rivistadicembre2019 – Data Manager Online https://www.datamanager.it Il portale dell'ICT professionale Thu, 19 Dec 2019 09:15:32 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=5.8.13 https://www.datamanager.it/wp-content/uploads/2020/04/dmo-favicon3.png rivistadicembre2019 – Data Manager Online https://www.datamanager.it 32 32 Retail transformation. Uno scaffale pieno di dati https://www.datamanager.it/2019/12/retail-transformation-uno-scaffale-pieno-di-dati/ Wed, 18 Dec 2019 09:31:24 +0000 http://www.datamanager.it/?p=194530 Davanti al crescente successo dell’e-commerce, il negozio fisico non perde la sua centralità. Diventando anzi lo snodo fondamentale di una strategia di cambiamento che moltiplicherà il flusso di informazioni da e verso i vari luoghi della vendita A fronte del crescente ruolo dei canali digitali di informazione e decisione d’acquisto, e sotto la spinta verso […]

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Davanti al crescente successo dell’e-commerce, il negozio fisico non perde la sua centralità. Diventando anzi lo snodo fondamentale di una strategia di cambiamento che moltiplicherà il flusso di informazioni da e verso i vari luoghi della vendita

A fronte del crescente ruolo dei canali digitali di informazione e decisione d’acquisto, e sotto la spinta verso la piena integrazione delle attività di vendita all’interno dei tradizionali spazi fisici del negozio (opportunamente “digitalizzato”) e dei canali puramente online – la relazione B2C diventa la vera palestra di sperimentazione di un fenomeno che potremmo definire di “hyper-commerce”. Che cosa implica questo concetto? L’idea è che attraverso l’impiego di software, dispositivi mobili e fissi, sistemi di digital signage, sensoristica di georeferenziazione e biometrica e reti di telecomunicazione possiamo arricchire e “aumentare” il viaggio che il cliente di una attività commerciale effettua indossando di volta in volta il cappello di selezionatore, acquirente, utente e – last but not least – ispiratore di prodotti futuri.

Data Manager ha sempre dedicato molto spazio, nelle sue tavole rotonde, alla trasformazione digitale del retail. Il ritmo dell’evoluzione tecnologica, il mutare dei framework regolatori e l’inventiva degli imprenditori del settore non si fermano mai. In questa occasione, vogliamo affrontare in modo più specifico le strategie adottate dai retailer all’interno dei punti vendita, cercando di rispettare il più possibile la grande diversità che contraddistingue anche questo anello della filiera del commercio al dettaglio: negozi convenzionali, catene, concept store, temporary store, corner in grandi superfici, presenza nei mall, alleanze e accordi con altri operatori. Quali tecnologie contribuiscono alla trasformazione digitale del negozio “brick and mortar” e delle sue numerose declinazioni? Come gli outlet del mondo fisico si inseriscono nella strategia in atto sui canali digitali? Quali sono i principali punti di criticità? Che impatto cominciano ad avere le tecnologie dell’intelligenza artificiale?

Retail, benvenuti nell’era dell’hypercommerce

Ai partecipanti, sono state fornite alcune indicazioni lungo cui orientare una conversazione che tuttavia è subito apparsa ancora più spontanea e interattiva del solito. Il che non ha reso più facile elaborare questo resoconto, o trarre conclusioni precise. È comunque un segnale positivo del livello di metabolizzazione raggiunto da organizzazioni che non si fermano al singolo progetto, non si accontentano di una banale forma di multicanalità, puntando invece sulla capacità di cogliere e valorizzare l’insieme dei canali attraverso i quali i retailer veicolano merci, servizi, comunicazione e soprattutto esperienze ai consumatori.

VERSO L’HYPER-COMMERCE?

I vari attori sono stati chiamati a raccontare le rispettive storie di trasformazione in atto sui punti vendita e si sono soffermati sui vari tipi di progettualità implementate e sul modo di governare l’omnicanalità, superando diversi tipi di ostacoli. Altri punti di interesse riguardano la raccolta e l’uso che viene fatto dei dati generati in sede di monitoraggio del customer journey che la tecnologia dovrebbe aiutare a organizzare. Uno dei primi obiettivi del negozio digitalizzato è un ulteriore approfondimento della conoscenza del cliente, che tradotto significa l’opportunità – sulla base dei comportamenti degli acquirenti – di acquisire informazioni finalizzate all’incremento delle marginalità, di una migliore corrispondenza tra assortimenti e gusti del pubblico, della customer satisfaction e del rapporto di fidelizzazione. Ma è davvero possibile ottenere correlazioni inedite grazie a questo tracciamento? E che cosa si può dire a proposito dell’integrazione tra tecnologie per il point-of-sale e i commessi, gli operatori umani che continuano a rappresentare un touchpoint fondamentale? Il problema della formazione tecnica ma soprattutto delle informazioni che devono pervenire, possibilmente in tempo quasi reale, agli addetti all’interazione con il cliente sta diventando, come si vedrà, molto “caldo”.

La convergenza dell’hyper-commerce ha infine anche una valenza logistica se è vero che molti proprietari di insegne riescono oggi a far leva sulla presenza della merce in punti vendita diversi per soddisfare più tempestivamente i desideri d’acquisto dei loro clienti. I negozi diventano in pratica dei piccoli hub periferici che accorciano il percorso di vendita. I siti di e-commerce possono indirizzare i compratori presso un negozio adeguatamente rifornito, e gli oggetti possono essere spediti da un negozio all’altro per essere consegnati a domicilio o ritirati personalmente. Come si progetta una rete di consegna efficiente e in grado di fare la delivery indipendentemente dai canali su cui viaggiano le decisioni di acquisto?

IL CLIENTE CHIEDE CAMBIAMENTO

«Il cliente continua a essere il motore principale del cambiamento» – esordisce Fabio Rizzotto, associate VP, head of research and consulting di IDC Italia, aprendo la consueta introduzione analitica. «La customer satisfaction è infatti in cima alla classifica delle priorità elencate dal 59% dei retailer italiani consultati, seguita a breve distanza (47%) dalla riduzione dei costi». Meno impattante, come movente di trasformazione, è lo sviluppo di nuovi prodotti e servizi, ma le tecnologie – sottolinea Rizzotto – non smettono di modificare il modo in cui aziende e clienti “si vedono”. In parallelo – aggiunge l’esperto – le tecnologie diventano pervasive e ci si preoccupa meno della dicotomia tra centro e periferia, quando si tratta di IT. «Possiamo dimenticarci dove risiedono le nostre risorse, per farci piuttosto trainare dal disegno di un nuovo spazio che non è più solo fisico, per far parlare – attraverso le tecnologie – i vari touchpoint che abbiamo identificato».


#dmRetailinnovation Le priorità dei retailer: customer satisfaction (59%) cost reduction (47%) @IDCitaly
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È dentro questo spazio che si andrà ad articolare la customer experience nell’ampio contesto del “commerce everywhere”. «Commerce everywhere – interviene Ornella Urso, research analyst di IDC Retail Insights Europe Insights – è l’evoluzione del concetto stesso di omnicanalità. Parlare oggi di singoli canali è limitante quando si pensa ai numerosi momenti di interazione che i brand costruiscono con i loro clienti. Dentro al nuovo concetto di “commerce everywhere” c’è il forte legame fra trasformazione digitale e innovazione del modello di business. Tutto deve quindi partire da una nuova cultura dei processi di business basata sull’adozione di tecnologie di frontiera come i microservizi e sulla capacità di far leva su questi asset informativi, aggregati in una piattaforma digitale omogenea, per creare una customer experience multicanale da inventare continuamente, in real-time, anche sulla scorta dell’analisi dei dati. «Alla base di tutte le priorità – prosegue Ornella Urso – c’è la realizzazione di un ecosistema dinamico costituito da più attori e stakeholders, che interagiscono tra loro per crescere ed espandersi tutti insieme».

 

TUTTO È COMMERCIO

Tutto questo porta a rivedere anche le singole dimensioni del “commerce everywhere”. Tra i tanti aspetti citati, Ornella Urso mette per esempio in evidenza il ruolo di nuove forme di interazione come la ricerca vocale, o l’uso di agenti e assistenti virtuali basati sull’intelligenza artificiale. Oppure, la possibilità di convertire i contenuti e gli asset digitali in nuove forme di monetizzazione, che influiscono tra l’altro sul modo di concepire oggi la “loyalty” nei confronti di un brand: una fedeltà che Ornella Urso definisce “beyond reward”, ovvero non più legata alle tradizionali forme di compensazione. Infine, c’è il negozio fisico, che diventa sempre più un hub di servizio, al centro dello stesso sistema della logistica del retailer. Ornella Urso conclude la sua introduzione visualizzando una slide che riassume le tre grandi categorie di tecnologie “trasformazionali” (dalla robotica in-store, agli analytics applicati alla customer experience), “incrementali” (destinate cioè a ottimizzare i risultati di processi già in atto, come la marketing automation) e “opportunistiche” (quelle che intervengono a potenziare determinati aspetti, come la realtà virtuale usata per rafforzare l’ingaggio con il cliente, o la blockchain applicata, per esempio, alla contrattualistica tra i partecipanti a un programma di loyalty). Uno spettro tecnologico molto ampio che ha un unico punto in comune: il dato, dal cui trattamento in una modalità sempre più olistica dipende l’efficacia e la continuità della relazione con il cliente.

La titolarità del primo intervento spetta a Francesco Cavarero, CIO di Miroglio Group, nel cui showroom milanese si è svolto l’incontro. «Spesso – ribadisce Cavarero – il tema della multicanalità prende come esempio i progetti portati avanti dalle aziende del fashion. A proposito del nuovo ruolo dei negozi fisici, ho verificato un cambiamento significativo rispetto alle discussioni che facevamo dodici, diciotto mesi fa, quando molte organizzazioni parlavano solo di digitale». Cavarero cita a questo punto una intervista al fondatore della piattaforma Farfetch, un punto di riferimento globale per il commercio elettronico dell’abbigliamento “luxury”. «Secondo questo pioniere della multicanalità, possiamo aspettarci che tra cinque anni il 20% delle vendite passerà attraverso canali elettronici, con una crescita ancora consistente rispetto alla situazione di oggi. Ma per l’80% ritorneremo sempre sui punti di vendita fisici».


#dmRetailinnovation La relazione B2C diventa palestra di sperimentazione @MiroglioGroup
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IL CONCORRENTE “IMPROPRIO”

Secondo Cavarero, si tratta di una narrazione ormai molto consolidata: «Con gli store devono fare i conti tutti, proprio per i volumi che continuano e continueranno a esprimere». Questo non impedisce al canale digitale di essere sempre più presente nella chiave di ecosistema, proposto da Ornella Urso. Una “nuvola” di esperienze in cui il CIO di Miroglio identifica, in modo molto visionario, la figura del concorrente “improprio”. Chi è il concorrente “improprio”? Per Cavarero, è il retailer che attraverso una esperienza d’acquisto soddisfacente anche sul piano emozionale, compete per distogliere l’attenzione e il tempo che i consumatori possono dedicare ai suoi avversari. «Se Amazon non vendesse anche abbigliamento – spiega Cavarero – sarebbe un mio competitor improprio perché i suoi clienti sono disposti ad acquistare su Amazon qualcosa di diverso dal fashion, solo per merito di una esperienza a loro più gradita di quella che potrei costruire io». La battaglia tra esperienze, al di là della specifica merce venduta, si aggiunge a un problema di asimmetria informativa che riguarda il gioco di sponda tra canali fisici e online. «Il canale fisico, lo creo io e lo conosco in dettaglio, ma i volumi sono molto limitati rispetto a un canale esterno che è grande ma di cui conosco molto poco».

Che cosa significa quindi portare sul punto fisico quella parte di esperienze digitali che il pubblico sembra apprezzare in modo particolare? La difficoltà consiste nel passare da un ambiente che viene progettato in ogni minimo particolare, attraverso accurate procedure di A/B testing sulle pagine da presentare, a un altro – il negozio – dove c’è molta meno possibilità di controllare le reazioni. «Tuttavia, sul punto fisico – osserva Cavarero – il digitale ha un potenziale importante, perché da un lato consente di ampliare la conoscenza lato supply chain, dall’altro permette di adattare alle necessità del negozio funzioni di raccolta dati che altrimenti non sarebbero disponibili». La tecnologia può in altre parole servire sia per riequilibrare i disallineamenti informativi messi in evidenza da Cavarero sia per realizzare, a proposito di “customer experience”, quel concetto di vicinanza o empatia “at scale”, modulata attraverso i diversi canali di relazione che IDC utilizza per definire l’ideale punto di convergenza dei nuovi modelli che il mondo del retail dovrebbe adottare. «Mi piace questo concetto di “empathy at scale” perché la chiave – afferma Cavarero – è ripetere le peculiarità del digitale senza sacrificare le peculiarità del fisico: il prodotto che si può toccare, la relazione diretta con le persone».

ESPERIENZA ALL DIGITAL

Sulla relazione con tutto il personale del negozio e sul ruolo che gli assistenti alla vendita possono avere nel trasmettere al cliente le informazioni giuste, si è svolta una parte importante della discussione. Una di queste suggestioni è l’esperienza all-digital, ma calata intelligentemente nella realtà fisica, addirittura esterna alle pareti del punto vendita, raccontata in un collegamento video da Pasquale Testa, CIO di Sole 365. Testa rappresenta una giovane insegna di supermercati della provincia di Napoli e il suo sintetico contributo riguarda una nuova iniziativa click-and-collect che i negozi del gruppo hanno attivato, rendendo possibile la spesa anche attraverso una serie di totem digitali installati nelle aree di parcheggio, una sorta di spesa “drive by”. Passando dalla GDO al fashion, Cavarero riferisce del completo stravolgimento che Miroglio ha portato nelle modalità di allocare e riallocare la merce nei suoi punti vendita. «A differenza di chi vende merce di tipo “continuativo” come Sole 365 – evidenzia il CIO di Miroglio – i nostri negozi hanno una finestra espositiva di otto settimane al massimo. Le nostre decisioni si basano su algoritmi decisionali ma non possiamo evitare di ascoltare le indicazioni degli store manager, che rappresentano una parte importante dell’azienda». Tra i sistemi adottati per facilitare questo coinvolgimento e avvicinare sempre più “centro” e “periferia” lungo la catena della distribuzione fisica – spiega Cavarero – Miroglio ha puntato molto sullo strumento del social network aziendale, nonché su impiego massiccio di tecnologia di business intelligence per programmare le attività sul punto vendita.


#dmRetailinnovation Comprendere pienamente il cambiamento su larga scala @IDCitaly @Sole_365
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UN MIX DI FISICO E VIRTUALE

La convergenza tra e-commerce e canali più convenzionali è strategica anche per Woolrich, un brand ricco di storia (le origini risalgono a un paio di secoli fa) che si è affermato prima con gli indumenti di lana grezza di tradizione “coloniale” americana e con l’abbigliamento invernale per eccellenza, il soprabito “parka”. Woolrich oggi è una società europea, rilevata da chi un tempo importava e distribuiva il brand sul continente. Storicamente – racconta Francesco Del Bosco, head of Global e-Commerce & Omnichannel di Woolrich – il primo canale di vendita era il catalogo per corrispondenza. Oggi, la forza del brand risiede nella capacità di mescolare in modo ottimale la vetrina sul Web che ha preso il posto del catalogo e i negozi fisici, in un continuo gioco di sponda in cui il sito è anche un potente strumento di indirizzamento verso il negozio. «Spesso mi sorprendo nel notare, nella concorrenza, carenze in apparenza banali che tuttavia possono fare la differenza» – osserva Del Bosco. «Le informazioni sulla posizione e gli orari di apertura dei negozi, le indicazioni sulla reale disponibilità della merce nei vari punti, sono fondamentali perché più un oggetto è fashion o sconfina addirittura nel luxury, più le aspettative del cliente cambiano e diventa prioritario toccare con mano, interagire con il personale di vendita». I gusti del pubblico evolvono insieme alla cultura e alle possibilità degli acquirenti. «Online hai tanti strumenti tecnologici che ti supportano – afferma Del Bosco – ma alla fine solo l’integrazione fisico-virtuale funziona davvero».


#dmRetailinnovation Digital experience in un nuovo digital space #Woolrich
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La distanza dai complementi di moda o dalla merce continuativa del supermercato ai servizi bancari e assicurativi sembrerebbe incolmabile. Eppure, molte delle considerazioni espresse dal mondo retail sul ruolo irrinunciabile dell’esperienza in negozio si ritrovano nelle parole di Giuseppe Argirò, responsabile Project Lead Innovation Sandbox all’interno della Direzione Centrale Innovazione area Chief IT, Digital & Innovation Officer di Intesa Sanpaolo. Parlando della riduzione del numero di filiali e sportelli avvenuta nel corso degli ultimi anni per tutti i maggiori gruppi bancari europei, Argirò precisa che – «la rete fisica viene considerata in Intesa Sanpaolo un asset di valore e, infatti, non c’è un problema di esuberi, ma di specializzazione e, se mai, riconversione. La controprova è che molti dei brand nati come banche solo digital, nel tempo, hanno creato una propria rete fisica». Per Argirò, si tratta di un grande processo di cambiamento in cui la banca eroga servizi innovativi di qualità, in una logica di multicanalità integrata. Tra questi, spiccano – per esempio – l’offerta verticale per le piccole e medie imprese, i servizi per la gestione dei patrimoni, il cui modello non è dissimile da quello del luxury, o ancora l’offerta ormai completa di servizi assicurativi.


#dmRetailinnovation La catena del valore: Cultura, fiducia, relazione, dati @intesasanpaolo
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KNOWLEDGE WORKER MULTICANALI

Il settore bancario è divenuto ormai un’arena ultra-competitiva, anche a fronte di spinte normative liberalizzatrici come la PSD2. La cosiddetta “innovation sandbox” nell’area digitale di Intesa Sanpaolo è finalizzata alla sperimentazione Agile di tecnologie e servizi applicativi, che potranno andare a supporto di una multicanalità incentrata, da una parte, sui canali digitali e, dall’altra sui knowledge worker che presidiano fisicamente la relazione con i clienti. «Ormai, più dell’80% delle transazioni di base avviene sui canali digitali, cosicché il collega in filiale può concentrarsi su attività consulenziali e di valore differenziante per la nostra offerta, disponendo di efficienti strumenti di conoscenza e interazione col cliente». Per quanto riguarda i dati – spiega Argirò – «la Banca li gestisce con la massima tutela della privacy personale, valorizzandoli nella creazione di servizi sempre più personalizzati ed efficaci per i nostri clienti».


#dmRetailinnovation I clienti guidano il cambiamento e i dati sono sempre più fluidi @Talend
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Ritroviamo qui il concetto di “empathy at scale” formulato da IDC e tanto apprezzato dal CIO di Miroglio? Questa la nuova opportunità di integrazione di funzionalità data-driven nella relazione che intercorre tra venditore e acquirente? Certamente esercita un fascino straordinario questa figura di addetto alle vendite capace di fungere da orchestratore di proposte e suggerimenti basati da un lato su una approfondita conoscenza dei beni e dei servizi che il retailer oggi è in grado di offrire, magari combinando i propri cataloghi con quelli dei eventuali partner; dall’altro sul puntuale tracciamento dei comportamenti della clientela dentro e fuori la sfera proprietaria della multicanalità e conseguente analisi predittiva della richiesta che tale clientela può esprimere. Ma tale fascinazione – secondo Antongiulio Donà, vice president sales Italy di Talend, leader globale della qualità e la governance dei dati – presuppone una cultura del dato che al di là di tanti esempi virtuosi, è ancora in gran parte tutta da costruire. «Se i dati, le informazioni digitali, non vengono integrati come si deve, non c’è cambiamento culturale che tenga: il nuovo ruolo dell’addetto alle vendite dipende molto da questo» – avverte Donà.


