Linda Imperiali – Data Manager Online https://www.datamanager.it Il portale dell'ICT professionale Fri, 21 Sep 2018 11:04:08 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=5.8.13 https://www.datamanager.it/wp-content/uploads/2020/04/dmo-favicon3.png Linda Imperiali – Data Manager Online https://www.datamanager.it 32 32 Nextdoor, l’app di quartiere per una real community https://www.datamanager.it/2018/09/nextdoor-lapp-di-quartiere-per-una-real-community/ Thu, 20 Sep 2018 14:34:12 +0000 http://www.datamanager.it/?p=154118 Nextdoor, l’app di quartiere leader nel mondo, è arrivata ufficialmente in Italia due giorni fa. Principale obiettivo della piattaforma è quello di permettere ai vicini di casa di creare community locali per migliorare la vita dei quartieri. Il risultato è la creazione di legami reali, a partire da incontri virtuali “Nextdoor non esisterebbe senza l’Italia”, […]

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Nextdoor, l’app di quartiere leader nel mondo, è arrivata ufficialmente in Italia due giorni fa. Principale obiettivo della piattaforma è quello di permettere ai vicini di casa di creare community locali per migliorare la vita dei quartieri. Il risultato è la creazione di legami reali, a partire da incontri virtuali

“Nextdoor non esisterebbe senza l’Italia”, esordisce così Nirav Tolia, Co-Founder e CEO di Nextdoor, l’app di quartiere che facilita e promuove le relazioni locali, nata negli Stati Uniti nel 2010.

E’ infatti nelle strade di Roma, Firenze, Milano e tante altre città italiane che Nirav e Sarah, cofondatrice, avevano discusso riguardo la tipologia di azienda che avrebbero voluto costruire.

Nell’era di Facebook, Twitter e LinkedIn potrebbe sembrare una scelta azzardata. Del resto, ogni social ha la propria community di utenti e la parola “social” ci rimanda immediatamente ad una dimensione sociale. Ma il punto è un altro: i social network che utilizziamo oggi, sono davvero in grado di realizzare una rete sociale concreta e unita, oltrepassando quello spazio fittizio che è l’incontro in rete?

L’obbiettivo di Nextdoor è quello di permettere ai vicini di casa di creare community locali per migliorare la vita dei quartieri e renderli più sicuri. Quello che fa questa piattaforma, lanciata ufficialmente due giorni fa a Milano, è partire da una conoscenza virtuale per arrivare ad un incontro reale tra le persone. L’anima di Nextdoor non è quindi la tecnologia ma il mondo reale.

Amedeo Galano, Head of Community di Nextdoor per l’Italia, ci racconta che in poco più di un mese l’app è riuscita a raggiungere i 30.000 membri in Italia e si parla di 400 quartieri mappati dagli addetti ai lavori di Nexdoor, di cui 200 solo a Milano. “Gli italiani hanno bisogno di una parte sociale che sta scomparendo”, prosegue Amedeo.

Si potrebbe parlare di un processo opposto a quello che il filosofo Levy descrive nel suo libro “Il virtuale”, dove l’idea di fondo è che “la virtualizzazione consista nel passaggio dall’attuale al virtuale, nell’elevare a potenza l’entità considerata. La virtualizzazione non è una derealizzazione, ma un cambiamento di identità, uno spostamento dal centro di gravità ontologico dell’oggetto in questione. Dal latino vis (forza, vigore, potenza) il virtuale, contrariamente al possibile, concede largo margine ai processi di creazione ponendosi non come statico e predeterminato ma come problema a cui dare una risposta.“

Nextdoor realizza in pieno quello che inizialmente è solo un legame potenziale. Le persone si iscrivono alla piattaforma perché sono davvero interessate a creare una comunità composta dai propri vicini di casa e da membri del quartiere. Come ha raccontato Amedeo sono tanti i quartieri che hanno iniziato a organizzare aperitivi con 20, 30, 40 persone, proprio grazie a Nextdoor. Il filosofo Aristotele direbbe che si tratta di potenza e atto. Considerando questi due concetti potremmo dire che piattaforme come Nextdoor creano legami di amicizia e relazioni in potenza, almeno finché restano confinati alla dimensione del virtuale. Gli incontri, gli aperitivi, le feste realizzati sulla base di amicizie nate in rete sono l’attualizzazione di quei legami che prima esistevano solo in potenza.

Secondo alcuni dati nel 2011 il 30% degli americani non sapeva citare il nome di nemmeno un vicino di casa, mentre sette anni dopo Nextdoor è utilizzato dal 40% degli americani. In Italia la situazione è migliore, perché si stima che il 30% degli italiani sappia almeno 10 nomi dei propri vicini di casa. Non per questo però significa che questa stessa percentuale esca abitualmente con persone del quartiere o semplicemente abbia la possibilità di farlo.

Spesso si demonizza l’utilizzo dei dispositivi elettronici. E di frequente, coloro che non possono essere classificati come “nativi digitali”, parlano di quanto “ai loro tempi fosse tutto più bello e più autentico”. Io non credo che i social network o un’app come Nextdoor rendano la realtà meno autentica, anzi. Credo che Nextdoor in particolare stia riuscendo nell’intento di vestire di umanità la miriade di tecnologie che ci portiamo appresso.

