politica – Data Manager Online https://www.datamanager.it Il portale dell'ICT professionale Mon, 08 Oct 2018 11:58:42 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=5.8.13 https://www.datamanager.it/wp-content/uploads/2020/04/dmo-favicon3.png politica – Data Manager Online https://www.datamanager.it 32 32 Il popolo dei social diviso su Mattarella: Twitter solidale mentre su Facebook l’80% critica https://www.datamanager.it/2018/05/il-popolo-dei-social-diviso-su-mattarella-twitter-solidale-mentre-su-facebook-l80-critica/ Thu, 31 May 2018 09:52:37 +0000 http://www.datamanager.it/?p=148694 L’analisi di Reputation Manager: Twitter solidale con il 79% degli utenti a difesa della decisione del Presidente mentre su Facebook l’80% critica duramente. In generale, oltre la metà degli italiani online in disaccordo con Mattarella Il 65% degli utenti che si sono espressi online non è d’accordo con la decisione del Presidente della Repubblica Sergio […]

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L’analisi di Reputation Manager: Twitter solidale con il 79% degli utenti a difesa della decisione del Presidente mentre su Facebook l’80% critica duramente. In generale, oltre la metà degli italiani online in disaccordo con Mattarella

Il 65% degli utenti che si sono espressi online non è d’accordo con la decisione del Presidente della Repubblica Sergio Mattarella legata al nome di Paolo Savona come possibile Ministero dell’Economia, e la critica soprattutto su Facebook, dove l’80% dei commenti è negativo.

Al contrario, gli utenti di Twitter si mostrano decisamente solidali nei confronti del Presidente. Il 79% dei tweet sostiene la posizione del Quirinale e solo il 21% si dichiara contrario. È quanto risulta dall’analisi di Reputation Manager, principale istituto italiano nell’analisi e gestione della reputazione online di brand e figure di rilievo pubblico, che ha preso in esame contenuti in particolare su Facebook e Twitter, teatri principali della diatriba online da quando si è interrotta la trattativa per la composizione del governo Lega-Movimento 5 Stelle.

“La totale inversione del sentiment registrata su Twitter e Facebook – commenta Andrea Barchiesi, CEO di Reputation Manager – rivela un’analoga distanza tra i target che utilizzano solitamente i due canali: Facebook ha infatti raccolto le immediate reazioni degli utenti con una carica emotiva più evidente, Twitter in linea con il suo posizionamento è stato utilizzato principalmente dal mondo dell’informazione, della politica e in generale da utenti che hanno preferito mantenere nei loro commenti una linea più tecnica e istituzionale. Per quanto la campagna #iostoconmattarella sia nata spontaneamente nei tweet, non ha comunque raggiunto l’impatto emotivo dei commenti sparsi ovunque su Facebook”.

La reazione negativa degli utenti

I sostenitori del nascente Governo “legastellato”, ma non solo loro, hanno invaso il web con centinaia di commenti, immagini e GIF animate farcite di insulti, minacce e offese al Presidente della Repubblica. Gli hashtag #nonseiilmiopresidente, #iononstoconmattarella o #mattarelladimettiti hanno invaso il mondo social. C’è chi accusa il Presidente della Repubblica di adottare una politica dittatoriale “ora non si tratta più di lotta tra destra e sinistra. Ora si tratta di lottare uniti per la sovranità popolare contro l’europeismo massacrante e dittatoriale”, chi invece lo accusa di aver mandato nel caos l’intero Paese solo per fini ideologici “Non esiste mandare nel caos il paese per fini ideologici. Credo sia arrivato il momento per #impeachment a #Mattarella. È una strada obbligata e coerente”.

Tanti sono i commenti di chi si è sentito “tradito” dalla Repubblica italiana, dal sistema di voto, dalla democrazia e dai politici in generale.

I commenti in difesa del Presidente Mattarella

D’altro canto molti sono stati, soprattutto su Twitter, anche i commenti e le parole di solidarietà espresse nei confronti del Presidente – emerso nelle descrizioni come una figura mite e un inflessibile statista. Gli hashtag #iostoconmattarella o #graziepresidente sono stati ritwittati centinaia di volte. “Grazie al presidente #Mattarella per la limpida fedeltà alla Costituzione e al popolo italiano” o “Il Presidente #Mattarella ha agito nel rispetto della Costituzione e nell’interesse degli italiani #GraziePresidente” e ancora “Da oggi Sergio Mattarella ha un posto d’onore nei libri di storia. Se lo merita tutto. #iostoconMattarella” sono tra i commenti positivi più ricorrenti sui social. Sono poi molti gli internauti che traggono un respiro di sollievo dopo il discorso del Capo di Stato e apprezzano il suo coraggio: “Mattarella non si è fatto intimidire dalla mafia figuriamoci da quattro fascisti #iostoconmattarella”.

I leader politici e i commenti ai loro post

Interessante analizzare infine i commenti sotto i post dei principali leader politici della scena italiana. La pagina Facebook che ha registrato la maggior reattività sulla vicenda è quella di Matteo Salvini, seguita da quella di Luigi Di Maio e Giorgia Meloni. Gli utenti più solidali con Mattarella si trovano in particolar modo sulla pagina di Matteo Renzi (63% di commenti positivi).

Inaspettatamente sulla pagina di Luigi Di Maio, tra la valanga di critiche piovute all’indirizzo del Presidente della Repubblica, si registra un 25% di commenti a favore di Mattarella e della sua decisione.

I più ostili nei confronti di Mattarella si trovano invece sulla pagine social di Matteo Salvini (92% di commenti negativi nei confronti del Presidente), Giorgia Meloni (87% di commenti negativi), Alessandro Di Battista (83% di commenti negativi) e infine, anche qui un dato che stupisce data la posizione espressa dal leader di Liberi e Uguali, su quella di Pietro Grasso, che tra i commenti sulla vicenda rilasciati dai suoi fan conta il 59% di critiche verso la decisione di Mattarella.

Situazione simile sulla pagina di Silvio Berlusconi, la cui fanbase non sembra aver particolarmente gradito il sostegno espresso dal leader di Forza Italia a Mattarella, come espresso da diversi commenti.

