rivistaluglioagosto2018 – Data Manager Online https://www.datamanager.it Il portale dell'ICT professionale Mon, 08 Oct 2018 11:40:18 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=5.8.13 https://www.datamanager.it/wp-content/uploads/2020/04/dmo-favicon3.png rivistaluglioagosto2018 – Data Manager Online https://www.datamanager.it 32 32 Agricoltura 4.0, coltivare dati per raccogliere valore https://www.datamanager.it/2018/07/agricoltura-4-0-coltivare-dati-per-raccogliere-valore/ Fri, 13 Jul 2018 10:17:32 +0000 http://www.datamanager.it/?p=151375 Come piantare il seme dell’innovazione per migliorare la competitività dell’agroalimentare italiano. Dalle applicazioni IoT in campo a quelle sui trattori, dai droni alla supply chain, passando per la robotica, il machine learning e l’agricoltura di precisione. Ecco tutte le soluzioni tecnologiche al servizio dell’innovazione in agricoltura, dei prodotti dell’agroalimentare italiano di qualità, dello sviluppo dei […]

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Come piantare il seme dell’innovazione per migliorare la competitività dell’agroalimentare italiano. Dalle applicazioni IoT in campo a quelle sui trattori, dai droni alla supply chain, passando per la robotica, il machine learning e l’agricoltura di precisione. Ecco tutte le soluzioni tecnologiche al servizio dell’innovazione in agricoltura, dei prodotti dell’agroalimentare italiano di qualità, dello sviluppo dei territori di eccellenza e dello sviluppo sostenibile

Con l’espressione “smart agrifood” si identifica, in estrema sintesi, una visione del futuro della filiera agricola e agroalimentare secondo cui, grazie alle tecnologie digitali, l’intero comparto non solo aumenterà la propria competitività, ma sarà in grado di valorizzare meglio la qualità, di essere più sostenibile e di dare più valore anche alle produzioni di nicchia. Il continuo e rapido tasso di crescita della popolazione mondiale può influire sulla disponibilità delle risorse in futuro. Da studi recenti, è emerso che la produzione del settore dovrà aumentare del 60% entro il 2030 (dati FAO). Il futuro dell’agricoltura – al quale è legato a doppio filo anche il nostro stesso futuro – dipende dalla sua trasformazione digitale. In questo contesto ai CIO interessa sempre di più comprendere in profondità le innovazioni digitali (di processo, infrastrutturali, applicative, hardware e software) che stanno trasformando la filiera agricola e agro-alimentare, unificando le principali competenze necessarie: economico-gestionali, tecnologiche, agronomiche. L’innovazione digitale può contribuire a migliorare in particolare la competitività del settore agroalimentare italiano, garantendo più qualità, trasparenza, tracciabilità e ottimizzazione dei processi di produzione, coltivazione e allevamento. L’automazione permetterà di difendere la qualità delle produzioni, abbattendo i costi di gestione, monitorando l’intero ciclo di produzione, per decidere il momento migliore per intervenire.

Nonostante la forte contrazione di tutte le componenti della produzione agricola, l’agroalimentare Made in Italy rappresenta una voce importante del prodotto interno lordo nazionale, seconda solo al comparto manifatturiero. Nel 2017, il valore del settore primario italiano è stato pari a 28,14 miliardi, in calo rispetto ai 29,12 dell’anno precedente. Se l’Italia non è mai stata competitiva sulle grandi estensioni, lo è invece sulla biodiversità e le produzioni di nicchia. L’Italia investe poco in innovazione in agricoltura, appena lo 0,02% del PIL. Secondo i dati pubblicati dal Centro studi di Confagricoltura, al top dell’innovazione ci sono Israele e Corea del Sud, che investono ogni anno oltre il 4% del PIL in R&D. Al boom dell’export agroalimentare, si è registrata anche una crescita delle importazioni di materie prime. E questo è un campanello di allarme in un momento di contrazione della produzione agricola nazionale. L’Italia sta diventando sempre di più un paese trasformatore. Un dato che deve far riflettere quando parliamo di competitività sbandierando l’orgoglio tricolore del Made in Italy. È necessario premere l’acceleratore dell’innovazione per aumentare la produttività, ma anche la sostenibilità. Dobbiamo pensare a un piano di sviluppo per l’agricoltura analogo a quello per l’Industry 4.0. Agricoltura di precisione, genomica, adattamento dell’agricoltura ai cambiamenti climatici, controllo delle infestanti e delle infezioni, salute, benessere, nutraceutica, tecnologie dell’informazione, big data e digitalizzazione. Sono questi i driver dell’innovazione. Parole che devono acquisire dignità nel vocabolario delle imprese agricole al pari di tradizione, eccellenza e qualità.


#Agricoltura40 L’agricoltura si trasforma ma servono più investimenti
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L’AGRICOLTURA SI TRASFORMA

La trasformazione del settore agricolo sta avvenendo a una velocità superiore alle attese. Una trasformazione che sopravanza non solo le competenze degli addetti ai lavori, ma anche la capacità di assorbire il cambiamento da parte delle imprese. Export agricolo, convergenza di settore alimentare e sanitario, ascesa di proteine alternative, il potenziale dell’indoor farming. Sono solo alcuni dei temi che catalizzano l’attenzione. Dai dati e le proposte presentate in occasione dei più recenti appuntamenti specialistici su scala mondiale – quali i recentissimi Seed&Chips di Milano e l’AgriTech Israel 2018 di Tel Aviv – traspaiono alcuni fabbisogni comuni a tutto il vasto e variegato universo agritech e smart food, accomunato in modo molto evidente da un “rischio/opportunità” disruption appena all’inizio, ma in costante accelerazione.

LA SUPPLY CHAIN HA FAME DI INFORMAZIONE

Dalla field optimization all’automazione e all’intelligenza artificiale fino alla supply chain estesa, le startup e gli altri disruptor lavorano su ogni lato dell’agritech per lo sviluppo di nuove e interessanti applicazioni. Il problema è che molti operatori sono completamente all’oscuro di queste evoluzioni. Questa “disconnessione” deve essere risolta se vogliamo coltivare il seme dell’innovazione e portare a maturazione nuovi progetti. Un commento di Jack Scott, VP Sustainibility di Nestlé, durante un panel sugli hyperlocal data ha messo in evidenza l’importanza di «essere trasparenti» per imparare a condividere dettagli delle proprie scelte operative: «Si tratta forse di una delle sfide più dure che dobbiamo superare. Se avremo il coraggio di immergerci nei dati, solo allora saremo davvero capaci di risalire la supply chain all’indietro per raggiungerne l’origine. Solo i dati possono farci andare così lontano».

C’È BISOGNO DI “COLLABORATION”

Allo stesso tempo, i disruptor devono lavorare più a stretto contatto con i loro clienti finali. L’innovazione non può avvenire nel vuoto. Non possiamo perdere di vista l’agricoltore da una parte e il consumatore dall’altra. «Le startup come noi devono collaborare con le aziende più grandi del settore e con le aziende agricole» – ha dichiarato Allison Kopf, fondatrice e CEO di Agrilyst, una startup con sede a Brooklyn che lavora a strumenti basati sui dati per gli agricoltori locali. «Occorre amplificare la voce del contadino, potenziare ma non condizionare le sue opportunità di crescita attraverso l’uso della tecnologia».

NUOVI MODELLI DI BUSINESS

La dimensione e la concentrazione dei mercati di quelli che nel settore si chiamano “input” – per comprendere: semi, fertilizzanti, prodotti chimici, sistemi di irrigazione migliorati e altro – sono pronti per la disruption. «La maggior parte dell’agricoltura è una commodity: il rendimento si basa sul volume di produzione, non sulla sostenibilità o la qualità» – ha messo in evidenza David Perry, CEO di Indigo Agriculture. Le cose stanno cambiando. E i consumatori sono disposti a pagare un prezzo più alto per avere prodotti migliori. Non solo. «Ridurre l’uso di sostanze chimiche o ridurre l’uso di fertilizzanti è certamente utile, in quanto ha un beneficio immediato anche per l’agricoltore perché riduce i costi di produzione». La tech-industry ha la brutta abitudine di ricorrere a modelli di business già consolidati, di solito ispirata al tipico modello di un Software as a Service (SaaS) della Silicon Valley. Ma l’agricoltura è diversa. Ed è tempo di elaborare modelli di business che aiutino effettivamente l’industria a risolvere alcuni dei problemi che sta affrontando. Negli ultimi dieci anni, l’agricoltura ha visto nascere un numero di società tecnologiche davvero interessanti che però sono state limitate dal proprio ecosistema. Secondo David Perry, è necessario risolvere il problema del modello di business in modo da poter massimizzare il valore della tecnologia adottata. In tutti i casi, questo è un ottimo momento per le startup che devono risolvere questi problemi, grazie al consolidamento delle aziende di input, alla riduzione della domanda sulle tecnologie esistenti, all’emergere di nuove tecnologie come la microbiologia e la data science, oltre al fatto che l’agricoltura non è molto attraente dal punto di vista economico in questo momento. Tutto ciò rende gli agricoltori più disposti a sperimentare. E forse è arrivato il momento giusto per costruire qualcosa di nuovo in grado di rimodellare radicalmente l’agricoltura.


#Agricoltura40 Contrazione della produzione agricola nazionale. Made in Italy a rischio?
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L’AGRICOLTORE DEL FUTURO

Anche il fattore umano in agricoltura sta cambiando, dal lavoratore manuale che lavora nei campi alla generazione successiva che gestirà la fattoria. In che modo la fattoria del futuro affronterà il problema della gestione e dell’impiego delle risorse umane di fronte all’automazione e ai cambiamenti dei mercati? Quali nuove porte si apriranno? Assisteremo sicuramente a un cambiamento di interfacce come sempre è accaduto nella storia. Secondo l’economista agricola Renée Vassilos, fondatrice del Banyan Innovation Group, ogni azienda ha un capitale investito in attrezzature inutilizzate per una gran parte dell’anno. Un surplus di capacity che non si traduce però in vantaggio economico. «Un vero salto di qualità in termini di autonomia ed efficienza si potrà raggiungere davvero soltanto con il “24-hours-a-day farming”. E a questo si dovrà aggiungere anche l’opportunità di un modello più sostenibile di condivisione delle attrezzature per abbracciare la tecnologia come risorsa sostenibile e scalabile.

IOT E SENSORI SUL CAMPO

L’IoT sta realizzando una disruption in senso positivo per l’industria agricola ed esiste un potenziale estremo per l’utilizzo dell’IoT nel settore. L’IoT semplifica e snellisce la raccolta, l’ispezione e la distribuzione complessiva delle risorse agricole utilizzando sensori su apparecchiature e materiali. Sensori posizionati strategicamente attorno ai campi insieme a tecnologie di riconoscimento delle immagini consentono agli agricoltori di visualizzare le loro colture da qualsiasi parte del mondo. Questi sensori inviano agli agricoltori informazioni aggiornate in tempo reale, pertanto è loro possibile apportare modifiche alle colture. Questo si traduce in una maggiore produzione di cibo con meno sprechi, esattamente ciò di cui questo settore ha bisogno.

IOT E SENSORI NELLE APPARECCHIATURE

Proprio come la tecnologia in campo, i sensori vengono collocati su attrezzature agricole per monitorarne ad esempio lo stato operativo. Usando il termine “agricoltura di precisione” vengono fabbricati trattori e altre attrezzature agricole con sistemi di navigazione e una varietà di sensori. Alcuni sensori sono costruiti con la capacità di compensare il terreno irregolare usando il GPS. Altri sono costruiti per la mappatura della resa e la documentazione del raccolto, direttamente dalla cabina dell’attrezzo. Altri ancora segnalano quando i trattori devono essere sottoposti a manutenzione, minimizzandone su base statistica i costi e i tempi di fermo macchina.

DRONI E MONITORAGGIO COLTURE

Possiamo immaginare il ritorno sull’investimento quando gli agricoltori possono visualizzare le loro colture utilizzando una fonte aerea, senza dover noleggiare un aereo. I droni vengono utilizzati per il monitoraggio delle colture come mezzo per combattere la siccità e altri fattori ambientali dannosi. I droni che producono immagini 3D possono essere utilizzati per prevedere la qualità del suolo attraverso l’analisi e la pianificazione dei modelli di semina. I droni vengono anche usati per irrorare prodotti chimici sulle colture selettivamente senza penetrare nelle acque sotterranee e possono aumentare la velocità di irrorazione di cinque volte rispetto ad altri tipi di macchinari.

FARMING E ROBOTICA

La robotica in agricoltura migliorerebbe la produttività e porterebbe a rendimenti sempre più rapidi: i robot di irrorazione e diserbo, recentemente acquisiti dal gigante delle macchine agricole John Deere, possono ridurre l’uso di prodotti agrochimici di un incredibile 90%. Alcune startup di robotica stanno sperimentando la guida laser e l’uso di telecamere per identificare e rimuovere piante infestanti sul campo senza l’intervento umano. Questi robot possono utilizzare la guida autonoma per spostarsi tra le file di colture, riducendo la manodopera. Alcune aziende stanno sperimentando l’utilizzo di robot per il trapianto di piante che aggiungono un nuovo livello di efficienza ai metodi tradizionali. Altre stanno testando i robot anche per la raccolta della frutta e delle noci, attività che in passato erano sembrate troppo delicate da potere essere affidate ad attuatori meccanici.

SENSORI E TRACCIABILITÀ RFID

Dopo le operazioni di raccolto, i sensori RFID possono essere utilizzati per tracciare il cibo dal campo al negozio. Rivenditori e consumatori finali saranno in grado di seguire un percorso dettagliato di tracciabilità del prodotto, risalendo tutta la filiera. Questa tecnologia potrebbe aumentare l’affidabilità dei produttori e la loro responsabilità nel fornire prodotti freschi e sicuri. Questi sistemi di localizzazione potrebbero anche ridurre l’apprensione per quanto riguarda gli allergeni e i requisiti di salute per i consumatori.

