rivistagennaiofebbraio2019 – Data Manager Online https://www.datamanager.it Il portale dell'ICT professionale Fri, 15 Feb 2019 14:20:57 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=5.8.13 https://www.datamanager.it/wp-content/uploads/2020/04/dmo-favicon3.png rivistagennaiofebbraio2019 – Data Manager Online https://www.datamanager.it 32 32 CIO evolution. Le priorità per il 2019 https://www.datamanager.it/2019/02/cio-evolution-le-priorita-per-il-2019/ Thu, 14 Feb 2019 14:31:36 +0000 http://www.datamanager.it/?p=183907 Il ruolo del CIO sempre più strategico. La convergenza tra IT e OT detta nuove architetture e modelli di delivery. L’IT diventa service provider, business partner e digital leader. I CIO sono come l’acqua: essenziali per la sopravvivenza e capaci di cambiare forma per guidare la trasformazione delle imprese La convergenza tra information technology e […]

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Il ruolo del CIO sempre più strategico. La convergenza tra IT e OT detta nuove architetture e modelli di delivery. L’IT diventa service provider, business partner e digital leader. I CIO sono come l’acqua: essenziali per la sopravvivenza e capaci di cambiare forma per guidare la trasformazione delle imprese

La convergenza tra information technology e operation technology innesca una vera evoluzione del ruolo del CIO che è chiamato ad agire come operational business leader. L’IT è al timone dell’infrastruttura, mentre il business traccia la rotta. Non di rado lo scambio dei ruoli è la chiave del successo, perché la ricchezza delle competenze deriva dal dialogo, dal confronto e dalla padronanza dei diversi linguaggi. La leadership dell’IT viene riconosciuta soprattutto a livello internazionale dove i CIO siedono nei board e i CTO sono ai vertici delle imprese più innovative. In Italia, gli organigrammi di molte organizzazioni tradiscono la difficoltà a innescare un cambiamento culturale. In molte imprese, i CIO restano fuori dal borad oppure sono bloccati sotto la casella del CFO, mentre la sicurezza resta incardinata sotto le HR. Accoppiare e disaccoppiare il mondo IT e il business è la sfida più grande che i CIO devono affrontare.

STRATEGIA E SVILUPPO

In questo quadro, Guido Arnone, associate partner di KPMG mette in evidenza il ruolo di leadership dei CIO nelle aziende che intendono intraprendere percorsi di innovazione e trasformazione digitale – «facendo leva su una strategia digitale a livello aziendale, sulla promozione del processo di innovazione e sperimentazione delle soluzioni digitali all’interno dell’organizzazione, sui modelli di sviluppo Agile, guidando gli aspetti di architettura applicativa e tecnologici, ampliando le competenze e la cultura digitale a livello aziendale». Le statistiche riportate fanno riferimento alla CIO Survey 2018, il sondaggio annuale a cura di KPMG e Harvey Nash, la più importante e ampia indagine a livello globale sulla leadership IT, che ha coinvolto 4000 CIO e manager IT in 84 paesi. Giunta alla sua ventesima edizione, la ricerca mette in evidenza come – in un contesto caratterizzato da una volatilità e una velocità del cambiamento senza precedenti – il ruolo del CIO sia sempre più strategico per supportare le organizzazioni ad affrontare il futuro sempre più digitale.


#CIO #2019 Sinergia funzionale e approccio ibrido. I CIO reinventano se stessi
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L’estensione degli interventi di trasformazione digitale in ambito enterprise richiede un ripensamento della funzione IT all’interno dell’azienda che deve diventare parte fondamentale dell’organizzazione e integrarsi con le altre funzioni. Il business è diventato digitale e nuovi servizi nascono grazie al coinvolgimento strategico della funzione IT. I CIO confermano in larga misura (65%) che il proprio ruolo sta diventando cruciale nell’organizzazione, al tempo stesso manifestano la difficoltà nell’implementazione dei percorsi di trasformazione. Ma quali sono i fattori che abilitano il ruolo da protagonista dei CIO nei processi di trasformazione? «In Italia, solo l’8% dei CIO intervistati afferma di operare in un’organizzazione in cui sia stata definita a livello aziendale una strategia digitale, una percentuale molto al di sotto della media del campione globale del sondaggio (32%). Non esiste più una distinzione fra strategia digitale e IT, i due ambiti devono essere necessariamente integrati e sinergici» – spiega Guido Arnone. La funzione IT deve rispondere a sempre maggiori pressioni e obiettivi sfidanti senza perdere l’attitudine di essere promotrice trasversale del processo di innovazione e sperimentazione delle soluzioni digitali. L’indagine KPMG/Harvey Nash conferma investimenti significativi delle organizzazioni in tecnologie abilitanti cloud (70%) e mobile (57%) e l’attenzione dei digital leader verso specifiche tecnologie emergenti, come l’artificial intelligence (17%). Tuttavia, il 70% delle organizzazioni conferma la moderata efficacia del modello di governance dell’innovazione digitale.

L’adozione di modelli di sviluppo Agile consente di erogare l’intero valore dell’innovazione attraverso rilasci incrementali e di rispondere ai cambiamenti in tempi rapidi. Non sono modelli esclusivi dell’IT, ma devono coinvolgere e integrare le altre funzioni di business all’interno del processo. Solo il 18% dei CIO intervistati conferma che l’estensione dei modelli di sviluppo Agile è stata adottata efficacemente all’interno dell’azienda. «Non di rado – commenta Arnone – incontriamo organizzazioni in cui la genesi dei progetti di innovazione digitale non solo non vede la leadership della funzione IT sugli aspetti di architettura applicativa e tecnologici, ma nemmeno un suo coinvolgimento diretto». Un modello di gestione distribuito delle progettualità digitali non deve prescindere dall’indirizzo “ab origine” della coerenza architetturale IT e tecnologica complessiva. Infatti, solo il 32% dei CIO si ritiene efficace nell’integrare i sistemi “core” con le soluzioni digitali. Mentre il 65% dei CIO conferma una mancanza di competenze tecniche. Occorre, infatti, l’ampliamento del portafoglio di competenze richieste all’organizzazione IT. L’espansione delle competenze dell’IT non riguarda solo gli aspetti funzionali (ruolo) e tecnologici (competenze), ma la trasversalità e multidisciplinarietà del contesto richiede la medesima attenzione allo sviluppo degli aspetti comportamentali (soft skill) per accrescere in azienda la cultura digitale complessiva.

L’AGENDA DEL CIO

Nell’era che IDC definisce dell’innovazione multipla, che si basa sull’implementazione congiunta di acceleratori dell’innovazione quali IoT, 3d printing, robotica, intelligenza artificiale (AI), realtà virtuale/aumentata e sicurezza di nuova generazione – le aziende devono reinventare loro stesse alla velocità con cui la trasformazione digitale (DX) sta impattando sul mercato. In questo contesto, i CIO devono trasformare l’IT aziendale per rimanere rilevanti per le proprie aziende. «Da un lato l’azione dei CIO sta creando nuove piattaforme digitali con livelli di connettività agile, dall’altro sta modernizzando e razionalizzando sistemi obsoleti che rischiano di essere una zavorra per la trasformazione» – spiega Sergio Patano, senior research and consulting manager di IDC Italia.


#CIO #2019 La leadership IT femminile continua la sua lenta crescita
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«Una trasformazione che il CIO dovrà guidare per migliorare customer, partner ed employee experience, imparando a governare la sempre più pervasiva presenza di soluzioni di intelligenza artificiale e machine learning». I CIO per riuscire a conseguire questi obiettivi devono mettere in atto azioni che avranno un orizzonte temporale differente, ma comunque di medio e lungo termine, e che impegneranno l’IT su molteplici fronti. IDC ha riassunto le priorità dell’agenda dei CIO in dieci punti.

#1 Connettività agile – Entro il 2021, su spinta delle LoB, il 70% dei CIO fornirà connettività agile via API per collegare soluzioni digitali di cloud vendor, developer e startup garantendo sicurezza, automazione e tutti i vantaggi dell’intelligenza artificiale e del machine learning.

#2 Dati e intelligenza artificiale – Entro il 2021, il 70% dei CIO avrà dati e intelligenza artificiale applicati a strumenti, operations e processi IT per ridurre la spesa IT, migliorare l’agilità IT e accelerare l’innovazione. L’applicazione di AI e dati alle operazioni IT aiuterà a sviluppare competenze che supporteranno la DX.

#3 Misurazione dei rischi – Entro il 2022, il 65% delle imprese incaricherà i CIO di trasformare e modernizzare la governance per cogliere le opportunità e affrontare i nuovi rischi posti da AI, ML, privacy ed etica dei dati. La misurazione dei rischi associati all’AI richiede un quadro per identificare, valutare, controllare, monitorare e riferire. Il monitoraggio includerà metriche rilevanti per misurare variabili latenti come l’efficacia, l’attendibilità o i pregiudizi decisionali.

#4 Un nuovo modo di pensare – Entro il 2022, il 75% delle strategie digitali di successo sarà realizzato da un dipartimento IT trasformato con infrastrutture, applicazioni e architetture dati modernizzate e razionalizzate. I dipartimenti IT svilupperanno un nuovo modo di pensare e lavorare, utilizzando design thinking, lean e altre pratiche che si focalizzano su prodotti e clienti.

#5 Leadership IT – Entro il 2020, l’80% della leadership IT sarà compensata in base a KPI e metriche di business, che misureranno l’efficacia dell’IT nel miglioramento delle performance e della crescita del business e non su misure tipiche delle IT operations.

#6 Digital trust framework – Entro il 2020, il 60% dei CIO avvierà un digital trust framework che andrà oltre la prevenzione degli attacchi informatici per reagire in modo elastico agli attacchi. Il ruolo dei CIO sarà di aiutare i leader aziendali a identificare i profili e gli impatti dei diversi tipi di attacchi insieme ai passaggi necessari per il ripristino della sicurezza.

#7 Governance trasversale – Entro il 2022, il 75% dei CIO che non avranno provveduto all’abilitazione dell’IT a innovazione, disruption e scalabilità digitale, fallirà nel ruolo. CIO (e LOB) dovranno implementare una governance trasversale e non top-down, per mettere i team di prodotto nelle condizioni di rispondere, grazie all’IT, più velocemente alle richieste dei clienti.

#8 Nuove competenze – Entro il 2022, i talenti per le tecnologie emergenti non saranno in grado di coprire il 30% della domanda, e lo sviluppo e la fidelizzazione di competenze efficaci diverranno strategie di differenziazione. Formare, sviluppare e riqualificare il personale IT per il prossimo livello di competenze tecnologiche, così come stabilire partnership con start-up e centri di ricerca o implementare soluzioni AI/ML per liberare risorse, saranno le strade per il successo.

#9 Business operations – Entro il 2021, il 65% dei CIO espanderà le pratiche Agile/DevOps in più aree di business per raggiungere la velocità necessaria per l’innovazione, l’esecuzione e il cambiamento. Prenderà quindi sempre più piede il “BizOps” (Business Operation) in grado di tradurre gli obiettivi di business in operazioni tattiche.

#10 Sinergia funzionale – Entro il 2023, il 70% dei CIO che non saprà gestire governance, strategie e operations tra edge computing, OT e IT guidate dalle LOB fallirà professionalmente. I CIO dovranno trovare un compromesso tra controllo assoluto e abdicazione totale di edge computing e OT collaborando con le LOB.


#CIO #2019 L’IT deve cambiare alla velocità della #DX – @IDCItaly
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IMPARARE E COSTRUIRE RELAZIONI

Il 13 dicembre 2018, ho partecipato su Twitter a una sessione speciale di #CIOchat, dedicata da Myles Suer (@mylessuer – CIO.com) alle priorità per il 2019, che ha coinvolto CIO, CTO e IT manager da tutto il mondo. Nel corso della conversazione, è emerso che i CIO devono sforzarsi di uscire dall’isolamento del proprio ufficio per mettersi a disposizione dell’organizzazione e in ascolto delle esigenze delle varie LoB. Il suggerimento è quello di prendere parte attiva nei board, negli incontri con i clienti e nelle riunioni dove si parla degli obiettivi di business, di strategia aziendale e di priorità finanziarie per la crescita.

A questo punto dell’anno, i direttori IT dovrebbero aver già discusso e indirizzato le decisioni di investimento, in particolare quelle con impatto sull’aumento di valore per i clienti. Allo stesso tempo, i CIO dovrebbero aver già programmato le proprie mosse in avanti sul miglioramento continuo della delivery IT su scala, velocità e sostenibilità della spesa. Parte di questa attività comprende anche la partecipazione alle riunioni dei comitati di governance, varie attività di networking, partecipazione a focus group, collaborazione con i CFO sulla definizione dei budget e con i direttori delle HR per la promozione del cambiamento nell’organizzazione.

I CIO che non hanno (importanti) relazioni all’interno del board possono utilizzare la cybersecurity e la trasformazione digitale come “testa di ponte” per agganciare la discussione a livello del top management. L’obiettivo è capire che cosa tiene svegli durante la notte i business leader e i membri del board. Nel corso della #CIOchat, è emerso anche che nelle public company può avere senso instaurare relazioni importanti con il chief auditor e con il team del risk management aziendale. Da qui, si può ingaggiare il responsabile del comitato di audit per diffondere quasi in modo “social” le proprie idee. Risparmiare cifre importanti sugli audit, migliorando i controlli preventivi è un argomento che in questi ambienti interessa sempre molto.

ESSERE LEADER DEL CAMBIAMENTO

Ma quale tipo di trasformazione sarà più importante avviare nel 2019? La risposta a questa domanda varia in modo significativo a seconda del settore industriale e della singola azienda. Le aree di maggiore interesse riguardano la customer experience, l’employee experience, i digital business services, l’infrastruttura, le piattaforme e l’architettura. Oltre a questi, i CIO sentono anche di dover dedicare molta energia alla riduzione degli attriti con il business, minimizzando sprechi di tempo e risorse. Questa esigenza comporta investimenti nell’ambito dei pervasive analytics, BI e AI comprese. La maggior parte dei decisori aziendali mirerà ai microservizi e all’orchestrazione dei container come componente architettonica essenziale delle piattaforme BI e analytics. I leader IT avvertono il bisogno di concentrare il proprio focus sui fattori che forniscono valore ai clienti, siano essi di CX, servizi digital business o altri indicatori da spostare. E sono proprio questi che necessitano di maggiore definizione in termini misurabili e condivisi. I CIO insistono sul fatto che i leader IT devono essere pragmatici e strategici quando si parla di capacità, velocità e qualità di delivery. In questa prospettiva il CIO diventa il “coach” che si prepara per una partita di campionato. I risultati sul campo sono lo strumento per conquistare la fiducia del CEO e degli altri CXO, così da poter influenzare in modo decisivo il processo di trasformazione digitale.

Nello stesso tempo, è fondamentale che i CIO lavorino per minimizzare la “storica” tensione fra l’IT e il resto dell’organizzazione. In questo scenario, si aggiunge anche la constatazione che i budget sono in aumento lineare, mentre la domanda cresce esponenzialmente. Cultura, change management e leadership della trasformazione sono i fattori più critici. Nuove modalità di staffing possono contribuire a creare nuove sinergie. Cambiamento personale e cambiamento organizzativo sono tra i temi più ricorrenti nell’agenda dei CIO. Le priorità di cambiamento personale riguardano il miglioramento della leadership e della gestione della trasformazione; l’allineamento fra organizzazione e strategia; la guida dell’innovazione; l’engagement dei client con una CX migliorata; l’engagement delle LoB grazie ai dati; l’essere portatori di inclusione e accessibilità digitale.

Le priorità di cambiamento organizzativo invece sono centrate sulla cybersecurity, la resilienza, la business continuity, la compliance alle normative di data protection; la riduzione della complessità e del technical debt; la diminuzione di costi energetici; la gestione della digital footprint; la qualità del dato; la modernizzazione della governance; evoluzione delle attività di DevSecOps; automazione; digitalizzazione della supply-chain; masterdata per la CX. I CIO dicono che per ridurre il technical debt si deve aumentare il focus. Ma questo non significa sprecare denaro. Si tratta di sostituire i sistemi fragili e monolitici con sistemi più sicuri, fluidi e personalizzabili. I punti fondamentali restano il TCO e il ROI. Inoltre, i CIO suggeriscono che i prodotti low-code/no-code dai fornitori SaaS/iPaaS possono sfruttare la shadow IT senza aggiungere schiacciamento da technical debt, isolamento dei dati o oneri di sicurezza. Ma occorre prestare molta attenzione in termini di governance e di controllo dei costi.


