel 2017, i venture capital negli Stati Uniti hanno raggiunto i livelli record come l’era delle dot-com. Crescono la tecnofinanza e gli investimenti in VR, AR, loT e AI. Le nuove tecnologie stanno cambiando radicalmente le regole del gioco sia per le industrie che per i consumatori Ci sono siti finanziari e riviste economiche autorevoli […]

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Nel 2017, i venture capital negli Stati Uniti hanno raggiunto i livelli record come l’era delle dot-com. Crescono la tecnofinanza e gli investimenti in VR, AR, loT e AI. Le nuove tecnologie stanno cambiando radicalmente le regole del gioco sia per le industrie che per i consumatori

Ci sono siti finanziari e riviste economiche autorevoli che da diversi anni parlano di rischio bolla. E hanno ragione se riflettiamo sulle politiche monetarie delle banche centrali che hanno inondato di liquidità i mercati. Dal 2008 a oggi, gli indici di Borsa americani hanno macinato record su record. Se poi la stessa crescita non si riflette sul mercato reale, questo è un altro discorso. Ma è anche vero che i venture capital fanno spesso da ponte tra il mercato puramente speculativo di breve termine – trading – e quello più a lunga gettata. Ovviamente, parliamo sempre di speculazione, ma riguardo i VC si spende meglio la parola investimento strutturale. E no. Non parliamo di politica. O meglio non ora. Insomma, i mercati sono rimasti euforici e i venture capital? Come si è chiuso il 2017? Nel 2017, i venture capital negli Stati Uniti hanno raggiunto i livelli record come l’era delle dot-com. Oltre 84 miliardi di dollari sono stati distribuiti in più di ottomila compagnie.

L’ultima volta che la Silicon Valley ha sguazzato in tutto questo denaro, molte società di VC hanno perso tutti i loro investimenti nel fallimento delle dot-com. Ecco perché ho cominciato l’articolo parlando di rischio bolla. Ma razionalmente parlavamo di rischio bolla anche lo scorso anno. E così, l’anno precedente e l’anno prima ancora. Ma il mercato non è razionale. Riflette la psicologia umana che non è razionale.

QUANTO È PROBABILE LO SCOPPIO DI UNA NUOVA BOLLA?

L’anno record di raccolta degli Unicorni – le startup valutate oltre 1 miliardo di dollari – è stato proprio il 2017. Non era mai successo prima. Neanche durante l’era della new economy. Ma anche se molti elementi sono comparabili all’era delle dot-com, «oggi, l’ecosistema dei VC appare molto più sano e guidato da dinamiche differenti» – ha detto John Gabbert, CEO e fondatore di PitchBook Data. «Compagnie più mature e con una solida base di clienti stanno attirando una larga fetta di finanziamenti. Nel frattempo, emergono anche società che puntano su VR e AR, loT, AI e Fintech che stanno generando ingenti investimenti. Ci saranno vincitori e vinti tra queste compagnie, ma le nuove tecnologie cambieranno davvero le regole del gioco sia per le industrie che per i consumatori». Insomma il solito ottimismo. Se non ci fosse ottimismo non ci sarebbero investimenti quindi è meglio per tutti. No? Invece, no. Perché se si riversa una grande fetta del risparmio in società già mature, è

più improbabile che si riescano a far crescere nuove startup. Paradossalmente, sembra quasi che i VC stiano diventando più prudenti. Anche perché, secondo l’autorevole Cambridge Associates, i fondi di venture capital rianimeranno la loro tradizionale passione per gli investimenti iniziali. Ovvero, per le startup meno conosciute e acerbe. Questo di solito paga di più perché gli investitori ricevono una quota di proprietà più grande e sono parte integrante del team di avvio. Secondo gli analisti, la maggior parte dei guadagni del settore dei venture capital dal 1994 è proprio riconducibile a scelte di investimento di questo tipo.

Il 30 dicembre del 2016, i venture capital americani cercavano di rassicurare i media – dalle pagine di TechCrunch –  proprio su questo punto. Secondo gli esperti, non ci sarebbero stati maggiori investimenti verso gli Unicorni rispetto a quelli su startup molto più giovani e meno conosciute. E invece, l’anno dei record di raccolta degli Unicorni è stato proprio quello successivo all’annuncio. Il mio pensiero è che dalla seconda metà del 2017 abbiamo vissuto una vera e propria euforia tradotta poi in mania su ICO e criptomonete. Basti pensare che nella metropolitana di Londra continuano a scorrere ininterrottamente pubblicità che invogliano all’investimento su Bitcoin, Ethereum, etc. E i soldi non sono infiniti. I VC dovranno competere con una tipologia di strumento sempre più aggressiva, veloce, poco costosa e sicuramente meno regolamentata. E quando le banche centrali smetteranno di stampare denaro o meglio ne ridurranno l’entità, l’esaltazione potrebbe poi precipitare in depressione. Se si evita l’esaltazione, la depressione non affiora. Quindi l’industria dei venture capital è in “bolla” (ma non nel senso di equilibrio). E lo è da anni. Ma tutto è in bolla…


L’industria dei #VentureCapital è in #bolla ma non in Italia dove il mercato non è mai cresciuto. Politica e finanza sembrano ancora alleati nel non volere l’innovazione @simeoneantonio1
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QUAL È LA SITUZIONE IN ITALIA?

