makers – Data Manager Online https://www.datamanager.it Il portale dell'ICT professionale Wed, 14 Jul 2021 15:31:07 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=5.8.13 https://www.datamanager.it/wp-content/uploads/2020/04/dmo-favicon3.png makers – Data Manager Online https://www.datamanager.it 32 32 Raspberry presenta Pi Zero WH https://www.datamanager.it/2018/01/raspberry-presenta-pi-zero-wh/ Wed, 17 Jan 2018 19:00:12 +0000 http://www.datamanager.it/?p=139050 Una nuova versione del mini PC più amato dagli smanettoni, con connettore GPIO a 40 pin già saldato e pronto all’uso Sempre più semplice, sempre più dedicato alla formazione. La Raspberry Foundation ha presentato Pi Zero WH, una nuova scheda, un mini PC, pronto all’uso, più dei modelli precedenti. Quello che cambia, rispetto alle generazioni […]

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Una nuova versione del mini PC più amato dagli smanettoni, con connettore GPIO a 40 pin già saldato e pronto all’uso

Sempre più semplice, sempre più dedicato alla formazione. La Raspberry Foundation ha presentato Pi Zero WH, una nuova scheda, un mini PC, pronto all’uso, più dei modelli precedenti. Quello che cambia, rispetto alle generazioni passate, è la presenza del connettore GPIO a 40 pin già saldato, dunque un motivo in più per i meno esperti di avvicinarsi al mondo dei makers e dello sviluppo hardware e software. Non è questo l’unico punto di differenziazione, visto che Pi Zero WH integra anche la connettività Wi-Fi e Bluetooth, senza necessità di agganciare connettori esterni e moduli ulteriori. La compattezza, come sempre, la fa da padrone, tanto da rendere la board ancora una volta la scelta migliore per l’home developing domestico.

Meno di 20 dollari

Pi Zero WH non è una scheda completa come Raspberry Pi 3 ma va decisamente incontro alle esigenze degli early adopters. Basti pensare che ha un prezzo di 18 dollari, qualcosa in più del modello W da 10 dollari ma con l’evidente vantaggio del già citato GPIO a 40 pin. C’è da dire che l’aggiunta rappresenta comunque una riduzione del costo necessario ad ottenere un mini computer completo, considerando anche che con la pre-saldatura gli utenti Windows e Mac possono accedere alle funzionalità ad essa collegate senza dover passare per il protocollo SSH. WH non è di certo un prodotto rivoluzionario ma un’ulteriore opzione nel vasto mondo del fai-da-te che Raspberry ha contribuito a consolidare. Già disponibile online per il pre-ordine, la schedina si compra a questo indirizzo.

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Sergio Pedolazzi, pensare digitale, ma Made in Italy https://www.datamanager.it/2017/07/sergio-pedolazzi-pensare-digitale-made-italy/ Tue, 25 Jul 2017 15:03:03 +0000 http://www.datamanager.it/?p=129383 Come trasformare un’idea semplice in un’impresa di successo. Si parla molto di startup come volano per la crescita economica, ma in molti casi si tratta solo di slogan. Le piccole imprese innovative come D-Factory hanno invece il potenziale per creare sviluppo, nuovi posti di lavoro e dare nuovo slancio al Made in Italy La fabbrica […]

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Come trasformare un’idea semplice in un’impresa di successo. Si parla molto di startup come volano per la crescita economica, ma in molti casi si tratta solo di slogan. Le piccole imprese innovative come D-Factory hanno invece il potenziale per creare sviluppo, nuovi posti di lavoro e dare nuovo slancio al Made in Italy

La fabbrica connessa con tutto il suo arsenale tecnologico e il suo esercito di “makers” e Fab lab abbassa le barriere d’ingresso in termini di sviluppo di prototipo. Davanti alla platea del WeChangeIT Forum di Data Manager, Sergio Pedolazzi, CEO e founder di D-Factory, e ideatore di Skiddi, racconta come un’idea si può trasformare in impresa, partendo con poche risorse ma tanta creatività. Skiddi è il mini-trolley tascabile per il trasporto degli sci, un prodotto di design nato dal processo di accelerazione attraverso l’incubatore D-namic di Brescia. Skiddi è solo la prima idea diventata rapidamente realtà, finanziata attraverso concorsi e bandi nazionali e grazie al successo di una campagna di crowdfunding. Oggi, D-Factory, che si può definire un “laboratorio di idee”, si appresta a lanciare “dal basso” prodotti di design Made in Italy e sostenerne lo sviluppo, fino alla produzione industriale. Poco più di 80 grammi di peso, dimensioni equivalenti a quelle di un uovo e due piccole ruote, per un trasporto manuale veloce. Skiddi nasce da un bisogno personale. «Durante una vacanza in una località sciistica, mi sono chiesto perché dovessi fare tanta fatica per portare gli scii dal parcheggio o dall’hotel fino agli impianti di risalita. Un’idea semplice che parte da un’esigenza pratica» – afferma Pedolazzi. E i bisogni e i desideri dei clienti guideranno il mercato. La tecnologia cambia le abitudini ma non i bisogni. Le parole chiave sono: engagement, commitment, competenza. Sergio Pedolazzi, classe 1983, laureato in Ingegneria Civile, ha lavorato nel mondo delle costruzioni come area manager nel settore di sviluppo e progettazione di materiali innovativi per l’edilizia, e si è subito avvicinato al product design partendo dal movimento dei “makers”, sviluppando prodotti attraverso l’utilizzo della stampa 3D open-source.

I sostegni alle startup innovative previsti dal ministero dello Sviluppo economico, che ha adottato l’80 per cento delle misure indicate dalla comunità europea, dopo le prime fasi di avvio si scontrano con un sistema privato degli investimenti ancora troppo immaturo. In Italia, non esiste una vera cultura del capitale di rischio, né condizioni a contorno in grado di incoraggiarla. Al contrario, l’ecosistema delle startup in Italia è in continua crescita, soprattutto di quelle registrate come Innovative presso le Camere di Commercio. I dati raccolti individuano la Lombardia come la regione più virtuosa. Tuttavia, in termini di investimenti in startup e di presenza di fondi di venture capital, l’Italia si posiziona ancora in modo modesto rispetto ad altri paesi europei e soprattutto agli Stati Uniti, con la Silicon Valley in testa. Nel primo semestre del 2016, il venture capital in Italia ha pesato per l’uno per cento sul totale degli investimenti in imprese. I dati sono dell’AIFI, l’associazione Italiana di Private Equity, Venture Capital e Private Debt.