#CIO #2019 Investimenti in crescita: cloud (+70%). Focus su AI (+17%) – @KPMG_Italy
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PRIORITÀ DI INVESTIMENTO

In cima alle priorità di investimento indicate dai CIO per il 2019 troviamo, in ordine, la sicurezza, le competenze e la trasformazione digitale. È interessante notare come le prime tre posizioni riguardano le persone. Questo elemento conferma che le persone sono la base per la crescita strategica derivante da una data strategy adeguata. Le competenze in materia di sicurezza e resilienza registrano un miglioramento, ma big data e analytics rimangono la competenza numero uno. La leadership IT femminile continua la sua lenta crescita. Gli investimenti in shadow IT aumentano. Tra i modelli di delivery, il cloud avanza su hybrid e on-premise. Per i CIO, è ora di archiviare il technical debt: senza questo “reset” non è pensabile una vera disruption delle operations e della service delivery esistenti.

  1. sicurezza
  2. persone/talent (training, acquisizione e leading)
  3. trasformazione digitale
  4. analytics/BI/AI/Robotic Process Automation (RPA)
  5. cloud
  6. migliorare, cessare o sostituire attività relative ad applicazioni e infrastrutture
  7. low-code/no-code
  8. business/IT continuity
  9. upgrade applicativi
  10. trarre maggior valore da investimenti eseguiti in precedenza

TRASFORMARE SE STESSI

I CIO sono convinti che la propria trasformazione personale sia la parte più difficile del loro lavoro. Trasformazione personale e digital transformation sono legate a doppio filo. Il fattore umano è il fattore più incerto del cambiamento. Le persone sono la chiave per la trasformazione digitale e per la mitigazione del rischio cyber. Il tempo necessario all’adattamento evolutivo non può essere compresso. I CIO dichiarano in prima istanza di volere “ascoltare di più e meglio, parlando meno”. Ne hanno bisogno anche nell’ottica di aprirsi ai nuovi modi di pensare che avanzano. Del resto, la Generazione Z sta arrivando. E mentre dedicano tempo ed energie a entrare a pieno titolo nel board delle loro aziende, i CIO dichiarano anche di avere bisogno delle risorse necessarie da dedicare al training su nuove tecnologie quali low-code, robotic process automation (RPA) e cybersecurity. La varietà di risposte dei CIO anche sul tema della crescita personale è stata molto vasta, ma su una cosa si sono trovati d’accordo tutti: la necessità di costruire una squadra vincente.

IL FATTORE LEGACY

Come sempre, anche di fronte ai piani e alle strategie dettate in anticipo, i CIO si preparano a un intenso lavoro di costante revisione e fine tuning che durerà un altro anno. Come ha scritto Isaac Sacolick, blogger, autore del best-seller “Driving Digital”, CIO e presidente di StarCIO – se la trasformazione è un viaggio, allora è meglio essere preparati a incontrarsi, imparare, interrogare, ispirare e guidare il cambiamento con nuove persone ogni giorno. E soprattutto occorre viaggiare leggeri. Non si può investire in nuovi progetti (AI, blockchain, IoT e altre tecnologie emergenti) senza un taglio netto con il passato. Il fattore legacy nelle infrastrutture e nelle organizzazioni è il più grande freno al cambiamento.

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Intelligenza artificiale. Istruzioni per l’uso https://www.datamanager.it/2019/02/intelligenza-artificiale-istruzioni-per-luso/ Thu, 14 Feb 2019 14:19:56 +0000 http://www.datamanager.it/?p=183904 Il ruolo dei vendor per una corretta adozione. La vera sfida non è sviluppare l’intelligenza delle macchine, ma abilitare il collegamento tra intelligenza umana e potenziamento tecnologico. Evitando di commettere l’errore di pensare al futuro imprigionati dagli schemi del passato Il gap tecnologico che finora non ci permetteva di parlare a cuor leggero di intelligenza […]

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Il ruolo dei vendor per una corretta adozione. La vera sfida non è sviluppare l’intelligenza delle macchine, ma abilitare il collegamento tra intelligenza umana e potenziamento tecnologico. Evitando di commettere l’errore di pensare al futuro imprigionati dagli schemi del passato

Il gap tecnologico che finora non ci permetteva di parlare a cuor leggero di intelligenza artificiale è stato abbattuto. Sempre di più stiamo direzionando lo sviluppo di questi servizi verso la dotazione di capacità prescrittiva, ovvero la capacità di prendere decisioni in autonomia, mettendo in pratica delle azioni, verso la machine intelligence. L’AI inizia dai dati, ma non è una sfera di cristallo, un robot autocosciente, e neppure un perfect model prediction. L’AI risolve molte cose e crea qualche grattacapo. L’attenzione deve essere concentrata su quale sia il problema aziendale sottostante e capire come integrare l’intelligenza artificiale, proprio come qualsiasi altra tecnologia aziendale.

Per evitare una bolla, sul modello ERP anni 90, i vendor devono concentrarsi su quello che le aziende utenti vogliono ottenere. Oggi, grazie al cloud, ai big data analytics e agli algoritmi di machine learning, le macchine possono eseguire compiti complessi che se eseguiti da un essere umano richiederebbero intelligenza. Solo quindici anni fa, era difficile prevedere lo sviluppo di queste tecnologie. Siamo di fronte a qualcosa di completamente nuovo. E non bisogna commettere l’errore di pensare al futuro imprigionati negli schemi del passato. Quando parliamo di intelligenza artificiale non dovremmo pensare tanto a un dispositivo – «quanto alla più grande riserva di capacità di problem solving (a costi accessibili) che l’umanità abbia mai conosciuto» – come afferma Luciano Floridi, professore di Filosofia ed Etica dell’Informazione all’Università di Oxford. Oggi, la tecnologia ci permette di disarticolare la capacità di essere “intelligenti” dalla capacità di svolgere un compito con successo. Ed è qui che sta la vera killer application. Ma il vero nocciolo della questione è come decideremo di usarla. Se utilizzeremo l’intelligenza artificiale solo per vendere un paio di scarpe in più, non solo avremo sprecato la straordinaria opportunità di capire di più il mondo, ma avremo commesso l’errore di adattare il nostro mondo all’ambiente operativo di una macchina, e non viceversa. E il costo per scelte non fatte o fatte male potrebbe essere altissimo.

L’AI È GIÀ IN MEZZO A NOI

La percezione diffusa è che l’intelligenza artificiale sia una “cosa” piuttosto che un’intelligenza incorporata in molti servizi e sistemi che già utilizziamo. Per esempio, ogni volta che interagiamo con le nostre piattaforme social preferite, c’è un algoritmo che accoppia la nostra esperienza d’uso con un motore di AI e decide quali post farci vedere. Alcuni tra i videogiochi più popolari impiegano l’intelligenza artificiale per creare situazioni sempre nuove e imprevedibili. Anche chatbot e assistenti virtuali sono alimentati dall’AI. Uber la incorpora per stimare i tempi di percorrenza. E Gmail impiega il machine learning contro lo spam. Molti internet provider utilizzano l’intelligenza artificiale per ridurre i consumi di energia elettrica nei data center. E in moltissime città, aeroporti e stazioni, i sistemi di sicurezza e controllo sono basati su potenti algoritmi di riconoscimento facciale. Nell’industria retail, l’AI viene utilizzata per prevedere i comportamenti di acquisto dei consumatori. E nel finance e nell’insurance per la prevenzione delle frodi. Anche gli assistenti di guida sulle smart car prendono decisioni, analizzando in tempo reale le informazioni che provengono dall’ambiente circostante. E l’AI è anche al centro dell’evoluzione della diagnostica medica e permetterà di ridisegnare l’intero modello di spesa della Sanità, pubblica e privata, che oggi incide per l’8,9% del prodotto interno lordo nazionale (dati I-Com).


#AI Le sfide per i #CIO @IDCItaly @Floridi @microsoftitalia @OracleItalia @salesforce
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L’AI PER DECIDERE

I sistemi di intelligenza artificiale sono sempre più utilizzati come supporto alle decisioni. Le imprese che decidono di adottare questi sistemi chiedono garanzie non solo di trasparenza ma anche di mantenimento del fattore competitivo. Secondo Confindustria Digitale, la trasformazione digitale può impattare di quasi il 10% sul fatturato delle PMI. Una leva di competitività strategica per l’Italia, che rappresenta la seconda manifattura d’Europa. Ma c’è molto da fare nella creazione di una nuova cultura dell’innovazione. Abbiamo individuato cinque fattori che possono influenzare positivamente la corretta adozione dell’AI da parte delle imprese: 1) le strategie di acquisto da parte dei decision-makers; 2) una chiara data strategy 3) i ruoli e le responsabilità chiaramente definiti; 4) l’innalzamento delle competenze; 5) e un offering da parte dei vendor basato su una logica di progetto step-by-step. In linea teorica, assistiamo alla nascita di nuovi ruoli di gestione, ma nella pratica c’è ancora confusione su come le nuove competenze debbano tradursi in termini di responsabilità all’interno delle organizzazioni per evitare di generare data silos e fallimenti dei progetti.

UNA FORZA DIROMPENTE

L’intelligenza artificiale sta diventando una forza dirompente in tutti i settori. IDC definisce l’AI come un sistema che impara, ragiona e si auto-corregge. Nel 2018, la spesa mondiale per i sistemi di intelligenza artificiale ha raggiunto 24 miliardi di dollari con un aumento del 50,5 per cento rispetto al 2017. La spesa globale per l’intelligenza artificiale continuerà a registrare significativi investimenti da tutti i segmenti industriali nei prossimi anni. IDC (idcitalia.com) prevede un tasso di crescita annuale composto (CAGR) del 37,3% fino al 2022, quando la spesa supererà i 77 miliardi di dollari. Nelle imprese italiane, entro il 2019 la spesa per sistemi e piattaforme di intelligenza artificiale/cognitive crescerà a ritmi molto sostenuti: dai 17 milioni di euro previsti per il 2018, raggiungerà i 25 milioni di euro nel 2019 (Dati Assintel – IDC). Secondo Diego Pandolfi, research and consulting manager di IDC Italia – «le imprese italiane stanno guardando a queste tecnologie per sviluppare progetti di applicazioni e sistemi in grado di apprendere, adattarsi al contesto e fornire risposte sulla base delle informazioni elaborate in diversi ambiti operativi, a partire dall’industria e destinati a estendersi nell’area dei servizi».

IMPARARE A LAVORARE CON L’AI

L’AI trasforma un mondo di dati in un mondo di intelligenza diffusa, con un nuovo livello di interazione fra uomini e macchine. Il principale beneficio apportato dall’intelligenza artificiale è la possibilità di comprendere e sfruttare grandi quantità di dati, anche di tipo differente (strutturati e non), a supporto del business. «Grazie all’AI – spiega Fabio Moioli, direttore divisione Enterprise Services di Microsoft Italia – è ora possibile trasformare queste informazioni in intelligence azionabile per supportare più rapidamente e in modo più efficace i processi di decision making». Per esempio – le tecnologie basate sull’intelligenza artificiale possono migliorare sensibilmente la gestione delle informazioni, consentendo di ottenere vantaggi competitivi. «Tuttavia – avverte Moioli – sebbene i benefici dell’AI siano tangibili ed evidenti, il problema principale è la difficoltà riscontrata dalle aziende nel cambiare il proprio modo di operare». Per avere successo nell’adozione dell’intelligenza artificiale è quindi fondamentale concentrarsi su tre aspetti: «La strategia di business, la gestione del cambiamento e, infine, human intelligence e formazione».

In secondo luogo, è importante stabilire un fondamento etico che guidi lo sviluppo interdisciplinare e l’applicazione dell’intelligenza artificiale. «Considerando la crescente sofisticatezza e il ruolo sempre più pervasivo dell’AI nella società moderna – continua Moioli – le aziende devono sviluppare e adottare chiari principi che ne guidino l’utilizzo». In questa prospettiva, Microsoft ha dato vita a un comitato consultivo interno che ha l’incarico di assicurare che ogni prodotto segua principi quali imparzialità, affidabilità, sicurezza, privacy, inclusività, transparency e accountability. «Questi principi guida ci aiutano a garantire che i nostri tool di intelligenza artificiale e i nostri servizi siano di supporto ad aziende e persone aiutandole a realizzare il proprio potenziale» – spiega Moioli. «Quando si lavora con l’intelligenza artificiale, bisogna ricordare che non si tratta di una “battaglia” tra uomo e macchine, ma di una collaborazione virtuosa, che vede ciascuno eccellere in ambiti differenti. Dobbiamo imparare a lavorare con l’AI, coniugando la creatività, l’empatia, le emozioni e la capacità di giudizio che ci caratterizzano in quanto esseri umani con la velocità di calcolo e la possibilità di elaborare e comprendere grandi quantità di dati delle macchine, per aiutare il progresso della società, migliorando la qualità della vita».

LE SFIDE PER I CIO

Secondo Stefano Maio, country sales leader Big Data Analytics di Oracle Italia, le tecnologie di intelligenza artificiale e machine learning offrono enormi potenzialità. E presto, queste tecnologie che definiamo ancora “emergenti” entreranno in profondità in tutti i processi aziendali. Le aziende hanno chiari i problemi di business che devono affrontare, ma l’intelligenza artificiale non è una panacea universale: «È un ambito complesso, che richiede ingenti risorse e anche l’effettiva disponibilità di dati rilevanti da sfruttare, a prescindere dalla loro quantità». Il primo suggerimento per i CIO quindi è quello di fare una valutazione su due aspetti: «Da un lato valutare la capacità delle soluzioni AI – che si vorrebbero adottare – di semplificare e centralizzare la gestione dei progetti, per ottimizzare la possibilità dei sistemi di apprendere e creare valore crescente. Dall’altro capire se si può contare su dati che abbiano veramente la potenzialità di generare nuovi insight e indirizzare l’azienda verso scenari magari inaspettati ma sorprendenti, nella loro utilità – suggeriti proprio dall’accoppiata dati-AI». Detto questo, oggi la spinta all’innovazione arriva sempre più spesso dalle linee di business, sotto forma di necessità anche molto specifiche: migliorare il customer engagement, attuare una gestione del personale e dei talenti più personalizzata, aumentare la sicurezza. Il secondo suggerimento quindi per un’adozione corretta di questa intelligenza è quello di stabilire una stretta collaborazione tra le LoB, considerando l’intelligenza artificiale – «un patrimonio collettivo, un elemento da integrare intrinsecamente negli strumenti che le linee di business utilizzano».

In questo senso, Oracle ha fatto una scelta ben precisa: «Tutte le nostre applicazioni as a service per le varie aree si stanno man mano trasformando, diventando applicazioni “intelligenti e adattive” che rendono disponibili le opportunità di machine learning e AI anche in modo molto granulare all’interno dei diversi processi. Infatti, l’interazione con macchine e sistemi basati su AI non può prescindere in nessun caso dal fattore umano». Ci sono però altri contesti in cui il machine learning è invece fondamentale proprio per liberare le risorse umane da compiti ripetitivi e per fare meglio dell’uomo – spiega Stefano Maio. È il caso per esempio della security del database. «La nostra proposta di autonomous database permette di disporre di sistemi che si autogestiscono, autoproteggono, autoaggiornano, riducendo i margini di errore e accelerando la capacità di innovare e trasformare il business». Un ultimo aspetto importante è quello che riguarda le competenze. «Per sfruttare pienamente le opportunità dell’intelligenza artificiale c’è bisogno di specialisti, che non sono semplici da trovare sul mercato del lavoro. È quindi molto importante sviluppare le competenze del personale tecnico e attuare strategie efficaci per attirare e trattenere i talenti del settore al proprio interno».


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IL FUTURO DEL LAVORO

Nei prossimi anni, la sfida principale per le aziende sarà quella di riuscire ad adattare l’organizzazione, i processi, i modelli operativi e la gestione delle risorse per affrontare questo scenario in trasformazione. L’automazione e l’intelligenza artificiale (AI) stanno trasformando il business delle aziende di tutto il mondo e contribuiranno alla loro futura crescita economica. Queste tecnologie non solo permetteranno loro di cogliere nuove opportunità e fronteggiare le sempre più pressanti richieste dei clienti, ma trasformeranno la natura stessa del lavoro e dei luoghi da dove ci connetteremo.

Le previsioni sono molto polarizzate. Secondo gli analisti, a livello di economia globale, l’aumento della produttività generato dall’automazione porterà a una crescita generalizzata del sistema, e in alcuni paesi come l’Italia, permetterà anche di colmare lo squilibrio dovuto alla progressiva riduzione della popolazione in età lavorativa, causata dall’invecchiamento demografico. Attualmente, solo il 5% circa delle occupazioni potrebbe essere completamente automatizzato con le tecnologie disponibili. Molti lavori, infatti, comportano compiti che possono essere automatizzati solo in parte o altri completamente non automatizzabili. Ma in prospettiva, da qui al 2030, McKinsey prevede che circa il 30% delle attività relative al 60% di tutte le occupazioni potrebbe essere automatizzato, ma in ogni caso tutte le occupazioni saranno influenzate dall’automazione dei processi.