Mi piace osservare le reazioni dei venture capital italiani quando si parla di bolla. Il 2017 sembra sia stato uno degli anni peggiori per l’industria dei VC. Le startup hanno disatteso di tanto le aspettative. Per i VC italiani semplicemente il mercato non è in “bolla” proprio per questo motivo. Perché non è mai cresciuto. Ultimamente, i VC italiani sembra si siano lamentati di un appoggio politico assente e hanno cercato l’aiuto soprattutto da parte delle istituzioni finanziarie tradizionali. A mio parere, non è così che si cambiano le cose. Perché un processo di questo tipo è poco snello e rallenta il cambiamento. Cambiamento che è necessario alle startup. Sembra quasi che in Italia si preferisca ancora sostenere la situazione attuale. E politica e finanza sembrano ancora alleati nel non volere l’innovazione. I numeri parlano chiaro. Sono la sintesi delle politiche di un Paese e lo specchio della situazione economica. Non sento neanche il bisogno di citarli i numeri tanto sono marginali.

COSA FARE?

Quello che mi piace di Londra e quello che mi fa restare in Level39 è la capacità di fare sistema. Si è trovato un connubio tra la finanza tradizionale e quella innovativa. Dove startup, venture capital, istituzioni finanziarie tradizionali e regolatori collaborano tutti insieme verso l’innovazione. E non è vero che all’estero si trovano più soldi. Invece è vero che sono più bravi a selezionare le startup e il team. Ho visto venture capital farsi aiutare da modelli quantitativi guidati dall’Intelligenza Artificiale, così come ho visto VC stare fino a notte fonda a parlare con membri di startup appena nate. Perché il VC – almeno per quello che ho sempre pensato – è una missione. Sia politica che finanziaria. Non mera speculazione. Lo stesso governo inglese appoggia le startup, evitando investimenti a pioggia, ma dando supporto logistico e diplomatico.

LA PROSSIMA ONDATA?

Secondo quanto riportato dal Financial Times “una grossa ondata di finanziamenti di VC è stata diretta verso il settore automobilistico con circa 220 milioni di dollari di investimenti annunciati per la prima settimana di gennaio da due gruppi distinti: Toyota Research Institute e AutoTech Venture. Mentre sta costantemente crescendo il numero di fondi che si sta specializzando nel settore automobilistico, è possibile delineare due approcci molto differenti. Una parte di questi investitori infatti si sta focalizzando sui servizi di trasporto a breve/medio termine, mentre un’altra parte sta scommettendo su visioni futuristiche di veicoli completamente automatici”.

Oggi, il mercato delle criptomonete è crollato. Dai massimi, in meno di un mese, il bitcoin ha perso quasi il 60 per cento. È la natura umana. Almeno così dicono. Esaltazione e depressione. La bolla dei tulipani? Non lo so. Per ora no. Ah. Dimenticavo. Il Financial Times con le automobili guidate dall’AI a bordo. Sì. Penso anche io che saranno il futuro. Lo pensano tutti. Ma ancora lontano. Troppo lontano per i VC nostrani.

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Startup e futuro. Il VC che investe sulla felicità https://www.datamanager.it/2017/12/startup-futuro-vc-investe-sulla-felicita/ Wed, 20 Dec 2017 10:41:09 +0000 http://www.datamanager.it/?p=137914 In Giappone, il sogno del CEO di SoftBank è di rendere le persone più felici con la tecnologia grazie al venture capital Vision Fund. Qui ne parlo con Giovanni Contini, esperto di digital marketing e co-founder di Euklid Del Giappone ricordo le descrizioni di Tiziano Terzani. Un paese troppo artificiale e poco umano. Triste, cupo […]

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In Giappone, il sogno del CEO di SoftBank è di rendere le persone più felici con la tecnologia grazie al venture capital Vision Fund. Qui ne parlo con Giovanni Contini, esperto di digital marketing e co-founder di Euklid

Del Giappone ricordo le descrizioni di Tiziano Terzani. Un paese troppo artificiale e poco umano. Triste, cupo e poco creativo. Nei suoi diari, scriveva che persino il suo cancro “parlava giapponese”. Questo articolo è frutto di una conversazione avuta con Giovanni Contini. Il quale prima di tornare in Europa, ha vissuto e studiato in Giappone. Unico europeo, a soli 19 anni, ad aver sviluppato progetti di VC insieme all’università di Tokyo, replicando il modello californiano. Oggi, Giovanni Contini è co-founder di Euklid, startup con sede a Londra, valutata 10 milioni di euro, che sta rivoluzionando il settore degli investimenti, grazie ad algoritmi di trading e tecnologie bitcoin e blockchain.

Quando penso al Giappone, mi viene in mente un paese lontano oramai dall’antico splendore tecnologico. Vecchio, poco creativo e poco avverso al rischio. È proprio così? – «La cultura giapponese – risponde Giovanni Contini – rende le persone poco propense al rischio. La struttura stessa dell’economia tiene conto dell’impatto sociale che hanno le aziende. A volte, descriverei il Giappone come il paese capitalista più socialista al mondo».

Perché? – «Perché le aziende pensano al profitto, ma prima ancora al loro ruolo all’interno della società. Per merito di questa cultura il tasso di disoccupazione è molto basso e la qualità dei servizi molto alta. Tuttavia, il Paese ha perso il fascino di patria dell’innovazione tecnologica a discapito della crescita della Silicon Valley. C’è da considerare – però – che alcune aziende simbolo del successo delle startup americane, in Giappone hanno poco spazio. Servizi come Uber abbasserebbero la qualità di vita dei tassisti. Comprare biglietti per concerti in Giappone è un’impresa. In Italia, invece abbiamo TicketOne. Il motivo per cui non semplificano il processo è perché porterebbe all’eliminazione di alcuni lavori».


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Si tratta di una scelta o della conseguenza che ci sono toppe poche startup? – «La mentalità innovativa si concentra su imprese ad alto valore tecnologico o app per migliorare i servizi. Sono più interessati allo sviluppo di intelligenza artificiale, biomedicina e robotica, anziché al prossimo Airbnb o Uber. Tuttavia, le grandi compagnie investono ingenti quantità di denaro in ricerca e sviluppo. Il Giappone è ancora oggi in vetta ai paesi che registrano più brevetti al mondo. Il fatto che le società investano molto in ricerca e sviluppo limita però la nascita di nuove startup».

