rivistagiugno2017 – Data Manager Online https://www.datamanager.it Il portale dell'ICT professionale Mon, 08 Oct 2018 12:50:55 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=5.8.13 https://www.datamanager.it/wp-content/uploads/2020/04/dmo-favicon3.png rivistagiugno2017 – Data Manager Online https://www.datamanager.it 32 32 Tutto il nostro mondo nello smartphone. Ed è sempre in pericolo https://www.datamanager.it/2017/06/nostro-mondo-nello-smartphone-ed-sempre-pericolo/ Wed, 21 Jun 2017 13:22:54 +0000 http://www.datamanager.it/?p=127249 Sistema operativo del device, dati e applicazioni, reti. Una strategia di mobile security degna di questo nome dovrebbe coprire tutte queste aree di sicurezza. Qual è l’approccio più proficuo per affrontare il tema della mobility? Ecco il percorso intrapreso dalle aziende italiane È bello svegliarsi, allungare il braccio e sentire di avere tutto il mondo […]

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Sistema operativo del device, dati e applicazioni, reti. Una strategia di mobile security degna di questo nome dovrebbe coprire tutte queste aree di sicurezza. Qual è l’approccio più proficuo per affrontare il tema della mobility? Ecco il percorso intrapreso dalle aziende italiane

È bello svegliarsi, allungare il braccio e sentire di avere tutto il mondo a portata di mano. Per qualcuno, lo smartphone è diventato un’estensione del corpo. Per altri la cosa più preziosa che si possiede. Segno dei tempi. Sveglia, portatile, fotocamera, ormai è il surrogato di mille altri oggetti. Utilizzato a casa come sul lavoro. Dove pian piano ha preso piede per leggere la posta, consultare documenti, scaricare la busta paga, effettuare ordini, e così via. Per la verità, all’inizio le aziende hanno temporeggiato, adottando un approccio orientato soprattutto a gestire il fenomeno con manovre tattiche. Un atteggiamento condiviso non solo dall’IT ma anche dal management, che in un primo tempo ha preferito limitarne l’utilizzo sia per scopi personali sia professionali. La sicurezza dei dispositivi in questa fase non era neppure contemplata, se non come generica preoccupazione di recuperare quelli smarriti o danneggiati. A un certo punto però le aziende hanno invertito la rotta iniziando ad aprirsi verso l’esterno. Una sollecitazione arrivata forse dal basso, diventata operativa nel momento in cui anche il management ha iniziato a spingere per l’introduzione degli smartphone in azienda. Siamo agli albori del fenomeno BYOD, la richiesta cioè di poter utilizzare il telefono personale anche per lavoro, con i primi interrogativi su chi debba avere in dotazione dispositivi mobili aziendali e chi, invece, autorizzare all’utilizzo di strumenti personali per il lavoro. Decisioni legate a doppio filo con il problema del controllo e l’elaborazione di una qualche forma di pianificazione che presto o tardi sfocerà in una strategia più compiuta. Un processo formalizzato da IDC attraverso l’elaborazione di un modello di maturità suddiviso in cinque stadi, tutt’ora in divenire. Ce ne siamo già occupati. In quella occasione, IDC ci disse che «la maggior parte delle aziende italiane, lasciato il secondo stadio, stavano approdando a quello di integrazione della mobility all’interno del business». Un passaggio caratterizzato dall’adozione di architetture e network “mobile oriented”, oltre che di piattaforme standard, per garantirsi interoperabilità, sicurezza ed esperienza d’uso. Transizione – prevedeva l’analisi IDC – in cui le aziende avrebbero sviluppato un’analisi più puntuale delle proprie capacità e necessità, ritagliandosi se necessario lo spazio di manovra per operare eventuali manovre correttive rispetto alla strategia iniziale. Un passaggio cruciale – osservava IDC – perché solo superando questo step le imprese avrebbero iniziato a godere appieno dei vantaggi della mobile transformation.

Oggi, secondo Daniela Rao, senior research & consulting director di IDC Italia pur con significative differenze tra grandi aziende e PMI, la gran parte delle imprese italiane ha raggiunto uno stadio avanzato nel livello di maturità. «Nelle imprese con meno di 50 addetti, il 99% del totale delle imprese italiane, la domanda di strumenti per lavorare in movimento è molto destrutturata. La diffusione di smartphone e tablet ha raggiunto alti livelli di penetrazione, ma in termini di applicazioni business la domanda rimane focalizzata su quelle di messaggistica di comunicazione one-to-one. Nelle microimprese – continua Daniela Rao – non è percepita la necessità di avere specifiche applicazioni business per reingegnerizzare i processi, a meno che queste non siano imposte dalle aziende capo-filiera, capogruppo o cliente. Il focus è sul device, mentre sul fronte della sicurezza le aspettative riguardano essenzialmente l’operatore TLC da cui è stato acquistato». Email, navigazione e social network sono le applicazioni più diffuse nelle PMI da 5 a 50 addetti. Spesso, utilizzate come strumenti per promuovere l’offerta aziendale. In questo contesto è alta la propensione a utilizzare applicazioni standardizzate ed economiche, che permettono di velocizzare e semplificare alcune attività lavorative. Diversa, la situazione nelle realtà medio grandi, con più di 50 addetti, dove la domanda di soluzioni specifiche è più strutturata e in costante crescita. «Qui gli ostacoli che ancora limitano la diffusione delle applicazioni mobili – mette in evidenza Daniela Rao – possono essere ricondotti agli alti costi per la sostituzione di sistemi “legacy” o per lo sviluppo di soluzioni ad hoc, alla complessità del processo di transizione e alle problematiche di sicurezza».

MOBILITY SOLUTION

IL PUNTO SULLA SITUAZIONE

In Italia, le soluzioni più diffuse per l’enterprise mobility sono quelle per il controllo delle spese per la connettività, spesso offerte contestualmente al servizio di telecomunicazioni dagli stessi operatori mobili e utilizzate da un vasto numero di imprese, anche piccole. Meno diffuse, quelle di mobile device management e gli strumenti di mobile security, presenti solo nelle aziende medio grandi. Tuttavia, la domanda di queste soluzioni appare orientata a espandersi e ricalibrarsi. «Entro il 2018, in Italia gli investimenti si concentreranno su mobile identity & access management e sulle piattaforme per la gestione e lo sviluppo delle applicazioni» – conferma Daniela Rao. Una crescita sulla quale pende un’incognita. Alcuni esperti lamentano il fatto che le soluzioni di sicurezza a protezione dei dispositivi mobili faticano a reggere il passo dell’evoluzione della mobility, raggiungendo livelli di obsolescenza più rapidamente di qualsiasi altra tecnologia del settore. Se questo è vero, quali suggerimenti si possono dare all’azienda che vuole definire o aggiornare la propria strategia di protezione? «È importantissimo che le aziende facciano formazione e comunichino con i dipendenti per migliorare la conoscenza dei rischi e dei modi per proteggersi. Inoltre le aziende devono integrare i terminali dei dipendenti nelle pratiche di sicurezza aziendale e combinare la sicurezza degli endpoint e dell’infrastruttura per la sicurezza del cloud» – afferma Vittorio Bitteleri, head of sales Enterprise Security Italia di Symantec. «Allo stesso tempo i dipendenti devono prestare maggiore attenzione alle specifiche di sicurezza e privacy degli applicativi, disabilitando quelle a rischio e provvedendo a modificare le impostazioni di privacy e sicurezza dei terminali IoT al fine di evitare di installare applicazioni da fonti sconosciute. A entrambe le categorie – continua Bitteleri – consigliamo di utilizzare sempre un metodo di cifratura affidabile per la rete Wi-Fi, preferire la connessione via cavo a quella wireless, aggiornare regolarmente il firmware e attivare gli aggiornamenti in automatico. Fondamentale, infine, la collaborazione con l’IT per rivedere le impostazioni di sicurezza dei terminali».

Approccio condiviso da Morten Lehn, general manager Italy di Kaspersky Lab: «Installare soluzioni di sicurezza è essenziale ma non sufficiente a garantire la protezione di un’azienda. Il primo passo in questa direzione è la formazione dei dipendenti, assicurandosi che comprendano le principali minacce a cui vanno incontro e le modalità con le quali agiscono i cyber criminali, per esempio tramite il social engineering». Più spostato sulle competenze dell’IT il consiglio di Luciano Quartarone, docente Clusit e security consultant di Bl4ckSwan, di dotarsi di una solida metodologia di monitoring frutto di un’accurata analisi preventiva: «Qualcuno lo chiama “continuous monitoring”, altri ci vedono intelligence o predictive security. Il punto nodale rimane la necessità di definire una metodologia di monitoraggio, il che è evidentemente legato agli obiettivi di sicurezza dell’azienda, quelli strategici, alla metodologia di analisi e al trattamento dei rischi informativi». G DATA sceglie invece di rimandare al mittente le accuse di precoce vetustà delle tecnologie mobile. «A fronte di una versatilità che cerca pari sul mercato e della sua capacità di contrastare proattivamente le minacce via mobile sui più svariati fronti, riteniamo la nostra soluzione elemento abilitante della mobility». Per tutelare correttamente i device mobili – spiega Giulio Vada, country manager di G DATA Italia – servono soluzioni in grado di «operare in modo del tutto trasparente per l’utente e di gestire centralmente i dispositivi mobili, le relative policy di sicurezza e l’accesso alle risorse aziendali, alla stregua di qualunque altra postazione di lavoro».

Da quali ambiti allora è lecito aspettarsi in futuro i maggiori benefici funzionali ed economici? Quartarone di Clusit auspica una maggiore integrazione delle soluzioni MDM con gli strumenti di asset management per abbattere le barriere logiche applicative e funzionali: «Un asset management evoluto, tanto da configurarsi come sistema esperto – capace quindi non solo di elencare tutti i dispositivi ai quali è permesso l’accesso ai dati aziendali, ma anche di poter governare il funzionamento del dispositivo stesso – e che comprenda quindi, funzionalità di patch & vulnerability management – presidiando ogni flusso informativo fra i device mobile e fra questi e i sistemi aziendali o il mondo esterno all’azienda». Diversa la posizione espressa da Bitteleri di Symantec secondo cui i maggiori benefici verranno dalla presa di coscienza del mutato rapporto con il luogo di lavoro. «Il fenomeno dell’ampliamento dei confini aziendali continuerà a crescere e a creare nuovi pericoli. Per molto tempo, il rischio di violazione dei dati è stato giudicato un male necessario sull’altare della flessibilità aziendale: oggi, non è più vero. La protezione di tipo endpoint e una solida infrastruttura per la sicurezza del cloud creano un sistema integrato di difesa dagli attacchi informatici tale da garantire che l’impresa e il dipendente siano protetti sempre e comunque. La tecnologia per mettere in sicurezza l’intera rete aziendale esiste. La sfida consiste nel superare i preconcetti e adattare il concetto di sicurezza».

STRATEGIA E MOBILITY

BINOMIO IN DIVENIRE

Dire che la mobility sia diventata un fenomeno inarrestabile accettato dalla stragrande maggioranza delle realtà produttive è un luogo comune. Ma questo non significa che sia stato anche compreso. Lo abbiamo visto parlando dell’utilizzo degli strumenti di mobility in aziende molto diverse fra loro, non solo per dimensione ma anche per settore industriale e modello di business. Per fare chiarezza su questa tematica, Quartarone di Clusit suggerisce anzitutto di riflettere sul significato del termine “mobility”, indagando sugli ambiti impattati dal fenomeno. «Uno studio di CISO, nemmeno così recente, ha messo in luce che solo l’11% degli utenti finali accede alle applicazioni aziendali dall’ufficio. Secondo un sondaggio di Ponemon Institute pubblicato lo scorso anno, il 45% degli utenti intervistati non si preoccupava dei dati aziendali memorizzati sul proprio dispositivo mentre il 59% dichiarava di utilizzare lo smartphone principalmente per accedere ad applicazioni e dati aziendali, a fronte di un 77% degli utenti che dichiara di non aver ricevuto una formazione specifica circa l’uso di dispositivi mobili in azienda. Un’indagine condotta da Samsung certifica invece che il 24% degli utenti utilizza smartphone o tablet come strumento di lavoro principale. Utenti destinati a crescere ancora visto che secondo molti analisti di mercato metà dei datori di lavori richiederà ai dipendenti di utilizzare propri dispositivi mobili per scopi lavorativi». Dati questi che secondo Quartarone ci consentono di identificare le aree prioritarie su cui intervenire. «In primo luogo, vanno disciplinati aspetti formali e contrattuali con dipendenti, collaboratori e manager circa l’utilizzo di dispositivi mobili per accedere ai sistemi, soprattutto al di fuori dal perimetro aziendale. Poi occorre investire in programmi di awareness per rendere consapevoli gli utilizzatori delle potenzialità e dei rischi connessi all’uso di tali dispositivi». In questo quadro, è necessario che l’azienda accetti il fatto che l’utente preferisca scegliere il proprio strumento di lavoro, sapendo altresì che delegherà completamente all’azienda la protezione dei dati sensibili rilevanti. «Dati e applicazioni devono essere progettate per lavorare in “multicanale”, mantenendo adeguati livelli di protezione in ogni caso d’uso» – osserva Quartarone. Consentire a dipendenti e collaboratori di utilizzare dispositivi proprietari mobili (BYOD) o aziendali (COPE/COBO, Corporate Owned Personally Enabled/Corporate Owned Business Only) migliora la produttività individuale ma comporta rischi per tutela dei dati, sicurezza e compliance, concorda Stefano Volpi, security practice leader per l’Italia di Cisco.

«Per garantire la sicurezza e l’efficienza operativa nelle reti aziendali distribuite occorre perciò un approccio integrato alla gestione degli accessi alla rete, basato su tre livelli di intervento: identificazione di ogni utente e dispositivo; onboarding, provisioning e protezione semplificate per tutti i dispositivi mobili; gestione delle policy centralizzata e basata sul contesto per controllare l’accesso di chiunque, ovunque e da qualsiasi dispositivo». Un approccio “architetturale” alla sicurezza, il solo – secondo la visione di Cisco – in grado di monitorare continuativamente l’intera infrastruttura senza rallentarne le performance, riducendo al minimo i tempi di detection e risposta agli attacchi. Le linee di sviluppo dei progetti di enterprise mobility che emergono dalle più recenti indagini IDC confermano questa impostazione. «I progetti più significativi riguardano l’estensione della sicurezza – lavorando al risk assessment, alle policy e al controllo non solo dei device ma di tutti gli end-point, inclusi i nuovi oggetti connessi alle reti aziendali – e I’implementazione di soluzioni per la gestione dei nuovi spazi di lavoro» – spiega Daniela Rao di IDC Italia. Che cita una ricerca europea secondo cui il 67% delle aziende europee ha (o prevede di avere nei prossimi 12 mesi) una strategia di gestione dei nuovi ambienti lavorativi. Ambienti che saranno caratterizzati dalla scomparsa delle postazioni individuali e dalla moltiplicazione degli spazi di collaborazione (meeting room, sale attrezzate per videoconferenza, spazi comuni anche per i momenti di break). Nuovi ambienti nei quali i dispositivi e le soluzioni tecnologiche wireless indoor e outdoor diventeranno l’infrastruttura di base delle comunicazioni aziendali. Cambiamenti che andranno a impattare nelle dinamiche con cui la sicurezza entrerà nelle strategie di integrazione della mobility all’interno dei processi aziendali. «Ogni azienda ha esigenze e priorità diverse, che rendono necessaria un’analisi accurata di tutte le reti e i sistemi» – continua Volpi di Cisco. «Oltre a questo però bisogna tenere conto anche delle conformità rispetto a norme in continua evoluzione, dalla conservazione dei dati alla tracciabilità dei pagamenti. Esistono delle best practice, ma solo chi lavora in un’azienda, e conosce tutti i processi e le dinamiche di relazione, può capire come proteggere il patrimonio di dati, dispositivi e sistemi prima, durante e dopo un attacco, coinvolgendo le risorse designate per attuare adeguati piani di risk management, data loss prevention e disaster recovery».