.@SergioPedolazzi #marketing40 Come passare dal prodotto al mercato? #wechangeit
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Nondimeno, si continua a parlare molto di startup come volano per la crescita economica. In molti casi si tratta solo di slogan. Di fatto, le startup italiane, per qualità e validità, avrebbero tutto il potenziale per creare nuovi posti di lavoro. «Dopo l’accelerazione nel primissimo periodo di vita dell’azienda – però – ci sono poche forme di sostegno nella fase di avvio dell’attività produttiva» – racconta Pedolazzi. In Italia, la cultura di Venture Capital è tutta da costruire. Chi vuole fare il salto finale e diventare “grande”, deve fare i conti in Italia con la scarsità dei finanziamenti. Nel mondo, c’è molta liquidità. Ma la liquidità va dove c’è meno rischio o dove c’è più rendimento e dove c’è un’infrastruttura non solo tecnologica ma di sistema in grado di reggere il cambiamento». Pensare digitale e l’importanza del saper fare. Dall’idea al prodotto. La tecnologia abbassa la prima barriera di ingresso. Ma come passare dal prodotto al mercato? «Le imprese di successo saranno quelle capaci di cambiare veramente il modo di vendere e comunicare, ma anche di ideare e sviluppare il prodotto. Chi insegna le strategie di marketing alle aziende, non ha mai gestito un’impresa». Parola di startupper.

Data Manager: Come nasce Skiddi? Con quanti soldi sei partito? Chi ti ha aiutato e supportato?

Sergio Pedolazzi: Skiddi nasce da una necessità personale, che nel caso specifico era quella di trovare un modo semplice e sicuro per agevolare il trasporto degli sci nel tragitto che separa il parcheggio o l’hotel dagli impianti di risalita. Una volta verificato che non ci fosse nulla di simile sul mercato, e riconoscendo che il mio problema poteva rappresentare un problema comune a tutti quelli che si trovavano nella mia medesima situazione, pensai che il problema poteva diventare un “bisogno latente” al quale dare una soluzione. Sono partito circa quattro anni fa acquistando una stampante 3D con la quale concepii l’idea di Skiddi, e una volta depositato un brevetto con circa duemila euro, varie fortunate coincidenze e un pizzico di convinzione, mi hanno dato la possibilità di incontrare persone e situazioni che mi hanno aiutato nello sviluppo dell’idea di Skiddi, fino alla realizzazione.

Dall’idea al prototipo. La tecnologia ha abbassato le barriere di accesso per l’ideazione e lo sviluppo di un’idea, ma quando si tratta di “diventare grandi” l’imbuto si stringe. C’è stato un momento in cui ti sei sentito solo e che non ce l’avresti fatta?

Grazie alle competenze tecniche della mia professione, sono riuscito a portare avanti i primi step di sviluppo autonomamente, grazie a un programma di modellazione 3D gratuito, una stampante 3D open source da 700 euro, e tanta fantasia. Si, oggi la tecnologia consente di abbattere la prima “barriera in ingresso” rappresentata dai costi di prototipazione, step che fino a pochi anni fa bloccava molti designer e progettisti che non erano in grado di passare nemmeno alla fase di prototipazione. Nel momento in cui ti accorgi che la fase di prototipazione è giunta al termine, cioè si è passati da un prototipo a un prodotto che possa soddisfare una richiesta sia funzionale sia estetica, è qui che inizia il vero e duro lavoro, e ci si scontra con la fatidica domanda: e adesso, come faccio a industrializzarlo e passare dal “prodotto” al “mercato”? A questa domanda, ci si rende subito conto che le competenze di una singola persona non bastano più, ed è necessario trovare altre competenze e persone che possano formare un vero team di sviluppo.

Perché in Italia, ci sono poche opportunità anche a livello di “seed”? Che cosa bisognerebbe migliorare?

Per rispondere a questa domanda e quindi capire i limiti che esistono a livello di investimenti in Italia, e come possono essere migliorati, bisogna conoscere le realtà al di fuori del nostro Paese. A me è bastato un viaggio nella Silicon Valley, per capire le differenze strutturali tra un paese come gli USA, dove un’idea a livello “seed” può essere finanziata con centinaia di migliaia di dollari e un’Italia, dove solitamente i primi “seed” si attestano intorno a qualche decina di migliaia di euro, che ovviamente possono e devono essere comunque sfruttati. Migliorare questa situazione purtroppo necessita un cambiamento culturale di un Paese che non è assolutamente pronto e non è propenso a investimenti ad alto rischio come quello che può essere in una startup.


.@SergioPedolazzi #marketing40 Pensare digitale, ma Made in Italy #wechangeit
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Quanto è importante credere nella propria idea e quanto che ci credano gli altri?

Sembrerà scontato dire che è importantissimo crederci in prima persona, a livello di non dormirci la notte. Ma fondamentalmente è cosi: se non si è disposti a investire per primi tempo e denaro sulla propria idea, significa che nessuno sarà disposto a farlo. Allo stesso tempo, però, non bisogna fare l’errore di essere “ciechi” e di andare avanti senza considerare gli spunti e i feedback esterni nella fase di sviluppo: bisogna essere sempre pronti e accettare le critiche, anche di chi ti sta più vicino. Capire quali di quelle critiche siano costruttive, e rimettere in discussione anche le proprie più ferree convinzioni, se necessario, per migliorare il prodotto. Solo in questo modo si può affrontare il mondo esterno, e soprattutto coloro che possono essere interessati a investire sull’idea. Per convincere un investitore, una banca o banalmente il pubblico, come nel caso del crowdfunding, serve da un lato essere assolutamente convinti ed entusiasti della propria idea e saperla comunicare in modo chiaro e professionale, e allo stesso tempo essere preparati a rispondere a qualsiasi dubbio e obiezione, per risultare credibili e convincenti.

Dopo un anno di break-even, Skiddi è alla prima stagione di vendita in Europa e USA. Una bella soddisfazione. Come gli strumenti di social marketing ti stanno aiutando a vendere la tua idea?

Premetto che io e il marketing fino a qualche mese fa eravamo due perfetti sconosciuti: questa esperienza mi ha però fatto capire che nel mondo della comunicazione, spesso chi “insegna” le strategie di marketing alle aziende, non ha mai gestito un’azienda. Questo per dire che, soprattutto quando si ha poco budget da spendere, l’unico modo per verificare quali strumenti siano più o meno adatti al tuo tipo di business, è quello di sperimentarli in prima persona, capire come funzionano e quindi di affinare, spesso procedendo per tentativi ed errori, la propria strategia. Nel mio caso specifico, il crowdfunding è stato il primo elemento vincente nella mia strategia di sviluppo, permettendomi di raccogliere pre-ordini e finanziamenti. Il crowdfunding è il più innovativo, rapido e globale strumento di marketing, che consente di fare subito un test sul mercato, ricevere feedback immediati, tutto prima ancora di aver messo in piedi una produzione industriale. Altri strumenti di marketing che ho testato e che hanno portato risultati strabilianti sono semplici campagne sponsorizzate sui social con investimenti giornalieri minimi, alimentate però da un piano editoriale che mi permettesse di raggiungere il target giusto, e una vendita online tramite campagne flash-sale paese per paese, sfruttando la visibilità delle community consolidate degli stessi siti partner. Non credo nei nuovi influencer, ma credo nella reputazione del mezzo che si usa. Il mezzo che si utilizza non è indifferente.

