rivistaaprile2021 – Data Manager Online https://www.datamanager.it Il portale dell'ICT professionale Wed, 10 Nov 2021 14:32:07 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=5.8.13 https://www.datamanager.it/wp-content/uploads/2020/04/dmo-favicon3.png rivistaaprile2021 – Data Manager Online https://www.datamanager.it 32 32 FINIX Technology Solutions, hub di trasformazione https://www.datamanager.it/2021/04/finix-technology-solutions-hub-di-trasformazione/ Thu, 15 Apr 2021 08:41:30 +0000 https://www.datamanager.it/?p=208805 Allineata ai principi della open innovation e dopo aver raccolto il testimone del brand Fujitsu Italia, FINIX Technology Solutions fa leva su un inedito mix di competenze infrastrutturali e applicazioni AI, cyber security e Industry 4.0 per attuare la sua missione di catalizzatore dell’innovazione La presenza dell’informatica targata Fujitsu in Italia vanta una storia lunga […]

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Allineata ai principi della open innovation e dopo aver raccolto il testimone del brand Fujitsu Italia, FINIX Technology Solutions fa leva su un inedito mix di competenze infrastrutturali e applicazioni AI, cyber security e Industry 4.0 per attuare la sua missione di catalizzatore dell’innovazione

La presenza dell’informatica targata Fujitsu in Italia vanta una storia lunga e diversificata, che prosegue oggi in una veste inedita nel panorama nazionale delle società di tecnologia e system integration. Una veste allineata ai principi della open innovation, nell’ottica di una trasformazione digitale che si potrebbe definire collaborativa. Questa realtà si chiama FINIX Technology Solutions, mantiene geograficamente le due sedi a Milano e Roma che fino al 2019 contraddistinguevano la filiale italiana del colosso nipponico, e nonostante i significativi cambiamenti rispetto al passato custodisce e preserva un know-how e una pratica di ingegnerizzazione che negli ultimi vent’anni, al di là dell’origine giapponese e prima ancora nippo-germanica delle tecnologie, hanno sempre mostrato un’impronta tipicamente italiana. Tra le tante novità di FINIX, c’è quella di Danilo Rivalta, nominato CEO poco più di dodici mesi fa, portando in dote una solida e pluriennale esperienza in aziende come BMC, Diebold e Bassilichi. Rivalta esordisce evidenziando il punto di discontinuità che il suo ruolo rappresenta rispetto al proprio background personale. «Nella mia vita professionale mi sono sempre occupato di software e servizi. In apparenza, questa poteva sembrare un’avventura molto diversa, ma è così solo in parte. Quando nel settembre del 2019 FINIX ha ereditato da Fujitsu la titolarità in Italia del suo catalogo di soluzioni in ambito client, server e storage, era chiaro che questi prodotti, pur eccellenti, non potevano bastare per una azienda che aveva obiettivi più alti nell’ambito della digital transformation». Su una base di partenza molto connotata in senso hardware, gli azionisti di FINIX hanno delineato per l’azienda una strategia di “innovative managed service provider”.

«La nostra missione – spiega Rivalta – è una nuova idea di servizio intesa come diversa modalità di integrazione di soluzioni nel mondo dell’artificial intelligence, dell’Internet of Things e della cyber security». Nel 2019 – come racconta Rivalta – la rinuncia da parte di Fujitsu a una presenza diretta in diverse aree della regione europea apre una situazione di incertezza, positivamente conclusasi con la creazione del brand FINIX Technology Solutions e l’intervento di un investitore, MARPERGER Group, che in un certo senso riporta agli assetti della prima alleanza tra Fujitsu e Siemens, che aveva caratterizzato dieci anni di storia dell’azienda in Italia. MARPERGER è la holding finanziaria di una famiglia ceco-tedesca che ha il suo quartier generale in Boemia. «Sono giovani e ci seguono molto dal punto di vista tecnologico» – spiega Rivalta. «Perché se la loro vocazione è finanziaria, ciò che li caratterizza è la passione, e hanno capito che il nostro è un mercato che ha voglia di digitalizzazione».

Giovanni Landi portfolio director di FINIX Technology Solutions

IL NUOVO CHE ACCADE

Entrato in FINIX con il giusto commitment per una ripartenza densa di aspettative, Rivalta e il suo staff si ritrovano dopo pochi giorni in pieno lockdown anti-covid. Durante questo periodo, il management dell’azienda non ha mai smesso di ragionare sull’immediato futuro, conscio delle sfide che tutti gli operatori del settore hi-tech dovranno affrontare. «Non possiamo perdere un’opportunità come il Recovery Fund» – avverte Rivalta. «Ci sarà tanto da investire in un periodo che si presume abbastanza breve, diciamo fino a tre anni. Questo presuppone che tutti si impegnino nell’execution, nel far accadere le cose». I riferimenti di FINIX sul mercato si possono raggruppare in tre macroaree. La PA centrale, la cui forte capacità di spesa in digitalizzazione dovrebbe favorire un player come FINIX, storicamente legato a questo comparto. Poi la grande industria, che continuerà come ha sempre fatto a investire in tecnologia lungo la strada di trasformazione tracciata in questi anni. «Ma l’ambito forse più importante e certamente il più sfidante – aggiunge il CEO di FINIX Technology Solutions – sarà quello delle piccole e medie imprese e della pubblica amministrazione locale. A livello di Sistema Paese, in tutto ciò che è piccolo su scala dimensionale, scontiamo ritardi dovuti sia alla sottovalutazione dell’importanza dell’innovazione tecnologica sia alle dinamiche di un passaggio generazionale che ha rallentato lo sviluppo del digitale. Per questo, dobbiamo essere capaci di raggiungerli tutti, spiegare loro perché è utile investire in tecnologia e soprattutto aiutarli a fare, a sperimentare i vantaggi dell’innovazione».

Come vedremo, questa funzione di hub, di incubatore di soluzioni innovative e pratiche, al tempo stesso, è forse l’elemento più interessante e differenziante di FINIX, un tratto molto particolare del suo modello di crescita economica oltre che tecnologica. Il fondamento dell’offerta FINIX – come spiega Rivalta – riguarda l’infrastruttura tecnologica, fulcro naturale dei prodotti del brand Fujitsu, dai notebook ai grandi sistemi di storage. «Alle PMI, così come ai grandi clienti a cui vogliamo rivolgerci, dovremo spiegare che cosa vuol dire utilizzare le applicazioni in cloud, quali sono le differenze tra cloud privati e pubblici, l’innovazione portata dalle applicazioni come l’intelligenza artificiale, l’importanza della cyber security». Un lavoro di formazione e informazione che deve partire da piccoli, semplici esempi in grado di evidenziare il vantaggio di una infrastruttura digitale e delle applicazioni pensate per questa infrastruttura. «È un cambiamento che ci ha coinvolto direttamente» – sottolinea Rivalta. «All’inizio del lockdown, anche noi abbiamo attivato una estesa modalità di smart working. In seguito abbiamo deciso di rinunciare agli storici uffici di Milano e Roma, optando per soluzioni di co-working in spazi condivisi avanzati, come WeWork a Milano». Anche le modalità di intervento di FINIX non sono più quelle di un passato vissuto nella comfort zone di una grande multinazionale, impostata su criteri tipici di una realtà complessa e gerarchica.


#Coverstory @FINIXTS polo di tecnologie e pratiche innovative. La riscoperta dell’idea di servizio
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LA RISCOPERTA DELL’IDEA DI SERVIZIO

FINIX – come spiega il suo CEO – ha adottato una versione più “leggera” e moderna del fare Information Technology, cercando di rendere la propria azione più agile rispetto alle tradizionali abitudini dei suoi gruppi di lavoro, anche per essere più incisivi nei confronti di clienti che devono essere ingaggiati by example. «Da un lato si tratta di mantenere le normali attività indirette, attraverso una rete di 2.500 partner e tre distributori a livello nazionale» – prosegue Rivalta. «Ma al tempo stesso, occorre ripartire continuando a costruire un rapporto diretto sia con i grandi utenti finali sia con le realtà più piccole, dove intendiamo essere più presenti, anche affiancando il canale».

Accanto ai prodotti infrastrutturali, FINIX ha deciso di ripristinare una serie di servizi gestiti che la dismissione di Fujitsu in Italia avrebbe sacrificato. Anche questi servizi – come osserva Rivalta – sono una importante chiave di accesso ai clienti che dovranno acquisire le soluzioni a valore aggiunto di un service provider “innovativo”. Progetti importanti, come il nuovo data center dei servizi elettorali del Ministero dell’Interno, partono da questo tipo di contatto. Attraverso questa spinta di assimilazione culturale al cloud, FINIX può compensare eventuali cali di richiesta di soluzioni hardware. Dove l’infrastruttura smette di essere fisica possono infatti intervenire i servizi o le applicazioni di FAIS, la FINIX Artificial Intelligence Suite, o la sensoristica IoT a supporto, tra le tante cose, del distanziamento negli uffici della PA. «Tutte applicazioni che siamo in grado di spiegare e realizzare in casa del cliente» – ribadisce Rivalta, che nutre molte ambizioni di crescita attraverso questo modello di offerta duale: infrastruttura da un lato e soluzioni innovative dall’altro.

«Si può crescere organicamente o acquisendo in modo non mirato, ma miratissimo, aggregando collaborazioni tecnologiche che a loro volta danno l’opportunità di entrare in contatto con clienti importanti».  Rivalta è convinto che i cambiamenti più significativi possono avere origine dalle innovazioni messe a punto dalle aziende di frontiera, da quelle piccole startup che in Italia non trovano la stessa fortuna che ha arriso alle loro omologhe californiane. Emerge da questa convinzione l’immagine di un’azienda niente affatto rinunciataria, che intende affrontare la fase emergenziale legata al Covid e il successivo periodo di ripartenza a colpi di contenuti.

Daniela Miranda sales director – corporate account di FINIX Technology Solutions

VIVAIO DI OPPORTUNITÀ

Uno dei modelli al quale ispirarsi è quello dell’incubatore, del vivaio di aziende innovative. FINIX ha in mente una metodologia di aggregazione basata sul continuo scouting di idee, focalizzato in modo particolare su piccole e giovani startup. Senza percepire investimenti diretti, queste realtà possono trarre vantaggio dalla solidità del service provider, dal suo know-how di integratore e soprattutto dalle sue relazioni con un mercato vasto e composito. «Attraverso FINIX anche una piccola azienda tecnologica può diventare protagonista della trasformazione» – afferma Rivalta. Un esempio di queste forme di collaborazione è l’accordo che FINIX ha firmato con Test1 Solutions di Brescia, un’azienda che tra l’altro non sviluppa soluzioni digitali, ma materiali innovativi. In particolare, racconta Rivalta – Test1 è riuscita a mettere a punto una spugna artificiale che assorbe gli idrocarburi e può quindi intervenire per ripulire le acque inquinate dei porti vicino alle raffinerie o rimuovere il greggio versato dalle petroliere. «FINIX completa l’azione di questo materiale con sensori in grado di stabilire il livello di purezza dell’acqua e insieme possiamo proporre a clienti, che si muovono nell’ambito dell’Oil & Gas o che si occupano della pulizia degli specchi d’acqua inquinati, una soluzione green che prima non esisteva» – conclude Rivalta.

Allo stesso tempo, gli innovatori che entrano nell’ecosistema creato da FINIX, in molti casi dotati di forti legami con il mondo della ricerca universitaria, contribuiscono anche alla crescita tecnologica e agli indirizzi strategici dell’innovative managed service provider. Come una sorta di laboratorio R&S orbitale, in virtù del quale, l’azienda guidata da Rivalta può coltivare nuove competenze e offrire sbocchi interessanti per tutti, inclusi i propri collaboratori più giovani. Il lavoro da fare è tanto – ribadisce Rivalta – anche nella prospettiva che il Governo sembra intenzionato a esplorare sul fronte della trasformazione digitale e della transizione energetica. Per FINIX è uno sprone ad approfondire ancora di più tematiche come l’intelligenza artificiale dove esistono – secondo Rivalta – ampi spazi di innovazione basata, per esempio, sugli agenti software nell’area “conversazionale” del CRM e del training, campo che si presta a soluzioni semplici, rapide da introdurre e facili da scalare verso l’alto.


#Coverstory L’innovazione multipla di @FINIXTS al servizio di PMI, grandi aziende e PA
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INTELLIGENZA RAGIONATA

Per Giovanni Landi, portfolio director di FINIX Technology Solutions, il cambiamento digitale è una questione di famiglia. Negli anni 90 il padre, Marco, fu il catalizzatore del ritorno di Steve Jobs in Apple e il figlio, che ha studiato filosofia, ricorda un’infanzia costellata di dispositivi digitali vissuti in anteprima assoluta. La posizione di Landi in FINIX è stata creata proprio per estendere l’offerta di hardware per data center e relativi servizi con una serie di soluzioni ad alto contenuto innovativo. «Tecnologia e innovazione non vanno necessariamente insieme» – spiega Landi. «Dove serve, la tecnologia può essere fattore di innovazione, ma quest’ultima può derivare anche da un modo diverso di erogare un servizio. A volte, la tecnologia c’è ma la controlliamo noi: è una idea di “Service as Innovation” che abbiamo in mente, quando ci presentiamo come Managed Service Provider innovativo». Tutto questo – come sottolinea Landi – comporterà anche un riposizionamento delle persone e delle competenze, che da un ambito prettamente infrastrutturale dovranno essere convogliate verso scenari più applicativi. Qualche esempio? Un modulo di offerta è rappresentato da FAIS, una suite di soluzioni AI che comprende anche la parte di interazione in linguaggio naturale, utile in contesti di relazione col cliente o di formazione del personale. La parte di trattamento del linguaggio naturale è sviluppata da FINIX in collaborazione con un’azienda tutta italiana. Italo-svizzera è invece Meteca, l’azienda che, con la sua piattaforma di prototipizzazione rivolta a infondere connettività IP in qualsiasi dispositivo, fornisce un kit di sviluppo rapido che facilita il collegamento alla rete IoT di impianti e sistemi industriali.

Nel quadro della linea di offerta che Landi definisce “phygital”, troviamo anche le soluzioni che permettono di rilevare e analizzare la presenza delle persone negli spazi pubblici o negli ambienti produttivi e commerciali. «Una volta realizzata la sensoristica, le applicazioni possono essere infinite» – spiega Landi. «Noi l’abbiamo adattata alla necessità di controllare il numero massimo di persone che possono entrare in un ambiente chiuso venendo incontro alle necessità di gestire l’attuale emergenza sanitaria». Del resto, anche la sicurezza dei dati è una voce importante del catalogo di servizi FINIX, una specializzazione che si innesta nell’offerta infrastrutturale e di virtualizzazione del data center. L’impronta filosofica si fa sentire quando il responsabile dell’offerta innovativa di FINIX spiega perché oggi, dopo almeno due cicli storici di tentativi, l’intelligenza artificiale è davvero in grado di fare la differenza. «Oggi, l’AI non cerca di imitare l’intelligenza umana» – osserva Landi. «O meglio, è intelligenza che ragiona su se stessa e per la prima volta si svincola dal percorso evolutivo dell’informatica, che in passato l’aveva ostacolata, per perseguire i propri obiettivi». Per molti analisti, saranno proprio le applicazioni di AI e machine learning a guidare la ripresa successiva al Covid. Lo ricorda Daniela Miranda, sales director per i corporate account di FINIX. «Dopo un anno, che per Assinform è stato di forte contrazione e ha rallentato gli investimenti di natura infrastrutturale e private cloud – spiega Miranda – la stessa associazione prevede per il 2021 una ripresa pari a un complessivo 5,5% per la componente dispositivi e sistemi, del 7,6% per software e soluzioni ICT e 7,8% per servizi ICT».

Manuela Chinzi sales director di FINIX Technology Solutions

LA FIDUCIA DEI GRANDI CLIENTI

Le aziende, soprattutto di dimensioni medio grandi, sono entrate in una prospettiva di “innovazione multipla” che richiede loro di rivedere l’intero business in ottica digitale, valorizzando i dati a propria disposizione ma anche puntando su automazione e integrazione. Le componenti principali che guidano questa trasformazione digitale sono, secondo le stime di Gartner, l’intelligenza artificiale con un aumento di spesa del 40%, l’hybrid e il public cloud distribuito, l’IoT e in misura ancora consistente, i data analytics. «Stiamo lavorando molto con i nostri grandi clienti corporate per aiutarli a implementare questa trasformazione, intervenendo su due fronti: da un lato con tecnologie più tradizionali, per rendere più snelli e competitivi i loro processi, dall’altro proponendo soluzioni in ambiti innovativi. I CEO con cui collaboro – continua Daniela Miranda – esprimono fiducia sulla continuità degli investimenti nei prossimi anni e puntano su processi più agili e interconnessi tra loro per adattarsi rapidamente alle nuove necessità dei mercati».

Anche FINIX Technology Solutions – come spiega la direttrice commerciale large account – dev’essere percepita come “trusted advisor” in un percorso di trasformazione digitale fatta di soluzioni end-to-end, cloud ibrido e tanta innovazione lungo i tre assi di specializzazione già citati. «La prima parte riguarda la nostra competenza come importatore esclusivo delle piattaforme infrastrutturali Fujitsu e le nostre relazioni con tutti i principali partner infrastrutturali. In ambito cloud, il messaggio, pienamente condiviso con il brand giapponese, è the right cloud for the right workload» – conclude Daniela Miranda.


#Coverstory Rivalta, CEO di @FINIXTS «Ritardi e sottovalutazioni hanno rallentato la DX del Paese»
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Il cloud ibrido è il più gettonato per assicurare alle proprie infrastrutture un buon rapporto tra costo e innovazione. Per FINIX questo si traduce in un’offerta che parte da una attenta valutazione della tipologia di cloud più opportuna in funzione dei carichi applicativi e arriva a soluzioni integrate pre-configurate da Fujitsu e ad architetture di riferimento che consentono un rapido time to market, con un sistema di pricing anch’esso molto flessibile. «I rapporti con i grandi clienti si collocano in una struttura commerciale bipartita» – spiega Manuela Chinzi, sales director di FINIX Technology Solutions. «Una divisione si occupa del coverage di circa 400 grandi utenze, seguite da account che possono decidere se intervenire sui clienti e sui prospect direttamente, o in parallelo ai nostri partner o ad aziende suggerite dal cliente stesso. L’altra divisione è quella più propriamente di canale, a sua volta strutturato su due livelli: tre distributori nazionali e second-tier». Nel segmento large account, in base agli accordi di esclusiva con il Giappone, la missione di FINIX è accompagnare all’estero le aziende italiane e in Italia le aziende estere: ma solo per la parte di prodotto e dei servizi gestiti correlati, erogati dalla stessa FINIX. In Europa, infatti, Fujitsu Services seguirà i propri modelli di vendita indiretta. «Nell’ecosistema di partner – aggiunge Manuela Chinzi – ricadono le aziende tecnologiche con cui FINIX ha stabilito accordi di collaborazione per la parte delle soluzioni innovative. Tra queste, l’israeliana Morphisec e la britannica SentryBay rispettivamente per la prevenzione degli attacchi e la sicurezza degli end-point negli ambienti di lavoro agile».