#dmRetailinnovation Il punto vendita come “as services hub” in una logica integrata @saraassicura
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La situazione descritta da Marco Brachini, direttore marketing, brand e customer relationship in Sara Assicurazioni, è in un certo senso speculare a molti dei casi descritti finora, dove il problema sta nel portare nello spazio dei negozi le esperienze e le informazioni generate online. Vista la centralità dell’agenzia intermediaria nel mercato assicurativo – osserva Brachini – questo settore, a parte la specifica casistica del segmento RCA, l’assicurazione dell’auto, vanta pochi esempi di attività “solo online”. La relazione digitale esiste – conferma il CMO di Sara – ma in generale si ferma alla definizione di un preventivo. «Nel complesso, con l’e-commerce le compagnie generano meno dell’1% del loro fatturato. Quello che fa la differenza è la qualità della produzione commerciale in agenzia, nella capacità di far emergere un bisogno latente, neanche immaginato, e che quindi non viene neppure cercato su Internet». Fuori dai segmenti più tradizionali come il ramo vita, la percezione del rischio, che può per esempio riguardare la nostra salute o i nostri beni materiali, è scarsa al punto da generare poca curiosità e di conseguenza poca richiesta di prodotti assicurativi. La rete fisica diventa un asset fondamentale per stimolare questa curiosità.

 

ECOSISTEMA DI TOUCHPOINT

Nel caso di Sara – prosegue Brachini – l’aspettativa è un’altra: occorre costruire un dialogo tra una molteplicità di touchpoint. «Puntiamo a costruire un ecosistema che renda disponibile servizio, qualità di dati e strumenti sul punto vendita fisico e una serie di touchpoint digitali che siano governati in modo da avvantaggiare il punto fisico stesso ovvero l’agenzia sul territorio». Si tratta insomma di far leva sulle esperienze digitali esterne alle agenzie, o su possibili accordi con operatori extra-settore che consentano di escogitare formule di abbinamento, di “pacchettizzazione” tra determinate tipologie di prodotto e la polizza dell’assicuratore. Una sfida che è al tempo stesso tecnologica, per la necessità di dover incrociare informazioni appartenenti a stakeholder diversi. Ma soprattutto culturale – sostiene Brachini, che sottolinea anche lo scarso ritorno di formule come le “instant insurance” che si possono ordinare online. «Con la geolocalizzazione potrei effettuare una comunicazione molto mirata, per esempio inviando ai clienti che si trovano in una stazione sciistica un messaggio promozionale per una polizza sugli infortuni. I margini di risposta dei test svolti su tali strumenti sono ancora molto bassi – rivela Brachini. «Il fattore umano, un consiglio fornito al botteghino dove si acquista lo skipass è più efficace».


#dmRetailinnovation Benvenuti nell’era dell’hypercommerce @denodo
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Gabriele Obino, country manager Italia, Sud Europa e Medio Oriente di Denodo – l’azienda che con la sua piattaforma di virtualizzazione dei dati è in grado di accelerare e ridurre i costi dei processi analitici alla base di molte delle sperimentazioni discusse intorno alla tavola rotonda – raccoglie gli spunti forniti da Sara Assicurazioni per ribadire che in questa inarrestabile spinta di attrazione tra e-commerce e negozio, anche una piccola percentuale può essere sintomo di un importante cambiamento. «Inizialmente, si è discusso anche del problema della mancanza di coerenza che spesso caratterizza il rapporto tra sito Web e il messaggio che il retailer manda attraverso i suoi punti vendita. Io credo che per ottenere una buona integrazione, è fondamentale riuscire a portare dentro il sistema i dati che vengono raccolti».

Molti interrogativi restano aperti su come raccogliere questi dati e con quali finalità, ma nel racconto delle varie esperienze, la fantasia nello sperimentare non manca. «Il primo desiderio, anche emozionale, è conoscere meglio il nostro cliente» – conferma Francesco Cavarero di Miroglio. «Il problema è che non basta che il cerimoniale di vendita venga ripensato nell’ottica della centralità del dato. Nei negozi Miroglio, la merce è tutta etichettata RFID. La priorità è avere un controllo ottimale sulle giacenze, ma non ci siamo fermati a quello. Abbiamo dotato di antenne i camerini di prova, per vedere che cosa entra. In mente, avevamo un parallelo con il carrello dell’e-commerce, dove è importante l’informazione sugli acquisti che non vengono perfezionati. Progetto però rimasto in sospeso». La morale – secondo Cavarero – è che il cambiamento insiste sui processi: bisogna comprendere i punti critici dei processi decisionali per capire dove il dato riesce a incidere meglio.


#dmRetailinnovation Il punto vendita è una miniera di informazioni #DSGroup
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Un buon messaggio finale di questa tavola rotonda è quello fornito da Romeo Quartiero, CEO di DS Group, system integrator e consulente specializzato in retail, pioniere dei dispositivi mobili utilizzati a supporto della vendita in negozio. «La missione di DS Group è una radicale trasformazione di questo comparto, esattamente per il motivo illustrato da Cavarero: la nostra conoscenza di ciò che avviene dentro ai negozi, non è mai sufficiente». Questo non è un problema di poco conto perché – aggiunge Quartiero – «non è vero che l’e-commerce prima o poi spazzerà via tutto». Anche dalle informazioni emerse nel corso della discussione, la curva di crescita dei canali online sembra attestarsi su un limite asintotico: il 20, forse il 25% dei volumi complessivi. Il punto vendita mantiene tutta la sua critica importanza. E nel mercato del fashion – sottolinea Quartiero – c’è un aspetto in più: forse oltre il 50% dei prodotti venduti percorrono il canale indiretto dei negozi multimarca e delle piccole catene indipendenti. Luoghi fisici che, a parte qualche lodevole eccezione, non hanno molte possibilità di far leva sull’e-commerce e sulle strategie multicanale. «Noi di DS Group cerchiamo di ovviare a questo problema, portando le tecnologie digitali più avanzate direttamente sul punto vendita. Cerchiamo di misurare l’esperienza nel punto vendita, di tracciare e riconoscere le persone, affrontando problematiche notevoli». Il principio di DS Group per rivoluzionare il fondamentale “ultimo miglio”, che spesso rimane estraneo agli investimenti in marketing dei grandi retailer, è che acquirenti e venditori devono poter giocare alla pari. «Lo smartphone ha cambiato la vita dei loro clienti? Adesso si tratta di far arrivare la stessa tecnologia nelle mani dei negozianti».


Le videointerviste ai protagonisti

Gabriele Obino, Denodo: i vantaggi della virtualizzazione dei dati per i retailer


#dmRetailinnovation videointervista a Gabriele Obino, country manager di @denodo Italia
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Romeo Quartiero, DS Group: l’ultimo miglio della relazione con il cliente


#dmRetailinnovation videointervista a Romeo Quartiero CEO di DS Group
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Antongiulio Donà, Talend: come coniugare velocità, affidabilità, self-service e governance


#dmRetailinnovation videointervista a Antongiulio Donà VP sales Italy di @Talend
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Scenari IT 2020. Il futuro si costruisce insieme https://www.datamanager.it/2019/12/scenari-it-2020-il-futuro-si-costruisce-insieme/ Fri, 13 Dec 2019 13:53:32 +0000 http://www.datamanager.it/?p=194440 Il mercato IT in Italia cresce più del PIL. Cloud e sicurezza IT tra le priorità di investimento. L’IoT avanza tra le tecnologie emergenti insieme all’intelligenza artificiale. La trasformazione digitale automatizza le operations, ridisegna il business, il lavoro e la relazione fuori e dentro i canali digitali Con le iniziative di trasformazione digitale che non […]

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Il mercato IT in Italia cresce più del PIL. Cloud e sicurezza IT tra le priorità di investimento. L’IoT avanza tra le tecnologie emergenti insieme all’intelligenza artificiale. La trasformazione digitale automatizza le operations, ridisegna il business, il lavoro e la relazione fuori e dentro i canali digitali

Con le iniziative di trasformazione digitale che non smettono di rivoluzionare imprese di ogni settore, non sorprende che entro il 2023 oltre la metà del PIL mondiale sarà guidato da prodotti e servizi dell’economia digitale. Ad affermarlo è IDC in un recente rapporto, nel quale spiega come l’integrazione di vecchio e nuovo, nei vari sistemi IT, permetterà di velocizzare e ottimizzare, nei prossimi tre anni, la maggior parte delle attività in essere all’interno delle compagnie internazionali e delle imprese grandi o piccole che siano. Ovviamente, il trend è indicativo di uno scenario generale che non è detto venga intrapreso come percorso di crescita da tutti. Ogni azienda deve già oggi dedicare una buona parte del proprio budget all’innovazione digitale, creando cluster interni ed esterni che rappresentino momenti di confronto ed evoluzione. Di fatto, da qui ai prossimi mesi, le risorse IT continueranno la loro migrazione verso il cloud (e multi-cloud) e ci saranno ingenti investimenti in sistemi di automazione e orchestrazione, con al centro sempre più l’intelligenza artificiale e l’apprendimento automatico.

Sappiamo già che proprio a causa della crescente dipendenza dall’intelligenza artificiale e dai dati che la alimentano, emergerà un nuovo ruolo, quello del chief trust officer, figura che sarà a capo della sicurezza del dato, del rispetto della privacy e delle più vaste considerazioni etiche che sottenderanno il business. Una ulteriore, e fondamentale, competenza per l’intero gruppo dirigente della “nuova” impresa digitale sarà la “visione periferica”: i confini economici tradizionali stanno rapidamente scomparendo; per partecipare a logiche che uniscono le offerte di diversi settori, i manager dovranno comprendere meglio come il loro mercato si collega ad altre industry, in modo da poter fornire strategicamente un’esperienza olistica ai loro clienti.

TRASFORMAZIONE E TRANSIZIONE

Se la trasformazione digitale ha il potenziale per accelerare drasticamente le prestazioni a lungo termine, la verità è che ci ritroviamo in un’epoca di transizione che vive continuamente momenti di mutazione sia a livello sociale che economico e dove il significato stesso di “accelerazione” perde quasi di senso, non avendo più un metro di giudizio finito con cui confrontarsi. Oggi, siamo sicuramente più veloci a svolgere alcune mansioni ma come spendiamo il resto del tempo che la tecnologia ci ha liberato? Aumentiamo a dismisura la produzione di dati e informazioni, ma a che scopo? Sappiamo mettere realmente a frutto questa vastità di sapere che ci ritroviamo tra le mani e che non sembra poter diminuire?

Come è chiaro, se il mercato dell’IT vedrà presto l’affermarsi di una serie di tecnologie che possiamo considerare come un consolidamento delle esistenti (tra chatbot AI, “rich data analytics” ed extended reality), la sensazione è che il 2020 si porrà come un anno buono anche per guardarsi indietro, eliminare il superfluo e considerare cosa portarci dietro realmente nel business appena dietro l’angolo. Una porta di ingresso per una vasta gamma di soluzioni in grado di prendere il meglio dal panorama odierno, declinandolo all’interno di contenitori differenti, ottimizzati e volti al futuro. All’orizzonte è possibile scorgere 5G, AI as a Service, virtual private cloud, sistemi di comunicazione avanzata, networking e security come possibili protagonisti della scena dell’information technology. Ma ci sono alcune tecnologie che più di altre hanno la concreta capacità di far compiere uno switch sostanziale al mercato IT, apportando un miglioramento dei servizi offerti.

Come orientarsi in questi scenari? E soprattutto, quali sono gli effetti sulle imprese del nostro Paese? Stando alle elaborazioni di IDC Italy per l’Assintel Report 2020, una fotografia degli orientamenti strategici delle aziende che vivono dentro queste logiche ci consente di individuare per il 2020 due tipologie di attitudini: le cosiddette “Digitally Determined” da un lato, quelle “Digitally Distraught” dall’altro. Secondo gli analisti di IDC – «le prime sono fortemente determinate nel costruire competenze per erogare servizi digitali iper-personalizzati su vasta scala e spingono verso la creazione di una cultura dell’innovazione, basata sull’armonizzazione di molte anime all’interno di un modello unico coordinato. Le seconde sono aziende scosse dall’impatto dei nuovi scenari e che non dimostrano altrettanta capacità di competere in mercati così complessi e dinamici». In tale contesto, le dinamiche di investimento delle imprese italiane – private e pubbliche, piccole e grandi – si sviluppano secondo le principali traiettorie di innovazione tecnologica, valorizzando prodotti e servizi di nuova generazione insieme a un tessuto di competenze e soluzioni ancora in transizione verso il nuovo. «Lo scenario appena descritto porta il mercato ICT a chiudere il 2019 con una spesa delle aziende italiane che supera i 31 miliardi di euro, in crescita del 2,3% rispetto al 2018, e proietta questa a sfiorare i 31,5 miliardi di euro nel 2020, con una crescita dello 0,9% sul 2019. Il mercato, nel periodo 2018-2022, aumenterà con una variazione media annua (CAGR) dell’1,6%, con gli investimenti ICT aziendali che supereranno i 32,4 miliardi di euro nel 2022. A guidare la spesa globale sarà soprattutto la voce IT, sostenuta dai progetti di trasformazione digitale. Oltre il 16% delle imprese italiane prevede di espandere il budget IT nel 2020, mentre soltanto il 10% sta considerando l’eventualità di procedere a una razionalizzazione e a una riduzione complessiva delle spese».


#ScenariIT2020 e tendenze tra trasformazione e transizione @IDCItaly @Assintel
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ZUCCHETTI, IL LABORATORIO DELL’INNOVAZIONE

Ma in che modo espanderà questo budget? Non c’è il rischio che l’innovazione “per forza” crei un dispendio di risorse poco canalizzate? Secondo Alessandro Zucchetti, presidente di Zucchetti, dialogo e visione del futuro devono andare di pari passo. «In Zucchetti – siamo da sempre abituati ad ascoltare i clienti e a pianificare insieme a loro gli sviluppi futuri, nel senso che anche le nuove tecnologie non devono essere fini a sé stesse ma portare dei reali vantaggi competitivi all’attività di imprese e professionisti. Per questo motivo, abbiamo creato al nostro interno un vero e proprio “laboratorio dell’innovazione” dove si studiano i possibili campi di applicazione dei nuovi paradigmi come IoT e intelligenza artificiale. Alcuni di questi progetti sono già stati implementati nelle soluzioni Zucchetti per la gestione del personale. ZForecast, per esempio, è un software Zucchetti capace di prevedere il fabbisogno di persone di un’azienda sulla base dell’analisi dei dati storici e di numerose altre variabili. Algoritmi di machine learning e di tipo semantico saranno anche integrati alle applicazioni per la gestione delle risorse umane per attività di screening dei curricula e di selezione dei candidati. Un altro ambito di applicazione riguarda la ristorazione, con l’automazione completa delle casse, dal riconoscimento delle pietanze mediante videocamere e sensori ottici al calcolo dei prezzi sino alla gestione elettronica dei pagamenti. I nostri oltre 400mila clienti si aspettano questo da noi, ossia essere accompagnati in un percorso di evoluzione digitale capace di supportare realmente business sempre più specifici e complessi, con l’ulteriore vantaggio – sottolinea Alessandro Zucchetti – di poter scegliere un’azienda italiana che opera anche a livello internazionale in più di 50 paesi».


#ScenariIT2020 Il laboratorio dell’innovazione Alessandro Zucchetti @ZucchettiSpa
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NTT, ORCHESTRARE IL FUTURO

Emanuele Balistreri, country managing director di NTT in Italia, ci ha raccontato di come la sua azienda punti decisamente sullo scouting di nuove tendenze IT, per farle proprie e tradurle in prodotti per i clienti. «Per NTT, la ricerca e sviluppo è molto più che una semplice attitudine. L’anticipazione dei trend tecnologici costituisce per noi un elemento fondante. Abbiamo ascoltato i nostri clienti, innescato processi di co-innovation e, sulla base di dati ed esigenze emergenti, riteniamo che la rivoluzione di cui saremo protagonisti avrà un impatto sulle persone, creando città, luoghi di lavoro e aziende più intelligenti e più sicure. Stando alle previsioni per il 2020, contenute nel “Future Disrupted: 2020”, l’approccio alla trasformazione digitale evolverà nell’ottica di una visione a lungo termine e continuativa. In tutto questo, l’intelligent workplace sarà il presupposto per la mutazione dell’interazione con clienti e collaboratori. I dati avranno un impatto sempre maggiore sulle infrastrutture e sarà la business intelligence a contribuire massivamente a questo aumento. L’approccio SD-WAN giocherà un ruolo fondamentale per l’adozione di nuove tecnologie di connettività così come automazione e orchestrazione saranno le parole d’ordine per il 2020 e, in un contesto hyperscale, un ruolo decisivo sarà affidato all’intelligenza applicata alla sicurezza per mettere al sicuro persone, macchine e applicazioni. A segnare la svolta sarà, in definitiva, la capacità di trarre reale valore dalle informazioni generate dai servizi IT, mettendole al servizio dell’evoluzione futura».


#ScenariIT2020 Orchestrare il futuro Emanuele Balistreri @GlobalNTT
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VEEAM, GESTIONE DATI IN CLOUD

Un mutamento in atto, già presente come detto, che viene ben inteso da Albert Zammar, regional vice president SEMEA di Veeam: «Nel corso del 2019, la tecnologia ha dimostrato di essere in grado di trasformare radicalmente le aziende e la comunità: dalle prime implementazioni del 5G alle società che si confrontano sulle modalità con cui usano l’intelligenza artificiale. Da un punto di vista IT, abbiamo notato alcuni trend che proseguiranno, come l’approccio on-premise e il cloud pubblico, che acquisiranno maggiore rilevanza. Dal punto di vista architetturale assistiamo all’adozione di soluzioni di tipo hybrid e multi-cloud, con l’obiettivo di rendere i sistemi informativi una leva per la trasformazione del business nel suo complesso. C’è però da dire che se il cloud sta diventando il modello di implementazione più utilizzato, ciò comporta problematiche di sicurezza e data privacy, che restano due delle maggiori preoccupazioni dei decisori IT. Nel 2020, le minacce cresceranno e di conseguenza le aziende dovranno essere certe che il cento per cento dei dati possa essere ripristinato immediatamente. Aumenta anche il numero di applicazioni classificate come mission-critical, e che aprono la strada a uno scenario in cui ogni software “rischia” di essere considerato prioritario. Ci affideremo al Cloud Data Management per garantire che tutti i dati aziendali siano costantemente in controllo, sottoposti a backup, recuperabili in qualsiasi momento e messi in sicurezza durante tutto il loro ciclo di vita, privilegiando la semplicità, la flessibilità e l’affidabilità delle soluzioni di business continuity».


#ScenariIT2020 Gestione dati in cloud Albert Zammar @Veeam
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SAP, L’EXPERIENCE ESTESA

C’è da considerare la gestione del più ampio rapporto che le tecnologie venture creeranno tra aziende e clienti, non solo consumatori. SAP, per esempio, crede che uno dei concetti di maggiore spicco nel 2020 sarà quello dell’Experience Management. «L’esperienza è un concetto esteso» – spiega Matteo Losi, innovation director di SAP Italia. «Non dobbiamo pensare solo a quella che un brand offre ai clienti, ma anche all’experience che un’organizzazione offre ai propri dipendenti, un’amministrazione pubblica ai cittadini, un ospedale ai pazienti e così via. IDC stima che entro il 2022 il 35% delle imprese gestirà programmi innovativi di “employee experience”, che incorporeranno esperienze digitali e moderne, per promuovere all’interno dell’organizzazione motivazione e vicinanza al brand. Una spinta a questi nuovi programmi è dettata dalla combinazione di tecnologie in grado di massimizzare il valore della relazione con il cliente, il dipendente o il partner di impresa. L’intelligenza artificiale e il machine learning, ma anche le tecnologie multicanale, sono il nuovo cuore della rivoluzione esperienziale. Combinate poi con altre tecnologie innovative come realtà aumentata, natural language processing o la robotica, aprono a una serie infinita di possibilità. L’imperativo è quindi l’industrializzazione dell’experience management, che passa attraverso l’adozione di piattaforme che permettono alle organizzazioni di collegare gli individui, e quindi le loro emozioni ed esperienze, ai processi dell’azienda. Questo fatto costituisce un secondo importante trend in grado di accelerare gli investimenti IT. Infatti, la combinazione tra dati operativi e dati di esperienza permette la comprensione del cosa (dato operativo) accade e del perché (dato esperienziale) accade. E quindi mette in grado le aziende di modificare il modello di business per massimizzare l’esperienza del cliente, dipendente o partner e anche il valore dei propri prodotti e servizi. ERP e CRM di quarta generazione, cioè sviluppati secondo le nuove regole della Experience Economy, sono il mattone fondamentale per portare le imprese a una piena adozione di questi nuovi modelli di funzionamento».


