PaaS – Data Manager Online https://www.datamanager.it Il portale dell'ICT professionale Mon, 08 Oct 2018 12:58:42 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=5.8.13 https://www.datamanager.it/wp-content/uploads/2020/04/dmo-favicon3.png PaaS – Data Manager Online https://www.datamanager.it 32 32 Ecco perchè il cloud del futuro sarà targato Oracle https://www.datamanager.it/2018/05/ecco-perche-il-cloud-del-futuro-sara-targato-oracle/ Mon, 14 May 2018 10:11:13 +0000 http://www.datamanager.it/?p=147480 Annunciata dal CEO Hurd la disponibilità di nuovi servizi SaaS e di supporto alla clientela L’offensiva cloud di Oracle Oracle non è più solo la tecnologia che alimenta il cloud. Oggi il Gruppo di Redwood Shores vuole rappresentare la nuvola del futuro. Produttiva, sicura e democratica. Capace cioè di ridurre le distanze in termini di […]

L'articolo Ecco perchè il cloud del futuro sarà targato Oracle proviene da Data Manager Online.

]]>
Annunciata dal CEO Hurd la disponibilità di nuovi servizi SaaS e di supporto alla clientela

L’offensiva cloud di Oracle

Oracle non è più solo la tecnologia che alimenta il cloud. Oggi il Gruppo di Redwood Shores vuole rappresentare la nuvola del futuro. Produttiva, sicura e democratica. Capace cioè di ridurre le distanze in termini di competitività tra piccoli e grandi attori che calcano il ring digitale. E’ questo il messaggio che ha rubato la scena durante i Media Day, l’appuntamento annuale con la stampa internazionale del colosso dei db. Una promessa ambiziosa. Scommettendo sul cloud senza se e senza ma da tempi non sospetti. Una scelta di campo costruita mattone su mattone. Supportando la realizzazione del private cloud, proponendo soluzioni software e platform as a service, offrendo servizi infrastrutturali on demand. Un pacchetto chiavi in mano completato dall’annuncio della disponibilità di Oracle Autonomous Analytics Cloud, Oracle Autonomous Integration Cloud e Oracle Autonomous Visual Builder Cloud, i nuovi servizi PaaS incentrati su intelligenza artificiale (AI) e una nuova generazione di algoritmi che sfruttano il machine learning. Servizi studiati per rendere ancora più spinta l’automazione di una serie di task e consentire alle aziende di abbattere i costi, ridurre i rischi, accelerare l’innovazione e generare intelligence predittiva. Preceduti nei primi mesi di quest’anno dalla disponibilità del primo Autonomous Database al mondo e dall’annuncio dell’arrivo di una nuova piattaforma basata sulla blockchain già a partire dalla prossime settimane.

I servizi edge al centro della strategia Oracle

La strategia Oracle è oggi un libro aperto. «Tutte le aziende oggi utilizzano internet per erogare una serie di servizi connessi al loro business. La loro qualità, di cui sono le stesse aziende i primi responsabili, è però una variabile che possono controllare solo in misura ridotta» spiega Mark Hurd, CEO del Gruppo. Un paradosso che Oracle attraverso la propria infrastruttura cloud vuole superare. Rendendo internet un ambiente più produttivo per le aziende sia in termini di qualità dei servizi che di sicurezza. Perchè tutto questo trovi piena realizzazione, Oracle è da tempo impegnata a costruire una suite completa di servizi edge attraverso acquisizioni, partnership mirate e naturalmente lo sviluppo di prodotti e soluzioni che supportino fino in fondo il progetto. «L’edge rappresenta la misura attraverso la quale gli utenti finali accedono alle applicazioni e al web di chi fa business con internet. Un luogo dove regna un’incredibile volatilità. I servizi edge – come il DNS e le applicazioni web di sicurezza – aiutano i clienti delle aziende che costruiscono il loro business con internet ad andare esattamente dove hanno necessità di andare e una volta lì a proteggere le loro informazioni sensibili» afferma Thomas Kurian, responsabile dello sviluppo di prodotto in Oracle. In quest’ottica si inquadrano le acquisizioni di Dyn e Zenedge, rispettivamente provider di servizi DNS e sicurezza in cloud. «Con il portfolio di soluzioni Zenedge/Dyn abbiamo messo ancora più a fuoco l’obiettivo di affinare l’intelligent edge Oracle» ha sottolineato Hurd, ribadendo il valore strategico di queste acquisizioni per competere con i grandi cloud provider come AWS e Microsoft Azure. Non escludendo affatto la possibilità che nei prossimi mesi il Gruppo possa compiere ulteriori passi avanti in questo processo «Oggi Oracle non è interessata ad acquisizioni di aziende che dieci anni fa facevano cose interessanti. I nostri radar sono attenti invece a quelle aziende che faranno cose interessanti nei prossimi dieci».

Intelligenza internet targata Oracle

Questa combinazione di fattori oltre a modellare una suite innovativa di servizi edge, ha contribuito a creare un’intelligenza di internet, targata Oracle, unica. Grazie alla capacità di Oracle di affinare le proprie capacità di misurare e analizzare l’infrastruttura di Internet, i dati di sicurezza, espandendo senza soluzione di continuità la rete di sensori che in tempo reale misura le performance di prodotti e servizi. Dati immediatamente a disposizione della console di gestione dell’infrastruttura Cloud di Oracle. Aperta a una ampia platea di utilizzatori attraverso le API, così come a tutte le altre componenti Oracle che di questa massa sterminata di dati si nutrono per ottenere performance migliori, disponibilità e differenziazione. In un’ottica di costante miglioramento dei servizi offerti allo sterminato parco clienti servito da Oracle. Senza per questo volersi fermare. «Presto renderemo questi dati disponibili al pubblico. La maggior parte già a partire dalle prossime settimane» ha rivelato Kyle York GM & VP, Business & Product Strategy di Oracle. Mentre già sin d’ora la società ha reso noto che i servizi Platimum, sino ad oggi a pagamento, diventeranno lo standard per tutti. «Vogliamo fornire ai nostri client SaaS tutto quello che serve per implementazioni rapide ed economiche. Così che l’IT, possa costruire e gestire servizi digitali di alto livello per i propri clienti. Perché questo avvenga in un modo sempre più rapido ed efficace, il nostro servizio Platinum di supporto a Fusion – la piattaforma cloud per il business digitale – sarà immediatamente disponibile a tutti i nostri clienti senza costi aggiuntivi» ha reso noto lo stesso CEO. Anticipando altresì l’immediata disponibilità di un nuovo set di servizi alla clientela ritagliati sulle esigenze di qualsiasi categoria d’impresa.

L'articolo Ecco perchè il cloud del futuro sarà targato Oracle proviene da Data Manager Online.

]]>
Red Hat, 25 anni di attività e 64 trimestri consecutivi di crescita https://www.datamanager.it/2018/04/red-hat-25-anni-di-attivita-e-64-trimestri-consecutivi-di-crescita/ Thu, 05 Apr 2018 12:25:36 +0000 http://www.datamanager.it/?p=145067 Anguilletti, Regional Manager: “Italia prima country europea” 64 trimestri consecutivi di crescita in termini di fatturato, ricavi e utili. Un fatturato di 2,9 miliardi dollari con una crescita anno su anno del 21% e un utile GAAP salito del 42% a 472 milioni di dollari hanno consentito a Red Hat di archiviare l’anno fiscale 2018 chiuso […]

L'articolo Red Hat, 25 anni di attività e 64 trimestri consecutivi di crescita proviene da Data Manager Online.

]]>
Anguilletti, Regional Manager: “Italia prima country europea”

64 trimestri consecutivi di crescita in termini di fatturato, ricavi e utili. Un fatturato di 2,9 miliardi dollari con una crescita anno su anno del 21% e un utile GAAP salito del 42% a 472 milioni di dollari hanno consentito a Red Hat di archiviare l’anno fiscale 2018 chiuso lo scorso 28 febbraio con il sedicesimo bilancio da record. Numeri da primato con cui festeggiare 25 anni di attività. «Un anno – commenta Gianni Anguilletti, Regional Manager – di straordinario successo». A trainare la crescita i 772 milioni di dollari di fatturato del quarto trimestre, in aumento del 22% rispetto allo scorso anno. «Un risultato particolarmente interessante se consideriamo che l’88% del giro d’affari, pari a 683 milioni, rappresenta la quota di fatturato legato alle sottoscrizioni. Un successo ottenuto in maniera organica, con l’apporto sia del software che dei servizi» rileva Anguilletti.

Composizione del fatturato

Più nel dettaglio, il giro d’affari generato dall’offerta infrastrutturale raggiunge quota 2 miliardi di dollari, in crescita del 15% rispetto all’anno precedente. Mentre quello derivante dallo sviluppo applicativo e dalle tecnologie emergenti è stato pari a 624 milioni. «Una crescita quelle delle tecnologie non Linux – sviluppo integrazione applicativa, cloud nelle varie declinazioni di platform as a service e infrastructure as a service, storage e così via – cresciute del 42% anno su anno, per noi altrettanto significativa. Un’accelerazione che rende ancora più evidente il successo di Red Hat in qualità di società multiproduct e multiservice» sottolinea Anguilletti.  Consolidandone la leadership nel segmento open source e più in generale nel mercato dell’IT. «Ciascuna delle linee di prodotto proposte da Red Hat al mercato se prese singolarmente rappresenterebbero le prime cinque società di open source nel mercato» osserva Anguilletti. Una leadership che rafforza anche il peso specifico del vendor in tutta una serie di progetti open source ai quali Red Hat partecipa direttamente. Progetti che alimentano la crescita infrastrutturale del gruppo. Risorse umane, circa 12.000 dipendenti suddivisi in 35 paesi da una parte e apertura di nuovo uffici, 85 nel mondo, dall’altra. «Un’infrastruttura che collabora quotidianamente con un esteso ecosistema di partner – OEM, hardware e software vendor, system integrator, reseller, ISP, ecc – per dare sempre maggiori garanzie di successo alle iniziative nelle quali Red Hat viene coinvolta dai propri clienti» ci dice Anguilletti.

Innovazione

Le risorse finanziarie di Red Hat oggi ammontano a circa 2,5 miliardi di dollari tra cash e asset, rivela Anguilletti. «La miglior garanzia per clienti e partner di solidità finanziaria necessaria per alimentare l’innovazione tecnologica che il mercato si aspetta. Innovazione perseguita negli anni sia in maniera organica con lo sviluppo in house di nuove tecnologie, sia attraverso acquisizioni di altre società».

Italia

Importante infine il contributo dato dal nostro Paese alla crescita di Red Hat. «L’Italia è stata la miglior country a livello europeo» afferma Anguilletti. «Un risultato che si spiega con un portfolio di servizi e soluzioni caratterizzato da completezza funzionale, apertura e flessibilità. Una strategia di go-to market efficace, che prevede una focalizzazione sulle aree a maggior potenziale del mercato e una verticalizzazione molto disciplinata. A tutto questo aggiungiamoci un gruppo di persone che unisce competenza e disponibilità e uno scenario macroeconomico più favorevole rispetto al recente passato».

L'articolo Red Hat, 25 anni di attività e 64 trimestri consecutivi di crescita proviene da Data Manager Online.

]]>
Cloudera, il successo è data driven https://www.datamanager.it/2017/09/cloudera-successo-data-driven/ Mon, 11 Sep 2017 07:59:25 +0000 http://www.datamanager.it/?p=130434 Prosegue la spinta innovativa della società californiana nelle piattaforme open source per l’analisi dei dati, anche con l’aiuto del machine learning e dell’intelligenza artificiale Forte degli ottimi riscontri registrati con la quotazione presso la Borsa di New York, Cloudera prosegue speditamente la sua marcia nel settore dell’analisi dei big data. Con risultati di tutto rilievo: […]

L'articolo Cloudera, il successo è data driven proviene da Data Manager Online.

]]>
Prosegue la spinta innovativa della società californiana nelle piattaforme open source per l’analisi dei dati, anche con l’aiuto del machine learning e dell’intelligenza artificiale

Forte degli ottimi riscontri registrati con la quotazione presso la Borsa di New York, Cloudera prosegue speditamente la sua marcia nel settore dell’analisi dei big data. Con risultati di tutto rilievo: se la ex-startup era diventata un unicorno già tre anni fa, nel 2014, oggi ha un valore nell’ordine dei 4 miliardi di dollari, e se sempre tre anni fa Cloudera aveva 400 dipendenti a livello mondiale, oggi questi sono 1600, mentre il fatturato cresce anno su anno a doppia cifra, grazie anche a un parco clienti formato per l’80 per cento da aziende che fatturano più di un miliardo di dollari all’anno.

Nuove applicazioni

Incontrando Data Manager a metà giugno a Milano, sia Romain Picard, regional vice president, sia Michele Guglielmo, regional sales director per l’area mediterranea, cioè la sotto-regione dell’area Sud Europa che va dal Portogallo alla Turchia, hanno tenuto a sottolineare che la quotazione al NYSE non cambia il focus dell’azienda, che rimane quello di proporre una piattaforma open source basata su Apache Hadoop, di livello enterprise e fruibile sia on premise sia in cloud, nella quale si combinano big data analytics, anche di tipo predittivo, sicurezza e affidabilità. La proposta della società, denominata Cloudera Enterprise, permette di analizzare tutti i tipi di dati, anche quelli non strutturati, e sta evolvendo verso le nuove applicazioni del machine learning e dell’intelligenza artificiale, con lo scopo di rendere le aziende sempre più “data-driven”, cioè in grado di trarre il massimo valore dal proprio capitale di dati: non solo per ottimizzare i costi, ma soprattutto per esplorare nuove opportunità di business.