MACHINE LEARNING E ANALYTICS

Forse una delle aree più innovative della trasformazione digitale è la capacità di utilizzare l’apprendimento automatico e l’analisi avanzata per estrarre conoscenza dai dati raccolti. Questo può iniziare molto prima della semina. L’apprendimento automatico può predire quali tratti e geni saranno i migliori per la produzione di colture, dando agli agricoltori di tutto il mondo i semi migliori in rapporto alla posizione geografica e alle condizioni di coltivazione. Gli algoritmi di apprendimento automatico possono essere utilizzati per rendere più trasparente il processo produttivo ma anche per fornire in tempo reale KPI con i consumi del mercato.

IL SEME DELL’INNOVAZIONE

Il digitale migliora la competitività dell’agroalimentare italiano. Secondo i risultati della ricerca dell’Osservatorio Smart Agrifood del Politecnico di Milano condotta insieme al Laboratorio RISE dell’Università degli Studi di Brescia, l’Agricoltura 4.0 ha un mercato in Italia di circa 100 milioni di euro, il 2,5% di quello globale. Nonostante i benefici in termini di riduzione dei costi, di qualità e resa del raccolto, la diffusione di queste soluzioni è ancora limitata e oggi meno dell’1% della superficie coltivata complessiva è gestito con questi sistemi. Molte PMI italiane si stanno attivando nella trasformazione digitale dell’agroalimentare, ma una forte spinta innovativa proviene dalle nuove imprese, con 481 startup internazionali Smart AgriFood nate dal 2011 ad oggi, di cui 60, ben il 12%, italiane. «L’innovazione digitale nell’agroalimentare si manifesta dalla produzione in campo alla distribuzione alimentare, passando per la trasformazione e può garantire competitività a uno dei settori chiave per l’economia italiana, che contribuisce per oltre l’11% del PIL e per il 9% sull’export» – ha spiegato Filippo Renga, condirettore dell’Osservatorio Smart AgriFood. «Lo Smart AgriFood da un lato può ridurre i costi di realizzazione di prodotti di alta qualità, dall’altro far crescere i ricavi grazie a una maggiore riconoscibilità o garanzia, ad esempio con sistemi di anticontraffazione o di riduzione dei prodotti non conformi esportati. Ma l’innovazione digitale consente anche di intervenire a supporto dell’intera filiera, garantendo sostenibilità a tutti gli attori del settore, inclusa la produzione in campo».


#Agricoltura40 Più innovazione al servizio della qualità e della sostenibilità
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SMART AGRICULTURE IN CAMPO

Considerato il ruolo “propulsivo” delle startup italiane che stanno dando un contributo sostanziale nell’innovazione del settore agricolo, Data Manager ha scelto di approfondire lo stato dell’arte proprio con una realtà come Evja, startup con sede a Napoli, attiva nei settori Internet of Things e Smart Agricolture. Quando si parla di agroalimentare, l’Italia è tra gli attori principali sia per quanto riguarda la produzione che l’immagine associata al settore. Ma come è possibile mantenere questa leadership se non si investe in innovazione? Abbiamo girato la domanda a Davide Parisi, CEO di Evja, secondo il quale la parola chiave è “smart agriculture” che comprende un ampio insieme di innovazioni tecnologiche volte a migliorare i processi della filiera agricola e a portare le aziende nell’era dell’Agricoltura 4.0. Le soluzioni smart che si sono sviluppate recentemente spaziano dai sensori ai droni, dalla tecnologia satellitare al machine learning e ai big data. Il tutto, ovviamente, applicato a un settore come quello agricolo che solo a un occhio non attento può sembrare geneticamente refrattario all’innovazione, ma che invece è in grado da sempre di evolversi in una dialettica continua tra conservazione e cambiamento.

In questo contesto, Evja ha progettato OPI, un sistema di supporto decisionale per aziende agricole basato su sensori e algoritmi previsionali. «OPI ha attirato subito l’attenzione – ha dichiarato Paolo Iasevoli, COO di Evja – e siamo stati invitati a presentarlo a eventi importanti come il Mobile World Congress di Barcellona, lo SMAU Berlin, il World Food India di Nuova Delhi e il World Agri-Tech Summit di San Francisco, come unico prodotto non americano sul palco». OPI è un sistema integrato hardware/software. Il nodo-sensore viene installato in campo per il monitoraggio in tempo reale dei fattori critici delle colture, come umidità, temperatura, radiazione solare e bagnatura della foglia. «I dati raccolti vengono inviati al sistema centrale con rete mobile o sfruttando la tecnologia LoRa, un network che finora ha visto ben poche applicazioni in agricoltura. Il successo di questa scelta era tutto da verificare, ed è stato validato direttamente sul campo» – ha spiegato il CTO Antonio Affinito.

Riuscire a capire cosa succede nel campo guardando semplicemente lo smartphone offre vantaggi enormi agli agricoltori, ma OPI va anche oltre. Qui entra in gioco il software, che grazie ad algoritmi previsionali riesce a prevenire l’insorgere di malattie e a rendere più efficiente l’utilizzo delle risorse idriche per l’irrigazione. Tra i modelli previsionali integrati, Evja ha sviluppato anche il primo modello in Europa per la prevenzione della peronospora nella varietà di “Baby leaves”. «In concreto, questo significa che il raccolto finale avrà un residuo più basso – ha spiegato il CEO di Evja Davide Parisi – e gli imprenditori agricoli ne ricaveranno un doppio vantaggio: risparmio in fitosanitari e prodotto più salubre».

Quando si parla di innovazione, è però fondamentale non fermarsi mai. Per questo la missione di Evja di portare l’agricoltura al livello 4.0 continua con nuove sfide. «Stiamo lavorando intensamente sull’evoluzione continua sia di OPI che dell’azienda» – ha dichiarato Iasevoli. «Dopo l’ingresso nel capitale sociale di due colossi del settore come la tedesca BayWa e l’austriaca RWA, stiamo preparando un percorso di scambio tecnologico con Deutsche Telekom e Microsoft». L’obiettivo è chiaro: mantenere alta la competitività delle aziende agricole, rendendole sempre più smart.

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Holonix – La potenza delle cose, l’energia delle persone https://www.datamanager.it/2018/07/holonix-la-potenza-delle-cose-lenergia-delle-persone/ Fri, 13 Jul 2018 10:10:33 +0000 http://www.datamanager.it/?p=151255 Essere pronti per l’Industry 4.0 e gareggiare ad armi pari con la concorrenza. Al fianco delle PMI, nell’impresa di diventare digitali. Ricerca tecnologica, competenze e soluzioni per fornire servizi di qualità in tempi brevi e a prezzi competitivi. L’ascesa di Holonix, azienda di soluzioni IoT avanzate, dedicate all’efficientamento dei processi produttivi e di servizi a […]

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Essere pronti per l’Industry 4.0 e gareggiare ad armi pari con la concorrenza. Al fianco delle PMI, nell’impresa di diventare digitali. Ricerca tecnologica, competenze e soluzioni per fornire servizi di qualità in tempi brevi e a prezzi competitivi. L’ascesa di Holonix, azienda di soluzioni IoT avanzate, dedicate all’efficientamento dei processi produttivi e di servizi a esso correlati

L’IoT ha stravolto il modo tradizionale di fare impresa. Moltiplicando le possibilità di esplorare nuove opportunità di business e raggiungere un numero maggiore di clienti. Allo stesso tempo, la digitalizzazione dei processi libera una quantità enorme di informazioni a disposizione delle aziende per offrire prodotti e servizi altamente customizzati. Un solco entro cui si inserisce l’azione di Holonix azienda che offre soluzioni integrate IoT per l’efficientamento dei processi produttivi e di servizi ad esso correlati. Forte delle esperienze di ricerca – svolte dai soci fondatori presso il dipartimento di Ingegneria Gestionale del Politecnico di Milano nell’ambito delle tematiche legate al Product Lifecycle Management (PLM) e proseguite in ambito internazionale con aziende del calibro di Siemens e IBM – Holonix, propone soluzioni Internet of Things in domini specifici, usufruendo dell’infrastruttura IBM per abilitare le aziende clienti nel fornire prodotti-servizi. Siamo in pieno territorio Industry 4.0. Un tema oggi particolarmente caldo. Ma che era assai meno pop quando Jacopo Cassina, socio e amministratore delegato di Holonix iniziò a muovere i primi passi, a grandi linee, una quindicina d’anni fa. «Mi occupo di questo mondo dai tempi della tesi di laurea al Politecnico di Milano. Partendo dal dominio della tracciabilità e degli RFID, fino a un dottorato sugli smart products». L’idea di mettersi in proprio si salda con quella che per Cassina rappresenta una delle cesure epocali di questi anni, la convergenza di fisico e digitale e la nascita di sistemi cyber-fisici (Cyber Physical Systems), un insieme di tecnologie abilitanti, capaci di generare un sistema autonomo, intercomunicante e intelligente, in grado di facilitare l’integrazione tra soggetti diversi, distanti fisicamente. Un esempio? Le autovetture di ultima generazione. Una rete di componenti IT/software fusa con parti meccaniche ed elettroniche. La combinazione riuscita di sensori, un modello software del veicolo e una serie di programmi elettronici. Un sistema che abilita tre scenari sequenziali: generazione e acquisizione dei dati, computazione e aggregazione e supporto al processo decisionale. Una miscela esplosiva per spingere al grande salto. «Conclusi gli studi con il supporto maturato in un progetto di ricerca internazionale, abbiamo ritenuto che i tempi fossero maturi per creare un’azienda che unisse una profonda conoscenza della tecnologia alle competenze necessarie per supportare i clienti a comprendere le opportunità offerte dal cambiamento» – spiega Cassina.

Lara Binotti – sales director

IOT, SI FA SUL SERIO

Secondo i dati del Network per la Valorizzazione della Ricerca Universitaria, dal 1979 a oggi sono stati 1384 gli spin-off nati in ambito accademico. Dopo una partenza incerta, nel 2010 per la prima volta si supera la soglia dei cento nuovi nati. Un anno cruciale anche per Holonix che di quella nidiata faceva parte. «Le competenze di Holonix sono radicate all’interno del Politecnico di Milano. Ragionamenti, discussioni, verifiche sono state senza dubbio un valore aggiunto che ci ha permesso di iniziare nel modo giusto» – continua Cassina. Il passaggio successivo è stato la scelta del time-to-market. Sulle ali dell’entusiasmo non è raro infatti incappare nell’errore di commercializzare prodotti o servizi prima che il livello di progettazione e realizzazione abbia raggiunto la maturità necessaria. Viceversa essere bravi a lanciare sul mercato una soluzione al momento giusto significa iniziare a guadagnare senza aspettare mesi o addirittura anni. «Noi siamo partiti sicuramente in anticipo» – fa notare Cassina. Quattordici anni fa di IoT non parlava nessuno. Neanche si utilizzava il termine. Si parlava di “smart products”, di manifattura e prodotti olonici» – ricorda Cassina. Da allora, Holonix è cresciuta, acquisendo quegli elementi tipici dell’azienda più grande e strutturata. Come spesso accade, il progetto imprenditoriale si fonda su un’idea originale. All’origine di Holonix c’era quella di riuscire a raccogliere e utilizzare i dati e le informazioni delle macchine, già in parte presenti ma non immediatamente disponibili, e di integrarli per ricavarne insight utili. «Oggi come allora, non c’è sempre una vera sinergia nell’utilizzo del dato» – spiega Cassina. «Holonix nasce con l’idea di integrare queste informazioni. Arricchendole laddove non erano nemmeno del tutto presenti. Fornire cioè una tracciabilità spinta, che “nasce” dal mondo RFID e dal dato macchina proveniente dal mondo M2M».


.@HolonixSRL Jacopo Cassina: «Adattare competenze #IoT e soluzioni per rispondere alla complessità»
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Tracciabilità e machine-to-machine. I due nuclei fondanti dell’IoT. E della vision di Holonix. «La convinzione dalla quale siamo partiti era che si andava in direzione di un nuovo ecosistema». Un cambiamento che apriva a nuove possibilità, maggiore efficienza e risultati economici migliori. Il passaggio da strutture fisiche a digitali segna una rivoluzione in termini di customer experience, soddisfazione del cliente, riduzione dei costi. Stravolgendo modelli di business consolidati. «Un ecosistema le cui caratteristiche richiedono una estrema conoscenza e caratterizzazione delle soluzioni. Che solo partner d’esperienza e affidabili possono garantire»afferma Cassina. «Prendiamo quel che sta avvenendo in maniera sempre più massiccia nel mondo dei beni durevoli. Computer, smartphone, auto, e così via. L’onda del cambiamento investe tutti i settori. Compreso il mondo delle macchine industriali». Il mondo della produzione, della manifattura. Una delle voci più importanti dell’export italiano. «L’Italia è riconosciuta come paese d’eccellenza, quando si parla di realizzazione di prodotti. Nel prossimo futuro però, i prodotti diverranno una commistione di fisico e digitale, cui anche le nostre imprese dovranno adeguarsi aprendosi al digitale» – afferma Lara Binotti, sales director di Holonix. Possibilmente in fretta. Per non perdere ulteriore terreno nei confronti di paesi, Germania in testa, che in tema di Industria 4.0 si sono mossi prima e con una capacità di fare sistema migliore della nostra. «Una fase in cui, date le dimensioni del tessuto imprenditoriale italiano, diventa altrettanto stringente la necessità di contare su una partnership in grado di offrire il supporto adeguato al tipo di innovazione necessaria». Auspicio che si salda con la mission di Holonix di sviluppare idee e possibilità di innovazione attraverso la partecipazione a progetti di ricerca internazionali. «Attività dalla quale origina la capacità dell’azienda di derivarne prodotti e servizi allo stato dell’arte utilizzabili anche dalle PMI» – rileva Jacopo Cassina.