#ScenariIT2020 L’EXPERIENCE ESTESA Matteo Losi @SAPItalia
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CYBERARK, SICUREZZA AD ALTO LIVELLO

C’è un tema della sicurezza che ricorre necessariamente quando si parla di “domani”, perché a esso fa eco quanto abbiamo vissuto negli ultimi mesi, con un incessante appello alla corretta conservazione e protezione del dato, sia nel rispetto delle policy che per non far traballare quella fiducia degli utenti che rischia sempre di essere messa in discussione dal prossimo breach. Non a caso, per Claudio Squinzi, country sales manager di CyberArk Italia, le organizzazioni sanno che le modifiche ai processi di business e gli investimenti in tecnologia per supportare la trasformazione digitale comportano un incremento dei rischi, e riconoscono la necessità di abbracciare i nuovi modelli di sicurezza che la digital transformation impone. «In alcuni casi – prosegue Claudio Squinzi – l’esigenza di rispondere ai mercati in costante evoluzione fa sì che la sicurezza venga ignorata o fatta scendere di livello, e questo anche se una superficie di attacco più estesa o alterata aumenta il rischio di incidenti. Seppur ogni attacco è diverso dall’altro, una costante c’è: i malviventi cercano sempre il percorso di minor resistenza. Ecco perché le aziende devono analizzare attentamente l’ambiente, prendere in considerazione le diverse metodologie di violazioni e adottare un approccio risk-prioritized per salvaguardare tutti i segmenti del percorso e bloccare i tentativi di intrusione. Il fattore abilitante per l’adozione di successo di innovativi paradigmi tecnologici sarà la capacità di prendere le decisioni giuste in termini di spesa di sicurezza, per ottenere il massimo ritorno e ridurre al minimo i rischi. Dai tradizionali sistemi on-premise fino agli ambienti cloud e DevOps, sarà fondamentale indirizzare gli investimenti verso controlli e personale specializzato in grado di contrastare la capacità dei malviventi di spostarsi lateralmente nell’ambiente IT, compromettere le credenziali privilegiate che portano a impossessarsi degli asset desiderati e identificare altre risorse o dati da trafugare. Il CyberArk Global Advanced Threat Landscape 2019 Report evidenzia proprio come molte imprese stiano lavorando in questo senso, controllando gli accessi agli asset critici e adottando strategie di sicurezza ad hoc per quelli privilegiati in alcune parti dell’infrastruttura, dai server mission critical all’Internet of Things (IoT), fino a robotic process automation (RPA), IoT, Infrastructure as a Service (IaaS) e Platform as a Service (PaaS)».


#ScenariIT2020 Sicurezza ad alto livello Claudio Squinzi @CyberArk
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MATICMIND, FLESSIBILITÀ E SEMPLICITÀ

Nell’ottica di coniugare innovazione tecnologica con spinta a ripensare, o almeno riformulare, i processi di cybersecurity in attuazione, è interessante conoscere il parere di soggetti, come Maticmind, che da sempre sono attenti sia all’evoluzione del mercato che al cambio di paradigma, in primis culturale, di una gestione allargata orientata alla sicurezza. «Il mercato italiano dell’IT sta vivendo un’evoluzione costante e frenetica, che abbraccia soluzioni in grado di sfruttare appieno le grandi possibilità che le tecnologie moderne stanno abilitando» – conferma Paolo Prevedini, marketing business development director di Maticmind: «Da sempre, Maticmind è attenta all’evoluzione che il mercato propone, che si traduce in una grande opportunità di innovazione e nuove soluzioni in grado di garantire il massimo dell’efficienza e delle prestazioni ai suoi clienti. Oramai da anni, l’azienda investe anche attraverso acquisizioni nell’ambito della security e della cyber security, temi fondamentali nell’ICT, consolidando e proponendo un portfolio di soluzioni e servizi che spaziano dall’advisory alla consulenza specialistica, dalla system integration alla governance fino ai servizi gestiti. Abbiamo dunque abbracciato modelli software defined anche in ambito networking e infrastrutture IT, e sono proprio questi ultimi a permettere ai nostri clienti una maggiore flessibilità volta a indirizzare gli aspetti di virtual private e hybrid cloud. Inoltre, proponiamo soluzioni di rich collaboration in grado di abilitare scenari di lavoro agile. Nel 2016, Maticmind ha deciso di ampliare la propria strategia con la creazione di un Competence Center all’interno dell’organizzazione, focalizzato sui temi applicativi e grazie al quale è stato definito un R&D center che lavora attivamente su progetti legati ad automazione, AI e blockchain, su cui prevediamo grandi opportunità a breve e medio termine».


#ScenariIT2020 Flessibilità e semplicità Paolo Prevedini @Maticmind
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SME.UP, LA CHIAVE DELL’INNOVAZIONE

Snellire i processi produttivi, abbattere i costi, continuare a crescere e massimizzare il profitto, queste sono le parole chiave per un 2020 che forse non porterà rivoluzioni di fatto ma un necessario accompagnamento verso una nuova tipologia di “digital transformation”, che potremmo definire 2.0 o comunque parte di un secondo stadio dell’IT, avanzato e sicuramente più consapevole. «Nel 2020, saranno questi gli obiettivi da raggiungere per le imprese attraverso l’innovazione tecnologica» – ci dice Mauro Sanfilippo, R&D manager di Sme.UP. «La chiave dell’innovazione sarà nella realizzazione della cosiddetta “Intelligent and Extended Enterprise”. L’Intelligent comprenderà la possibilità di sviluppare software personalizzati, cuciti su misura, che pescheranno le informazioni più importanti per l’asset di un’azienda, coordinandoli con uno strumento di gestione avanzato. Quello che cambierà con l’IA sarà la maggiore velocità e ottimizzazione che gli algoritmi riusciranno a produrre. Per la parte “Extended”, il senso sarà quello di poter attuare, tramite i tool di Sme.UP, un ampliamento dei database da cui attingere in fase di ottenimento del dato. Per realizzare tutto questo sarà necessario appoggiarsi a infrastrutture informatiche solide e affidabili, adatte a rispondere alle esigenze di tutte le parti che formano l’impresa. Oggi, ma soprattutto in futuro, i clienti ci chiederanno soluzioni complete e in questa modalità di fruizione il cloud sarà protagonista. Non pensiamo solo ai sistemi di collaborazione aziendale, ma a servizi completi che possono spaziare dagli ERP tradizionali a quelli innovativi e completi. La tecnologia del cloud offrirà molti vantaggi per le aziende, assicurando maggiore sicurezza e velocità, maggior potenza computazionale e affidabilità e, infine, più flessibilità».


#ScenariIT2020 La chiave dell’innovazione Mauro Sanfilippo @SmeUP_LAB
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TALEND, QUALITÀ E GOVERNANCE DEI DATI

Insomma, l’IT continua il suo percorso da strumento di “mera automatizzazione” a elemento cardine dell’efficacia aziendale sul mercato. «I prossimi anni vedranno il naturale affermarsi e l’evolvere delle tecnologie oggi definite “di punta”. Gli strumenti e le tecniche avranno bisogno di quantità di dati sempre maggiori per sfruttare le loro capacità di essere usati in vesti e sfumature differenti. La partita deve ancora essere giocata» – afferma Antongiulio Donà, vice president sales Italy di Talend. «I grandi patrimoni di dati sono incoerenti, inaffidabili, lenti, non integrati. Cresce il loro numero ma la preoccupazione di informazioni disponibili velocemente e di un’autentica governance non fanno ancora parte dello spirito culturale dell’azienda. La qualità è il primo grande dilemma e finché ogni dipendente non diventerà parte integrante del circolo virtuoso che passa per la “qualità” e il “governo”, le nostre teorie si poggeranno su assiomi sbagliati. Il dubbio maggiore è costituito dalla delega: ci affideremo sempre di più a sistemi automatici che nascono e vengono progettati sulla convinzione che i dati di base siano puliti, affidabili e aggiornati. Gli strumenti intelligenti sapranno districarsi su basi incoerenti o prenderanno e ci indirizzeranno verso scelte basate su presupposti incoerenti? Sono rischi che nessuna azienda può permettersi il lusso di correre e, se non affrontati per tempo, potrebbe essere tutto troppo tardi. Ripartiamo proprio da qui: qualità, credibilità, velocità e governance».


#ScenariIT2020 Qualità e governance dei dati Antongiulio Donà @Talend
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EOS SOLUTIONS, UN ECOSISTEMA CONNESSO

Alcune compagnie hanno già voluto proiettarsi verso il 2020, come EOS Solutions. «Durante il nostro recente evento di ottobre a Bolzano, chiamato “Digital Enterprise 365” – ci siamo adoperati per mettere in scena un esempio concreto di Industria 4.0, simulando un’azienda digitale, con tanto di robot e postazioni di controllo. Una dimostrazione pratica – ci spiega il presidente Attilio Semenzato, di come la trasformazione in atto, grazie all’AI, a robotica e “ERP as a Service” porti un reale vantaggio al processo produttivo. È quello che ci aspettiamo per il 2020: avviarsi in modo deciso verso un percorso che coinvolge le tecnologie digitali esplose negli ultimi decenni e le porta a un livello ancora più alto, ovvero l’interconnettività attraverso l’Internet degli oggetti, l’accesso ai dati in tempo reale, l’introduzione di sistemi informatici basati sul cloud computing. L’Industria 4.0 offre un approccio più completo, interconnesso e unitario alla produzione. Si collega fisicamente con il digitale e consente una migliore collaborazione e accesso tra dipartimenti, partner, fornitori, prodotti e persone. Inoltre, nuove tecnologie, ad esempio 5G e Wi-Fi 6, con quelle già esistenti tra cui machine learning e proprio cloud computing, subiranno un’accelerazione, imprimendo velocità ai processi di trasformazione digitale verso risultati ancora difficilmente prevedibili. La strategia di EOS Solutions è chiara: continuare a investire nella piattaforma Microsoft Dynamics 365 Business Central e allargare il numero di soluzioni nel nostro portafoglio, investendo nello sviluppo di estensioni delle applicazioni in cloud».


#ScenariIT2020 Un ecosistema connesso Attilio Semenzato @eossolgroup
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INNOVAPHONE, LA STRADA DEL CAMBIAMENTO

Per competere, le imprese stanno ripensando i propri modelli operativi con particolare attenzione alla velocità e alla reattività. «Ogni azienda è una società di dati a elevata complessità, qualunque sia il business. Tuttavia, nel percorso evolutivo della trasformazione digitale, alcune si trovano in qualche modo bloccate» – ci ricorda Valentina Gallio, area sales manager Italia di innovaphone. «Infatti, l’innovazione non è automatica ma è un pensiero condiviso per un’azione, che implica inevitabilmente cambiamento. Questo ha però una velocità variabile e deve tener conto della capacità di assorbimento dell’azienda e, soprattutto, delle persone all’interno dell’azienda. Come specialista nell’ambito della comunicazione aziendale professionale e sviluppatore di software, innovaphone considera con estrema attenzione la crescente complessità del mondo imprenditoriale, dove i flussi evolutivi sfidano il business tradizionale. E l’innovazione può diventare dirompente, invece di costruttiva, se imposta in modo innaturale. La nostra tecnologia, innovaphone myApps, serve allo scopo di creare un vantaggio competitivo in questa direzione. La piattaforma di lavoro e comunicazione riduce le differenze che creano squilibri all’interno dell’azienda: lacune negli strumenti, opportunità e know-how. MyApps è un framework omogeneo che, attraverso applicazioni per comunicare, lavorare e amministrare, spiana la strada del cambiamento per l’innovazione, verso un’azienda competitiva in un mercato così difficile».


#ScenariIT2020 La strada del cambiamento Valentina Gallio @innovaphone
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NUTANIX, SEMPLIFICARE LE INFRASTRUTTURE

matteo uva nomina nutanixRiprendendo i temi di Wi-Fi 6 e 5G, vogliamo riportare quanto affermato nel merito da Matteo Uva, sales manager commercial business di Nutanix Italia. «Sicuramente, l’avvento del 5G aprirà un’autostrada verso l’innovazione e la trasformazione digitale. Il protocollo sarà più veloce e sicuro rispetto alla generazione attuale e ciò darà sicuramente un’accelerata a tutti i fenomeni legati all’IoT. Pensiamo a quanti nuovi dispositivi verranno connessi e alla mole di dati prodotti. Sarà dunque necessaria un’infrastruttura IT in grado di supportare questa enorme quantità di informazioni, nonché l’importante fase di trasformazione. Dal nostro punto di vista, l’approccio da adottare in questo senso non potrà che essere multicloud: cloud pubblico, privato, edge computing dovranno confluire in un’unica strategia per permettere ai clienti di poter scegliere di volta in volta dove far girare le applicazioni e i dati, così come decidere dove l’elaborazione di questo dovrà avvenire. E in tal senso, la modalità software-defined è fondamentale. Oggi, attraverso un approccio di questo tipo, Nutanix permette di semplificare le infrastrutture e rendere omogenea la user experience, introducendo gli stessi criteri e le stesse logiche del cloud pubblico all’interno del data center e dando l’opportunità al cliente di integrare il suo cloud interno con i fornitori di cloud esterni, così da optare in modo agile e veloce per ciò che preferisce, per la soluzione di volta in volta più conveniente. Se da una parte il tema dell’infrastruttura, che ci tocca più da vicino, sarà importante a supporto dell’evoluzione del 5G, dall’altro vediamo l’avvento di una nuova generazione di applicazioni. Si parla da tempo di container, cioè un nuovo modo di sviluppare applicazioni dove i micro-servizi, che compongono l’applicazione stessa, vengono distribuiti nel cloud in modo sicuro e ridondante, garantendo che il business e i servizi rimangano attivi».


#ScenariIT2020 Semplificare le infrastrutture Matteo Uva @nutanix
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KASPERSKY, PIÙ SICUREZZA PER IL 5G

Di certo, il 5G avrà la capacità concreta di rivoluzionare l’offerta dei servizi del mercato IT, insieme all’intelligenza artificiale, virtual private cloud e networking avanzato. Non a caso, Kaspersky, leader nel settore della sicurezza informatica, è impegnata nella definizione delle linee guida per lo sviluppo dei nuovi servizi digitali tramite 5G. In materia di sicurezza, infatti, la nuova tipologia di connessione non è infatti esente da criticità: i rischi connessi alle infrastrutture precedenti si ripropongono nella nuova configurazione. Sarà dunque vitale risolvere le vulnerabilità del protocollo per evitare lo sfruttamento delle debolezze su larga scala, attacchi DDoS e cyberattacchi alle componenti dell’IIoT, che costituiscono un’opportunità e allo stesso tempo un pericolo per l’Industria 4.0. Parallelamente, bisognerà investire sulla sicurezza delle infrastrutture critiche, ambito sensibile che richiede un livello avanzato di protezione, e monitorare l’impiego della nuova tecnologia nel cyberwarfare. «La rivoluzione delle telecomunicazioni 5G è imminente» – conferma Morten Lehn, general manager Italy di Kaspersky. «Potrà supportare un maggior numero di dispositivi collegati in rete e aumentare considerevolmente la velocità per gli utenti. Servirà come base per molte tecnologie futuristiche. Tuttavia, le preoccupazioni in materia di sicurezza per il 5G sono inevitabili. Si tratta di una tecnologia in continua evoluzione costruita sulla base dell’infrastruttura precedente, dalla quale erediterà inevitabilmente vulnerabilità e configurazioni errate. I governi e i leader del settore dovrebbero unire i loro sforzi per promuovere progetti di tecnologia 5G affidabili e sicuri che miglioreranno i servizi ma garantiranno anche una buona qualità di vita per i cittadini delle smart city».


#ScenariIT2020 Più sicurezza per il 5G Morten Lehn @KasperskyLabIT
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YMPRONTA, SUPERARE I GAP ATTUALI

Ma l’idea di Giovanna Iannuzzi, CEO di Ympronta è che nell’ambito della trasmissione dati ci sono grandi aspettative per i futuri standard che tuttavia, nel 2020, non saranno ancora utilizzati del tutto. «Sia l’infrastruttura che i device avranno bisogno di altro tempo per potenziarsi ed espandersi sul territorio italiano e si prospetta dunque un 2020 di progetti pilota e R&D per tutte le tecnologie. L’IoT proseguirà il suo sviluppo e la sua diffusione grazie ai protocolli di trasmissione efficienti, come MQTT, per superare i gap delle infrastrutture attuali. L’inarrestabile trend del cloud computing presuppone il caricamento o la generazione dei dati direttamente in cloud, il che rende la diffusione dei dati un freno alla tecnologia. Visto che nel 2020 il costo di intelligenza artificiale di tipo “in-house” sarà ancora proibitivo per molte aziende, una consistente parte delle applicazioni basate su AI sarà “as a Service”, dando così ai provider l’accesso alle informazioni aziendali. Un altro trend che riduce la dipendenza dalla trasmissione dati è l’edge-computing, così come la diffusione di smart device. Anche se i dispositivi diventano sempre più intelligenti, il 2020 segnerà un nuovo approccio al trust verso le nuove generazioni. Un compromesso potrebbe essere un mix tra l’elaborazione centralizzata e quella decentralizzata. Nel 2020, faranno la differenza aziende che sapranno combinare efficacemente machine-learning, pacchetti esistenti di software e dispositivi automatici, utilizzando gli “orchestrator” next-gen per compiere operazioni complesse».


#ScenariIT2020 Superare i gap attuali Giovanna Iannuzzi #Ympronta
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NFON, COMUNICAZIONE PER IL BUSINESS

In questo insieme di “visioni” sullo scenario IT del 2020, non possiamo non trattare l’argomento dell’innovazione della comunicazione in azienda. Lo facciamo con Marco Pasculli, GM di NFON Italia: «La comunicazione è uno dei fattori più influenti sulla creazione di idee e sulla produttività in azienda. NFON, l’unico provider di servizi cloud PBX paneuropeo, ha come obiettivo quello di aiutare le imprese a ottenere la massima flessibilità nella comunicazione aziendale, ottimizzando i processi e riducendo i costi. Il centralino virtuale, insieme di software centralizzati progettati per svolgere molteplici funzioni e fornirle a più sedi così come in mobilità, è al giorno d’oggi parte integrante dei sistemi di comunicazione e collaborazione evoluti. Avere l’opportunità di condividere documenti e informazioni in tempo reale e di mettersi facilmente in collegamento utilizzando servizi telefonici professionali in cloud genera una serie di vantaggi che si ripercuotono positivamente sulla produttività. Le funzionalità aumentano se il centralino virtuale viene integrato con le applicazioni CRM, effetto di tale integrazione può essere per esempio la possibilità di telefonare ai propri contatti con un clic dal personal computer. Il tutto al fine di accrescere e semplificare l’attività e quindi aumentare la produttività dell’organizzazione nel suo complesso. Così facendo si punta a rendere l’organizzazione non solo più efficiente ma anche flessibile. In un’era in cui si vanno diffondendo nuovi modelli organizzativi aziendali all’insegna di mobility e smart working, il concetto di unified communication & collaboration diventa quindi fondamentale poiché abilita tali modelli, soprattutto nel contesto di imprese di grandi dimensioni che operano su vasti territori e hanno bisogno di far collaborare persone con competenze diverse che vivono in aree geografiche lontane tra loro».


#ScenariIT2020 Comunicazione per il business Marco Pasculli @NFONcom
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SUPERNAP, DATACENTER FUTURE-PROOF

Il bello della prossima evoluzione tecnologica è proprio l’incentivo alla collaborazione, al lavorare meglio e insieme, collegandosi tra loro per portare le aziende a un livello successivo. «Avremo reti super-potenziate per una comunicazione mai provata prima, così che dispositivi smart e applicazioni potranno inviare e ricevere più dati e velocemente» – afferma Alison Gutman, communication manager di SUPERNAP Italia. «Le aziende utilizzeranno questi dati per un’analisi approfondita, che può migliorare il processo decisionale, il targeting e, infine, la crescita e le entrate. Tutti questi dati però possono creare una nuova sfida per le aziende: dove e come conservare oltre che gestire il tutto? Ed è qui che arriva la nuova generazione di as a Service. Oggi, sempre più aspetti della gestione dei dati sono offerti in modalità aaS. Le aziende sono più sensibili ai costi associati alle proprie infrastrutture tecnologiche e quindi a considerare l’outsourcing. Per una società senza risorse interne di spazio, alimentazione ridondante, raffreddamento efficiente e sicurezza fisica 24×7, le piattaforme cloud sono una soluzione ideale in termini di rapporto costo-efficacia, efficienza, compliance e uptime. A tal proposito, è importante che i soggetti comprendano che un cloud service è affidabile e sicuro tanto quanto il datacenter in cui è installato; nessuna di queste nuove tecnologie può prosperare senza una solida base. Se i dati sono la nuova moneta mondiale, allora le aziende devono considerare il loro datacenter (cioè quello del fornitore cloud) come la banca più sicura. Per questo motivo uno dei trend è la ricerca di datacenter avanzati e future-proof».