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Cybersecurity, non può pensarci solo l’Europa https://www.datamanager.it/2018/04/cybersecurity-non-puo-pensarci-solo-leuropa/ Fri, 13 Apr 2018 14:02:18 +0000 http://www.datamanager.it/?p=145773 La sicurezza IT non sarà ancora abbastanza sexy, ma di certo è diventata un argomento pop. In tram o durante una cena tra amici, parlare dell’ultimo ransomware o dello smartphone bloccato dopo un aggiornamento, sta diventando normale. Sugli effetti perversi della mancanza di privacy connessa a questa scatola nera alla quale abbiamo affidato le nostre […]

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La sicurezza IT non sarà ancora abbastanza sexy, ma di certo è diventata un argomento pop. In tram o durante una cena tra amici, parlare dell’ultimo ransomware o dello smartphone bloccato dopo un aggiornamento, sta diventando normale. Sugli effetti perversi della mancanza di privacy connessa a questa scatola nera alla quale abbiamo affidato le nostre vite, ci hanno girato persino un film, Perfetti sconosciuti del regista Paolo Genovese. Sarà anche per questo che siamo quasi sempre in tanti ai seminari sulla sicurezza.

Noi, che mentre prendiamo posto, abbiamo tutti la faccia un po’ così, di quelli che sanno di essere lì per ascoltare il verbo. Certi che non sarà mai un’esperienza banale, ascoltiamo, annotiamo, crediamo alle parole sempre aggiornate dei nuovi evangelist. Pronti a tradurle in pratica, farne tesoro, divulgarle. Peccato però che quest’aura ieratica svanisca non appena il tema lambisce la politica. Basta vedere che fine ha fatto la sicurezza IT durante l’ultima campagna elettorale. Intendiamoci, non la sola assente dal dibattito, che ha ignorato temi centrali come lavoro, politica estera, sanità. Figuriamoci allora, se stupisce la mancanza tra le maglie sdrucite della politica italiana della security. Materia per la quale si registra – oggi – lo stesso livello di sensibilità che c’era per i temi ambientali negli anni Cinquanta.

D’altra parte il sistema nazionale di difesa cyber nasce solo con i decreti legislativi del 2007; prosegue dopo una pausa durata cinque anni con la creazione dell’Agenzia per l’Italia Digitale, a cui fanno seguito il DPCM Monti, la direttiva PdC dell’agosto 2015 sulle misure minime di sicurezza ICT per le pubbliche amministrazioni, l’istituzione del Team per la trasformazione digitale del 2016 (a proposito che cosa ha prodotto sinora?) e nel febbraio del 2017 la direttiva “recante indirizzi per la protezione cibernetica e la sicurezza informatica nazionali”.


#Cybersecurity non può pensarci solo l’Europa. Il vuoto della politica e la mancanza di finanziamenti. Qual è il peso specifico della sicurezza informatica livello governativo?
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Un provvedimento che in estrema sintesi assegna al presidente del Consiglio dei ministri, su delibera del Comitato Interministeriale per la Sicurezza della Repubblica, l’adozione del “Piano nazionale per la protezione cibernetica e la sicurezza informatica”. Il DPCM introduce inoltre il CISR tecnico, quale organismo di supporto, presieduto dal direttore generale del dipartimento delle informazioni per la sicurezza (DIS). Figura alla quale viene dato mandato di coordinare le azioni di contrasto e risposta ad attacchi cyber in Italia, curare il coordinamento delle attività di ricerca e riorganizzare le competenze del DIS, attraverso il supporto del nucleo per la sicurezza cibernetica, un comitato tecnico con funzioni di raccordo tra le diverse componenti dell’architettura istituzionale (rappresentanti dei servizi, vari ministeri, Protezione civile, Agenzia per l’Italia Digitale, etc.) che intervengono a vario titolo in materia di sicurezza cibernetica. Peccato – però – che per fare tutto questo il decreto non stanzi neppure un euro. Serve altro per determinare il peso specifico del tema cyber a livello governativo?

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Eppure, la politica in tema di security può fare molto. Come ha dimostrato l’Unione europea nell’ultimo triennio. Prima con il Privacy Shield, poi con la direttiva NIS e il regolamento GDPR. E forse, nei prossimi mesi con il Cybersecurity Act. Suonerà anche molto impopolare affermarlo, ma se su questi temi non si fosse mossa Bruxelles, dove pur con slittamenti e incertezze la lotta al cybercrime e la difesa della privacy di cittadini e imprese sono una priorità, l’Italia sarebbe rimasta clamorosamente al palo. Non disperiamo. Prima o poi anche i politici nostrani prenderanno atto che la mucca (la security) era un toro, che li ha calpestati tutti.

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Venture capital da record. Crescita a rischio bolla? https://www.datamanager.it/2018/02/venture-capital-record-crescita-rischio-bolla/ Tue, 06 Feb 2018 13:26:01 +0000 http://www.datamanager.it/?p=140515 Nel 2017, i venture capital negli Stati Uniti hanno raggiunto i livelli record come l’era delle dot-com. Crescono la tecnofinanza e gli investimenti in VR, AR, loT e AI. Le nuove tecnologie stanno cambiando radicalmente le regole del gioco sia per le industrie che per i consumatori Ci sono siti finanziari e riviste economiche autorevoli […]

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Nel 2017, i venture capital negli Stati Uniti hanno raggiunto i livelli record come l’era delle dot-com. Crescono la tecnofinanza e gli investimenti in VR, AR, loT e AI. Le nuove tecnologie stanno cambiando radicalmente le regole del gioco sia per le industrie che per i consumatori

Ci sono siti finanziari e riviste economiche autorevoli che da diversi anni parlano di rischio bolla. E hanno ragione se riflettiamo sulle politiche monetarie delle banche centrali che hanno inondato di liquidità i mercati. Dal 2008 a oggi, gli indici di Borsa americani hanno macinato record su record. Se poi la stessa crescita non si riflette sul mercato reale, questo è un altro discorso. Ma è anche vero che i venture capital fanno spesso da ponte tra il mercato puramente speculativo di breve termine – trading – e quello più a lunga gettata. Ovviamente, parliamo sempre di speculazione, ma riguardo i VC si spende meglio la parola investimento strutturale. E no. Non parliamo di politica. O meglio non ora. Insomma, i mercati sono rimasti euforici e i venture capital? Come si è chiuso il 2017? Nel 2017, i venture capital negli Stati Uniti hanno raggiunto i livelli record come l’era delle dot-com. Oltre 84 miliardi di dollari sono stati distribuiti in più di ottomila compagnie.