Eva Coscia – R&I director

LA FABBRICA SMART

Holonix supporta le aziende nel percorso di innovazione di prodotti, processi e servizi in tutte le aree organizzative (produzione, logistica, manutenzione, assistenza), implementando un approccio IoT in grado di liberare valore aggiunto nella conoscenza del ciclo di vita del prodotto. «Il nostro punto di forza è la capacità di adattare le nostre competenze IoT e i nostri prodotti all’interno delle specificità e le complessità delle aziende clienti, sviluppando progetti con una vision e obiettivi ad ampio respiro e a medio termine, ma segmentati così da avere risultati immediati e con un ritorno dell’investimento molto rapido» – afferma Cassina. «Pur essendo progetti con un ritorno immediato, sono necessari un punto di vista ampio e un obiettivo che consideri le necessità di medio-lungo periodo. Infatti, i piccoli software sviluppati per risolvere micro-problemi specifici, non pianificando la loro introduzione e crescita, si possono facilmente trasformare in ostacoli per il business nel prossimo futuro» – nota Cassina. «Noi vogliamo invece creare con i nostri clienti, soluzioni che crescano insieme alle loro necessità, pur avendo i primi risultati e dei ritorni, direttamente nei primi mesi. Con questo obbiettivo guidiamo l’azienda verso l’adozione di una soluzione capace di creare la base per progetti di lungo respiro. Concetto questo, che abbiamo declinato in molti settori industriali». Per esempio, nella parte di produzione con aziende del settore chimico. In Nearchimica, azienda cliente di Holonix, da tempo l’esigenza più sentita era quella di riuscire a gestire e a tracciare l’intera produzione e le successive fasi di spedizione dei prodotti. «All’interno del muro della fabbrica, l’esigenza di identificare e tracciare il prodotto si traduce in molti casi in un’operazione problematica» – rileva Binotti. «Oggi, grazie alla gestione delle informazioni direttamente dai macchinari in funzione riusciamo a costruire il “passaporto elettronico” di ogni singolo prodotto. Accessibile attraverso la piattaforma i-Like. Un unico applicativo IoT con cui gestire la tracciabilità, dalle fasi di produzione all’immagazzinamento, distribuzione e spedizione comprese» – continua Lara Binotti. Non solo. «La piattaforma i-Like consente di monitorare le giacenze di magazzino, azzerando i tempi di ricerca dei materiali e degli imballi. L’attività semestrale di inventario può essere completata in poche ore. Così come le attività di picking, preparazione e controllo degli ordini». La soluzione i-Like garantisce il controllo di ciò che accade in ogni reparto, per ogni prodotto. «Le informazioni relative a chi l’ha maneggiato e quando; provenienza; materie prime utilizzate; macchina in cui si è svolta la lavorazione e risultati finali sono tutte registrate nel passaporto digitale» – aggiunge Binotti. Inoltre, sul prodotto finale – arricchito da tutti questi dati – gli utilizzatori possono costruire servizi aggiuntivi. «Per esempio, la macchina può essere equipaggiata e interfacciata in maniera più semplice, monitorata da remoto, tramite app o tablet» – continua Binotti. L’obiettivo è di abilitare il produttore ad avere il controllo di tutta la gestione della manutenzione. «Controllo sul quale possiamo agganciare una serie di servizi aggiuntivi alla macchina che il produttore può offrire alle aziende clienti lungo tutto il ciclo di vita del prodotto». Le informazioni raccolte vengono così valorizzate. Per sfruttare al meglio correlazioni e legami significativi tra di loro. Una volta aggregati i dati si procederà con l’implementazione di metodi analitici capaci di valutare i risultati. «Questa è la nostra tecnologia. Capace di intercettare e aggregare due mondi: uno interno e l’altro esterno alla fabbrica».


#IoT #Industry40 Sistemi #cyberphysical Verso un nuovo ecosistema dell’utilizzo del dato – @HolonixSRL
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PROCESSI DATA DRIVEN

Secondo gli esperti del settore e gli analisti di mercato, i sistemi cyber-physical, per le potenzialità associate ai fini della creazione di valore lungo le tre dimensioni della digitalizzazione del manifatturiero – smart product, smart manufacturing e i cambiamenti nei business model delle aziende – rappresentano una delle innovazioni tecnologiche chiave della quarta rivoluzione industriale. Naturalmente, affinché le macchine siano in grado di esporre dei dati è fondamentale che siano dotate della sensoristica adatta. «Non tutte sono dotate di sistemi di automazione PLC» – ci dice Alberto Alberio, operations e IT director di Holonix. «Le più vecchie non lo sono, né sono predisposte per essere equipaggiate. Perciò bisogna in qualche modo attrezzarle con nuova sensoristica». Diversa la situazione per quelle di più recente costruzione, sulle quali i produttori predispongono a bordo macchina apparecchiature in grado di esporre i dati a sistemi terzi, utilizzando protocolli standard. «Qualche volta sono proprietari – rileva Alberio – ma in generale i produttori mettono a disposizione tutte le specifiche». Detto questo, il parco macchine presso le aziende varia molto in termini di età e di tipologia. Non è raro quindi prendere accordi specifici con i produttori delle macchine. In altri casi si può agire in autonomia, tramite partner selezionati, andando a “sensorizzare” le macchine in modo tale da poter estrarre i dati che servono. La fase successiva è la scelta dei dati da utilizzare. «Insieme al produttore della macchina e al nostro cliente valutiamo quelli che sono i dati più interessanti» – conferma Alberio. «Con il nostro prodotto i-LiKe Machines parliamo con il produttore per capire qual è il valore aggiunto per lui e per il nostro cliente. E lavoriamo sul monitoraggio della macchina per mettere a fuoco le relazioni tra e valore di business. Le decisioni sono sempre condivise con il cliente. Mettiamo al primo posto le esigenze emerse in fase di consulenza, che è parte integrante della nostra proposta commerciale». Holonix è nata quando di Internet of Things si parlava soprattutto in ambito accademico – ci dice a questo proposito Angelo Giorgetti, business advisor di Holonix. «Discussioni proseguite in contesti di ricerca internazionale con alcuni tra i migliori partner del settore. Oggi, decliniamo queste tematiche in un contesto che è anche quello della piccola e media imprenditoria italiana. Per la sua origine Holonix è tendenzialmente portata alla consulenza. A diffondere cioè conoscenza anche a chi non ha accesso a queste forme di know-how».

Alberto Alberio – operations e IT director

CHIAREZZA SU TEMPI E COSTI

Compito di una società di consulenza seria è quello di interagire con l’azienda per individuare le aree di miglioramento. Possibilmente non in tempi biblici. Costruire cioè progetti chiari in termini di obiettivi da raggiungere, attività da svolgere, risorse da impegnare. Holonix è attenta alle esigenze delle piccole imprese quando chiedono che un progetto sia sviluppato nel più breve tempo possibile. «L’importante è partire da solide basi perché abbia un respiro di lunga durata» – conferma Jacopo Cassina. «Evitando di trasformarsi in una nuova barriera tecnologica agli sviluppi e alle necessità che potrebbero presentarsi tra due anni». Un’altra obiezione tipica delle PMI è che i progetti di consulenza hanno costi troppo elevati, sproporzionati rispetto ai risultati che si ottengono. Rilievo che riassume bene la difficoltà di queste ultime di comunicare efficacemente il corretto rapporto tra costi e benefici. In Holonix, è prassi – spiega Lara Binotti – prima del rilascio delle soluzioni, informare il cliente sulle modalità e i tempi di realizzazione del progetto affinché sia chiaro da subito il costo dell’intervento. «Prima di cominciare a lavorare, consegniamo una valorizzazione economica del progetto, comprensiva dei tempi di implementazione. Un piano nel quale si esprime anche l’effort richiesto al cliente. Un lasso di tempo mediamente dai tre ai sei mesi, in cui il prodotto/servizio viene implementato e se necessario customizzato». Tempistiche allineate alle esigenze delle PMI italiane. Sufficienti per iniettare nuova linfa in azienda, bypassando la pratica ancora diffusa di ricorrere a pilot. «Noi cerchiamo di portare un prodotto che non sia utilizzabile esclusivamente in laboratorio o in un piccolo dominio, ma che permetta al cliente di immettere sul mercato il proprio prodotto, confrontandosi subito col mercato» – riprende Cassina. «La problematica che i pilot risolvono è di tipo squisitamente tecnologico, nella maggior parte dei casi superabile. La vera sfida è come utilizzare queste tecnologie. Comprendere le esigenze dello specifico settore in tempi brevi e confrontarsi con il mercato». La manifattura è il settore dal quale sono arrivate le risposte più soddisfacenti per Holonix. «Il verticale di riferimento» – conferma Lara Binotti. «Sin dall’inizio ci siamo occupati di efficientamento dei processi produttivi, partendo da un approccio spinto alla connettività RFID. Oggi, attraverso l’utilizzo del mix di tecnologie di i-Like Platform – la nostra soluzione modulare che raccoglie tutti i dati generati dal prodotto lungo tutto il suo ciclo di vita, resi e manutenzione compresa – siamo in grado di presentarci da protagonisti in questo settore così importante per la nostra economia. Rivolgendoci soprattutto alle piccole e medie realtà». Le più scoperte quando si parla di tracciabilità dei prodotti. «Nelle grandi aziende si tratta di un processo diffuso e consolidato» – rileva Binotti. Meno scontata invece, la presenza – in quelle più piccole -dell’accoppiamento software di magazzino/barcode-RFID. «Quando parliamo di PMI in Italia, non dobbiamo dimenticare che molte sono “micro” imprese (l’86% del totale PMI) come emerge dal rapporto dell’osservatorio di Banca IFIS. Non solo. Il trasporto, la logistica, l’identificazione della merce sono ambiti che riguardano tutti i tipi di settore. Tanto l’alimentare quanto la meccanica hanno la necessità di prendere, spedire, spostare la merce. Il disallineamento del magazzino fisico dal magazzino fiscale è un problema che riguarda tutti».


#PLM #IoT Liberare il valore aggiunto nella conoscenza del ciclo di vita del prodotto – @HolonixSRL
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DALLA RICERCA AL MERCATO

Ricerca e innovazione rappresentano una vera e propria priorità per Holonix. «Il nostro impegno è di non lasciare dentro a un cassetto quello che facciamo in ambito di ricerca, ma riuscire a portarlo sul mercato» – ci spiega Eva Coscia, R&I director di Holonix. «Verificando quali sono le attività più adatte a far maturare soluzioni che possono essere comprese e facilmente utilizzabili dalle aziende». Un aiuto a perseguire questo obiettivo – continua Eva Coscia – è la presenza ai tavoli dei progetti di ricerca internazionali di una forte componente di piccole e medie imprese. Per la spinta da parte della Commissione europea a fare ricerca utilizzabile non solo dai grandi nomi. «Contesti sicuramente utili a noi per conoscere e confrontarci con realtà come IBM, Dassault, Siemens». Collaborazioni fattive come quella sviluppata con il progetto Manutelligence finanziato attraverso Horizon 2020, il piano UE per favorire il processo di digitalizzazione industriale delle aziende europee, sostenerne l’eccellenza scientifica e le innovazioni, rafforzare la cooperazione internazionale, che ha portato allo sviluppo di un’integrazione tra la soluzione i-LiKe Machines di Holonix per la gestione delle macchine industriali e 3DEXPERIENCE, la piattaforma per la gestione della progettazione 3D di Dassault Systèmes. «Partnership che ci ha permesso di dimostrare la possibilità di arricchire soluzioni presenti sul mercato da tempo che offrono già un’ampia varietà di servizi». La partecipazione fattiva a progetti di ricerca internazionale è anche una opportunità preziosa per conoscere meglio tematiche innovative e far progredire le soluzioni Holonix di seconda generazione. «Con IBM per esempio – al di là della partnership – stiamo collaborando a progetti di ricerca che ci daranno la possibilità di utilizzare le tecnologie di distributed ledger e di blockchain. Un’opportunità per toccare con mano vantaggi e criticità in vista di una futura integrazione nelle nostre soluzioni» – conferma Eva Coscia.

Angelo Giorgetti – business advisor

In questo quadro, Holonix mira a espandere la posizione sul mercato esplorando nuove possibilità. «Partecipando a questi progetti – come per esempio Z-Bre4k (G.A. 768869) e Z-Fact0r (G.A. 723906) – oltre ad avere la possibilità di sviluppare sinergie e collaborazioni con i big dell’IT e dell’industria, abbiamo l’opportunità di conoscere tecnologie nuove e di esplorare mercati verticali che non sono quelli tipici dell’azienda. Come quello dell’agricoltura di precisione» – conferma la direttrice R&I di Holonix. «Senza dimenticare il punto di partenza e la nostra specializzazione nel manufacturing, ci sono tematiche su cui saremo in grado di declinare una serie di soluzioni tecnologiche legate al monitoraggio del clima, del suolo, delle risorse idriche, che diventeranno molto interessanti nel prossimo futuro. Ambiti nei quali non tutte le aziende IT si stanno muovendo in maniera consistente e veloce». In conclusione, Holonix ha reso più semplice l’IoT a vantaggio delle piccole e medie imprese italiane. «Quello che abbiamo fatto in dieci anni di attività è stato di sviscerare a fondo questo argomento» – afferma il direttore IT e operations di Holonix. «Ideando soluzioni per rendere accessibile, anche ad aziende che non possono permettersi investimenti milionari, le opportunità offerte dal mondo IoT. E lo stiamo facendo, dando loro la possibilità non solo di accedervi dalla porta principale ma anche attraverso soluzioni che – in poco tempo e con una spesa accettabile – consentono di essere pronti per l’Industry 4.0 e di gareggiare ad armi pari con la concorrenza».

 Foto di Gabriele Sandrini

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I social come strumenti di business, ma occhio alla sicurezza https://www.datamanager.it/2018/07/i-social-come-strumenti-di-business-ma-occhio-alla-sicurezza/ Fri, 13 Jul 2018 09:45:59 +0000 http://www.datamanager.it/?p=151368 Deterioramento del brand, perdita di fiducia da parte dei clienti, personale infedele o maldestro: sono solo alcuni degli effetti negativi che le piattaforme social possono veicolare. Come integrare la propria strategia social in un piano efficace di sicurezza capace di tutelare sia gli asset che le persone?  I social non sono una riserva di caccia […]

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Deterioramento del brand, perdita di fiducia da parte dei clienti, personale infedele o maldestro: sono solo alcuni degli effetti negativi che le piattaforme social possono veicolare. Come integrare la propria strategia social in un piano efficace di sicurezza capace di tutelare sia gli asset che le persone? 