Essere “data driven”

Anche perché il settore di elezione di Cloudera, quello dell’analisi dei big data, è in netto sviluppo: come sottolineato da Romain Picard, nel 2020, cioè nell’arco di tre anni da oggi, «si avranno 30 miliardi di dispositivi interconnessi, che determineranno una quantità di dati superiore di 440 volte a quella attuale, e un’azienda in grado di capitalizzare appieno sul valore di questi dati potrebbe arrivare a fatturare anche il 40 per cento in più». La chiave è trasformare il proprio business prestando ancora maggiore attenzione ai dati con analisi non solo sul passato o sul presente, ma anche in ottica predittiva, per essere sempre più “data driven”. In questo quadro, «per le aziende diventa sempre più importante ripensare il modo in cui viene concepito il rapporto con i clienti, per comprendere meglio come si comportano e agiscono, oltre a quali sono i loro desideri e cosa vogliono in concreto» – prosegue Picard, spiegando che Cloudera sta operando a fianco di numerose società, per esempio nell’ambito manufacturing, a riesaminare le modalità con cui realizzano i propri prodotti, modificandole in base alle aspettative dei clienti, ricostruite grazie ai dati di utilizzo raccolti direttamente dai dispositivi stessi, costantemente connessi al cloud.


.@ClouderaITA Crescono gli investimenti in Italia e si amplia l’ecosistema dei partner
Click To Tweet


Settore pubblico in primo piano

Queste nuove modalità di relazione possono riguardare gli oggetti come automobili o frigoriferi, ma possono anche entrare nel quadro più ampio delle smart city, dato che «da tempo si nota una spinta molto forte verso i big data anche nell’ambito della pubblica amministrazione, con istanze che investono anche le strutture dell’intelligence e della sicurezza, che sono temi molto sentiti attualmente» – fa notare Picard. Come è dimostrato dalla gara per il Sistema pubblico di connettività, il famoso SPC, il cui lotto 3 per la gestione degli open data, aggiudicato al raggruppamento temporaneo di imprese formato da Almaviva, Almawave, Indra e PricewaterhouseCoopers, prevede proprio l’utilizzo della piattaforma per i big data di Cloudera.

Investimenti in Italia

Sul business in Italia dettaglia invece Michele Guglielmo, che è in Cloudera dall’inizio del 2016: «In poco più di un anno, siamo passati da essere tre persone, me compreso, a 12, con un investimento impegnativo in tutti i sensi perché non è proprio scontato trovare i profili adeguati, soprattutto per un’azienda demanding come Cloudera». L’investimento ha riguardato anche il canale, che vede al momento la presenza in Italia di una decina di partner selezionati, senza contare le alleanze internazionali con i grandi system integrator, attraverso la designazione di due figure apposite, con un channel manager che si occuperà in prima persona della declinazione del nuovo Partner Program lanciato lo scorso 22 maggio a Londra. «L’idea è quella di riconcentrarci sui grandi clienti: come a livello corporate Cloudera va sulle prime ottomila aziende a livello mondiale, così in Italia ne abbiamo selezionate 40 in totale, assegnandole a due account manager, sulle quali intendiamo generare interesse e rapporti di partnership, e avere una leadership “from the front” con i partner che si uniscono a noi nei progetti che riusciamo a generare» – prosegue Guglielmo.

L’ecosistema dei partner

I partner svolgono un ruolo cruciale nella strategia di go-to-market, in quanto Cloudera non si occupa direttamente dello sviluppo delle applicazioni sulla sua piattaforma, riservando questo compito all’ecosistema dei partner, di cui fanno parte i grandi system integrator come Accenture, Capgemini e Data Reply, solo per citarne alcuni, e che oggi conta più di 2.600 membri ed è in costante crescita. Un’espansione dovuta anche al fatto che l’ecosistema si sta allargando sempre più anche ai cloud provider e ai managed service provider, in quanto la piattaforma opera indifferentemente on premise e nel cloud. E proprio per favorire lo sviluppo nel cloud, la società ha lanciato a fine maggio Cloudera Altus, un’offerta PaaS realizzata per semplificare l’esecuzione di applicazioni di elaborazione dati su larga scala nel cloud pubblico, in quanto permette di gestire cluster e carichi di lavoro ampi. «Non si tratta di un semplice IT management, ma di uno strumento pensato anche per coordinare e orchestrare il lavoro dei data scientist» – sottolinea Guglielmo, rivelando che Altus ha già «riscosso un notevole interesse sul mercato, anche in virtù del fatto che non è rivolta solo all’IT aziendale e soprattutto perché previene il vendor lock-in, dato che permette di lavorare sia nel cloud sia on premise».

Ottime performance

Per quanto infine riguarda l’andamento sul mercato, Guglielmo ha sottolineato che «a livello europeo siamo una delle “region” che performa meglio, con Italia e Spagna in primo piano: abbiamo appena concluso un ottimo primo trimestre dell’anno fiscale, che per noi va da febbraio a gennaio, e ci aspettiamo di crescere ulteriormente». Anche perché «siamo stati abbastanza fortunati nel cogliere tutte le opportunità del mercato: per esempio, tutte le prime tre telco italiane sono nostre clienti, e lo sono anche quattro delle prime cinque banche italiane. Inoltre, possiamo citare clienti di rilievo come Octo Telematics, UniCredit, Buongiorno e Jobrapido, mentre a livello di assicurazioni e di industria in generale, molti di quelli che stanno valutando le nuove applicazioni basate sull’Internet of Things stanno dialogando con noi» – prosegue Guglielmo. Le potenzialità sono davvero promettenti: «Se pensiamo all’ottimizzazione nell’uso di energia, l’analisi dei big data può essere fondamentale sia per risparmiare, utilizzando meglio l’energia, sia per operare in ottica di manutenzione predittiva, analizzando i dati dei terminali unici gas, elettricità e acqua: per esempio, se si verificasse un consumo anomalo, potrebbe trattarsi di una perdita da segnalare in maniera proattiva del tutto automaticamente» – conclude Michele Guglielmo.

L'articolo Cloudera, il successo è data driven proviene da Data Manager Online.

]]>
Tweppy e Datamatic Sistemi e Servizi, la collaborazione in primo piano https://www.datamanager.it/2017/07/tweppy-datamatic-sistemi-servizi-la-collaborazione-primo-piano/ Wed, 12 Jul 2017 13:00:33 +0000 http://www.datamanager.it/?p=128470 La startup trentina nomina Datamatic Sistemi e Servizi master distributor per l’innovativa soluzione organizzativa sul mercato italiano: ai primi di giugno è partito il roadshow con l’obiettivo di federare 250 business partner   Organizzare efficientemente il lavoro di ogni risorsa all’interno dell’organizzazione. E farlo in maniera semplice ma soprattutto collaborativa. Un compito da sempre rilevante, […]

L'articolo Tweppy e Datamatic Sistemi e Servizi, la collaborazione in primo piano proviene da Data Manager Online.

]]>
La startup trentina nomina Datamatic Sistemi e Servizi master distributor per l’innovativa soluzione organizzativa sul mercato italiano: ai primi di giugno è partito il roadshow con l’obiettivo di federare 250 business partner

 

Organizzare efficientemente il lavoro di ogni risorsa all’interno dell’organizzazione. E farlo in maniera semplice ma soprattutto collaborativa. Un compito da sempre rilevante, ma che in quest’epoca di trasformazione digitale si è fatto ancora più cruciale, vista la quantità di canali e di dispositivi attraverso i quali si svolge l’interazione tra le risorse sia all’interno sia all’esterno dell’azienda. Ed è proprio tenendo conto di questi cambiamenti che è nato Tweppy, un innovativo gestionale organizzativo rivolto alle aziende, con particolare riguardo per le piccole e medie imprese e anche verso quelle più strutturate. Di creazione tutta italiana, Tweppy sta per Team Work “felice”, proprio strizzando l’occhio alla pronuncia nostrana dell’aggettivo “happy”, come spiega a Data Manager, Marco Bettin, CEO e tra i fondatori di Tweppy, la società nata nel 2015 e che ha sede in provincia di Trento, nel Business Innovation Center di Trentino Sviluppo spa. Anche se Tweppy è una realtà giovane, trae le sue origini dalla decennale esperienza dei fondatori, che vantano una profonda conoscenza nel tema dell’organizzazione aziendale e mercato CRM, per realizzare una soluzione che rappresenta il distillato di oltre quattro anni di lavoro e quasi 20mila ore di sviluppo.


#Tweppy Un cruscotto PaaS multifunzione per gestire i flussi di lavoro
Click To Tweet


Sviluppare efficienza passando per la collaborazione

«Tweppy si propone al mercato come uno strumento realmente in grado di sviluppare efficienza, creando collaborazione in modo del tutto naturale – spiega Bettin. La forza di Tweppy consiste nel racchiudere in un unico strumento tutto quello che una risorsa si trova a utilizzare nel quotidiano. Forse, l’esempio più calzante è quello dello smartphone mentre questo dispositivo ci fa diventare tutti fotografi grazie alla praticità della fotocamera integrata, Tweppy ci fa diventare tutti collaborativi e organizzati, accompagnando le risorse a un approccio CRM, semplificando notevolmente il lavoro e le interazioni quotidiane» – prosegue Bettin. Dal punto di vista tecnico, la soluzione è interamente basata su tecnologia Microsoft con storage e potenza di calcolo di cloud Azure, con la particolarità di essere al cento per cento in tecnologia PaaS: «Questo offre importanti garanzie sul piano della scalabilità, delle prestazioni e soprattutto della sicurezza, in quanto inattaccabile da virus e cryptolocker» – fa notare Bettin.


#Tweppy Distribuzione in Italia: obiettivo federare 250 business partner
Click To Tweet


Distributore unico per l’Italia

Tweppy esclusivamente grazie al passaparola e alle referenze positive può già contare su un’ottantina circa di clienti attivi, che spaziano dallo studio professionale alla grande azienda, con l’obiettivo comune di sviluppare un’organizzazione efficiente. Tweppy è stato progettato per essere introdotto in qualunque mercato: EMEA e Stati Uniti sono infatti i prossimi obiettivi che saranno affrontati con distributori nazionali e il supporto finanziario di fondi di investimento, mentre è stata da poco siglata un’intesa che ha individuato, come distributore unico per l’Italia, Datamatic Sistemi e Servizi, società nata nel 1984 come business unit per la fornitura di servizi del distributore Datamatic e che forma oggi una realtà di oltre 70 persone con sede nell’area di Milano e una filiale a Roma. Il dettaglio dell’accordo viene spiegato da Cristiano Pacitto, general manager di Datamatic Sistemi e Servizi: «Tweppy ha un pubblico potenziale di tutto rispetto, ed è per questo che abbiamo deciso di organizzare un roadshow partito ai primi di giugno con il duplice scopo di accompagnare le aziende nell’utilizzo del nuovo strumento e di reclutare i business partner dedicati a Tweppy, che rappresenta una soluzione decisamente all’avanguardia e perfettamente coerente con la nostra filosofia di distributore a valore aggiunto sempre alla ricerca di soluzioni innovative da proporre sul mercato». L’obiettivo è di «arrivare a regime federando circa 250 business partner in tutta Italia, un quarto dei quali, cioè 60-70, già on board da qui alla fine dell’anno» – conclude Cristiano Pacitto.

L'articolo Tweppy e Datamatic Sistemi e Servizi, la collaborazione in primo piano proviene da Data Manager Online.

]]>
I mille volti del cloud https://www.datamanager.it/2017/06/mille-volti-del-cloud/ Mon, 19 Jun 2017 10:21:19 +0000 http://www.datamanager.it/?p=126962 Cloud computing privato, infrastrutture ibride: i modelli dell’informatica “software defined”, di un diverso modo di concepire lo sviluppo applicativo, stanno finalmente prendendo piede. Con molte resistenze e freni di natura culturale e soprattutto formativa   Parlare di cloud computing nel pieno del processo di digital transformation scatenato dall’avvento della cosiddetta Terza Piattaforma (di cui il […]

L'articolo I mille volti del cloud proviene da Data Manager Online.

]]>
Cloud computing privato, infrastrutture ibride: i modelli dell’informatica “software defined”, di un diverso modo di concepire lo sviluppo applicativo, stanno finalmente prendendo piede. Con molte resistenze e freni di natura culturale e soprattutto formativa

 

Parlare di cloud computing nel pieno del processo di digital transformation scatenato dall’avvento della cosiddetta Terza Piattaforma (di cui il cloud è principale pilastro) può sembrare quasi pleonastico. Ma il cloud computing non è un mero schema architetturale, un paradigma immutabile nel tempo. Le tecnologie di virtualizzazione, o se si vuole di astrazione dai livelli fisici di una risorsa computazionale (e non solo computazionale) su cui poggia questa efficace metafora, sono in costante evoluzione e soprattutto sono pervasive. Non sono solo le singole “macchine” a essere virtualizzate nel cloud: anche le risorse e le funzioni di storage e di rete si allontanano sempre di più, dal punto di vista delle configurazioni e dell’orchestrazione, dai rispettivi substrati hardware. In parallelo, cresce l’adozione di modelli cloud più ibridi, dove contano la capacità di orchestrazione tra risorse allocate on premises e sul cloud pubblico e la presenza di validi strumenti di monitoraggio della reale performance di servizi e applicazioni. Non è quindi banale tornare a interrogarsi sull’evoluzione delle infrastrutture aziendali, sui livelli di virtualizzazione del o dei data center, sulle decisioni progettuali da prendere nel caso di adozione di servizi di cloud pubblico, o per il dispiegamento di applicazioni in ambienti ibridi. Collateralmente, una discussione sul cloud può affrontare il tema delle tecnologie – spesso open source – che fanno da contorno all’informatica di nuova generazione, come lo sviluppo agile, le applicazioni basate su microservizi, il modello di virtualizzazione dei container, la gestione delle API nell’ottica di un business digitale basato sull’esposizione – sia verso i partner sia verso il cloud pubblico, di servizi e dati, delle nuove modalità di gestione dello sviluppo applicativo, del testing e della messa in servizio, attraverso strumenti di DevOps e di misura dell’application performance. Ancora una volta, i partecipanti alla tavola rotonda sono stati chiamati a discutere in modo aperto e interattivo, intervenendo sul livello di maturità che i paradigmi del cloud hanno raggiunto all’interno delle rispettive organizzazioni e sull’adeguamento al cloud dei modelli di sviluppo applicativo. Sui cambiamenti avvenuti all’interno del data center, come pure sulle figure tecniche e decisionali preposte al governo dell’evoluzione infrastrutturale. Sull’uso di strumenti e approcci avanzati, dal DevOps all’application performance management, dall’agile development ai microservizi. Ma anche sul fenomeno visto in ottica di ecosistema, tra clienti finali, partner B2B e fornitori di soluzioni, servizi cloud e consulenza di system integration a essi orientati.