#ScenariIT2020 Datacenter future-proof Alison Gutman @SUPERNAPItalia
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QLIK, VERSO LA DATA AGILITY

Ma ci viene un dubbio: tutta questa iperconnessione ci offre realmente valore collaborativo oppure finisce con l’isolare ulteriormente l’IT? Dovevamo essere tutti più connessi, ma stiamo diventando più frammentati. Per normative, modelli di business e dati possiamo trasformare un panorama frammentato in un’opportunità. Ma l’analisi da sola non basta. Abbiamo bisogno di sintesi e analisi, fondamentali per utilizzare elementi pervasivi e facilitare l’evoluzione verso la “posa del mosaico di dati”. Per Dan Sommer, senior director, global market intelligence lead di Qlik – «questa evoluzione porta con sé alcune tendenze. La prima è la nuova sfida dei Wide Data. I Big Data sono un concetto legato al bisogno di dover sostituire o ampliare l’infrastruttura tecnologica. Con lo storage su cloud, infinitamente scalabile, questo ostacolo cade. Con i Wide Data abbiamo informazioni che stanno diventando sempre più variegate: per adeguarsi, le tipologie di database sono più che raddoppiate, da 162 nel 2013 a 342 nel 2019. Nel 2020, le aziende che raggiungeranno la sintesi tra fonti di dati frammentate avranno vantaggi concreti e reali. Poi, si vede già all’orizzonte il connubio DataOps e analytics self-service che realizza la Data Agility per tutta l’organizzazione. Con la BI moderna, l’analytics self-service è alla portata di tutti. Con le DataOps, l’80% dei dati può essere consegnato sistematicamente agli utenti, riservando la preparazione delle informazioni self-service a un ristretto numero di situazioni. Insieme, DataOps e analytics garantiscono fluidità lungo l’intera catena di valore delle informazioni. Infine, la Data Literacy as a Service. Per sfruttare pienamente le possibilità offerte dalla tecnologia, gli strumenti da soli non bastano, bisogna aiutare le persone a diventare più consapevoli nella lettura e nell’interpretazione dei dati. Nel 2020, le aziende si aspettano un incremento dell’alfabetizzazione dei dati: un obiettivo che può essere raggiunto solo affidandosi a partner in grado di combinare tecnologia, formazione e supporto».


#ScenariIT2020 Verso la data agility Dan Sommer @qlik
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STREETMASTER, DATI VALIDI AL 100%

Peraltro, se una grande attenzione viene tributata alle ormai consolidate tecnologie della intelligenza artificiale per le quali si cerca di immaginare applicazioni futuristiche e di grande impatto sul business, esistono ambiti concreti che possono godere di un radicale e immediato miglioramento del modo di lavorare dell’azienda. «Streetmaster, compagnia leader nel supporto alle utilities e in generale alle aziende che hanno più di un milione di clienti, risponde con il nuovo servizio cloud di “lettura della bolletta”. Con la liberalizzazione del mercato un crescente numero di operatori ingaggia i consumatori ogni giorno nel passaggio verso i propri servizi relativamente a energia, gas o telefonia. Questo impegna agenzie, venditori interni e utenti in attività di data entry che costituiscono un fattore di costo e di sforzo sia per i clienti che per le imprese» – ci dice Cristiano Andreotti, co-fondatore di Streetmaster. «Quanto migliorerà la qualità del lavoro e del servizio se le migliaia di contratti che ogni giorno passano da un operatore all’altro venissero semplicemente acquisiti (in modo semiautomatico) a partire dall’ultima bolletta? Un tema di riconoscimento, acquisizione e validazione del dato, che implica tecnologie all’avanguardia ma disponibili. La sfida maggiore che vediamo in termini di opportunità e innovazione per il 2020 è proprio questa».


#ScenariIT2020 Dati validi al 100% Cristiano Andreotti #Streetmaster
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BIZMATICA, LA VELOCITÀ DEL BUSINESS

Dello stesso parere, circa le potenzialità di nuovi standard, è Max Bulling, partner and board member di Bizmatica Econocom. «Riteniamo che nel 2020 ci sarà un’ulteriore accelerazione di tutti quei progetti che hanno impatto diretto sull’esperienza delle persone. Questa accelerazione sarà sostenuta da trend e innovazioni considerate fino ad oggi in modo isolato, ma che invece, integrandosi sempre più tra loro, ne amplificheranno lo sviluppo. Pensiamo a progetti di Augmented Humans e Augmented Things, in grado di ottimizzare il valore reale e percepito dei servizi, attraverso, per esempio, soluzioni di voicebot, chatbot, machine learning, AI, IoT e servitization. Le maggiori opportunità di mercato si svilupperanno, quindi, verso tutte quelle iniziative in grado di migliorare l’efficienza e l’efficacia operativa attraverso l’offerta di un servizio di alta qualità ed estremamente personalizzato. Facendo quindi leva sulla nostra ventennale e consolidata esperienza, abbiamo adeguato il go-to-market con le emergenti esigenze del mercato e organizzato l’offerta in tre cluster che aggregano e integrano tecnologie innovative: customer management & engagement, IoT & service assurance e IT innovation. In questi ambiti, riteniamo inoltre essenziale implementare soluzioni compatibili con approcci agili, per coniugare le necessità legate alla continuità operativa, con quella di perseguire l’innovazione. Tutto questo, nell’ottica di un costante processo di rinnovamento del modello di business».


#ScenariIT2020 La velocità del business Max Bulling @Bizmatica_
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EUSTEMA, RIPENSARE I PROCESSI

Uno dei settori che più di altri ha beneficiato nell’anno in corso degli sviluppi delle tecnologie legate all’information technology è stato il FinTech. A questo concetto se ne legano altri due, LegalTech e RegTech. Contrazione di Legal Technology e di Regulation Technology, entrambi stanno procedendo di pari passo con il FinTech e l’InsurTech in quanto a opportunità di crescita nel mondo IT. «Il LegalTech ha l’obiettivo di favorire lo snellimento delle attività nel settore legale mediante l’automazione dei processi lavorativi, l’estrazione di concetti chiave dai testi legali grazie al ML/AI, l’elaborazione di elevate quantità di informazioni per ricavarne conoscenza a supporto delle decisioni e delle strategie aziendali. Il RegTech mira ad aiutare le imprese a essere in regola con le diverse normative e regolamentazioni, focalizzando come le stesse possono essere utilizzate per migliorare le prestazioni della stessa organizzazione» – spiega Enrico Luciani, amministratore delegato di Eustema. «Gli analisti del settore prevedono una crescita degli investimenti, nei prossimi tre anni, tra il 20% e il 50%. Accanto alla sfida di ripensare ai processi in chiave digitale c’è quella delle competenze. I nuovi mestieri del mondo LegalTech e RegTech richiedono esperti con conoscenze multidisciplinari e la capacità di lavorare in team pluridisciplinari. Eustema ha diverse progettualità in materia tra cui le più rilevanti sono SLeM (Smart Legal Management), progetto di LegalTech & Compliance cofinanziato dal MISE e con la supervisione scientifica del CNR e dell’Università di Milano Bicocca, e la soluzione Teleforum For, per la trasformazione digitale delle aree legali di grandi imprese ed enti. Una soluzione che somma una esperienza pluriennale nel settore alle migliori tecnologie cloud e di intelligenza artificiale».


#ScenariIT2020 Ripensare i processi Enrico Luciani @Eustema_SpA
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Chimica & farmaceutica. L’IT per vincere le sfide https://www.datamanager.it/2019/12/chimica-farmaceutica-lit-per-vincere-le-sfide/ Fri, 13 Dec 2019 11:45:02 +0000 http://www.datamanager.it/?p=194431 Processi eccellenti, trasformazione digitale e tecnologie abilitanti per il futuro del settore chimico e farmaceutico. L’innovazione gioca un ruolo chiave, ma per rispondere alle nuove sfide del mercato e dello sviluppo occorre fare un passo in avanti La manifattura mondiale sta uscendo da una lunga fase di sviluppo. L’Italia si trova di fronte a un […]

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Processi eccellenti, trasformazione digitale e tecnologie abilitanti per il futuro del settore chimico e farmaceutico. L’innovazione gioca un ruolo chiave, ma per rispondere alle nuove sfide del mercato e dello sviluppo occorre fare un passo in avanti

La manifattura mondiale sta uscendo da una lunga fase di sviluppo. L’Italia si trova di fronte a un contesto fortemente mutato. Nonostante la contrazione dei livelli di attività, l’Italia è nel 2018 ancora la settima potenza manifatturiera del mondo (dati Centro Studi Confindustria). Una parte rilevante del sistema produttivo italiano ha imboccato da molto tempo la via dell’upgrading qualitativo. La digitalizzazione della manifattura offre importanti benefici potenziali alle imprese: arricchisce l’offerta industriale di nuovi servizi “intelligenti”, migliora l’efficienza tecnica ed energetica dei processi industriali, aumenta la flessibilità produttiva. Le tecnologie 4.0 servono a prendere decisioni più rapide e precise, a permettere nuove forme di interazione uomo-macchina, a interconnettere l’intera catena del valore interna all’impresa e, potenzialmente, l’intera catena di fornitura.

Anche se i dati confermano un arretramento complessivo dell’Italia nel suo ruolo di leadership in Europa (i dati di Eurostat confermano che non siamo più la seconda manifattura d’Europa), in questi anni le imprese del farmaco e della chimica nelle sue diverse declinazioni e sfaccettature (chimica di base, specialistica, di consumo) si sono affermate come un motore di crescita, di sviluppo e di benessere fondamentale per il nostro Paese e per l’Europa. Secondo i dati di Farmindustria, l’industria farmaceutica ha registrato la più alta crescita dal 2008 al 2018, con un aumento non solo della produzione (+22% contro -14% della media manifatturiera), ma anche dell’export (+117% contro +27% della media). Al terzo posto per investimenti in R&D, il settore farmaceutico si contraddistingue anche per la riduzione negli ultimi dieci anni dei consumi energetici (-54% contro -26% della media manifatturiera), e per quella delle emissioni di gas clima alteranti (-74% contro -13%). Il 90% delle imprese sta adottando l’innovazione 4.0 nella produzione.

Per la chimica europea invece, il 2018 è stato un anno deludente che si è chiuso con un moderato calo della produzione (-0,9%). In Italia, la produzione ha registrato una crescita di +3,5% nel 2017 e di +0,5% nel 2018. La chimica è un settore di specializzazione strategico per l’industria europea. Impiega 1,2 milioni di addetti altamente qualificati e, nell’ultimo anno, ha realizzato un valore della produzione pari a circa 550 miliardi di euro. Inoltre, genera un consistente avanzo commerciale, 45 miliardi di euro nel 2018, contribuendo a garantire all’UE equilibrio negli scambi commerciali (dati Federchimica). L’industria chimica – con oltre 2.800 imprese – realizza sul territorio nazionale un valore della produzione prossimo ai 56 miliardi di euro (88 miliardi, inclusa la farmaceutica). Con una quota pari al 10%, l’Italia rappresenta il terzo produttore europeo. Le imprese del settore hanno intensificato l’impegno verso l’innovazione con una spesa per investimenti in crescita. L’industria chimica è, inoltre, il secondo settore italiano in termini di diffusione della ricerca (50% delle imprese) e questa dinamicità emerge anche nel confronto europeo. Infatti, l’Italia, dopo la Germania, vede il maggior numero di imprese attive nella R&S.


#Chimica #Farmaceutica 4.0 La produzione più smart grazie all’accelerazione di IoT e AI @IDCItaly
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L’innovazione tecnologica nell’industria chimica e farmaceutica con il passaggio a una maggiore automazione rappresentano il prerequisito imprescindibile per potere operare con successo sui mercati globali. La trasformazione digitale però è difficile da scaricare a terra in quelle imprese che non hanno risorse interne (umane ed economiche) da dedicare. Solo grazie all’innovazione tecnologica, il settore chimico e farmaceutico potrà rispondere alle sue esigenze interne di efficienza e business e al tempo stesso fornire soluzioni alle grandi sfide: salute per tutti, cure innovative, benessere, lotta ai cambiamenti climatici, economia circolare e sostenibilità.

INNOVAZIONE SU PIÙ FRONTI

A una prima panoramica sul mercato delle soluzioni IT, i temi della digital transformation del settore chimico e farmaceutico appaiono subito numerosi e peculiari. In questo dossier, affronteremo modelli e best practice, con particolare riguardo alle metodologie e alle principali tecnologie. Partiamo subito dalle tecnologie che, almeno a livello di “hype”, si candidano a essere critiche per l’evoluzione di questo settore. I CIO e i CTO sono impegnati in un percorso di cambiamento su più fronti. Si interrogano su come sviluppare il livello di automazione come priorità di efficientamento (RPA, integrazione IT-OT); rispondono alla pressione del Business sulla parte di analisi Big data per una visione completa dei dati (real-time, self-service, governance, affidabilità); avviano progetti basati su AI per supportare le aziende del settore nella gestione completa della pianificazione della domanda, intesa soprattutto in termini della velocità di consegna dei prodotti; e spingono sullo sviluppo di soluzioni di AI al servizio della ricerca e sviluppo per la riduzione dei tempi nei processi “drug development”. Sul fronte delle tecnologie IIoT, la convinzione è che la convergenza tra IT e OT permetterà di rivoluzionare la produzione. I sistemi IoT possono aumentare l’efficienza grazie alla loro capacità di controllare, gestire e supervisionare le operazioni in remoto, soprattutto nelle aree in cui è pericoloso per gli esseri umani lavorare e prevedere i problemi relativi ai macchinari. Quando questi problemi vengono diagnosticati precocemente ci sono meno interruzioni della produzione.

Anche la realtà aumentata ha il potenziale di collegare meglio tutte le parti interessate nella catena del valore, dentro e fuori l’azienda. Per esempio, con questo tipo di soluzioni è possibile interfacciarsi con gli operatori sanitari per fornire loro i dati di cui hanno bisogno. I pazienti stessi potrebbero utilizzare l’AR per accedere alle informazioni in self-service. In ultima analisi, la blockchain potrebbe contribuire a migliorare la sicurezza della supply chain. La robustezza della catena a blocchi consentirebbe alle aziende chimiche e farmaceutiche di limitare l’aumento dei medicinali contraffatti, rendendo più efficiente e affidabile tutta la filiera della logistica.

LA PRODUZIONE INTELLIGENTE

Il settore chimico e farmaceutico – come ci spiega Lorenzo Veronesi, research manager di IDC Manufacturing Insights EMEA – fa parte di ciò che IDC definisce “catene del valore orientate agli asset” che sono caratterizzate da segmenti di produzione impostati sul cosiddetto modello produttivo di processo. Queste catene del valore hanno spesso variazioni inferiori rispetto alla domanda, all’offerta e alla produzione degli altri settori. Ma nonostante ciò, il fatto che queste aziende investano pesantemente in impianti e attrezzature di produzione per produrre in modo efficiente grandi volumi di materiali, rende i casi di utilizzo digitale nelle industrie chimiche tra i più complessi che si possano trovare nell’industria manifatturiera. Inoltre, la necessità di raggiungere la massima efficienza sta spingendo queste aziende ad accelerare i cicli di rilascio e vita dei prodotti. Tutto questo comporta pressioni sulle aziende chimiche affinché facciano di più con meno, e più velocemente.

Al centro di questa trasformazione – prosegue Veronesi – troviamo la produzione, resa “intelligente” dall’infusione di acceleratori come IoT e AI. La produzione intelligente consentirà alle aziende chimiche di massimizzare il rendimento delle risorse per ottimizzare la capacità produttiva, riducendo sia il costo delle operazioni che l’impatto ambientale. La gestione strategica degli asset sta mettendo l’accento su iniziative volte al monitoraggio basato sulle condizioni effettive dei macchinari e sull’analisi predittiva per aumentare la disponibilità delle risorse critiche della fabbrica. L’IoT e i sensori intelligenti consentono il controllo in tempo reale delle condizioni dei macchinari e degli asset produttivi attraverso una fitta distribuzione di dispositivi collegati (wireless e cablati), mentre gli algoritmi di intelligenza artificiale creano un modello predittivo accurato dei potenziali guasti e malfunzionamenti. Inoltre, l’uso della realtà aumentata e virtuale può fornire ai tecnici operativi e della manutenzione informazioni pertinenti e istruzioni di lavoro guidate.


#Chimica #Farmaceutica 4.0 La roadmap digital e l’innovazione collaborativa di #MolteniFarmaceutici
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E parlando dei macchinari, parliamo di consumo energetico. La crescente enfasi sulla sostenibilità sta portando le aziende chimiche a sviluppare iniziative volte a ridurre la dipendenza dai tradizionali combustibili fossili e un aumento di approcci innovativi per il riutilizzo dei rifiuti e dei sottoprodotti di produzione. L’ubiquità di strumenti di misurazione e sensoristica permette di catturare e analizzare il consumo di energia fino al livello della singola macchina, consentendo di strutturare i sistemi di rilevazione in ​​modo da ridurre al minimo l’utilizzo di energia attraverso la creazione di modelli di consumo che consentono di includere i costi energetici nei calcoli di costo e ottimizzazione dei processi.

Infine, la qualità è fondamentale in questo settore poiché i prodotti sono spesso input nel processo di produzione di una moltitudine di clienti a valle. Pertanto, le aziende chimiche stanno facendo leva su tecnologie avanzate per raccogliere, organizzare e valutare meglio la qualità in modo da identificare le cause alla radice delle anomalie e avviare le necessarie azioni correttive. Al fine di fornire una risposta più rapida ai problemi di prodotto e processo, il controllo in tempo reale va integrato in tutto il ciclo di vita del prodotto. Perciò una piattaforma di collaborazione – in grado di includere la capacità di inserire informazioni contestuali nell’analisi e nella risoluzione di non conformità, per valutare l’efficacia delle azioni correttive e legarle al ciclo di vita del prodotto – risulterà essenziale per raggiungere il necessario livello di integrazione dei processi non solo a livello di singola azienda, ma di tutto l’ecosistema.

MOLTENI, L’INNOVAZIONE COLLABORATIVA

Secondo Veronesi di IDC Manufacturing Insights EMEA, la trasformazione digitale nel settore chimico «consiste nel fornire un approccio integrato per soddisfare le esigenze del cliente attraverso l’applicazione della moderna tecnologia digitale. L’innovazione collaborativa permetterà di tenere l’attenzione focalizzata sull’ecosistema abilitato digitalmente e sul miglioramento generale della catena del valore». Molteni Farmaceutici rappresenta un esempio concreto di innovazione collaborativa. Lo scorso anno, l’azienda ha fatto molti sforzi per l’adeguamento alla serializzazione dei farmaci e per la migrazione da gestionale AS/400 a SAP. Tra gli strumenti digitali che hanno dato un’accelerazione alla digitalizzazione e alla revisione dei processi in azienda, il più efficace – come ci spiega Marco Baldini, ICT infrastructure e business intelligence manager di Molteni Farmaceutici – è stato il progetto di collaborazione aziendale che è stato implementato a seguito della migrazione dalla posta elettronica da Lotus Notes a Office 365.