L’ultima volta che la Silicon Valley ha sguazzato in tutto questo denaro, molte società di VC hanno perso tutti i loro investimenti nel fallimento delle dot-com. Ecco perché ho cominciato l’articolo parlando di rischio bolla. Ma razionalmente parlavamo di rischio bolla anche lo scorso anno. E così, l’anno precedente e l’anno prima ancora. Ma il mercato non è razionale. Riflette la psicologia umana che non è razionale.

QUANTO È PROBABILE LO SCOPPIO DI UNA NUOVA BOLLA?

L’anno record di raccolta degli Unicorni – le startup valutate oltre 1 miliardo di dollari – è stato proprio il 2017. Non era mai successo prima. Neanche durante l’era della new economy. Ma anche se molti elementi sono comparabili all’era delle dot-com, «oggi, l’ecosistema dei VC appare molto più sano e guidato da dinamiche differenti» – ha detto John Gabbert, CEO e fondatore di PitchBook Data. «Compagnie più mature e con una solida base di clienti stanno attirando una larga fetta di finanziamenti. Nel frattempo, emergono anche società che puntano su VR e AR, loT, AI e Fintech che stanno generando ingenti investimenti. Ci saranno vincitori e vinti tra queste compagnie, ma le nuove tecnologie cambieranno davvero le regole del gioco sia per le industrie che per i consumatori». Insomma il solito ottimismo. Se non ci fosse ottimismo non ci sarebbero investimenti quindi è meglio per tutti. No? Invece, no. Perché se si riversa una grande fetta del risparmio in società già mature, è

più improbabile che si riescano a far crescere nuove startup. Paradossalmente, sembra quasi che i VC stiano diventando più prudenti. Anche perché, secondo l’autorevole Cambridge Associates, i fondi di venture capital rianimeranno la loro tradizionale passione per gli investimenti iniziali. Ovvero, per le startup meno conosciute e acerbe. Questo di solito paga di più perché gli investitori ricevono una quota di proprietà più grande e sono parte integrante del team di avvio. Secondo gli analisti, la maggior parte dei guadagni del settore dei venture capital dal 1994 è proprio riconducibile a scelte di investimento di questo tipo.

Il 30 dicembre del 2016, i venture capital americani cercavano di rassicurare i media – dalle pagine di TechCrunch –  proprio su questo punto. Secondo gli esperti, non ci sarebbero stati maggiori investimenti verso gli Unicorni rispetto a quelli su startup molto più giovani e meno conosciute. E invece, l’anno dei record di raccolta degli Unicorni è stato proprio quello successivo all’annuncio. Il mio pensiero è che dalla seconda metà del 2017 abbiamo vissuto una vera e propria euforia tradotta poi in mania su ICO e criptomonete. Basti pensare che nella metropolitana di Londra continuano a scorrere ininterrottamente pubblicità che invogliano all’investimento su Bitcoin, Ethereum, etc. E i soldi non sono infiniti. I VC dovranno competere con una tipologia di strumento sempre più aggressiva, veloce, poco costosa e sicuramente meno regolamentata. E quando le banche centrali smetteranno di stampare denaro o meglio ne ridurranno l’entità, l’esaltazione potrebbe poi precipitare in depressione. Se si evita l’esaltazione, la depressione non affiora. Quindi l’industria dei venture capital è in “bolla” (ma non nel senso di equilibrio). E lo è da anni. Ma tutto è in bolla…


L’industria dei #VentureCapital è in #bolla ma non in Italia dove il mercato non è mai cresciuto. Politica e finanza sembrano ancora alleati nel non volere l’innovazione @simeoneantonio1
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QUAL È LA SITUZIONE IN ITALIA?

Mi piace osservare le reazioni dei venture capital italiani quando si parla di bolla. Il 2017 sembra sia stato uno degli anni peggiori per l’industria dei VC. Le startup hanno disatteso di tanto le aspettative. Per i VC italiani semplicemente il mercato non è in “bolla” proprio per questo motivo. Perché non è mai cresciuto. Ultimamente, i VC italiani sembra si siano lamentati di un appoggio politico assente e hanno cercato l’aiuto soprattutto da parte delle istituzioni finanziarie tradizionali. A mio parere, non è così che si cambiano le cose. Perché un processo di questo tipo è poco snello e rallenta il cambiamento. Cambiamento che è necessario alle startup. Sembra quasi che in Italia si preferisca ancora sostenere la situazione attuale. E politica e finanza sembrano ancora alleati nel non volere l’innovazione. I numeri parlano chiaro. Sono la sintesi delle politiche di un Paese e lo specchio della situazione economica. Non sento neanche il bisogno di citarli i numeri tanto sono marginali.

COSA FARE?

Quello che mi piace di Londra e quello che mi fa restare in Level39 è la capacità di fare sistema. Si è trovato un connubio tra la finanza tradizionale e quella innovativa. Dove startup, venture capital, istituzioni finanziarie tradizionali e regolatori collaborano tutti insieme verso l’innovazione. E non è vero che all’estero si trovano più soldi. Invece è vero che sono più bravi a selezionare le startup e il team. Ho visto venture capital farsi aiutare da modelli quantitativi guidati dall’Intelligenza Artificiale, così come ho visto VC stare fino a notte fonda a parlare con membri di startup appena nate. Perché il VC – almeno per quello che ho sempre pensato – è una missione. Sia politica che finanziaria. Non mera speculazione. Lo stesso governo inglese appoggia le startup, evitando investimenti a pioggia, ma dando supporto logistico e diplomatico.

LA PROSSIMA ONDATA?

