Iaas – Data Manager Online https://www.datamanager.it Il portale dell'ICT professionale Wed, 14 Jul 2021 15:30:44 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=5.8.13 https://www.datamanager.it/wp-content/uploads/2020/04/dmo-favicon3.png Iaas – Data Manager Online https://www.datamanager.it 32 32 Red Hat, 25 anni di attività e 64 trimestri consecutivi di crescita https://www.datamanager.it/2018/04/red-hat-25-anni-di-attivita-e-64-trimestri-consecutivi-di-crescita/ Thu, 05 Apr 2018 12:25:36 +0000 http://www.datamanager.it/?p=145067 Anguilletti, Regional Manager: “Italia prima country europea” 64 trimestri consecutivi di crescita in termini di fatturato, ricavi e utili. Un fatturato di 2,9 miliardi dollari con una crescita anno su anno del 21% e un utile GAAP salito del 42% a 472 milioni di dollari hanno consentito a Red Hat di archiviare l’anno fiscale 2018 chiuso […]

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Anguilletti, Regional Manager: “Italia prima country europea”

64 trimestri consecutivi di crescita in termini di fatturato, ricavi e utili. Un fatturato di 2,9 miliardi dollari con una crescita anno su anno del 21% e un utile GAAP salito del 42% a 472 milioni di dollari hanno consentito a Red Hat di archiviare l’anno fiscale 2018 chiuso lo scorso 28 febbraio con il sedicesimo bilancio da record. Numeri da primato con cui festeggiare 25 anni di attività. «Un anno – commenta Gianni Anguilletti, Regional Manager – di straordinario successo». A trainare la crescita i 772 milioni di dollari di fatturato del quarto trimestre, in aumento del 22% rispetto allo scorso anno. «Un risultato particolarmente interessante se consideriamo che l’88% del giro d’affari, pari a 683 milioni, rappresenta la quota di fatturato legato alle sottoscrizioni. Un successo ottenuto in maniera organica, con l’apporto sia del software che dei servizi» rileva Anguilletti.

Composizione del fatturato

Più nel dettaglio, il giro d’affari generato dall’offerta infrastrutturale raggiunge quota 2 miliardi di dollari, in crescita del 15% rispetto all’anno precedente. Mentre quello derivante dallo sviluppo applicativo e dalle tecnologie emergenti è stato pari a 624 milioni. «Una crescita quelle delle tecnologie non Linux – sviluppo integrazione applicativa, cloud nelle varie declinazioni di platform as a service e infrastructure as a service, storage e così via – cresciute del 42% anno su anno, per noi altrettanto significativa. Un’accelerazione che rende ancora più evidente il successo di Red Hat in qualità di società multiproduct e multiservice» sottolinea Anguilletti.  Consolidandone la leadership nel segmento open source e più in generale nel mercato dell’IT. «Ciascuna delle linee di prodotto proposte da Red Hat al mercato se prese singolarmente rappresenterebbero le prime cinque società di open source nel mercato» osserva Anguilletti. Una leadership che rafforza anche il peso specifico del vendor in tutta una serie di progetti open source ai quali Red Hat partecipa direttamente. Progetti che alimentano la crescita infrastrutturale del gruppo. Risorse umane, circa 12.000 dipendenti suddivisi in 35 paesi da una parte e apertura di nuovo uffici, 85 nel mondo, dall’altra. «Un’infrastruttura che collabora quotidianamente con un esteso ecosistema di partner – OEM, hardware e software vendor, system integrator, reseller, ISP, ecc – per dare sempre maggiori garanzie di successo alle iniziative nelle quali Red Hat viene coinvolta dai propri clienti» ci dice Anguilletti.

Innovazione

Le risorse finanziarie di Red Hat oggi ammontano a circa 2,5 miliardi di dollari tra cash e asset, rivela Anguilletti. «La miglior garanzia per clienti e partner di solidità finanziaria necessaria per alimentare l’innovazione tecnologica che il mercato si aspetta. Innovazione perseguita negli anni sia in maniera organica con lo sviluppo in house di nuove tecnologie, sia attraverso acquisizioni di altre società».

Italia

Importante infine il contributo dato dal nostro Paese alla crescita di Red Hat. «L’Italia è stata la miglior country a livello europeo» afferma Anguilletti. «Un risultato che si spiega con un portfolio di servizi e soluzioni caratterizzato da completezza funzionale, apertura e flessibilità. Una strategia di go-to market efficace, che prevede una focalizzazione sulle aree a maggior potenziale del mercato e una verticalizzazione molto disciplinata. A tutto questo aggiungiamoci un gruppo di persone che unisce competenza e disponibilità e uno scenario macroeconomico più favorevole rispetto al recente passato».

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Oracle You & IaaS: la crescita delle aziende passa per il cloud https://www.datamanager.it/2017/09/oracle-you-iaas-la-crescita-delle-aziende-passa-cloud/ Wed, 27 Sep 2017 10:50:59 +0000 http://www.datamanager.it/?p=131755 Diffusi i risultati della seconda ricerca che mostra una crescita esponenziale dell’idea dell’Infrastruttura as a Service come vettore fondamentale di competitività You & IaaS è la ricerca che Oracle dedica al mondo dell’Infrastruttura as a Service. La prima rilevazione si era avuta a giugno di quest’anno e a soli tre mesi di distanza è davvero […]

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Diffusi i risultati della seconda ricerca che mostra una crescita esponenziale dell’idea dell’Infrastruttura as a Service come vettore fondamentale di competitività

You & IaaS è la ricerca che Oracle dedica al mondo dell’Infrastruttura as a Service. La prima rilevazione si era avuta a giugno di quest’anno e a soli tre mesi di distanza è davvero curioso accorgersi di quanto le aziende italiane ed estere abbiano aumentato i loro livelli di consapevolezza circa i vantaggi di adottare un cloud in modalità servizio. Il report, realizzato assieme a Longitude Research, ha interpellato 1.610 professionisti IT in Italia, Australia, Germania, India, Malesia, Arabia Saudita, Singapore, Corea del Sud e Inghilterra.

A presentare la seconda edizione è Luigi Scappin, Sales Consulting and Business Solutions Senior Director di Oracle Italia, che ha evidenziato il cambio di passo, molto rapido, con cui il cloud si sta imponendo come driver essenziale di adattamento tecnologico in vari settori produttivi.

“Oggi IaaS in ambito cloud non indica solo un servizio ma la possibilità di abbracciare uno sviluppo concreto del proprio business; una sorta di container con cui guardare al futuro prelevando gli strumenti giusti nel momento più opportuno. In soli tre mesi le compagnie oggetto della nostra analisi hanno accresciuto la loro visione nell’importanza di affidarsi a una soluzione sulla nuvola as a Service, in quanto metodologia considerata utile a portare valore aggiunto all’IT sul lungo periodo”.

I numeri del rilancio

Parlando di numeri, e in particolari quelli che riguardano il nostro paese, Oracle ha evidenziato una crescita del 13% rispetto alla precedente rilevazione sulla convinzione che l’IaaS renda più semplice innovare processi e metodi di lavoro. Certo, l’Italia è ancora dietro i risultati percettivi raggiunti da altre nazioni (con picchi del 72%) ma se il trend è questo possiamo essere certi di un sicuro aumento della comprensione di quanto il cloud rappresenti un vettore di progresso che si pone sempre più come irrinunciabile.

Luigi Scappin, Sales Consulting and Business Solutions Senior Director di Oracle Italia

Italia prima

Ma c’è un dato in cui l’Italia supera la media degli intervistati: la ricerca ha evidenziato che il 73% delle aziende nostrane ritiene che lo IaaS consenta di raggiungere performance operative di altissimo livello in termini di velocità e disponibilità. Si tratta di una percentuale maggiore della media globale, pari al 68%, e più alta del 20% rispetto alla rilevazione del trimestre precedente.

Non rischiare di seguire dal fondo

Il commento di Scappin è chiaro: “Il report conferma che gli investimenti in infrastruttura cloud pagano. Sempre più aziende se ne stanno rendendo conto grazie all’incremento delle performance in parallelo alla crescita dei livelli di adozione. Anche il mercato italiano sta andando in quella direzione e le società che ancora non si sono impegnate in una strategia cloud devono agire in fretta se non vogliono rischiare di perdere competitività”.

Il passo successivo è quello dell’automatizzazione dei processi, integrati perfettamente con le metriche del cloud. L’obiettivo? Raggiungere un’ottimizzazione maggiore: “Il domani guarda all’automatismo perché così il flusso produttivo ci guadagna in riduzione dei costi e versatilità. Una piattaforma tecnologica come la nuvola sta diventando un contenitore di esperienze interessanti, assolutamente in divenire e mai statiche”.

L’offerta di Oracle

Oracle non può che rispondere a una tale richiesta con un miglioramento costante della propria offerta in ambito IaaS. Non a caso il gruppo si pone come visionario all’interno del quadrato che vede da una parte i leader consolidati, dall’altra i player nascenti e a sé le strategie più lungimiranti. Si tratta di un’affermazione che, secondo il team, si basa su fatti concreti e non attribuzioni autoproclamate e prive di fondamento: “I clienti che si affidano alla nostra Cloud Infrastructure – dice Scappin – stanno ottenendo risultati evidenti, mix di performance elevate e costi efficienti. La piattaforma offre agli utenti tutto ciò che serve per costruire, implementare e scalare applicazioni sul cloud, attraverso un set di strumenti in abbonamento che supporta qualunque carico di lavoro di livello enterprise”.

Insomma, il portfolio gestito dalla multinazionale è di assoluto valore e con esso Oracle si appresta ad accompagnare molti più soggetti nel loro percorso di trasformazione digitale.

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Una nuvola da campioni https://www.datamanager.it/2017/07/una-nuvola-da-campioni/ Thu, 20 Jul 2017 09:24:21 +0000 http://www.datamanager.it/?p=129014 Innovazione costante, performance, convenienza e customer experience assicurano al public cloud di OVH il primo posto in Europa nella classifica di Cloud Spectator Quella di OVH, fondata diciotto anni fa da un giovane visionario franco-polacco, che aveva avviato un business di hosting registrazione di domini Internet nella sua sala prove musicale, è una storia di […]

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Innovazione costante, performance, convenienza e customer experience assicurano al public cloud di OVH il primo posto in Europa nella classifica di Cloud Spectator

Quella di OVH, fondata diciotto anni fa da un giovane visionario franco-polacco, che aveva avviato un business di hosting registrazione di domini Internet nella sua sala prove musicale, è una storia di continua innovazione che ha saputo anticipare le evoluzioni del complesso mercato delle infrastrutture configurabili in modo dinamico. «Con l’avvento della trasformazione digitale, il cloud è la tecnologia che catalizza il maggiore interesse soprattutto con il paradigma dell’Infrastructure as a Service, il perno su cui ruota il cambiamento» – dice Dionigi Faccenda, sales & marketing director. OVH, sottolinea Faccenda, si è strutturata nel tempo per offrire un approccio consulenziale e applicare questo modello per implementare processi efficienti, lanciare nuovi servizi, misurarli, a beneficio di una customer experience sempre più a valore aggiunto.

Qualità garantita

«La customer experience rappresenta il punto di forza di aziende come OVH, digitale al cento per cento con modelli di vendita solo online e una contrattualistica valida per tutti i clienti, senza differenze». Grazie a una lunga e consolidata collaborazione con VMware, OVH fa leva sul software defined per realizzare un data center virtuale on demand che risponde in modo duttile alla richiesta di performance elevate, flessibilità e scalabilità, semplicità di migrazione: i fattori vincenti dei progetti hybrid cloud che sono ormai il fondamento delle aziende digitali. «Per essere competitive e innovative, le imprese devono ridurre il costo delle loro risorse IT» – avverte Faccenda. «Al contempo, devono aumentare la flessibilità e i data center virtuali di OVH sono la risposta migliore». In un contesto competitivo così complesso, tra host provider tradizionali, telco e cloud provider, quali sono i modelli di riferimento e i target di OVH? «La software defined infrastructure è destinata a un evidente predominio per le performance che riesce a garantire, oltretutto in una ottica analoga al private cloud» – afferma Faccenda. E qui OVH si sta imponendo rispetto ad altri concorrenti: poche settimane fa – secondo uno studio comparativo svolto da Cloud Spectator sulla base di 4 tipologie di server virtuali, performance e stabilità di CPU, spazio di storage e memoria – l’offerta OVH ha scalato la vetta, piazzandosi al primo posto per l’Europa e al secondo per il Nord America, superando molti concorrenti importanti, in riconoscimento di un cloud senza compromessi sul piano della qualità e sulla concorrenzialità delle tariffe.


#cloud #industry40 Primi in Europa i data center virtuali di @ovh_it
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Conformità ai regolamenti europei

Con il perfezionamento dell’acquisizione, proprio da VMware, della tecnologia e dei servizi di data center virtuale vCloud Air, OVH farà un ulteriore passo avanti anche in termini di semplicità della migrazione delle macchine virtuali verso ambienti di public e hybrid cloud. Un fattore competitivo importante, che viene incontro alla clientela storica di OVH, ancora molto forte nella PMI, ma che interessa in misura crescente anche le organizzazioni più grandi e dotate di skill interni. Per quanto automatizzato possa essere il provisioning di una infrastruttura definita via software, le competenze sono molto importanti e accedervi comporta difficoltà e spese. «Anche per questo – riprende Faccenda – abbiamo costruito una solida rete di partner e personalmente sto seguendo un programma mirato a reclutare, a livello europeo, system provider e managed service provider, che aiutino i nostri clienti nella progettazione e configurazione delle infrastrutture virtuali». A proposito di Europa e di assetto normativo, quanto conta la scelta di uno IaaS made in Europe? «La sensibilità nei confronti di provider europei sta crescendo» – risponde Faccenda, sottolineando l’importanza della iniziativa, lanciata proprio da OVH e da altri cloud provider, della certificazione Cloud Infrastructure Providers in Europe (CISPE), un bollino che certificherà i servizi impegnati a gestire i dati sensibili solo in Europa, in piena compliance con le regole attuali e future in materia di privacy e business continuity.


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I mille volti del cloud https://www.datamanager.it/2017/06/mille-volti-del-cloud/ Mon, 19 Jun 2017 10:21:19 +0000 http://www.datamanager.it/?p=126962 Cloud computing privato, infrastrutture ibride: i modelli dell’informatica “software defined”, di un diverso modo di concepire lo sviluppo applicativo, stanno finalmente prendendo piede. Con molte resistenze e freni di natura culturale e soprattutto formativa   Parlare di cloud computing nel pieno del processo di digital transformation scatenato dall’avvento della cosiddetta Terza Piattaforma (di cui il […]

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Cloud computing privato, infrastrutture ibride: i modelli dell’informatica “software defined”, di un diverso modo di concepire lo sviluppo applicativo, stanno finalmente prendendo piede. Con molte resistenze e freni di natura culturale e soprattutto formativa

 

Parlare di cloud computing nel pieno del processo di digital transformation scatenato dall’avvento della cosiddetta Terza Piattaforma (di cui il cloud è principale pilastro) può sembrare quasi pleonastico. Ma il cloud computing non è un mero schema architetturale, un paradigma immutabile nel tempo. Le tecnologie di virtualizzazione, o se si vuole di astrazione dai livelli fisici di una risorsa computazionale (e non solo computazionale) su cui poggia questa efficace metafora, sono in costante evoluzione e soprattutto sono pervasive. Non sono solo le singole “macchine” a essere virtualizzate nel cloud: anche le risorse e le funzioni di storage e di rete si allontanano sempre di più, dal punto di vista delle configurazioni e dell’orchestrazione, dai rispettivi substrati hardware. In parallelo, cresce l’adozione di modelli cloud più ibridi, dove contano la capacità di orchestrazione tra risorse allocate on premises e sul cloud pubblico e la presenza di validi strumenti di monitoraggio della reale performance di servizi e applicazioni. Non è quindi banale tornare a interrogarsi sull’evoluzione delle infrastrutture aziendali, sui livelli di virtualizzazione del o dei data center, sulle decisioni progettuali da prendere nel caso di adozione di servizi di cloud pubblico, o per il dispiegamento di applicazioni in ambienti ibridi. Collateralmente, una discussione sul cloud può affrontare il tema delle tecnologie – spesso open source – che fanno da contorno all’informatica di nuova generazione, come lo sviluppo agile, le applicazioni basate su microservizi, il modello di virtualizzazione dei container, la gestione delle API nell’ottica di un business digitale basato sull’esposizione – sia verso i partner sia verso il cloud pubblico, di servizi e dati, delle nuove modalità di gestione dello sviluppo applicativo, del testing e della messa in servizio, attraverso strumenti di DevOps e di misura dell’application performance. Ancora una volta, i partecipanti alla tavola rotonda sono stati chiamati a discutere in modo aperto e interattivo, intervenendo sul livello di maturità che i paradigmi del cloud hanno raggiunto all’interno delle rispettive organizzazioni e sull’adeguamento al cloud dei modelli di sviluppo applicativo. Sui cambiamenti avvenuti all’interno del data center, come pure sulle figure tecniche e decisionali preposte al governo dell’evoluzione infrastrutturale. Sull’uso di strumenti e approcci avanzati, dal DevOps all’application performance management, dall’agile development ai microservizi. Ma anche sul fenomeno visto in ottica di ecosistema, tra clienti finali, partner B2B e fornitori di soluzioni, servizi cloud e consulenza di system integration a essi orientati.