«Subito dopo aver migrato la posta su Exchange – attività durata un mese per le modifiche infrastrutturali e due mesi per la migrazione delle singole caselle di posta e terminata a maggio – abbiamo fatto partire un progetto di adozione degli strumenti di collaboration Office 365 (Sharepoint, OneDrive, Teams, OneNote, Stream, Flow, Power App) che tutt’ora sta continuando e che abbiamo sfruttato per ridisegnare alcuni processi che erano diventati alquanto macchinosi. Benché Office 365 non sia uno strumento software convalidato, lo stiamo utilizzando come coadiuvante a supporto di molti strumenti GxP che sono particolarmente complessi e che non agevolano l’operatività. Inoltre, con la sua struttura flessibile e dinamica, la suite di prodotti si adatta molto bene a un modello di sviluppo Agile, e proprio grazie a questi mini-progetti, stiamo introducendo in azienda questa tecnica di project management che non era mai stata utilizzata prima. Nei prossimi mesi – continua Marco Baldini – prevediamo di abbattere notevolmente tutte le complicazioni dovute alla collaborazione documentale – per esempio, le decine di mail contenenti allegati con copie di file diverse – sfruttando il co-editing della piattaforma. Per questo caso d’uso stiamo già implementando processi per la revisione delle SOP aziendali e la stesura dei contratti. Un altro caso d’uso che ci è stato richiesto dal reparto amministrativo e dagli uffici tecnici, è legato al service management. Questi reparti hanno le caselle di posta invase da richieste per i loro servizi ma non hanno budget o volumi per giustificare l’acquisto di un service management tool e così stanno pensando di implementare una soluzione basica di ticketing proprio con Office 365. Per non parlare dei vantaggi del prodotto Teams (abbinato a Sharepoint, OneNote e Planner) che sta diventando strumento indispensabile per tutti i progetti aziendali e che viene utilizzato anche come tool di organizzazione della documentazione e delle attività di reparto. Dall’inizio del piano di adozione, anche dagli ambienti di produzione, abbiamo ricevuto un’impennata delle richieste di portatili, smartphone e tablet. Nella mia esperienza diretta, questa è stata l’attività che ha dato una maggiore spinta all’innovazione collaborativa» – conclude Baldini.

INFRASTRUTTURA IT IN AFFANNO?

I leader dell’industria chimica e farmaceutica affermano che la loro capacità di rendere completamente accessibile e fruibile le montagne di dati a disposizione risulta limitata rispetto alle esigenze delle operations e del business. Questo dato emerge anche dal rapporto “Pharma: The Sector’s Growing Commitment to Digital” di Russell Reynolds Associates e firmato a sei mani dai ricercatori Wolfgang Bauriedel, Maneesh Dube e Lauren McCourt. Lo studio ha evidenziato che tecnologia, competenze digitali e dati sono sempre più interconnesse. Mentre – attualmente – il chief digital officer (o chief digital and information officer) spesso definisce e guida la strategia digitale, è importante notare che un singolo progetto o un singolo leader digitale non bastano per guidare una trasformazione a livello aziendale. I leader di ogni funzione – IT, dati e digitale – devono essere visionari e trasformativi e interfacciarsi con le loro controparti di business o delle operations per guidare un cambiamento coordinato e sistematico nell’organizzazione. I leader in questi ruoli sono visti come “game changers” che trasformano non solo il business ma anche la mentalità e la cultura aziendale.


L’industria #Farmaceutica è il settore con la più alta crescita dal 2008 al 2018 @FarmindustriaTW
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NUOVI APPROCCI E OBIETTIVI

Le aziende farmaceutiche sono alla ricerca di nuove tecnologie e soluzioni digitali per migliorare le performance di business. Gli approcci e gli obiettivi di costruzione di tali strumenti variano, ma molti programmi digitali iniziano come proof of concept per migliorare l’efficienza operativa e ridurre i costi e possono evolvere rapidamente in programmi che generano reddito. Gli operatori farmaceutici hanno anche iniziato a sperimentare la realizzazione di app (spesso con un partner) per l’utilizzo da parte dei pazienti. Oltre a creare un’importante risorsa sanitaria e uno strumento di gestione delle patologie per i pazienti, queste applicazioni integrano l’azienda con aspetti della gestione della salute tradizionalmente al di fuori dell’ambito dei farmaci tradizionali. Gli strumenti e le applicazioni digitali più potenti sono progettati sfruttando l’infrastruttura tecnologica esistente e attingendo ai dati e alle competenze istituzionali esistenti.

Fra gli esempi selezionati di potenziali nuovi flussi di ricavo emergenti per il settore chimico e farmaceutico possiamo includere i software-as-prescription per fornire strumenti approvati dagli organi di controllo e prescritti dai medici per aiutare i pazienti a gestire e, in alcuni casi, curare le malattie; le soluzioni di AI-driven per la scoperta di nuovi farmaci che grazie all’analisi dei dati e agli algoritmi di machine learning possono guidare il lavoro degli scienziati nello sviluppo di nuove molecole o di nuove terapie, a un ritmo prima impensabile; soluzioni di virtual healthcare che rappresentano una partita futura per il settore chimico e farmaceutico.

DATA STRATEGY IN SEI PUNTI

L’innovazione delle tecnologie digitali e delle scienze biologiche avanza a un ritmo frenetico, con una crescita esponenziale della quantità di dati generati. Secondo IDC, il comparto sanitario è pronto a crescere molto velocemente, generando una quantità di dati superiore a quella del settore dei media e dell’intrattenimento, e raggiungendo quella del settore dei servizi finanziari entro il 2025. Le aziende farmaceutiche sono letteralmente “sedute” su gran parte di questi dati, e dentro questa “mole” si nasconde una quantità di informazioni molto preziose che riguardano, tra l’altro, la possibile scoperta e lo sviluppo di nuovi farmaci, gli insights sulle popolazioni, le condizioni e i comportamenti dei pazienti, con tutti i risvolti in termini di opportunità non solo di business, ma anche di cura.

Per poter sfruttare appieno questi dati e far leva su nuove tecnologie “rivoluzionarie” come l’intelligenza artificiale e l’apprendimento automatico, i dati devono essere interoperabili, affidabili e di qualità per essere utilizzabili. La realtà è che la maggior parte delle organizzazioni stanno ancora lavorando per organizzare e collegare i dati già in loro possesso e per creare e implementare in modo coerente i processi in modo da garantire che i dati acquisiti in futuro siano facilmente utilizzabili. In questo contesto, secondo molti CIO, le soluzioni di AI e ML sono difficili da scalare per fornire la vista desiderata. C’è ancora troppo lavoro di base da fare. Lavoro che si deve concentrare su sei punti  fondamentali: master data management; data governance; “democratizzazione” dei dati; migrazione al cloud; data quality; collaborazioni esterne con partner in grado di condividere dati e fornire accesso ad ecosistemi digitali per l’uso e il deployment di dati.

Molte industrie farmaceutiche sono consapevoli dei limiti attuali della loro data integrity e della necessità di rendere “operazionalizzabili” i loro dati. Le loro organizzazioni digitali stanno attivamente implementando nuove infrastrutture IT, processi e programmi di integrità dei dati retroattivi per spostare l’ago della bilancia. Questi grandi sforzi sono un passo nella giusta direzione, ma non sono ancora all’altezza della semplificazione e dell’unificazione a livello aziendale degli asset di dati necessari per trasformare veramente il modo in cui i dati guidano il business. Molti business leader, desiderosi di sfruttare tecnologie digitali disruptive per sviluppare le capacità digitali delle proprie business unit, stanno cercando di rispondere in modo nuovo e diverso a quelle che nei board del chimico e farmaceutico si bollavano, fino a poco tempo fa, come “iniziative digitali lente”.

Adesso, man mano che gli sforzi digitali centralizzati acquistano slancio, le aziende iniziano a sviluppare strategie digitali a livello di sistema aziendale superando la divisione in silos e favorendo la convergenza tra IT e OT. I leader che sono esperti sia dal punto di vista tecnologico che organizzativo sono la chiave di questa evoluzione. In particolare, dovrebbero essere in grado di identificare e scalare le buone pratiche digitali, promuovendo la cultura dell’innovazione in tutta l’organizzazione.


L’industria #Chimica vale 56 miliardi di euro (88 miliardi, inclusa la farmaceutica) @Federchimica
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DA TECNOLOGI A GAME CHANGER

Chief digital officer, cyber security expert, digital marketing expert sono solo alcuni dei nuovi ruoli che stanno già imprimendo un’accelerazione alla digitalizzazione dell’industria farmaceutica. Negli ultimi anni, i temi del digitale e della tecnologia sono stati elevati ai livelli di comitato esecutivo e board. La portata del ruolo di CIO, CTO e CDO si è ampliata fino a comprendere essenzialmente ogni aspetto del business. I professionisti dell’IT devono essere leader del cambiamento e visionari: devono “essere agili” e “saper fare” in modo agile. I leader digitali dell’industria chimica e farmaceutica devono essere in grado di intraprendere azioni che permettano all’organizzazione di prosperare nel panorama tecnologico e sanitario di domani. Il responsabile del digitale e dell’IT deve essere anche orientato al business in modo da tradurre l’innovazione digitale in ricavi e valore per tutti gli stakeholders.  Questo “skillset” rappresenta un allontanamento dal profilo del tipico CIO o IT leader del passato. Si sta facendo strada una nuova generazione di leader digitali che per crescere però ha bisogno di spazio per sperimentare. Secondo il rapporto Russell Reynolds, sono tre gli “archetipi” chiave dei leader della tecnologia digitale nel settore chimico e farmaceutico: CDO/multichannel leader; CDO/CTO hybrid; CIO/CTO.

Lo scorso novembre, Peter High, presidente di Metis Strategy ha intervistato Karenann Terrell, digital & tech chief di GSK. Karenann Terrell è un esempio di “CDO hybrid”, alla guida di tutta l’innovazione di GSK, multinazionale farmaceutica britannica con ricavi superiori ai 30 miliardi di sterline. Dal lato CTO del suo ruolo, ha la responsabilità dell’IT, mentre dal lato CDO, Karenann Terrell è responsabile delle strategie digitali di GSK. Come CIO ha lavorato in Baxter International, Daimler-Chrysler e Walmart. Terrell fa parte del consiglio di amministrazione di Pluralsight (www.pluralsight.com), società di formazione online quotata in borsa che offre una varietà di corsi di formazione video per sviluppatori di software, amministratori IT e professionisti creativi.

«Aggiungere all’incarico di CDO quello di CTO è stata una decisione del nostro CEO – spiega Karenann Terrell – che ha voluto dare una direzione nuova alla trasformazione digitale. Credo che la separazione dei due ruoli in molti casi possa rallentare la capacità di scalare le opportunità che si trovano nei dati digitali e nell’analisi». Ma qual è il mix giusto del cambiamento? «Il 40 per cento è il “digital as usual” – risponde Terrell – il che implica la nostra capacità di cambiare il nostro panorama e di guardare oltre l’impresa per creare valore. Stiamo cercando di lavorare in un modo agile, incentrato sul product data management. Per esempio, dopo l’ottimizzazione delle scorte di magazzino, possiamo guardare all’analisi e all’ottimizzazione della liquidità, che significa potere liberare risorse da investire in ricerca e sviluppo. Consideriamo il cloud di terze parti come un’opportunità per guardare alle nostre fonti di dati aziendali e per fornire velocità».

Poi, c’è un 50 per cento che è «digitale attraverso una finestra di reinvenzione del nostro business esistente e qui abbiamo obiettivi specifici. Mentre il digitale ha l’opportunità di influenzare l’intero business, noi ci concentriamo su tre aree: ricerca, rapporto con i clienti e rapporto con il consumatore finale. Il restante 10 per cento è la vera rivoluzione» – conclude Karenann Terrell – «ossia è l’innovazione di fascia alta di come il digitale sta rivoluzionando il business in cui lavoriamo. Pensiamo all’orizzonte in cui potremmo essere in grado di effettuare test end-to-end in un paese in cui disponiamo di cartelle cliniche e sanitarie. Ciò implica la nostra capacità di guardare a modelli di business innovativi e tecnologie innovative in un panorama disruptive».


SB ITALIA, BUSINESS INTELLIGENCE A PROVA DI FUTURO

COME TRASFORMARE IL DATO IN INFORMAZIONE

Storicamente il settore farmaceutico e chimico – come spiega Massimo Missaglia, AD di SB Italia – ha sempre “prodotto” una mole straordinariamente alta di dati: da quelli legati alla produzione a quelli della R&S, dai dati dei processi caratteristici (come vendite, acquisti, HR) a quelli legati alla logistica e alla distribuzione dei prodotti. «Oggi, con le moderne soluzioni di big data analytics è diventato non solo possibile, ma anche ragionevole in termini di costi/risultati, gestire tutte le tipologie di dati – strutturati e non – e trasformare il dato in informazione». In particolare, la scommessa del mondo farmaceutico su soluzioni di big data – continua Missaglia – riguarda direttamente l’impatto sulla R&S, non solo per ridurre i tempi e ottimizzare la scoperta di nuove molecole e principi attivi ma anche per ridurre costi di produzione, condividendo le informazioni con tutti gli attori della filiera di ricerca per prendere decisioni importanti relative alla valutazione della potenziale efficacia farmacologica». Su questo tema, SB Italia porta valore e garanzia di risultato nell’implementazione di progetti innovativi – sottolinea Missaglia – «forte della conoscenza del mondo chimico e farmaceutico, della competenza in ambito AI, big data e machine learning, oltre che delle piattaforme principali di business intelligence come dimostrano i numerosi progetti realizzati in molteplici settori aziendali».


#SBItalia La scommessa del mondo farmaceutico su soluzioni di big data
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Gestione del rischio cyber. Persone, tecnologie e capitali https://www.datamanager.it/2019/12/gestione-del-rischio-cyber-persone-tecnologie-e-capitali/ Fri, 13 Dec 2019 10:16:39 +0000 http://www.datamanager.it/?p=194412 Frodi informatiche, violazione dei dati, continuità operativa, personale infedele, sono solo alcune delle voci da considerare nella valutazione del rischio cyber. Un processo complesso e al tempo stesso fondamentale per affrontare le minacce IT Lo scorso anno, la Polizia Postale ha ricevuto e trattato circa 160mila segnalazioni di truffe o tentate truffe, che hanno portato […]

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Frodi informatiche, violazione dei dati, continuità operativa, personale infedele, sono solo alcune delle voci da considerare nella valutazione del rischio cyber. Un processo complesso e al tempo stesso fondamentale per affrontare le minacce IT

Lo scorso anno, la Polizia Postale ha ricevuto e trattato circa 160mila segnalazioni di truffe o tentate truffe, che hanno portato a 3.355 denunce, all’arrestato di 39 persone e al sequestro di 22.687 spazi virtuali. Numeri importanti, che però descrivono solo in parte il fenomeno, su cui convergono numerose tipologie di reato – dal furto di identità al bullismo, dallo stalking al prosciugamento del conto corrente – perpetrati con tecniche conosciute e ripetute nel tempo. Come dimostrano gli episodi di cronaca. Lo scorso mese di ottobre decine di aziende della provincia di Cremona si sono viste recapitare nella propria casella di posta false fatture o contabili di pagamenti, provenienti da aziende conosciute, attraverso allegati del tutto identici a normali file di testo. Con all’interno però la sorpresa: un ransomware che critta i dati presenti sul pc e chiede un riscatto; oppure reindirizza la connessione verso un sito pirata creato ad hoc per rubare le credenziali da conti correnti e carte di credito. Truffe che non richiedono nemmeno l’involontaria collaborazione della vittima come avviene con il classico phishing. Peraltro ancora molto utilizzato. Ultimo in ordine di tempo, l’attacco indirizzato alle caselle di posta elettronica certificata di pubbliche amministrazioni, aziende private e iscritti a numerosi ordini professionali investite da più di 250mila messaggi di phishing solo nella prima settimana di ottobre 2019. Attacco che, a metà novembre, il CERT-PA segnala come ancora in corso.

Trovate ingegnose, declinate nei modi più fantasiosi, che vanno dalle classiche richieste di pagamento alle segnalazioni di opportunità di lavoro; dalle vincite fasulle ai test di videogame; passando per software, libri, musica e progetti da scaricare, fino alle richieste di amicizia e tentativi di corteggiamento. Espedienti “evergreen” che non passano mai di moda, accanto alle messe in scena e agli schemi criminali più creativi, utilizzati per agganciare le vittime e in massima parte per sottrarre dati o denaro. Le email rimangono il vettore più utilizzato, ma si segnalano in forte ascesa le truffe che originano da app scaricate sullo smartphone, sfruttando meccanismi ben rodati per dirottare i malcapitati su siti fasulli di banche online, social network, agenzie di viaggi, catene di vendita e così via. Tecniche utilizzate anche per accedere o impadronirsi di dati personali, come nel caso di Collection #1 che ha portato alla luce la violazione di milioni di indirizzi mail e password. Quando parliamo di imprese sopra i 250 addetti, emergono sostanzialmente due temi importanti in materia di sicurezza e business continuity – spiega Giancarlo Vercellino, associate research director di IDC Italia. «Il timore per una grave discontinuità delle operazioni aziendali e quello legato alla diffusione di informazioni sensibili e dati personali. Dopo maggio dello scorso anno, il GDPR ha dato un impulso sostanziale a quest’ultimo timore. La giurisprudenza europea ha portato in evidenza un rischio specifico che le imprese italiane stanno cominciando a prendere seriamente in considerazione». Anche se stando ai pochi dati disponibili, le notifiche effettuate in Italia da aziende e organizzazioni al Garante per la privacy sono, in proporzione alla popolazione, una percentuale molto bassa rispetto alla media europea. L’Italia con 610 notifiche, in rapporto alla popolazione, è il paese che registra meno violazioni, preceduta solo dalla Grecia. Basso (91) anche il numero di multe comminate, molte delle quali precedenti alla data fatidica del 25 maggio 2018.


#cybersecurity Cresce la cultura della sicurezza in azienda? @IDCItaly @Clusit @Axians_Italia
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LA VARIABILE UMANA

Per manager e IT, i dipendenti sono il fattore di rischio più grande. «Gli errori umani incidono sugli incidenti informatici senz’altro in modo notevolissimo, a quanto ci dicono i vendor indipendenti e gli operatori specializzati nella sicurezza» – afferma Vercellino di IDC. «Tuttavia, non disponiamo di dati circostanziati che facciano chiarezza sull’incidenza degli errori umani – comportamenti di dipendenti e collaboratori, ma anche management e IT – nel computo complessivo degli incidenti informatici». Secondo Maurizio Zacchi, marketing manager di Gruppo Daman, la maggior parte degli incidenti ha un innesco legato al comportamento inconsapevole dell’utente, che consente all’attaccante di incunearsi nelle difese dell’organizzazione. «Tuttavia, per avere successo, l’attacco sfrutta chiaramente vulnerabilità esistenti e limiti tecnologici. Una falla legata a strategie di difesa ancora troppo concentrate sul “perimetro” che svia dalle reali responsabilità, da dividere tra tutte le componenti. Processi di sicurezza immaturi – la capacità cioè dell’azienda di mettere in campo procedure di risposta all’evento di sicurezza, basate su policy – che impattano negativamente sulla tenuta complessiva della postura di sicurezza adottata. A volte, potrebbero verificarsi situazioni in cui la configurazione IT è semplicemente errata – come spiega Angelo Sbardellini, sales manager di Flowmon Networks Italia. «O non esistono best practice che guidano i dipendenti su come comportarsi. Oppure l’intero meccanismo di protezione aziendale manca di integrità. In tali contesti, le persone responsabili della sicurezza IT potrebbero incolpare i dipendenti per violazioni della sicurezza, ma il problema è altrove». L’incidenza dell’errore umano è un rischio che può essere mitigato da processi comprensibili e tecnologie efficaci. «Un approccio che funziona è quello di analizzare la situazione attuale, ottimizzando ciò che è già presente, inserendo poi strumenti o servizi per migliorare la visibilità e il controllo dello stato della sicurezza informatica» – suggerisce Alessandro Bonadio, cybersecurity specialist Axians Cybersecurity Italy.