NUOVI MODELLI

Le parole automazione e intelligenza artificiale suscitano timori come la disoccupazione di massa, l’aumento delle disuguaglianze e l’avvento di un mondo dove gli esseri umani verranno sempre più sostituiti dai robot. È indubbio che l’automazione e l’intelligenza artificiale diano vita a nuove opportunità, ma creino al tempo stesso grandi sfide. Un po’ com’è stato per le rivoluzioni industriali che l’hanno preceduta. Anche la cosiddetta quarta rivoluzione industriale racchiude in sé grandi potenzialità, ma occorre prendere subito le decisioni giuste, in ambito imprenditoriale e politico, e adottare un nuovo approccio alla formazione e al lavoro. L’intelligenza artificiale è una grande opportunità per innovare il modo di fare impresa ma anche di essere impresa. Non si tratta soltanto di sostituire le attività ripetitive. Dobbiamo puntare a cambiare il modello di sviluppo, mettendo le persone al centro. Se pensiamo che le macchine prenderanno il posto delle persone, l’intelligenza artificiale sarà percepita come una minaccia. Se pensiamo che le macchine potenzieranno le capacità delle persone, allora l’intelligenza artificiale rappresenterà un acceleratore dello sviluppo umano non solo della crescita economica.

ABBATTERE I PREGIUDIZI

Avvalersi dell’AI per consolidare non per sostituire, giocare d’anticipo, essere trasparenti e creare fiducia, sono i fattori decisivi che caratterizzano una corretta adozione dell’intelligenza artificiale da parte dei manager che guidano l’innovazione all’interno delle loro organizzazioni. Uno dei più grandi malintesi legati all’intelligenza artificiale è proprio la paura che questo tipo di tecnologia possa sostituirsi ai lavoratori in carne e ossa. In realtà, l’AI rimuoverà le attività automatizzate e di routine in tutti i settori, ma come evidenziano i dati Salesforce, il 76% dei team di lavoro che già si avvalgono di soluzioni di intelligenza artificiale ha in realtà aumentato i livelli di personale negli ultimi tre anni. Non solo, Gartner prevede anche che entro il 2020, l’AI creerà 2,3 milioni di posti di lavoro andando a eliminarne 1,8 milioni, ma creandone altri 2 milioni entro il 2025. «In termini concreti – chiarisce Nicola Lalla, senior director Solution Engineering di Salesforce – l’AI non può di fatto sostituire un venditore durante una riunione con un cliente o prendere decisioni chiave per strutturare un nuovo accordo commerciale ma ciò che può fare, è aiutare le aziende a conoscere meglio i propri clienti e persino a suggerire soluzioni per rendere il proprio business più efficace sulla base di dati e risultati precedenti. D’altra parte stiamo parlando di grandi moli di dati impossibili da analizzare manualmente e ben sappiamo che i dati acquisiscono valore solo nel momento in cui vengono analizzati e si riescono a sintetizzare».


#AI #Cognitive In crescita la spesa per sistemi e piattaforme di anche in Italia @IDCItaly
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GIOCARE D’ANTICIPO

Non c’è dubbio che l’intelligenza artificiale stia sconvolgendo le logiche del lavoro, ma allo stato attuale ancora molto deve essere fatto perché le aziende possano sfruttarne appieno il potenziale. Secondo una ricerca di Salesforce e Harvard Business Review, solo il 37% delle aziende utilizza i dati dei clienti per prevedere o anticipare le loro esigenze. In poche parole – spiega Nicola Lalla – «coloro che cominceranno per primi a sfruttare l’intelligenza artificiale avranno una conoscenza più approfondita e intima dei propri clienti e quindi migliori relazioni volte alla fidelizzazione con la conseguenza di ottenere migliori risultati».

CREARE FIDUCIA

Quando si adottano soluzioni di intelligenza artificiale, è fondamentale sviluppare una cultura della fiducia. I dati del report di Salesforce The State of the Connected Customer sottolineano che il 59% dei clienti è favorevole alle aziende che utilizzano l’intelligenza artificiale per migliorare le esperienze dei propri clienti. «Di conseguenza – mette in evidenza Nicola Lalla – le aziende avranno dati attendibili e riusciranno a migliorare le relazioni con i propri clienti rafforzandone la fiducia. Tuttavia, in seguito agli episodi di violazione dei dati personali degli utenti, non stupisce che il 57% dei clienti dichiari di sentirsi a disagio nel modo in cui le aziende utilizzano le proprie informazioni. Non a caso, Salesforce sin dall’inizio ha posto la parola “trust” come valore imprescindibile, che si traduce nella trasparenza sulle misure di sicurezza messe in atto per salvaguardare i dati dei propri clienti e dei clienti dei propri clienti potenziate attraverso l’utilizzo dell’intelligenza artificiale».

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Fattura elettronica last call https://www.datamanager.it/2019/02/fattura-elettronica-last-call/ Thu, 14 Feb 2019 11:21:31 +0000 http://www.datamanager.it/?p=183885 Ritardatari? Ecco come correre al riparo con le soluzioni proposte dal mercato. La fattura elettronica come leva per la trasformazione digitale delle imprese italiane e per combattere l’evasione fiscale. L’importanza dell’intermediario accreditato per la creazione, organizzazione e invio delle fatture Prima conclamata, poi prorogata e finalmente adottata. L’obbligo della fatturazione elettronica tra i privati, entrato […]

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Ritardatari? Ecco come correre al riparo con le soluzioni proposte dal mercato. La fattura elettronica come leva per la trasformazione digitale delle imprese italiane e per combattere l’evasione fiscale. L’importanza dell’intermediario accreditato per la creazione, organizzazione e invio delle fatture

Prima conclamata, poi prorogata e finalmente adottata. L’obbligo della fatturazione elettronica tra i privati, entrato in vigore il primo gennaio 2019, è una corsa all’ultima chiamata, una sorta di avviso per chi, dopo l’estate, dovrà fare i conti con le sanzioni dovute per non aver dato seguito alla novità di cui si parla oramai da tempo. È evidente che non si può più attendere per passare al modello digitale, soprattutto se questo prevede il coinvolgimento di attori e team differenti, che pure devono essere formati su ciò che cambia e le nuove modalità di intervento. Seppur dia la sensazione di essere una vera e propria rivoluzione, la novità per aziende e titolari di partita IVA, fatta eccezione per i contribuenti nel regime forfettario e dei minimi, in realtà è un’esigenza a cui si può rispondere con qualsiasi programma già presente sul mercato, purché sia idoneo agli standard previsti dalla legge. Cambiano i modi per la generazione, l’elaborazione e l’invio ma, nel concreto, il Sistema di Interscambio è un concetto semplice da seguire.

Negli anni, la fattura è stata compilata in vari modi: carta e penna, macchine da scrivere, editor testuali o fogli di calcolo, sfruttando software gestionali più o meno avanzati. Una volta finalizzato, il documento veniva spedito al cliente via posta in formato cartaceo o digitale, comunque privo di uno standard riconosciuto. Il destinatario, per la necessità di conservare gli esemplari per almeno 10 anni, aveva l’onere di dover stampare tutto, alla faccia della digitalizzazione. Le cose sono cambiate con l’arrivo del Sistema di Interscambio (SdI) dell’Agenzia delle Entrate, al debutto con la fatturazione elettronica della pubblica amministrazione. Come nel caso della PA, anche per la fatturazione B2B i canali messi a disposizione dal Sdl sono tre: la PEC, il portale web e l’intermediario.

I primi due però presentano delle criticità, soprattutto quando il soggetto interessato è un’azienda, anche PMI. Nel particolare, la PEC risulta essere poco automatizzabile, richiede un periodico monitoraggio, ha un alto rischio di perdita dei dati e notevoli tempi di gestione. Il portale, dal canto suo, necessita di un inserimento dei dati manuale, dunque un’operazione time-consuming esosa e non priva di errori. Ecco allora, l’importanza dell’intermediario quale scelta per la creazione, organizzazione e invio delle fatture.

Il punto di partenza è: può la fattura elettronica contribuire alla trasformazione digitale delle imprese italiane e a combattere l’evasione fiscale? Secondo Gabriele Sposato, marketing director BU Hosting e eSecurity di Aruba la risposta è sì e lo dimostra attraverso i suoi vantaggi, dalla pura semplificazione del flusso, all’eliminazione dei costi del materiale di cancelleria, dall’invio e distribuzione delle fatture all’archiviazione. «Da qui, scaturisce l’efficienza, visto che i tempi di archiviazione, acquisizione dati e ricerca sono drasticamente ridotti» – spiega Gabriele Sposato. «In merito all’evasione fiscale, per ora i pareri sono discordanti, tra chi ritiene che la fatturazione addirittura aggraverà l’attuale situazione e chi invece pensa che verrà mitigata e riuscirà in qualche modo a dissuadere dalle pratiche illegittime. Di certo, ci saranno dei privilegi per le aziende, nell’ottica della semplificazione dei processi».


Ecco tutti i vantaggi della #FatturaElettronica
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Davide Balladore, product business developer manager di Canon Italia conferma quanto l’obbligo di fatturazione elettronica rappresenti una vera svolta per l’Italia. Due sono i principali benefici che porta con sé: «Prima di tutto è strumento importantissimo per contrastare la lotta all’evasione fiscale perché riduce il gettito IVA non incassato. E inoltre, è una leva per la competitività delle imprese italiane. Canon vede infatti nella fatturazione elettronica un impulso a una maggiore efficienza per i processi aziendali, oltre a una spinta alla digitalizzazione delle imprese, le quali possono beneficiare di uno strumento utile per la gestione integrata, agile, snello e veloce. Nel concreto, abbiamo lanciato da poco, insieme a Credemtel, “Stampa la Fattura Elettronica”, una soluzione semplice e intuitiva, direttamente integrata nelle stampanti multifunzione a marchio Canon. La piattaforma permetterà di gestire l’invio e la conservazione digitale, tramite i servizi forniti da Credemtel (www.credemtel.it). La stampante multifunzione e il driver di stampa Canon supportano il documento nativo sia in XML che in altri formati, per poi seguire il passaggio di attivazione a norma di legge inclusi nella suite tecnologica di Credemtel. Una software documentale in cloud consentirà poi di consultare gli esiti, conciliare gli stati e verificare la corretta archiviazione». Con l’iniziativa, Canon si consolida nel segmento del mercato con prodotti e soluzioni ibride atte a gestire sia la stampa che il digitale.

Per Alberto Carrai, responsabile dello sviluppo del mercato estero di ARXivar – con la fattura elettronica siamo di fronte alla grande opportunità per le PMI di aprirsi alla gestione digitale integrata di tutte le fasi del processo: «Profilazione, distribuzione, autorizzazioni interne, validazioni, eccezioni, fino all’invio, con grandissimi vantaggi in termini di abbattimento dei tempi di esecuzione delle attività, riduzione dei costi di esercizio delle informazioni da scambiare con la controparte, fino al miglioramento nell’accuratezza delle operazioni, grazie all’eliminazione dei task manuali».

RENDERE SMART L’AZIENDA

E parlando proprio del ciclo di fatturazione, la “promessa” della digitalizzazione, come accaduto per tanti altri settori dove la tecnologia è intervenuta con il suo quid, è quella di svecchiare metodi e paradigmi che sono tangenti l’ambito di interesse. Come ci spiega Angelo Cian, responsabile commerciale servizi fiduciari di Zucchetti – «la fatturazione elettronica rappresenta un’occasione per digitalizzare tutti i processi aziendali, non solo quelli relativi il segmento contabile-fiscale. L’obiettivo dovrebbe essere la completa dematerializzazione dei documenti, perché la creazione di un flusso digitale consente l’aumento di produttività in tutte le aree».

Di certo, i passi di adozione della fatturazione elettronica non sono uguali per tutti. C’è chi ha incontrato o incontrerà più difficoltà e chi, per un’organizzazione interna già pronta, dovrà semplicemente adeguare il software e formare il personale addetto alle procedure di interfaccia verso la piattaforma di interscambio. «In tempi non sospetti, Wolters Kluwer Tax & Accounting Italia ha presentato la fatturazione elettronica a una platea curiosa ma che si è trasformata rapidamente in attenta e ricettiva, dato anche l’obbligo di adeguamento alla normativa. I numeri ci dicono che la nostra Fattura Smart ha centrato in pieno l’obiettivo, con ben oltre 300mila attivazioni. Non un caso» – ci dice Pierfrancesco Angeleri, managing director di Wolters Kluwer Tax & Accounting Italia per il quale siamo di fronte alla prima informatizzazione di massa nel mondo B2B. «Le PMI stanno automatizzando i processi documentali e la collaborazione con il proprio commercialista sta assumendo contorni molto diversi dal recente passato. La trasformazione in atto, superate le iniziali piccole complessità, contribuirà alla ridefinizione dei ruoli e anche le piccole e medie imprese potranno usufruire delle capacità consulenziali dei loro professionisti, fino a questo momento soffocate dall’assolvere adempimenti e compilare moduli. Proprio il commercialista, grazie alla fatturazione elettronica, entra in una nuova dimensione, affrancandosi dalle operatività a basso valore aggiunto. L’automazione porta con sé una ventata di sapere che, se ben sfruttata e sostenuta, consente a tutti gli attori sul terreno di gioco un salto di qualità».

Ci chiediamo allora quali siano le maggiori complicazioni che le imprese devono affrontare nel passaggio alla fatturazione digitale? Per Piergiorgio Licciardello, business developer supply chain Di.Tech, il problema riguarda soprattutto l’aspetto organizzativo. «E questo perché la fatturazione elettronica coinvolge più attori aziendali, spingendo la struttura amministrativa a standardizzare un processo consolidato da anni e condotto manualmente. Per i sistemi informativi, la complessità è collegare tanti sistemi diversi con numerose sedi e utenti, che garantiscano la corretta gestione di grandi volumi di dati».

Diversa l’esperienza affermata da Siav, la prima azienda italiana nel settore dell’enterprise content management (ECM), con prodotti per la gestione elettronica dei documenti, il workflow management e la conservazione digitale. «La sfida deriva dalla difficoltà di armonizzare le nuove regole con il modo di lavorare in essere nelle aziende, senza frammentare la gestione operativa dei processi di fatturazione» – spiega Alfieri Voltan, presidente di Siav. «Ricorrere a un intermediario per il solo invio e ricezione delle fatture elettroniche non risolve infatti la complessità di una operatività ibrida – dal B2C alle fatture estere non veicolate dal SdI, alle transazioni con i soggetti esonerati dall’obbligo – e di tutti i documenti correlati. La prova dunque è mantenere una gestione efficiente e unificata di tutte le fatture e di tutta la documentazione a corredo, cogliendo al tempo stesso le opportunità offerte dalla elaborazione digitale in XML».

Ma la difficoltà di portare a termine l’adeguamento dipende, in gran parte, dal numero di fattori che prende in considerazione. «Quanto più ampia è la parte di processo che si vuole digitalizzare, tanto maggiori sono i fattori da tenere sotto controllo in fase di progettazione e, quindi, le potenziali criticità» – ci ricorda Pablo Pellegrini, BU manager, document management, workflow & services di SB Italia. «Non bisogna farsi scoraggiare da questi impedimenti. Digitalizzare tutte le lavorazioni che sono a corollario della registrazione dei documenti porta benefici misurabili in termini di riduzione di tempi e di ottimizzazione delle attività. Questi vantaggi sono ancora più evidenti quando la rilettura dei processi interni diviene capace di sfruttare al cento per cento la disponibilità del dato certo fornito dal tracciato ministeriale, grazie alla multicanalità a cui tutti siamo abituati».

INTERMEDIARI ACCREDITATI

Come anticipato, con il nuovo obbligo normativo la fatturazione non è più soltanto un tema fiscale ma anche tecnologico. In questo caso, è l’intermediario a giocare un ruolo determinante. Il motivo? È lui che può sgravare le aziende da attività ripetitive e logoranti, almeno nella quotidianità, garantendo la conformità normativa del dialogo con il Sistema di Interscambio. Per questo, gli intermediari accreditati possono dar seguito a un passaggio verso la digitalizzazione delle fatture semplice e automatico, senza impattare sul business giornaliero. Perché dunque scegliere un intermediario a supporto delle procedure di fatturazione elettronica? «Affidarsi a un intermediario consente di beneficiare di tutti i vantaggi della digitalizzazione, quali abbattimento dei tempi di contabilizzazione e riduzione dell’attività manuale di registrazione, e questo delegando a un terzo le responsabilità della gestione dei flussi documentali in formato elettronico e il colloquio con il Sistema di Interscambio. Il soggetto non deve più tecnicamente accreditare il proprio canale di emissione e di ricezione al SdI visto che è l’intermediario a prendere in carico le fatture elettroniche costruite in formato XML, a verificarle, firmarle e, possibilmente, conservarle a norma. Sempre a lui spetta la trasmissione delle fatture elettroniche attive e passive, nonché la verifica del loro stato di avanzamento (tracking) attraverso le notifiche inviate. Chi si affida a un intermediario può contare sul fatto che i servizi di fatturazione erogati siano sempre allineati e aggiornati alle modifiche normative e tecniche dettate dall’Agenzia delle Entrate» – spiega Giuseppe Tusa, product marketing manager di InfoCert – Tinexta Group.