Bisogni e desideri dei clienti guideranno il mercato. Chi sono i tuoi clienti e che cosa stai facendo per migliorare la relazione con il tuo cliente?

Le azioni e le strategie di comunicazione fatte tramite le campagne sponsorizzate su Facebook mi hanno consentito di profilare e targettizzare molto bene la mia tipologia di clientela, estraendo per esempio le percentuali di clienti divisi per età, sesso, provenienza e gusti. Ma non tutti i target si possono raggiungere con Facebook. E ci sono relazioni e target che si possono costruire e raggiungere solo in contesti differenti, e questo è particolarmente vero nel B2B. In ambito più consumer, con costi di acquisizione bassissimi, è possibile raccogliere dati, che diventano informazioni fondamentali per migliorare sia la strategia di comunicazione sia per definire i migliori canali di vendita. Attualmente, grazie alle informazioni raccolte in questo anno e mezzo, sono ad esempio passato, da una vendita quasi esclusivamente online, a una vendita tramite retailer che mi consente di alimentare e diffondere la conoscenza del prodotto sul mercato.

Analytics, Big Data e Machine Learning promettono di realizzare il sogno del marketing one-to-one per dare ai clienti quello che vogliono. Ma i clienti sanno veramente quello che vogliono?

I clienti non saranno mai i direttori marketing di un’azienda. Ma credo sia ormai assodato che questi sono e saranno i migliori strumenti di marketing strategico a disposizione di un’azienda, e pensare di andare contro questa tendenza, o pensare che sia un metodo inutile, magari perché complesso e costoso, sia il modo più semplice di fallire, o comunque di rimanere indietro rispetto alla concorrenza. Oggi, qualsiasi azienda, dal produttore di Skiddi alla gelateria sotto casa, deve necessariamente dotarsi degli strumenti di analisi e raccolta dati, in modo da definire sempre meglio i bisogni dei propri clienti e le tendenze di mercato, e quindi modificare la propria strategia di vendita sulla base delle informazioni raccolte. L’ascolto e la capacità di elaborare le informazioni resta fondamentale. Se non fosse cosi, Google che raccoglie e vende informazioni non sarebbe…Google.


.@SergioPedolazzi Chi insegna #marketing non ha mai gestito un’impresa #wechangeit
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L’avventura di Skiddi che cosa ti ha insegnato sul tuo Paese, che non immaginavi?

Anche se da un lato l’Italia non ha dimostrato di essere un paese pronto e propenso all’investimento e al rischio, soprattutto in startup, e che manchino politiche di lungo periodo che agevolino lo sviluppo dell’imprenditoria giovanile in maniera strutturale, devo dire che personalmente non ho avuto un’esperienza totalmente negativa. Questo perché ho avuto la fortuna di incontrare persone molto competenti che sono state in grado di suggerirmi e indicarmi dove trovare le opportunità per portare avanti la mia idea. Anche a livello istituzionale, ho avuto la possibilità di accedere a finanziamenti a fondo perduto che mi hanno consentito, non senza difficoltà, di raccogliere, insieme al crowdfunding, quanto necessario per lanciare la mia attività. Quindi devo riconoscere che qualcosa di buono anche in Italia c’è, forse a volte difficile da scovare, ma c’è. Serve soltanto qualche passetto in avanti a livello culturale, che consenta di spingere e stimolare di più i giovani a sviluppare nuove idee di business, in un momento di difficoltà e di cambiamento che oggi stiamo vivendo, dove la parola “cambiamento” io la interpreto come “opportunità”.

Oggi, con D-Factory, stai per lanciare “dal basso” prodotti di design Made in Italy e sostenerne lo sviluppo, fino alla produzione industriale. Anche questo è il bello dell’Italia?

Ho sempre ammirato i piccoli e medi imprenditori degli anni Cinquanta o Sessanta, che da zero hanno costruito il tessuto industriale e lavorativo dell’Italia come nessun altro paese del mondo. Inoltre sono convinto che in Italia possiamo eccellere fondamentalmente in tre settori: cibo, moda e design. Con la mia piccola e modesta realtà vorrei semplicemente continuare a cavalcare un nostro punto di forza e mantenere attivo il settore manifatturiero che sta alla base dei prodotti di design, semplicemente sfruttando qualche strumento innovativo in più, convinto che la qualità del Made in Italy possa e debba ancora imporsi sul mercato globale. Quindi sì, per me anche questo è il bello dell’Italia, e se posso farne parte, non posso che essere felice e orgoglioso.


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L’ideatore di Skiddi al #WeChangeIT Forum di Data Manager https://www.datamanager.it/2017/04/lideatore-skiddi-al-wechangeit-forum-data-manager/ Wed, 05 Apr 2017 09:59:10 +0000 http://www.datamanager.it/?p=122573 Sergio Pedolazzi, CEO e founder di D-Factory aprirà i lavori della Tavola Rotonda sul Marketing 4.0 La fabbrica connessa con tutto il suo arsenale tecnologico e il suo esercito di “makers” e Fab lab abbassa le barriere d’ingresso in termini di sviluppo di prototipo. «Chi vuole fare il salto finale e diventare “grande” deve fare […]

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Sergio Pedolazzi, CEO e founder di D-Factory aprirà i lavori della Tavola Rotonda sul Marketing 4.0

Sergio Pedolazzi a #WechangeIT ForumLa fabbrica connessa con tutto il suo arsenale tecnologico e il suo esercito di “makers” e Fab lab abbassa le barriere d’ingresso in termini di sviluppo di prototipo. «Chi vuole fare il salto finale e diventare “grande” deve fare i conti, però, con la scarsità dei finanziamenti» – spiega Sergio Pedolazzi, CEO e founder di D-Factory, e ideatore di Skiddi, il mini-trolley tascabile per il trasporto degli sci, il primo prodotto di design nato da un processo di accelerazione attraverso l’incubatore D-namic di Brescia.

«Dopo l’accelerazione nel primissimo periodo di vita dell’azienda, ci sono poche forme di sostegno nella fase di avvio dell’attività produttiva. In Italia, la cultura di venture capitalist è tutta da costruire. Nel mondo, c’è molta liquidità. Ma la liquidità va dove c’è meno rischio o dove c’è più rendimento e dove c’è un’infrastruttura non solo tecnologica ma culturale in grado di reggere il cambiamento».

Sergio Pedolazzi, classe 1983, laureato in Ingegneria Civile, ha lavorato nel mondo delle costruzioni come area manager nel settore di sviluppo e progettazione di materiali innovativi per l’edilizia, e si è subito avvicinato al product design partendo dal movimento dei “makers”, sviluppando prodotti attraverso l’utilizzo della stampa 3D open-source.