Ecco perché non ci sono startup di successo? – «Proprio così. Fatta eccezione per il mondo bitcoin-blockchain, che richiedono capitali da VC meno frequentemente. Non solo i VC investono pochissimo in fase early-stage, ma anche le startup che nascono sono poche. Questo va in contrasto con gli enormi fondi e investimenti che i giapponesi trasferiscono nel mondo dei VC stranieri. Ma all’ecosistema giapponese va bene così».

Mi viene in mente però Masa, l’uomo più ricco del Giappone e una volta del mondo – «L’esempio di Masayoshi Son, CEO di SoftBank – meglio noto come Masa – è molto popolare tra chi fa impresa in Giappone. In parte non stupisce, visto che è uno degli uomini più ricchi al mondo. Molte caratteristiche hanno reso Masa un modello da seguire. Prima fra tutte la sua perseveranza. La sua stessa direzione imprenditoriale è nata grazie a un incontro che ha ottenuto grazie alla sua forza di spirito. All’età di 16 anni – racconta Giovanni Contini – lesse il libro di Den Fujita, AD di McDonald’s Giappone. Rimasto impressionato, decise di far di tutto per incontrare Fujita. Dopo avere tentato inutilmente di fissare un appuntamento tramite le assistenti, decise di prendere un volo per Tokyo e di visitare gli uffici di colui che lo aveva ispirato. E gli sarebbe costato meno del costo delle telefonate. Chiese di poter incontrare Fujita solo per tre minuti. Il risultato fu una conversazione di 15 minuti, durante la quale chiese consigli su che genere di impresa fondare. Fujita gli disse di lanciarsi nel mondo dei computer, perché non bisogna mai guardare all’industria del passato o del presente, ma bisogna concentrarsi su quella del futuro. E da allora, Masa investe il suo tempo a costruire l’impresa del futuro».

Come tanti giapponesi di successo, anche Masa ha studiato all’estero? – «Sì, ha studiato all’Università di Berkeley in California. Quella di studiare all’estero è una caratteristica comune a buona parte dei manager di successo delle grandi imprese giapponesi» – mi spiega Contini. «L’apertura mentale è molto importante, oltre al vantaggio di poter parlare in inglese, che pochi giapponesi riescono a fare. Il fiuto per il business e la capacità imprenditoriale non hanno mai fatto difetto a Masayoshi Son, considerato che prima di fondare SoftBank – l’azienda che lo ha reso miliardario – ha fondato e venduto altre due società per oltre un milione di dollari. SoftBank nasce come banca del software nell’era dei software, ma si evolve come azienda telco. Masa non solo aveva intuito il valore dei cellulari e della possibilità di connettersi a Internet, ma da subito aveva capito l’importanza di investire nelle infrastrutture di rete».

Ricordo che il CEO di SoftBank è famoso anche per aver investito in altre società di successo prima di altri. Tra queste troviamo Yahoo e Alibaba. Altre acquisizioni che lo hanno reso famoso includono ARM e NVIDIA, da lui reputate alla base di smartphone, IOT, e oggi anche blockchain – «In verità – mi interrompe Contini – aveva anche intenzione di investire in Android, ma non concluse l’affare solo per non rovinare gli ottimi rapporti che aveva con Apple. Tipico stile di business giapponese, quello di anteporre il rispetto e le relazioni personali agli affari!

Oggi, è famoso per il suo Vision Fund, con il quale ha l’ambizione di investire un trilione di dollari in aziende tech – «Ha iniziato con 100 miliardi, in buona parte dati in gestione dall’Arabia Saudita, dopo averli convinti a dare 45 miliardi in 45 minuti. Altri partecipanti del fondo da lui guidato sono colossi tra i quali Apple, Foxconn, Qualcomm e Sharp».


Il #VentureCapital che investe sulla #felicità @simeoneantonio1 @joecontini
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Qual è la visione di Masayoshi Son? – «Credo che sia quella di portare il mondo alla Singularity. Per arrivarci, investirà in aree che includono IoT, AI, robotica, biocompunting, e molte altre».

Il sogno di Masa è di rendere le persone più felici con la tecnologia? – «La sua preoccupazione è di ridurre i problemi delle persone e dar loro più tempo per pensare a se stesse. Oggi, milioni di vite vengono rovinate da disastri naturali, malattie, stress, solitudine e così via. La visione di Masa di rendere le persone libere dai problemi richiederà – a suo avviso – trecento anni prima di avverarsi. Eppure, non smette di crederci e di raccontarlo. E per i prossimi trenta anni, continuerà a investire sulle basi delle soluzioni a questi problemi».

Conclusione – Alla fine di questa conversazione con Giovanni Contini, ripenso a Tiziano Terzani e mi scorre davanti agli occhi una sua fotografia all’interno della metropolitana di Tokyo. In bianco e nero. Due anziani. Con un viso privo di emozioni, occhi semi chiusi. Uno dorme con la bocca aperta e l’altro legge un giornale. Il primo è stravolto. Quasi morto. Il suo corpo non esprime energia, solo frustrazione e tanta depressione. L’atmosfera è cupa e sofferente. Una sofferenza interiore, che si percepisce dalla seconda figura, come se fosse stata obbligata a vivere quella vita. A prendere quel treno. A tenere gli occhi ancora aperti per leggere quel giornale. Solo abitudine. La felicità è qualcosa che non si cerca. No. La si sente oppure non esiste. Ha a che fare con il coraggio di perseguire i propri sogni? Probabilmente sì. Io ci credo. E Masa non si può dire sia triste. Basterebbe osservarlo in televisione. Riflette energia. È sicuramente ambizioso. Ma è anche felice? Chi lo sa. Almeno per una volta, il denaro viene investito per un ritorno di lungo periodo. Per la felicità di ciò che verrà. O almeno per il benessere. Forse, è più facile chiamarla così la felicità. Non siete d’accordo?