La chiave di volta – suggeriscono i nostri interlocutori – sono precise regole di sicurezza. Poche ma condivise. «Spesso si fa ricorso a politiche di sicurezza che vincolano l’utilizzo dei dispositivi mobili al solo ambito lavorativo, concedendo quale unica deroga la possibilità di utilizzo del device per scopi personali, a patto che non rappresenti un rischio per l’azienda» – afferma Quartarone di Clusit. È il classico caso dell’utilizzo dello smartphone per accedere al portale aziendale per immettere gli ordini, oppure per collegarsi al CRM. «Ma l’accesso ai sistemi, mentre si è a una fiera utilizzando una connessione Wi-Fi pubblica, pur essendo un utilizzo aziendale dello strumento, rappresenta un potenziale rischio che può essere prevenuto (e vietato) dalla pubblicazione di una politica di sicurezza aziendale?» – si chiede Quartarone che rimane scettico circa questa possibilità. Infatti, «non esiste policy di sicurezza che possa “governare pienamente” il funzionamento di un dispositivo mobile, soprattutto se il personale è fuori dal controllo diretto dell’azienda». Per questo, occorre agire su piani diversi per scongiurare il pericolo di adottare policy formalmente corrette «ma avulse dal contesto in cui dovrebbero operare». Un altro aspetto molto dibattuto riguarda l’individuazione delle superfici di sicurezza da presidiare. Ultimamente riscuotono parecchio credito coloro che consigliano di adottare una strategia più focalizzata sul network e l’infrastruttura e meno sulle difese hardware e software. Ma c’è anche chi sottolinea l’importanza della compliance. A parere di molti, l’ostacolo principale nell’estensione dei progetti di enterprise mobility delle imprese più evolute. Stiamo parlando delle norme sul trattamento dei dati sensibili, distribuiti sui dispositivi mobili. Dell’entrata in vigore del GDPR (Regolamento Europeo per la Protezione dei Dati Personali) che riguarderà tutte le organizzazioni operanti nell’UE. Della definizione di policy aziendali sull’utilizzo misto dei dispositivi mobili (uso lavorativo e professionale), secondo l’approccio più evoluto del CYOD (in cui il dipendente può scegliere il device all’interno di una lista proposta dall’azienda). Tutto questo rappresenta un “corpus” intricato di leggi e normative su cui comunque si innesta la necessità da parte di CIO e CISO di presidiare adeguatamente il complesso sistema di hardware, software e network che compone l’infrastruttura. Sforzo che rischia di essere vanificato dalla mancanza di un adeguato approccio metodologico. Infatti, non basta dotarsi di uno strumento per “sentirsi al sicuro”. Il fatto che i sistemi aziendali si aprano verso l’esterno permettendo l’operatività dei collaboratori al di fuori del perimetro aziendale, implica che le misure a protezione del patrimonio informativo aziendale vengano rafforzate perché più soggette a violazioni. «Dal punto di vista operativo – suggerisce Quartarone – la sicurezza dei dispositivi mobili e l’accesso in mobilità ai dati dell’azienda si devono affrontare con la stessa attenzione con cui si approccia la sicurezza della rete LAN.

Aggiungendo un ulteriore strato di controllo che includa tutti i dispositivi mobili e implementi opportune policy di sicurezza, proporzionato al nuovo scenario di rischio che si presenta». Indipendentemente dall’area (hardware, software, trasmissione) sulla quale decide di puntare l’azienda, il suggerimento di Sophos è quello di affidarsi a un partner che sia in grado di presidiare efficacemente ognuna di esse. Negli ultimi anni, la strategia delle aziende «è stata caratterizzata, da una serie di acquisizioni che hanno portato alla messa a punto di un portafoglio di soluzioni complete e integrate per la Synchronized Security in grado di coniugare prodotti per la protezione della rete e degli endpoint a soluzioni per la sicurezza dei server e dei device mobili, in modo da eliminare il più possibile le complessità per gli utenti finali» – afferma Marco D’Elia, country manager di Sophos Italia. Approccio condiviso da Carla Targa, marketing and communication manager di Trend Micro che in tal senso sottolinea l’ampiezza dell’offerta del vendor giapponese: «Le nostre soluzioni garantiscono una sicurezza multilivello per datacenter, ambienti cloud, reti ed endpoint. Tutti i nostri prodotti si integrano per condividere in trasparenza le informazioni sulle minacce e assicurare una difesa completa contro di esse, con visibilità e controllo centralizzati e una protezione più efficace e veloce».

CONCLUSIONI

Le tematiche di enterprise mobility, sempre più presenti nelle imprese italiane, non sono più limitate alla semplice gestione dei dispositivi. Riguardano l’evoluzione dell’intera organizzazione aziendale e implicano un nuovo modo di lavorare. In tal senso le sfide che attendono i CIO sono secondo l’analisi IDC focalizzate soprattutto sull’offerta di più modalità di interazione, flessibilità e produttività nell’intera business community, con un occhio particolarmente attento alla sicurezza. Addetti, partner, fornitori e clienti coinvolti nei processi diventano parte delle strategie di enterprise mobility. «Allo stesso tempo, si rende necessario lavorare in coordinamento con le diverse LoB e il top management aziendale. Collaborare perciò diventa essenziale per ottenere fondi, commitment e risorse necessarie per ampliare i progetti di mobility. Ma se aumentano la condivisione e la circolazione delle informazioni, deve aumentare anche il livello di sicurezza e protezione» – mette in evidenza Daniela Rao di IDC Italia. La lista delle cose da fare è lunga. Bisogna identificare le soluzioni migliori per gestire i device e gli strumenti per sviluppare e distribuire applicazioni, ma anche proteggere i dati aziendali e sperimentare il lancio di nuovi servizi. Occorre valutare impatti, benefici, investimenti e manovre di adattamento di soluzioni dove wearable, sensori e M2M entrano a far parte del parco dei device e, soprattutto, dei processi aziendali. «La sicurezza sarà sempre importante, ma – avverte Daniela Rao – l’attenzione sarà sempre più focalizzata sulle tematiche di organizzazione e ridisegno dei processi, con l’obiettivo di massimizzare i benefici offerti dalle tecnologie mobili per ottenere un concreto vantaggio competitivo». Per riuscire a governare il fenomeno mobility, le aziende dovranno perciò continuare a migliorare la loro capacità di pensare in maniera strategica. Comprendendo oltre alla gestione del device tutto ciò che supporta un nuovo modo di lavorare. Inoltre, poiché i processi dovranno evolvere di pari passo, sarà importante scegliere tenendo conto, oltre che del device e delle app, dell’infrastruttura IT e del network. Anche per le crescenti sollecitazioni provenienti dall’esplosione del numero di oggetti connessi e dal volume di dati da essi scambiati. Non un compito facile, insomma. Ma certamente un passaggio obbligato.

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Digital payment e PSD2 https://www.datamanager.it/2017/06/digital-payment-psd2/ Wed, 21 Jun 2017 13:06:39 +0000 http://www.datamanager.it/?p=127242 L’area dei sistemi di pagamento è in piena trasformazione per offrire, a costi competitivi, servizi in linea con la nuova operatività. Sotto la spinta normativa e di nuovi modelli funzionali e di business, la forza di rottura dei nuovi player non convenzionali spinge a fare un salto non solo tecnologico ma anche culturale La disponibilità […]

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L’area dei sistemi di pagamento è in piena trasformazione per offrire, a costi competitivi, servizi in linea con la nuova operatività. Sotto la spinta normativa e di nuovi modelli funzionali e di business, la forza di rottura dei nuovi player non convenzionali spinge a fare un salto non solo tecnologico ma anche culturale

La disponibilità di servizi di pagamento digitali (digital payment o d-payment), sicuri, facili da usare e poco costosi è uno degli elementi fondamentali per l’affermazione su larga scala delle transazioni elettroniche e della digital economy. Ciò non rappresenta solo un vantaggio in termini di comodità e sicurezza per le famiglie, le imprese e le PA, ma anche un importante volano di crescita e sviluppo per il paese, oltre che un risparmio di costi. Secondo gli analisti, i d-payment raggiungeranno un nuovo picco di crescita, dopo una corsa che negli ultimi due anni ha superato le attese. La spinta ulteriore viene principalmente dal cambiamento culturale dei consumatori che sta generando un salto di qualità e nuove opportunità per l’offerta. Fabio Rizzotto, senior research and consulting director di IDC illustra il recentissimo rapporto IDC European Payment Predictions 2017, in cui si evidenzia come le istituzioni finanziarie in Europa spenderanno più di tre miliardi di dollari entro il 2019 nella trasformazione ed evoluzione dei sistemi di pagamento verso i d-payment. IDC vede grandi opportunità per il settore che scaturiscono direttamente dalla notevole crescita dei dispositivi connessi e dal prossimo avvento dell’IoT. Secondo il rapporto, molti di questi dispositivi collegati avranno necessità di accedere alle reti di pagamento per pagare pedaggi, effettuare ordini o pagare bollette. In effetti, la trasformazione ed evoluzione dei pagamenti è stata una strategia di lungo termine per molte istituzioni finanziarie. Negli ultimi anni, le priorità sono state: integrare i nuovi canali (mobile, voce, etc.) su entrambi i terminali della transazione di pagamento, ridurre la complessità, eliminare le ridondanze, migliorare l’efficienza e, naturalmente, ridurre i costi. «La competizione nel settore è notevolmente aumentata – sottolinea Rizzotto – e vi sono nuovi fattori di cambiamento come le nuove tecnologie digitali, i nuovi modelli di business e nuovi operatori non tradizionali». Tali forze di rottura costringono al cambiamento sia gli istituti finanziari sia i fornitori di tecnologia spingendoli ad adottare le tecnologie della terza piattaforma, come le reti mobili, il cloud, le reti peer-to-peer, per ridurre i costi, fornendo la sicurezza e la scalabilità necessaria.

La trasformazione dei sistemi di pagamento da parte dei fornitori di tecnologia finanziaria e di istituti finanziari significherà anche nuove opportunità, l’apertura di piattaforme e uno sforzo concertato per rendere i pagamenti più semplici per sviluppatori e consumatori e “open” attraverso le API (application programming interface) aperte. «Le banche e le società di servizi finanziari – conclude Rizzotto – devono necessariamente restare focalizzate sul proprio core business ora che emergono nuovi rischi e devono innovare per difendersi dalle nuove tipologie di operatori. Allo stesso tempo, devono rispettare assolutamente la compliance normativa, la protezione dei consumatori e le leggi sulla concorrenza». Le banche che costruiranno efficaci relazioni mobili con i clienti avranno le migliori possibilità di consolidare la fedeltà del cliente a lungo termine e avranno anche il vantaggio di costruire un quadro informativo più ricco dei propri clienti attraverso interazioni più frequenti. Non solo. Avendo goduto da tempo della relazione speciale o, si potrebbe dire, “privilegiata” con i clienti attraverso i vari canali, le banche devono ora imparare a sopravvivere in un mondo completamente diverso.


#Blockchain #cognitivecomputing #softwarerobot cambieranno mondo dei pagamenti
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«Nel corso dell’ultimo anno, lo scenario dei pagamenti digitali si è arricchito di nuovi attori, nuovi servizi e nuovi strumenti di pagamento» – spiega Enrico Belgini, product manager monetica e sistemi di pagamento di Cedacri. «OTT, fintech e telco sono entrate nella filiera dei pagamenti. Wallet, P2P, P2B, NFC, C-Less, in maniera più o meno matura, fanno ormai parte dell’offerta di d-payment». Cedacri ha messo a disposizione dei propri clienti soluzioni consolidate in tali aree. Ha sperimentato la tecnologia blockchain all’interno dei propri sistemi nell’ambito del P2P e, nella propria pipeline 2017/2018, ha inserito l’avvio degli instant payment e della API economy. «Stare al passo con le evoluzioni tecnologiche di settore, monitorando la tecnologia e sperimentando le soluzioni – continua Belgini – ha permesso da un lato di mettere a disposizione servizi più maturi e dall’altro di governare le evoluzioni tecnologiche che sempre più si affermeranno nel comparto dei d-payment». Nuovi player di mercato come i TPP (third party providers), SCA (strong customer authentication), fornitori di sicurezza e tutela della clientela, stanno entrando in campo con decisione. «Cedacri – prosegue Belgini – al fine di supportare le proprie banche clienti, da un lato, ha in corso gli sviluppi per l’adeguamento dei propri sistemi e, dall’altro, ha avviato un percorso consulenziale al fine di poter traguardare insieme alle banche l’entrata in vigore delle nuove normative». I nuovi attori aprono la strada per le banche a opportunità strategiche che rivoluzioneranno il mercato dei d-payment. Cedacri prevede l’assunzione del ruolo attivo di “aggregatore di PSP” (payment service provider) in grado di facilitare l’assunzione del ruolo di TPP da parte delle banche in modo da garantire sicurezza e tutela della clientela abbinate allo sviluppo strategico di nuove opportunità di business. «La costituzione di veri e propri laboratori di sperimentazione di nuove tecnologie e strumenti di pagamento – conclude Belgini – è alla base di ogni evoluzione del settore». Questo approccio, abbinato allo sviluppo di collaborazioni con Fintech che si stanno sviluppando sul mercato dei pagamenti, consentirà a Cedacri anche nei prossimi anni di governare il cambiamento della API economy.

PSD2 E NUOVE NORME

L’Europa sta facendo enormi sforzi per normare l’area d-payment e la loro sicurezza ma, come è noto, questo è un comparto globale per definizione. La recente direttiva PSD2 (Payments Service Directive 2015/2366/UE), entrata in vigore il 13 gennaio 2016, rappresenta il nuovo quadro normativo entro cui muoversi al fine di aumentare la possibilità di scelta di uno strumento di pagamento in capo al consumatore, di incrementare la sicurezza e di ridurre i costi. L’innovazione e la trasformazione digitale costituiscono, in effetti, il nucleo di una serie di nuove normative, oltre alla PSD2, come la direttiva “open banking” e anche il GDPR (general data protection regulation). Queste costringono le istituzioni dei servizi finanziari a ripensare l’intero processo innovativo e a collaborare con nuovi attori sul mercato. La fidelizzazione e la fiducia del cliente diventano sempre più importanti e rendono, di fatto, cruciale la protezione della relazione con il cliente. La PSD2, in particolare, stabilisce che le banche restituiscano la proprietà dei dati ai clienti e forniscano loro la libera scelta del fornitore di servizi di pagamento, aprendo il mercato a nuovi concorrenti anche non finanziari. Con la PSD2, l’accesso di terze parti agli account, l’utilizzo di API aperte per collegare direttamente i rivenditori e le banche e la capacità di consolidare le informazioni sull’account tramite un portale, rivoluzionerà senza dubbio i servizi di pagamento in Europa. La sfida sarà comunque su come i consumatori risponderanno ai nuovi fornitori non finanziari e su come questi nuovi arrivati saranno in grado di soddisfare le aspettative sia dei consumatori che degli organismi europei di regolamentazione. «La PSD2 favorirà la creazione di un mercato europeo unico e integrato dei servizi di pagamento che, grazie alla digitalizzazione dei servizi, vedrà l’ingresso di nuovi operatori al fianco di quelli tradizionali» – ribadisce Simone Capecchi, executive director di CRIF. «L’uniformità delle regole contribuirà all’abbattimento delle barriere esistenti, rafforzerà la sicurezza del sistema e garantirà una maggiore trasparenza e più elevati livelli concorrenziali a vantaggio dei consumatori». Nonostante l’incremento del rischio di disintermediazione tra le aziende di credito e la propria clientela, la PSD2 non può essere vista unicamente come un minaccia. «Questa, infatti – conclude Capecchi – rappresenta un’occasione unica anche per i player tradizionali di innovare i propri processi e i canali di gestione della propria clientela e prospect». È proprio la conoscenza dei clienti con l’identificazione dei loro bisogni la chiave del successo all’alba dell’avvento della PSD2: conoscenza che passa attraverso l’analisi del patrimonio informativo già a disposizione dei lender, da rileggere però con metriche differenti rispetto al passato e più coerenti con i nuovi standard tecnologici, informativi e di “advanced analytics”.

OFFERTA INTERNAZIONALE

L’offerta internazionale di d-payment è caratterizzata da prodotti emergenti che potrebbero imporsi a tutti i livelli e, quindi, anche sul mercato europeo, come standard de facto. Tali sistemi, infatti, pur essendo meno regolamentati e controllati di quelli europei, sono nati per essere globali. Esempi di successo come Google Wallet, PayPal, Apple Pay, Samsung Pay, Amazon Pay, Alipay, Bitcoin e le altre e-money, destano qualche preoccupazione nel mercato europeo. Nello stesso tempo, i d-payment che utilizzano soluzioni NFC (near field communication) come Apple Pay, Samsung Pay e Android Pay dovranno sviluppare partnership tra retailer, banche e organizzazioni finanziarie e proprio per questo i consumatori non colgono ancora il vero valore di questo tipo di pagamenti. Secondo Gartner i servizi di mobile payment e i mobile wallet, in particolare, richiederanno un piano di implementazione specifico per ciascun paese con infrastrutture ad hoc che tengano conto delle regole e consuetudini dei segmenti specifici e con accordi con banche e retailer. Alcuni pagamenti mobile, inoltre, si stanno spostando verso il cloud computing. Visa e Mastercard, per esempio, hanno adottato l’HCE (host card emulation), una tecnologia ad architettura aperta basata sul cloud che consente di effettuare operazioni NFC, tra cui i pagamenti. Con questo sistema è possibile gestire transazioni sicure affrancandosi dal supporto hardware del “secure element” (SE) ospitato nel cellulare e fornito dagli operatori telefonici. La smaterializzazione del SE indebolisce la dipendenza dei pagamenti NFC da una SIM fisica, e quindi il controllo delle compagnie telefoniche, a favore di un modello più aperto che semplifica l’offerta dei servizi da parte di banche, issuer e sviluppatori. L’altra sfida riguarda l’instant payment, che rappresenterà una ghiotta opportunità di generare valore solo se sarà garantito in termini di efficacia, rapidità e, naturalmente, data protection.