Skiddi nasce da un bisogno personale. «Durante una vacanza in una località sciistica, mi sono chiesto perché dovessi fare tanta fatica per portare gli scii dal parcheggio o dall’hotel fino agli impianti di risalita».

Poco più di 80 grammi di peso, dimensioni equivalenti a quelle di un uovo e due piccole ruote, per un trasporto manuale veloce. «Un’idea semplice che parte da un’esigenza pratica» – afferma Pedolazzi. «E i bisogni e i desideri dei clienti guideranno il mercato».

skiddi sergio pedolazzi a #WeChangeIT Forum

Dopo aver superato il punto di break even, Skiddi è alla prova della prima stagione di vendita in Europa e Stati Uniti. «Il marketing 4.0 è la leva che permetterà alle idee vincenti e di qualità di farsi strada nel mondo».

#WeChangeIT Forum si terrà a Milano, presso l’UniCredit Pavilion, il prossimo 18 Maggio.

Per assistere gratuitamente all’evento è sufficiente pre-registrarsi a questo link

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Raspberry Pi Zero W: ecco il microcomputer da 10 dollari https://www.datamanager.it/2017/03/raspberry-pi-zero-w-microcomputer-10-dollari/ Wed, 01 Mar 2017 19:00:45 +0000 http://www.datamanager.it/?p=120198 La Fondazione aggiunge un nuovo modello al già ricco portafoglio di prodotti per sviluppatori e maker con la novità della connessione Bluetooth 4.0 Ne ha fatta di strada dal 2012. La Raspberry Foundation aveva lanciato cinque anni fa il suo primo Pi, microcomputer destinato a semplificare il panorama del coding casalingo e anche quello più […]

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La Fondazione aggiunge un nuovo modello al già ricco portafoglio di prodotti per sviluppatori e maker con la novità della connessione Bluetooth 4.0

Ne ha fatta di strada dal 2012. La Raspberry Foundation aveva lanciato cinque anni fa il suo primo Pi, microcomputer destinato a semplificare il panorama del coding casalingo e anche quello più ampio dei maker e sviluppatori. Con un prodotto economico (sui 35 euro) ed estremamente versatile, la Fondazione aveva assicurato a chiunque di potersi gettare nel campo del development senza troppe remore. Lo scorso settembre, dopo aver raggiunto, e oltrepassato, il traguardo di 10 milioni di pezzi venduti, la compagnia ha lanciato uno starter kit vantaggioso, al prezzo di 130 dollari, per dare ai suoi clienti un ecosistema hardware leggermente più fornito. Ma i festeggiamenti non sono finiti, visto che Raspberry ha intenzione di ricordare ogni piccolo passo della sua storia in rapida ascesa, compresa la quinta candelina appena raggiunta.

Connesso ed economico

E così ecco arrivare Pi Zero W, una scheda in miniatura molto simile allo Zero visto lo scorso febbraio ma più completa dal punto di vista della connettività. A differenza del predecessore infatti, questa monta un’antenna Wi-Fi 802.11 b/g/n e una Bluetooth 4.0, oltre all’ingresso LAN, per accontentare chi proprio non può fare a meno degli standard che permettono agli artefatti potenziati da Raspberry di comunicare con dispositivi mobili e altre tipologie di oggetti (pensiamo ai sensori, ai rilevatori esterni, e così via). Può sembrare banale, ma l’aggiunta sarà sicuramente apprezzata dai consumatori, per i quali la mancanza rappresentava un vero cruccio, da aggirare collegando a una presa USB un classico dongle wireless o BT, dal costo maggiore del computer stesso. Raspberry Pi Zero W è già disponibile presso i rivenditori ufficiali e online a 10 dollari.

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Ecco Asus Tinker Board, un Raspberry Pi oltre ogni limite https://www.datamanager.it/2017/01/asus-tinker-board-un-raspberry-pi-oltre-limite/ Tue, 24 Jan 2017 19:30:12 +0000 http://www.datamanager.it/?p=117705 La casa taiwanese lancia il suo mini-PC dalle dimensioni ridotte ma con hardware interessante: CPU quad-core e video in 4K Raspberry Foundation trema, Asus ti ha nel mirino. Ovviamente nulla di personale ma la casa taiwanese, con una storia e un seguito ben più numeroso di quello della startup inglese, ha deciso di lanciarsi nel […]

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La casa taiwanese lancia il suo mini-PC dalle dimensioni ridotte ma con hardware interessante: CPU quad-core e video in 4K

Raspberry Foundation trema, Asus ti ha nel mirino. Ovviamente nulla di personale ma la casa taiwanese, con una storia e un seguito ben più numeroso di quello della startup inglese, ha deciso di lanciarsi nel settore dei mini-PC, con Tinker Board. Si tratta di un dispositivo dalle dimensioni ridotte con al centro un processore quad-core Rockchip a 1,8 GHz e 2 GB di RAM. A conti fatti, il piccolo computer gode di una potenza doppia del Raspberry Pi 3, l’ultimo nato della famiglia, dotato di CPU Broadcom BCM2837. Ma non solo: la soluzione di Asus è anche in grado di riprodurre video in 4K, codificati H.264, con audio a 24-bit e 192 KHz. Non a caso, il produttore ha messo a confronto il suo prodotto con quello della diretta concorrente, spiegando punto per punto perché Tinker Board è migliore.

La forza della community

Basteranno delle specifiche da urlo (almeno su un device del genere) per accogliere l’interesse dei consumatori? Probabilmente no ed è proprio la storia di Raspberry a dimostrarlo. Più che l’oggetto in sé, a far crescere l’ecosistema Pi è stata la community di sviluppatori che, pienamente calata nel mondo dei maker e DIY, ha permesso alla Foundation di crescere e migliorarsi, supportandola sotto diversi punti di vista. Non a caso, proprio come il temuto competitor, Tinker monta una versione personalizzata di Debian Linux, con l’apertura allo streaming media di Kodi. Se dovessero essere confermate le indiscrezioni di un’espansione verso Ubuntu e openSUSE allora se ne vedranno delle belle, con un catalogo a disposizione degli utenti sempre più ampio e variegato.