Flavia Weisghizzi marketing and communication director di FINIX Technology Solutions

CAMBIARE CANALE (E COMUNICAZIONE)

«Il canale è figlio della struttura sviluppata da Fujitsu Italia – prosegue Manuela Chinzi – e si sta evolvendo esattamente come stiamo facendo noi, ponendo sempre più attenzione alle nuove soluzioni». Nonostante l’esperienza quindicennale in questo ruolo, Chinzi confessa di essere sorpresa della ricchezza di casi con cui, da diciotto mesi a questa parte, sta entrando in contatto per rimodulare questo canale indiretto, cercando sempre di massimizzare il valore aggiunto che i partner possono portare. «È un sistema molto eterogeneo vista la varietà dei prodotti in catalogo. Si va dai rivenditori di desktop o server fino a operatori che entrano insieme a FINIX nel cuore del data center dei clienti».

L’obiettivo è continuare ovviamente a seguire questa parte infrastrutturale, con una crescente attenzione alle problematiche legate al dato e alla sua monetizzazione. Settori come la Pubblica Amministrazione, dispongono di uno specifico supporto, con due responsabili che da Roma e Milano si suddividono, a livello nazionale, il governo delle relazioni dirette e indirette. «Il programma che abbiamo implementato mira a far crescere i partner non tanto in chiave numerica ma in competenza e capacità di innovazione. È una sorta di modello atomico: al centro le nostre radici nell’infrastruttura e nei servizi, intorno a questo nucleo ci sono le nuove soluzioni che man mano arricchiscono l’offerta» – conclude Manuela Chinzi.

Un altro simbolo del cambiamento che caratterizza l’erede della tradizione Fujitsu in Italia è la giovane responsabile del marketing e della comunicazione, Flavia Weisghizzi. Formatasi professionalmente in Codemotion, una startup dell’incubatore EnLabs della Luiss, Weisghizzi cresce come giornalista e comunicatrice nel mondo del software open source e della tecnologia. Dopo un’esperienza di lavoro a Londra e in nord Europa, decide di rispondere alla proposta di FINIX che era alla ricerca di una modalità d’espressione più fresca, da startup, anche dal punto di vista dei canali utilizzati e di un nuovo sistema di relazione. «L’identità di FINIX come polo di attrazione di tecnologie e pratiche innovative deve essere sviluppata e narrata anche mettendo in campo le tematiche della diversità, dell’inclusione, dell’attenzione all’ambiente e a un diverso work-life balance, esemplificato dall’impegno speso in questo anno di lockdown, durante il quale l’azienda ha reinventato il suo modo di lavorare con i clienti».

Lo stile introdotto da Weisghizzi mescola classici strumenti di comunicazione (come ad esempio la sponsorship del team Luna Rossa Prada Pirelli) e la partecipazione a eventi di frontiera, come Milano Digital Week, o l’organizzazione di gare per startup che finiscono per avere una duplice valenza, di marketing e scouting di innovazione. «La sfida che ho cercato di portare avanti – spiega Flavia Weisghizzi – consiste nel fare emergere i valori “giapponesi” della tradizione e il volto dinamico, italiano, di una FINIX oggi molto più presente sui canali video e social, che parla la lingua del B2C per rivolgersi al B2Bon un messaggio preciso: mettiamo il dato digitale al centro, memorizzato nel data center e nel cloud, protetto dalla cyber security, acquisito grazie all’IoT e interpretato con l’intelligenza artificiale». La carta di identità di un managed service provider innovativo, capace di disegnare e realizzare soluzioni phygital centrate sui prodotti Fujitsu e avvolte di applicazioni trasformative.

Foto di Gabriele Sandrini

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Sicurezza embedded per la smart city https://www.datamanager.it/2021/04/sicurezza-embedded-per-la-smart-city/ Wed, 14 Apr 2021 12:46:07 +0000 https://www.datamanager.it/?p=208229 Con le nuove soluzioni per il cloud, le reti software defined e il virtual patching dei sistemi, Trend Micro protegge la convergenza tra IT e OT Se l’integrazione dei dati e il coinvolgimento di tutti gli stakeholder della città digitale sono alla base del successo di ogni progettualità, come fondamento dell’integrazione ci dev’essere «una precisa […]

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Con le nuove soluzioni per il cloud, le reti software defined e il virtual patching dei sistemi, Trend Micro protegge la convergenza tra IT e OT

Se l’integrazione dei dati e il coinvolgimento di tutti gli stakeholder della città digitale sono alla base del successo di ogni progettualità, come fondamento dell’integrazione ci dev’essere «una precisa idea di resilienza e sicurezza» – afferma Alessandro Fontana, head of sales di Trend Micro Italia. Soprattutto alla luce delle ricerche che anche nel post-Covid pronosticano una tendenza in aumento per le dimensioni e la popolazione delle aree metropolitane. «Se questo è vero – prosegue l’esperto di cybersecurity – ci sarà un ulteriore allargamento della superficie d’attacco, che già include anche le infrastrutture critiche. In altre parole, non possiamo escludere la sicurezza dai progetti per la smart city e questi progetti devono essere sicuri by design, e comprendere anche l’aspetto della sicurezza fisica e informatica».

Business continuity e resilienza

Un importante fattore in gioco, prosegue Fontana, nasce proprio dalla convergenza tra information e operation technologies, una condivisione che per la prima volta unisce due ambiti che in passato faticavano a dialogare e che oggi sono sempre più intrecciati e quindi potenzialmente vulnerabili. In questa inattesa stagione di emergenza sanitaria, questa vulnerabilità non riguarda purtroppo solo i dati, il software o il corretto funzionamento di reti e macchine.  «Nella smart city di oggi si parla di servizi che vanno dalla telemedicina al teleriscaldamento delle case» – osserva Fontana. «Tutte cose che hanno un forte impatto, diretto o indiretto, sulla salute delle persone». Nella città digitale il concetto di business continuity cede il passo a una resilienza che non riguarda più la profittabilità delle imprese, ma la disponibilità di servizi davvero essenziali. Questo – nota ancora Fontana – crea nei cittadini, i destinatari di questi servizi, un’aspettativa ancora maggiore. «La cybersecurity è importante perché tutela chi eroga servizi di natura tecnologica dalla naturale diffidenza dell’utente finale. Non c’è fiducia nella smart city se non si è in grado di garantire tranquillità e comfort del cittadino. E senza fiducia, non c’è una buona user experience e consapevolezza delle opportunità».


La sicurezza multistrato di @TrendMicroItaly protegge l’infrastruttura fisica e virtuale della #smartcity
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Sicurezza multistrato

Con quale tipologia di approccio Trend Micro affronta il problema? «Partendo dalla crescente diffusione del cloud e dei sistemi virtuali anche in ambiti come la sanità» – risponde Fontana. «Nelle infrastrutture tecnologiche sempre più software defined, le possibilità e la malignità degli attacchi cresce a dismisura. Possiamo proteggere questa funzionalità virtuale con una soluzione esclusiva come la Trend Micro Virtual Network Function Suite, che offre uno strato di sicurezza integrato nell’infrastruttura fisica e virtuale della smart city». Più in generale, l’approccio multi-layered adottato da Trend Micro, punta sulla protezione di reti e di end point anche in un contesto di convergenza IT/OT, proteggendo con la sua soluzione di virtual patching diversi dispositivi, dai totem per i cittadini alle apparecchiature elettromedicali degli ospedali, esposti a vulnerabilità che i security administrator faticano a individuare e gestire. Riuscendo in pratica a mettere sotto uno scudo protettivo i sistemi che gli abitanti della smart city si stanno abituando a utilizzare con disinvoltura e da cui dipende una quota crescente del nostro benessere quotidiano.

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Città smart e bene informate https://www.datamanager.it/2021/04/citta-smart-e-bene-informate/ Wed, 14 Apr 2021 12:45:25 +0000 https://www.datamanager.it/?p=208227 La piattaforma di virtualizzazione di Denodo apre la strada a un mondo di servizi integrati e autenticamente data-driven Il dato digitale e l’informazione che se ne può estrarre è la linfa vitale e il collante dei servizi della smart city, una grande fabbrica che genera dati ogni volta che i suoi abitanti consumano energia, acqua, […]

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La piattaforma di virtualizzazione di Denodo apre la strada a un mondo di servizi integrati e autenticamente data-driven

Il dato digitale e l’informazione che se ne può estrarre è la linfa vitale e il collante dei servizi della smart city, una grande fabbrica che genera dati ogni volta che i suoi abitanti consumano energia, acqua, illuminazione, devono pianificare lo spostamento da un punto all’altro, partecipano alla raccolta e allo smistamento dei rifiuti. «In molti casi, è dall’integrazione di questi servizi e quindi dei dati afferenti, che riusciamo a ottimizzarli, renderli più utili, implementarne di nuovi» – afferma Gabriele Obino, regional VP Southern Europe & ME di Denodo, azienda specializzata nella virtualizzazione dei dati.

Come catalizzare il processo di messa a valore

Intervenendo all’ultima tavola rotonda di Data Manager dedicata alla città intelligente, Obino ha citato l’esempio di Insiel, società informatica regionale del Friuli Venezia Giulia, che ha sperimentato la piattaforma di Denodo, con l’obiettivo di potenziare i servizi rivolti al settore scolastico. In che modo? «Ricostruendo l’intera anagrafica degli studenti della Regione, anagrafica che prima non esisteva, per venire incontro alle necessità del distanziamento, ottimizzare i servizi di trasporto, delle mense, delle biblioteche. Anche attraverso app che consentono di essere informati e personalizzare questi servizi» – spiega Obino sottolineando che l’attività fatta è di fatto prodromica a una successiva fase progettuale che andrà a toccare molti altri aspetti. Perché la virtualizzazione di Denodo riesce a catalizzare il processo di messa a valore di quelli che molti chiamano il nuovo petrolio? Secondo Obino, occorre essere meno superficiali nell’associare al dato un valore intrinseco. «I dati possono diventare preziosi solo quando riusciamo a stabilire dei nessi e su questo punto si registrano molte difficoltà, perché i dati tendono a essere conservati in silos e finora l’unico modo per utilizzarli consisteva nello spostarli fisicamente, copiandoli da un repository all’altro». Un’operazione, la copia, costosa in termini di risorse e rischiosa dal punto di vista dell’integrità e qualità.


#smartcity La virtualizzazione dei dati rende trasparenti i silos informativi e libera valore @denodo
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Confini trasparenti

L’approccio escogitato da Denodo consente di concentrarsi sulle connessioni logiche tra i dati, demandando agli automatismi intelligenti della virtualizzazione il processo di estrazione di dati che a questo punto possono risiedere anche in archivi legacy. Su indicazione degli analisti, Denodo crea un “data model” che rende disponibili esattamente i dati che servono, quando servono al trattamento, mantenendo database e data lake di partenza integri e in piena sincronia con i risultati delle elaborazioni. Lo scenario reso possibile dalla tecnologia di virtualizzazione del dato attenua il problema del confinamento di questi ultimi in archivi che – afferma Obino – possono avere una precisa ragion d’essere. «Non necessariamente l’idea del silos informativo dev’essere sbagliata. Ragioni di sicurezza e ownership giustificano l’esistenza di confini che la virtualizzazione rende trasparenti». A maggior ragione questo effetto di abbattimento delle barriere può funzionare nel contesto della smart city, dove l’efficacia di molti servizi si misura in funzione della capacità di dialogo tra gli organismi che hanno la titolarità dei dati. «Tanto più il dato è aggregato e complesso, tanto più valore saprà mettere a frutto attraverso i servizi erogati ai cittadini» – conclude Obino.

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Tecnologie e governance per la smart city https://www.datamanager.it/2021/04/tecnologie-e-governance-per-la-smart-city/ Wed, 14 Apr 2021 12:45:13 +0000 https://www.datamanager.it/?p=208224 Axians è il partner in grado di affiancare il cliente anche negli aspetti di procurement e change management per favorire progettualità e integrazione In una realtà ancora molto frammentata, densa di enti preposti a decidere e ostacolata da una burocrazia che ancora deve adeguarsi al tema della smartification, Axians si pone come consulente in grado di […]

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Axians è il partner in grado di affiancare il cliente anche negli aspetti di procurement e change management per favorire progettualità e integrazione

In una realtà ancora molto frammentata, densa di enti preposti a decidere e ostacolata da una burocrazia che ancora deve adeguarsi al tema della smartification, Axians si pone come consulente in grado di agire in ambiti smart city sempre più diversificati, curando aspetti come le singole applicazioni, le infrastrutture e la presentazione dei dati. «In questo modo – spiega Michele Armenise, general manager Centro Sud di Axians Italia – possiamo coprire un ampio spettro di soluzioni per la smart city, dalle aree verdi, con progetti come l’irrigazione intelligente realizzata per il Comune di Firenze, alla gestione dei flussi di persone in diversi contesti, come nel caso del people counting che a Venezia consente di monitorare i flussi di visitatori a favore della salvaguardia di una città unica al mondo, ma estremamente fragile; soluzione che si è rivelata utile anche in tempi di Covid al fine di evitare assembramenti». Senza dimenticare la tematica trasversale della cybersecurity, fronte sul quale Axians è tradizionalmente impegnata.

Progettualità “avvolgente”

Il ruolo di aziende come Axians deve però essere visto sotto una luce non puramente tecnologica. «Come consulente globale oggi vogliamo aiutare anche sul piano del procurement e della sostenibilità economica dei progetti» – continua Armenise. La tecnologia è un elemento fondamentale, ma non è il solo in una progettualità molto più “avvolgente”. Un esempio? Tra i clienti di Axians ci sono grandi aziende ospedaliere che nei mesi di lockdown hanno utilizzato la soluzione di hub per videoconferenze, pensate per i parenti dei ricoverati in aree a rischio. «Uno strumento – rivela Armenise – che era stato progettato ben prima della pandemia, per consentire di mantenere un legame anche solo virtuale tra i parenti e i degenti in isolamento, per malattia o per trattamento radioterapico. In questi casi, Axians aiuta il cliente a far leva sui meccanismi delle convenzioni Consip, un mondo molto complesso e in continua evoluzione, per agevolare la fase di approvvigionamento».


#smartcity Superare il limite dei finanziamenti al ribasso per una visione integrata @Axians_Italia
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Innovazione e cambiamento

Secondo il responsabile per il Centro Sud di Axians, il limite degli ambiziosi progetti della smart city – oltre alla poca capacità di agire in modalità fortemente integrata, intrecciando i flussi informativi dei servizi creati – sta proprio in un sistema di finanziamento che privilegia i singoli aspetti tecnologici (tra l’altro in un’ottica di corsa al ribasso) a scapito di una progettualità generale, di una visione di insieme. «Dopo un ricovero in ospedale mi è capitato di dover colmare il gap della mancata comunicazione delle date di ricovero all’Inps da parte della Asl» – racconta Armenise. «Ho dovuto provvedere io, inviando una raccomandata, quando basterebbero pochi minuti accedendo a un portale». Queste situazioni nascono – secondo Armenise – da una scarsa attenzione alla interdisciplinarietà, alla gestione del sistema e soprattutto al cambiamento legato all’innovazione. Aspetti che Axians è in grado di coprire, unendo alla natura più tecnica, infrastrutturale e applicativa della progettualità, la capacità di affiancare il cliente anche in una logica di governance dei progetti per una città più smart nel suo insieme.

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Smart city, la città dei dati e delle persone https://www.datamanager.it/2021/04/smart-city-la-citta-dei-dati-e-delle-persone/ Wed, 14 Apr 2021 12:44:42 +0000 https://www.datamanager.it/?p=208566 Intelligente e iperconnessa, ma soprattutto sostenibile, sicura e “safe”. A2A, ATAC Roma, Axians Italia, Comune di Firenze, Denodo, Ferrovie dello Stato, SEA Aeroporti di Milano e Trend Micro Italia si confrontano su progetti, tecnologie e servizi per ridisegnare il futuro della città dopo la pandemia, ricominciando dal suo ruolo strategico come modello di governo, dove […]

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Intelligente e iperconnessa, ma soprattutto sostenibile, sicura e “safe”. A2A, ATAC Roma, Axians Italia, Comune di Firenze, Denodo, Ferrovie dello Stato, SEA Aeroporti di Milano e Trend Micro Italia si confrontano su progetti, tecnologie e servizi per ridisegnare il futuro della città dopo la pandemia, ricominciando dal suo ruolo strategico come modello di governo, dove infrastrutture, ambiente, economia, cultura e comunità dialogano sullo stesso piano utilizzando i dati

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La tecnologia e le informazioni digitali pervadono ormai molti aspetti della nostra vita nelle aree a forte urbanizzazione. Finora, il dibattito intorno a questa fondamentale tematica si è concentrato sulle questioni proprie alla distribuzione di energia, il teleriscaldamento/condizionamento, l’illuminazione, i trasporti, il traffico privato, la sicurezza e la prevenzione. E di come gestire la regia complessiva di questi servizi in una modalità sempre più centralizzata e automatizzata, puntando soprattutto su due fattori decisivi: il riuso di applicazioni e piattaforme e la condivisione delle informazioni digitali come presupposto di una gestione ancora più efficiente e razionale.

Lo scatenarsi repentino e imprevedibile dell’emergenza sanitaria ha fatto tuttavia emergere un aspetto nuovo, solo in parte affrontato in passato dalle tecnologie per la smart city (pensiamo alle soluzioni per la gestione dei flussi di visitatori di uno spazio pubblico, di una struttura commerciale o sportiva; il controllo dell’inquinamento dell’aria e delle acque). Di colpo, le città medio-grandi sono diventati luoghi meno sicuri dove il contagio da Covid correva più velocemente, dove il problema dell’affollamento delle persone nei luoghi delle loro attività e dello svago, nelle scuole, sui mezzi di trasporto, ha messo in evidenza vistose lacune dal punto di vista dei reali strumenti di controllo, lasciando spesso spazio a soluzioni palliative o all’iniziativa dei singoli. In un contesto di forte disorientamento, un obiettivo importante come il tracciamento dei contagiati non è stato raggiunto, certo per le carenze della strategia complessiva, ma in parte forse anche per la mancanza di strumenti “embedded” nella visione della città come insieme di servizi basati sull’intelligenza dei dati.


