Nuovi arsenali e vecchi arnesi

innovazione

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L’editoriale dell’ultimo numero dell’anno è un’impresa tutta in salita. Scalare la pagina, con il bagaglio di eventi e fatti che ci portiamo sulle spalle, ci lascia senza fiato. Perché troppe domande restano senza risposta. Perché la paura, l’emergenza e lo scontro guidano le scelte. Perché la velocità senza valore non serve a niente. Perché non basta dire di essere leader in qualcosa, ma bisogna provarlo o quantomeno lasciare che siano gli altri a dirlo. Perché fare bene il nostro mestiere è l’unica regola. Perché l’errore più comune è pensare di dare lezioni.

La tecnica è al servizio dei nostri obiettivi, è uno strumento, ma non è mai neutra. Negli ultimi venti anni, abbiamo disarticolato l’organizzazione del potere politico. Abbiamo disarticolato l’organizzazione del mercato e dei meccanismi di controllo. Abbiamo disarticolato il potere finanziario, perché la finanza ormai si sottrae alla responsabilità dei suoi investimenti. Ma è nel mondo dell’impresa che potere e sapere si combinano. È nell’impresa che la storia dei nostri desideri diventa la storia delle nostre cose, delle trasformazioni che rendono il mondo migliore o di quelle che lo rendono peggiore. Ed è dal mondo delle imprese più innovative – quelle con cui siamo in contatto ogni giorno e di cui vi raccontiamo storie e successi – che vorremmo che arrivasse un segnale forte. Occorre modificare i KPI di sistema, mettendo la giustizia al posto del guadagno, il diritto al posto dell’interesse, lo sviluppo al posto della crescita.

Un algoritmo è un procedimento che risolve un determinato problema attraverso una serie di procedure elementari. Per la fiducia, l’unico algoritmo che funziona è mantenere le promesse. Per la crescita è il lavoro. L’innovazione a costo zero e senza conseguenze è un mito perché l’innovazione trasforma e distrugge. Le politiche per l’innovazione, la cultura aziendale, gli investimenti e un approccio aperto rappresentano gli anticorpi per reagire agli effetti fuori controllo della trasformazione tecnologica. Per la prima volta, come è emerso dalla Tavola Rotonda di Data Manager e UniCredit su Business e Innovazione, l’IT non è più un imbuto con cui le funzioni di business devono fare i conti. Per la prima volta, siamo come in una macchina da rally. Ma chi è il navigatore? Chi è il pilota?

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L’innovazione sta alla buona progettazione come la politica sta alla buona amministrazione. La crescita non è solo l’indice dei profitti: è la capacità di distribuire ricchezza, di far crescere le persone, la cultura, i servizi.

ll futuro prossimo? Più controllo e meno sicurezza. La privacy è un’illusione e sarebbe meglio se si discutesse di discrezionalità dell’accesso ai dati. La formula universale contro l’incertezza? Leggere, scrivere e far di conto.

Ci hanno insegnato che ad alti livelli di guadagno corrispondono alti livelli di rischio e viceversa. Con la globalizzazione dei mercati e dei capitali, abbiamo imparato che il classico trade-off non esiste più. Oggi, puoi rischiare moltissimo e non guadagnare nulla. E tutto quello che è successo nella finanza, si sta ripetendo nella sicurezza. Per rispondere all’urgenza e all’emergenza del momento, possiamo anche decidere di restringere le libertà, ma questo non inciderà sul livello di security. Il rischio resterà alto. L’arsenale è fatto di hardware e software, ma le uniche armi non convenzionali restano la conoscenza e la memoria.

Le luci in fondo al tunnel sono quelle di Natale. Meno otto punti di PIL dal 2008, ma abbiamo agganciato la ripresa, nella carrozza di coda. Meglio che restare a piedi. La spending review finora è stata solo uno slogan. Mio padre mi ha insegnato che per potare la vite non basta la forza, ma serve uno sforzo di ragionamento per capire in anticipo gli effetti sulla crescita e la produzione. Bene, il super ammortamento per le imprese e il credito di imposta per le imprese che investono al Sud. Ma i numeri sono quello che sono. E si sa, i numeri sotto tortura – prima o poi – confessano ogni cosa.