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Raspberry Pi 3 con Blueooth e Wi-Fi a 37 euro https://www.datamanager.it/2016/02/raspberry-pi-3-blueooth-wi-fi-37-euro/ Mon, 29 Feb 2016 13:12:55 +0000 http://www.datamanager.it/?p=95654 La fondazione dietro il mini-PC ha annunciato la terza versione del suo prodotto che porta con sé notevoli migliorie L’ultimo nato della famiglia Raspberry è stato annunciato oggi dalla Raspberry Foundation, azienda dietro il famoso mini-PC tanto amato da smanettoni e makers. La terza versione è basata su un system-on-chip Broadcom BCM2837, che include un […]

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La fondazione dietro il mini-PC ha annunciato la terza versione del suo prodotto che porta con sé notevoli migliorie

L’ultimo nato della famiglia Raspberry è stato annunciato oggi dalla Raspberry Foundation, azienda dietro il famoso mini-PC tanto amato da smanettoni e makers. La terza versione è basata su un system-on-chip Broadcom BCM2837, che include un processore quad-core a 64-bit ARM Cortex A53, e supporto a Wi-Fi e Bluetooth integrato, 1 GB di RAM. Il prezzo resta sempre il fiore all’occhiello del prodotto: 35 dollari, circa 37 euro, irrisori per la tecnologia che ci si porta a casa. Ma non è tutto: c’è anche un co-processore integrato VideoCore che consente di godere di maggiore potenza grafica per app e giochi, seppur limitati.

Come è fatto

Il resto delle caratteristiche tecniche parla di un connettore GPIO da 40-pin, quattro porte USB, un ingresso HDMI full-HD, ethernet da 10/100, jack audio classico a 3,5 mm, video composito, interfaccia DSI e CSI-2 e slot per una memoria microSD. A bordo c’è il solito Raspian OS e anche le dimensioni esteriori restano le stesse del modello precedente: 85 mm x 56 mm x 17 mm. Secondo quanto affermato dal produttore, Raspberry Pi 3 Model B è circa il 50% più veloce del predecessore, proprio grazie alla scelta di un SoC A53, che permette di avere performance superiori su un singolo core in modalità a 32-bit. Il modello è già in vendita presso vari rivenditori online. Nel caso dell’Italia, aggiungendo IVA e spedizione si arriva a poco più di 50 euro, anche se nelle prossime settimane il prezzo dovrebbe scendere di una decina di euro.

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Inaugurata la “nanofabbrichètta” https://www.datamanager.it/2015/09/inaugurata-la-nanofabbrichetta/ Fri, 18 Sep 2015 12:48:39 +0000 http://www.datamanager.it/?p=82805 Il Politecnico di Milano apre le porte di PoliFAB, innovativa struttura aperta e pay-per-use rivolta a ricercatori e nuovi imprenditori delle micro e nanoscale Anche Milano, dopo analoghe installazioni a Torino e a Trento, ha una sua struttura con camera bianca e altri ambienti e strumentazioni per avanzate attività di ricerca e prototipizzazione alle micro […]

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Il Politecnico di Milano apre le porte di PoliFAB, innovativa struttura aperta e pay-per-use rivolta a ricercatori e nuovi imprenditori delle micro e nanoscale

Anche Milano, dopo analoghe installazioni a Torino e a Trento, ha una sua struttura con camera bianca e altri ambienti e strumentazioni per avanzate attività di ricerca e prototipizzazione alle micro e nanoscale su materiali diversificati. La struttura, circa 400 metri quadri suddivisi in due aree distinte (per gli addetti ai lavori la classificazione, in ordine di livelli di impurità nell’aria, è ISO 06 per la “yellow room” e ISO 08 per la zona grigia), dove si potrà usufruire di strumentazioni per litografia ottica e a fascio di elettroni, incisione chimica umida e ionica a secco, deposizione di film di materiali, caratterizzazione, deposizione di contatti, microscopia a forza atomica. Insomma, una vera e propria officina dove non si lavora con viti e bulloni, ma ai livelli dei singoli atomi. La struttura, il nuovo Polifab, è ospitata nel mitico “Cremlino”, l’edificio con due torri a cuspide all’interno del Campus Leonardo.


#PoliFAB Andrea Lacaita @polimi : «Puntare sulla ricerca per crescere»
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Dietro PoliFAB e i suoi obiettivi virtuosi c’è una storia di intelligente riconversione di attrezzature, capace di ricompensare – addirittura con un buon margine di profitto – un territorio che negli ultimi anni ha assistito alla chiusura o alla riconversione di diversi spazi di ricerca privata industriale. Del resto, lo ha sottolineato lo stesso rettore del Politecnico, Giovanni Azzone, osservando che in Lombardia si può e si deve ancora scommettere sulle aziende di produzione high-tech, ma una partita del genere richiede il pieno coinvolgimento di una potenza accademica come il Politecnico e le altre università, che non possono più restare isolate. Le apparecchiature che oggi vengono messe a disposizione, in modalità open e pay-per-use, anche ai ricercatori e alle imprese esterne al Politecnico, sono quelle ereditate dai Pirelli Labs, una società che nella stessa periferia di Milano, che aveva visto nascere brand come Breda e Falck, era riuscita, negli anni 90 del secolo scorso, a raggiungere eccellenti traguardi nel campo della fotonica.

Dare valore alla ricerca

Un nobile predecessore di PoliFAB, hanno spiegato i partecipanti del panel di presentazione, è la Fondazione Cife, creata cinque anni fa, in collaborazione con Cnr, Fondazione Politecnico di Milano e Gruppo Pirelli & C, che insieme hanno dato vita a una organizzazione non-profit per la promozione, il trasferimento, la valutazione e la valorizzazione della ricerca nel settore della fotonica applicata alle energie rinnovabili. PoliFAB compie un decisivo passo avanti, come ha spiegato il direttore della “nanofabbrica”, Andrea Lacaita, docente del dipartimento di Elettronica, Informazione e Bioingegneria al Politecnico di Milano. «PoliFAB non è solo una palestra per ricercatori, ma un luogo attrezzato dove è possibile arrivare già oltre le prime fasi della prototipizzazione, lavorando su quelle che vengono definite “pre-serie” qualificate per la produzione in volume». Anche in questo caso Pirelli, anzi i Pirelli Labs, si inseriscono nel contesto di questa nuova iniziativa, mettendo a disposizione un insieme di macchine e strumenti che superano i cinque milioni di euro di valore complessivo e assicurano a PoliFAB una notevole continuità operativa. Al PoliFAB non si entra in concorrenza con i big dei microprocessori, ma Lacaita assicura che è possibile scendere dai micron fino ai dettagli di 20 nanometri. Un limite di tutto rispetto, specie considerando la varietà di lavorazioni e materiali di cui PoliFAB potrà farsi carico. Anche per come sono state impostate le modalità di accesso alla struttura, è chiara fin dall’inizio la volontà di agire da stimolo nel trasferimento di conoscenze e nel delicato – e finora difficile – passaggio da una imprenditorialità basata essenzialmente sul software alle forme di produzione industriale più adatte all’economia digitale. «L’assoluta maggioranza delle startup lavora con i bit – precisa Lacaita – noi vogliamo mettere a disposizione dei nuovi imprenditori gli strumenti necessari per lavorare sugli atomi. Il software va bene, ma è importante anche riuscire a costruire l’hardware del futuro». PoliFAB funzionerà quindi sia come laboratorio condiviso tra tutti i dipartimenti del Politecnico sia come struttura autonoma capace di operare per conto terzi in modalità completamente “as a service” o accogliendo direttamente al proprio interno ricercatori e tecnici di aziende e istituzioni che ne facciano richiesta. In quest’ultimo caso, sono previste anche attività di formazione e certificazione del personale che dovrà accedere alle “cleanroom”, ma che potrebbe non aver mai maturato esperienze di lavoro in ambienti così particolari.