Secondo quanto riportato dal Financial Times “una grossa ondata di finanziamenti di VC è stata diretta verso il settore automobilistico con circa 220 milioni di dollari di investimenti annunciati per la prima settimana di gennaio da due gruppi distinti: Toyota Research Institute e AutoTech Venture. Mentre sta costantemente crescendo il numero di fondi che si sta specializzando nel settore automobilistico, è possibile delineare due approcci molto differenti. Una parte di questi investitori infatti si sta focalizzando sui servizi di trasporto a breve/medio termine, mentre un’altra parte sta scommettendo su visioni futuristiche di veicoli completamente automatici”.

Oggi, il mercato delle criptomonete è crollato. Dai massimi, in meno di un mese, il bitcoin ha perso quasi il 60 per cento. È la natura umana. Almeno così dicono. Esaltazione e depressione. La bolla dei tulipani? Non lo so. Per ora no. Ah. Dimenticavo. Il Financial Times con le automobili guidate dall’AI a bordo. Sì. Penso anche io che saranno il futuro. Lo pensano tutti. Ma ancora lontano. Troppo lontano per i VC nostrani.

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Cos’è Spotify Spotlight https://www.datamanager.it/2018/01/cose-spotify-spotlight/ Mon, 22 Jan 2018 19:30:50 +0000 http://www.datamanager.it/?p=139322 Otto compagnie hanno già stretto un accordo con la piattaforma musicale per trasmettere news e programmi radiofonici in esclusiva e in diretta. Adesso il client fa paura Tutto è nato come un semplice player musicale poi, piano piano, Spotify si è ampliato. Sono arrivati i podcast, le pubblicità audio e poi i video ads. L’ultimo […]

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Otto compagnie hanno già stretto un accordo con la piattaforma musicale per trasmettere news e programmi radiofonici in esclusiva e in diretta. Adesso il client fa paura

Tutto è nato come un semplice player musicale poi, piano piano, Spotify si è ampliato. Sono arrivati i podcast, le pubblicità audio e poi i video ads. L’ultimo passo, almeno per il momento, è mettere in difficoltà le radio e i canali all-news. Il progetto in via di definizione ha il nome di Spotlight, ed è focalizzato sul trasmettere notizie e programmi in diretta e in esclusiva, sia da ascoltare che da vedere. Il riferimento di uno degli otto studi con cui Spotify ha stretto accordi di produzione indica proprio la possibilità di creare piccole reti dedicate ai contenuti per la piattaforma.

Tra i partner dell’iniziativa ci sono BuzzFeed e Refinery29 e riguarderà, per ora, il solo mercato statunitense. Stando alle prime informazioni, ogni puntata sarà lunga in media dai quattro ai sette minuti, ma non è detto che in futuro non possa esser preso in considerazione un minutaggio maggiore.

Spostare gli investimenti

I nuovi contenuti potranno aiutare Spotify a intercettare parte degli oltre 18 miliardi di dollari spesi ogni anno in pubblicità dagli investitori sulle radio americane. Portare a casa anche una piccola fetta della cospicua torta sarebbe essenziale per la compagnia, che pur avendo scardinato le logiche del business musicale non è mai riuscita a capitalizzare somme rilevanti dai propri sforzi, a causa degli ingenti diritti dell’industria audiofila internazionale.

La base di utenti, pari a circa 70 milioni, potrà accedere a trasmissioni di pochi minuti incentrate su politica, sport e cronaca, come farebbe su una radio classica ma con il vantaggio di riprodurre tra una pausa e l’altra i brani preferiti, invece di sorbirsi a ripetizione le hit del momento. Secondo gli analisti, Spotify con Spotlight potrebbe dare nuovo slancio ai podcast, resi famosi da iTunes e poi finiti in un angolo della fruizione verticale, solo per gli appassionati. Il nuovo servizio di news negli USA è già attivo e  potrebbe arrivare presto anche altrove, almeno stando ai piani della multinazionale.

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Street View di Google sa esattamente per chi voterai https://www.datamanager.it/2018/01/street-view-google-sa-esattamente-voterai/ Wed, 03 Jan 2018 16:30:27 +0000 http://www.datamanager.it/?p=138281 Le foto scattate da Street View consentono di ottenere dati sulle preferenze politiche di aree di popolazione molto ristrette Street View è riuscito nell’impresa di mappare praticamente ogni luogo al mondo permettendo agli utenti di viaggiare cliccando semplicemente sul mouse o lo schermo dello smartphone. Il servizio di Google offre però anche un’opportunità prima inesplorata […]

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Le foto scattate da Street View consentono di ottenere dati sulle preferenze politiche di aree di popolazione molto ristrette

Street View è riuscito nell’impresa di mappare praticamente ogni luogo al mondo permettendo agli utenti di viaggiare cliccando semplicemente sul mouse o lo schermo dello smartphone. Il servizio di Google offre però anche un’opportunità prima inesplorata e del tutto inedita nel campo delle scienze sociali. Un gruppo di ricercatori di Stanford ha infatti scoperto che attraverso un’analisi comparata delle immagini di Street View è possibile ottenere previsioni piuttosto accurate sugli orientamenti politici insieme a diversi parametri demografici.

Lo studio è stato condotto dalla dottoranda di ricerca Timnit Gebru, che insieme al suo team ha sottoposto ad una intelligenza artificiale oltre 50 milioni di immagini e dati legati a specifici luoghi offerti da Street View. In particolare i ricercatori si sono concentrati su quali modelli di auto sono parcheggiati in zone specifiche di 200 città americane grazie al supporto offerto dall’azienda Mechanical Turk. Le informazioni sono state poi incrociate con i registri di voto e i sondaggi sui censimenti negli Stati Uniti. Conoscendo il modello dell’auto è stato possibile profilarne il possessore per ottenere un quadro delle tendenze politiche non solo a livello di codice di avviamento postale ma anche per aree abitative ristrette in cui risiedono in media un migliaio di abitanti.