DMsmartcity La sfida: connettere centro e periferie nel segno della qualità della vita e dei servizi @Axians_Italia @denodo @TrendMicroItaly
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La discussione intorno alla tavola rotonda virtuale allestita da Data Manager sul tema dell’IoT applicato alla smart city verte sulla città intelligente osservata da questo inedito punto di vista, sollecitando i pareri e le esperienze dei partecipanti in relazione ai progetti, alle tecnologie e ai servizi che possono – anche in una prospettiva futura – andare in direzione di un ambiente urbano in grado di gestire le aree di criticità e i rischi di eccessivo affollamento, popolato di servizi che tengano conto dei vincoli e delle limitazioni imposte dalla lotta all’emergenza.

Il panel composto da un campione rappresentativo di vendor e operatori della smart city è stato chiamato a rispondere a una serie di spunti relativi alle iniziative e le tecnologie messe in campo per far fronte all’emergenza pandemica e sostituire o potenziare i servizi in seguito alle limitazioni poste ad attività lavorative, sistema scolastico, esercizi commerciali e servizi pubblici. Un secondo giro di interventi ha permesso di affrontare la questione della definizione e della governance di un ambiente urbano ancora più resiliente, in una prospettiva di continuità di determinati cambiamenti che si sono radicati negli ultimi dodici mesi, soprattutto in ambito professionale e lavorativo.

AEROPORTI TOUCHLESS

Obiettivo, fronteggiare un nemico invisibile. Come altri settori, quello rappresentato da Fabio Degli Esposti, direttore ICT di SEA Aeroporti di Milano vive in modo importante l’emergenza a livello europeo, con una riduzione dei voli dell’80%. «La risposta è scattata con l’arrivo dei primi passeggeri dalla Cina, con misure che avevamo adottato già ai tempi dell’epidemia di SARS» – racconta Degli Esposti, ricordando l’inizio dell’emergenza. «Dall’uso delle termocamere alla completa revisione dei processi e delle infrastrutture». Il sistema aeroportuale di Milano ha dovuto cambiare rapidamente pelle – spiega il direttore ICT – chiamato ad accelerare l’uso di soluzioni touchless già sperimentate, come l’identificazione biometrica. «Al lavoro fatto in passato per garantire un’esperienza sempre più “seamless”, abbiamo aggiunto temi come il distanziamento, la minimizzazione dei contatti e abbiamo messo a punto una app per la navigazione in aeroporto». Secondo Degli Esposti anche una tecnologia come la blockchain nell’epoca del tracciamento dei contatti, può assumere una possibile valenza nella certificazione dei percorsi sicuri. «L’attenzione che nel 2001 era volta a evitare i contatti con terroristi, oggi riguarda la possibilità di incrociare persone infette e su questo si discute anche a livello internazionale». Discussione e tecnologie sono importanti – rileva Degli Esposti – perché il traffico aereo ripartirà, anche se lentamente. La IATA prevede che il ritorno ai livelli pre-Covid avverrà solo nel 2024, ma per quell’epoca ogni aeroporto, in quanto hub intelligente, dovrà essere inserito con grande consapevolezza nell’ecosistema della smart city, con una particolare attenzione all’intero aspetto della cybersecurity.

Anche al Comune di Firenze, racconta Gianluca Vannuccini, dirigente della Direzione Sistemi Informativi, Servizio Sviluppo Infrastrutture Tecnologiche tutto il comparto IT è stato mobilitato fin dai primi momenti del lockdown, in parte in situazione di lavoro remoto e con picchi di richieste particolarmente elevati. Le attività comprendevano anche una serie di nuovi servizi destinati a supportare la consegna di presidi come le mascherine, l’erogazione di buoni spesa, la visibilità delle strutture commerciali che si organizzavano per esempio per portare cibo direttamente alle abitazioni dei fiorentini.


#DMsmartcity Progetti, tecnologie e servizi per ridisegnare il futuro della città dopo la pandemia. @MiAirports @comunefi @fsitaliane
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SERVIZI SOTTO PRESSIONE

Oggi, che i servizi IT comunali tornano a essere sotto pressione per le vaccinazioni, Vannuccini apprezza ancora di più i vantaggi di una infrastruttura facilmente scalabile in funzione dei picchi e delle necessità di servizio. «Abbiamo per esempio dovuto rileggere alcune infrastrutture in chiave di gestione remota delle aree di affollamento e in generale siamo riusciti a fornire ai decisori molti input determinanti» – afferma il manager dei servizi IT municipali. L’amministrazione fiorentina ha approfittato anche di qualche coincidenza fortunata. «La recente assunzione di alcuni giovani ingegneri ci ha permesso di sviluppare in pochissimo tempo nuove soluzioni analitiche sui dati acquisiti e a tenere in piedi servizi tradizionali ai quali avremmo dovuto rinunciare. Molti hanno capito l’importanza dell’ICT, delle infrastrutture, delle persone e degli strumenti di comunicazione, anche se – a questo livello – la mancanza di empatia si è fatta sentire».

Il riferimento diretto di Vannuccini a Big Data e agli analytics non sorprende troppo Gabriele Obino, regional VP Southern Europe & ME di Denodo. Ma anche l’empatia che viene meno è un problema condiviso. «Quando si parla di smart city, di sistemi aeroportuali, di infrastrutture OT, quello dei dati è un “big” sempre più a piacere». Per questo, anche se in condizioni difficili – perché tutte le relazioni commerciali si basano su un clima di fiducia che è difficile ricreare in videoconferenza – la proposta tecnologica di Denodo sta suscitando immediato interesse in molti interlocutori di questo variegato ambito. «Offriamo un modo nuovo di fare integrazione di dati, con più agilità e a costi contenuti – spiega Obino. «Spesso, per disporre di tutti i dati necessari si fanno investimenti sulla parte fisica, magari con risultati deludenti in presenza di volumi significativi. I clienti di Denodo possono concentrarsi sulla semantica e sulla logica dei loro dati e davanti a questa formula i mercati stanno reagendo molto bene». Come operatore assuefatto ai grandi numeri, Ferrovie dello Stato – osserva a questo punto Franco Stivali, chief innovation officer – la pandemia ha rappresentato un duplice problema. «Quando i peggiori nemici sono l’affollamento e lo spostamento delle persone, come azienda specializzata nel trasporto di massa che con le sue stazioni insiste direttamente nel sistema urbano, abbiamo dovuto agire riducendo il numero di treni e di passeggeri. Un regime che non rappresenta una soluzione e soprattutto non è sostenibile dal punto di vista economico» – avverte Stivali. Lo scenario che si delinea, afferma il responsabile dell’innovazione tecnologica dell’operatore ferroviario nazionale, è un netto cambio di passo dell’intero sistema della mobilità. Stivali legge con grande scetticismo le previsioni di drastico abbandono delle città. «La città è un sistema che ha visto di tutto senza perdere la sua centralità. Proprio perché è il sistema più resiliente». Ma è una resilienza basata sulle infrastrutture, sulle persone e le cose che riusciamo a far arrivare e far partire dalle città. Gli innovatori – sostiene Stivali chiudendo il suo primo intervento – sanno che la vera sfida oggi consiste nel far ripartire la mobilità con un passo diverso, con un dialogo costante tra le diverse alternative di trasporto e passeggeri dotati di un nuovo livello di coscienza e decisione su queste alternative.

I CITY USER AL POSTO DEI TURISTI

Nel caso di una rete di trasporto che agisce a livello metropolitano, l’ambito geografico è forse più circoscritto, ma la funzione svolta riduce le possibilità di sopprimere le corse, che devono invece mantenere una certa capacità, specie nelle fasce orarie del lavoro pendolare. Francesco Amendola, responsabile Direzione ICT di ATAC Roma, siede intorno alla tavola virtuale di Data Manager a poche ore dalla presentazione di Roma Smart City, l’iniziativa che prevede la realizzazione di 81 progetti a forte contenuto digitale per un totale di 200 milioni di euro di investimento. «Durante il primo lockdown – ricorda Amendola – c’è stata una riscoperta della funzione ICT come fattore abilitante per gli sviluppi e le evoluzioni richieste dalla situazione. Con la drastica limitazione dell’accessibilità, la tecnologia è servita ad esempio per attuare misure di monitoraggio e contingentamento, oltre che per fornire funzionalità che in parte già erano disponibili ma non erano sufficientemente valorizzate». Sulle linee Metropolitane e Ferroviarie, per esempio, i dati provenienti dai varchi di accesso alle stazioni hanno consentito di prendere decisioni in materia di distanziamento in maniera strutturata e regolare, laddove in passato venivano utilizzati in maniera sporadica. Applicate ai flussi di passeggeri in attesa degli autobus, le stesse tecnologie dell’informazione hanno consentito ad ATAC di riorganizzare il sistema di trasporto che si era trasformato di colpo a causa dell’emergenza sanitaria, con un drastico crollo dei flussi turistici ed un aumento di cosiddetti “city user”. La risposta alla pandemia ha portato inoltre a una rifocalizzazione dei canali utilizzati nella comunicazione tra ATAC e i clienti, con un maggiore impiego dei canali digitali sia per l’acquisto dei titoli di viaggio sia per i servizi di infomobilità. «A Roma, siamo stati tra i primi in Europa ad aver integrato la comunicazione Whatsapp nella piattaforma di CRM, con una squadra di quattordici addetti che interagiscono attraverso questi canali social, fornendo ai cittadini una risposta immediata» – sottolinea Amendola. Un successo che non sta tanto nella tecnologia abilitante ma nel valore in cui questa tecnologia si traduce in termini di business e di esperienza del cliente.

Il ruolo determinante di quello che sta intorno a una iniezione di tecnologia viene esaltato nell’intervento di Michele Armenise, general manager Centro Sud di Axians Italia. L’esperienza vissuta è stata contrastante. I collaboratori avevano già smesso di indossare il badge diversi anni fa iniziando a lavorare senza più vincoli di spazio e tempo, affrontando oggi i temi della pandemia senza particolari stravolgimenti. Ma proprio qui è il punto – spiega Armenise. «Nel mercato, l’esigenza di digitalizzazione è stata prorompente rispetto al passato. Già tre anni fa avevamo cercato, attraverso l’introduzione di diverse presentazioni ai digital hub di Confindustria, di far passare il messaggio di uno smart working legato a processi di gestione del cambiamento, poiché era evidente la fatica di trasformare modalità di lavoro che poi sono cambiate così repentinamente».


#DMsmartcity Tutto diventa centrale se è collegato. Tutto diventa periferia se non è connesso @InfoAtac @gruppo_a2a @GruppoHera
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IL LAVORO PER LA SMART CITY

C’è però ancora molta strada da compiere nella città digitale per mettere a frutto tecnologie collaborative che sono accompagnate da tanti problemi. «Per Axians, gestire il cambiamento significa intervenire sulle competenze delle persone e sull’approccio al lavoro. Si deve passare da una logica di quantità e controllo a un lavoro pensato per obiettivi, priorità e responsabilità ed è difficile farlo nel contesto delle pubbliche amministrazioni» – afferma Armenise. Fondamentale è anche un corretto abbinamento di tecnologie e sicurezza, perché chi deve intervenire sul piano organizzativo deve poter governare con tranquillità e tempestività, con una visione completa di tutti gli elementi.

Un insegnamento prezioso in questo senso viene da A2A, la grande utility milanese e bresciana che assicura servizi di distribuzione di energia e acqua, teleriscaldamento e gestione dei rifiuti in un vasto comprensorio metropolitano. Il CIO Marco Moretti esordisce ringraziando le 4.500 persone che hanno continuato a essere perfettamente operative, anche grazie alle soluzioni logistiche e organizzative che l’IT di A2A ha escogitato attraverso un programma che Moretti suddivide in tre fasi. «Nella prima gestione dell’emergenza il mondo dei servizi ICT ha reagito bene riuscendo a mettere 3.500 persone in smart working. Le infrastrutture hanno retto bene l’impatto e direi che anche sul piano psicologico abbiamo tutti imparato a capire perché i processi devono essere digitali e non cartacei». Nel corso dell’estate A2A si è impegnata a rimuovere “lacci ed elastici” temporanei, rimpiazzandoli con interventi ben strutturati. In particolare – ricorda Moretti – sono state portate a più di 4.000 le postazioni di telelavoro con un potenziamento dell’infrastruttura e delle connessioni VPN; ed è stato anticipato e accelerato il progetto di desktop virtualization che ha portato all’aggiunta di 1.500 postazioni virtualizzate. In parallelo, A2A ha sperimentato diverse tecnologie di tracciamento e verifica del distanziamento per il dopo lockdown. «In definitiva – spiega Moretti – siamo riusciti a erogare senza interruzioni tutti i servizi e oggi stiamo cercando di definire i passi di quello che abbiamo definito la “nuova normalità”, anche per trasformare questa generale sensazione di crisi in una opportunità concreta».

Con un occhio, come vedremo, al futuro contesto della città considerata come luogo di massima resilienza, intelligenza e automazione dei servizi. In particolare – continua Moretti – A2A ha agito rilanciando con obiettivi di innovazione ancora più “disruptive” un piano già ambizioso di trasformazione digitale. In piena concertazione con il management della società, il piano ICT di medio-lungo termine è oggetto di profonda revisione e A2A intende rivedere e rafforzare anche i suoi approcci alla business continuity, per acquisire maggiore capacità di gestire il maggior rischio oggi percepito e predisporre opzioni “ready to start” in previsione di prossime eventuali crisi. Obiettivi comuni, ma diversa situazione operativa per l’altra importante società di servizio presente al tavolo, la multiutility Gruppo Hera. «L’azienda – spiega Enrico Piraccini, responsabile sviluppo della Direzione Centrale Innovazione, è distribuita in tante città. Hera serve un insieme di centri distribuiti da Trieste a Rimini. Fino a poco fa, riunirci per coordinare il lavoro era un problema. Paradossalmente il Covid ha travolto i problemi ordinari, accelerando i processi già in atto verso un nuovo modo di lavorare, che resterà». La continuità dei servizi dipende – secondo Piraccini – da capacità più organizzative che tecnologiche e in questo senso Hera è riuscita a far fronte alla situazione.

SMART AND SAFE

La continuità ha riguardato anche la funzione dell’unità di Piraccini che si occupa di ricerca e sviluppo. Alcuni progetti innovativi che Hera ha coordinato con aziende internazionali non hanno perso un colpo fino alla firma dei contratti, malgrado incontri e interviste con le persone si fossero svolti in spazi di lavoro virtuali. «Nei prossimi tempi, assisteremo a ulteriori innovazioni tecnologiche per lo smart working e il collegamento con i nostri clienti» – riconosce Piraccini. «Per certe tipologie di servizio abbiamo messo a punto nuove app che, come nel caso della raccolta di rifiuti, ci hanno sicuramente aiutato ad assolvere la nostra missione». Ciò che in seguito verrà fatto a livello di smart city – ribadisce Piraccini, concordando con il suo collega di A2A – coinvolgerà i sistemi urbani che non potranno limitarsi a essere “smart”. «Un aggettivo che deve essere abbinato a “safe” e “sustainable”, abbracciando un insieme di strumenti che aiutano lo sviluppo delle nostre città in tutte e tre queste direzioni».

In conclusione di questa prima serie di interventi, Alessandro Fontana, head of sales di Trend Micro Italia auspica che la situazione di emergenza in cui ci troviamo possa, da un lato, dare all’Italia una spinta verso la digitalizzazione, oggi collocata negli ultimi posti del DESI, il Digital Economy and Society Index. «In tutta la discussione, il dato è al centro di ogni sistema, di ogni azione intrapresa» – osserva Fontana. I dati sono il nuovo petrolio. Ma si è parlato molto anche di cybersecurity e Trend Micro ha lavorato in questi mesi, rafforzando quello che era già pianificato ed elaborando nuovi piani di azione, per supportare al meglio le esigenze delle aziende». Il problema – prosegue l’esperto di sicurezza – è che ciascuna situazione ha bisogno di un “proprio progetto” di sicurezza, che tenga conto di tutto, dal lavoratore che opera lontano dall’ufficio fino all’ultimo sensore della città “smart” e “safe”. È comunque un obiettivo che vale la pena perseguire, perché solo così riusciremo a sovvertire i risultati delle statistiche. Unitamente ad un enorme incremento del volume dei dati generati, ci dovrà essere una maggiore capacità di metterli a frutto, alimentando processi predittivi che possono impattare sensibilmente in termini di profittabilità ed efficienza, senza dimenticare che più il dato è importante e utilizzato, più bisogna salvaguardarlo. «Il concetto di fondo però è che dobbiamo entrare negli ecosistemi della smart city senza stravolgere i piani di trasformazione. Soprattutto nella fase dell’emergenza abbiamo riscontrato che se la cybersecurity viene aggiunta solo alla fine, in cima a tutte le cose già fatte, viene considerata come un ostacolo, non un facilitatore».


#DMsmartcity IoT, 5G e intelligenza artificiale, i nuovi paradigmi della smart city @Axians_Italia @denodo @TrendMicroItaly
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DATI PER ECOSISTEMI INTERCONNESSI

Nella seconda parte della discussione, il panel ha affrontato il tema delle possibili prospettive post-Covid per un concetto, quello della città intelligente, ancora alla ricerca di una definizione adeguata e soprattutto di modelli condivisi di governance. Quali devono essere in questo scenario le funzioni di un aeroporto come Malpensa, già oggi – come sottolinea il direttore ICT di SEA – considerato per dimensioni il più importante sistema industriale lombardo?