Sergio Patano research & consulting manager di IDC Italia – Massimo Calabrese CEO di OPEN-V – Daniele Savarè head of Service Line ICT Evolution di UniCredit Business Integrated Solutions – Moreno Carandente IT manager di Edison

IL MOMENTO DELLA MATURITÀ

A Sergio Patano, research & consulting manager di IDC Italia l’usuale compito di aprire la discussione, rivelatasi particolarmente ricca di esperienze e spunti, con qualche numero sull’evoluzione di un mercato che oggi, sottolinea l’esperto, ricorda per tassi di crescita i fasti del settore informatico dei primi anni Novanta. «Fenomeni come il broadband o il mobile, la realtà aumentata e virtuale, crescono a due o tre cifre e sono tutti riconducibili alla cosiddetta Terza piattaforma e ai fattori di accelerazione della trasformazione» – osserva Patano, aggiungendo che oltrepassata la soglia del miliardo di euro di valore, il mercato italiano del public e private cloud pone l’Italia, con una quindicina d’anni di ritardo rispetto a un’onda tecnologica che gli Stati Uniti cavalcano dai primi anni del terzo millennio, nel contesto della piena maturità del cloud. «Le aziende stanno cominciando a inserire soluzioni di automazione per liberare risorse IT a fronte della riduzione dei budget e del personale che deve gestire l’infrastruttura.

Diventa necessario implementare soluzioni di automazione che liberino dalle incombenze del day-by-day e facilitare l’allineamento all’e-business, anticipando le esigenze dell’impresa prima che siano gli stessi responsabili delle linee di business, ad acquisire servizi sul public cloud, dando luogo al complesso fenomeno della Shadow IT». Uno scenario che molti interventi alla tavola rotonda confermeranno. Prendendo in esame lo stato dell’arte della virtualizzazione, Patano sottolinea il crescente interesse nei confronti delle tre aree “software defined” delle infrastrutture. Aumentano i progetti in cui la virtualizzazione delle risorse di calcolo, storage e rete viene affrontata congiuntamente, anche se al momento la tecnologia del software defined network è ancora in ritardo. Perché le SDN sono così indietro? Secondo un sondaggio IDC condotto su 107 aziende italiane medio-grandi, il 15% confessa di nutrire timori nei confronti di tecnologie per le quali non si dispone di competenze interne, a fronte di una analoga percentuale che dà la priorità all’innovazione solo quando se ne percepiscono concretamente i benefici. «Il grosso del campione rimanda l’adozione di nuove tecnologie a quando queste sono mature, ma questo implica che nel momento in cui vengono adottate le tecnologie non sono più nuove. Chi aspetta troppo corre il rischio di perdere i vantaggi dell’innovazione e della sua leva competitiva». Analogo il discorso su metodologie avanzate come il DevOps, i cui livelli di adozione sono però incoraggianti. «Il DevOps, finalizzato alla creazione di applicazioni sempre più time-to-market, vive un momento di forte riscoperta» – conclude Patano. «In un’altra survey europea, condotta su un campione di 280 aziende, il 51% dichiara di averlo già adottato, altri lo stanno valutando, ma con quali finalità? Innanzitutto per la agilità e la velocità, per rispondere meglio e in tempi ridotti alle richieste da parte del business e dei clienti, migliorando quindi la customer experience e incrementando le revenue».

In rappresentanza di gruppo UniCredit è Daniele Savarè, head of Service Line ICT Evolution di UniCredit Business Integrated Solutions a delineare le strategie cloud della banca di interesse nazionale. La maggior parte dell’infrastruttura UniCredit è in outsourcing attraverso una joint venture con IBM, spiega Savarè. «In un framework contrattuale da mezzo miliardo all’anno di spesa ICT, abbiamo avviato un piano di trasformazione che riguarda tutte le torri infrastrutturali tra cui la parte inerente ai servizi cloud. Il primo passaggio consiste nello strutturarci meglio anche a livello di processi e disciplina interni, per poter disporre di un private cloud». Nel contesto normativo al quale una banca è vincolata per legge, osserva Savarè, soluzioni di public cloud non sono altrettanto percorribili. Per UniCredit lo sforzo di normalizzazione anche architetturale serve a evitare di duplicare in cloud le decine e decine di piattaforme oggi esistenti nel fisico come nel virtuale.

GOVERNANCE COMPLESSA

Questo non significa per UniCredit rinunciare del tutto a un approccio ibrido. «Sul public cloud sviluppiamo solo attività che non hanno necessità di memorizzazione di dati fuori dal data center. Per esempio, nell’high performance computing, dove aiuta molto disporre di grande flessibilità, abbiamo applicazioni in area rischi o gli ambienti di sviluppo dove tutti i dati sono anonimizzati e dove possiamo cogliere i vantaggi del DevOps». I benefici sono già evidenti, banalmente nel ridotto costo del consolidamento dei server ma soprattutto nella standardizzazione. «Il cloud ci consente di standardizzare molto la parte infrastrutturale e la parte applicativa. Questo – conclude Savarè – porta notevoli benefici indiretti, anche sul costo dell’operatività del data center». Come si procede dal punto di vista organizzativo e decisionale? «Quando il business manifesta un’esigenza, scatta un processo di demand management che stima i costi e disegna un’architettura, con un primo presidio da parte di un team infrastrutturale che decide quanto essa sia in linea con i nostri vincoli». Segue una fase di sviluppo per il provisioning di quanto definito e un’organizzazione interfacciata con l’outsourcer che controlla la riallocazione delle macchine. I progetti ultimati devono ricevere l’ok del “cliente” che li ha commissionati e prevedono un successivo piano di messa in produzione di release trimestrali. Un meccanismo di governance complesso, che permette di mantenere il corretto allineamento tra tecnologie e business.

In proporzione, interviene Moreno Carandente, IT manager di Edison, la complessità infrastrutturale e organizzativa della utility energetica è minore: «Anche Edison è in outsourcing con IBM e questo pone un limite – più di governance interna che di natura contrattuale – alle tecnologie utilizzate». In passato, Edison ha maturato diverse esperienze in ambito public cloud, ma il modello applicato alle infrastrutture software defined punta non tanto a soddisfare aspetti come la variabilità dei carichi computazionali, che sono piuttosto stabili, ma a rispondere a tematiche di agilità e velocità. «Abbiamo in pratica adottato un modello duale per affrontare con il cloud richieste estemporanee, che forse non arrivano neppure in produzione, ma che ci consentono di tamponare le richieste per poi strutturare un ambiente legacy più tradizionale». Edison, osserva ancora Carandente, ha attuato progetti di software defined network non tanto nelle connessioni al data center ma per esigenze di trasformazione legati ai nuovi contenuti multimediali poco compatibili alle precedenti infrastrutture MPLS. Per il futuro, è prevedibile una ulteriore evoluzione del cloud finalizzato al supporto di piattaforme di nuova generazione. «Nessuno si sognerebbe di configurare Hadoop su architetture non cloud, ma rimane l’esigenza di gestire queste nuove opportunità, quando su queste si è sviluppato del business».

Riccardo Garosi IT manager dell’Eco della Stampa – Alfredo Nulli CTO & EMEA cloud architect di Pure Storage – Giuseppe Pasceri CTO di Jobrapido – Roberto Contessa ICT manager di F.lli Branca Distillerie

IL CLOUD DIVENTA COGNITIVO

Massimo Calabrese, CEO di OPEN-V interviene, ribadendo l’importanza di due concetti espressi inizialmente da Sergio Patano di IDC. «Sono rimasto impressionato su due messaggi in particolare. Uno riguarda il software defined networking, ancora poco utilizzato, l’altro è il richiamo a una adozione più tempestiva dell’innovazione, che deve essere colta prima che diventi mainstream. Sono due messaggi assolutamente centrati». OPEN-V, prosegue Calabrese, è una engineering company la cui intelligenza è distribuita tra la California e la regione di Bangalore in India. I suoi giovanissimi sviluppatori producono una piattaforma completa open source – disponibile come appliance, on premises e as a service – che consente di costruirsi un’efficace infrastruttura cloud privata, “out of the box”. Il prodotto di OPEN-V  StackMax, implementa secondo Calabrese un approccio “cognitivo” al IaaS, adottando una virtualizzazione molto spinta anche per quello che riguarda quello che Calabrese considera il passo successivo dell’SDN, la Network Function Virtualization. «Tecnologie così avanzate, osserva Calabrese, oggi incontrano troppi freni dentro le aziende sia per fattori umani sia per l’attaccamento a processi ormai consolidati. Tutto questo rallenta l’adozione di strumenti come StackMax, che possono invece velocizzare il business, offrendo tra l’altro un dashboard centralizzato là dove occorre orchestrare risorse private e pubbliche in chiave di cloud computing ibrido».


#DMcloud Massimo Calabrese #OpenV Il cloud diventa cognitivo – videointervista
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La testimonianza di Riccardo Garosi, IT manager dell’Eco della Stampa, uno dei testimonial mondiali di OPEN-V, è in questo senso particolarmente istruttiva. Fondata nel 1901 e oggi leader assoluta del settore media monitoring, dove realizza servizi di rassegna stampa per radio e tv, web social media e supporti tradizionali, l’Eco della Stampa non è certo una organizzazione complessa o estesa. Pur essendo basata su una infrastruttura fortemente regionalizzata per assicurare la necessaria prossimità ai media locali – nel complesso – l’azienda conta solo 200 dipendenti. Il dipartimento IT, precisa Garosi, è di poche persone. «Disponiamo di due data center, uno dei quali dedicato al disaster recovery e abbiamo optato per il cloud in chiave IaaS per maggiore flessibilità, per poter superare certe necessità di elaborazione dei dati con forti carichi in determinate fasce orarie. OPEN-V ci ha consentito di semplificare al massimo la gestione». Pur essendo piccola, l’Eco della Stampa deve gestire una mole di dati davvero imponente: 150 canali televisivi, 400mila notizie web quotidiane, fino a 40mila pagine giornaliere di quotidiani e riviste. Il cloud computing, sottolinea Garosi, consente anche di essere particolarmente veloci nello sviluppo, con metodologie di tipo “Agile”, di nuovi servizi, con una catena organizzativa molto corta che, conclude il responsabile IT, favorisce la sintonia con gli obiettivi strategici. «Alcuni aspetti delle nostre applicazioni, per esempio l’identificazione automatica delle immagini televisive, realizzate con piattaforme GPU off-cloud, non è “cloudizzabile”. Ma è il business che guida tutto, sia l’adozione delle tecnologie sia lo sviluppo applicativo».

PROGRAMMARE PER IL SOFTWARE DEFINED

L’intimo legame tra il cloud computing e i framework applicativi più avanzati è la tematica affrontata da Alfredo Nulli, CTO & EMEA cloud architect di Pure Storage, specialista di sistemi di memoria di massa basati esclusivamente su tecnologia flash. Nulli spiega il ritardo nella diffusione di approcci software defined al networking con una considerazione che si rifà al Total Cost of Ownership degli apparati di rete: «Il motivo per cui molte aziende esitano davanti all’SDN è la presenza sul mercato di una generazione di dispositivi che hanno ancora molta intelligenza a bordo. Di fatto, scegliere SDN significa spendere due volte per una intelligenza che risiede nell’hardware e nel software». Nulli sottolinea anche l’importanza della demarcazione tra sistemi di archiviazione “software driven” – oggi la maggioranza – e “software defined”. «La vera infrastruttura software defined fatica a imporsi anche per problemi di scalabilità rispetto ai sistemi multipetabyte realizzabili attraverso le attuali piattaforme di virtualizzazione. Quando alle funzionalità software defined, devo aggiungere le prestazioni tipiche chieste dall’impresa, alta disponibilità, ridondanza, prestazioni, è ancora difficile raggiungere un TCO sostenibile rispetto a quello di modelli architetturali più tradizionali». Per Nulli però, al di là dei limiti tecnologici della componentistica, il vero salto di qualità arriverà quando il software defined riuscirà a colmare l’attuale vuoto formativo. «La Software Defined Infrastructure, a differenza di fenomeni del passato come Unix e lo stesso Linux, non emerge da una cultura universitaria, i giovani non ricevono sufficiente educazione superiore in materia». E infine si deve tener conto dei modelli applicativi, ancora fortemente radicati su infrastrutture fisiche o virtuali convenzionali. I processi aziendali, conclude Nulli, su applicazioni che non ammettono errori. «Bisogna ripensare questo approccio in ottica di microservizio per arrivare ad applicazioni per le quali le infrastrutture software defined saranno una logica conseguenza».


#DMcloud Alfredo Nulli @PureStorage Programmare per il software defined – videointervista
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IL LAVORO IDEALE?

LO DECIDE IL MICROSERVIZIO

Un esempio estremamente calzante di questo approccio viene da Giuseppe Pasceri, CTO di Jobrapido, una “ex startup”, fondata nel 2004 da Vito Lomele, «la cui prima sede – racconta Pasceri – era davvero all’interno di un garage». Dopo una prima cessione al gruppo britannico editore del Daily Mail, il motore di ricerca di posti di lavoro è approdato sulle coste californiane con il fondo di private equity Symphony Technology. Con Pasceri, il search engine alla base di questo servizio, operativo in 58 nazioni e in 20 lingue, ha imboccato un percorso di cambiamento che lo ha traghettato verso il modello dei microservizi, con l’adozione di piattaforme come la ricerca distribuita di Elasticsearch e l’orchestratore di servizi Mesos. «Con un carico di un miliardo di visite all’anno – spiega il CTO di Jobrapido – siamo estremamente data driven e siamo partiti dalla convergenza dei data center per poi sviluppare in casa le tecnologie cloud. Oggi, stiamo scalando sia sulla parte di search engine sia sui microservizi da un mondo monolitico tradizionale al modello dei microsistemi e servizi, che oggi sono già più di trenta». Il progetto procede parallelamente a una trasformazione organizzativa che punta a creare team di lavoro cross-funzionali che grazie al cloud abbattono i normali concetti di silos tecnologici. «Il cloud elimina questi silos, ma l’aspetto organizzativo aziendale deve seguire su questa stessa traccia» – conclude Pasceri. In altre parole le linee di business devono essere orientate end-to-end su un determinato risultato e le decisioni non vengono prese perché c’è un silos che domina rispetto a un altro. «Quando c’è un team che si occupa dei livelli applicativi e infastrutturali, la metodologia DevOps è connaturata, non ha un DNA estraneo, da trapiantare». Forte di questa trasformazione, Jobrapido si sta orientando verso un motore di ricerca cognitivo, o come osserva Pasceri, “comportamentale”. «Non ci sarà bisogno di chiedere il curriculum vitae di un candidato: dai suoi comportamenti in rete, sapremo chi è e qual è il lavoro più giusto per il potenziale candidato senza neppure che lui lo sappia».

