PEC – Posta Elettronica Certificata – Data Manager Online https://www.datamanager.it Il portale dell'ICT professionale Thu, 06 Dec 2018 15:58:57 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=5.8.13 https://www.datamanager.it/wp-content/uploads/2020/04/dmo-favicon3.png PEC – Posta Elettronica Certificata – Data Manager Online https://www.datamanager.it 32 32 Ecco perchè la PEC è lo strumento migliore per il domicilio digitale https://www.datamanager.it/2018/12/ecco-perche-la-pec-e-lo-strumento-migliore-per-il-domicilio-digitale/ Thu, 06 Dec 2018 15:58:57 +0000 http://www.datamanager.it/?p=180718 La posta elettronica certificata: lo strumento valido e semplice per il domicilio digitale A cura di Andrea Sassetti, Direttore dei Servizi di Certificazione di Aruba Il Codice dell’Amministrazione digitale ha introdotto il domicilio digitale quale luogo virtuale del cittadino, imprese ed enti, presso cui inviare comunicazioni elettroniche ad ogni effetto di legge. Il domicilio digitale […]

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La posta elettronica certificata: lo strumento valido e semplice per il domicilio digitale

A cura di Andrea Sassetti, Direttore dei Servizi di Certificazione di Aruba

Il Codice dell’Amministrazione digitale ha introdotto il domicilio digitale quale luogo virtuale del cittadino, imprese ed enti, presso cui inviare comunicazioni elettroniche ad ogni effetto di legge. Il domicilio digitale può essere costituito o da una casella di posta elettronica certificata oppure da un servizio di recapito certificato qualificato. I due strumenti, che la normativa sembrerebbe far equivalere ai fini degli effetti dell’elezione del domicilio digitale, hanno effetti giuridici in parte analoghi ma funzionalità diverse. Per tale motivo, Aruba ha voluto coinvolgere una fonte esterna, l’Avvocato Massimiliano Nicotra, esperto in Diritto dell’Informatica, per comprenderne pienamente la differenza.

La posta elettronica certificata, che oramai in Italia è ampiamente diffusa, trova la sua originaria regolamentazione nel D.P.R. n. 68/2005. Il suo principale effetto è quello di rendere opponibili ai terzi la data e l’ora di trasmissione e ricezione di un messaggio. L’utilizzo della PEC è trasparente per l’utente, nel senso che essa funziona come una normale casella di posta elettronica, a cui però sono associate ulteriori comunicazioni, prodotte dal gestore del servizio e firmate elettronicamente dal medesimo, che servono proprio ad attestare il momento in cui un messaggio è stato spedito e quello in cui lo stesso è recapitato nella casella del destinatario.

Il sistema della posta elettronica certificata, è opportuno sottolinearlo, è strutturato per rispondere all’impianto normativo italiano: la PEC non è strumento di identificazione del mittente del messaggio, in quanto per attribuire la paternità del documento informatico è necessario l’utilizzo di una firma elettronica, né del destinatario dello stesso. Inoltre, il sistema è strutturato secondo la presunzione di conoscenza, secondo cui le dichiarazioni ricettizie si reputano conosciute dal destinatario nel momento in cui giungono all’indirizzo di questi. Non è quindi necessario che il mittente fornisca prova dell’avvenuta conoscenza del contenuto del messaggio da parte del destinatario, essendo sufficiente dimostrare di aver correttamente recapitato il messaggio all’indirizzo previamente dichiarato dal destinatario (o risultante da un “elenco ufficiale”).

La semplicità d’uso e la possibilità di dichiarare un unico indirizzo di posta elettronica certificata valido per tutte le comunicazioni che un determinato soggetto voglia ricevere elettronicamente hanno favorito la diffusione di questo strumento in Italia, unitamente alla circostanza che alcune norme ne hanno imposto l’adozione nelle comunicazioni tra determinati soggetti.

Il recapito certificato qualificato, d’altra parte, ha funzionalità e caratteristiche aggiuntive, che ne complicano l’utilizzo e diffusione. Innanzitutto, secondo l’art. 43, 2° comma, del Regolamento eIDAS tale tipo di servizio è idoneo – come anche nel caso della PEC – a creare una presunzione di integrità dei dati ricevuti e trasmessi, dell’invio di tali dati da parte del mittente identificato, della loro ricezione da parte del destinatario identificato e di accuratezza della data e dell’ora dell’invio e della ricezione indicate dal servizio elettronico di recapito certificato qualificato.

La differenza principale tra PEC e recapito certificato qualificato è nel requisito normativo secondo cui sia il mittente sia il destinatario debbano essere “identificati”. In particolare, l’art. 44 del Regolamento precisa che un servizio di recapito certificato qualificato, oltre a dover essere fornito da un prestatore di servizi fiduciari qualificati, deve: a) garantire con un elevato livello di sicurezza l’identificazione del mittente e b) garantire l’identificazione del destinatario prima della trasmissione dei dati.

Si tratta di caratteristiche peculiari di tale sistema che lo rendono diverso dalla posta elettronica certificata. Il recapito, infatti, richiede sia l’identificazione del titolare del servizio nel momento in cui lo stesso viene attivato sia un meccanismo di “strong authentication” per accedere ai messaggi ricevuti ed inviati, così impattando in maniera importante sull’usabilità dello stesso.

La PEC, d’altro canto, non richiede l’identificazione di mittente e destinatario. Correttamente la legge italiana prevede che tale requisito venga soddisfatto con altri strumenti, anch’essi disciplinati nel nostro ordinamento, quali appunto le firme elettroniche.

La PEC, quindi, non soffre di tali requisiti aggiuntivi, in quanto essendo svincolata dalla necessità della strong authentication e dall’identificazione del titolare del servizio può essere più agevolmente adottata quale domicilio digitale per lo scambio di comunicazioni. Tali caratteristiche sono anche quelle che ne hanno reso più semplice l’implementazione nei processi che regolano i flussi documentali, che certamente è più difficoltosa nel momento in cui si devono prevedere dei requisiti aggiuntivi. Infine, elemento non da poco, la PEC ha un costo irrisorio,  motivo per cui è così rilevante l’adozione da parte dei privati cittadini che in modo spontaneo ne adottano l’utilizzo (secondo gli ultimi dati Aruba il 39% di quanti hanno attivato una casella PEC è un privato).

E’ per i motivi sopra esposti, nonché per l’ampia diffusione che la PEC ha ormai raggiunto in Italia e per il fatto che, alla data attuale, non sono stati ancora definiti standard comuni ed univoci per i servizi di recapito certificato qualificato a norma eIDAS[6], che si può ritenere che essa continuerà a rimanere il principale strumento utilizzato quale domicilio digitale, e ciò anche, non bisogna dimenticarlo, per la maggior facilità di attivazione di una casella di posta elettronica certificata, che non richiede l’identificazione certa del titolare, rispetto alle procedure che dovranno essere attuate per il rilascio di un recapito certificato qualificato.

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La PEC di Aruba a supporto della digitalizzazione di ARPAT, la PA senza carta https://www.datamanager.it/2018/09/la-pec-di-aruba-a-supporto-della-digitalizzazione-di-arpat-la-pa-senza-carta/ Wed, 05 Sep 2018 10:37:26 +0000 http://www.datamanager.it/?p=152733 L’Agenzia Regionale per la Protezione Ambientale della Toscana ha il 90% dei documenti interamente digitali e con l’aiuto di Aruba ha messo a punto un regolamento interno sugli atti giudiziari via PEC quando ancora non c’era giurisprudenza a riguardo Aruba è stata scelta da ARPAT, Agenzia Regionale per la Protezione Ambientale della Toscana, come partner nel […]

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L’Agenzia Regionale per la Protezione Ambientale della Toscana ha il 90% dei documenti interamente digitali e con l’aiuto di Aruba ha messo a punto un regolamento interno sugli atti giudiziari via PEC quando ancora non c’era giurisprudenza a riguardo

Aruba è stata scelta da ARPAT, Agenzia Regionale per la Protezione Ambientale della Toscana, come partner nel proprio processo di digitalizzazione.

La volontà di ARPAT di aprirsi alla digitalizzazione nasce già nel 2003-2004 con la sensibilizzazione sul tema del protocollo informatico e della gestione documentale e l’acquisto di un software di protocollo. Oggi ARPAT ha un software proprietario, sviluppato e customizzato internamente, ed è una PA senza carta: tutti i documenti sono prodotti in originale digitale, gestiti e conservati a norma, e se è necessario averne una copia cartacea, il sistema consente di produrla in modo che sia conforme all’originale digitale (e quindi con la stessa validità giuridica).

Dal 2009, il processo di digitalizzazione si intensifica grazie all’incontro con Aruba. Dal 2009, infatti, ARPAT utilizza la PEC di Aruba, unica per tutta l’Agenzia ed integrata con il sistema di protocollo e gestione documentale. Mentre, a partire dal 2010, inizia a dotare di firma digitale il proprio organico e, su quasi 700 dipendenti, oltre 400 ne sono in possesso.

I risultati della digitalizzazione sono evidenti da subito: i documenti in arrivo, dal 2014, sono in maggioranza via PEC e raggiungono nel 2017 il 90% del totale. Considerando anche i documenti ricevuti via e-mail e fax, la quota sale al 94%. Ugualmente incoraggianti i numeri sui documenti inviati: dal 2013 il 91% dei documenti viene inviato via PEC e considerando anche e-mail e fax il dato sale nel 2017 al 94%.

Nel 2017, quindi, solo il 6% dei flussi documentali di ARPAT è cartaceo: per lo più si tratta di documenti scambiati con i cittadini, per i quali non vige l’obbligo di trasmissione telematica come per le PA, i professionisti e le aziende.