#FatturaElettronica come leva per la competitività delle imprese e lotta all’evasione
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LA CONSERVAZIONE SOSTITUTIVA

Molto spesso si tirano in ballo, nel merito della fatturazione elettronica, concetti come risparmio, riduzione dei costi e degli archivi cartacei. Ma l’adozione della pratica va anche oltre. «Ci sono una serie di agevolazioni a livello legale, evidenti con l’utilizzo di una soluzione conforme alle disposizioni normative e agli standard tecnici richiesti» – riprende Gabriele Sposato di Aruba, che garantisce i requisiti di autenticità, integrità, affidabilità, leggibilità e reperibilità dei documenti. «In più, offre una massima sicurezza durante il processo, impedendo la perdita o l’alterazione non autorizzata delle informazioni. La conservazione viene infatti gestita tramite l’infrastruttura ospitata presso i nostri data center, che rispondono al Rating 4, quello di più alta resilienza e funzionalità». Per Aruba la semplicità è un fattore importante. «Avere un software semplice, progettato e realizzato per essere usato anche da chi ha un bassissimo livello di informatizzazione è essenziale» – afferma Sposato. «Uno strumento cioè che consenta di eseguire le fasi di creazione e invio fatture con la stessa facilità con cui si compila un documento cartaceo».

Anche la proposta di Siav predilige la semplicità dei processi, logica multicanale e multiformato. «Siamo un unicum sul mercato – afferma il presidente Voltan – perché permettiamo, sia on-premise che in cloud o come servizio, di gestire in maniera unificata tutte le fatture in una logica multicanale e multiformato (SdI, PEC, email, portale e ulteriori canali custom in base alle esigenze), automatizzando e monitorando le regole di lavorazione, invio e ricezione di ciascun flusso. Le numerose opzioni dedicate al B2B rendono la nostra soluzione efficiente e completa anche in caso di grandi volumi scambiati. Al contempo, la logica documentale abilita la creazione di una repository integrabile con gli ERP e in grado di governare tutti i processi in digitale, dai workflow approvativi alla condivisione tramite task collaborativi, alla pubblicazione su portale documentale, alla conservazione digitale».

ARXivar punta su un servizio web, con innumerevoli integrazioni native ai sistemi gestionali ed ERP più diffusi e ad ARXivar, come piattaforma di information & process management. «I workflow di ARXivar permettono di gestire eventuali eccezioni in automatico» – spiega Alberto Carrai. «In caso di ricezione di una notifica di scarto, la piattaforma ne assegna la priorità a un utente predefinito affinché ne verifichi la motivazione e corregga l’anomalia nei tempi di competenza dell’IVA. Oppure, in caso di mancata consegna, un processo automatizzato invia una mail al cliente, allegando il file PDF della fattura emessa per informarlo della mancata ricezione e per richiedere di scaricare l’originale dal sito dell’Agenzia delle Entrate».

A completamento del servizio, due strumenti opzionali: «Uno per le aziende che non sono in grado di produrre file XML, DB Invoice Reader con cui generare fatture in formato XML conforme, accedendo alle informazioni di un database, e un altro, IX-Agent per garantire la comunicazione tra sistemi gestionali e SdI, con l’intermediazione di IX-FE, in maniera intuitiva e rapida, senza necessità di ulteriori applicativi e di sviluppo di codice».

Interessante l’esperienza con i retailer che Di.Tech ha messo a frutto per realizzare un approccio verticale sulla singola procedura e una visione allargata sull’intero processo. Ed è quanto ribadito da Piergiorgio Licciardello: «Questa è la principale differenza con altri operatori, che spesso tendono a specializzarsi su alcune fasi dei processi. Per la fatturazione elettronica, affianchiamo i clienti a partire dalla generazione della fattura, in centrale o in punto di vendita, fino alla gestione documentale e all’inoltro allo SdI come intermediari. Semplifichiamo l’operatività e normalizziamo le procedure manuali che nel tempo hanno subito stratificazioni dovute alle abitudini».

Abitudini che trovano riscontro nell’offering che Zucchetti dedica a vaste esigenze del mercato. «Abbiamo pacchetti “a consumo” che si acquistano dal sito Zucchetti Store (www.zucchettistore.it) e consentono una gestione delle fatture sia attive (invio allo SdI) che passive (ricevute dallo SdI). Le fatture inviate sono firmate digitalmente da Zucchetti quale emittente, con il servizio che comprende la conservazione digitale» – spiega Angelo Cian. «Tieni Il Conto + pacchetto di fatture è l’offerta dedicata ad artigiani e piccoli imprenditori e permette di avere una movimentazione di entrate e uscite con un’agenda dove sono presenti le scadenze e sempre aggiornata, per monitorare i propri flussi finanziari; + Digital Hub è per la gestione completa del processo di fatturazione sia attiva che passiva, dalla creazione della fattura alla sua trasmissione e conservazione a norma di legge, declinata in una versione contabile per professionisti che si rivolge a commercialisti e associazioni di categoria».

L’importanza è nel dialogo diretto con il Sistema di Interscambio (SdI), necessario ma non per questo abilitato da tutti. InfoCert, per esempio, è intermediario accreditato presso il Sistema di Interscambio e tutte le sue soluzioni di fatturazione elettronica includono costruzione, firma digitale, trasmissione (invio e ricezione), monitoraggio dello stato di avanzamento e conservazione a norma. Per rispondere alle diverse esigenze, InfoCert ha realizzato una suite di prodotti, Legalinvoice, disponibile in quattro declinazioni diverse – come ci spiega Giuseppe Tusa. «A professionisti e microimprese, che spesso non dispongono di software gestionali e sono abituati a generare fatture in Word o Excel, Legalinvoice Start offre in cloud non solo il servizio di fatturazione elettronica, ma anche tutte le funzioni base per gestire e inviare preventivi, documento di trasporto e registrare le spese sostenute. Il tutto con la massima semplicità. Legalinvoice Pro risponde alle esigenze delle PMI, che hanno già un gestionale in grado di produrre fatture in formato XML o in formato PDF, ma non dispongono della necessaria integrazione con il SdI. Legalinvoice Hub, invece, è la soluzione giusta anche per le grandi aziende, che possono integrare la soluzione direttamente nei propri sistemi. Infine, Legalinvoice è disponibile anche come framework “white label” per essere utilizzato con un brand proprio: questa modalità è già stata adottata da varie associazioni di categoria».

Le competenze integrate sono invece il punto di forza dell’offerta di SB Italia: «La nostra soluzione Fattura Semplice fa leva sulle competenze interne e sull’esperienza pluridecennale nella realizzazione di progetti in ambito di gestione documentale e workflow ed è pertanto disegnata per favorire la transizione verso la digitalizzazione dei processi. Cuore della soluzione è la piattaforma Docsweb Enterprise, disponibile anche in versione mobile, altamente scalabile e che consente di gestire diverse fasi grazie a componenti software dedicati e specifici».

Infine, dando uno sguardo al futuro, non poi così lontano, il pensiero va al 2020, quando entrerà in vigore la trasmissione telematica dei corrispettivi. Di cosa si tratta? È Di.Tech a toglierci ogni dubbio a proposito: «Il decreto legislativo 127/2015 ha introdotto l’opzione per le aziende di inviare in via telematica i dati dei corrispettivi all’Agenzia delle Entrate. La nuova disciplina avviata dalla Legge di Bilancio 2019 trasforma questa opzione in obbligo. Dal primo luglio 2019, per i soggetti con volume d’affari superiore a 400mila euro, sarà obbligatorio l’invio giornaliero dei dati all’Agenzia. Per tutti gli altri, l’obbligo decorrerà dal primo gennaio 2020. Sarà un passaggio impattante per le aziende, soprattutto quelle retail, perché finora poche avevano effettivamente esercitato l’opzione prevista dalla legge».

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Rischio cyber e difesa multi-layer. La roadmap per il finance https://www.datamanager.it/2019/02/rischio-cyber-e-difesa-multi-layer-la-roadmap-per-il-finance/ Thu, 14 Feb 2019 10:23:14 +0000 http://www.datamanager.it/?p=183871 Da voce di costo a driver di business dell’industria dei servizi finanziari a livello globale, la sicurezza è sempre più una priorità strategica. Come costruire una roadmap per la resilienza informatica delle infrastrutture della finanza? L’impiego allargato dell’AI non porterà vantaggi solo a chi si difende ma fornirà armi potentissime anche ai cyber criminali Il […]

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Da voce di costo a driver di business dell’industria dei servizi finanziari a livello globale, la sicurezza è sempre più una priorità strategica. Come costruire una roadmap per la resilienza informatica delle infrastrutture della finanza? L’impiego allargato dell’AI non porterà vantaggi solo a chi si difende ma fornirà armi potentissime anche ai cyber criminali

Il rischio operativo, come ogni rischio, non può essere eliminato e la sua riduzione e gestione ha quindi bisogno di azioni coordinate per poter essere controllato. Azioni che implementino, e rendano effettivamente operativa nella struttura aziendale, una “funzione sicurezza” che, attraverso la definizione della strategia di gestione del rischio residuo e di protezione del bilancio d’impresa, coinvolga gli ambiti manageriali, normativi, organizzativi e tecnologici. Tale funzione/obiettivo è oggi uno dei mega driver dell’industria dei servizi finanziari a livello globale.

Secondo Fabio Rizzotto, associate vice president & head of local research and consulting di IDC Italia, nonostante le significative evoluzioni già osservate nel settore della sicurezza informatica negli ultimi 10 anni, i cambiamenti che interverranno dal 2019 al 2024 non avranno precedenti. «L’impatto di un’economia di trasformazione digitale (DX) su larga scala nel settore finanziario vedrà le esperienze cliente più avanzate, la proliferazione di soluzioni di prossima generazione, l’espansione delle tecnologie di intelligenza artificiale (AI) e sistemi cognitivi e la modernizzazione delle infrastrutture di back office con l’utilizzo di interfacce applicative (API) aperte, il tutto finalizzato a migliorare l’efficienza e la redditività complessiva». In tale contesto di DX – spiega Rizzotto – la cyber security è, quindi, l’aspetto strategico per eccellenza. La cosiddetta minaccia cyber, infatti, per la sua natura diffusa, incontrollata e transnazionale, rappresenta oggi la sfida più impegnativa. Gli attacchi informatici sono in grado di produrre nella finanza effetti devastanti, molto costosi e di incidere sull’esercizio stesso della libertà economica. La distruzione e il danneggiamento, anche parziale, della infrastruttura critica della finanza hanno un notevole impatto strategico, umano, economico e sociale: basti pensare alle reti di interscambio e ai sistemi di pagamento che includono effetti intersettoriali e transfrontalieri, con effetto domino dovuto alle interdipendenze.

Secondo un recente studio pubblicato dal Massachusetts Institute of Technology, il 2019 potrebbe essere l’anno peggiore per la cyber security. L’impiego allargato dell’AI non porterà vantaggi solo a chi si difende ma fornirà armi potentissime anche ai cyber criminali. Inoltre, gli attaccanti malintenzionati stanno cercando di sfruttare a loro favore le stesse infrastrutture AI sviluppate per la sicurezza informatica. Lo stesso argine della crittografia sembra essere sul punto di cedere con l’impiego del quantum computing (IBM ha presentato il primo PC quantistico commerciale nel corso del CES 2019) che permette di aumentare in maniera esponenziale le capacità di calcolo e quindi anche di rompere un algoritmo crittografico. Inoltre, gruppi di cyber criminali si stanno specializzando nel bucare le difese dei grandi cloud server. In tal modo, con un unico attacco, sarebbero in grado di entrare in possesso dei dati di migliaia di clienti, senza dover replicare innumerevoli volte l’attacco.


#Cybersecurity #Banche Attacchi in aumento ma sicurezza sempre più strategica
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ATTACCHI IN AUMENTO

Anche dal recente Rapporto CLUSIT 2018 emerge che il numero di attacchi in ambito bancario/finanziario aumenta costantemente con una percentuale che oscilla intorno all’11-12% e, anche se tale percentuale non lo colloca tra i comparti maggiormente colpiti nel 2017, va osservato che il numero di attacchi subiti ha avuto un incremento rispetto al 2014 di circa il 116%, mostrando chiaramente come le frodi finanziare siano un campo in cui gli attaccanti sono maggiormente attivi. «Le tecniche di attacco più utilizzate sono quelle classiche del phishing e del malware che sono costantemente in crescita: nel 2017, il 22% le prime e il 23% le seconde» – spiega Garibaldi Conte, membro del comitato scientifico di CLUSIT. «Da qualche anno, il terreno delle frodi finanziare è uscito dal raggio d’azione dell’hacker solitario per diventare territorio di gruppi criminali ben organizzati e strutturati». E questo si evince dalla capacità tecnologica dimostrata nel costruire e mantenere malware di alto livello, dalle competenze tecniche necessarie per aggiornarlo ogni qualvolta viene identificato e anche dalla conoscenza accurata delle interfacce o delle applicazioni di eBanking delle varie banche, con una localizzazione perfetta nelle lingue del soggetto attaccato. «I prossimi anni – continua Conte – vedranno, molto probabilmente, una ulteriore polarizzazione verso malware controllati da gruppi di cyber criminali di élite, con collegamenti internazionali, con un continuo incremento della complessità e un sempre maggiore spostamento del malware verso i dispositivi mobili».

Gli obiettivi dei nuovi gruppi criminali, infatti, non si fermeranno solo ai sistemi di pagamento, ma presumibilmente si spingeranno anche sulle infrastrutture finanziare utilizzate dai maggiori operatori. Per esempio, il 2016 si può considerare l’anno nero della piattaforma SWIFT che è stata continuamente attaccata sfruttando vulnerabilità presenti presso alcune banche centrali. Si pensi solo che in uno di questi attacchi sono state inserite in rete transazioni false per circa 1,2 miliardi di dollari che hanno prodotto un danno di circa 82 milioni di dollari per la banca centrale attaccata. Ovviamente, si è corsi subito ai ripari, rafforzando le piattaforme interessate, ma l’attenzione rimane comunque altissima. «Altro fenomeno da evidenziare – mette in guardia Conte – è che gli attacchi non si fermano alle piattaforme tecniche usate dagli operatori finanziari, ma si estendono anche ad altri ambiti quando questi vengono utilizzati per implementare servizi accessori». E lo dimostra l’attacco subito nel 2016-2017 dal protocollo SS7 che è stato violato per intercettare gli SMS che gli operatori finanziari utilizzavano per inviare le OTP (One Time Password) agli utenti. «Sul mercato – spiega Conte – stanno poi comparendo una serie di operatori che offrono servizi innovativi, dal crowdfunding al peer-to-peer lending, dalla gestione dei pagamenti alle valute digitali, con una non elevata cultura della sicurezza. Per tale ragione, CLUSIT ritiene che proprio le fintech possano diventare un potenziale obiettivo dei gruppi criminali. E alcuni attacchi registrati in questi ultimi anni, come gli attacchi alle piattaforme di gestione dei bitcoin, sembrerebbero confermare questa ipotesi.


#Cybersecurity #Banche Per gli esperti, il 2019 sarà costellato di nuove minacce
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MINACCE COMPLESSE E PERSISTENTI

Secondo Claudia Gaschi, enterprise sales manager di ESET Italia – «la minaccia cyber nel settore finance evolve in complessità e persistenza, soprattutto per quanto riguarda l’azione di attori nation-state e di sindacati criminali». Recentemente, i ricercatori di ESET hanno scoperto una nuova famiglia di trojan bancari, battezzata BackSwap, che impiega tecniche innovative per aggirare le protezioni dei moderni browser e sottrarre soldi dai conti correnti delle vittime. Pochi mesi fa, inoltre, ESET ha reso noto le risultanze di una nuova campagna di diffusione su larga scala di Emotet. Altro fattore che preoccupa è l’abbassamento della barriera di ingresso nella cyber-arena. E in effetti – spiega Claudia Gaschi – «grazie alla diffusione del modello “crime as a service” è relativamente semplice per attori privi di particolari competenze tecniche organizzare attacchi di media complessità». Questo modello rappresenta una ulteriore opzione di attacco anche per attori persistenti che intendono rendere complessa l’attribuzione della loro azione. «La salvaguardia del dato, cioè la sicurezza dato-centrica, è sempre fondamentale» – sottolinea Salvatore Marcis, technical director di Trend Micro Italy. «Qualsiasi oggetto collegato a un indirizzo IP può essere compromesso e quindi bisogna prestare la massima attenzione alle interconnessioni dei dati con gli altri istituti, istituzioni della finanza e con i clienti». Secondo Marcis occorre ridefinire il concetto stesso di sicurezza, portandola dentro i processi. «La security by design è ora cruciale e i produttori dovrebbero stare molto attenti ogni volta che lanciano un nuovo prodotto sul mercato e fare in modo che non contenga vulnerabilità o difetti che possono essere sfruttati per minare la sicurezza. «Il criterio per lo sviluppo degli attacchi è quello di una monetizzazione sempre più rapida» – spiega Marcis. «E questo include anche il riscatto preventivo.