È assolutamente necessario adottare strumenti efficaci che permettano di tenere sempre sotto controllo l’infrastruttura IT – «ma è altrettanto importante “educare” e responsabilizzare tutti i dipendenti in materia di cyber sicurezza, per non mettere a rischio il futuro del proprio business» – avverte Nicola D’Ottavio, country manager Italia e Svizzera di Panda Security. Sessioni periodiche di aggiornamento e formazione del personale rappresentano l’espressione più veritiera della cultura aziendale. Tutti, manager compresi, possono essere vittime di un attacco o essere “portatori” di rischio, attraverso comportamenti anche inconsapevoli. Come nei numerosi casi di “whaling” – letteralmente pesca della balena – truffe, che si servono di false identità ai livelli più alti, per indurre un pezzo grosso, la balena appunto, ad autorizzare un bonifico bancario ingente, come quello avvenuto all’interno del gruppo internazionale Tecnimont, vittima di una frode da 17 milioni di euro. Un fenomeno taciuto, ma che secondo i dati dell’FBI ha registrato più di 30mila casi negli ultimi tre anni (da giugno 2016 a luglio 2019), causando più di 3,5 miliardi di perdite. «Tecniche di attacco sempre più sofisticate che rendono vulnerabile anche il personale più esperto e competente» – rileva Zacchi di Gruppo Daman. Il paradosso – nota Alberto Brera, country manager Italy Stormshield – è che più sono avanzate le tecnologie impiegate nelle aziende, maggiore è l’incidenza dell’errore umano come elemento scatenante di un incidente informatico: «I rischi aumentano proporzionalmente in funzione della qualità e dell’attualità dei sistemi e delle soluzioni adottate. Determinare e generalizzare la quota di rischio attribuibile al mero “fattore umano” è un esercizio puramente teorico, perché la variabile di calcolo rappresentata dal fattore tecnologico resta imprecisata».


#cybersecurity Rischio cyber e fattore umano #GruppoDaman @FlowmonNet @PandaSecurityIT
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LA VALUTAZIONE DEL RISCHIO

La percezione della minaccia è funzione del livello di maturità dell’organizzazione. Frodi informatiche, violazione dei dati, continuità operativa, personale infedele, errori umani sono solo alcune delle voci che formano la percezione dinamica della minaccia cyber. Consapevolezza e percezione del rischio cambiano radicalmente prima e dopo un evento di data breach. «Finché un’impresa non si trova in una situazione di questo tipo, non riesce a valutare effettivamente il rischio IT e il suo potenziale impatto sul business aziendale. Alcuni timori cambiano radicalmente nel momento in cui si comprende la tangibilità del danno di alcuni potenziali rischi» – spiega Vercellino di IDC. Consapevolezza che Mauro Cicognini, membro del comitato direttivo di CLUSIT, collega alla maturità dei processi in campo. «Organizzazioni con processi più solidi e collaudati, in molti casi, hanno imparato a loro spese l’importanza della cybersecurity e si comportano di conseguenza. Le realtà più “giovani”, almeno in termini organizzativi, hanno una percezione della cybersecurity che potrei definire semplicistica». Ma è proprio da queste valutazioni che originano le scelte di concentrarsi più su alcune voci di rischio rispetto ad altre, in un percorso, tutt’altro che lineare. A partire dalla scelta della tecnica di valutazione più conforme alle caratteristiche proprie dell’azienda. Per esempio, la norma EN 31010 arrivava a illustrarne 31 nel 2009. Diventate 41, con l’ultima versione.

Difficile – dunque – individuare un modello univoco a cui fare riferimento. Ogni organizzazione deve giocoforza sviluppare la propria strategia di protezione dal rischio cyber capace di agire su tre fronti: persone, tecnologie e capitali. Ma al di là della pletora di metodologie disponibili, la valutazione del rischio passa sempre attraverso la raccolta delle informazioni più adatte, che – però – possono mancare nella forma più adatta in vista di un certo obiettivo. «La valutazione del rischio IT è una operazione complessa, che richiede molte informazioni» – concorda Vercellino di IDC Italia. «Perciò demandare una valutazione di questo tipo a terzi, oppure a casistiche astratte e generali, è impossibile. Meglio rimboccarsi le maniche e fare i compiti a casa propria. Mettere cioè insieme CIO, CMO e CEO per capire il valore della posta in gioco, in un mondo in cui la concorrenza, anche quella più sleale, procede attraverso i canali digitali». Di certo, la valutazione del rischio richiede una chiara consapevolezza del ruolo della sicurezza IT nella strategia digitale dell’azienda. «Sempre che l’azienda ne abbia una» – ribatte Cicognini.

«In molti casi, si arriva a circoscrivere un rischio, partendo dalla comprensione tecnologica del problema invece di analizzare in modo sistemico la sua dimensione rispetto agli obiettivi della propria organizzazione» – afferma Vicki Vinci, security business line manager di Kirey Group. Manca cioè la capacità di valutare il rischio in modo strutturato e organizzato. La gestione del rischio IT richiede una attenta attività di comunicazione interna e di formazione. «Oltre a una chiara consapevolezza a livello tecnologico, il chief security officer deve comprendere come impiegare le leve del cambiamento organizzativo per sviluppare un corretto clima aziendale, una cultura e una sensibilità quanto più possibile allineate con la realtà dei fatti, in modo da preparare l’azienda alle sfide sempre più complesse che stanno arrivando dalla API Economy» – riassume Vercellino di IDC Italia. Per valutare le potenziali minacce, relative a persone, capitali e tecnologie, l’approccio più citato – il solo in teoria in grado di guidare l’azienda verso la creazione di consapevolezza e resilienza – è quello olistico. Un termine molto abusato e foriero di equivoci ed errate interpretazioni. «Sebbene un approccio olistico sia teoricamente preferibile, ci si trova spesso a fare i conti con risorse limitate e una scarsa cultura di gestione del rischio condiviso a livello direzionale» – rileva Vinci di Kirey Group. «Per questo i responsabili della cybersecurity, che devono scegliere anno per anno dove investire il proprio budget, si trovano a privilegiare il contenimento del problema più urgente invece di abbracciare la questione a tutto tondo. Sono ancora rari i casi dove un piano industriale è accompagnato da un piano di gestione del rischio di eguale durata e valore».


#cybersecurity La valutazione del rischio è nell’occhio di chi guarda? #KireyGroup @KasperskyLabIT
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Cauto anche il giudizio di Cicognini di CLUSIT. «L’approccio olistico suona molto bene in teoria e nelle presentazioni commerciali. Concretamente però non mi pare sia sempre chiaro cosa significhi la parola in tutti i contesti in cui viene impiegata. Sicuramente – continua Cicognini – è opportuno, quando si adotta una tecnologia, chiedersi se si sta facendo una scelta giusta, o se ci sono degli aspetti adiacenti ai quali non si è dato sufficiente peso, oppure problemi analoghi che potrebbero essere affrontati insieme. Spesso – afferma Cicognini – sono testimone di situazioni dove si fa tantissima analisi ma non si arriva mai alla sintesi. Il che vanifica l’analisi stessa». In pratica, si tratta di applicare l’analisi del rischio a uno specifico ambito per non disperdere risorse ed energie e allo stesso tempo per controllare più agevolmente il contesto in cui si va a operare. «In molti ambiti, la ricerca della soluzione globalmente ottima è un problema di complessità non polinomiale. Perciò se abbiamo trovato una soluzione soddisfacente nell’intorno che ci interessa, anche se questo intorno non è grande, basta» – afferma Cicognini. Punto di vista su cui converge anche Morten Lehn, general manager Italy di Kaspersky: «È importante comprendere che si possono ottenere risultati tangibili solo con un’attenta valutazione del contesto e con l’integrazione di soluzioni, professionisti e strategie ben congeniate. Non solo tecnologie, ma anche servizi che consentano di elaborare strategie e fronteggiare le cyberminacce in modo rapido ed efficiente. Solo grazie a un approccio sinergico, è possibile garantire una protezione adeguata e modificare la percezione delle aziende rispetto a una potenziale vulnerabilità».

Strettamente correlata all’analisi del rischio, l’analisi degli investimenti in security è un ulteriore banco di prova del livello di maturità raggiunto dall’azienda. «Purtroppo, è assai raro che si faccia una reale valutazione dell’efficacia degli investimenti in cybersecurity» – afferma Cicognini di CLUSIT. «Le decisioni vengono prese sulla base di sensazioni personali. Solo in settori più maturi, nei quali lo spazio decisionale lasciato alla sensazione soggettiva è decisamente più scarso, esiste un largo consenso sugli indicatori quantitativi da considerare» – spiega Cicognini. E così, non sorprende più di tanto constatare che nonostante oltre tre quarti della spesa aziendale per la cybersecurity sia indirizzata verso soluzioni informatiche e operative – la percezione tipica nella maggior parte delle aziende è quella di sentirsi comunque vulnerabile agli attacchi. «Se la spesa per le tecnologie di sicurezza è cresciuta negli ultimi anni, non si può dire lo stesso per l’investimento sulle persone e su un’organizzazione strutturata per gestirla» – concorda Vinci, Kirey Group. «Il risultato è la proliferazione di console di gestione di prodotti e la mancanza di tempo e know-how per poterne trarre i benefici attesi».

ASSICURARE IL RISCHIO CYBER

Non decolla la spesa destinata al trasferimento del rischio. L’effetto GDPR/NIS non c’è stato. Il trasferimento del rischio residuo a terzi è o dovrebbe essere parte integrante di qualsiasi strategia matura di gestione del rischio. Non solo: «La combinazione di spesa per la protezione e il trasferimento del rischio a terzi, permette di raggiungere una “cyber-resilienza”, vero obiettivo per le organizzazioni di ogni settore» – osserva Marco Rottigni, CTSO EMEA di Qualys. Tuttavia, permangono nel settore assicurativo alcune criticità non facilmente risolvibili. Idealmente, ogni organizzazione vorrebbe massimizzare il trasferimento dei rischi cyber sulle spalle degli operatori, ancora molto prudenti però ad accollarsi il peso di rischi in alcuni casi difficili da quantificare, come il danno reputazionale e i mancati ricavi derivanti dal danno. In questo limbo, si fatica a trovare un punto di equilibrio condiviso. «La parte che posso ragionevolmente trasferire all’assicurazione è il rischio residuo, cioè quello che mi rimane dopo avere adottato tutte le altre misure che mi posso permettere per coprirmi dai danni frequenti e gestibili» – spiega Cicognini di CLUSIT. «L’assicurazione dovrebbe invece coprire gli eventi che capitano assai di rado, quelli vanno al di là delle mie forze. L’esempio tipico è l’incendio del fabbricato. Giusta e doverosa l’assicurazione, quando però ho già adottato tutte le contromisure che posso ragionevolmente mettere in campo con le mie forze». Trasferire il rischio cyber su terzi non esclude perciò che l’azienda adotti strategie di contenimento. «Al contrario – osserva Brera di Stormshield – alcune compagnie assicurative impongono l’adozione di misure di sicurezza IT, pena la non stipula della polizza cyber, che di norma contempla coperture per il rischio “residuo” a fronte di strumenti e strategie di protezione adeguate».


#cybersecurity Non decolla la spesa per il trasferimento del rischio @Stormshield_ @qualys
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Il concetto è chiaro: senza cybersecurity, la cyber insurance non può spiegare i suoi effetti. «Si tratta di stabilire quali rischi possano essere valutati in modo condiviso, negoziando eventualmente con terze parti per mitigare e/o trasferire alcune problematiche, e quali invece non possono essere valutati in modo oggettivamente condivisibile, ma che occorre comunque valutare e gestire in modo opportuno all’interno dell’azienda» – spiega Vercellino. Facciamo un esempio. Misurare il danno in modo oggettivo di un data breach che mette a repentaglio l’operatività aziendale è possibile, valutando il costo opportunità delle giornate di fermo. Nel caso di una violazione di dati che danneggia l’immagine aziendale, compromettendo la fiducia che clienti e fornitori ripongono in un brand aziendale, la valutazione del danno – altrettanto significativo e in alcuni casi anche più grave – è più difficile da valutare. «Nel primo caso, un cloud platform provider, se adeguatamente remunerato, potrebbe anche valutare di garantire l’azienda, proteggendola da una discontinuità operativa» – afferma Vercellino. «Nel secondo caso, è molto difficile che la compagnia assicurativa sia disponibile a proteggere un asset, come il brand aziendale, la cui valutazione è ampiamente soggettiva». Un altro nodo è dato dalla difficoltà di trovare sul mercato polizze cyber competitive nel rapporto costi/benefici. Un ritardo che relega – a differenza di quanto sta avvenendo per esempio negli USA dove la discussione al riguardo è più matura e una azienda su tre assicura il rischio cyber – alla marginalità questi strumenti, rallentando al tempo stesso la diffusione di una cultura più moderna in tema di prevenzione del rischio.

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Smart printing. Processi cartacei e flussi digitali https://www.datamanager.it/2019/12/smart-printing-processi-cartacei-e-flussi-digitali/ Fri, 13 Dec 2019 09:16:20 +0000 http://www.datamanager.it/?p=194395 Come realizzare un ambiente di stampa intelligente, sicuro e facile da gestire, integrando processi cartacei e flussi di lavoro digitali. Le stampanti sono uno snodo critico per la condivisione, conservazione e distribuzione di informazioni Rispetto a qualche tempo fa – quando le prime stampanti hanno fatto capolino nei CED, centri elaborazione dati (oggi data center) […]

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Come realizzare un ambiente di stampa intelligente, sicuro e facile da gestire, integrando processi cartacei e flussi di lavoro digitali. Le stampanti sono uno snodo critico per la condivisione, conservazione e distribuzione di informazioni

Rispetto a qualche tempo fa – quando le prime stampanti hanno fatto capolino nei CED, centri elaborazione dati (oggi data center) e costituivano lo strumento base per ottenere gli output dei programmi di elaborazione – sembrano trascorsi secoli. In realtà, sono passati una cinquantina d’anni o poco più, ma le tecnologie hanno fatto balzi da gigante sia nel computing che nella stampa. La scomparsa delle schede perforate e l’arrivo dei terminali prima e dei PC poi hanno contribuito a diffondere le periferiche di stampa ovunque, anche nelle case. Oggi, l’evoluzione ha preso una strada ancora differente, catalizzata dallo sviluppo di Internet e delle applicazioni Web, nonché dagli smartphone e dai tablet, che rendono più semplice operare unicamente (o quasi) con documenti elettronici visibili e modificabili attraverso dispositivi che portiamo sempre con noi. Com’è cambiata in realtà la percezione delle stampanti da parte degli utenti, soprattutto quelli aziendali, e come si evolverà in futuro? Lo chiediamo agli esperti e ai principali operatori di mercato.

SPINTA ALL’INNOVAZIONE

«Quello della stampa insieme a quello dei personal computer e del data center è un mercato molto maturo, ma che grazie alle più recenti evoluzioni tecnologiche è in grado di fornire una spinta all’innovazione nella gestione documentale cartacea ed elettronica» – spiega Sergio Patano, associate research director di IDC Italia. La stampa è ancora oggi uno strumento fondamentale per la condivisione, la conservazione e la distribuzione di informazioni – «che non può ancora essere completamente sostituito per motivi organizzativi, tecnologici e culturali». Tuttavia, la “stampa fisica”, cioè la produzione di output su supporto “fisico” – continua Patano – «sta subendo notevoli trasformazioni che hanno impatti sui servizi, i modelli di business e le operations legate a funzioni business critical delle aziende». Infatti, l’avvento di tecnologie quali workload mobili e basati su cloud sta – «cambiando il modo in cui le aziende lavorano con documenti e contenuti business-critical. Dipendenti, clienti e altri knowledge worker ora richiedono l’accesso 24 x 7 alle informazioni sia all’interno che all’esterno del firewall aziendale».


#DigitalPrinting Spinta all’innovazione e focus sulla protezione dei dati @IDCItaly
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Una situazione che costringe i chief information officer e i dipartimenti IT ad affrontare una pressione crescente per ottenere un controllo migliore sulla gestione delle informazioni. E non solo. In tutte le imprese e le organizzazioni, indipendentemente dalle dimensioni, gli aspetti legati alla sicurezza sono parte delle preoccupazioni dei dipartimenti IT. «Gran parte del focus sugli investimenti in sicurezza IT – spiega Patano – ha tradizionalmente enfatizzato alcune tecnologie che risiedono sulla rete o nel data center, il più delle volte trascurando le stampanti» – che invece oggi sono a tutti gli effetti parte integrante degli elementi da proteggere nel percorso quotidiano delle informazioni che transitano nelle organizzazioni. Tra i principali motivi per cui le aziende trascurano l’implementazione delle policy di sicurezza per stampanti, fotocopiatrici e stampanti multifunzione (MFP), IDC ha rilevato l’incapacità di vederne la reale necessità, in altre parole, la convinzione che, poiché stampanti e MFP sono situati dietro al firewall di rete, sono sicure e che i rischi per la sicurezza associati a questi dispositivi sono troppo piccoli per giustificare i costi».

LA SICUREZZA DEI DATI

L’ambiente di stampa di un’azienda è unico, in quanto è fondamentale per la gestione di dati, documenti e informazioni sia in formato digitale che cartaceo. «La mancanza di supervisione dell’ambiente di stampa e documentale – spiega Patano – rende le aziende vulnerabili a violazioni della sicurezza a livello di dati e dispositivi attraverso firmware compromesso, reti e archivi di documenti non protetti e perdita di dati e informazioni». Quali sono le conseguenze della mancata verifica e implementazione di una corretta politica di protezione dei dati che includa anche le stampanti? Il risultato potrebbe essere lo spreco di tempo e costi del personale per affrontare la violazione, multe per la mancata conformità alle regole previste dal GDPR e danni alla reputazione aziendale. «Trascurare di proteggere l’ambiente di stampa come parte di una strategia IT globale a livello di azienda – afferma Patano – rende un’azienda esposta a significative minacce informatiche interne ed esterne». L’evoluzione tecnologica permette di creare un ambiente di stampa smart. Ma in che termini? Un ecosistema di smart printing – spiega ancora Patano – «porta con sé funzionalità di workload avanzate che vanno oltre i tradizionali processi di copia / stampa / fax / scansione dei documenti all’interno di dispositivi MFP di ultima generazione. Queste macchine aggiungono una piattaforma integrata aperta che consente al dispositivo stesso di essere programmato per indirizzare workload specifici».


#DigitalPrinting Come coniugare efficienza e flessibilità @EpsonItalia
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In altri termini, le stampanti si trasformano in un vero e proprio sistema di sviluppo per software che viene incorporato all’interno del dispositivo stesso, oppure basato su server all’interno del firewall o nel cloud. Questo implica che l’MFP intelligente possa incorporare un set completo di componenti hardware, software e servizi per soddisfare i requisiti di elaborazione dei documenti e delle informazioni da parte degli utenti finali. E quali sono i componenti essenziali per queste MFP intelligenti di ultima generazione? «Da un lato – risponde Patano – i tradizionali scanner/capture, gestione documentale, sicurezza, mobilità/cloud, output/device management e dall’altra content management, data analytics e gestione dei dati non strutturati, sempre più presenti ma anche sempre più importanti per le attività business critical di un’azienda iperconnessa». La crescente complessità di questi ambienti di stampa però pone nuove sfide alle aziende. «La complessità impone alle aziende di ricorrere sempre più a provider di servizi di stampa gestiti ed evoluti in grado di gestire non solo dati e informazioni, ma anche e soprattutto workload articolati, sicurezza, cloud e mobilità delle informazioni».

CONNECTED WORKPLACE

La rivisitazione di prodotti e soluzioni segue diversi percorsi, partendo dalla tecnologia di stampa utilizzata e arrivando a coprire tutti gli aspetti hardware, software e di servizio delle soluzioni di stampa. Epson sta portando avanti da anni un rinnovamento basato sulla tecnologia inkjet, che rispetto al tradizionale e vecchio laser – spiega Flavio Attramini, head of business sales di Epson Italia – «offre grandi vantaggi in termini di costi, consumi, emissioni, rifiuti, rumore e interventi da parte del personale». Per quanto riguarda l’evoluzione del mercato, grazie alla politica di promozione dell’utilizzo delle stampanti inkjet negli uffici in sostituzione delle laser, IDC ha riscontrato che negli ultimi cinque anni la quota di mercato di Epson in Europa è cresciuta del 56%, arrivando al 29%. «Anche in Italia, stiamo ottenendo notevoli soddisfazioni con la gamma di unità monocromatiche e a colori» – afferma Attramini.