“Chi di voi umanizzerà la rete sarà il vero Leonardo”, afferma Brunello Cucinelli, stilista e imprenditore italiano presente al lancio italiano di Nextdoor. Forse, il valore aggiunto delle app che verranno create in futuro sarà proprio questo. In un mondo in cui la sfida è sempre quella a chi realizza la tecnologia più avanzata e innovativa, l’aspetto umano integrato a tale tecnologia è sicuramente un punto vincente.

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Badi: il Machine Learning che ci rende più umani https://www.datamanager.it/2017/11/badi-machine-learning-ci-rende-piu-umani/ Thu, 30 Nov 2017 15:18:12 +0000 http://www.datamanager.it/?p=136592 Come spesso accade, un’invenzione può nascere da una personale necessità. È stato così per la maggior parte delle scoperte raggiunte dall’umanità L’uomo aveva freddo e scoprì il fuoco. Aveva bisogno di muoversi più velocemente e trasportare merci e inventò la ruota. In un’epoca più vicina, per accorciare le distanze, inventò il telefono. E così via. […]

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Come spesso accade, un’invenzione può nascere da una personale necessità. È stato così per la maggior parte delle scoperte raggiunte dall’umanità

L’uomo aveva freddo e scoprì il fuoco. Aveva bisogno di muoversi più velocemente e trasportare merci e inventò la ruota. In un’epoca più vicina, per accorciare le distanze, inventò il telefono. E così via. Questa volta parliamo della necessità di trovare una stanza in affitto, magari in una grande città come Milano e magari ad un prezzo ragionevole per uno studente e magari, sempre magari, abitata da persone simpatiche pulite e collaborative.

Era questa la necessità di Carlos Pierre, spagnolo che ai tempi aveva 24 anni e che faceva una fatica immensa a trovare una stanza a Barcellona. Dopo varie ricerche si era quasi arreso. Le spese d’agenzia non se le poteva permettere. Un giorno, per caso, si imbatte nella lettura di un blog in cui viene a conoscenza della storia di una ragazza che non riusciva a trovare un coinquilino per il suo appartamento. La ragazza a un certo punto decide di rompere lo schema dell’occasione mancata e pubblica niente meno che su Tinder le foto dell’appartamento (per chi non lo sapesse Tinder è un sito per incontri che mette in comunicazione i profili degli utenti con lo scopo di farli chattare e poi incontrare nella vita reale). In pochissimo tempo riceve tantissime richieste, tra cui quella del suo futuro coinquilino.

È a questo punto che il giovane Pierre capisce che serviva uno strumento efficace che connettesse le persone ai propri coinquilini secondo età, gusti e interessi. Così decide di creare lui stesso uno strumento del genere ed è in questo modo che è nato Badi. Siamo nel 2015 e Badi si presenta come un’app che, grazie all’intelligenza artificiale, mette in contatto persone che cercano una stanza in affitto o al contrario che vogliono affittare una stanza.

La connessione tra persone affini per interessi e carattere non è però casuale. Badi ha alle spalle un preciso algoritmo di Machine Learning che processa i dati forniti dall’utente al momento del log in e man mano che si utilizza l’app. Tutti questi dati vengono registrati e confrontati tra loro, dando poi vita ai famosi collegamenti tra persone. Nello specifico, il team di data scientist che lavora per l’app, ha messo a punto uno Smart Recommendation System che unisce le informazioni – non sensibili – contenute nei profili social degli iscritti ad altre acquisite grazie al machine learning. Ogni volta che un iscritto rifiuta o accetta un possibile match, il sistema è in grado di recepire ed elaborare ulteriori preferenze e affinare la ricerca. Il motore di raccomandazione di Badi è talmente accurato che il numero di match tra potenziali coinquilini è 28 volte maggiore rispetto a Tinder. Ciò consente a chi cerca una stanza o un coinquilino di trovare in poco tempo persone davvero affini. Una volta effettuato il match le due persone possono parlare attraverso la chat dell’app, organizzare le visite, effettuare un pagamento sicuro attraverso la piattaforma e concludere la ricerca più rapidamente.

Alberto Betella, CTO di Badi, commenta così quanto spiegato in precedenza: “Forse non è vero che il Machine Learning soffoca le relazioni umane, ma anzi, potrebbe essere vero il contrario. Del resto, quello che sta facendo Badi, attraverso il suo algoritmo, è potenziare il lato umano connettendo le persone”

Nata due anni fa a Barcellona, in soli 12 mesi Badi diventa la prima piattaforma di appartamenti condivisi in Spagna. Attualmente conta 30 persone nel suo team e ha ricevuto investimenti per un totale di 4,3 milioni di euro.

