competitività – Data Manager Online https://www.datamanager.it Il portale dell'ICT professionale Mon, 08 Oct 2018 08:53:56 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=5.8.13 https://www.datamanager.it/wp-content/uploads/2020/04/dmo-favicon3.png competitività – Data Manager Online https://www.datamanager.it 32 32 Christmas as usual https://www.datamanager.it/2016/12/christmas-as-usual/ Mon, 19 Dec 2016 14:51:34 +0000 http://www.datamanager.it/?p=115932 Invece di spingere il carrozzone dei riti natalizi e di salutarsi come se venisse la fine del mondo, forse dovremmo guardarci negli occhi e dire la verità. Nel mondo, merci e capitali possono circolare alla velocità di un click, a differenza delle persone. Continuiamo a parlare di apertura, conoscenza, talento. E di come l’innovazione tecnologica […]

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Invece di spingere il carrozzone dei riti natalizi e di salutarsi come se venisse la fine del mondo, forse dovremmo guardarci negli occhi e dire la verità. Nel mondo, merci e capitali possono circolare alla velocità di un click, a differenza delle persone. Continuiamo a parlare di apertura, conoscenza, talento. E di come l’innovazione tecnologica sia il motore per realizzare tutto questo. Eppure, costruiamo muri, distruggiamo la scuola, scardiniamo il lavoro e non aiutiamo i giovani a raggiungere gli obiettivi.

Il 2016 è stato l’anno degli attentati terroristici, della scoperta delle onde gravitazionali e di Fabiola Gianotti alla guida del CERN. Della Brexit e del referendum per la riforma costituzionale. Del terremoto e di Donald Trump alla presidenza degli Stati Uniti. Del Giubileo e del colpo di stato in Turchia. Dei 70 anni della Repubblica italiana e del 64esimo governo alla guida del Paese.


#disruption La parola più usata e abusata del #2016
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La parola più usata del 2016 è «disruption». Ma in Italia, dove ogni cosa è “innovativa” e ogni cosa è “disrupting”, il cambiamento vero finisce per essere solo una grande “rottura”. Così la trasformazione lascia il posto al trasformismo. Mentre la Banca centrale americana decide l’aumento del tasso di interesse come segno di fiducia nella crescita USA, noi siamo alle prese con le complicate vicissitudini della politica, che non riesce a essere né rappresentanza né problem solving. Siamo un paese sospeso, ripiegato su se stesso, dove ogni riforma è da riformare, e i figli sono più poveri dei loro genitori. Quello che si preannunciava come l’anno del “rinascimento” si sta per chiudere come l’anno del “rincrescimento”. La spending review rimane una staffetta continua che non arriva mai al traguardo. E forse, pure Diego Piacentini, commissario straordinario all’Agenda digitale, ha meditato di passare il testimone, sebbene al team digitale si aggiungano altri nomi. Ancora una volta, si tratta di riavviare il «sistema operativo» del Paese, partendo dalle fondamenta. Per Piacentini il bicchiere è mezzo pieno, ma «nessuno – come ammette realisticamente lo stesso commissario – può pensare che due anni siano un tempo sufficiente a digitalizzare la Pubblica Amministrazione italiana».

Siamo seduti su una montagna di debito pubblico, che cresce sotto il tappeto, e di risparmio (114 miliardi, secondo l’ultimo Rapporto Censis) che non spendiamo per paura del futuro. Perché c’è differenza tra incertezza e rischio. Al rischio possiamo assegnare una probabilità. L’incertezza invece non è misurabile.

Quante volte abbiamo scritto che bisogna investire in innovazione? Sappiamo benissimo però che l’automazione brucia posti di lavoro. Gli strumenti della rivoluzione digitale cambiano il nostro modo di vivere, ma non ci stiamo occupando dei valori che dovranno orientare le scelte future. Forse, dobbiamo trovare il modo di essere noi stessi il cambiamento. Di insegnare agli altri. Di imparare qualcosa di nuovo ogni giorno. Di dare aiuto a chi è in difficoltà. Di chiedere per favore. Di anticipare le mosse. Di fare le scelte giuste. Di non rimandare sempre a domani. La trasformazione digitale richiede istinto, pretende tecnica, reclama coraggio, ma soprattutto esige cultura. La grande fatica della trasformazione si basa sulla capacità di distinguere, di non confondere le cose e di non credere che tutto sia semplice, facile, veloce e prevedibile. L’Industry 4.0 potrebbe essere l’ultimo treno che salva le sorti della manifattura italiana. Grazie all’IoT, alla robotica, alla stampa 3D, agli analytics, al cloud, al cognitive computing.


#disruption Il cambiamento in Italia è solo una grande “rottura”
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Quest’anno, una startup di Cosenza è diventata il terzo centro di ricerca del gigante NTT Data, al pari di Tokyo e Palo Alto. Emilio, Giorgio e Roberto volevano fare qualcosa per la loro terra e ce l’hanno fatta, rinunciando agli scambi politici e alla finanza agevolata, puntando sull’università e sulla voglia di riscatto dei giovani calabresi. Ma c’è anche una storia triste, non la sola purtroppo. Matteo, 23 anni operaio stagionale, che faceva il turno di notte ai forni in una fabbrica di panettoni a Torino. Per la sua famiglia non ci sarà il Natale. Credere nella dignità del profitto non è un ossimoro. Si può crescere rispettando le persone e dando dignità al lavoro. Il giusto profitto, la giusta crescita. Si può lavorare per portare fuori competenze e sapere e si può investire per restare. Certo la competitività è come l’acqua che segue la pendenza. È questione di fisica più che di economia. Ma se il prezzo è l’unica misura non ci può essere salvezza.

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Italian (r)evolution? https://www.datamanager.it/2015/09/italian-revolution/ Fri, 18 Sep 2015 09:40:48 +0000 http://www.datamanager.it/?p=83033 Il mondo del lavoro sta cambiando radicalmente. E cambieranno i rapporti di forza fuori e dentro le aziende. I responsabili delle HR si trovano già ad affrontare situazioni di cambiamento continuo che anticipano i tempi della politica. La difesa delle rendite di posizione ha ritardato l’efficienza complessiva del Paese. Ma anche l’eccesso di atteggiamento protezionistico e […]

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Il mondo del lavoro sta cambiando radicalmente. E cambieranno i rapporti di forza fuori e dentro le aziende. I responsabili delle HR si trovano già ad affrontare situazioni di cambiamento continuo che anticipano i tempi della politica. La difesa delle rendite di posizione ha ritardato l’efficienza complessiva del Paese. Ma anche l’eccesso di atteggiamento protezionistico e la finanziarizzazione di una parte dell’industria italiana, che ha tradito le radici autentiche della cultura d’impresa, non possono essere chiamate fuori.

Se è giusto valutare gli insegnanti, forse bisognerebbe fare lo stesso anche con gli industriali sulla base della qualità delle loro industrie, della qualità della vita degli operai e della qualità della vita delle città che ospitano i loro stabilimenti. ll vero capitalismo distribuisce la ricchezza attraverso l’innovazione, la tecnologia, la conoscenza, i salari equi. Negli anni 60, il CEO di General Motors guadagnava quaranta volte lo stipendio del suo operaio. Sergio Marchionne, amministratore delegato di Fiat Chrysler, lo scorso anno ha ricevuto dal gruppo uno stipendio da oltre 6,6 milioni di euro. Fate voi i conti.

Dobbiamo uscire dal retrobottega e guardare oltre per costruire un sistema che favorisca e non ostacoli la creazione del lavoro, che aiuti il Paese a recupere competitività. Dalla contrapposizione classica tra destra e sinistra, stiamo ritornando a quella più antica tra chi sta sopra e chi sta sotto. E questa prospettiva non ci aiuterà a vivere in un mondo migliore. Il dato sulla disoccupazione a luglio comunicato dall’Istat è pari al 12%, con un calo di mezzo punto percentuale rispetto a giugno. Aumentano però i cittadini inattivi di chi è fuori dalla forza lavoro: un piccolo esercito destinato a consumare senza produrre. Mentre il Nord si avvicina sempre di più alla Svizzera e alla Germania, le regioni del Meridione sono umiliate dal degrado e dalla criminalità. Lavoro, impresa, solidarietà, dignità delle persone sono come un sistema complesso di vasi comunicanti. In un mondo senza giustizia, ci può essere posto solo per la crescita dell’utile a breve termine, non per lo sviluppo.


#EXPO2015 #Lavoro #Impresa #Innovazione Quale Italian (r)evolution? @FondSodalitas @Accentureitalia
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Fra poco più di un mese, l’esposizione universale di Milano chiuderà i battenti. Il 2015 resterà legato per sempre a questo evento che ha messo l’Italia al centro del mondo. Con quale bilancio rispetto alle aspettative, non possiamo dirlo. Come non possiamo confermare, da quello che abbiamo visto, che l’Expo di Milano passerà alla storia come la prima esposizione “all digital”. Abbiamo apprezzato la digitalizzaione del processo di gestione delle presenze e il monitoraggio degli accessi dei propri lavoratori impegnati nel perimetro dell’area. Abbiamo visto il supermercato del futuro e come potrebbe cambiare la filiera dell’agricoltura grazie ad Accenture. Abbiamo toccato con mano sistemi, piattaforme IT e app a supporto delle transazioni e dei servizi, carte di pagamento contactless, soluzioni di pagamento mobili e un’ampia rete di terminali POS. Perché l’esperienza della smart city passa anche attraverso la rivoluzione dei pagamenti, come hanno messo in evidenza Giulio Carmignato di Unicredit Business Integrated Solutions e Liliana Fratini Passi del Consorzio CBI nella tavola rotonda che Data Manager ha dedicato all’e-payment, da dove è emersa la ricetta di una visione integrata che unisce mondi diversi e spesso distanti.

Anche FAO e MasterCard hanno unito le forze per creare un’innovativa alleanza contro la fame e per sviluppare sistemi di pagamento inclusivi per sostenere piccoli agricoltori e famiglie povere. Una speranza che facciamo nostra come antidoto al cinismo. Certo nell’esposizione di Milano abbiamo ritrovato tutte le grandi contraddizioni di un Paese in bilico tra passato e futuro. E crediamo che la Carta di Milano sia il documento fondamentale di Expo2015 perché afferma il diritto al cibo come diritto universale e indica principi e strumenti per realizzarlo. La vera esposizione universale – però – è quella estesa, che continuerà fuori dai cancelli di Rho-Pero dopo il 31 ottobre, fatta di città, paesaggio, territorio e di un patrimonio artistico unico al mondo che ha bisogno di essere difeso e valorizzato come non mai, anche attraverso l’innovazione tecnologica.

