Giulia Cattoni – Data Manager Online https://www.datamanager.it Il portale dell'ICT professionale Sat, 06 Oct 2018 13:06:14 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=5.8.13 https://www.datamanager.it/wp-content/uploads/2020/04/dmo-favicon3.png Giulia Cattoni – Data Manager Online https://www.datamanager.it 32 32 Dalla smart city alla città sostenibile https://www.datamanager.it/2017/12/dalla-smart-city-alla-citta-sostenibile/ Wed, 20 Dec 2017 11:29:25 +0000 http://www.datamanager.it/?p=137926 Il ruolo del digitale nella pianificazione urbanistica. Mariano Corso (Politecnico di Milano): «Dimenticare Le Corbusier e progettare luoghi multifunzionali, partendo dal lavoro agile per un nuovo modello organizzativo e di produzione» Dalla smart city alla città sostenibile: “il digitale come fattore abilitante per conoscere, collaborare e realizzare le città del futuro” è il tema del […]

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Il ruolo del digitale nella pianificazione urbanistica. Mariano Corso (Politecnico di Milano): «Dimenticare Le Corbusier e progettare luoghi multifunzionali, partendo dal lavoro agile per un nuovo modello organizzativo e di produzione»

Dalla smart city alla città sostenibile: “il digitale come fattore abilitante per conoscere, collaborare e realizzare le città del futuro” è il tema del panel di apertura dell’evento ICity Lab 2017, tenutosi a Milano il 24 ottobre 2017. Tra gli speaker, Mariano Corso, direttore scientifico di Partners4Innovation e professore ordinario alla facoltà di Ingegneria dei Sistemi del Politecnico di Milano dove insegna Organizzazione e Risorse Umane ed Economia e Organizzazione Aziendale.

Mariano Corso propone di dimenticare Le Corbusier, famoso urbanista, architetto, pittore e designer svizzero che, oltre alla chaise longue, viene ricordato per il grande apporto allo sviluppo del pensiero urbanistico della prima metà del secolo scorso. Le Corbusier – spiega Mariano Corso – elaborava modelli per complessi urbanistici che potessero gestire tre milioni di persone, articolati in modo simile al corpo umano: un centro autonomo contenente tutta l’amministrazione; le viscere, in cui doveva concentrarsi l’energia e la produzione; gli arti, ovvero i quartieri residenziali dove la gente andava a riposare; le grandi arterie, come collagamenti. «Questo modello fa riferimento a un paradigma ancora valido?» – incalza Mariano Corso. «Le Corbusier era figlio di un paradigma tecnologico in cui la produzione doveva essere concentrata in luoghi fisici perché ai suoi tempi le tecnologie avevano bisogno della catena di montaggio. Se cent’anni fa, le città fossero state di 30 milioni di abitanti e fosse esistito il cloud computing, Le Corbusier stesso avrebbe sicuramente pensato a città diverse, adatte alla vita che viviamo oggi».


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Secondo Corso, un altro modello da ridiscutere è quello che organizza la nostra vita in modo tripartito: otto ore per il lavoro, otto ore per il tempo libero e otto ore per il riposo: «Le nuove tecnologie di produzione rendono l’atto della creazione di valore, il divertimento, il riposo e la comunicazione tutte attività profondamente integrate». La divisione netta non è più valida: «È intelligente svegliarci tutti negli stessi quartieri che poi diventano dei dormitori? Spostarci tutti insieme, sugli stessi mezzi pubblici o sulle stesse vie di comunicazione, per andare negli stessi luoghi dove ci accalchiamo in uffici o in fabbriche per poi trasferirci tutti in altri luoghi dove crediamo di divertirci? Ragionando sulle nuove potenzialità della tecnologia, si può pensare a un modello più integrato, più omogeneo, dove i luoghi in cui viviamo sono anche luoghi in cui si può lavorare, o socializzare, e i luoghi in cui lavoriamo possano essere luoghi in cui vivere, riposarci, informarci. In questo modo, si eviterà un modello di urbanizzazione che io credo sia deleterio. E si potrà pensare a una città che mette al centro la persona e i suoi bisogni, la sua voglia di sviluppare i propri talenti e perseguire il suo benessere».

Il pensiero sulla città deve essere autocritico e deve partire dalla riflessione sulla trasformazione stessa della città e del territorio, iniziando dai grandi quesiti come il cambiamento climatico, l’immigrazione o l’impatto delle rivoluzioni industriali sull’occupazione. «Le politiche urbanistiche – continua Mariano Corso – devono avere il coraggio e la lungimiranza di programmare sul medio-lungo periodo, perché determinate risposte prescindono da ogni ideologia e richiedono tempo, continuità di azione e di amministrazione». Solo così si possono progettare realtà che siano vivibili, partendo da una base solida. Qual è quindi il significato che il digitale ha nella pianificazione urbanistica? Che fine fanno i cassonetti intelligenti, le app per trovare parcheggi liberi, le piattaforme per soddisfare bisogni all’insegna della sharing economy, gli elettrodomestici connessi e le automobili autonome? Il digitale è una risposta, ma – da solo – non basta.