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Bambini esperti di tablet ma poi non sanno usare le costruzioni https://www.datamanager.it/news/bambini-esperti-di-tablet-ma-poi-non-sanno-usare-le-costruzioni-55765.html Fri, 18 Apr 2014 14:18:24 +0000 http://dmo4.datamanager.it/2014/04/bambini-esperti-di-tablet-ma-poi-non-sanno-usare-le-costruzioni/ Sono sempre più piccoli i bambini che si avvicinano a smartphone e tablet. Questo è sicuramente un bene ma è stato scoperto che questi infanti tecnologici di fronte ai vecchi giochi, come quello delle costruzioni, non sanno che fare. Ecco l’allarme della Association of Teachers and Lecturers I bambini si avvicinano al cellulare dei genitori […]

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Sono sempre più piccoli i bambini che si avvicinano a smartphone e tablet. Questo è sicuramente un bene ma è stato scoperto che questi infanti tecnologici di fronte ai vecchi giochi, come quello delle costruzioni, non sanno che fare. Ecco l’allarme della Association of Teachers and Lecturers

I bambini si avvicinano al cellulare dei genitori con una facilità impressionante: sbloccano gli smartphone in un attimo, sfogliano lo schermo dei tablet meglio degli adulti, imparano presto come arrivare ai loro giochi preferiti. Ma quella che può sembrare un’innocua attività nasconde diverse problematiche. L’allarme lo ha lanciato la Association of Teachers and Lecturers, sindacato degli educatori britannici: i bambini della «generazione smartphone» sanno usare il tablet prima ancora di parlare, ma di fronte alle “vecchie” costruzioni non sanno cosa fare.

Gli effetti negativi degli smartphone sui bambini

Secondo il sindacato, l’abitudine all’uso del computer ha effetti anche sulla concentrazione e sulla capacita di socializzare dei bimbi. Durante il congresso dell’associazione a Manchester sono stati raccolti diversi esempi di effetti nocivi dell’uso del computer. «Ho parlato con diverse maestre di scuola materna – spiega Colin Kinney, uno degli insegnanti dell’associazione, al Guardian – e sono preoccupate per il numero sempre più alto di bambini che sanno come far scorrere uno schermo ma hanno poche, se non nessuna, abilità manuale con le costruzioni, o non sono in grado di socializzare con gli altri, ma i cui genitori parlano con orgoglio di come sanno maneggiare smartphone e tablet».

Per l’associazione sindacale sarebbero necessari studi sugli effetti dei gadget elettronici su bambini così piccoli. «Gli insegnanti parlano a bambini che sono arrivati nelle loro classi dopo aver passato parte della notte a giocare con il computer – afferma Kinney -. La loro attenzione è così limitata che potrebbero tranquillamente non stare in classe».

La principale associazione di pediatri britannici ha già emanato delle linee guida in cui si sconsiglia l’esposizione a smartphone, tablet, ma anche alla tv sotto i due anni, e si consiglia di limitarla a un’ora al giorno nei bimbi più grandi.

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Raccolta fondi sul web per una bambina che rischia di morire https://www.datamanager.it/news/raccolta-fondi-sul-web-una-bambina-che-rischia-di-morire-55764.html Fri, 18 Apr 2014 12:26:18 +0000 http://dmo4.datamanager.it/2014/04/raccolta-fondi-sul-web-per-una-bambina-che-rischia-di-morire/ Basta un piccolo gesto per salvare una bimba che rischia di morire. La bambina si chiama Eliza O’Neill e sta lottando contro la sua malattia, la sindrome di Sanfilippo Tipo A I suoi genitori, appena diagnosticato il male sulla bimba che ha 4 anni e che rischia di morire prima di diventare adolescente, hanno preso […]

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Basta un piccolo gesto per salvare una bimba che rischia di morire. La bambina si chiama Eliza O’Neill e sta lottando contro la sua malattia, la sindrome di Sanfilippo Tipo A

I suoi genitori, appena diagnosticato il male sulla bimba che ha 4 anni e che rischia di morire prima di diventare adolescente, hanno preso il coraggio di aprire una raccolta fondi sulla piattaforma GoFundme e la pagina Facebook che si chiama “Eliza’s Story”.

Un miracolo per Eliza

Ora Eliza sta abbastanza bene e la sua vita é più o meno normale. Tuttavia fra un paio d’anni, come prevede il decorso della malattia, inizierà ad avere problemi alla sfera cerebrale e non riuscirà più a parlare. Così inizierà per lei un percorso degenerativo che la porterà, prima di divenire grande, alla morte.

Per lei una speranza c’è ed è su questa che i genitori puntano l’attenzione. Una raccolta di fondi effettuata attraverso il canale del web.

L’unico ostacolo per la realizzazione di questo progetto di vita per Eliza è il costo. E’ necessario arrivare ad una cifra molto elevata per poter regalare a questa bambina una terapia genetica sperimentale che potrebbe prendere il via entro il 2014. L’obiettivo, non da poco, è di un milione di dollari. Si tratta di un gesto che qualsiasi persona può fare: per arrivare al miracolo per Eliza, salvarle la vita e farla rinascere di nuovo.

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La marijuana crea problemi anche se non si è dipendenti https://www.datamanager.it/news/la-marijuana-crea-problemi-anche-se-non-si-dipendenti-55757.html Fri, 18 Apr 2014 09:39:39 +0000 http://dmo4.datamanager.it/2014/04/la-marijuana-crea-problemi-anche-se-non-si-e-dipendenti/ Secondo uno studio pubblicato sul journal of Neuroscience l’uso di marijuana da individui non dipendenti causa una minore densità della materia grigia, nella corteccia prefrontale I giovani adulti che fumano regolarmente cannabis sviluppano un’anatomia del cervello modificata, secondo questa ricerca. Nello studio, la struttura del cervello dei giovani adulti che avevano fumato cannabis almeno una […]

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Secondo uno studio pubblicato sul journal of Neuroscience l’uso di marijuana da individui non dipendenti causa una minore densità della materia grigia, nella corteccia prefrontale

I giovani adulti che fumano regolarmente cannabis sviluppano un’anatomia del cervello modificata, secondo questa ricerca. Nello studio, la struttura del cervello dei giovani adulti che avevano fumato cannabis almeno una volta a settimana mostravano significative differenze significative con l’anatomia del cervello dei giovani adulti che non avevano assunto la sostanza.