I social non sono una riserva di caccia battuta solo dai cattivi tradizionali. Quelli che per mettere a segno un’operazione di social engineering sono pronti a compiere qualsiasi porcheria con i nostri dati e a inventarsi piani degni di Diabolik per indurci a cliccare su un link malevolo. Tutt’altro. Facebook – per esempio – è depositaria di un brevetto in cui viene descritto il funzionamento di speciali videocamere che analizzando le espressioni del viso sono in grado di stabilire se siamo annoiati oppure sorpresi da quel che vediamo nella nostra timeline. In un altro, è progettato un sistema che sfrutta il microfono del nostro smartphone per conoscere quale programma televisivo stiamo guardando. Ce ne sono altri che hanno come obiettivo di registrare quante ore ogni giorno dedichiamo al sonno o addirittura quello di prevedere le probabilità di sposarsi o di diventare ricchi. Il New York Times passando in rassegna le migliaia di brevetti registrati a partire dal 2012 dal colosso dei social network ha scoperto che praticamente non c’è aspetto dell’esistenza di ognuno dei suoi utenti a cui Zuckerberg e soci non siano interessati: dove si trovano; con chi passano il tempo; se vivono una relazione oppure sono single; di quali marchi o temi politici parlano. Ha persino provato a brevettare un metodo per predire la data esatta in cui morirà un nostro amico.


#security Cresce la percezione del rischio #social in azienda – Giancarlo Vercellino @IDCItaly
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Sappiamo che Facebook da tempo condivide i nostri dati con una pletora di società interessate a sfruttare l’enorme potenziale dato dai miliardi di informazioni già in suo possesso. Gli effetti di questa morbosa attenzione iniziano a vedersi. Come dimostra il connubio Facebook/Cambridge Analytica. I fatti sono noti. Nel 2014, secondo le rivelazioni del tabloid inglese The Observer, Aleksandr Kogan, un accademico inglese, avrebbe raccolto tramite la sua società Global Science Research i dati di cinquanta milioni di utenti Facebook. Un quantitativo enorme di dati personali: non solo quelli degli utenti americani pagati per completare un test psicologico, ma anche i dati dei loro contatti Facebook, raccolti impiegando un’app del social network. GSR avrebbe poi ceduto i dati a Cambridge Analytica che a sua volta li avrebbe utilizzati per influenzare il risultato delle elezioni USA del 2016. Stiamo ancora cercando di comprendere quale lezione trarre da tutta questa vicenda. Ma certamente la stretta relazione tra social network e vulnerabilità della privacy delle persone è emersa in tutta la sua gravità. Per tutti noi che utilizziamo i social, i pericoli sono aumentati. Non si tratta più solo di guardarsi le spalle dai nemici che conosciamo. La minaccia arriva anche da coloro ai quali affidiamo un’estensione importante della nostra identità.

LA PERCEZIONE DEL RISCHIO SOCIAL

Abbiamo chiesto a IDC in che misura i social media vengono percepiti da parte di chief information officer e chief information security officer come potenziali vulnerabilità per la sicurezza aziendale. Dopo averci confermato che il tema del rischio IT derivante dalla capillare diffusione delle piattaforme di social networking è stato sondato più volte in passato, IDC ancora di recente si è confrontata con una platea di CIO e CISO presenti all’ultima Security Conference tenutasi a Milano nel mese di maggio. «Dalle risposte ricevute – ci aggiorna Giancarlo Vercellino, research & consulting manager di IDC Italia – emerge che circa il 24% dei partecipanti hanno individuato nei social un fattore di rischio importante per lo sviluppo futuro delle tecnologie della sicurezza IT». Un dato in sostanziale continuità con quanto osservato nell’edizione dello scorso anno. «Estrapolando questo dato puramente campionario, in relazione all’universo delle imprese italiane, riteniamo che circa il 16% delle imprese nel nostro Paese esprima una analoga percezione del rischio. Il tema è sentito con particolare intensità dalle imprese sopra i mille addetti, dove possiamo stimare abbia una certa influenza su circa un terzo delle organizzazioni» – spiega Vercellino. Un dato che non cambia a seconda dei settori. Un dato che secondo IDC non varia in modo significativo tra settori industriali. «Senza dubbio quelli data-intensive come Finanza, Servizi e PA sono più immediatamente coinvolti rispetto all’Industria e al Commercio, ma con tutta probabilità il dato oscilla di anno in anno in base al clamore delle vicende che finiscono sui giornali».


#security Poca awareness sul rischio perché #social gestiti da Comunicazione/Marketing – @Clusit
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In generale, la percezione dei rischi “cyber” legati all’uso aziendale dei social media è ancora troppo bassa, nota Andrea Zapparoli Manzoni, membro del comitato direttivo di CLUSIT. «Per mancanza di awareness del management e perché tipicamente queste piattaforme sono gestite dall’area comunicazione/marketing (spesso tramite outsourcer specializzati) e non da quella IT/Security. Le aziende (relativamente) più sensibili sono quelle finanziarie, della comunicazione e del fashion, tipicamente di dimensioni grandi o molto grandi». Una lista alla quale forse possiamo aggiungere alcune amministrazioni pubbliche e locali illuminate. Anche se spesso la tendenza più che dotarsi di un piano e di una serie di regole valide per tutti è di procedere in autonomia e perifericamente. Lungo questo percorso di sensibilizzazione di certo non aiuta la scarsa collaborazione sin qui dimostrata dei gestori dei social. «Data la natura opaca di queste piattaforme e il fatto che gli attacchi sono principalmente portati a livello semantico (social engineering, truffe, frodi, sostituzioni di persona e così via…), un CISO che volesse monitorare l’uso dei social per mitigare tali rischi, si troverebbe tecnicamente in difficoltà per la bassa disponibilità di strumenti, processi e competenze ad-hoc» – rileva Zapparoli Manzoni.

Tuttavia, contrariamente a quanto si potrebbe dedurre dal dato relativo alla scarsa sensibilità dell’IT/Security al tema, il dato relativo alla diffusione presso le aziende europee della presenza di policy di sicurezza specifiche per i social media è in controtendenza. Secondo IDC, policy di sicurezza specifiche per i social sono piuttosto comuni in qualsiasi impresa nel segmento large enterprise. Diverso il parere di Zapparoli Manzoni – secondo il quale, almeno per quanto riguarda l’Italia – «l’adozione di una social media security policy è ancora molto poco diffusa. Le aziende che l’hanno implementata sono nell’ordine di qualche decina». Diverso il discorso, circa la disponibilità di un budget specifico per la gestione della sicurezza in ambito social. «Nella maggior parte dei casi, discende dall’allocazione di risorse per attività di change management, process re-engineering, compliance e così via» – afferma Vercellino di IDC Italia. Il problema del budget – mette in evidenza Zapparoli Manzoni di CLUSIT – è complicato dal fatto che spesso la gestione dei social aziendali ricade nel campo dell’area marketing. «Di conseguenza, non esiste quasi mai un budget dedicato da parte dell’area IT/Security, che può al massimo monitorare i server, la rete e i device aziendali cercando di intercettare attacchi veicolati da malware introdotto in azienda tramite social network, ma non riesce a vedere gli attacchi basati su social engineering se non quando è troppo tardi».


#Socialnetwork miniere a cielo aperto per il #cybercrime – Morten Lehn @KasperskyLabIT
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I PERICOLI CHE ARRIVANO DAL SOCIAL

I social sono una miniera a cielo aperto per chi sa come utilizzare la miriade di informazioni che condividiamo. «I report di Kaspersky Lab mostrano come i cybercriminali fanno di tutto per mettere le mani sui dati degli utenti attraverso i social network» – conferma Morten Lehn, general manager Italy di Kaspersky Lab. Anche perché spesso sui social condividiamo troppe informazioni su di noi e sull’azienda per cui lavoriamo. Alcune di queste informazioni si prestano molto bene per essere utilizzate in combinazione con tecniche di social engineering per targettizzare gli attacchi in maniera sempre più raffinata. «Per esempio, se ho intenzione di mettere in atto una truffa del tipo Business Email Compromise nei confronti di un responsabile ufficio acquisti, i social media mi forniranno informazioni essenziali per confezionare una truffa il più possibile credibile e fare in modo che il mio obiettivo cada nella trappola» – afferma Lisa Dolcini, channel marketing manager di Trend Micro. «I dati raccolti con i metodi di ingegneria sociale possono servire anche per attacchi phishing o per l’invio di documenti maligni, che possono dare il via ad attacchi più in profondità, una volta che i cybercriminali sono entrati nella rete aziendale. Anche se gli account social sono privati, infatti, il dispositivo utilizzato è dell’azienda e sarà quest’ultima a subire l’attacco» – osserva Dolcini. Secondo i dati forniti da Kaspersky Lab relativi al primo trimestre del 2018, le tecnologie anti-phishing del vendor hanno bloccato più di 3,7 milioni di tentativi di accesso a pagine di social network fraudolente. «Il 60% era rappresentato da pagine Facebook false. Nel periodo considerato, Facebook guida la classifica del phishing connesso ai social network, seguito da VKontakte, un servizio di social network online russo, e da LinkedIn, canale ampiamente usato in ambito professionale» – ci rivela Lehn di Kaspersky Lab.

Le più recenti metodologie d’attacco sfruttano la potenza delle reti e la rapidità di propagazione delle informazioni per colpire organizzazioni, aziende e loro clienti. Per esempio, in un attacco spray-or-pray, il primo step è far sì che la vittima interagisca con un certo post; potrebbe essere il link a una notizia curiosa, in linea con i nostri interessi che rimanda alla fonte originaria; oppure a un sito che lega la notizia a una campagna di sensibilizzazione verso un certo tema. Le possibilità non mancano. Terminata la fase preparatoria, chi attacca si concentra sul target per assestargli il colpo di grazia. Spesso i bot utilizzati per innescare l’attacco pubblicano contenuti che non violano i termini di servizio del social. Una variante dello spray-or-pray è l’attacco watering hole. Qui l’obiettivo è collocare un malware indirizzato a un certo target in un punto del social che abbia buone probabilità di attirare l’attenzione delle proprie vittime. Per esempio, un post all’interno di un gruppo di discussione. Rispetto al precedente, qui l’attacco mira sin dall’inizio a un certo target. Inoltre chi attacca non conosce a priori chi sarà la vittima all’interno del gruppo targettizzato. Una volta presa all’amo, la vittima sarà utilizzata come testa di ponte per arrivare a qualcun altro, sempre più vicine al vero target. Dato il livello di raffinatezza e complessità degli attacchi, anche il grado di attenzione riservato al proprio account social dovrebbe crescere. Così come l’engagement dei gestori dei social, attraverso misure di sicurezza a tutela dei profili adeguate al livello della minaccia. In realtà, ci si muove ancora troppo lentamente. «Per un criminale, è molto più semplice ed efficace ottenere informazioni sensibili e/o compromettere un device del CEO, di un sistemista IT o di un’assistente di direzione tramite i loro account social personali, sia installati su device aziendali che privati» – conferma Zapparoli Manzoni di CLUSIT.


#security #social Lisa Dolcini Policy e regole per ridurre il rischio @TrendMicroItaly
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UN’IDEA SEMPRE NUOVA: GESTIRE I SOCIAL

Per gestire in sicurezza la propria presenza sui social network, l’azienda dovrebbe essere in grado di delineare una strategia che si concentri in primo luogo sugli aspetti organizzativi e di processo. Per poi concentrarsi sul comportamento degli utenti. Un approccio adottato dalle aziende più strutturate. Meno altrove.  «Nelle PMI, l’analisi del comportamento degli utenti è meno prioritaria dell’incremento della visibilità del brand» – osserva Giulio Vada, country manager di G DATA Italia. «Solo in rari casi, si instaurano processi e si seguono linee guida precise su comunicazioni e gestione dei dati raccolti». Certamente, ogni azienda dovrebbe avere una policy che regoli l’utilizzo dei social da parte dei dipendenti, «sia per il tempo trascorso su questi media che per i contenuti condivisi» – mette in evidenza Lisa Dolcini di Trend Micro. «Procedendo sempre di pari passo sia con gli aspetti formativi che con quelli tecnologici che riguardano la protezione dell’infrastruttura».

In realtà, proteggere il proprio account social significa proteggere anche colleghi, amici, conoscenti e così via. «Un uso non conforme a quanto esigono le normative ha oggi conseguenze tanto gravi quanto la condivisione di informazioni riservate con le migliori intenzioni (come per esempio, la pubblicazione di uno screenshot della configurazione di un router o di un server per chiedere delucidazioni tecniche, o la richiesta di consigli sulla campagna di lancio di un prodotto ancora sotto segreto industriale) o la pubblicazione di affermazioni denigratorie o campagne mal formulate che cagionano seri danni reputazionali all’azienda» – spiega Vada di G DATA Italia. Meglio non dimenticarselo. Come abbiamo visto, esistono schemi e metodologie collaudate per preparare il terreno a un attacco. Perciò le organizzazioni devono informare i propri collaboratori circa i pericoli delle tecniche di social engineering. «Sicuramente, il ruolo dei social nella comunicazione aziendale da un lato e l’evoluzione delle imprese verso lo smart working dall’altro, pongono problematiche nuove rispetto all’impresa tradizionalmente intesa e comportano livelli di complessità nella gestione di aspetti come questo, prima nemmeno prevedibili» – fa notare Marco Mazzoleni, head of Italy pre-sales consultancy di Symantec.


#security Giulio Vada @GDATA_Italia Nelle #PMI la visibilità del #brand vs. analisi del rischio #social
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«Condividere con i dipendenti informazioni su come avvalersi dei social in modo consapevole e sicuro oltre che chiare policy di comunicazione aziendale è sufficiente nella stragrande maggioranza dei casi. Un divieto o addirittura un filtro, oppure un blocco automatico del traffico sui social, come peraltro impostabile attraverso le nostre suite, dovrebbe essere davvero l’ultima spiaggia». Formazione del personale e sensibilizzazione ai rischi, pur importanti, non sono sufficienti. «Rimane un’area di rischio non gestito potenzialmente enorme» – avverte Zapparoli. «Un’area completamente non gestita, che riguarda l’uso privato, personale dei social da parte dei collaboratori e del management. Sia per ragioni culturali che di vincoli normativi – come in materia di protezione dei dati e di tutela della privacy – l’azienda tende a non occuparsi della protezione degli account personali, che invece sono il principale vettore di attacco verso le organizzazioni».