#Pagamentidigitali Un’occasione unica per innovare i processi e i canali
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L’SCT (SEPA credit transfer) Instant, schema diffuso nella sua prima versione dall’EPC (European Payment Council), da una parte, e il GPI (global payment innovation) di SWIFT, dall’altra, sono le novità più recenti, e compatibili con una direttrice comune d’implementazione dei d-payment – come ci spiega Stefano Trinci, payments & trade finance manager di Enterprise. Tali novità investono le normative e i processi interni, più di quanto non abbiano fatto la SEPA e la PSD. I processi andranno quindi rivisti per diversi attori: clientela (SWIFT GPI, instant payment), back-office, AML (anti-money laundering), tesorerie (SCT Instant), e sarà, quindi, determinante per l’istituzione finanziaria l’approccio alla compliance. «La governance detta linee guida sul piano teorico e lascia al mercato l’individuazione di uno standard specifico» – prosegue Trinci. «Il rischio è la frammentarietà, soprattutto all’inizio, quando ancora non prevarrà uno standard sugli altri». Si pensi, per esempio, a un PISP (payment initiation service provider) che debba integrare tante API diverse quanti sono gli istituti da interfacciare. In tal caso le parole chiave saranno: open API e interoperabilità, collaborazione e condivisione e solo un humus cooperativo porterà i nuovi strumenti ad affermarsi. «In sintesi – conclude Trinci – le banche dovranno aprire alcuni servizi a dirette concorrenti e TPPs. Ciò significa condividere preziose informazioni, che non saranno “regalate” solo se si avrà la capacità di costruire, sul mutuo scambio, un business alternativo: nuove modalità di on-boarding clienti, servizi a valore aggiunto, potenziamento del KYC (know your customer) e possibilità di cross-selling». La parola d’ordine è, quindi, “instant”, dove più che mai è importante essere tra i “frontrunner” e affidarsi a fornitori-precursori.

«Al mercato dei d-payment viene richiesto oggi di effettuare un salto quantico per soddisfare un’esigenza specifica che deriva dal mondo retail: la migrazione alla modalità omnichannel» – dichiara, senza mezzi termini, Imanuel Baharier, CEO di Sparkling18. «Il fenomeno coinvolge tutta la distribuzione, dal negozio più piccolo alla grande catena che deve poter interagire con i propri clienti spostandosi con la massima flessibilità da un canale all’altro; dal fisico al mobile, dal web al call center». Il mondo dei d-payment, in effetti, è carente nella capacità di ricoprire con la massima efficienza l’ultimo miglio della filiera che è ciò che consente la migrazione da un sistema chiuso verso un sistema omni-channel. E questo è ciò che ha scelto di fare Sparkling18 per mettersi al servizio di tutto il mercato. «La formula magica – conclude Baharier – sta nelle parole “card on file” e “SDK” (software development kit). Con la prima consentiamo la virtualizzazione di carte di credito e loyalty e il loro richiamo istantaneo su tutti i canali: sul telefonino di fronte a un POS contactless, al tavolo di un ristorante, al pc acquistando online, pagando su call center. Con SDK ogni app, sito, o POS può essere velocemente abilitato alla virtualizzazione e all’acceptance delle carte su tutti i canali». Naturalmente, in tal caso la sicurezza è garantita dalla certificazione PCI DSS 3.2 level 1 (payment card industry data security standard) che manleva clienti ed esercenti da ogni responsabilità. Anche per questo Mastercard ha deciso di annoverare Sparkling18 tra i suoi “platinum digital vendor”.

CLIENTE AL CENTRO

Dopo i grossi sforzi e gli investimenti fatti dai circuiti di carte di credito e dalle banche per aumentare la sicurezza delle carte e dei sistemi (chip&PIN), l’attenzione alla sicurezza dei d-payment diventa condizione imprescindibile al fine di consolidare la confidenza dei merchant e degli utilizzatori di carte verso le nuove tecnologie di pagamento. La sfida per l’offerta di soluzioni competitive in Europa si gioca sia sulla compatibilità con le norme e gli standard che sulla sicurezza e l’affidabilità ma anche sulla facilità d’uso. «In un mercato in evoluzione, come quello dei d-payment, sono soprattutto i nuovi trend nelle abitudini del consumatore a indirizzare le innovazioni» – afferma Marco Rizzoli, country manager di Ingenico Italia. Oggi, la tecnologia digitale, in effetti, permette l’accesso a una quantità illimitata di informazioni, consentendo di prendere decisioni più consapevoli e scegliere in autonomia dove, cosa e come acquistare e, quindi, anche pagare.

Per questo è importante per gli operatori riuscire a innovarsi per ottimizzare i nuovi comportamenti di acquisto presso il punto vendita. In questo scenario, Ingenico sta investendo in nuove soluzioni indirizzate a più modalità di acquisto (e-payments e omni-channel) e nell’integrazione dei sistemi di pagamento innovativi che si stanno affacciando al mercato (xPay, wallet, P2P, instant payments). «Si tratta di nuove soluzioni – prosegue Rizzoli – in grado di ottimizzare, da un lato, la user experience, rendendola sempre più affine a quella degli smartphone, dove l’interfaccia e le applicazioni possano essere sviluppate nello stesso linguaggio (HTML5) e con la medesima grafica. Dall’altro, l’integrazione e la programmabilità stessa che, pur salvaguardando gli aspetti di sicurezza fondamentali per i pagamenti, consente il caricamento e l’esecuzione di molteplici applicazioni di servizio, gestite dalla banca (dal proprietario della rete di terminali), ma anche scelte direttamente dallo stesso merchant, in base alle proprie preferenze e al business che vuole offrire nel proprio punto vendita». Lo stesso terminale POS sta evolvendo sempre più in un point of interaction, in grado di eseguire più operazioni (on-line e off-line) offrendo anche servizi a valore aggiunto, dando al merchant un’ampia flessibilità e diventando una risorsa importante per lo sviluppo delle vendite, oltre che di contatto e di interazione con il consumatore.

«L’obiettivo – ribatte Rizzoli – è di poter considerare il POS come unico punto di accettazione e di interazione con il cliente e con i nuovi sistemi di pagamento in ogni ambito (in-store, mobile e web)». L’integrazione di queste nuove soluzioni, in linea con lo scenario del prossimo futuro, permetterà di migliorare i processi, sfruttando gli strumenti digitali a disposizione con l’integrazione di piattaforme mobile, marketplace e app, tutte gestite direttamente dal POS. «Il confronto competitivo nel mercato dei pagamenti – conclude Rizzoli – si focalizzerà sempre più sulla capacità degli operatori di costruire nuovi modelli di engagement e di relazione con i clienti, con l’obiettivo di comprendere al meglio i loro bisogni e indirizzare una gamma di prodotti/servizi sempre più in linea con le loro esigenze». La risposta delle banche e degli operatori dei pagamenti come Ingenico al contesto PSD2 dipenderà, quindi, dall’impegno e dalle capacità di investire in nuove soluzioni tecnologiche e di business. La PSD2 può essere considerata, allora, un’opportunità per portare i pagamenti elettronici a una più vasta platea di utenti, creando anche nuovi stream di ricavi. La conoscenza dei clienti e l’identificazione dei loro bisogni saranno la base della definizione della strategia di posizionamento vincente: una conoscenza strutturata dei target, infatti, permetterà di definire al meglio la proposizione commerciale di servizi innovativi e digitali che permetteranno di sfruttare le opportunità di business del nuovo contesto.


La #PSD2 favorirà la creazione di un nuovo mercato europeo dei servizi di pagamento
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Per quanto riguarda l’area d-payment B2B, Andrea Guillermaz, direttore commerciale di Piteco sostiene che «stiamo assistendo a una crescente richiesta da parte delle corporate di maggior digitalizzazione nell’area pagamenti». La spinta verso una maggior efficienza gestionale nell’area AFC (amministrazione, finanza aziendale e controllo) e i risultati dell’innovazione tecnologica conducono a reali innovazioni di processo. «Un’ulteriore componente – continua Guillermaz – nasce in ambito legale e compliance e riguarda le società di revisione che esaminano i processi aziendali legati al processo di autorizzazione per poterli certificare». Il singolo workflow autorizzativo diventa, infatti, l’elemento a cui gli standard di sicurezza guardano con precisione, così come la tracciabilità delle singole autorizzazioni diventa cruciale nel processo di approvazione di ogni pagamento, insieme alle modalità di accesso alle piattaforme informatiche coinvolte. Ciò determina la diffusione del concetto di strong authentication, imprescindibile presupposto per autenticare con sicurezza gli accessi dei procuratori, ossia gli utenti abilitati alle piattaforme preposte alla gestione dei workflow autorizzativi. «Le stesse tecnologie informatiche votate all’assoluta sicurezza aziendale – conclude Guillermaz – hanno beneficiato dell’elevata standardizzazione nella comunicazione azienda-banca introdotta da SEPA e PSD2 e resa funzionante grazie all’adozione di standard quali ISO20022 e i tracciati XML. Questa è la cornice che consente oggi di guardare alla creazione di strutture di payment factory nelle corporate come a un obiettivo tanto ambizioso quanto realmente raggiungibile, grazie alle funzionalità dei treasury management system a supporto delle divisioni di tesoreria».

CONCLUSIONI

L’area dei sistemi di pagamento innovativi è uno dei territori d’elezione dell’attività bancaria e la presenza strategica in quest’area è, e sarà sempre, irrinunciabile per l’istituzione finanziaria. Di certo il settore della finanza e quello dell’ICT stanno operando in stretta collaborazione in questo importante mercato. Serve, quindi, una seria politica industriale per il settore e una strategia aziendale chiara. Sono, inoltre, fondamentali gli standard condivisi che garantiscano una maggiore interoperabilità e concorrenza. Occorre, infine, una massiccia campagna di comunicazione, informazione e formazione, accompagnata dalla riduzione dei costi e delle commissioni e dalla individuazione di opportuni incentivi resi ben evidenti ai consumatori. Solo così si può fare la “guerra al contante” e far diventare i d-payment una vera opportunità.

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Dalla sicurezza delle informazioni alla digitalizzazione dei processi https://www.datamanager.it/2017/06/dalla-sicurezza-delle-informazioni-alla-digitalizzazione-dei-processi/ Wed, 21 Jun 2017 09:56:10 +0000 http://www.datamanager.it/?p=127214 La vera dematerializzazione in realtà non può ridursi ai processi di digitalizzazione dei documenti, bensì consiste nel complesso intervento di semplificazione dei processi decisionali Una bella giornata di inizio maggio accoglie Omat Forum sul suolo fiorentino, per la tappa dedicata al tema “Privacy, sicurezza e dematerializzazione”. Apre e modera i lavori l’esperto di privacy e […]

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La vera dematerializzazione in realtà non può ridursi ai processi di digitalizzazione dei documenti, bensì consiste nel complesso intervento di semplificazione dei processi decisionali

Una bella giornata di inizio maggio accoglie Omat Forum sul suolo fiorentino, per la tappa dedicata al tema “Privacy, sicurezza e dematerializzazione”. Apre e modera i lavori l’esperto di privacy e divulgatore Stefano Gorla: suo è il compito di condurre il pubblico attraverso norme, scadenze e punti di riflessione sui processi di digitalizzazione e innovazione. Interviene Michele Iaselli, professore di Informatica Giuridica e funzionario del Ministero della Difesa: «Lo sviluppo di strumenti quali la firma elettronica e il protocollo informatico, unito all’espansione dell’uso della posta elettronica, rende possibile la realizzazione di una gestione completamente automatizzata dei flussi documentali e la conseguente attuazione di profonde innovazioni nelle modalità di lavoro delle unità organizzative». È indispensabile, ai fini di una valida ed efficace informatizzazione delle attività, adeguare le procedure amministrative alle esigenze dell’informatizzazione: la vera dematerializzazione in realtà non può ridursi ai processi di digitalizzazione dei documenti, bensì consiste nel complesso intervento di semplificazione dei processi decisionali.

Nicola Savino, esperto di dematerializzazione, affronta con entusiasmo e pragmatismo la questione: «La complessità di norme e di tecnologie è volta a garantire che le informazioni siano integre e autentiche nel tempo e che quello che gestiamo e conserviamo oggi sia recuperabile domani. Digitalizzare i processi, e non i documenti, è la via maestra!». In realtà è lo stesso concetto di record a essere cambiato. Prima, col termine si faceva riferimento ai soli documenti e file, mentre oggi creiamo e conserviamo i record in tantissimi modi. Ma che si tratti di dati, documenti o altre forme di informazioni, il lavoro resta quello di contestualizzarli nella maniera più indicata e gestirli efficacemente nel tempo. La conservazione digitale è un processo: un esempio pratico di come automatizzare i processi viene illustrato in maniera precisa e puntuale da Riccardo Camiciottoli, technical manager di Aeffegroup, che ci aiuta a fare un passo dalla teoria alla pratica, con una soluzione di gestione documentale per la condivisione e distribuzione dei contenuti in maniera sicura e conforme alla nuova normativa sulla privacy. «Occorrerà un’attenta attività di gestione e conservazione della documentazione – sottolinea l’esperto Alberto Befani – per far fronte alle incombenze richieste dal Regolamento UE 679/2016». Rispondere alle richieste degli interessati in relazione al trattamento dei dati personali e alle misure di sicurezza adottate, dimostrare l’ottemperanza al regolamento, informare in tempo reale l’Autorità di controllo e/o gli interessati: le esigenze delle organizzazioni impongono un’analisi dei processi interni e l’utilizzo di un sistema documentale efficiente.


#ITER La vera #dematerializzazione come #semplificazione dei processi @omatforum
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Riccardo Abeti, avvocato esperto di Diritto ICT, ci conduce con passione alla scoperta di nuovi termini introdotti dal Nuovo Regolamento Europeo Privacy UE: Privacy by Design, Accountability, Risk Assessment e Data Breach. «Le aziende dovranno adeguarsi alle nuove disposizioni, non solo per evitare pesanti sanzioni, ma anche per essere più competitive in un mercato unico digitale». Chiude il workshop Luca Livrieri, manager sales engineering di Forcepoint, che affronta il tema della sicurezza da un punto di vista particolarmente interessante: la centralità del comportamento umano. È necessario abbandonare la vecchia strategia, secondo la quale «continuiamo a parlare di prodotti applicando strategie che rispondono a vecchie esigenze e che non affrontano la realtà». La soluzione è un’analisi che parta da un inventory dei dati personali (siano essi in azienda, su dispositivi o sul cloud) per mappare i processi e gestire i flussi di informazione rispondendo alle minacce in maniera conforme alla normativa. Insomma, una mattinata davvero intensa e piena di soddisfazione per tutti coloro che vi hanno preso parte. Grazie e alla prossima iniziativa!

Annalisa Ghiglia managing director, ITER


Per conoscere le prossime tappe di Omat Forum, il workshop dedicato alle nuove frontiere della  gestione delle informazioni digitali: www.omatforum.it

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Smart working e mobility. Il nuovo modo di concepire l’organizzazione https://www.datamanager.it/2017/06/smart-working-mobility-modo-concepire-lorganizzazione/ Tue, 20 Jun 2017 14:06:51 +0000 http://www.datamanager.it/?p=127164 La trasformazione digitale investe anche e soprattutto le risorse umane, imponendo nuove modalità organizzative e l’utilizzo di soluzioni in grado di gestire i cambiamenti valorizzando il potenziale delle persone in azienda Il tema è caldo: digital workplace, smart working e mobility sono fenomeni che stanno modificando da tempo il panorama organizzativo delle aziende. È un […]

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La trasformazione digitale investe anche e soprattutto le risorse umane, imponendo nuove modalità organizzative e l’utilizzo di soluzioni in grado di gestire i cambiamenti valorizzando il potenziale delle persone in azienda

Il tema è caldo: digital workplace, smart working e mobility sono fenomeni che stanno modificando da tempo il panorama organizzativo delle aziende. È un altro degli impatti della digital transformation, i cui importanti risvolti riguardano anche chi si occupa della gestione delle risorse umane, chiamando la funzione HR a coniugare un necessario cambiamento organizzativo con una gestione sempre più sofisticata del capitale umano presente in azienda, anche in ragione della crescente complessità dello scenario economico generale. Come spiega a Data Manager Daniela Rao, senior research & consulting director di IDC Italia, si tratta in sostanza di un’evoluzione generata non solo da device, piattaforme tecnologiche e reti wireless disponibili sul mercato, ma soprattutto dall’emergere di nuove sfide competitive, che hanno reso lo scambio di informazioni online in tempo reale fondamentale per generare nuovo valore. In questo senso, «la mobilizzazione» del posto di lavoro, «diventata inevitabile per le imprese che devono fare i conti con un contesto economico più veloce e complesso, ha ridisegnato il modo di comunicare e lavorare di un numero sempre più importante di lavoratori» – prosegue Daniela Rao, sottolineando che «sono sempre di più le imprese italiane che riconoscono ampiamente i vantaggi dello smart working e implementano soluzioni tecnologiche per facilitare il lavoro in mobilità o fuori sede, cioè a casa oppure da altri luoghi, con l’obiettivo di diventare più flessibili, ridurre i costi operativi e velocizzare i processi».