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United Ventures annuncia il lancio del suo secondo Fondo di Venture Capital “UV2” https://www.datamanager.it/2017/12/united-ventures-annuncia-lancio-del-suo-secondo-fondo-venture-capital-uv2/ Mon, 04 Dec 2017 15:30:38 +0000 http://www.datamanager.it/?p=136803 Finalizzato il primo closing a 75 milioni di Euro con l’obiettivo di raccogliere fino a 120 milioni di Euro nel corso del 2018 United Ventures SGR – il gestore italiano indipendente di Venture Capital, specializzato in investimenti in società innovative nei settori del software e delle tecnologie digitali – annuncia il lancio del suo secondo Fondo […]

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Finalizzato il primo closing a 75 milioni di Euro con l’obiettivo di raccogliere fino a 120 milioni di Euro nel corso del 2018

United Ventures SGR – il gestore italiano indipendente di Venture Capital, specializzato in investimenti in società innovative nei settori del software e delle tecnologie digitali – annuncia il lancio del suo secondo Fondo di Venture Capital, denominato “UV2”, dopo aver finalizzato il primo closing a 75 milioni di Euro, superiore alla capitalizzazione complessiva del primo fondo lanciato nel 2013.

“UV2” ha l’obiettivo di raccogliere nel corso del 2018 fino a 120 milioni di Euro e può contare, tra i suoi Anchor Investor, su investitori Istituzionali di primo piano come il Fondo Italiano d’Investimento, l’European Investment Fund, Banca Mediolanum, Banca Sella Holding e Fondazione di Sardegna.

United Ventures, fondata nel 2013 da Massimiliano Magrini e Paolo Gesess, ha investito con il suo primo fondo “UV1”, che ha raccolto complessivamente 70 milioni di Euro, oltre 50 milioni in 5 anni in 13 società tecnologiche “early stage” – fra cui Moneyfarm, Cloud4WI, Musixmatch, Faceit, Loop AI e Mainstreaming – avendo ancora 20 milioni di Euro a disposizione per attività di follow-on sul portafoglio di “UV1”.

La strategia di “UV2”, con un focus su investimenti “early stage – Round A”, sarà in linea con quanto realizzato fino ad ora. United Ventures continuerà a ricercare i migliori imprenditori italiani che ambiscono a costruire aziende globali nel settore delle tecnologie digitali sia in ambito business, sia consumer. In particolare il nuovo fondo punterà sulle tecnologie abilitanti che permettono di accelerare il percorso di innovazione di settori non ancora digitalizzati, aumentandone la produttività.

Massimiliano Magrini Co-fondatore e Managing Partner di United Ventures ha affermato: “La nostra mission è supportare nuovi imprenditori, o imprenditori seriali, nello sviluppo di imprese tecnologiche che possono innovare radicalmente settori ad alta potenzialità di crescita. L’ubiquità di accesso e la disponibilità di dati consentono di applicare le tecniche di Artificial Intelligence, Machine Learning e Predictive Analytics ad aziende già operanti, così come a start up che decidono di esplorare nuovi mercati e adottare nuovi modelli di business.”

Paolo Gesess, Co-fondatore e Managing Partner di United Ventures ha proseguito: “Con il nuovo fondo vogliamo continuare, nel solco di quanto già fatto nel corso degli ultimi 5 anni, a rappresentare un solido partner per tutti quegli imprenditori che hanno l’ambizione di sviluppare le proprie imprese a livello internazionale e che vogliano un socio di capitale che li supporti nel loro percorso di innovazione.”

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Le ICO sono il peggior nemico dei venture capital? https://www.datamanager.it/2017/11/le-ico-peggior-nemico-dei-venture-capital/ Mon, 27 Nov 2017 10:32:54 +0000 http://www.datamanager.it/?p=136238 Le ICO consentono alle startup di raccogliere fondi, vendendo token o criptovalute agli investitori, escludendo l’industria del venture capital che è una tipica fonte di finanziamento per le nuove società. Quali i rischi? WTF “is an ICO?” Così ha intitolato un articolo sulle Initial coin offering l’autorevolissima testata statunitense TechCrunch a fine maggio 2017. Noi […]

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Le ICO consentono alle startup di raccogliere fondi, vendendo token o criptovalute agli investitori, escludendo l’industria del venture capital che è una tipica fonte di finanziamento per le nuove società. Quali i rischi?

WTF “is an ICO?” Così ha intitolato un articolo sulle Initial coin offering l’autorevolissima testata statunitense TechCrunch a fine maggio 2017. Noi di Data Manager ne abbiamo già ampiamente discusso qualche mese fa ma nel frattempo la raccolta da parte delle startup attraverso le ICO ha superato i 2 miliardi di dollari. È una bolla? E quali sono i rischi legali? E quali quelli strutturali? Per rispondere a queste domande abbiamo chiesto opinioni e delucidazioni a Giovanni Contini, esperto di digital marketing e co-founder di Euklid e a Gianluca Gilardi, uno dei massimi esperti di startup in Italia. Per Contini il rallentamento degli investimenti da parte dei VC su startup basate su tecnologia blockchain è dovuta al fatto che «le startup fintech hanno ideato un metodo diverso per raccogliere soldi: le ICO. Grazie alle ICO, le startup possono vendere monete di una nuova criptovaluta a nuovi investitori, senza dover passare attraverso le regolamentazioni imposte ai VC per raccogliere le somme investite. Questa mancanza di regolamentazioni è abbastanza evidente, e la vendita di alcune ICO è molto aggressiva. I banner su Facebook e i video pubblicità su Youtube sono innumerevoli. Conosco molto bene l’ambiente di chi fa marketing online con modelli di affiliazione. La nuova moda è di promuovere le ICO anche lì. Tutto questo si è tradotto in un investimento totale in ICO maggiore al totale degli investimenti parte dei venture capital».