RISCHI SOCIAL E ANALISI DEL RISCHIO

A livello aziendale, il maggiore rischio legato all’utilizzo dei social è di condividere involontariamente informazioni riservate. «Di frequente, vengono ripresi anche nei selfie documenti cartacei, schermate dei PC aziendali ed altre informazioni che non dovrebbero assolutamente essere condivise» – conferma Massimiliano Ghelli, social media manager e software analyst di ESET Italia. «Senza dimenticare i famigerati Post-it con le password in bella mostra, che troppo spesso ornano le postazioni dei dipendenti e che dovrebbero invece essere preservate da occhi indiscreti». E non bisognerebbe sottovalutare neanche – prosegue Ghelli – «la possibilità di mettere in difficoltà colleghi e superiori ritratti, molto spesso senza il loro consenso, nelle foto pubblicate sui vari social».

«Vista l’evoluzione delle minacce e lo scenario attuale, il rischio introdotto dall’uso dei social (aziendale e non) andrebbe considerato tra i più gravi e probabili» – incalza Zapparoli Manzoni di CLUSIT. «Così non è. Almeno non ancora. È importante sottolineare che per la natura trasversale e capillare dei social, non si tratta di un rischio IT, né di un problema che può essere risolto esclusivamente dall’IT, ma di un rischio aziendale di livello esistenziale/sistemico, che è certamente veicolato tramite strumenti IT ma che riguarda tutta l’organizzazione e tutti i suoi collaboratori, outsourcer e fornitori». Un rischio quello indotto dall’interazione con terze parti quasi sempre fortemente sottostimato. Al contrario – continua Zapparoli Manzoni – «dovrebbe essere analizzato, gestito e mitigato come rischio d’impresa, a valle di opportune business impact analysis, operando sia sul piano tecnologico che su quelli organizzativo e formativo. Data la complessità del problema e il numero di variabili da considerare, si tratta di una sfida non facile, che d’altra parte non può più essere ignorata o sottovalutata».


#sicurezza #social Marco Mazzoleni @symantec Educare alla responsabilità senza divieti
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CONCLUSIONI

Secondo i dati dell’ultimo rapporto Agi/Censis realizzato nell’ambito del programma pluriennale “Diario dell’Innovazione” della Fondazione Cotec che indaga sulla vita digitale degli italiani, il 69,6% del campione intervistato dichiara di non fidarsi della gestione dei dati da parte dei network e dei motori di ricerca. Sempre di più, gli utenti sono consapevoli degli utilizzi fraudolenti di finti account e false identità. Magari hanno sperimentato a loro spese comportamenti offensivi o patito una sottrazione di dati. Gli esempi non mancano. Una sfiducia alimentata dai continui episodi di cronaca. Non ultima, la già citata vicenda Facebook/Cambridge Analytica. Un segnale importante da non sottovalutare. Dalla ricerca emerge chiaramente che con la maggiore consapevolezza cresce anche la percentuale di coloro che sarebbero pronti a cercare di invertire questa tendenza.

Il 76,8% degli intervistati per esempio si dichiara favorevole all’obbligo del documento di identità per iscriversi ai social. Interessante, anche il dato secondo cui due terzi degli utenti, nonostante l’utilizzo intensivo dei social, dichiarano che non ci penserebbero troppo ad abbandonarli qualora diventassero a pagamento. Orientamenti che tuttavia stridono con il dato relativo al livello di attenzione verso la condivisione di informazioni personali che rimane desolatamente bassa. Lamentiamoci dei social e stigmatizziamone la pericolosità. Adottiamo comportamenti più prudenti e prestiamo maggiore attenzione alle informazioni che riveliamo su noi stessi. Ma non dimentichiamo che in quanto utilizzatori, con i nostri comportamenti siamo parte del problema. In altre parole, così come gestiamo la nostra vita offline, allo stesso modo dovremo imparare a farlo sempre meglio anche con quella online. Non sempre sappiamo come fare perché manchiamo ancora di esperienza. Soprattutto non ci sono precedenti a cui fare riferimento. Ma convinciamoci che la sicurezza sempre di più è una forma di responsabilità sociale. Se comprendiamo che i nostri account social sono un’estensione importante della nostra identità, anche il nostro comportamento social cambierà. In meglio.


#sicurezza #social Massimiliano Ghelli @esetitalia Attenzione ai selfie!
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Virtual e augmented reality, se la digitalizzazione entra in negozio https://www.datamanager.it/2018/07/virtual-e-augmented-reality-se-la-digitalizzazione-entra-in-negozio/ Fri, 13 Jul 2018 08:34:43 +0000 http://www.datamanager.it/?p=151350 Il punto vendita del futuro è dappertutto: tra sensori, virtual e augmented reality si moltiplicano i punti di contatto e le possibilità di acquisto online e offline. Maggiore integrazione tra servizi, fiducia nella nuvola e potere al mobile per portare lo store tradizionale in una nuova era Stando a una recente ricerca di Goldman Sachs, […]

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Il punto vendita del futuro è dappertutto: tra sensori, virtual e augmented reality si moltiplicano i punti di contatto e le possibilità di acquisto online e offline. Maggiore integrazione tra servizi, fiducia nella nuvola e potere al mobile per portare lo store tradizionale in una nuova era

Stando a una recente ricerca di Goldman Sachs, VR e AR varranno, entro il 2025, circa 95 miliardi di dollari. La spesa totale per queste tipologie di prodotti e servizi dovrebbe passare a livello worldwide da 11,4 miliardi di dollari del 2017 a quasi 215 miliardi di dollari nel 2021, con un tasso medio annuale composto (CAGR) superiore al 110% (fonte IDC). Buona parte di questi saranno maturati all’interno di applicazioni ludiche, di intrattenimento, mentre altri contesti, come la formazione e il training aziendale stanno già prendendo velocemente piede. Eppure, c’è una categoria che da mondi del genere può trarre benefici significativi, per certi versi determinanti. Stiamo parlando del retail, che dopo aver passato, quasi indenne, l’era dell’evoluzione dall’acquisto localizzato a quello online, ha l’opportunità di cogliere i paradigmi del virtuale e aumentato per trasformare processi interni e di offerta, tutto a vantaggio del consumatore. Quest’ultimo, conscio del nuovo tipo di interazione abilitata dalle tecnologie odierne, cerca una gratificazione immediata che vada oltre le app sullo smartphone o i modelli propositivi tipicamente 3.0, che tentano cioè di unire la personalizzazione dei contenuti con la visita in negozio (pensiamo al marketing di prossimità). È come se visori e occhialini, ma anche gli stessi smartphone, grazie agli sviluppi di piattaforme di developing peculiari, ARKit (iOS) e ARCore (Android), siano ponti verso dinamiche di coinvolgimento approcciate non ancora del tutto, per la mancanza di comunicazione da parte dei brand interessati, per una formula ritenuta appannaggio dei soli appassionati o per la poca convinzione del valore aggiunto che tali soluzioni sono in grado di attivare.

Da anni, alcuni brand sperimentano tecniche di commercio futuristiche. Pensiamo allo specchio “augmented” (un esempio è AR Makeup Mirror di Shiseido) che permette di provare capi di abbigliamento sovrapponendoli alla propria figura, senza perdere minuti preziosi in camerino, oppure i cataloghi tridimensionali delle navi da crociera, capaci di far vivere, per quanto possibile, una primaria esperienza emotiva a chi si accinge ad acquistare la vacanza della vita. Forse non ce ne accorgiamo, ma simili punti di contatto, per quanto a uno stadio non ancora avanzato, stanno già cambiando il modo di costruire engagement e storytelling da parte delle aziende. Sembrava che la formula social fosse quella definitiva per il B2B e il B2C e invece ecco una ricetta ulteriore, che apre scenari vasti e inesplorati.


#VR #AR La parola d’ordine è integrazione – Maria M. Cugnonatto @DXCTechnology
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NUOVA MA GIÀ CONSOLIDATA

Per troppo tempo, le realtà digitali sono state considerate troppo acerbe per il mercato. Tuttavia, alcuni casi, tra cui il gioco Pokémon Go e la social-chat di Snapchat, hanno dimostrato che le logiche AR e VR possono aprire varchi importanti per le aziende in cerca di tipologie dirompenti di business. La sinergia tra l’industria e queste tecnologie non è così innovativa come potremmo pensare. È spesso una questione tecnica, di piattaforma, più che di vera trasposizione su livelli mai tastati. Ci aspettiamo che domani i consumatori indosseranno un paio di occhialini o visori per comprare prodotti su Amazon prelevandoli dagli scaffali?

Pare molto difficile, ma la virtualizzazione degli oggetti può sicuramente fornire uno spunto maggiore verso l’acquisto, un elemento decisionale aggiuntivo, che potrà sostituire processi classici: lo scroll delle foto online, la lettura dei commenti, i feedback degli appassionati. VR e AR diventano allora quasi commodity, strumenti declinati in gadget differenti che guardano tutti a un unico obiettivo: vendere di più, vendere meglio. Molti retailer lo hanno capito, trasformando l’esperienza prettamente digitale, quella di siti e app, in un mix di visita liquida nei negozi fisici, dove la mancanza (voluta o no) di spazio e tempo viene colmata dai mondi 3D, che riescono davvero a semplificare le scelte, in negativo e in positivo. Abbiamo detto delle crociere e dell’abbigliamento, ma gli esempi sono tanti: concessionari che creano l’auto su misura, mobilifici che riproducono salotti, cucine e camerette, assistenti che accompagnano il visitatore in cantieri e musei. L’unico limite è l’immaginazione. Questa però è la parte finale della fruizione “mista”, che prevede un grande lavoro di digitalizzazione a monte. I sistemi dunque hanno dovuto, e dovranno sempre più, supportare questo cambio di passo del retail, fornendo soluzioni stabili ma flessibili, versatili quanto basta per soddisfare le esigenze dei clienti.

IL CONTESTO EUROPEO PER IDC

Non a caso, secondo una recente ricerca di IDC, l’industria al dettaglio dell’Europa occidentale può essere suddivisa in tre aree, in base allo stadio del percorso che le aziende devono affrontare per passare a un modello di business multicanale completo. Nei Paesi Bassi, i retailer si concentrano principalmente sull’ottimizzazione delle efficienze di realizzazione di strategie multichannel; in Francia e in Germania sono nella fase di raggiungimento della visibilità e del miglioramento dei processi mentre in Spagna, Belgio e Italia, i grandi soggetti stanno iniziando a costruire adesso le basi della piattaforma. La parola d’ordine è integrazione, come evidenzia Maria Margherita Cugnonatto, consumer goods, retail, fashion industry leader di DXC Technology Italia, azienda con oltre 20 anni di esperienza nel software engineering e nei servizi di consulenza ICT. «Il mercato del retail, per avere successo, deve puntare a un progetto che sappia legare, sin dal principio, i principali flussi di un’organizzazione» – spiega Maria Margherita Cugnonatto. «Devo poter provare in negozio e acquistare via web, o acquistare via internet e ritirare in negozio, con gli stessi servizi di reso. DXC è stata precursore del tema, sviluppando tool specifici per alcuni importanti brand del mondo del Luxury Fashion, come Jimmy Choo, Bally e Belstaff. Per questi è stata studiata – a stretto contatto con i brand manager – una soluzione basata su un front-end personalizzabile e integrato con il back-office, a partire dall’ERP, sino all’intera supply chain e i sistemi di magazzino. Il bello è che strategie simili, che rientrano comunque nel filone della trasformazione digitale, riescono a dare nuova luce anche alle tipiche problematiche del retail, quelle chiamate “old school math”, oltre ad abilitare l’adozione di tecnologie, dalle smart analytics alla cognitive AI, riconoscimento facciale e vocale, che forniscono risposte a domande forse non del tutto esplicite ma sottese».


#VR #AR Customer experience personalizzata e di qualità – @paolopelloni Gruppo Sintesi
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Insomma, il cliente iperconnesso è oggi l’indiscusso protagonista di tutte le nuove iniziative del soggetto operante nel retail. E le cosiddette tecnologie “phygital”, ossia nate dalla convergenza tra mondo fisico e digitale, giocano un ruolo fondamentale nell’offrire una customer experience personalizzata e di qualità. Ne è convinto Paolo Pelloni, head of marketing and communication di Gruppo Sintesi, secondo il quale i retailer sono in gran fermento nell’affrontare la rivoluzione digitale, anche se a un occhio attento potrebbe sembrare che si tratti di una situazione sotto controllo e di naturale evoluzione. «La realtà – spiega Pelloni – è che i cambiamenti tecnologici sono molteplici, troppi per essere abbracciati tutti. Inoltre sono guidati poco dall’insegna e molto dal cliente, che è il primo a portare le novità fisicamente all’interno del punto vendita, tramite un semplice smartphone. Una situazione che, dal punto di vista del Gruppo Sintesi, advisor delle infrastrutture a supporto della trasformazione digitale, appare fondamentale per le sue implicazioni concrete. Molti dei progetti moderni di innovazione in negozio prevedono l’uso di punti di ingaggio o di interazione cliente-prodotto. Ciò è possibile grazie a tecnologie video, wireless, di realtà aumentata, virtuale o emettitori multi-sensoriali. La vera sfida non è nella tecnica, ma su due altri fronti: portare il consumatore a usare questi touchpoint e ottenere una ricaduta finale sulle vendite. Un duplice scopo che si raggiunge quando si mette in atto una strategia più ampia di coinvolgimento in cui vengono incluse attività di gamification e loyalty. Solo così si può costruire una relazione solida e duratura, che non si limiti alla mera vendita istantanea».