LE DIMENSIONI DI UN FENOMENO

Qualche dato può aiutare a comprendere le dimensioni dei fenomeni in atto: «I mobile worker, ovvero gli addetti che utilizzano device mobili per scopi lavorativi, che in Italia nel 2016 erano circa 11 milioni, prevediamo diventeranno circa 13 milioni nel 2020, arrivando a rappresentare oltre il 54 per cento della forza lavoro nazionale» – fa notare Daniela Rao. Se invece si guarda alle diverse categorie di mobile worker, «le crescite più interessanti si avranno fra gli home-based worker, categoria che raggruppa sia chi sviluppa la propria attività da un ufficio domestico, come i professionisti e le Partite Iva, sia gli addetti aziendali che lavorano per almeno tre giorni al mese da casa, cioè le figure che vengono coinvolte nelle iniziative di smart working» – prosegue l’analista di IDC, evidenziando che si tratta di «un fenomeno di grandi dimensioni, destinato ad avere implicazioni organizzative rilevanti, dove dovranno cambiare le modalità di controllo degli addetti, le iniziative di riconoscimento della produttività individuale, gli spazi fisici aziendali e anche la nostra percezione dei confini tra sfera privata e sfera aziendale».


#Smart working #mobility Le grandi imprese, un passo avanti alle PMI
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NASCONO LE SOLUZIONI DI UNIFIED WORKSPACE MANAGEMENT

Un cambiamento di questa portata impone anche lo sviluppo di adeguati strumenti per fronteggiarlo. Secondo Daniela Rao, la previsione è che «nei prossimi tre anni, le soluzioni di Enterprise Mobility affronteranno una nuova fase evolutiva in cui le piattaforme di comunicazione integreranno funzioni di mobilità, collaborazione, social e processi, diventando soluzioni di Unified Workspace Management (UWM), in cui viene meno la necessità di avere la classica postazione fisica di lavoro, sostituita dal concetto di “workspace”, cioè dalla disponibilità di uno spazio di lavoro online o di una piattaforma che permetta a ciascun lavoratore di accedere in maniera univoca alle proprie informazioni di lavoro, come posta, messaggi, dati, contenuti o altro, indipendentemente dal luogo o dal device utilizzati per l’accesso».

UNO SCENARIO NUOVO

Lo scenario che si apre è interessante. «In ambienti popolati da dispositivi e applicazioni sempre più numerosi ed eterogenei, le soluzioni di UWM, che mettono in relazione il lavoratore con il suo spazio di lavoro e i suoi device aziendali centralizzando la gestione dei dispositivi, delle applicazioni e degli accessi, sono destinate ad ampliare le funzioni delle attuali soluzioni di Enterprise Mobile Management e di Mobile Device Management, includendo anche strumenti per la gestione di altri endpoint, come per esempio i pc o gli oggetti connessi, per la distribuzione delle applicazioni e delle policy di sicurezza» – mette in evidenza Daniela Rao. Ma non solo. Proseguendo ulteriormente nell’esame degli sviluppi futuri, l’analista di IDC fa notare come in un contesto in cui la rivoluzione digitale continuerà a cambiare il panorama IT, a partire dall’edge delle reti aziendali e dai mobile worker che avranno a disposizione nuovi dispositivi, applicazioni, oggetti connessi e wearable, la centralizzazione della gestione dello spazio di lavoro virtuale sembra poter diventare l’unica chiave per mantenere il controllo sugli asset e sugli addetti aziendali, spostando il focus su “chi sei/cosa fai” rispetto al “quando entri/quando esci/dove sei”. Gli sviluppi passeranno anche dall’integrazione di strumenti di Analytics e Artificial Intelligence nelle soluzioni che governano reti e asset aziendali, sia fisici sia virtuali, che «permetterà di avere informazioni sul funzionamento dei processi aziendali, consentendo azioni migliorative: in quest’ambito si vedranno strumenti di intelligence preventiva per rendere più efficienti i processi, mettere in sicurezza dati e dispositivi, distribuire le applicazioni, e per registrare dati sull’attività dei mobile worker, mantenendo il rispetto della privacy dei lavoratori» – conclude Daniela Rao.

LE PERSONE COME “CHANGE AGENT”

A inquadrare il fenomeno da parte delle imprese ci pensa anche Clemente Perrone, direttore risorse umane e organizzazione di Sirti, che racconta a Data Manager il punto di osservazione privilegiato di un’azienda con quasi cento anni di storia, e che oggi, operando nell’ambito delle reti a banda ultralarga, «si trova a essere tra i protagonisti di una trasformazione rilevante per il Paese, che impone di essere in grado di cambiare pelle e soprattutto di abilitare il cambiamento». È anche per questo che Sirti ha «adottato un approccio integrato, con una cultura orientata all’innovazione su tre filoni principali: quello organizzativo, quello dei processi e delle competenze, e infine quello dei comportamenti» – spiega Perrone, facendo notare che in questo scenario «è fondamentale che il singolo si senta parte integrante del sistema, con l’azienda che opera in modo da ascoltarlo e guidarlo». Non solo. «Nel re-engineering dei processi critici, diventano chiave le persone interne che sono i “change agent”, ovvero gli attori del cambiamento» – sottolinea Perrone, precisando ulteriormente che il passaggio «da una cultura basata sull’efficienza a una poggiata sull’innovazione, richiede un modello che sia il più inclusivo possibile». Siamo sempre sotto il cappello della digital transformation, che nel caso di Sirti parte da un nuovo modello organizzativo per poi investire sui sistemi informativi, allo scopo di ottenere «un’azienda più snella, resiliente e innovativa, ma sempre con le persone al centro» – conclude Clemente Perrone.


#Smart working #mobility Facilitare il lavoro in #mobilità per essere più flessibili
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PENSARE ALLE PICCOLE E MEDIE IMPRESE

Negli ultimi anni, i responsabili delle risorse umane delle grandi imprese sono stati veri promotori della digital transformation al loro interno, perché hanno compreso che una moderna gestione del personale passa inevitabilmente dall’innovazione tecnologica. «Le PMI italiane – mette in evidenza Domenico Uggeri, vicepresidente di Zucchetti – hanno ancora un gap da colmare, soprattutto dal punto di vista organizzativo, ma hanno compreso che avere soluzioni web, integrate tra loro, per gestire in modo digitale tutti i processi aziendali può essere la chiave per mantenersi competitive sul mercato». Nell’osservare i cambiamenti in atto, non va però dimenticato che «la volontà principale delle imprese è liberare il potenziale dei talenti, riducendo il più possibile il tempo da dedicare ad attività senza valore aggiunto, ripetitive e routinarie: per ottenere questo risultato, occorre digitalizzare tutti i processi di carattere amministrativo, affinché la comunicazione tra dipendenti e ufficio del personale sia biunivoca, veloce ed efficiente». È anche per questo scopo che la software house con sede a Lodi ha sviluppato HR Infinity, una suite di soluzioni web native per supportare un nuovo modo di lavorare basato sulla mobilità e sull’accesso alle informazioni aziendali ovunque e in qualsiasi momento. «Si realizza così un modello collaborativo che consente al dipendente di essere autonomo per processi di data entry come l’inserimento di giustificativi o la registrazione delle note spese, e anche per la consultazione di informazioni come il proprio cedolino paga, permettendo all’azienda di velocizzare gli iter autorizzativi e di dedicare più tempo alle attività di sviluppo del personale» – prosegue Uggeri.

IL DIGITALE? UN MEZZO E NON UN FINE

Nicola Uva, strategy & marketing director di ADP Italia, evidenzia le grandi novità in atto nell’ambito delle risorse umane e del cosiddetto talent management. «Si parla tanto di digital transformation. Ma attenzione, il digitale è un mezzo e non un fine. Tutte le HR stanno lavorando per migliorare l’engagement e la collaborazione delle e tra le persone e in questo contesto le tecnologie digitali sono un aiuto fondamentale». Non a caso, ADP sta investendo in piattaforme e servizi in grado di supportare l’azienda in particolare sul mobile, proponendo servizi che vadano incontro alle esigenze di libertà delle persone e appunto allo smart working. «Stiamo lavorando molto per fornire strumenti che permettano un disegno di sistemi incentivanti sulla singola persona e in grado di effettuare una misurazione della performance del dipendente su tutto l’anno lavorativo» – prosegue Nicola Uva, rilevando una circostanza già verificata sul campo: «Si tratta di tecnologie che aiutano più le piccole che le grandi aziende, perché portano a una più che significativa riduzione dei costi».

TRASFORMAZIONE TECNOLOGICA E CULTURALE

Negli ultimi venti anni, abbiamo assistito a una trasformazione culturale e tecnologica senza precedenti. Per Fabio Cardilli, european product leader di Talentia Software, ciò che differenzia questa rivoluzione è l’impatto sulla vita quotidiana, l’esondante disponibilità di tecnologia che ha modificato profondamente le abitudini delle persone. «Chiunque lavori in un’organizzazione ha l’esigenza di accedere a risorse, informazioni e processi con le stesse modalità e strumenti cui è abituato nella sfera privata: dall’uso dello smartphone per visionare documenti o procedure amministrative, all’accesso in mobilità a risorse formative e corsi e-learning, alla condivisione continua di feedback sul proprio operato con responsabile o colleghi. Le aziende si stanno evolvendo per affrontare la trasformazione digitale, la diffusione di soluzioni HR e delle relative app permette di automatizzare tutte le attività HR e restare sempre connessi al proprio business, incrementando la produttività e favorendo la comunicazione» – prosegue Cardilli, spiegando che Talentia HCM è una soluzione flessibile e multilingua che consente di gestire l’intero ciclo di vita del dipendente. «Ora è disponibile anche un’app, per dispositivi mobili iOS e Android, creata per rispondere alle esigenze di manager e dipendenti di avere la possibilità di interagire in completa mobilità, avendo a disposizione funzionalità di amministrazione e pianificazione delle attività e gestione dei processi HR».

I VANTAGGI DEL LAVORO AGILE

Tra la collaboration tramite chat, le app per lavorare da smartphone e gli scanner da mobile, per citare alcuni esempi, «il lavoro agile, se supportato dalle giuste tecnologie, può diventare una concreta opportunità per le aziende» – spiega Alberto Carrai, direttore marketing di ARXivar Italia e chief sales officer di ARXivar International, perché il mobile può far evolvere le organizzazioni verso forme più dinamiche e produttive di lavoro. L’efficienza, oltre alla qualità dei sistemi gestionali alla base delle attività aziendali, passa dalla continuità operativa abilitata dalla possibilità di lavorare e interagire ovunque e con livelli di semplicità e performance in precedenza inimmaginabili. «Io stesso – continua Carrai – grazie alla nostra app ARXMobile, approvo richieste, comunico e firmo documenti anche in assenza di connettività dal mio smartphone con un tocco». È un tipo di accessibilità multidevice che ha tra l’altro diminuito considerevolmente gli scambi di mail, spesso causa di rallentamenti operativi. «La procedura stessa diventa un gesto su smartphone, con grandissimi vantaggi in termini di efficienza» – prosegue Carrai, sottolineando che «per Able Tech il mobile working è un concetto concreto, l’evoluzione naturale dell’ottimizzazione e semplificazione del modo di lavorare, con l’obiettivo di fornire a chiunque la possibilità di avere l’ufficio sul proprio device, grazie a funzionalità che permettono di operare direttamente nel sistema di gestione documentale, con un elevato standard di sicurezza, accessibilità e semplicità».


#Smart working #mobility Come liberare il potenziale dei talenti?
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SISTEMI AD HOC

I cambiamenti portati dalla trasformazione digitale sono al centro dell’intervento di Francesco Eandi, responsabile sviluppo software di SISTEMI, dato che la digital transformation sta ridefinendo le regole aziendali: «Riprogettare le organizzazioni attorno alle risorse umane è sempre stato importante, ma ora è diventato più semplice e più efficiente, alla portata non solo delle grandi aziende ma anche delle PMI. È anche per questo che Sistemi, attiva da oltre trenta anni sul mondo delle paghe, si è ora inserita anche nel mercato degli HRMS, i sistemi di gestione delle risorse umane, con JOB/Risorse. Lo scopo è assecondare la tendenza crescente a superare la dimensione amministrativa delle risorse umane andando a gestire anche quella organizzativa». La disponibilità di soluzioni ad hoc può anche essere di aiuto nel superare la disparità significativa nel grado di adozione di soluzioni HR se guardiamo alle grandi aziende rispetto alle piccole e medie imprese. Si tratta però – prosegue Eandi – di una forbice che si sta riducendo: «Se guardiamo a Sistemi, JOB/Risorse è una soluzione che si presta a essere implementata tanto nelle grandi organizzazioni quanto nella media azienda italiana. Anche le ricerche del Politecnico di Milano sembrano confermare un crescente interesse in soluzioni di questo tipo, visto che da tali ricerche risulta che nei prossimi anni il 61 per cento delle aziende italiane farà ricorso a sistemi di gestione dedicati alla funzione HR, anche eventualmente tramite l’outsourcing dei consulenti del lavoro. E Sistemi è pronta a raccogliere la sfida».

SEMPLIFICARE IL CAMBIAMENTO

Per Nicolò de’ Faveri Tron, amministratore delegato di Cezanne HR, le risorse umane hanno a che fare ogni giorno con una forza lavoro sempre più eterogenea, non solo dal punto di vista anagrafico, ma anche per quanto riguarda competenze, percorsi ed esigenze di sviluppo. «Sono sempre di più le persone, soprattutto tra i nati dopo gli anni Ottanta, che ricercano un diverso approccio alla professione e all’ambiente di lavoro: maggiore mobilità di ruolo, esigenza di incentivi e feedback costanti. È in questo contesto che maturano le social organization in cui si condividono più agilmente idee, progetti e ruoli; l’analisi costante dei risultati e l’elasticità di riposizionare gli obiettivi è fondamentale, per questo si modificano anche i processi di valutazione delle performance in favore di feedback più frequenti e cicli di valutazione a 360 gradi». L’innovazione tecnologica asseconda queste nuove esigenze, «mettendo a disposizione delle aziende italiane, e non più solo delle grandi multinazionali, strumenti che semplifichino il cambiamento: Cezanne HR, nel pensare il proprio software per le risorse umane, ha sempre teso a rispondere, quando non ad anticipare, i nuovi bisogni delle organizzazioni, realizzando un sistema che cresce nel tempo: da sempre infatti all’interno del nostro prodotto è presente un portale social per i dipendenti e, nei prossimi aggiornamenti, rinforzeremo le funzionalità di valutazione e lanceremo un nuovo modulo dedicato al succession planning» – conclude il manager.

IL CLOUD PER LE RISORSE UMANE

Negli ultimi anni, è diventato più difficile gestire le risorse umane in modo agile. E per attrarre l’eccellenza in azienda è necessario offrire una costante motivazione del talento. In questa visione – secondo Miguel Angel Rondon, chief executive officer di Altea People – diventa fondamentale l’aspetto tecnologico e quindi il concetto di mobilità e smart working. Del resto, «se solo pochi anni fa ogni area aziendale era un’isola, oggi per raggiungere un obiettivo in modo efficace ed efficiente è necessario che tutti gli attori lavorino insieme. Ogni dipendente o collaboratore deve essere sempre collegato. È per questo che è necessario migliorare i processi di integrazione. Anche la funzione delle risorse umane – prosegue Rondon – si trasforma e offre un servizio personalizzato per il singolo, per velocizzare qualsiasi tipo di rapporto. Dalla gestione delle ferie a quella dei rimborsi spese, tutti i processi sono agili e non vengono più percepiti come un compito oneroso da eseguire». Passando alle soluzioni, il manager spiega che le informazioni arrivano in tempo reale e il compito di un’azienda come Altea People è di collegare processi, persone e tecnologie per ottenere il migliore risultato. «In particolare, la tecnologia è ora sempre più immediata e di facile fruizione grazie al cloud. Se solo un paio d’anni fa, l’80 per cento del lavoro di consulenza era quasi esclusivamente su soluzioni on premise, oggi il rapporto si è invertito e il 95 per cento dei progetti viene realizzato in cloud. L’HR è la prima area dell’azienda approdata sulla nuvola. I nostri servizi – continua Rondon – sono utilizzati dai grandi nomi dell’industria italiana, con migliaia di dipendenti impiegati nei settori fashion, costruzioni, oppure per l’eccellenza del food, ma sono scelti anche da piccole realtà con solo 100 lavoratori, che ci affidano la gestione delle proprie risorse umane in cloud».