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Digital manufacturing https://www.datamanager.it/2015/02/digital-manufacturing/ Mon, 09 Feb 2015 11:24:30 +0000 http://www.datamanager.it/?p=69246 L’industria resta il cardine della crescita e della competitività, nonostante la crisi L’industria resta il cardine della crescita e della competitività, nonostante la crisi. E il cuore industriale europeo batte soprattutto in un’area che comprende il Nord dell’Italia e l’Ovest della Germania, come emerge dai dati dell’indagine della Fondazione Edison e di Confindustria Bergamo. Dai capannoni […]

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L’industria resta il cardine della crescita e della competitività, nonostante la crisi

L’industria resta il cardine della crescita e della competitività, nonostante la crisi. E il cuore industriale europeo batte soprattutto in un’area che comprende il Nord dell’Italia e l’Ovest della Germania, come emerge dai dati dell’indagine della Fondazione Edison e di Confindustria Bergamo.


Dai capannoni al capitale umano #competitività
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Sono 53 su un totale di mille e 300, le province manifatturiere europee che hanno una quota di valore aggiunto e di occupati nell’industria superiori al 30%, un’occupazione industriale di almeno 20mila addetti e un valore aggiunto per addetto superiore ai 50mila euro. Di queste 53, quasi tutte sono italiane e tedesche. E se si guarda alle prime 23, in testa ci sono Brescia e Bergamo. Superate le principali roccaforti tedesche come Wolsburg, patria dell’impero Volkswagen. Un vantaggio per il futuro che potrà essere capitalizzato solo se si continuerà a crescere, investendo in innovazione e valore aggiunto. L’Unione europea conferma l’obiettivo di portare, entro il 2020, il peso della manifattura sul PIL al 20%. Il problema è saper interpretare un mondo che cambia in tempo reale. Formazione e digital manufacturing sono le chiavi di questa trasformazione.


In Italia, il cuore industriale che batte #fondazioneedison
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L’industria che cambia punta sull’ICT, nuovi modelli di progettazione e produzione come il PLM e le stampanti 3D, che innovano radicalmente il concetto di fabbrica. «Le imprese stanno imparando a convivere con un nuovo modello di manifattura in cui lavoro e tecnologia sono l’abbinata vincente» – sintetizza Stefano Micelli, direttore scientifico della Fondazione Nord Est. Cambia anche la forma dell’impresa. «I processi sono sempre più agili. Il buon capitale umano, in questa strategia, è fondamentale». Il guaio è che buona parte dei giovani va via. Nel 2013, sono emigrati 7.800 giovani, un quarto dei quali con laurea in tasca.


Nuova manifattura e cultura digitale. La scommessa @stefanomicelli @FondazioneNE
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Accenture – Una nuova Strategy per l’azienda agile https://www.datamanager.it/2014/11/accenture-nuova-strategy-per-lazienda-agile/ Mon, 10 Nov 2014 09:49:47 +0000 http://www.datamanager.it/?p=64123 La tecnologia non è più un semplice fattore abilitante. Bisogna conoscerla e metabolizzarla per innovare anche il modo di fare business Nell’impresa digitale non si possono separare in maniera netta le funzioni e i processi aziendali da quelli tecnologici. La convergenza tra IT e business è un dato di fatto. Nell’era attuale, la tecnologia è […]

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La tecnologia non è più un semplice fattore abilitante. Bisogna conoscerla e metabolizzarla per innovare anche il modo di fare business

Nell’impresa digitale non si possono separare in maniera netta le funzioni e i processi aziendali da quelli tecnologici. La convergenza tra IT e business è un dato di fatto. Nell’era attuale, la tecnologia è sempre più presente nei processi e nelle funzioni aziendali e non può più essere considerata unicamente un fattore abilitante, con compiti prettamente esecutivi. «Lo scenario è cambiato completamente: oggi la tecnologia è uno degli elementi della strategia di business». Parola di Marco Morchio, managing director per l’area IGEM (Italia, Grecia, Europa dell’est, Russia e Medio Oriente) di Accenture Strategy, la nuova piattaforma di business lanciata dal gruppo di consulenza e system integration nell’ambito di una riorganizzazione globale che ha visto anche il concomitante decollo delle aree Accenture Digital, Accenture Technology e Accenture Operations.

Geneticamente agili

Il termine “strategy” farebbe pensare a un concetto ormai consolidato, dopotutto la consulenza strategica esiste da sempre. Dov’è la novità? «Il vero elemento innovativo sta nella combinazione delle componenti consulenziali rivolte al business, che da oggi sono di fatto unite alla consulenza tecnologica, portando un cambio di passo in un mercato abituato a vedere la tecnologia come mero fattore abilitante». Una risposta convergente che innanzitutto viene incontro alle richieste di un mercato in forte evoluzione, ma che – come Morchio giustamente sottolinea – «nasce anche dalla relazione di grande naturalezza che Accenture ha nei confronti della tecnologia». Sul tema dell’agilità e della dinamicità, aggiunge il responsabile italiano di Strategy, il brand Accenture gode di una credibilità straordinaria. «Oltre a essere geneticamente agili, abbiamo operato molti cambiamenti e non ci occupiamo solo di consulenza».

Innovazione dirompente

Quello che conta per Accenture è il grado di innovazione o di disruption che le tecnologie hanno introdotto anche in modelli di business tradizionali o consolidati. «Ci sono esempi molto recenti» – spiega Morchio. «Prendiamo il caso di Netflix, o il caso borsistico dell’anno negli Stati Uniti, rappresentato dalla quotazione di Alibaba. Ma prima ancora Amazon, la cui forza sta nel modello logistico e distributivo, che mette insieme l’innovazione tecnologica dell’e-commerce e un business molto tradizionale, spazzando completamente via vecchie logiche». Secondo Morchio, la storia di questi brand ci insegna anche che l’elemento dirompente non deve per forza essere una tecnologia ben precisa, ma la capacità di far leva in modo efficace sullo stato dell’arte, adattandolo alle proprie esigenze e anticipando le richieste di innovazione dei consumatori. «Netflix ha saputo adattarsi molto bene. Partita dai film su dvd, ha rivoluzionato il mercato del videonoleggio e poi gradualmente è passata alla banda larga come canale distributivo». Analoghi casi di innovazione dirompente vengono da Google Android, che ha saputo partire da una tecnologia pura – un sistema operativo per smartphone – e ha scatenato un modello di adozione che ha colto completamente di sorpresa un’azienda come Nokia, l’innovatore (le origini del gruppo finlandese risalivano all’industria della carta) che aveva dominato il mercato della prima generazione dei telefonini digitali.

«La conferma del meccanismo viene anche da un altro caso della cronaca recente, la piattaforma di car service Uber che non utilizza tecnologie particolarmente innovative, ma le applica a un mindset diverso, mettendo in connessione domanda e offerta sul tema della mobilità e coinvolgendo singoli individui, con un modello che trasforma la fisicità dell’automobile in servizio». Tutte tematiche e applicazioni innovative, sottolinea Morchio, che richiedono un’accurata definizione strategica per avere successo, ed è da questa consapevolezza e competenza specifica che deriva la rinnovata attenzione di Accenture verso formule consulenziali più integrate e una visione ancora più olistica del business. In questo senso, come si distinguerà la linea d’azione di Accenture Strategy dalla filosofia operativa della piattaforma Digital, anch’essa frutto della recente organizzazione e orientata al supporto delle digital company? «L’attività di Strategy sarà diversa da quella realizzativa, implementativa che Digital mette in campo» – risponde Morchio. «Diversa ma continuamente integrabile, tant’è vero che Strategy può disporre delle competenze del gruppo di esperti di Digital, e viceversa, o ancora di Technology o di Operations. È questo il lato distintivo di un system integrator come Accenture, che mette in campo oltre agli aspetti teorici, anche un’esperienza pratica di concreta execution».

Business di nuova generazione

È dunque un business di nuova generazione quello che Accenture vuole supportare in chiave strategica. «Ci sono almeno tre componenti fondamentali» – spiega Morchio. «Innanzitutto, la forte connessione del business di oggi con la conoscenza tecnologica. In secondo luogo, l’azienda deve per sua natura essere molto più agile, saper affrontare i punti di discontinuità, i confini che cambiano e i nuovi modelli di business che ne conseguono. Prendiamo il tema della connected car, con il sistema Uconnect su cui abbiamo collaborato con Fiat-Chrysler: è una piattaforma per servizi di infotainment destinati a chi guida, a chi siede al volante di un’automobile ma non è più solo un automobilista. Scenari come questi, per pensare e realizzare l’innovazione, richiedono processi decisionali più fluidi, governati in modo diverso. Un terzo punto, infine riguarda la vicinanza tra strategia e risultati conseguenti ai primi due. Il ritorno sugli investimenti deve essere misurato in tempi sempre più brevi».

Evoluzione culturale

Marco Morchio non nasconde le difficoltà che ostacolano la diffusione di questi nuovi paradigmi nel sistema produttivo italiano. C’è una certa riluttanza nel nostro mondo imprenditoriale, ammette il responsabile della piattaforma Accenture. «La riluttanza è però legata a una certa mancanza di conoscenza. Spesso è difficile raccogliere il consenso in azienda. Per questo è così importante riuscire a legare la trasformazione al risultato».

Il segreto per raggiungere questo livello di compenetrazione tra i processi aziendali e la performance finale consiste, secondo Morchio, nell’accorciare molto i tempi dei vari processi, abbandonando il tradizionale modello sequenziale e portando avanti più azioni parallele, in modo da arrivare il prima possibile alla verifica del mercato e alle eventuali correzioni di rotta. «è quindi necessario adottare un approccio agile: ovvero una flessibilità che richiede anche un diverso dialogo tra le funzioni aziendali».

Scuola di trasformazione

Accenture Strategy punta in un certo senso a diventare una scuola di trasformazione, supportando la digital enterprise nel gestire cambiamenti ormai necessari, sviluppare nuove linee di business, modificare il sistema di controllo sul piano finanziario e agire sulle competenze individuali. Cambiano anche le regole di ingaggio tra consulente e fruitore dei suoi servizi? «Dipende molto dalla tipologia del cliente – dice Morchio – alcuni sono più aperti e si possono immaginare modalità anch’esse innovative. È importantissimo il confronto tra i diversi settori e per questo Accenture organizza dei veri e propri workshop sull’innovazione, dove le aziende possono venire a contatto con l’innovazione e le best practice di altre industry. I nostri Innovation Center – con sedi in tutto il mondo e anche a Milano, Roma e Torino – diventano un nuovo canale di posizionamento della nostra offerta».