LA FIDELIZZAZIONE INTELLIGENTE

Un tema centrale, quello della fidelizzazione, che ambiti come le realtà miste possono incentivare. Ma come possiamo consolidare il patrimonio di fiducia e il rapporto con il cliente? «Attraverso due strade che devono essere percorse in parallelo» – risponde Maria Margherita Cugnonatto di DXC Technology Italia. Una è quella della personalizzazione: rendere personale il prodotto, il premio e lasciare che il brand comunichi direttamente con il singolo utente. L’altra, sicuramente stimolante, riguarda l’augmented reality, la multisensorialità come driver di fidelizzazione, soprattutto se associata a qualcosa di veramente interessante, cioè la simulazione in fase di pre e post-acquisto. In generale, il marchio deve soddisfare il desiderio del consumatore di vivere esperienze nuove e straordinarie, di certo uniche». Quello tra retailer e cliente è un rapporto destinato a evolversi e a cambiare in maniera proporzionale all’ingresso di ulteriori tecnologie. «Entro la fine dell’anno, il 20% dei retailer europei adotterà sistemi cognitivi per lo sviluppo di attività omnichannel» – spiega Daniela Rao, senior director research and consulting di IDC Italia, tracciando lo scenario di mercato. «Tra questi, il 10% li utilizzerà per i chatbot autonomi e il 9% per assistenti digitali vocali e consentire così il “voice shopping”, applicazioni in grado di interagire in maniera avanzata con il cliente. In Europa Occidentale, vedremo un aumento degli investimenti per progetti del genere, ma solo quando dagli Stati Uniti arriveranno le prove dell’efficacia del loro uso ai fini di una crescita del mercato. Stando all’Innovation in Retail Survey di IDC, il 56% dei retailer continentali attribuisce grande importanza a AR e VR per l’attuazione di una strategia di innovazione nel triennio 2018-2020 ed è per questo che inizieranno a implementare strumenti misti per potenziare le attività di magazzino e distribuzione, con l’obiettivo di ottenere maggiore efficienza, accuratezza e produttività, permettendo alla forza lavoro al dettaglio di concentrarsi maggiormente sul servizio clienti».


#VR #AR In crescita chatbot autonomi e assistenti digitali vocali – Daniela Rao @IDCItaly
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FUTURO PRESENTE

Del resto, la stessa DXC dimostra che accogliere il futuro è già possibile. «La combinazione di soluzioni omniconsumer con la piattaforma DXC Smart Shopper consente di offrire una customer experience più ricca, anche in-store, combinando artificial intelligence per le profilazioni con promozioni personalizzate e realtà virtuale» – riprende Maria Margherita Cugnonatto di DXC Technology Italia. «DXC Smart Shopper, implementata all’interno degli spazi aeroportuali ad esempio, permette di interagire con il viaggiatore negli spazi adiacenti e all’interno dei negozi. La tecnologia diffusa nel punto vendita si basa su infrastruttura light (beacon e Wi-Fi), IoT, analytics e tecnologie di VR, per dare al passeggero servizi di way finding e di push notification oltre a proximity marketing. Dunque, la virtualizzazione viene utilizzata proprio per attrarre e guidare il consumatore nel punto di vendita fisico e aumentare il tempo trascorso in negozio. Altri progetti di VR, come lo Smart Assistant, che raccoglie e indirizza le esigenze di un cliente tramite un chatbot, aiutano a migliorare l’efficienza del personale e a ridurre i tempi di attesa. Le applicazioni del domani non potranno che aggiungere un’ulteriore freccia all’arco dei punti vendita, per far evolvere l’esperienza di acquisto». La sensazione è che AR e VR stiano affrontando un momento cruciale della loro esistenza, non solo in ambito retail. Lo snodo è rappresentato dalla voglia di rivenditori e marchi di sperimentare nuove modalità di business che aggancino gli utenti più smart, quelli cioè prominenti nei prossimi decenni. Proprio come gli smartphone hanno svolto un ruolo essenziale nella rivoluzione del commercio online, così la realtà aumentata e la realtà virtuale hanno il potere di dare nuovo slancio al retail, coinvolgendo gli acquirenti come mai prima d’ora.

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Multifunzionale e multiservizio, la stampa B2B diventa un hub documentale https://www.datamanager.it/2018/07/multifunzionale-e-multiservizio-la-stampa-b2b-diventa-un-hub-documentale/ Fri, 13 Jul 2018 08:01:09 +0000 http://www.datamanager.it/?p=151336 I dispositivi per la stampa digitale diventano sistemi multifunzione al centro della semplificazione della gestione documentale. Nelle transazioni tra imprese e tra imprese e pubblica amministrazione, la carta continua a mantenere un’importanza notevole, anche se le nuove normative spostano verso il virtuale e il digitale i normali scambi documentali Smetteremo mai di stampare documenti per […]

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I dispositivi per la stampa digitale diventano sistemi multifunzione al centro della semplificazione della gestione documentale. Nelle transazioni tra imprese e tra imprese e pubblica amministrazione, la carta continua a mantenere un’importanza notevole, anche se le nuove normative spostano verso il virtuale e il digitale i normali scambi documentali

Smetteremo mai di stampare documenti per certificare le transazioni? L’impressione è che, sebbene fortemente ridimensionato, il supporto cartaceo resterà un riferimento importante anche nel futuro. Naturalmente, i processi legati alla carta sono spesso più costosi e lenti, ma ancora quasi insostituibili in diversi aspetti delle attività quotidiane. Inoltre, occorre ricordare il fatto che spesso oramai i dispositivi utilizzati per la stampa digitale sono in realtà sistemi multifunzione, in grado di gestire in modo completo anche documenti digitali, dalla scansione alla trasmissione e ricezione via posta elettronica, all’archiviazione online, all’invio e ricezione di fax e così via. L’utilizzo di questi dispositivi dà alcuni indubbi vantaggi rispetto alle stampanti tradizionali: consente di accelerare i processi aziendali, adottando in moltissimi casi workflow elettronici e ottimizzando costi e tempi di gestione; offre un accesso alla gestione documentale più semplice e guidato da menù grafici e intuitivi, solitamente basati su pannelli operatore touch-screen e, infine, rende più controllabile e più sicuro tutto il processo di gestione dei documenti. Naturalmente, l’iter di adozione delle nuove soluzioni e dei nuovi processi di lavoro è stato avviato con maggiore lena all’interno delle organizzazioni di maggiori dimensioni, che possono apprezzare più rapidamente benefici e ottimizzazioni, avendo oltretutto risorse superiori a quelle delle piccole e medie imprese. Sono queste ultime, le PMI appunto, a doversi attrezzare per adempiere anche alla normativa più recente, quale quella che sancisce il ricorso alla fatturazione elettronica in toto a partire dal gennaio 2019 (Legge di bilancio 2018), sia con la PA, come già previsto dalla Legge n. 244 del 24/12/2007, sia tra privati. Questo obbliga anche le microimprese a organizzarsi e strutturarsi per gestire i processi di fatturazione e le esigenze di archiviazione collegate in modalità, appunto, elettronica. Ma qual è la situazione attuale e cosa stanno facendo i protagonisti del mercato per affrontare nel modo giusto e più efficace le evoluzioni in atto?


#Printing #B2B Accesso più semplice alla gestione documentale
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OTTIMIZZAZIONE E SICUREZZA

Abbiamo chiesto a IDC di tratteggiare una panoramica del mercato della stampa digitale oggi e in prospettiva. «Il mercato del printing è quello che in modo più evidente rispetto agli altri mercati dell’ICT ha subito e sta subendo il processo di digitalizzazione intrapreso da aziende internazionali e italiane» – ha commentato Sergio Patano, senior research & consulting manager di IDC Italia. «Da oltre un decennio, le aziende hanno quindi intrapreso un percorso di consolidamento e trasformazione del proprio parco installato che ha sostanzialmente ribaltato il mix di macchine presenti in azienda». Infatti, secondo Patano, mentre fino al 2005 le aziende acquistavano soprattutto stampanti “single function”, dal 2016 i dati IDC evidenziano come «le vendite di stampanti multifunzione (MFP) abbiano superato per la prima volta il 50% di share, sfiorando addirittura il 60% del totale B2B venduto in Italia». Una tendenza che è continuata con una costante accelerazione nella vendita di questa tipologia di dispositivi, tanto che – continua Patano – il 2017 si è chiuso «con circa 1,8 milioni di stampanti vendute di cui oltre il 75% sono multifunzione». Un trend che proseguirà, secondo IDC, anche nei prossimi anni. Ma il trend non riguarda soltanto l’acquisto di hardware da parte di imprese e organizzazioni: anche il software è, di pari passo, in crescita sul mercato italiano. Sono infatti aumentati gli investimenti in «soluzioni per la gestione di tutti i documenti digitali, che hanno cominciato a proliferare all’interno delle aziende in numero e formato, dai documenti testuali ai log di sistema, dalle immagini ai video fino ad arrivare ai feed dei social network».

Oltre a queste tendenze che potremmo definire “positive”, continua sottotraccia anche quella legata alla razionalizzazione dei costi interni legati all’infrastruttura IT nel suo complesso. In questo processo, sono stati coinvolti anche i componenti dell’infrastruttura legata alla stampa che «troppo spesso non è stata considerata un elemento strategico dell’evoluzione aziendale» e che hanno offerto importanti spazi di miglioramento sia per quanto riguarda la mera riduzione dei costi sia per l’ottimizzazione dei flussi documentali «che impattano sulla produttività del personale» – ha aggiunto Patano. Questo tipo di analisi, che riguarda la razionalizzazione dei costi operativi, è uno dei principali elementi che convincono le aziende a rivolgersi a un partner esterno per la gestione della propria infrastruttura di stampa. «Secondo le ultime stime di IDC, il mercato dei BPS (basic print services) e degli MPS (managed print services) è previsto crescere a un tasso medio annuo pari al 5,3% nel periodo dal 2017 al 2021, arrivando a sfiorare 1,9 miliardi di euro a fine periodo». Un’evoluzione che dimostra come le aziende, nel loro sforzo di riduzione dei costi, siano alla ricerca non solo di servizi ma anche di soluzioni che consentano di migliorare i workflow documentali, eliminando i colli di bottiglia e migliorando la produttività nei processi di backoffice, diminuendo il time-to-market e incrementando la soddisfazione del cliente, come ha sottolineato Patano. Anche la sensibilità delle aziende sui temi della sicurezza dell’infrastruttura di stampa è aumentata, grazie al verificarsi di attacchi che hanno trovato proprio qui il punto debole e all’entrata in vigore della normativa Europea GDPR, che ha spinto le aziende a porre maggiore attenzione anche su questa componente dell’infrastruttura IT riguardo a sicurezza, prevenzione e protezione dei dati. «Eppure, la spesa delle aziende in print security rimane ancora sensibilmente bassa e non è prevista crescere in modo drammatico nel corso dei prossimi anni». Una conseguenza diretta – secondo Patano – della «scarsa comprensione dell’impatto che il GDPR avrà sulla normale operatività delle aziende italiane (in particolare delle PMI)» e del fatto che «la normativa europea che è da poco entrata in vigore avrà un impatto notevole su tutti i flussi documentali, in particolare su quelli che transiteranno (in entrata e in uscita) dai dispositivi di output management».


#Printing #B2B Meno colli di bottiglia più produttività del backoffice
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MODELLO AS A SERVICE

Dopo questa introduzione, vediamo quello che offre oggi il mercato nell’ambito del Printing B2B, attraverso una rapida analisi dell’offerta delle aziende più rappresentative oggi attive sul mercato. Abbiamo interpellato i protagonisti chiedendo loro quale approccio abbiano scelto in chiave evolutiva verso le esigenze attuali e future del mercato, tenendo conto dei maggiori trend delineati in precedenza. Una delle tendenze più importanti del periodo attuale è quella identificata con la definizione Digital Transformation, che sta interessando in modo più o meno intenso tutte le aziende e le organizzazioni italiane, particolarmente per quanto riguarda le piccole e medie imprese. Proprio da qui parte Canon, che affida a Maurizio Basile, document solutions director di Canon Italia il proprio contributo, sottolineando come la Digital Transformation rappresenti una grande opportunità. «Dal punto di vista Canon, un importante vantaggio che ne deriva è rappresentato dal passaggio dai servizi MPS (managed print services) a quelli MCS (managed content services), in cui la gestione dei flussi di stampa dei documenti si va ad ampliare e integrare con la gestione di tutti i contenuti aziendali». Secondo Gartner, continua Basile, i servizi MCS sono una soluzione che razionalizza, semplifica e ottimizza le comunicazioni e la condivisone dei contenuti all’interno dell’organizzazione. «Il collegamento tra i due mondi (MCS e MPS) diventa ancora più chiaro se si considera il primo l’evoluzione del secondo. L’attenzione si sposta dunque dai dispositivi di stampa ai contenuti per fornire una gestione dell’intero ciclo di vita del processo». Una gestione che deve essere affidata a piattaforme software, che, secondo Canon, vanno erogate secondo un modello completamente as a Service. «Il dispositivo multifunzione si trasforma quindi in un hub documentale, semplice da usare e sicuro da un punto di vista di gestione dei documenti e delle informazioni che essi contengono». In uno scenario di trasformazione quale questo, conclude Basile: «Canon, grazie all’integrazione delle due strategie (MPS e MCS), alle competenze tecnologiche e alla profonda conoscenza dei processi aziendali maturata in anni di esperienza, permette alle aziende di gestire i contenuti digitali e cartacei con un’unica infrastruttura».

BUSINESS SECURITY E PRIVACY

Un punto di vista che trova d’accordo, anche se da un punto di vista ovviamente concorrenziale, anche Brother che, con Lorenzo Matteoni, senior manager marketing di Brother Italia, afferma che le aziende sono sempre più consapevoli che la trasformazione digitale debba passare da una migliore gestione interna di tutti i dati a disposizione. «Una constatazione che «le spinge verso una dematerializzazione delle informazioni in grado di consentire una gestione efficiente di grandi quantità di documenti da utilizzare nei diversi flussi operativi». Un altro importante motore per l’evoluzione delle aziende, inoltre, è costituito dall’introduzione del GDPR, per cui occorre «assicurarsi che tutti i dispositivi di stampa collegati in rete siano protetti, perché possono costituire pericolose porte di accesso alle reti aziendali». Per rispondere alle crescenti esigenze di business security e tutela della privacy, continua Matteoni, «Brother adotta una strategia globale di sicurezza delle informazioni che garantisce un accesso sicuro alla rete e ai dispositivi con soluzioni di security printing, crittografia, pull printing e managed print services, neutralizzando le quattro vulnerabilità dei sistemi di stampa: stampe abbandonate (prelevabili da persone non autorizzate), prelievo di dati elaborati dai dispositivi multifunzione e registrati sull’hard disk interno, accesso non autorizzato alle periferiche e rischi di network security». Per affrontare ed eliminare tutte queste vulnerabilità, Brother offre «la propria consulenza per definire una politica di sicurezza per l’intera flotta di periferiche».