Dall’analisi è emerso che 22 milioni di veicoli di 2.600 categorie, pari all’8% di tutti i veicoli circolanti negli USA, si trovano all’interno di 3mila CAP e 39mila distretti elettorali. Ciò ha permesso di ottenere informazioni sul reddito degli abitanti, etnia, livello di istruzione e quindi anche sulle preferenze politiche. I ricercatori ritengono che nell’era delle fake news e della propaganda illecita questo nuovo strumento potrebbe rivelarsi efficace per effettuare previsioni periodiche statistiche a livello nazionale.

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Zuckerberg parla già da politico https://www.datamanager.it/2017/02/zuckerberg-parla-gia-politico/ Mon, 20 Feb 2017 19:00:39 +0000 http://www.datamanager.it/?p=119582 Sono oramai tanti gli indizi che spingono verso un futuro da presidente per il giovane imprenditore USA Un destino segnato, che porta sino a Washington. Nonostante Mark Zuckerberg non voglia ammetterlo, la piazza di Facebook comincia ad essere un po’ limitante. Un ragazzo del genere che ha tra le mani uno dei più grandi imperi […]

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Sono oramai tanti gli indizi che spingono verso un futuro da presidente per il giovane imprenditore USA

Un destino segnato, che porta sino a Washington. Nonostante Mark Zuckerberg non voglia ammetterlo, la piazza di Facebook comincia ad essere un po’ limitante. Un ragazzo del genere che ha tra le mani uno dei più grandi imperi digitali, ha obiettivi ben più grandi, che valicano i soli numeri di mercato. Se a inizio gennaio con un post aveva annunciato il suo tour negli USA, ora Zuckerberg si spinge oltre, mettendo per iscritto una sorta di programma civile, nel quale Facebook gioca il decisivo ruolo di collante sociale, finalizzato a costruire comunità locali e non solo virtuali.

Di cosa si tratta

In una lunga lettera aperta, l’imprenditore spiega per la prima volta che la rete da lui creata ha assunto dimensioni tali da rappresentare sia una piattaforma di fruizione dell’informazione che di creazione, con un’evidente responsabilità circa quello che viene condiviso. Tra le righe (nemmeno troppo) si può leggere la volontà di bloccare le fake news e il clickbait, che troppo spesso spinge a visitare siti partendo da un titolo sensazionalistico, che non esplica nel testo quanto promesso. Insomma, è il momento di riprendere in mano le redini di una creatura che ha superato ogni limite, diventando un ecosistema indipendente all’interno del contenitore internet. Cosa c’entra questo con la politica? Sappiamo quanto il social network sia in grado di influenzare le opinioni delle persone, spingendole persino a votare preferenze che non avrebbero considerato al di fuori della piazza.

Progressismo sociale

Il programma diffuso qualche giorno fa può essere considerato il primo passo verso l’accettazione del sito (e relative app) come di uno strumento di produzione culturale vero e proprio che si pone come modello organizzativo concreto e non solo un passatempo digitale. Un paio di partiti “classici” stanno provando a utilizzare le dinamiche del web per coinvolgere meglio gli elettori, soprattutto i più giovani, ma il risultato si traduce comunque in spazi divulgativi popolati solo dai sostenitori di questa o quella fazione e poco aperti alle idee di tutti. Facebook non presenta limiti, almeno nella sua struttura principale, e l’ideologia alla base dello “Zuckerberg-pensiero” (web aperto e accessibile, no digital divide, progressismo sociale) potrebbe essere la spinta decisiva verso una rivoluzione globale.

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Eye Pyramid: ecco come infettava i computer di stato https://www.datamanager.it/2017/01/eye-pyramid-infettava-computer/ Wed, 11 Jan 2017 09:39:25 +0000 http://www.datamanager.it/?p=116915 Emergono i dettagli dell’operazione che permetteva a Giulio Occhionero e alla sorella di intercettare centinaia di esponenti politici e imprenditori Tiene banco da un paio di giorni l’operazione coordinata dal Centro Nazionale Anticrimine Informatico per la Protezione delle Infrastrutture Critiche (CNAIPIC) e dal Servizio Polizia Postale e delle Comunicazioni che ha permesso di scovare una fitta campagna […]

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Emergono i dettagli dell’operazione che permetteva a Giulio Occhionero e alla sorella di intercettare centinaia di esponenti politici e imprenditori

Tiene banco da un paio di giorni l’operazione coordinata dal Centro Nazionale Anticrimine Informatico per la Protezione delle Infrastrutture Critiche (CNAIPIC) e dal Servizio Polizia Postale e delle Comunicazioni che ha permesso di scovare una fitta campagna di spear phishing indirizzata a nomi di spicco della politica e dell’imprenditoria italiana. La storia è questa: Giulio Occhionero, ingegnere nucleare e non conosciuto nel mondo dell’hackeraggio, assieme alla sorella, aveva sviluppato un malware in grado di eludere i più comuni sistemi di sicurezza, con l’intento di intrufolarsi nei computer degli obiettivi e rubarne le informazioni sensibili.

Come ci riusciva

E’ stato possibile individuare la tecnica dello spear phishing (concettualmente più avanzato del classico phishing) e risalire agli archivi conservati su server hostati negli USA, grazie a una segnalazione inviata da un funzionario dell’Enav a un’agenzia di sicurezza, dopo la ricezione di una email fasulla, che ha messo in moto il CNAIPIC. Era solo la punta dell’iceberg, anzi della “piramide”, che nei piani inferiori ha svelato l’azione indisturbata del malware conosciuto come Eye Pyramid, le cui prime tracce risalgono al 2008 e che, nel corso degli anni, pare aver colpito centinaia di esponenti politici nostrani e imprenditori. Tra le caselle di posta interessate ci sarebbero infatti domini istituzionali come camera.it, esteri.it e giustizia.it ma anche collaboratori del cardinale Gianfranco Ravasi, dal 2007 presidente del Pontificio Consiglio della cultura, della Pontifica Commissione di archeologia sacra e del consiglio di coordinamento tra accademie pontificie.

A cosa serviva

Non è ben chiaro l’intento di Occhionero e della sorella, che al momento sono trattenuti in carcere e sottoposti a vari interrogatori. Sembra però che non vi siano grossi legami con gruppi di hacker internazionali ma che Eye Pyramid sia frutto di un “gioco” personale, probabilmente finalizzato a ottenere vantaggi competitivi a livello professionale, tramite legami con aziende e compagnie gestite dai politici. Siamo ovviamente nel campo delle ipotesi, almeno fin quando la polizia non farà maggiore chiarezza sull’accaduto.