Giulia Cattoni @urbanocreativo

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La smart city è trasparente, flessibile e aperta al dialogo https://www.datamanager.it/2017/11/la-smart-city-trasparente-flessibile-aperta-al-dialogo/ Mon, 27 Nov 2017 10:08:21 +0000 http://www.datamanager.it/?p=136216 Nella smart city ideale i cittadini vengono ascoltati e il governo mostra e condivide il proprio operato. La situazione in Italia è terribile come sembra? Sì, ed è il momento di rimboccarci le maniche La gestione e l’uso dei dati relativi alla nostra privacy e ai luoghi in cui viviamo prevedono un rapporto tra PA […]

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Nella smart city ideale i cittadini vengono ascoltati e il governo mostra e condivide il proprio operato. La situazione in Italia è terribile come sembra? Sì, ed è il momento di rimboccarci le maniche

La gestione e l’uso dei dati relativi alla nostra privacy e ai luoghi in cui viviamo prevedono un rapporto tra PA e cittadini basato sull’onestà e sulla fiducia. “Saper ascoltare, sapersi mostrare”- questo potrebbe essere il mantra da ripetere e ripetere in ottica di open government, tassello base nella costruzione della smart city. In che senso? Ascoltare i cittadini, un esercizio di pazienza ed empatia. Mostrare e condividere il proprio operato, un esercizio di trasparenza. Purtroppo – però – il dato italiano su questo tema è disperante: con un punteggio di 52 su 100, Transparency International ci aggiudica il terzultimo posto sul tema della “openness”, dell’apertura ai dati. Avremmo da appuntare al petto la medaglia di bronzo se la classifica fosse stilata dal peggiore al migliore e vanteremmo addirittura un oro se il confronto lo delimitassimo ai paesi dell’Europa occidentale, dove abbiamo il punteggio più basso in assoluto.

La classifica è stilata all’interno dell’Indice di Percezione della Corruzione (CPI) di Transparency International (1) che monitora il livello di corruzione nel settore pubblico e nella politica in paesi di tutto il mondo. Per redigerla, Transparency International ha analizzato nove ambiti di cui, per quanto riguarda l’infelice caso italiano, solo tre raggiungono un punteggio di efficacia sufficiente (ovvero superiore ai 60 punti su 100). In particolare, a trascinare in basso la nostra media, con un punteggio rispettivo di 25 e 29 su 100, sono il cosiddetto whistleblowing (2) e l’inesistenza di una regolamentazione efficace delle attività di lobbying. Poco stupore, ma tanta amarezza. Non bisogna demordere – però – perchè il capitolo trasparenza pubblica si è riaperto qualche mese fa con la pubblicazione delle prime linee guida (3) che rendono attuativa la normativa FOIA, legislazione adottata sul modello statunitense Freedom of Information Act.


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E perché questo tema è così importante anche per la smart city? Avere la capacità di produrre, gestire e mettere a frutto i dati e le informazioni della città è un tassello fondamentale per migliorare la qualità della vita nelle città stesse, per sviluppare nuovi modelli di produzione, consumo e stili di vita sostenibili e mettere il rispetto dei diritti umani al centro delle strategie e dei comportamenti aziendali. Trasparenza nell’amministrazione pubblica significa potenziare la forma di accesso civico ai dati e ai documenti pubblici e ridurre le opportunità di frode, aumentando la capacità di scoprire casi di corruzione. La trasparenza per la smart city vuol dire obbligo verso la digitalizzazione, accesso ai cittadini e semplificazione dei processi. Vuol dire monitoraggio del territorio, capacità di intervento immediata, eliminazione di disagi e disservizi, l’ascolto dei cittadini e il dialogo con essi, e questo necessita di un’organizzazione efficiente di uffici e personale. Ed è così che lo Stato trasparente si traduce in amministrazione flessibile, aperta al dialogo, e promuove l’intelligenza collettiva nella società.

Giulia Cattoni @urbanocreativo


(1) https://www.transparency.it/indice-percezione-corruzione/

(2)  Il whistleblowing è la messa in condizione a vantaggio di un soggetto di segnalare attività illecite o fraudolente all’interno di un’amministrazione pubblica. Le attività di lobbying si riferiscono invece a gruppi organizzati che cercano di influenzare dall’esterno le istituzioni per favorire particolari interessi.

(3) Approvazione della delibera 1310, dicembre 2016: ANAC ha reso note le prime linee guida recanti indicazioni sull’attuazione degli obblighi di pubblicità, trasparenza e diffusione di informazioni. Dal 31 gennaio 2017 è partita l’attività di vigilanza.

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Chi ha paura dei dispositivi connessi? https://www.datamanager.it/2017/10/paura-dei-dispositivi-connessi/ Mon, 23 Oct 2017 11:01:00 +0000 http://www.datamanager.it/?p=133559 La smart city stenta a decollare, le amministrazioni fanno fatica a estendere i progetti sul proprio territorio e non sono chiare le strategie di integrazione tra i vari servizi La smartness è un concetto sottile e si estende in molti altri settori che stanno registrando un grande sviluppo, soprattutto in quegli ambiti collegati direttamente con […]

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La smart city stenta a decollare, le amministrazioni fanno fatica a estendere i progetti sul proprio territorio e non sono chiare le strategie di integrazione tra i vari servizi

La smartness è un concetto sottile e si estende in molti altri settori che stanno registrando un grande sviluppo, soprattutto in quegli ambiti collegati direttamente con l’Internet of Things. Una silenziosa ma incisiva rivoluzione ha a che fare con la rapida diffusione degli strumenti di smart home forniti dai grandi player della Rete: Amazon, con il sistema Alexa, Google con Google Home ed Apple con l’analogo strumento. Grazie al netto abbattimento dei costi e alla facilità di installazione dei dispositivi, che non prevedono modifiche strutturali all’edificio, né l’intervento di un esperto – nei prossimi cinque anni – la domotica smetterà di essere considerata un “bene di lusso” ed entrerà a far parte della nostra quotidianità. L’accelerazione del mercato IoT in questo settore non è quindi che all’inizio.

Per amministrare al meglio le funzioni interne della casa, il processo implica una continua raccolta di dati. Connettendo Home o Alexa ai propri account di posta elettronica, il sistema conosce alla perfezione le nostre abitudini, le nostre preferenze musicali, conosce i nostri gusti in fatto di ristoranti, di orario del risveglio, i tempi di percorrenza verso il lavoro. Si mette in relazione con il nostro calendario e interagisce con il sistema di riscaldamento e raffrescamento in relazione ai nostri appuntamenti. Va da sé che la questione di dati così privati, del loro mantenimento, della loro conservazione e della loro sicurezza, è fondamentale. Non ci avevate ancora pensato? Cosa succede, per esempio, se siete i proprietari del celebre aspirapolvere robot che in autonomia gira per casa per farvela trovare pulita alla sera al rientro dal lavoro. Per spostarsi in modo più efficiente durante la pulizia, questi robottini tracciano le mappe delle case degli utenti. Immaginatevi cosa potrebbe succedere se l’azienda potesse condividere con partner commerciali le mappe delle vostre camere da letto, o del corridoio. Non esiste, ad oggi, una normativa che lo impedisca.