UN NUOVO SOGNO PER LE STARTUP

Sembra, infatti, che le startup in questione riescano facilmente a raccogliere denaro da parte di persone che conoscono poco il mondo delle startup, ma che invero sono attratte da lauti guadagni in brevissimo tempo. Per Contini, le ICO sono un sogno per le startup. Vendere nuove monete per raccogliere soldi, senza dover cedere azioni della propria società. Nessuna diluzione, nessun diritto di voto, niente di niente, nessuna tutela per gli investitori. Mark Knopfler cantava: “Money for nothing and the chicks for free”. Si riferiva alle rock star. E un po’ mi viene da pensare che le nuove rock star siano persone come Vitalik Buterin (il fondatore di Ethereum), che si è presentato a una importante conferenza sul fintech spettinato e con una maglietta a dir poco pittoresca. Un grande anticonformista, proprio come le rock star. Le rock star vendono emozioni. E così, anche chi fa le ICO. Entrambi vogliono distruggere il vecchio. Oggi, però questo comporta un rischio, perché chi raccoglie denaro tramite ICO, approfitta di un mondo non regolamentato. O meglio, non regolamentato in buona parte del mondo, visto che paesi come Cina e Corea del Sud hanno già bloccato la vendita di nuove monete. E anche tra quelli che non hanno fermato questi investimenti, molti hanno ammonito dei pericoli, come gli USA».

LIBERTÀ E BUONA INFORMAZIONE

Non sarebbe meglio che tutti possano investire in qualunque impresa senza limiti imposti da regolamentazioni? «Certamente, non sono nessuno per poter rispondere adeguatamente. Sono spesso a favore della libertà» – spiega Contini. Tuttavia, la libertà necessita di buona informazione. La nostra psicologia ci porta a sognare guadagni facili, e i banner che promuovono la ICO che ci renderà ricchi non sempre sono veritieri. Aprire un nuovo mondo – prima inaccessibile – di investimenti a persone non specializzate porta inevitabilmente a una bolla. Le statistiche parlano chiaro, oltre il 90 per cento delle nuove imprese falliscono. Molti che investono in ICO si scordano di questo, perché nessuno è tenuto a informarli a dovere dei rischi di tale investimento. Inevitabilmente, alcuni dei progetti in questione – quasi sicuramente una buona maggioranza – falliranno. Così funziona il mondo del fare impresa. Inevitabilmente, molte criptovalute figlie delle ICO finiranno per valere zero. Molti risparmi verranno bruciati. La speranza è che perlomeno si impari dall’esperienza almeno questa volta, ma è la stessa speranza che si ha ogni volta che scoppia una bolla. E se davvero fosse una bolla destinata a scoppiare, è inevitabile che anche questo nuovo mondo verrà regolamentato pure da noi».


#venturecapital @simeoneantonio1 Le #ICO sono il peggior nemico dei #VC ?
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«ICOs: the best thing since sliced bread?» – si domanda l’avvocato Gilardi e continua riflettendo sul mondo finanziario che è in subbuglio: dopo un – forse brusco – risveglio della finanza tradizionale scatenato dalle performance del bitcoin, che pare inarrestabile a fronte di questa impennata nella domanda, molto prevedibilmente si è assistito a un ampliamento dell’offerta di criptovalute, in uno scenario dove i nuovi player non sono (più) motivati da idee innovative nel campo economico e finanziario, ma da una granitica ricerca del profitto. «Siamo passati da Satoshi Nakamoto a un embrionale ecosistema di una miriade di startup che – in alternativa rispetto ai “tradizionali” metodi di finanziamento – ricorrono allo strumento delle ICO per finanziare i propri progetti». Dal punto di vista dei founder – afferma Gianluca Gilardi – dietro alle varie ICO, lo strumento presenta tutti i vantaggi del “money-for-shares” senza però lo svantaggio principale, ossia l’ingresso dell’investor nel capitale sociale, con tutta quella serie di reti di sicurezza ormai consolidate. «Ed è proprio su questo snodo che si gioca la partita della – per così dire – “solida attrattività” per gli investitori, che se da un lato non possono ignorare le prospettive di ritorni sugli investimenti in ICO (“chissà, /proprio quella/ potrebbe essere la criptovaluta che ripeterà le performance quasi stellari del bitcoin”) dall’altro non possono neppure ignorare fideisticamente il fatto che questo nuovo mercato delle “blockchain-based startup” a volte si è rivelato – e continua a rivelarsi – largamente “etereo” (pun intended)».

E IN ITALIA?

«Dal punto di vista del giurista italiano, le ICO nell’attuale scenario normativo non possono che essere ricondotti al contratto di compravendita» – continua Gianluca Gilardi. «Per gli investitori (VC e non) italiani, le ICO si collocano esattamente al lato opposto dello spettro della tutela e del formalismo rispetto alle prassi più tradizionali di finanziamento delle startup: se da un lato abbiamo un sistema di regole e formalismi ancora rigidi per il trasferimento di quote di partecipazione in società, dall’altro abbiamo le relativamente minori tutele dei contratti sinallagmatici applicabili a prestazioni fortemente immateriali – quali la “consegna”  di una determinata “quantità” di criptovaluta». In uno scenario come quello attuale, l’investimento in ICO non può che essere considerato esclusivamente come speculativo ad alto rischio e le dinamiche che stanno affiorando inducono a temere l’insorgere di una bolla speculativa che ad alcuni ricorda il periodo non proprio per tutti felice delle dot-com, con la differenza che – perlomeno –  «a quei tempi, tali iniziali offerte si muovevano in un framework legale e regolatorio ben definito, mentre il panorama delle ICO è allo stato attuale completamente in divenire. Non a caso, pure la Svizzera – definita da alcuni “il paradiso delle ICO” – ha annunciato che si doterà a breve di un framework normativo relativo proprio a queste attività, segno che l’attenzione del legislatore è ormai desta ovunque e la direzione che potrà prendere è difficilmente prevedibile» – conclude Gianluca Gilardi. «Una bolla cresce rapidamente, deliziandoci con i suoi riflessi brillanti, ma poi scompare alla stessa velocità. É sostenuta solo dall’aria e dal vento». Così scriveva Edward Chancellor, famoso studioso di bolle finanziarie. Ma a dirla tutta le bolle portano innovazione e cambiano dei paradigmi. Quindi, che ben vengano.