I vantaggi della scelta di digitalizzare si possono misurare in termini di efficienza, risparmio e organizzazione; a partire da un completo controllo dei flussi documentali. La direzione, i settori che si occupano di rendicontazione, di controllo e monitoraggio attività hanno il controllo – attraverso l’accesso ad un unico sistema – di tutti i flussi documentali, e quindi dei procedimenti. Il sistema di ARPAT non gestisce solo il protocollo, che è una fase, ma tutto il fascicolo procedimentale. Siccome quest’ultimo contiene i dati del procedimento, di fatto ha il controllo sullo stato dei procedimenti in tempo reale.

Per quanto riguarda i risparmi, per alcuni anni ARPAT ha fatto un bilancio di sostenibilità che li ha quantificati con precisione. Basti un esempio: prima venivano inviate tantissime raccomandate con ricevuta di ritorno e atti giudiziari; mentre usando la PEC si è passati ad un risparmio che arriva fino a 8-9 euro per ogni singolo atto.

Per predisporre gli atti giudiziari via PEC, ARPAT si è dotata di un regolamento interno, che ha iniziato a mettere a punto quando ancora non c’era giurisprudenza in materia. Si è data un regolamento cautelativo, che tiene conto di sentenze, pareri e comportamenti di altre agenzie. Oggi notifica sanzioni amministrative in cartaceo solo al trasgressore (che è sempre una persona fisica) e solo se non è un professionista o non ha eletto domicilio presso l’azienda o il difensore o un altro domiciliatario dotato di PEC. Ma alle imprese invia tutto via PEC.  Qualche difficoltà esiste ancora per le procure, ma con tutte le altre amministrazioni pubbliche, ad esempio i Comuni o la Regione Toscana, normalmente le comunicazioni avvengono via PEC e si lavora esclusivamente in digitale.

“Forse la nostra situazione non è lo specchio del paese ma nemmeno un caso isolato. L’anno scorso su oltre 17.000 documenti ricevuti dai Comuni, poco più di 200 erano cartacei: ovvero l’1%. Quindi non siamo soli – ha commentato Monica Caponeri, Responsabile gestione documentale e conservazione dell’Agenzia Regionale per la Protezione Ambientale della Toscana – La storia della digitalizzazione della gestione documentale in ARPAT è culminata con la PEC e l’incontro con Aruba ma inizia molto tempo fa. Sono infatti quasi 15 anni che lavoro in Agenzia su questo progetto per il quale mi sono battuta a lungo, perché nelle PA le competenze ci sono, ma i tempi del cambiamento sono sempre molto lunghi.”

“Aruba lavora sul tema della digitalizzazione da anni, auspicando una PA senza carta e cercando di sensibilizzare il più possibile sui vantaggi concreti che la digital transformation può portare. – ha commentato Simone Braccagni, Amministratore Delegato di Aruba PEC – Il caso di ARPAT rappresenta un esempio virtuoso in tal senso. La digitalizzazione degli atti di ARPAT, ad esempio, diminuisce i tempi di risposta in modo considerevole: questo perché le richieste di parere da altri enti possono pervenire in tempo reale e, di conseguenza, l’Agenzia può rispondere a stretto giro grazie alla posta elettronica certificata. Si tratta di una catena virtuosa, della quale siamo felici di fare parte.”

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PEC: 4 milioni di messaggi inviati ogni giorno https://www.datamanager.it/2018/03/pec-4-milioni-messaggi-inviati-giorno/ Thu, 22 Mar 2018 09:34:44 +0000 http://www.datamanager.it/?p=144112 I dati sul numero di attivazioni e sull’utilizzo consacrano la PEC come uno degli strumenti di comunicazione di maggior successo dell’era di Internet, con il risultato di aver cambiato e migliorato le abitudini di milioni di persone A cura di Stefano Sordi, Direttore Marketing di Aruba L’Agenzia per l’Italia Digitale periodicamente pubblica le statistiche relative […]

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I dati sul numero di attivazioni e sull’utilizzo consacrano la PEC come uno degli strumenti di comunicazione di maggior successo dell’era di Internet, con il risultato di aver cambiato e migliorato le abitudini di milioni di persone

A cura di Stefano Sordi, Direttore Marketing di Aruba

L’Agenzia per l’Italia Digitale periodicamente pubblica le statistiche relative alle attivazioni della PEC, l’ultimo aggiornamento, appena pubblicato, fa riferimento al bimestre novembre – dicembre 2017 e conta 8.880.630 caselle attive. In questo panorama, Aruba detiene la leadership, con oltre 5 milioni di caselle attivate ed una quota di circa il 60%.

Un’informazione molto importante visibile nelle statistiche pubblicate da AgID è quella relativa al numero di messaggi PEC scambiati, un dato che rappresenta il miglior indicatore circa l’utilizzo e l’utilità dello strumento. I messaggi scambiati nel corso del 2017 sono stati oltre 1 miliardo e 454 milioni, in netto aumento rispetto al periodo precedente; da questo, ne emerge un altro ancor più impressionante, ossia una media di quasi 4 milioni di messaggi PEC scambiati al giorno.

L’istituzione della Posta Elettronica Certificata (PEC) è di dodici anni fa: obbligatoria per le aziende e la Pubblica Amministrazione, è ormai diventata di uso comune anche tra i privati cittadini. La PEC italiana ha così acquisito un valore determinante e oggi costituisce un servizio esclusivo nel panorama europeo. Il suo successo, è dovuto al fatto che è un’alternativa alla raccomandata A/R – poiché ne ha lo stesso valore legale – ma per spedire un messaggio tramite PEC non serve uscire di casa o dall’ufficio, basta uno smartphone o un computer. Non meno importante per la diffusione è stato il prezzo contenuto: la PEC infatti costa annualmente quanto un paio di raccomandate A/R, ma consente l’invio di messaggi illimitati.

Un’altra peculiarità di questo servizio rispetto ai mezzi tradizionali è rappresentata dal fatto che la PEC non solo certifica la trasmissione e l’avvenuta consegna di un messaggio, ma ne garantisce anche l’integrità del contenuto rendendo lo strumento ancora più versatile e adatto a svariati utilizzi che vanno oltre la mera trasmissione di un messaggio o di un file.

In termini normativi, il paese sta facendo molto per incentivare la digital transformation e quindi un uso sempre maggiore della PEC da parte di aziende, professionisti e Pubblica Amministrazione.

Come evidenziato dai dati, questo effetto è tangibile, ma non meno rilevante è l’adozione da parte dei privati cittadini che in modo spontaneo adottano la PEC per la sua utilità, semplicità e convenienza.

Esistono numerosi casi in cui una semplice PEC è tutto ciò che serve per portare avanti attività e pratiche giornaliere: con la PEC si possono inviare documenti legali privati e di lavoro, scambiare corrispondenza dal valore legale con l’INPS, l’INAIL, con la scuola o l’università, comunicare con enti pubblici locali, partecipare a bandi e gare d’appalto. Ancora, richiedere il cambio di residenza, contestare formalmente un comportamento illecito, comunicare uno stato di malattia, iscriversi a concorsi, disdire un contratto, diffidare e mettere in mora un debitore, interrompere i termini di prescrizione, chiedere un certificato al Comune o a qualsiasi PA, comunicare un avvenuto pagamento e poterlo provare, proteggere i diritti d’autore di un testo e molto altro ancora.

In questo contesto Aruba, dal suo osservatorio di leader, rileva una forte crescita di attivazioni di caselle PEC da parte di privati cittadini che rappresentano ad oggi il 39% del totale, a testimonianza del fatto che la PEC va oltre l’uso puramente professionale e che il suo costo contenuto non ha rappresentato una barriera per l’adozione.

In definitiva, tutti i dati che leggiamo e le continue testimonianze di soddisfazione da parte di chi usa la posta certificata per gli usi più disparati e a volte anche molto innovativi, ci dicono che la strada è segnata e il percorso virtuoso che ha come obiettivo la dematerializzazione dei documenti, l’abbandono della carta, il risparmio di tempo e la riduzione degli spostamenti e quindi dell’inquinamento, è oggi più vicino anche grazie al successo della PEC.

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Ponte San Pietro, dai telai al data center di Aruba. L’AD Cecconi: «Questa è la nostra nuova casa» https://www.datamanager.it/2017/10/201710201710ponte-san-pietro-dai-telai-al-data-center-aruba-cecconi-questa-la-nostra-nuova-casa/ Thu, 12 Oct 2017 08:53:13 +0000 http://www.datamanager.it/?p=132691 Con il Global Cloud Data Center, Aruba lancia la sfida del polo tecnologico più grande d’Italia per lo sviluppo delle imprese innovative Ponte San Pietro sugli scudi. Ovvero, Milano PSP. Perché la dimensione locale si estende oltre i confini naturali di un territorio alla ricerca di nuovi paradigmi di sviluppo e la dimensione globale cerca […]

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Con il Global Cloud Data Center, Aruba lancia la sfida del polo tecnologico più grande d’Italia per lo sviluppo delle imprese innovative

Ponte San Pietro sugli scudi. Ovvero, Milano PSP. Perché la dimensione locale si estende oltre i confini naturali di un territorio alla ricerca di nuovi paradigmi di sviluppo e la dimensione globale cerca radici. Dai telai del cotonificio Legler ai data center di Aruba Spa. Storia di una riconversione – che non è più una ferita aperta – e storia del recupero di una vocazione industriale che trasforma il capoluogo dell’Isola bergamasca in nuova capitale digitale. Una storia che – come ci ha raccontato Stefano Cecconi, amministratore delegato di Aruba – nasce dalla passione per il luogo, il lavoro e le persone.