Il riassetto, avviato all’inizio dell’anno, è stato completato e Accenture Strategy lavora già a pieno regime. Secondo Morchio, la società è anche molto attiva sul fronte delle assunzioni. «Stiamo lavorando sul tema dell’adozione della multicanalità nella relazione con il cliente in diversi settori come banking, assicurazioni e automotive. Siamo anche convinti che le tecnologie digitali applicate all’industria manifatturiera siano un formidabile acceleratore della crescita». Accenture ha pubblicato quest’anno, per European Business Summit, lo studio “Accelerating Europe’s Comeback” che analizza il tema della crescita economica in Europa e il ruolo che avranno le tecnologie digitali nel determinare la ripresa. Lo studio evidenzia che, nonostante il FMI abbia previsto che nel 2014 la crescita nell’Unione europea sarà la metà rispetto a quella delle economie in via di sviluppo, i business leader europei sono ottimisti sulle prospettive di crescita e individuano proprio nelle tecnologie digitali l’elemento chiave per aumentare la competitività e rilanciare la crescita.

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Formazione e lavoro https://www.datamanager.it/2014/07/formazione/ Thu, 10 Jul 2014 08:48:22 +0000 http://www.datamanager.it/?p=57952 Mentre i giornali si occupano di calcio e cucina, aumenta lo skills gap. Raddoppiare gli investimenti in ricerca e sviluppo per essere più competitivi Negli Stati Uniti d’America, le aziende investono in ricerca e sviluppo molto più che da noi. Quindi, la percentuale dei disoccupati è metà che in Italia. Pure gli industriali americani denunciano […]

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Mentre i giornali si occupano di calcio e cucina, aumenta lo skills gap. Raddoppiare gli investimenti in ricerca e sviluppo per essere più competitivi

Negli Stati Uniti d’America, le aziende investono in ricerca e sviluppo molto più che da noi. Quindi, la percentuale dei disoccupati è metà che in Italia. Pure gli industriali americani denunciano un grave divario fra le competenze/abilità ottenute dalle scuole superiori e quelle di cui hanno bisogno [skills gap]. Sul problema, la Intelligence Unit dell’Economist ha appena pubblicato un rapporto, sponsorizzato dalla fondazione Lumina che in USA crea iniziative per innalzare i livelli di diplomati e laureati. Le aziende sostengono che spendono molto più di prima per addestrare il personale. È vitale farlo: il 60% dei posti di lavoro richiedono oggi una formazione post-diploma, dato che prodotti, processi e strumenti professionali vengono innovati di continuo (non solo nel settore informatico).

Lo studio dell’Economist si basa su interviste a 343 dirigenti di aziende che hanno da 100 a oltre 10mila addetti e volumi di affari da milioni di dollari a oltre 10 miliardi. Per ridurre o annullare il divario citato, i due terzi degli intervistati ha già in corso collaborazioni con università. Un terzo collabora con i Community College.

Più della metà dei dirigenti intervistati ha dichiarato di considerare inadeguata la formazione dei giovani neo-assunti per quanto riguarda capacità di risolvere problemi; pensiero critico; lavoro di squadra; comunicazione; abilità tecniche; organizzare priorità multiple; uso di strumenti matematici. In molti casi, varie aziende stabiliscono con università e college programmi congiunti. Questi sono più efficaci quando ingegneri ed esperti di primo piano delle aziende collaborano a programmi di ricerca e sviluppo delle università.

Buone pratiche da imitare

La Northrop Grumman (aerospaziale, difesa) ha istituito presso l’Università del Maryland corsi avanzati di cyber sicurezza e ha anche rafforzato insegnamenti di computer, scienza, matematica, elettronica. Il CEWD (Centro per lo sviluppo della forza lavoro nel settore energia), creato da un consorzio di aziende del settore, organizza corsi pratici presso varie università. Incoraggia anche l’impiego di donne nella costruzione e manutenzione di reti elettriche.

Alcune aziende tedesche (fra cui BMW, Volkswagen e Siemens) stanno introducendo negli Stati Uniti la pratica dell’apprendistato. In Germania è pratica standard che dopo la maturità gli studenti si iscrivano a un corso universitario e insieme facciano gli apprendisti presso un’azienda. Il 25% delle aziende tedesche partecipa al programma, che non le obbliga ad assumere gli apprendisti. Circa il 60% dei giovani trova così il primo impiego. La BMW offre l’apprendistato nel suo stabilimento di Spartanburg (South Carolina) che produce 300mila auto all’anno, di cui il 70% esportate.

Parecchie aziende americane partecipano in vari modi a innalzare i livelli di conoscenza medi del pubblico in scienza, tecnica, ingegneria, elettronica – indicati con l’acronimo STEM. Questo accade poco in Italia. Ce ne sarebbe un bisogno estremo: la percentuale della popolazione che ha completato l’educazione terziaria è il 21,7%. La media europea è 35,8 %. A livello più basso dell’Italia c’è solo la Turchia.

La Commissione europea ha pubblicato la classifica al 2013 dei 27 paesi dell’Unione in base al livello di innovazione raggiunto, espresso da un indice (compreso fra 0 e 1) funzione di 25 indicatori (lauree, ricerca scientifica, investimenti pubblici e privati in R&D, brevetti…). L’Italia sta al 15esimo posto su 27, dopo Estonia, Slovenia, Cipro. Gli investimenti pubblici in ricerca e sviluppo sono lo 0,53 del PIL (0,71 della media europea) e quelli privati sono lo 0,69 del PIL (0,52 della media europea). Questo divario dura da più di 30 anni. L’Italia è, dunque, carente nei livelli di istruzione e negli investimenti in ricerca e sviluppo, particolarmente nel settore privato. Gli imprenditori non hanno ragione di chiedere solo flessibilità negli adempimenti burocratici (pure necessaria). Devono raddoppiare gli investimenti in ricerca e sviluppo e assumere giovani eccellenti che inventino. Devono creare reti di collaborazione con università e industrie italiane e straniere. Lavoro e prosperità si creano studiando e inventando.

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Tenere il passo dell’innovazione https://www.datamanager.it/rivista/tenere-il-passo-dell-innovazione-57086.html Thu, 12 Jun 2014 10:00:39 +0000 http://dmo4.datamanager.it/2014/06/tenere-il-passo-dellinnovazione/ Viviamo e operiamo in un mercato ICT italiano in riduzione di volumi e in forte consolidamento, che non necessariamente nel nostro settore è un fatto negativo. Il tessuto industriale italiano, fatto prevalentemente da piccole e medie imprese ancora preda della ormai pluriennale crisi economico-finanziaria e che stentano a diventare grandi, evidenzia una mancanza di risorse […]

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Riccardo Rodriguez executive vice president & partner Gruppo SESA NVViviamo e operiamo in un mercato ICT italiano in riduzione di volumi e in forte consolidamento, che non necessariamente nel nostro settore è un fatto negativo. Il tessuto industriale italiano, fatto prevalentemente da piccole e medie imprese ancora preda della ormai pluriennale crisi economico-finanziaria e che stentano a diventare grandi, evidenzia una mancanza di risorse da investire nell’innovazione e denuncia una situazione in cui il Paese non è sufficientemente dotato delle necessarie infrastrutture di comunicazione. Preso atto di questa perdurante situazione di negatività, quali sono i passi necessari per uscire da questo vicolo cieco, ricominciare a produrre un PIL positivo e far ripartire l’economia reale? Cosa devono fare le aziende per cavalcare l’onda dell’innovazione al fine di aumentare il valore della loro produzione, di essere più veloci e competitivi sul mercato e di migliorare la qualità del prodotto e del servizio offerto?

Potremmo stare per ore a parlare dell’Italia, che non investe a causa del peso enorme del debito pubblico e dei vincoli di bilancio, ma forse il rilancio parte anche dal tessuto imprenditoriale e industriale italiano, parte dall’adozione di tecnologie abilitanti funzionali al business, parte da quei piccoli investimenti che ogni piccola-media, ma anche grande impresa, può fare per accorciare i cicli di vendita e produttivi. Recentemente, Gartner ha pubblicato un report che elenca le 10 tecnologie di punta del 2014, tecnologie che possono dare un contributo competitivo se – aggiungo personalmente – affiancate da una opportuna politica economica del Paese finalizzata alla ricerca e sviluppo in ottica competitiva.

Nel report di Gartner, tra le tecnologie strategiche emergono:

–      Le applicazioni in mobilità e relativi dispositivi mobili;

–      L’internet delle cose;

–      Il cloud, nelle diverse sfaccettature, tra cui il cosiddetto “Web-Scale IT”;

–      Il software defined anything (SDx), dove emerge significativamente il software defined networking;

–      Le smart machines;

–      Le stampanti 3D.

 

In un mondo sempre più globalizzato, appare forte la necessità di implementare tecnologie che, per le loro intrinseche caratteristiche, si posizionano come strategiche per il business delle imprese. La possibilità di accedere in mobilità ai dati aziendali, di usare strumenti di collaboration, di tracciare in tempo reale i processi produttivi e di vendita o di essere sempre in contatto con clienti, colleghi o partner di business, fa la differenza fra un’azienda viva, efficiente e dinamica e una ancorata ai vecchi paradigmi.

E i fornitori di servizi ICT come possono tenere il passo dell’innovazione rinnovando la propria offerta verso i clienti? Semplicemente innovando al proprio interno, creando prodotti e servizi innovativi che seguono i trend tecnologici. Da qui, la forte necessità nel Paese di fare ricerca e sviluppo, lasciando alle università e ai centri preposti la ricerca di base e alle aziende la ricerca finalizzata allo sviluppo precompetitivo: nuovi prodotti e servizi per stare al passo con l’innovazione e nuovi modelli che sono anche fortemente sociali.

A questo punto la domanda è una sola: il sistema Paese ovvero le istituzioni, le banche, le università, le imprese, sono in grado di cogliere questa opportunità e permetterci di tornare a crescere?

Noi lo siamo. Dateci un segnale.

