Dalla smart city alla città sostenibile

Cattoni Giulia_Urbano Creativo

Il ruolo del digitale nella pianificazione urbanistica. Mariano Corso (Politecnico di Milano): «Dimenticare Le Corbusier e progettare luoghi multifunzionali, partendo dal lavoro agile per un nuovo modello organizzativo e di produzione»

Dalla smart city alla città sostenibile: “il digitale come fattore abilitante per conoscere, collaborare e realizzare le città del futuro” è il tema del panel di apertura dell’evento ICity Lab 2017, tenutosi a Milano il 24 ottobre 2017. Tra gli speaker, Mariano Corso, direttore scientifico di Partners4Innovation e professore ordinario alla facoltà di Ingegneria dei Sistemi del Politecnico di Milano dove insegna Organizzazione e Risorse Umane ed Economia e Organizzazione Aziendale.

Mariano Corso propone di dimenticare Le Corbusier, famoso urbanista, architetto, pittore e designer svizzero che, oltre alla chaise longue, viene ricordato per il grande apporto allo sviluppo del pensiero urbanistico della prima metà del secolo scorso. Le Corbusier – spiega Mariano Corso – elaborava modelli per complessi urbanistici che potessero gestire tre milioni di persone, articolati in modo simile al corpo umano: un centro autonomo contenente tutta l’amministrazione; le viscere, in cui doveva concentrarsi l’energia e la produzione; gli arti, ovvero i quartieri residenziali dove la gente andava a riposare; le grandi arterie, come collagamenti. «Questo modello fa riferimento a un paradigma ancora valido?» – incalza Mariano Corso. «Le Corbusier era figlio di un paradigma tecnologico in cui la produzione doveva essere concentrata in luoghi fisici perché ai suoi tempi le tecnologie avevano bisogno della catena di montaggio. Se cent’anni fa, le città fossero state di 30 milioni di abitanti e fosse esistito il cloud computing, Le Corbusier stesso avrebbe sicuramente pensato a città diverse, adatte alla vita che viviamo oggi».

Secondo Corso, un altro modello da ridiscutere è quello che organizza la nostra vita in modo tripartito: otto ore per il lavoro, otto ore per il tempo libero e otto ore per il riposo: «Le nuove tecnologie di produzione rendono l’atto della creazione di valore, il divertimento, il riposo e la comunicazione tutte attività profondamente integrate». La divisione netta non è più valida: «È intelligente svegliarci tutti negli stessi quartieri che poi diventano dei dormitori? Spostarci tutti insieme, sugli stessi mezzi pubblici o sulle stesse vie di comunicazione, per andare negli stessi luoghi dove ci accalchiamo in uffici o in fabbriche per poi trasferirci tutti in altri luoghi dove crediamo di divertirci? Ragionando sulle nuove potenzialità della tecnologia, si può pensare a un modello più integrato, più omogeneo, dove i luoghi in cui viviamo sono anche luoghi in cui si può lavorare, o socializzare, e i luoghi in cui lavoriamo possano essere luoghi in cui vivere, riposarci, informarci. In questo modo, si eviterà un modello di urbanizzazione che io credo sia deleterio. E si potrà pensare a una città che mette al centro la persona e i suoi bisogni, la sua voglia di sviluppare i propri talenti e perseguire il suo benessere».

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Il pensiero sulla città deve essere autocritico e deve partire dalla riflessione sulla trasformazione stessa della città e del territorio, iniziando dai grandi quesiti come il cambiamento climatico, l’immigrazione o l’impatto delle rivoluzioni industriali sull’occupazione. «Le politiche urbanistiche – continua Mariano Corso – devono avere il coraggio e la lungimiranza di programmare sul medio-lungo periodo, perché determinate risposte prescindono da ogni ideologia e richiedono tempo, continuità di azione e di amministrazione». Solo così si possono progettare realtà che siano vivibili, partendo da una base solida. Qual è quindi il significato che il digitale ha nella pianificazione urbanistica? Che fine fanno i cassonetti intelligenti, le app per trovare parcheggi liberi, le piattaforme per soddisfare bisogni all’insegna della sharing economy, gli elettrodomestici connessi e le automobili autonome? Il digitale è una risposta, ma – da solo – non basta.

Giulia Cattoni @urbanocreativo