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Perchè i venture capital italiani non bevono caffè? https://www.datamanager.it/2017/10/perche-venture-capital-italiani-non-bevono-caffe/ Mon, 23 Oct 2017 14:33:16 +0000 http://www.datamanager.it/?p=133597 Le startup di successo finanziate dai grandi venture capital non sono solo digitali, o più propriamente tecnologiche. Qualcosa è cambiato nel panorama delle nuove imprese Ebbene no. Le startup di successo non si possono più definire meramente digitali o più propriamente tecnologiche. è cambiato qualcosa nel panorama delle startup. Pensiamo al caso di Blue Bottle […]

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Le startup di successo finanziate dai grandi venture capital non sono solo digitali, o più propriamente tecnologiche. Qualcosa è cambiato nel panorama delle nuove imprese

Ebbene no. Le startup di successo non si possono più definire meramente digitali o più propriamente tecnologiche. è cambiato qualcosa nel panorama delle startup. Pensiamo al caso di Blue Bottle Coffee, la catena di caffetteria che ha lanciato la sfida a Starbucks. Sicuramente ne avete sentito parlare. Si tratta di una startup californiana che in meno di cinque anni dal primo round è stata rilevata per una quota pari al 68% da Nestlè a un prezzo di 500 milioni di dollari su un valore della società di ben 700 milioni. Da un singolo bar di Oakland, in California, è diventata una catena di lusso con attenzione ai dettagli e 55 punti vendita, di cui sei a Tokyo. Sì. Quasi un unicorno si potrebbe definire.

«Il mio obiettivo come amministratore delegato è assicurare un futuro sostenibile per Blue Bottle Coffee» – ha dichiarato l’amministratore delegato di Blue Bottle, Bryan Meehan. «Sono lieto di poter lavorare con Nestlé per un approccio di lungo termine per diventare un leader globale». L’obiettivo è mantenere comunque l’autenticità delle caffetterie Blue Bottle, rinomate per il loro stile pulito di ispirazione giapponese, e non compromettere la qualità. Ma andiamo con calma e procediamo con ordine. «Viene vista come l’anti-Starbucks, ma la startup Blue Bottle Coffee sta trasformando i suoi piccoli caffè artigianali in soldoni». Così esordisce il Financial Times con un articolo su Blue Bottle Coffee nel 2015. E come dargli torto, quando pochi giorni prima, la startup aveva chiuso un round di 70 milioni di dollari con il grandissimo fondo di venture capital, Fidelity? Già. Ai precedenti investitori – Morgan Stanley, i grandi venture capitalist tecnologici quali Index Ventures e True Ventures, i fondatori di Instagram e Twitter, e Bono degli U2 – è stato riconosciuto un profitto pari a circa 20 volte l’importo dell’investimento di partenza. Ma le critiche ovviamente non mancano sia da parte dei followers della startup sia da parte dei giornalisti di finanza, sotto il profilo della convenienza e stabilità dell’investimento.

Il valore dell’artigianato e della piccola industria

Quanto ai followers, sicuramente l’acquisizione da parte di Nestlè rischia di compromettere tutti i seguaci della startup convinti del valore dell’artigianato e della piccola industria. Tuttavia, secondo gli studi di settore e le ricerche di mercato, i marchi di artigianato acquisiti da importanti aziende tendono a non soffrire troppo nel lungo periodo. Secondo un recente studio UBS, il 45% dei bevitori americani crede che l’indipendenza non importa quando scegli una birra artigianale. Ciò che conta è la qualità. Gli stessi principi si applicano quando si tratta di caffè. «Gran parte della reazione negativa dei media sociali si è concentrata sui timori che l’acquisizione possa determinare un peggioramento della qualità del caffè, cosa che ritengo sia una paura completamente infondata» – ha commentato Matthew Barry, analista di bevande presso la società di ricerca di mercato Euromonitor, a Business Insider. «Nestlé ha acquistato questo marchio perché sa che ha una forte reputazione per la qualità».

Quanto alla natura profittevole o meno degli investimenti nel settore food, Gillian Tan e Shira Ovide di Bloomberg hanno più volte sottolineato come «i venture capital con Blue Bottle Coffee hanno vinto una scommessa e molte altre ne vinceranno, ma non per questo devono concentrare gli investimenti e modificare i loro modelli di business per finanziare caffè e formaggi alla griglia, nonostante credano nel marchio e negli imprenditori che stanno sostenendo». Insomma, sembra che lo scetticismo non manchi. Il concetto chiave è che i venture capital dovrebbero investire su startup tecnologiche, altamente rischiose ma con margini di rendimento elevatissimi. Probabilmente si dovrebbero cimentare nell’ardua impresa di trovare la nuova Google. E per le altre startup?