CAMBIO DI PROSPETTIVA

Anche per Ricoh, vivere nel pieno della Digital Transformation implica la digitalizzazione di molti processi documentali. «Ma questo non elimina la necessità di stampare» – afferma Davide Oriani, CEO di Ricoh Italia. A cambiare è la prospettiva e il modo in cui si intende la stampa. «Il printing diventa qualcosa di dinamico e slegato da un luogo fisico, complici alcune tendenze quali il cloud e la mobility, che trasformano le modalità con cui le persone interagiscono con le informazioni». È in questo quadro che Ricoh rende disponibile un’offerta per il Digital Workplace che «risponde all’esigenza delle aziende di gestire in modo integrato le informazioni e le comunicazioni, superando i confini degli uffici. Questo grazie a una serie di soluzioni “smart” (tra cui dispositivi multifunzione, lavagne interattive, videoconferenza e videoproiettori) che semplificano la trasformazione digitale». Con che prospettive? «Secondo la ricerca The Future of Print, commissionata da Ricoh e che ha coinvolto 3.150 manager di tutta Europa, le nuove tecnologie di stampa sono fondamentali per la flessibilità del business (77% delle risposte) e per l’innovazione (69%)». Di solito, la stampa è un’attività di secondo piano, con dispositivi ingombranti posizionati negli angoli degli uffici. «Da questa ricerca emerge invece – conclude Oriani – che la percezione sta cambiando e le nuove tecnologie per il printing possono rappresentare un importante vantaggio competitivo».


#Printing #B2B Le multifunzione sfiorano il 60% di share del venduto in Italia @IDCItaly
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VERSATILITÀ, SEMPLICITÀ E FLESSIBILITÀ

Dal digital printing alla gestione dei workflow documentali. La stampa digitale e le stampanti rappresentano quindi ancora (e resteranno in futuro) un mercato vitale e importante. A confermarlo ci sono alcuni protagonisti storici del mondo printing come OKI Europe (Italia), che attraverso Romano Zanon, general manager South Europe Regional Marketing spiega come la carta mantenga ancora una presa salda sulle applicazioni office. Ormai la stampa digitale è diventata imprescindibile grazie alla sua versatilità, semplicità e flessibilità. Ma quali sono le prospettive? «Stiamo assistendo – risponde Zanon – a una evoluzione costante, sicuramente positiva. OKI Europe ha chiuso alla grande il 2017 e abbiamo iniziato in maniera estremamente incoraggiante il 2018. Le opportunità non mancano e i risultati danno ragione al nostro modello di business, con prodotti sempre più verticali, che sappiano soddisfare esigenze specifiche dei clienti». Esigenze che, secondo OKI, si possono riassumere in «dispositivi smart, con un Total cost of ownership (TCO) sostenibile, che aggiungono grande qualità abbinata ad applicazioni uniche e creative, con partner che soddisfino le richieste dei clienti in modo rapido ed efficace». Per rispondere a queste richieste, OKI si muove soprattutto su 4 aree di business: «Light Production con macchine a foglio singolo, Transfer Media Printing (TMP), grande formato e presto anche etichette. In futuro, continueremo a investire per garantire al cliente finale il mix ideale tra qualità, convenienza e affidabilità: i capisaldi che ci hanno permesso di restare al top del mercato in tutti questi anni».

PERFORMANCE E SOSTENIBILITÀ

Anche Epson conferma la salute del mercato professionale. Secondo Riccardo Scalambra, business manager prodotti ufficio di Epson Italia, infatti le prospettive sono «particolarmente interessanti. Da alcuni anni, l’azienda ha sviluppato una linea di prodotti che va dal dispositivo personale a quello dipartimentale per grandi gruppi di lavoro. E su tutta la gamma, ha inserito tecnologie che permettono la gestione di un corretto workflow. Non solo: ha anche stretto partnership con i più importanti produttori di software (tra cui Nuance, PaperCut, Whitesoft) per permettere agli utenti di attuare tutte le potenzialità della gestione documentale». Ed è confermata l’affermazione dei dispositivi multifunzione negli uffici, che «spesso soddisfa gruppi di lavoro medio grandi» e che deve essere in grado non solo di stampare, ma anche di acquisire informazioni all’interno del flusso documentale. In altri termini, «permettere la digitalizzazione, l’archiviazione locale o in cloud e la ricerca rapida dei documenti». Per quanto riguarda l’offerta, Epson ha scelto la tecnologia inkjet, che «oggi è in grado di produrre dalle 24 alle 100 pagine al minuto per tutte le necessità tipiche del mondo della stampa». Epson si muove fortemente in direzione della stampa B2B, offrendo soluzioni end-to-end anche per aziende di grandi dimensioni. «E lo fa – aggiunge Scalambra – con la tecnologia PrecisionCore a getto di inchiostro, che offre anche diversi vantaggi collaterali: dalla riduzione dei consumi elettrici a quella dei rifiuti prodotti. Inoltre, grazie alla linea WorkForce, l’offerta Epson copre tutte le esigenze del cliente, con soluzioni monocromatiche o a colori, fino alle 100 pagine al minuto». Un’offerta che dovrebbe soddisfare un cliente in evoluzione quale quello della stampa B2B, che «non vuole più soltanto stampare, ma creare un flusso di acquisizione documentale che sia semplice, completo e preferibilmente attraverso un unico dispositivo: la stampante multifunzione, appunto».

IL RUOLO DEL SOFTWARE

L’evoluzione del modus operandi delle aziende odierne continua a richiedere l’utilizzo di documenti cartacei, ma certamente è sempre più importante il ruolo rivestito dalle applicazioni software di gestione elettronica dei documenti e dei relativi workflow. Area in cui operano aziende che si sono specializzate nella digitalizzazione e nella ottimizzazione dei flussi documentali. Secondo Alfieri Voltan, presidente di Siav, i documenti cartacei continuano a costituire una fetta rilevante del patrimonio documentale delle aziende, attraverso cui circolano spesso informazioni critiche per il business. Questo significa che un ruolo importante lo giocano i dispositivi di digitalizzazione, come gli scanner, che però sono «ormai sostituiti dai dispositivi multifunzione, che, grazie alle loro funzionalità avanzate, diventano strumenti orientati all’integrazione con i sistemi di enterprise information management (EIM)». L’obiettivo è quello di consentire un utilizzo ottimale delle informazioni: «Dati, documenti e file, qualunque sia la loro origine, tramite le piattaforme EIM vengono gestiti in modo collaborativo ma controllato». Data quindi la stretta correlazione tra stampa digitale e sistemi di gestione documentale, continua Voltan, «Siav ha sviluppato un’integrazione tra la propria piattaforma documentale e il mondo della stampa B2B: il modulo di integrazione permette di interfacciare questi dispositivi e di fornire all’utente un’esperienza d’uso semplice e intuitiva». Quali sono i vantaggi di un tale approccio? «Gli utenti possono interagire tramite un’interfaccia grafica unica con le funzioni di scansione e stampa – risponde Voltan – e contemporaneamente accedere a funzioni di interazione con il contenuto dell’archivio documentale, ad esempio l’inserimento di nuovi documenti nel repository di Archiflow, acquisiti direttamente dalla multifunzione».


#Printing #B2B Cresce il mercato Italiano dei BPS e dei MPS +5,3% @IDCItaly
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Stefano Nalesso, direttore commerciale di Able Tech ricorda che nel 1980, il settimanale inglese The Economist scriveva che in 10 anni, l’80% degli uffici avrebbe eliminato la carta. Oggi invece possiamo dire che «la carta non solo ha conservato un ruolo di primo piano ma è addirittura cresciuta». Infatti l’affermarsi delle tecnologie IT nelle aziende ha causato «un aumento esponenziale di dati e informazioni». In più, il digital divide italiano rende i documenti cartacei indispensabili. Perciò, la carta stampata continuerà ad avere un ruolo fondamentale nelle aziende e nella nostra vita, «sebbene in un graduale processo di razionalizzazione e riduzione degli sprechi. I dispositivi multifunzione integreranno tool avanzati a supporto dei processi aziendali ed estenderanno la funzione di stampa a tutti i device portatili con cui operiamo quotidianamente». Sarà però necessaria in parallelo – continua Nalesso – una profonda revisione dei processi, «supportata da soluzioni in grado di garantire la gestione dell’intero ciclo di vita delle informazioni e di connettere persone, processi e strumenti già esistenti (portali, sistemi ERP, stampanti…)». Ecco perché Able Tech propone ARXivar, soluzione con cui l’azienda ha voluto dare risposta a queste esigenze. «È una piattaforma che si integra perfettamente ai sistemi aziendali e ai dispositivi di stampa, offrendo assieme tutte le più moderne funzionalità di enterprise information management: centralizzazione e gestione di dati e informazioni, gestione dei processi, tool per la collaboration, monitoraggio e report delle attività, da qualsiasi device». Infine, «un modellatore grafico – conclude Nalesso – permette a chiunque di disegnare e rendere funzionante in breve tempo la gestione dei workflow aziendali senza scrivere programmi personalizzati».

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Per un Manifesto dell’IT Minima https://www.datamanager.it/2018/07/per-un-manifesto-it-minima/ Thu, 12 Jul 2018 15:12:28 +0000 http://www.datamanager.it/?p=151305 Un Manifesto dell’IT Minima. Che cosa significa? L’era dei database relazionali è finita. Il cloud non è più una scelta ma una necessità. E lo sarà sempre di più in futuro. Tutta l’IT sta registrando un’accelerazione in questa direzione. Le architetture locali monolitiche ma solide si stanno evolvendo in microservizi decentralizzati. Accelerazione che rischia però […]

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Un Manifesto dell’IT Minima. Che cosa significa? L’era dei database relazionali è finita. Il cloud non è più una scelta ma una necessità. E lo sarà sempre di più in futuro. Tutta l’IT sta registrando un’accelerazione in questa direzione. Le architetture locali monolitiche ma solide si stanno evolvendo in microservizi decentralizzati. Accelerazione che rischia però di nascondere uno scivolamento, che per qualcuno porta a un degrado, per altri a una progressiva perdita di controllo.

Una preoccupazione che molti CIO condividono e che è emersa a lato della terza edizione del WeChangeIT Forum di Data Manager dedicata all’intelligenza artificiale e di cui vi daremo un dettagliato resoconto con il numero doppio sull’uscita di settembre. Dal buzz al business, c’è sempre uno scarto, un resto che non si può ignorare e su cui c’è molto da discutere. E il richiamo ai fondamentali dell’IT per quanto noioso è doveroso. Sto parlando di backup, disaster & recovery, consistenza dell’infrastruttura, sistemi mirrorati, delivery delle risorse, integrazione, messa a punto e ottimizzazione. In pratica, di tutto quello che ha fatto perdere il sonno alle ultime generazioni di CIO. Un brillante e giovane CIO di un importante realtà industriale che produce sistemi di raffreddamento per il settore delle quattro ruote mi confessava la sua preoccupazione per il ruolo che alcuni vendor stanno assumendo sul mercato: un ruolo che – secondo il CIO – starebbe sistematicamente minando dalle fondamenta tutta l’IT, contribuendo a dissipare il patrimonio di competenze accumulate dall’azienda nel corso degli anni. Certamente, le imprese non sono tutte uguali e neppure i CIO.

In generale, la tendenza è quella di andare verso servizi gestiti da terzi, in molti casi senza capire cosa c’è dietro, per poi un giorno scoprire che un fermo o un disservizio, può mandare al tappeto l’azienda, perché tutte le leve di controllo si trovano altrove. Ma finché si tratta di prendere in modalità as a service – per esempio – le licenze di un CAD e il mio File System resta in casa, non c’è bisogno di preoccuparsi. Ma se si mettono in modalità servizio, soluzioni business critical senza avere la possibilità di verificare la consistenza della loro infrastruttura o effettuare prove di Disaster & Recovery – che cosa succede e a quale rischio posso esporre l’organizzazione? Ecco che il CIO è costretto a diventare esperto di contratti più che di tecnologia. Tra luce e “ombra”, tra protezione del passato e spinta al cambiamento, tra etichette che creano barriere e capacità di problem solving, l’ansia della perdita del controllo, dall’interno delle aziende si sposta anche al di fuori, alla normale comprensione delle cose. In un mondo sempre più complesso, le scorciatoie ci fanno guadagnare tempo, ma non ci aiutano a capire il percorso, né a imparare dagli errori. E oggi, molti si presentano come i paladini della democratizzazione dell’intelligenza artificiale e della crescita delle imprese.


Manifesto dell’IT Minima Contribuisci anche tu con la tua idea #ManifestoIT @gmariggio
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Nel tentativo di destrutturare l’infrastruttura IT per renderla più agile – soprattutto delle imprese di piccole e medie dimensioni, più sensibili alla leva del contenimento dei costi – dobbiamo stare molto attenti a non smantellare risorse e competenze che renderanno l’organizzazione più fr-agile. Se vogliamo trasformare le imprese dall’interno, scomponendole in piccoli servizi, che possono essere scalati senza l’onere dell’infrastruttura, dobbiamo rendere le fondamenta dell’IT più solide e centrali. Dobbiamo essere costruttori di solidità senza stravolgere il DNA delle organizzazioni. Le imprese – come le persone – sono sempre davanti a un trade-off. La scelta definisce chi siamo. La trasformazione delle aziende ha bisogno di velocità e potenza, ma anche di persone e di immaginazione. E per questo – da queste pagine – vorrei lanciare l’idea di un Manifesto dell’IT Minima, ma non nel senso di minimale o residuale, bensì di non negoziabile. Perché all’IT chiediamo di fare molto con poco. Perché più che le infrastrutture legacy, il vero ostacolo è il pensiero legacy in sé che è cross-funzionale e non prevede aggiornamenti. Un invito che rivolgo non solo ai CIO, ma anche ai CEO, ai CMO, ai CFO, ai direttori delle risorse umane e di tutte le altre funzioni aziendali coinvolte e travolte dalla digital transformation. Raccontateci le vostre esperienze e le vostre preoccupazioni. E indicateci i cinque principi base dell’IT che non si possono negoziare in nome della velocità, della flessibilità e del contenimento dei costi.