«Quando ero un giovane manager dell’informatica – racconta Fabio Degli Esposti – il concetto di accompagnamento del passeggero gate-to-gate pareva avveniristico. Adesso, è arrivato il momento dell’accompagnamento home-to-home». La prima parola chiave di un sistema aeroportuale così “avvolgente” deve essere “sostenibilità”. «In queste occasioni, mi piace citare l’esortazione di Carlo Ratti, secondo il quale la smart city ha soprattutto bisogno di smart citizen. Ci vuole un ripensamento complessivo dei servizi, perché essere all’interno di un ecosistema così vasto richiede dialogo e scambio di informazioni». Il racconto di una delle sperimentazioni condotte da Degli Esposti per la cosiddetta “smart city delle merci” suscita grande interesse. Le iniziative “smart track” e “smart move” sono rivolte ai piccoli spedizionieri che oggi possono accedere agli hub merci di Malpensa e Linate con molte informazioni in più. «Semplicemente, colmando gap informativi che in passato facevano da ostacolo, stiamo pensando a modelli come l’Uber delle spedizioni» – spiega Degli Esposti, riferendosi a sistemi di tracciamento che consentano ai vettori di ottimizzare la capacità di trasporto dei loro mezzi, con enormi ripercussioni sulle loro marginalità ma anche sul traffico cittadino e l’impatto ambientale.

Dal suo osservatorio del Comune di Firenze, Gianluca Vannuccini sembra concordare in pieno. «A differenza degli esempi visti a Milano e in Emilia Romagna, la nostra città è servita da una pluralità di aziende di servizi pubblici. Non ci può essere efficacia senza un valida orchestrazione. Per Firenze – prosegue Vannuccini – c’è il vantaggio di poter contare sugli accordi che dal 2014 legano Comune, Camera di Commercio e Regione e tutte le public utilities tramite Cispel Toscana, proprio per la definizione e il coordinamento dei servizi digitali, lavorando in collaborazione e promuovendo condivisione e apertura di dati». In questo modo, è stata avviata una sorta di “smart city school” che propone, valuta e condivide i vari progetti di smart city, dai pali di illuminazione intelligente ai cassonetti per la raccolta dei rifiuti, dalla condivisione dei canali di comunicazione come i video informativi dei fontanelli pubblici a bordo degli autobus, al digital signage cittadino per la comunicazione. In molti casi – avverte Vannuccini – l’approccio del mash-up permette di aggirare il problema dei costi e dei finanziamenti, a patto di superare gli ostacoli di controllo e ownership che impediscono lo sviluppo di nuove iniziative, a partire dalla semplice condivisione di dati provenienti da organizzazioni ed enti diversi.

Per Gabriele Obino di Denodo la sperimentazione condotta da Degli Esposti sui dati di tracciamento delle merci in transito per gli aeroporti milanesi è eclatante. «Il concetto della interconnessione è alla base della virtualizzazione dei dati concepita da Denodo, per la sua capacità di combinare silos diversi in modo dinamico». Questo stesso principio, applicato per esempio dall’insourcer informatico del Friuli Venezia Giulia, Insiel, permette di offrire una nuova gamma di servizi innovativi rivolti alle scuole della regione. La capacità di interconnessione conduce alla vera ricchezza del dato e alla possibilità di reagire in fretta, adeguandosi a qualsiasi cambiamento.

NUOVE MODALITÀ DI TRASPORTO

Quello che vale per il movimento dei dati – interviene Franco Stivali di Ferrovie dello Stato – si riflette nelle opportunità di movimento delle persone in una società che con la pandemia si è trovata di fronte a una nuova dicotomia tra obbligo e libertà. «Siamo liberi di scegliere le modalità del lavoro, ma abbiamo l’obbligo della mascherina e della distanza. Il tema della mobilità è sempre stato strettamente connesso a quello della libertà, ma abbiamo l’onere di andare oltre l’ideazione di un sistema di trasporto più sostenibile, spingendo un’intera società verso modalità nuove». Al di là dell’immaginario collettivo – precisa ancora Stivali – Ferrovie dello Stato come realtà industriale è impegnata su fronti molto diversi, tra ferro e gomma. La sfida futura consisterà nel riuscire a conciliare gli elementi “hardware”, infrastrutturali, con una propensione alla multimodalità che fa già parte del nostro modo “software defined” di inventare e organizzare il viaggio, cercando di superare le attuali rigidità (inclusa la fissità dell’orario dei treni). «Deve emergere un sistema molto complesso e flessibile, che sfrutterà la disponibilità dei dati per compensare certi compromessi». Un obiettivo – conclude Stivali – che non riguarda i treni delle FS o gli autobus dell’ATAC, ma che riguarda la mobilità nel suo complesso.

Direttamente interpellato, Francesco Amendola di ATAC ricorda che, durante la fase di analisi delle iniziative ”emergenziali”, l’azienda per la mobilità del Comune di Roma ha dato la giusta priorità alle applicazioni che potessero avere una prospettiva futura. «Il problema è che i dati sul numero di passeggeri a bordo danno una visione molto parziale della mobilità, dei reali comportamenti delle persone» – spiega Amendola. «Una visione strutturata sulla multimodalità che consideri anche i flussi degli spostamenti, oltre che il grado di riempimento dei mezzi, è ancora in corso di implementazione: la soluzione delineata consiste nell’acquisire i dati sui luoghi di partenza e sulle destinazioni dei passeggeri (fermate, stazioni, ecc.), chiaramente nel rispetto della privacy dei viaggiatori. Quindi nel disporre poi di una piattaforma che li elabori e li rappresenti, in modo da risultare un efficace supporto alle decisioni». Stiamo assistendo – ribadisce il responsabile ICT di ATAC – a una vera rivoluzione nel paradigma del trasporto pubblico verso la Mobility-as-a-service, ovvero la mobilità intesa come servizio, in un’ottica di flessibilità e semplicità per gli utenti. Come riconosciuto da Stivali di Ferrovie delle Stato, la smart city in futuro dovrà supportare sempre di più i cittadini nella loro libertà di scelta sugli spostamenti punto-punto. «ATAC ha già avviato il servizio “tap & go®” per permettere a ciascun cliente di viaggiare da un punto all’altro della Capitale, utilizzando la propria carta di credito, senza dover acquistare preventivamente il biglietto e addirittura pagando, al termine del viaggio, la tariffa più conveniente». Questi servizi innovativi sono da estendere, con le tecnologie disponibili, agli spostamenti nell’intero ecosistema.

Operando all’interno di un’organizzazione come Axians, impegnata sui grandi temi della trasformazione digitale e della transizione energetica, Michele Armenise si dice convinto dei cambiamenti prospettici indotti dalla pandemia nel contesto metropolitano che – sull’onda della trasformazione che sta interessando l’industria – «punterà molto sulla capacità di portare dentro la rete IP infrastrutture, applicazioni e servizi che in passato vivevano di tecnologie proprie, lontani da logiche di sistema». Dal punto di vista della governance, Armenise rimanda a uno studio condotto nel 2019 dai ricercatori della Università della Pennsylvania che, analizzando una sessantina di casi di eccellenza, hanno definito quattro modelli ricorrenti per la smart city, tutti fortemente basati sulla collaborazione tra pubblico e privato. «Il Recovery Plan – conclude il responsabile di Axians Italia per il Centro-Sud – conterrà sicuramente elementi utili in questa direzione, ma tutto il tema del partenariato tra privati e organismi pubblici può essere affrontato con strumenti, come le convenzioni Consip, che se orientati più a una logica di progetto che di prezzo, potrebbero essere in grado di dare maggiore propositività a tutta la Pubblica Amministrazione».


#DMsmartcity Mix di integrazione, sicurezza e sostenibilità.@Axians_Italia @denodo @TrendMicroItaly
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RITORNO ALL’URBANITÀ SOSTENIBILE

Quale sarà il futuro dell’urbanizzazione dopo il Covid? È vero, come sembrano pronosticare gli osservatori più pessimisti della città, che si assisterà a un fenomeno contrario di progressivo abbandono delle aree a forte densità abitativa? Per Marco Moretti di A2A queste previsioni, inclusa la spinta alla ricerca di situazioni lavorative più rilassate (il cosiddetto “south working”), non hanno alcun fondamento. «Non penso che si vada in questa direzione. Lo smart working sarà la regola, ma con maggiore modularità. Fuggire significherebbe staccarsi da un senso di appartenenza alla propria azienda e alla città». Semmai, anche Moretti fa proprio il concetto di sostenibilità urbana rifacendosi ai diciassette obiettivi fissati dalle Nazioni Unite per il 2030 e in particolare agli otto obiettivi per i quali il mondo dell’ICT sarà chiamato a dare un contributo particolare attraverso la tecnologia. Moretti li riassume in una slide che punto per punto riporta gli interventi sull’acqua come risorsa preziosa, da gestire in modo molto più ottimizzato per azzerare le perdite e assicurare i più elevati livelli di riciclo. Sul green come ulteriore elemento da rafforzare, eliminando i rifiuti un tempo destinati alle discariche, imponendo criteri di economia circolare. «A Milano, i cestini sperimentali di AMSA, per leggere automaticamente il livello di riempimento. O i nostri pali di illuminazione che porteranno ovunque il Wi-Fi pubblico e garantiranno uno sviluppo sostenibile del 5G. Mobilità elettrica su strade e parcheggi intelligenti. Insomma, dobbiamo partire dai dati per costruire un modello digitale della città» – conclude Moretti invocando anche un concetto di resilienza e sicurezza, di controllo integrato del territorio.

Una descrizione che Enrico Piraccini di Gruppo Hera prova a completare con una ulteriore metafora. «Città non significa solo abitanti, abitazioni e infrastrutture. Oltre determinate soglie di scambio di informazione, la città diventa un organismo vivente, con un cuore, un sistema di arterie e vene, i reni per il filtraggio e la depurazione, i muscoli che distribuiscono energia. Sistemi e organi che nel nostro corpo si sviluppano in modo coordinato, ma che nelle città sono cresciuti singolarmente». Ora è il momento di dare un cervello alla smart city, sfruttando il 5G e la sensoristica per creare centri di comando simili al Centro di Controllo che Hera sta progettando per le pubbliche amministrazioni delle città in cui è presente. «L’obiettivo è un sistema di supporto decisionale per la smart city dotata dei dispositivi sperimentati in questi anni, dal cassonetto intelligente al totem IoT che distribuisce acqua purificata e gasata, monitorando al contempo i parametri ambientali. O le mappe satellitari per il controllo visuale del riscaldamento e della presenza di amianto».

SEMPLICITÀ E DIALOGO IN SICUREZZA

Decisamente, nessuno dei nostri esperti crede in un futuro di desertificazione per città che devono viceversa premere ancora più a fondo sul pedale di una progettualità integrata e finalizzata alla trasformazione digitale delle infrastrutture e dei servizi. Quanto mai opportuno risulta quindi l’intervento conclusivo sulla sicurezza da parte di Alessandro Fontana. «Fare sistema e semplificare sarà fondamentale» – ribadisce il responsabile commerciale di Trend Micro, accennando alle tante opportunità che la tecnologia ci offre per far convergere aspetti in apparenza diversi. Come le nuove forme di connettività Li-Fi dove la luce stessa può diventare canale di comunicazione tra dispositivi.

«Le nostre pubbliche amministrazioni dispongono di tanti strumenti digitali già attivi, che spesso non vengono consolidati e utilizzati perché non c’è sufficiente fiducia. La sicurezza è un fattore fondamentale per aumentarla». Il piano nazionale di resilienza esiste – aggiunge Fontana. Parla di circolarità, di efficienza, di infrastrutture ed edifici più green e tutto questo passa per una maggiore comunicazione tra PA e aziende. «Ma se è vero che la popolazione e la fruizione dei servizi aumenteranno, sarà così anche per la superficie di attacco». Per resistere e continuare a creare fiducia nei confronti della digitalizzazione, tanto più alla convergenza tra IT e OT, bisogna investire in una nuova cultura della sicurezza e dell’integrazione by design. L’unica “smart road” possibile verso una visione sostenibile delle città del futuro.

Guarda la registrazione della tavola rotonda


Point of view

Intervista a Michele Armenise general manager Centro Sud di Axians Italia: Tecnologie e governance per la smart city

Intervista a Gabriele Obino regional VP Southern Europe & ME di Denodo: Città smart e bene informate

Intervista ad Alessandro Fontana head of sales di Trend Micro Italia: Sicurezza embedded per la smart city

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Continuity e cyber resilience. La sfida del business antifragile https://www.datamanager.it/2021/04/continuity-e-cyber-resilience-la-sfida-del-business-antifragile/ Tue, 13 Apr 2021 14:53:36 +0000 https://www.datamanager.it/?p=208481 Sicurezza informatica e pianificazione della continuità operativa. Nessun piano di business continuity può funzionare senza coinvolgere l’IT security e viceversa. Tutti i vantaggi di un piano integrato di business continuity, cyber resilience e gestione del rischio La sicurezza sanitaria è la strada intrapresa dal Ministero del Turismo delle Maldive per tornare a crescere. Una scelta […]

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Sicurezza informatica e pianificazione della continuità operativa. Nessun piano di business continuity può funzionare senza coinvolgere l’IT security e viceversa. Tutti i vantaggi di un piano integrato di business continuity, cyber resilience e gestione del rischio

La sicurezza sanitaria è la strada intrapresa dal Ministero del Turismo delle Maldive per tornare a crescere. Una scelta obbligata per l’atollo, passato da circa 1,7 milioni di turisti l’anno ai 550mila del terribile 2020. Più di due terzi di turisti bruciati dalla pandemia. Un risultato migliore di tante altre famose destinazioni esotiche che hanno totalizzato cifre vicino allo zero. Le Maldive approfittando della fase attuale di vaccinazione di massa e del via libera ai viaggi all’estero da parte di alcuni paesi, puntano a rimanere uno dei paradisi per antonomasia ancora per molti. O almeno per tutti coloro che vaccinati nel proprio paese potranno dimostrare la non positività al virus sbarcando in uno dei tre aeroporti internazionali delle Maldive. Dove al momento, i protocolli sanitari impongono la compilazione di un modulo di autodichiarazione sanitaria, la prova di un test negativo (PCR) effettuato non più tardi di 96 ore prima dell’imbarco, misurazione della temperatura e tampone di prammatica. Non solo. Cambia anche il tipo strategia di business. Le Maldive continueranno a essere promosse come una destinazione di lusso. Accessibile però anche a un pubblico più ampio, facendo leva sulla fortunata conformazione geografica dell’arcipelago che costituito da una miriade di isole e atolli, favorisce il distanziamento imposto dal virus. Così il Ministero del Turismo prevede di attrarre 1,5 milioni di turisti nel 2021 – gli arrivi nei primi due mesi dell’anno hanno già sfondato le 180mila presenze –  accolti da 359 guesthouse e 147 resort distribuiti in 35 atolli e 199 isole scelte per rilanciare la meta esotica.

Accanto a chi prevede di tornare a crescere c’è chi invece cresce sul serio. Per Fineco, la banca multicanale specializzata nella raccolta e gestione dei risparmi, servizi di banking, trading e investimento, il 2020 è stato un anno ricco di soddisfazioni. Unico operatore del settore a superare il picco prepandemico, Fineco ha beneficiato di una crescita a Piazza Affari ininterrotta che l’ha portata negli ultimi cinque anni a un aumento di valore delle azioni vicino al 120%, cresciute di oltre il 50% dal marzo dello scorso anno, contro una crescita media del 5% delle banche rivali più importanti. Un successo consolidatosi negli anni, grazie al grande lavoro di squadra, alla capacità di far fronte all’emergenza sanitaria e all’efficace piano di continuità aziendale. «Fineco nasce come broker online, ha quindi sempre avuto l’esigenza di assicurare la continuità operativa per garantire l’accesso ai mercati finanziari» – ci dice Fabio Milanesi, vicedirettore generale e responsabile IT, Operations, Customer Care di Fineco Bank. «La banca ha fatto della continuità un elemento complementare e funzionale al proprio modello di business, realizzando una struttura organizzativa in linea con le peculiarità tecniche e di processo della macchina operativa, anche nel rispetto delle previsioni regolamentari in materia». Anche a fronte dell’emergenza pandemica, Fineco ha dimostrato la capacità di adeguare comportamenti e scelte a schemi di resilienza efficaci. «Quanto posto in essere durante l’emergenza ha confermato l’efficienza del modello organizzativo in materia di business continuity, grazie alla flessibilità e alla rapidità di gestione, al fine di migliorare ulteriormente i servizi offerti ai clienti, permettendoci di garantire la sostenibilità del business nel medio-lungo termine». Il caso delle Maldive e quello di Fineco sono business molto diversi, lontani non solo geograficamente.  Accomunati però dallo sforzo di adattare il proprio modello di business alle mutate condizioni ambientali.


#cyberResilience Un piano di #businessContinuity deve essere vivo, applicabile, esercitato @Clusit
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CAPACITÀ DI PREVISIONE

Da una parte ci sono aziende che correggono il proprio modello di business, dall’altra quelle che invece lo adattano, preservandolo dalle “intemperie” di questi mesi. Un’operazione che non tutte le aziende hanno avuto la forza e la capacità di portare a termine. «Prima degli eventi drammatici del 2020, la sicurezza informatica rappresentava una delle priorità per le aziende italiane» – ci dice Diego Pandolfi, research manager di IDC Italia (idcitalia.com). «Circa una realtà su due, soprattutto tra le medie e grandi aziende, disponeva di una strategia ben definita in ambito cyber security ed era consapevole di dover colmare alcune lacune. L’implementazione di un piano di continuità operativa, la necessità di aumentare la sicurezza delle infrastrutture e di modernizzare e ottimizzare la gestione delle soluzioni di sicurezza spiccavano tra le principali aree da migliorare. Mentre solo un’azienda su tre, stava implementando un piano di continuità operativa e disaster recovery». Una situazione peraltro non molto diversa da quella di molti altri paesi.

Secondo il Rapporto Mercer, a livello globale prima della pandemia, il 51% delle organizzazioni non disponeva di una strategia di business continuity. Di certo, non hanno funzionato quelli delle aziende texane fornitrici di energia, messe in ginocchio lo scorso febbraio da un’ondata di freddo, che ha lasciato milioni di persone in tutto lo stato senza elettricità e riscaldamento. Dallas, Hoston, Austin, San Antonio, Fort Worth, El Paso, grandi e piccoli centri urbani, uno dopo l’altro, hanno spento le luci per risparmiare elettricità. Inutilmente. Il freddo e le intossicazioni da monossido di carbonio emesso delle auto in cui tanti si erano rifugiati hanno provocato decine di vittime. A nulla è valso il tentativo dei fornitori di scaglionare gli accessi alla rete per evitare che il sistema collassasse. I blackout sono andati avanti per giorni, provocando miliardi di dollari di danni. Tutto questo in uno stato notoriamente ricco di risorse energetiche. Nessuno è stato in grado di garantire una fornitura di energia affidabile. Non gli impianti che forniscono gas naturale – la metà dell’energia consumata in Texas – né la catena di distribuzione e i gasdotti che anzi hanno smesso di funzionare. Neppure ERCOT, l’ente che gestisce la rete elettrica, già andata in grave sofferenza la scorsa estate. Tuttavia il Texas è l’unico stato continentale ad avere una propria rete elettrica, indipendente da quella federale. Una sciagura in questo frangente visto che, nel caso di necessità causata dalla carenza di energia, non ha potuto importare elettricità da altri stati e non ha potuto contare su un sistema che gli garantisse una riserva di potenza energetica in grado di compensare gli aumenti della domanda.