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Un altro esempio, a metà tra il divertente e l’inquietante, è quello del sex toy controllato dallo smartphone. Ogni volta che un utente avviava il dispositivo per il massaggio erotico, il software all’interno raccoglieva dati relativi alla frequenza d’uso e alle impostazioni preferite inviandoli al proprio produttore. Sono stati i clienti a riunirsi in class action, per impedire un ulteriore utilizzo di dati personali così privati. Questi sono solo due esempi di come alcuni dispositivi smart possano essere programmati per condividere le nostre informazioni su canali secondari di cui non siamo ancora a conoscenza. E se si tratta di semplici inserzionisti forse c’è ancora poco di cui preoccuparsi.
La necessità di impedire il passaggio delle informazioni personali non è solo una questione di privacy ma soprattutto di sicurezza, vista la vulnerabilità e la numerosità dei dispositivi IoT presenti nelle nostre abitazioni. Le aziende produttrici mantengono il controllo dei software che regolano la funzionalità dei prodotti che compriamo da remoto, tramite il Wi-Fi di casa, aprendo così infiniti buchi nel sistema di sicurezza domestico. Vi sembra impossibile? Pochi mesi fa, un gruppo di hacker è riuscito a entrare nel sistema di sicurezza di un casinò del Nord America, passando attraverso i sensori dell’acquario collegati a Internet, che ne misuravano la temperatura e i livelli di pulizia. Attraverso questi accessi non presidiati, gli hacker sono riusciti ad accedere al computer di controllo, e da lì sono riusciti ad accedere alla rete del casinò, guadagnandosi un bottino di 10 gigabyte di dati.
Questo procedimento è tranquillamente applicabile alle nostre case intelligenti, alle televisioni, ai nostri salotti, ai comodini, alle tapparelle, ai bagni smart e alle autovetture controllate da Internet. Sicuri di essere pronti?

Giulia Cattoni @urbanocreativo

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Reti pubbliche wi-fi? Abitudini e rischi https://www.datamanager.it/2017/09/reti-pubbliche-wi-fi-abitudini-rischi/ Mon, 25 Sep 2017 12:49:22 +0000 http://www.datamanager.it/?p=131630 La scarsa informazione e una sottostima dei rischi espongono gli utenti al pericolo di furto d’identità, truffe e diffusione dei dati sensibili Passi avanti in Italia e in Europa in ottica di smart city e smart citizen. Per rendere semplice l’accesso al web ai cittadini da metà giugno l’Unione Europea ha abolito i costi del […]

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La scarsa informazione e una sottostima dei rischi espongono gli utenti al pericolo di furto d’identità, truffe e diffusione dei dati sensibili

Passi avanti in Italia e in Europa in ottica di smart city e smart citizen. Per rendere semplice l’accesso al web ai cittadini da metà giugno l’Unione Europea ha abolito i costi del roaming dati. In Italia, invece, il ministero dello Sviluppo Economico e dei Beni Culturali, e l’Agenzia per l’Italia Digitale hanno realizzato e resa attiva da metà luglio WiFi Italia, un’app per dispositivi mobili che garantisce una copertura di rete gratuita di cui fanno parte le reti di proprietà pubblica – in particolare nei luoghi turistici e culturali – uniformando livelli di sicurezza, tutela dei dati di navigazione e privacy e soprattutto un’unica modalità di accesso condivisa fra tutte le reti Wi-Fi pubbliche e private. Al di là delle false partenze e dei margini di miglioramento, torna in auge così, il tema della sicurezza dei propri dati. Se ne parla nel Wi-Fi Risk Report di Symantec, un documento che ha permesso di indagare le abitudini, le consapevolezze e i rischi incorsi da oltre 15mila cittadini di 15 paesi nel mondo riguardo l’utilizzo del Wi-Fi libero, pubblico o privato.

Il report svela che il 70% degli italiani continua a preferire l’uso della rete Wi-Fi pubblica, quando possibile. Un’abitudine, questa, che influenza anche le scelte relative alle prenotazioni di appartamenti, alberghi in vacanza, bar o ristoranti: il 74% è infatti condizionato nella scelta di un posto dalla presenza della rete, possibilmente efficiente e gratuito. Una ricerca condotta da Purple su un campione di 2540 persone rivela che una delle operazioni più comuni è controllare la posta, che riguarda l’87% degli intervistati: il 27% usa il Wi-Fi pubblico per portare avanti compiti di ufficio, accedendo alla cloud aziendale, e addirittura il 17% effettua operazioni bancarie, pagamenti, bonifici. Senza domandarsi se queste reti offrano o no livelli minimi di sicurezza e tutela per chi le utilizza. L’intangibilità del digitale, la poca informazione riguardo al funzionamento e alle caratteristiche del Wi-Fi pubblico, e una sottostima dei rischi da violazione della privacy, espongono gli utenti al pericolo di furto d’identità, truffe e diffusione dei dati sensibili. La maggior parte degli intervistati dichiara infatti di ignorare o sottovalutare la sicurezza delle reti che usano. Purtroppo, è la quasi totalità degli intervistati (87% a livello globale, 89% in Italia) a mettere potenzialmente a rischio dati e informazioni personali. Quindi? Come durante un incontro con sconosciuti non riveleremmo mai dati personali, allo stesso modo dobbiamo approcciare la connessione a una rete pubblica, adottando le dovute precauzioni. È fondamentale sapere che gli hacker possono approfittare sia di reti non sicure sia di siti non sicuri.


