censura – Data Manager Online https://www.datamanager.it Il portale dell'ICT professionale Sat, 06 Oct 2018 12:45:05 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=5.8.13 https://www.datamanager.it/wp-content/uploads/2020/04/dmo-favicon3.png censura – Data Manager Online https://www.datamanager.it 32 32 Facebook vuole un chip per analizzare e filtrare i video live https://www.datamanager.it/2018/05/facebook-vuole-un-chip-per-analizzare-e-filtrare-i-video-live/ Wed, 30 May 2018 13:31:28 +0000 http://www.datamanager.it/?p=148559 Il social network pensa a una tecnologia proprietaria con cui velocizzare il processo di verifica dei contenuti audiovisivi Nei piani di Facebook ci sono un paio di progetti che mirano a estendere ulteriormente la presenza del social network nelle nostre vite. Il primo è un semiprocessore che la compagnia di Zuckerberg vorrebbe realizare per competere […]

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Il social network pensa a una tecnologia proprietaria con cui velocizzare il processo di verifica dei contenuti audiovisivi

Nei piani di Facebook ci sono un paio di progetti che mirano a estendere ulteriormente la presenza del social network nelle nostre vite. Il primo è un semiprocessore che la compagnia di Zuckerberg vorrebbe realizare per competere nel settore al pari di gente come Qualcomm e Intel, gli attuali leader del mercato. Il fine è aprirsi un varco nel segmento hardware per il consumatore finale, magari con un chip dedicato all’Internet delle Cose. Ma se l’iniziativa è tutt’altro che confermata, ce n’è un’altra che gode già dell’ufficialità della rete. Yann LeCun, a capo dei progetti AI di Facebook, ha rivelato alla Intel AI DevCon che la piattaforma vuole un chip con cui analizzare i video in diretta e catalogarli, probabilmente anche censurarli prima che diventino virali.

Cosa sappiamo

Attualmente, Facebook utilizza processori Intel per molti dei suoi servizi di backend, compresi quelli pilotati dall’Intelligenza Artificiale. Dotarsi di un chip proprietario però permetterebbe al gruppo di studiare meglio certe implementazioni, senza doversi interfacciare ogni volta con un’azienda esterna o attendere gli sviluppi nella lavorazione in base a roadmap predefinite.

Come detto, il fine potrebbe essere quello di eliminare dalle pagine i filmati che violano le policy in tempi brevissimi, compresi quelli di propaganda terroristica, pensando allo stesso tempo a come poter rivendere la tecnologia a terzi. Non è un caso se Google e Amazon sono già sulla stessa via da tempo e se Apple, per i futuri MacBook, userà proprio dei processori casalinghi, così da studiare soluzioni specifiche e ottimizzare i costi di produzione.

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La Russia ha deciso: fuori Telegram dal paese https://www.datamanager.it/2018/04/la-russia-ha-deciso-fuori-telegram-dal-paese/ Tue, 10 Apr 2018 18:00:56 +0000 http://www.datamanager.it/?p=145352 Il servizio di chat continua a non voler concedere le chiavi crittografiche al governo, che ora è a un passo dall’attivare il ban Il governo russo ha avviato l’iter burocratico per bloccare l’accesso all’app di messaggistica Telegram nel paese dopo che questa si è rifiutata di consegnare le chiavi di crittografia ai tecnici federali. A […]

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Il servizio di chat continua a non voler concedere le chiavi crittografiche al governo, che ora è a un passo dall’attivare il ban

Il governo russo ha avviato l’iter burocratico per bloccare l’accesso all’app di messaggistica Telegram nel paese dopo che questa si è rifiutata di consegnare le chiavi di crittografia ai tecnici federali. A marzo, la società aveva perso un appello con il quale la Corte Suprema sentenziava l’obbligo di fornire all’agenzia FSB i dati degli utenti, per prevenire azioni terroristiche coordinate online. Mosca aveva indicato il 4 aprile come ultimo giorno utile per la consegna delle chiavi; cosa che non è mai avvenuta visto che, per ammissione della stessa Telegram, nessuno tranne gli iscritti può ottenere le tanto desiderate stringhe, perché il servizio si basa proprio su un assunto del genere: sicurezza a ogni costo.