Le aziende fornitrici al dettaglio di energia, un settore molto frammentato e concorrenziale, di fronte all’eventualità di bruschi cali di temperatura, rari a queste latitudini, hanno preferito non investire per rafforzare le infrastrutture in vista dell’inverno per mantenersi competitive e non dover aumentare il costo delle bollette. Queste sono alcune delle ragioni di un fallimento di proporzioni bibliche. A cui si aggiunge il deserto rappresentato dal quadro giuridico innescato dalla deregulation selvaggia del mercato energetico iniziata alla fine degli anni 80, perseguita con pervicacia dalla politica locale. Un terreno sul quale si è abbattuta tutta l’incapacità di prepararsi a eventi climatici estremi, un tempo considerati insoliti ma oggi sempre più frequenti.


cyberResilience #businessContinuity La stretta connessione tra business, operatività e sicurezza @Clusit
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CAPACITÀ DI REAZIONE

Quanto accaduto in Texas ci insegna che senza investimenti adeguati nelle reti elettriche altri blackout si verificheranno in futuro. I nuovi rischi, pandemici, cyber, compliance e così via, esigono una maggior consapevolezza delle proprie vulnerabilità e una capacità di reazione immediata all’evento e di gestione. In questo senso, la pandemia è stato un banco di prova importante per misurare la corrispondenza tra capacità di resilienza stimata ed effettiva dei piani di business continuity esistenti. «Corrispondenza che – nonostante qualche caso virtuoso, soprattutto in paesi anglosassoni o asiatici che avevano in passato già sperimentato i piani pandemici della SARS – non c’è stata» – afferma Federica Maria Rita Livelli, membro di CLUSIT ed esperta di business continuity e risk management. «Anche chi aveva un piano per la continuità operativa, non sempre l’aveva aggiornato ed esercitato nel tempo. Tuttavia, è doveroso sottolineare che le organizzazioni dotate di piani esercitati, mantenuti e aggiornati nel tempo, hanno reagito in modo più reattivo e proattivo, anche in assenza di un piano pandemico specifico». Molta dell’efficacia di un piano risiede nella sua capacità di essere un documento vivo, applicabile, esercitato. Un piano di business continuity, così come codificato dalla ISO 22301, deve contenere tutte le informazioni utili all’organizzazione per riprendere la propria operatività in seguito a un evento dirompente in conformità ai propri obiettivi di continuità aziendale.

«I piani, di pronta lettura, devono soprattutto essere pratici in quanto devono servire in situazioni di emergenza» – afferma Livelli. Così come la redazione non può essere svolta soltanto una volta nella vita dell’azienda e poi abbandonata in qualche cassetto, “perché tanto ora non serve”. Nel tempo, le mutate condizioni socio-economiche e l’evoluzione dell’azienda cambiano le necessità aziendali. Per questo, è consigliabile condurre revisioni periodiche del piano per aggiornare procedure di emergenza, ruoli, compiti, contatti dello staff coinvolto, in linea con l’evoluzione del business. Inoltre, le riflessioni che ispirano la stesura del documento devono (o dovrebbero) essere indipendenti da un’ipotesi di scenario. Interruzione o discontinuità possono avvenire per le ragioni più disparate – pandemia, catastrofe naturale o attacco informatico – e il piano deve soddisfarle tutte.

Come prevede lo standard internazionale di riferimento (BS 11200:2014 – Crisis Management), il responsabile deve essere pronto a prendere decisioni velocemente per mitigare i danni e ripartire a prescindere dalla causa. Per farlo, occorre prevedere una serie di piani di continuità operativa specialistici, di comunicazione per il richiamo dei prodotti o la perdita di dati (data breach, ransomware e data disclosure), di gestione di eventi avversi come la pandemia. In tutti i casi, i piani devono essere redatti in collaborazione con esperti del settore e calati, a seconda del tipo di attività che svolge l’azienda, nelle specifiche esigenze di continuità operativa. «Occorre garantire – spiega Livelli di CLUSIT – che i piani di risk management, di business continuity, di disaster recovery e cyber security, una volta implementati, siano esercitati annualmente, debitamente aggiornati ed esercitati ogni qualvolta vengono introdotti nuovi dispositivi o patch». Inoltre, vanno promosse cultura e conoscenza all’interno dell’organizzazione. «L’efficacia di un piano si riflette in una serie di aspetti strategici per rispondere in modo chiaro ed esaustivo alle domande: chi, cosa, dove, come e quando. Bisogna fornire ruoli e attività alle persone coinvolte sia che si tratti dei titolari dei processi critici sia per chi non è al centro di alcuna strategia. Il piano deve essere elaborato coinvolgendo tutta l’unità organizzativa». Uno dei limiti delle strategie e dei piani di crisi esistenti messi in luce dall’emergenza sanitaria è stata la necessità d’integrare di più e meglio i team di business continuity e di sicurezza informatica – conferma Livelli. Un’integrazione molto spesso evocata e data sempre per ineludibile. Nella maggioranza dei casi però senza spiegare cosa significhi in concreto. «La norma ISO 22301:2019 è di supporto alla norma ISO 27001:2017 (sistema di gestione della sicurezza delle informazioni) che richiede che i servizi e i processi relativi alla sicurezza informatica siano posti in continuità».


#cyberResilience #businessContinuity Il 46% delle aziende italiane dichiara investimenti in crescita @idcitaly
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LA CORSA ALLA CYBER RESILIENZA

Mentre la stretta connessione tra business, operatività e sicurezza informatica si fa sempre più evidente, le aziende più lungimiranti irrobustiscono i loro investimenti in resilienza a tutti i livelli, collaborando con terze parti per creare un ecosistema più flessibile e sicuro. «I programmi di sicurezza delle aziende europee, a distanza di un anno dai primi lockdown e dalla migrazione massiva dei lavoratori verso le proprie abitazioni, si stanno focalizzando sulla cyber-resilienza, ossia sulla capacità di anticipare, resistere e riprendersi da eventi avversi e inattesi» – conferma Diego Pandolfi di IDC Italia. La crescente dipendenza del business da sistemi tecnologici complessi ha spinto le aziende – anche in risposta alla crisi – ad accelerare l’adozione di soluzioni cloud e di smart working e collaboration, abilitando il lavoro da casa e la continuità del business. Tutte attività che necessitano però di essere ottimizzate e integrate all’interno di strategie di medio-lungo periodo. Secondo i dati IDC, il 46% delle aziende italiane dichiara investimenti in crescita nell’ambito delle tecnologie di sicurezza per il 2021, rispetto al budget pianificato nel 2020. Investimenti, per il 36% delle aziende, approvati per rispondere alle esigenze dei nuovi processi e modelli operativi. Dati che confermano il maggior livello di attenzione verso la cyber sicurezza, attraverso l’adozione di nuovi modelli (per esempio, Zero Trust) e tecnologie in grado di assicurare una migliore continuità operativa e di disaster recovery. «Il cloud – spiega Pandolfi – sarà al centro delle nuove strategie di continuità del business. Utilizzato in Europa, già dal 78% delle imprese come parte della strategia di data protection, il cloud registra una forte crescita anche nelle aree backup, conservazione e disaster recovery».

Per riprendersi dall’emergenza pandemica saranno necessari mesi, forse anni. Sempre di più le aziende saranno portate ad adeguare comportamenti e scelte a schemi di resilienza. Le aziende sono consapevoli che la “scossa” subita nel 2020 ha permesso di accelerare alcuni progetti di digitalizzazione e di innovazione che avrebbero impiegato anni per raggiungere i livelli attuali. «Ora – prosegue Pandolfi – si rende necessario omogeneizzare e ottimizzare le attività intraprese in emergenza e integrarle in strategie IT e di business di medio-lungo periodo». La resilienza digitale – ossia la capacità di reagire immediatamente alle interruzioni del business sfruttando le tecnologie digitali non solo per ripristinare le operation ma anche per capitalizzare i cambiamenti – sarà secondo IDC la priorità delle aziende per i prossimi mesi.

La capacità dell’azienda di adeguare comportamenti e scelte a schemi di resilienza che consentano la sostenibilità per il proprio business nel medio-lungo periodo si avvia a diventare il vero spartiacque tra il prima e il dopo pandemia. «Siamo in un momento storico unico» – afferma Federica Maria Rita Livelli di CLUSIT. «La pandemia ha evidenziato l’importanza per le organizzazioni di dimostrare la propria resilienza organizzativa e “trasformativa” per far fronte a uno scenario imprevedibile e complesso nel quale è necessario porre le basi per uno sviluppo sostenibile. L’attuazione degli obiettivi dell’Agenda 2030 dell’ONU ci portano a considerare la lotta alle diseguaglianze, la gestione del climate change, dell’inquinamento come parti integranti del piano di gestione dei rischi. Non affrontarle – preconizza Livelli –  graverà pesantemente sulla continuità operativa delle organizzazioni».  


#cyberResilience #businessContinuity Piani aggiornati per rispondere ai cambiamenti dirompenti @idcitaly
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MODELLI DI BUSINESS ANTIFRAGILI

L’antifragilità, la capacità cioè di reinventare il proprio modello di business di fronte a eventi imprevedibili, rappresenta la nuova frontiera per aziende e organizzazioni. Quella che stiamo affrontando non è più una semplice emergenza. Gli effetti della pandemia sono e saranno profondi e duraturi. Per esempio, nel settore industriale e manifatturiero, a risentirne è stata soprattutto la catena di fornitura e, in particolare, la logistica e la capacità di approvvigionamento. «Il Covid-19 ci ha reso consapevoli di come una pandemia globale possa mettere a dura prova anche la supply chain» – conferma Federica Maria Rita Livelli di CLUSIT. «Il rallentamento di un sistema economico si trasmette con un effetto domino ai sistemi connessi, aggiungendosi al rallentamento locale». Effetti di cui abbiamo avuto una piccola anticipazione con il recente incidente nel canale di Suez. «Occorre iniziare a implementare in modo più diffuso i principi di risk management e business continuity per essere più resilienti e salvaguardare gli obiettivi dell’organizzazione» – auspica Livelli.

La pandemia ci ha posto dinanzi all’esigenza di essere quanto mai resilienti, considerando anche interventi radicali per offrire nuove opportunità, rimuovere ostacoli. «Sono necessari cambi di paradigma che implicano da parte delle organizzazioni una maggiore consapevolezza della necessità di avviare un nuovo ciclo di sviluppo più sostenibile sul piano sociale e ambientale, oltre che economico. Non più organizzazioni concentrate sul solo profitto, bensì ora più che mai, capaci di riprogrammare le proprie policy, ripianificare i propri obiettivi, oltre che rivalutare le proprie priorità. Le organizzazioni devono essere sempre più consapevoli e in grado di gestire i rischi ricadenti nell’area e nelle politiche di Environmental, Social and Governance (ESGs)» – sintetizza Livelli.

I segnali positivi non mancano. Nello scenario convulso degli ultimi mesi, a fronte delle “lessons learned” scaturite dalla pandemia, si registra un trend di crescita degli investimenti in business continuity rispetto al recente passato. Molte realtà, come conferma il BCI Horizon Report 2020, si dichiarano pronte a implementarne i principi e a certificarsi (ISO 22301). «Un parametro – osserva Livelli di CLUSIT – sempre più richiesto per essere conformi alle normative e soprattutto dopo l’avvento dell’Industria 4.0 anche per partecipare a gare pubbliche e private, come dimostrazione della capacità di garantire la continuità nella fornitura di prodotti e servizi, e nella logistica a fronte di incidenti ed eventi avversi. Tuttavia – prosegue Livelli – nonostante i segnali positivi, è quanto mai urgente accrescere la consapevolezza dell’importanza della business continuity in modo da condividere metodologie, esperienze e best practice sempre più anche in Italia». Strutturarsi con un sistema di gestione dei rischi che comprenda un piano integrato per la continuità operativa non rappresenta di per sé una garanzia di sopravvivenza dell’azienda. La pandemia ha amplificato i limiti delle strategie e dei piani di crisi, redatti in contesti di mercato in molti casi diversi da quelli attuali. Tuttavia, non c’è piano in grado di garantire la continuità operativa, se proprio il modello di business è del tutto inadeguato a rispondere e adattarsi a una serie di cambiamenti come quelli scatenati dalla pandemia. Costruire un modello di business resiliente, “antifragile” – secondo il principio descritto da Nassim Nicholas Taleb nel suo libro “Antifragile, prosperare nel disordine” (2012, il Saggiatore) – si profila come la nuova sfida che aziende e organizzazioni dovranno affrontare.

L'articolo Continuity e cyber resilience. La sfida del business antifragile proviene da Data Manager Online.

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Green, fast e smart. L’IT per il nuovo fashion https://www.datamanager.it/2021/04/green-fast-e-smart-lit-per-il-nuovo-fashion/ Tue, 13 Apr 2021 13:53:30 +0000 https://www.datamanager.it/?p=208557 Potenziamento dei canali digitali di vendita, vista unica del cliente, omnicanalità, ottimizzazione della supply chain, digitalizzazione della filiera di produzione. L’industria del fashion riparte dal connubio tra innovazione e sostenibilità, sperimentando nuovi modi di raccontarsi Nonostante il rallentamento delle vendite al dettaglio e l’incertezza economica causata dalla pandemia, non sono pochi i marchi che hanno […]

L'articolo Green, fast e smart. L’IT per il nuovo fashion proviene da Data Manager Online.

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Potenziamento dei canali digitali di vendita, vista unica del cliente, omnicanalità, ottimizzazione della supply chain, digitalizzazione della filiera di produzione. L’industria del fashion riparte dal connubio tra innovazione e sostenibilità, sperimentando nuovi modi di raccontarsi

Nonostante il rallentamento delle vendite al dettaglio e l’incertezza economica causata dalla pandemia, non sono pochi i marchi che hanno registrato numeri insperati qualche mese fa. Inditex, uno dei più grandi fashion retailer al mondo, con otto brand proprietari a portafoglio tra cui Zara, a fine gennaio 2021 ha ottenuto ricavi pari a 20,4 miliardi di euro: numeri che fanno ben sperare rispetto alla chiusura di 2020 con un utile netto di 1,1 miliardi di euro, un calo vistoso rispetto all’anno precedente (-70%), ma comunque in grado di compensare le perdite del primo lockdown generalizzato. Nel primo trimestre del 2021, dal primo dicembre 2020 al 28 febbraio 2021, le vendite nette del gruppo H&M sono diminuite del 21% rispetto all’anno precedente, solo in parte compensate dagli ordini online. Dati in aumento del 10% a marzo, rispetto a dodici mesi prima, quando la pandemia aveva iniziato a imporre restrizioni alle aperture dei negozi in molti paesi. Non è un caso se aziende come Zara e H&M abbiano fondato gran parte delle loro attività di vendita su velocità e agilità. Individuato un nuovo trend, magari incentivato dalla stessa pandemia scoppiata oltre dodici mesi fa, si implementano i sistemi di progettazione e catena di fornitura, per portare la tendenza sul mercato il più rapidamente possibile. Ciò consente un consolidamento del cosiddetto “fast fashion” che, di fatto, supera per vendite le etichette tradizionali. Capi e accessori sfilati sulle passerelle, prive di pubblico, possono essere individuati e replicati prima ancora che gli originali arrivino nei negozi, grazie a una capacità quasi in tempo reale di adattare la collezione, per soddisfare le preferenze di segmenti di clienti più piccoli e mirati. I social media stanno accelerando questo ciclo. L’influencer marketing e altre strategie 2.0 aiutano le novità a viaggiare velocemente, creando una rapida domanda di mode iper-economiche. Gli acquirenti agiscono istantaneamente su tale richiesta, anche tramite strumenti su piattaforme come Instagram e Pinterest, idealmente nate per altri scopi. Uno scenario che prevede, oggi più che mai, una dotazione tecnologica e strategica dedicata.

Lo scenario odierno dell’Information Technology disegna un panorama molto interessante nel settore del fashion, con robot che cuciono e tagliano i tessuti, algoritmi di intelligenza artificiale che ottimizzano la produzione, app che raccolgono i dati e arricchiscono le informazioni sui consumatori. Tra intelligenza artificiale e machine learning, la crisi ha accelerato lo sviluppo e l’adozione dei chatbot, per colmare l’assenza del personale dedicato. Ciò crea dei problemi evidenti legati all’occupazione futura di certi ruoli ma è indubbio che la mossa abbia contribuito a tenere in piedi dipartimenti messi in difficoltà dalla situazione sanitaria. Altro argomento scottante è quello ambientale. Secondo gli analisti dell’Environmental Protection Agency, il “nuovo” fashion, quello scelto e acquistato da casa o in mobilità, contribuisce in maniera sostanziale all’inquinamento. Le ricerche dicono che ogni anno vengono inviati in discarica circa 12,8 milioni di tonnellate di indumenti. La produzione tessile globale emette ogni anno 1,2 miliardi di tonnellate di gas serra, più dei voli internazionali e del trasporto marittimo messi insieme. L’industria della moda è responsabile fino al 10% delle emissioni globali di CO2, per il 20% delle acque reflue industriali mondiali, per il 24% degli insetticidi e per l’11% dei pesticidi utilizzati. Anche la tecnologia, sotto questo punto di vista, può dare una mano.


#Fashion Accelerano gli investimenti in piattaforme di Connected Store Edge
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I TREND DI IDC

«La vendita al dettaglio online è stata una chiara vincitrice del 2020. Le restrizioni attuate durante la pandemia hanno forzato la chiusura dei negozi e incoraggiato le persone a passare più tempo a casa. I nuovi acquirenti, dopo l’allentamento delle restrizioni, hanno continuato a effettuare acquisti online» – spiega Ornella Urso, senior research analyst di IDC Retail Insights. «I retailer di tutta Europa hanno visto le vendite salire alle stelle. Il prossimo decennio sarà quello in cui gli spazi fisici di vendita si trasformeranno in hub esperienziali, connessi, dove ogni azione fisica – di persone, trasporto o merci – lascerà una firma digitale che potrà essere raccolta, per guidare un servizio clienti migliore e ottimizzare le risorse: negozi, magazzini, camion, inventario, dipendenti». IDC prevede che entro il 2025, concetti come Digital Shelves, Inventory Visibility, Robotic Fulfillment e Automated Checkout accelereranno gli investimenti in piattaforme di Connected Store Edge, fino a dieci volte di più rispetto agli attuali livelli di previsione.