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Per controllare che i siti siano sicuri, ovvero crittografati, bisogna badare che il sito in cui si sta navigando usi il protocollo HTTPS (Hypertext Transfer Protocol Secure) e non semplicemente HTTP, e che compaia il simbolo del lucchetto sulla destra della barra URL, a conferma che si tratta di sito web sicuro. In questo modo chi tentasse di spiare e leggere dati in una rete non riuscirà a ricevere informazioni comprensibili se queste sono scambiate con una connessione crittografata. Per i browser Chrome, Firefox e Opera è disponibile un add-on chiamato “HTTPS Everywhere” che abilita il HTTPS di default per centinaia di siti web, anche quelli che non prevedono questo protocollo autonomamente. Un’altra operazione minima consiste nell’abilitare un firewall e disattivare dalle impostazioni l’opzione di configurazione automatica del proxy per evitare possibili dirottamenti della connessione. Un altro modo per proteggersi in modo ancora più sicuro? Utilizzare una rete privata virtuale (VPN) che garantisce un “tunnel sicuro”, crittografando i dati inviati e ricevuti tra un dispositivo e internet.

Giulia Cattoni @urbanocreativo

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Big Data che vedono e prevedono. Il libero arbitrio esiste ancora? https://www.datamanager.it/2017/07/big-data-vedono-prevedono-libero-arbitrio-esiste-ancora/ Fri, 14 Jul 2017 12:56:00 +0000 http://www.datamanager.it/?p=128454 L’economia “on demand” si basa sull’intelligenza artificiale capace di prevedere e quindi consigliare, e risponde al desiderio moderno di avere tutto e subito. Ma la nostra possibilità di scelta è ancora liberamente determinata? Probabilmente non tutti conoscono la storia di un padre di Minneapolis che, cinque anni fa, si recò da Target, superstore americano, lamentandosi […]

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L’economia “on demand” si basa sull’intelligenza artificiale capace di prevedere e quindi consigliare, e risponde al desiderio moderno di avere tutto e subito. Ma la nostra possibilità di scelta è ancora liberamente determinata?

Probabilmente non tutti conoscono la storia di un padre di Minneapolis che, cinque anni fa, si recò da Target, superstore americano, lamentandosi con il manager del negozio di aver inviato alla figlia sedicenne una busta piena di coupon destinati a donne incinte. L’indignatissimo padre accusava il manager che le politiche di marketing del superstore potevano incoraggiare la ragazza, minorenne e studentessa, a diventare mamma. Dopo le scuse al cliente, la questione sembrava chiusa. Se non che, dopo qualche giorno, fu il padre in questione a dover chiedere scusa, ammettendo di aver scoperto che sua figlia aspettava davvero un bambino. «A quanto pare – disse – non sono adeguatamente informato su tutte le cose che accadono in casa». Quello su cui i due non erano informati era soprattutto che Target, servendosi di uno studio statistico, aveva identificato 25 prodotti che le donne mettevano nel carrello quando scoprivano di essere incinte. La ragazza aveva probabilmente acquistato gli stessi prodotti, e Target – identificato il profilo – aveva immediatamente spedito la pubblicità mirata all’indirizzo di casa, ancor prima che la figlia decidesse di comunicare la notizia ai genitori. In pratica, Target era più informato di chiunque altro, su quello che accadeva nelle case degli americani.


#smartcity #bigdata #AI Giulia Cattoni @urbanocreativo Siamo liberi di scegliere?
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Dal 2012, la mole dei dati a disposizione delle aziende e il loro sfruttamento strategico non ha fatto altro che evolversi: non è un segreto che le grandi aziende tecnologiche seguono la maggior parte delle nostre attività online e offline, raccogliendo enormi quantità di dati personali e ovviamente avendo cura di mantenerli gelosamente sotto chiave. Google acquisisce dati dalle ricerche effettuate sul web e dai testi delle email, Amazon raccoglie informazioni dagli acquisti degli utenti e Facebook da tutte le attività di social networking. Anche Netflix, il colosso dello streaming online, deve il suo successo ai dati generati dagli utenti: non solo sa cosa la gente guarda sui propri canali ma, analizzando questi dati, da anni, studia le scelte degli utenti per suggerire film o spettacoli televisivi che potrebbero interessare. Le statistiche si sono fatte così precise da aver proposto tentativi sofisticati di programmazione basata su big data, dando a Netflix modo di spingersi verso la creazione sicura di produzioni originali per ogni paese. Sì, perché l’azienda ha condotto una ricerca su scala mondiale per trovare quali serie e quali puntate siano state in grado di catturare maggiormente l’attenzione degli spettatori. E così House of Cards, che è attualmente la serie più visualizzata nella libreria del servizio, è stata prodotta con la “ricetta segreta della serie perfetta”. In pratica, è stata creata con la certezza che sarebbe stato un successo.

Netflix e il caso di House of Cards è un esempio di quel processo che va sotto il nome di economia “on demand” che sta rivoluzionando il nostro modo di consumare e che risponde al desiderio moderno di avere tutto e subito. L’intelligenza artificiale è capace di prevedere e quindi consigliare.
Ci conosce e ci offre garbatamente consigli anche quando non glielo si richiede esplicitamente. Esaudisce i nostri desideri, si guadagna la nostra fiducia, diventa nostra mentore, determina le nostre scelte. E noi permettiamo compiaciuti che questo accada. L’intelligenza artificiale esaudisce e crea i nostri desideri in un cerchio senza fine, in un vortice nel quale siamo inghiottiti. Che fine ha fatto il libero arbitrio, la libertà di ogni persona di scegliere da sé gli scopi del proprio agire? Nel ventunesimo secolo, big data e tecnologie si affiancano ai concetti di predestinazione, fatalismo, destino. E voi, siete pronti ad aprire la cassetta delle lettere questa sera?