Lo studio pubblicato sul journal of Neuroscience sostiene che la cannabis altera l’amigdala e il nucleo accumbens, strutture cerebrali coinvolte nelle emozioni e nel circuito della ‘ricompensa’. Si pensa che il nucleo accumbens giochi un ruolo importante nei meccanismi di rinforzo, nella risata, nella dipendenza, nell’elaborazione delle sensazioni di piacere e paura oltre che all’insorgere dell’effetto placebo.

La ricerca sull’uso di marijuana

Per giungere a questi risultati, il neurologo americano Jodi M. Gilman della Harvard Medical School di Boston, negli Stati Uniti, e i suoi colleghi hanno effettuato una ricerca analizzando la struttura del cervello di 20 giovani adulti che fumavano marijuana almeno una volta a settimana, ma senza essere dipendenti. I dati trovati sono stati poi confrontati con quelli delle analisi cerebrali di 20 giovani adulti non fumatori. Ciò che è emerso da tale ricerca è stato oltre alle modifica dell’amigdala e del nucleo accumbens anche una minore densità della materia grigia nella corteccia prefrontale nei soggetti non dipendenti da questa sostanza ma che comunque ne hanno fatto uso nel corso della loro vita.

 

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Allarme dermatite tra i bambini: è cresciuta negli ultimi anni https://www.datamanager.it/news/allarme-dermatite-tra-i-bambini-cresciuta-negli-ultimi-anni-51623.html Thu, 21 Nov 2013 15:44:12 +0000 http://dmo4.datamanager.it/2013/11/allarme-dermatite-tra-i-bambini-e-cresciuta-negli-ultimi-anni/ Emissioni di metalli pesanti da marmitte catalitiche e acqua troppo dura: sono i fattori che hanno accresciuto del 10%, negli ultimi dieci anni, il rischio di dermatite atopica, tra i 2 e i 5 anni, incrementando numeri già triplicati nelle ultime tre decadi. A rilevarlo è Paidoss, l'Osservatorio Nazionale sulla salute dell'infanzia e adolescenza durante l'International Network on Children's Health, Environment and Safety in Israele

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Emissioni di metalli pesanti da marmitte catalitiche e acqua troppo dura: sono i fattori che hanno accresciuto del 10%, negli ultimi dieci anni, il rischio di dermatite atopica, tra i 2 e i 5 anni, incrementando numeri già triplicati nelle ultime tre decadi. A rilevarlo è Paidoss, l’Osservatorio Nazionale sulla salute dell’infanzia e adolescenza durante l’International Network on Children’s Health, Environment and Safety in Israele

Le cause della dermatite atopica

Emissioni di metalli pesanti da marmitte catalitiche (specie di palladio) e acqua troppo dura e calcarea: sono i ‘nuovi’ fattori che hanno accresciuto del 10%, negli ultimi dieci anni, il rischio di dermatite atopica. Specie fra i più piccoli, tra i 2 e i 5 anni, incrementando numeri già triplicati nelle ultime tre decadi. Irritazioni cutanee, eczemi, eritemi, desquamazioni colpiscono oggi il 63% dei piccoli, ma nonostante nella maggior parte dei casi la dermatite atopica, la più diffusa fra le forme che affliggono la pelle in età pediatrica, si risolva spontaneamente entro il terzo anno di vita, a portarne ancora i segni all’età di 7 anni sono quasi il 20% dei ragazzini. In particolare coloro che vivono nelle aree più a rischio: quelle industrializzate e nelle grandi città, con grande traffico, alta concentrazione di smog, inquinamento, fumo, escursioni climatiche, vento, pioggia e umidità.

Non sono poi da escludere anche fattori indoor determinati soprattutto dai cambiamenti domestici occorsi negli ultimi 50 anni quali polveri, acari, contatto con l’epitelio del gatto e cibi meno salutari e più ricchi di allergeni, che si assommano alla mutazione e perdita di funzionalità del gene per la Filaggrina (FLG), il principale fattore di rischio conosciuto la dermatite atopica. Nonostante questa componente sia inscritta nel DNA, il 40% dei bambini portatori non manifesterà la malattia: segno anche questo della influenza maggiore oggi svolta dall’azione ambientale. E proprio a causa di questo ‘elemento naturale’, meno controllabile, che causa la malattia, la conseguenza è una sola: costi più elevati di gestione della malattia, sempre più perdurante, che si elevano in media ogni anno a oltre 1.200 euro a famiglia, senza possibilità di aiuto pubblico per le terapie risolutive che sono poche o pressoché nulle a causa dell’origine costituzionale e geneticamente determinata.