In quest’ottica, vengono utilizzati ransomware ovviamente, ma anche altre tecniche come gli attacchi business email compromise o business process compromise». Altra caratteristica distintiva dei cyber attack è la natura persistente di una campagna condotta da un aggressore motivato. Gli attacchi APT sono difficili da identificare, sradicare completamente e rendono complesso valutarne l’ampiezza dell’impatto. Inoltre, alcuni attacchi cyber possono rendere inefficaci i meccanismi di gestione del rischio e di business continuity. Per esempio, le disposizioni di replica automatica dei sistemi e dei dati – progettate per aiutare a preservare dati e software sensibili in caso di un evento fisico dirompente – potrebbero, in alcuni casi, alimentare la diffusione di malware e dati danneggiati nei sistemi di backup. Dal punto di vista del mercato, Fabio Rizzotto di IDC Italia sottolinea che la spesa mondiale per hardware, software e servizi relativi alla sicurezza in tutti i settori ha raggiunto 92,1 miliardi di dollari nel 2018 e che il mercato avrà nei prossimi anni un tasso di crescita annuale composto (CAGR) del 9,9%, per raggiungere 133,7 miliardi di dollari nel 2022. Il settore bancario rappresenta il più grande investimento globale in soluzioni di sicurezza, passando da 10,5 miliardi di dollari nel 2018 a più di 16 miliardi di dollari nel 2022. Nel 2019, secondo le previsioni di IDC, il rafforzamento della sicurezza e l’attrazione di nuovi clienti saranno in cima alla lista delle priorità aziendali. Non solo. La sicurezza spinge anche gli investimenti in direzione dell’autenticazione forte dei clienti. E ciò come conseguenza diretta della PSD2, che impatta particolarmente anche sui processi antifrode, ponendo l’attenzione sui nuovi concetti di third party provider (TPP) e di open banking. Il superamento di queste sfide garantisce che l’azienda operi al livello ottimale di rischio gestito. Le organizzazioni leader stanno, infatti, sviluppando quadri di economia della sicurezza in grado di misurare il rischio ridotto per costo unitario.


#Cybersecurity #Banche Il CISO come responsabile di tutti i problemi di cyber resilience
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CYBER RESILIENCE

Alla luce della preoccupante crescita del cyber risk, la Banca Centrale Europea, consapevole della priorità assoluta della resilienza delle infrastrutture strategiche della finanza, a dicembre 2018 ha diffuso il documento Cyber Resilience Oversight Expectations for financial market infrastructures (CROE) che, come riferimento ufficiale dell’Eurosistema, rappresenta ora per le banche e le istituzioni finanziarie un faro per la sorveglianza e la cyber security. Il documento definisce la roadmap per la resilienza informatica delle infrastrutture della finanza. Nella sostanza propone un percorso razionale come standard condiviso specifico, con strategie per combattere la sofisticazione della criminalità digitale e supportare gli operatori con indicazioni operative ben fondate sulla capacità di cyber resilienza. Il CROE si basa, in effetti, sul precedente Guidance on cyber resilience for financial market infrastructures pubblicato nel giugno 2016, dalla Commissione per i pagamenti e le infrastrutture di mercato (CPMI) e l’Organizzazione internazionale delle commissioni sui valori mobiliari (IOSCO) che impone alle istituzioni dell’Eurosistema di adottare immediatamente le misure necessarie a garantire migliori livelli di resilienza. La cyber resilience, secondo la ECB, è “un aspetto importante della resilienza operativa delle Financial Market Infrastructure (FMI) ed è anche un fattore che influenza la capacità di ripresa complessiva del sistema e dell’economia in generale”.

Come indicato nella guida, i cyber risks dovrebbero essere gestiti come parte del quadro generale di gestione del rischio operativo. Tuttavia, alcune caratteristiche uniche del rischio cibernetico rappresentano una sfida ai tradizionali sistemi di gestione del rischio operativo. Le indicazioni metodologiche della BCE, scandite in tre step, consentono alle FMI di attuare e poter misurare costantemente il cammino verso la resilienza delle proprie pratiche operative. Nel primo step Evolving, le capacità di resistenza sono stabilite e sostenute dalla FMI per identificare, gestire e mitigare i rischi cyber, in linea con la strategia e la struttura. Nel secondo Advancing, l’implementazione di strumenti più avanzati per la gestione della sicurezza e del rischio, integrati nelle linee di business della FMI e migliorati nel tempo per gestire proattivamente le minacce. Nel terzo step Innovating, le capacità vengono potenziate secondo necessità e in base all’evoluzione rapida del panorama delle minacce. Questo livello si traduce per l’FMI in innovazioni relative a persone, processi e tecnologia. Sono state individuate anche 5 categorie di rischio classiche che sono: governance, identification, protection, detection e recovery, ciascuna delle quali ben definita nella metodologia BCE. La combinazione delle 5 categorie di rischio con i 3 livelli di “maturità” costituisce una matrice di principi di sorveglianza utile, non solo per le istituzioni ma anche per impostare la propria policy di cyber security. Sulla base di tale matrice sono stati definiti 290 Oversigh Expectations ripartiti nel seguente modo: 156 per il livello 1, 86 per il livello 2 e 48 per il livello 3. Ogni FMI dovrà nominare un alto dirigente, di solito un chief information security officer (CISO), come responsabile di tutti i problemi di cyber resilience all’interno della FMI e nei confronti di terzi. Il manager dovrà garantire che gli obiettivi e le misure di cyber resilience, le politiche connesse e le linee guida siano correttamente comunicate all’interno delle organizzazioni ed eventualmente anche a terze parti.

Inoltre, il CISO è responsabile della corretta attuazione, del monitoraggio e della implementazione ed evoluzione delle policy. Per quanto riguarda le soluzioni, le metodologie e gli standard, il CROE fa esplicito riferimento ai documenti e i quadri di orientamento internazionale a oggi esistenti, quali: il NIST Cyber security Framework, gli standard ISO/IEC 27002:2013, il COBIT 5, i documenti del FFIEC (Federal Financial Institutions Examination Council), il Cyber Security Maturity Model e i vari “cyber security Assessment Tool”. Il CROE si aggiunge, quindi, al corpus normativo già in vigore. In particolare, è complementare al GDPR (General Data Protection Regulation – EU 2016/679) per il “trattamento e protezione dei dati”, alla PSD2 e alla direttiva NIS (EU 2016/1148).


#Cybersecurity #Banche Come ridefinire il concetto di sicurezza, portandola dentro i processi
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DIFESA PROATTIVA

Gestire i rischi in ottica di sicurezza integrata e di sistema vuol dire adottare un processo di governance e risk management. È quindi indispensabile per la banca adottare il CROE e innalzare, da subito, la qualità e l’integrazione del processo di sicurezza (cyber physical security) come unico sistema in grado di garantire la costante collaborazione interna, con gli altri attori di mercato, con le istituzioni finanziarie e di sicurezza nazionali europee e globali. «Negli ultimi 20 anni, si è cercato di prendere il meglio delle tecnologie in ogni singolo layer di sicurezza» – afferma Salvatore Marcis di Trend Micro Italy. «Oggi, la soluzione per ridurre il rischio è condividere le informazioni di intelligence e quindi evitare di utilizzare tecnologie di vendor diversi che non comunicano tra di loro». In un progetto di security ideale, quello che serve sono le difese multi-livello, che proteggano e scansionino i sistemi sia in verticale (interno-esterno) che in orizzontale (tra i vari sistemi interni) fino al mobile, offrendo in quest’ultimo caso una protezione sicura anche al di fuori dell’azienda. «È importante che in caso di anomalia – conclude Marcis – questa venga subito comunicata a un sistema di controllo centrale, che sia in grado anche in maniera automatica di mettere in piedi delle contromisure e contrastare l’eventuale attacco». Anche per Claudia Gaschi di ESET Italia, un modello di difesa multi-layer è la risposta giusta – «per analizzare la minaccia e il relativo comportamento sotto molteplici fattori». A questo proposito, ESET propone la piattaforma EDR (Endpoint Detection & Response) che, permettendo di individuare e quindi prevenire potenziali incidenti attraverso l’indicazione di IOC (Indicator of Compromise) e l’analisi comportamentale, va a completare la protezione fornita dalla piattaforma EPP (Endpoint Platform Protection). Altro aspetto fondamentale – spiega Claudia Gaschi – «è il fattore umano, elemento chiave per il successo della quasi totalità degli attacchi». Per questo motivo è cruciale adeguare la difesa aumentando la consapevolezza della minaccia mediante campagne di awareness sui principali attori e le relative tecniche, tattiche e procedure (TTP).

Per Gianni Baroni, amministratore delegato di Gruppo Daman, ci sono due importanti driver che stanno imponendo un cambiamento nelle strategie di cyber security. «Da una parte, l’evoluzione delle normative, dall’altra l’aver preso atto della centralità del fattore umano. Senza adeguare i comportamenti delle persone non è possibile garantire un adeguato livello di sicurezza». È essenziale però che i modelli di cyber physical security siano adattivi, in grado cioè di adattare la risposta all’effettivo livello di rischio, senza impattare negativamente sull’esperienza utente e sulla competitività dell’organizzazione. «A un estremo del sistema di sicurezza c’è l’anello debole della catena, il fattore umano – continua Baroni – con la necessità di investire su programmi di formazione in grado di influire concretamente sui comportamenti». All’altro estremo – «c’è la capacità di orchestrare e automatizzare tutte le attività di identificazione delle minacce e di risposta agli incidenti». Automazione e fattore umano sono due elementi che sembrano agli antipodi, ma che invece dovranno fornire una risposta sinergica. Nel 2018, il gruppo Daman ha collaborato, con la piattaforma di e-learning Cyber Guru Enterprise, allo sviluppo di una importante esperienza nazionale di cyber security awareness, a supporto dei programmi di una delle principali banche italiane. «Abbiamo portato avanti significativi progetti di privileged access management – spiega Baroni – con la tecnologia BOMGAR, e infine abbiamo contribuito allo sviluppo di quello che oggi è uno standard de facto nell’automazione e orchestrazione del SOC (Security Operation Center), con la tecnologia DEMISTO ENTERPRISE, da noi distribuita».

Concludendo possiamo osservare che si profilano all’orizzonte importanti rischi cyber che possono creare potenzialmente veri e propri disastri. La banca e le istituzioni finanziarie si stanno organizzando per neutralizzare tali rischi ed è in atto un mutamento radicale: la realizzazione del modello di cyber physical security. Per favorire tale evoluzione, oltre alle norme già consolidate, occorre adottare e implementare, da subito, il CROE della ECB che può consentire un vero e proprio salto di qualità nella cyber security.

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Fermentation Lab, fermenti innovativi https://www.datamanager.it/2019/02/fermentation-lab-fermenti-innovativi/ Wed, 13 Feb 2019 15:29:07 +0000 http://www.datamanager.it/?p=183820 La startup calabrese vuole personalizzare e valorizzare la produzione vinicola su base territoriale con un kit di autocampionamento e un servizio per la caratterizzazione degli agenti di fermentazione Tipicità, terreni, vitigni storici. In un mercato dei prodotti agroalimentari che sembra apprezzare ogni giorno di più la territorialità del cibo, valorizzando l’impatto di variabili come la […]

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La startup calabrese vuole personalizzare e valorizzare la produzione vinicola su base territoriale con un kit di autocampionamento e un servizio per la caratterizzazione degli agenti di fermentazione

Tipicità, terreni, vitigni storici. In un mercato dei prodotti agroalimentari che sembra apprezzare ogni giorno di più la territorialità del cibo, valorizzando l’impatto di variabili come la qualità del terreno e delle colture sulle “nuances” dei sapori e dei profumi, una startup creata da tre giovani calabresi mette la chimica e la biologia al servizio di un fattore identitario finora trascurato: i lieviti che sono alla base del processo di fermentazione. Per ora – spiega dalla Calabria, Angela Iacoviello, che in Bocconi a Milano si è laureata in Economia per le arti, la cultura e la comunicazione – Fermentation Lab si concentra in modo particolare sul vino e sulla birra, ma il suo business case si adatta anche a prodotti come il formaggio. L’idea – continua Angela Iacoviello – nasce da una constatazione. «Quasi il 90% dei vini e birre prodotti in Italia, pur utilizzando vitigni o malti che possono essere definiti “locali”, non sono veramente autoctoni perché utilizzano lieviti commerciali standard che provengono soprattutto da Stati Uniti e Australia per i vini e da Germania e Belgio per la birra». E per questo, i tre fondatori del laboratorio – insieme ad Angela c’è un biologo-genetista che vanta un’esperienza di studio e ricerca negli Stati Uniti, dove ha acquisito il PhD, Luigi Citrigno; e un esperto sommelier e assaggiatorer di whisky, Rodrigo Cerminara – hanno deciso di porre rimedio a una lacuna con il progetto, R.Y.N.S (Region specific yeast, naturally selected) presentato in anteprima a Smau Milano 2018. Un approccio che potrebbe determinare una svolta significativa nel modo di produrre queste bevande alcoliche. La sfida è chiara: «Perché non offrire all’enologo o al mastro birraio la possibilità di autocampionare i lieviti che abitano naturalmente i luoghi di coltivazione e le cantine, per riuscire a determinare, grazie a una procedura scientifica certificata da noi, il proprio “best yeast”, un agente di fermentazione ottimale»?

A CIASCUNO IL SUO LIEVITO

R.Y.N.S si occupa di rilevamento e caratterizzazione molecolare dei lieviti nei processi agro-alimentari di fermentazione. I neoimprenditori sono personalmente coinvolti. A tutti piace partecipare alle degustazioni e se il sommelier è anche un produttore vinicolo a livello amatoriale, il biologo è invece un fan della birra fatta in casa. «Il nostro progetto – spiega ancora Angela Iacoviello – vuole avere anche una funzione educativa nel settore. Servirà a convincere il produttore che utilizza lieviti standard della possibilità di ricorrere a fermenti che sono propri dell’ambiente di vinificazione e possono in questo modo venire meglio incontro alle esigenze di un mercato sempre più attento alla territorialità». Ci potranno essere ricadute positive anche nel mondo, molto più ristretto dei cosiddetti vini naturali, un segmento che estremizza i principi del vino biologico e rifiuta sia di utilizzare fertilizzanti e diserbanti chimici durante la coltivazione, sia di ricorrere all’inoculazione manuale di lieviti “esterni”, lasciando che il processo di fermentazione del mosto avvenga unicamente tramite esposizione ai microorganismi già presenti nell’ambiente. «I lieviti da noi selezionati sono del tutto naturali. E il ricorso ai ceppi di “best yeast” può evitare che in fase di fermentazione entrino in gioco i lieviti “cattivi”, che in certe dosi possono conferire al vino sentori sgradevoli».

L’attenzione dei consumatori si concentra di solito su vitigno, terreno, esposizione, ma i lieviti giocano un ruolo fondamentale nel “trasformare” il mosto e hanno caratteristiche bio-tecnologiche molto complesse, che permettono per esempio di conferire maggiore stabilità e resistenza ai solfiti, o di resistere agli attacchi di altri lieviti. Il lievito è insomma imprescindibile, anche per conferire al vino le sue caratteristiche organolettiche. A certi lieviti corrispondono certi aromi, alcuni sono adatti alla vinificazione di bianchi e rosati, altri ai rossi più corposi. E allora perché si tende a utilizzare un lievito standard, addirittura proveniente da oltre oceano? «Non dobbiamo dimenticare che USA e Australia vantano una lunga tradizione, e in molti casi le aziende hanno dimensioni molto maggiori rispetto alle aziende europee, riuscendo a imporre le loro procedure» – risponde Angela Iacoviello. «Ultimamente, anche in Europa stanno nascendo imprese orientate alla selezione di lieviti autoctoni, ma anche qui si lavora in modo standardizzato, con lieviti comuni in aree molto estese. Il vantaggio del nostro kit di autocampionatura sta proprio nella capacità di dare a ciascun produttore il suo lievito, così come può avvenire solo per le grandi marche di vino e birra, che hanno la forza economica di “firmare” il proprio best yeast».