Riccardo Rodriguez
executive vice president & partner Gruppo SESA NV

 

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Lucio Stanca, l’Italia vista da fuori e da dentro https://www.datamanager.it/rivista/lucio-stanca-l-italia-vista-da-fuori-e-da-dentro-54671.html Tue, 25 Mar 2014 11:24:27 +0000 http://dmo4.datamanager.it/2014/03/lucio-stanca-litalia-vista-da-fuori-e-da-dentro/ La sfida del cambiamento del Paese comincia da ciascuno di noi. «Eppure ce la possiamo fare» Ho il libro di Lucio Stanca tra le mani (L’Italia vista da fuori e da dentro – Il Sole 24 Ore Libri, collana Studi), quando apro la finestra di un albergo della capitale. E capisco che l’Italia è così: […]

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La sfida del cambiamento del Paese comincia da ciascuno di noi. «Eppure ce la possiamo fare»

Lucio Stanca, l’Italia vista da fuori e da dentroHo il libro di Lucio Stanca tra le mani (L’Italia vista da fuori e da dentro – Il Sole 24 Ore Libri, collana Studi), quando apro la finestra di un albergo della capitale. E capisco che l’Italia è così: spalancata sulla bellezza, ma incapace di reggere il confronto con la grandezza del passato. L’Italia vista da fuori è come lo sguardo che si distende sull’opulenza di un paesaggio unico, con lo spettacolo delle cupole incastonate nel tratto del laterizio romano dei Fori Imperiali, della vista della Colonna Traiana sospesa oltre la scalinata tra via Nazionale e Magnanapoli. Ma l’Italia vista da dentro è come l’albergo a quattro stelle dove mi sono svegliato: la caricatura dell’eleganza borghese, il televisore made in Turkey, i complementi Ikea, la colazione da fast food, il bassorilievo tarocco e la statua di Vesta in gesso illuminata dal basso con una luce rosa.

Questa Italia cialtrona, senza memoria e conoscenza, ha acceso un’ipoteca sul passato e sprecato la rendita. Ha ricevuto i talenti dell’ingegno e della bellezza e li ha sotterrati. La decadenza non ha fascino quando è l’effetto di una condanna autoinflitta, di una sconfitta senza onore, di una punizione meritata.

Il libro di Lucio Stanca è la fotografia puntuale, acuta, reale. La radiografia, a tratti amara e disillusa, di un Paese che sembra essersi perso nel sonno di un benessere ormai lontano ma che può e deve ritrovare la spinta per ripartire e disegnare il proprio futuro culturale, politico ed economico. Lucio Stanca non si limita – però – a raccontare la realtà empirica da angoli contrapposti, ma analizza, denuncia, critica e infine propone «nuove soluzioni a vecchi problemi». La prospettiva dal “di fuori” di Lucio Stanca è quella degli oltre trent’anni in cui ha lavorato all’estero e in Italia per IBM; la prospettiva dal “di dentro” è quella maturata nel cuore della vita politica e istituzionale del Paese, nei 12 anni trascorsi come ministro e parlamentare.

Pugliese di Lucera, figlio di un commerciante di elettrodomestici, Lucio Stanca non ha dimenticato la lezione che viene dall’esempio e dall’impegno. «Eppure ce la possiamo fare» dice Stanca nel libro. Perché l’Italia può ancora «disegnare un nuovo percorso» e uscire dalla crisi ancora più ottimista di prima. Perché l’Italia ha un patrimonio storico, artistico, culturale, paesaggistico e di intelligenza unici al mondo. Perché l’Italia resta ancora «il secondo Paese manifatturiero in Europa e il quinto al mondo».

E perché, le imprese italiane che competono nel mondo – pur facendo i conti ogni giorno con la burocrazia insensata, i costi energetici più alti d’Europa, la legislazione pasticciata e l’illegalità diffusa – sono imprese competitive al cubo.

 

Data Manager: L’Italia accumula ritardi sull’agenda delle priorità e il Paese sembra bloccato tra problem solving e rappresentanza. Quali sono le priorità?

Lucio Stanca: Le cose da fare le sappiamo tutte, da almeno trent’anni, a cominciare dalla riduzione della spesa pubblica improduttiva. E nel frattempo, abbiamo accumulato ritardi rispetto ai nostri concorrenti. Abbiamo alle spalle anni di recessione e livelli di crescita molto inferiori rispetto alla media europea.

La crescita solida e durevole è la priorità per il Paese. Abbiamo bisogno di riforme strutturali, ma anche di un governo che possa decidere in modo più veloce e incisivo perché con i governi deboli non si fanno le grandi riforme. Bisogna sbloccare il mercato del lavoro che è inefficiente e iniquo.

 

E perché la politica ha fallito?

Perché c’è una forza di conservazione che sta nella politica, ma che è riflesso di quella che sta nel Paese reale. Anche i sindacati hanno esercitato un ruolo di grande conservazione, alimentando la divisione tra capitale e lavoro e impedendo l’affermarsi di un nuovo modo di concepire le relazioni tra imprese e lavoratori. La politica ha una grande responsabilità, ma non assolviamo tutti gli altri.

 

Sfogliando l’indice del libro, colpisce il capitolo dedicato all’occasione mancata del Turismo e l’assenza di ogni riferimento a Expo2015. Lei che l’Expo l’ha vissuta “da dentro”, a poco più di un anno dall’appuntamento, come vede l’Expo “da fuori”?

Il turismo è un settore veramente strategico per l’Italia, eppure dagli anni Settanta a oggi, abbiamo continuato a perdere posizioni. La politica del turismo fatta negli ultimi decenni ha pensato di potere vivere di rendita sul passato, mettendo un’ipoteca sulla più straordinaria concentrazione di patrimoni artistici del mondo, sul sole, le spiagge e un paesaggio unico. Dobbiamo anche in questo settore correre per riconquistare il terreno perduto imparando con umiltà da chi riesce a capitalizzare meglio di noi le risorse. Come il Louvre di Parigi che realizza più entrate di tutti i musei italiani messi insieme. Per quanto riguarda l’Expo 2015, continuo a pensare che l’Esposizione universale di Milano è un’occasione straordinaria e irripetibile per la città, la Lombardia e l’Italia. Il mio contributo è stato quello di mettere insieme un progetto innovativo che poi è stato ratificato a settembre 2010 e che credo sia ancora quello che si sta realizzando, anche se ridimensionato in alcune sue parti. Sono certo che nonostante tutto, anche se si dovrà fare di necessità virtù, l’Expo sarà un successo e questo è l’augurio che faccio a tutte le persone che stanno lavorando perché sia veramente così.

 

È solo un caso quindi che nel suo libro non ci sia neppure un paragrafo dedicato all’Expo?

Semplicemente, non ho voluto offrire l’occasione per alimentare inutili polemiche.

 

“Wrong or right, it’s my country” è il sottotitolo del libro. Si tratta di una dichiarazione di indulgenza?

Assolutamente no. Piuttosto direi che è una dichiarazione d’amore per l’Italia. Vorrei che questo Paese fosse più forte, più moderno e capace di esprimere tutte le sue potenzialità agli occhi del mondo che ci guarda e a volte fa veramente fatica a comprendere le cose italiane.

 

Si dice che in IBM ci sia una policy per ogni cosa. Fine del mondo compresa. Quale dovrebbe essere la policy per l’Agenda Digitale?

Una sola. In inglese, si direbbe execution. Tra le cose di cui sono più fiero di avere realizzato, c’è il Codice dell’amministrazione digitale in cui ci sono strumenti importanti, come la posta elettronica certificata, la firma digitale, il protocollo digitale. Eppure, non è stato completamente attuato. Ogni ministro che arriva dopo sembra costretto a ripartire da zero e questo produce ritardi incolmabili. Ci sono ancora pubbliche amministrazioni che non hanno mai adottato il protocollo informatico. Prendiamo l’esempio della carta d’identità elettronica, promessa agli italiani, anche da me tanti anni fa. Dopo gli annunci, ancora oggi se ne vedono pochissime in giro. E tutto questo perché ci sono interessi particolari che tengono bloccato il Paese.

 

L’Italia resta un paese ad alto rischio?

Il declino ha radici profonde non solo economiche. E se continuiamo a non avere un progetto per il futuro, saremo condannati a una decadenza inesorabile. Siamo un paese molto diviso, ancora alla ricerca della sua identità e della capacità di stare insieme. Da un punto di vista economico, siamo ancora a rischio e non lo dico solo io, che non sono un economista. Non ci illudiamo che la crescita dello zero virgola qualcosa possa risolvere i nostri problemi. Non possiamo permetterci di sprecare l’occasione di rimettere l’Italia sui binari giusti della crescita.

 

La corruzione e l’illegalità pesano molto sulla crescita. Ma a cosa servono le regole se il sistema sembra costringere a trovare sempre delle “scappatoie”?

Ci sono piccole e grandi rivoluzioni. Il rispetto delle regole chiama in causa la responsabilità personale e le scelte di ciascuno di noi. C’è la grande criminalità organizzata con i grandi traffici illegali e c’è l’emorragia dell’evasione fiscale. Ma l’illegalità diffusa si accompagna a una sovrapproduzione di regole che è inaccettabile. Rispetto ai paesi più avanzati, abbiamo un labirinto di regole in cui i confini sono sfumati, grigi e incerti. Questa incertezza si trasforma in discrezionalità che a sua volta genera corruzione e produce sfiducia anche in chi vorrebbe investire e fare impresa in Italia.

 

Aumenta il divario tra Nord e Sud e l’innovazione tecnologica non riesce a colmare questo gap. La meritocrazia per intere generazioni è rimasta una parola. Qual è la responsabilità della politica?

In una società moderna, il merito dovrebbe essere il metro con cui misurare la classe dirigente. Chi è più bravo deve andare avanti. L’uguaglianza deve essere nei punti di partenza, non in quelli di arrivo. Nella PA, il merito non è una pratica perseguita. Così come nella scuola, dove si misura il merito degli studenti, ma non quello della classe docente. Il principio di anzianità è un’ingiustizia profonda. Chi non ha voglia di impegnarsi deve essere allontanato da qualsiasi organizzazione pubblica o privata che sia.

 

Da manager e politico, lei ha dovuto prendere decisioni e fare scelte. Qual è stata la scelta più difficile?

Per chi è a capo di grandi organizzazioni, ci sono sempre scelte difficili da prendere. Quando agli inizi degli anni Novanta, IBM entrò in crisi perché non aveva pienamente compreso la portata del cambiamento che stava avvenendo nel mercato dei personal computer – cambiamento del resto generato dalla stessa capacità di innovazione di IBM – ci fu la necessità di ristrutturare la compagnia. A quel tempo, ero responsabile di Europa, Medio Oriente e Africa e ristrutturare aveva il solo significato di licenziare decine di migliaia di persone. Quelle scelte permisero – però – di rilanciare l’azienda. Le regioni che seppero adeguarsi al taglio dei costi e riorganizzarsi furono capaci anche di essere più efficienti e competitive. L’Italia, con un mercato del lavoro molto rigido, ebbe più difficoltà a mettere in atto quelle scelte e questo ebbe un riflesso anche sulla sua capacità di ripresa. Dire ai colleghi – con cui avevo condiviso un pezzo di strada insieme – di lasciare il posto di lavoro è stato non solo difficile, ma anche doloroso.