Curarsi con l’igiene e la dieta

“Ad oggi, le mutazioni con perdita di funzione del gene per l’FLG – spiega Giuseppe Mele Presidente di Paidòss – sono il fattore di rischio più elevato per sviluppare la dermatite atopica, una malattia con prevalenza in età pediatrica del 10-15%. Ma i più recenti studi attestano che nel 40% dei bambini che ne sono portatori la patologia potrà anche non manifestarsi. Un segnale che indica che la malattia è sempre più dipendente da fattori correlati all’ambiente esterno, agli stili di vita e ai cambiamenti dell’ambiente domestico attuatisi nel corso degli ultimi 50 anni, che hanno aumentato la presenza e l’esposizione a agenti inquinanti e allergizzanti, agli acari della polvere e agli allergeni alimentari. Si ipotizza dunque che proprio l’interazione fra questi fattori ambientali e genetici possa portare al riacutizzarsi della dermatite atopica. Dunque, laddove possibile, è importante prevenire la malattia evitandone le cause scatenanti”.

“La prima azione – aggiunge Giuseppe Ruggiero, Coordinatore Scientifico di Paidòss – è prevenire o lenire i maggiori disturbi della dermatite, rappresentati da prurito, eczemi, secchezza diffusa, perdita di compattezza e turgore, comedoni e punti neri, brufoli, specie nelle zone a maggior rischio quali le mani e il viso (i più esposti agli agenti irritanti) o le gambe e le ginocchia (maggiormente soggette allo sfregamento degli indumenti), educando la mamma e/o i genitori ad acquisire comportamenti auto-gestionali corretti alla comparsa della malattia, ma ancora meglio già sulla pelle sana. Essi richiedono l’uso costante di creme emollienti per contrastare la secchezza cutanea e ripristinare la barriera cutanea e, poiché la dermatite atopica è una malattia cronica, la pianificazione di un trattamento a lungo termine. Dunque, accanto ad una terapia emolliente deve essere prevista anche una igiene accurata: la cute deve essere detersa con detergenti specifici con o senza antisettici e un ph nei limiti fisiologici (circa 6). In particolare durante il bagno, che deve durare al massimo 5 minuti, vanno utilizzati negli ultimi due degli oli per impedire la disidratazione dell‘epidermide, seguiti dopo il bagno dall’applicazione di emollienti topici. Per quanto concerne la terapia farmacologica, i corticosteroidi topici sono il trattamento antinfiammatorio di prima scelta quando la cute è infiammata. In caso di lieve attività della malattia ne va applicata una piccola quantità 2-3 volte a settimana (quantità mensile nel range di 15 gr nei bambini e fino a 60-90 gr negli adolescenti ed adulti) associate con un impiego liberale di emollienti di cui anche un solo trattamento giornaliero ben fatto e ben dosato può essere sufficiente”.

“Accanto alle indicazioni terapeutiche e comportamentali – continua il Presidente Mele – è fondamentale anche l’impostazione di una ‘dietoterapia’ specie d’inverno quando la pelle è privata dei benefici del sole e la dieta è più ricca di carboidrati e grassi. L’alimentazione in questa stagione deve prevedere un maggiore apporto di frutta e verdure (per assumere vitamine e sali minerali), pesce, grassi di origine vegetale, fibre e cereali, arricchita da molta acqua e da un limitato consumo di bevande zuccherate. Infine – conclude Mele – sarebbe importante istituire programmi educazionali utili a prevenzione e curare la dermatite topica allo scopo di consentire al bambino e alla sua famiglia di avere una vita quasi normale, evitando misure non necessarie e costrizioni inutili”.

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Le nuove formiche Alien https://www.datamanager.it/news/le-nuove-formiche-alien-49254.html Thu, 01 Aug 2013 09:46:31 +0000 http://dmo4.datamanager.it/2013/08/le-nuove-formiche-alien/ Sono state scoperte a Salt Lake City (Usa) 33 nuove specie di formiche in America Centrale e nei Caraibi da un team di ricercatori dell'Universita' dello Utah che ha scelto di dedicare circa un terzo dei nomi degli inediti mini-insetti del sottobosco a demoni e dei degli antichi Maya.

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Sono state scoperte a Salt Lake City (Usa) 33 nuove specie di formiche in America Centrale e nei Caraibi da un team di ricercatori dell’Universita’ dello Utah che ha scelto di dedicare circa un terzo dei nomi degli inediti mini-insetti del sottobosco a demoni e dei degli antichi Maya.

“Alcune di queste nuove specie di formiche sono un vero incubo: viste al microscopio appaiono come piccoli mostri”, ha spiegato l’entomologo Jack Longino, docente di Biologia e autore della ricerca pubblicata sulla rivista ‘Zootaxa’. “Somigliano un po’ al mostro di Alien, il loro volto e’ come un ampio scudo, gli occhi sono ridotti a minuscoli punti ai bordi e le feroci mascelle sono affollate di denti aguzzi”, ha aggiunto.

La classificazione delle 33 nuove specie di formiche

I 33 esemplari rilevati sono stati classificati in questo modo: 14 appartengono al genere Eurhopalothrix mentre 19 al genere Octostruma. Le nuove specie sono state trovate per lo piu’ in piccole macchie di foresta dell’America Centrale in un paesaggio prevalentemente agricolo, sono molto piu’ piccole di un comune chicco di riso e vivono nel legno marcio o nelle foglie morte sul terreno. Tra le specie, la Eurhopalothrix zipacna che prende il nome da un violento demone Maya simile ad un coccodrillo, trovata in Guatemala e in Honduras, e la Eurhopalothrix hunhau, dedicata al signore degli inferi Maya.