Sergio Patano research & consulting manager di IDC Italia – Massimo Calabrese CEO di OPEN-V – Daniele Savarè head of Service Line ICT Evolution di UniCredit Business Integrated Solutions – Moreno Carandente IT manager di Edison

IL MOMENTO DELLA MATURITÀ

A Sergio Patano, research & consulting manager di IDC Italia l’usuale compito di aprire la discussione, rivelatasi particolarmente ricca di esperienze e spunti, con qualche numero sull’evoluzione di un mercato che oggi, sottolinea l’esperto, ricorda per tassi di crescita i fasti del settore informatico dei primi anni Novanta. «Fenomeni come il broadband o il mobile, la realtà aumentata e virtuale, crescono a due o tre cifre e sono tutti riconducibili alla cosiddetta Terza piattaforma e ai fattori di accelerazione della trasformazione» – osserva Patano, aggiungendo che oltrepassata la soglia del miliardo di euro di valore, il mercato italiano del public e private cloud pone l’Italia, con una quindicina d’anni di ritardo rispetto a un’onda tecnologica che gli Stati Uniti cavalcano dai primi anni del terzo millennio, nel contesto della piena maturità del cloud. «Le aziende stanno cominciando a inserire soluzioni di automazione per liberare risorse IT a fronte della riduzione dei budget e del personale che deve gestire l’infrastruttura.

Diventa necessario implementare soluzioni di automazione che liberino dalle incombenze del day-by-day e facilitare l’allineamento all’e-business, anticipando le esigenze dell’impresa prima che siano gli stessi responsabili delle linee di business, ad acquisire servizi sul public cloud, dando luogo al complesso fenomeno della Shadow IT». Uno scenario che molti interventi alla tavola rotonda confermeranno. Prendendo in esame lo stato dell’arte della virtualizzazione, Patano sottolinea il crescente interesse nei confronti delle tre aree “software defined” delle infrastrutture. Aumentano i progetti in cui la virtualizzazione delle risorse di calcolo, storage e rete viene affrontata congiuntamente, anche se al momento la tecnologia del software defined network è ancora in ritardo. Perché le SDN sono così indietro? Secondo un sondaggio IDC condotto su 107 aziende italiane medio-grandi, il 15% confessa di nutrire timori nei confronti di tecnologie per le quali non si dispone di competenze interne, a fronte di una analoga percentuale che dà la priorità all’innovazione solo quando se ne percepiscono concretamente i benefici. «Il grosso del campione rimanda l’adozione di nuove tecnologie a quando queste sono mature, ma questo implica che nel momento in cui vengono adottate le tecnologie non sono più nuove. Chi aspetta troppo corre il rischio di perdere i vantaggi dell’innovazione e della sua leva competitiva». Analogo il discorso su metodologie avanzate come il DevOps, i cui livelli di adozione sono però incoraggianti. «Il DevOps, finalizzato alla creazione di applicazioni sempre più time-to-market, vive un momento di forte riscoperta» – conclude Patano. «In un’altra survey europea, condotta su un campione di 280 aziende, il 51% dichiara di averlo già adottato, altri lo stanno valutando, ma con quali finalità? Innanzitutto per la agilità e la velocità, per rispondere meglio e in tempi ridotti alle richieste da parte del business e dei clienti, migliorando quindi la customer experience e incrementando le revenue».

In rappresentanza di gruppo UniCredit è Daniele Savarè, head of Service Line ICT Evolution di UniCredit Business Integrated Solutions a delineare le strategie cloud della banca di interesse nazionale. La maggior parte dell’infrastruttura UniCredit è in outsourcing attraverso una joint venture con IBM, spiega Savarè. «In un framework contrattuale da mezzo miliardo all’anno di spesa ICT, abbiamo avviato un piano di trasformazione che riguarda tutte le torri infrastrutturali tra cui la parte inerente ai servizi cloud. Il primo passaggio consiste nello strutturarci meglio anche a livello di processi e disciplina interni, per poter disporre di un private cloud». Nel contesto normativo al quale una banca è vincolata per legge, osserva Savarè, soluzioni di public cloud non sono altrettanto percorribili. Per UniCredit lo sforzo di normalizzazione anche architetturale serve a evitare di duplicare in cloud le decine e decine di piattaforme oggi esistenti nel fisico come nel virtuale.

GOVERNANCE COMPLESSA

Questo non significa per UniCredit rinunciare del tutto a un approccio ibrido. «Sul public cloud sviluppiamo solo attività che non hanno necessità di memorizzazione di dati fuori dal data center. Per esempio, nell’high performance computing, dove aiuta molto disporre di grande flessibilità, abbiamo applicazioni in area rischi o gli ambienti di sviluppo dove tutti i dati sono anonimizzati e dove possiamo cogliere i vantaggi del DevOps». I benefici sono già evidenti, banalmente nel ridotto costo del consolidamento dei server ma soprattutto nella standardizzazione. «Il cloud ci consente di standardizzare molto la parte infrastrutturale e la parte applicativa. Questo – conclude Savarè – porta notevoli benefici indiretti, anche sul costo dell’operatività del data center». Come si procede dal punto di vista organizzativo e decisionale? «Quando il business manifesta un’esigenza, scatta un processo di demand management che stima i costi e disegna un’architettura, con un primo presidio da parte di un team infrastrutturale che decide quanto essa sia in linea con i nostri vincoli». Segue una fase di sviluppo per il provisioning di quanto definito e un’organizzazione interfacciata con l’outsourcer che controlla la riallocazione delle macchine. I progetti ultimati devono ricevere l’ok del “cliente” che li ha commissionati e prevedono un successivo piano di messa in produzione di release trimestrali. Un meccanismo di governance complesso, che permette di mantenere il corretto allineamento tra tecnologie e business.

In proporzione, interviene Moreno Carandente, IT manager di Edison, la complessità infrastrutturale e organizzativa della utility energetica è minore: «Anche Edison è in outsourcing con IBM e questo pone un limite – più di governance interna che di natura contrattuale – alle tecnologie utilizzate». In passato, Edison ha maturato diverse esperienze in ambito public cloud, ma il modello applicato alle infrastrutture software defined punta non tanto a soddisfare aspetti come la variabilità dei carichi computazionali, che sono piuttosto stabili, ma a rispondere a tematiche di agilità e velocità. «Abbiamo in pratica adottato un modello duale per affrontare con il cloud richieste estemporanee, che forse non arrivano neppure in produzione, ma che ci consentono di tamponare le richieste per poi strutturare un ambiente legacy più tradizionale». Edison, osserva ancora Carandente, ha attuato progetti di software defined network non tanto nelle connessioni al data center ma per esigenze di trasformazione legati ai nuovi contenuti multimediali poco compatibili alle precedenti infrastrutture MPLS. Per il futuro, è prevedibile una ulteriore evoluzione del cloud finalizzato al supporto di piattaforme di nuova generazione. «Nessuno si sognerebbe di configurare Hadoop su architetture non cloud, ma rimane l’esigenza di gestire queste nuove opportunità, quando su queste si è sviluppato del business».

Riccardo Garosi IT manager dell’Eco della Stampa – Alfredo Nulli CTO & EMEA cloud architect di Pure Storage – Giuseppe Pasceri CTO di Jobrapido – Roberto Contessa ICT manager di F.lli Branca Distillerie

IL CLOUD DIVENTA COGNITIVO

Massimo Calabrese, CEO di OPEN-V interviene, ribadendo l’importanza di due concetti espressi inizialmente da Sergio Patano di IDC. «Sono rimasto impressionato su due messaggi in particolare. Uno riguarda il software defined networking, ancora poco utilizzato, l’altro è il richiamo a una adozione più tempestiva dell’innovazione, che deve essere colta prima che diventi mainstream. Sono due messaggi assolutamente centrati». OPEN-V, prosegue Calabrese, è una engineering company la cui intelligenza è distribuita tra la California e la regione di Bangalore in India. I suoi giovanissimi sviluppatori producono una piattaforma completa open source – disponibile come appliance, on premises e as a service – che consente di costruirsi un’efficace infrastruttura cloud privata, “out of the box”. Il prodotto di OPEN-V  StackMax, implementa secondo Calabrese un approccio “cognitivo” al IaaS, adottando una virtualizzazione molto spinta anche per quello che riguarda quello che Calabrese considera il passo successivo dell’SDN, la Network Function Virtualization. «Tecnologie così avanzate, osserva Calabrese, oggi incontrano troppi freni dentro le aziende sia per fattori umani sia per l’attaccamento a processi ormai consolidati. Tutto questo rallenta l’adozione di strumenti come StackMax, che possono invece velocizzare il business, offrendo tra l’altro un dashboard centralizzato là dove occorre orchestrare risorse private e pubbliche in chiave di cloud computing ibrido».


#DMcloud Massimo Calabrese #OpenV Il cloud diventa cognitivo – videointervista
Click To Tweet


La testimonianza di Riccardo Garosi, IT manager dell’Eco della Stampa, uno dei testimonial mondiali di OPEN-V, è in questo senso particolarmente istruttiva. Fondata nel 1901 e oggi leader assoluta del settore media monitoring, dove realizza servizi di rassegna stampa per radio e tv, web social media e supporti tradizionali, l’Eco della Stampa non è certo una organizzazione complessa o estesa. Pur essendo basata su una infrastruttura fortemente regionalizzata per assicurare la necessaria prossimità ai media locali – nel complesso – l’azienda conta solo 200 dipendenti. Il dipartimento IT, precisa Garosi, è di poche persone. «Disponiamo di due data center, uno dei quali dedicato al disaster recovery e abbiamo optato per il cloud in chiave IaaS per maggiore flessibilità, per poter superare certe necessità di elaborazione dei dati con forti carichi in determinate fasce orarie. OPEN-V ci ha consentito di semplificare al massimo la gestione». Pur essendo piccola, l’Eco della Stampa deve gestire una mole di dati davvero imponente: 150 canali televisivi, 400mila notizie web quotidiane, fino a 40mila pagine giornaliere di quotidiani e riviste. Il cloud computing, sottolinea Garosi, consente anche di essere particolarmente veloci nello sviluppo, con metodologie di tipo “Agile”, di nuovi servizi, con una catena organizzativa molto corta che, conclude il responsabile IT, favorisce la sintonia con gli obiettivi strategici. «Alcuni aspetti delle nostre applicazioni, per esempio l’identificazione automatica delle immagini televisive, realizzate con piattaforme GPU off-cloud, non è “cloudizzabile”. Ma è il business che guida tutto, sia l’adozione delle tecnologie sia lo sviluppo applicativo».

PROGRAMMARE PER IL SOFTWARE DEFINED

L’intimo legame tra il cloud computing e i framework applicativi più avanzati è la tematica affrontata da Alfredo Nulli, CTO & EMEA cloud architect di Pure Storage, specialista di sistemi di memoria di massa basati esclusivamente su tecnologia flash. Nulli spiega il ritardo nella diffusione di approcci software defined al networking con una considerazione che si rifà al Total Cost of Ownership degli apparati di rete: «Il motivo per cui molte aziende esitano davanti all’SDN è la presenza sul mercato di una generazione di dispositivi che hanno ancora molta intelligenza a bordo. Di fatto, scegliere SDN significa spendere due volte per una intelligenza che risiede nell’hardware e nel software». Nulli sottolinea anche l’importanza della demarcazione tra sistemi di archiviazione “software driven” – oggi la maggioranza – e “software defined”. «La vera infrastruttura software defined fatica a imporsi anche per problemi di scalabilità rispetto ai sistemi multipetabyte realizzabili attraverso le attuali piattaforme di virtualizzazione. Quando alle funzionalità software defined, devo aggiungere le prestazioni tipiche chieste dall’impresa, alta disponibilità, ridondanza, prestazioni, è ancora difficile raggiungere un TCO sostenibile rispetto a quello di modelli architetturali più tradizionali». Per Nulli però, al di là dei limiti tecnologici della componentistica, il vero salto di qualità arriverà quando il software defined riuscirà a colmare l’attuale vuoto formativo. «La Software Defined Infrastructure, a differenza di fenomeni del passato come Unix e lo stesso Linux, non emerge da una cultura universitaria, i giovani non ricevono sufficiente educazione superiore in materia». E infine si deve tener conto dei modelli applicativi, ancora fortemente radicati su infrastrutture fisiche o virtuali convenzionali. I processi aziendali, conclude Nulli, su applicazioni che non ammettono errori. «Bisogna ripensare questo approccio in ottica di microservizio per arrivare ad applicazioni per le quali le infrastrutture software defined saranno una logica conseguenza».


#DMcloud Alfredo Nulli @PureStorage Programmare per il software defined – videointervista
Click To Tweet


IL LAVORO IDEALE?

LO DECIDE IL MICROSERVIZIO

Un esempio estremamente calzante di questo approccio viene da Giuseppe Pasceri, CTO di Jobrapido, una “ex startup”, fondata nel 2004 da Vito Lomele, «la cui prima sede – racconta Pasceri – era davvero all’interno di un garage». Dopo una prima cessione al gruppo britannico editore del Daily Mail, il motore di ricerca di posti di lavoro è approdato sulle coste californiane con il fondo di private equity Symphony Technology. Con Pasceri, il search engine alla base di questo servizio, operativo in 58 nazioni e in 20 lingue, ha imboccato un percorso di cambiamento che lo ha traghettato verso il modello dei microservizi, con l’adozione di piattaforme come la ricerca distribuita di Elasticsearch e l’orchestratore di servizi Mesos. «Con un carico di un miliardo di visite all’anno – spiega il CTO di Jobrapido – siamo estremamente data driven e siamo partiti dalla convergenza dei data center per poi sviluppare in casa le tecnologie cloud. Oggi, stiamo scalando sia sulla parte di search engine sia sui microservizi da un mondo monolitico tradizionale al modello dei microsistemi e servizi, che oggi sono già più di trenta». Il progetto procede parallelamente a una trasformazione organizzativa che punta a creare team di lavoro cross-funzionali che grazie al cloud abbattono i normali concetti di silos tecnologici. «Il cloud elimina questi silos, ma l’aspetto organizzativo aziendale deve seguire su questa stessa traccia» – conclude Pasceri. In altre parole le linee di business devono essere orientate end-to-end su un determinato risultato e le decisioni non vengono prese perché c’è un silos che domina rispetto a un altro. «Quando c’è un team che si occupa dei livelli applicativi e infastrutturali, la metodologia DevOps è connaturata, non ha un DNA estraneo, da trapiantare». Forte di questa trasformazione, Jobrapido si sta orientando verso un motore di ricerca cognitivo, o come osserva Pasceri, “comportamentale”. «Non ci sarà bisogno di chiedere il curriculum vitae di un candidato: dai suoi comportamenti in rete, sapremo chi è e qual è il lavoro più giusto per il potenziale candidato senza neppure che lui lo sappia».