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Mark Zuckerberg futuro politico, primo passo un tour degli USA https://www.datamanager.it/2017/01/mark-zuckerberg-futuro-politico-primo-passo-un-tour-degli-usa/ Thu, 05 Jan 2017 11:00:33 +0000 http://www.datamanager.it/?p=116735 Il CEO di Facebook Mark Zuckerberg ha annunciato che visiterà tutti gli Stati Uniti. Alcuni ritengono sia il preludio di una carriera politica Non si può negare che Facebook abbia un peso non indifferente a livello globale e in molti aspetti della società. Il social network ha influenzato l’approccio al mondo digitale di un terzo […]

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Il CEO di Facebook Mark Zuckerberg ha annunciato che visiterà tutti gli Stati Uniti. Alcuni ritengono sia il preludio di una carriera politica

Non si può negare che Facebook abbia un peso non indifferente a livello globale e in molti aspetti della società. Il social network ha influenzato l’approccio al mondo digitale di un terzo della popolazione mondiale, smuove miliardi di dollari di capitali ed ha persino un effetto sulle campagne elettorali non solo negli USA. La piattaforma è stata ad esempio accusata di aver avuto un’influenza diretta sulla corsa alla Casa Bianca di Donald Trump e ha aperto un dibattito in molti Paesi sul peso delle notizie condivise online sull’opinione pubblica. In passato si è molto parlato di una discesa in politica del suo CEO Mark Zuckerberg e ora sembra proprio che questo momento sia arrivato.

Tramite il proprio profilo ufficiale il co-fondatore del social network, che ha condiviso i passi avanti nella creazione di un assistente domestico, ha annunciato di voler visitare tutti i 50 stati degli USA entro la fine del 2017. “Dopo un anno tumultuoso, la mia speranza per questa sfida è di poter parlare con quanta più gente possibile riguardo alla loro vita, al lavoro e alla loro idea del futuro”, ha scritto Mark Zuckerberg. Con questo tour l’AD di Facebook vorrebbe incontrare insieme alla moglie Priscilla Chan non solo i dipendenti delle varie sedi della sua azienda ma anche insegnanti, scienziati e ricercatori universitari. In molti ritengono che questo viaggio segni l’inizio della sua carriera politica. Altre conferme arrivano dal fatto che Mark Zuckerberg ha rivisto la sua posizione in merito a Trump e che a Natale ha confessato ufficialmente di essersi avvicinato alla religione ebraica quando fino ad oggi si era sempre definito ateo. Nella storia degli USA non c’è infatti mai stato un presidente ateo.

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Data revolution, 40 anni di innovazione in Italia https://www.datamanager.it/2016/05/data-revolution-40-anni-innovazione-italia/ Thu, 19 May 2016 12:24:11 +0000 http://www.datamanager.it/?p=101617 La sfida del cambiamento tra identità, resilienza e trasformazione Nel 1976, l’Italia agricola sotto la spinta della ricostruzione e del boom economico entra nel G7. Oggi, a 40 anni di distanza, un anno dopo l’Expo di Milano, chi siamo e dove stiamo andando? Dal mainframe all’informatica distribuita, dalle architetture fisiche a quelle virtualizzate, passando per […]

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La sfida del cambiamento tra identità, resilienza e trasformazione

Nel 1976, l’Italia agricola sotto la spinta della ricostruzione e del boom economico entra nel G7. Oggi, a 40 anni di distanza, un anno dopo l’Expo di Milano, chi siamo e dove stiamo andando? Dal mainframe all’informatica distribuita, dalle architetture fisiche a quelle virtualizzate, passando per il cognitive computing e l’intelligenza artificiale, la tecnologia ci dimostra di non essere neutra e ci troviamo a fare i conti con una complessità che mette insieme le variabili del lavoro, dell’energia, dell’ambiente e dell’informazione, in una nuova equazione difficile da risolvere. Siamo alle soglie di una nuova rivoluzione industriale e dobbiamo esercitare la virtù della resilienza. Resistere. Resistere. Ma non tutte le resistenze sono positive. Lo sanno bene le nostre imprese migliori, ma non lo sa ancora il Paese. La sfida più grande è costruire il domani, per usare il titolo dell’ultimo libro di Stefano Quintarelli, tra i pionieri del digitale in Italia. Per Quintarelli, che a sua volta cita William Gibson, forse il futuro è già qui, ma è solo distribuito male. «E questa differenza di passo, fa sì che in tutti i settori dell’economia, e in tutto il mondo, si stiano realizzando trasformazioni che da un lato creano grandi opportunità di benessere e di miglioramento della qualità della vita, dall’altro presentano nuove prove per la società umana. E la più importante disomogeneità sta nella differenza di passo tra lo sviluppo delle attività economiche e la lentezza delle istituzioni a comprendere e a creare un’adeguata risposta normativa che permetta di sfruttare la nuova “dimensione immateriale” a favore di tutta la società».


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40 anni sono tanti o pochi?

Se dovessimo seguire il ritmo con cui si è evoluta la tecnologia, le auto viaggerebbero alla velocità della luce. Lavoriamo a distanza, siamo collegati con persone e cose, prendiamo decisioni, spostiamo capitali da una parte all’altra del Pianeta alla velocità di un click. Nel 2020, un chip sarà piccolo quasi quanto un neurone umano e la sua potenza supererà quella di un miliardo di transistor. I robot saranno dotati di empatia e porteremo nel taschino tutta la conoscenza del mondo. Saremo in contatto con persone e cose. La rivoluzione dei dati abiliterà nuovi modelli di business, cambierà il modo di vendere, acquistare e prestare denaro, con un impatto sulla sicurezza, la finanza e la privacy come la intendiamo oggi. Tutto questo però basterà per trasferire questo patrimonio di conoscenza dal taschino al cervello? E forse, sarà sempre più difficile, isolarsi, perdersi o soltanto dimenticare. Con l’attuale livello di crescita mondiale e di costo del denaro, per la prima volta nella storia siamo davanti a una nuova opportunità per il capitalismo di resistere a se stesso: quella di scegliere non la via più utile per il guadagno, ma la più vantaggiosa per lo sviluppo. Le nuove parole del business e della tecnologia saranno collaborazione, cultura, sinergia. Riscoprendo la grande lezione del paradigma olivettiano di una possibile nuova alleanza per lo sviluppo sostenibile tra società e impresa.