Cosa succede ora

Inoltre, Telegram appella la sua scelta non solo a motivi tecnici ma anche etici, considerando le key come elementi strettamente collegati al profilo degli individui, quindi ad alto tasso di invasione della privacy. Da parte sua il governo nega tale posizione ed è per questo che Pavel Chikov, avvocato di Telegram, ha detto: “Affermare che chiavi e privacy siano due cose distinte è assurdo. Un po’ come dire ho la password della tua casella di posta ma questo non vuol dire che io controlli la tua email, solo che potrei farlo.

La posizione del team resta dunque la stessa: “I requisiti chiesti dall’FSB per avere l’accesso alla corrispondenza privata degli utenti sono incostituzionali, non basati sulla legge, tecnicamente e giuridicamente non attuabili, quindi anche la probabile conseguenza del ban è irragionevole”. Intanto le critiche intorno alla piattaforma non si fermano. I recenti movimenti di protesta scoppiati in Iran sarebbero stati organizzati su Telegram e ora c’è da capire cosa intende fare il governo del paese.

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Verizon segue AT&T: niente Huawei nel suo catalogo https://www.datamanager.it/2018/02/verizon-segue-att-niente-huawei-nel-suo-catalogo/ Thu, 01 Feb 2018 19:30:19 +0000 http://www.datamanager.it/?p=140087 Il governo USA aveva “invitato” gli operatori nazionali a escludere il Mate 10 Pro dalle loro offerte per timore di uno spionaggio cinese Il Mate 10 Pro di Huawei, il primo smartphone dotato di Intelligenza Artificiale spia gli utenti? Per ora non ci sono evidenze ma Trump non vuole rischiare di dare nelle mani del […]

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Il governo USA aveva “invitato” gli operatori nazionali a escludere il Mate 10 Pro dalle loro offerte per timore di uno spionaggio cinese

Il Mate 10 Pro di Huawei, il primo smartphone dotato di Intelligenza Artificiale spia gli utenti? Per ora non ci sono evidenze ma Trump non vuole rischiare di dare nelle mani del nemico milioni di informazioni sui suoi cittadini. Le scorse settimane il governo di Washington aveva invitato le telco operanti nel paese a pensarci bene prima di inserire nel portafoglio di offerte il più recente telefonino della multinazionale cinese, tramite alcune indicazioni che porterebbero a una conclusione di monitoraggio via smartphone, da perpetrare grazie al nuovo modello.

La prima compagnia ad accogliere il suggerimento è stata AT&T, che dopo un accordo praticamente già raggiunto con Huawei si è tirata indietro, evitando lo scontro dialettico (e non solo) con il potere al comando. L’ingresso del marchio negli USA era atteso con una comunicazione ufficiale da diffondere durante il Consumer Electronic Show di Las Vegas, mai arrivata proprio a causa del dietrofront dell’operatore. A questo è seguito il diniego di Verizon, almeno stando alle ultime indiscrezioni che giungono da oltreoceano.

Cosa succede

Come nel caso di AT&T, i vertici di Verizon sarebbero giunti alla conclusione di annullare qualsiasi partnership con Huawei, che a questo punto potrebbe riguardare anche progetti in fase di ultimazione, non solo incentrati sul prodotto. Ad esempio le due, da tempo, mirano a sviluppare servizi e offerte basate sul 5G negli States, attraverso il vasto know-how della cinese in materia di reti e network di nuova generazione. Non sembra allora così remota la possibilità che ogni collaborazione venga interrotta, con un danno economico evidente per entrambe.

Huawei non ha esitato a far sentire la propria voce tramite le parole di Richard Yu, CEO del gruppo: “Tutti sanno che il mercato americano degli smartphone si basa per il 90% sul canale di vendita delle telco. Inutile dire che per noi questo rappresenta una grossa perdita, come lo è per i consumatori che non possono scegliere il meglio secondo le proprie esigenze”. Il ban a Huawei segue quello che Trump ha attuato sul finire del 2017, quando ha vietato a tutti gli uffici pubblici l’utilizzo di software antivirus a marchio Kaspersky Lab, per il timore di un’attività di spionaggio guidata dalla Russia.