Formiche da incubo

Lo chiamano Ant Man, come l’eroe dei fumetti, ma in realtà il suo nome è Jack Longino ed è un biologo dell’università dello Utah. In questi ultimi anni Longino ha fatto una serie di impressionanti scoperte sugli insetti ed ora ha individuato 33 nuove specie di formiche predatrici in America Centrale e nei Caraibi ed ha chiamato circa un terzo di questi minuscoli e “mostruosi” insetti come gli antichi signori ed i demoni dei maya. L’entomologo statunitense spiega che, viste al microscopio, «Queste nuove specie di formiche sono un vero incubo. Le loro facce sono ampi scudi, gli occhi sono ridotti a minuscoli punti ai bordi e le mascelle feroci sono irte di denti aguzzi. Sembrano un po’ come il mostro di’ Alien. Sono orribili da guardare da vicino. Questa è la cosa che li rende divertenti».

Longino ha pubblicato su Zootaxa la ricerca “A review of the Central American and Caribbean species of the ant genus Eurhopalothrix Brown and Kempf, 1961 (Hymenoptera, Formicidae), with a key to New World species” nella quale identifica e denomina 14 nuove specie di formiche del genere Eurhopalothrix e le distingue dalle altre 14 specie precedentemente note. Il nome del genere è greco e si riferisce ai peli a forma di clava su molte specie di Eurhopalothrix. In un altro studio che sta per essere pubblicato sempre su Zootaxa l’entomologo individua 19 nuove specie di formiche del genere Octostruma e descrive le differenze con le altre 15 specie precedentemente note. Il nome di questo significa “otto gonfiori” per le antenne con 8 segmenti delle quali sono dotate queste formiche.

Il biologo sottolinea che «Le nuove specie sono state trovate per lo più in piccole macchie di foresta che rimangono in un paesaggio prevalentemente agricolo, sottolineando l’importanza degli sforzi per salvaguardare le foreste in America centrale», si tratta di animali davvero minuscoli, molte più piccole di un chicco di riso o delle mini formiche che si avventurano nelle nostre case, vivono nel legno marcio e tra le foglie morte della lettiera dei suoli delle foreste dell’America Centrale.

«Sono quasi senza occhi e nuotano tra le foglie morte», dice Longino. Le formiche “maya” utilizzano primitivi occhi composti di rilevare la luce, ma non sono in grado di vedere immagini nitide. Nessuno sa come trovano le loro prede, che si pensa siano insetti a corpo molle, ragni, millepiedi e centopiedi. Ma si sa che queste formiche si rivestono con sottile strato di argilla che probabilmente serve come camuffamento.

Longino si è divertito ad affibbiare i nomi scientifici a questi mini-mostri: l’Eurhopalothrix Zipacna, trovata in Guatemala ed Honduras, prende il nome da un violento demone coccodrillo Maya; L’Eurhopalothrix Xibalba, o “posto della paura, che vive dall’Honduras alla Costarica, deve il suo nome al mondo sotterraneo governato dalla divinità della morte presente in alcune mitologie Maya; L’ urhopalothrix Hunhau, che vive in Messico e Guatemala, si chiama come il signore degli inferi e un importante dio della morte Maya.

Non per tutte le nuove specie di formiche Longino ha fatto ricorso all’intricato e terribile panteon della religione dei maya, alcune formiche, pur con un aspetto “terrificante” hanno nomi più banali, come l’Eurhopalothrix semicapillum, chiamata così per la presenza di filamentio simili a capelli sulla testa, o l’Octostruma Convallis che prende il nome dal solco ricurvo su tutto il muso. Longino ha chiamato una delle “nuove” specie Eurhopalothrix ortizae in onore di Patricia Ortiz, una naturalista del Costa Rica morta quest’anno in un incidente.

Al microscopio le formiche Eurhopalothrix mostrano un terribile armamentario fatto di un apparato boccale e di mascelle che si aprono e chiudono lateralmente invece che in su e giù.

Longino la spiega una volta in maniera semplice: «Se volevate veramente un movie monster, ecco che salta fuori questo freaks people, hanno le ganasce che vanno fianco a fianco. Le formiche sono ovunque. Si tratta di uno dei grandi elementi degli ecosistemi, come gli uccelli e gli alberi. Sono i maggiori movimentatori di roba. Alcune agiscono come predatori e mangiandoli influenzano le dimensioni della popolazione di altri insetti. Raccolgono un sacco di insetti morti e li mangiano, quindi sono come avvoltoi in un micro-scala. Movimentano i semi in giro e hanno un grande impatto su quali tipi di piante crescono e dove. Aerano il suolo e fanno un sacco di scavi. Avere terreno aerato è un bene per le piante, perché permette all’ossigeno di penetrare nel suolo ed all’acqua di percolarci meglio attraverso».

Le formiche nel mondo

 

Attualmente nel mondo ci sono circa 15.000 specie conosciute di formiche, con classificazioni che si basano in gran parte sulla differenza nella struttura corporea, ma probabilmente le specie si aggirano intorno alle 30.000. Ma potrebbero essere molte di più: i genetisti stanno trovando sempre più evidenti differenze genetiche tra specie che sembrano praticamente identiche «Così – afferma Longino – ci potrebbero essere 100.000 specie di formiche».