 Giulia Cattoni @urbanocreativo

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AI e sicurezza in città tra rischi e opportunità https://www.datamanager.it/2017/06/ai-sicurezza-citta-rischi-opportunita/ Tue, 20 Jun 2017 10:39:43 +0000 http://www.datamanager.it/?p=127121 Miliardi di ore di filmati video vengono registrati ogni giorno, per garantire la sorveglianza pubblica, e dati in pasto a macchine in grado di imparare da sole. Come governeremo il nostro futuro? Centinaia di milioni di videocamere di sorveglianza in tutto il mondo registrano con diligenza miliardi di ore di filmati video ogni giorno. Le […]

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Miliardi di ore di filmati video vengono registrati ogni giorno, per garantire la sorveglianza pubblica, e dati in pasto a macchine in grado di imparare da sole. Come governeremo il nostro futuro?

Centinaia di milioni di videocamere di sorveglianza in tutto il mondo registrano con diligenza miliardi di ore di filmati video ogni giorno. Le città intelligenti monitorano i cittadini attraverso sensori posizionati nel paesaggio urbano, che raccolgono dati relativi a diversi fattori di vita urbana, ma soprattutto monitorano infrazioni. Nvidia, l’azienda californiana produttrice di processori grafici, schede madri e componenti per prodotti multimediali per pc e console, ha annunciato all’inizio di maggio 2017 di aver prodotto una piattaforma di analisi video chiamata Metropolis, in grado di estrarre informazioni in tempo reale attraverso l’utilizzo dell’intelligenza artificiale. Metropolis è una macchina che, partendo da semplici file immagine, è in grado di apprendere automaticamente: raccoglie in autonomia dati e metadati per monitorare il traffico in tempo reale su un’autostrada, pianificare e guidare l’organizzazione delle merci a seconda della capacità in un porto, oppure informare le autorità in caso di emergenza. Non si tratta del primo sviluppo di questo tipo specifico di intelligenza artificiale, detto Machine Learning. Cinque anni fa, gli ingegneri di Google elaborarono un sistema di intelligenza digitale per identificare la presenza di gatti nei video di YouTube. Il successo del progetto risiedeva nel fatto che gli ingegneri non avevano dato all’AI i parametri per riconoscere cosa fosse un gatto, ma avevano costruito un sistema di apprendimento basato su feedback formativi che permettesse al software di creare la propria definizione di gatto. Dall’identificazione dei gatti a quella dei crimini il passo è breve: i prossimi anni saranno quelli della video-sorveglianza “autonoma”. Lo sviluppo di un software capace di imparare da sé e trovare autonomamente soluzioni risulta cruciale dunque per riuscire a gestire i Big Data, e utilizzare le informazioni per assicurare la sicurezza, migliorare la qualità della vita, ridurre i costi e il consumo di risorse, ma anche sviluppare la capacità di anticipare problematiche, rischi, scomodità, necessità e desideri dei cittadini.


#smartcity Giulia Cattoni @urbanocreativo #AI #security Come governeremo le nostre città ?
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È qui però che il tema della sicurezza incontra quello della privacy. Le preoccupazioni sulla privacy vengono sollevate quando i dati raccolti potrebbero essere in grado di collegare o identificare un individuo, raggruppando dati e informazioni provenienti da più fonti. Se si pensa poi alle evoluzioni dell’IoT in ambito di domotica e automotive, il rischio di perdere la consapevolezza delle azioni che compiamo e di venire truffati o danneggiati è evidente. La democratizzazione delle tecniche di Machine Learning e il ruolo dei giganti della rete stanno destando alcuni timori nell’opinione pubblica, ma anche tra ricercatori e ingegneri. Insomma, non tutti i progressi nel campo dell’Intelligenza Artificiale potrebbero avere finalità positive. La preoccupazione è tale per cui “The Economist Safest Cities Index 2015”, ha introdotto una metrica di sicurezza digitale accanto alle misure tradizionali di sicurezza come Personal Security e Health. Sulla stessa linea di pensiero è anche Elon Musk, padre di Tesla e SpaceX, che, insieme a Sam Altman, presidente dell’incubatore Y Combinator, ha dato vita a OpenAI, l’ente di ricerca che ha la missione di sviluppare e diffondere studi tesi a sventare il diffondersi della cyber criminality. Le conoscenze acquisite da OpenAI vengono divulgate e condivise su piattaforme open-source, che garantiscono la trasparenza e accelerano la ricerca AI. L’obiettivo è costruire l’AGI, Artificial general intelligence, un’intelligenza artificiale sicura, “buona”. Se è vero che “per governare il futuro bisogna inventarlo”, la premessa rimane una sola: avere scelto bene cosa è buono, e cosa no.

Giulia Cattoni @urbanocreativo

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La smart city è un orizzonte in continua evoluzione https://www.datamanager.it/2017/04/la-smart-city-un-orizzonte-continua-evoluzione/ Tue, 11 Apr 2017 15:11:10 +0000 http://www.datamanager.it/?p=123035 Sicurezza, dati, trasparenza e intelligenza artificiale. Smart city: un concetto in continua evoluzione. Il dialogo si sposta dal “che cos’è” al “come si fa” e a quali bisogni risponde Lo storytelling della città intelligente è un lungo elenco di buoni esempi e buone pratiche. Tutti coloro che in questi anni hanno lavorato a progetti di […]

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Sicurezza, dati, trasparenza e intelligenza artificiale. Smart city: un concetto in continua evoluzione. Il dialogo si sposta dal “che cos’è” al “come si fa” e a quali bisogni risponde

Lo storytelling della città intelligente è un lungo elenco di buoni esempi e buone pratiche. Tutti coloro che in questi anni hanno lavorato a progetti di smart city hanno dovuto fare i conti con il tasso di obsolescenza, la velocità della trasformazione e l’imprevedibilità dell’innovazione. Abbiamo cercato di mostrare come l’intelligenza “smart”, vista come efficienza di un territorio urbano, ha senso solo considerando una vision che deve partire dalle caratteristiche socio-ambientali del territorio, capace di valorizzare il capitale umano, sociale, intellettuale, emotivo dei suoi cittadini. Cittadini che nei prossimi anni avranno a che fare con tecnologie che oggi ancora non sono in commercio, con rischi che non immaginiamo, con questioni politiche tutte ancora da definire.