Da una Internet startup con meno di quindici anni di vita a un’azienda fondata nel 1905 e custode di una ricetta di famiglia per un liquore apprezzato in tutto il mondo, il passo tecnologico sembra essere molto lungo, ma Roberto Contessa, ICT manager di F.lli Branca Distillerie, ci ricorda come la trasformazione digitale sia davvero un comune patrimonio di idee e rinnovamento. F.lli Branca produce liquori, non software o prodotti ad alto contenuto tecnologico, osserva Contessa, ma non rinuncia al modello SaaS per le sue piattaforme strategiche ERP. «Come cambia il lavoro del CIO? Prima dovevamo fare “cherry picking” sui prodotti migliori, integrarli con i sistemi esistenti in azienda. Dieci anni fa, si lavorava per identificare il software più adatto e calibrare una intera infrastruttura hardware. Oggi, scegliamo un software erogato direttamente attraverso un cloud pubblico, un lavoro di natura più contrattuale per determinare i parametri per il rispetto di determinati SLA». Il cambiamento in Branca è iniziato da qualche anno e, sottolinea Contessa, è favorito da una dirigenza molto aperta al cambiamento. La “cloudizzazione” ha portato a un progressivo svuotamento della sala macchine Branca, a favore di un’infrastruttura basata sull’orchestrazione di applicativi e servizi, inclusa la messaggistica EDI su cui si basa la logistica esterna, anch’essa affidata a un intermediatore. «La complessità dalla gestione si è trasferita dalle macchine al networking tra i vari fornitori di servizio».

Giuseppe Ceglie responsabile del dipartimento Infrastrutture Tecnologiche di Lombardia Informatica – Dionigi Faccenda sales marketing director di OVH – Fausto Gentili IT manager di CRIF

SKILL E ANCORA SKILL

Proprio in rappresentanza di un fornitore di servizi hosting avanzati, si inseriscono a questo punto le considerazioni di Dionigi Faccenda, sales marketing di OVH. Il cloud provider francese, racconta Faccenda, è stato fondato nel 1999 da un giovane visionario di origini polacche Octave Klaba, nella sala prove del suo studio di musicista. La crescita recente di questa “azienda-data center”, testimonia l’enorme successo della virtualizzazione. «Solo tre anni fa, eravamo cinquecento. Oggi, siamo duemila persone e disponiamo in Europa, e non solo, di oltre venti data center, con l’obiettivo di raggiungere quota 27 entro fine anno e 50 entro il 2025. Per darvi un’idea: attualmente, la nostra capacità di messa in produzione è di cinquecento server al giorno, vantiamo più di un milione di clienti business e ospitiamo oltre 18 milioni di applicazioni. A conferma di quanto dice IDC, l’Italia è uno dei mercati più vivaci, e oggi conta 34mila clienti con una rete di partner molto efficace». Per lo sviluppo del suo public cloud, OVH utilizza la piattaforma OpenStack e la sua familiarità con le tecnologie VMware l’ha indotta pochi mesi fa, a rilevare dalla stessa VMware l’infrastruttura vCloud Air, realizzata su tecnologia vSphere. «La nostra ambizione, sottolinea Faccenda, è di diventare un punto di riferimento europeo, alla stregua di cloud provider come Amazon e Microsoft». L’argomento più caldo, per il responsabile commerciale di OVH, è quello delle competenze. «Per i nostri clienti, che da sempre danno priorità a questioni come la sicurezza e la privacy, le competenze stanno diventando un argomento chiave» – sottolinea Faccenda. Configurare una macchina virtuale, orchestrare un servizio cloud, richiede skills e grandi capacità di produrre codice e script. Da qui, la necessità di affidarsi a provider che affiancano la capacità di governo di tecnologie cloud avanzate, utilizzando al proprio interno metodologie di sviluppo agile, a una solida cultura di consulenza e progettazione infrastrutturale messa al servizio dei clienti.


#DMcloud Dionigi Faccenda @ovh_it Zero lock-in – videointervista
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VIRTUALIZZAZIONE E CONSOLIDAMENTO

Giuseppe Ceglie, responsabile del Dipartimento Infrastrutture Tecnologiche di Lombardia Informatica, la società in-house che eroga circa settecento servizi alla PA, alle aziende sanitarie e agli abitanti di Regione Lombardia, propone un’ulteriore articolazione del cloud come efficace strumento di consolidamento e razionalizzazione. «Negli ultimi tre anni, abbiamo portato avanti un consolidamento infrastrutturale, approcciando anche il cloud con due diverse visioni: una a uso interno, per la nostra piattaforma di erogazione di servizi, l’altra orientata alla razionalizzazione dell’informatica pubblica lombarda» – racconta Ceglie. In Lombardia esistono circa 600 centri di elaborazione, in genere molto piccoli ma “fatti in casa” con molte dispersioni. Ci siamo fatti promotori di un’iniziativa che ha approcciato il tema cloud prima su un numero limitato di Aziende Sanitarie Locali e oggi vogliamo estendere la razionalizzazione a tutto il territorio». Unificare il contesto infrastrutturale, aggiunge Ceglie, è la migliore premessa di una costruttiva messa a fattor comune di un patrimonio applicativo oggi enormemente variegato, con inevitabili conseguenze su una burocrazia che non riesce a presentare un volto uniforme ed efficiente. Ceglie precisa inoltre che il progetto, finalizzato inizialmente alla creazione di un private cloud, oggi è aperto a una visione cloud più ibrida, e non è un caso se, anche dal punto di vista organizzativo, è stato creato un team più vicino alle esigenze di una vera e propria gestione infrastrutturale. «Il dipartimento che nasce dalla riorganizzazione si definisce Infrastruttura Tecnologica proprio perché ci siamo posti il tema della governance di risorse che possono provenire anche dall’esterno del nostro perimetro classico». Anche la presa in carico di metodologie più avanzate, come DevOps e altre di cui sono stati realizzati i primi proof of concept. «Il tema è sicuramente di interesse per noi, perché è una risposta a una precisa richiesta dei clienti in termini di erogazione e sviluppo di nuove applicazioni».

La discussione, apertasi con l’intervento di UniCredit, si chiude con CRIF, società di informazione creditizia rappresentata al tavolo dal CIO, Fausto Gentili. La natura molto sensibile dei dati trattati da CRIF spiega, secondo Gentili, la relativa mancanza di una consolidata esperienza di cloud computing in chiave pubblica, almeno sul core delle attività dell’organizzazione. «Abbiamo esperienze collaterali in ambito di collaboration, e-learning, security in mobilità» – riferisce il CIO. «Utilizziamo però virtualizzazione e automazione sui nostri cinquemila server e stiamo entrando nella iperconvergenza e anche nel software defined, inglobando molte tecnologie che un tempo avevamo esternalizzato». I punti di criticità che Gentili dice di vedere ancora nel cloud computing riguardano ancora l’ambito contrattuale e legale, dove i fornitori non sembrano ancora aver raggiunto un sufficiente grado di maturità e ampiezza di copertura. Altra difficoltà, soprattutto per chi ha sviluppato molto al proprio interno, sta nella necessità di integrare e far interagire una volta entrati in un ambito infrastrutturale IaaS. «L’aspetto interessante del cloud, per quanto ci riguarda, è la capacità di calcolo. Noi stiamo ragionando su potenzialità di riconoscimento dei nostri processi, del nostro patrimonio informativo perché disponiamo di un grande bagaglio procedurale e siamo convinti di poter fare molto, per assimilare meglio le numerose acquisizioni, a livello di documentazione di disciplina di queste procedure». Un secondo aspetto è il potenziale da esplorare in area di gestione dei rischi e analisi predittiva. «Il patrimonio informativo di cui disponiamo ci permetterebbe di identificare dei pattern che all’analisi umana sfuggirebbero. Inoltre, stiamo pensando di lavorare con chi ha esperienza in intelligenza artificiale per valorizzare questo tesoro nascosto». È inevitabile – conclude Gentili, con un messaggio che vale per tutti i suoi colleghi preposti al governo delle tecnologie – che per poter scoprire e sfruttare questi giacimenti le infrastrutture evolvano verso il software defined. «Pur superando le varie forme di resistenza nei confronti di un dato da conferire sul cloud, resta al momento un grande problema di natura culturale, di conoscenza e di capacità che va dalla scrittura di codice all’interazione con un mondo profondamente diverso».

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Retelit: Iperconvergenza, la via al cambiamento https://www.datamanager.it/2016/12/retelit-iperconvergenza-la-via-al-cambiamento/ Mon, 19 Dec 2016 13:27:56 +0000 http://www.datamanager.it/?p=115908 La tecnologia di Iperconvergenza permette di sfruttare servizi flessibili e in grado di adattarsi alle esigenze dei clienti tramite soluzioni avanzate in modalità IaaS   Retelit è tra i principali operatori italiani di servizi dati e infrastrutture per il mercato delle telecomunicazioni. La società può contare su una rete in fibra ottica proprietaria, che si estende […]

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La tecnologia di Iperconvergenza permette di sfruttare servizi flessibili e in grado di adattarsi alle esigenze dei clienti tramite soluzioni avanzate in modalità IaaS

 

Retelit è tra i principali operatori italiani di servizi dati e infrastrutture per il mercato delle telecomunicazioni. La società può contare su una rete in fibra ottica proprietaria, che si estende per oltre 9.700 chilometri, collegando nove reti metropolitane e quattordici data center. Con una struttura del genere, può offrire soluzioni avanzate broadband e ultra-broadband, sia a scopo privato (IP ed Ethernet) che di classica erogazione Internet. La necessità è quella di avere una base solida, affidabile e sempre disponibile, per garantirsi, e garantire ai clienti, una continuità costante del servizio.

Per dar seguito a tali esigenze, la piattaforma deve soddisfare requisiti di flessibilità e scalabilità, gli unici che permettono un adattamento funzionale delle risorse, a seconda dei bisogni degli utenti finali: in questo modo si passa dalle semplici stanze virtuali a veri e propri ambienti di disaster recovery, contesti di utilizzo decisamente diversi ma non per questo esclusivi. Ma Retelit è in grado di andare oltre, con il nuovo modello di Iperconvergenza, che assicura qualità nell’accesso e una solida ridondanza locale e geografica.

Scegliere una hyper-converged infrastructure (HCI) non è più una novità, soprattutto per chi vuole dotarsi di una soluzione versatile e con un TCO minimo, praticamente inesistente. L’approccio, a metà strada tra la scelta di un classico data center e il cloud, ha alla base un server x86, potenziato da software che oramai non hanno nulla da invidiare a server e storage dedicati. Al fianco dei trend che vedono prevalere fenomeni come il software-defined e un cloud più intelligente ed evoluto, l’iperconvergenza è ciò che consente alla società di considerare uno schema per l’IT aziendale vicino alle caratteristiche di agilità e adattabilità, comuni a chi vuole reagire a cambi di scenario improvvisi.

L’iperconvergenza sta suscitando sempre più l’interesse di organizzazioni di ogni dimensione e dei mercati verticali, che studiano i modi migliori per ridurre la complessità dei propri sistemi. Tutto scaturisce dall’evidenza che, con lo sviluppo dei reparti IT, destinati a rispondere ai nuovi workflow produttivi, l’eterogeneità hardware e software è cresciuta a dismisura. Il risultato è oggi un insieme di architetture poco flessibili e dal costo eccessivo. Per questo, se adottata correttamente, l’hyper-converged diviene una scelta vincente, che può trasformare il modo di fare impresa.

C’è da fare una premessa: la maggior parte delle aziende che valuta la possibilità di adottare una soluzione iperconvergente dispone già di un data center. Cosa farne? Non sempre la volontà è quella di sostituire l’infrastruttura o di gestirla come due ambienti distinti e separati. Qui arriva Retelit, con la sua soluzione di Iperconvergenza. Tramite quest’ultima, le risorse esistenti possono coesistere con il nuovo ambiente, impiegando gradualmente la hyper-converged infrastructure durante i normali cicli di sostituzione. Inoltre, con l’aumento degli investimenti si ottengono maggiori vantaggi, grazie all’evoluzione di una configurazione dal potenziale evidente.


#hyperconvergence Con @SimpliVityCorp @Retelit semplifica IT, operations e data
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Il vantaggio della soluzione

In un panorama del genere, abbiamo chiesto a Luca Cardone, marketing manager del Gruppo Retelit, in che modo l’azienda ha integrato nel flusso dell’offerta le implementazioni di Iperconvergenza, arrivando così a costruire un ecosistema avanzato leader sul mercato: «Siamo partiti con il chiederci quali fossero i bisogni dei soggetti che compongono il tessuto produttivo del nostro paese. Da qui, abbiamo lavorato per capire come le nostre competenze potessero soddisfarli. Con il sostegno di una folta schiera di data center, sparsi per tutto il territorio, e di una vasta infrastruttura in fibra ottica, non abbiamo avuto difficoltà nello sviluppare una soluzione che permettesse ai clienti di esternalizzare le proprie attività ma anche di beneficiare di un servizio a 360 gradi all’interno dei nostri sistemi».

In altre parole, Retelit dota chi si affida al suo know-how, di macchine e tecnologie di iperconvergenza, fruibili con virtual machine con capacità computazionale, RAM e storage. Il bello è che tutto è configurabile e integrabile un passo alla volta, senza cioè dover rivoluzionare in toto l’architettura già in uso. Si tratta di un passaggio essenziale, soprattutto per le piccole e medie imprese che sono più inclini a cogliere l’innovazione ma che più di altre temono per la spesa e la gestione delle risorse. Secondo Retelit, l’iperconvergenza è la via maggiormente percorribile per svecchiare metodologie e processi industriali oramai superati.

Sicurezza e qualità

«Le PMI che decidono di intraprendere un percorso di trasformazione digitale con noi ottengono maggiori benefici, spesso a un prezzo inferiore» – continua Cardone. «Non è da sottovalutare che i cambiamenti in atto richiedono una concreta evoluzione dell’infrastruttura che fa da base al proprio business. Retelit, attraverso un rapporto diretto, solleva gli imprenditori da una simile incombenza, ospitando i server nei suoi data center senza problemi di connettività esterna, anzi fornendo una qualità anche superiore alla concorrenza, perché proprietaria. A questo punto, si può decidere di trasferire tutte le applicazioni sul virtual data center impostato dai nostri tecnici, sfruttando i servizi in modalità IaaS con la tranquillità di confidare in un fornitore che provvede alla rete VPN, a quella fisica, allo storage, alla connettività, alla sicurezza e quant’altro». Proprio la protezione è uno dei pilastri nella strategia propositiva di Retelit. La sicurezza dei dati può essere concepita come un continuum: «A un’estremità si collocano i dispositivi interni al server, come gli adattatori RAID, il mirroring e altri metodi di difesa in locale attivi sul server. All’altra ci sono le sofisticate tecniche di disaster recovery. Ma non è finita qui, perché al centro trovano spazio le tradizionali tecnologie di backup e ripristino dei dati» – spiega il marketing manager di Retelit. «Il livello di supporto e di funzionalità assicura la protezione in caso di guasti dell’hardware ma va oltre, fino a raggiungere nuovi livelli di protezione come: la replica tra siti (che consente di ottenere una continuità delle operazioni anche quando diventano indisponibili intere porzioni del data center); il ripristino dei sistemi di mission critical; opzioni avanzate di business continuity e di duplicazione. La vicinanza con i clienti, in momenti “particolari”, è data anche dalla possibilità di avere postazioni adiacenti ai data center, per dar seguito al lavoro, in ogni situazione». Insomma, continuità e recupero sono elementi essenziali per Retelit.

L’aspetto tecnologico

L’iperconvergenza come fattore di successo anche in ambito privato, vista la possibilità di usufruire dei servizi dell’operatore in alternativa a quelli delle telco: «Il nostro punto di forza è l’offerta di un’integrazione sia orizzontale che verticale. Orizzontale perché è Retelit che gestisce la catena tecnologica: dalla fibra ai data center e le virtual machine. Verticale perché presidiamo anche il livello superiore, fino al Platform as a Service, senza realizzare i software finali ma affidandoci a partner strategici capaci di massimizzare la loro presenza nella nostra rete commerciale. Quello che ci distingue dagli altri è il presidio dell’aspetto tecnologico, frutto di uno scouting accurato. Proprio con l’iperconvergenza proseguiamo il cammino di innovazione in parallelo alle scelte tradizionali ma ponderate su misura e in relazione agli effettivi bisogni di una scalabilità omogenea. Siamo convinti che l’outsourcing di qualità sia una scelta vantaggiosa, non più solo onerosa».