PIÙ VALORE AL TERRITORIO

I primi test commerciali sembrano dimostrare la validità di un approccio che si basa su un servizio offerto, grazie al famoso kit, in forma molto personalizzata. Anche i produttori più piccoli possono investire in questo strumento e nelle conoscenze di base che li aiuteranno a ottenere vini ancora più pregiati, proprio perché in grado di esprimere al meglio l’unicità dei singoli territori. In linea con i trend di mercato che da oggi, oltre che al recupero di “ingredienti” come i vitigni storici, tendono a puntare anche su un fattore-chiave come il lievito per valorizzare ulteriormente le loro bottiglie. «In regioni come la nostra Calabria, dove sono stati censiti tanti vigneti e cantine, potremmo contribuire a una maggiore identificazione territoriale e questo varrebbe in tante altre regioni e nazioni produttrici» – conclude Angela Iacoviello. Il primo successo ottenuto da Fermentation Lab riguarda la partecipazione al primo bando del programma TalentLab promosso da regione Calabria per la selezione di startup e spinoff universitari innovativi. Con la selezione è arrivata lo scorso anno la possibilità di seguire dei corsi di formazione organizzati con l’incubatore del Politecnico di Torino e con PWC Europe. Nella prima parte del 2019, gli startupper contano di strutturare il loro laboratorio per dar luogo, entro la fine dell’anno, a una prima “market replication”. Il modello di business si basa sulla commercializzazione del kit di autocampionamento e sulla produzione in serie del lievito personalizzato, che successivamente verrà rivenduto all’azienda che lo ha commissionato. Nel radar dei nostri cacciatori di lievito ci sono, come si è detto, altri tipi di produzione. Analoghi microorganismi entrano in gioco anche negli stadi di maturazione del formaggio, o dei salumi stagionati. Il team calabrese deve anche tener conto dei primi concorrenti nazionali, negli ambienti della ricerca universitaria e nella realtà del mercato. Per questo, un altro obiettivo immediato è quello della visibilità da conquistare partecipando a fiere ed eventi di settore. Se il lievito è buono, il business crescerà.

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Il confine sottile tra ieri, oggi e terzo decennio https://www.datamanager.it/2019/02/il-confine-sottile-tra-ieri-oggi-e-terzo-decennio/ Wed, 13 Feb 2019 15:24:42 +0000 http://www.datamanager.it/?p=183818 Nuovo calendario, nuova agenda dell’innovazione per le imprese. L’alba del 2019 suona sempre più come l’inizio di un lungo, affascinante periodo di grandi trasformazioni Non sappiamo più bene cosa ci aspetta, ma dobbiamo cambiare per vedere cosa ci aspetta, altrimenti nessuno ci aspetta. Paradossi, come tanti, di questi tempi. Le aziende lo sanno. Bisogna proseguire […]

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Nuovo calendario, nuova agenda dell’innovazione per le imprese. L’alba del 2019 suona sempre più come l’inizio di un lungo, affascinante periodo di grandi trasformazioni

Non sappiamo più bene cosa ci aspetta, ma dobbiamo cambiare per vedere cosa ci aspetta, altrimenti nessuno ci aspetta. Paradossi, come tanti, di questi tempi. Le aziende lo sanno. Bisogna proseguire nella trasformazione, ma è complesso. Possiamo tracciare delle linee, dei principi guida da applicare per andare avanti tra rischi e opportunità. Che la DX (Digital Transformation) continui a essere una priorità strategica anche nel 2019 non sorprende. Ma rendere concreta questa strada richiede alcuni ingredienti. Il digital thinking deve diventare parte integrante delle attitudini e delle competenze del senior management. Si deve rafforzare la consapevolezza che il coordinamento – in direzione univoca – tra diverse responsabilità e strutture organizzative aziendali è essenziale. Inoltre, lo sviluppo e aggiornamento della roadmap di innovazione, tramite use case e ambiti di applicazione, deve avvenire attraverso un orizzonte temporale, graduale, ma guardando ai possibili stadi incrementali che si vogliono raggiungere.

RIPENSAMENTO DELLE IT FOUNDATION

L’economia mondiale corre quindi dentro questi binari, che spingeranno investimenti IT fino a quasi 7000 miliardi di dollari dal 2019 al 2022, anno in cui si prevede che oltre il 60% del PIL globale sarà generato da prodotti, servizi, offerte e relazioni commerciali “digitally-enhanced”. È evidente che dentro questi ingenti investimenti IT, spinti con diversa intensità da economie mature ed emergenti, si collocano decisioni che già nel breve molti responsabili aziendali dovranno compiere. Secondo IDC, nel corso dei prossimi 12 mesi, il 60% dei CIO in Europa avvierà un ripensamento delle IT foundation in risposta all’avanzare delle strategie aziendali sopra tracciate. Come sempre, non tutte le imprese viaggeranno alla stessa velocità.

Nel nostro continente si prevede che entro i prossimi tre anni oltre la metà delle organizzazioni sarà “digital determined”, un traguardo che si misura con la capacità di ripensare offerte, prodotti e servizi digitalmente in un quadro di rinnovamento dei modelli di business, ottenuto attraverso una strategia organica e integrata. A completare il profilo di queste realtà ci pensano poi anche una cultura improntata al change management continuo, che si traduce in ricchezza e valore verso il mercato (enhanced CX). Questi ultimi fattori, sappiamo, sono spesso evidenziati come i più critici dalle imprese nei percorsi di trasformazione digitale.

LA REALTÀ DELLE IMPRESE ITALIANE

La posta in gioco cresce anche nel nostro Paese e non mancano le sfide. In una recente indagine IDC (IT Services Survey 2018), per le aziende italiane il principale ostacolo all’innovazione risiede nella carenza di expertise digitali (35%), seguito da un altro aspetto critico: per il 30% delle imprese le iniziative digitali sono disconnesse e creano isole di innovazione non integrate. Al terzo posto (29%) incontriamo la presenza ancora troppo diffusa di pratiche di lavoro e di sviluppo tradizionali (ad esempio, approcci Waterfall versus Agile).

Viene da chiedersi in che misura questo quadro (non una peculiarità tutta italiana, essendo diffuso in generale in tutta Europa) influenza l’agenda di prossimi mesi o anni. Bisognerebbe provocatoriamente invertire le priorità spostando l’attenzione dalla DX come priorità alla DX come risoluzione dei problemi da questa generati? Sicuramente, nelle imprese maggiormente esposte sono in corso riflessioni su come andare avanti con nuove iniziative mitigando rischi e problematiche emergenti (o stratificate nel tempo).

ARCHITETTURE E TECNOLOGIE

Sul fronte architetturale e tecnologico, la strada aperta da qualche anno con la diversificazione degli ambienti IT verso cloud ed edge si rafforza nella sua struttura e ramificazione, incorporando altri paradigmi. Entro il 2020, oltre il 40% degli sviluppi cloud abbraccerà logiche edge computing, e almeno un quarto dei sistemi e dispositivi “at the edge” incorporerà algoritmi AI. Il vantaggio competitivo si rafforza anche attraverso la leva architetturale. Queste e altre dinamiche porteranno nuovi cambiamenti nel modo di concepire il ruolo e il funzionamento dei modelli private cloud. Nati sull’onda dell’innovazione di IT e datacenter proprietari che gestiscono il corpo dei sistemi e delle applicazioni mission critical in chiave più moderna, questi modelli oggi per potersi affermare come vincenti nel quadro dei nuovi servizi digitali richiedono (o richiederebbero) sforzi ancora più ingenti rispetto alla prima fase di sviluppo, in considerazione della maggiore complessità di business e tecnologica, della velocità dei cambiamenti, della flessibilità richiesta dalle nuove iniziative.

Di conseguenza, secondo IDC a partire dal 2020 una quota crescente di imprese a livello mondiale vedrà più efficace lo sviluppo di “piattaforme cloud dedicate” per il lancio di nuovi servizi digitali, approccio alternativo a ingenti investimenti necessari per adeguare i modelli private cloud preesistenti, che saranno comunque rinnovati ma con una diversa modulazione, dei budget, delle priorità e delle funzioni assegnate all’interno dei modelli IT complessivi. L’Artificial Intelligence continuerà a farsi strada non solo nell’orizzonte “invisibile” di sistemi e piattaforme, ma anche nella sua dimensione di interfaccia e interazione. È tutta la user experience (UI) a essere contaminata, dalle logiche di sviluppo al design della relazione tra strumenti e utenti. Entro il 2020 secondo IDC, circa la metà delle imprese globali adotterà applicazioni tecnologiche concepite per trasformare la user experience attraverso l’AI, di fatti aprendo la strada alla convergenza tra queste sfere.

COME MISURARE LE PERFORMANCE

Le trasformazioni epocali che stiamo vivendo hanno già posto la questione del come e cosa cambia dal punto di vista della misurazione. Come e cosa osservare? Quali sono gli indicatori e le metriche da introdurre? Come quantificarli? L’inadeguatezza dei tradizionali KPI di business ha aperto la strada a una nuova famiglia di indicatori che appaiono più adeguati a rappresentare le performance delle imprese nell’era digitale (digital KPIs). Ci vorrà ancora qualche anno prima che un nuovo set di KPI possa essere incorporato nei processi di business e aiuterà le imprese a ragionare, pensare, navigare diversamente sui mercati. Secondo la European Executive Sentiment Survey 2018 di IDC, oltre il 35% delle imprese fatica a identificare, introdurre e utilizzare KPI corretti. Comprensibile, considerando la complessità e la natura di ogni metrica, la sua valenza in alcuni e non tutti i contesti, gli ambiti funzionali e i fenomeni oggetto della misurazione, l’interpretazione e utilizzo ai fini decisionali che le persone fanno a vari livelli nell’organizzazione. Tuttavia, guardando in positivo il bicchiere, si direbbe che è mezzo pieno. Infatti, oltre i due terzi delle imprese sta utilizzando KPI per il digital business (per pianificazione strategica, performance e operating review, misurazione del successo dei progetti digitali, oltre a una gamma di vecchi e nuovi indicatori in ambito CX). Nel complesso, secondo IDC entro la fine del 2022, quasi il 90% delle maggiori 500 aziende mondiali farà leva su nuovi KPI soprattutto per gli obiettivi di misurazione del tasso di innovazione di prodotti e servizi, data monetization e capitalization, engagement di dipendenti e collaboratori.

IL FUTURO È ARRIVATO

Chiudiamo il 2018 e apriamo il nuovo anno con una breve divagazione. Per tutti come sempre, il futuro deve ancora arrivare. Ma è anche vero che per qualcuno, alcuni, o molti, in fondo, il futuro è arrivato. Lo sanno bene gli amanti di Blade Runner, ambientato proprio nel “lontano” 2019. Tra realtà e scenari fantastici, buon anno!

Fabio Rizzotto associate VP & head of local research & consulting di IDC Italia

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La sicurezza delle informazioni e le PMI italiane https://www.datamanager.it/2019/02/la-sicurezza-delle-informazioni-e-le-pmi-italiane/ Wed, 13 Feb 2019 15:12:07 +0000 http://www.datamanager.it/?p=183812 Le piccole e medie aziende hanno bisogno di colmare rapidamente il gap tra i budget contenuti, i rischi crescenti per la sicurezza e i vincoli normativi Negli ultimi anni, si sono verificati tre fenomeni che concorrono a rendere di difficile soluzione il tema della sicurezza delle informazioni nelle piccole e medie aziende. Da un lato […]

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Le piccole e medie aziende hanno bisogno di colmare rapidamente il gap tra i budget contenuti, i rischi crescenti per la sicurezza e i vincoli normativi

Negli ultimi anni, si sono verificati tre fenomeni che concorrono a rendere di difficile soluzione il tema della sicurezza delle informazioni nelle piccole e medie aziende. Da un lato gli attacchi sono diventati più sofisticati, più semplici da eseguire e molto più difficili da contrastare. Il fenomeno del ransomware è indicativo della situazione: la sua semplice esistenza testimonia l’inadeguatezza dei meccanismi difensivi in uso. L’attacco entra senza essere rilevato in azienda, va in esecuzione senza che i sistemi difensivi per endpoint (antivirus, personal firewall…) lo riconoscano. I dati vengono cifrati, e da lì a poco arriva la richiesta di riscatto. Sistemi di pagamento anonimi e non tracciabili (bitcoin…) rendono facile il riciclaggio dei riscatti. Per chi abbia difficoltà nel pagamento in bitcoin esistono help online, e addirittura chat: un eccellente “customer service” che testimonia l’esistenza di un vero e proprio distretto industriale della delinquenza informatica.

Nel caso del ransomware, il successo dell’attacco è legato alla sua emersione, alla richiesta del riscatto. Per attacchi che utilizzino le stesse tecniche evasive, ma con lo scopo di rubare informazioni aziendali delicate (anagrafica clienti, dati di progetto per nuovi prodotti, business plan per nuove iniziative…) non c’è nessuna richiesta di denaro a rendere esplicita la violazione: il furto di informazioni può proseguire per settimane, o mesi. Sul secondo versante, il GDPR è il riassunto delle buone pratiche che ogni azienda dovrebbe adottare. Requisiti lasciati alla valutazione di chi gestisce i dati, nessun obbligo esplicito in fatto di contromisure, tutto associato alla responsabile valutazione delle aziende. Sanzioni molto rilevanti per chi non ha adottato le misure adeguate a impedire l’incidente. E questo porta al terzo elemento di fragilità.

Negli anni della crisi, l’informatica aziendale è stata una delle vittime privilegiate delle difficoltà. Le aziende hanno ridotto i costi non immediatamente associati ai ricavi. E l’informatica ha pagato un prezzo pesante. Nelle piccole e medie aziende l’informatica è stata ridotta al minimo vitale. La crisi è passata (forse), il GDPR è arrivato, gli attacchi continuano a evolvere, ed è difficile pronosticare un cambiamento rapido nelle risorse umane dedicate alla sicurezza delle informazioni. Le piccole e medie aziende hanno bisogno di colmare rapidamente il gap tra risorse disponibili, rischi per la sicurezza e normative. Nella formulazione del GDPR si parla del DPO, il data protection officer, un professionista che, obbligatoriamente nelle aziende più grandi e nelle pubbliche amministrazioni, esercita il ruolo del consulente super partes. Per le aziende di cui parliamo, piccole e medie, una o due giornate al mese possono probabilmente bastare a un professionista qualificato per impostare un piano per la sicurezza.

Un piano di questo tipo deve necessariamente prevedere soluzioni a basso costo anche per la gestione delle tecnologie. Con l’approccio Managed Security Services, a mano a mano che le tecnologie in uso, obsolete, verranno rimpiazzate, la sostituzione potrà avvenire con un fornitore che, a fronte di un canone periodico, rende disponibili licenze, implementazione, formazione degli utenti, gestione dei sistemi e adeguamenti alle mutevoli esigenze aziendali. La domanda per questi servizi è ancora molto bassa. L’offerta tende a privilegiare l’approccio “un tanto al chilo”. Gli ambiti coperti sono i più semplici e consolidati (e spesso basati su approcci tecnologici e metodologici superati). Ma tutto questo può rappresentare la chiave di volta per rendere disponibili alle PMI le tecnologie indispensabili, oggi gestibili (e con un po’ di fatica) solo dalle grandi organizzazioni.

Paolo Da Ros, membro del Comitato Scientifico Clusit

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Trend Micro 4.0. Oggi, la sicurezza del futuro https://www.datamanager.it/2019/02/trend-micro-4-0-oggi-la-sicurezza-del-futuro/ Wed, 13 Feb 2019 13:48:22 +0000 http://www.datamanager.it/?p=183779 Dall’endpoint alla rete, passando per il cloud ibrido, Trend Micro come leader del mercato della sicurezza, propone una barriera efficace che anticipa le modalità di attacco e gestisce il periodo critico subito dopo l’esposizione di una vulnerabilità. Dentro a una ecosfera di tecnologie e servizi sempre più integrata Trent’anni di attività nel mondo, venticinque di […]

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Dall’endpoint alla rete, passando per il cloud ibrido, Trend Micro come leader del mercato della sicurezza, propone una barriera efficace che anticipa le modalità di attacco e gestisce il periodo critico subito dopo l’esposizione di una vulnerabilità. Dentro a una ecosfera di tecnologie e servizi sempre più integrata

Trent’anni di attività nel mondo, venticinque di presenza diretta in Italia. Il 2018 – riferisce il country manager Gastone Nencini – è stato per Trend Micro un anno ricco di soddisfazioni in tutti i sensi. Anche se sul fronte dei risultati finanziari, come su quello della sicurezza, non si deve mai abbassare la guardia. Oggi, con oltre 6.000 collaboratori in 50 nazioni, l’azienda – fondata nel 1988 dai taiwanesi Eva Chen, attuale CEO, insieme alla sorella Jenny e al cognato Steve Chang e successivamente incorporata in Giappone – è inserita nel ristretto club dei nomi “storici” della sicurezza informatica. Nencini ne sottolinea con orgoglio i fattori di unicità, a partire da un focus che – ben prima dell’esplosione di Internet o di fenomeni relativamente recenti come Big Data – è sempre stato mirato alla protezione dei sistemi informativi e delle reti enterprise, dalla scala più piccola fino al più grande e virtualizzato data center, e delle informazioni che questi sistemi contengono.