Monoprix ha lanciato, nell’ottobre del 2020, BlackBox, un concetto di negozio automatizzato senza personale, 24/7. Gestito dall’intelligenza artificiale, a differenza di altri negozi non presidiati, non ha telecamere e non è necessaria alcuna app per fare acquisti. «La tecnologia permette l’identificazione dei prodotti senza bisogno di telecamere» – continua Ornella Urso. «Gli acquirenti possono accedere scansionando la loro carta di credito, prendere gli articoli dagli scaffali e pagare attraverso un touchscreen. L’esperienza del cliente e i servizi di evasione degli ordini rimangono critici per la maggior parte dei sottosegmenti di vendita al dettaglio. I rivenditori di moda e abbigliamento stanno affrontando la complessa sfida di rivedere i loro approcci di pianificazione. Tra le prime cinque tecnologie sulle quali i retailer pianificano di investire, il settore della moda punterà soprattutto su 5G ed esperienza mobile».


#Fashion Come semplificare la collaborazione in tutta la catena di approvvigionamento
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LA SPINTA DEL 5G

Comprendendo differenti segmenti, il retail deve far fronte a sfide spesso diverse tra di loro. Pensiamo al grocery, che deve ripensare completamente l’esperienza di acquisto, all’elettronica, che vede quasi del tutto venir meno la prova tangibile dei prodotti in fase di pre-acquisto. Il fashion ha sicuramente delle peculiarità, tra cui il bisogno di accelerare sul fronte dell’integrazione della catena di produzione e distribuzione, per la presenza di tanti piccoli artigiani, che contribuiscono all’economia del settore. Il marchio spagnolo Original Arts, con il progetto Soruka, ha deciso di mettere in comunicazione la filiera del fast fashion con gli artigiani indiani, per la produzione di borse nate dai ritagli dell’industria del pellame, scarti che altrimenti andrebbero buttati. Galeries Lafayette, insegna storica francese, ha invece aperto canali di vendita che sono un mix di marchi conosciuti ed emergenti, divenuti popolari su Instagram. Un concetto che lega i casi descritti è quello della personalizzazione, che può beneficiare di un boost ulteriore grazie al 5G. Lo standard di nuova generazione può sicuramente ottimizzare la produttività e migliorare la customer experience dei clienti.

Un esempio è dato dal flusso di informazioni live, utili a gestire l’esaurimento scorte sugli scaffali. In questo caso, la tecnologia genera notifiche automatiche di rifornimento per gli addetti del negozio e avvisa i centri di distribuzione di inviare ulteriori pezzi. Il fatto che 5G e mobile edge computing consentano di eliminare eventuali problemi connessi con l’esperienza di vendita e di migliorare la produttività delle risorse avrà un impatto significativo sul settore. Vale la pena considerare i risultati del recente “5G Business Report di Verizon” (febbraio 2021), condotto in collaborazione con Morning Consult, e che ha coinvolto 700 decision-maker IT aziendali, per valutare l’interesse nell’implementazione del 5G e le applicazioni concrete in ambiti quali sport, intrattenimento e media, settore pubblico, sanità, manifatturiero e retail. Stando ai numeri, il 77% degli intervistati del settore retail sostiene che le aziende che non adottano la tecnologia 5G rimarranno indietro rispetto ai loro competitor. L’80% ritiene che offrire ai clienti la possibilità di acquistare da qualsiasi luogo, sfruttando le potenzialità di AR e VR abilitate dal 5G, sarà un aspetto critico nel futuro.


#Fashion Ottimizzazione della supply chain e più trasparenza della catena di approvvigionamento
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INNOVAZIONI PER IL FASHION

Le nuove possibilità offerte da blockchain, IoT e AI hanno oramai superato la prova sul campo, essendo maturate prima nell’industria alimentare e poi consolidate anche nella produzione fashion. L’obiettivo è di consentire a clienti, produttori, fornitori e partner di rintracciare l’origine e la lavorazione di un capo in ogni fase della produzione e della distribuzione. Ciò garantisce la completa trasparenza e la tracciabilità, dalla materia prima al prodotto finito. Il produttore italiano di tessuti di lusso Fratelli Piacenza utilizza la blockchain per tracciare l’intero processo di produzione del tessuto dal ricevimento della materia grezza alla vendita. La capacità di tenere traccia di ogni parte del processo consente a tutte le parti coinvolte di documentare le diverse fasi di progettazione e produzione e previene gli sprechi nella produzione.

Una delle tecnologie maggiormente in risalto, quando si parla di moda, è la stampa 3D. A marzo 2021, Voxel8 ha annunciato un accordo esclusivo con il produttore italiano Eddy Ricami, per l’utilizzo di ActiveLab, ecosistema di 3D printing, per la produzione di accessori di fascia alta. L’installazione presso lo stabilimento di Montecosaro (in provincia di Macerata) consentirà a Eddy Ricami di lavorare in maniera esclusiva sul singolo capo, funzionale a specifici clienti per le loro calzature e prodotti di abbigliamento, offrendo al contempo tempi di progettazione e di consegna più brevi e costi di inventario ridotti.

Dalla progettazione alla produzione, dal marketing al customer care, la capacità di elaborazione dei dati, che è stata notevolmente accelerata dall’adozione di algoritmi di apprendimento (machine e deep learning), sta diventando essenziale e ha portato ad alcuni notevoli investimenti per l’industria della moda. In questo settore, la necessità di svoltare verso strumenti come l’intelligenza artificiale è in gran parte legata alla volontà di rendere efficiente il flusso produttivo, riducendolo in molte delle sue attività più ripetitive, per dare ai clienti un’esperienza personalizzata a un costo accessibile.

I chatbot rappresentano una delle applicazioni più comuni di AI nei processi comunicativi tra azienda e cliente. Il loro utilizzo sta aumentando in modo esponenziale, anche per la vendita al dettaglio visto che, oltre alla loro “convenienza” (non riposano, non scioperano, non vanno in malattia o in ferie) sono in grado di fornire informazioni e assistenza istantanea. Di fatto, i chatbot sono pronti a dare consigli giusti al momento giusto, per esempio per trovare il punto vendita più vicino, scegliere il capo migliore da una selezione più ampia, o l’accessorio per completare un look. Le aziende del fashion devono avviare un processo di trasformazione in grado di combinare modalità offline e online. In un mondo che va sempre più verso forme ibride di acquisto, è evidente che bisogna intercettare il consumatore lì dove si trova. L’idea sarebbe quella di rimanere al suo fianco durante tutto il processo (sia online che offline), raccogliendo dati e fornendo esperienze “cucite su misura”.

La sfida non è tanto tecnologica, vista la pletora degli strumenti già a disposizione e rodati, quanto individuare quelle strategie vincenti che consentano di prendere il meglio dai due mondi. La rivoluzione tecnologica in atto richiederà una notevole flessibilità ma, se ben progettata, cambierà abitudini e stili di consumo, facendo emergere nuove opportunità. Del resto, se un punto critico dello shopping online resta quello di provare i prodotti, ci sarà bisogno sempre più di sperimentare modalità nuove di scelta, seppur con la difficoltà del dover rimpiazzare qualcosa che ha ben poco di fisico. Tanti marchi si sono attivati per minimizzare il timore dei consumatori nel comprare qualcosa su internet la cui taglia non va bene, non corrisponde a quanto si era immaginato, non soddisfa la promessa della vetrina online. Si ovvia a questi problemi, spesso offrendo spedizioni veloci e resi gratuiti. I più innovativi vanno oltre, puntando sulla realtà virtuale per far visualizzare all’utente l’immagine del prodotto come se lo stesse provando in negozio. Specificando le misure si può oramai ottenere una risposta realistica di come un capo vestirà sulla propria figura. Ma c’è una forte barriera che è quella del dispositivo da usare per il VR: un investimento a cui i consumatori non daranno di certo seguito solo per qualche acquisto sul web. La via di mezzo che meglio potrebbe rispondere alle nuove esigenze di prossimità liquida è la realtà aumentata che, con gli aggiornamenti hardware e software sugli smartphone, può aprirsi una breccia certamente idonea a un pubblico più ampio, seppur non ancora di massa.


#Fashion 5G e mobile edge per migliorare esperienza di vendita e produttività
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L’APPROCCIO OMNICANALE

Resilienza è il termine che ha accompagnato buona parte dei discorsi nel 2020, in riferimento alla qualità che le imprese hanno dovuto mettere in campo per adattarsi al cambiamento. Nel segmento della vendita, ci si imbatte da anni nel mantra dell’omnicanalità. A che punto siamo e come questa sorta di contenitore di strategie si sta evolvendo insieme alle tecniche che disegnano un IT per il fashion davvero resiliente? Secondo una ricerca di Invespcro dello scorso aprile, le aziende che hanno migliori strategie di coinvolgimento omnicanale mantengono in media l’89% dei loro clienti, che si attesta solo al 33% per quelle che hanno una vendita al dettaglio omnicanale debole o assente. In effetti, circa il 68% dei Millennials è oramai a suo agio con un approccio omnicanale durante il proprio percorso di acquisto, a fronte dell’84% dei baby boomer che preferisce acquistare prodotti nei negozi.

Da uno studio condotto su 46mila acquirenti dalla Harvard Business Review, emerge che solo il 7% delle persone preferisce fare acquisti esclusivamente online. Per lo shopping solo in negozio, la percentuale si attesta a 23%, mentre è pari al 73% la fetta di chi preferisce vari canali. Tutto questo, prima che la pandemia cambiasse le carte in tavola. Eppure, non tutti i giganti del fashion retail hanno colto l’occasione per acquisire nuovi modus operandi. Basti pensare che un brand come Primark si rifiuta ancora di vendere online, limitandosi a proporre sul proprio sito i prezzi dei capi di abbigliamento e degli accessori, invitando poi a “recarsi al negozio più vicino”. Questo vuol dire che le sue finanze sono rimaste completamente stagnanti durante i vari periodi di lockdown forzato. Per quale motivo, in oltre un anno, Primark, che è leader della moda accessibile, non ha attivato nemmeno una modalità di acquisto online? La sua mancanza di programmazione ha reso le cose difficili, soprattutto nei mesi più duri della pandemia, e non è chiaro quanta della sua forza vendita resterà tale anche al ritorno alla normalità. Il fatto è che molte aziende hanno parlato del Covid-19 descrivendolo come un inconveniente temporaneo o una sfida solo per la catena di approvvigionamento. L’amministratore delegato di Best Buy, Corie Barry, aveva detto agli investitori in una videoconferenza alla fine di febbraio 2020, che la società considerava la pandemia come un’interruzione relativamente a breve termine, tale da non influire su strategia e iniziative a lungo termine. Circa un mese dopo, la diffusione del contagio ha fermato le principali economie al mondo. Centri commerciali e negozi di abbigliamento sono rimasti chiusi e i rivenditori hanno visto uno spostamento verso l’e-commerce, un’opzione più sicura e, in alcuni casi, l’unica.


#Fashion Supply chain integrata e produzione più sostenibile
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DATI E SOSTENIBILITÀ

I consumatori badano sempre più all’eticità nella lavorazione di un prodotto. Il marchio britannico Burberry ha sviluppato un’app mobile che segue la strada che compie, periodicamente, un materiale dal suo luogo di raccolta a quello di lavorazione e, infine, di stoccaggio e vendita. Si è arrivati allo sviluppo di Voyage, applicazione per tenere d’occhio il percorso del ciclo di vita di un capo di abbigliamento, tramite la scansione di un’etichetta o l’inserimento di un codice univoco. La sostenibilità è certamente uno dei perni centrali del nuovo modo di consumare la moda. Il cambiamento degli stili di consumo vede due direzioni che spesso vengono considerate parallele ma che, in realtà, possono incrociarsi in qualche punto. Fast fashion e sostenibilità rappresentano un binomio già attuato in certi ambiti, soprattutto quelli che interessano le nuove generazioni. Queste sono infatti il pubblico che vuole raggiungere Fashion Values, ​​piattaforma sviluppata dal Centre for Sustainable Fashion del London College of Fashion, parte dell’Università delle Arti di Londra. Con Kering, IBM e Vogue Business, mira a collegare tecnologia e sviluppo sostenibile, stimolando l’innovazione verso nuovi prodotti e servizi di moda.

Secondo l’indagine di IDC “2020 Global Retail Innovation”, il 54% dei rivenditori di moda e abbigliamento presterà attenzione al consolidamento dei dati dei clienti, nei prossimi tre anni, investendo nella valorizzazione del proprio patrimonio informativo (56%). Allo stesso tempo, il 51% si concentrerà sull’ottimizzazione della supply chain. In relazione a questo, per IDC entro il 2024, il 40% dei rivenditori rafforzerà le partnership con i fornitori per la trasparenza della catena di approvvigionamento, riducendo l’impronta di carbonio del ciclo di vita del prodotto del 30% e aumentando la fiducia dei clienti del 50%.

Il software di gestione dei processi, l’intelligenza artificiale, l’automazione robotica, la blockchain e la tecnologia IoT – tra cui sensori, RFID, cloud e reti – semplificheranno la collaborazione in tutta la catena di approvvigionamento. Circa il 44% dei retailer, in Europa, sta attualmente implementando l’IoT per la visibilità e il controllo della supply chain, mentre un altro 36% sta progettando di implementare la tecnologia nei prossimi uno o tre anni. Ci sono già esempi di rivenditori come H&M, Net-a-Porter e Adidas, che hanno usato la tecnologia come abilitatore di crescita sostenibile, tale da diventare un punto chiave della strategia delle organizzazioni resilienti. Inditex, tramite il presidente esecutivo Pablo Isla, ha annunciato che entro il 2025, il 100% del cotone, lino e poliestere utilizzato da tutti e otto i suoi marchi (tra cui Zara, Zara Home e Massimo Dutti) sarà sostenibile o riciclato: «La nostra trasformazione digitale e il deciso progresso verso gli standard di sostenibilità più esigenti sono complementari e sostenuti dall’efficienza del nostro modello di business, che si basa sull’offrire ai clienti il meglio della moda di qualità». Tra le iniziative chiave lanciate negli ultimi anni, ci sono l’uso di materie prime “verdi”, come il cotone biologico, il poliestere riciclato e il lyocell, assieme all’implementazione di processi più rispettosi di consumo d’acqua e di energia, una maggiore attenzione all’economia circolare (raccogliendo gli abiti usati per il successivo riutilizzo o riciclo a scopo benefico), e il lancio di una piattaforma di negozi eco-efficiente. «In Italia – conclude Ornella Urso di IDC – «l’innovazione del modello di business, la consapevolezza del marchio, la crescita del mercato e la conformità normativa, sono i principali driver della strategia di sostenibilità dei retailer».


#Fashion La sfida di mettere in comunicazione la filiera del fast fashion con i piccoli artigiani
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SOLUZIONI IT A SUPPORTO DEL FASHION

I nuovi percorsi della trasformazione digitale

In media, in Europa, un capo d’abbigliamento viene indossato tre volte. Decine di milioni di tonnellate di vestiti vengono buttati ogni anno in discarica, persino nuovi. Enormi risorse ed energie buttate nel tentativo affannoso di soddisfare un bisogno del consumatore finale che, nei fatti, non è noto. Modelli, taglie, colori, quantità, distribuzione geografica, tempistiche, materiali, caratteristiche tecniche, sono variabili di cui i produttori di abbigliamento non conoscono a fondo i dettagli. Producono sulla scommessa di quello che sarà il mercato, con mesi di anticipo. Per ridurre significativamente lo spreco, cioè mirare meglio e velocemente le esigenze dei consumatori, è utile creare un cortocircuito informativo rapido ed efficace che porti i produttori a essere consapevoli di cosa interessa al consumatore finale oggi. Come? «Conoscendo il cliente, osservandolo e coinvolgendolo. I trend della moda, oggi, viaggiano alla velocità dei social media e si esplicitano attraverso di essi» – spiega Dena Arabsolgar, project manager di Holonix.


#Fashion #sostenibilità L’IoT per far evolvere il modello di business @HolonixSRL
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«È necessario saper lavorare in modo intelligente sulle informazioni che si possono raccogliere dai social: riconoscere le immagini, individuare pattern ripetuti, forme, colori, idee, riferimenti e testi. Fondamentale è la creazione di una collaborazione stretta tra aziende, abilitata dalle tecnologie informative, che possono lavorare in sinergia condividendo e ottimizzando il tempo dei fermo-produzione, o in complementarietà scambiandosi, per esempio, materiali e sottoprodotti che risultano troppo spesso rifiuto per un settore ma risorsa preziosa per un altro. Ottenuto questo, bisogna agire rapidamente. Con una produzione efficiente e agile in cui non è più un problema o un costo realizzare solo i pochi capi che servono per ciascun modello, dove il digitale entra in fabbrica con prepotenza facilitando la creazione di nuovi modelli o varianti usando macchinari connessi e software semplici e completi». Holonix si propone come partner tecnologico e metodologico sul tema, mettendo a disposizione know-how ed esperienze maturati in 10 anni di storia in ambito Industria 4.0. Tutto ciò trova in “IoT Experience” la propria concretizzazione: giornate che vanno oltre alla consulenza e alla formazione, dove Holonix fa “experience” insieme alle aziende utenti, rendendo tangibili e finalmente concreti i concetti di innovazione, e calandoli nella specifica realtà industriale.

