Lucio Stanca, l’Italia vista da fuori e da dentro

La sfida del cambiamento del Paese comincia da ciascuno di noi. «Eppure ce la possiamo fare»

Lucio Stanca, l’Italia vista da fuori e da dentroHo il libro di Lucio Stanca tra le mani (L’Italia vista da fuori e da dentro – Il Sole 24 Ore Libri, collana Studi), quando apro la finestra di un albergo della capitale. E capisco che l’Italia è così: spalancata sulla bellezza, ma incapace di reggere il confronto con la grandezza del passato. L’Italia vista da fuori è come lo sguardo che si distende sull’opulenza di un paesaggio unico, con lo spettacolo delle cupole incastonate nel tratto del laterizio romano dei Fori Imperiali, della vista della Colonna Traiana sospesa oltre la scalinata tra via Nazionale e Magnanapoli. Ma l’Italia vista da dentro è come l’albergo a quattro stelle dove mi sono svegliato: la caricatura dell’eleganza borghese, il televisore made in Turkey, i complementi Ikea, la colazione da fast food, il bassorilievo tarocco e la statua di Vesta in gesso illuminata dal basso con una luce rosa.

Questa Italia cialtrona, senza memoria e conoscenza, ha acceso un’ipoteca sul passato e sprecato la rendita. Ha ricevuto i talenti dell’ingegno e della bellezza e li ha sotterrati. La decadenza non ha fascino quando è l’effetto di una condanna autoinflitta, di una sconfitta senza onore, di una punizione meritata.

Il libro di Lucio Stanca è la fotografia puntuale, acuta, reale. La radiografia, a tratti amara e disillusa, di un Paese che sembra essersi perso nel sonno di un benessere ormai lontano ma che può e deve ritrovare la spinta per ripartire e disegnare il proprio futuro culturale, politico ed economico. Lucio Stanca non si limita – però – a raccontare la realtà empirica da angoli contrapposti, ma analizza, denuncia, critica e infine propone «nuove soluzioni a vecchi problemi». La prospettiva dal “di fuori” di Lucio Stanca è quella degli oltre trent’anni in cui ha lavorato all’estero e in Italia per IBM; la prospettiva dal “di dentro” è quella maturata nel cuore della vita politica e istituzionale del Paese, nei 12 anni trascorsi come ministro e parlamentare.

Pugliese di Lucera, figlio di un commerciante di elettrodomestici, Lucio Stanca non ha dimenticato la lezione che viene dall’esempio e dall’impegno. «Eppure ce la possiamo fare» dice Stanca nel libro. Perché l’Italia può ancora «disegnare un nuovo percorso» e uscire dalla crisi ancora più ottimista di prima. Perché l’Italia ha un patrimonio storico, artistico, culturale, paesaggistico e di intelligenza unici al mondo. Perché l’Italia resta ancora «il secondo Paese manifatturiero in Europa e il quinto al mondo».

E perché, le imprese italiane che competono nel mondo – pur facendo i conti ogni giorno con la burocrazia insensata, i costi energetici più alti d’Europa, la legislazione pasticciata e l’illegalità diffusa – sono imprese competitive al cubo.

Leggi anche:  Servizi digitali: tra i comuni più maturi anche Sud e piccoli centri

 

Data Manager: L’Italia accumula ritardi sull’agenda delle priorità e il Paese sembra bloccato tra problem solving e rappresentanza. Quali sono le priorità?

Lucio Stanca: Le cose da fare le sappiamo tutte, da almeno trent’anni, a cominciare dalla riduzione della spesa pubblica improduttiva. E nel frattempo, abbiamo accumulato ritardi rispetto ai nostri concorrenti. Abbiamo alle spalle anni di recessione e livelli di crescita molto inferiori rispetto alla media europea.

La crescita solida e durevole è la priorità per il Paese. Abbiamo bisogno di riforme strutturali, ma anche di un governo che possa decidere in modo più veloce e incisivo perché con i governi deboli non si fanno le grandi riforme. Bisogna sbloccare il mercato del lavoro che è inefficiente e iniquo.

 

E perché la politica ha fallito?

Perché c’è una forza di conservazione che sta nella politica, ma che è riflesso di quella che sta nel Paese reale. Anche i sindacati hanno esercitato un ruolo di grande conservazione, alimentando la divisione tra capitale e lavoro e impedendo l’affermarsi di un nuovo modo di concepire le relazioni tra imprese e lavoratori. La politica ha una grande responsabilità, ma non assolviamo tutti gli altri.

 

Sfogliando l’indice del libro, colpisce il capitolo dedicato all’occasione mancata del Turismo e l’assenza di ogni riferimento a Expo2015. Lei che l’Expo l’ha vissuta “da dentro”, a poco più di un anno dall’appuntamento, come vede l’Expo “da fuori”?

Il turismo è un settore veramente strategico per l’Italia, eppure dagli anni Settanta a oggi, abbiamo continuato a perdere posizioni. La politica del turismo fatta negli ultimi decenni ha pensato di potere vivere di rendita sul passato, mettendo un’ipoteca sulla più straordinaria concentrazione di patrimoni artistici del mondo, sul sole, le spiagge e un paesaggio unico. Dobbiamo anche in questo settore correre per riconquistare il terreno perduto imparando con umiltà da chi riesce a capitalizzare meglio di noi le risorse. Come il Louvre di Parigi che realizza più entrate di tutti i musei italiani messi insieme. Per quanto riguarda l’Expo 2015, continuo a pensare che l’Esposizione universale di Milano è un’occasione straordinaria e irripetibile per la città, la Lombardia e l’Italia. Il mio contributo è stato quello di mettere insieme un progetto innovativo che poi è stato ratificato a settembre 2010 e che credo sia ancora quello che si sta realizzando, anche se ridimensionato in alcune sue parti. Sono certo che nonostante tutto, anche se si dovrà fare di necessità virtù, l’Expo sarà un successo e questo è l’augurio che faccio a tutte le persone che stanno lavorando perché sia veramente così.