#Smart working #mobility Collegare processi, persone e tecnologie
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SFIDA CULTURALE ANCHE PER I VERTICI

«Oggi, la componente tecnologica è ormai data per scontata, e nella selezione di un eventuale nuovo partner per i servizi di natura amministrativa e gestionale si evidenzia fra i fondamentali l’integrabilità del sistema con il mondo esterno all’organizzazione aziendale – spiega Giacomo Favagrossa, direttore commerciale di Intelco HR Innovation – Intelco Italia Informatica. L’azienda propone innovazione tecnologica e di modello, con un servizio completo, scalabile e su misura. «L’amministrazione è al tempo stesso gestita e fruita. La business analytics è intrinseca nella piattaforma. La possibilità di “aggancio” con applicazioni di natura più diversa ma di interesse è una commodity compresa. Le competenze tecniche necessarie per il lavoro d’ufficio saranno notevolmente aiutate e stimolate dalla piattaforma software». Va però osservato, sempre secondo il manager di Intelco, che il livello di adozione delle nuove soluzioni in ambito HR nelle aziende italiane è «genericamente ancora molto basso, ma mai come oggi la vera sfida è culturale. E un cambiamento di cultura è molto più lento rispetto alla velocità delle innovazioni tecnologiche: prevediamo una fortissima tensione che però offrirà enormi opportunità di business e di sviluppo. Come in tutte le rivoluzioni che arrivano dal basso, la scommessa è vedere quanto saranno davvero reattivi e illuminati i vertici aziendali».

L’INTERAZIONE È “OMNICHANNEL”

Carlo Borello, chief strategy officer di Sirecom, ritiene che lo smart working imponga alle aziende «una ristrutturazione concettuale che parte da un nuovo paradigma di collaborazione. Dalla dicotomia “di persona” e “al telefono” si è arrivati a un’interazione “omnichannel” che contempla e fa uso dei diversi mezzi di comunicazione: faccia a faccia, video-comunicazione, canali social, messaggistica, email, voce e altro. Cambia il modo in cui le aziende strutturano l’orario di lavoro e gli spazi lavorativi e di conseguenza va gestita la flessibilità delle persone rispetto a questi ambiti». In questo nuovo contesto, «non abbracciare pienamente lo smart working vuol dire non coglierne da subito tutti i benefici. Per questo motivo, Gruppo Sintesi offre ai suoi clienti la piattaforma Georeting: una suite di servizi da remoto volta a garantire l’efficienza delle persone e dei processi in questa nuova modalità lavorativa “anywhere, anytime & anydevice”. Mappando le attività reali di smart working, diamo all’HR un cruscotto con tutti gli indicatori puntuali per compiere valutazioni ponderate, prendere decisioni strategiche e soprattutto sincerarsi del “benessere” dell’azienda e del suo staff» – prosegue Borello. Rilevato infine che il livello di adozione delle nuove soluzioni in ambito HR nelle aziende italiane è «a macchia di leopardo e in ogni caso non ancora a un livello soddisfacente» – il manager nota che «non è un caso che molti clienti si rivolgano a noi con interesse per declinare soluzioni di digitalizzazione lavorativa all’interno delle loro organizzazioni».

MISURARE LA QUALITÀ

«Nel mondo del lavoro la gestione del personale è veramente cambiata» – spiega Pierfrancesco Angeleri, managing director di Wolters Kluwer Tax & Accounting Italia. «Non misuriamo più la quantità della collaborazione ma la qualità. Dunque, la stanzialità e la presenza del collaboratore hanno perso valore e la valutazione propende verso l’efficacia e la qualità. Il collaboratore può contare oggi su una moltitudine di strumenti digitali che ne favoriscono la mobilità e l’attività anche da remoto, così come l’azienda può contare su strumenti digitali gestionali adeguati». Per affrontare i nuovi fenomeni relativi a smart working o mobility, il portale di collaborazione webdesk di Wolters Kluwer Tax & Accounting Italia è un esempio di accesso ubiquitario all’azienda. «Ogni singolo dipendente – mette in evidenza Angeleri – può consultare nel suo portale personale i suoi documenti, per esempio i cedolini, le note spese e altro, evitandone la stampa. Nel portale, si colloca anche “Giornaliera Web”, un efficiente servizio di gestione della rilevazione presenze integrato con i gestionali paghe». Infine, per quanto riguarda l’adozione dei nuovi strumenti, «dalle aziende agli studi professionali che si occupano di gestione e amministrazione del personale, il tasso di adozione di soluzioni digitali è costantemente in crescita. Per supportare un nuovo modo ormai diffuso di produrre non si può che digitalizzare gli strumenti per l’HR. Lo constatiamo direttamente dalle richieste e dalle vendite delle nostre soluzioni che anche in cloud permettono una gestione moderna ed efficiente delle risorse umane» – conclude Pierfrancesco Angeleri.

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Neil Harbisson, ai confini dell’identità https://www.datamanager.it/2017/06/201706neil-harbisson-ai-confini-dellidentita/ Tue, 20 Jun 2017 13:31:03 +0000 http://www.datamanager.it/?p=127147 Mente e corpo. La transizione bio-tecnologica del primo artista cyborg della storia Neil Harbisson è un compositore, visual artist e fotografo. Inglese di nascita, spagnolo di adozione. Affetto da una rara patologia, la acromatopsia congenita, che non gli permetteva di vedere i colori, Neil Harbisson ha deciso di superare questa condizione, iniziando una “transizione” bio-tecnologica […]

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Mente e corpo. La transizione bio-tecnologica del primo artista cyborg della storia

Neil Harbisson è un compositore, visual artist e fotografo. Inglese di nascita, spagnolo di adozione. Affetto da una rara patologia, la acromatopsia congenita, che non gli permetteva di vedere i colori, Neil Harbisson ha deciso di superare questa condizione, iniziando una “transizione” bio-tecnologica che lo ha portato alla creazione della Cyborg Foundation. Per lui, il cielo è sempre stato grigio e la televisione in bianco e nero. La Pantera Rosa, Greenpeace e Profondo Rosso non hanno mai avuto molto significato. Ma dal 2004, ha deciso di dare una svolta alla sua condizione, lavorando al progetto Eyeborg, un sensore in grado di trasformare la frequenza della luce in onde sonore che vengono inviate a un chip installato nel cranio. Una specie di impianto cocleare a conduzione ossea, che ha cambiato completamente non solo il suo modo di vedere il mondo, ma ne ha ampliato la percezione oltre i cinque sensi. Quando mi trovo seduto davanti a Neil Harbisson, nella piccola stanzetta grigia e senza finestre del Centro Congressi di Milano, in occasione della dodicesima edizione del SAS Forum, non so bene cosa pensare. Siamo uno di fronte all’altro. Lui vestito di nero. Taglio di capelli da novizio. Io indosso il mio solito gilet arancione e non posso fare a meno di pensare che effetto gli farà. In attesa di iniziare l’intervista, faccio finta di niente, ma non riesco a staccare lo sguardo dalla sua antenna che disegna un arco dalla nuca fino alla fronte. Quella stranezza ha lo stesso effetto dell’uncino del capitano dei pirati, nelle avventure di Peter Pan. Anzi, Neil Harbisson è Capitan Uncino e Peter Pan insieme. L’antenna di Harbisson ha un richiamo potentissimo. È una dichiarazione al mondo intero di autodeterminazione.

Prima di incontrare Neil Harbisson, non sapevo se considerarlo un artista che ha saputo trasformare la sua disabilità in un punto di forza, un genio della body art 3.0, oppure un “fenomeno” e basta. Una cosa è certa. Harbisson non sta solo modificando il suo corpo: sta potenziando i suoi sensi per andare oltre la normale percezione di quella che lui stesso definisce «realtà reale» e che non ha nulla a che fare con la realtà virtuale o realtà aumentata. La sua antenna è un tentativo di agire sulla materia viva del suo corpo. Un’opera d’arte a tutti gli effetti, che fa discutere. Non una protesi per rimediare a una disabilità. Ma un gesto artistico radicale. Per diventare il primo “cyborg project vivente”, Harbisson ha dovuto fare i conti con il pregiudizio delle persone, con la reticenza ufficiale dei medici, la morale della società e anche la legge. Per noi, Neil Harbisson è una delle infinite possibili varianti di quella macchina già perfetta, che è l’essere umano. Del resto, la tecnologia è empowerment. Serve a ridurre le differenze che creano squilibrio. A trovare soluzioni a problemi complessi. A comprendere la realtà che ci circonda. A renderci più umani e meno soli. A scoprire chi siamo veramente, facendo – però – attenzione a non confondere il mezzo con il fine. Chi ancora oggi concettualizza le tecnologie come “corpi estranei” alla “natura umana” dimentica o ignora l’articolata relazione tra soggetto e strumento che – se riletta in chiave evolutiva e neurofisiologica – mostra che in realtà noi agiamo e pensiamo anche in funzione degli strumenti o delle macchine che utilizziamo per interfacciarci con il mondo e le altre persone. Questo fatto non significa trascurare eventuali rischi, ma valutarli con maggior consapevolezza e coscienza critica.

L’ansia di distinguere tra “naturale” e “artificiale” non è quasi mai dovuta a una volontà tassonomica di marcare un confine sulla base di dati di fatto, ma nasconde l’intenzione, più o meno cosciente o subdola, di confondere l’essere e il dover essere. Già Hume, secoli fa, ci metteva in guardia dal non sovrapporre i due piani. Lo aveva ben compreso Kubrick, mostrando all’inizio di 2001: Odissea nello spazio come il primo strumento tecnologico, un semplice osso usato come una clava, avrebbe determinato l’intera evoluzione dell’uomo. E a ribadirlo di recente sono stati anche i giudici della Corte Suprema americana, quando hanno stabilito che gli smartphone costituiscono una sorta di protesi del nostro corpo. Di che cosa ci meravigliamo, allora? La tecnologia in tutte le sue forme e declinazioni, dalla scrittura alla stampa, dalla ruota allo smartphone, passando per le nanotecnologie, internet, la chirurgia dei trapianti e degli impianti, trasforma ogni cosa. E forse – lo dico a me stesso – prima di giudicare quello che ancora non riusciamo a comprendere, dovremmo fare lo sforzo di metterci in ascolto per capire che identità e trasformazione stanno tra loro come materia e forma, essere e divenire.


Il primo artista #cyborg della storia @NeilHarbisson «Design yourself»
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Data Manager: Che rapporto hai con la tecnologia?

Neil Harbisson: Per me la tecnologia non è semplicemente un tool o un wearable. Ma è parte del mio corpo: io stesso sono tecnologia. Studiando musica, ho approfondito il rapporto tra luce e suono. Entrambi hanno una frequenza ed entrambi hanno un colore. I primi tempi, dopo l’impianto, mi sforzavo di memorizzare i nomi dei colori associati alle note. è stato come imparare a parlare una lingua nuova, immerso in una realtà che non conoscevo. Poi il mio cervello si è adattato e tutte queste informazioni sono diventate percezione. Non dovevo più pensare alle note. Come capita di non pensare più alle parole da tradurre in un’altra lingua. Diventa automatico. E anche i sogni sono diventati a colori.

Adesso la tua visione è “normale”?

Normale è una parola che non mi piace. Sono arrivato a percepire tutti i gradi del cerchio cromatico. Ma poi ho pensato che potevo spingermi oltre e ho aggiunto gli infrarossi e gli ultravioletti. Del resto, nella realtà esistono molti più colori di quelli che l’occhio umano riesce a percepire. Pensiamo agli insetti. Io non riesco comunque a vedere i colori come le altre persone, ma riesco a percepirli in un modo completamente diverso, registrando le frequenze di tutto ciò che vedo e così posso realizzare dei ritratti sonori delle persone, che diventano poi anche impronte visive.

Che cosa è cambiato?

Il livello di percezione di tutto ciò che mi circonda. Anche i suoni normali, come il campanello della porta o la suoneria del cellulare stanno diventando colore. La cosa funziona in entrambe le direzioni. Quando entro in una galleria d’arte è come andare a un concerto, perché ogni dipinto ha una sua musicalità. Mi piace Warhol perché le sue opere producono suoni netti e distinti. Quando mi vesto, non abbino i colori, ma armonizzo i suoni. Anche il modo di percepire la bellezza e il rapporto con le persone sono cambiati. La bellezza è una questione di armonia e si può sentire e vedere. E non è una caratteristica che hanno tutti.

Come ti definiresti?

Mi considero un cyborg, una specie differente di essere umano modificato. Non si tratta della somma di due sensi, ma della creazione di un senso completamente nuovo.

Qual è la cosa più difficile?

All’inizio, la cosa più difficile è stata trovare un chirurgo disposto a operarmi. Ho ricevuto molti no ufficiali. Mi dicevano che il dispositivo era pericoloso. Come negli anni Sessanta, la chirurgia per il cambiamento di sesso non era accettata dai comitati di bioetica, oggi, non è accettata la chirurgia per il passaggio da una specie a un’altra.

E poi che cosa è successo?

Un medico si è offerto di operarmi durante il suo giorno di riposo, ma ho dovuto firmare una clausola di riservatezza. Dopo l’operazione, la cosa più difficile è stata spiegare perché lo avevo fatto. Essere me stesso è l’impresa più grande. Perché siamo veramente noi stessi quanto più ci avviciniamo all’idea che abbiamo di noi. Tutti abbiamo un progetto dentro di noi da realizzare. E in ciascuno di noi, c’è un’opera d’arte che aspetta di essere portata alla luce.

Sei religioso?

Non sono religioso. La mia sperimentazione non è contro un dio creatore che ci ha fatto a sua immagine e somiglianza. Anzi, la considero una collaborazione.

Che cosa significa potenziare i sensi?

I sensi sono la nostra unica via di accesso alla conoscenza della realtà. Forse, sono una gabbia. Potenziare i sensi non significa alterare la realtà, ma accedere a un livello di conoscenza più profondo. Sono al quarto upgrade della mia antenna e mi sento pronto per l’innesto di un altro organo di senso. Per la prima volta, possiamo fare un salto evolutivo interspecie.

Quali sono i rischi?

A parte qualche mal di testa, sono già stato hackerato una volta e può essere molto fastidioso. Se gli stimoli diventano troppo forti o fastidiosi, copro la mia antenna con le mani o la spengo se voglio restare in silenzio. Più o meno come fanno tutti, quando si coprono le orecchie o gli occhi per non vedere o sentire.

Perché hai creato la Cyborg Foundation?

Per aiutare le persone che vogliono intraprendere il mio stesso percorso di trasformazione, integrando la tecnologia all’interno del corpo. La mia prima battaglia nella rivendicazione dei diritti dei “cyborg” è stata con il ministero degli Interni inglese che non accettava la mia foto con l’antenna sul passaporto. Ho sostenuto che si trattava di una parte del mio corpo, e alla fine hanno ceduto. Nel database della fondazione, ci sono sperimentazioni per impianti di memoria, sensi per percepire in anticipo i cambiamenti di pressione della crosta terrestre per prevedere i terremoti, occhi bionici dotati di sensori per la visione notturna.

La tecnologia funziona come una leva dell’evoluzione umana?

Io penso che l’evoluzione sarà intraspecie. Quando la tecnologia diventerà organica e gli impianti potranno essere stampati direttamente nel DNA, potremmo scaricare ogni tipo di up-grade e potremo connetterci molto di più con la natura. Credo che la vita sarà molto più emozionante se smettiamo di creare applicazioni per gli smartphone e iniziamo a creare applicazioni per il nostro corpo.

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AI e sicurezza in città tra rischi e opportunità https://www.datamanager.it/2017/06/ai-sicurezza-citta-rischi-opportunita/ Tue, 20 Jun 2017 10:39:43 +0000 http://www.datamanager.it/?p=127121 Miliardi di ore di filmati video vengono registrati ogni giorno, per garantire la sorveglianza pubblica, e dati in pasto a macchine in grado di imparare da sole. Come governeremo il nostro futuro? Centinaia di milioni di videocamere di sorveglianza in tutto il mondo registrano con diligenza miliardi di ore di filmati video ogni giorno. Le […]

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Miliardi di ore di filmati video vengono registrati ogni giorno, per garantire la sorveglianza pubblica, e dati in pasto a macchine in grado di imparare da sole. Come governeremo il nostro futuro?