 

Dopo il libro, quale sarà il suo prossimo impegno?

Seguo le vicende politiche italiane e mi sento impegnato a dare il mio contributo da semplice cittadino. Per il resto, chi vivrà vedrà…

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Tiziano Treu, l’Italia è un Paese diviso https://www.datamanager.it/rivista/tiziano-treu-litalia-un-paese-diviso-53710.html Mon, 17 Feb 2014 11:34:20 +0000 http://dmo4.datamanager.it/2014/02/tiziano-treu-litalia-e-un-paese-diviso/ Per Tiziano Treu, esperto di diritto del lavoro e di relazioni industriali, la prima urgenza per l’Italia è recuperare un contesto di coesione. «Oggi, l’Italia non è un paese coeso. Abbiamo ottime esperienze in certe regioni, abbiamo “vergogne” in altri luoghi. In questi anni, si sono succedute varie normative sul mercato del lavoro e sulle […]

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Per Tiziano Treu, esperto di diritto del lavoro e di relazioni industriali, la prima urgenza per l’Italia è recuperare un contesto di coesione. «Oggi, l’Italia non è un paese coeso. Abbiamo ottime esperienze in certe regioni, abbiamo “vergogne” in altri luoghi. In questi anni, si sono succedute varie normative sul mercato del lavoro e sulle pensioni. Un’altalena. Anche se ogni riforma è fatta con buone intenzioni e con buona fattura, i continui cambiamenti minano la certezza del diritto. Per fare riforme capaci di incidere sul sistema economico e sociale servono almeno due legislature. Il gap più grave è quello delle competenze, delle conoscenze, di efficienza organizzativa, in una parola di competitività; non solo di costo del lavoro. Certo, occorre ridurre le tasse sul lavoro e sull’impresa – però – la verità è che il nostro sistema industriale e dei servizi non è più competitivo, nonostante il costo del lavoro sia minore di quasi tutti i nostri competitor europei». 

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IT INDISPENSABILE DRIVER PER LA RIPRESA https://www.datamanager.it/rivista/it-indispensabile-driver-la-ripresa-44066.html Fri, 15 Feb 2013 09:01:58 +0000 http://dmo4.datamanager.it/2013/02/it-indispensabile-driver-per-la-ripresa/ La Banca d’Italia ha appena ufficializzato una previsione ancora pessimista per il PIL nazionale, che anche nel 2013 si contrarrà dell’1%. Un’allarmante serie negativa per una crisi (iniziata prima di altre nazioni), che sembra non avere fine. Serve un colpo d’ala, che non può non comportare una massiccia dose di innovazione tecnologica a qualsiasi livello […]

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La Banca d’Italia ha appena ufficializzato una previsione ancora pessimista per il PIL nazionale, che anche nel 2013 si contrarrà dell’1%. Un’allarmante serie negativa per una crisi (iniziata prima di altre nazioni), che sembra non avere fine. Serve un colpo d’ala, che non può non comportare una massiccia dose di innovazione tecnologica a qualsiasi livello

 

IT INDISPENSABILE DRIVER PER LA RIPRESA

 Le imprese italiane hanno accumulato un pesante deficit in termini di innovazione e soprattutto di produttività. Secondo Enrico Giovannini, presidente dell’Istat, questo deficit pesa sulla ripresa dell’economia che «sarà molto lenta e darà i primi segnali solo a partire dalla seconda metà del 2013». Una ripresa molto lenta non riuscirà a produrre gli effetti sperati e quindi il tema dell’innovazione resta centrale. Molte imprese – proprio a causa del clima di incertezza – rinunciano a investire in innovazione, anche loro malgrado. «Questo significa – spiega Paolo Angelucci, presidente di Assinform – rinunciare a crescere in competitività, efficienza e produttività, contribuendo ad avvitare verso il basso la spirale della crisi economica. La prima parte del 2013 non può che essere all’insegna del peggioramento». Non solo. «Tutti i segnali indicano che il 2013 continuerà a essere un periodo di sofferenza per l’industria IT, compromettendo ulteriormente le possibilità di ripresa della nostra economia».

Questo non vuol dire soltanto che le imprese italiane tendono ad acquistare meno tecnologia, fatto peraltro incontrovertibile se si esaminano le cifre semestralmente elaborate da Assinform. Gli ultimi dati disponibili relativamente al primo semestre 2012 (contrazione del 3,8%) e alle previsioni di chiusura dell’anno (-4,4%, una débacle), confermano e consolidano una crisi già sensibile nel 2011, quando il rapporto Assinform stabiliva che la riduzione degli investimenti in tecnologie (hardware, software, servizi, telecomunicazioni) ammontava già all’1,7%.

LE DINAMICHE DEL MERCATO

Il problema non sta soltanto nella minore spesa legata all’acquisto di informatica. In questo mercato, le brusche dinamiche di prezzo e di margine possono sicuramente influire sui fatturati complessivi. E’ anche possibile che spendendo meno le aziende finiscano per avere in pancia una maggiore capacità tecnologica. Ma è l’uso pratico di questo potenziale, la sua mancata conversione in produttività a rappresentare il sintomo più grave, la definitiva certificazione di un sistema che rischia ancora una volta di perdere il treno dell’innovazione vera. Secondo il presidente dell’Istat, «abbiamo sostituito le macchine da scrivere con i pc, ma abbiamo continuato a produrre e lavorare come prima». Le nostre aziende, soprattutto quelle medio-piccole, non investono abbastanza in nuove idee, nuovi processi, nuove modalità di lavoro, mentre su burocrazia e sanità continuano a pesare i cronici difetti: scarsa circolazione delle informazioni, iter e tempi di attesa infiniti, eccessiva presenza di documentazione cartacea, procedure ampiamente disallineate rispetto all’evoluzione tecnologica.

Abbiamo chiesto a Stefano Mainetti, digital & ICT start-up coordinator del PoliHub, recentemente costituito dalla Fondazione Politecnico di Milano, quali siano a suo parere le aree e i processi che hanno maggior bisogno di una trasformazione legata all’informatica in Italia. «Le tecnologie dell’informazione non possono che essere uno strumento formidabile per trasformare i processi affetti dai mali della burocrazia» – risponde Mainetti. «La digitalizzazione di questo tipo di processi comporta due significativi vantaggi: in primo luogo la potenziale completa trasparenza dei processi, in secondo luogo la semplice misurabilità dei principali KPI (key performance indicator) connessi ai processi. Questi due vantaggi, qualora un’organizzazione volesse conseguirli, non possono che essere la base per un processo di innovazione e trasformazione in termini di efficacia e di efficienza».

LA BUONA NOTIZIA

La buona notizia è che la cultura che va dalle prime proposte dell’informatica on demand all’attuale cloud computing, ha sicuramente abbassato le soglie di accesso alle tecnologie innovative, riducendo – per esempio – la dipendenza dagli ingenti investimenti in risorse hardware. Concetti come Software as a Service hanno l’ulteriore vantaggio di portare con sé una forte carica innovativa in termini di accelerazione e trasformazione dei processi. L’informatica pervasiva, il cloud, la mobilità delle piattaforme smart con le loro app, hanno il vantaggio di un elevato “peso specifico” di innovazione.

Parliamo ovviamente di tutti gli aspetti che la stessa Assinform ha censito per mettere a punto il nuovo sistema di valutazione chiamato Global Digital Market. Sotto questa nuova lente, si rileva che nei primi sei mesi del 2012, al netto calo del comparto “pc e server” si è contrapposto non solo il +78,5% di crescita del mercato tablet, ma anche l’affermarsi dell’IT della nuvola. Tutto il nuovo filone del cloud computing è aumentato infatti del 41,6 %. Allo stesso tempo, i nuovi modi di fruizione della tecnologia spingono la crescita del segmento dei contenuti digitali e della pubblicità online al ritmo del +4,1%. Se il trend dei servizi informatici e del software continua a scendere, emerge invece la dinamica positiva (+3,0%) delle applicazioni innovative sui temi della mobilità, della protezione ambientale, della sicurezza sociale e welfare. In attenuazione, invece, il calo del mercato delle TLC, che aveva chiuso il primo semestre 2012 con -1,3% contro il -2,7% nel 2011/2010. Il trend è dovuto alla ripresa degli investimenti nelle infrastrutture di rete +2,2% (-3,3%) e nei sistemi e terminali +4,4% spinti soprattutto dagli smartphone, che continuano a crescere a doppia cifra segnando +30%. Certo, restano intatti i nodi di criticità di progetti infrastrutturali come la rete unica e gli attesi interventi sulla larga banda e contro il divario digitale, ma il 2013 è anche l’anno del vero debutto commerciale del 4G e sarà interessante vedere quali saranno i primi effetti in termini di mercato.

INVESTIRE IN NUOVE TECNOLOGIE

Investire in IT significa oggi disporre rapidamente di un forte moltiplicatore di trasformazione, a basso “capex” e in una ottica di equità e sostenibilità dei costi operativi. Naturalmente questo implica, insieme alla volontà di investire in tecnologie da parte degli imprenditori – magari a fronte di misure di incentivazione tese a ridurre l’enorme pressione fiscale che ricade sulle aziende – e la capacità di intervenire a livello di sistema con la precisa finalità di rendere davvero possibile l’innovazione, agendo non solo sulla leva della fiscalità, ma soprattutto sulle linee di direzione strategica di un Paese che da troppo tempo è sostanzialmente privo del timone rappresentato da un coerente piano industriale. Quali potrebbero essere le misure legislative, fiscali o quant’altro, capaci di creare o comunque favorire le condizioni giuste? È possibile risolvere l’apparente paradosso di una innovazione che dovrebbe aiutarci a uscire dalla crisi ma richiede investimenti e risorse che proprio per colpa della crisi non riusciamo ad abbracciare compiutamente? «Il tema di come favorire in un sistema il circolo virtuoso dell’innovazione è annoso» – riconosce Mainetti (Politecnico di Milano). «Il dibattito è aperto da tempo e si sono susseguiti diversi interventi in proposito. Il principio seguito è stato quello di contenere i finanziamenti molto frammentati o a fondo perduto, per favorire attività di cofinanziamento e di credito d’imposta o, ancor meglio, nel defiscalizzare gli investimenti per l’innovazione operati dalle imprese. In questo scenario, un ruolo fondamentale può e deve essere svolto dalle Università e dagli Enti di ricerca».