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YouTube Intelligence Desk eliminerà i video prima che diventino virali https://www.datamanager.it/2018/01/youtube-intelligence-desk-eliminera-video-diventino-virali/ Tue, 23 Jan 2018 19:00:20 +0000 http://www.datamanager.it/?p=139431 Dopo il caso di Logan Paul, la piattaforma ha realizzato uno strumento che, in automatico, cancellerà i filmati compromettenti, prima che comincino a fruttare ricavi Uno dei principali problemi quando YouTube censura un video risiede nella pubblicità. Investitori di ogni tipo scommettono sul successo di un filmato attivando campagne di adv e sperando che queste […]

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Dopo il caso di Logan Paul, la piattaforma ha realizzato uno strumento che, in automatico, cancellerà i filmati compromettenti, prima che comincino a fruttare ricavi

Uno dei principali problemi quando YouTube censura un video risiede nella pubblicità. Investitori di ogni tipo scommettono sul successo di un filmato attivando campagne di adv e sperando che queste fruttino non solo view ma anche un bel po’ di click ai propri contenuti. Lo stesso inconveniente è accaduto nel caos creato da Logan Paul, popolare youtuber che il 31 dicembre aveva caricato online un video nel quale si vedeva un ragazzo suicida in una foresta del Giappone. A seguito della poco intelligente mossa, la piattaforma di Google aveva deciso di eliminare dal catalogo di Google Preferred tutti i lavori del giovane, cancellandoli anche da altre sezioni premium, vetrine che raccolgono i video più di successo, quelli che per gli investitori possono rappresentare un ritorno economico praticamente certo.

Cosa succede

Alla censura di Logan Paul quindi molte agenzie hanno visto limitati i propri guadagni, basati anche sulla notorietà del ricciolone americano. Per evitare che accadano problematiche del genere in futuro, YouTube ha creato Intelligence Desk, uno strumento che permetterà di scovare in tempi brevissimi i video che ledono le policy del gruppo, prima che comincino a fruttare cospicue somme per autori e investitori. Il tool non è fondato solo su algoritmi e sistemi automatici anzi, gran parte del lavoro viene svolto dalle segnalazioni degli utenti, anche sui social media, che potranno riportare agli oltre 10 mila nuovi moderatori i contenuti inappropriati.

Si tratta di un passo ulteriore verso la creazione di una community più responsabile. Solo qualche giorno fa erano entrate in vigore le nuove regole, che prevedono requisiti più ferrei per rendere i propri video monetizzabili: almeno 4 mila ore di visualizzazioni totali nei precedenti 12 mesi e minimo 1.000 iscritti. Ma i numeri non sono tutto, serve la testa e un pizzico di eticità oltre il business, visto che Logan era ben oltre paletti del genere.

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La Corea del Sud vuole vietare lo scambio di criptomonete https://www.datamanager.it/2018/01/la-corea-del-sud-vuole-vietare-lo-scambio-criptomonete/ Fri, 12 Jan 2018 09:53:51 +0000 http://www.datamanager.it/?p=138805 Il governo prepara una legge per bannare bitcoin e simili a causa delle indagini sull’evasione fiscale delle principali piattaforme di trading O lo ami o lo odi. Il bitcoin è così, non esistono vie di mezzo o compromessi accettabili per un mondo finanziario che sta vivendo una delle più rivoluzionarie trasformazioni della sua vita. Il […]

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Il governo prepara una legge per bannare bitcoin e simili a causa delle indagini sull’evasione fiscale delle principali piattaforme di trading

O lo ami o lo odi. Il bitcoin è così, non esistono vie di mezzo o compromessi accettabili per un mondo finanziario che sta vivendo una delle più rivoluzionarie trasformazioni della sua vita. Il rischio dietro le criptovalute è sempre lo stesso: l’assenza di regolamentazione è un vantaggio per i costi puri di trading però sottende plausibili dubbi sulla liceità degli scambi. L’anonimato e la logica degli hash proteggono l’identità di investitori e clienti, anche se si tratta di traffici economici fuorilegge. La Corea del Sud lo sa ed è per questo che vuole limitare la diffusione della moneta all’interno del paese. Lo farà non tanto vietando il mining o la compravendita di beni e servizi tramite bitcoin ma impedendo l’esistenza di piattaforme ufficiali di scambio locali. Il motivo è semplice: durante un’indagine della polizia, un paio di gestori del mercato bitcoin, tra cui Coinone e Bithumb, sono stati accusati di evasione fiscale e a pagare saranno tutti gli altri, utenti compresi.