Centinaia di milioni di videocamere di sorveglianza in tutto il mondo registrano con diligenza miliardi di ore di filmati video ogni giorno. Le città intelligenti monitorano i cittadini attraverso sensori posizionati nel paesaggio urbano, che raccolgono dati relativi a diversi fattori di vita urbana, ma soprattutto monitorano infrazioni. Nvidia, l’azienda californiana produttrice di processori grafici, schede madri e componenti per prodotti multimediali per pc e console, ha annunciato all’inizio di maggio 2017 di aver prodotto una piattaforma di analisi video chiamata Metropolis, in grado di estrarre informazioni in tempo reale attraverso l’utilizzo dell’intelligenza artificiale. Metropolis è una macchina che, partendo da semplici file immagine, è in grado di apprendere automaticamente: raccoglie in autonomia dati e metadati per monitorare il traffico in tempo reale su un’autostrada, pianificare e guidare l’organizzazione delle merci a seconda della capacità in un porto, oppure informare le autorità in caso di emergenza. Non si tratta del primo sviluppo di questo tipo specifico di intelligenza artificiale, detto Machine Learning. Cinque anni fa, gli ingegneri di Google elaborarono un sistema di intelligenza digitale per identificare la presenza di gatti nei video di YouTube. Il successo del progetto risiedeva nel fatto che gli ingegneri non avevano dato all’AI i parametri per riconoscere cosa fosse un gatto, ma avevano costruito un sistema di apprendimento basato su feedback formativi che permettesse al software di creare la propria definizione di gatto. Dall’identificazione dei gatti a quella dei crimini il passo è breve: i prossimi anni saranno quelli della video-sorveglianza “autonoma”. Lo sviluppo di un software capace di imparare da sé e trovare autonomamente soluzioni risulta cruciale dunque per riuscire a gestire i Big Data, e utilizzare le informazioni per assicurare la sicurezza, migliorare la qualità della vita, ridurre i costi e il consumo di risorse, ma anche sviluppare la capacità di anticipare problematiche, rischi, scomodità, necessità e desideri dei cittadini.


#smartcity Giulia Cattoni @urbanocreativo #AI #security Come governeremo le nostre città ?
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È qui però che il tema della sicurezza incontra quello della privacy. Le preoccupazioni sulla privacy vengono sollevate quando i dati raccolti potrebbero essere in grado di collegare o identificare un individuo, raggruppando dati e informazioni provenienti da più fonti. Se si pensa poi alle evoluzioni dell’IoT in ambito di domotica e automotive, il rischio di perdere la consapevolezza delle azioni che compiamo e di venire truffati o danneggiati è evidente. La democratizzazione delle tecniche di Machine Learning e il ruolo dei giganti della rete stanno destando alcuni timori nell’opinione pubblica, ma anche tra ricercatori e ingegneri. Insomma, non tutti i progressi nel campo dell’Intelligenza Artificiale potrebbero avere finalità positive. La preoccupazione è tale per cui “The Economist Safest Cities Index 2015”, ha introdotto una metrica di sicurezza digitale accanto alle misure tradizionali di sicurezza come Personal Security e Health. Sulla stessa linea di pensiero è anche Elon Musk, padre di Tesla e SpaceX, che, insieme a Sam Altman, presidente dell’incubatore Y Combinator, ha dato vita a OpenAI, l’ente di ricerca che ha la missione di sviluppare e diffondere studi tesi a sventare il diffondersi della cyber criminality. Le conoscenze acquisite da OpenAI vengono divulgate e condivise su piattaforme open-source, che garantiscono la trasparenza e accelerano la ricerca AI. L’obiettivo è costruire l’AGI, Artificial general intelligence, un’intelligenza artificiale sicura, “buona”. Se è vero che “per governare il futuro bisogna inventarlo”, la premessa rimane una sola: avere scelto bene cosa è buono, e cosa no.

Giulia Cattoni @urbanocreativo

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Zucchetti – Alla scoperta del digital business https://www.datamanager.it/2017/06/zucchetti-alla-scoperta-del-digital-business/ Tue, 20 Jun 2017 09:24:14 +0000 http://www.datamanager.it/?p=127083 Quarant’anni di presenza sul mercato, quaranta di cultura di impresa, crescita economica e diversificazione tecnologica. Con l’ultima evoluzione della sua piattaforma gestionale Infinity e i servizi certificati del nuovo Digital Hub, Zucchetti diventa portatrice di innovazione di processo Un’azienda che sviluppa software, hardware e servizi, con una presenza “a tutto campo” nel mondo dell’Information Technology, […]

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Quarant’anni di presenza sul mercato, quaranta di cultura di impresa, crescita economica e diversificazione tecnologica. Con l’ultima evoluzione della sua piattaforma gestionale Infinity e i servizi certificati del nuovo Digital Hub, Zucchetti diventa portatrice di innovazione di processo

Un’azienda che sviluppa software, hardware e servizi, con una presenza “a tutto campo” nel mondo dell’Information Technology, un gruppo che privilegia l’innovazione non meno della discrezione e della concretezza: per quanto consueti siano gli incontri con il management di Zucchetti per i periodici aggiornamenti sull’offerta di soluzioni e servizi, il racconto di questa realtà lodigiana coincide con quello di un’azienda ad alta tecnologia che non smette di sorprendere per la sua capacità di cambiare e veicolare il cambiamento. Zucchetti da quasi quarant’anni affianca il complesso universo delle imprese italiane, aiutandole a semplificare gli oneri amministrativi e fornendo alle aziende importanti vantaggi competitivi. Inoltre, Zucchetti garantisce da sempre potenti strumenti di gestione alla galassia dei commercialisti e consulenti del lavoro, dando così una grossa mano allo sviluppo di una cultura imprenditoriale al passo con i tempi. Questa volta, la continua evoluzione di Zucchetti acquista anche una simbologia visuale, architettonica. Mentre sono in corso le interviste per questa cover story, si attendono infatti gli ultimi ritocchi, prima dell’inaugurazione, prevista entro fine giugno, del nuovo immobile uffici alla periferia di Lodi, già ribattezzato Torre Zucchetti, che ha già ricevuto il premio “Best Sustainable Italian Re-adaption Design 2016” e che ha subito un intervento di ristrutturazione curato da Marco Visconti, firma dell’architettura “green”, avvalendosi di accorgimenti, incluso un avveniristico rivestimento esterno lamellare, che puntano a ridurre al minimo i consumi energetici, sfruttando l’insolazione e il microclima locale per assicurare illuminazione e condizionamento di aria e temperatura.

Crescita controtendenza

Come di consueto, Antonio Grioli, docente di Strategia e Politica Aziendale presso l’Università Cattolica, che da ormai dieci anni presiede il comitato direttivo della società, mette in fila una serie di cifre che parlano di una Zucchetti in crescita costante, in termini di mercato, clientela e spettro di soluzioni. «Siamo diventati un gruppo da 410 milioni di euro con una crescita percentuale solida e continua, in un settore che ha performance inferiori – esordisce Grioli. Da questo punto di vista, una delle novità più significative rispetto al passato consiste nell’aumento della presenza di Zucchetti fuori dai confini nazionali. «All’estero, precisa ancora Grioli, superiamo i 65 milioni di ricavi annui in una cinquantina di paesi. Se un tempo, oltre i confini nazionali, il nostro prodotto di punta era il robot tagliaerba Ambrogio, oggi nel mondo, Zucchetti è riconosciuto come software vendor globale, nei due domini dell’Erp e della gestione delle risorse umane. Non solo. Abbiamo rafforzato la nostra posizione con grandi progetti di robotica industriale e nel retail oltre ad Ambrogio abbiamo aggiunto Nemo, per la manutenzione automatica delle piscine». I clienti, il patrimonio più prezioso di Zucchetti insieme alla competenza e motivazione dei suoi dipendenti, superano ormai quota 135mila; nel solo 2016 il parco si è arricchito con oltre 4.000 nuovi clienti. I partner che assicurano il successo del modello commerciale rigorosamente indiretto sono più di 1.100, duecento dei quali operativi all’estero. Questo “ecosistema” – secondo Grioli – vale quattro volte il fatturato di gruppo ed è la dimostrazione più convincente della cultura partecipativa di un’azienda che vede l’insieme dei partner, dei consulenti, dei system integrator, come una sorta di “Zucchetti aumentata”: una grande opportunità per generare ulteriore valore attraverso le tecnologie proposte, con la massima prossimità al cliente. «I nostri numeri, inoltre, – sottolinea Grioli – non sono semplici anagrafiche, ma si riferiscono sempre ai clienti attivi, quelli che mantengono con Zucchetti una costante relazione d’affari». Il Gruppo cresce anche in termini di persone, con 3.350 addetti a tempo indeterminato. «Perché questo è il credo di Zucchetti per i giovani».

Giorgio Mini – vicepresidente Zucchetti spa

La prima italiana del software

L’analisi proposta da Grioli dimostra che la società Zucchetti del 2017 per dimensioni e ambizioni si muove in un contesto molto più ampio di quello che ci si poteva immaginare nel 1977, quando lo studio del giovane commercialista Domenico Zucchetti sviluppava su piattaforma Ibm un tool di contabilità fiscale, che sarebbe stato la base della sua futura visione di prodotto. I due vicepresidenti, Giorgio Mini, responsabile della linea Erp, e Domenico Uggeri, che si occupa invece delle soluzioni per il comparto Human Resources Management, affermano che la visione strategica è fortemente orientata alla trasformazione, non più soltanto alla semplificazione e all’automazione delle procedure. Discutendo delle novità che riguardano la nuova generazione della piattaforma applicativa Infinity, Mini osserva che «la digitalizzazione è il vero completamento delle strategie di copertura delle esigenze dei nostri clienti aziende e professionisti». Mentre Grioli sottolinea ancora una volta l’importanza che Zucchetti ha assunto nel corso degli anni, proprio nell’ingegnerizzazione del software: una maturazione che le consente di compiere un ulteriore salto qualitativo in direzione del processo di business e dell’offerta di servizi. «Su oltre 410 milioni di fatturato – afferma il presidente del board – 291 rappresentano i ricavi da vendite di software. Siamo la prima software company italiana e tra le prime in Europa in termini di licenze vendute. Si tratta di un primato che abbiamo sempre riconfermato da undici anni a questa parte. I nostri volumi di software applicativo sono di gran lunga superiori a quelli di tutte le società multinazionali presenti in Italia». Assi portanti della recente espansione verso la clientela estera sono da un lato la partnership con la società francese Talentia Software, per le soluzioni di human capital management per aziende medio grandi, dall’altro l’acquisizione della società spagnola Solmicro, specializzata nello sviluppo di soluzioni gestionali ERP e servizi in cloud quali CRM, soluzioni di e-business e digital marketing con rivenditori in Spagna e Sudamerica. «Il nostro obiettivo – precisa il presidente, Alessandro Zucchetti, che insieme alla sorella Cristina rappresenta la seconda generazione della famiglia fondatrice – è quello di rafforzare la nostra presenza internazionale e continuare a portare l’eccellenza dei prodotti Zucchetti nel mondo. Un contributo significativo in tal senso è dato da TCPOS, società del gruppo dedicata al mondo della ristorazione e dell’hospitality con varie sedi in Europa, che nel corso dell’anno 2016 ha aperto sedi in Cina, Argentina e Stati Uniti.


#software @ZucchettiSpa cresce dieci volte di più del PIL nazionale
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Uno scrigno colmo di innovazione

Il gruppo celebra con soddisfazione il consolidamento di una linea di servizi inaugurata fin dalle prime fasi del processo di virtualizzazione delle infrastrutture IT. «In questo ambito – ricorda Grioli – abbiamo le nostre soluzioni SaaS, servizi di hosting avanzato per l’erogazione di ambiziosi progetti di outsourcing, tutti basati sulle nostre risorse, sulla nostra progettualità e sui nostri asset, incluso un data center proprietario allo stato dell’arte». Ormai, la divisione servizi dell’azienda lodigiana “cuba” qualcosa come 60 milioni di euro di ricavi, per un business che, solo cinque anni fa, per noi era marginale. Zucchetti ha intuito prima di altri player nazionali l’importanza di non limitarsi all’iniziale modello basato esclusivamente sulle licenze e sul “pacchettizzato”, riuscendo a estendere tale proposizione con una offerta di servizi senza tuttavia cannibalizzare le tradizionali linee di offerta “license-based” e centrando un duplice obiettivo: cogliere nuove opportunità di business e avvicinarsi a clienti di grandi dimensioni, subito interessati alla flessibilità dell’as a Service. Negli ultimi due anni, sono arrivati contratti con Amazon, Auchan, Banco BPM, Fininvest, Poltrona Frau. «Clienti di estremo rilievo, che dieci anni fa – osserva soddisfatto Grioli – non ci avrebbero probabilmente preso in considerazione come provider tecnologico».

L’unicità di Zucchetti si misura non solo attraverso le continue conferme sul piano della capacità di generare posti di lavoro, di coltivare nuovi talenti attraverso una politica di formazione istituzionalizzata nella ormai celebre Accademia Zucchetti, e dell’attenzione ai risvolti sociali e ambientali della sua azione sul mercato, ma soprattutto per la capacità di innovare e diversificarsi, dando vita a una offerta integrata e sinergica, sempre coerente con i propri obiettivi di customer satisfaction. Il presidente del direttivo Zucchetti schematizza la “biodiversità” del Gruppo, elencando alcuni dei nuovi segmenti ingaggiati attraverso una ragionata politica di partnership e acquisizioni. Internet of Things: geolocalizzazione, sistemi satellitari, telemedicina, infomobilità e smart city, attraverso le controllate Getronic di Varese e Mac&Nil di Gravina in Puglia. Risparmio energetico: progettazione e sviluppo di soluzioni informatiche ad alto valore aggiunto per la gestione di tutti i processi energetici e manutentivi tramite la newco Zucchetti Facility di Rapallo. Robotica: più di 30mila robot rasaerba venduti all’anno (oltre l’80% all’estero), nonché sofisticati robot per piscine, sistemi di raccolta delle olive e dell’uva, sistemi automatici di movimentazione e distribuzione e processo delle merci (Zucchetti Centro Sistemi di Terranova Bracciolini in Arezzo). Ristorazione, ospitalità, retail: gestione ristoranti e punti vendita, gestionali per hotel e catene alberghiere (acquisizioni di TCPOS, H.Pierre di Perugia, Smart Touch di Saronno, Nice Informatica di Riccione, GP Dati di Mestre e POS Sistemi di Civitanova Marche). Stampa 3D: nel 2016 Zucchetti ha acquisito la maggioranza di Fabtotum di Tribiano (MI), che ha lanciato sul mercato l’innovativa stampante 3D “FABtotum CORE”, a filamento fuso (FFF), in grado di fresare, incidere con il laser e scansionare in 3D per un’ampia gamma di settori industriali e con materiali differenti.


Crescita controtendenza anche all’estero @ZucchettiSpa prima in Italia nel #software
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Infinity, il sogno del paperless office

Con Giorgio Mini, torniamo a focalizzarci sulle linee di prodotto che da sempre connotano la presenza di Zucchetti nel mercato delle soluzioni software gestionali, che oggi hanno raggiunto un nuovo stadio di evoluzione. Quale? «Dieci anni fa, siamo partiti dal lancio di una nuova generazione di soluzioni Erp e per la gestione del personale, che ha avuto e continua ad avere un grande successo. Con Infinity – continua Mini – Zucchetti ha anticipato il cammino della digitalizzazione. Adesso, si tratta di compiere un passo in più e per farlo abbiamo individuato due direzioni. Una prima che parte dal completamento dell’offerta non solo nelle sue funzionalità core, ma in risposta a molte altre richieste formulate da aziende che hanno sempre più bisogno di collaborazione, gestione elettronica di documenti e accesso in tempo reale alle informazioni, nonché nuove forme di relazione con i clienti esterni e, in chiave HR, con i loro dipendenti e collaboratori». Una seconda direttiva – spiega Mini – riguarda la user experience che nel mondo del web e della mobilità diffusa cambia molto velocemente e si deve estendere a ogni tipo di device, e rendere fruibili con estrema semplicità le funzioni più complesse. «Quindi da un lato Infinity punta sempre più a diventare una piattaforma che copre tutte le componenti di un’impresa, dall’altro spinge verso la massima semplificazione della relazione tra il software e i suoi utilizzatori. Due strade che hanno una meta precisa: il supporto della piena digitalizzazione dei processi aziendali. Il sogno dell’ufficio senza carta». Un’azienda che proviene dal contesto storico e culturale dei sistemi gestionali di prima generazione, deve tener conto del processo di convergenza verso il cloud e dei paradigmi del web che dominano ormai gli schemi mentali del cliente. «Oggi, la metafora di riferimento è il private cloud, per questo vogliamo controllare tutti gli aspetti del business, dagli applicativi alle componenti tecniche, che rendono possibile lo sviluppo di soluzioni davvero personalizzate» – osserva Mini. «Un ambito strategico, nel contesto del cloud, è l’erogazione dei servizi, e da qui deriva la scelta di gestire in proprio il nostro data center, che ci consente di centralizzare il controllo, i livelli di servizio e il supporto al cliente. In questo, siamo davvero un unicum sul mercato, ma non solo. Abbiamo raggiunto dimensioni importanti e possiamo permetterci una economia di scala, aumentando la qualità del servizio senza impattare sui costi». A proposito di costi, Mini sottolinea che proprio grazie alla ricchezza funzionale, il cliente delle soluzioni Zucchetti riesce a vedere digitalizzati i suoi obblighi normativi, dalla fatturazione alla documentazione sostitutiva, fino alle relazioni con gli organi fiscali, nativamente gestiti con gli applicativi Infinity. «Posso creare, gestire, condividere informazioni senza toccare un foglio di carta. La fattura, la sua archiviazione, la trasmissione all’Agenzia delle Entrate, e così via. Abbiamo coperto – afferma Mini – e andremo a coprire altri aspetti, sempre mantenendo la massima compatibilità con applicativi di terze parti».