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Data quality, universo a otto dimensioni https://www.datamanager.it/2021/04/data-quality-universo-a-otto-dimensioni/ Tue, 13 Apr 2021 12:46:43 +0000 https://www.datamanager.it/?p=208562 Completezza, accuratezza, tempestività, coerenza, univocità, integrità, conformità, ma anche tracciabilità dei processi di trasformazione dei dati. Come coltivare la qualità dei dati per evitare il rischio di decisioni sbagliate, processi inefficienti, performance ridotte, opportunità mancate e sfiducia La qualità dei dati è un requisito fondamentale per ottimizzare la raccolta e l’analisi dei dati. Oltre che […]

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Completezza, accuratezza, tempestività, coerenza, univocità, integrità, conformità, ma anche tracciabilità dei processi di trasformazione dei dati. Come coltivare la qualità dei dati per evitare il rischio di decisioni sbagliate, processi inefficienti, performance ridotte, opportunità mancate e sfiducia

La qualità dei dati è un requisito fondamentale per ottimizzare la raccolta e l’analisi dei dati. Oltre che la successiva esplorazione e interpretazione delle informazioni, nascoste nei Big Data. Un corretto processo di data quality si traduce in aumento dell’efficacia dei processi decisionali. I dati “puliti” sono la base per sviluppare progetti efficienti e solidi, in grado di supportare appieno le strategie data-driven. Si fa presto a dire analytics, monetization e trasformazione dei dati in conoscenza. Occorre però essere meno superficiali nell’associare ai dati un valore intrinseco. Nelle operazioni di utilizzo, secondo i diversi paradigmi, i dati vengono conservati, spostati o copiati da un repository all’altro. Tutte operazioni – costose in termini di risorse – che rischiano di avere un impatto negativo dal punto di vista dell’integrità e della qualità dei dati.

Senza una base integra, univoca e accessibile di dati, è difficile estrarre vero valore di business. Il ciclo di vita del dato, dalla gestione all’analisi, richiede pratiche e strumenti adeguati. Sicurezza, consistenza, incorruttibilità, qualità e integrità dei dati sono fattori determinanti per le strategie di ogni organizzazione, soprattutto a supporto dei processi decisionali assistiti dall’intelligenza artificiale. Non basta avere una fonte di informazione, è necessario porre al centro delle attività aziendali una vera “data community” per incentivare un’evoluzione più spedita e stabile interna all’organizzazione. Troppo spesso le aziende si ritrovano a lavorare con dati non “puliti”. Questa non uniformità del dato può avere impatti potenzialmente disastrosi per chi necessita di muoversi con agilità e velocità nel proprio mercato di riferimento. Oggi, i CDO sono chiamati a colmare il divario fra l’IT e il mondo del business, non solo attraverso l’inserimento di soluzioni innovative o di risorse professionali specializzate, ma soprattutto con la possibilità di condividere scelte, esperienze e responsabilità.


#dataquality Le aziende devono fidarsi dei processi costruiti sui dati – Vercellino @IDCItaly
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TRACCIABILITÀ DEI PROCESSI

La qualità del dato si misura in base a sette dimensioni: completezza, accuratezza, tempestività, coerenza, univocità, integrità, conformità. Ognuna di esse deve essere rispettata per avere un dato di qualità. Oggi, il concetto di data quality sta evolvendo verso una ottava dimensione che è essenzialmente quella legata alla tracciabilità dei processi di trasformazione dei dati, come conseguenza dei nuovi algoritmi. «Il data lineage è indispensabile per tenere traccia del confine, talvolta sottile e ingannevole, tra dato, informazione e insight» – spiega Giancarlo Vercellino, associate director Research & Consulting di IDC Italy. «Un elemento indispensabile per fare quel “sanity check” che è richiesto per valutare la correttezza dei workflow analitici». I dati sono alla base, ma le aziende come possono fidarsi completamente dei dati in loro possesso? Secondo Vercellino – le aziende non devono fidarsi dei dati, ma dei processi che sono in grado di costruire sui dati. «I processi possono essere monitorati e se necessario emendati. I dati, soprattutto quando provengono da fonti esterne, non possono sempre e comunque essere validati o accertati. Una azienda propriamente data-driven deve imparare a convivere con l’errore, che è un po’ il rumore di fondo, il rumore bianco, che contraddistingue una società che produce e macina grandi quantità di dati ogni giorno».

L’automazione di tanti processi che caratterizzano il back-end dell’IT aziendale – oggi parliamo di data governance, ma pensiamo a tutto quanto sta avvenendo con il Serverless lato configurazione e deployment – avrà un impatto molto importante nel rafforzare la credibilità di una organizzazione data-driven. «L’errore umano – spiega Vercellino – è il primo fattore che può mettere a repentaglio la qualità dei dati, introducendo distorsioni e manipolazioni che possono poi impattare sulle decisioni finali. Una macchina capace di portare avanti in modo autonomo e controllabile alcuni aspetti legati alla data curation potrebbe accelerare in modo importante il time-to-insight».


#dataquality Coerenza e univocità requisiti determinanti – Aversa allyconsulting.it
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Una comprensione approssimativa della realtà porta sempre a decisioni errate. Quando gli insights vengono utilizzati per guidare i manager esecutivi e i direttori di funzione, si entra nel dominio della politica aziendale e capire se una decisione sia giusta o sbagliata diventa un tema di dibattito o un esercizio di potere. «Quando gli insights vengono impiegati per automatizzare i processi – precisa Vercellino – se sono stati commessi degli errori di gestione del dato, diventa immediatamente evidente a tutti: in primo luogo ai clienti, poi a chi lavora a contatto con i clienti e quindi a chi controlla i numeri. In questo caso, diventa davvero difficile nascondere la polvere sotto il tappeto». L’implementazione di un attento processo di data quality può ridurre costi e rischi su entrambi i fronti. Le ragioni sono le più disparate e dipendono dai casi d’uso. «In ambito finanziario – spiega Vercellino – la qualità dei dati può mitigare i rischi di un affidamento. In ambito di servizio, la qualità dei dati può ridurre il rischio di churn dei clienti. In ambito industriale, la qualità del dato può garantire l’efficienza del prezzo edonico di un prodotto, calcolando finemente quello che è il contributo marginale di ogni fattore produttivo alla qualità del prodotto finale. I casi possibili sono tanti». Il CDO ha la responsabilità di costruire un processo capace di gestire gli analytics e gli insights come se fossero un processo industriale – avverte Vercellino – garantendo la valorizzazione dei dati e promuovendo una cultura centrata sul dato a tutti i livelli aziendali. «Si tratta di compiti assolutamente non facili che richiedono una stretta collaborazione con CEO, CIO, CTO, COO e CMO per essere perfettamente allineati sugli obiettivi e sui tempi necessari per una trasformazione di questo tipo».

BASE DI PARTENZA E NON DI ARRIVO

Avere dati precisi e accessibili nelle modalità giuste e nel tempo giusto oggi non è più sufficiente. Determinanti sono requisiti come la coerenza e l’univocità – spiega Paolo Aversa, managing director di ally Consulting. «Un dato che è utilizzato da più funzioni aziendali deve essere per prima cosa univoco, ma allo stesso tempo deve poter essere elaborato in modo automatico in informazioni specifiche e utili al singolo contesto, mantenendo la coerenza anche trasversalmente alle funzioni organizzative». Un altro aspetto cruciale è la conformità formale: i dati che stiamo raccogliendo seguono le best practice aziendali e rispecchiano i processi di efficienza definiti dal top management? «Avere sotto controllo questo aspetto è fondamentale – continua Aversa – perché permette di capire se le strategie intraprese sono davvero funzionali o se devono essere adeguate all’evolvere della nostra impresa». Secondo Andrea Zinno, data evangelist di Denodo, il concetto di qualità non può limitarsi a indagare la componente estensionale dei dati (le loro occorrenze), ma deve estendersi anche a quella intensionale (il loro significato) – «perché ancor prima di garantire la qualità dei dati rilevati, è importante garantirla per il loro significato, facendo sì che questo sia esplicito, indagabile e condivisibile, che rappresenti, cioè, quello che realmente deve essere rappresentato, dando la possibilità di evolvere, di catturare quei “punti di vista” che sono inevitabili e necessari all’interno di ogni azienda e che rappresentano, in ultimo, quelle che sono le responsabilità dei ruoli aziendali».


#dataquality La prima parola chiave è trasparenza – Zinno @denodo
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La data quality è parte integrante della data strategy e rappresenta la base di partenza e non di arrivo – spiega Filippo Gentilini, marketing Di.Tech – per consentire alle aziende di approntare strategie efficaci basate sulle informazioni e sulla conoscenza, che abilitano i processi di trasformazione digitale completa. «Non bisogna fermarsi all’ottenimento della sola qualità del dato, ma è necessario dotarsi anche di partner e strumenti in grado di analizzarli, per applicare le strategie migliori per il proprio business che permettano un vantaggio competitivo». La scelta e l’utilizzo di opportune metriche per la definizione e la misurazione della qualità dei dati è essenziale per supportare correttamente le scelte di business. «Completezza, accuratezza, tempestività, coerenza, integrità e conformità – mette in evidenza Lara Binotti, sales director di Holonix – sono solo alcuni esempi di metriche operative utilizzabili, ma che per loro stessa natura sono molto manuali e quindi suscettibili di errori sostanziali. L’apprendimento automatico è divenuto l’approccio dominante e sta cambiando la metodologia di implementazione della data quality».

EFFICACIA E COERENZA

Nell’era della data economy sempre più aziende stanno puntando sulla data monetization. Guardando ai “big” come Google o Facebook – spiega Glauco Cataldi, cloud sales specialist integration solution di Oracle Italia – è chiaro che il successo viene oltre che alla capacità di raccogliere grandi moli di dati dall’affidabilità che i dati trattati forniscono per gli scopi richiesti. «La data quality diventerà sempre più pervasiva, rafforzata dall’apprendimento automatico e specializzandosi su processi definiti per scopi ben precisi, che si tratti del lancio di un prodotto o di un sondaggio su un dato argomento». Per Mirko Menecali, Partner and Alliance manager di Sinfo One i dati sono il patrimonio principale di qualsiasi sistema e la loro qualità è direttamente connessa con l’efficacia complessiva del sistema/processo, sia esso un’applicazione operativa, un ERP, un tool di analitica e business intelligence. E oltre ai requisiti di completezza, precisione, disponibilità e tempestività, ce ne sono molti altri da prendere in considerazione – «come la coerenza centrale nei sistemi di analitica che usano diverse fonti dati, l’univocità nei sistemi ERP, la conformità formale fondamentale nei sistemi EDI, l’integrità fondamentale quando si usa IoT».


#dataquality Base di partenza e non di arrivo – Gentilini ditechonline.it
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Difficile dire quale sia il più importante, anche se negli ultimi tempi viene stressato il concetto di tempestività intesa come velocità di fruizione. Entrando nello specifico delle applicazioni di BI – Menecali spiega che gli utenti evoluti, come i data scientist, devono accedere a importanti moli di dati preparati per supportare analisi complesse e destrutturate. «Rispondere a queste richieste in modo tempestivo richiede, anche in aree tradizionali come il data warehousing, approcci evoluti come l’Unified Star Schema e l’utilizzo di “tabelle ponte” per aumentare la tempestività di presentazione dei dati». Per misurare la qualità dei dati vanno definite delle metriche standard valide a prescindere dal contesto di utilizzo e altre che invece devono essere strettamente legate al contesto – evidenzia Antonio Cataldi, project manager di Skìanet, Community Partner Network di Seeweb. «Quelle più usate sono l’accessibilità, l’accuratezza, la consistenza e la quantità. Il contributo di tecnologie di AI e ML offre un grande supporto per tutto il ciclo di vita del dato, dalla data creation, alla data maintenance e alla data protection, riducendo notevolmente il costo di queste operazioni, automatizzandole». A prescindere dalle specificità definite, fulcro del cambiamento è la partecipazione delle unità di business alla gestione diretta della qualità dei dati. E su questo punto Antongiulio Donà, VP Sales Italy di Talend mette in chiaro che i dati – secondo le definizioni dell’IT e dei gestori delle applicazioni – «non hanno la qualità che il business attende che non è semplicemente “tecnica” ma è direttamente legata all’utilizzo che il business ne dovrà fare. Oggi, è il data scientist che assorbe buona parte della distanza fra i due concetti di qualità. Distribuire la responsabilità è cruciale».

TRASPARENZA E RAPPRESENTATIVITÀ

La data quality dovrà sempre di più evolvere come caratteristica intrinseca dell’impresa che va gestita nella fase di raccolta del dato, nel suo aggiornamento, fino alla sua rielaborazione in informazione. «Gli strumenti avanzati di business analytics – spiega Paolo Aversa di ally Consulting – sono tool fondamentali per individuare scostamenti, mancanze e deviazioni di processo. Allo stesso tempo, avere un partner specializzato nella data analysis e nella consulenza IT e di processo è indispensabile per garantire l’efficacia della data quality, grazie all’introduzione di automazioni di interi processi o semplicemente di alcuni task critici che riducono l’errore umano e permettono di raccogliere molti più dati in meno tempo». Il supporto del consulente – continua Aversa – diventa cruciale anche per la definizione delle strategie che consentono di sfruttare al meglio i dati e di garantirne l’affidabilità nel tempo. «Non è sufficiente avere una buona strategia di raccolta e di rielaborazione. È fondamentale definire anche le modalità di aggiornamento, verifica della coerenza e dell’attendibilità del dato. In questo caso, strumenti tecnologici avanzati come i sensori IoT e le piattaforme di Process Orchestrator sono ideali per gestire con efficacia ed efficienza situazioni che mutano nel tempo».


#dataquality Il ML cambia la metodologia di implementazione – Lara Binotti @HolonixSRL
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Se è vero che le aziende non devono fidarsi dei dati ma dei processi che sono in grado di costruire sui dati, la prima parola chiave in grado di rafforzare la fiducia – afferma Andrea Zinno di Denodo – è “trasparenza”, in tutti i sensi. E questo significa – «piena consapevolezza di ciò che si possiede, in termini di dati; possibilità di conoscere la genesi di ciascun dato, per quanto elementare questo possa essere (Data Lineage); capacità di sapere, in ogni momento, chi ha fatto cosa e per fare cosa». La seconda parola chiave è “rappresentatività” – continua Zinno – «sia per il significato dei dati, che deve essere aderente a ciò che si intende rappresentare, sia per la conseguente rilevazione, che deve sempre essere una fotografia aggiornata di ciò che si osserva, perché in un mondo digitale, che si muove sempre più velocemente e dove i dati sono gli occhi con i quali lo si osserva, non si può correre il rischio di vedere qualcosa che è già passato». Dal mondo finanziario a quello industriale, l’implementazione di un attento processo di data quality può ridurre costi e rischi grazie al contributo di tecnologie avanzate per automatizzare i processi di data quality. Per esempio, nel retail food italiano, il volume di dati da gestire, interni all’organizzazione o esterni, è sempre in crescita.


#dataquality Un processo di qualità isolato non porta risultati accettabili – Glauco Cataldi @OracleItalia
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Per questa ragione – spiega Filippo Gentilini di Di.Tech – «sono necessarie tecnologie come l’AI e il ML che consentono elaborazioni precise e veloci, per automatizzare i processi e creare una migliore data quality. Esempi pratici sono l’adozione di strumenti di predictive pricing, per un migliore posizionamento, oppure soluzioni di retail intelligence per una più efficace gestione del processo promozionale o di riordino». Una corretta data quality – continua Gentilini – «abilita efficaci analisi su dati provenienti da una pluralità di fonti, consentendo alle aziende di ottimizzare e migliorare i propri servizi e prendere decisioni strategiche in modo più consapevole, prevendendo rischi e costi. Data scientist e system integrator specializzati hanno un ruolo fondamentale in questo processo di digital transformation, portando tecnologie, ma soprattutto competenze non banalmente recuperabili all’interno delle organizzazioni». Per Antongiulio Donà di Talend – «devono crescere gli strumenti, intelligenti e non, a supporto dell’analisi della qualità. Soprattutto, avvicinando il Business alla gestione diretta della qualità in modalità self-service. In particolare, Talend ha recentemente aggiunto alla sua piattaforma uno strumento, TrustScore, che è in grado di fornire una “istantanea” sulla qualità assoluta di qualsiasi insieme di dati aziendali».

DATA QUALITY AS A SERVICE

La crescita del ML può influire in modo considerevole sulle metodologie utilizzate per verificare la qualità dei dati. «Parte dei processi di standardizzazione, come la corrispondenza dei dati, potrebbe essere automatizzata configurando un modello di ML in modo che impari a riconoscere e prevedere le corrispondenze come operazione di routine» – spiega Lara Binotti di Holonix. «Più dati vengono forniti al modello, migliori saranno le prestazioni dell’algoritmo ML e più accurati i risultati. Per questo motivo, il ML risulta più scalabile rispetto agli approcci tradizionali». Garantire dati attendibili e di alta qualità allo scopo di ridurre i compiti manuali legati alle pratiche di data quality, diminuendo l’intervento umano a favore dell’automatizzazione dei flussi di lavoro all’interno dei processi con un conseguente risparmio di tempo e costi, sono alcuni degli effetti derivanti dall’utilizzo di tecnologie ML e AI. «Oltre a un efficace strumento di data quality in grado di verificare, attraverso l’esecuzione di controlli, la rispondenza dei dati a una serie di requisiti tecnici e di business, è necessario – avverte Lara Binotti – dotarsi di un tool di data governance, cioè di un sistema di gestione dei metadati, che gestisca una “carta di identità” delle informazioni aziendali, comprendente tutte le entità tecniche e di business».


#dataquality La qualità è connessa con l’efficacia complessiva del sistema – Menecali sinfo-one.it
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E questo significa avere processi di qualità fortemente integrati nei processi di lavorazione e trasformazione dei dati, in modo costante, giorno per giorno. Perché – come afferma Glauco Cataldi di Oracle Italia – «eseguire un processo di qualità isolato non porta risultati accettabili. Un tool di monitoraggio è importante per dare evidenza degli interventi qualitativi apportati e verificare gli SLA da mantenere nel tempo». Secondo Cataldi, i dati rappresentano la base su cui costruire e consolidare l’impresa un po’ come le fondamenta di un edificio. «Ma se le fondamenta non sono solide e c’è troppa sabbia nel calcestruzzo è chiaro che non sopporteranno il peso dell’edificio causandone gravi crepe fino al crollo. Il futuro di un’azienda si basa su delle scelte che vengono prese in funzione dei dati che si hanno a disposizione e se non sono attendibili porteranno a scelte sbagliate». Un’azienda che decide di innovare il proprio business lo farà basandosi sui dati che ha a disposizione, quindi se il dato non è affidabile la probabilità di fallimento sarà alta. Al contrario un’analisi di mercato, basata su dati qualitativamente buoni e attendibili porterà a considerazioni corrette e probabilità di successo molto alte. «Una buona analisi riduce – spiega Cataldi – i rischi sugli investimenti e permette un’ottimizzazione sana dei costi. La bontà dell’analisi parte dai dati che devono essere quantitativamente idonei per lo scopo e qualitativamente buoni».