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Red Hat, l’open source come scelta vincente https://www.datamanager.it/2016/12/red-hat-lopen-source-scelta-vincente/ Mon, 19 Dec 2016 10:12:04 +0000 http://www.datamanager.it/?p=116033 Il modello di sviluppo “aperto” come leva dell’integrazione tra i servizi e driver di trasformazione digitale per sostenere e diffondere la cultura dell’innovazione Red Hat è il leader mondiale nelle soluzioni open source per le aziende, con una storia ultraventennale che parla di collaborazione con leader IT, sviluppatori e partner, all’insegna di un modello “comunitario” dal […]

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Il modello di sviluppo “aperto” come leva dell’integrazione tra i servizi e driver di trasformazione digitale per sostenere e diffondere la cultura dell’innovazione

Red Hat è il leader mondiale nelle soluzioni open source per le aziende, con una storia ultraventennale che parla di collaborazione con leader IT, sviluppatori e partner, all’insegna di un modello “comunitario” dal quale sono nate tecnologie come Red Hat Enterprise Linux e tante altre.

Oggi, l’azienda è quotata alla Borsa di New York, fattura oltre due miliardi di dollari e ha una presenza diffusa in tutto il mondo, contando più del 90% delle aziende di Fortune 500 tra i propri clienti. L’approccio “open” offre diversi vantaggi nel mondo del business digitale, come spiega Edoardo Schepis, presales manager di Red Hat Italia: «Al primo posto, citerei l’innovazione. Grazie alla collaborazione consentita dal modello di sviluppo open, la percentuale di soluzioni innovative rilasciate è molto elevata». Le tecnologie e i servizi applicativi sviluppati in questo modo sono all’avanguardia e coprono tutti i settori industriali grazie alla collaborazione delle compagnie coinvolte. «Stiamo parlando di innovazione tecnologica in mercati reali che si stanno trasformando per rispondere alle nuove esigenze di business, in ambito finance (analytics, blockchain, IoT…), nelle aziende di telecomunicazioni (software defined data center, NFV…), nella pubblica amministrazione (identità digitale, sicurezza, integrazione domini…), solo per citarne alcuni» – afferma Schepis.


.@RedHatItaly #OpenSource come modello di #Trasformazione e #Sviluppo
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Sviluppo collaborativo

Un altro vantaggio è il modello di sviluppo collaborativo. Collaborazione significa arricchimento culturale che porta anche alla crescita professionale dei talenti coinvolti e alla creazione di network tra aziende e persone. «Red Hat ha creato un modello di business sostenibile a partire dalle soluzioni tecnologiche open, fornendo servizi a valore aggiunto intorno ai progetti open source di maggiore successo». Nell’ambito dello sviluppo applicativo, l’azienda ha costruito negli anni un portafoglio ricco di soluzioni. «Siamo partiti da JBoss Application Server (Red Hat EAP) e abbiamo aggiunto nel corso degli ultimi anni altri progetti di enorme successo».
Grazie a tecnologie per il cloud privato come il “Platform as a Service OpenShift” e grazie al supporto del cloud pubblico è poi possibile sviluppare applicazioni o creare servizi per ambienti ibridi e per architetture a container. Infine Red Hat ha acquisito di recente 3Scale, leader nelle soluzioni di API management per esporre, al pubblico e alle terze parti, servizi facilmente consumabili, ma allo stesso tempo sicuri e controllati, particolarmente interessanti per servizi di pagamento nel mercato interno.

Approccio open per crescere

Ma il business del futuro sarà sempre più all’insegna di big data, cloud, IoT e mobility, e anche qui il mondo open source presenta vantaggi significativi in termini di approccio distribuito e non centralizzato per coordinare più agevolmente l’integrazione di servizi. Ugo Landini, solutions architect di Red Hat Italia, spiega infatti che «Red Hat offre una vasta gamma di tecnologie middleware: rules engine e business process management (Red Hat BPMS), Apache Camel e ActiveMQ per l’integrazione e la messaggistica (JBoss Fuse), Teiid per la virtualizzazione dei dati provenienti da più fonti (JBoss Data Virtualization) e Infinispan per il caching (Red Hat JBoss Data Grid)». Tutte queste tecnologie si possono combinare liberamente fra di loro. Per quanto riguarda l’integrazione, Red Hat JBoss Fuse offre servizi specifici, anche di messaggistica, che sono così flessibili da poter essere utilizzati sia nei classici data center che in gateway per l’IoT con hardware dalle risorse limitatissime. Per quanto riguarda infine la maturità generale del mercato italiano dal punto di vista dell’IT, il nostro Paese non sembra brillare sulla scena internazionale, ma questo significa, in positivo, che possono essere proposte soluzioni già “collaudate” in altri paesi. «Grazie all’open source è dunque molto più semplice lavorare su problemi non banali senza spostarsi da casa e collaborando con i migliori ingegneri del mondo, e credo che questo contribuisca notevolmente alla diffusione della trasformazione digitale in Italia, seguendo un modello di sviluppo collaborativo. Red Hat si trova quindi in una posizione unica per sostenere e diffondere la cultura dell’innovazione e della trasformazione digitale».

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Red Hat – Messaggeri di trasformazione https://www.datamanager.it/2016/10/red-hat-messaggeri-trasformazione/ Sat, 29 Oct 2016 08:19:44 +0000 http://www.datamanager.it/?p=111995 Nata come azienda monoprodotto, Red Hat ha saputo realizzare un portafoglio di soluzioni open source con cui le aziende possono vincere tutte le sfide architetturali del business digitale. Per Gianni Anguilletti, country manager di Red Hat in Italia, le parole d’ordine sono: «Trasformazione, integrazione e virtualizzazione» Se il software open source è sempre più al […]

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Nata come azienda monoprodotto, Red Hat ha saputo realizzare un portafoglio di soluzioni open source con cui le aziende possono vincere tutte le sfide architetturali del business digitale. Per Gianni Anguilletti, country manager di Red Hat in Italia, le parole d’ordine sono: «Trasformazione, integrazione e virtualizzazione»

Se il software open source è sempre più al centro dell’esteso e articolato fenomeno della trasformazione digitale, al centro dell’industria del software open source c’è, con la sua ampia offerta di prodotti infrastrutturali e servizi di classe enterprise, un’azienda ormai vicina al quarto di secolo di vita, finanziariamente solida e ispirata a un modello altrettanto aperto, che può a buon diritto fungere da “success story” in un ambito dell’IT che ha faticato più del dovuto per liberarsi da una reputazione di scarsa compatibilità con le esigenze “di business”. Oggi che l’open source è diventato sinonimo di affidabilità, robustezza e varietà applicativa e funzionale, tanto da sostenere l’operatività e i maggiori progetti di innovazione in settori come il finance, le telecomunicazioni, l’industria e l’energy, l’azienda Red Hat è diventata un leader globale riconosciuto nella fornitura di piattaforme infrastrutturali open source. Un partner capace, con i suoi servizi professionali, non solo di affiancare i clienti nella piena implementazione di queste soluzioni, ma anche di fare da guida e punto di riferimento, nella promozione – tra le imprese – della cultura e delle metodologie di sviluppo “comunitario” che caratterizzano questa tipologia di software.


.@RedHatItaly Gianni Anguilletti #RedHat Messaggeri di trasformazione
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Una vera e propria università della digital transformation, dove tutti possono dare e ricevere importanti contributi di innovazione, delle tecnologie e dei processi aziendali. Fondata nel 1993 e focalizzata per tutta la prima parte della sua storia sulla piattaforma Red Hat Enterprise Linux, l’azienda guidata da Jim Whitehurst ebbe una svolta fondamentale tra il 2006 e il 2008, con una doppia acquisizione: JBoss, azienda con in pancia un potente framework middleware per lo sviluppo applicativo Java, oggi inserito nel portafoglio di soluzioni Red Hat per la creazione di architetture orientate a servizi e microservizi; e Qumranet, titolare del progetto di hypervisor open source KVM alla base delle sue tecnologie di virtualizzazione. Nei due uffici di Milano e Roma, operano un centinaio dei novemila dipendenti a livello globale e come ci spiega Gianni Anguilletti, country manager di Red Hat in Italia, oggi inizia una nuova missione: «Sostenere le iniziative della trasformazione attraverso lo stack tecnologico e infrastrutturale più completo ed economicamente sostenibile del mercato». Su Enterprise Linux, Red Hat ha costruito un portafoglio di framework e piattaforme che comprende tutti i componenti per la messa a punto di potenti architetture cloud per il Platform e l’Infrastructure as a Service».

Massimo Cazzaniga sales director
Massimo Cazzaniga
sales director

NON PIÙ SOLO LINUX

Queste architetture, prosegue Anguilletti, sono il fattore abilitante della trasformazione digitale, «definizione in cui confluiscono le tre qualità di organizzazioni più “intelligenti”. Abili cioè nel raccogliere, gestire e interpretare crescenti volumi di dati che servono a cogliere nuove opportunità organizzative e di mercato; capaci di rispondere alle dinamiche così intercettate con prodotti e servizi realmente innovativi, che possono fare la differenza sul piano competitivo; e in grado di fare tutto questo con investimenti più sostenibili, rispettando il principio universale, “fare di più con meno”, che sembra essere diventato il mantra di qualsiasi attività». Da provider essenzialmente monoprodotto, l’azienda di Raleigh, nel North Carolina, agisce e fa ricerca e sviluppo in ben cinque aree: il sistema operativo, che rimane ovviamente un punto fermo, il middleware, la virtualizzazione, il cloud e il software defined storage. Sempre in base al modello imprenditoriale su cui si muovono le realtà dell’open source, accanto alle soluzioni vive una forte componente di servizio, che non si ferma al classico training sulla implementazione e l’uso dei prodotti presso i clienti.

«La nostra divisione di servizio agisce anche in relazione a metodologie ad alto valore aggiunto, il DevOps, lo sviluppo software “agile”, in modo che i clienti possano dare valore alle architetture implementate, facendo leva sui trend tecnologici più innovativi e profittevoli, come Big Data, l’Internet delle cose, la mobilità e le tecnologie software emergenti come i microservizi e i software containers». Anche per il bilancio di Red Hat, che è quotata al NYSE, le attività riferibili ai servizi di sviluppo applicativo e alle tecnologie emergenti danno un contributo importante e in crescita rispetto ai ricavi legati alla tradizionale offerta “by subscription”. Nell’anno fiscale 2015-2016, in cui Red Hat – che cresce a due cifre da ben 58 trimestri – ha superato per la prima volta la soglia dei due miliardi di dollari di fatturato. Le soluzioni di tipo infrastrutturale hanno generato 1,48 miliardi (con una crescita anno su anno pari al 12%) attraverso gli abbonamenti che rappresentano la formula contrattuale più utilizzata dai clienti, e cioè l’88% del fatturato annuo. La quota di fatturato dovuto ad abbonamenti a servizi di sviluppo e tecnologie innovative è di 323 milioni, con un +37% rispetto al 2015, segno – osserva Anguilletti – di una azienda in continua evoluzione. «Il nostro successo e l’efficacia delle nostre strategie spiegano perché oggi Red Hat è partner di nove aziende Fortune 500 su dieci».


.@RedHatItaly Gianni Anguilletti #Trasformazione #Integrazione #Virtualizzazione
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LIBERI DI INNOVARE

Il modello di apertura che Red Hat adotta fin dai suoi esordi, sottolinea ancora Anguilletti, ha portato l’azienda a seguire altri due assi portanti. «Siamo nemici di ogni forma di “vendor lock-in”. Il nostro stack è molto completo, ma i clienti non devono per forza implementarlo interamente, ma devono sentirsi liberi di utilizzare la versione di Linux, il middleware o le altre componenti su cui hanno già investito. Un altro dei nostri punti fermi è any application, anytime, anywhere. Grazie alle innumerevoli certificazioni di sistemi hardware, piattaforme e cloud provider, i clienti possono porre in esercizio le loro applicazioni sul loro data center, su cloud privato e ibrido, avvalendosi di tutti i fornitori di public cloud». Oltre che nei confronti di questi provider, Red Hat vuole essere “agnostica” anche nelle partnership con i costruttori di hardware e i system integrator.

Antonio Leo head of Partners & Territory
Antonio Leo
head of Partners & Territory

Come viene accolto questo modello di apertura e trasformazione in Italia? Il mondo imprenditoriale italiano risponde positivamente al messaggio innovatore dell’open source? «Non è nostra abitudine fornire dati scorporati per le singole nazioni ma l’Italia mostra da tempo tassi di crescita allineati, se non superiori, a quelli di Red Hat nel suo complesso» – afferma Anguilletti. I segnali più positivi, prosegue il responsabile, anticipando le parole del suo sales director, Massimo Cazzaniga, si riferiscono alle relazioni che Red Hat instaura con i suoi clienti di riferimento, relazioni che evolvono in una chiave assolutamente strategica. «Ci sentiamo impegnati non solo nel dare a questi clienti più capacità ed efficienza ma anche nel coinvolgerli nei “segreti” dell’open source. Partecipando direttamente alla comunità, questi clienti imparano a essere ancora più innovativi, a ritmi ancora più serrati. Ci chiedono anche di raccontare loro come Red Hat stessa porta avanti i propri progetti di sviluppo, come implementiamo le tecnologie della trasformazione». Uno dei motivi, quest’ultimo, per cui Red Hat ha messo a punto servizi espressamente dedicati a utenti che sono sempre più costruttori di innovazione. Dietro l’industria dell’open source c’è un aspetto motivazionale da non trascurare, conclude Anguilletti: «La consapevolezza, per chi lavora in Red Hat e per chi collabora ai vari progetti di sviluppo, di essere partecipi di un’ondata di creazione e divulgazione di tecnologie innovative, che oltre a dare un ritorno economico contribuisce a cambiare il volto dell’IT e delle organizzazioni aziendali».


.@RedHatItaly Gianni Anguilletti Any application, anytime, anywhere @RedHatNews
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OPEN SOURCE COME LEVA DI TRASFORMAZIONE

Anche in Italia, secondo il responsabile commerciale di Red Hat, Massimo Cazzaniga, le fasi in cui open source era sinonimo di gratuità e il sistema operativo Linux doveva ancora acquisire la propria legittimità nel mondo enterprise sono ormai chiuse. Si è aperta piuttosto una terza fase: quella dell’open source come leva di trasformazione. Nel suo ruolo, Cazzaniga guida la struttura preposta ai clienti enterprise che investono maggiormente in soluzioni open source. Nel complesso, quasi un centinaio di aziende e pubbliche amministrazioni che meritano un supporto commerciale dedicato. «In passato, riuscivamo a essere incisivi su un numero più limitato di clienti» – spiega Cazzaniga. Ora ci siamo organizzati in modo da poter essere più presenti sulla clientela di fascia alta. L’offerta Red Hat è molto più evoluta, tocca vari ambiti aziendali, varie divisioni del cliente. Non più solo la parte più infrastrutturale, ma anche lo sviluppo applicativo, il marketing, le aree business ci chiedono un coinvolgimento diverso». Il team di Cazzaniga è composto da sales specialist con una specifica competenza nei cinque ambiti del portafoglio di soluzioni Red Hat e su otto key account manager capaci di orchestrare le risorse che vanno a operare sui determinati clienti, avvalendosi anche del supporto offerto da una nuova figura, il “named account inside sales”, pensata per avvicinare Red Hat ai clienti e ai territori, incrementando ulteriormente la conoscenza del mercato. Red Hat, aggiunge Cazzaniga, mantiene una forte attitudine a operare attraverso i partner del canale indiretto, «anche se spesso i clienti top sono seguiti con attenzione, direttamente da Red Hat, che mette a disposizione risorse di business, progettuali e tecnologiche, oltre che dal suo ecosistema di partner specializzati sulle diverse soluzioni».