Domenico Uggeri – vicepresidente Zucchetti spa

OK, la rotta è giusta

La nuova edizione cloud di Infinity Erp esce quest’anno senza tuttavia mandare in pensione l’offerta classica progettata per le architetture distribuite, in base a una politica di salvaguardia degli investimenti del cliente che consente a Zucchetti di mantenere a catalogo una decina di soluzioni gestionali per ogni esigenza e dimensione aziendale. Mini sottolinea che per tutti gli applicativi di precedente generazione non si tratta di un supporto solo formale. «Le nostre soluzioni sono pienamente attive, dal punto di vista degli aggiornamenti alle normative, ai relativi adempimenti, o all’assistenza tecnica. Per tutte, c’è anche un continuo aggiornamento con nuove funzionalità». L’obiettivo è assicurare a tutti i clienti, vecchi e nuovi, il giusto livello di soddisfazione, senza vincolare nessuno a passaggi forzati alle soluzioni software più recenti. «Dobbiamo investire molto, è vero, ma la proprietà dell’azienda Zucchetti non rinuncia a obiettivi di continua evoluzione e coerenza del patrimonio applicativo. Nella logica di completamento dell’offerta, sono fondamentali anche le nostre acquisizioni strategiche» – ricorda Mini.

«In ottica cloud in particolare, penso a Longwave, un system integrator specializzato in soluzioni di comunicazione unificata, data center e collaboration, che abbiamo rilevato quasi tre anni fa, e si è dimostrato prezioso per l’ecosistema Zucchetti. Inoltre da maggio Longwave si è fusa con la società Lantech per dare vita a un polo di eccellenza negli ambiti networking, security, collaboration e unified communication». Antonio Grioli interviene sul tema della crescita per acquisizione con un excursus di carattere storico. «Recentemente, attraverso lo studio personale di testi specializzati, ho appreso che Cristoforo Colombo non era, come si ritiene, un semplice mercante, bensì un appassionato cartografo, che aveva addirittura sposato la figlia del più famoso cartografo del tempo. Quando salpò per il suo viaggio di scoperta, Colombo avrebbe avuto con sé mappe affidabili e abbastanza precise per portare a termine un progetto ben studiato. E anche il gruppo Zucchetti, per le sue acquisizioni, ha ben chiara una strategia di navigazione». Tra le operazioni più recenti, c’è quella che riguarda una società di software milanese, DoubleYou che rientra perfettamente nella filosofia del gruppo Zucchetti in materia di responsabilità sociale e valorizzazione delle persone e del loro talento. «DoubleYou – interviene Cristina Zucchetti, presidente Zucchetti Group e responsabile delle risorse umane di Zucchetti spa – ha sviluppato una piattaforma per la gestione dei cosiddetti flexible benefits per i dipendenti, che consente di offrire ai collaboratori di qualsiasi impresa forme di compensazione indirette, nel quadro dei nuovi servizi di welfare aziendale. La gestione del benessere aziendale – continua Cristina Zucchetti – è una tematica di forte attualità, perché la normativa ha esteso l’offerta di beni e servizi in esenzione fiscale, in diversi settori: dai rimborsi per le spese di istruzione, alle spese mediche, ma anche alle spese che il lavoratore deve affrontare per gli interessi su prestiti e mutui, per le attività sportive, per gli acquisti attraverso buoni spesa e così via». Com’è facile immaginare, assicurazioni e banche sono molto interessate a questo fenomeno e per intervenire devono passare per l’intermediazione degli uffici del personale delle imprese. «Oggi – conclude Cristina Zucchetti – il software di DoubleYou, partecipata Zucchetti, è al servizio dei dipendenti del nostro Gruppo ed è anche inserito in una nuova soluzione, ZWelfare, utilizzabile da tutti i clienti per la gestione del welfare aziendale».


#Infinity il sogno del paperless office secondo @ZucchettiSpa
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Per Domenico Uggeri, che affianca Mini nel ruolo di vicepresidente del Gruppo, mantenendo però anche la responsabilità sui prodotti della linea HR – soluzioni innovative come ZWelfare – che si inseriscono con grande anticipo sulla concorrenza in un segmento di mercato ancora tutto da scoprire, sono una delle ragioni del successo della piattaforma HR Infinity Global Solution nel suo complesso. «Nel mercato delle soluzioni “paghe e contributi” c’è stato un forte consolidamento in questi anni mentre Zucchetti è cresciuta regolarmente a due cifre. Solo per questi applicativi contiamo oltre 25mila clienti». Quel che conta, oltre ai volumi di questo successo, è la carica innovativa delle soluzioni HR afferenti a Infinity, che nella nuova generazione della piattaforma sono – come accade per le funzioni gestionali – fortemente orientate alla trasformazione digitale e allo smart working. Le novità introdotte in quella che ormai è la terza generazione di Infinity – prosegue Uggeri – comportano un arricchimento ulteriore dei contenuti, della compliance alla normativa italiana ed europea, ma soprattutto una semplificazione dell’impiego di strumenti di gestione del capitale umano, capaci di adattarsi automaticamente a ogni tipo di dispositivo fisso e mobile, senza più limiti fisici e temporali. «Una semplificazione – precisa il responsabile delle soluzioni HR Zucchetti – che rende ogni momento della gestione fluido e intuitivo anche su smartphone e tablet, ormai dominanti sia nell’impiego quotidiano dello staff nell’ufficio del personale o nello studio del consulente del lavoro sia per i dipendenti abilitati a fruire personalmente di funzionalità HR self service in ambiti relativi alla programmazione delle ferie, alla gestione delle spese di trasferta, all’informazione sugli aspetti previdenziali e pensionistici. «Tutte queste novità – osserva Uggeri – sono rivolte alle aziende a supporto della loro trasformazione verso il business 4.0, specie nei processi che riguardano il personale, autentico motore e destinatario di questo cambiamento».

Antonio Grioli – presidente del comitato direttivo

Risorse umane 4.0

Uggeri formula un aggancio a un altro elemento caratterizzante dell’azione del gruppo Zucchetti sul mercato delle soluzioni al servizio delle imprese: la capacità di creare un contesto di innovazione che amplifica l’effetto del software attraverso dispositivi hardware specializzati e automazione industriale. «Proprio in ottica 4.0, si orientano i moduli e le funzionalità concepiti con l’ausilio della tecnologia IoT, in particolare con strumenti di identificazione e localizzazione di tipo attivo o passivo. Internet of Things per Zucchetti significa software e dispositivi che riconoscono il lavoratore e la funzione che deve svolgere e non viceversa. Insomma, un rovesciamento rispetto ai tradizionali paradigmi degli strumenti di controllo». Le risorse umane amministrate da Infinity si muovono quindi in uno spazio di lavoro sempre più smart e libero da vincoli fisici e confini, capace di seguire in modo sempre più automatico le diverse attività del lavoratore mobile. E non solo del lavoratore, se si considerano estensioni della piattaforma Infinity nell’ambito della cantieristica o della gestione di flotte di veicoli, altra novità collegata all’acquisizione, in questo caso della pugliese Mac&Nil, che progetta sensori avanzati e strumentazione GPS. Riferendosi all’evoluzione della linea Infinity a copertura sia delle necessità di compliance internazionale sia della crescita geografica del Gruppo, Uggeri conclude con un accenno al numero record di grandi stadi calcistici, ormai 107 nel mondo, che si avvalgono di tecnologie Zucchetti per garantire la sicurezza e la rendicontazione delle procedure di accesso e deflusso dagli spalti.


Antonio Grioli @ZucchettiSpa : Trasformare in valore l’investimento IT
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Da un lato i processi semplificati e smaterializzati di Infinity Erp e dall’altro la dimensione del lavoro, digitalizzata e valorizzata da HR Infinity Global Solution. La trasversalità e la flessibilità sono forse gli ingredienti più dirompenti della trasformazione offerta dai gestionali Zucchetti, oltre alla possibilità per le aziende di contare su un interlocutore unico per la fornitura di tecnologie, applicazioni, servizi e canali di intermediazione con le agenzie e authority fiscali e previdenziali. Quest’ultimo è un punto su cui torna il responsabile della divisione Erp per ribadire il fondamentale ruolo sussidiario assunto dal gruppo lodigiano. «In Italia – ricorda Mini – l’obiettivo della semplificazione fiscale si raggiunge delegando certe funzioni alle aziende, attraverso l’obbligo della fatturazione e del dialogo elettronico. Complessità che noi aiutiamo a risolvere, anche supportando con le nostre tecnologie il lavoro di consulenti e intermediari, a partire dai Centri di assistenza fiscale». Secondo Mini, il 60 per cento delle dichiarazioni fiscali gestite dai Caf si basa su tecnologie Zucchetti e queste stesse tecnologie assicurano continuità agli operatori sempre “insidiati” da novità fiscali. «L’azione dei CAF, il loro contributo alla digitalizzazione delle procedure, al controllo e alla corretta informazione, non verranno mai meno, anche grazie al cloud di Zucchetti» – conclude Mini. E insieme al collega Uggeri, ribadisce l’importanza delle terze parti, che in materia contributiva fanno leva sull’offerta di servizio degli HR Service Zucchetti, valorizzando il lavoro dei consulenti del lavoro e dei tradizionali partner, anche in un ambiente a forte “disintermediazione” come il web.

Angelo Cian – responsabile Servizi Certificati Zucchetti

Una centrale per il digital business

Questa funzione di vero e proprio hub della digitalizzazione delle procedure – scommette Angelo Cian, responsabile Servizi Certificati Zucchetti – diventa ancora più fondamentale nel momento in cui la trasformazione investe, oltre alla relazione tra privati e PA, aspetti come la fatturazione e tutta la compravendita di beni e servizi tra privati. Cian spiega che Zucchetti – che vantava già il “bollino” di Conservatore Accreditato e di Certification Authority presso l’Agenzia per l’Italia Digitale (AgID), a breve per i servizi fiduciari qualificati con validità in tutta l’Unione Europea, in base alla normativa eiDAS – ha voluto dare un assetto coordinato a tutti questi servizi, creando appunto il nuovo Zucchetti Digital Hub. «Il servizio è costituito da una piattaforma web in grado di gestire – a valle della generazione della fatturazione elettronica che avviene nei nostri gestionali – processi quali: validazione firma digitale, marca temporale, invio al sistema di interscambio, gestione automatica della ricevuta. Infine, se tutto è corretto, i file saranno inviati alla soluzione di conservazione digitale Infinity» – spiega Cian. Il processo è interamente trasparente per l’utente del Digital Hub di Zucchetti e i costi di esercizio sono particolarmente vantaggiosi. Infatti, l’offerta è modulare ed è rivolta, in formula installabile on-premises, anche a chi non utilizza gestionali Zucchetti, ma desidera inglobare fatture elettroniche generate da altri sistemi ERP. Ma Digital Hub non è nato solo per la fatturazione elettronica, infatti Cian afferma: «Stiamo gradualmente ampliando l’offerta di questa piattaforma multi-formato con altri servizi e standard. Per esempio le comunicazioni trimestrali IVA o il nuovo formato europeo Peppol, che sta per “Pan European Public Procurement On Line” e che regola la gestione di ordini e documenti di trasporto». Nella prima fase della sua storia, Zucchetti ha insegnato a decine di migliaia di imprese italiane a servirsi del computer per automatizzare la contabilità e a non fare errori. Oggi, la posta in gioco della trasformazione digitale è la crescita, la diversificazione del business, la competitività sui mercati globali. Ma Zucchetti c’è sempre.

Foto di Gabriele Sandrini

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Megaupload e la megafregatura toccata a Mister Goodwin https://www.datamanager.it/2017/06/megaupload-la-megafregatura-toccata-mister-goodwin/ Mon, 19 Jun 2017 14:35:47 +0000 http://www.datamanager.it/?p=127017 La vicenda dei sigilli sugli oltre mille computer di Megaupload per violazione della legge sul copyright e quella dei dati bloccati di milioni di utenti. Come bilanciare costi e sicurezza? Massimo Boldi, comico ormai vintage e come tale potenziale leader politico alle prossime consultazioni, non ha mai fatto mistero della sua avversione per la pentola […]

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La vicenda dei sigilli sugli oltre mille computer di Megaupload per violazione della legge sul copyright e quella dei dati bloccati di milioni di utenti. Come bilanciare costi e sicurezza?

Massimo Boldi, comico ormai vintage e come tale potenziale leader politico alle prossime consultazioni, non ha mai fatto mistero della sua avversione per la pentola a pressione. Animato da spirito umoristico senza avere ambizioni elettorali, ho anch’io i miei pregiudizi. Non mi piacciono le soluzioni “cloud”. Ne riconosco l’economicità e – se vogliamo – qualche comodità funzionale, ma ho sempre il timore che il mio fornitore di servizi mi giochi qualche brutto scherzo. A mutuare Woody Allen, penso al rischio che il tizio prenda i dati e scappi. A questa incombente preoccupazione, da qualche anno se ne è aggiunta un’altra. Accolto con un profondo atto di fede il postulato secondo il quale adeguate misure di sicurezza possano scongiurare aggressioni da parte di qualsivoglia malintenzionato, è sempre più forte il tormento che il patrimonio informativo “collocato altrove” possa diventare irraggiungibile o inutilizzabile. Chi pensa mi riferisca a un orwelliano sbarco di marziani, si sbaglia. Parlo di questioni concrete e mi permetto di prendere in considerazione una fattispecie reale che spiega la legittimità dell’assillo in questione. è la storia di Kyle Goodwin che, pur facendo scattare – analogamente al “Carneade” di Don Abbondio – un fin troppo ovvio “chi era costui?”, può essere foriera di qualche utile riflessione.

Il signor Goodwin aveva una esigenza non lavorativa, ma non per questo meno meritevole di attenzione e di tutela: parcheggiare in modo protetto e “low cost” i filmati delle competizioni sportive di un liceo e creare il suo ambizioso “OhioSportsNet”. Settantanove euro e 99 centesimi per un abbonamento “premium” di durata biennale gli sembravano un occasione da non lasciarsi scappare e, quindi, non ha esitato ad approfittare di una così ghiotta opportunità. Il nostro calendario corre a cinque anni fa. Mister Kyle è felice della soluzione trovata ma la sua gioia inciampa presto. Gli agenti di FBI in Nuova Zelanda arrestano Kim Schmitz, classe 1974, “imprenditore” tedesco di quel di Kiel. Il tizio in questione, un tempo Re Kimble e vivace protagonista di scorribande in rete, è alla sua vita 2.0 e ha cambiato il suo cognome quasi si trattasse di rinominare un file o di mutare l’identificativo di un sito web. Sceglie il casato Dotcom, “punto com” per l’appunto. E’ accusato di aver infranto la disciplina vigente in materia di diritto d’autore e i suoi server vengono sequestrati. Le “macchine” incriminate sono quelle del suo impero digitale Megaupload. Kyle Goodwin è un suo cliente e, come tanti altri fruitori di quel servizio “cloud”, si ritrova escluso dal poter accedere ai suoi contenuti parcheggiati su quella piattaforma remota.


.@Umberto_Rapetto #Megaupload e la megafregatura toccata a mister Goodwin
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A distanza di un lustro, nonostante le sollecitazioni in contesto giudiziario, i sigilli sono ancora integri e gli oltre mille computer di Megaupload rimangono bloccati. L’avvocato Mitch Stoltz, legale dell’organizzazione per la tutela dei diritti civili Electronic Frontiers Foundation, ha recentemente scritto una mozione in cui lamenta che la Corte abbia respinto gli appelli a far procedere la causa, non considerando che Kyle Goodwin e tante altre persone stanno attendendo da cinque anni la restituzione dei propri dati (che non costituiscono corpo di reato) senza che possa esserci rimedio a breve.