«È stato amore a prima vista». Lo stesso «amore» che quasi 150 anni prima aveva convinto la seconda generazione di industriali della famiglia Legler a spostarsi dal piccolo cantone glaronese verso sud. Lo stesso «amore» che fu ricompensato dalla ricca dote di risorse idriche, forza motrice e alta densità di manodopera, che si sarebbero presto trasformati in vantaggio competitivo per la nascente industria tessile. Oggi, al silenzio dei telai che fecero la fortuna della Legler, la seconda generazione della famiglia Cecconi, azionista di riferimento di Aruba, ha spiegato le ragioni della scelta di rilevare l’area: «Abbiamo valutato la posizione geografica, le risorse naturali, la cultura del lavoro, il capitale umano che rendono davvero strategico questo sito». Con il terzo data center in Italia, l’azienda vuole ampliare l’offerta e supportare la crescita del business lato cloud: «In questo modo, vogliamo rispondere sia alle esigenze dei nostri clienti enterprise, che ci chiedevano una struttura nel nord Italia in grado di dare spazio al loro sviluppo futuro, sia alla nostra esigenza di crescita in ambito cloud che ha assunto dimensioni molto importanti» – ha detto Stefano Cecconi. «Abbiamo concepito il Global Cloud Data Center con l’obiettivo di non avere limiti di spazio e di risorse. E nel farlo, abbiamo puntato sull’ecosostenibilità del progetto, pensando all’ambiente ma anche ai consumi, elevando gli standard di affidabilità e sicurezza in modo da eccedere i massimi livelli di certificazione in ambito data center».

Global Cloud Data Center, la nuova casa di Aruba

Con lo spostamento della sede legale da Arezzo a Ponte San Pietro (Bg), trenta chilometri da Milano, la nuova casa di Aruba è sulla riva sinistra del fiume Brembo. L’impianto si aggiunge ai due che già si trovano ad Arezzo e all’altro in Repubblica Ceca. Aruba inoltre conta altri quattro punti di erogazione di servizi in Francia, Germania, Inghilterra, Polonia e Ungheria. La parte riqualificata del Campus di Ponte San Pietro corrisponde a 40mila metri quadrati sui complessivi 200mila (di cui 84mila di capannoni). L’obiettivo è di completare la riqualificazione dell’area in un arco di tempo che va dai cinque ai dieci anni. Un obiettivo legato a “filo doppio” alle richieste dei clienti che richiedono sempre più l’outsourcing completo dell’infrastruttura IT per rendere più agile la gestione del business – ci spiega l’AD di Aruba, che non nasconde la soddisfazione anche per i primi risultati ottenuti. Infatti, con la pre-apertura del data center avvenuta a giugno, ad oggi circa il 60 per cento della struttura è stato occupato o prenotato. Intel e VMware sono i partner tecnologici del Global Cloud Data Center. Connettività, capacità di elaborazione, virtualizzazione dei server e infrastruttura cloud. Aruba gestisce oltre 2 milioni di domini, quasi sette milioni e mezzo di caselle email, cinque milioni di PEC attive, oltre 31mila server, un milione e 250mila siti attivi in hosting per un totale di oltre 4,7 milioni di clienti. Nell’offering di Aruba ci sono anche i servizi di cloud pubblico e privato, housing e colocation, servizi dedicati, firma digitale e fatturazione elettronica. «La sede di Ponte San Pietro è quella che meglio di altre rispondeva ai bisogni di espansione dei nostri clienti, peraltro localizzando il data center in un punto strategico del Nord Italia» – ha confermato Stefano Sordi, CMO di Aruba.

Collaborazione, innovazione e sviluppo: la scommessa di Aruba

Alla cerimonia inaugurale con il taglio del nastro hanno partecipato Susanna Santini, presidente di Aruba insieme a Stefano Cecconi, AD di Aruba, Luca Del Gobbo, assessore della Regione Lombardia all’Università, Ricerca ed Open Innovation, Claudia Terzi, assessore regionale all’ambiente, Matteo Rossi, presidente della Provincia di Bergamo, Giorgio Gori, Sindaco di Bergamo e Matteo Macoli, vicesindaco di Ponte San Pietro.
Regione Lombardia con la legge 29/2016 ha messo in campo azioni concrete per costruire una rete di collaborazione tra istituzioni pubbliche, università e imprese, con partico​lare attenzione all’uso concreto e condiviso degli open data. Su accessibilità, open data e big data nella PA – infatti – si gioca una partita importante per restituire in forma di valore a cittadini e imprese un patrimonio di informazioni – come ci ha spiegato Luca Del Gobbo. Regione Lombardia attualmente dispone di un miliardo di dati. La legge valorizza, in modo sussidiario, un patrimonio che genera più di sette miliardi all’anno di investimenti pubblici e privati in Ricerca e Innovazione. Nella sola Lombardia, sono nate 1.369 startup, pari a un quinto del to​tale nazionale, e sono stati registrati, nell’ultimo decen​nio, 191.000 brevetti. «Un patrimonio unico di umanità e conoscenza».


#ArubaDataCenter Stefano Cecconi AD La nuova casa di @Arubait è Ponte San Pietro
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Per Giorgio Gori, siamo davanti all’inizio di qualcosa di nuovo, «una nuova epoca dove i dati sono il petrolio della nuova economica della conoscenza, ma dove per vincere però bisogna puntare sull’innovazione e le competenze». Una sfida formativa e occupazionale, che – si augura il primo cittadino di Bergamo – vedrà protagonisti i giovani talenti degli istituti tecnici e delle università del territorio. Quando arrivarono i Legler a Ponte San Pietro e cominciarono i lavori per la costruzione della diga nel 1876, impresa necessaria per avere forza motrice, il collegamento ferroviario con Milano era già attivo da 14 anni, a dimostrazione che gli investimenti sono guidati dalle infrastrutture e non il contrario. Oggi – invece – mentre Aruba investe nella stessa area, il progetto del raddoppio ferroviario della linea è ancora solo sulla carta. Dal canto suo, il presidente della Provincia di Bergamo, Matteo Rossi ha – però – colto l’occasione per assicurare che «il raddoppio è tra i piani strategici della Provincia per rendere più agile la logistica con lo scalo a Calusco e un progressivo spostamento delle merci dalla gomma al ferro. Dopo anni di crisi, l’investimento di Aruba rappresenta un segnale di discontinuità positiva nella prospettiva della “smart land” per innestare un ecosistema di imprese innovative e startup» – ha concluso Matteo Rossi. «Abbiamo la responsabilità di essere all’altezza della scommessa di Aruba».

L’evoluzione digitale cambia il modo di vivere e di fare impresa

«Non ho ancora capito qual è il modello di business nell’era digitale» – ha dichiarato Urbano Cairo, presidente di RCS Media Group, raccontando il suo mestiere di editore durante la tavola rotonda dedicata ai temi della trasformazione digitale. «Ci siamo impegnati ad azzerare le perdite, mantenendo l’occupazione e migliorando l’offerta di contenuti. All’inizio dell’era del web, il peccato originale dell’industria editoriale è stato quello di dare le notizie gratis. La carta ha ancora il suo peso». Non esistono cose facili o difficili, esistono solo cose che si sanno fare o che non si sanno fare. Le emozioni e il tempo sono le cose più preziose della nostra vita. «E su queste dobbiamo costruire la relazione con il cliente» – ha detto Claudio Domenicali, AD di Ducati Motor Holding. «La moto è una esperienza che rimarrà analogica, ma intorno possiamo costruire una nuvola di servizi innovativi. Guida autonoma e intelligenza artificiale sono i temi più caldi della prossima trasformazione industriale».

Cambio di passo e salto culturale

La Commissione Ue con l’indice DESI (Digital Economy and Society Index) misura la velocità della trasformazione digitale nel Vecchio Continente (Regno Unito compreso). L’Italia è 25esima su 28. Meglio di noi, solo di Grecia, Bulgaria e Romania. «In Italia, non riusciamo a comunicare il buono che riusciamo a fare» – ha detto Paolo Ghezzi, direttore Generale InfoCamere. «Abbiamo lanciato il cassetto dell’imprenditore per conto delle Camere di commercio, con cui ogni imprenditore potrà accedere senza oneri alle informazioni e ai documenti ufficiali della propria impresa. Con una base di 6 milioni di imprese in Italia, 4 su 10  però dichiarano che il digitale non serve e non servirà nel futuro. Il bilancio è deludente. Per accelerare lo sviluppo delle PMI occorre un cambio di passo che si continua a scontrare con il fattore dimensionale e culturale». Per Paolo Barberis, co-founder di Nana Bianca e consigliere per l’innovazione del governo Renzi, l’Italia sconta sette anni di purgatorio sugli investimenti. «Il futuro digitale ti viene addosso. La trasformazione digitale in Italia procede, ma non bisogna dimenticare che dietro i processi ci sono le persone. La mancanza di percezione dell’urgenza della trasformazione è a tutti i livelli». E per Stefano Cecconi, le imprese sono un patrimonio da valorizzare. La sfida è gestire in modo “cross” la trasformazione digitale. «Il nostro compito è fornire gli strumenti per lanciare ponti per lo sviluppo e il cambiamento. Il digitale è un processo strutturale come metter giù tubi e costruire mura: richiede tempo. Il punto sostanziale sono gli investimenti e l’aumento di una propensione al rischio e all’innovazione. È vero che abbiamo scontato un problema di connettività a livello di investimenti, ma il Paese finalmente ha cambiato passo».

Global Cloud Data Center, la “cassaforte” che custodisce i dati delle imprese

Un data center è come una memoria estesa che offre capacità di archiviazione, protezione da intrusioni e operatività costante. Entrare nel sito del Global Cloud Data Center è come accedere al Fort Knox di via Nazionale. Solo che al posto dell’oro fisico, qui è custodito un altro patrimonio meno tangibile, ma altrettanto prezioso: i dati delle imprese. Man trap, all’ingresso, sei livelli di controlli interni, sistema informativo e continuità operativa a doppio power center multi-modulare con UPS a ridondanza 2N+1 per una sicurezza di livello superiore, e generatori di emergenza con autonomia a pieno carico di 48 ore senza rifornimento.