Dal punto di vista strettamente contrattuale, la maggior parte di questi grandi clienti, il 75% riferisce Cazzaniga, viene comunque indirizzato attraverso il canale. «Per assicurare la necessaria specializzazione, puntiamo su una struttura verticalizzata sui vari settori industriali». L’area dei servizi finanziari e assicurativi si affianca così al mondo della pubblica amministrazione centrale e locale. Mentre in fase di ulteriore definizione ci sono aree come l’energia e la ricerca scientifica. Il settore delle telecomunicazioni merita un discorso a parte perché recentemente Red Hat ha dato vita a livello globale, a una nuova struttura appositamente rivolta alle telco. Con l’avvento di tecnologie come il Network function virtualization, anche le reti TLC stanno subendo lo stesso processo di virtualizzazione che investe le infrastrutture di calcolo e di storage e anche in questo dominio le piattaforme di virtualizzazione open source vogliono conquistare una posizione di primo piano. «Ci sono clienti che per policy all’inizio cercano una soluzione open e, solo in seguito, puntano eventualmente sul software proprietario. E tra questi ci sono anche molte banche, pur con le loro esigenze di affidabilità» – osserva Cazzaniga.


.@RedHatItaly Liberi di innovare. Si è aperta una terza fase per l’ #open source
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RED HAT PUNTA ALLA PA

Tra gli interlocutori dell’organizzazione commerciale di Red Hat Italia ci sono anche le realtà pubbliche, che vengono seguite da risorse e strutture dedicate. Al centro del dialogo con la pubblica amministrazione, non vi sono solo le esigenze dei clienti, ma piuttosto un’opera di diffusione della cultura open source presso enti e organizzazioni, tramite processi di fruizione e approvvigionamento più semplici e lineari. Su questi punti, Red Hat collabora strettamente con enti come Consip, allo scopo di rendere più semplice non solo l’utilizzo di soluzioni open source, ma anche la loro stessa scelta, accelerando così i tempi della progettualità. E parlando di progettualità, Cazzaniga osserva un forte aumento di interesse nei confronti di tematiche, come i microservizi e i container che possono portare a un maggior livello di automazione delle infrastrutture aziendali, e di conseguenza a una maggiore velocità nel fornire soluzioni al business, attraverso cicli di innovazione accelerati. Una misura efficace di questo interesse è il numero di partecipanti agli eventi organizzati da Red Hat. Non solo l’Open Source Day che nell’edizione 2015 ha avuto oltre quattromila registrazioni e una presenza effettiva di duemila persone a Roma e mille e trecento a Milano (le date per l’edizione 2016 sono il 3 novembre a Milano e il 15 novembre a Roma), ma anche i numerosi Technology Lab monotematici, ciascuno dei quali riesce a coinvolgere centinaia di partecipanti. «Anche la nostra offerta evolve – continua Cazzaniga – e ci consente di presidiare tematiche ancora più innovative, per esempio la gestione automatizzata delle API, grazie all’acquisizione recente di 3Scale. La nostra squadra ha la fortuna di poter collaborare con dei solutions architect molto preparati, che comprendono le necessità dei vari mercati e ci aiutano nell’individuare le soluzioni giuste per i vertical».

Giovanni Pirola regional service manager Red Hat Consulting
Giovanni Pirola
regional service manager Red Hat Consulting

In un mercato sempre meno caratterizzato da relazioni cliente-fornitore immutabili, la crescita di un solution vendor è legata alla capacità di trovare opportunità nuove ma anche alla riconferma dei contratti in essere. E questo è tanto più vero per Red Hat, con il suo modello basato sull’abbonamento. «È come se ogni volta dovessimo ripresentarci alle elezioni per vincerle» – commenta il sales director. Complementare al ruolo di Cazzaniga, quello ricoperto da Antonio Leo è in realtà a doppia valenza. Da una parte la relazione con system integrator, OEM, solution e cloud provider, rivenditori che insieme costituiscono il canale di Red Hat; dall’altra il rapporto con un mondo enterprise al quale si rivolge anche questo canale, che – secondo Leo – rappresenta un insieme di circa 300 organizzazioni “accountate” in modo specifico e un mercato midrange di qualche migliaio di aziende. «Siamo partiti come azienda molto tecnologica e di servizio, ma da oltre dieci anni perseguiamo una forte strategia di canale» – afferma Leo. «Puntiamo a crescere oltre il 75% del transato non per una mera questione di fulfillment, ma per scalare verso un mercato più ampio, anche con una organizzazione relativamente piccola».


.@RedHatItaly L’open source per decidere in modo autonomo il proprio destino
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RECIPROCAMENTE STRATEGICI

Sulla spinta del modello open source, aggiunge Leo, il sistema costituito dal canale e dai consulenti Red Hat punta a una qualità che ha preso piede in tutti i settori verticali di applicazione, e le tecnologie proposte fanno ormai parte degli asset strategici di molti partner importanti, a partire dai system integrator nazionali e globali come Engineering, Almaviva e Accenture che possono dispiegare risorse molto ampie nella realizzazione dei progetti. Un’azione congiunta che viene percepita molto positivamente dal cliente e a sua volta si traduce in una immagine di impegno e supporto da parte di Red Hat che attira nuovi partner e motiva ancora di più quelli storici.

Tre le classi di affiliazione: dalla formula “ready partnership” che permette un primo livello di ingaggio fatto soprattutto di scambio di informazioni privilegiate, passando per gli “advanced business partner” (una quarantina di aziende), su fino ai “premier partner” fatta soprattutto di operatori globali. Ma esistono altri livelli trasversali, basati in sostanza sulle specializzazioni. «I partner che vogliamo far crescere maggiormente in questo momento sono quelli specializzati sulle tecnologie emergenti, ovvero i nostri CCSP, Certified cloud and service provider, che puntano sulla realizzazione di progetti cloud on demand, sia IaaS e PaaS, basati rispettivamente sulle soluzioni OpenStack e OpenShift di Red Hat, e i Middleware Partners, in grado di abilitare alla Digital Transformation e al cambiamento promosso da DevOps.

Che Red Hat stia coprendo in questo momento anche un ruolo di “traghettatore” tecnologico lo dice in modo esplicito Giovanni Pirola, regional service manager, rifacendosi alle teorie di Geofrey Moore, grande teorico del marketing dei prodotti high-tech. «Secondo Moore – spiega Pirola – nella curva di distribuzione in cui possiamo rappresentare i diversi livelli di adozione di una tecnologia nuova, esiste un punto di discontinuità, un gap, tra la ridotta percentuale di “early adopter”, gli utenti più precoci, e la prima fase in cui quella tecnologia diventa mainstream, maggioritaria. I servizi professionali di Red Hat aiutano i clienti a superare questo gap. Ovviamente – sottolinea Pirola con forza – solo con interventi sul design infrastrutturale, considerando che la mission dei servizi professionali di Red Hat non è quella di fare concorrenza ai system integrator».


.@RedHatItaly Laboratorio #Opensource aperto a tutti i settori industriali e alla PA
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DA NICCHIA A MAINSTREAM

In Red Hat ci sono sostanzialmente due divisioni impegnate sul fronte della consulenza e della progettualità. Quella di Pirola riguarda i servizi professionali veri e propri e solitamente interviene per affiancare i clienti nella progettazione di infrastrutture ed applicazioni e nel supporto alla loro implementazione, focalizzandosi sui prodotti appartenenti al portafoglio Red Hat. Il gruppo locale, coordinato da Pirola, impiega una ventina di tecnici estremamente preparati e di lingua italiana, che sul piano organizzativo fanno capo a una divisione servizi EMEA che impiega 300 persone, tutte in grado di intervenire in ambito regionale. Gli specialisti del consulting di Red Hat operano spesso in stretta collaborazione con le altre figure tecniche prima citate, i Solution Architect della divisione pre-sales, che in Italia sono affidati a Edoardo Schepis, la cui funzione è appunto quella di coordinatore dei cosiddetti solution architect. I Servizi Red Hat vengono poi completati dalla divisione Training, che ha l’obiettivo della formazione e della certificazione. Per orientare i clienti, specialmente ogni volta in cui si parla di nuove tecnologie, Red Hat Consulting organizza workshop informativi che consistono in giornate di full immersion dedicate alle tecnologie più calde, le cosiddette Discovery Session, nelle quali i clienti in fase di valutazione di un progetto sono chiamati a partecipare, portando con sé tutte le funzioni aziendali coinvolte. In queste riunioni, i temi tecnologici e di formazione vengono sviscerati in dettaglio dagli esperti di Red Hat per individuare zone di problematicità, ripartire i compiti e suggerire soluzioni per definire il percorso ottimale di adozione delle soluzioni proposte.


.@RedHatItaly #Opensource come sinonimo di affidabilità e varietà applicativa
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COGLIERE LE OPPORTUNITÀ DELL’OPEN

Edoardo Schepis, nel suo ruolo di manager solution architects, riassume le diversità e le sinergie delle funzioni con una formula molto efficace: «Il tecnico di pre-vendita, intervenendo con la nostra divisione commerciale e con i partner, aiuta il cliente a fare chiarezza sui suoi dubbi architetturali. I servizi professionali aiutano a implementare. La formazione aiuta il cliente a diventare più autonomo nell’implementare tecnologie avanzate». Le testimonianze di Pirola e Schepis – corroborate dalla crescita dell’azienda nel suo complesso – raccontano un mondo imprenditoriale italiano che sempre meno chiede di essere assistito sui “basics” della piattaforma Linux, dimostrandosi sempre più curioso e coinvolto. «Facciamo meno interventi sulla tematica Linux – conferma Pirola – mentre cresce l’interesse per le tecnologie di frontiera. Le aziende cominciano a lavorare con l’open source in ambiti come il business process management, l’analytics, la virtualizzazione, dove prima esistevano solo soluzioni proprietarie». E il collega Schepis conferma il netto aumento di progetti portati avanti in un’ottica di soluzione, dove è richiesto un gioco di squadra tra pre-vendita e consulting, per assemblare prodotti diversi del nostro portafoglio. Un esempio interessante è quello delle attività in ambito Internet of Things dove – spiega Pirola – i progetti richiedono il dominio di competenze che solo una buona sinergia, tra consulenti Red Hat, partner di integrazione e cliente stesso, può assicurare.

Edoardo Schepis manager solution architects
Edoardo Schepis
manager solution architects

«Ancora una volta, solo il modello open source, dove la proprietà intellettuale è completamente condivisa, può dare questa opportunità di dialogo». E a proposito di IoT, Edoardo Schepis fa l’esempio di un partner come Eurotech, storico leader globale con base in Friuli in ambito sistemi embedded e machine-to-machine: «Partendo da JBoss A-MQ, Eurotech ha individuato opportunità nuove, realizzando una versione del middleware pensata per la gestione dei dispositivi alla periferia della Internet of Things». In Spagna, due banche come Santander e BBVA collaborano con Red Hat e la comunità open source su nuove soluzioni OpenStack e CloudForms. «Il messaggio ai nostri clienti italiani è chiaro» – conclude Giovanni Pirola: «Sfruttate anche voi tutte queste opportunità». L’open source non è solo una fucina di innovazione, ma un laboratorio aperto a tutte le realtà aziendali e alle pubbliche istituzioni che vogliono dotarsi della capacità di scelta necessaria per decidere in modo più autonomo sul proprio destino di trasformazione.

Foto di Gabriele Sandrini

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Retelit, lo sviluppo non si ferma https://www.datamanager.it/2016/05/retelit-lo-sviluppo-non-si-ferma/ Wed, 18 May 2016 14:09:38 +0000 http://www.datamanager.it/?p=101625 Un 2015 tutto all’insegna della crescita per la società attiva nei servizi di telecomunicazioni, che spinge l’acceleratore sull’ambito corporate e sui servizi a valore aggiunto, senza tralasciare le nuovissime opportunità della banda larga A poco più di un anno di distanza dal suo insediamento nella carica di amministratore delegato e direttore generale di Retelit, Federico […]

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Un 2015 tutto all’insegna della crescita per la società attiva nei servizi di telecomunicazioni, che spinge l’acceleratore sull’ambito corporate e sui servizi a valore aggiunto, senza tralasciare le nuovissime opportunità della banda larga

A poco più di un anno di distanza dal suo insediamento nella carica di amministratore delegato e direttore generale di Retelit, Federico Protto accetta di fare il punto con Data Manager sull’esperienza fin qui compiuta e sulle prospettive della società, che si colloca tra i principali operatori di telecomunicazioni del nostro Paese ed è quotata alla Borsa di Milano dal 2000. «Nel 2015, abbiamo superato le previsioni di crescita che ci eravamo prefissi, passando dai 37 milioni di euro di fatturato del 2014 ai 42 milioni, mettendo anche a segno una forte crescita del mercato business, soprattutto di tipo corporate, dal quale abbiamo ricavato circa il 6% del nostro fatturato, mentre prima questa percentuale era attorno all’uno per cento» – spiega Protto, specificando che l’ambito wholesale, cioè quello della vendita di capacità di trasporto dati su lunga distanza, rappresenta tuttora una quota superiore al 90% del fatturato, con una percentuale attorno al 52% appannaggio del wholesale nazionale e del 42% circa per quello internazionale.


#TLC Federico Protto @Retelit Lo sviluppo non si ferma
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Nuove esigenze per la banda larga

Tra le direttrici dello sviluppo del 2015, l’amministratore delegato di Retelit, società sempre più specializzata nella fornitura di servizi di trasmissione dati a banda larga, di accesso e transito Internet ad alta velocità, oltre che di infrastruttura e di data center, mette ai primi due posti proprio il consolidamento dell’ambito wholesale e il deciso ingresso nell’area corporate. «Per quanto riguarda il wholesale nazionale, le maggiori soddisfazioni sono venute da alcune tendenze che proprio nel 2015 hanno preso decisamente piede, come la crescente necessità di banda larga ad alta velocità anche da parte degli operatori di telefonia mobile e degli operatori che vendono torri di telecomunicazioni, dovuta soprattutto alla crescita dell’offerta in 4G» – chiarisce Protto, specificando che «all’inizio del 2015 avevamo ben presente questo tipo di sviluppi, ma non immaginavamo che la crescita avrebbe assunto le notevoli proporzioni che poi si sono verificate». Quello del 4G non è l’unico fattore che sta influenzando la rinnovata vitalità del mercato wholesale, visto che a determinare lo sviluppo sono anche fenomeni quali l’ingresso di nuovi attori come Netflix, per citare un solo esempio. «Pensiamo che il nuovo trend relativo alla banda si manterrà anche nei prossimi anni, ribaltando la situazione precedente, che fino a pochi anni fa vedeva un maggiore focus verso l’IT, mentre la banda veniva considerata per così dire poco sexy, quasi alla stregua di una commodity. Ma oggi tutte le nuove app e soprattutto i giochi e i film, fruiti sempre più su smartphone e tablet, funzionano bene solo se c’è banda larga a sufficienza, e questa circostanza non mancherà di costituire un’opportunità ancora più grande per chi sarà in grado di gestire la crescita in maniera adeguata» – sottolinea Protto.

Crescere nel business

Passando all’altro elemento di crescita, quello relativo al mercato corporate, l’amministratore delegato di Retelit spiega che «le aziende ci hanno dato molta soddisfazione, riconoscendo i nostri sforzi volti a mettere in piedi un’offerta e un sistema di vendita ad hoc». Più in dettaglio, «c’era bisogno di un fine-tuning al nostro prodotto, in modo che comprendesse anche la componente gestionale, che per il mondo corporate è fondamentale: il servizio gestito è sempre premiante» – fa notare Protto, aggiungendo che «in parallelo abbiamo creato anche una struttura commerciale capace di parlare direttamente con le aziende e non solo con gli operatori come in passato. Inoltre, abbiamo aggiunto il canale per rivolgerci ad altre fasce del nostro mercato, che non sono quelle del consumer o del piccolo ufficio, ma quelle di nuovi attori in grado di offrire servizi end-to-end, come per esempio Gala, una società che si occupa del trading di energia, con un modello di business che presuppone la presenza di una piattaforma IT molto performante, per avere la massima efficienza e girarla ai clienti». Quello di Gala, cui Retelit fornisce l’infrastruttura di telecomunicazioni e di virtual data center, non è l’unico caso di successo nel mercato corporate: «Alla nota catena di ingrosso, Metro, abbiamo potuto proporre un’offerta molto più attrattiva rispetto al precedente fornitore di telecomunicazioni grazie alla nostra rete MPLS nella quale abbiamo effettuato importanti investimenti nel 2014-2015, che ci stanno dando notevoli soddisfazioni» – afferma Protto.