«I nostri clienti hanno capito i vantaggi offerti dalle stampanti inkjet e stanno facendo crescere le soluzioni basate su managed print service». Secondo Luca Dongiovanni, product manager office di Konica Minolta Business Solutions Italia, le stampanti multifunzione di nuova generazione segnano l’ingresso verso processi di digitalizzazione e di controllo dei workflow. Konica Minolta ha nel suo DNA il gene del cambiamento. «Siamo un’azienda in costante evoluzione e proprio per questo ci piace definirci una startup di 140 anni» – afferma Luca Dongiovanni. «Siamo ancora noti per le macchine fotografiche, anche se la scelta è stata quella di cedere questa BU a Sony nel 2006, esattamente un anno prima dell’avvento degli smartphone sul mercato. Per Konica Minolta innovare significa saper leggere il mercato e cambiare, anche uscendo dal settore in cui si è leader. Oggi, i dispositivi Office sono al centro del processo di digitalizzazione e diventano l’hub del “connected workplace”, un ecosistema che nasce dall’unione di nuovi spazi di lavoro e tecnologie di nuova concezione». Quanto ai prodotti – spiega Dongiovanni – «le nostre MFP i-Series sono soluzioni di stampa intelligenti; connesse al cloud, rappresentano la porta di accesso ai processi di digitalizzazione e controllo dei workflow». La sicurezza diviene quindi un aspetto ancora più importante che da Konica Minolta viene garantito ai massimi livelli. «Siamo pronti a rispondere al cambiamento proposto dalla digitalizzazione, oltre che con la nuova serie di MFP, anche con Workplace Hub, che concretizza la nostra visione di “connected workplace”, un ambiente di lavoro collaborativo, dove persone, tecnologie e spazi sono integrati».


#DigitalPrinting Processi più sicuri e integrati @CanonBusinessIT
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PROCESSI PIÙ SICURI

Più che il digital printing, Canon sta cavalcando già da qualche anno il fenomeno della digital transformation che in Italia – come spiega Davide Balladore, product business developer manager Business Group di Canon Italia – trova sempre maggiore attenzione anche grazie a regolamenti come il GDPR e a norme come la fatturazione elettronica. «La trasformazione digitale è un trend sicuramente più ampio che ci vede attori principali nell’offrire soluzioni e servizi sempre più innovativi a supporto di qualsiasi business e azienda, che per forza di cose deve innovare e digitalizzare i propri processi». L’evoluzione del mercato sta portando ovvi mutamenti nell’atteggiamento dei clienti verso le soluzioni di stampa. «Il mercato e i relativi trend come cloud, mobile e IoT – continua Balladore – stanno portando i clienti a semplificare sempre di più i loro processi documentali, rendendoli più sicuri». Se prima i clienti non avevano idea di quali miglioramenti apportare ai loro flussi di lavoro – «ora le esigenze sono chiare e dettagliate, anche in termini di richieste legate alle tipologie di device da utilizzare e relative integrazioni per esempio con dispositivi mobile». In termini di offerta, Canon porta sul mercato una rinnovata gamma di stampanti e multifunzione i-SENSYS e imageRUNNER ADVANCE che, grazie alla piattaforma uniFLOW Online presente su tutta la gamma di prodotti, garantisce una gestione completa dei flussi, in grado di sfruttare tutta la potenza del cloud e allo stesso tempo più sicura.

Il pilastri della Terza Piattaforma definiscono il perimetro della strategia di Brother, più legata all’aspetto delle gestione documentale e alle sue evoluzioni. «La parola d’ordine del Terzo Millennio è “digitale”. Conseguenza di questo processo di sviluppo, unito all’affermazione di tecnologie come cloud, Big Data e analytics, è la progressiva dematerializzazione dei documenti» – afferma Lorenzo Matteoni, senior manager marketing di Brother Italia. Di conseguenza – «è in aumento la richiesta di soluzioni in grado di migliorare l’archiviazione e la condivisione dei documenti, non solo all’interno degli uffici ma anche in mobilità, grazie alla tecnologia WiFi e alle app mobile dedicate alla scansione verso smartphone e tablet». L’offerta di Brother in questo ambito copre molte esigenze, a partire da dispositivi portatili per la digitalizzazione e la condivisione dei documenti in mobilità, scanner compatti per la massima flessibilità e con un ingombro estremamente ridotto e, infine, scanner desktop ad alta velocità per tutte le aziende con elevati volumi di scansione. La sicurezza rappresenta un prerequisito fondamentale sia per i processi che per i dati. «Si aggiungono poi servizi di scansione e archiviazione automatica, che ottimizzano la gestione dei documenti e degli archivi elettronici, con soluzioni personalizzate quali Barcode Utility, pensata soprattutto per ottimizzare grandi volumi di scansione e per una facile integrazione nel flusso di lavoro aziendale». Infatti, Barcode Utility permette, leggendo i codici a barre contenuti in un documento, di scannerizzarlo con velocità e precisione, riducendo gli errori e creando un archivio strutturato semplice da consultare. Tra i settori di mercato dove trova miglior applicazione questa tecnologia, citiamo quelli dei servizi assicurativi, delle vendite online e della logistica.


#DigitalPrinting Come migliorare produttività e costi di gestione @brotheritalia
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EFFICIENZA E FLESSIBILITÀ

A questo punto, è interessante capire come i protagonisti del printing digitale vedono l’evoluzione del mercato e delle esigenze dei clienti nel prossimo futuro. Per Attramini di Epson, assisteremo a un continuo ampliamento della gamma di prodotti per andare a coprire esigenze sempre più diversificate. «Se parliamo di mercato – spiega Attramini – non posso che essere d’accordo con le previsioni di IDC, che stimano una crescita continua dell’inkjet in ufficio fino a raggiungere il 40% nei prossimi cinque anni». Secondo Dongiovanni di Konica Minolta, l’attenzione delle imprese sarà catalizzata dalla ricerca di soluzioni che consentano di ridurre i costi, migliorare la produttività e incrementare i profitti. «Konica Minolta Optimized Print Services (OPS) nasce proprio con l’intento di aiutare le aziende ad aumentare l’efficienza quotidiana dell’infrastruttura di stampa, tramite una combinazione di servizi di consulenza, implementazione e gestione della flotta dei dispositivi di stampa» – afferma Dongiovanni.

«Noi aiutiamo i nostri clienti applicando la metodologia Konica Minolta OPS a tre aree specifiche: Fleet, il corretto dimensionamento dei dispositivi di stampa alle reali esigenze del cliente, con un’ottimizzazione costante dei processi documentali e di supporto della flotta; Process, l’analisi e la revisione dei flussi di produzione documentale, beneficiando del risparmio derivante dalla realizzazione di una soluzione adattata alle esigenze quotidiane di business; Security, sviluppo di soluzioni dedicate al trattamento e alla sicurezza dei dati, come l’autenticazione degli utenti, la stampa sicura e la gestione sicura dei dati memorizzati sul dispositivo». In particolare, le stampanti multifunzione bizhub iSeries di Konica Minolta abilitano la workflow automation e sono una leva per la trasformazione digitale dei processi. «Oggi, il dispositivo di stampa è il raccordo a una struttura più articolata e complessa di flussi» – spiega Dongiovanni. «E per questo motivo – oggi più di ieri – è importante per i clienti potersi affidare a un provider IT come Konica Minolta, capace di gestire i servizi di stampa e aiutarli nella trasformazione digitale attraverso un approccio consulenziale disegnato su misura».


#KonicaMinolta #DigitalPrinting Persone, tecnologie e spazi integrati
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Per Balladore di Canon, l’esigenza di adottare soluzioni di document, account e fleet management che garantiscano sicurezza e flessibilità del BYOT caratterizzerà in maniera costante l’ambiente di lavoro moderno. Inoltre, cloud, mobile e IoT saranno i principali pilastri della digital transformation, che sarà sempre più presente nei processi dei clienti e che permetterà di avere un’esperienza utente sempre più sicura e semplificata, per risparmiare tempo ed essere più veloci come chiede il mercato. «Sicuramente, le abitudini degli utenti stanno cambiando rapidamente, ma questo non vuol dire che i volumi si stiano dimezzando per effetto della digital transformation, semplicemente cambia il modo in cui si stampa» – spiega Balladore. «Oramai, è sempre più consolidato lo scenario in cui l’utente stampa da dispositivi diversi e ritira i lavori su qualsiasi device presente in azienda attraverso vari metodi di autenticazione. Ciò permette non solo di aumentare la sicurezza delle informazioni in azienda ma anche di dare più flessibilità e rapidità di utilizzo delle varie applicazioni presenti nelle multifunzione che possono essere personalizzate per ogni singolo utente o gruppo di utenti».

COMPLESSITÀ PIÙ ELEVATA

Da quanto si può evincere dai pareri espressi dai vendor, il mercato del digital printing è tutt’altro che al tramonto: sono cambiati alcuni parametri fondamentali utilizzati in passato per la scelta di dispositivi e soluzioni complete, ma non tutti. Efficienza, duttilità, flessibilità e, in ultima analisi, convenienza economica di un progetto rappresentano ancora adesso elementi cardine di qualsiasi scelta. Sembra chiaro che la complessità più elevata delle soluzioni di oggi rende necessario rivolgersi a fornitori e partner in grado di accompagnare il cliente nelle sue scelte, risolvendo dubbi e problemi in modo rapido ed efficace e garantendo la solidità e la durata nel tempo degli investimenti effettuati.

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Tutti fuzzy https://www.datamanager.it/2019/12/tutti-fuzzy/ Fri, 13 Dec 2019 09:02:04 +0000 http://www.datamanager.it/?p=194398 Anche quest’anno è arrivato Natale. Grazie a tutti voi che ci leggete, ci seguite, ci commentate. Noi ci mettiamo tutta la passione possibile per dare voce alle imprese che innovano i processi; ai vendor che cambiano strategia; ai CIO, CDO e CTO alle prese con una complessità difficile da gestire; ai CEO e CFO che […]

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Anche quest’anno è arrivato Natale. Grazie a tutti voi che ci leggete, ci seguite, ci commentate. Noi ci mettiamo tutta la passione possibile per dare voce alle imprese che innovano i processi; ai vendor che cambiano strategia; ai CIO, CDO e CTO alle prese con una complessità difficile da gestire; ai CEO e CFO che prendono decisioni difficili; ai CMO che fanno crescere il business; e ai direttori HR che non dimenticano che dietro i numeri ci sono le persone. Il vostro aiuto, i vostri suggerimenti e le vostre critiche ci aiutano a migliorare.

La trasformazione digitale accelera. Siamo sul confine o in mezzo al guado, immersi nel cambiamento fino al collo. Settant’anni fa, sulle materie prime – carbone e acciaio – si costruivano le basi della Comunità Europea. Oggi, la nuova materia prima sono i dati. Dalla collaborazione delle industrie dell’innovazione dovremmo gettare i ponti per un progetto più coraggioso, quello di un mondo senza confini, basato sullo sviluppo sostenibile, dove la tecnologia è lo strumento per abbattere le differenze e gli squilibri.

I bilanci non quadrano mai. La logica della tecnica può essere spietata se basata soltanto sulla maggiore produttività al minimo costo. La politica per decidere guarda all’economia e l’economia guarda alle risorse tecnologiche. La complessità e la sicurezza sono le sfide che ci attendono dietro l’angolo.

I dati sono una risorsa preziosa che utilizziamo male o per gli scopi sbagliati. Nella terra di mezzo della trasformazione dove tutto è “facile, veloce e prevedibile” – le “scorciatoie” possono portare su sentieri pericolosi. E nessuno è veramente al riparo. Dal monitoraggio delle merci nei porti e alle dogane, si potrebbero prevedere con sei mesi di anticipo le crisi industriali e bloccare i traffici illeciti dell’economia sommersa. La moneta elettronica potrebbe essere uno strumento di contrasto alle mafie.


#DX Rendere più trasparente la “casa di vetro” dove vivono i dati che raccontano la nostra storia
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Sono nato a trenta chilometri da Taranto, la città dell’acciaio che aspetta una rinascita. L’innovazione tecnologica può essere parte attiva di questo dibattito? Da Nord a Sud, la trasformazione digitale avanza a macchia di leopardo, per vie misteriose e qualche volta a passo di gambero. Per la PA, il cloud è ancora una nuvola a tutti gli effetti. Il Freedom of information act (FOIA), che sancisce la libertà di accedere alle informazioni in possesso delle pubbliche amministrazioni come diritto fondamentale, resta un traguardo ancora lontano.

Quest’anno, il Gruppo FS Italiane celebra il primo decennale dell’alta velocità. In certe zone del Paese, un collegamento ad alta velocità abbatterebbe il digital divide più della banda larga. Infrastrutture e dati sono uno snodo critico per lo sviluppo. Poi serve una “cassaforte” per proteggere i dati e tutelare la memoria.

La notte tra il 15 e il 16 dicembre 1969, Giuseppe Pinelli detto “Pino”, poco più che quarantenne, precipitava dal quarto piano della questura di Milano. Una vicenda umana e giudiziaria che merita ancora di essere studiata, approfondita e raccontata come ha fatto il giornalista Paolo Brogi nel suo ultimo lavoro “Pinelli, l’innocente che cadde giù” (Castelvecchi editore), portando alla luce un verbale dimenticato tra le carte dell’Archivio Centrale dello Stato, a Roma. Nei diciassette chilometri lineari di documenti conservati, ci sono anche i faldoni desecretati dalla direttiva Renzi del 2014. Il percorso di query da fare sui due computer a disposizione del pubblico al primo piano dell’archivio è molto complesso: un albero infinito di collocazioni e scarsa capacità di richiamare i documenti, digitalizzati solo per il 20%. Due volte su tre, il terminale si pianta e bisogna ricominciare daccapo.

L’informazione sta alla libertà come la memoria alla storia, come la giustizia alla verità. Senza dematerializzazione e conservazione sostitutiva, l’accesso ai dati non può essere veramente garantito e questo patrimonio di informazioni rischia di essere compromesso. Siamo un popolo di smemorati, inclini alla rimozione e a raccontare la storia guardando dal buco della serratura, sempre alla ricerca di un nemico a cui dare la colpa. L’unico pericolo è invece la paura della verità. Finché non faremo i conti con il passato, non potremo fare passi in avanti. A questo serve la digitalizzazione, a rendere più trasparente la “casa di vetro” dove vivono i dati che raccontano la nostra storia.

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Salute, benessere e alimentazione. L’AI nella prevenzione dei disturbi https://www.datamanager.it/2019/12/salute-benessere-e-alimentazione-lai-nella-prevenzione-dei-disturbi/ Thu, 12 Dec 2019 16:07:25 +0000 http://www.datamanager.it/?p=194382 Algoritmi per individuare segnali di depressione attraverso l’analisi di pattern linguistici. Applicazioni per migliorare il benessere fisico e l’alimentazione. L’AI promette diagnosi più accurate di quelle di un medico È un influencer. Non famosissimo. Ma guadagna più di un metalmeccanico. Ed eravamo in treno quando ci siamo conosciuti. Aveva un viso curatissimo ed era vestito […]

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Algoritmi per individuare segnali di depressione attraverso l’analisi di pattern linguistici. Applicazioni per migliorare il benessere fisico e l’alimentazione. L’AI promette diagnosi più accurate di quelle di un medico

È un influencer. Non famosissimo. Ma guadagna più di un metalmeccanico. Ed eravamo in treno quando ci siamo conosciuti. Aveva un viso curatissimo ed era vestito molto elegante. Sembrava un analista di Goldman Sachs. Sì. La banca americana. Mi ricordava lo stile di quei personaggi visti nei vari film su Wall Street. Curatissimo. Preciso. Elegante. Ma stava male. Soffriva di problemi gastrointestinali. Così disse. Subito dopo essersi lamentato del ritardo. Una costante. Quella di lamentarsi del ritardo in Italia. Insomma, è andata così. Mi ha raccontato la sua storia. Una doppia vita. Sui social, è una persona che mostra un lato di sé e nel privato, tutt’altro. Il lavoro gli ha fatto venire la gastrite. Continuava a ripeterselo. E aveva paura che potesse essere anche qualcosa di più grave. Io ascoltavo. Mi incuriosiva. Soprattutto, perché nel frattempo riusciva a pubblicare stati sui social estremamente positivi. Siamo scesi finalmente a Milano e gli ho augurato buona fortuna e magari di prendersi un po’ di tempo per se stesso. Gli ho parlato della meditazione e gli ho consigliato anche di parlarne in una delle sue dirette. Cosa c’entra l’intelligenza artificiale? Ve lo spiego subito.

ALGORITMI A CACCIA DI SEGNALI

I ricercatori del World Well-Being Project (WWBP) hanno analizzato i social media con un algoritmo di intelligenza artificiale per individuare segnali linguistici che potrebbero prevedere la depressione. Si scopre che coloro che soffrono di depressione si esprimono sui social media in modi che quelli che hanno a che fare con altre condizioni croniche non menzionano, e usano parole come “sentimenti”, “io” e “io”. I risultati del team sono stati pubblicati sulla rivista Proceedings of National Academy of Sciences, ma dopo aver analizzato mezzo milione di post di Facebook di persone che hanno acconsentito a fornire i loro aggiornamenti di stato e le cartelle cliniche, sono stati in grado di identificare marcatori di linguaggio associati alla depressione. I ricercatori hanno scoperto che i marcatori linguistici potevano prevedere la depressione fino a tre mesi prima che la persona ricevesse una diagnosi formale. Altri ricercatori usano la tecnologia per esplorare il modo in cui espressioni facciali, enunciazione di parole, tono e linguaggio potrebbero indicare il rischio di suicidio. Oltre a questi ricercatori, ci sono diverse aziende che usano l’intelligenza artificiale per aiutare ad affrontare i momenti di crisi nella vita delle persone.

La piattaforma Quartet cerca di prevedere e analizzare potenziali problemi mentali, indirizzando i soggetti a programmi di terapia cognitivo comportamentale informatizzata. Ginger – invece – è un’applicazione di chat utilizzata dai datori di lavoro che fornisce servizi di consulenza diretta ai dipendenti. I suoi algoritmi analizzano le parole sulla base di oltre 2 miliardi di campioni di dati comportamentali, 45 milioni di messaggi di chat e 2 milioni di valutazioni cliniche per fornire una raccomandazione. Il sistema di CompanionMx dispone di un’app che consente ai pazienti in trattamento di depressione, disturbi bipolari e altre condizioni, di creare un registro audio in cui possono parlare di come si sentono. Il sistema di intelligenza artificiale analizza la registrazione e cerca cambiamenti nel comportamento per il monitoraggio proattivo della salute mentale. Bark è un’app di localizzazione del telefono per il controllo parentale, in grado di monitorare le principali piattaforme di messaggistica e social media per cercare segni di cyberbullismo, depressione, pensieri suicidi e sexting sul telefono di un bambino.

SALUTE E PRIVACY

E se il nostro caro amico non avesse somatizzato il disagio e avesse invece un’alimentazione poco sana? Oppure, fosse logorato dall’ansia di controllare i rendimenti o le perdite, stando sempre attaccato al monitor del computer o al telefonino? Per diversi ricercatori è proprio l’alimentazione che spesso ci crea disagi mentali. Ci sono decine di diete. E le persone passano da una all’altra continuamente. Ma se si creasse una dieta personalizzata? Ci sono alcune realtà anche italiane che studiano gli elementi nutrizionali che mancano nell’organismo di un paziente. E grazie a sistemi di intelligenza artificiale, mettendo insieme diversi dati, possono consigliare la dieta migliore per il soggetto. Se si mettessero insieme disagi psichici, fisici, malattie organiche e alimentazione in un software di AI molto complesso, con accesso ai dati storici di migliaia di pazienti in condizioni simili, si potrebbero fare diagnosi molto più accurate di quelle di un medico. Si potrebbe. Perché poi bisogna vedere anche quanto sia importante un approccio “umano”. Ups! È quello che sembra stia facendo già Google.

Un’inchiesta del Wall Street Journal ha svelato che Google ha raccolto le informazioni sulla salute di milioni di pazienti statunitensi a loro insaputa, insieme ad Ascension, la più grande organizzazione cattolica di servizi sanitari al mondo. In seguito alla pubblicazione dell’articolo, Google ha ammesso di avere gestito i dati e ha confermato di averlo fatto nell’ambito di una sua nuova iniziativa che si chiama “Project Nightingale”, dedicata alla gestione dei dati sanitari. Secondo il Wall Street Journal, le informazioni raccolte interessano persone residenti in almeno 21 stati e comprendono: “esami di laboratorio, diagnosi mediche, cartelle cliniche e lo storico con le informazioni sanitarie dei pazienti, compresi nomi, cognomi e date di nascita”.