#Smartcity Giulia Cattoni @urbanocreativo Un concetto in continua evoluzione
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La strada è più impegnativa e più lunga di quello che potesse sembrare. Soprattutto, è meno scontata del ridurre tutto a una mera questione di devices all’avanguardia e reti superveloci. Se c’è una cosa che in questo decennio abbiamo capito è che la smart city è un orizzonte, una direzione. Il riferimento temporale nelle definizioni di smart city, infatti, è il futuro: non vi è alcun limite di tempo per la loro creazione, non è definita la linea del traguardo. Lo strumento che abbiamo per affrontare questa maratona è l’innovazione: l’integratore che permette l’evoluzione della risposta urbana ai bisogni dei cittadini, che restano una costante. Stiamo parlando della necessità di sicurezza, del bisogno di informazione e verità, del bisogno di comunicare ed effettuare scambi materiali e immateriali, del bisogno di mobilità e di relazione con l’ambiente. Il dialogo si sposta dal “che cos’è” al “come si fa” la smart city, e a quali bisogni risponde. Quali saranno dunque i temi di interesse dei prossimi anni?

Cyber security – Aree metropolitane iperconnesse, digitalizzate, attraversate da fiumi di dati implicano rischi da tenere sotto controllo e monitorare, perché una città deve sempre garantire la sicurezza fisica e digitale dei propri cittadini.

Big Data – La quantità e l’eterogeneità dei dati pongono la necessità di trovare metodi e strumenti che permettano l’interpretazione e la divulgazione dei dati, mantenendo inalterata la veridicità delle informazioni. E al tempo stesso la loro gestione, l’interazione con i dati open e la loro visualizzazione.

Blockchain – Nata come registro elettronico pubblico e condiviso degli scambi di criptovalute, trasformerà il sistema bancario come lo conosciamo, ma anche molti altri settori del business. Si basa sulla creazione di un sistema di fiducia che permette autorizzazioni sicure senza il bisogno di ricorrere a terze parti che assumano il ruolo di garanti.

Fact checking – Si tratta della pratica adottata dai mezzi di comunicazione per verificare la veridicità delle notizie trovate sul web prima che ne venga autorizzata la pubblicazione che avviene grazie alla consultazione di siti che affidano il controllo delle affermazioni di personaggi pubblici ai lettori, agli utenti e, più in generale, ai cittadini.

Intelligenza artificiale – L’Europa è ora impegnata a riflettere sui problemi etici legati allo sviluppo di  intelligenze “extra-umane” e questioni come la personalità giuridica dei robot, la responsabilità per eventuali danni, le possibili dipendenze emotive e la problematica della disoccupazione umana come conseguenza della robotizzazione. Forse, è questo il ruolo dell’Italia nella sfida all’intelligenza globale. In un mercato dove gli USA puntano sulla diffusione delle macchine, dove l’Asia e l’India, in particolare, si concentrano sulla realizzazione della parte intangibile della tecnologia, i software, e l’Europa sulla dimensione di ricerca normativa, l’Italia può trovare un proprio spazio nella riproposizione in chiave tecnologica dell’idea rinascimentale di uomo al centro dell’universo.

Giulia Cattoni @urbanocreativo

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Roboetica, l’Umanesimo che terrà a bada i robot https://www.datamanager.it/2017/03/roboetica-lumanesimo-terra-bada-robot/ Fri, 10 Mar 2017 14:40:32 +0000 http://www.datamanager.it/?p=120934 Mady Delvaux porta al Parlamento europeo il tema dell’intelligenza artificiale parlando di etica e letteratura per introdurre il tema giuridico della personalità elettronica Mady Delvaux ha studiato lettere a Parigi, è diventata insegnante liceale per poi impegnarsi in politica a Lussemburgo. È diventata ministro dei trasporti e poi dell’educazione e nel 2014 è approdata al […]

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Mady Delvaux porta al Parlamento europeo il tema dell’intelligenza artificiale parlando di etica e letteratura per introdurre il tema giuridico della personalità elettronica

Mady Delvaux ha studiato lettere a Parigi, è diventata insegnante liceale per poi impegnarsi in politica a Lussemburgo. È diventata ministro dei trasporti e poi dell’educazione e nel 2014 è approdata al Parlamento europeo, portando una ventata di aria sicuramente innovativa, ma soprattutto umanistica.
Mady Delvaux ha scosso l’Europa, facendo riflettere sulle conseguenze dell’incipiente quarta rivoluzione industriale: lo sviluppo delle tecnologie che l’ultimo decennio ha imposto è da affrontare prima di tutto da un punto di vista etico e giuridico. Per tutta l’estate e tutto l’autunno, la Commissione per gli Affari Legali è stata quindi impegnata nella scrittura di un documento, il report “Civil Law Rules on Robotics“, per dare una direzione alle questioni in materia di intelligenza artificiale del prossimo futuro. Le sfide sono riassumibili in quattro punti: la personalità giuridica dei robot, la responsabilità per eventuali danni, le possibili dipendenze emotive degli esseri umani rispetto ai robot con una intelligenza ad apprendimento autonomo, e la problematica della disoccupazione umana come conseguenza alla robotizzazione.

L’intento consiste nel raggiungimento di una normativa di carattere tecnologico uniforme tra gli stati dell’UE per creare un quadro etico comune, e prevedere, gestire ed evitare derive pericolose nell’evoluzione della comunità robotica. La risoluzione è stata approvata dal Parlamento europeo il 12 gennaio 2017 scorso, con raccomandazioni alla Commissione europea concernenti norme di diritto civile sulla robotica. Da quel momento, sono scattati i novanta giorni di tempo per la Commissione UE per proporre una normativa adeguata. D’altronde non possiamo permetterci di attendere ancora a lungo: urge un quadro giuridico valido e solido che da una parte favorisca lo sviluppo delle tecnologie, ma che dall’altra garantisca che i robot restino in ogni caso e per sempre al servizio del genere umano.