Nuove opportunità

Altre soddisfazioni sono venute dal variegato capitolo del cloud, dove vi è stato da una parte lo sviluppo di servizi di tipo IaaS, costituiti come noto dalle componenti data center, infrastruttura e rete, in ottica end-to-end, e dall’altra parte anche l’emergere di servizi di connettività forniti da Retelit anche ad ambienti di data center non facenti capo direttamente alla società. È il caso di Data4, un importante operatore francese di data center che ha deciso di effettuare il suo primo investimento fuori dalla madrepatria proprio in Italia, con un centro a Cornaredo, nella provincia ovest di Milano, inaugurato nei primissimi mesi del 2016. «A Data4, abbiamo fornito la connettività in banda larga ad alta velocità, a dimostrazione che siamo aperti a valutare tutte le opportunità qualora comportino offrire servizi di alta qualità, con standard elevati e complessi» – rivela Protto.


#TLC Con 42 M€ di fatturato nel 2015, Retelit punta su #IaaS e #ultrabanda
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Infrastruttura per lo sviluppo

Il riferimento non è casuale: Retelit dispone di un’infrastruttura di tutto rispetto, intesa come rete e come capacità di computing, grazie a una dorsale in fibra ottica nell’Italia centro-settentrionale e di otto reti metropolitane (MAN) in altrettante città da Milano a Bari, e grazie anche ai 18 data center, quattro dei quali sono primari di tipo Tier 3, situati nelle principali aree economiche italiane. Ma non solo: un altro importante driver della crescita di Retelit è costituito dalla partecipazione al consorzio per la costruzione del cavo sottomarino Aae-1, che prevede 25mila chilometri di cavo in fibra ottica che collegherà tutti i principali paesi del Sud Est Asiatico, l’India, l’Africa e l’Europa attraverso il Medio Oriente, connettendo paesi che rappresentano oltre il 40% della popolazione mondiale. In base al piano, che sta procedendo regolarmente, il nuovo cavo sottomarino sarà operativo verso la fine di quest’anno.

Uno sguardo al 2016

Ma l’accensione, come viene definito in gergo l’inizio dell’operatività concreta dell’infrastruttura, del cavo Aae-1 non sarà l’unico focus del 2016 di Retelit, anno nel quale «consolideremo ulteriormente le nostre strategie, seguendo tre direttrici principali: una crescita del 50% nel segmento corporate, che rappresenta ancora una parte non preponderante del nostro fatturato ma che è destinata a pesare maggiormente; un mantenimento degli ordinativi nel wholesale internazionale; e infine uno sviluppo ulteriore del business relativo alle torri e ai data center» – spiega Protto. Senza dimenticare in prospettiva due ulteriori elementi: «Il piano del Governo italiano sulla banda larga, che potrebbe essere interessante, e lo sviluppo atteso per il 5G nell’ambito del mobile, che se nel 2016 non avrà ancora numeri di rilievo, sembra promettere più che bene per il 2017» – conclude Federico Protto.

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Tutti per R1 https://www.datamanager.it/2016/02/tutti-per-r1/ Wed, 17 Feb 2016 13:58:42 +0000 http://www.datamanager.it/?p=94846 Una crescita organica e sempre attenta alla solidità finanziaria. Una forte capacità di innovazione “partecipata” dai clienti. Il system integrator nazionale consolida così la sua affermazione. All’insegna di un’informatica concreta Quando Data Manager l’aveva presentato in occasione del ventennale dell’azienda, il ritratto del Gruppo R1, anche per l’ambientazione fotografica di quella prima cover story, era […]

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Una crescita organica e sempre attenta alla solidità finanziaria. Una forte capacità di innovazione “partecipata” dai clienti. Il system integrator nazionale consolida così la sua affermazione. All’insegna di un’informatica concreta

Quando Data Manager l’aveva presentato in occasione del ventennale dell’azienda, il ritratto del Gruppo R1, anche per l’ambientazione fotografica di quella prima cover story, era immerso in una piacevole atmosfera romana. L’headquarter in un quartiere residenziale della capitale, un fondatore e presidente che prima ancora delle attività di vendita e implementazione di soluzioni informatiche aveva assolto il servizio militare nel primo centro nazionale di calcolo dell’esercito e conosciuto la leale combattività di uno sport, Tae Kwon Do, praticato ad alto livello. Lo spirito, la cura e meticolosità, con cui R1 pilota la propria stabile crescita, sono rimaste immutate in questi due anni. Dopo la lunga e interessante tornata di interviste nella filiale milanese di R1, emerge una realtà che si è totalmente consolidata al Nord. Con il traguardo dei 100 milioni di giro d’affari ormai in vista, (il 2015 si è chiuso con un volume di ordinativi intorno agli 80 milioni e i trend di crescita sono quanto mai stabili, intorno al 15%), e una squadra, anch’essa in crescita, di oltre 200 persone, R1 è entrato a pieno titolo nel ristretto novero di system integrator di dimensioni medio-grandi che si collocano a ridosso delle grandi società multinazionali con un’offerta di servizi e soluzioni di ampio respiro, ritagliata su misura per la voglia di trasformazione digitale delle imprese italiane, anche per progetti che riguardano le attività di quest’ultime all’estero.


#R1 La nuova formula dell’IT con @R1spa tra i system integrator di dimensioni medio-grandi
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Un partner solido

Lo specialista romano si è rafforzato in misura notevole soprattutto nel Nord Italia, grazie a un superbo +45% fatto registrare, secondo il team leader, Gaetano Calleri, dagli ordinativi che afferiscono alla clientela della sede di Milano. Giulio Morandini, l’AD del Gruppo R1, ribadisce questa crescita con giustificato orgoglio. «Sì, il 2015 è stato decisamente positivo e siamo convinti che il mercato italiano richieda aziende solide come la nostra e di dimensioni importanti. Al tempo stesso, R1 sta continuando una sua via alla specializzazione. Non vogliamo essere “tuttologi”, ma crescere attraverso una sempre maggiore verticalizzazione in diversi ambiti di competenza».

Il gruppo – che comprende tre società partecipate e controllate anche se completamente autonome, Eurome, Gway e R1 Property (ma entro quest’anno si aggiungerà un quarto brand, quello dello specialista in digital marketing Trice) – conserva inoltre una caratteristica che la distingue in modo rilevante in un settore dove spesso la crescita dei volumi si accompagna a una maggiore propensione al rischio e alla volatilità: fin dai suoi esordi, R1 ha puntato sulla carta della solidità finanziaria. Un rigore che continua a praticare. «È un aspetto che portiamo avanti da vent’anni» – sottolinea Morandini. «L’anno scorso è stato aumentato il capitale sociale portando il Gruppo a oltre 4 milioni di euro». Ma perché una simile attenzione in un’azienda che opera in ambito tecnologico? «Perché – risponde Morandini – una delle capacità di R1 consiste nel riuscire ad affiancare i clienti anche quando si trovano, come è successo in questi anni difficili per tutti, in una fase di momentanea difficoltà».

Giulio Morandini amministratore delegato del Gruppo R1

Affiancamento tecnologico e non solo

Per questo, aggiunge l’AD, è stata costituita una società come R1 Property, che attraverso le sue formule di locazione operativa consente di fare business innovativo anche quando le condizioni economiche di sistema non sono incoraggianti. Oltre al suo know-how, R1 è in grado di supportare i clienti nell’affrontare un percorso di trasformazione spesso fondamentale per la ripartenza. Per Morandini è una visione etica, oltre che tecnologica, che connota lo spirito con cui R1 e le aziende del gruppo affrontano il loro lavoro. «Vogliamo crescere insieme al mercato» – spiega Morandini. Come si articola l’azione di queste entità, su quali livelli di competenza? «La capogruppo R1 – risponde l’AD – opera come il puro system integrator, realizzando soluzioni di infrastruttura, applicazioni sicurezza, rete, strategie di outsourcing in partnership con i grandi vendor del settore. Eurome si focalizza invece sull’office automation, la multimedialità, la dematerializzazione, con tutti i servizi associati. Parliamo di asset e facility management, ma anche di document processing, un’attività per cui Eurome può far leva su una valida soluzione proprietaria. Poi c’è Gway, che si occupa di tutta la parte consulenziale e di sviluppo applicativo, gestione di processo, compliance, legal IT. Gli obiettivi sono sempre molto concreti. «Vogliamo davvero incidere sulla produttività delle aziende che si rivolgono a noi, per ottimizzare e snellire i loro processi, riducendone i costi».


#R1 Moltiplicata per 4 la forza del gruppo con #Eurome #Gway #R1Property e #Trice
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Un mercato eterogeneo

Forte della sua capillare capacità di presidio territoriale, R1 si rivolge a una gamma eterogenea di imprese. Se per Calleri, la sede milanese si concentra inevitabilmente in segmenti come il finanziario assicurativo, le telecomunicazioni, l’editoria e tutto il terziario, a livello nazionale la società vanta casi di successo in comparti molto diversificati. Tra i suoi clienti troviamo per esempio il Senato della Repubblica, che a R1 ha affidato il rifacimento e il mantenimento dei suoi due data center e il Politecnico di Milano per conto del quale il Gruppo gestisce parte dello sviluppo applicativo. Nel ramo assicurativo, troviamo Helvetia, per la gestione relativa a parte dell’infrastruttura e allo sviluppo dell’immagine web. R1 ha in carico anche l’esercizio dell’infrastruttura di ALD Automotive, una delle prime realtà in un mercato in grande espansione come il nolo e la gestione delle flotte di veicoli aziendali. Lo stesso vale per un big del settore utility come GSE, che ha scelto le aziende di R1 per lo sviluppo dei suoi portali strategici. Morandini non intende allentare questa spinta di graduale espansione, convinto che «in Italia, soprattutto nel segmento di imprese medie e medio-grandi verso cui ci rivolgiamo, c’è ancora tanto lavoro da fare. Cresceremo fidelizzando nuovi clienti, certamente, ma anche rafforzando ulteriormente la collaborazione con gli interlocutori attuali e promuovendo attività di cross selling per supportare le altre funzioni aziendali dei nostri clienti». Il responsabile dell’azienda R1 è molto fiducioso sulle potenzialità del gruppo per questo 2016. «Oggi, gli integratori sono chiamati a dedicarsi sempre di più al business del cliente, capirne i funzionamenti interni, lavorando a stretto contatto con chi ha la vision dell’azienda stessa. Il nostro tradizionale referente, il CIO, si sta affrancando da una cultura che vedeva l’informatica come voce di costo, per diventare sempre più un centro di produzione. Gli stessi budget legati all’IT diventano più autonomi e connessi alle funzioni di business. Noi cerchiamo di incoraggiare il mercato ad assecondare questo cambiamento e a viverlo anche in termini di nuove tecnologie e nuove opportunità». In questo, R1 non sembra porsi limiti particolari, almeno in termini di competenze e capacità di verticalizzarsi sui diversi aspetti della digital transformation verso un business innovativo e ispirato ai criteri mobile e social della cosiddetta Terza Piattaforma. Morandini lascia intendere che R1 potrebbe prendere per la prima volta in considerazione una strategia di crescita per acquisizione, «anche se scelte di questo tipo devono essere soppesate con grande attenzione per essere certi di metabolizzare al meglio le nuove competenze acquisite».

Giorgio Marinelli amministratore unico di Eurome
Giorgio Marinelli amministratore unico di Eurome

Per il momento, il modello di crescita organica adottato fin dagli esordi ha funzionato bene. Non fa eccezione la nuova realtà, Trice, che in questi ultimi dodici mesi R1 ha incubato al proprio interno, in base a un concetto di spin-off, un gruppo di lavoro focalizzato su uno specifico know-how (nel suo caso, la comunicazione multimediale e il social marketing). Come è avvenuto in passato con le altre aziende del Gruppo, il nuovo brand nel 2016 diventerà a tutti gli effetti parte della “rete” R1. «Trice ha dimostrato di avere qualità e competenze che integrano molto bene le nostre capacità attuali. La sua formale acquisizione consentirà al gruppo di valorizzare ulteriormente tali competenze» – spiega Morandini. «Con l’inserimento di una realtà giovane e dinamica, che ha già una forte dimestichezza con tecnologie “business oriented”, disponiamo di tutti gli elementi necessari per portare avanti il nostro piano di crescita, per questo nuovo anno e non solo».

Milano esponenziale

L’azione di R1 nella sua sede di Milano – che si appresta a celebrare il decimo anniversario – non è avulsa dalle specificità di un contesto «diverso per tradizione e cultura da quello romano» – riconosce Gaetano Calleri. «In tutte le organizzazioni articolate su più sedi – aggiunge il responsabile del team milanese – è del tutto normale operare lasciandosi in parte influenzare anche da fattori per così dire “ambientali”. «Ma le linee generali restano quelle fissate dal presidente di R1, Giancarlo Stoppaccioli e dal suo board. Noi abbiamo sposato completamente le linee commerciali del gruppo e infatti risultiamo vincenti, a Roma come a Milano, dove abbiamo registrato una crescita esponenziale nel 2015». Calleri attribuisce il successo di R1 a Milano anche al messaggio che l’azienda è riuscita a dare all’esterno. «Il terreno qui è sicuramente fertile, ma anche noi siamo stati capaci di presentarci come una realtà ben strutturata». All’inizio – sorride Calleri – «eravamo percepiti quasi come una startup». E qual è il segreto di questa maturazione? «Quello che distingue tutto il gruppo» – risponde Calleri. «Siamo una vera squadra. C’è sempre una grande sinergia, nessuna competizione interna. Altrove, mi sembra di vedere un forte individualismo. Qui in R1, c’è lo spirito opposto: nessun “fenomeno”, solo un grande lavoro di formazione, coinvolgimento dei giovani, ricerca di soluzioni nuove».

Questo spirito, secondo Calleri, consente a R1 di ottenere una buona replicabilità delle soluzioni tecnologiche messe a punto a beneficio del cliente, perché tutto si basa su una costante messa a fattor comune del lavoro svolto. Al tempo stesso, la capacità di immedesimarsi nelle situazioni dei clienti permette di rivestire ogni soluzione dei necessari elementi di specificità e personalizzazione “su misura”. Insieme a “stabilità”,  “condivisione”, è un’altra delle parole chiave che identifica in modo efficace il ruolo di R1 sul mercato dell’innovazione. Anticipando le parole di Alessandra Bossi, marketing coordinator negli uffici di Milano, Calleri si sofferma su un aspetto particolare della già citata capacità di “messa a fattor comune”. «È raro – afferma per esempio il responsabile di Milano – incontrare system integrator impegnati nel favorire uno scambio continuo di informazioni e know-how tra i decisori dello stesso settore, utilizzando strumenti come eventi partecipati, tavole rotonde e laboratori con una frequenza elevata. È un discorso che va oltre la semplice competizione tra aziende: lo scopo è parlare di soluzioni, far capire come un progetto implementato per un cliente possa essere vantaggioso per qualcun altro».


#R1 Morandini AD @R1spa «Vogliamo incidere sulla produttività delle aziende italiane»
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Capacità di progetto

Pur avendo a che fare con un mercato ampio e diversificato, l’offerta verso l’area del Nord Italia è molto omogenea. Certo, come si è già visto, le caratteristiche dell’imprenditoria settentrionale, la forza di un settore finanziario che tra l’altro Calleri considera come un precursore ideale quando si tratta di innovazione, si sentono tutte. «Ed è un bene che sia così, il mondo bancario è pur sempre la base dell’economia. Vale anche per l’information technology, in tutte le sue articolazioni, dalla sicurezza al marketing: una grande scuola per tutti i settori». Un altro fattore è la vicinanza logistica con tutti i vendor e i partner tecnologici, che permette lo sviluppo di nuove opportunità di business in modo «più smart», come dice Calleri. «Dopo gli ottimi risultati del 2015, l’obiettivo entro i prossimi due anni è quello di raggiungere una sostanziale parità di volume d’affari tra Milano e Roma. Il raggio d’azione sarà posizionato sempre sul territorio lombardo, in quanto ci permette di garantire una presenza fisica ai nostri interlocutori». Per centrare i suoi obiettivi a breve termine, R1 intende però rafforzare la sua squadra anche a Milano. «Presto si aggiungeranno molte nuove risorse. Stiamo pensando di sviluppare uno specifico segmento rivolto alle gare di appalto, acquisendo nuove competenze in materia di project e legal management».