#PoliFAB Andrea Lacaita @polimi : «L’innovazione per una nuova economia 4.0»
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La cultura del “nanofare”

Proprio perché PoliFAB nasce anche dall’accentramento di gruppi di ricerca attivi in altre aree del Politecnico, la visita organizzata dopo il taglio del nastro, in occasione dell’inaugurazione, è avvenuta in stanze già affollate di tecnici, tutti rigorosamente bardati in tute, calzari e cuffie protettive. Oggi, PoliFAB funziona a pieno regime e ospita diverse attività finalizzate in collaborazione con grandi aziende o con i finanziamenti europei.

Le lavorazioni spaziano dai sofisticati memristor – componenti che memorizzano i flussi di corrente che li hanno attraversati e potrebbero essere alla base di memorie, circuiti logici e persino di architetture computazionali che imitano i processi neuronali (Intel e HP sono già impegnate in intense ricerche in quest’ambito) – ai “laboratori” su singolo chip, che sfruttano sofisticate micro-tubazioni incise su vari supporti per mettere in evidenza la presenza di determinate sostanze su scala molecolare. Un modo per consentire la diagnosi anticipata e molto rapida, di malattie virali e oncologiche. Uno dei progetti in corso è Eschilo, un Lab-on-chip per il riconoscimento delle mutazioni geniche portatrici di tumori che potrebbe aprire la strada alla diagnostica precoce e low-cost in campo oncologico (questo è un progetto finanziato da Fondazione Cariplo che vede come partner il Politecnico, l’Istituto FIRC di oncologia molecolare, Euroclone e STMicroelectronics).

Altri gruppi lavorano con diversi obiettivi in campo medico e fotonico, sui componenti per la spintronica (una sorta di elettronica 2.0 che sfrutta anche la dimensione dello spin, o “momento magnetico” dell’elettrone oltre che la sua carica elettrica) o su applicazioni promettenti come il rilevamento “non invasivo” del passaggio di luce nelle fibre ottiche. La possibilità di misurare il passaggio della luce senza interrompere fisicamente il mezzo porterà a significativi miglioramenti nel settore della fotonica, tanto da aver coinvolto un partner come Huawei. Grazie al PoliFAB e alla cultura del “nanofare”, l’area milanese potrebbe insomma tornare a essere un punto di riferimento europeo di una nuova economia della produzione.

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Artigianato 2.0: nasce Makerland, il concept store di Talent Garden e Auchan https://www.datamanager.it/2015/07/artigianato-2-0-nasce-makerland-il-concept-store-di-talent-garden-e-auchan/ Wed, 29 Jul 2015 15:38:29 +0000 http://www.datamanager.it/?p=82060 È stato presentato presso il centro commerciale Auchan di Monza, Makerland: il primo retail store dedicato al mondo del nuovo artigianato e alle sue tecnologie, nato dalla collaborazione di Auchan e Gallerie Commerciali Italia (GCI) con Talent Garden, Sharazad, Opendot e Gummy Industries, punti di riferimento e player di spicco nel mondo dell’innovazione in Europa. L’obiettivo è di creare […]

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È stato presentato presso il centro commerciale Auchan di Monza, Makerland: il primo retail store dedicato al mondo del nuovo artigianato e alle sue tecnologie, nato dalla collaborazione di Auchan e Gallerie Commerciali Italia (GCI) con Talent Garden, Sharazad, Opendot e Gummy Industries, punti di riferimento e player di spicco nel mondo dell’innovazione in Europa.

L’obiettivo è di creare un nuovo punto d’incontro per i maker e per i curiosi che vorranno avvicinarsi al mondo dell’innovazione e dell’artigianato 2.0. Makerland, infatti, è uno spazio dove scoprire la realtà del making e utilizzare le sue nuove tecnologie, oltre a poter acquistare kit, schede elettroniche, stampanti 3D, oggetti da personalizzare e prodotti di aziende con alto contenuto DIY (“do it yourself”), tutti strumenti che abilitano all’invenzione e alla creazione. È anche un luogo d’incontro e confronto: lo spazio offre servizi di consulenza per le lavorazioni con le stampanti 3D e i macchinari lasercut. Da Makerland, inoltre, saranno organizzati eventi dedicati al grande pubblico per diffondere la cultura maker sia tra gli adulti che tra i bambini.

Progettato dallo studio dotdotdot, lo spazio è flessibile, versatile e modulare per adattarsi alle diverse esigenze di vendita, consulenza, incontro. Il progetto nasce dal bisogno di far conoscere le potenzialità delle nuove tecnologie, come la stampa 3D e il laser, e di come queste stiano cambiando il mondo del design e dell’artigianato, settori in cui l’Italia è sempre stata all’avanguardia. In occasione dell’inaugurazione, esponenti delle istituzioni e delle attività produttive attente all’innovazione, con la moderazione del giornalista Jacopo Tondelli, hanno analizzato come artigiani tradizionali e artigiani 2.0 possano collaborare per reinventare il mondo del commercio grazie alla tecnologia.

«Una nuova rivoluzione industriale è in atto e alla base ci sono stampanti 3D, droni, mini-robot ma anche i trend nati in rete come la peer production, l’open source, il crowdsourcing/funding. La diffusione di questa cultura è importante e per questo il Comune di Monza plaude l’iniziativa di Auchan e TAG importante per lo sviluppo della nostra Città e con la quale è interessato a collaborare fattivamente», ha dichiarato Carlo Abbà Assessore Attività Produttive, Turismo, Smart cities del Comune di Monza.

«Il movimento dei makers, delle start up innovative, sta prendendo piede in Brianza e vede protagonisti i giovani innovatori, creativi e “smanettoni” che vogliono fare impresa. Basti pensare che sono in crescita le attività di informazione e informatica del 42,3% in un anno e in Italia ci sono quasi 137 mila imprese culturali e creative che hanno saputo tenere testa alla crisi», ha dichiarato Renato Mattioni Segretario Generale della Camera di commercio di Monza e Brianza. A conclusione del dibattito, Edoardo Favro Amministratore Delegato di GCI e Davide Dattoli CEO di Talent Garden hanno inaugurato ufficialmente lo store consegnando al Sindaco di Monza Roberto Scanagatti le simboliche chiavi del negozio stampate in 3D.