#roboetica Giulia Cattoni @urbanocreativo Il tema giuridico della personalità elettronica
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Il comparto dei robot industriali ha stabilito un nuovo record nel 2015: in tutto il mondo il numero di unità vendute ha superato per la prima volta la soglia delle 240mila unità determinando un incremento delle vendite dell’8% (dati IFR, International Federation of Robotics). I benefici per l’industria e per la gestione dei flussi sono sostanziali, in termini di efficienza, di velocità nell’esecuzione dei compiti assegnati e di risparmio economico. Ma sull’altro piatto della bilancia esistono ripercussioni potenzialmente devastanti: come si trasformerà il mondo dell’occupazione? Come si potrà garantire la sostenibilità e il funzionamento dei sistemi di una rivoluzione industriale che toccherà progressivamente, ma in modo inarrestabile, tutti gli strati sociali? È già in tutte le nostre case grazie a Google Assistant, o a Siri e Cortana. Nel documento redatto dal team di Mady Delvaux, si illustrano le preoccupazioni che questo avanzamento suscita. È quindi al vaglio dell’UE la possibilità di introdurre la “personalità elettronica”, un nuovo status giuridico per robot – più o meno – umanoidi. E qui si entra in un nuovo campo che unisce scienza, tecnologia e cultura letteraria: le norme ipotizzate prendono infatti spunto dalle tre leggi postulate nei romanzi di Isaac Asimov, il padre della Fantascienza. È arrivato prima l’uovo o prima la gallina? Difficile dirlo. Sicuramente, è altrettanto difficile definire con esattezza il confine che separa la scienza giuridica – in questo caso – dalla visione di un biochimico nato a Petroviči, in Russia, capace di influenzare la storia con i suoi romanzi. Appare sempre più chiaro che gli sviluppi dell’intelligenza artificiale, e delle tecnologie affini e a supporto, non potranno prescindere da solide basi focalizzate sugli aspetti etici, umanistici e umani.

Giulia Cattoni @urbanocreativo

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Con TABBY EVO e Renault POM l’automotive è opensource https://www.datamanager.it/2017/02/tabby-evo-renault-pom-lautomotive-opensource/ Tue, 14 Feb 2017 14:11:50 +0000 http://www.datamanager.it/?p=119034 L’open source come piattaforma per lo sviluppo di nuove idee e soluzioni. Dalla democratizzazione del progetto a un nuovo modo di concepire l’automotive Sorgente aperta, open source. Il concetto entra nel vocabolario comune all’inizio dei primi anni 2000 quando OpenOffice, suite per la creazione di documenti di testo gratuita e open source, ha dato vita […]

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L’open source come piattaforma per lo sviluppo di nuove idee e soluzioni. Dalla democratizzazione del progetto a un nuovo modo di concepire l’automotive

Sorgente aperta, open source. Il concetto entra nel vocabolario comune all’inizio dei primi anni 2000 quando OpenOffice, suite per la creazione di documenti di testo gratuita e open source, ha dato vita a un’alternativa “libera” a Microsoft Office. è open un software per cui chi ne detiene i diritti decide di rendere pubblico il codice sorgente per permettere a programmatori indipendenti di apportarvi modifiche ed estensioni in totale autonomia, favorendone la diffusione e lo studio all’interno delle community.

Il contrario esatto della protezione garantita da un brevetto, ma con l’obiettivo di rendere il software sempre migliore e più adatto alle esigenze di chi lo usa. La realtà ci dimostra che qualsiasi tipo di progetto può essere condiviso in ottica open, perfino quello di un autoveicolo. Un’idea di democratizzazione del progetto che oggi investe la mobilità sostenibile grazie all’esperienza di OSVehicle, startup del settore automotive, che ha creato TABBY EVO, una piattaforma hardware open source per la realizzazione di veicoli elettrici. La piattaforma mette a disposizione un set di veicoli (elettrico, endotermico, etc.) in kit modulare, e permette a tutti di contribuire, grazie alla licenza Creative Commons (CC), proponendo i più disparati progetti e idee di modifica e sviluppo. TABBY EVO arriva a casa in un kit di montaggio: in un’oretta, chiunque può assemblare autonomamente i pezzi forniti facendosi aiutare da un manuale di istruzioni e decidendo, stile Ikea, che tipo di veicolo realizzare tra i modelli a disposizione. Sul sito si trovano anche tutti i dettagli relativi alle procedure di omologazione.


#mobilitàsmart @OSVehicle @ARMcommunity @Groupe_Renault L’automotive diventa #opensource
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Una base per tutti

Anche il Gruppo Renault, leader nel mercato dell’elettrico in Europa, non è riuscito a resistere al fascino e alle potenzialità dell’open source e ha intrapreso una collaborazione con OSVehicle and ARM (società di alta tecnologia con sede a Cambridge), presentando al Ces di Las Vegas POM, la piattaforma hardware su cui sviluppare i progetti per una compatta e leggera autovettura, sul modello della Twizy di casa Renault, il veicolo elettrico più venduto d’Europa. Secondo i dati ufficiali, Renault è la marca numero uno per la vendita dei veicoli elettrici in Europa nel 2015, con una quota di mercato del 23,6% (oppure 25,2%, Twizy inclusa) e 23.086 immatricolazioni. Il prototipo verrà messo a disposizione su una piattaforma online a sviluppatori, startup, privati e ricercatori, che saranno liberi di introdurre modifiche per adeguarle ai propri progetti. Grazie a questa nuova partnership, Renault ha potuto aggiudicarsi il titolo di prima grande casa automobilistica impegnata in un progetto open source a tutto tondo. Ma soprattutto è chiaro che da qui comincia un nuovo modo di concepire l’automotive.