Occorrono innanzitutto nuove regole e un piano di cambiamento che valga non solo per le singole imprese, ma per tutta la collettività, e questo capitolo è stato in qualche modo affrontato nell’ultima fase del “governo tecnico” Monti, con il cosiddetto DL Crescita 2.0. Questo è solo un primissimo passo, ora il testimone passerà al nuovo “governo politico” che dovrà intervenire in misura sempre più massiccia su comparti come la burocrazia e l’amministrazione, la sanità e naturalmente le infrastrutture energetiche, digitali, di trasporto. Parallelamente, sarà necessario potenziare e svecchiare in modo radicale il sistema educativo, la scuola per chi deve trovare un lavoro e la formazione di chi il lavoro lo ha già trovato o lo sta cambiando (presupponendo che le azioni svolte per stimolare la crescita si traducano anche in una svolta positiva di indici occupazionali, oggi, negativi).

SCENARIO IN CHIAROSCURO

Se il quadro è piuttosto cupo nel suo complesso, ci sono diverse ragioni per mantenere uno spirito ottimista e costruttivo. L’economia è ancora sostanzialmente una partita a due, giocata tra chi produce e chi consuma ed è proprio dalla metà di campo riservata ai consumatori che stanno arrivando segnali incoraggianti – forse – più sul piano culturale che su quello dei numeri, sapendo che la crisi riduce la capacità di spesa di tutti. In Italia, il 2012 è stato un anno molto positivo per il commercio elettronico B2C. Secondo l’Osservatorio B2C Netcomm-Politecnico, il comparto degli acquisti online ha fatto registrare una nuova accelerazione, portando le vendite da siti con operatività in Italia a 9,5 miliardi di euro, in crescita del +19% rispetto al 2011 (1,5 miliardi di euro in più). Sono cresciute le vendite sia di prodotti che di servizi, le prime (+29%, +800 milioni di euro) a un ritmo superiore – ma di entità minore in valore assoluto – rispetto alle seconde (14%, +750 milioni di euro) e questo nonostante i servizi pesino ancora per i due terzi del settore (63% contro 37%).

Con le solite lentezze rispetto ad altre aree geografiche che in genere godono di migliori condizioni al contorno e di infrastrutture più avanzate e soprattutto omogenee, in Italia si sta affermando un mercato di consumatori culturalmente aperti a formule di accesso digitale e a un insieme di beni che non sono soltanto virtuali e intangibili, ma anche fisici. Per riuscire ad attingere a questo potenziale, le aziende devono aumentare per forza la loro capacità di dialogo attraverso i canali digitali, ma deve anche crescere e rafforzarsi la possibilità di gestire sul piano logistico la complessa problematica del “fulfillment” all’interfaccia tra virtuale e fisico. Un problema che si deve affrontare in modo molto sistemico, senza focalizzare le proprie energie su aspetti specifici come le dorsali a larga banda o le reti d’accesso: quando non si vendono solo bit, esisterà sempre il problema di consegnare in tempo e in modo sostenibile la merce vera e propria e questo significa avere trasporti efficienti, traffico veicolare tracciabile, basso impatto ambientale. Tutte cose che non possiamo neanche cominciare ad affrontare senza l’innovazione tecnologica.

UN FUTURO NON TROPPO LONTANO

Nel corso di Smau Milano 2012, la School of Management del Politecnico di Milano ha presentato una ricerca molto interessante su “Mercati digitali consumer e new Internet”, delineando per il 2015 uno scenario in cui i consumatori italiani potranno gestire le proprie transazioni commerciali anche attraverso 50 milioni di smartphone, 11 milioni di Internet tv e 12 milioni di tablet. Nei numeri elaborati dalla School of Management i “mercati digitali” sono costituiti, oltre che dal valore delle transazioni di e-commerce, dall’insieme delle attività pubblicitarie su mezzi digitali e dal volume di contenuti e servizi. Questa economia della convergenza – e vale la pena sottolineare ancora una volta che si sta parlando solo di attività B2C – è una torta niente affatto trascurabile. Nel 2012, in piena crisi dell’economia generalizzata, è cresciuta del 14% rispetto all’anno prima e ha superato la soglia dei 16,2 miliardi di euro. Miliardi che il pubblico “consuma” attraverso personal computer, tablet, smartphone, televisori connessi. Attraverso i negozi virtuali gli italiani spendono circa 9 miliardi e mezzo e un particolare interessante riguarda la forte crescita (si parte ovviamente da volumi quelli sì trascurabili) del cosiddetto “mobile commerce” che supera comunque un valore di 150 milioni di euro. C’è molta curiosità nei confronti delle primissime iniziative di t-commerce, gli acquisti effettuati attraverso il telecomando su Internet tv. Per un Paese in cui la nicchia delle aste televisive è sempre stata abbastanza vivace, è possibile che il t-commerce possa dare positivi riscontri.

DALL’E-COMMERCE AL T-COMMERCE

Un contributo significativo ai 16 miliardi e oltre del nostro “mercato digitale” viene dal mondo della pubblicità online, che nel 2012 supera abbondantemente i 2 miliardi di euro, anche in questo caso in un contesto di generale contrazione della pubblicità su mezzi elettronici come la televisione (e in parte minore la radio, che sembra invece “tenere”) e di autentico crollo dei fatturati pubblicitari su carta. E infine, la terza gamba del cyber consumo – un terzo del mercato – è costituita dall’insieme dei contenuti. Per gli esperti del Politecnico sono circa 5 miliardi a loro volta ripartiti tra contenuti per pc (giochi e scommesse) che valgono 1,1 miliardi, contenuti mobili (partiti con le classiche suonerie e le notizie via SMS e oggi più orientati a giochi e filmati) che hanno un fatturato di 550 milioni e il segmento della tv digitale premium, che vale 3,2 miliardi ma appare ormai giunto a maturazione. Dopo tutte queste cifre, si può azzardare una prima considerazione infrastrutturale. Sul valore complessivo di questa torta, la componente che si basa su Internet pesa circa il 75%. Tale componente, afferma la School of Management, potrà beneficiare dell’avvento della cosiddetta “Nuova Internet”, il paradigma di fruizione basato su nuovi device (tablet, smartphone e Internet TV) e sulle app che potrebbe fare recuperare all’Italia il gap accumulato invece dalla “Vecchia Internet”, basata su pc e web. Ma bisogna fare in modo che gli ostacoli che in passato avevano determinato certe lentezze vengano meno, e presto. L’analisi dei dati ha infatti evidenziato come la rete tradizionale non si sia sviluppata come auspicato in Italia rispetto alle sue reali potenzialità, per colpa di infrastrutture insufficienti e bassa diffusione dei dispositivi allora dominanti (in Italia si contano solo 67 pc ogni 100 abitanti contro gli 88 delle prime cinque nazioni europee e i 140 negli Stati Uniti) e per la limitata penetrazione dei collegamenti Internet (circa il 57% della popolazione italiana contro il 90% nei Paesi nordeuropei e l’80% in USA).

LA NUOVA INTERNET

Le potenzialità della “Nuova Internet” sono evidenti, ma per il momento sembra che il lavoro lo abbiamo fatto soprattutto i consumatori. Ora sono le imprese che devono raccogliere il guanto della sfida. In molte delle aziende che Data Manager ha incontrato negli ultimi 12 mesi, tale percezione è condivisa. Il B2C ha fatto molto, ora il B2B deve moltiplicare i propri sforzi. Basta in effetti considerare il recente fenomeno della “consumerizzazione”, l’impatto che i dispositivi e gli stili di vita digitale che caratterizzano gli individui fuori dall’ambiente di lavoro cominciano ad avere anche dentro l’ufficio. Un fenomeno riassunto in un acronimo per una volta simpatico: “bring your own device” – ossia – “portati il computer da casa”. Uno studio anticipatore di CA Technologies svolto già nel 2011, individuava nel BYOD un importante fattore di cambiamento perché i comportamenti dei giovani assunti possono agire da stimolo all’innovazione. Dall’indagine di CA Technologies sui cosiddetti Millennials, la generazione di giovani nativamente orientati alle nuove tecnologie, emergeva un forte livello di aspettativa nei confronti di un contesto lavorativo in cui poter ritrovare gli stessi strumenti e le stesse modalità applicate all’uso delle tecnologie nella vita privata e nello studio. Una propensione che può rappresentare un grosso vantaggio per le aziende, che in passato dovevano sostenere l’onere della formazione, del trasferimento di knowhow che oggi è in larga misura già assimilato dai giovani. Tuttavia, per queste aziende è diventato urgente intervenire con opportune strategie di adeguamento. Quanto urgente secondo Mainetti? «Il ritardo accumulato dall’Italia è purtroppo significativo. Se confrontiamo i principali indicatori italiani di intensità degli investimenti in innovazione con quelli di altri Paesi europei o mondiali, il quadro che ne esce è piuttosto desolante. Ma non dobbiamo e non possiamo lasciarci deprimere da quest’osservazione. Finalmente, il tema dell’Agenda Digitale è stato preso in considerazione e sono stati svolti dei primi passi nella giusta direzione. Ora, sta a noi non perdere questa spinta iniziale e – malgrado le travagliate vicissitudini politiche del Paese – sostenere con forza l’esigenza di proseguire con grande determinazione questo cammino».