Felice Leone amministratore unico di Gway
Felice Leone amministratore unico di Gway

Con Giorgio Marinelli e Felice Leone il nostro racconto entra nel dettaglio delle attività di Eurome e Gway, le due società indipendenti di cui i due manager sono amministratori unici. Per certi versi, Eurome eredita quelle che erano le originarie funzioni di R1 nel settore della commercializzazione di sistemi informatici distribuiti. «Continuiamo a fornire ai nostri clienti tutto ciò che va dallo smartphone alla workstation, cercando ogni volta di individuare le soluzioni giuste» – esordisce Marinelli. «Ma non ci limitiamo a questo: Eurome gestisce soprattutto la parte di governo, supporto e gestione di queste infrastrutture, abbinando le soluzioni che permettono al cliente di semplificare e snellire i propri processi interni». Oggi, secondo il responsabile di Eurome, è importante guardare anche agli aspetti di un’attrezzatura informatica che un tempo forse era più neutra rispetto agli obiettivi per cui l’hardware veniva acquistato. «In confronto ai player più tradizionali, ci differenzia la capacità di seguire da vicino l’evoluzione dei sistemi e di offrire contestualmente le soluzioni che modificano e rendono più efficiente il lavoro in ufficio». Marinelli si riferisce all’ampio catalogo Eurome di soluzioni, il facility o il project management, i sistemi per la gestione “geografica” delle informazioni, l’archiviazione documentale, l’energy management, ma anche la gestione delle SIM nei telefoni aziendali, la comunicazione multimediale e il workflow management.


#R1 Morandini AD @R1spa «Non vogliamo essere “tuttologi” ma crescere in competenza»
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Eurome, tutto per il workplace

Un altro punto di forza dell’azienda, aggiunge l’amministratore di Eurome, è l’esteso ecosistema di partner di cui l’azienda può avvalersi per assicurare ai suoi clienti la necessaria prossimità nella fase di progettazione e implementazione delle soluzioni. «Una rete, in costante contatto con una squadra commerciale di oltre trenta persone che Eurome condivide con le altre società del Gruppo». Visti i dati di crescita – che secondo Marinelli sono in linea con quelli che caratterizzano l’azione di R1 nel suo insieme – Eurome scommette su un 2016 altrettanto positivo. Anche qui lo spettro della clientela è molto ampio, con alcune punte di rilievo in settori come il finance, il lusso, l’industria manifatturiera e la sanità. In funzione delle ultime indicazioni di mercato – che dopo gli anni di grande successo delle soluzioni centrate sui terminali mobili e i tablet vedono un buon ritorno di attenzione nei confronti dei terminali per il posto di lavoro – conclude Marinelli – Eurome intende potenziare l’offerta nel segmento workplace management sia on-premises sia in modalità SaaS. «Workplace e facility management – tra i nostri clienti abbiamo per esempio il ramo assicurativo di Poste Italiane, Poste Vita – sono soluzioni che ci consentono di integrarci bene rispetto ad altre offerte del Gruppo. Per questo, continueremo a investire sulle nostre soluzioni e sulla formazione delle risorse che rappresentano il front-end verso i clienti finali, anche tenendo conto delle diversità che caratterizzano quest’ultimo a livello geografico». Felice Leone ha una definizione stringata ed efficace della mission di Gway, la società amministrata dal giovane manager. «Il nostro obiettivo è semplice, vogliamo rendere produttivi e compliant i dati e le informazioni generati dalle aziende che si affidano ai nostri sviluppatori e consulenti». Per essere ancora più efficace, Gway ha scelto di strutturarsi al proprio interno in base a cinque business unit centrate sulle aree di sviluppo applicativo, compliance legale e sicurezza, gestione del database, formazione e progettazione e realizzazione di sistemi gestionali.

La Gway che porta alla trasformazione

«Nella sua azione, Gway non ha mai voluto focalizzarsi in modo univoco su specifiche piattaforme e ambienti» – sottolinea ancora Leone. «Qui convivono felicemente anime molto diverse. Riusciamo per esempio a coniugare l’expertise accumulata sul middleware Oracle con un’approfondita conoscenza in materia di Microsoft Dynamics e degli ambienti open. Naturalmente, l’idea è di affiancare in misura crescente a un’offerta che oggi può essere definita tradizionale, soluzioni realizzate secondo i modelli IaaS e SaaS tipici del cloud computing, che si sta finalmente affermando anche in Italia». Queste modalità, osserva Leone, vengono pienamente incontro all’esigenza – avvertita dalle aziende di tutti i settori – «di accorciare molto il ciclo di sviluppo e implementazione delle soluzioni, riducendo al tempo stesso la dipendenza da investimenti in risorse di calcolo troppo rigide».

gaetano calleri_r1
Gaetano Calleri team leader Milano

Tra i suoi fattori differenzianti, Gway annovera – a giudizio del suo amministratore – una marcata capacità di definire percorsi multidisciplinari alla risoluzione delle problematiche dei clienti. «Riusciamo a coordinare in modo molto efficace i diversi ambiti consulenziali, come la sicurezza e il legal, intorno alle nostre competenze verticali. L’approccio realmente olistico al dato è sempre stato una realtà, anche grazie alla nostra solidità sul piano metodologico attraverso la rigorosa adozione di criteri ITIL, per esempio». E Leone dice di intravedere «un futuro roseo» per Gway insieme a tutto il gruppo R1, «se questa saprà essere l’azienda d’avanguardia che stiamo progettando, anche attraverso un nuovo piano di assunzioni orientate soprattutto a coprire le aree del project management e dello sviluppo applicativo». Gli obiettivi di espansione sono in linea con quelli di gruppo, forse addirittura più ambiziosi per una realtà che articola i propri piani attraverso le singole business unit, ciascuna responsabile di un preciso obiettivo di fatturato.


#R1 Morandini AD @R1spa «Traguardo dei 100 milioni di euro ormai in vista
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Market share di tutto rispetto

«È presto per sbilanciarsi, considerando che Gway ha appena varato un piano industriale che si concluderà nel 2018. Ma se la trasformazione in chiave digitale che sta investendo l’Italia, pubblica amministrazione inclusa, troverà conferma, questa è un’azienda che può puntare a un market share importante del valore del comparto software e servizi a livello nazionale». In considerazione di questo potenziale, Leone trova ulteriori motivi di soddisfazione nella costanza con cui Gway ha coltivato le proprie risorse rinunciando a politiche di delocalizzazione e decentramento delle attività di sviluppo. E non si tratta solo di contrastare il fenomeno della fuga dei cervelli. «Rispetto a multinazionali del settore, Gway offre capacità di ascolto ed è più partecipe delle esigenze dei clienti e dei percorsi da condividere con loro, offrendo soluzioni che abbinano un’alta capacità professionale alla creatività tipicamente italiana». Infine, tra i comparti più vivaci, Leone cita sicuramente il finanziario, il retail e, in particolare al Nord, il fashion e la produzione di lusso. «Sono tutti settori dove è forte la consapevolezza che una consulenza tecnologica efficace può stimolare la crescita». Ma Leone osserva parallelamente anche un forte risveglio in tutto il comparto delle soluzioni per la PAC, che contribuisce al suo generale ottimismo. Il compito di tradurre questo ottimismo in affermazione sul mercato è condiviso, oltre che dai reparti che presidiano la progettazione, lo sviluppo e la vendita di soluzione, anche dall’agguerrita squadra incaricata delle strategie di marketing del gruppo.

Alessandra Bossi marketing coordinator
Alessandra Bossi marketing coordinator

«Questo è sempre stato un elemento fondamentale della filosofia di R1» – ribadisce Alessandra Bossi, marketing coordinator. Un’attività, quella della comunicazione, sulla quale R1 investe molto e che fa affidamento, accanto ai tradizionali strumenti, a una policy di vero e proprio coinvolgimento di partner e decisori in una continua rete di scambio di esperienze, esigenze e soluzioni. Per favorire questo dialogo ravvicinato, R1 si avvale soprattutto di eventi, tavole rotonde e laboratori tecnologici in cui mettere in costante confronto l’offerta tecnologica e le concrete esigenze dell’impresa. «Sono iniziative che stiamo cercando di verticalizzare in modo sempre più efficace sui diversi settori, per assicurare un’informazione mirata» – spiega Alessandra Bossi. Da questi incontri, prosegue la coordinatrice marketing, emerge sempre più definito il cambiamento che la figura del responsabile tecnologico assume al centro della sua organizzazione. L’obiettivo è quello di far percepire l’IT come uno strumento abilitante, non come centro di costo. «Oggi, i CIO che partecipano ai nostri incontri ci chiedono espressamente di aiutarli a cambiare la cultura tecnologica aziendale. R1 risponde organizzando anche eventi studiati appositamente per gli amministratori delegati e tutti gli altri manager che partecipano alle decisioni in materia di soluzioni informatiche».


#R1 Morandini AD @R1spa Digital transformation, collaborazione con i partner e cross-selling
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Benvenuta Trice!

Anche considerando le dimensioni nazionali e l’ampiezza dell’offering del gruppo, l’attività di autentica “formazione” del mercato svolta dal team R1 è sorprendente. «Siamo molto focalizzati sull’organizzazione dei nostri laboratori che vengono gestiti direttamente dai nostri specialist interni, al fine di proporre al mercato le nostre competenze, facendo toccare con mano le ultime tecnologie» – afferma Alessandra Bossi. Nell’anno appena concluso sono state organizzate quasi centoventi iniziative che hanno visto coinvolti decisori, partner e vendor che con R1 condividono una strategia di co-marketing. Se gli eventi hanno lo scopo di presentare la tecnologia in contesti alternativi e coinvolgenti, dove poter coltivare la relazione con il decisionale, R1 è molto presente sui principali canali social – Facebook, Twitter e LinkedIn – e, caso abbastanza unico in questo settore, la comunicazione con il mercato utilizza anche l’inedito strumento dei gruppi WhatsApp. «Lo sappiamo, questi canali partecipati sono molto delicati in termini di effetti positivi e negativi» – riconosce Bossi. Ma continuiamo a coltivare molto il concetto di referenza attiva, anche attraverso un lavoro di elaborazione di case study che stiamo portando avanti, suddividendo i progetti per settore di mercato e per ambito tecnologico, che verranno condivisi sui nostri social con l’obiettivo di farci conoscere dai nostri interlocutori anche attraverso i progetti realizzati. Da questa forte propensione alla comunicazione, nasce anche la nuova esperienza di Trice: un esperimento lanciato alla fine del 2014, con un team relativamente piccolo e un development manager, focalizzati sullo sviluppo di soluzioni di digital marketing, IoT, interaction design e comunicazione digitale. «L’intuizione di Trice deriva da uno studio sulla crescente convergenza tra iniziative IT e marketing. Oggi, le aziende – non solo B2C – ricorrono sempre più alle tecnologie per le loro attività di comunicazione. Da qui, la specialità di Trice in una comunicazione digitale e interattiva» – racconta Alessandra Bossi. E così, al termine del primo anno, Trice ha registrato un fatturato di circa due milioni di euro con case study di restyle web, sviluppo app, digital signage, comunicazione interattiva. Dopo essere stata la protagonista del tradizionale evento natalizio del Gruppo, dove la “startup” è stata presentata ufficialmente, adesso Trice si appresta a diventare il quarto brand di R1 e – secondo Bossi – avrà un ruolo importante nella strategia di ampliamento dell’offerta verso tutte le funzioni delle aziende che hanno scelto o sceglieranno il Gruppo R1 anche come un compagno affidabile e creativo del loro viaggio verso la digital transformation.

Foto di Gabriele Sandrini


 

R1, software e servizi sfiorano quota 30

Il board del Gruppo R1 ribadisce la mission e rivede al rialzo le cifre appena pubblicate dalla Top 100 di Data Manager per il 2014

Ha qualcosa da aggiungere, Giulio Morandini, al termine della lunga intervista per la realizzazione della Cover Story dedicata a R1. L’amministratore delegato del system integrator nazionale vuole chiarire meglio l’impatto che l’assetto societario del Gruppo, con l’evoluzione degli ultimi due anni, influisce sui numeri che esprimono il valore delle attività che l’azienda genera nel comparto software e servizi. «Molti nostri clienti ci hanno fatto i complimenti per l’ingresso nell’ultima classifica di Data Manager con i principali software vendor italiani, ma mi sembra utile fornire qualche dettaglio in più, per spiegare meglio anche alcuni aspetti della nostra struttura e del relativo posizionamento sul mercato». A partire dal 2014, sui valori conseguiti a livello di gruppo per la componente software e servizi – all’incirca 29 milioni di euro per l’anno appena citato – influiscono, secondo Morandini, le decisioni prese dal board della società, in particolare in merito agli assetti delle due aziende controllate da R1, Gway e Eurome. Senza tener conto di questo fattore, sottolinea Morandini, si rischia infatti di sottovalutare il ranking di R1.


#R1 Morandini AD @R1spa rivede al rialzo le cifre della classifica #Top100 per il 2014
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«Nel 2014, R1 ha sicuramente consolidato il suo fatturato alla voce software, crescendo sensibilmente. Ma in questo stesso anno il gruppo ha diversificato molto il suo business, acquisendo il controllo di Gway e sviluppando le attività di servizio erogate da Eurome, la sua azienda di office automation». In questa fase, prosegue Morandini, R1 ha delegato a Gway tutta la parte di sviluppo delle soluzioni da lei integrate, che rappresenta una quota non trascurabile del valore generato. Lo stesso vale per Eurome, che ha preso in mano diverse soluzioni applicative proprietarie del gruppo per alimentare una fase evolutiva che ha dato luogo a una azienda molto diversa rispetto all’originario fornitore di hardware e prodotti ICT. «Se andiamo a consolidare sotto un’unica voce tutto il valore generato così ripartito, si arriva a una cifra più elevata ma anche più realistica – conclude Morandini». Secondo l’AD, è opportuno tenere in considerazione il fatto che R1 si muove sul mercato come un gruppo. «Perché se è vero che Gway e Eurome agiscono come brand indipendenti, il controllo e la direzione strategica sono interamente affidati a R1».

«Nel 2014, R1 è cresciuta e nel successivo 2015 il trend positivo si è ulteriormente accentuato, sempre per la parte che riguarda le soluzioni applicative. Anche perché stiamo potenziando molto l’aspetto dei servizi, senza per questo rinunciare alla vendita di infrastruttura» osserva Giancarlo Stoppaccioli, presidente del Gruppo R1. «Piuttosto, la tendenza è di rivestire il cosiddetto “ferro” con soluzioni e servizi a corredo, spesso partendo da questi ultimi e facendo leva sulla capacità di rinnovamento dei processi per accelerare l’adozione di tecnologie più avanzate». Il valore complessivo di R1, conclude Stoppaccioli, continua a crescere e questo consente al gruppo di reinvestire in nuove competenze, formazione dei collaboratori, iniziative di marketing. «Non abbiamo ancora finalizzato il bilancio ma la cifra che verrà riportata per il 2015 alla voce software e servizi sarà nei dintorni dei 35 milioni, con una ulteriore significativa crescita rispetto al 2014». Il board del Gruppo R1 prosegue la sua azione volta allo sviluppo del business dell’azienda monitorandone tutti i processi interni. Formazione e valorizzazione delle risorse, solidità finanziaria e sviluppo del network costituiscono i cavalli di battaglia della crescita del Gruppo. «La strategia adottata prevede una condivisione delle esigenze di mercato e successiva proposizione di soluzioni tecnologiche all’avanguardia che contribuiscano allo sviluppo del business delle aziende», conclude Stoppaccioli.