Sviluppo di nuove idee e soluzioni

Come spiegano gli esperti del team di OSVehicle, lavorare sulla piattaforma di una vettura significa progettarne le basi, il che include pensare al design, all’ingegnerizzazione e al sistema di componenti che costituiranno il cuore meccanico di ogni macchina per fare in modo che si possa muovere. è la parte di sviluppo più costosa e più difficile, che spesso occupa molti anni di studio e risorse economiche altissime. Allo stesso tempo, è anche la componente più comune dell’automobile, il “core” più resistente. Ciò significa che, unendo le forze attraverso piattaforme come POM, è possibile accelerare significativamente lo sviluppo di nuove idee e soluzioni. In un mondo che si trasforma sempre in modo repentino e a volte poco prevedibile, la velocità di reazione ai cambiamenti è la chiave che permette a un’azienda di restare a galla, reinventandosi o reindirizzandosi. L’ottica “open” della condivisione è quella più adatta a mettere a frutto energie e talenti. Renault è la prova che anche le grandi aziende se ne stanno rendendo conto.

Giulia Cattoni @urbanocreativo

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Luoghi da visitare, città da vivere https://www.datamanager.it/2016/12/luoghi-visitare-citta-vivere/ Tue, 20 Dec 2016 14:30:42 +0000 http://www.datamanager.it/?p=116315 L’esperienza di un territorio va di pari passo con la sua rivalutazione e riqualificazione: una città che funziona bene è più attrattiva anche per un turista Brian Chesky, CEO di Airbnb, compagnia leader del settore del turismo esperienziale, ha presentato lo scorso novembre a Los Angeles la nuova piattaforma Trips. Introducendola alla platea, descriveva quello […]

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L’esperienza di un territorio va di pari passo con la sua rivalutazione e riqualificazione: una città che funziona bene è più attrattiva anche per un turista

Brian Chesky, CEO di Airbnb, compagnia leader del settore del turismo esperienziale, ha presentato lo scorso novembre a Los Angeles la nuova piattaforma Trips. Introducendola alla platea, descriveva quello che la maggior parte della gente si aspetta da un viaggio con un concetto semplice: il desiderio di momenti magici capaci di fare sognare. Ma è quello che poi troviamo nella nostra comune esperienza di viaggiatori? Chesky continuava riportandoci alla realtà dei fatti. Molte delle nostre aspettative devono fare i conti con problemi più comuni: lunghe code, informazioni difficili da trovare, gestione scomoda dei servizi. Una perdita di tempo e uno spreco di energie snervante che fa perdere molto fascino all’ideale di esperienza che il viaggiatore si è immaginato prima della partenza. Oggi ogni destinazione turistica, ogni struttura ricettiva, consorzio enogastronomico, spiaggia, ristorante e centro benessere, comprensorio sciistico in Italia e all’estero, è presente in rete con blog o pagine sui principali social media. Le informazioni sono innumerevoli e, potenzialmente, si potrebbe pianificare il viaggio perfetto, senza code, lontano dalla folla o nell’hotel che dispone dei precisi comfort che rispondono alle nostre necessità. Unico inconveniente: la quantità di tempo speso a pianificare il viaggio più che a vivere il momento stesso dell’esperienza turistica. La possibilità di saltare l’intermediazione dell’agenzia ci ha tutti provocati a scovare da soli hotel, offerte ed eventi particolari ma ora, causa il surplus confuso di informazioni, siamo giunti a un punto in cui ci piace essere presi per mano ed essere guidati con fiducia e semplicità verso il viaggio che più risponde al nostro carattere.


#smartcity Una città che funziona è più attrattiva anche per il turista @urbanocreativo
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IL VENTO E LA BUSSOLA

Siamo immersi in un mare di stimoli nel quale è difficile settare la bussola per trovare il vento giusto. Il nuovo setup di Airbnb è un caso eclatante di come questo processo sia in atto, ma non è il solo. L’ultima Phocuswright Conference di Los Angeles, l’evento che raccoglie imprenditori, innovatori, esperti di turismo internazionale per focalizzare il grado di maturazione sul mercato delle ultime novità, è un’altra cartina tornasole. Nella sezione “Innovazioni”, infatti, la maggior parte di app, sistemi o soluzioni presentate mirano tutte a trovare per noi, mediante filtri, domande dirette e algoritmi, la soluzione ideale per il nostro viaggio. Filtri, imbuti per canalizzare stimoli e informazioni giuste verso il profilo giusto. Simile all’esperienza di organizzazione del viaggio si sta facendo sempre più quella dell’interazione con la città e i suoi servizi. La città è come un flusso crescente e denso di informazioni da ottimizzare, è “un sistema di sistemi” dinamico e complesso da leggere e modellare interpretando, gestendo e prevedendo i flussi di energia, materiali, persone, informazioni. Anche nella smart city le persone cercano il comfort inteso come “non ressa”, organizzazione e poca mediazione.

QUALI SONO LE DIFFERENZE?

L’attrattività economica del soggetto “città per i cittadini” invece che “città luogo turistico” per cui l’investimento nel secondo caso sembra giustificato perché ha un ritorno prevedibile. In realtà, l’esperienza di un territorio va di pari passo con la sua rivalutazione e riqualificazione: una città che funziona bene è più attrattiva anche per un turista che, durante la visita, non fruisce solo di servizi esclusivamente dedicati, ma condivide con i residenti quelli che riguardano mobilità, tutela ambientale, accessibilità. Il ventaglio di scelte e soluzioni a nostra disposizione è sempre più ampio ma questa vastità va gestita in modo che non collassi su se stessa. L’intelligenza artificiale, con le sue capacità predittive, può fare la differenza e far sì che il livello di complessità non vada a discapito dell’usabilità e accessibilità dei servizi. Pochi step, chiari e lineari per passare dalle nostre specifiche richieste alle più appropriate soluzioni. In questo modo, viaggiare e vivere la nostra città, diventerà così semplice da sembrarci di nuovo un po’ magico.

Giulia Cattoni @urbanocreativo

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