Che cosa è l’innovazione?

Il benessere economico dipende da tutti, nessuno escluso. I potenti algoritmi di ricerca confermano una verità, antica come il mondo: “Sapere è potere”. La conoscenza è il nuovo campo di battaglia. L’ICT libera le forze, espande lo spazio, comprime il tempo, ma logora le gerarchie, accorcia la catena della produzione e rende obsoleta l’intermediazione. La trasformazione è in atto e può diventare distruzione o cambiamento. L’innovazione ci porta a capire cose importanti di noi stessi e del mondo. Nessuno squilibrio può resistere per sempre. Non è una lezione di filosofia morale, ma di fisica. L’economia digitale per funzionare ed essere sostenibile ci chiede in cambio rispetto delle regole e trasparenza.

La tecnologia è empowerment

C’è l’innovazione di “moda” e c’è l’innovazione che rilancia il saper fare delle imprese da Nord a Sud. C’è l’innovazione che non ti aspetti, silenziosa e normale, che fa funzionare meglio le imprese, rendendole più competitive e capaci di reagire ai cambiamenti del mercato. Il racconto mainstream è quello di un Paese con forti ritardi, con un livello di spesa e di corruzione fuori controllo, un PIL con il freno tirato. Ma c’è anche un Paese che continua a resistere. E forse è questa la definizione più tecnopratica di innovazione. Siamo sempre stati innovativi, ma non per meriti particolari, per necessità, per sopravvivenza. In Italia, crescono 500 startup all’anno con un decimo degli investimenti. Secondo i dati della Commissione europea, gli investimenti pubblici in ricerca e sviluppo sono lo 0,54% del PIL (0,75 della media europea) e quelli privati sono lo 0,67 del PIL (0,52 della media europea). Questo divario dura da più di 30 anni. Eppure, ce la possiamo fare. Perché l’Italia può ancora disegnare un nuovo percorso. Perché l’Italia ha un patrimonio artistico e di intelligenza unici al mondo. Perché se abbiamo perso il treno della componentistica, siamo ancora forti sulla service integration. Perché le nostre università formano i cervelli che fanno crescere il PIL del mondo. Perché l’Italia resta ancora il secondo Paese manifatturiero in Europa e il quinto al mondo. E perché, le imprese italiane che competono nel mondo – pur facendo i conti ogni giorno con la burocrazia insensata, i costi energetici più alti d’Europa, la legislazione pasticciata e l’illegalità diffusa – sono imprese competitive al cubo.


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Raccontare l’ICT in Italia

La nascita di Data Manager coincide con l’era della microelettronica, del processore Intel 4004 e del personal computer. Data Manager ha raccontato l’innovazione e lo sviluppo delle imprese. Già il nome scelto precorre i tempi e attraversa tutte le tappe dell’informatica, mettendo al centro i dati e le persone. Esce per la prima volta come supplemento di Tempo Economico, quando Steve Jobs e Steve Wozniak nel 1976 avevano già costruito nel loro garage l’Apple I. Nel primo numero, si parla di evoluzione del data center integrato (un titolo che andrebbe bene ancora oggi), di elaborazione decentrata e di business continuity nelle banche. In quello stesso anno, Felice Gimondi vince il Giro d’Italia e la Corte di Cassazione condanna il film Ultimo tango a Parigi di Bernardo Bertolucci. Il governo approva l’aumento delle tasse e il blocco della scala mobile. Dalla fiera di Hannover, Olivetti presenta il “personal minicomputer” P6060. Debutta anche il sistema di scrittura TES 501 e si festeggiano i dieci anni della mitica Perottina. E i CIO si chiamano ancora “capi centro EDP”. James Goodnight fonda SAS in North Carolina e la FIAT annuncia che la Libia del colonnello Gheddafi entrerà nel capitale della casa torinese. Olivetti, dalla fiera di Hannover, presenta il “personal minicomputer” P6060. Sulla pubblicità dei supporti magnetici “Scotch” 3M dichiara che tutte le consociate del gruppo in Europa e Medio Oriente vengono rifornite dal modernissimo stabilimento di Caserta. In Italia, il governo approva l’aumento delle tasse, il blocco della scala mobile. L’inaugurazione della stagione alla Scala viene duramente contestata con lancio di uova marce contro il pubblico e di molotov contro la polizia. Sono le prime avvisaglie del Movimento del ‘77. Il lavoro diventa terreno di scontro.

Come creare lavoro

Nel 2020, i lavori manuali saranno assorbiti dalle macchine. I cosidetti Neet (non scolarizzati 30%), avranno il diritto di consumare, non di produrre. Non faremo la fine dei cavalli (forse), ma il lavoro e il tempo libero cambieranno radicalmente. Il compito della politica è di creare le condizioni del cambiamento. Alla politica invece si chiede quello che non può fare e cioè creare ricchezza. Bisogna concentrarsi sui motori veri dello sviluppo. Sono le imprese che producono ricchezza. La politica non può distribuire ciò che non si produce, spostando il peso del debito sulle generazioni future. Le statistiche dimostrano che l’occupazione è più alta dove i livelli di innovazione sono più elevati. Un uomo chiave Microsoft dice: «Le abilità valgono più delle credenziali accademiche». Nell’ambiente di Google si parla di “scoiattoli viola”: un paradigma di animali rarissimi che si applica al tipo di ingegneri eccellenti e moderni ai quali il lavoro non manca. Sono specialisti in: cybersicurezza, robotica, tecnologia dell’informazione, software, app mobili, griglie smart, cloud, big data.