Legge specifica

Il ministro della giustizia ha spiegato che il governo sta preparando una legge con cui vieterà del tutto attività di trading nazionali, una scelta difficile ma a cui si è giunti di concerto con le autorità principali. A quanto pare infatti, il ban è stato accolto dalle agenzie finanziarie sudcoreane e dai regolatori finanziari, supportati dal ministro delle finanze. Si tratta di una bella batosta per un mercato che nel paese sta crescendo rapidamente tanto da coinvolgere persino studenti e casalinghe e destando parecchie preoccupazioni sulla semplicità con cui chiunque può giocare i suoi risparmi nella borsa digitale. “Per questo la politica vuole una precisa regolamentazione – ha spiegato un analista coreano – in un panorama globale che vede sempre più persone salire a bordo della macchina dei bitcoin e quasi nessuno scendere”.

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La Cina blocca la parte social di Steam https://www.datamanager.it/2017/12/la-cina-blocca-la-parte-social-steam/ Thu, 21 Dec 2017 17:59:44 +0000 http://www.datamanager.it/?p=138048 Le autorità cinesi avrebbero reso inaccessibile la community di Steam per favorire il colosso locale Tencent La Cina si è aperta al libero mercato ma è sempre reticente a permettere alle aziende straniere di rendere disponibili i loro servizi nel Paese. Solitamente è infatti richiesto il sostegno di una realtà locale che le supporti nell’omologazione […]

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Le autorità cinesi avrebbero reso inaccessibile la community di Steam per favorire il colosso locale Tencent

La Cina si è aperta al libero mercato ma è sempre reticente a permettere alle aziende straniere di rendere disponibili i loro servizi nel Paese. Solitamente è infatti richiesto il sostegno di una realtà locale che le supporti nell’omologazione alle rigide regole imposte dal Governo. Greatfire.org, associazione che monitora le attività di censura in Cina, afferma che una parte della community della celebre piattaforma per il gaming Steam, che ha superato i 67 milioni di utenti attivi, non è più accessibile. Gli utenti locali possono continuare a scaricare i propri titoli preferiti ma non possono usufruire del forum, pagine profilo e inventari.

Il motivo del contendere sarebbe il gioco PUBG (Playerunknown’s Battlegrounds) sviluppato da Bluehole che ha riscosso un certo successo a livello internazionale. Il titolo è arrivato su Steam in Cina grazie a Tencent, proprietaria dell’app WeChat. Inizialmente il Governo ha bloccato la diffusione di PUBG ma grazie al lavoro del colosso cinese dei mass media e agli ottimi rapporti che questa intrattiene con i vertici di Pechino è stata realizzata una versione “in accordo ai valori fondamentali del socialismo” in linea con la censura governativa. Tencent inoltre in passato ha cercato di acquisire la sudcoreana Bluehole per 500 milioni di dollari ma senza successo. Proprio le tensioni tra le due aziende potrebbero aver portato alla chiusura della community di Steam.

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La Cina si prende i dati di WeChat https://www.datamanager.it/2017/09/la-cina-si-prende-dati-wechat/ Tue, 26 Sep 2017 18:00:07 +0000 http://www.datamanager.it/?p=131669 Il famoso client di messaggistica passa le informazioni condivise in rete al governo di Pechino. La conferma arriva dalle policy aggiornate del gruppo Che la Cina non fosse un paese per i difensori della libertà di opinione e la privacy era risaputo. Il problema è che negli ultimi tempi anche le multinazionali stanno cadendo sotto […]

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Il famoso client di messaggistica passa le informazioni condivise in rete al governo di Pechino. La conferma arriva dalle policy aggiornate del gruppo

Che la Cina non fosse un paese per i difensori della libertà di opinione e la privacy era risaputo. Il problema è che negli ultimi tempi anche le multinazionali stanno cadendo sotto i colpi delle norme imposte da Pechino, che stanno isolando sempre i cittadini dal resto del mondo. Dopo il fattaccio di fine luglio con protagonista Apple, che si è sbrigata nel rimuovere dall’App Store locale le applicazioni VPN in seguito alle nuove norme delle autorità in materia, questa volta tocca a WeChat facilitare lo spionaggio ai danni degli utenti. Nei giorni scorsi si era vociferato della possibilità che la famosa chat, sviluppata da Tencent, condividesse i dati degli iscritti con il governo e ora abbiamo la prova: le informazioni personali dei clienti appartengono di fatto alla dittatura comunista.