Da una Internet startup con meno di quindici anni di vita a un’azienda fondata nel 1905 e custode di una ricetta di famiglia per un liquore apprezzato in tutto il mondo, il passo tecnologico sembra essere molto lungo, ma Roberto Contessa, ICT manager di F.lli Branca Distillerie, ci ricorda come la trasformazione digitale sia davvero un comune patrimonio di idee e rinnovamento. F.lli Branca produce liquori, non software o prodotti ad alto contenuto tecnologico, osserva Contessa, ma non rinuncia al modello SaaS per le sue piattaforme strategiche ERP. «Come cambia il lavoro del CIO? Prima dovevamo fare “cherry picking” sui prodotti migliori, integrarli con i sistemi esistenti in azienda. Dieci anni fa, si lavorava per identificare il software più adatto e calibrare una intera infrastruttura hardware. Oggi, scegliamo un software erogato direttamente attraverso un cloud pubblico, un lavoro di natura più contrattuale per determinare i parametri per il rispetto di determinati SLA». Il cambiamento in Branca è iniziato da qualche anno e, sottolinea Contessa, è favorito da una dirigenza molto aperta al cambiamento. La “cloudizzazione” ha portato a un progressivo svuotamento della sala macchine Branca, a favore di un’infrastruttura basata sull’orchestrazione di applicativi e servizi, inclusa la messaggistica EDI su cui si basa la logistica esterna, anch’essa affidata a un intermediatore. «La complessità dalla gestione si è trasferita dalle macchine al networking tra i vari fornitori di servizio».

Giuseppe Ceglie responsabile del dipartimento Infrastrutture Tecnologiche di Lombardia Informatica – Dionigi Faccenda sales marketing director di OVH – Fausto Gentili IT manager di CRIF

SKILL E ANCORA SKILL

Proprio in rappresentanza di un fornitore di servizi hosting avanzati, si inseriscono a questo punto le considerazioni di Dionigi Faccenda, sales marketing di OVH. Il cloud provider francese, racconta Faccenda, è stato fondato nel 1999 da un giovane visionario di origini polacche Octave Klaba, nella sala prove del suo studio di musicista. La crescita recente di questa “azienda-data center”, testimonia l’enorme successo della virtualizzazione. «Solo tre anni fa, eravamo cinquecento. Oggi, siamo duemila persone e disponiamo in Europa, e non solo, di oltre venti data center, con l’obiettivo di raggiungere quota 27 entro fine anno e 50 entro il 2025. Per darvi un’idea: attualmente, la nostra capacità di messa in produzione è di cinquecento server al giorno, vantiamo più di un milione di clienti business e ospitiamo oltre 18 milioni di applicazioni. A conferma di quanto dice IDC, l’Italia è uno dei mercati più vivaci, e oggi conta 34mila clienti con una rete di partner molto efficace». Per lo sviluppo del suo public cloud, OVH utilizza la piattaforma OpenStack e la sua familiarità con le tecnologie VMware l’ha indotta pochi mesi fa, a rilevare dalla stessa VMware l’infrastruttura vCloud Air, realizzata su tecnologia vSphere. «La nostra ambizione, sottolinea Faccenda, è di diventare un punto di riferimento europeo, alla stregua di cloud provider come Amazon e Microsoft». L’argomento più caldo, per il responsabile commerciale di OVH, è quello delle competenze. «Per i nostri clienti, che da sempre danno priorità a questioni come la sicurezza e la privacy, le competenze stanno diventando un argomento chiave» – sottolinea Faccenda. Configurare una macchina virtuale, orchestrare un servizio cloud, richiede skills e grandi capacità di produrre codice e script. Da qui, la necessità di affidarsi a provider che affiancano la capacità di governo di tecnologie cloud avanzate, utilizzando al proprio interno metodologie di sviluppo agile, a una solida cultura di consulenza e progettazione infrastrutturale messa al servizio dei clienti.


#DMcloud Dionigi Faccenda @ovh_it Zero lock-in – videointervista
Click To Tweet


VIRTUALIZZAZIONE E CONSOLIDAMENTO

Giuseppe Ceglie, responsabile del Dipartimento Infrastrutture Tecnologiche di Lombardia Informatica, la società in-house che eroga circa settecento servizi alla PA, alle aziende sanitarie e agli abitanti di Regione Lombardia, propone un’ulteriore articolazione del cloud come efficace strumento di consolidamento e razionalizzazione. «Negli ultimi tre anni, abbiamo portato avanti un consolidamento infrastrutturale, approcciando anche il cloud con due diverse visioni: una a uso interno, per la nostra piattaforma di erogazione di servizi, l’altra orientata alla razionalizzazione dell’informatica pubblica lombarda» – racconta Ceglie. In Lombardia esistono circa 600 centri di elaborazione, in genere molto piccoli ma “fatti in casa” con molte dispersioni. Ci siamo fatti promotori di un’iniziativa che ha approcciato il tema cloud prima su un numero limitato di Aziende Sanitarie Locali e oggi vogliamo estendere la razionalizzazione a tutto il territorio». Unificare il contesto infrastrutturale, aggiunge Ceglie, è la migliore premessa di una costruttiva messa a fattor comune di un patrimonio applicativo oggi enormemente variegato, con inevitabili conseguenze su una burocrazia che non riesce a presentare un volto uniforme ed efficiente. Ceglie precisa inoltre che il progetto, finalizzato inizialmente alla creazione di un private cloud, oggi è aperto a una visione cloud più ibrida, e non è un caso se, anche dal punto di vista organizzativo, è stato creato un team più vicino alle esigenze di una vera e propria gestione infrastrutturale. «Il dipartimento che nasce dalla riorganizzazione si definisce Infrastruttura Tecnologica proprio perché ci siamo posti il tema della governance di risorse che possono provenire anche dall’esterno del nostro perimetro classico». Anche la presa in carico di metodologie più avanzate, come DevOps e altre di cui sono stati realizzati i primi proof of concept. «Il tema è sicuramente di interesse per noi, perché è una risposta a una precisa richiesta dei clienti in termini di erogazione e sviluppo di nuove applicazioni».

La discussione, apertasi con l’intervento di UniCredit, si chiude con CRIF, società di informazione creditizia rappresentata al tavolo dal CIO, Fausto Gentili. La natura molto sensibile dei dati trattati da CRIF spiega, secondo Gentili, la relativa mancanza di una consolidata esperienza di cloud computing in chiave pubblica, almeno sul core delle attività dell’organizzazione. «Abbiamo esperienze collaterali in ambito di collaboration, e-learning, security in mobilità» – riferisce il CIO. «Utilizziamo però virtualizzazione e automazione sui nostri cinquemila server e stiamo entrando nella iperconvergenza e anche nel software defined, inglobando molte tecnologie che un tempo avevamo esternalizzato». I punti di criticità che Gentili dice di vedere ancora nel cloud computing riguardano ancora l’ambito contrattuale e legale, dove i fornitori non sembrano ancora aver raggiunto un sufficiente grado di maturità e ampiezza di copertura. Altra difficoltà, soprattutto per chi ha sviluppato molto al proprio interno, sta nella necessità di integrare e far interagire una volta entrati in un ambito infrastrutturale IaaS. «L’aspetto interessante del cloud, per quanto ci riguarda, è la capacità di calcolo. Noi stiamo ragionando su potenzialità di riconoscimento dei nostri processi, del nostro patrimonio informativo perché disponiamo di un grande bagaglio procedurale e siamo convinti di poter fare molto, per assimilare meglio le numerose acquisizioni, a livello di documentazione di disciplina di queste procedure». Un secondo aspetto è il potenziale da esplorare in area di gestione dei rischi e analisi predittiva. «Il patrimonio informativo di cui disponiamo ci permetterebbe di identificare dei pattern che all’analisi umana sfuggirebbero. Inoltre, stiamo pensando di lavorare con chi ha esperienza in intelligenza artificiale per valorizzare questo tesoro nascosto». È inevitabile – conclude Gentili, con un messaggio che vale per tutti i suoi colleghi preposti al governo delle tecnologie – che per poter scoprire e sfruttare questi giacimenti le infrastrutture evolvano verso il software defined. «Pur superando le varie forme di resistenza nei confronti di un dato da conferire sul cloud, resta al momento un grande problema di natura culturale, di conoscenza e di capacità che va dalla scrittura di codice all’interazione con un mondo profondamente diverso».

L'articolo I mille volti del cloud proviene da Data Manager Online.

]]>
Retelit: Iperconvergenza, la via al cambiamento https://www.datamanager.it/2016/12/retelit-iperconvergenza-la-via-al-cambiamento/ Mon, 19 Dec 2016 13:27:56 +0000 http://www.datamanager.it/?p=115908 La tecnologia di Iperconvergenza permette di sfruttare servizi flessibili e in grado di adattarsi alle esigenze dei clienti tramite soluzioni avanzate in modalità IaaS   Retelit è tra i principali operatori italiani di servizi dati e infrastrutture per il mercato delle telecomunicazioni. La società può contare su una rete in fibra ottica proprietaria, che si estende […]

L'articolo Retelit: Iperconvergenza, la via al cambiamento proviene da Data Manager Online.

]]>
La tecnologia di Iperconvergenza permette di sfruttare servizi flessibili e in grado di adattarsi alle esigenze dei clienti tramite soluzioni avanzate in modalità IaaS

 

Retelit è tra i principali operatori italiani di servizi dati e infrastrutture per il mercato delle telecomunicazioni. La società può contare su una rete in fibra ottica proprietaria, che si estende per oltre 9.700 chilometri, collegando nove reti metropolitane e quattordici data center. Con una struttura del genere, può offrire soluzioni avanzate broadband e ultra-broadband, sia a scopo privato (IP ed Ethernet) che di classica erogazione Internet. La necessità è quella di avere una base solida, affidabile e sempre disponibile, per garantirsi, e garantire ai clienti, una continuità costante del servizio.

Per dar seguito a tali esigenze, la piattaforma deve soddisfare requisiti di flessibilità e scalabilità, gli unici che permettono un adattamento funzionale delle risorse, a seconda dei bisogni degli utenti finali: in questo modo si passa dalle semplici stanze virtuali a veri e propri ambienti di disaster recovery, contesti di utilizzo decisamente diversi ma non per questo esclusivi. Ma Retelit è in grado di andare oltre, con il nuovo modello di Iperconvergenza, che assicura qualità nell’accesso e una solida ridondanza locale e geografica.

Scegliere una hyper-converged infrastructure (HCI) non è più una novità, soprattutto per chi vuole dotarsi di una soluzione versatile e con un TCO minimo, praticamente inesistente. L’approccio, a metà strada tra la scelta di un classico data center e il cloud, ha alla base un server x86, potenziato da software che oramai non hanno nulla da invidiare a server e storage dedicati. Al fianco dei trend che vedono prevalere fenomeni come il software-defined e un cloud più intelligente ed evoluto, l’iperconvergenza è ciò che consente alla società di considerare uno schema per l’IT aziendale vicino alle caratteristiche di agilità e adattabilità, comuni a chi vuole reagire a cambi di scenario improvvisi.

L’iperconvergenza sta suscitando sempre più l’interesse di organizzazioni di ogni dimensione e dei mercati verticali, che studiano i modi migliori per ridurre la complessità dei propri sistemi. Tutto scaturisce dall’evidenza che, con lo sviluppo dei reparti IT, destinati a rispondere ai nuovi workflow produttivi, l’eterogeneità hardware e software è cresciuta a dismisura. Il risultato è oggi un insieme di architetture poco flessibili e dal costo eccessivo. Per questo, se adottata correttamente, l’hyper-converged diviene una scelta vincente, che può trasformare il modo di fare impresa.

C’è da fare una premessa: la maggior parte delle aziende che valuta la possibilità di adottare una soluzione iperconvergente dispone già di un data center. Cosa farne? Non sempre la volontà è quella di sostituire l’infrastruttura o di gestirla come due ambienti distinti e separati. Qui arriva Retelit, con la sua soluzione di Iperconvergenza. Tramite quest’ultima, le risorse esistenti possono coesistere con il nuovo ambiente, impiegando gradualmente la hyper-converged infrastructure durante i normali cicli di sostituzione. Inoltre, con l’aumento degli investimenti si ottengono maggiori vantaggi, grazie all’evoluzione di una configurazione dal potenziale evidente.


#hyperconvergence Con @SimpliVityCorp @Retelit semplifica IT, operations e data
Click To Tweet


Il vantaggio della soluzione

In un panorama del genere, abbiamo chiesto a Luca Cardone, marketing manager del Gruppo Retelit, in che modo l’azienda ha integrato nel flusso dell’offerta le implementazioni di Iperconvergenza, arrivando così a costruire un ecosistema avanzato leader sul mercato: «Siamo partiti con il chiederci quali fossero i bisogni dei soggetti che compongono il tessuto produttivo del nostro paese. Da qui, abbiamo lavorato per capire come le nostre competenze potessero soddisfarli. Con il sostegno di una folta schiera di data center, sparsi per tutto il territorio, e di una vasta infrastruttura in fibra ottica, non abbiamo avuto difficoltà nello sviluppare una soluzione che permettesse ai clienti di esternalizzare le proprie attività ma anche di beneficiare di un servizio a 360 gradi all’interno dei nostri sistemi».