Seicento chilometri di cavi dove prima si srotolavano chilometri di filati

Il Global Cloud Data Center è una struttura completamente ecologica e dotata delle più moderne tecnologie, come ci ha spiegato Giorgio Girelli, site manager di Aruba. Seicento chilometri di cavi dove prima si srotolavano chilometri di filati. Il data center è stato realizzato per offrire i massimi standard di sicurezza e prestazioni e garantire il massimo livello possibile di efficienza energetica, non solo per ridurre il più possibile l’impatto sull’ambiente, ma anche per assicurare qualità e convenienza dei servizi. Il Global Cloud Data Center utilizza un impianto di raffreddamento geotermico ad alta efficienza ed è alimentato da energia proveniente da fonti rinnovabili – di origine certificata – al quale si aggiungono la centrale elettrica (la stessa che garantiva energia ai telai Legler) e impianti fotovoltaici entrambi di proprietà e situati all’interno del Campus stesso.

Global Cloud Data Center, massima efficienza ecocompatibile

Tutti i sistemi sono stati progettati e costruiti per soddisfare ed eccedere i massimi livelli di resilienza previsti dal livello Rating 4 (former Tier4) di ANSI/TIA 942-A. I tre edifici pronti disposti a ferro di cavallo occupano un quinto della superficie totale. Il primo ospita le sale dati (10 in tutto), con una capacità complessiva di 3.600 rack (con una potenza massima raggiungibile di 4 MG, dei 90 MW previsti per l’intero campus. Due metri di aria sotto il pavimento e tre metri sopra garantiscano il ricambio completo di aria ogni ora. Il secondo edifico ospita gli impianti del sistema di raffreddamento e i magazzini a disposizione dei clienti. Nel terzo, si trova il power center che è il motore di tutto e che sorge dove si trovava il vecchio magazzino automatizzato della Legler. Il sistema geotermico si basa sui sei pozzi del vecchio impianto Legler, da cui arriva l’acqua per il raffreddamento una temperatura di 8-10 gradi e che dopo l’utilizzo viene rimessa in falda.


#ArubaDataCenter Dai telai al #datacenter di @Arubait storia di una riconversione industriale
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Affidabilità e performance

Il Global Cloud Data Center è stato progettato e realizzato con lo scopo preciso di superare gli standard di mercato in termini di affidabilità e performance ed essere in grado di coprire ogni esigenza anche in termini d’espansione futura, data la vastità dell’area: dal singolo server dedicato a soluzioni infrastrutturali complesse sia fisiche sia cloud, passando per la progettazione di cage, sale dati ed interi data center dedicati, soluzioni  di disaster recovery e business continuity, fino ad arrivare al completo outsourcing dell’infrastruttura, oltre a tutte le facility disponibili a completamento dell’offerta, come ad esempio connettività multicarrier, routing, fornitura hardware o ancora, spazi polifunzionali destinati a soddisfare le più svariate necessità logistiche, potendo disporre ad esempio, di uffici temporanei, magazzini, sale e postazioni ad uso dei clienti. L’offerta di servizi è rivolta alle grandi aziende italiane e straniere, Pubblica Amministrazione, operatori IT e PMI, Enti locali, system integrator e Telco. Il Global Cloud Data Center è collegato con i principali carrier nazionali e internazionali e dispone di un’infrastruttura dark fiber proprietaria che prevede un doppio percorso verso il Caldera Business Park di Milano, con capacità di trasporto pressoché illimitata.

In mezzo scorre il fiume

Aruba che nel 2015 si è aggiudicata l’estensione del dominio “.cloud”, riuscendo a spuntarla contro colossi come Amazon e Google, oggi è una realtà da 140 milioni di euro di fatturato. L’investimento nell’area ex-Legler è «molto rilevante» per usare le stesse parole dell’amministratore delegato, che però ha preferito non sbilanciarsi sulle cifre per non avvantaggiare la concorrenza molto agguerrita, dichiarando che «si tratta di un investimento privato fatto con risorse reperite direttamente in azienda». Fondata nel 1994 a Firenze come Technorail, l’azienda ha inaugurato la sua prima webfarm ad Arezzo nel 2003, iniziando la sua fase di crescita e di espansione, prima con la trasformazione in società per azioni e poi attraverso una serie di accurate acquisizioni. C’è qualcosa che accomuna la storia della famiglia Cecconi, azionista di riferimento di Aruba, a quella della famiglia Legler. C’è qualcosa che rende simili il cantone di Glarona, il Casentino e la Val Brembana. E non è solo il paesaggio o la presenza del fiume (rispettivamente la Linth, l’Arno e il Brembo) che da sempre è motore di sviluppo, ma che da sempre unisce e divide. L’impronta di famiglia è nei valori, nel coraggio di credere in un’idea di sviluppo futuro (che non erano rotaie e impianti per i treni, come pensava il papà Giorgio, ma i servizi Internet, come credeva Stefano) e di scommetterci sopra. Mentre la cultura d’impresa è da pubblic company, ispirata a una visione autenticamente industriale dello sviluppo.

Una storia di tenacia e di trasformazione

All’inizio di entrambe le storie c’è anche un incendio: quello del 29 aprile 2011 che causò l’interruzione del servizio web per milioni di siti e quello del 1890 che mandò in cenere (per cause mai chiarite) l’intero reparto di filatura. In entrambi i casi, la lezione che la tenacia vince sullo sconforto, che la buona volontà vince sulle incognite. La storia del Cotonificio Legler – simbolo della seconda rivoluzione industriale con i suoi telai tecnologici, la trasformazione della forza idrica in forza elettrica, delle trasmissioni innovative per portare la forza motrice dalla riva destra alla riva sinistra – si innesta in un continuum di spazio e di tempo con il nuovo insediamento di Aruba, simbolo della quarta rivoluzione industriale con il suo data center che macina dati e trasferisce agilità alle infrastrutture IT delle imprese di ogni settore. Perché non dobbiamo dimenticare che per quanto intangibili siano i dati, un data center è doppiamente energivoro: consuma energia per far funzionare gli impianti e consuma energia per dissipare il calore che genera. Fa riflettere come nel mondo connesso, dove tutto è votato alla digitalizzazione, le fondamenta dell’economia dei dati restino estremamente concrete e tangibili: dall’alimentazione energetica delle centrali idroelettriche al raffreddamento naturale.

Global Cloud Data Center per mettere in moto nuove competenze

Come la famiglia Legler ha influito sulla storia di questo piccolo paese, con una popolazione di quasi 12mila abitanti, plasmandone la memoria e  l’identità, trasformando una radura (la spianata della “Galbusera” sulla sponda sinistra del Brembo) in uno dei complessi industriali più innovativi del Novecento, così l’arrivo di Aruba a Ponte San Pietro con l’insediamento del Global Cloud Data Center rappresenta una sfida tecnologica e di business per la rinascita di un intero territorio, per rimettere in moto lo sviluppo, puntando sull’innovazione, la ricerca e la formazione di nuove competenze. L’impronta della Legler è in ogni cosa a Ponte San Pietro. Nel vecchio spaccio aziendale che oggi è il centro commerciale. Nelle famiglie, dove almeno un componente lavorava nel cotonificio. Nell’asilo per i dipendenti interno alla fabbrica. Nella vita del paese che regolava i suoi ritmi e le sue attività sul fischio della sirena del cambio turno (“coren” in dialetto bergamasco). Nel quartiere “Giurati” che si sviluppa davanti al nuovo Global Cloud Data Center e che nel nome reca ancora il ricordo del giuramento di fedeltà che i dipendenti prestavano alla Legler. E persino nella Chiesa, non solo per l’estetica rigorosa d’oltralpe, ma anche perché per la sua costruzione gli operai decisero di devolvere un quarto d’ora della loro paga giornaliera. Oggi, che Ponte San Pietro torna sugli scudi, diventando un’estensione di Milano con il nuovo toponimo “Milano PSP”, la sfida per la famiglia Cecconi è quella di farsi carico insieme ai vecchi impianti anche di un’eredità simbolica fatta di eccellenza, di uomini e donne di buona volontà, forgiati dalla cultura del lavoro, per costruire insieme una nuova pagina di storia.

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Aruba, 200mila motivi per essere ottimisti https://www.datamanager.it/2017/09/aruba-200mila-motivi-ottimisti/ Tue, 26 Sep 2017 09:04:47 +0000 http://www.datamanager.it/?p=131692 Aprirà a breve il Global Cloud Data Center in provincia di Bergamo, un polo che è la naturale conseguenza di un’espansione senza limiti Aruba si prepara all’evento di apertura del data center campus più grande d’Italia a Ponte San Pietro, in provincia di Bergamo. 200mila metri quadri di superficie di cui 90mila dedicati a un […]

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Aprirà a breve il Global Cloud Data Center in provincia di Bergamo, un polo che è la naturale conseguenza di un’espansione senza limiti

Aruba si prepara all’evento di apertura del data center campus più grande d’Italia a Ponte San Pietro, in provincia di Bergamo. 200mila metri quadri di superficie di cui 90mila dedicati a un imponente campus d’eccellenza. Il Global Cloud Data Center aprirà i battenti il 5 ottobre e segna una svolta importante per la compagnia nostrana, oramai un colosso dei servizi IT a tutto tondo.

Ne abbiamo parlato con Stefano Sordi, CMO di Aruba, che oltre a spiegarci il perché dell’enorme centro ci ha delineato gli sviluppi futuri soprattutto a fronte di grossi cambiamenti nel panorama europeo del digitale.