 

Nel mondo ci sono circa 700.000 specie di insetti conosciute, ma è un numero destinato a crescere molto e come dice Longino, «Da 70 all’80% di tutte le specie conosciute sono insetti». Le 33 nuove specie scoperte da “Ant Man” portare il numero di specie di formiche che ha scoperto durante la sua carriera a 131. L’entomologo spiega un’altra particolarità di questi mini-demoni maya: «Le formiche adulte mangiano solo liquidi, non cibo solido. Così portano le loro prede al nido, dove vengono mangiate dalle larve di formiche, che le rigurgitano in modo che possano essere consumate dagli adulti. Le formiche più moderne non sono più predatori, alcuni dei quali utilizzano veleni a pungono la preda, ma invece sono spazzini, come quelle che raccolgono le briciole cadute dal tavolo in cucina, e spruzzano acido formico per combattere le altre formiche».

 

Longino raccolto circa il 90% delle formiche durante i suoi nuovi studi che hanno coronato 30 anni di lavoro in una serie di progetti per fare l’inventario degli insetti, dei ragni e di altri artropodi in Costa Rica, Messico, Nicaragua, Guatemala e Honduras. Molte delle specie vivono anche nei Caraibi e in Sud America. L’entomologo sottolinea che «Il mio lavoro come un tassonomista è non solo di trovare e descrivere nuove specie, ma di “mappare” tutte le specie, vecchie e nuove, per far luce sulla biodiversità terrestre ed individuare possibili specie infestanti d altre specie che potrebbero essere utilizzati per controllare i parassiti. Le nuove specie di formiche non sono parassiti agricoli».

Per raccogliere insetti, Longino ed il suo team di studenti utilizzano dispositivi vagliatura che somigliano ad un paio di racchette da tennis con sacchetti di tela sotto. Un lavoro faticoso e certosino in un ambiente caldo-umido e difficile: i ricercatori utilizzano machete per tagliare la legna morta raccolgono la lettiera per passarli attraverso setacci, le minuscole formiche finiscono così nei sacchi di raccolta insieme a quello che sembra terriccio. Questa miscela allora viene messa in sacchetti di rete sospesi sopra degli imbuti che, a loro volta, sono sopra sacchetti di plastica contenenti alcool per uccidere e conservare le formiche che passano attraverso le maglie dei sacchetti. Poi le formiche vengono portate in laboratorio per analizzarle.

Longino conclude: «La tassonomia, o classificazione degli esseri viventi, è in frequente e continuo cambiamento. Penso alle specie come ipotesi, non come ad etichette definite ed immutabili. Sono alla ricerca di finanziamenti per la ricerca genetica, per analizzare meglio e forse ridefinire le classificazioni per le formiche in quattro o cinque genus o generi di formica. Dopo che sarà fatta una tale ricerca, alcune specie rischiano di finire in un genere diverso».

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Latte biologico carente di elementi preziosi per la salute https://www.datamanager.it/news/latte-biologico-carente-di-elementi-preziosi-la-salute-48663.html Mon, 08 Jul 2013 17:30:02 +0000 http://dmo4.datamanager.it/2013/07/latte-biologico-carente-di-elementi-preziosi-per-la-salute/ Il latte biologico, proveniente da allevamenti selezionati e naturali, risulta essere carente rispetto a quello prodotto industrialmente di zinco, iodio e altri elementi importanti per la nostra salute

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Il latte biologico, proveniente da allevamenti selezionati e naturali, risulta essere carente rispetto a quello prodotto industrialmente di zinco, iodio e altri elementi importanti per la nostra salute

Si tratta del risultato di uno studio condotto da un gruppo di ricercatori spagnoli, dell’Università di Santiago de Compostela, i cui risultati, alquanto scioccanti a dire il vero, sono stati pubblicati sulla rivista di settore Food and Chemical Toxicology.

Inutile negarlo, tutti noi quando ci avviciniamo agli alimenti bio, lo facciamo per assumere nella nostra dieta cibi più sani, prodotti come accadeva una volta, senza che procedimenti industriali contaminino sia l’allevamento o l’agricoltura. E almeno in linea teorica è normale pensare che mucche portate al pascolo che brucano l’erba siano in grado di produrre del latte migliore anche a livello nutrizionale rispetto a quelle allevate secondo metodo intensivi.

Lo studio spagnolo ci riserva una risposta differente: il latte biologico sarebbe più carente soprattutto in zinco, iodio, selenio e rame. Questo dipenderebbe dall’erba brucata e dalla composizione del terreno sulla quale la stessa cresce.

Gli esperimenti

Per giungere a questa conclusione gli scienziati hanno prelevato, analizzato e confrontato più di 30 campioni di latte di entrambi i tipi. Altro fattore importante emerso dalla ricerca è stato il dato relativo alla presenza di sostanze tossiche nel latte, anche se a livelli molto bassi: in entrambe le tipologie di campione è risultato pressoché uguale.

Il commento di Marta Lopèz, coordinatrice dello studio

I livelli di elementi che sono tipicamente integrati nelle diete del bestiame nei sistemi convenzionali, come in particolare iodio, rame, selenio e zinco, sono superiori a quelli che si trovano nel latte biologico.

Questo non significa che quello “industriale” sia migliore da bere, ma che in alcuni casi, come in quello dello iodio, la questione merita maggiore approfondimento data la difficoltà in alcuni paesi di reperirlo nella dieta: “Il contributo dello iodio alla nostra dieta in Paesi come la Spagna è coperto dal sale iodato, mentre in altri Paesi, come l’Inghilterra, con il latte. In Spagna la mancanza di iodio in sufficienti livelli in alcuni tipi di latte è particolarmente rilevante per i bambini, per l’importanza dello iodio nello sviluppo neurologico, ma anche per le persone con diete a basso contenuto di sale”.