LA SVOLTA POSSIBILE

Tutto lascia intendere – dunque –  che la svolta sia davvero possibile e che finalmente l’Italia sia in grado di salire sul treno giusto verso una ripresa basata sull’innovazione. Uno degli elementi più incoraggianti riguarda proprio l’imprenditorialità, in particolare quella giovanile. Il 2012 è stato l’anno delle start-up tecnologiche e ancora una volta il Politecnico viene in aiuto con un altro dei suoi Osservatori, quello di recente costituzione dedicato appunto alle start-up, con dati che servono a capire meglio il possibile impatto di questi motori di nuovo business sull’economia e che sono stati resi noti proprio in occasione della presentazione ufficiale del “PoliHub”. Il PoliHub – lo ricordiamo – nasce come “start-up district & accelerator”, una iniziativa voluta dalla Fondazione Politecnico per mettere a disposizione delle start-up italiane particolarmente innovative spazi appositamente realizzati, configurabili e scalabili in base alle singole esigenze e dotati delle più moderne facility e un ricco programma di formazione e di empowerment. La constatazione di partenza è che anche sul fronte dell’imprenditoria giovanile siamo molto in ritardo. Lasciando Stati Uniti e Israele nelle loro irraggiungibili posizioni di testa, in Italia si investe in start-up un settimo rispetto alla Francia, un quinto rispetto alla Germania e al Regno Unito e la metà rispetto ai Paesi del nord con PIL molto inferiori a quello italiano. Il ritardo è anche dovuto al relativo disinteresse “istituzionale” nei confronti di forme di investimento giudicate evidentemente a rischio troppo elevato da parte degli ambienti finanziari più tradizionalisti. Fatto è che in Italia, secondo l’Osservatorio start-up, sono poco più di una ventina gli investitori istituzionali realmente attivi nel dare sostegno a queste realtà. A questo dato si aggiungono un’altra decina di incubatori privati che, oltre a investire nelle giovani imprese (anche se mediamente meno dei primi), forniscono loro risorse e servizi a valore aggiunto di varia natura, dallo spazio d’ufficio al mentoring o alla consulenza. La quota più consistente degli investimenti, circa il 50% (ma negli USA si arriva al 60%) è destinato alle start-up che agiscono in ambito ICT, dove si è concentrato lo studio del Politecnico milanese. Se nel 2011, le operazioni di investimento in start-up ICT in Italia sono state 44 (il 41% è stato fatto da incubatori, il 39% da venture capitalist) per un totale di circa 27 milioni di euro, i primi 9 mesi del 2012 hanno registrato una tendenza stabile: 29 operazioni per circa 20 milioni di euro. Quasi il 50% delle operazioni fatte si riferiscono al comparto mobile (20 investimenti su 44 nel 2011 e 13 investimenti su 29 nei primi 9 mesi del 2012), mercato nel quale l’Italia ricopre una posizione di leadership a livello internazionale. Il comparto dimostra – dunque – una dinamicità interessante e alcuni casi virtuosi stanno registrando una forte attenzione a livello internazionale. Sulla base di un confronto “pesato” con alcune ricerche internazionali, l’Osservatorio sulle start-up del Politecnico stima che se venissero immessi nelle nuove imprese 300 milioni di euro per investment seed, si potrebbe avere, entro un decennio, un impatto sul PIL di circa tre miliardi di euro (pari allo 0,2% circa). Cento milioni investiti, un miliardo guadagnato, dunque, ma se vogliamo che il motore delle start-up giri a regime più alto, occorre creare un ecosistema in grado di generare un circolo virtuoso tra le sue diverse componenti: sistema formativo, sistema di comunicazione, sistema finanziario, sistema politico.

IMPRESE INNOVATIVE

Un lodevole sforzo normativo mirato proprio a rendere sistemica la tendenza all’innovazione nell’economia è l’ormai celebre decreto “Crescita 2.0” varato in ottobre e confermato il 13 dicembre con l’approvazione della legge di conversione. Insieme a diverse misure di svecchiamento (fatturazione elettronica, firma digitale, libri di testo elettronici) che si spera possano essere portate avanti, il decreto governativo affronta per la prima volta in maniera organica l’argomento delle “imprese innovative”. L’articolo 25 del documento ne descrive le caratteristiche; l’art. 26 istituisce opportune deroghe al diritto societario e riduce gli oneri di avviamento; l’art. 27 introduce strumenti di remunerazione finanziaria. Cambiano anche (art. 28) alcune condizioni che riguardano i contratti di lavoro subordinato e vengono introdotti vari incentivi all’investimento (art. 29). Con l’articolo 30 sono promosse sia formule innovative di raccolta di capitali (crowd financing), sia il sostegno all’internazionalizzazione del business e del finanziamento, un aspetto quest’ultimo su cui l’imprenditorialità italiana può fare leva per uscire da una situazione congiunturale interna sfavorevole e angusta.

Basterà tutto questo per stimolare la voglia dei giovani studenti e laureati di trasformare le loro capacità e le loro visioni in opportunità di business? Quello che si può sperare è che il nostro sistema di formazione superiore sia aperto ai dieci trend tecnologici che secondo Gartner caratterizzeranno il 2013: dispositivi mobili, applicazioni mobili e Html5, personal cloud, app store per l’impresa, Internet delle cose, IT ibrida e cloud computing, big data “strategico”, analytics direttamente convertibili in azioni di business, informatica “in memory” o in tempo reale – e infine – il tema emerso anche durante le nostre conversazioni con le aziende, quello degli ecosistemi integrati.

Per Stefano Mainetti (Politecnico di Milano), più che la specificità delle singole tecnologie conta la propensione generale alla trasformazione. «La carica innovativa dipende dalla reale necessità di cambiare e di evolvere dalla situazione di partenza, piuttosto che dal potenziale innovativo di una tecnologia o di un’applicazione». Ma c’è di più. «Le tecnologie sono fattori abilitanti e l’attuale pervasività dei dispositivi mobili sempre connessi e dotati di molti sensori non può che rappresentare un enorme potenziale. Nella nostra attuale situazione dobbiamo assolutamente confidare che – in questo 2013 – crescita e pervasività procedano di pari passo».

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L’imperativo dell’innovazione e il ruolo dei CIO https://www.datamanager.it/rivista/limperativo-dellinnovazione-e-il-ruolo-dei-cio-44051.html Wed, 13 Feb 2013 14:40:07 +0000 http://dmo4.datamanager.it/2013/02/limperativo-dellinnovazione-e-il-ruolo-dei-cio/ Il deficit di innovazione ha radici culturali e induce molte imprese italiane a sottovalutare i potenziali di rinnovamento e creazione di valore dell’IT. «Le soluzioni CA Technologies aiutano ad automatizzare i processi ripetitivi e a gestire al meglio l’innovazione ottenuta grazie alle risorse rese disponibili per perseguire obiettivi di crescita, produttività e competitività» – afferma […]

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Il deficit di innovazione ha radici culturali e induce molte imprese italiane a sottovalutare i potenziali di rinnovamento e creazione di valore dell’IT. «Le soluzioni CA Technologies aiutano ad automatizzare i processi ripetitivi e a gestire al meglio l’innovazione ottenuta grazie alle risorse rese disponibili per perseguire obiettivi di crescita, produttività e competitività» – afferma Pierpaolo Taliento, vice president Southern Europe di CA Technologies Italia.

Le aziende italiane sono in ritardo in termini di innovazione, impiego di nuove tecnologie e produttività. Le statistiche che evidenziano tale arretratezza rispetto ad altre nazioni sono un dato preoccupante che non deve essere sottovalutato e dovrebbe indurci a considerare l’innovazione dell’ICT come una priorità assoluta per il sistema Italia.

Secondo i dati Eurostat, l’Italia è agli ultimi posti tra i Paesi europei (a 27) nella classifica degli indici di produttività oraria del lavoro. Il confronto tra 2001 e 2011 espresso in euro generati per ora di lavoro vede – per esempio – la Germania crescere da 38,2 a 42,3, mentre in Italia la produttività passa da 32.3 a 32.5, restando sostanzialmente la stessa.

 

Pierpaolo Taliento, vice president Southern Europe di CA Technologies ItaliaTra i diversi fattori che hanno contribuito al deficit di innovazione nazionale c’è la dimensione delle nostre imprese, ancora troppo piccole, e il suo rapporto con il mercato. Su 4,4 milioni di imprese italiane, il 94,8% ha meno di 10 addetti, mentre le grandi (con più di 250 addetti) sono solo tremila e 500. Ma secondo l’Istat le cosiddette microimprese che rappresentano poco meno della metà degli occupati, generano solo il 25,5% del valore aggiunto realizzato. Nelle grandi imprese invece si concentrano il 18,9% degli addetti e il 30,4% del valore aggiunto.

Nelle piccole come nelle grandi imprese la produttività è correlata a due fattori condizionanti. Uno interno, riferito ad aspetti come la gestione dell’azienda, l’organizzazione del lavoro, gli investimenti infrastrutturali e finanziari. L’altro “contestuale”, che definisce cioè la sfera in cui le aziende si trovano a operare, rendendo ancora più complesso il quadro dei possibili interventi: parliamo della burocrazia, delle infrastrutture, del sistema dei finanziamenti e dell’accesso al credito.

Le questioni di natura endogena sono quelle che interessano maggiormente un vendor come CA Technologies (www.ca.com/it), perché dalle soluzioni tecnologiche che CA Technologies mette a punto per la gestione, l’ottimizzazione e la messa in sicurezza delle infrastrutture informatiche, può derivare uno stimolo ai cambiamenti organizzativi che possono impattare molto positivamente sui gap messi in evidenza dalle statistiche.

«Il contributo delle nuove tecnologie ai cambiamenti auspicati a livello di operatività è ostacolato da fattori di natura non solo finanziaria, o di “costo della trasformazione”» – afferma Taliento. Come confermano due indagini svolte da CA Technologies sulla necessità di innovare i processi aziendali e sui ruoli e le aspettative dei chief information officer delle imprese, il potenziale innovativo delle tecnologie viene spesso vanificato da una serie di errate percezioni da parte del top management e dal mancato coinvolgimento dei responsabili informatici nella definizione delle strategie di business.

Studi come l’indagine che CA Technologies ha recentemente commissionato, intitolata The Future Role of the CIO – Digital Literacy, rivelano però un altro aspetto. «Dal dialogo con i responsabili informatici delle aziende – aggiunge Taliento – si capisce che, troppo spesso, nelle organizzazioni le risorse umane incaricate della gestione dell’information technology sono considerate come dei semplici “specialisti”». Si tratta di una percezione fuorviante – afferma il dirigente europeo di CA Technologies – legata a scenari evolutivi ormai profondamente mutati. «Nella prima fase dell’automazione del lavoro, l’informatica veniva giudicata un costo, necessario quanto si vuole ma pur sempre una voce di spesa, non un asset strategico. A ben guardare, era un’opinione basata su circostanze legate alla gestione di una informatica molto complessa, una tecnologia che assorbiva tutte le capacità e le energie dei chief information officer e dei suoi collaboratori».

La portata del cambiamento che ha investito in questi anni la tecnologia ha finito per sfuggire all’attenzione dei manager che – oggi – tendono a sottovalutare quanto l’innovazione sia critica per il successo della loro azienda. «Su un campione di quasi 700 chief information officer intervistati in 22 nazioni (Italia compresa) – fa notare Taliento – un quinto ribadisce che il top management non sa valutare correttamente l’impatto delle tecnologie più nuove ed emergenti, finendo così per sprecare importanti occasioni di crescita ed espansione competitiva e qualitativa della rispettiva azienda».

Non solo. Una percentuale piuttosto significativa, circa il 35% dei CIO italiani interrogati, ritiene per esempio che nonostante il positivo impatto di tecnologie particolarmente dirompenti, come il cloud computing, il resto del management aziendale continua a non considerare l’IT un asset strategico. Quasi due terzi degli intervistati ritengono che in azienda l’informatica non sia sfruttata al meglio e le motivazioni sono uniformemente distribuite: il management non capisce il valore che la tecnologia porta già all’azienda, o sottovaluta la capacità della tecnologia di contribuire alla crescita del business – oppure – identifica l’IT come uno dei tanti “costi di esercizio”.