Partiamo dall’inizio: perché il Global Cloud Data Center?

«Per un’esigenza fondamentale: molti dei nostri clienti, i più grandi, hanno espresso negli anni la volontà di accrescere il loro business mantenendo l’offerta qualitativa di Aruba. Quando si parla di servizi digitali bisogna considerare la base su cui poggia un’infrastruttura che, con il tempo, ha bisogno di ampliarsi. La sede di Ponte San Pietro è quella che meglio di altre rispondeva ai bisogni di espansione dei nostri clienti, peraltro localizzando il data center in un punto strategico del Nord Italia».

In che senso?

«È pur vero che gli utenti che serviamo sono dislocati ovunque sul territorio ma la maggior parte dei big si trova tra il Centro e il Nord, per cui ci sembrava utile costruire in un punto facilmente raggiungibile la nuova architettura, così che potesse essere visitata senza grossi problemi».

Più spazio per i server vuol dire anche l’arrivo di nuovi servizi più avanzati?

«L’idea è quella di posizionare sempre di più Aruba come leader nel mercato delle soluzioni enterprise. Siamo nati come web company, provider di servizi online, sia hosting che cloud e ICT security ma guardiamo oltre. Oggi riusciamo a gestire le richieste dei grandi clienti costruendo un’offerta dedicata e personalizzata. Quando in Italia, ma anche all’estero, c’è un azienda che non può più soddisfare autonomamente le proprie esigenze di gestione dell’infrastruttura IT, sa che in Aruba può trovare un partner ideale in grado di offrire oltre ai servizi di infrastrutturali classici come ad esempio la colocation personalizzata, anche soluzioni che vanno dalla data center extension al disaster recovery».

Perché un nuovo data center

Il nuovo, immenso, spazio a disposizione in quel di Bergamo è il completamento di un percorso avviato da Aruba qualche anno fa, quando si è avvertita l’esigenza di creare una struttura solida e strategica. «La necessità di un centro più ampio e localizzato in un punto cardine non è banale – prosegue Sordi – perché in questo modo possiamo risolvere meglio, con maggior efficienza,  le esigenze dei nostri clienti, realizzando architetture ibride, tra le più richieste, senza limiti di prestazioni, spazio e servizi assicurando così il successo a progetti di tutte le taglie anche a quelli di grande scala. I clienti che finora hanno vissuto una “segmentazione” dell’infrastruttura, perché si affidavano a provider diversi per tipologie di contenuti e servizi, ora possono tenere le loro informazioni tutte in un unico posto fisico, che li aiuterà a crescere, senza preoccupazioni di spazio e risorse, per i prossimi 20 o 30 anni».

Energia pulita

Oltre al vasto territorio, il Global Cloud Data Center porta con sé una qualità non da poco: l’utilizzo di energia pulita. Ciò è reso possibile dall’acquisto di una centrale idroelettrica nei pressi del campus, che andrà a sommarsi agli impianti di accumulo fotovoltaico già presenti sui tetti della farm. Così si avrà un impatto ambientale minore di quanto previsto, grazie allo sfruttamento di energia pulita e rinnovabile.

Italia polo IT

Secondo Stefano Sordi, l’Italia diventerà sempre più un polo di interesse per il settore IT e dunque puntare su un data center così ampio nel nostro Paese porterà i suoi vantaggi. «Con l’affermazione della Brexit e dell’entrata in vigore del GDPR (dal 25 maggio 2018), i dati dei cittadini europei prodotti, gestiti e manipolati dalle aziende dovranno restare all’interno dell’Unione Europea. L’uscita di Londra dai paesi della cerchia ha causato un rapido fuggi-fuggi verso destinazioni che soddisfano i requisiti del Regolamento Generale sulla Protezione dei Dati. Si è creato un triangolo interessante che vede Parigi, Francoforte e Milano come nuovi baricentri dell’informatica continentale. Questo è il momento migliore per puntare su una nuova economia che dall’Italia guarda all’Europa».

Successo della PEC

Aruba non dimentica le sue origini soprattutto quando nel mezzo c’è un elemento, come la PEC, che è in grado di trasformare usi e costumi dell’italiano medio. «Si tratta di una bella realtà sia per Aruba che per tutta la penisola – conclude Sordi – circa il 40% degli oltre 5 milioni di utenti che oggi serviamo è di natura privata. Molti di questi hanno aperto una casella di posta certificata e ciò vuol dire che il messaggio veicolato dalla PEC, quello di uno strumento utile a velocizzare alcune operazioni, è giunto a destinazione perché ritenuto valido. La visione della nostra azienda è proprio questa: semplificare la vita delle persone, che si tratti di individui o imprese, sia per operazioni quotidiane che per attività che guardano al futuro, al cuore digitale del business».

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InfoCert, la digitalizzazione per crescere https://www.datamanager.it/2017/09/infocert-la-digitalizzazione-crescere/ Mon, 25 Sep 2017 08:58:47 +0000 http://www.datamanager.it/?p=131575 Forte dei suoi primi dieci anni di traguardi, il leader italiano nei servizi di digitalizzazione e dematerializzazione, nonché primaria Certification Authority a livello europeo, prosegue la sua crescita come “qualified trust service provider” che innova a tutto tondo e a supporto della trasformazione digitale Nel tumultuoso mondo dell’IT, dieci anni sono un traguardo di tutto […]

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Forte dei suoi primi dieci anni di traguardi, il leader italiano nei servizi di digitalizzazione e dematerializzazione, nonché primaria Certification Authority a livello europeo, prosegue la sua crescita come “qualified trust service provider” che innova a tutto tondo e a supporto della trasformazione digitale

Nel tumultuoso mondo dell’IT, dieci anni sono un traguardo di tutto rispetto. Soprattutto se lo si supera di slancio e con prospettive più che rosee per gli anni a venire. Gli obiettivi raggiunti da InfoCert, società del gruppo Tecnoinvestimenti, sono un ottimo esempio di come una solida strategia, un chiaro focus e un’esecuzione attenta, possono essere premianti, anche in un contesto economico e competitivo che non fa sconti a nessuno. Per comprendere meglio le ragioni di questi successi, Data Manager ha incontrato i vertici di InfoCert a metà luglio a Milano, negli avveniristici uffici della società situati nella zona sud della città, in un’area ex-industriale dove oggi hanno sede numerosi campioni della nuova economia della conoscenza. Arrivati al giro di boa di questo 2017, può essere utile scoprire l’essenza di InfoCert, iniziando con l’amministratore delegato Danilo Cattaneo, per ripercorrere le principali tappe dello sviluppo della società.

CRESCITA SEMPRE A DUE CIFRE

Nata come spin-off di InfoCamere, ovvero la società “in house” del sistema delle Camere di Commercio italiane, InfoCert ha sedi a Roma, Milano e Padova, e si è da tempo imposta nel mercato della dematerializzazione e della digitalizzazione, con tassi di crescita sempre a doppia cifra, fino a raggiungere un fatturato 2016 superiore ai 50 milioni di euro, attestandosi per l’esattezza a 52. «Oggi, il nostro organico è di 230 persone – esordisce Cattaneo – mentre nel 2010 era di 130 unità, con un fatturato di 20 milioni di euro, la metà circa del quale era derivante dal mercato “captive”. Ma già l’anno successivo, nel 2011, il fatturato è salito a quota 30 milioni di euro, con una crescita del 46 per cento e una percentuale del “captive” scesa al 33 per cento perché era aumentato il fatturato sul resto del mercato. Con la riduzione significativa dei servizi sul mercato captive, avvenuta nel 2012, i nostri ricavi si sono attestati sui 25 milioni nello stesso anno, per poi raddoppiarsi nell’arco dei successivi quattro con una crescita organica costante basata sull’innovazione».


Danilo Cattaneo AD @InfoCert_it Non solo strumenti e #compliance ma innovare i #processi
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IL GRUPPO TECNOINVESTIMENTI

A Pier Andrea Chevallard, amministratore delegato di Tecnoinvestimenti, Data Manager ha chiesto quali sono il ruolo e il valore di InfoCert all’interno del Gruppo, che è tra gli operatori di primo piano in Italia nelle tre aree di business Digital Trust, Credit Information & Management e Sales & Marketing Solutions. «Il Gruppo è relativamente giovane, visto che siamo nati nel 2009, e si è posto fin da subito l’obiettivo di acquisire il controllo di società attive nell’ambito dell’economia digitale e della conoscenza, con un percorso importante che sta vedendo l’aggiunta di tante aziende messe al servizio del Sistema Italia, con un occhio di riguardo anche verso le PMI» – spiega Chevallard. InfoCert, che fa parte della business unit Digital Trust, è stata la prima a far parte del Gruppo, che dal 2016 è quotata nel segmento STAR della Borsa di Milano, dopo due anni nei quali ha fatto parte dell’AIM, anche in ragione dei risultati di tutto rilievo conseguiti dal gruppo Tecnoinvestimenti: i dati 2016 parlano infatti di un fatturato vicinissimo ai 150 milioni di euro, con un EBITDA che ha sfiorato i 30 milioni e un risultato netto di poco superiore ai 12 milioni. Il Gruppo poggia su una capitalizzazione in Borsa di oltre 200 milioni di euro e ha oltre 1.000 dipendenti in totale.