#siamoforty. Abbiamo gli strumenti. Che cosa ci impedisce di cambiare veramente?
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Alla ricerca di un nuovo modello

Quando si possono trovare le stesse risorse, la stessa tecnologia, gli stessi prodotti e servizi a Berlino e a Singapore, a New York e a New Delhi – allora – è il momento di chiedersi che cosa ci rende davvero speciali e diversi dagli altri. Su cosa si basa il vantaggio competitivo delle nostre organizzazioni. Non possiamo solo copiare il modello della Silicon Valley tra le cascine del Parco agricolo a sud di Milano. Perché significherebbe costruire il futuro guardando al passato. R-innovare significa essere il cambiamento, reinventando regole e ricette. Nulla costa caro più della rigidità e della mancanza di fantasia. Per essere competitivi non basta lavorare di più e più velocemente se si fanno gli stessi errori al doppio della velocità. La parola competizione significa alla lettera “cercare insieme”. Il verbo decidere porta con sé il significato di “tagliare”. Decidere senza tagliare e competere restando da soli è il modo migliore per perdere la sfida. L’ICT non può essere soltanto una cassetta degli attrezzi, ma deve diventare un modo per fare le scelte giuste. Conosciamo la strada. Abbiamo gli strumenti. Che cosa ci impedisce di cambiare veramente?

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Nuovi arsenali e vecchi arnesi https://www.datamanager.it/2015/12/nuovi-arsenali-e-vecchi-arnesi/ Wed, 16 Dec 2015 14:18:39 +0000 http://www.datamanager.it/?p=91169 L’editoriale dell’ultimo numero dell’anno è un’impresa tutta in salita. Scalare la pagina, con il bagaglio di eventi e fatti che ci portiamo sulle spalle, ci lascia senza fiato. Perché troppe domande restano senza risposta. Perché la paura, l’emergenza e lo scontro guidano le scelte. Perché la velocità senza valore non serve a niente. Perché non […]

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AUGURI2015_Layout 2

L’editoriale dell’ultimo numero dell’anno è un’impresa tutta in salita. Scalare la pagina, con il bagaglio di eventi e fatti che ci portiamo sulle spalle, ci lascia senza fiato. Perché troppe domande restano senza risposta. Perché la paura, l’emergenza e lo scontro guidano le scelte. Perché la velocità senza valore non serve a niente. Perché non basta dire di essere leader in qualcosa, ma bisogna provarlo o quantomeno lasciare che siano gli altri a dirlo. Perché fare bene il nostro mestiere è l’unica regola. Perché l’errore più comune è pensare di dare lezioni.

La tecnica è al servizio dei nostri obiettivi, è uno strumento, ma non è mai neutra. Negli ultimi venti anni, abbiamo disarticolato l’organizzazione del potere politico. Abbiamo disarticolato l’organizzazione del mercato e dei meccanismi di controllo. Abbiamo disarticolato il potere finanziario, perché la finanza ormai si sottrae alla responsabilità dei suoi investimenti. Ma è nel mondo dell’impresa che potere e sapere si combinano. È nell’impresa che la storia dei nostri desideri diventa la storia delle nostre cose, delle trasformazioni che rendono il mondo migliore o di quelle che lo rendono peggiore. Ed è dal mondo delle imprese più innovative – quelle con cui siamo in contatto ogni giorno e di cui vi raccontiamo storie e successi – che vorremmo che arrivasse un segnale forte. Occorre modificare i KPI di sistema, mettendo la giustizia al posto del guadagno, il diritto al posto dell’interesse, lo sviluppo al posto della crescita.


#Coraggioitalia Nuovi #algoritmi per lo sviluppo e #KPI per la politica
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Un algoritmo è un procedimento che risolve un determinato problema attraverso una serie di procedure elementari. Per la fiducia, l’unico algoritmo che funziona è mantenere le promesse. Per la crescita è il lavoro. L’innovazione a costo zero e senza conseguenze è un mito perché l’innovazione trasforma e distrugge. Le politiche per l’innovazione, la cultura aziendale, gli investimenti e un approccio aperto rappresentano gli anticorpi per reagire agli effetti fuori controllo della trasformazione tecnologica. Per la prima volta, come è emerso dalla Tavola Rotonda di Data Manager e UniCredit su Business e Innovazione, l’IT non è più un imbuto con cui le funzioni di business devono fare i conti. Per la prima volta, siamo come in una macchina da rally. Ma chi è il navigatore? Chi è il pilota?

L’innovazione sta alla buona progettazione come la politica sta alla buona amministrazione. La crescita non è solo l’indice dei profitti: è la capacità di distribuire ricchezza, di far crescere le persone, la cultura, i servizi.

ll futuro prossimo? Più controllo e meno sicurezza. La privacy è un’illusione e sarebbe meglio se si discutesse di discrezionalità dell’accesso ai dati. La formula universale contro l’incertezza? Leggere, scrivere e far di conto.


#Coraggioitalia Le luci in fondo al tunnel sono quelle di #Natale ?
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Ci hanno insegnato che ad alti livelli di guadagno corrispondono alti livelli di rischio e viceversa. Con la globalizzazione dei mercati e dei capitali, abbiamo imparato che il classico trade-off non esiste più. Oggi, puoi rischiare moltissimo e non guadagnare nulla. E tutto quello che è successo nella finanza, si sta ripetendo nella sicurezza. Per rispondere all’urgenza e all’emergenza del momento, possiamo anche decidere di restringere le libertà, ma questo non inciderà sul livello di security. Il rischio resterà alto. L’arsenale è fatto di hardware e software, ma le uniche armi non convenzionali restano la conoscenza e la memoria.

Le luci in fondo al tunnel sono quelle di Natale. Meno otto punti di PIL dal 2008, ma abbiamo agganciato la ripresa, nella carrozza di coda. Meglio che restare a piedi. La spending review finora è stata solo uno slogan. Mio padre mi ha insegnato che per potare la vite non basta la forza, ma serve uno sforzo di ragionamento per capire in anticipo gli effetti sulla crescita e la produzione. Bene, il super ammortamento per le imprese e il credito di imposta per le imprese che investono al Sud. Ma i numeri sono quello che sono. E si sa, i numeri sotto tortura – prima o poi – confessano ogni cosa.

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