«Abbiamo sviluppato questo nuovo progetto per rispondere al bisogno emergente di far atterrare il mondo 2.0, con tutte le sue potenzialità e opportunità, in un luogo fisico accessibile a diverse tipologie di persone, esperti e neofiti. È un’opportunità per i nostri centri commerciali, soprattutto a Monza, per rafforzare il servizio ai clienti anche attraverso l’innovazione e, nel contempo, per valorizzare il territorio circostante particolarmente sensibile all’artigianato 2.0. Siamo fieri di essere pionieri nel retail con dei partner di livello e siamo fiduciosi nella riuscita e sviluppo di questa nuova insegna», ha dichiarato Edoardo Favro Amministratore Delegato di GCI.

«Makerland nasce dalla voglia di creare un punto di aggregazione per i maker, ma anche per i curiosi che vogliono scoprire le potenzialità della stampa 3D e dell’artigianato digitale. È uno dei primi passi fatti da TAG in linea con il percorso di supporto del Digital Made in Italy, iniziato in partnership con Digital Magics e Tamburi Investment Partners e che continua a coinvolgere player importanti come Auchan. Makerland sarà il luogo di riferimento per la diffusione della cultura tecnologica nell’ambito dell’artigianato», ha dichiarato Davide Dattoli, Amministratore delegato e cofondatore di Talent Garden.

«Qui oggi sta accadendo qualcosa di importante: il settore dell’artigianato a Monza è molto importante, e in questo territorio le istituzioni fanno rete e non hanno paura di innovare. Questa iniziativa diventa un esempio di come dalle parole si passi ai fatti. In un rapporto tra la città di Monza e Auchan sempre più importante, Makerland è l’esempio di come Monza non solo sia al passo con i tempi ma ha il coraggio di intraprendere strade nuove che ci faranno crescere» ha dichiarato il Sindaco di Monza, Roberto Scanagatti.

«Esprimo soddisfazione per l’iniziativa Makerland da parte di Confartigianato perché questo laboratorio è e sarà un valore per il territorio nel quale la nostra Associazione è radicata con aziende tradizionali e che fanno innovazione. Siamo qui oggi a mettere a disposizione le nostre competenze, ma anche per imparare perché Makerland può funzionare come luogo di contaminazione tra diversi attori. Le imprese artigiane sono quindi partner di progetto, culla naturale d’innovazione e soggetto aperto a imparare dal contatto con il consumatore finale, che è poi colui che sfrutta l’innovazione fatta prodotto», è la dichiarazione di Filippo Berto, Delegato Innovazione di APA Confartigianato Imprese.

«Questa iniziativa è davvero in controtendenza, e unire mondi diversi all’inizio mi sembrava, da spettatore, un’idea davvero complessa. Ma oggi, vedendo la realizzazione di Makerland, penso che la discontinuità di cui si parla da tanti anni trovi qui un vero esempio di come si possa fare qualcosa di molto nuovo. Qui introduciamo la logica del fare: qui davvero possiamo creare. Questa è davvero innovazione», ha dichiarato Aurelio Ravarini, Direttore del CETIC (Centro di Ricerca per l’Economia e le Tecnologie dell’Informazione e della Comunicazione) all’Università Carlo Cattaneo (Liuc).

«Lanciarsi in una iniziativa del genere significa andare in controtendenza: oggi agli artigiani vien detto di andare su internet e fare e-commerce. Makerland cambia completamente la visione del fare. Questo store può essere un aiuto soprattutto per chi vuol vivere questa esperienza come un momento di contatto con la clientela e di visibilità. Mi auguro che possa diventare un nuovo modello distributivo perché è davvero differente da altro», ha dichiarato Gabriele Ronchini di Digital Magics.

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Raspberry 2 è ufficiale: ecco le caratteristiche https://www.datamanager.it/2015/02/raspberry-2-ufficiale-caratteristiche/ Wed, 04 Feb 2015 19:00:23 +0000 http://www.datamanager.it/?p=68985 Il computer tascabile darà una grande spinta all’IoT grazie a un processore quad-core e una potenza sei volte maggiore il modello precedente Diciamo la verità: prima del Raspberry non tutti conoscevano il mondo dei cosiddetti “maker”. Gli scienziati da garage o i più classici smanettoni hanno trovato nella piccola scheda logica prodotta da Raspberry un vero […]

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Il computer tascabile darà una grande spinta all’IoT grazie a un processore quad-core e una potenza sei volte maggiore il modello precedente

Diciamo la verità: prima del Raspberry non tutti conoscevano il mondo dei cosiddetti “maker”. Gli scienziati da garage o i più classici smanettoni hanno trovato nella piccola scheda logica prodotta da Raspberry un vero paradiso informatico. Tutto concentrato in poco spazio e al costo di qualche decina di euro per alimentare le idee più pazze e innovative. Grande slancio al mini computer è arrivato anche dal boom dell’Internet delle Cose su cui hanno scommesso non solo le grandi aziende ma anche tante startup. Con l’arrivo del Raspberry 2 aumentano le possibilità di utilizzo per sistemi più performanti visto l’aggiornamento apportato dall’azienda produttrice, mantenendo però lo stesso prezzo della prima versione.

Cosa cambia

All’interno della nuova scheda logica adesso c’è un processore Broadcom Cortex-A7 quad-core a 900 MHz, 1 GB di RAM, quattro porte USB, uno slot per schede microSD, una porta HDMI e un costo di 30 euro per il mercato italiano. Secondo Raspberry, le performance multi-threading del Raspberry 2 sarebbero sei volte superiori quelle del modello precedente, ponendo il piccolo gioiellino come un valevole sostituto di un sistema desktop in disuso. Insomma, con la seconda uscita pare che Raspberry possa far gola non solo agli appassionati di informatica ma un po’ a tutti. Non a caso Raspberry 2 è compatibile con Windows anzi, chi acquisterà il modellino riceverà una versione gratuita del sistema operativo da installare sulla scheda logica. Il tentativo di rosicchiare il mercato di Linux, notoriamente il preferito dai makers, è appena partito.

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Re Arduino e i suoi sudditi artigiani https://www.datamanager.it/2014/09/re-arduino-i-suoi-sudditi-artigiani/ Fri, 12 Sep 2014 13:18:28 +0000 http://www.datamanager.it/?p=60037 I makers costruttori della IoT. Compiono dieci anni la visione di Massimo Banzi e la sua scheda elettronica C’è un visionario italiano che come molti nostri connazionali ormai entrati nel firmamento dell’imprenditoria high-tech continua a godere in patria di una visibilità piuttosto ridotta. A differenza di tante altre star che spesso e volentieri hanno in […]

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I makers costruttori della IoT. Compiono dieci anni la visione di Massimo Banzi e la sua scheda elettronica

C’è un visionario italiano che come molti nostri connazionali ormai entrati nel firmamento dell’imprenditoria high-tech continua a godere in patria di una visibilità piuttosto ridotta. A differenza di tante altre star che spesso e volentieri hanno in tasca una seconda cittadinanza, spesso americana, Massimo Banzi non è affatto un cervello in fuga: brianzolo d’origine, colui che viene considerato l’inventore di Arduino continua a essere molto presente nel suo territorio che da qualche anno comprende anche una scuola superiore svizzera, la Supsi, dove Banzi tiene un famoso master in Interaction Design. Per la precisione, le lezioni si tengono nel campus di Lugano-Trevano, dove sorge il dipartimento Ambiente, Costruzioni e Design di questo polo universitario ticinese e dove gli studenti parlano l’italiano, anche se in certi casi solo come lingua secondaria, considerando le loro variegate origini internazionali. Le stesse schede Arduino poi vengono assemblate in Piemonte nell’area tra Ivrea e Torino, città dove ha aperto la prima sede delle Officine Arduino.