In altre parole, Retelit dota chi si affida al suo know-how, di macchine e tecnologie di iperconvergenza, fruibili con virtual machine con capacità computazionale, RAM e storage. Il bello è che tutto è configurabile e integrabile un passo alla volta, senza cioè dover rivoluzionare in toto l’architettura già in uso. Si tratta di un passaggio essenziale, soprattutto per le piccole e medie imprese che sono più inclini a cogliere l’innovazione ma che più di altre temono per la spesa e la gestione delle risorse. Secondo Retelit, l’iperconvergenza è la via maggiormente percorribile per svecchiare metodologie e processi industriali oramai superati.

Sicurezza e qualità

«Le PMI che decidono di intraprendere un percorso di trasformazione digitale con noi ottengono maggiori benefici, spesso a un prezzo inferiore» – continua Cardone. «Non è da sottovalutare che i cambiamenti in atto richiedono una concreta evoluzione dell’infrastruttura che fa da base al proprio business. Retelit, attraverso un rapporto diretto, solleva gli imprenditori da una simile incombenza, ospitando i server nei suoi data center senza problemi di connettività esterna, anzi fornendo una qualità anche superiore alla concorrenza, perché proprietaria. A questo punto, si può decidere di trasferire tutte le applicazioni sul virtual data center impostato dai nostri tecnici, sfruttando i servizi in modalità IaaS con la tranquillità di confidare in un fornitore che provvede alla rete VPN, a quella fisica, allo storage, alla connettività, alla sicurezza e quant’altro». Proprio la protezione è uno dei pilastri nella strategia propositiva di Retelit. La sicurezza dei dati può essere concepita come un continuum: «A un’estremità si collocano i dispositivi interni al server, come gli adattatori RAID, il mirroring e altri metodi di difesa in locale attivi sul server. All’altra ci sono le sofisticate tecniche di disaster recovery. Ma non è finita qui, perché al centro trovano spazio le tradizionali tecnologie di backup e ripristino dei dati» – spiega il marketing manager di Retelit. «Il livello di supporto e di funzionalità assicura la protezione in caso di guasti dell’hardware ma va oltre, fino a raggiungere nuovi livelli di protezione come: la replica tra siti (che consente di ottenere una continuità delle operazioni anche quando diventano indisponibili intere porzioni del data center); il ripristino dei sistemi di mission critical; opzioni avanzate di business continuity e di duplicazione. La vicinanza con i clienti, in momenti “particolari”, è data anche dalla possibilità di avere postazioni adiacenti ai data center, per dar seguito al lavoro, in ogni situazione». Insomma, continuità e recupero sono elementi essenziali per Retelit.

L’aspetto tecnologico

L’iperconvergenza come fattore di successo anche in ambito privato, vista la possibilità di usufruire dei servizi dell’operatore in alternativa a quelli delle telco: «Il nostro punto di forza è l’offerta di un’integrazione sia orizzontale che verticale. Orizzontale perché è Retelit che gestisce la catena tecnologica: dalla fibra ai data center e le virtual machine. Verticale perché presidiamo anche il livello superiore, fino al Platform as a Service, senza realizzare i software finali ma affidandoci a partner strategici capaci di massimizzare la loro presenza nella nostra rete commerciale. Quello che ci distingue dagli altri è il presidio dell’aspetto tecnologico, frutto di uno scouting accurato. Proprio con l’iperconvergenza proseguiamo il cammino di innovazione in parallelo alle scelte tradizionali ma ponderate su misura e in relazione agli effettivi bisogni di una scalabilità omogenea. Siamo convinti che l’outsourcing di qualità sia una scelta vantaggiosa, non più solo onerosa».

L'articolo Retelit: Iperconvergenza, la via al cambiamento proviene da Data Manager Online.

]]>
Red Hat, l’open source come scelta vincente https://www.datamanager.it/2016/12/red-hat-lopen-source-scelta-vincente/ Mon, 19 Dec 2016 10:12:04 +0000 http://www.datamanager.it/?p=116033 Il modello di sviluppo “aperto” come leva dell’integrazione tra i servizi e driver di trasformazione digitale per sostenere e diffondere la cultura dell’innovazione Red Hat è il leader mondiale nelle soluzioni open source per le aziende, con una storia ultraventennale che parla di collaborazione con leader IT, sviluppatori e partner, all’insegna di un modello “comunitario” dal […]

L'articolo Red Hat, l’open source come scelta vincente proviene da Data Manager Online.

]]>
Il modello di sviluppo “aperto” come leva dell’integrazione tra i servizi e driver di trasformazione digitale per sostenere e diffondere la cultura dell’innovazione

Red Hat è il leader mondiale nelle soluzioni open source per le aziende, con una storia ultraventennale che parla di collaborazione con leader IT, sviluppatori e partner, all’insegna di un modello “comunitario” dal quale sono nate tecnologie come Red Hat Enterprise Linux e tante altre.

Oggi, l’azienda è quotata alla Borsa di New York, fattura oltre due miliardi di dollari e ha una presenza diffusa in tutto il mondo, contando più del 90% delle aziende di Fortune 500 tra i propri clienti. L’approccio “open” offre diversi vantaggi nel mondo del business digitale, come spiega Edoardo Schepis, presales manager di Red Hat Italia: «Al primo posto, citerei l’innovazione. Grazie alla collaborazione consentita dal modello di sviluppo open, la percentuale di soluzioni innovative rilasciate è molto elevata». Le tecnologie e i servizi applicativi sviluppati in questo modo sono all’avanguardia e coprono tutti i settori industriali grazie alla collaborazione delle compagnie coinvolte. «Stiamo parlando di innovazione tecnologica in mercati reali che si stanno trasformando per rispondere alle nuove esigenze di business, in ambito finance (analytics, blockchain, IoT…), nelle aziende di telecomunicazioni (software defined data center, NFV…), nella pubblica amministrazione (identità digitale, sicurezza, integrazione domini…), solo per citarne alcuni» – afferma Schepis.


.@RedHatItaly #OpenSource come modello di #Trasformazione e #Sviluppo
Click To Tweet


Sviluppo collaborativo

Un altro vantaggio è il modello di sviluppo collaborativo. Collaborazione significa arricchimento culturale che porta anche alla crescita professionale dei talenti coinvolti e alla creazione di network tra aziende e persone. «Red Hat ha creato un modello di business sostenibile a partire dalle soluzioni tecnologiche open, fornendo servizi a valore aggiunto intorno ai progetti open source di maggiore successo». Nell’ambito dello sviluppo applicativo, l’azienda ha costruito negli anni un portafoglio ricco di soluzioni. «Siamo partiti da JBoss Application Server (Red Hat EAP) e abbiamo aggiunto nel corso degli ultimi anni altri progetti di enorme successo».
Grazie a tecnologie per il cloud privato come il “Platform as a Service OpenShift” e grazie al supporto del cloud pubblico è poi possibile sviluppare applicazioni o creare servizi per ambienti ibridi e per architetture a container. Infine Red Hat ha acquisito di recente 3Scale, leader nelle soluzioni di API management per esporre, al pubblico e alle terze parti, servizi facilmente consumabili, ma allo stesso tempo sicuri e controllati, particolarmente interessanti per servizi di pagamento nel mercato interno.

Approccio open per crescere

Ma il business del futuro sarà sempre più all’insegna di big data, cloud, IoT e mobility, e anche qui il mondo open source presenta vantaggi significativi in termini di approccio distribuito e non centralizzato per coordinare più agevolmente l’integrazione di servizi. Ugo Landini, solutions architect di Red Hat Italia, spiega infatti che «Red Hat offre una vasta gamma di tecnologie middleware: rules engine e business process management (Red Hat BPMS), Apache Camel e ActiveMQ per l’integrazione e la messaggistica (JBoss Fuse), Teiid per la virtualizzazione dei dati provenienti da più fonti (JBoss Data Virtualization) e Infinispan per il caching (Red Hat JBoss Data Grid)». Tutte queste tecnologie si possono combinare liberamente fra di loro. Per quanto riguarda l’integrazione, Red Hat JBoss Fuse offre servizi specifici, anche di messaggistica, che sono così flessibili da poter essere utilizzati sia nei classici data center che in gateway per l’IoT con hardware dalle risorse limitatissime. Per quanto riguarda infine la maturità generale del mercato italiano dal punto di vista dell’IT, il nostro Paese non sembra brillare sulla scena internazionale, ma questo significa, in positivo, che possono essere proposte soluzioni già “collaudate” in altri paesi. «Grazie all’open source è dunque molto più semplice lavorare su problemi non banali senza spostarsi da casa e collaborando con i migliori ingegneri del mondo, e credo che questo contribuisca notevolmente alla diffusione della trasformazione digitale in Italia, seguendo un modello di sviluppo collaborativo. Red Hat si trova quindi in una posizione unica per sostenere e diffondere la cultura dell’innovazione e della trasformazione digitale».

L'articolo Red Hat, l’open source come scelta vincente proviene da Data Manager Online.

]]>
Red Hat – Messaggeri di trasformazione https://www.datamanager.it/2016/10/red-hat-messaggeri-trasformazione/ Sat, 29 Oct 2016 08:19:44 +0000 http://www.datamanager.it/?p=111995 Nata come azienda monoprodotto, Red Hat ha saputo realizzare un portafoglio di soluzioni open source con cui le aziende possono vincere tutte le sfide architetturali del business digitale. Per Gianni Anguilletti, country manager di Red Hat in Italia, le parole d’ordine sono: «Trasformazione, integrazione e virtualizzazione» Se il software open source è sempre più al […]

L'articolo Red Hat – Messaggeri di trasformazione proviene da Data Manager Online.

]]>
Nata come azienda monoprodotto, Red Hat ha saputo realizzare un portafoglio di soluzioni open source con cui le aziende possono vincere tutte le sfide architetturali del business digitale. Per Gianni Anguilletti, country manager di Red Hat in Italia, le parole d’ordine sono: «Trasformazione, integrazione e virtualizzazione»

Se il software open source è sempre più al centro dell’esteso e articolato fenomeno della trasformazione digitale, al centro dell’industria del software open source c’è, con la sua ampia offerta di prodotti infrastrutturali e servizi di classe enterprise, un’azienda ormai vicina al quarto di secolo di vita, finanziariamente solida e ispirata a un modello altrettanto aperto, che può a buon diritto fungere da “success story” in un ambito dell’IT che ha faticato più del dovuto per liberarsi da una reputazione di scarsa compatibilità con le esigenze “di business”. Oggi che l’open source è diventato sinonimo di affidabilità, robustezza e varietà applicativa e funzionale, tanto da sostenere l’operatività e i maggiori progetti di innovazione in settori come il finance, le telecomunicazioni, l’industria e l’energy, l’azienda Red Hat è diventata un leader globale riconosciuto nella fornitura di piattaforme infrastrutturali open source. Un partner capace, con i suoi servizi professionali, non solo di affiancare i clienti nella piena implementazione di queste soluzioni, ma anche di fare da guida e punto di riferimento, nella promozione – tra le imprese – della cultura e delle metodologie di sviluppo “comunitario” che caratterizzano questa tipologia di software.


.@RedHatItaly Gianni Anguilletti #RedHat Messaggeri di trasformazione
Click To Tweet


Una vera e propria università della digital transformation, dove tutti possono dare e ricevere importanti contributi di innovazione, delle tecnologie e dei processi aziendali. Fondata nel 1993 e focalizzata per tutta la prima parte della sua storia sulla piattaforma Red Hat Enterprise Linux, l’azienda guidata da Jim Whitehurst ebbe una svolta fondamentale tra il 2006 e il 2008, con una doppia acquisizione: JBoss, azienda con in pancia un potente framework middleware per lo sviluppo applicativo Java, oggi inserito nel portafoglio di soluzioni Red Hat per la creazione di architetture orientate a servizi e microservizi; e Qumranet, titolare del progetto di hypervisor open source KVM alla base delle sue tecnologie di virtualizzazione. Nei due uffici di Milano e Roma, operano un centinaio dei novemila dipendenti a livello globale e come ci spiega Gianni Anguilletti, country manager di Red Hat in Italia, oggi inizia una nuova missione: «Sostenere le iniziative della trasformazione attraverso lo stack tecnologico e infrastrutturale più completo ed economicamente sostenibile del mercato». Su Enterprise Linux, Red Hat ha costruito un portafoglio di framework e piattaforme che comprende tutti i componenti per la messa a punto di potenti architetture cloud per il Platform e l’Infrastructure as a Service».

Massimo Cazzaniga sales director
Massimo Cazzaniga
sales director

NON PIÙ SOLO LINUX

Queste architetture, prosegue Anguilletti, sono il fattore abilitante della trasformazione digitale, «definizione in cui confluiscono le tre qualità di organizzazioni più “intelligenti”. Abili cioè nel raccogliere, gestire e interpretare crescenti volumi di dati che servono a cogliere nuove opportunità organizzative e di mercato; capaci di rispondere alle dinamiche così intercettate con prodotti e servizi realmente innovativi, che possono fare la differenza sul piano competitivo; e in grado di fare tutto questo con investimenti più sostenibili, rispettando il principio universale, “fare di più con meno”, che sembra essere diventato il mantra di qualsiasi attività». Da provider essenzialmente monoprodotto, l’azienda di Raleigh, nel North Carolina, agisce e fa ricerca e sviluppo in ben cinque aree: il sistema operativo, che rimane ovviamente un punto fermo, il middleware, la virtualizzazione, il cloud e il software defined storage. Sempre in base al modello imprenditoriale su cui si muovono le realtà dell’open source, accanto alle soluzioni vive una forte componente di servizio, che non si ferma al classico training sulla implementazione e l’uso dei prodotti presso i clienti.