Anche a livello corporate, quest’ultimo periodo è denso di novità dal fronte dello sviluppo di tecnologie e prodotti, con in primo piano la sicurezza di nuova generazione della piattaforma XGen, lanciata nell’autunno del 2016, o della “end point security” di Apex One, soluzione di protezione “all in one” e “as a service” annunciata poche settimane fa, che proprio da XGen trae la sua capacità di proteggere il dato con una formidabile duttilità nei confronti delle mutevoli azioni del malware. Non stupisce se l’ultimo dato finanziario corporate disponibile – e cioè quello relativo a fine 2017 – sanciva per Trend Micro una crescita del fatturato globale di quasi 13 punti percentuali sul 2016 e la crescita è proseguita per i primi tre trimestri del 2018.

Federico Maggi senior researcher di Trend Micro

Per molti versi, ricorda Nencini, il vero anno di svolta per Trend Micro è stato il 2016. «Risale ad allora la definitiva acquisizione del brand specializzato in intrusion detection and prevention, HP TippingPoint. L’operazione ha dato una forte accelerazione al nostro fatturato, ma soprattutto ha portato con sé l’eredità di Zero Day Initiative e il concetto di “virtual patch”, la possibilità di proteggersi dagli attacchi nel periodo critico che intercorre tra l’identificazione di una vulnerabilità e la sua risoluzione da parte dei vendor». La Zero Day Initiative è diventato uno dei perni dell’azione di prevenzione che Trend Micro è in grado di svolgere nel mappare con prezioso anticipo l’oscuro territorio delle minacce informatiche.

«Nel mondo della sicurezza – prosegue Nencini – non si è verificato quel fenomeno di compressione che ha caratterizzato ambiti differenti della tecnologia. L’intera ecosfera della sicurezza si è trasformata, aprendosi a domini come l’Internet delle cose, la domotica, la smart city, sull’onda delle varie tecnologie IP che invadono la nostra vita quotidiana».

IT E OT, UN UNICUM DA PROTEGGERE

L’offerta che caratterizza Trend Micro, trent’anni dopo la sua fondazione, precisa ancora Nencini, va a toccare aree che un tempo erano del tutto estranee. «Tipicamente, quella della produzione industriale. A differenza del passato, possiamo vantare clienti che oltre a dover proteggere ambiti strettamente IT hanno esigenze orientate anche alle cosiddette operational technologies. IT e OT sono profondamente intrecciati e mettere in sicurezza qualsiasi ambiente enterprise comporta un grado di omogeneizzazione che non ci consente più di tenere il sistema informatico separato da quello produttivo». Questa convergenza fa assumere a una azienda come Trend Micro un ruolo ancora più critico di “advisor”, oltre che di fornitore di soluzioni e tecnologie. L’esperto di sicurezza viene sempre più coinvolto in partnership mirate alla definizione di nuove regole di progettazione di apparati interconnessi sicuri, anche quando tali apparati sono di derivazione industriale. Una responsabilità che Trend Micro interpreta anche in chiave imprenditoriale. Nel 2017 per esempio, l’azienda giapponese ha dato vita a un fondo di venture capital, Trend Forward Capital, che punta proprio ad affiancare le startup attive nell’IoT con l’obiettivo di promuovere la visione di un mondo interconnesso ma sicuro.


#CoverStory @TrendMicroItaly IT e OT sempre più intrecciati
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Il concetto di sicurezza “by design”, avverte Nencini, è diventato centrale in un contesto che a suo parere continua invece a indulgere nel pericoloso approccio della sicurezza “ex post”, spesso rimandando la fase della messa in sicurezza a momenti successivi alla progettazione di un dispositivo o all’implementazione di una applicazione o di un protocollo. Circondati come siamo da oggetti che sono potenzialmente tutti attaccabili, di informazioni che alimentano la capacità di furto o ricatto dei cybercriminali, l’unica via possibile è rappresentata da una sicurezza profondamente integrata nel disegno di qualsiasi soluzione informatica. Questo è l’obiettivo perseguito da quella che Nencini definisce Trend Micro 4.0, un provider di sicurezza in grado di accompagnare i propri clienti nell’evoluzione delle loro infrastrutture, con una tecnologia di protezione – lo si vede nel caso del “vaccino” preventivo delle virtual patch – che aiuta a prevenire efficacemente le future modalità di attacco anche grazie al lavoro (9 terabyte quotidiani di traffico analizzato) svolto dalla Smart Protection Network e dalla Zero Day Initiative.

ALL’APEX DELLA SICUREZZA

«Nella filiale italiana – dichiara il country manager – è in pieno svolgimento il piano triennale di rinnovamento della nostra organizzazione. Vogliamo crescere assumendo persone che conoscano i nuovi vertical dell’industria, mantenendo però il nostro storico ruolo di leader nella protezione del data center e di tutti gli end point». Apex One – annunciato a fine 2018 – secondo Nencini è solo il più recente di una intera generazione di tool di protezione a 360 gradi, in grado di fare da barriera all’antimalware, fornendo però anche gli strumenti necessari all’analisi degli eventuali attacchi e alla riparazione dei danni. «Apex One condensa trent’anni di esperienza sulla parte più tradizionale della sicurezza, arricchendola con tutte le nuove tecnologie di remediation e forensic» – spiega Nencini, sottolineando che Trend Micro non ha nessuna intenzione di cedere rispetto alla sua iniziale focalizzazione sulla “content security”, la protezione del dato, ovunque esso si trovi. Dal tradizionale ambiente del PC fino al server in rete locale, dall’avvento di Internet, con il lancio del primo prodotto per gateway IP del 1996, fino all’acquisizione di HP TippingPoint, che integra e completa la strategia di Trend Micro per la content security di reti e infrastrutture critiche e al lancio – recentissimo – di Deep Security Smart Check, la tecnologia che Trend Micro ha concepito per le infrastrutture di nuova generazione e i paradigmi dei cloud ibridi e del DevOps.

«Smart Check è la protezione dell’end point ripensata per l’epoca dei container e dei microservizi» – rimarca Nencini. Anche nel caso di TippingPoint, ricorda Gastone Nencini, la scelta della specializzazione ha prevalso sulle opportunità di diversificazione. La società ceduta da HP era famosa per la qualità del suo firewall, ma Trend Micro ha subito smesso di perseguire quel filone, evitando di entrare in competizione diretta con altri vendor. «Crediamo invece nella necessità dell’interscambio, nella collaborazione tra vendor – come ha ribadito Eva Chen a settembre in occasione di CyberTech Europe». Secondo la cofondatrice e CEO di Trend Micro, il mondo della sicurezza ha il dovere di coordinarsi per risolvere l’effetto “Torre di Babele” derivante dall’uso di tecnologie di protezione troppo eterogenee. E in questo scenario, Trend Micro – anticipa Nencini – sta lavorando a una console di integrazione delle informazioni che potrebbe vedere la luce già in questo 2019.

Salvatore Marcis technical director di Trend Micro Italia

LA TORRE DI BABELE DELLA SECURITY

Il dato digitale rappresenta oggi una fonte potenziale di enormi guadagni illeciti. Nel settore delle statistiche e delle ricerche – ricorda Nencini – il furto di informazioni può andare ad alimentare un mercato nero dei dati che spesso va a sostituire il legittimo lavoro di raccolta fatto con telefonate e interviste. Nelle organizzazioni aziendali come nelle infrastrutture critiche, un dato non protetto può dar luogo a pericolosi ricatti quando l’accesso all’informazione può essere bloccato – oppure – un unico parametro falsificato può mettere in crisi il corretto funzionamento di un impianto. Tuttavia, la percezione di questo rischio è ancora molto bassa in Italia, dove troppi utenti professionali continuano a vedere la sicurezza come una voce di spesa e il rischio viene preso in considerazione solo dopo aver subito un attacco. Forte del suo trentennale motto ispirato al “sicuro interscambio di dati digitali”, Trend Micro intende proseguire anche un’azione di promozione di consapevolezza della sicurezza totale, non solo attraverso i suoi prodotti e alle collaborazioni ad alto livello con vendor di tecnologie e servizi fondamentali come VMware, Amazon, F5 Networks e Check Point Software, ma anche con iniziative di sensibilizzazione e formazione come la Cyber Conference che ogni anno riunisce a Milano e Roma il pubblico delle aziende, o la campagna globale Internet Safety for Kids & Families, realizzata nelle scuole italiane in collaborazione con il Movimento Italiano Genitori (MOIGE).

Un buon esempio degli sforzi che Trend Micro dirige verso un tipo di sicurezza sempre più “predittiva” viene dalla testimonianza di Federico Maggi, senior researcher. Maggi fa parte di un team globale di 25 persone coordinato da Trend Micro Research: forse, il componente più avanzato della parte di azienda dedicata al monitoraggio e allo studio delle minacce informatiche. Il laboratorio diffuso da cui derivano, oltre a tutte le indicazioni rivolte allo sviluppo delle tecnologie e dei sistemi di protezione, un corposo volume di documentazione, istruzioni e servizi destinati ai clienti. Tra cui l’ormai celebre Security Predictions Report, che all’inizio di ogni anno fa un po’ da sfera di cristallo a breve-medio termine sulle ultime novità che caratterizzano il fronte delle minacce e sulle misure che gli utenti di infrastrutture IT (e OT) convergenti dovrebbero mettere in atto per assicurarsi una vita un po’ più tranquilla. L’edizione 2019 del report, intitolata non a caso “Mapping the Future”, cerca di essere molto concreta, fornendo indicazioni – si legge nell’introduzione – che possano essere immediatamente tradotte in azioni specifiche.

GIOCARE D’ANTICIPO

L’analisi è suddivisa per categorie che rispecchiano le realtà in cui le tecnologie – a partire dall’intelligenza artificiale e il machine learning – avranno il massimo impatto e saranno di conseguenza “attenzionate” dal cybercrimine. I capitoli del report passano in rassegna i comportamenti dei consumatori, la cittadinanza digitale, il mondo della sicurezza, i controlli SCADA nell’ambito della produzione manifatturiera, le infrastrutture cloud e smart home e gli scenari previsti, offrendo uno spaccato della sicurezza realistico e inquietante al tempo stesso. Si va dall’aumento degli attacchi basati sull’ingegneria sociale e sul phishing, dove è prevista anche una crescita del grado di sofisticazione. Per esempio Trend Micro ritiene molto probabile il diffondersi di siti con chatbot (assistenti virtuali) farlocchi capaci di carpire informazioni e condurre attacchi sui dispositivi collegati. A livello enterprise, il diffondersi delle implementazioni cloud comporta un maggior rischio di sfruttamento delle vulnerabilità, specie nel caso delle nuove piattaforme di containerizzazione e di orchestrazione, spesso nate in ambiente open source.


#CoverStory @TrendMicroItaly Sicurezza totale e revisione del canale
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Ma torniamo a Federico Maggi. Il team in cui lavora copre due aree specifiche: la ricerca tecnologica e il cybercrime, che comprende anche la cooperazione con le forze dell’ordine per la lotta alle compromissioni a più alto livello. «La ricerca è preventiva – spiega Maggi – e consiste soprattutto nell’osservare i filoni tecnologici emergenti, studiati dal punto di vista delle possibili vulnerabilità». Anche qui il lavoro è organizzato per vertical dedicati: dalla connected car, alla smart home, o alla smart factory, dove oggi avvengono vari tipi di interazione tra mondo fisico e informatica. Tutto questo lavoro consente – secondo Maggi – di giocare d’anticipo rispetto a potenziali aggressori che svolgono lo stesso tipo di studio, ovviamente con intenzioni molto diverse. Ma che tipo di scoperte fanno i ricercatori Trend Micro? «Un caso recente l’ho presentato personalmente a Londra, in occasione della conferenza Black Hat Europe» – racconta Maggi. «Le vulnerabilità riguardano il protocollo MQTT, che IBM aveva sviluppato come middleware di messaggistica per home automation e che oggi è alla base della comunicazione tra gli oggetti e la rete, anche in ambiti industriali. Abbiamo individuato una grande quantità di dispositivi non adeguatamente configurati, che lasciavano accesso a ogni tipo di informazione se interrogati. Lo stesso protocollo è vulnerabile e può esporre al rischio di una presa di controllo non autorizzata degli apparati che lo utilizzano». Le ricerche svolte dagli analisti Trend Micro hanno una duplice ricaduta. Possono servire per sviluppare barriere più efficaci, ma anche per rivedere in chiave di sicurezza “built in”, integrata, la progettazione di futuri dispositivi.

«Purtroppo – avverte Maggi – la difficoltà più impegnativa da affrontare riguarda i dispositivi e i protocolli già utilizzati, specie quando si trovano in situazioni mission critical. In un sistema industriale già in produzione, diventa un’impresa immane riuscire a riparare tutte le falle».

In occasione di un’altra conferenza in Giappone, Maggi ha presentato il caso dei sistemi di comunicazione e controllo in radio frequenza, molto diffusi per automazione in fabbriche, cantieri, logistica. Anche qui le vulnerabilità e i rischi connessi non sono per niente incoraggianti. «Spesso, si tratta di sistemi che favoriscono l’affidabilità e la velocità di controllo. Ovviamente a scapito della sicurezza». Trend Micro Research ha diversi importanti “clienti,” esterni ed interni a Trend Micro. Infatti, insieme ai colleghi di Zero Day Initiative, segue gli aspetti di notifica delle vulnerabilità in stretta collaborazione con i vendor. Le informazioni raccolte, oltre a fornire una buona base di lavoro per sfornare nuove soluzioni tecnologiche, vengono anche trasmesse al marketing che cura invece gli aspetti della disseminazione delle notizie e della descrizione delle varie minacce attraverso i media e le testate specializzate.

Alessandro Fontana head of sales Trend Micro Italia

SE IL SUPPORTO È “PREMIUM”

Salvatore Marcis, technical director Italy, appartiene invece al comparto tecnico che Trend Micro mette direttamente al servizio dei clienti e dei partner di canale. Marcis è un attore importante in quella fase di riorganizzazione e potenziamento delle strutture di affiancamento citata da Gastone Nencini. «Il mio ruolo consiste nel coordinare le parti di pre-vendita e supporto che erogano i servizi di assistenza ai nostri commerciali e ai reseller, nonché lo staff italiano dei servizi di supporto post-vendita diretto, il cosiddetto Premium Support» – spiega il manager. «Nella sua azione commerciale, Trend Micro fa continuamente leva sulle proprie componenti tecniche. Lo staff propriamente commerciale svolge un’azione molto efficace nel contatto con i clienti, che riescono a percepire il valore di una soluzione Trend Micro. Ma una volta stabilito un rapporto di fiducia, la natura specifica e personalizzata della sicurezza, il linguaggio parlato dagli interlocutori, richiedono una capacità di intervento e dialogo molto mirata. Questo è un mercato molto competitivo – continua Marcis – e gli aspetti tecnici, le analisi di mercato aiutano molto. CIO e CISO effettuano le loro scremature, anzi sempre più spesso entrano attivamente in contatto con le aziende di sicurezza, e vogliono capire come i loro prodotti possono risolvere i loro problemi». In questo senso, Marcis nota che il ritardo – che caratterizzava in passato gli investimenti stanziati dalle aziende americane rispetto a quelle europee – si sta riducendo. «L’attenzione alla sicurezza cresce in Europa e in una certa misura anche in Italia. Le aziende assumono personale specializzato. Si certificano anche per la protezione dei dati. E i fornitori di tecnologia devono essere in grado di assecondare questa evoluzione». Per questo – dice Marcis – Trend Micro si impegna a esaltare l’aspetto consulenziale, ragionando sulla sicurezza come processo, non come un prodotto isolato, sulla necessità di integrare le soluzioni in sistemi di sicurezza molto eterogenei. «Se non fossimo in grado di centrare questo obiettivo, non saremmo più quel partner strategico che Trend Micro è diventato per tanti clienti».

L’anagrafica della clientela è importante perché a quota 500 dipendenti, Trend Micro fissa la soglia di intervento dello staff tecnico. Oltre questa soglia le persone guidate da Marcis sono coinvolte direttamente nelle implementazioni presso i clienti, che quasi sempre partono da una prima fase di studio e valutazione, la messa in atto di un proof of concept che può comportare da quattro a sei settimane di test sul campo e una serie di interviste e sessioni di fine tuning. Per i clienti sotto i 500 dipendenti, la missione del direttore tecnico consiste nel seguire i rivenditori e i system integrator sia nell’azione presso i clienti indiretti sia nella fase di formazione e certificazione di un canale che deve rappresentare Trend Micro anche dal punto di vista del livello di preparazione e capacità di intervento. Per questo Marcis e il suo staff sono coinvolti anche nelle iniziative che puntano a creare, tra i partner, una forte consapevolezza sullo stato dell’arte delle soluzioni.