Questa rubrica parla quasi invariabilmente di software, ma Arduino rappresenta una sorta di eccezione. L’invenzione di Banzi e di altri quattro colleghi (un italiano, uno spagnolo e due americani) non è fatta di bit, ma di atomi ed è a buon ragione al centro di un movimento di portata rivoluzionaria, quello dei makers, che zitti zitti ci stanno traghettando verso modalità di produzione a metà strada tra il mass market e il lavoro artigianale. Un artigianato 2.0 che grazie alla Internet delle cose potrebbe un giorno diventare non meno pervasivo ed economicamente “pesante” del modello fordista della catena di montaggio.

Piccoli makers crescono – Arduino è a tutti gli effetti un piccolo computer o – per meglio dire – un degno rappresentante di una categoria cadetta rispetto ai sistemi general purpose centrati su complessi microprocessori. Cadetta, ma non figlia di un dio minore, tutt’anzi. Al centro della prima versione di Arduino, lanciata nel 2005, c’era un microcontrollore, una cpu capace di eseguire un set di istruzioni più limitato, ma pur sempre in grado di funzionare con versioni snelle del sistema operativo Linux in una miriade di applicazioni di controllo strumentale e industriale. Oggi, racconta Banzi – mentre sta ultimando la fase di testing della terza generazione di Arduino che debutta alla Maker Faire di settembre a New York e sarà presente alla seconda edizione romana di questo salone dell’artigianato digitale, dal 3 al 5 ottobre – «lavoriamo molto sulla cosiddetta IoT, per permettere alla gente di farsi la propria Internet delle cose».

Nella ridda di stime quantitative, si pensa a un universo di 50 miliardi di oggetti connessi, di valori di mercato che sfiorano i duemila miliardi di dollari. «Al momento – sottolinea Banzi –

realizzare un progetto IoT è difficile se non hai un dottorato in elettronica. L’architettura hardware di Arduino, invece, è di una semplicità devastante. Ma la rivoluzione sta nella facilità d’uso del software, che ti permette di fare un progetto letteralmente in mezz’ora». Come se non bastasse, per la versatile “schedina” è stato scelto un modello di hardware open che in teoria consente a tutti di sviluppare dei cloni. In dieci anni, Banzi stima di aver commercializzato un milione e mezzo di schede. Più o meno la stessa cifra riguarda le vendite dei clonatori asiatici. «Oggi, però, anche un pezzo di mercato cinese vuole acquistare l’originale, non le imitazioni. Sono gli imprenditori che in questi anni sono cresciuti, hanno guadagnato e vogliono accedere ai prodotti che hanno dietro una storia e un brand».

Riportare l’economia in pista – Sebbene non risieda stabilmente all’estero, la frenetica agenda di viaggio di Banzi non facilita i contatti. Data Manager lo ha “intercettato” via Skype, al ritorno dalla sua partecipazione a un evento alla Casa Bianca, dove era stato personalmente invitato dallo staff di Barak Obama, insieme ai maggiori protagonisti e agli imprenditori della nuova industria dei makers. Che cosa ha detto in quella occasione il presidente americano? «È stato un discorso molto semplice – riferisce Banzi – che può essere applicato anche all’Italia. Obama ritiene che per riportare l’economia in pista, gli americani devono ricordarsi di essere sempre stati dei “maker” e quindi devono riprendere a fare cose, farle in modo diffuso, coinvolgendo tante persone, su scala locale. Ormai, non si può scommettere solo sulle grandi organizzazioni globali».

Se il progetto Arduino si trova al centro di un fenomeno che potrebbe incidere profondamente, e non solo sullo sviluppo dell’informatica, non bisogna dimenticare le sue origini autentiche, che sono essenzialmente divulgative e formative. La prima idea risale agli anni in cui Banzi, che da metà anni 90 lavorava per uno dei primi Internet Service Provider italiani, Italia Online, aveva assunto un ruolo di docente presso l’Interactive Design Institute di Ivrea, un’associazione indipendente non profit fondata all’inizio del nuovo millennio da Telecom Italia e Olivetti (e infine, nel 2005, confluita in Domus Academy). Arduino, che prese il nome da un bar di Ivrea in cui si riunivano docenti e studenti dell’Istituto, doveva essere un ponte, facilmente percorribile, tra il software e i prototipi dei prodotti escogitati dagli allievi della scuola. Ancora oggi, la scheda è un elemento chiave del master che Banzi insegna a Trevano.

Innovazione da sperimentare – «Ogni anno, riusciamo a sperimentare tante idee e molti studenti fanno cose decisamente belle». Il professor Banzi cita il caso di Matteo Loglio, che con il suo “Iuvo” ha realizzato una sorta di robot che facilita – automatizzandola e legandola persino ai gesti – la creazione del codice software di una applicazione interattiva. Nel 2013, Iuvo ha ottenuto il prestigioso premio internazionale Ixda promosso dalla Interaction Design Association. «Iuvo ha avuto successo anche su KickStarter e Matteo ora è a Londra, con una sua azienda (Solid Labs, ndr)». Gli esempi di prototipi e prodotti commerciali sorti nella comunità globale di Arduino (duecentomila persone solo tra gli iscritti ai forum di discussione sul sito Arduino.cc) e cloni vari, sono praticamente infiniti. E i meccanismi di microimprenditoria che sottendono a tutto questo sommovimento ci parlano di un’economia high-tech profondamente diversa da quella – fatta di milioni di pezzi in serie da sostituire subito con una nuova “infornata” – che i grandi computer maker americani prima e i colossi asiatici del mobile computing hanno costruito. Un’economia però possibile secondo Banzi e i filosofi del making. «Nel mondo di Arduino, vedo persone che gestiscono tutto online, fanno piccole produzioni locali, affiancati da fornitori locali e fanno vivere bene la loro famiglia e quelle dei collaboratori». Sono in molti ormai a scommettere sul futuro del nuovo mercato di massa costruito (e finanziato) in proprio mettendo insieme, come i mattoncini di un Lego con l’intelligenza dentro, una miriade di micromercati.

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