Cosa succede

“Alla piattaforma potrebbe essere chiesto di ricevere, conservare e divulgare le tue informazioni personali per un periodo di tempo prolungato in modo da soddisfare un ordine della corte o altre procedure penali, rispondere alle richieste del governo o di agenzie simili, preservare la sicurezza e i diritti di WeChat e delle compagnie connesse”. Questo è il testo che rispecchia le nuove policy del gruppo, a seguito della volontà di Pechino di ottenere, senza troppi sotterfugi, gli elementi che ritiene più necessari a indagini e operazioni interne. L’app è la più usata come servizio di chat in Cina ed è l’equivalente di WhatsApp per il mercato occidentale. I termini aggiornati non sono altro che una conseguenza della repressione alla libertà di opinione che la Repubblica Popolare sta mettendo in atto da anni e specialmente nell’ultimo biennio. A seguito delle politiche di utilizzo, elementi come nome, cognome, indirizzi email e località potranno essere tranquillamente condivisi con la polizia, anche senza motivazioni di sorta. Un ulteriore smacco alla privacy dei cittadini, già messa a duro rischio con l’innalzamento del Great Firewall e la morsa intorno all’uso e vendita di reti virtuali private.

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La Cina ha nuovamente bloccato WhatsApp https://www.datamanager.it/2017/09/la-cina-nuovamente-bloccato-whatsapp/ Tue, 26 Sep 2017 10:42:22 +0000 http://www.datamanager.it/?p=131680 A causa della censura, gli utenti cinesi non possono più scambiarsi messaggi di testo via WhatsApp oltre a video e altri contenuti  La Cina rafforza il controllo sulla privacy dei suoi stessi cittadini e questa volta è WhatsApp a finire nel mirino dei censori. L’app di messaggistica ha avuto diversi problemi nel Paese nell’ultimo mese […]

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A causa della censura, gli utenti cinesi non possono più scambiarsi messaggi di testo via WhatsApp oltre a video e altri contenuti 

La Cina rafforza il controllo sulla privacy dei suoi stessi cittadini e questa volta è WhatsApp a finire nel mirino dei censori. L’app di messaggistica ha avuto diversi problemi nel Paese nell’ultimo mese e oggi è diventata sostanzialmente inutilizzabile. Nadim Kobeissi di Symbolic Software, società di ricerca francese che controlla anche la censura digitale portata avanti da Pechino, conferma che gli utenti non solo non possono scambiarsi foto, video e documenti ma anche semplici conversazioni. Il blocco arriva dopo la stretta sulle Reti VPN e in vista del 19° Congresso Nazionale del Partito Cinese.

Secondo Symbolic Software è possibile che le difficoltà di WhatsApp siano legate a un aggiornamento della Grande Muraglia di Fuoco, ovvero potente e capillare sistema di controllo di Internet messo in piedi dal governo cinese. Il firewall di Stato sembra ora in grado di bloccare il protocollo NoiseSocket che l’app di messaggistica utilizza per l’invio e la ricezione dei testi insieme a quello HTTPS/TLS per lo scambio di foto e video. La chiusura della chat più utilizzata al mondo, che proprio questa settimana ha rifiutato la richiesta del governo britannico di realizzare una backdoor, è un bel problema per il suo proprietario Facebook. Il social network è stato bandito dal Paese dal 2009 e senza WhatsApp può solo contare su Colorful Balloons, un’app lanciata il mese scorso ma di cui non risulta essere ufficialmente lo sviluppatore. Della situazione potrebbe facilmente approfittarne WeChat, l’app locale che al contrario della sua rivale statunitense fornisce al governo cinese tutte le informazioni che desidera.

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ProtonMail studia l’italiano https://www.datamanager.it/2017/09/protonmail-studia-litaliano/ Mon, 25 Sep 2017 18:30:01 +0000 http://www.datamanager.it/?p=131554 Oltre all’inglese, la piattaforma parlerà presto altre lingue, tra cui tedesco, russo e spagnolo per espandere il servizio a tanti altri paesi Fondato nel 2013 da alcuni tecnici del Cern, ProtonMail è diventato negli anni il client di email preferito dai difensori della privacy. Nell’ottica di estendere la fruizione della piattaforma a tanti altri paesi, […]

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Oltre all’inglese, la piattaforma parlerà presto altre lingue, tra cui tedesco, russo e spagnolo per espandere il servizio a tanti altri paesi

Fondato nel 2013 da alcuni tecnici del Cern, ProtonMail è diventato negli anni il client di email preferito dai difensori della privacy. Nell’ottica di estendere la fruizione della piattaforma a tanti altri paesi, il team ha aggiunto nuove lingue al solo inglese disponibile sinora. L’app parlerà presto il francese, il tedesco, il russo, l’ucraino, lo spagnolo, l’olandese e il polacco e successivamente l’italiano. L’aggiornamento riguarda sia il sito web che il software per iOS e Android per un totale di 2 milioni di utenti in tutto il mondo, un’impennata niente male dopo le rivelazioni di Snowden e lo scandalo Datagate, che ha coinvolto le multinazionali che operano anche sul versante posta elettronica.