Che cosa manca per colmare certi gap, per restituire a chi gestisce un’azienda la visuale più corretta sull’impatto delle tecnologie, per avvicinare i responsabili informatici ai meccanismi decisionali, alle scelte che riguardano il presente e soprattutto il futuro di una azienda? Taliento esorta innanzitutto a intraprendere le iniziative necessarie per colmare il divario che separa la classe manageriale da una cultura digitale più costruttiva, che dia al top management la capacità di individuare, organizzare, comprendere, valutare e analizzare le informazioni, utilizzando le nuove tecnologie digitali. In questo fondamentale processo di trasformazione culturale, la missione fondamentale del CIO è cercare di trasferire all’interno dell’organizzazione – fino ai livelli manageriali più alti – i valori dell’innovazione tecnologica.

Il modo più efficace per favorire il trasferimento di conoscenza, gettando un ponte culturale tra le funzioni operative e tecnologiche di una organizzazione – aziendale o burocratica – è il coinvolgimento dei responsabili informatici a un livello più strategico. Il CIO e il suo dipartimento devono essere chiamati a partecipare alle decisioni di business, suggerendo proattivamente nuovi indirizzi e nuove opportunità.

Nel passato – forse – un tale coinvolgimento sarebbe stato impensabile. Oggi, soluzioni quali quelle di CA Technologies permettono di affrontare la complessità in modo molto più efficace, dando al dipartimento IT una capacità gestionale capillare, facilitata da una serie di automatismi, capace di rispondere a tutte le esigenze del business: rapida implementazione di nuovi servizi, user friendlyness, sicurezza dei dati e delle identità digitali, conformità con le leggi vigenti. CA Technologies è in grado di offrire ai CIO una piena capacità di governo adeguata alla nuova realtà del cloud computing, dove infrastrutture, spazio di archiviazione e applicazioni, pur poggiando su un substrato fisico concreto e potente, sono dinamicamente erogati sottoforma di servizi e questi servizi sono facili da configurare, rapidi da implementare e capaci di adattarsi ai volumi, ai gusti e alla stagionalità tipici di un mercato sempre più globalizzato e competitivo.

Armato di strumenti di controllo e governance tanto sofisticati, il CIO acquisisce un ruolo di orchestratore di progetti e servizi basati su infrastrutture tecnologiche eterogenee, siano essi erogati direttamente dai data center aziendali o acquisiti e integrati dalle “nuvole” di operatori e service provider esterni. E avrà a disposizione tempo ed energie sufficienti per dialogare alla pari con il management e svolgere il suo nuovo mestiere di intermediario e promotore di innovazione. «Dal nostro punto di osservazione, i CIO collaborano sempre di più con i colleghi del top management e sono più consapevoli delle strategie aziendali di quanto non fossero dieci o vent’anni fa. Eppure, devono ancora lottare contro la convinzione che la tecnologia, pur creando efficienze nei processi, non è in grado, da sola, di generare valore. Le soluzioni di CA Technologies possono contribuire a cambiare questa percezione, liberando nuove risorse ed energie e innescando nell’azienda un ciclo virtuoso capace di stimolare crescita, produttività e competitività» – conclude Taliento.

Come è strutturata concretamente l’attuale offerta di soluzioni che CA Technologies è in grado di fornire ai suoi clienti per ottimizzare, automatizzare e proteggere le infrastrutture in uso, liberando al contempo risorse da destinare a progetti innovativi e all’innovazione in generale? La risposta è affidata a Luca Rossetti, nel suo ruolo di customer solutions architect, una nuova figura professionale che CA Technologies ha concepito proprio per aiutare la clientela a una lettura più trasversale di un catalogo di soluzioni organizzato oggi in tre aree principali: Accelerate, Transform e Secure. «L’azione svolta dal solutions architect – spiega Rossetti – è molto ampia e punta a tradurre in maniera efficace le tecnologie acquisite e messe a punto da CA Technologies in nuovi spazi di innovazione e a gestire tali spazi. Negli ultimi cinque anni, la crisi economica ha portato a un appiattimento o addirittura a una contrazione delle risorse finanziarie e di personale impegnate sul fronte dell’ICT aziendale. Tuttavia, la domanda da parte del business per la creazione e la fruizione di nuovi prodotti o servizi è sempre più forte. Sui CIO pesa la necessità di colmare un divario in cui gioca il giustificato desiderio di sfruttare opportunità come la mobilità di dipendenti e clienti, il boom dei social network e delle nuove forme di marketing, o di fenomeni come il BYOD. Senza però smettere di razionalizzare, ottimizzare e fare di più con meno risorse». Il riallineamento del portafoglio CA Technologies serve proprio a perseguire l’obiettivo di affiancare le aziende impegnate nella trasformazione delle loro infrastrutture nel passaggio fondamentale dalla mera gestione verso una tecnologia veramente in grado di portare innovazione a ogni livello.

«Accelerare – prosegue Rossetti – significa rendere più rapido e al tempo stesso qualitativamente migliore il processo di creazione di nuovi servizi. Il concetto di trasformazione implica la possibilità di riallocare, grazie all’automazione, le risorse che prima si destinavano al controllo di operazioni ripetitive e non-core verso compiti molto più strategici e a valore. La messa in sicurezza, infine, va ben al di là dei tradizionali ambiti della protezione perimetrale ed è sempre più interconnessa con la salvaguardia del patrimonio informativo aziendale, delle identità, delle autorizzazioni all’accesso a determinati dati, della compliance, del risk management». La sicurezza, insomma, non deve limitarsi a erigere le solite barriere, ma deve fare da chiave per spalancare nuovi spazi di mercato e di relazione con l’esterno.

Per Rossetti, uno dei concetti più interessanti è la virtualizzazione dei servizi, un segmento particolarmente innovativo dell’application lifecycle management, che CA Technologies ha aperto con la recente acquisizione di ITKO e della sua piattaforma LISA. «Preferisco parlare di concetto piuttosto che di prodotto perché il fatto di poter “virtualizzare” un servizio e – cioè – creare un oggetto capace di comportarsi esattamente come un servizio soggetto a determinati vincoli di costo o di disponibilità nel tempo, può rivoluzionare lo sviluppo del software». Le diverse fasi di sviluppo includono la stesura di nuovo codice, diverse procedure di testing (unit, integration, non regression, user acceptance) e infine il roll out. Grazie alla Service Virtualization, i team di sviluppo e di testing dispongono di un motore di virtualizzazione che non riguarda solo l’astrazione delle risorse fisiche, ma funziona al livello superiore di servizio. «Un esempio viene da uno dei nostri clienti bancari, che per mettere a punto un nuovo prodotto doveva eseguire una serie di test che comportavano l’accesso a una rete di autorizzazione ai pagamenti. Grazie a CA LISA, nel ciclo di sviluppo questo servizio è stato virtualizzato, senza più costi o limiti temporali di impiego per il cliente, con evidenti vantaggi in termini di rapidità di implementazione». Per quanto si possa pensare che organizzazioni aziendali molto grandi dispongano di ambienti di testing infiniti, il problema di una infrastruttura di testing del tutto simile al cosiddetto ambiente di produzione è reale e l’approccio della “Service Virtualization”, con cui CA Technologies ha anticipato tutti i suoi concorrenti, può risultare decisivo in un mercato che premia l’ottimizzazione e la disponibilità quasi immediata di nuovi prodotti.

Nell’ambito della sicurezza informatica, una delle tendenze emergenti riguarda il controllo dell’adozione, spesso in logica pay per use, di strumenti e servizi web da parte di diversi dipartimenti aziendali. «Un caso molto interessante – osserva Rossetti – è il social media marketing, il coinvolgimento di comunità come Facebook nelle attività di promozione e commercializzazione dei prodotti o servizi di un’azienda. In questo senso, soluzioni di single sign-on e di federation permettono ai CIO di essere proattivi nei confronti dei responsabili del marketing, offrendo nuove opportunità di reclutamento di nuovi clienti attraverso forme di integrazione sicure». L’esempio fatto da Rossetti, centrato su soluzioni come CA SiteMinder e CA Advanced Authentication suite, riguarda in questo caso il sito di un’importante casa automobilistica che consente al visitatore di registrarsi con le credenziali Facebook. «I visitatori del sito condividono così con il costruttore tutte quelle attività, i “like”, i commenti che il marketing potrà mettere in relazione con comportamenti di acquisto individuali a offerte che sono poi veicolate attraverso il sito aziendale. Si possono davvero creare nuove opportunità di comunicazione e marketing. Il messaggio ancora una volta è che la sicurezza informatica non è solo un mero perimetro di difesa, ma un abilitatore di business».

Non solo. «L’adozione di strumenti social non riguarda solo l’integrazione di risorse dall’esterno – spiega Rossetti – ma anche gli strumenti di gestione che appartengono alla tradizione di CA Technologies, che oggi evolvono con la recente acquisizione di una piattaforma di gestione infrastrutturale, CA NimSoft – la quale rende possibile la condivisione, attraverso interfacce collaborative, di informazioni riguardanti i servizi IT – mentre un forte contributo all’ottimizzazione e alla trasformazione delle infrastrutture viene dai prodotti di Application Performance Management e Portfolio Transformation, in altre parole, da tutto ciò che riguarda la gestione del patrimonio applicativo e di servizi e progetti di tipo non soltanto informatico bensì organizzativo. Penso per esempio a una serie di funzionalità offerte dalla nostra piattaforma CA Clarity, che aiutano l’azienda a comprendere quali applicazioni interne possono essere portate verso il cloud, con significativi vantaggi in termini di razionalizzazione».

Sempre nell’ambito della trasformazione, anche CA NetQos lavora per la cosiddetta “service assurance”. La disponibilità di soluzioni della corporation conferma il suo tradizionale impegno nei confronti dei sistemi mainframe con l’obiettivo di offrire soluzioni che facilitano la gestione del mainframe anche in relazione alla graduale scomparsa di competenze specifiche nella nuova generazione di tecnici. «Il mainframe continua a essere presente nelle grandi aziende, ma i nuovi informatici non hanno competenze o esperienza diretta. La nostra mission è creare strumenti che rendano più semplice la gestione di questi sistemi in modo da migliorarne il governo insieme alle moderne infrastrutture distribuite, riducendo l’impegno di risorse. In direzione di un ulteriore risparmio e dell’efficientamento del data center – conclude Luca Rossetti – troviamo poi tutte le nuove soluzioni della recente famiglia orientata alla gestione dei consumi energetici e della sostenibilità, che comprende prodotti come CA ecoMeter e CA ecoGovernance, perché l’informatica più moderna e aperta all’innovazione non può prescindere dalla tutela dell’ambiente e dalle regole della green economy».

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