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Come gestire al meglio le reti enterprise in tre passi chiave https://www.datamanager.it/2016/02/gestire-al-meglio-le-reti-enterprise-tre-passi-chiave/ Wed, 17 Feb 2016 09:28:59 +0000 http://www.datamanager.it/?p=94784 Razionalizzare, convergere, virtualizzare e automatizzare. Dopo il boom del cloud, il grande interesse – e il relativo business – che si è creato intorno alle architetture e tecnologie cloud sta facendo riflettere sulle logiche e i processi aziendali che gravitano intorno all’ICT, e quindi anche sul tema della gestione della rete Che il cloud non […]

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Razionalizzare, convergere, virtualizzare e automatizzare. Dopo il boom del cloud, il grande interesse – e il relativo business – che si è creato intorno alle architetture e tecnologie cloud sta facendo riflettere sulle logiche e i processi aziendali che gravitano intorno all’ICT, e quindi anche sul tema della gestione della rete

Che il cloud non sia solo più una moda, ma una solida realtà lo dimostra anche la richiesta di personale qualificato, o anche solo da formare, in tale ambito. Un esempio recente in tal senso è l’annuncio di Microsoft dello scorso ottobre quando, attraverso un comunicato stampa, ha dichiarato l’intenzione di attivare nuovi posti di lavoro in Europa entro il 2016 da dedicare allo sviluppo di soluzioni e progetti basati sulla loro piattaforma Cloud Microsoft Azure, in particolare con l’inserimento di 350 persone, da trovare sia tra neoassunti sia tra specializzati, di cui ben 50 in Italia.

Questa scelta si spiega facilmente con il fatto che i conti di Microsoft, presentati nell’ultima trimestrale, hanno retto proprio grazie alle vendite del cloud e dei servizi, mentre il settore “tradizionale” (personal computing, Xbox…) è andato sotto di un ben -17%.

Del resto il fenomeno del cloud sta interessando tutto il mercato ICT anche in Italia, lo dimostra statisticamente l’ultimo Rapporto 2015 di Assintel, l’associazione nazionale delle imprese ICT, che ha commissionato uno specifico studio a NEXTVALUE. Dallo studio, si evince che, in un contesto generale di mercato dell’information technology che finalmente torna a crescere dell’1,7%, la ripresa è trainata soprattutto da alcuni “cavalli vincenti” dell’area del software, in particolare proprio del cloud che cresce a due belle cifre (20%) insieme ad altre realtà quali IoT (+16,7%), business intelligence, analytics e big data (+7,3%). Interessante anche notare che la spesa in IT cresce oltre il 3% nelle medie e grandi imprese, mentre all’inverso assistiamo ancora a una contrazione nel segmento consumer (-1,1%) e in modo più accentuato nella PA (sotto il -2%).


#reti Convergenza e riposizionamento. Verso una trasformazione radicale delle architetture
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Storicamente il cloud, inteso come virtualizzazione delle risorse dei data center e quindi del loro consolidamento, è nato dalle esigenze di riduzione dei costi, trovando attenzione massima in tal senso all’interno di una sfavorevole congiuntura economica, e solo ultimamente sta diventando un paradigma teso invece allo sviluppo, in grado di indirizzare nuovi modelli di business – anche molto disruptive – in tema di piattaforma e di disponibilità di nuove applicazioni. Parrebbe invece mancare una “copertura” cloud nei livelli più bassi della “pila”, ovvero nella cosiddetta rete, che è però base vitale e irrinunciabile per il mondo digitale. Possono quindi le reti continuare a rimanere ancorate verso un approccio “tradizionale”, pur promettendo comunque un’evoluzione tecnica in termini di scalabilità, performance e attenzione alla qualità, come siamo stati finora abituati a vedere? Il buon senso e la logica direbbero di no, anche se difficoltà tecniche e architetturali nel virtualizzare la rete non sono di certo banali. La spinta a superare queste complessità – però – esiste e il percorso verso l’allargamento della virtualizzazione della rete è già stato avviato, in particolare nei suoi elementi di gestione, trasporto e di interfaccia verso i livelli superiori, con paradigmi che promettono di rendere la rete sempre più “liquida”.

In particolare, con l’introduzione di piattaforme software-defined network (SDN) – con la promessa di virtualizzazione attraverso il paradigma di network function virtualization (NFV) – e di nuovi modelli che alcuni chiamano rivoluzionari. Il fatto che non siamo più “all’accademia”, ma all’interno di un iter che odora di “business”, lo dimostra il fatto che sono state avviate due organizzazioni internazionali che ne potranno guidare sviluppo e standardizzazione: la ONF (Open Networking Foundation) e l’ETSI NFV ISG (Industry Specification Group).

Ma cosa sono SDN e NFV?

SDN (acronimo di software-defined networking) è di fatto la promessa di un nuovo modo di gestire la rete, introducendo il concetto di virtualizzazione – oramai maturo in ambiente informatico – nella rete, ovvero proponendo un’architettura tale da separare la tematica del controllo rispetto a quelle delle funzionalità, aumentandone le flessibilità.

NFV (acronimo di network function virtualization) è lo sviluppo di opportune tecnologie atte a virtualizzare le funzioni dei nodi di rete in modo che possano essere collegati insieme per creare servizi di comunicazione. Si tratta di un paradigma, o meglio un “ecosistema”, che aiuterebbe ad “avvicinare” la rete alle applicazioni, tanto che alcuni dicono che potrebbe rappresentare uno dei cambiamenti più significativi degli ultimi venti anni per l’industria delle telecomunicazioni. Per affrontare la crescita della telefonia fissa, mobile e del traffico indotto dal fenomeno dell’IoT, gli operatori europei stanno inventando nuove tecnologie e standard, traendo ispirazione da tecnologie altamente ottimizzate e progetti di business dei loro diretti competitor del cloud. La grande potenzialità di queste nuove tecnologie si desume in modo oggettivo da un recente report realizzato in modo congiunto da Arthur D. Little – leader del management consulting globale – e dai Bell Labs, che ha analizzato le prospettive del nuovo scenario prendendo in esame 35 operatori di telecomunicazioni europei che, facendo riferimento ai dati di bilancio 2013, hanno prodotto ricavi per 250 miliardi e investito per 150 miliardi di euro.

Dai dati dello studio, si ricava che attraverso SDN e NFV si possa addirittura aspirare a “rimodellare il futuro” perché, attraverso queste tecnologie, si prevedono enormi impatti in termini di efficienza per le telco. Si tratta di ben 14 miliardi di euro all’anno nel solo ambito delle tecnologie di rete, che possono però arrivare addirittura fino a 39 miliardi complessivi all’anno grazie alle promesse di ottimizzazione dei processi, in termini sia di automazione sia di semplificazione.


#reti #SDN e #NFV per condividere la creazione del futuro con i principali clienti e partner
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L’analisi suggerisce anche alcuni passi fondamentali affinché le telco possano sfruttare al meglio questa grande opportunità. Il primo passo è di “muoversi presto e con determinazione per riposizionarsi quale operatore delle telecomunicazioni”. Questo perché l’evoluzione digitale di questi ultimi anni dimostra come sia possibile che il business tradizionale delle telco possa venir eroso da concorrenti completamente nuovi e inaspettati, che introducono nuovi modelli di business di tipo “disruptive”. Il secondo passo consiste nel “condividere la creazione del futuro con i principali clienti e partner”. è necessario lavorare verso la creazione di un “ecosistema”, superando i vincoli e gli approcci tradizionali che invece sono indirizzati verso un mondo più chiuso. Il suggerimento è quindi quello di tendere a una comunione d’intenti, magari formando anche organizzazioni ad hoc, per facilitare accordi o scambi di servizi tra i differenti operatori, stimolando contemporaneamente lo sviluppo di nuovi standard di interoperabilità. Il terzo passo è quello di “razionalizzare, convergere, virtualizzare e automatizzare”. In altre parole, si tratta di superare le logiche delle reti “legacy” verso una trasformazione radicale sulle architetture, comunque convergenti verso il paradigma IP. In estrema sintesi, il passaggio al cloud anche per la rete, afferma lo studio, non è più una questione di “se” ma di “come e quando”. E in ogni caso già da subito la rete attuale ha a che fare con il mondo del cloud, oramai pervasivo e inarrestabile.

Proviamo, allora, a porre un paio di domande chiave ad alcuni attori del mercato, in modo da comprenderne meglio stato e prospettive per capire come sta cambiando il governo delle reti a fronte dello sviluppo del cloud.

Cambiamento e punti critici

Secondo l’opinione di Claudio Pistritto, portfolio & service development, connect product manager di BT in Italia, ci sono alcuni punti critici che stanno frenando l’adozione generalizzata del modello cloud. «Tra questi, gli aspetti di sicurezza dei servizi dati e del network, la gestione dei cloud ibridi, la compliance ad aspetti regolatori e le performance delle applicazioni che dal data center aziendale si spostano sulla nuvola. Peraltro, sulla base di interviste condotte da BT circa il 40% delle imprese entro due anni opererà in un contesto multi-cloud» – mette in evidenza Pistritto.

Per Carlo Borello, direttore marketing e HR di Gruppo Sintesi, l’esplosione di piattaforme tecnologiche come Amazon EC2 e VMware hanno spostato il paradigma verso reti ibride (premise + cloud) concepite e gestite come unico livello di astrazione, indipendentemente dalle tecnologie utilizzate e dalle infrastrutture sottostanti. «È un cambiamento – spiega Carlo Borello – che semplifica la fruizione delle applicazioni da parte degli utilizzatori e allo stesso tempo trasferisce la pressione sulle aziende che si occupano dell’integrazione del sistema informativo e della relativa gestione. Per chi opera la sfida è “nascondere la complessità tecnologica” e rendere visibile solo lo strato superiore di astrazione che di fatto è l’infrastruttura as a service».

Approccio ibrido e architetture agili

Flavio Radice, president of the Board & CEO di Hitachi Systems CBT,  ritiene che il proliferare di innovazioni tecnologiche e la crescente adozione di paradigmi cloud oriented portino le aziende a ragionare sui modelli di disponibilità dei dati e, di conseguenza, sull’agilità e l’affidabilità delle reti enterprise. «Nell’era dell’IoT – spiega Radice – la disponibilità immediata dei dati diviene una leva strategica per i business leader e questo vedrà le aziende sempre più orientate alla ricerca di capacità di storage e computazionale as a service. Il passaggio a modelli di cloud computing spinge le aziende a considerare soluzioni ibride in grado di combinare connettività (disponibilità in mobilità dei dati) e garanzia di sicurezza del trattamento dei dati. Diventa, quindi, necessario per le aziende affidarsi a un partner che possa gestire la complessità e le componenti eterogenee del nuovo sistema aziendale profilato dalle soluzioni cloud. è in questo passaggio che si posiziona Hitachi Systems CBT, da anni partner di aziende di medie e grandi dimensioni che decidono di convergere verso soluzioni di hybrid cloud. I punti di forza dell’offerta EasyCloud sono l’eccellenza dei propri data center, progettati TIER 3, certificati ISO 27001, carrier independent, la conoscenza di ambienti complessi ed eterogenei in termini di middleware e la conoscenza qualificata in relazione alla sicurezza informatica e alla protezione dei dati dei nostri clienti».


#reti Razionalizzare, virtualizzare e automatizzare, superando le logiche delle reti legacy
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In questi anni abbiamo assistito a un incremento notevole del cloud che sta trasformando radicalmente i sistemi IT aziendali. Per Paolo Allegra, vicepresidente products & service di Italtel, «lo sviluppo del cloud – oltre a recare i noti benefici relativi alla manutenzione, ingombro e consumi – costituisce una straordinaria opportunità per dismettere soluzioni legacy, spingendo l’impresa, attraverso uno sforzo progettuale, a individuare alternative tecnologiche coerenti con il nuovo paradigma. Ciò ha un benefico impatto sui processi e sull’evoluzione del profilo tecnico del personale perché vengono meno le necessità di competenze di nicchia a vantaggio di nuove specializzazioni per l’orchestrazione e la manutenzione delle piattaforme. Il cloud rende più agevole la gestione delle reti, dei servizi e il provisioning di nuove applicazioni, ma tutto ciò è semplice solo in apparenza. Occorrono competenze specifiche per gestire gli effetti pratici della trasformazione, quali il transito della migrazione dei servizi dal vecchio al nuovo, l’acquisizione di una nuova cultura del software-licensing e dei modelli di “opex vs capex”. Questo insieme di competenze tecnico-gestionali sono proprio quelle che Italtel ha maturato operando là dove ICT e telecomunicazioni confluiscono, realizzando soluzioni cloud in risposta alle esigenze del cliente».

Rivoluzione delle reti

Ci sono tre grandi trend che stanno radicalmente modificando il mondo delle reti: cloud, IoE e decentramento organizzativo delle aziende, come ci spiega Matteo Masera, direttore commerciale di PRES: «Si tratta di tre movimenti che hanno una forte relazione tra loro e che rappresentano nel loro insieme il cuore della trasformazione digitale che le aziende stanno affrontando o dovranno affrontare per sopravvivere a questo epocale cambio di paradigma. Al cuore di queste trasformazioni c’è il software. Le reti devono e dovranno sempre più abilitare l’uso del software in modo sicuro e il più possibile automatizzato in un mondo ibrido, fatto di nuvole pubbliche e private. Questa è la visione di PRES e per questo abbiamo rivoluzionato il nostro modo di gestire le reti dei nostri clienti, gestendo l’infrastruttura, garantendo la sicurezza del dato e analizzando i comportamenti delle applicazioni. Il mondo sta cambiando rapidamente e PRES ha fortemente investito nell’aggiornamento delle skill del personale tecnico per rispondere a pieno alle nuove esigenze dei nostri clienti. Non è più sufficiente costruire infrastrutture, ma saper integrare servizi in cloud con servizi on premise, mettendo sempre al centro le applicazioni e la sicurezza delle informazioni».

Ma quali sono le prospettive di sviluppo delle reti in questo scenario di cambiamento? Per Claudio Pistritto di BT in Italia, il cloud, per le aziende, non è soltanto uno strumento di flessibilità e cost saving. «Ma è un modo per trasformare i processi aziendali e per creare nuovi modelli di business con clienti, fornitori e partner». Non solo. «I modelli SDN/NFV implicano l’implementazione di servizi di rete e IT integrati in bundle software installati da remoto su infrastrutture virtualizzate standard. Servizi ICT che oggi attiviamo e integriamo in settimane o mesi saranno disponibili in qualche minuto o al massimo in poche ore. BT con la proposizione “Cloud of Clouds” si propone come “cloud integrator”, cioè un partner capace di gestire la complessità del nuovo sistema nervoso delle aziende. “Cloud of Clouds” include, oltre alle soluzioni veriticali BT (Cloud Contact, One, Compute), l’accesso ai principali cloud sul mercato (AWS, MS Azure e Office365, Salesforce, Oracle, etc.)».

Secondo Carlo Borello di Gruppo Sintesi, le prospettive sono quelle di un aumento esponenziale della capacità di calcolo e delle risorse a disposizione del business. «Crescono anche le necessità di controllo dello stato della rete e dell’effettivo utilizzo delle risorse e per rispondere a queste esigenze Gruppo Sintesi si sta concentrando sullo sviluppo di applicazioni di monitoring e di cruscotti aziendali capaci di dare al cliente una visibilità in tempo reale dello stato delle applicazioni e dell’efficienza dell’infrastruttura».


#reti Come gestire al meglio le reti enterprise in tre passi chiave
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Conclusioni

Il termine inglese cloud computing (che in italiano risuona come nuvola informatica) è entrato oramai nel lessico familiare di qualsiasi persona che operi nel mercato ICT ed è oramai conosciuto bene anche da gran parte degli utilizzatori di applicazioni e servizi sia in ambito consumer sia business. Come noto, indica un paradigma che permette l’erogazione flessibile e on demand di risorse informatiche secondo differenti modelli. In particolare si parla di “Infrastructure as a Service” (IaaS) quando il cloud offre servizi basati sulla virtualizzazione delle risorse hardware. “Platform as a Service” (PaaS) si usa quando l’offerta si spinge più in alto, dando la libertà al cliente di occuparsi solo dello sviluppo delle applicazioni. E infine, si parla di “Software as a Service” (SaaS) quando l’offerta è completa e si caratterizza per la disponibilità di un servizio praticamente chiavi in mano. Assisteremo allora a breve alla comparsa di un nuovo, ulteriore, acronimo che consentirà l’accesso a offerte di servizio altrettanto flessibili e innovative anche per la rete? Direi proprio di sì, anche perché l’acronimo è già pronto ed è già visibile ai naviganti di Internet. Ovviamente, si chiama “Network as a Service” (NaaS), un contenitore ancora piuttosto vuoto, ma che sono certo si riempirà velocemente nel futuro, collocando ulteriori pietre di progresso in questo affascinante percorso tecnologico che abbiamo la fortuna di vivere.

Meditiamo, gente. Meditiamo…

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