Sede di Milano – gli uffici avveniristici di InfoCert situati nella zona sud della città

LEADERSHIP NON SOLO IN ITALIA

Tornando a InfoCert, la società è oggi una delle maggiori Certification Authority a livello europeo per la firma digitale e per i processi di conservazione digitale dei documenti, oltre a essere leader in Italia per la Posta Elettronica Certificata: la società gestisce oltre un milione di transazioni PEC al giorno, che è come dire la metà circa del totale italiano, «con una progressione costante di crescita anche in un mercato stagnante se non in diminuzione» – mette in evidenza Danilo Cattaneo. Da fine 2015, InfoCert è anche gestore accreditato AgID dell’identità digitale di cittadini e imprese, in conformità ai requisiti regolamentari e tecnici dello SPID, il Sistema Pubblico per la gestione dell’Identità Digitale. Le soluzioni InfoCert sono rivolte alla dematerializzazione dei processi documentali di imprese, associazioni, ordini professionali, pubblica amministrazione e professionisti. La gamma prodotti comprende servizi per la gestione di posta elettronica certificata (Legalmail), la certificazione e la sicurezza digitale (LegalCert), la conservazione digitale a norma dei documenti (LegalDoc), l’integrazione dei servizi a norma con le applicazioni del cliente, con infrastruttura in cloud (LegalCloud), il servizio di fatturazione elettronica (Legalinvoice), il cloud storage sicuro (SecureDrive) e le soluzioni ancora più avanzate come GoSign, GeoSign e la Trusted Onboarding Platform, che verranno esaminate in dettaglio più avanti.

INNOVAZIONE IN POLE POSITION

Ma l’evoluzione di InfoCert non riguarda solo la crescita o la composizione del fatturato, in quanto «se dieci anni fa, vendevamo soprattutto prodotti, oggi offriamo soprattutto progetti di business transformation che fanno evolvere i processi aziendali basati su procedure di firma tradizionali e conseguente trattamento cartaceo dei documenti a processi digitali di valore che si basano sulle soluzioni di firma digitale e posta elettronica certificata» – prosegue Cattaneo. Si tratta di «un aspetto rilevante anche in ottica di trasformazione digitale dell’intero sistema Paese, che vede sia nella PEC sia nella firma digitale due punti irrinunciabili a livello normativo per abilitare il cambiamento» – spiega Cattaneo, sottolineando «l’alto tasso di innovazione che InfoCert ha sempre cercato di innestare nelle proprie soluzioni. Se gli obblighi di legge costituiscono spesso il driver per la trasformazione, bisogna però essere in grado di costruirvi sopra un’innovazione anche nei processi, e questa è in effetti la vera linea guida nella nostra azione sul mercato, con moltissimi esempi di clienti che hanno utilizzato i servizi digitali a valore legale come leva per realizzare una trasformazione in senso più ampio» – fa notare Cattaneo.

NUOVI INTERLOCUTORI

Anche gli interlocutori di InfoCert sono oggi diversi da quelli del passato: «Oggi, parliamo soprattutto con le LOB e con i CIO, perché adesso tutti hanno una PEC, in ragione dell’obbligo normativo. L’interlocutore non è più solo l’ufficio acquisti, ma principalmente chi si occupa di innovazione e trasformazione all’interno dell’azienda» – aggiunge Pierpaolo Benintende, direttore marketing della società, raccontando il caso di molte tra le più importanti banche, che «hanno assegnato una PEC gestita da noi a ogni loro cliente, per farci transitare le comunicazioni con la banca». Il vantaggio in questo caso è duplice: «Con il nostro servizio di posta certificata uniamo usabilità al valore legale, visto che si tratta dello stesso meccanismo, controllato dalle autorità normative, che è alla base di tutte le PEC da noi offerte sul mercato» – evidenzia Benintende.


Crescita e strategia premiano @InfoCert_it come #DigitalTrustServiceProvider qualificato
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BUSINESS DRIVEN INNOVATION

Questo caso esemplifica forse nella maniera più evidente come InfoCert opera oggi sul mercato, in uno scenario in cui «non basta disporre degli strumenti, ma occorre anche essere sempre innovativi» – come fa notare Danilo Cattaneo. Non a caso, la società ha registrato nel solo 2016 sei brevetti: «Gran parte della nostra crescita di fatturato nasce dalle nostre innovazioni, che traggono la loro origine sempre dall’esigenza di risolvere problemi e processi specifici dei nostri clienti» – sottolinea Carmine Auletta, chief innovation officer di InfoCert da quasi due anni, spiegando che la società investe in ricerca e sviluppo una somma nell’ordine dei 3-4 milioni di euro all’anno, coperti anche da finanziamenti italiani o europei. «L’innovazione, che ha sempre fatto parte del nostro DNA, è il nostro vero valore differenziante e si pone come vero fattore critico di successo, in un trend che si autoalimenta con nuovi prodotti e soluzioni che nascono principalmente dall’ascolto costante dei nostri clienti. È anche per questo che possiamo a buon diritto parlare di “business driven innovation”, che si affina anche con i rapporti di collaborazione con gli istituti universitari e di ricerca sia in Italia sia in altri paesi europei, come l’Università di Salerno, la Bocconi di Milano o l’Università di Graz in Austria, solo per citare alcuni esempi» – spiega Auletta.

Carmine Auletta – chief innovation officerdi InfoCert

ESPERIENZA UTENTE AL TOP

Un altro esempio chiarisce al meglio cosa si intende per innovazione in InfoCert: si tratta del brevetto ottenuto nel 2014 per il riconoscimento a distanza via web, che consente agli utenti di svolgere il processo per l’ottenimento della firma digitale direttamente dal pc. Si tratta della Trusted Onboarding Platform, detta anche TOP, che ha trovato utilizzo in quei mercati nei quali l’acquisizione di un cliente richiede la firma di un contratto, con ampia applicazione nel settore bancario, dove è usata da oltre venti innovative banche online: in sostanza, il sistema permette di avere “on board”, cioè operativo a tutti gli effetti di legge, un nuovo cliente semplicemente via webcam, con un’unica sessione web certificata che elimina la necessità di recarsi in filiale a firmare di persona, rendendo possibile aprire un nuovo conto corrente sette giorni su sette, con una drastica riduzione dei rischi connessi ai furti d’identità e con notevoli risparmi di tempo. Oltre alla possibilità di aprire un conto in meno di dieci minuti, la soluzione di InfoCert comporta anche un miglioramento notevole di un aspetto che – oggi – ha sempre più valore: la “user experience”. In questo senso, l’uso di una Trusted Onboarding Platform, quale quella proposta da InfoCert, permette di declinare in maniera completa la firma digitale, permettendo utilizzi che vanno a vantaggio di tutti, sia dei soggetti come le banche che rafforzano la sicurezza e accrescono la fiducia senza intaccare l’esperienza d’uso del cliente, anzi migliorandola notevolmente, sia del cliente stesso che si sente più sicuro nei rapporti con l’istituto di credito.

IL TRUST SERVICE PROVIDER SI PRESENTA

Un esempio come quello appena visto rappresenta anche l’essenza del passaggio di InfoCert da Certification Authority, sempre in grado di offrire soluzioni per la digitalizzazione al più elevato livello di fiducia, a vero e proprio “digital trust service provider” qualificato. Spiega, infatti, Danilo Cattaneo: «La compliance agli obblighi di legge costituisce il punto di partenza per un quadro più vasto, in quanto siamo una società fortemente soggetta alle normative e agli audit degli enti che ci regolano, ma la nostra vocazione di “trusted service provider” ci spinge a offrire molto di più che il minimo indispensabile per rendere i nostri clienti “compliant” alle leggi». Lo spirito di InfoCert è essenzialmente quello di «trarre vantaggio dalle tecnologie che evolvono, e anche dalle normative che progrediscono, non solo per aiutare i nostri clienti a essere “compliant” con le disposizioni, ma anche per fornire valore tramite nuovi utilizzi e nuovi processi» – fa notare Pierpaolo Benintende, aggiungendo che «questo è possibile soprattutto con i clienti che sono più aperti all’innovazione, cioè quelli che sono in grado di rendersi rapidamente conto che i ritorni possono davvero essere notevoli. Anche perché le nostre soluzioni hanno tempi di rilascio estremamente brevi, determinando un ROI, ritorno sull’investimento, sicuramente allettante, come testimoniato da alcuni studi di analisti internazionali».


.@InfoCert_it #CertificationAuthority a livello europeo e leader in Italia è per la #PEC
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IL MODELLO DI GO-TO-MARKET

Non bisogna però pensare che le soluzioni innovative proposte da InfoCert siano riservate unicamente alle aziende di grandi dimensioni: «I nostri prodotti sono tutti in cloud, e proprio per questo sono fruibili anche alle piccole e medie imprese, visto che sono applicabili con la massima scalabilità» – precisa l’AD di InfoCert. La società ha circa 2 milioni di clienti attivi, un quarto dei quali derivanti dal sito web, e oltre 1.500 clienti di tipo enterprise, un terzo dei quali vengono seguiti direttamente da InfoCert stessa. «Per quanto invece riguarda i partner, la nostra “digital trust platform” ci consente di coprire l’intera catena del valore e di abilitare i nostri partner a operare nella fornitura dei servizi» – spiega Benintende, rivelando che oltre ad avere già in squadra Vodafone in qualità di reseller in Italia per l’ambito PMI, stiamo abilitando alcuni system integrator anche per i prodotti a scaffale, con l’obiettivo di averne a regime una trentina in Italia e una decina in Europa». Ma non solo: le soluzioni InfoCert si integrano già con i principali sistemi ERP, e la stessa SAP ha scelto la società quale unico partner certificato per la fatturazione elettronica in Italia.

FIRMARE OVUNQUE

È giunto il momento di analizzare più in dettaglio quelli che sono i capisaldi dell’offerta attuale della società. In primo luogo, va citata la soluzione GoSign, una piattaforma disponibile sia on premise sia in cloud per firmare con valore legale i documenti, direttamente online e da qualsiasi dispositivo. La soluzione si rivolge alle aziende di livello enterprise e alla PA, ma anche a PMI e professionisti, in particolare avvocati e commercialisti. Con un’esperienza d’uso estremamente intuitiva, analoga al classico “libro firma” cartaceo, la soluzione si integra nativamente con i sistemi ERP e quelli documentali, e permette di gestire completamente in digitale e in modalità collaborativa i processi di firma, organizzando e condividendo documenti semplici o pratiche complesse con colleghi, clienti e fornitori, tracciando in tempo reale ogni fase del processo di firma.