«Un’occasione importante sono i periodici Pro Technical Day organizzati a Milano e Roma, dove la relazione tra i partner e tutto il nostro personale interno di prevendita si rafforza».

Il terzo compito prioritario per una struttura organizzata su base territoriale, con nove persone che presidiano la clientela large account nelle aree Nord Ovest, Nord Est e Centro Sud, consiste nel seguire l’help desk del supporto Premium. «Un servizio – conclude Marcis – molto apprezzato dai clienti, che mostrano un livello di soddisfazione elevato. E che serve molto a Trend Micro per evidenziare i punti su cui intervenire e rafforzare il rapporto commerciale».


#CoverStory @TrendMicroItaly Crescono gli investimenti, ma rischio cyber ancora alto in Italia
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COME RESISTERE AGLI ATTACCHI

L’attenzione all’aspetto tecnologico non manca neppure nel ruolo, commerciale e diplomatico, di Alessandro Fontana, head of sales Italy. Anche questo incarico comporta responsabilità diverse. «Le relazioni con i grandi system integrator e quelle con i partner tecnologici di Trend Micro, sono sempre più importanti – spiega Fontana – anche alla luce delle considerazioni fatte da Eva Chen proprio qui in Italia sulla vitale necessità della cooperazione nel settore, tanto più per un provider così specializzato sulla content security». Tra i system integrator, Fontana guarda anche alle fondamentali relazioni con le telco, grandi mediatori di soluzioni di sicurezza verso la propria clientela business e residenziale. «Trend Micro continua a sviluppare il grosso del volume d’affari con le aziende, tra large account e mondo delle piccole e medie imprese. E in settori come la pubblica amministrazione è fondamentale avere buoni rapporti con gli operatori. Ma è soprattutto sul versante dei partner di canale che in questi anni sono avvenute le trasformazioni più significative. «Un anno fa – continua Fontana – avevamo promesso tanti investimenti in più sul canale costituito da rivenditori, integratori e distributori e siamo riusciti a mantenere l’impegno, soprattutto in termini di condivisione della nostra strategia di approccio consulenziale, progettuale alle necessità del cliente». Anche Fontana parla dei buoni risultati ottenuti con i Pro Technical Day, diventati una fondamentale occasione divulgativa e formativa per tutte le tematiche calde del settore. Ma secondo il manager, diventa sempre più strategica anche la relazione con i distributori come Computer Gross, Esprinet, Arrow ECS, ai quali Trend Micro delega una parte importante delle attività di formazione, certificazione e affiancamento nei progetti di implementazione.

da sinistra: Federico Maggi, Alessandro Fontana, Gastone Nencini e Salvatore Marcis

L’effetto di questa ristrutturazione del canale si sta già facendo sentire nell’uniformità con cui Trend Micro riesce a seguire la clientela diretta e indiretta. «Non facciamo differenze – conclude Fontana – il piccolo cliente seguito dalla nostra rete di partner viene coccolato come la grande organizzazione e questa omogeneità trova riscontro nei risultati di quest’anno. La sicurezza non è una commodity, un vendor cresce e prospera per due ragioni fondamentali: la reputazione acquisita sul piano tecnologico e il solido rapporto di reciproca fiducia con i suoi partner». Trend Micro intende costruire, in Italia e nel mondo, sulle basi tecnologiche e di relazione gettate in questi 30 anni. Certo, gli scenari della sicurezza sono cambiati radicalmente. E in futuro, il ritmo di evoluzione della tecnologia, e dei rischi da affrontare, sarà ancora più rapido. Se il futuro è incerto, non resta che imparare ad anticiparlo.

Foto di Gabriele Sandrini

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Innovazione e digitalizzazione guidano la crescita di Amplifon https://www.datamanager.it/2019/02/innovazione-e-digitalizzazione-guidano-la-crescita-di-amplifon/ Wed, 13 Feb 2019 10:56:44 +0000 http://www.datamanager.it/?p=183771 Aiutare le persone a riscoprire tutte le emozioni dei suoni è l’obiettivo di Amplifon che, con un fatturato di circa 1,3 miliardi di euro, è il leader globale nel settore delle soluzioni e dei servizi per l’udito. Fondata a Milano nel 1950 da Algernon Charles Holland, ex ufficiale delle forze speciali inglesi, l’azienda ha costruito la […]

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Aiutare le persone a riscoprire tutte le emozioni dei suoni è l’obiettivo di Amplifon che, con un fatturato di circa 1,3 miliardi di euro, è il leader globale nel settore delle soluzioni e dei servizi per l’udito.

Fondata a Milano nel 1950 da Algernon Charles Holland, ex ufficiale delle forze speciali inglesi, l’azienda ha costruito la sua leadership grazie alla continua ricerca in campo audiologico, otorinolaringoiatrico e foniatrico. Amplifon è stata in grado di fornire ai propri clienti una formula innovativa, costituita dalla combinazione di distribuzione, applicazione e personalizzazione delle soluzioni acustiche. Oggi, Amplifon può contare sulla professionalità di 16mila collaboratori nel mondo e su una rete di oltre 11mila punti vendita in 29 paesi e 5 continenti. Il gruppo Amplifon in Italia ha una rete di oltre 550 centri e più di 3mila punti di assistenza Amplifon Point.

A partire dal 27 dicembre 2018, l’azienda è entrata nel segmento principale FTSE MIB. Si tratta di un traguardo significativo considerando che l’FTSE MIB è il principale indice di benchmark del mercato azionario italiano e misura le performance più liquide e capitalizzate dei 40 titoli italiani, cogliendo circa l’80% della capitalizzazione del mercato nazionale. Attualmente, l’offerta di soluzioni per l’udito è molto vasta e comprende diverse gamme di apparecchi acustici, dispositivi amplificati (quali telefoni e cellulari, cuffie amplificate, occhiali acustici, orologi e sveglie, sistemi di sicurezza), tappi e otoprotettori standard e su misura pensati per proteggere l’udito, a scopo preventivo, dall’esposizione a forti rumori.

ORIENTAMENTO ALL’INNOVAZIONE

«In qualità di leader nell’industria dell’hearing care retail, Amplifon ha l’obiettivo di continuare a innovare e a rivoluzionare il proprio settore, tramite una focalizzazione completamente rivolta al consumatore e all’evoluzione dei suoi bisogni» – spiega Alessandro Bonacina, chief marketing officer di Amplifon. La strategia di Amplifon si basa su quattro pilastri: «Brand, consumatore, dati e innovazione. Nel nostro settore, il consumatore considera 1,3 brand in media, situazione molto diversa se ci si confronta con aree quali telecomunicazioni, automotive o fast-moving consumer goods, dove il consumatore ne considera mediamente tra 5 e 7. Si tratta di un gioco di “top of mind”, dove Amplifon è vincitore indiscusso grazie al coraggio e all’efficacia degli investimenti in area marketing».

L’IMPORTANZA DEL DIGITALE

Negli investimenti fatti da Amplifon, il digitale gioca un ruolo determinante in rapporto a informazione, servizio e lead generation massiva ed efficiente. «Il consumatore – prosegue Bonacina – è centrale per noi su tutti i touchpoint, call center, online e negozio». In tutti questi contesti il digitale è fondamentale perché consente di personalizzare l’esperienza del consumatore. «I dati – spiega il chief marketing officer di Amplifon – sono il cuore della nostra azienda che è stata protagonista di una profonda trasformazione volta a raccogliere, arricchire e utilizzare i dati di milioni di consumatori in tutto il mondo. La gestione accurata e sicura dei dati è uno degli elementi chiave del successo di Amplifon. Un ulteriore elemento alla base del successo è ancora una volta l’innovazione, in cui il digitale è un asset fondamentale. Sappiamo che i consumatori ormai non si legano più ai brand per il solo prodotto ma per l’ingaggio esperienziale».


Brand, consumatore, dati e innovazione. I 4 pilastri della strategia #Amplifon – @ADICO_mkt_sales
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L’AMPLIFON PRODUCT EXPERIENCE

Nella seconda metà del 2018, l’azienda ha lanciato l’Amplifon Product Experience, un mix che racchiude più elementi. Uno di questi è la Amplifon Product Line, che comprende i miglior hearing devices a marchio Amplifon. L’Amplifon App, direttamente connessa agli hearing device, consente di controllare volume, programmi, di connettersi a musica, TV, telefono, di trovare un negozio e prenotare un appuntamento, fino ad avere un “digital companion” che, analizzando i dati di utilizzo tramite intelligenza artificiale, fornisce consigli pratici per aumentare la soddisfazione dei clienti. L’ecosistema digitale prevede anche un’interfaccia retail che permette agli specialisti Amplifon in negozio di conoscere meglio i clienti e il loro percorso. Questa interfaccia, tramite i dati provenienti da app e hearing device, permette di nutrire la relazione specialista-cliente, fornendo consulenza e configurazione da remoto.

NEL CUORE DELL’E-HEALTH

«I dati e il digitale ci stanno portando nel cuore dell’e-health» – commenta Bonacina. Gli strumenti digitali si inseriscono nella strategia di Amplifon, consentendo all’azienda di creare un dialogo con un numero maggiore di clienti. «Tutto questo si concretizza tramite azioni di digital marketing, properties digitali eccellenti, strategie SEO e investimenti significativi in paid media, resi sempre più efficaci dalla mole di dati che raccogliamo e usiamo tramite la nostra Data Management Platform. Inoltre, sono fondamentali per offrire la migliore esperienza tramite il real time CRM, mediante l’app e l’ecosistema digitale, che accompagnano il consumatore lungo tutto il suo viaggio. I vantaggi sono chiari: ROI marketing e market share sono in crescita e i clienti sono sempre più soddisfatti, garantendo un customer lifetime value in aumento».

UNA VASTA COMMUNITY

In Amplifon, la community marketing conta più di 300 persone dislocate in 5 continenti; questa community riveste un ruolo chiave nella definizione e nell’esecuzione delle strategie dell’azienda. Ed è responsabile di tutte le applicazioni data-driven e delle potenzialità della tecnologia digitale, sempre in collaborazione con IT e vendite. «È stato un elemento chiave accorgersi che il mondo stava cambiando. Anche la nostra industry e i nostri consumatori sono impattati dalla digital transformation e dalle potenzialità dei dati, che cambiano le abitudini di consumo, l’uso delle tecnologie e i punti di contatto» – dice Bonacina. «La tecnologia ci mostra che il software sta pervadendo il mondo. Nelle aziende di successo, i prodotti sono sempre accompagnati da un software che ne completa l’usabilità e che colleziona dati e offre esperienze nuove. Quindi ogni touchpoint deve evolvere verso il digitale e i dati. Il retail è sempre più smart ed è costantemente in ascolto attraverso il digitale».

VERSO IL FUTURO

Molti sono i progetti che Amplifon ha in cantiere per il futuro. «Il futuro è il valore unico che offriamo ai nostri clienti combinando in maniera vincente l’esperienza dei nostri specialisti in negozio con la tecnologia digitale e i dati. Ancora più vicini al consumatore con l’Amplifon Product Line, la nostra App e il nostro ecosistema digitale. Grazie a questo approccio offriremo esperienze esclusive e i clienti potranno toccare con mano il vantaggio di affidarci i lori dati. Saremo in grado di essere sempre più rilevanti, personalizzati e umani» – afferma Bonacina. «I dati che gestiamo in forma aggregata ci danno la possibilità di elaborare continuamente customer insights sulle esigenze dei nostri clienti, di contribuire in maniera esponenziale alla ricerca medico-scientifica e al self-understanding del valore della propria nuova esperienza uditiva. La conoscenza organizzata alla quale si accede attraverso i dati aggregati sarà messa a disposizione dei nostri specialisti in store, creando ancora più vicinanza e intimità con i consumatori, per offrire un’esperienza migliore e fare riscoprire sempre a più persone tutte le emozioni dei suoni».

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Connected car a rischio cyber. Comprereste un’auto hackerabile? https://www.datamanager.it/2019/02/connected-car-a-rischio-cyber-comprereste-unauto-hackerabile/ Wed, 13 Feb 2019 10:52:24 +0000 http://www.datamanager.it/?p=183773 Una decappottabile può far gola, non abbiamo dubbi, ma una vettura tecnologicamente attaccabile può essere appetibile solo per qualche ciurma di pirati digitali alla ricerca di nuove emozioni La vulnerabilità tecnologica delle moderne autovetture – e non lo dico da collezionista di veicoli d’epoca – comincia a farsi sentire anche da chi ha sempre pensato […]

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Una decappottabile può far gola, non abbiamo dubbi, ma una vettura tecnologicamente attaccabile può essere appetibile solo per qualche ciurma di pirati digitali alla ricerca di nuove emozioni

La vulnerabilità tecnologica delle moderne autovetture – e non lo dico da collezionista di veicoli d’epoca – comincia a farsi sentire anche da chi ha sempre pensato che l’elevato livello di informatizzazione non avesse sostanziali controindicazioni. Il fatto che una coppia di ricercatori (non veri e propri pirati informatici) avesse dimostrato quanto fosse facile interferire sul regolare funzionamento di una macchina prodotta da Fiat Chrysler era parso poco più di una boutade. Vedere quella Jeep comandata a distanza da due burloni sul sofà di casa sembrava curioso, forse anche divertente. Se gli spettatori di quel video, rapidamente divenuto virale su Internet, hanno trascorso qualche minuto tra lo sbalordimento e l’incredulità, c’è da dire che l’emozione più duratura è toccata in sorte alla vasta platea di acquirenti di quella tipologia di vettura.

I possessori di quel modello di Jeep hanno inizialmente provato un piccolo brivido di paura, cercando di immaginare le conseguenze di una indebita intrusione nei sistemi informatici che corredano la propria auto. Le rassicurazioni arrivate dall’azienda costruttrice e da qualche esperto che ha commentato l’azione di “brigantaggio” sembravano aver chetato ansie e timori, riducendo la preoccupazione che la connettività delle dotazioni di bordo potesse pregiudicare una normale fruizione del veicolo. I proprietari del bellissimo fuoristrada hanno rapidamente maturato la consapevolezza che le mille funzionalità hi-tech potessero incappare in qualche bricconata, ma anche hanno constatato che – tutto sommato – non c’è un hacker a ogni angolo di strada pronto a fare “dispettucci” (di tutt’altra innocuità).

La performance di “car-hijacking”, ovvero di pirateria automobilistica con tanto di dirottamenti e altre imprevedibili azioni, sembrava aver esaurito il suo effetto dopo qualche articolo di giornale o una manciata di interviste ai soliti esperti che tentavano di sottolineare come quell’episodio fosse la punta dell’iceberg. La linea dello “state tranquilli” ha rapidamente prevalso, con immensa felicità di chi con grande leggerezza si è buttato alle spalle un grattacapo non da poco. Ma qualche cliente di FCA non ha mandato giù la situazione e ha pensato bene di avviare una class action per far valere i diritti tipici dei consumatori. Nella fattispecie, la grande industria avrebbe saputo dei potenziali rischi, ma non avrebbe adottato le necessarie iniziative volte a scongiurare pericoli di sorta. Va infatti detto che le specifiche possibilità di hackeraggio erano note dal 2015 e si sapeva che il tallone d’Achille era nel sistema multimediale di intrattenimento.

Contro il procedimento, avviato su sollecitazione della non trascurabile massa di acquirenti del modello “incriminato”, l’azienda ha fatto appello alla Suprema Corte, ma i tre anni senza adottare provvedimenti e senza trovare rimedi sono pesati sulla bilancia della giustizia come la spada di Brenno. Il ricorso di FCA è stato così respinto e adesso si fanno sempre più forti le ragioni di chi ha sfidato il colosso dell’automotive in sede giudiziaria. I clienti chiedono 50mila dollari per ciascuna vettura “difettosa” e mostrano riconoscenza verso Chris Valasek e Charlie Miller che hanno scovato la micidiale vulnerabilità che permetteva a eventuali malintenzionati di acquisire indebitamente il controllo del sistema di gestione del motore e di tanti accessori. La colpa starebbe tutta nella “fragilità” del software Uconnect che permette la connessione dell’auto a Internet attraverso la rete cellulare e consente di essere online durante gli spostamenti. Nessuno dei 200mila proprietari delle vetture al centro della contesa è mai stato “hackerato” ma la circostanza non è risolutoria. La lagnanza fa perno, tra l’altro, su una suggestione perfettamente comprensibile: volendo cambiare auto, ma chi si comprerebbe una Jeep potenzialmente preda dei pirati informatici? La partita prende forma dall’oggettivo rischio di brutale deprezzamento dell’usato che per la prima volta scopriamo essere un rischio cyber.

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