«La nostra divisione di servizio agisce anche in relazione a metodologie ad alto valore aggiunto, il DevOps, lo sviluppo software “agile”, in modo che i clienti possano dare valore alle architetture implementate, facendo leva sui trend tecnologici più innovativi e profittevoli, come Big Data, l’Internet delle cose, la mobilità e le tecnologie software emergenti come i microservizi e i software containers». Anche per il bilancio di Red Hat, che è quotata al NYSE, le attività riferibili ai servizi di sviluppo applicativo e alle tecnologie emergenti danno un contributo importante e in crescita rispetto ai ricavi legati alla tradizionale offerta “by subscription”. Nell’anno fiscale 2015-2016, in cui Red Hat – che cresce a due cifre da ben 58 trimestri – ha superato per la prima volta la soglia dei due miliardi di dollari di fatturato. Le soluzioni di tipo infrastrutturale hanno generato 1,48 miliardi (con una crescita anno su anno pari al 12%) attraverso gli abbonamenti che rappresentano la formula contrattuale più utilizzata dai clienti, e cioè l’88% del fatturato annuo. La quota di fatturato dovuto ad abbonamenti a servizi di sviluppo e tecnologie innovative è di 323 milioni, con un +37% rispetto al 2015, segno – osserva Anguilletti – di una azienda in continua evoluzione. «Il nostro successo e l’efficacia delle nostre strategie spiegano perché oggi Red Hat è partner di nove aziende Fortune 500 su dieci».


.@RedHatItaly Gianni Anguilletti #Trasformazione #Integrazione #Virtualizzazione
Click To Tweet


LIBERI DI INNOVARE

Il modello di apertura che Red Hat adotta fin dai suoi esordi, sottolinea ancora Anguilletti, ha portato l’azienda a seguire altri due assi portanti. «Siamo nemici di ogni forma di “vendor lock-in”. Il nostro stack è molto completo, ma i clienti non devono per forza implementarlo interamente, ma devono sentirsi liberi di utilizzare la versione di Linux, il middleware o le altre componenti su cui hanno già investito. Un altro dei nostri punti fermi è any application, anytime, anywhere. Grazie alle innumerevoli certificazioni di sistemi hardware, piattaforme e cloud provider, i clienti possono porre in esercizio le loro applicazioni sul loro data center, su cloud privato e ibrido, avvalendosi di tutti i fornitori di public cloud». Oltre che nei confronti di questi provider, Red Hat vuole essere “agnostica” anche nelle partnership con i costruttori di hardware e i system integrator.

Antonio Leo head of Partners & Territory
Antonio Leo
head of Partners & Territory

Come viene accolto questo modello di apertura e trasformazione in Italia? Il mondo imprenditoriale italiano risponde positivamente al messaggio innovatore dell’open source? «Non è nostra abitudine fornire dati scorporati per le singole nazioni ma l’Italia mostra da tempo tassi di crescita allineati, se non superiori, a quelli di Red Hat nel suo complesso» – afferma Anguilletti. I segnali più positivi, prosegue il responsabile, anticipando le parole del suo sales director, Massimo Cazzaniga, si riferiscono alle relazioni che Red Hat instaura con i suoi clienti di riferimento, relazioni che evolvono in una chiave assolutamente strategica. «Ci sentiamo impegnati non solo nel dare a questi clienti più capacità ed efficienza ma anche nel coinvolgerli nei “segreti” dell’open source. Partecipando direttamente alla comunità, questi clienti imparano a essere ancora più innovativi, a ritmi ancora più serrati. Ci chiedono anche di raccontare loro come Red Hat stessa porta avanti i propri progetti di sviluppo, come implementiamo le tecnologie della trasformazione». Uno dei motivi, quest’ultimo, per cui Red Hat ha messo a punto servizi espressamente dedicati a utenti che sono sempre più costruttori di innovazione. Dietro l’industria dell’open source c’è un aspetto motivazionale da non trascurare, conclude Anguilletti: «La consapevolezza, per chi lavora in Red Hat e per chi collabora ai vari progetti di sviluppo, di essere partecipi di un’ondata di creazione e divulgazione di tecnologie innovative, che oltre a dare un ritorno economico contribuisce a cambiare il volto dell’IT e delle organizzazioni aziendali».


.@RedHatItaly Gianni Anguilletti Any application, anytime, anywhere @RedHatNews
Click To Tweet


OPEN SOURCE COME LEVA DI TRASFORMAZIONE

Anche in Italia, secondo il responsabile commerciale di Red Hat, Massimo Cazzaniga, le fasi in cui open source era sinonimo di gratuità e il sistema operativo Linux doveva ancora acquisire la propria legittimità nel mondo enterprise sono ormai chiuse. Si è aperta piuttosto una terza fase: quella dell’open source come leva di trasformazione. Nel suo ruolo, Cazzaniga guida la struttura preposta ai clienti enterprise che investono maggiormente in soluzioni open source. Nel complesso, quasi un centinaio di aziende e pubbliche amministrazioni che meritano un supporto commerciale dedicato. «In passato, riuscivamo a essere incisivi su un numero più limitato di clienti» – spiega Cazzaniga. Ora ci siamo organizzati in modo da poter essere più presenti sulla clientela di fascia alta. L’offerta Red Hat è molto più evoluta, tocca vari ambiti aziendali, varie divisioni del cliente. Non più solo la parte più infrastrutturale, ma anche lo sviluppo applicativo, il marketing, le aree business ci chiedono un coinvolgimento diverso». Il team di Cazzaniga è composto da sales specialist con una specifica competenza nei cinque ambiti del portafoglio di soluzioni Red Hat e su otto key account manager capaci di orchestrare le risorse che vanno a operare sui determinati clienti, avvalendosi anche del supporto offerto da una nuova figura, il “named account inside sales”, pensata per avvicinare Red Hat ai clienti e ai territori, incrementando ulteriormente la conoscenza del mercato. Red Hat, aggiunge Cazzaniga, mantiene una forte attitudine a operare attraverso i partner del canale indiretto, «anche se spesso i clienti top sono seguiti con attenzione, direttamente da Red Hat, che mette a disposizione risorse di business, progettuali e tecnologiche, oltre che dal suo ecosistema di partner specializzati sulle diverse soluzioni».

Dal punto di vista strettamente contrattuale, la maggior parte di questi grandi clienti, il 75% riferisce Cazzaniga, viene comunque indirizzato attraverso il canale. «Per assicurare la necessaria specializzazione, puntiamo su una struttura verticalizzata sui vari settori industriali». L’area dei servizi finanziari e assicurativi si affianca così al mondo della pubblica amministrazione centrale e locale. Mentre in fase di ulteriore definizione ci sono aree come l’energia e la ricerca scientifica. Il settore delle telecomunicazioni merita un discorso a parte perché recentemente Red Hat ha dato vita a livello globale, a una nuova struttura appositamente rivolta alle telco. Con l’avvento di tecnologie come il Network function virtualization, anche le reti TLC stanno subendo lo stesso processo di virtualizzazione che investe le infrastrutture di calcolo e di storage e anche in questo dominio le piattaforme di virtualizzazione open source vogliono conquistare una posizione di primo piano. «Ci sono clienti che per policy all’inizio cercano una soluzione open e, solo in seguito, puntano eventualmente sul software proprietario. E tra questi ci sono anche molte banche, pur con le loro esigenze di affidabilità» – osserva Cazzaniga.


.@RedHatItaly Liberi di innovare. Si è aperta una terza fase per l’ #open source
Click To Tweet


RED HAT PUNTA ALLA PA

Tra gli interlocutori dell’organizzazione commerciale di Red Hat Italia ci sono anche le realtà pubbliche, che vengono seguite da risorse e strutture dedicate. Al centro del dialogo con la pubblica amministrazione, non vi sono solo le esigenze dei clienti, ma piuttosto un’opera di diffusione della cultura open source presso enti e organizzazioni, tramite processi di fruizione e approvvigionamento più semplici e lineari. Su questi punti, Red Hat collabora strettamente con enti come Consip, allo scopo di rendere più semplice non solo l’utilizzo di soluzioni open source, ma anche la loro stessa scelta, accelerando così i tempi della progettualità. E parlando di progettualità, Cazzaniga osserva un forte aumento di interesse nei confronti di tematiche, come i microservizi e i container che possono portare a un maggior livello di automazione delle infrastrutture aziendali, e di conseguenza a una maggiore velocità nel fornire soluzioni al business, attraverso cicli di innovazione accelerati. Una misura efficace di questo interesse è il numero di partecipanti agli eventi organizzati da Red Hat. Non solo l’Open Source Day che nell’edizione 2015 ha avuto oltre quattromila registrazioni e una presenza effettiva di duemila persone a Roma e mille e trecento a Milano (le date per l’edizione 2016 sono il 3 novembre a Milano e il 15 novembre a Roma), ma anche i numerosi Technology Lab monotematici, ciascuno dei quali riesce a coinvolgere centinaia di partecipanti. «Anche la nostra offerta evolve – continua Cazzaniga – e ci consente di presidiare tematiche ancora più innovative, per esempio la gestione automatizzata delle API, grazie all’acquisizione recente di 3Scale. La nostra squadra ha la fortuna di poter collaborare con dei solutions architect molto preparati, che comprendono le necessità dei vari mercati e ci aiutano nell’individuare le soluzioni giuste per i vertical».

Giovanni Pirola regional service manager Red Hat Consulting
Giovanni Pirola
regional service manager Red Hat Consulting

In un mercato sempre meno caratterizzato da relazioni cliente-fornitore immutabili, la crescita di un solution vendor è legata alla capacità di trovare opportunità nuove ma anche alla riconferma dei contratti in essere. E questo è tanto più vero per Red Hat, con il suo modello basato sull’abbonamento. «È come se ogni volta dovessimo ripresentarci alle elezioni per vincerle» – commenta il sales director. Complementare al ruolo di Cazzaniga, quello ricoperto da Antonio Leo è in realtà a doppia valenza. Da una parte la relazione con system integrator, OEM, solution e cloud provider, rivenditori che insieme costituiscono il canale di Red Hat; dall’altra il rapporto con un mondo enterprise al quale si rivolge anche questo canale, che – secondo Leo – rappresenta un insieme di circa 300 organizzazioni “accountate” in modo specifico e un mercato midrange di qualche migliaio di aziende. «Siamo partiti come azienda molto tecnologica e di servizio, ma da oltre dieci anni perseguiamo una forte strategia di canale» – afferma Leo. «Puntiamo a crescere oltre il 75% del transato non per una mera questione di fulfillment, ma per scalare verso un mercato più ampio, anche con una organizzazione relativamente piccola».


.@RedHatItaly L’open source per decidere in modo autonomo il proprio destino
Click To Tweet


RECIPROCAMENTE STRATEGICI

Sulla spinta del modello open source, aggiunge Leo, il sistema costituito dal canale e dai consulenti Red Hat punta a una qualità che ha preso piede in tutti i settori verticali di applicazione, e le tecnologie proposte fanno ormai parte degli asset strategici di molti partner importanti, a partire dai system integrator nazionali e globali come Engineering, Almaviva e Accenture che possono dispiegare risorse molto ampie nella realizzazione dei progetti. Un’azione congiunta che viene percepita molto positivamente dal cliente e a sua volta si traduce in una immagine di impegno e supporto da parte di Red Hat che attira nuovi partner e motiva ancora di più quelli storici.

Tre le classi di affiliazione: dalla formula “ready partnership” che permette un primo livello di ingaggio fatto soprattutto di scambio di informazioni privilegiate, passando per gli “advanced business partner” (una quarantina di aziende), su fino ai “premier partner” fatta soprattutto di operatori globali. Ma esistono altri livelli trasversali, basati in sostanza sulle specializzazioni. «I partner che vogliamo far crescere maggiormente in questo momento sono quelli specializzati sulle tecnologie emergenti, ovvero i nostri CCSP, Certified cloud and service provider, che puntano sulla realizzazione di progetti cloud on demand, sia IaaS e PaaS, basati rispettivamente sulle soluzioni OpenStack e OpenShift di Red Hat, e i Middleware Partners, in grado di abilitare alla Digital Transformation e al cambiamento promosso da DevOps.

Che Red Hat stia coprendo in questo momento anche un ruolo di “traghettatore” tecnologico lo dice in modo esplicito Giovanni Pirola, regional service manager, rifacendosi alle teorie di Geofrey Moore, grande teorico del marketing dei prodotti high-tech. «Secondo Moore – spiega Pirola – nella curva di distribuzione in cui possiamo rappresentare i diversi livelli di adozione di una tecnologia nuova, esiste un punto di discontinuità, un gap, tra la ridotta percentuale di “early adopter”, gli utenti più precoci, e la prima fase in cui quella tecnologia diventa mainstream, maggioritaria. I servizi professionali di Red Hat aiutano i clienti a superare questo gap. Ovviamente – sottolinea Pirola con forza – solo con interventi sul design infrastrutturale, considerando che la mission dei servizi professionali di Red Hat non è quella di fare concorrenza ai system integrator».


.@RedHatItaly Laboratorio #Opensource aperto a tutti i settori industriali e alla PA
Click To Tweet


DA NICCHIA A MAINSTREAM

In Red Hat ci sono sostanzialmente due divisioni impegnate sul fronte della consulenza e della progettualità. Quella di Pirola riguarda i servizi professionali veri e propri e solitamente interviene per affiancare i clienti nella progettazione di infrastrutture ed applicazioni e nel supporto alla loro implementazione, focalizzandosi sui prodotti appartenenti al portafoglio Red Hat. Il gruppo locale, coordinato da Pirola, impiega una ventina di tecnici estremamente preparati e di lingua italiana, che sul piano organizzativo fanno capo a una divisione servizi EMEA che impiega 300 persone, tutte in grado di intervenire in ambito regionale. Gli specialisti del consulting di Red Hat operano spesso in stretta collaborazione con le altre figure tecniche prima citate, i Solution Architect della divisione pre-sales, che in Italia sono affidati a Edoardo Schepis, la cui funzione è appunto quella di coordinatore dei cosiddetti solution architect. I Servizi Red Hat vengono poi completati dalla divisione Training, che ha l’obiettivo della formazione e della certificazione. Per orientare i clienti, specialmente ogni volta in cui si parla di nuove tecnologie, Red Hat Consulting organizza workshop informativi che consistono in giornate di full immersion dedicate alle tecnologie più calde, le cosiddette Discovery Session, nelle quali i clienti in fase di valutazione di un progetto sono chiamati a partecipare, portando con sé tutte le funzioni aziendali coinvolte. In queste riunioni, i temi tecnologici e di formazione vengono sviscerati in dettaglio dagli esperti di Red Hat per individuare zone di problematicità, ripartire i compiti e suggerire soluzioni per definire il percorso ottimale di adozione delle soluzioni proposte.