L’investimento, in questo modo, è sicuramente considerevole e cresce al crescere dei dati. La grande novità oggi in questo settore è legata al cloud. Con un approccio tradizionale, l’azienda deve dotarsi di un software di data quality che implementa i classici algoritmi, formare il personale, investire in hardware capace di supportare la capacità di calcolo: con costi importanti che crescono al crescere dei dati. «Le soluzioni di data quality in cloud, disponibili in forma di servizio, riducono notevolmente i costi – afferma Cataldi – permettendo di accedere a capacità di calcolo altissime e impensabili fino ad oggi, allocando un numero di processori, teoricamente infinito e per il solo tempo necessario. È possibile eseguire i processi di qualità in modo rapidissimo e idoneo alla lavorazione del dato end-to-end nei tempi stabiliti. I vantaggi di questa soluzione sono molteplici, si riesce ad avere tutta la capacità di calcolo di cui si ha bisogno pagandola per il solo tempo necessario, ottenendo dati certificati, nei tempi desiderati, nelle applicazioni di primario interesse». Ogni progetto di implementazione deve includere un’adeguata fase di data quality – afferma Mirko Menecali di Sinfo One. «Noi adottiamo una metodologia che impone determinati standard aiutandoci a non sottovalutare questo processo. Alcuni clienti hanno adottato questi standard procedurali, per esempio, individuando figure specifiche a livello di funzione responsabilizzate sulla qualità dei dati generati e figure centrali con il compito di gestire il governo delle informazioni».

Gli impatti negativi di una cattiva attenzione alla data quality possono essere diversi. «Basti pensare a una campagna marketing – spiega Antonio Cataldi di Skìanet – dove non avere dati aggiornati può causare delle perdite importanti quando si cerca di contattare un grande numero di clienti. Così come usare modelli predittivi con dati non completi può guidare a decisioni sbagliate, causando un ulteriore spreco economico. In generale, prendere decisioni data-driven senza un’adeguata attenzione alla data quality, può portare fuori strada o quanto meno a un rendimento molto inferiore alle potenzialità». Una gestione attenta della data quality garantisce la massima adesione delle scelte aziendali alle realtà del mercato e della catena produttiva sia essa di servizi o di beni. «Senza qualità – avverte Antongiulio Donà di Talend – è difficile scegliere la strada per il successo ma, ancor di più, analizzare i risultati delle scelte».


#dataquality Il CDO come elemento unificante tra IT e Business – Antonio Cataldi #Skìanet @seeweblive
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CDO, CERNIERA TRA IT E BUSINESS

Il compito del CDO sarà sempre più centrale. La consapevolezza che il dato è alla base dell’evoluzione economica, sociale, politica è direttamente proporzionale alla necessità di una presa di responsabilità da parte di chiunque abbia la capacità di collezionare dati – «perché i dati sono “armi” che possono fare del bene o meno a seconda dell’utilizzo» – afferma Glauco Cataldi di Oracle Italia. «ll CDO è esattamente quella figura che si assume la responsabilità di garantire la conformità alle normative, di conoscere i movimenti dei dati all’interno dell’infrastruttura aziendale e di mantenerli integri e sicuri.

Il CDO  è un ruolo diventato ormai da tempo di primaria importanza con l’avvento dei big data. Oltre alle responsabilità sulla qualità e sulle scelte relative ai dati – secondo Antonio Cataldi di Skìanet – il ruolo più importante è quello di far interagire costantemente IT e Business. «Il CDO, con una conoscenza approfondita sulle tecnologie di utilizzo dei dati e una visione chiara degli obiettivi del business, ha il compito di interfacciarsi con i diversi reparti per farli collaborare per un unico obiettivo». La figura del CDO è quanto mai strategica – spiega Antongiulio Donà di Talend – «ma purtroppo è ancora un “ministro senza portafoglio” e questo non consente un approccio veramente strategico, in quanto le loro scelte sono sottomesse a dinamiche che sfuggono al loro controllo. Il CDO in alcuni casi è sotto l’IT, in altri lo troviamo in staff, ma molto raramente ha indipendenza nelle scelte».


#dataquality Il CDO sempre più strategico, ma ancora “senza portafoglio” – Donà @Talend
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Data analytics

La nuova frontiera dei commercialisti

Far emergere con chiarezza l’immensa quantità di informazioni celate nei dati che risiedono all’interno degli applicativi è uno degli obiettivi di Wolters Kluwer Tax & Accounting Italia. Alessia Berra, product management & marketing director dell’azienda, evidenzia in particolare il grande valore del patrimonio informativo contenuto all’interno dei gestionali utilizzati dai professionisti 4.0.  «Grazie alle avanzate tecnologie delle nostre soluzioni offriamo al professionista quanto gli serve per fornire in modo semplice ed efficace un servizio di consulenza ai propri clienti. Per esempio, il nostro applicativo Fattura SMART mutua la sua capacità di generazione di analytics dall’ecosistema nel quale è nato. Genya è infatti un progetto digitale olistico, fruibile in cloud, rivoluzionario per prestazioni, usabilità, look and feel, flessibilità, performance e intuitiva semplicità, in grado di aiutare il professionista nel percorso di trasformazione del suo ruolo in consulente d’impresa.


#DataAnalytics Commercialisti data-driven @Wolters_Kluwer Tax & Accounting Italia @Prof_Digitali
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Grazie a chiare e immediatamente usufruibili dashbord, Fattura SMART diventa un esempio di “edge computing” in ambito amministrativo e finanziario. L’analisi congiunta – tra piccolo imprenditore, commerciante o artigiano e il proprio commercialista – dell’output di dati del nostro applicativo di fatturazione elettronica consente di restituire preziose informazioni anche alle realtà più piccole del mondo produttivo e del retail». Ogni impresa necessita di una guida e indirizzo strategico e spesso proprio le realtà più piccole sono carenti in questa specifica capacità analitica. Il percorso che rende più “data-driven” la gestione dell’impresa avviene attraverso il coinvolgimento di tecnologie evolute, competenze organizzative e data analysis profonde. Diventa sempre più necessario, anche per i professionisti, raccogliere e analizzare i dati che emergono dai vari applicativi e utilizzarli per ricavarne le informazioni necessarie a raggiungere obiettivi di crescita e sviluppo.

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AI e matchmaking, «la chimica» delle relazioni https://www.datamanager.it/2021/04/ai-e-matchmaking-la-chimica-delle-relazioni/ Tue, 13 Apr 2021 09:43:27 +0000 https://www.datamanager.it/?p=208554 Dopo un anno di pandemia, l’intelligenza artificiale e il machine learning possono intervenire positivamente sulla vita delle persone? La risposta nell’idea di Riccardo Angelini Rota per una piattaforma in grado di fare da ponte tra la dimensione digitale e quella fisica Viviamo in una società sempre più interconnessa e probabilmente sempre più individualista. Stringere rapporti, […]

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Dopo un anno di pandemia, l’intelligenza artificiale e il machine learning possono intervenire positivamente sulla vita delle persone? La risposta nell’idea di Riccardo Angelini Rota per una piattaforma in grado di fare da ponte tra la dimensione digitale e quella fisica

Viviamo in una società sempre più interconnessa e probabilmente sempre più individualista. Stringere rapporti, “fare gruppo” è sempre più difficile. La pandemia che ci ha colpito ha limitato ancora di più le possibilità di fare networking. In questo contesto ci sono diverse applicazioni che usano l’intelligenza artificiale per favorire i match tra persone. Ma i rapporti che si creano risultano, nella maggior parte dei casi, poco duraturi perché gli algoritmi sono per lo più guidati da interessi di marketing. Esiste uno strumento che analizza e traduce i desideri di networking e di socialità delle persone, proponendo profili simili per hobby, interessi o business reciproci? Oggi, le tipologie di match proposte dal mercato dei social network sono basate quasi esclusivamente sul fattore geografico oppure vengono collegate alle ultime ricerche e/o alle amicizie in comune. Come andare oltre? Ho pensato di farmi una chiacchierata con Riccardo Angelini Rota, ingegnere ex Massachusetts Institute of Technology (MIT), che ha deciso di applicare alcuni avanzati modelli genetici, utilizzati in passato per la parametrizzazione di modelli matematici, alla dinamica delle relazioni tra le persone per provare a catturarne quella che definisce «chimica».

Data manager: Cosa è il networking?

Riccardo Angelini Rota: «Un’arte che dipende dalle capacità personali. Per come lo intende la piattaforma che sto realizzando è una sorta di matchmaking. Ovvero una scienza esatta per la quale l’uso dell’intelligenza artificiale può essere la soluzione».

In che senso?

«Quanto tempo investivamo in eventi, party, aperitivi e cene che oggi appaiono un lontano ricordo? E perché così tanto»?

Infatti, perché?

«Speravamo in un risultato. Ci ritagliavamo tantissimo tempo tra le giornate di lavoro e la vita familiare. Pensa a un padre o una madre di famiglia che lavora, non ha mica tanto tempo per uscire tutte le sere e spendere il proprio tempo a prendere parte a eventi il cui risultato non è certo».

Quindi?

«Gli algoritmi potrebbero suggerire alle persone cosa fare e cosa no sulla base di dati oggettivi analizzati, interpretati e compresi».

Riccardo, con un viso che trapelava un’intensa nostalgia, mi racconta di Boston.

«Tutti i giovedì sera ero lì. Il clima poteva essere bello, pessimo ma ero sempre lì. Al Ventur Cafè di Cambridge».

Perché ti sei emozionato?

«Era un posto quasi magico, ubicato in un palazzo dove giovani ricercatori e startupper legati al mondo del MIT si incontravano tutti insieme con imprenditori, Venture Capitalist e i Business Angel provenienti da tutte le parti d’America».

Immagino…

«L’aria che si respirava nel locale era piena di innovazione. Ascoltando le conversazioni tra le persone presenti, spesso ragazzi giovanissimi e uomini di alta finanza, si percepiva che in quel luogo stavano nascendo le aziende che avrebbero avuto in futuro dei ruoli chiave per lo sviluppo di tutto il Pianeta. La chiusura, causa pandemia, mi ha dato tempo per riflettere e analizzare – ex post – quello che succedeva nel Venuture Cafè di Cambridge e intorno al quartiere studentesco di Boston».

E cosa hai compreso?

«Adesso mi è tutto chiaro. Quel posto forniva uno strumento di incontro qualificato e certo. Il successo delle serate era garantito nonostante il locale fosse spoglio, non ci fosse cibo e il caffè fosse davvero scadente. La qualità della struttura o delle bevande non interessava a nessuno. Ci andavano tutti. E per altri motivi».

Dopo il rientro in Italia – Finita l’esperienza al MIT Riccardo ha deciso di tornare in Italia, a Roma. E il tono della sua voce trasmette un amore incondizionato per la capitale. Così, si ferma a lavorare nella più importante industria di difesa italiana Leonardo, dove intraprende un percorso manageriale di ampio respiro e si occupa di temi strategici per l’azienda. Non si ferma e continua la sua formazione manageriale grazie al Master in Business Administration della Luiss Business School. Ma il percorso viene interrotto a marzo 2020 a causa della pandemia e da qui nasce la sua idea.

Data manager: Che cosa fai?

«Metto insieme tre cose. La community fatta dai colleghi della Business School Luiss, gli strumenti di intelligenza artificiale appresi in passato e pubblicati su importanti riviste internazionali, il famigerato Coronavirus».

Eureka…

«Sì».

Riccardo sorride. E continua…

«L’idea di un nuova piattaforma digitale che massimizzi il rapporto tempo/beneficio in tema di networking e che sia in grado di fare da ponte tra la dimensione digitale e quella fisica».

Gli occhi si illuminano, non si ferma più.

«Immagina di entrare in una stanza con molte persone e non conosci nessuno. Il successo della serata, in termini di networking, è lasciato alle vostre capacità personali, al carattere ma soprattutto al caso. Quanto sarebbe utile in una occasione del genere avere sul proprio smartphone un’applicazione che ti suggerisca in maniera oggettiva le persone presenti nella stanza più affini a te per formazione, lavoro o hobby? L’intelligenza artificiale sarebbe come un amico. Quell’amico che ti introduce alle persone che ritiene possano essere a te più utili. Replicare l’azione “dell’amico” è possibile ed è facilmente raggiungibile attraverso l’utilizzo di tecnologie in termini di analisi e interpretazione dei dati e che per assurdo ci permetterebbe di fare networking anche stando a casa».

Conclusioni – Devo essere sincero, ho sempre scritto e letto articoli sull’intelligenza artificiale che mettevano a luce e risaltavano i limiti di quello che noi definiamo reale. Ovvero, che tocchiamo con mano. In questo caso, ed è per questo motivo, ho pensato di scriverci sopra. Perché accade l’opposto. Gli stessi social network ci portano in uno spazio ovviamente reale ma probabilmente sempre più “mentale”.

Cosa mi ha colpito dell’idea di Riccardo? La possibilità di utilizzare la matematica e gli algoritmi sia per semplificare e rendere più efficiente il nostro tempo sia per incontrare – nella realtà – persone che possano aiutarci a completarci. E qui non mi riferisco a Tinder e alle app che ci permettono di incontrare partner di vario tipo ma per soddisfare i nostri desideri professionali.

E mi ha sempre affascinato il fatto che le nostre emozioni, desideri, istinti possano essere ricondotti in qualche modo a un’equazione matematica. Il lavoro di Riccardo Angelini Rota studia il comportamento emergente dell’individuo che va alla ricerca di un obiettivo professionale e non solo.

In che modo l’intelligenza artificiale può aiutare il singolo? Grazie alla collaborazione e all’incontro di altre persone. E non di altre menti. È un’intelligenza artificiale per così dire “umana” che non vede l’ora di ripartire, dopo la chiusura forzata dettata dalla pandemia. È un bel contrasto. No? Un’intelligenza artificiale che aiuta le persone a restare centrate col proprio sentire. Alla relazione con l’altro. Questa AI non vi fa paura. Vero?

 

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Luna Rossa, uomini e computer per competere ad alto livello https://www.datamanager.it/2021/04/luna-rossa-uomini-e-computer-per-competere-ad-alto-livello/ Tue, 13 Apr 2021 08:57:19 +0000 https://www.datamanager.it/?p=208068 Data analytics e machine learning per performance vincenti. Ma quanto contano ancora il talento umano e la capacità di risposta del team alle situazioni impreviste? La lezione di Luna Rossa La conclusione della Coppa America, che ha visto prevalere il detentore neozelandese Te Rehutai sullo sfidante Luna Rossa dopo una appassionante serie di regate, ci […]

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Data analytics e machine learning per performance vincenti. Ma quanto contano ancora il talento umano e la capacità di risposta del team alle situazioni impreviste? La lezione di Luna Rossa

La conclusione della Coppa America, che ha visto prevalere il detentore neozelandese Te Rehutai sullo sfidante Luna Rossa dopo una appassionante serie di regate, ci suggerisce alcune riflessioni sull’evoluzione di questi incredibili velieri iper-tecnologici, inimmaginabili ai tempi della prima sfida italiana con Azzurra nel 1983. Le notevoli performance degli AC75 sono frutto di quello che possiamo chiamare “mixed team”, quando determinati compiti sono realizzati congiuntamente da umani e sistemi intelligenti, ed è interessante chiedersi quanto contino in questo caso le tecnologie e quanto il talento umano. Le imbarcazioni dell’America’s Cup sono infatti progettate utilizzando la simulazione computerizzata e messe a punto grazie ai sistemi digitali che analizzano i dati forniti dai sensori durante le fasi di test. Però poi in regata è il talento umano a dominare in quanto l’energia per il funzionamento dei sistemi idraulici è fornita dai muscoli dei grinder, mentre il controllo della navigazione e delle manovre è totalmente in carico agli skipper in quanto, per regolamento, il sistema elettronico deve essere “not used to estimate yacht state information and incapable of having any significant effect on the yacht state”.

I due partner tecnologici di Luna Rossa, Wärtsilä e Teorema, hanno applicato processi di data analytics e machine learning alle performance della barca, fornendo al team un’analisi efficiente dei dati. Però, come ben sa chiunque si occupi di simulazione, questa fornisce dati tanto più significativi e verosimili quanto più accurata è la modellizzazione del sistema e maggiori e di miglior qualità sono i dati reali disponibili. Purtroppo, nonostante i progressi delle conoscenze idrodinamiche e meteorologiche e delle metodologie di calcolo, l’interfaccia tra la fase liquida e la fase gassosa, tra le onde e il vento, resta un ambiente estremamente complesso e caotico per cui mai come in questo caso vale il detto “tra il dire e il fare c’è di mezzo il mare”. Per questo, per avere un banco di prova reale su cui mettere a punto le tecnologie, dal 2018-19 Wärtsilä e Teorema hanno seguito e analizzato le performance del team Luna Rossa negli allenamenti sul TP52, il Transpac 52, varato il 14 maggio 2018, acquisendo una grande quantità di dati, nel corso delle regate del circuito delle TP52 Super Series.


#analytics #machinelearning Tecnologia e talento umano. La lezione di @lunarossa by @Veruggio
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Contemporaneamente, procedeva la progettazione della barca classe AC75 per la Coppa America che, per regolamento, non avrebbe potuto essere varata prima del 31 marzo 2019. In tal modo, il team Luna Rossa ha messo a punto il sistema analytics, basato sull’analisi e valutazione di tutte le performance degli anni precedenti, così da provare, prima in simulazione e poi in acqua, nuove soluzioni, con una miglior conoscenza degli effetti delle diverse scelte. A tal proposito, due anni fa, Giuseppe Saragò, general manager Wärtsilä Smart Manufacturing & Innovation, aveva dichiarato all’Ansa che la vera sfida – «consiste nell’utilizzo smart di queste tecnologie e nella comprensione dei dati». E che – «machine learning e AI sono ormai diventate buzzwords, ma in pochi sono davvero in grado di dare un senso a queste analisi e identificare nuovi path logici che aiutino il team a migliorare il design e le performance. Per fare questo, serve una grande squadra».

I fatti gli hanno dato ragione. Il talento e la creatività del team sono dimostrati per esempio dall’innovativa soluzione dei due timonieri, con quello sottovento che in quel momento non deve governare la barca ma ha un’ottima visuale del foil immerso e può svolgere il ruolo di flight controller, controllando l’altezza della barca dal pelo dell’acqua. Tutto questo ha prodotto la brillante vittoria nella Prada Cup e la miglior prestazione italiana di sempre nella sfida alla barca neozelandese.


Gianmarco Veruggio scienziato robotico – www.veruggio.it

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