App multilingue

In realtà, per raggiungere più persone ProtonMail non ha certo bisogno di parlare altro che l’inglese. La vera sfida qui è assicurare che server e centri di gestione dei dati restino davvero immuni dagli occhi di agenzie di sicurezza e governi. Per farlo continua a conservare le informazioni nei data center localizzati in Svizzera dove, almeno in teoria, non vi è richiesta burocratica che possa forzarne l’accesso da parte delle autorità. Intanto il lavoro di traduzione portato avanti nei mesi, e che proseguirà in futuro, è praticamente a costo zero. Tutto ciò grazie a un programma di adattamento in modalità crowdsourced, con i quali l’azienda si è assicurata l’opera di una serie di traduttori volontari. Qualche giorno fa, ProtonMail ha lanciato il suo primo servizio VPN gratuito, al quale si affiancano tre piani a pagamento differenti per velocità di connessione e numero di dispositivi supportati: Basic, Plus e Visionary.

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La Cina stringe la morsa intorno alle VPN https://www.datamanager.it/2017/09/la-cina-stringe-la-morsa-intorno-alle-vpn/ Fri, 22 Sep 2017 12:53:04 +0000 http://www.datamanager.it/?p=131459 Il governo ha arrestato un ragazzo che aveva sviluppato una rete per eludere la censura del web. Sono già diverse le persone fermate da inizio gennaio La Cina fa sul serio. A gennaio di quest’anno il governo aveva fatto passare una legge che vietava l’utilizzo di VPN per aggirare le misure protettive del Great Firewall, […]

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Il governo ha arrestato un ragazzo che aveva sviluppato una rete per eludere la censura del web. Sono già diverse le persone fermate da inizio gennaio

La Cina fa sul serio. A gennaio di quest’anno il governo aveva fatto passare una legge che vietava l’utilizzo di VPN per aggirare le misure protettive del Great Firewall, il muro digitale che divide gli utenti del paese dal resto del mondo. A causa delle restrizioni, chi si trova nella patria del drago rosso, anche solo di passaggio, non può accedere a numerosi servizi e piattaforme occidentali, come Gmail, YouTube e ovviamente i risultati di ricerca di Google. Il sottobosco degli hacker cinesi si era però attivato sin da subito per diffondere versioni modificate delle VPN più famose, bannate dagli store online e dai negozi di informatica. Se in un primo momento la resistenza sembrava funzionare, nella seconda parte dell’anno la polizia ha calcato pesantemente la mano contro sviluppatori e distributori in proprio, per dare un segnale forte alla popolazione.

Cosa succede

E così, dopo qualche arresto tra la primavera e l’estate eccone un altro che ha coinvolto il giovane Zhao, bloccato a fine agosto e trattenuto in carcere per tre giorni. La colpa, stando alle nuove misure, è quella di aver aggirato il sistema di sorveglianza di internet, con la creazione di una rete privata usata in proprio ma anche venduta ad altri, persino servizi di terze parti. A quanto pare, dopo aver constatato che il suo metodo funzionava, il ragazzo avrebbe chiesto ad amici e conoscenti la volontà di accedere a contenuti conservati all’estero e normalmente visibili fuori dalla Cina.

Appurata la fervida domanda, Zhao riscuoteva 1,50 dollari al mese da ogni cliente, una cifra irrisoria rispetto a ciò a cui siamo abituati. A quel punto la polizia si è indispettita ed è arrivata all’intraprendente smanettone nel giro di poco. Il nome di Zhao si affianca a quello di Deng Jiewei, altro cittadino che aveva ben pensato di accumulare un po’ di soldi offrendo l’utilizzo di una VPN fatta in casa. Per lui si sono aperte le porte del carcere per ben 9 mesi, una sorte simile a quella a cui potrebbe andare incontro l’ultimo arrestato, conseguenza della repressione dilagante in corso a Pechino.

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