.@RedHatItaly #Opensource come sinonimo di affidabilità e varietà applicativa
Click To Tweet


COGLIERE LE OPPORTUNITÀ DELL’OPEN

Edoardo Schepis, nel suo ruolo di manager solution architects, riassume le diversità e le sinergie delle funzioni con una formula molto efficace: «Il tecnico di pre-vendita, intervenendo con la nostra divisione commerciale e con i partner, aiuta il cliente a fare chiarezza sui suoi dubbi architetturali. I servizi professionali aiutano a implementare. La formazione aiuta il cliente a diventare più autonomo nell’implementare tecnologie avanzate». Le testimonianze di Pirola e Schepis – corroborate dalla crescita dell’azienda nel suo complesso – raccontano un mondo imprenditoriale italiano che sempre meno chiede di essere assistito sui “basics” della piattaforma Linux, dimostrandosi sempre più curioso e coinvolto. «Facciamo meno interventi sulla tematica Linux – conferma Pirola – mentre cresce l’interesse per le tecnologie di frontiera. Le aziende cominciano a lavorare con l’open source in ambiti come il business process management, l’analytics, la virtualizzazione, dove prima esistevano solo soluzioni proprietarie». E il collega Schepis conferma il netto aumento di progetti portati avanti in un’ottica di soluzione, dove è richiesto un gioco di squadra tra pre-vendita e consulting, per assemblare prodotti diversi del nostro portafoglio. Un esempio interessante è quello delle attività in ambito Internet of Things dove – spiega Pirola – i progetti richiedono il dominio di competenze che solo una buona sinergia, tra consulenti Red Hat, partner di integrazione e cliente stesso, può assicurare.

Edoardo Schepis manager solution architects
Edoardo Schepis
manager solution architects

«Ancora una volta, solo il modello open source, dove la proprietà intellettuale è completamente condivisa, può dare questa opportunità di dialogo». E a proposito di IoT, Edoardo Schepis fa l’esempio di un partner come Eurotech, storico leader globale con base in Friuli in ambito sistemi embedded e machine-to-machine: «Partendo da JBoss A-MQ, Eurotech ha individuato opportunità nuove, realizzando una versione del middleware pensata per la gestione dei dispositivi alla periferia della Internet of Things». In Spagna, due banche come Santander e BBVA collaborano con Red Hat e la comunità open source su nuove soluzioni OpenStack e CloudForms. «Il messaggio ai nostri clienti italiani è chiaro» – conclude Giovanni Pirola: «Sfruttate anche voi tutte queste opportunità». L’open source non è solo una fucina di innovazione, ma un laboratorio aperto a tutte le realtà aziendali e alle pubbliche istituzioni che vogliono dotarsi della capacità di scelta necessaria per decidere in modo più autonomo sul proprio destino di trasformazione.

Foto di Gabriele Sandrini

L'articolo Red Hat – Messaggeri di trasformazione proviene da Data Manager Online.

]]>
Alessandro Canzian (Vodafone), priorità all’Internet of Things https://www.datamanager.it/2016/07/alessandro-canzian-vodafone-priorita-allinternet-of-things/ Tue, 19 Jul 2016 15:28:33 +0000 http://www.datamanager.it/?p=105634 Intelligenza nella connettività, meno confini tra fisico e digitale, nuovi mondi smart: le promesse dell’IoT si avviano a essere sempre più realtà Non più paradigma in via di apparizione, ma vera e propria realtà, l’Internet of Things sta cominciando ad assumere contorni sempre più definiti. E a concretizzare molte promesse, a cominciare da quelle della […]

L'articolo Alessandro Canzian (Vodafone), priorità all’Internet of Things proviene da Data Manager Online.

]]>
Intelligenza nella connettività, meno confini tra fisico e digitale, nuovi mondi smart: le promesse dell’IoT si avviano a essere sempre più realtà

Non più paradigma in via di apparizione, ma vera e propria realtà, l’Internet of Things sta cominciando ad assumere contorni sempre più definiti. E a concretizzare molte promesse, a cominciare da quelle della comunicazione tra macchine (M2M), della connettività intelligente e del mondo Smart, dove Vodafone si sta muovendo da protagonista, con un ecosistema di soluzioni dedicate già nutrito e in fase di costante arricchimento. Come spiega Alessandro Canzian, direttore marketing corporate di Vodafone, «l’esplodere del numero di oggetti connessi nell’ambito dell’IoT, il cui volume in Italia è oggi di dieci milioni, richiede una connettività sempre più intelligente: si tratta dell’intelligenza necessaria per gestire le SIM fisiche e quelle on chip, cablate dentro agli apparati distribuiti nel mondo. È necessaria una piattaforma per attivare o disattivare la connettività e soprattutto per capire quanto traffico dati si sviluppa e dove si trovano gli oggetti. Inoltre, i dati devono poter essere scambiati su rete pubblica Internet oppure su rete privata virtuale, VPN. Ma c’è un ulteriore elemento di differenziazione: le SIM della nostra piattaforma “Global Service Delivery Platform” sono sempre in roaming, per essere connesse in qualunque momento».


#siamoforty Alessandro Canzian @VodafoneIT L’IoT come Platform as a service
Click To Tweet


Tra intelligenza e analytics

Questa connettività intelligente costituisce però solo una piccola parte delle nuove esigenze dettate dall’IoT. «Nella catena del valore dell’IoT, la connettività copre meno del 10% della spesa totale, ed è ovvio che si tratta di un elemento poco significativo per un operatore che si limitasse solo a questo» – prosegue Canzian, spiegando che «un altro aspetto rilevante è quello della raccolta dei dati, dove la piattaforma che li raccoglie deve storicizzarli, memorizzarli e trattarli in maniera coerente. In questo senso, il passaggio ulteriore è quello di aggiungere l’intelligenza di analisi, per trasformare in maniera automatica i dati in informazioni, utili per i Data Scientist che trasformeranno quei dati in azioni». Adottare un approccio di piattaforma, cioè di Platform as a Service (PaaS) che viene pagata in base a quanto la si utilizza, permette di abbassare in maniera sostanziale il costo iniziale dell’investimento in IoT, e questo si rivela interessante soprattutto per le piccole e medie imprese italiane ed europee: «Se l’IoT è un paradigma utile per tutti, per le PMI rappresenta davvero un elemento disruptive» – fa notare Canzian.

L’IoT come Platform as a Service

In sintesi, la IoT Platform di Vodafone ha sostanzialmente tre funzioni principali: raccogliere comandi da sensori e inviarli agli attivatori; raccogliere i dati e trattarli, desumendone significati con mobile analytics, e infine permettere l’accesso attraverso interfacce standard API agli sviluppatori, per allargare il più possibile la comunità. Per la massima scalabilità e interoperabilità, la piattaforma è affiancata da Digital Exposer, che aggrega, abilita e incentiva la creazione e l’integrazione di soluzioni esistenti, i servizi di terze parti e le soluzioni Vodafone attraverso standard aperti. «Questa piattaforma sta conoscendo un crescente successo con i clienti, in ambiti più disparati come elettrodomestici, domotica, biciclette o arredo: tutti settori dei quali dobbiamo conoscere il linguaggio per poter interagire al meglio» – sottolinea Canzian, precisando che «attualmente con l’IoT realizziamo oggi il 10% dei nostri ricavi relativi ai grandi clienti, con una crescita del 14% nel 2014, del 20% nel 2015 e con prospettive analoghe per quest’anno. Si tratta di un dato molto lusinghiero, in quanto una crescita a due cifre in questo settore non è comune».

Un ROI sempre più veloce

Del resto, le potenzialità dell’IoT non sono certo da trascurare, come dimostrato anche dall’indagine che Vodafone compie ormai da tre anni a questa parte per studiare il fenomeno. Nell’edizione 2015 dello studio “M2M Barometer”, è emerso tra l’altro che oggi più di un quarto delle aziende a livello mondiale utilizza tecnologie M2M, in crescita del 12% rispetto alla prima edizione del 2013. «Tra le aziende che hanno adottato l’IoT, più della metà, per l’esattezza il 59%, ha avuto un ritorno sull’investimento in meno di 12 mesi, evidenziando le concrete potenzialità di questo paradigma, soprattutto in ambito Industry dove si è abituati a ROI su tempi più lunghi» – fa notare Canzian. Ma non solo: negli Stati Uniti, le imprese leader nell’utilizzo di tecnologie M2M per il settore consumer e smart home hanno registrato un ritorno d’investimento ancora più rapido, visto che il 41% ha dichiarato di averlo ottenuto entro i sei mesi, e l’83% ha dichiarato di aver ottenuto un notevole vantaggio competitivo dall’adozione delle tecnologie IoT. Di rilievo, anche i dati relativi al mercato italiano, che hanno evidenziato livelli di consapevolezza elevati: il 91% degli intervistati ha sentito parlare delle tecnologie M2M e l’84% dell’Internet of Things, mentre il 38% delle aziende italiane ha già impiegato tecnologie M2M contro una media mondiale del 27%.

L’ora delle smart city

Come noto, le potenzialità dell’Internet of Things riguardano anche il vasto ambito di ciò che va sotto il cappello di “smart city”, un mondo che, nelle parole di Alessandro Canzian «rappresenta una grande promessa che sta diventando sempre più concreta, grazie anche alle collaborazioni che abbiamo in atto con numerose pubbliche amministrazioni». In questo ambito, Vodafone sta infatti operando su quattro aree: Smart Living, Smart Mobility, Smart Public Administration e Smart Security. Il primo ambito riguarda la «cittadinanza digitale, con interazione tramite app tra cittadino oppure visitatore per sapere cosa sta accadendo in città, mentre la Smart Mobility è dedicata a ottimizzare i tempi di trasferimento, con le informazioni provenienti dalla nostra rete di telecomunicazioni dalle quali si può sapere i livelli di traffico stradale, oppure gestire i parcheggi» – spiega Canzian. Per l’area Smart Public Administration si tratta di «ridurre l’uso della carta realizzando nuovi workflow, oppure proporre cassonetti che capiscono da soli il loro livello di riempimento, mentre i progetti di Smart Security prevedono elementi che rilevano immagini, eventi e volti, resi ancora più efficaci dall’esser wireless, ma senza per questo dare l’impressione di trovarsi in una città militarizzata» – prosegue Canzian.

Cadono i confini tra fisico e digitale

In conclusione, le trasformazioni in atto determinate dai nuovi paradigmi stanno portando a una ridefinizione dei confini tra mondo fisico e quello digitale. «Non si tratta più di mondi rigidamente separati: per fare un esempio, sempre più spesso quando si acquista in un negozio, la prima cosa che oggi si fa è guardare sullo smartphone quanto costa e quali caratteristiche ha quel determinato prodotto, e spesso risulta più immediato fare così invece di chiedere al commesso. È anche per questo che i confini tra i due mondi sono sempre più difficili da percepire in tutte le nostre interazioni quotidiane, grazie all’Internet of Things che, oggi più che mai, è una priorità per il business» – conclude Alessandro Canzian.

L'articolo Alessandro Canzian (Vodafone), priorità all’Internet of Things proviene da Data Manager Online.

]]>
Come gestire al meglio le reti enterprise in tre passi chiave https://www.datamanager.it/2016/02/gestire-al-meglio-le-reti-enterprise-tre-passi-chiave/ Wed, 17 Feb 2016 09:28:59 +0000 http://www.datamanager.it/?p=94784 Razionalizzare, convergere, virtualizzare e automatizzare. Dopo il boom del cloud, il grande interesse – e il relativo business – che si è creato intorno alle architetture e tecnologie cloud sta facendo riflettere sulle logiche e i processi aziendali che gravitano intorno all’ICT, e quindi anche sul tema della gestione della rete Che il cloud non […]

L'articolo Come gestire al meglio le reti enterprise in tre passi chiave proviene da Data Manager Online.

]]>
Razionalizzare, convergere, virtualizzare e automatizzare. Dopo il boom del cloud, il grande interesse – e il relativo business – che si è creato intorno alle architetture e tecnologie cloud sta facendo riflettere sulle logiche e i processi aziendali che gravitano intorno all’ICT, e quindi anche sul tema della gestione della rete

Che il cloud non sia solo più una moda, ma una solida realtà lo dimostra anche la richiesta di personale qualificato, o anche solo da formare, in tale ambito. Un esempio recente in tal senso è l’annuncio di Microsoft dello scorso ottobre quando, attraverso un comunicato stampa, ha dichiarato l’intenzione di attivare nuovi posti di lavoro in Europa entro il 2016 da dedicare allo sviluppo di soluzioni e progetti basati sulla loro piattaforma Cloud Microsoft Azure, in particolare con l’inserimento di 350 persone, da trovare sia tra neoassunti sia tra specializzati, di cui ben 50 in Italia.

Questa scelta si spiega facilmente con il fatto che i conti di Microsoft, presentati nell’ultima trimestrale, hanno retto proprio grazie alle vendite del cloud e dei servizi, mentre il settore “tradizionale” (personal computing, Xbox…) è andato sotto di un ben -17%.

Del resto il fenomeno del cloud sta interessando tutto il mercato ICT anche in Italia, lo dimostra statisticamente l’ultimo Rapporto 2015 di Assintel, l’associazione nazionale delle imprese ICT, che ha commissionato uno specifico studio a NEXTVALUE. Dallo studio, si evince che, in un contesto generale di mercato dell’information technology che finalmente torna a crescere dell’1,7%, la ripresa è trainata soprattutto da alcuni “cavalli vincenti” dell’area del software, in particolare proprio del cloud che cresce a due belle cifre (20%) insieme ad altre realtà quali IoT (+16,7%), business intelligence, analytics e big data (+7,3%). Interessante anche notare che la spesa in IT cresce oltre il 3% nelle medie e grandi imprese, mentre all’inverso assistiamo ancora a una contrazione nel segmento consumer (-1,1%) e in modo più accentuato nella PA (sotto il -2%).