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Il bacio che ti cura https://www.datamanager.it/news/il-bacio-che-ti-cura-48661.html Mon, 08 Jul 2013 14:29:38 +0000 http://dmo4.datamanager.it/2013/07/il-bacio-che-ti-cura/ Il bacio è un apostrofo rosa tra le parole t’amo. Così scrive il poeta. Invece la medicina sostiene che il bacio abbia anche effetti terapeutici, ma deve essere frequente e intenso

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Il bacio è un apostrofo rosa tra le parole t’amo. Così scrive il poeta. Invece la medicina sostiene che il bacio abbia anche effetti terapeutici, ma deve essere frequente e intenso

Ecco a cosa può rimediare un bacio: emicrania, colesterolo, luminosità della pelle. Al bacio è stata dedicata una Giornata Mondiale lo scorso 6 luglio.

Effetti sul corpo

Baciando viene rilasciata la dopamina e con lei, anche le endorfine che abbassano la sensibilità al dolore. Il bacio avrebbe dunque un effetto analgesico e anti-depressivo. Questo perché il bacio permette di soddisfare l’attaccamento: ci si congiunge fisicamente e questo comporta la produzione da parte del cervello di specifici neurotrasmettitori, in particolare oppiodi, cannabinoidi, serotonina e dopamina.

Anti-stress

Dal momento che riduce anche il livello di cortisolo, il bacio risulta essere un ottimo anti-stress. Il meccanismo è rafforzato dal fatto che il contatto delle labbra stimola l’ossitocina, un ormone che riduce lo stress. Lo ha dimostrato uno studio che ha misurato il livello di ossitocina e quello di cortisolo in alcune coppie di studenti che si baciavano. Sia negli uomini che nelle donne si è registrata una diminuzione di cortisolo, un chiaro segnale di rilassamento, che è stato maggiore di quanto rilevato quando, anziché baciarsi, le coppie si tenevano semplicemente le mani. “Un bacio unico, magari mozzafiato, produce, invece, un aumento del cortisolo che esprime l’effetto stressante positivo tipico delle emozioni intense”.

Un piacere a lento rilascio. Per sperimentare i benefici baciatevi poco ma spesso.

Anti-cancro e anti-età

Il bacio può agire persino come anticancro e anti degenerativo riducendo l’entropia del sistema del partner. Ma per questo effetto la presenza di un forte sentimento reciproco è una condizione irrinunciabile. “Baciare una persona che ci ama e che amiamo è molto differente dal baciare occasionalmente soprattutto dal punto di vista degli effetti che può realmente avere sulla salute”, sottolinea Genovesi.

Inoltre con il bacio ci si scambiano gli anticorpi e, secondo uno studio condotto da ricercatori di Osaka, in Giappone, ciò rafforza il profilo immunitario. “In effetti, la produzione di alcuni neurotrasmettitori specifici stimola il sistema immunitario, in particolare nella sua componente CD4 cioè linfociti T helper”, conferma Genovesi.

Denti, calorie e pelle

Il meno romantico dei benefici del bacio è indicato dall’Academy of general dentistry, un’organizzazione americana no profit, secondo la quale l’aumento di produzione di saliva, che il bacio comporta, favorisce la rimozione dei residui di cibi e dei batteri responsabili della carie.

Per concludere, vi farà piacere sapere che con il bacio si bruciano circa 12 calorie. A beneficiarne è anche la bellezza del viso. Ogni bacio, infatti, muove 29 muscoli facciali rendendo la pelle più tonica e luminosa, mentre la tempesta ormonale che esso può scatenare rilassa il viso.

Baci a tutti.

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Cani e gatti in sovrappeso: l’Italia raggiunge il primato https://www.datamanager.it/news/cani-e-gatti-sovrappeso-l-italia-raggiunge-il-primato-48660.html Mon, 08 Jul 2013 12:44:19 +0000 http://dmo4.datamanager.it/2013/07/cani-e-gatti-in-sovrappeso-litalia-raggiunge-il-primato/ L’obesità è una patologia che colpisce anche i nostri amati animali domestici. Lo sostiene una ricerca, secondo cui cani e gatti italiani sono i più sovrappeso di tutti

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L’obesità è una patologia che colpisce anche i nostri amati animali domestici. Lo sostiene una ricerca, secondo cui cani e gatti italiani sono i più sovrappeso di tutti

Lo studio è stato effettuato da YouGov e Hill’s Pet Nutrition. L’indagine ha coinvolto 4300 animali domestici, di cui 1300 italiani.

I motivi

Le ragioni per cui si è creato questo fenomeno sono semplici, il 26% degli intervistati ha dichiarato di abbuffare i propri animali con cibi ipercalorici, mentre il 28% confessa di concedere loro vari pasti prelibati e ghiotti.

L’Europa invece si aggiudica percentuali più basse: 17% in Francia, 13% nel Regno Unito, l’8% nei Paesi Bassi.

Gli animali domestici italiani quindi starebbero pagando il prezzo di un peccato che è essenzialmente umano: la gola.

Ricordate però che: errare umanum est, perseverare autem diabolicum.

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