I venture capital dovrebbero considerare l’avvio di fondi specializzati e distinti che consentano agli investitori di esporsi su caffè, materassi oppure occhiali. Prodotti comuni. Altrimenti dovrebbero accettare di considerare una simile tipologia di investimenti con i loro conti personali. Ma la vera preoccupazione di base risiede proprio nel successo di startup non tecnologiche in quanto ciò implica la necessità di un cambiamento. Cambiare modello di investimento può andare bene qualora sia un evento raro e del tutto eccezionale. Ma il problema è che ognuno di questi successi attribuisce quella fiducia necessaria che porta a cercarne di simili e con ambizioni sempre più grandi. Quando questo accade, il risultato è inevitabile. Sicuramente ci saranno più fallimenti sulla scia di Juicero Inc.


.@simeoneantonio1 Perché i #VentureCapital italiani non bevono #caffè ?
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Il made in Italy alla ricerca di un modello di business

Il problema è che per quanto ci provi, l’Italia del caffè e del buon cibo non riesce a competere con le food startup straniere. Quali le cause?

Secondo Paola Bonomo, è necessario riflettere e prendere consapevolezza di due aspetti:

1) L’invenzione di nuovi formati retail è qualcosa che in Italia non si fa più da un sacco di tempo. Ci si limita semplicemente a importare quelli altrui. Il campione italiano dell’innovazione retail è senza dubbio Antonio Percassi. Negli anni 80, c’era Benetton, negli anni 90 KIKO, negli anni 2000 Zara, più di recente WOMO, Bullfrog, Soulgreen… Però a Percassi non interessava la exit: lui ha 6 figli di cui 5 sono coinvolti nel business e quindi qualsiasi catena di caffetteria avesse fondato non l’avrebbe mai ceduta a Nestlé, perché non gli interessava!

2) Se si guarda l’esempio di Blue Bottle Coffee, ma anche di Dollar Shave Club – ceduta a Unilever per un miliardo di dollari l’anno scorso, quindi unicorno a tutti gli effetti – è possibile rendersi conto di come le acquisizioni di queste aziende siano trainate dalla consapevolezza che sul mercato USA ormai comandano i Millennials, e che i canali tradizionali stanno implodendo sotto i cannoni di Amazon. Occorre quindi dotarsi di un qualche e-commerce play con un pubblico Millennials molto fidelizzato tipo “lovebrand”. Sia Dollar Shave sia Blue Bottle Coffee corrispondono a questa descrizione.

Un problema di domanda

Quindi, non è tanto un problema di risorse finanziarie quanto piuttosto di domanda. «In Italia, già di Millennials ce ne sono molti meno in percentuale della popolazione (bassa natalità da decenni) e quei pochi che ci sono hanno basso potere d’acquisto». Queste le parole conclusive di Paola Bonomo. Come non essere d’accordo? Sembra che in Italia siamo molto competenti a creare prodotti fisici, spesso i migliori del mondo, ma non siamo molto bravi a venderli. Mi viene in mente soprattutto il successo dell’imprenditrice americana Amy Errett: inizia acquistando i prodotti dall’Italia, realizzando il packaging, il brand, il sito, il marketing e alla fine il risultato del valore in Italia è di 1 dollaro mentre negli Usa è di 9 dollari.

La verità è che ci ostiniamo a portare avanti un modello B2B piuttosto che trovare il coraggio di passare a un sistema b2c. Perché «se effettivamente il prodotto è di ottima qualità, come non ho motivo di dubitare, fa veramente arrabbiare che la fabbrica italiana lo dia via in white label agli americani! Non siamo bravi su marketing e vendite!». Essendo Blue Bottle Coffee soprattutto un’invenzione di marketing, sembra difficile a questo punto che possa sorgere anche da noi. I venture capital italiani non bevono caffè. Quelli americani non dovrebbero bere caffè, citando Gillian Tan e Shira Ovide di Bloomberg, ma in ogni caso saranno sempre affamati. Questo è poco ma sicuro.

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Venture capital di donne per le donne https://www.datamanager.it/2017/09/venture-capital-donne-le-donne/ Mon, 25 Sep 2017 12:44:39 +0000 http://www.datamanager.it/?p=131628 L’industria dei venture capital fa i conti con la modernità. Un nuovo fondo venture fondato da donne per le startup guidate da donne “I’m a creep. I’m sorry”. (“Sono un verme. Mi dispiace”). È il titolo di un post del blog di David McClure, il fondatore della famosissima “500 Startups”, pubblicato dopo che decine di […]

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L’industria dei venture capital fa i conti con la modernità. Un nuovo fondo venture fondato da donne per le startup guidate da donne

“I’m a creep. I’m sorry”. (“Sono un verme. Mi dispiace”). È il titolo di un post del blog di David McClure, il fondatore della famosissima “500 Startups”, pubblicato dopo che decine di donne imprenditrici della Silicon Valley lo hanno accusato di molestie sessuali. È davvero così? Sì. Gli imprenditori – startupper – sono quasi tutti uomini e negli stessi VC sono ancora pochissime le donne nei ruoli di comando. «L’80 per cento delle startup sostenute dai venture capital sono completamente guidate e fondate da uomini» – afferma Chip Hazard di Flybridge. Ma qualcosa sembra stia cambiando. Il 12 luglio 2017, è stato lanciato XFactor Ventures, un fondo di pre-seed, con nove fondatrici di sesso femminile: l’obiettivo è investire tre milioni di euro in 30 imprese esclusivamente guidate da donne. “And drive to build the next billion dollar company”. Ovviamente. XFactor Ventures, subito dopo l’annuncio, è stato immediatamente promosso dai fondatori di alcune tra le startup di maggiore successo. Per Reid Hoffman, cofondatore di LinkedIn, bisogna dare una ripulita all’intero settore del venture capital internazionale, ma per Claudia Iannazzo, partner di AlphaPrime Ventures, la strada è ancora molto lunga e sia le imprese che i venture capital devono definire dei chiari obiettivi di assunzione di donne e, soprattutto, sostenere il loro sviluppo. La notizia ha fatto il giro del mondo nel giro di poche ore ma non è ancora stata tradotta in lingua italiana. Tornando in Italia, solo qualche settimana fa, Paola Bonomo è stata premiata come Business Angel dell’anno da parte di Club Investitori per l’investimento a favore della società AdEspresso.