La vicenda è emblematica e prospetta un rischio che difficilmente viene preso in considerazione quando gli occhi sono calamitati dall’ipnotica convenienza economica. Il risparmio che è possibile conseguire è spesso l’ispiratore di scelte significative che si riverberano sul destino personale, professionale, aziendale. Le considerazioni a più ampio spettro molto sovente non trovano lo spazio che sarebbe loro dovuto. L’avventura dello sfortunato Goodwin evoca l’inossidabile Renzo Arbore con un bicchiere di birra in mano in uno spot pubblicitario del lontano 1980. Quel “Meditate gente, meditate” è più che mai appropriato.

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Enterprise mobility. Evoluzione della specie https://www.datamanager.it/2017/06/enterprise-mobility-evoluzione-della-specie/ Mon, 19 Jun 2017 14:27:51 +0000 http://www.datamanager.it/?p=126992 E’ iniziata una nuova fase per le soluzioni EMM, che sull’onda della digital transformation stanno spostando la focalizzazione dagli aspetti di gestione dei componenti tecnologici ai processi Il 2017 rappresenta l’anno di inizio di una nuova fase dell’evoluzione delle soluzioni di enterprise mobility management (EMM), con una rapida espansione delle funzionalità, oltre a quelle tipiche […]

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E’ iniziata una nuova fase per le soluzioni EMM, che sull’onda della digital transformation stanno spostando la focalizzazione dagli aspetti di gestione dei componenti tecnologici ai processi

Il 2017 rappresenta l’anno di inizio di una nuova fase dell’evoluzione delle soluzioni di enterprise mobility management (EMM), con una rapida espansione delle funzionalità, oltre a quelle tipiche legate ai device mobili, che includono la gestione di pc, oggetti connessi, wearable, lettori e altri terminali. Tale cambiamento segue il percorso di trasformazione digitale delle aziende, anche italiane, più evolute, dove l’attenzione si è ormai spostata dagli aspetti della gestione dei componenti tecnologici ai processi. Questi sono abilitati e automatizzati da applicazioni e piattaforme intelligenti, in grado di dialogare con sistemi centralizzati, persone e sensori distribuiti sul territorio, guardando verso la business community, oltre i confini fisici dell’azienda. In questo percorso di trasformazione, non è più sufficiente limitarsi a fornire un device per comunicare. Le soluzioni EMM devono supportare lo sviluppo di applicazioni, con requisiti in termini di interfaccia utente e usabilità che rendano tutto il processo più fluido in diverse situazioni d’uso. La protezione degli asset (dati e informazioni oltre ai beni) e la sicurezza aziendali restano una preoccupazione, ma l’agilità guadagnata compensa ampiamente gli investimenti. Anche a livello di mercato, i confini fra le soluzioni di sicurezza (mobile enterprise security, identity and access management) e gestione (mobile device & content management) si sfumano, convergendo in sistemi di enterprise mobility management, mentre le crescite più interessanti le otterranno le mobile application development platform (MADP), per lo sviluppo di applicazioni sicure e integrate con i processi aziendali. In Italia, il valore del mercato del software e dei sistemi di enterprise mobility, nel 2016, è stato di circa 71 milioni di euro, e crescerà con incrementi medi annui intorno al 20% entro il 2019; i servizi professionali correlati a queste soluzioni, in aggiunta, arriveranno a generare 1,3 miliardi di dollari entro il 2019.


#EMM Gabriele Roberti @IDCItaly Evoluzione della specie
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Di seguito analizziamo i 5 driver di questa crescita.

1.Accelera la gestione unificata degli endpoint – La gestione dei pc tramite piattaforme MDM/EMM, all’orizzonte da diversi anni, è stata aiutata dalla comparsa di Windows 10. Le MDM API del sistema operativo sono il catalizzatore di questa trasformazione, consentendo la gestione, configurazione e l’aggiornamento dei desktop e laptop in modo simile a quello degli smart device con i OS mobili. La maggior parte dei fornitori di EMM ha già incominciato a proporre le proprie soluzioni per la gestione unificata di mobile device e pc e le imprese hanno iniziato a considerare questa strategia come l’evoluzione a medio-lungo termine per la gestione e il controllo di un insieme sempre più ampio e variegato di endpoint aziendali. Nel breve termine, le soluzioni PCLM (pc life cycle management) rimarranno, aiutate dalla permanenza delle versioni più vecchie del sistema operativo. Tuttavia, secondo IDC, gli oltre 200 milioni di dispositivi Windows 10 installati nelle imprese di tutto il mondo, raddoppieranno entro il 2020, rappresentando oltre il 90% della base installata dei sistemi operativi aziendali, stimolando un riassetto della competizione nell’area EMM.


#EMM Gabriele Roberti @IDCItaly Una piattaforma per l’ #IOT
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2.Una piattaforma per l’Internet of Things – Il concetto di EMM come piattaforma di gestione e controllo anche per dispositivi IoT è stato sviluppato già nel corso degli ultimi anni, ma la vera estensione della rete aziendale a nuovi e diversi dispositivi in ottica IoT si svilupperà solo nei prossimi mesi. Queste piattaforme includeranno ad esempio: Sale conferenze connesse, che uniscono rete e attrezzature (proiettori, schermi, lavagne intelligenti e piattaforme per videoconferenza e applicazioni), con strumenti per la gestione dei dispositivi, policy, sicurezza, connettività e gestione delle richieste degli utenti finali. Soluzioni per il retail, che includono i dispositivi mobili utilizzati nei punti vendita e sistemi di digital signage, “customer-facing interface”, beacon per il tracciamento dei clienti, applicazioni per l’inventario e l’assistenza clienti. Soluzioni specifiche, basate su device wearable e AR/VR, già nativamente predisposti per l’integrazione con le piattaforme EMM. In aggiunta a queste soluzioni, nelle piattaforme EMM saranno integrati la gestione e la sicurezza dei gateway IoT, apparati localizzati all’”edge” delle reti, in grado di raccogliere ed elaborare grandi quantità di dati da endpoint IoT distribuiti (sensori, contatori, etc), connessi con reti a lungo raggio, basso consumo e bassa capacità. In questo scenario, le piattaforme EMM agiranno sulla distribuzione del software, sulla gestione di policy e applicazioni e sulla messa in sicurezza della connessione, in modo simile a quanto avviene per smartphone e tablet.


#EMM Gabriele Roberti @IDCItaly Gli #analytics agganceranno i mobile worker
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3.Gli analytics agganceranno i mobile worker – L’integrazione di strumenti di analytics e AI nelle soluzioni EMM sarà finalizzata a ottenere informazioni su come funzionano i processi aziendali e quali di questi sono ottimizzati o inefficienti, diventando una fonte di informazioni strategiche e potendo guidare azioni di tipo correttivo. Inizialmente le funzioni legate a questi strumenti saranno di intelligence preventiva, di sicurezza del dispositivo e di ottimizzazione della distribuzione delle applicazioni. Nel medio termine, invece, gli analytics saranno sfruttati nelle piattaforme EMM per produrre e registrare dati sull’attività dei mobile worker, fino all’utilizzo degli stessi con sistemi cognitivi o di intelligenza artificiale: dall’accesso alle applicazioni alla localizzazione (GPS / cellulari / Wi-Fi) fino al registro delle attività, il tutto nel rispetto della privacy dei lavoratori.


#EMM Gabriele Roberti @IDCItaly Arrivano i device #SUMU (single use, multi user)
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4.Arrivano i device SUMU (single use, multi user) – Gran parte della trasformazione digitale consiste nella conversione dei processi cartacei analogici in digitale. Molti processi che in passato comportavano il caricamento dei dati su carta o su pc sono candidati a passare sui tablet. Non si tratterà solo di tablet o smartphone dati al singolo lavoratore, ma piuttosto di device monouso e multi-utente: i cosiddetti SUMU. Questi device non sono una novità, ma il loro utilizzo continuerà a estendersi, come alternativa all’utilizzo di input su carta. I device SUMU richiedono specifiche funzioni di configurazione e monitoraggio, necessitano quindi di una gestione EMM, pur non avendo criticità tipiche di approcci BYOD. I device SUMU saranno prevalentemente tablet touchscreen, utilizzati con modalità single-app o con guide all’accesso per svolgere una sola funzione. Li vedremo ad esempio in attività di field service management e nelle catene di produzione, ma continueranno a essere utilizzati anche in settori retail a contatto con i clienti.


#EMM Gabriele Roberti @IDCItaly #Wearable #AR e #VR nelle imprese
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5.Wearable nelle imprese: dove non sono arrivati gli smartwatch arriverà l’AR/VR – Nel 2017 i wearable nelle imprese supereranno la fase sperimentale (dominata dai dispositivi da polso) e cominceranno a essere più largamente utilizzati, includendo altre tecnologie indossabili, come i dispositivi di tracciamento e visori AR/VR. I casi d’uso si allargheranno alle sale operatorie, dove visori permetteranno ai medici di accedere a informazioni e operare da remoto, fino alle attività sul campo, dove accedere alle informazioni in modalità “hands free” può essere una questione di produttività quanto di sicurezza fisica. I wearable saranno integrati in piattaforme EMM per garantire la sicurezza e le funzioni di gestione, con funzionalità di “geofencing” (la limitazione dell’accesso ai dati aziendali solo quando i device sono utilizzati in una certa area), di crittografia delle connessioni e con altre funzioni di sicurezza per proteggere asset e informazioni aziendali.

Gabriele Roberti, research & consulting manager di IDC Italia

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Venture capital 3.0. Largo alle criptovalute https://www.datamanager.it/2017/06/venture-capital-3-0-largo-alle-criptovalute/ Mon, 19 Jun 2017 14:02:13 +0000 http://www.datamanager.it/?p=126995 Il 2016, votato alla trasformazione e all’innovazione. Arriva una nuova fase dei venture capital e questa volta le regole sono dettate dalle criptomonete Non si fa in tempo a leggere l’ultima novità nel mondo del private equity che subito spunta un’altra notizia. Non c’è proprio il tempo di annoiarsi. Occorre pertanto affrettarsi e accelerare il […]

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Il 2016, votato alla trasformazione e all’innovazione. Arriva una nuova fase dei venture capital e questa volta le regole sono dettate dalle criptomonete

Non si fa in tempo a leggere l’ultima novità nel mondo del private equity che subito spunta un’altra notizia. Non c’è proprio il tempo di annoiarsi. Occorre pertanto affrettarsi e accelerare il passo se non si vuole rimanere troppo indietro. Quel che è certo è che i cambiamenti sono dietro l’angolo, già si percepiscono e si potrebbe quasi parlare di una nuova generazione. L’era del Venture Capital 3.0. E a questo forse ancora non siamo pronti. Certamente, è ancora troppo presto per affermare l’avvio di una simile stagione del mondo del private equity ma è anche vero che tutto è fermo, “e pur si muove”! Di cosa stiamo parlando? Cos’è che si muove? Prestate bene attenzione e rizzate le orecchie. Sembra, infatti, che si stia sviluppando e diffondendo una nuova strategia che sta tentando o, meglio ancora, vuole farsi strada nel panorama delle politiche di azione finora intraprese e sperimentate dai venture capital. Una nuova strada ancora non battuta. è quella che oggi viene chiamata la “via dell’offerta iniziale di denaro”, la cosiddetta “ICO”, ovvero anche “initial coin offer”.

Ma di cosa si tratta precisamente?

In realtà, una definizione netta e rigorosa risulta essere un’impresa ardua e ciò in quanto è ancora tutto in profondo divenire e inevitabile mutamento. Occorre prendere atto che una ICO sia senza dubbio un sistema misto, caratterizzato in parte dal crowdfunding, in parte dallo sviluppo di token, di programmi e dispositivi di sicurezza, in parte, ancora, dalla speculazione. Si potrebbe forse definire una sorta di IPO per le criptovalute. Ma come funziona questo nuovo sistema di private equity? Procediamo per gradi. Il primo passo è senza dubbio rappresentato dalla squadra di una startup tecnologica che crea una ICO, utilizzando una piattaforma software basata sulla Blockchain, normalmente aperta. La piattaforma è alimentata da programmi di sicurezza basati sulla crittografia – detti crittografi. Il team della startup procede, quindi, con un foglio bianco, ovvero inizia a descrivere la propria idea, illustrando il progetto nei dettagli tecnici al fine di consentire una ulteriore revisione da parte della comunità che utilizza le cripto-monete e, talvolta, viene anche elaborato un prototipo. Nella fase successiva, il team della startup cerca di supportare la piattaforma offrendo in anteprima, e spesso a prezzo scontato, l’utilizzo di tali programmi di sicurezza. L’offerta di tali sistemi a un prezzo modico, affinché gli utenti possano sperimentarli, determina senza dubbio un aumento della domanda. Si tratta di progetti che si auto alimentano sostanzialmente. Due piattaforme australiane basate sulla blockchain, Incent e ChronosBank, hanno raccolto rispettivamente ben più di un milione e sette milioni di dollari in questo modo negli ultimi sei mesi, senza avere la necessità di richiedere una iniezione di capitale di rischio tradizionale.


#Bitcoin #Blockchain @simeoneantonio1 Venture Capital 3.0, largo alle criptovalute
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Quindi, una sorta di Crowdfunding?

Non proprio. Nonostante le offerte iniziali di moneta, ovvero le ICO, possano sembrare simili a una campagna Kickstarter, presentano comunque un loro risvolto speculativo. Una volta che l’ICO sia stata completata, le piattaforme più forti e solide iniziano a sviluppare un valore materiale e reale che può essere scambiato, una vera e propria moneta. Attualmente, sono presenti in tutto il mondo più di 40 exchange di criptovalute nell’ambito dei quali Poloniex.com è sicuramente il più grande mercato di scambio negli Stati Uniti. Il loro ruolo è quello di stabilire un mercato secondario in cui le principali cripto monete possono essere scambiate per bitcoin in un mercato aperto, in modo molto simile a quanto avviene nei mercati finanziari. Di conseguenza, la maggior parte delle criptovalute ha un valore di mercato che le rende oggetto di scambio secondo il classico trend della domanda e dell’offerta. Quel che sostanzialmente è diverso è che dietro la domanda e l’offerta delle criptomonete è, altresì, presente uno scambio di domanda e offerta legato alla piattaforma della criptomoneta e anche al suo livello di sicurezza.

Le quantità degli scambi sono soggette alle stesse dinamiche delle azioni e del forex. Un mercato in cui le criptomonete principali condurranno la domanda sottostante e le loro azioni di scambio quotidiane determineranno il relativo prezzo. Per fare qualche numero, basti pensare che il valore totale del mercato di criptomonete è attualmente superiore a 83 miliardi di dollari, con i bitcoin che ne rappresentano la parte prevalente (40 miliardi). Tra le prime grandi piattaforme di scambio di criptomonete non si può non menzionare Ethereum, la piattaforma che consente di eseguire “contratti intelligenti”, ovvero i cosiddetti smart contract. Sono contratti che fondamentalmente si eseguono da soli in quanto le istruzioni sono state già definite a priori. Pertanto, potrebbe essere programmato in automatico un trasferimento di soldi al verificarsi di determinate condizioni già predefinite. Chiunque gestisce uno smart contract sulla piattaforma Ethereum paga una piccola tassa per eseguire quel contratto. Nello stadio iniziale, Ethereum ha raccolto circa 18 milioni di dollari, anche se la sua attuale capitalizzazione di mercato è superiore a quattro miliardi di dollari.

Un fenomeno emergente

Quello delle criptomonete è sicuramente un mercato in crescita e i venture capital odierni non possono non prenderne atto. Quindi, invece di essere etichettate come ICO, molte squadre di sviluppatori stanno cominciando a riciclare le loro “crowdsales” come vendite di programmi o di dispositivi, sostanzialmente come “token sales”, sottolineando come le criptomonete e i programmi alla base siano un insieme inscindibile, destinato a crescere e svilupparsi in maniera allineata, procedendo su binari paralleli. Spesso, il prototipo di un programma per lo scambio di criptomonete viene creato ancora prima della criptomoneta stessa. Le offerte di moneta iniziale sono una forma crescente di venture capital, un fenomeno emergente che potrebbe avere importanti e significative implicazioni per il modo in cui gli imprenditori si avvicinano al capitale di rischio. Si tratta di un’area di elevato rischio sia finanziario sia normativo. Un mercato ancora poco conosciuto, e certamente scarsamente regolamentato. Per dirla meglio, le regole ci sono, e sono anche fondamentali, ma non sono quelle tradizionali. Non solo, non è presente la centralizzazione, ma le criptomonete riscrivono il mondo del private equity, dando vita a un mondo sempre più decentralizzato e autoregolamentato. Un nuovo linguaggio che i venture capital devono iniziare ad apprendere per scrivere nuove pagine bianche.

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