Pierpaolo Benintende – direttore marketing di InfoCert

ADDIO AL “LIBRO FIRMA”

GoSign permette, per esempio, di verificare in ogni istante chi ha firmato, chi è in ritardo, chi ha rifiutato o ha richiesto modifiche, in quanto è accessibile via web ma anche da smartphone e tablet grazie ad apposite app disponibili per iOS e Android, che permettono il completamento o la richiesta di processi di firma in mobilità, senza il rischio di bloccare iter approvativi urgenti. È anche grazie a queste caratteristiche che GoSign ha già trovato numerose applicazioni sia in ambito B2B, per esempio negli acquisti, sia nel B2C, soprattutto per il settore bancario e assicurativo, arrivando nel corso del 2016 a triplicare il proprio fatturato rispetto all’anno precedente. Un caso interessante al riguardo è quello di Barilla, che ha attività in 150 paesi e 200 procuratori sparsi in tutto il mondo, e ha deciso di applicare la piattaforma per la firma digitale GoSign a tutti i contratti e a tutti gli ordini di acquisto superiori a seimila euro, implementandola in Italia, Francia, Germania, Svezia, Grecia e Stati Uniti, con notevoli vantaggi sia con l’unificazione dei processi in tutto il mondo e una maggiore compliance, sia con una sensibile riduzione dei tempi, grazie al fatto che i documenti non devono viaggiare più per posta cartacea.

FATTURARE ELETTRONICAMENTE

Un altro importante pilastro dell’offerta InfoCert è Legalinvoice, il servizio di fatturazione elettronica che è fornito via cloud e conta attualmente più di 40mila clienti attivi. Oltre che con SAP, il sistema si integra anche con i gestionali Oracle e Microsoft Dynamics. In combinazione con GoSign, Legalinvoice permette di coprire la digitalizzazione dell’intero processo “order to cash”, e questo consente a InfoCert di essere «l’unico player a portare una soluzione interamente digitalizzata sul mercato e basata su servizi di digital trust». Sull’adozione anche in ambito B2B della fatturazione elettronica, che ha come noto preso piede soprattutto nella PA in seguito alla sua obbligatorietà che data da oltre un anno, si potrebbero esprimere numerose considerazioni. La posizione di InfoCert viene riassunta da Danilo Cattaneo, sottolineando che il vero problema dell’Italia non è la disponibilità della tecnologia, in quanto bastano ormai solo un pc o uno smartphone, ma la cultura dell’innovazione: «Se non è certo difficile operare con le grandi e medie aziende che comprendono perfettamente i vantaggi di una gestione completamente digitalizzata dell’intero ciclo della fatturazione, è meno agevole farlo con le piccole imprese polverizzate sul territorio, ed è per questo che i nostri sforzi si sono indirizzati verso queste realtà».


.@InfoCert_it gestore accreditato #AgID dell’identità digitale di cittadini e imprese #SPID
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GEOLOCALIZZAZIONE PREMIATA

GeoSign è un’altra delle innovazioni introdotte dalla Ricerca & Sviluppo di InfoCert, che consiste in un metodo per la geolocalizzazione certificata di dove si è compilato e firmato un documento digitale, sfruttando la possibilità di raccogliere, tramite un device mobile come smartphone o tablet, l’informazione certa della posizione del soggetto utilizzatore e agganciarla indissolubilmente a un dato prodotto dall’utente stesso, come un verbale di controllo, o a un dato generato dall’Autorità di Certificazione, come per esempio un template di effettuato intervento di manutenzione. Il tutto garantito da InfoCert che rende impossibile l’interferenza da parte di altre applicazioni che potrebbero ingannare il GPS e che ingloba le informazioni di localizzazione con uno strumento in grado di garantirne l’immodificabilità: una firma digitale. Ma soprattutto a un costo limitato, in quanto il cuore di GeoSign è in una app. Tra gli utilizzi possibili di GeoSign si possono esemplificare le certificazioni della filiera agroalimentare, le perizie o i sopralluoghi per le manutenzioni, oppure l’assistenza sanitaria domiciliare. Proprio quest’ultima applicazione è stata premiata nello scorso giugno da una giuria di più di 50 CIO con un Digital360 Award, in merito alla registrazione degli interventi che gli operatori sanitari svolgono a domicilio dei pazienti, con raccolta della firma grafica su phablet e controfirma del rapporto con firma digitale georeferenziata.

Pier Andrea Chevallard – amministratore delegato di Tecnoinvestimenti

SEMPRE AL TOP

Ma il vero cuore dell’innovazione targata InfoCert è la Trusted Onboarding Platform (TOP), ovvero la soluzione brevettata da InfoCert per l’on-boarding dei clienti, che consente di dematerializzare e rendere pienamente gestibile da remoto l’intero processo, a partire dalla fase di riconoscimento del cliente fino alla sottoscrizione a norma del contratto. Permettendo di gestire l’acquisizione di nuovi clienti esclusivamente attraverso canali digitali e in soli dieci minuti in piena sicurezza, la soluzione TOP trova applicazione in numerosi ambiti bancari, delle telco, delle utility e non solo, migliorando notevolmente la user experience dei clienti e permettendo risparmi significativi. A quantificarli ci ha pensato la società indipendente di ricerche Forrester, che ha verificato come una primaria banca europea abbia potuto aumentare del 30 per cento il numero di nuovi clienti, con una riduzione dell’80 per cento dei casi di frode. Di conseguenza, tali benefici hanno generato per il cliente un ROI pari al 174 per cento, con un “payback” delle somme investite misurabile in 0,6 mesi, con benefici complessivi su tre anni pari a 14,7 milioni di euro e un incremento del 30 per cento nel tasso di conversione da prospect a cliente, grazie alla esperienza utente interamente digitale.

UNO SGUARDO AL FUTURO

Alla fine di questa ampia cavalcata nell’universo InfoCert, è doveroso chiedersi quali saranno i prossimi dieci anni della società. Le prospettive si preannunciano più che positive, in quanto sia il quadro normativo sia lo scenario tecnologico presentano spunti di sicuro interesse. A proposito di normative nell’ambito in cui opera InfoCert, va sottolineato che fino a poco più di un anno fa queste erano essenzialmente nazionali, ma da quando nel luglio 2016 è entrato in vigore il Regolamento eIDAS, che di fatto ha reso possibile l’interoperabilità delle piattaforme di digital trust all’interno dell’Europa a 28, le possibilità di crescita all’estero si sono fatte ancora più concrete. Qui va detto che InfoCert si è mossa in anticipo, prima che la normativa eIDAS entrasse in vigore, aprendo un ufficio a Londra che ha già cominciato a raccogliere consensi di mercato. A questo è seguito un ufficio in Germania, mentre è dello scorso giugno la notizia dell’aggiudicazione a InfoCert del contratto con Frontex, l’Agenzia europea della guardia di frontiera e costiera, relativo a un progetto di durata triennale, eventualmente prorogabile, basato sull’implementazione di soluzioni di firma elettronica e l’erogazione di servizi di Digital Trust, con certificati di firma e marcature temporali conformi allo standard stabilito da eIDAS. InfoCert punta a sostenere la crescita oltralpe anche con un attento programma di M&A, cercando di identificare potenziali partner o target che ne agevolino lo sviluppo efficace sui mercati più strategici. Attengono infine all’ambito tecnologico le nuove frontiere della Blockchain e dell’Internet of Things, dove il bisogno di un “trusted IoT” si fa sempre più sentito. Si tratta di ambiti in cui InfoCert sta già realizzando soluzioni innovative. Ma di questo se ne parlerà più avanti.

Foto di Gabriele Sandrini

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SPID: Aruba è il primo Identity Provider a fornire credenziali di Terzo Livello https://www.datamanager.it/2017/09/spid-aruba-primo-identity-provider-fornire-credenziali-terzo-livello/ Fri, 15 Sep 2017 13:33:58 +0000 http://www.datamanager.it/?p=131004 Il livello 3 è quello di massima sicurezza previsto da AgID e, quindi, è richiesto per i servizi che trattano dati sensibili Aruba PEC, società del Gruppo Aruba, principale gestore di posta elettronica certificata, Certification Authority, Identity Provider SPID accreditato presso l’AgID ed inoltre accreditata come TSPq – Trust Service Provider qualificato – per la […]

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Il livello 3 è quello di massima sicurezza previsto da AgID e, quindi, è richiesto per i servizi che trattano dati sensibili

Aruba PEC, società del Gruppo Aruba, principale gestore di posta elettronica certificata, Certification Authority, Identity Provider SPID accreditato presso l’AgID ed inoltre accreditata come TSPq – Trust Service Provider qualificato – per la fornitura di servizi qualificati a livello europeo secondo il regolamento eIDAS – electronic IDentification Authentication and Signature, è il primo Identity Provider a fornire credenziali di Livello 3 all’interno del servizio di SPID.

Già ad inizio anno, Aruba ha rilasciato in produzione Aruba ID, servizio attraverso il quale tutti – privati cittadini, imprese e professionisti – possono ottenere la propria Identità SPID e accedere in modo semplice e sicuro, con un’unica login ai servizi online delle Pubbliche Amministrazioni.

Ad ogni Identità SPID possono essere associate credenziali con diversi livelli di sicurezza, che garantiscono che l’accesso ai servizi ed ai propri dati venga sempre effettuato nel modo più sicuro possibile. Il livello 1 permette di accedere ai servizi online attraverso un nome utente e una password scelti dall’utente; il livello 2, oltre al nome utente e password, richiede l’inserimento di un codice temporaneo di accesso, la One Time Password (OTP) generata attraverso un dispositivo (quale ad esempio, app mobile o token –  più comunemente detto ‘chiavetta’).