L’ex manager di Ebay, Vodafone e Facebook è tra le donne più influenti nel panorama tecnologico internazionale e ha rilasciato una sua riflessione riguardo lo scandalo McClure e l’avvio di XFactor Ventures: «In uno scenario ideale le nuove imprese verrebbero valutate dagli investitori senza riguardo al genere o all’etnia dei fondatori, un po’ come i concertisti sono selezionati dalle orchestre in audizioni “al buio”, suonando il loro strumento dietro una tenda. Ma nel mondo del venture capital non si sono trovati analoghi meccanismi per rimuovere il bias di chi prende le decisioni; anzi, il processo di selezione è intrinsecamente viziato, al punto che persino le domande poste alle imprenditrici, come ha mostrato un recente studio, sono diverse da quelle poste agli imprenditori. L’omofilia negli investment committee risulta in un vantaggio di posizione, non giustificato da altre condizioni, per gli uomini che si raccolgono capitali per la loro impresa. A fronte di questo stato delle cose, ben vengano iniziative come XFactor Ventures: anche se il fondo è piccolo (solo 3 milioni di dollari), sarà gestito da nove imprenditrici che collettivamente hanno raccolto 150 milioni di dollari per le loro aziende, e che sapranno certamente raccogliere un fondo più grande se questo primo fondo si dimostrerà di successo».


#VentureCapital @simeoneantonio1 La nuova centralità delle donne @XFactorVentures
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IL RUOLO DELLE DONNE NEL VENTURE CAPITAL

Raffaele Mauro, managing director di Endeavor in Italia, aggiunge che «il ruolo delle donne nel venture capital diventerà sempre più importante. Si tratta di un settore che opera a cavallo tra finanza e tecnologia e che fino a poco fa, sia in Italia che all’estero, è stato profondamente chiuso nei confronti del talento femminile. Oggi, la situazione sta cambiando, ci sono sempre più donne di grande talento come analisti e investment manager, sebbene ancora troppo poche in posizioni di leadership come quella di managing partner. È una sfida che deve essere vinta: i fondi di venture capital sono organizzazioni che sopravvivono sulla base della loro capacità di effettuare scommesse intelligenti sul futuro e, pertanto, tagliare fuori una quota importante della capacità cognitiva e relazionale umana non può che rivelarsi una scelta stupida nel lungo periodo. È inoltre dimostrato empiricamente che le imprese che hanno donne in posizioni di leadership, ad esempio nei CdA, generano migliori performance. L’industria del venture capital, per evolvere a fronte della mutazione della società e della tecnologia, non potrà essere fuori da questa dinamica. È fondamentale la creazione di ambienti di lavoro inclusivi e di role model, donne di successo, che possa ispirare le persone più giovani che si avvicinano a questo percorso di carriera». Restando in Italia, le donne si laureano prima e con una votazione più alta rispetto ai colleghi maschi e questo accade in tutte le discipline. Secondo i dati di AlmaLaurea, nonostante le donne siano più preparate e con un curriculum più vasto, le differenze occupazionali diminuiscono di circa 7 punti percentuali rispetto agli uomini. E la stessa cosa accade nel mondo delle startup. Solo una su 10 è guidata da donne. Il “Fattore X” è ancora lontano.

IL VALORE AGGIUNTO DELLE DONNE

Chi invece nel “Fattore X” ( XFactor Ventures ) ci crede è Chip Hazard di Flybridge, che riconosce il valore aggiunto che le donne possono apportare nel settore, sebbene la misoginia rappresenti spesso un problema rilevante con il quale la società civile deve confrontarsi quotidianamente. I vantaggi derivanti dalla nuova centralità attribuita alle donne consentirebbe a diversi founding teams di avere una migliore prospettiva sulle opportunità di mercato, al fine di individuare e commercializzare i prodotti per il più ampio pubblico possibile. Inoltre essi assumeranno migliori decisioni e saranno più efficaci nell’attirare e mantenere talenti. Tutto ciò porterà a rendimenti superiori agli investimenti anche perché: «Le partner femminili hanno maggiori probabilità di sostenere le startup fondate da donne. Le fondatrici di maggior successo diventeranno partner di XFactor Ventures per sostenere il modello». È luglio e a Washington ci sono oltre 30 gradi. La deputata del Congresso degli Stati Uniti, Jackie Speier, crea l’hashtag #SleevelessFriday e posta su Twitter una foto di gruppo di colleghe vestite con abiti senza maniche e di colori diversi. La foto fa il giro del mondo e diventa l’argomento topic di internet. Al Congresso, infatti, è vietato a chiunque ci lavori di indossare abiti senza maniche e le scarpe aperte a punta. Paul Ryan, lo speaker della Camera, interviene garantendo la modifica delle leggi oramai superate. I venture capital si nutrono di innovazione e la rendono fruibile a tutti nel presente. Ma fa riflettere il fatto che siano ancora organizzati come strutture piramidali, “maschili”, prossime all’obsolescenza. XFactor Ventures è l’esempio che il mondo dei VC cambia continuamente e assume forme sempre più orizzontali. Le potenzialità – ancora non del tutto espresse – dell’imprenditoria femminile si realizzano così concretamente. Ma siamo ancora agli inizi perché l’obiettivo di XFactor Ventures è quello di crescere più del mercato. Non è facile. Ma neppure impossibile. Con pazienza e tenacia, il femminile modifica le vecchie regole. Modernizzandole.

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