In seguito alla pubblicazione degli articoli, Ascension ha diffuso un comunicato nel quale ha annunciato la collaborazione con Google, sostenendo che l’iniziativa ha come obiettivo quello di “ottimizzare la salute e il benessere dei singoli e delle comunità, offrendo un portafoglio digitale per varie necessità”. La società ritiene di avere gestito il passaggio dei dati rispettando l’Health Insurance Portability and Accountability Act, la legge che negli Stati Uniti stabilisce come gli operatori sanitari del settore privato possano condividere i dati sui pazienti per la gestione delle loro pratiche.

E LE STARTUP?

Il 2019 è stato un anno record per le startup di questo tipo. Piccole società che tentano di scalare il mercato della salute. Sono stati 3.400 i round di investimento. E solo quelle che cercano di farlo utilizzando sistemi di intelligenza artificiale hanno raccolto 1,6 miliardi di dollari. Negli ultimi sette mesi, McDonald’s ha speso centinaia di milioni di dollari per acquisire aziende tecnologiche specializzate in intelligenza artificiale e machine learning. Quindi, si investe tanto anche sul mondo dell’alimentazione. L’azienda statunitense insiste sul fatto che il lancio della tecnologia vocale sia più legata alle ordinazioni. Ma anche se lo fosse, ve la immaginate una voce che vi consiglia in base alle vostre caratteristiche i cibi e le quantità da ordinare, osservandovi attraverso una telecamera? E se siete troppo magri o troppo grassi? E non parlo solo di McDonald’s, ma anche di altre realtà legate al food. Psicologia, medicina e alimentazione. Quante volte cerchiamo su Google consigli su questi temi? Ma la vogliamo sapere davvero la risposta corretta. O ancora no? Siamo pronti? E se fosse un influencer a dircelo?

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La strategia cloud di Regione Lombardia https://www.datamanager.it/2019/12/la-strategia-cloud-di-regione-lombardia/ Thu, 12 Dec 2019 15:52:30 +0000 http://www.datamanager.it/?p=194379 L’attuazione dell’agenda digitale sul cloud di Regione Lombardia secondo l’approccio Cloud First: resilienza dei servizi per cittadini e imprese e ottimizzazione dei costi infrastrutturali ICT Il paradigma cloud è il modello operativo individuato dalla Regione Lombardia per soddisfare le crescenti richieste di resilienza dei servizi per i cittadini e imprese lombarde, di agilità rispetto ai […]

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L’attuazione dell’agenda digitale sul cloud di Regione Lombardia secondo l’approccio Cloud First: resilienza dei servizi per cittadini e imprese e ottimizzazione dei costi infrastrutturali ICT

Il paradigma cloud è il modello operativo individuato dalla Regione Lombardia per soddisfare le crescenti richieste di resilienza dei servizi per i cittadini e imprese lombarde, di agilità rispetto ai tempi di deployment e di ottimizzazione dei costi infrastrutturali ICT. Per l’attuazione dell’agenda digitale sul cloud dei servizi, Regione Lombardia prevede di razionalizzare le proprie infrastrutture, consolidando gli attuali quattro data center regionali in un unico moderno data center, con rilevanti risparmi in termini di riutilizzo delle facility e ottimizzazione dei costi energetici (power & cooling) e di esercizio. Intende migrare inoltre almeno il 70% dei servizi regionali, erogati attualmente sulle proprie infrastrutture, verso il cloud pubblico, con una riduzione significativa del parco infrastrutturale installato senza più acquisire, grazie all’approccio cloud first, nuovo hardware all’interno dei propri data center per realizzare nuovi servizi.

La Regione Lombardia si è posta come obiettivo anche quello di offrire tale modello di trasformazione alle altre Pubbliche Amministrazioni del territorio lombardo, promuovendo economie di scala dei costi ICT infrastrutturali e incrementando i livelli di continuità operativa del “sistema regionale” nel suo complesso. Solo in Lombardia sono presenti circa 2.000 CED distribuiti presso la quasi totalità delle Pubbliche Amministrazioni locali e sanitarie. Tale strategia è in linea con l’impostazione complessiva che vede già ARIA spa, qualificata come cloud service provider per erogare servizi ad altre Pubbliche Amministrazioni, mantenendo il pieno controllo sulla “centralità del dato” e perseguendo importanti risparmi di spesa ICT corrente sul territorio regionale. Per attuare tali traguardi, ARIA ha indetto e aggiudicato una gara, attualmente unica nel panorama nazionale per capacità di realizzare “industrialmente” il processo di trasformazione dei CED delle Pubbliche Amministrazioni. Tale gara nel 2018 è risultata essere tra le prime per dimensione a livello europeo indette sui servizi cloud, selezionando il partner tecnologico in grado di supportare questo processo di trasformazione dall’attuale modello “IT centric” al modello “IT as a Service”.


#RegioneLombardia Verso un nuovo modello di erogazione dei servizi su cloud ibrido @AriaLombardia
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È importante sottolineare che ARIA, con l’approvazione di Regione Lombardia, ha già avviato il processo di razionalizzazione dei data center nel 2016, centralizzando 4 data center delle ASST, con la conseguente dismissione di oltre 400 server e relativi costi di gestione e manutenzione. Ad oggi, sono stati già definiti i progetti esecutivi e relativi costi per altre 4 Aziende Sanitarie, mentre altre 8 Aziende (ASST e ATS) hanno sottoscritto una lettera di intenti per aderire al progetto di razionalizzazione dei data center degli Enti previsto con la nuova gara. Regione Lombardia promuove la razionalizzazione delle proprie infrastrutture ICT e offre un reale contributo alla razionalizzazione delle PAL del territorio, adottando un nuovo modello di erogazione dei servizi infrastrutturali basato sul paradigma cloud ibrido.

Contestualmente al governo dei dati gestiti, si abilita il ruolo di broker dei servizi innovativi disponibili sulle principali piattaforme cloud pubbliche. Il processo di razionalizzazione delle infrastrutture e adozione del paradigma cloud perseguibile da un ente, prevede due fasi distinte: una fase di progettazione per identificare la migliore strategia di migrazione in cloud dei servizi applicativi. Tale attività è stata strutturata nella gara con un costo una tantum. L’altra fase è quella di erogazione del servizio cloud il cui costo operativo è un canone pay-per-use, in funzione delle risorse virtuali realmente utilizzate. Si sottolinea come Regione Lombardia possa assumere il ruolo di promotore del processo di innovazione presso tutte le Pubbliche Amministrazioni del territorio, ormai obbligate dalla normativa a perseguire i nuovi paradigmi digitali e dove, in molte realtà, non si ha la sufficiente autonomia motu proprio per realizzarli.


Giuseppe Ceglie technology innovation and cloud service director di ARIA spa – Azienda Regionale Innovazione e Acquisti

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Internet of Things e reti 5G, il 2020 che anno sarà? https://www.datamanager.it/2019/12/internet-of-things-e-reti-5g-il-2020-che-anno-sara/ Thu, 12 Dec 2019 15:05:08 +0000 http://www.datamanager.it/?p=194371 La capacità del 5G di diventare il catalizzatore della rivoluzione digitale dell’IoT, e non di rappresentare solo un’evoluzione della rete mobile, è tutt’altro che scontata. Operatori, player ICT e istituzioni dovranno affrontare la sfida della costruzione di un nuovo ecosistema competitivo A un anno dall’asta di assegnazione delle frequenze e dopo un anno in cui […]

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La capacità del 5G di diventare il catalizzatore della rivoluzione digitale dell’IoT, e non di rappresentare solo un’evoluzione della rete mobile, è tutt’altro che scontata. Operatori, player ICT e istituzioni dovranno affrontare la sfida della costruzione di un nuovo ecosistema competitivo

A un anno dall’asta di assegnazione delle frequenze e dopo un anno in cui il 5G ha occupato spesso le prime pagine delle testate specializzate, facciamo il punto sull’avanzamento dell’implementazione di questa rete nel nostro Paese e sulle reali prospettive di un mercato come quello dell’IoT che, sostenuto da questa nuova tecnologia, promette forti crescite nel 2020. Lo standard 5G infatti non è semplicemente un upgrade del 4G: le reti basate su 5G forniranno anche servizi di connettività mobile che, grazie alla bassa latenza e alla capacità di garantire connessioni con un gran numero di oggetti connessi, sono destinati a diventare il motore di molti nuovi progetti IoT.

Ma la capacità del 5G di diventare il catalizzatore della rivoluzione digitale dell’IoT, e non di rappresentare soltanto un’evoluzione della rete mobile, è tutt’altro che scontata. Operatori, player ICT e istituzioni dovranno affrontare la sfida della costruzione di un nuovo ecosistema competitivo (o meglio “coo-petitivo”) dove capacità di interazione e innovazione promettono di creare nuovo valore e aprire nuovi mercati, ma le cui regole del gioco sono tutte da esplorare.

ESPLODE LA DOMANDA DI VIDEOSTREAMING

Nonostante il digital divide che continua a caratterizzare il nostro territorio con differenze di capacità offerta tra centri urbani, aree rurali, Nord e Sud, i volumi di traffico continuano a crescere perché aumentano gli utenti ma soprattutto aumenta l’intensità dei consumi per singolo utente. Se il traffico Internet di rete fissa continua a crescere in stretta relazione alla diffusione delle piattaforme di streaming (come Netflix e DAZN), diventate un punto di riferimento per la visione di serie tv, film e sport – è il volume di traffico dati su rete mobile (nell’ultimo anno, cresciuto con un incremento superiore al 50%) che è destinato a esplodere quadruplicando entro il 2022, per effetto di un forte aumento dei consumi di ogni utente “umano” e per l’arrivo di molti oggetti connessi che inizieranno a scambiare informazioni in movimento e sul territorio.


Reti #5G e ultrabroadband costituiranno l’infrastruttura portante del nuovo ciclo economico @IDCItaly
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Aumenta la fame di banda ed è evidente a cittadini e imprese che le reti 5G e ultrabroadband costituiranno l’infrastruttura portante del nuovo ciclo economico dove l’interazione e lo scambio di informazioni in tempo reale genereranno nuovi flussi economici e dove a fare la differenza nella competizione globale sarà la capacità di utilizzare le informazioni per creare valore, aprire nuovi mercati, far dialogare uomini e macchine, razionalizzare i costi e ridurre gli sprechi. Per questa ragione, operatori e istituzioni hanno iniziato a investire già negli anni scorsi preparandosi alla grande rivoluzione digitale che, come tutti i grandi fenomeni evolutivi di portata mondiale, presenta novità, sfide e sconvolgimenti economici non facili da affrontare.

Il prossimo anno vedremo operatori, ICT provider, OEM, OTT, media broadcaster e anche le nostre istituzioni (es. Piano BUL) continuare a investire per rendere sempre più uniforme e distribuita la fruizione di applicazioni, informazioni e contenuti. Tutti guidati dalla consapevolezza che la rivoluzione digitale che riguarda ognuno di noi (nessuno escluso) non aspetta e se si vuole sopravvivere è essenziale farsi trovare preparati. Il 5G continuerà ad attirare investimenti (non solo da parte degli operatori) perché costituisce un vero e proprio cambio di prospettiva rispetto alle precedenti generazioni di servizi di telecomunicazioni, mentre l’ente di standardizzazione internazionale 3G Partnership Project (3GPP), che ha rilasciato nel 2018 la prima release denominata 5G new radio (NR), nel 2020 sarà ancora al lavoro sulla più importante release (n. 16) che coprirà una varietà di tematiche tra cui servizi multimediali, V2X, automazione della rete e nuove tecniche radio e sicurezza. Tuttavia, anche se il momento della piena implementazione della rete 5G non è ancora arrivato, le sperimentazioni in atto ci permettono di anticipare le evoluzioni. La prima ondata di offerte commerciali 5G è esplosa con molta risonanza. Tuttavia, per gli operatori la strada per implementare reti e servizi 5G in grado di generare ricavi incrementali è ancora lunga. Secondo le più recenti analisi IDC, in Europa le connessioni 5G entro il 2022 non rappresenteranno più dell’8% del totale delle connessioni mobili.

Le prime offerte 5G sono centrate sulla banda larga mobile per lo streaming di video ad altissima definizione, e per applicazioni di realtà aumentata e realtà virtuale rivolte al mercato dei consumatori. Ma la vera opportunità di guadagno incrementale per operatori ed ecosistema dei player ICT sarà quella del mercato business dove bisognerà aspettare, stimolare la diffusione e l’evoluzione dei casi d’uso ora in sperimentazione.

SCATTA IL COUNTDOWN

Archiviata l’asta per l’assegnazione delle frequenze di fine 2018, lanciati i primi servizi nel 2019, nel 2020 scatterà il countdown per entrare realmente nell’era del 5G. Nel 2018 sono iniziate le sperimentazioni in diverse città (Milano, Prato, L’Aquila, Bari, Matera, Torino…) con servizi che spaziano dallo smart tourism ad applicazioni di smart city, infomobilità, monitoraggio ambientale e connettività fixed wireless access. Istituzioni, operatori e network equipment provider hanno investito molto e continueranno a investire nel prossimo anno concentrandosi sull’integrazione ed evoluzione delle reti 4G, sul ridisegno dell’offerta di servizi personalizzati ai consumatori e, soprattutto, sulla sperimentazione dello “slicing 5G” in vista della domanda delle grandi aziende e organizzazioni che emergerà nel medio termine. I primi servizi commerciali con tanto di piano tariffario sono stati lanciati nella scorsa estate e gli operatori sono già scesi in campo con offerte competitive per gli utenti di fascia alta disposti a spendere anche per acquistare gli ultimi modelli di smartphone che supportano i servizi 5G. Man mano che smartphone e tablet di ultima generazione arriveranno sul mercato, vedremo aumentare il numero degli utenti italiani a 1,2 milioni entro la fine del 2020.

Ma la rete 5G è un’opportunità interessante per la digitalizzazione delle imprese. Le reti 5G e ultrabroadband rappresentano l’infrastruttura portante dell’IoT. Anche se molti oggetti connessi hanno iniziato già da qualche anno a dialogare tra loro e con gli individui utilizzando le reti fisse, mobili (3-4-4.5G, NR-IoT), wireless (LPWA, WiFi, WiMAX, Bluetooth…) esistenti, lo standard 5G con velocità, tempi di latenza ridotti e un’affidabilità senza precedenti è destinato a cambiare lo scenario dello sviluppo economico e sociale. Inoltre, tutte le nuove tecnologie (intelligenza artificiale, robotics…) saranno interessate dall’avvento del 5G e di conseguenza tutti gli ambiti di applicazione del digitale ne saranno impattati, mentre i servizi di telecomunicazioni voce, dati, videoconferenza e di cloud computing, già molto migliorati con lo sviluppo delle reti a banda larga e 4G, già a partire dal 2020 faranno un grande passo in avanti come accessibilità, facilità di utilizzo e prestazioni.


Le reti #5G e ultrabroadband sono l’infrastruttura portante dell’IoT @IDCItaly
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IOT: LE IMPRESE NON UTILIZZERANNO SOLO IL 5G

Già da qualche anno (anche prima del 5G), l’industria della telefonia mobile aveva riconosciuto la necessità di sviluppare una connettività più adatta alle esigenze delle macchine e degli oggetti connessi. I primi risultati di tale sforzo sono stati l’implementazione di tecnologie di rete a bassa potenza su area ampia (LPWA), reti mobili a banda stretta (NB-IoT) ed evoluzione della tecnologia 4G (LTE) per la comunicazione tra macchine (LTE-M).

Queste reti hanno consentito e consentiranno a molti dispositivi di comunicare sviluppando poco traffico, come per esempio nei casi della lettura dei contatori, il tracciamento della posizione o il monitoraggio di impianti distribuiti. In molti casi, il 5G amplierà notevolmente le capacità delle reti mobili per le comunicazioni machine-to-machine (consentendo una densità maggiore di tali connessioni, velocità più elevata e/o una latenza inferiore), integrando (e non sostituendo) reti installate nelle grandi imprese che hanno avviato progetti IoT di ampio respiro. Nello scenario IoT dal 2020 in poi, nel mondo delle imprese coesisteranno più tecnologie di rete (private e pubbliche) utilizzate per scopi diversi, fornite da provider diversi con livelli di servizio diversi, sempre più personalizzati e “ritagliati” sulle esigenze aziendali.

Daniela Rao senior director research & consulting di IDC Italia

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Dati particolari, quando il trattamento è lecito? https://www.datamanager.it/2019/12/dati-particolari-quando-il-trattamento-e-lecito/ Thu, 12 Dec 2019 14:30:20 +0000 http://www.datamanager.it/?p=194366 La corsa all’adeguamento al GDPR e la necessità di far sopravvivere i precedenti capisaldi del legittimo trattamento hanno trovato un punto di incontro nel provvedimento del Garante relativo ai dati particolari in ambito lavorativo e associativo nonché dei dati genetici Il Garante Privacy italiano, sulla scia delle previsioni del GDPR e del D.Lgs.101/2018, ha ritenuto […]

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La corsa all’adeguamento al GDPR e la necessità di far sopravvivere i precedenti capisaldi del legittimo trattamento hanno trovato un punto di incontro nel provvedimento del Garante relativo ai dati particolari in ambito lavorativo e associativo nonché dei dati genetici

Il Garante Privacy italiano, sulla scia delle previsioni del GDPR e del D.Lgs.101/2018, ha ritenuto opportuno riprendere il contenuto delle autorizzazioni generali per il trattamento dei dati particolari, introducendo alcune limitazioni. In esito alle consultazioni con le associazioni di categoria, con le organizzazioni rappresentative dei settori di riferimento e dei soggetti interessati, il Garante ha emanato il provvedimento 146/2019 che prevede alcuni importanti elementi di novità. Il provvedimento, che diviene l’unico vademecum applicabile, riguarda il trattamento di categorie particolari di dati nei rapporti di lavoro; il trattamento degli stessi dati da parte degli organismi di tipo associativo, delle fondazioni, delle chiese e associazioni o comunità religiose, così come da parte degli investigatori privati; nonché il trattamento dei dati genetici e il trattamento effettuato per scopi di ricerca scientifica.

In particolare, sulla base di un processo di adattamento alle nuove regole del GDPR, il Garante definisce ora un ambito più ampio di operatività, stabilendo che in presenza di un dato personale in grado di identificare una persona fisica e di un rapporto di lavoro (subordinato, autonomo, libero-professionale di amministrazione o collaborazione, etc.) trovano sempre applicazione le prescrizioni del provvedimento. È specificato, infatti, che le prescrizioni del provvedimento valgono nei confronti di tutti coloro che, a vario titolo (titolare/responsabile del trattamento), effettuano trattamenti per finalità d’instaurazione, gestione ed estinzione del rapporto di lavoro (agenzie per il lavoro, imprese, enti, associazioni, organismi, etc.).


#Privacy Dati particolari e genetici, come trattarli in ambito lavorativo e associativo – @UniolexStucchi
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Inoltre, le finalità del trattamento dei dati dovranno rientrare nell’ambito dell’instaurazione, gestione ed estinzione del rapporto di lavoro e della difesa di un diritto in sede giudiziaria, in sede amministrativa o nelle procedure di arbitrato e di conciliazione. Attenzione – però – alle rigorose procedure per il trattamento di tali dati: ove, infatti, vi sia necessità che documenti che contengono categorie particolari di dati siano trasmessi a più funzioni della medesima organizzazione in ragione delle varie competenze, dovranno essere trasmessi solo i dati strettamente necessari. Inoltre, dovranno essere adottate modalità di trasmissione in grado di garantire la ricezione esclusivamente da parte degli uffici interessati e del solo personale autorizzato.

Ma non solo: da tale quadro di intervento, sono state escluse alcune precedenti autorizzazioni generali, che pertanto hanno definitivamente cessato di produrre i propri effetti quali quelle sul trattamento dei dati giudiziari da parte di privati, enti pubblici economici e soggetti pubblici; sul trattamento dei dati idonei a rivelare lo stato di salute e la vita sessuale; sul trattamento dei dati sensibili da parte dei liberi professionisti e – infine – sul trattamento dei dati sensibili da parte di diverse categorie di titolari. A questo punto occorrerà – sulla base del principio comunitario di privacy by design – rivedere le procedure interne delle strutture organizzative e valutare se i processi in atto superano il vaglio di conformità alle nuove regole del luglio 2019 o debbano essere riviste e attualizzate.


Avv. Paola Gobbi partner – UNIOLEX Stucchi & Partners – www.uniolex.com

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