Leggi anche:  Verso la Digital Transformation con PA Digitale S.p.A.

 

È solo un caso quindi che nel suo libro non ci sia neppure un paragrafo dedicato all’Expo?

Semplicemente, non ho voluto offrire l’occasione per alimentare inutili polemiche.

 

Wrong or right, it’s my country” è il sottotitolo del libro. Si tratta di una dichiarazione di indulgenza?

Assolutamente no. Piuttosto direi che è una dichiarazione d’amore per l’Italia. Vorrei che questo Paese fosse più forte, più moderno e capace di esprimere tutte le sue potenzialità agli occhi del mondo che ci guarda e a volte fa veramente fatica a comprendere le cose italiane.

 

Si dice che in IBM ci sia una policy per ogni cosa. Fine del mondo compresa. Quale dovrebbe essere la policy per l’Agenda Digitale?

Una sola. In inglese, si direbbe execution. Tra le cose di cui sono più fiero di avere realizzato, c’è il Codice dell’amministrazione digitale in cui ci sono strumenti importanti, come la posta elettronica certificata, la firma digitale, il protocollo digitale. Eppure, non è stato completamente attuato. Ogni ministro che arriva dopo sembra costretto a ripartire da zero e questo produce ritardi incolmabili. Ci sono ancora pubbliche amministrazioni che non hanno mai adottato il protocollo informatico. Prendiamo l’esempio della carta d’identità elettronica, promessa agli italiani, anche da me tanti anni fa. Dopo gli annunci, ancora oggi se ne vedono pochissime in giro. E tutto questo perché ci sono interessi particolari che tengono bloccato il Paese.

 

L’Italia resta un paese ad alto rischio?

Il declino ha radici profonde non solo economiche. E se continuiamo a non avere un progetto per il futuro, saremo condannati a una decadenza inesorabile. Siamo un paese molto diviso, ancora alla ricerca della sua identità e della capacità di stare insieme. Da un punto di vista economico, siamo ancora a rischio e non lo dico solo io, che non sono un economista. Non ci illudiamo che la crescita dello zero virgola qualcosa possa risolvere i nostri problemi. Non possiamo permetterci di sprecare l’occasione di rimettere l’Italia sui binari giusti della crescita.

 

La corruzione e l’illegalità pesano molto sulla crescita. Ma a cosa servono le regole se il sistema sembra costringere a trovare sempre delle “scappatoie”?

Ci sono piccole e grandi rivoluzioni. Il rispetto delle regole chiama in causa la responsabilità personale e le scelte di ciascuno di noi. C’è la grande criminalità organizzata con i grandi traffici illegali e c’è l’emorragia dell’evasione fiscale. Ma l’illegalità diffusa si accompagna a una sovrapproduzione di regole che è inaccettabile. Rispetto ai paesi più avanzati, abbiamo un labirinto di regole in cui i confini sono sfumati, grigi e incerti. Questa incertezza si trasforma in discrezionalità che a sua volta genera corruzione e produce sfiducia anche in chi vorrebbe investire e fare impresa in Italia.

Leggi anche:  Immuni scaricata da 500 mila utenti in 24 ore

 

Aumenta il divario tra Nord e Sud e l’innovazione tecnologica non riesce a colmare questo gap. La meritocrazia per intere generazioni è rimasta una parola. Qual è la responsabilità della politica?

In una società moderna, il merito dovrebbe essere il metro con cui misurare la classe dirigente. Chi è più bravo deve andare avanti. L’uguaglianza deve essere nei punti di partenza, non in quelli di arrivo. Nella PA, il merito non è una pratica perseguita. Così come nella scuola, dove si misura il merito degli studenti, ma non quello della classe docente. Il principio di anzianità è un’ingiustizia profonda. Chi non ha voglia di impegnarsi deve essere allontanato da qualsiasi organizzazione pubblica o privata che sia.

 

Da manager e politico, lei ha dovuto prendere decisioni e fare scelte. Qual è stata la scelta più difficile?

Per chi è a capo di grandi organizzazioni, ci sono sempre scelte difficili da prendere. Quando agli inizi degli anni Novanta, IBM entrò in crisi perché non aveva pienamente compreso la portata del cambiamento che stava avvenendo nel mercato dei personal computer – cambiamento del resto generato dalla stessa capacità di innovazione di IBM – ci fu la necessità di ristrutturare la compagnia. A quel tempo, ero responsabile di Europa, Medio Oriente e Africa e ristrutturare aveva il solo significato di licenziare decine di migliaia di persone. Quelle scelte permisero – però – di rilanciare l’azienda. Le regioni che seppero adeguarsi al taglio dei costi e riorganizzarsi furono capaci anche di essere più efficienti e competitive. L’Italia, con un mercato del lavoro molto rigido, ebbe più difficoltà a mettere in atto quelle scelte e questo ebbe un riflesso anche sulla sua capacità di ripresa. Dire ai colleghi – con cui avevo condiviso un pezzo di strada insieme – di lasciare il posto di lavoro è stato non solo difficile, ma anche doloroso.

 

Dopo il libro, quale sarà il suo prossimo impegno?

Seguo le vicende politiche italiane e mi sento impegnato a dare il mio contributo da semplice cittadino. Per il resto, chi vivrà vedrà…