Prima tra tutti, Aruba ID consentirà di attivare una credenziale SPID di livello 3 che rappresenta il massimo livello di sicurezza, mediante la propria CNS (Carta Nazionale dei Servizi) o la firma remota o la tessera sanitaria con CNS (TS-CNS). Per ottenere una credenziale di livello 3 basterà associare alla propria identità SPID un dispositivo di firma digitale Aruba con CNS attiva o una firma remota o infine la tessera sanitaria con CNS attiva e dotata di chip e lettore.

L’acquisto delle credenziali di terzo livello ha un costo annuale di 14.90 euro + iva, mentre il servizio Aruba ID resta gratuito per i primi due anni per il cittadino ed ha un costo di 35 euro + iva per aziende e imprese. Sono inoltre disponibili soluzioni personalizzate per grandi clienti.

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Aruba PEC, l’email PEC più usata d’Italia: superati i 5 milioni di PEC attive https://www.datamanager.it/2017/09/aruba-pec-lemail-pec-piu-usata-ditalia-superati-5-milioni-pec-attive/ Fri, 08 Sep 2017 10:37:07 +0000 http://www.datamanager.it/?p=130272 La società conquista il 59% del mercato e rivela i dati di utilizzo 2017. Il 61% delle caselle sono intestate ad aziende e professionisti, che devono dotarsene obbligatoriamente, mentre il 39% appartengono a privati che invece l’hanno scelta per comodità e convenienza Aruba PEC, società del Gruppo Aruba, principale gestore di posta elettronica certificata, Certification Authority, […]

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La società conquista il 59% del mercato e rivela i dati di utilizzo 2017. Il 61% delle caselle sono intestate ad aziende e professionisti, che devono dotarsene obbligatoriamente, mentre il 39% appartengono a privati che invece l’hanno scelta per comodità e convenienza

Aruba PEC, società del Gruppo Aruba, principale gestore di posta elettronica certificata, Certification Authority, Identity Provider SPID accreditato presso l’AgID ed inoltre accreditata come TSPq – Trust Service Provider qualificato – per la fornitura di servizi qualificati a livello europeo secondo il regolamento eIDAS – electronic IDentification Authentication and Signature, consolida la propria posizione di leader di mercato in ambito PEC con oltre 5 milioni di caselle attive e rivela una serie di dati legati all’utilizzo della PEC ad oggi.

La PEC è diventata un obbligo di legge per le aziende e i professionisti e, più in generale, per tutte le P.IVA, ma il dato interessante, che emerge analizzando le caselle attivate da Aruba,  è che nel corso degli ultimi anni sempre più privati hanno attivato una casella, a dimostrazione del fatto che si tratta di uno strumento utile per chiunque voglia inviare comunicazioni elettroniche che abbiano invio e ricezioni certe, legalmente valide, sostituendo di fatto la necessità di inviare raccomandate A/R. Lo dimostra il dato che evidenzia il diffuso uso professionale che se ne fa, con il 61% tra aziende e liberi professionisti e ben il 39% di privati cittadini ad ulteriore riprova dell’utilità dello strumento.

Ulteriori dati rilevanti analizzando la base utenti di Aruba sono i seguenti:

La distribuzione geografica della PEC. È la Lombardia la regione che conta il maggior numero di caselle PEC attive (circa 670.000), seguita dal Lazio (oltre 650.000), terza la Campania con 477.000 PEC attivate, seguono poi Sicilia (422.745), Puglia (382.619) e Veneto (372.198).

Aruba leader di mercato. L’Agenzia per l’Italia Digitale periodicamente pubblica le statistiche relative alla PEC, l’ultimo aggiornamento risale a giugno 2017 e conta 8.539.661 caselle attive. Aruba con i suoi 5.002.189 detiene una quota di mercato pari al 59%. I dati dell’Agenzia rivelano un ottimo stato di salute del mercato, facendo registrare nel 2017 una crescita del 9% delle caselle attive ed un aumento dell’11% del traffico che supera i 252 milioni di messaggi scambiati tra maggio e giugno.

“Siamo molto soddisfatti dei dati che ci vedono leader in ambito PEC – spiega Simone Braccagni, Amministratore Delegato di Aruba PEC – ma ancora di più ci fa piacere riscontrare come sia cambiata l’opinione nei confronti di questo servizio. Si è compresa la sua reale utilità: non è più visto solo come un obbligo di legge, ma come strumento che semplifica le comunicazioni ufficiali, riduce i tempi di attesa, permette di risparmiare ed è ecologico e sicuro.”

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Aruba PEC lancia il nuovo sito Pec.it https://www.datamanager.it/2017/07/aruba-pec-lancia-sito-pec-it/ Thu, 06 Jul 2017 13:48:58 +0000 http://www.datamanager.it/?p=128125 Nuova architettura delle informazioni per PEC, SPID e Firma Digitale Aruba PEC già Certification Authority per i servizi di firma digitale e Gestore PEC del Gruppo Aruba, ha rilasciato una nuova versione del sito www.pec.it, modificandone la fruizione da un punto di vista funzionale e grafico. Obiettivo del progetto di restyling è stato quello di […]

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Nuova architettura delle informazioni per PEC, SPID e Firma Digitale

Aruba PEC già Certification Authority per i servizi di firma digitale e Gestore PEC del Gruppo Aruba, ha rilasciato una nuova versione del sito www.pec.it, modificandone la fruizione da un punto di vista funzionale e grafico.

Obiettivo del progetto di restyling è stato quello di ottimizzare la navigazione del sito di Aruba PEC per favorire la fruibilità dei servizi e, di conseguenza, migliorare l’accessibilità alle soluzioni offerte a tutti i cittadini, imprese e professionisti che ormai quotidianamente utilizzano questi strumenti.

Tra le principali novità:

  • Una nuova architettura dell’informazione che ha, quindi, contribuito all’interazione con gli utenti: i contenuti sono più accessibili e maggiormente localizzabili data la nuova divisione in sezioni e categorie di prodotto;
  • Migliori interazioni dell’interfaccia, maggiormente intuitive e semplici da utilizzare;
  • Navigazione ottimizzata per dispositivi mobili e tablet, in modo da consentire la fruizione delle informazioni da qualunque luogo ed in qualunque momento;
  • Accesso in primo piano e migliore visibilità per i servizi più utilizzati, quali guide e webmail;
  • Speciale rilevanza dedicata alla sezione Soluzioni Business, in cui PEC, SPID e firma digitale diventano “customizzate” per le imprese più esigenti, grazie ad un canale commerciale ad hoc; soluzioni quali PEC multiutenza, PEC massiva e firma grafometrica.

A cornice delle implementazioni apportate, ed in seguito al positivo riscontro ricevuto in occasione di fiere quali ad esempio Forum PA, è stata data ulteriore rilevanza al servizio SPID – di cui Aruba PEC è Identity Provider accreditato –  con una sezione dedicata che favorisce l’interazione con gli utenti. A tal proposito, ulteriori feedback positivi da parte degli stessi, sono stati ricevuti nell’ambito di un sondaggio mirato, confermato anche attraverso l’analisi dei principali parametri di navigazione.

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Nasce zucchettistore.it: i primi servizi acquistabili online sono firma digitale, marca temporale e PEC https://www.datamanager.it/2016/11/nasce-zucchettistore-it-primi-servizi-acquistabili-online-firma-digitale-marca-temporale-pec/ Thu, 10 Nov 2016 15:37:47 +0000 http://www.datamanager.it/?p=113309 Zucchetti, Certification Authority e Conservatore Accreditato AgID, consente di acquisire i servizi fiduciari direttamente online dal proprio sito di ecommerce Da novembre i  servizi fiduciari targati Zucchetti si possono comprare direttamente online su www.zucchettistore.it, la piattaforma digitale dedicata al target ‘consumer’ della prima azienda italiana di software. Il marketplace di Zucchetti offre firma digitale, marca […]

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Zucchetti, Certification Authority e Conservatore Accreditato AgID, consente di acquisire i servizi fiduciari direttamente online dal proprio sito di ecommerce

Da novembre i  servizi fiduciari targati Zucchetti si possono comprare direttamente online su www.zucchettistore.it, la piattaforma digitale dedicata al target ‘consumer’ della prima azienda italiana di software.

Il marketplace di Zucchetti offre firma digitale, marca temporale e posta elettronica certificata (PEC) disponibili solo per utilizzo diretto e che non sono automatizzati nelle soluzioni Zucchetti.

Chi, invece, ha necessità più complesse, ossia servizi con funzionalità ‘massive’ e integrate nei processi delle applicazioni Zucchetti (firma digitale automatica, PEC massiva ecc.) può fare riferimento a Zucchetti e ai suoi partner secondo le modalità d’ordine tradizionali.

“Dopo essere stati riconosciuti da AgID come Certification Authority e Conservatori Accreditati abbiamo pensato immediatamente allo step successivo – dichiara Angelo Cian, responsabile Servizio Zucchetti Certifica – ossia rendere i nostri servizi fiduciari disponibili ‘on demand’, nel modo più semplice e veloce possibile.

Per clienti, quali  imprese e studi professionali, che richiedono una completa gestione digitale dei documenti e la relativa conservazione, è prevista la consueta modalità di vendita offline con il coinvolgimento del canale indiretto.

Zucchettistore.it non si limiterà all’offerta attuale. Il nostro obiettivo è aumentare sempre di più la gamma di soluzioni disponibili sul nostro ‘store’ per intercettare le esigenze di mercati come quello consumer e per affiancare un nuovo modello di vendita ai canali tradizionali”.

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