#reti Convergenza e riposizionamento. Verso una trasformazione radicale delle architetture
Click To Tweet


Storicamente il cloud, inteso come virtualizzazione delle risorse dei data center e quindi del loro consolidamento, è nato dalle esigenze di riduzione dei costi, trovando attenzione massima in tal senso all’interno di una sfavorevole congiuntura economica, e solo ultimamente sta diventando un paradigma teso invece allo sviluppo, in grado di indirizzare nuovi modelli di business – anche molto disruptive – in tema di piattaforma e di disponibilità di nuove applicazioni. Parrebbe invece mancare una “copertura” cloud nei livelli più bassi della “pila”, ovvero nella cosiddetta rete, che è però base vitale e irrinunciabile per il mondo digitale. Possono quindi le reti continuare a rimanere ancorate verso un approccio “tradizionale”, pur promettendo comunque un’evoluzione tecnica in termini di scalabilità, performance e attenzione alla qualità, come siamo stati finora abituati a vedere? Il buon senso e la logica direbbero di no, anche se difficoltà tecniche e architetturali nel virtualizzare la rete non sono di certo banali. La spinta a superare queste complessità – però – esiste e il percorso verso l’allargamento della virtualizzazione della rete è già stato avviato, in particolare nei suoi elementi di gestione, trasporto e di interfaccia verso i livelli superiori, con paradigmi che promettono di rendere la rete sempre più “liquida”.

In particolare, con l’introduzione di piattaforme software-defined network (SDN) – con la promessa di virtualizzazione attraverso il paradigma di network function virtualization (NFV) – e di nuovi modelli che alcuni chiamano rivoluzionari. Il fatto che non siamo più “all’accademia”, ma all’interno di un iter che odora di “business”, lo dimostra il fatto che sono state avviate due organizzazioni internazionali che ne potranno guidare sviluppo e standardizzazione: la ONF (Open Networking Foundation) e l’ETSI NFV ISG (Industry Specification Group).

Ma cosa sono SDN e NFV?

SDN (acronimo di software-defined networking) è di fatto la promessa di un nuovo modo di gestire la rete, introducendo il concetto di virtualizzazione – oramai maturo in ambiente informatico – nella rete, ovvero proponendo un’architettura tale da separare la tematica del controllo rispetto a quelle delle funzionalità, aumentandone le flessibilità.

NFV (acronimo di network function virtualization) è lo sviluppo di opportune tecnologie atte a virtualizzare le funzioni dei nodi di rete in modo che possano essere collegati insieme per creare servizi di comunicazione. Si tratta di un paradigma, o meglio un “ecosistema”, che aiuterebbe ad “avvicinare” la rete alle applicazioni, tanto che alcuni dicono che potrebbe rappresentare uno dei cambiamenti più significativi degli ultimi venti anni per l’industria delle telecomunicazioni. Per affrontare la crescita della telefonia fissa, mobile e del traffico indotto dal fenomeno dell’IoT, gli operatori europei stanno inventando nuove tecnologie e standard, traendo ispirazione da tecnologie altamente ottimizzate e progetti di business dei loro diretti competitor del cloud. La grande potenzialità di queste nuove tecnologie si desume in modo oggettivo da un recente report realizzato in modo congiunto da Arthur D. Little – leader del management consulting globale – e dai Bell Labs, che ha analizzato le prospettive del nuovo scenario prendendo in esame 35 operatori di telecomunicazioni europei che, facendo riferimento ai dati di bilancio 2013, hanno prodotto ricavi per 250 miliardi e investito per 150 miliardi di euro.

Dai dati dello studio, si ricava che attraverso SDN e NFV si possa addirittura aspirare a “rimodellare il futuro” perché, attraverso queste tecnologie, si prevedono enormi impatti in termini di efficienza per le telco. Si tratta di ben 14 miliardi di euro all’anno nel solo ambito delle tecnologie di rete, che possono però arrivare addirittura fino a 39 miliardi complessivi all’anno grazie alle promesse di ottimizzazione dei processi, in termini sia di automazione sia di semplificazione.


#reti #SDN e #NFV per condividere la creazione del futuro con i principali clienti e partner
Click To Tweet


L’analisi suggerisce anche alcuni passi fondamentali affinché le telco possano sfruttare al meglio questa grande opportunità. Il primo passo è di “muoversi presto e con determinazione per riposizionarsi quale operatore delle telecomunicazioni”. Questo perché l’evoluzione digitale di questi ultimi anni dimostra come sia possibile che il business tradizionale delle telco possa venir eroso da concorrenti completamente nuovi e inaspettati, che introducono nuovi modelli di business di tipo “disruptive”. Il secondo passo consiste nel “condividere la creazione del futuro con i principali clienti e partner”. è necessario lavorare verso la creazione di un “ecosistema”, superando i vincoli e gli approcci tradizionali che invece sono indirizzati verso un mondo più chiuso. Il suggerimento è quindi quello di tendere a una comunione d’intenti, magari formando anche organizzazioni ad hoc, per facilitare accordi o scambi di servizi tra i differenti operatori, stimolando contemporaneamente lo sviluppo di nuovi standard di interoperabilità. Il terzo passo è quello di “razionalizzare, convergere, virtualizzare e automatizzare”. In altre parole, si tratta di superare le logiche delle reti “legacy” verso una trasformazione radicale sulle architetture, comunque convergenti verso il paradigma IP. In estrema sintesi, il passaggio al cloud anche per la rete, afferma lo studio, non è più una questione di “se” ma di “come e quando”. E in ogni caso già da subito la rete attuale ha a che fare con il mondo del cloud, oramai pervasivo e inarrestabile.

Proviamo, allora, a porre un paio di domande chiave ad alcuni attori del mercato, in modo da comprenderne meglio stato e prospettive per capire come sta cambiando il governo delle reti a fronte dello sviluppo del cloud.

Cambiamento e punti critici

Secondo l’opinione di Claudio Pistritto, portfolio & service development, connect product manager di BT in Italia, ci sono alcuni punti critici che stanno frenando l’adozione generalizzata del modello cloud. «Tra questi, gli aspetti di sicurezza dei servizi dati e del network, la gestione dei cloud ibridi, la compliance ad aspetti regolatori e le performance delle applicazioni che dal data center aziendale si spostano sulla nuvola. Peraltro, sulla base di interviste condotte da BT circa il 40% delle imprese entro due anni opererà in un contesto multi-cloud» – mette in evidenza Pistritto.

Per Carlo Borello, direttore marketing e HR di Gruppo Sintesi, l’esplosione di piattaforme tecnologiche come Amazon EC2 e VMware hanno spostato il paradigma verso reti ibride (premise + cloud) concepite e gestite come unico livello di astrazione, indipendentemente dalle tecnologie utilizzate e dalle infrastrutture sottostanti. «È un cambiamento – spiega Carlo Borello – che semplifica la fruizione delle applicazioni da parte degli utilizzatori e allo stesso tempo trasferisce la pressione sulle aziende che si occupano dell’integrazione del sistema informativo e della relativa gestione. Per chi opera la sfida è “nascondere la complessità tecnologica” e rendere visibile solo lo strato superiore di astrazione che di fatto è l’infrastruttura as a service».

Approccio ibrido e architetture agili

Flavio Radice, president of the Board & CEO di Hitachi Systems CBT,  ritiene che il proliferare di innovazioni tecnologiche e la crescente adozione di paradigmi cloud oriented portino le aziende a ragionare sui modelli di disponibilità dei dati e, di conseguenza, sull’agilità e l’affidabilità delle reti enterprise. «Nell’era dell’IoT – spiega Radice – la disponibilità immediata dei dati diviene una leva strategica per i business leader e questo vedrà le aziende sempre più orientate alla ricerca di capacità di storage e computazionale as a service. Il passaggio a modelli di cloud computing spinge le aziende a considerare soluzioni ibride in grado di combinare connettività (disponibilità in mobilità dei dati) e garanzia di sicurezza del trattamento dei dati. Diventa, quindi, necessario per le aziende affidarsi a un partner che possa gestire la complessità e le componenti eterogenee del nuovo sistema aziendale profilato dalle soluzioni cloud. è in questo passaggio che si posiziona Hitachi Systems CBT, da anni partner di aziende di medie e grandi dimensioni che decidono di convergere verso soluzioni di hybrid cloud. I punti di forza dell’offerta EasyCloud sono l’eccellenza dei propri data center, progettati TIER 3, certificati ISO 27001, carrier independent, la conoscenza di ambienti complessi ed eterogenei in termini di middleware e la conoscenza qualificata in relazione alla sicurezza informatica e alla protezione dei dati dei nostri clienti».


#reti Razionalizzare, virtualizzare e automatizzare, superando le logiche delle reti legacy
Click To Tweet


In questi anni abbiamo assistito a un incremento notevole del cloud che sta trasformando radicalmente i sistemi IT aziendali. Per Paolo Allegra, vicepresidente products & service di Italtel, «lo sviluppo del cloud – oltre a recare i noti benefici relativi alla manutenzione, ingombro e consumi – costituisce una straordinaria opportunità per dismettere soluzioni legacy, spingendo l’impresa, attraverso uno sforzo progettuale, a individuare alternative tecnologiche coerenti con il nuovo paradigma. Ciò ha un benefico impatto sui processi e sull’evoluzione del profilo tecnico del personale perché vengono meno le necessità di competenze di nicchia a vantaggio di nuove specializzazioni per l’orchestrazione e la manutenzione delle piattaforme. Il cloud rende più agevole la gestione delle reti, dei servizi e il provisioning di nuove applicazioni, ma tutto ciò è semplice solo in apparenza. Occorrono competenze specifiche per gestire gli effetti pratici della trasformazione, quali il transito della migrazione dei servizi dal vecchio al nuovo, l’acquisizione di una nuova cultura del software-licensing e dei modelli di “opex vs capex”. Questo insieme di competenze tecnico-gestionali sono proprio quelle che Italtel ha maturato operando là dove ICT e telecomunicazioni confluiscono, realizzando soluzioni cloud in risposta alle esigenze del cliente».

Rivoluzione delle reti

Ci sono tre grandi trend che stanno radicalmente modificando il mondo delle reti: cloud, IoE e decentramento organizzativo delle aziende, come ci spiega Matteo Masera, direttore commerciale di PRES: «Si tratta di tre movimenti che hanno una forte relazione tra loro e che rappresentano nel loro insieme il cuore della trasformazione digitale che le aziende stanno affrontando o dovranno affrontare per sopravvivere a questo epocale cambio di paradigma. Al cuore di queste trasformazioni c’è il software. Le reti devono e dovranno sempre più abilitare l’uso del software in modo sicuro e il più possibile automatizzato in un mondo ibrido, fatto di nuvole pubbliche e private. Questa è la visione di PRES e per questo abbiamo rivoluzionato il nostro modo di gestire le reti dei nostri clienti, gestendo l’infrastruttura, garantendo la sicurezza del dato e analizzando i comportamenti delle applicazioni. Il mondo sta cambiando rapidamente e PRES ha fortemente investito nell’aggiornamento delle skill del personale tecnico per rispondere a pieno alle nuove esigenze dei nostri clienti. Non è più sufficiente costruire infrastrutture, ma saper integrare servizi in cloud con servizi on premise, mettendo sempre al centro le applicazioni e la sicurezza delle informazioni».

Ma quali sono le prospettive di sviluppo delle reti in questo scenario di cambiamento? Per Claudio Pistritto di BT in Italia, il cloud, per le aziende, non è soltanto uno strumento di flessibilità e cost saving. «Ma è un modo per trasformare i processi aziendali e per creare nuovi modelli di business con clienti, fornitori e partner». Non solo. «I modelli SDN/NFV implicano l’implementazione di servizi di rete e IT integrati in bundle software installati da remoto su infrastrutture virtualizzate standard. Servizi ICT che oggi attiviamo e integriamo in settimane o mesi saranno disponibili in qualche minuto o al massimo in poche ore. BT con la proposizione “Cloud of Clouds” si propone come “cloud integrator”, cioè un partner capace di gestire la complessità del nuovo sistema nervoso delle aziende. “Cloud of Clouds” include, oltre alle soluzioni veriticali BT (Cloud Contact, One, Compute), l’accesso ai principali cloud sul mercato (AWS, MS Azure e Office365, Salesforce, Oracle, etc.)».

Secondo Carlo Borello di Gruppo Sintesi, le prospettive sono quelle di un aumento esponenziale della capacità di calcolo e delle risorse a disposizione del business. «Crescono anche le necessità di controllo dello stato della rete e dell’effettivo utilizzo delle risorse e per rispondere a queste esigenze Gruppo Sintesi si sta concentrando sullo sviluppo di applicazioni di monitoring e di cruscotti aziendali capaci di dare al cliente una visibilità in tempo reale dello stato delle applicazioni e dell’efficienza dell’infrastruttura».


#reti Come gestire al meglio le reti enterprise in tre passi chiave
Click To Tweet


Conclusioni

Il termine inglese cloud computing (che in italiano risuona come nuvola informatica) è entrato oramai nel lessico familiare di qualsiasi persona che operi nel mercato ICT ed è oramai conosciuto bene anche da gran parte degli utilizzatori di applicazioni e servizi sia in ambito consumer sia business. Come noto, indica un paradigma che permette l’erogazione flessibile e on demand di risorse informatiche secondo differenti modelli. In particolare si parla di “Infrastructure as a Service” (IaaS) quando il cloud offre servizi basati sulla virtualizzazione delle risorse hardware. “Platform as a Service” (PaaS) si usa quando l’offerta si spinge più in alto, dando la libertà al cliente di occuparsi solo dello sviluppo delle applicazioni. E infine, si parla di “Software as a Service” (SaaS) quando l’offerta è completa e si caratterizza per la disponibilità di un servizio praticamente chiavi in mano. Assisteremo allora a breve alla comparsa di un nuovo, ulteriore, acronimo che consentirà l’accesso a offerte di servizio altrettanto flessibili e innovative anche per la rete? Direi proprio di sì, anche perché l’acronimo è già pronto ed è già visibile ai naviganti di Internet. Ovviamente, si chiama “Network as a Service” (NaaS), un contenitore ancora piuttosto vuoto, ma che sono certo si riempirà velocemente nel futuro, collocando ulteriori pietre di progresso in questo affascinante percorso tecnologico che abbiamo la fortuna di vivere.

Meditiamo, gente. Meditiamo…

L'articolo Come gestire al meglio le reti enterprise in tre passi chiave proviene da Data Manager Online.

]]>