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AI e robotica, più governance e visione per comprendere il cambiamento https://www.datamanager.it/2018/07/ai-e-robotica-piu-governance-e-visione-per-comprendere-il-cambiamento/ Thu, 12 Jul 2018 15:07:17 +0000 http://www.datamanager.it/?p=151299 AI e robotica, dalle imprese più innovative che hanno partecipato al WeChangeIT Forum, parte la sfida per il cambiamento. L’Italia in prima linea nella competenza, ma a rischio marginalità in termini di sistema Un bambino nato da poco si alza in piedi ma cade. Ci riprova. Cade di nuovo. E ancora. Ancora. Ma niente. Passano […]

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AI e robotica, dalle imprese più innovative che hanno partecipato al WeChangeIT Forum, parte la sfida per il cambiamento. L’Italia in prima linea nella competenza, ma a rischio marginalità in termini di sistema

Un bambino nato da poco si alza in piedi ma cade. Ci riprova. Cade di nuovo. E ancora. Ancora. Ma niente. Passano trenta, quaranta minuti e il bambino cammina. No. Non è un miracolo. È un robot. Questi robot “bambini” guidati da intelligenza artificiale, in questo caso, chiamata Swarm Intelligence, sono decisamente più efficienti rispetto ai bambini “umani”. Quanto ci mette un fanciullo a imparare a camminare? Sei mesi. Un anno. Ecco. Non possiamo più parlare di futuro a prescindere dalla robotica e dall’intelligenza artificiale. Quasi due miliardi di dollari (1,95), il 50% di più dell’anno precedente. Ebbene si. I venture capital lo hanno capito. Perché questi sono i numeri di investimenti sul settore della robotica lo scorso anno. Solo pochi mesi fa Toyota ha annunciato il lancio di Toyota AI Ventures, un venture capital che ha come obiettivo il finanziamento di startup tecnologiche che lavorano sull’intelligenza artificiale. Appena partito, il fondo ha ricevuto 100 milioni di dollari da parte del Toyota Research Institute (TRI), un’iniziativa orientata al mondo delle automobili e robotica in senso lato.

AI Ventures dirige i suoi investimenti verso il mondo dell’intelligenza artificiale, la robotica e delle automobili in grado di guidarsi da sole. Non solo investimenti ma supporto alle startup attraverso una rete di mentoring presso la sede in Silicon Valley. «Una delle maggiori sfide che devono affrontare gli startupper è sapere se stanno costruendo il prodotto giusto per il mercato giusto. Possiamo aiutarli a superare questa incertezza, e ci impegniamo a farlo in maniera eccellente perché il loro successo è il nostro successo» – ha detto il vicepresidente del TRI Jim Adler in una recente dichiarazione. AI Ventures si dice proattiva nella ricerca di nuove startup sulle quali investire a livello globale. Attualmente, il fondo ha investito in tre startup. Nauto, con sede nella sempre presente Silicon Valley, che realizza sistemi di monitoraggio dei conducenti e degli ambienti stradali al fine di prevenire incidenti e limitare la cattiva guida. SLAMcore, startup inglese, che sviluppa algoritmi per la tecnologia “intelligente” di droni e veicoli a guida autonoma. Intuition Robotics, startup israeliana che studia l’uso dell’intelligenza artificiale su vari settori.


#VentureCapital #AI Italia a rischio marginalità in termini di sistema – @simeoneantonio1
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LEGGERE, SCRIVERE E PROGRAMMARE

Negli ultimi anni, infatti, le vendite di robot programmabili dai bambini è in forte ascesa, basti ricordare anche dell’ingresso della Lego nel mercato. In alcune confezioni della Lego si trova un software con delle istruzioni per imparare a programmare dei piccoli robot. Costruirli e poi farli vivere. Un gioco educativo insomma. Si sostituisce letteralmente a un professore invece Nao, il robot umanoide di 58 centimetri prodotto da Aldebaran Robotics, una delle più note aziende di robotica al mondo. Nao al posto degli organi di senso è dotato di videocamere e sensori che gli consentono di interagire con l’ambiente circostante. È considerato il social robot più evoluto mai prodotto. Da diversi anni, tra l’altro, viene utilizzato nelle scuole di oltre settanta paesi per l’insegnamento delle materie STEM (Scienza, Tecnologia, Ingegneria, Matematica), ma si sta rivelando efficace anche in ambito medico come robot per bambini autistici. In Italia, è parte integrante delle attività didattiche della Scuola di Robotica di Genova (www.scuoladirobotica.it). Aldebaran conta di trasformarlo anche in un “robot da compagnia” per le famiglie. Per programmarlo è sufficiente imparare a utilizzare Choregraphe, un ambiente intuitivo, adatto anche ai principianti e ai ragazzi, perché non è necessario scrivere una sola riga di codice.

ROBOTICA NELLA SANITÀ

Un altro campo che è stato in poco tempo invaso dall’AI è quello medico. Gli interventi in sala operatoria realizzati con l’ausilio di un robot erano poco più che una curiosità circa 17 anni fa. Nel 1999, infatti, Intuitive Surgical ha messo a punto quello che nel giro di qualche anno è diventato il più noto partner dei chirurghi in sala operatoria, Da Vinci, chiamato così per omaggiare il genio di Leonardo. Con 17mila interventi di chirurgia robotica nel 2017 e l’installazione del centesimo robot Da Vinci al policlinico di Catania, l’Italia raggiunge la Francia al primo posto in Europa. Nel mondo, dopo la ginecologia, è la chirurgia urologica a essere la principale area di intervento con i robot. Anche in Italia, è l’urologia a farla da padrona, con il 67% di interventi, seguita da chirurgia generale (16%) e ginecologia (10%). L’incremento registrato è dell’83% a partire dal 2006.

Come confermato da Andrea Dupplicato, CIO del Centro Cardiologico Monzino e dell’Istituto Europeo di Oncologia, in urologia i motivi del successo sono molti e semplici. La precisione del robot consente maggiore facilità di accesso alle anatomie più delicate, una precisione demolitiva e ricostruttiva, una minore perdita di sangue, una riduzione della degenza post-operatoria e una diminuzione degli effetti collaterali (disfunzione erettile e incontinenza). A questo si aggiungono caratteristiche come la visione tridimensionale immersiva in grado di moltiplicare fino a dieci volte la normale visione dell’occhio umano. «La chirurgia robotica da Vinci – spiega Walter Artibani, direttore dell’UO di Urologia dell’AOU Integrata di Verona e segretario generale della Società italiana di urologia – è emblema della chirurgia mininvasiva. Il robot consente una precisione non confrontabile con altre tecniche e permette di superare i limiti legati alla difficoltà di trattare, con la laparoscopia, patologie in sedi anatomiche difficili da raggiungere. L’urologia italiana è un’eccellenza nel campo della robotica».

Dopo questi dati positivi sull’utilizzo della robotica in Italia, ci chiediamo: quanto sono presenti oggi nel nostro Paese soluzioni avanzate di AI in tutti gli altri ambiti? A rispondere a questa domanda è Fabio Rizzotto, associate vice president and head of local research and consulting di IDC Italia: «Stiamo osservando una certa accelerazione dell’adozione di tecnologie emergenti che comportano anche un’accelerazione delle capacità infrastrutturali. In Italia è del 7% la spesa IT nella più ampia fetta dell’Europa Occidentale, con un aumento sostanziale degli investimenti, anche grazie ai programmi nazionali di digitalizzazione. Cosa manca allora? «Sicuramente, una più solida governance, necessaria per creare strategie complete di amministrazione generale e gestione operativa. Abbiamo un grande potenziale – spiega Rizzotto – che arriva anche dal poter imparare dagli errori del passato per costruire un futuro che non sia solo intelligente ma anche funzionale e al servizio di cittadini e consumatori».


#AI Dal #WeChangeIT Forum parte la sfida del cambiamento – @simeoneantonio1
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IN ITALIA, LA SITUAZIONE STA CAMBIANDO?

Si. Perché si sta osservando una progressiva adozione di tecnologie emergenti, con un aumento sostanziale degli investimenti dedicati all’IT. Di intelligenza artificiale e delle sue possibili applicazioni si è parlato all’edizione 2018 del WeChangeIT Forum, svoltasi a Milano, insieme ad aziende ed esperti del settore. Dal dibattito è emerso che molte tra le maggiori aziende italiane stanno già utilizzando applicazioni di intelligenza artificiale nei loro processi. Prima tra tutte Assicurazioni Generali, che utilizza l’AI per costruire soluzioni assicurative cucite su misura per ogni cliente, e BNL Gruppo BNP Paribas che invece l’ha integrata nel suo servizio clienti grazie a un chatbot che è in grado di rispondere in qualsiasi momento alle esigenze dei navigatori. A seguire questo trend è anche il colosso del settore farmaceutico Bayer, che ha pensato di sfruttare l’intelligenza artificiale per fornire informazioni corrette agli utenti. Un’altra azienda che su questo tema è in prima linea in Italia è Enel, che utilizza sempre più machine learning e algoritmi predittivi per prevenire incidenti e ottimizzare gli interventi di riparazione. Una testimonianza molto interessante arriva da La Marzocco, una realtà più di “nicchia” per quanto il consumo di caffè in Italia sia un affare nazionale con un consumo di una tazzina e mezza (dati Nielsen) a testa. Leader nel settore delle macchine da caffè, famosa per aver progettato e brevettato nel 1939 la prima macchina da caffè a caldaia orizzontale, oggi uno standard nel settore – La Marzocco ha integrato degli speciali sensori all’interno dei suoi prodotti per garantire assistenza efficace e immediata in qualsiasi parte del mondo. Ha investito molto anche nello sviluppo di algoritmi predittivi per migliorare l’efficienza dell’assistenza ai propri clienti. Biotech e robotica saranno il prossimo trend dei VC? In America e in Asia già lo sono. Ma in Italia? Forse se tutti i dati delle cartelle sanitarie dei pazienti negli ultimi trent’anni fossero disponibili per fini di ricerca (e non resi inaccessibili dal GDPR). E forse se i robot potessero imparare dai migliori medici italiani. Allora, i venture capital potrebbero finanziare nuove startup.

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Il multi-cloud di Nutanix tra semplicità e trasparenza https://www.datamanager.it/2018/07/il-multi-cloud-di-nutanix-tra-semplicita-e-trasparenza/ Thu, 12 Jul 2018 14:15:50 +0000 http://www.datamanager.it/?p=151287 Due chiacchiere con Alberto Filisetti, Country Manager di Nutanix Italia, che ci racconta le strategie del gruppo e le novità della .Next Conference di New Orleans La crescita, di Nutanix segue di pari passo quella dell’adozione del cloud su vasta scala. Quando ha portato  le prime soluzioni Nutanix in Italia, nel 2011, Alberto Filisetti, Country […]

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Due chiacchiere con Alberto Filisetti, Country Manager di Nutanix Italia, che ci racconta le strategie del gruppo e le novità della .Next Conference di New Orleans

La crescita, di Nutanix segue di pari passo quella dell’adozione del cloud su vasta scala. Quando ha portato  le prime soluzioni Nutanix in Italia, nel 2011, Alberto Filisetti, Country Manager di Nutanix Italia, poteva solo immaginare dove si sarebbe ritrovato a sette anni di distanza. «È stato un percorso interessante, un’evoluzione che accelera giorno dopo giorno e che ci vede impegnati a offrire sempre il miglior servizio ai clienti. Possiamo dire di coprire oggi tutto il territorio nazionale, con una rete di partner qualificati e pronti a trasmettere i valori dell’offerta Nutanix».

Un’offerta che proprio di recente ha dato il benvenuto a novità interessanti, come Era, Beam e Flow. La prima comprende piattaforme PaaS volte a ottimizzare e automatizzare le attività sui database, così da liberare gli amministratori dei database dai compiti più ripetitivi. La seconda è un SaaS che consente di attuare una governance estesa multi-cloud, per gestire spese, sicurezza ed essere conformi alle normative locali ed estere. La terza è una soluzione SDN (Software-Defined Networking) appositamente creata per l’era del multi-cloud, che offre sicurezza application-centric e protegge dalle minacce interne ed esterne non rilevabili dai prodotti tradizionali orientati al perimetro. Si tratta di innovazioni presentate alla .Next Conference di New Orleans, che a novembre verrà riproposta, con temi aggiornati, in Europa.

Ma facciamo un passo indietro per capire come si posiziona attualmente Nutanix in un mercato complesso e alquanto inflazionato. «Il primo inizio di Nutanix Italia è stato nel 2011-2012 e nei mesi successivi, nonostante il supporto della madrepatria statunitense, abbiamo dovuto lavorare parecchio per portare il marchio all’attenzione del grande pubblico. Del resto lo sappiamo: laddove gli americani amano termini come disruptive, perché molto più propensi al cambiamento, gli italiani incontrano ancora difficoltà nell’adottare tecnologie innovative, che richiedono un tempo di comprensione e implementazione maggiore. Quello che non è mutato negli anni è il mantra che guida la nostra azione: semplificare e rendere trasparente l’accesso e l’utilizzo dei software, perché non c’è rinnovamento IT valido se invece di agevolare il lavoro dei team si complica ancora di più, come se non fosse già troppo problematico».

Ed è con questo obiettivo in mente che Nutanix ha agganciato realtà importanti del panorama nostrano, partendo dal Credito Valtellinese per finire con gli uffici centrali dell’Istat a Roma, il primo grosso cliente che ha aperto alla compagine le porte della pubblica amministrazione. «Puoi avere la migliore soluzione di questo mondo – prosegue Alberto Filisetti – ma è solo con il passaparola e le referenze che si riesce a emergere dalla massa. Anzi, è la stessa massa, la concorrenza, che ci ha dato una mano, perché quando i big player cominciano a seguire la strada da te tracciata, allora capisci che stai facendo un buon lavoro e chi ha puntato su Nutanix lo ha evidenziato, mettendo la lungimiranza davanti al nome».

Si ma in cosa consiste oggi l’offerta Nutanix? Tutto gira sempre intorno a Nutanix Enterprise Cloud OS, il sistema operativo nato intorno all’idea “web-scale”, che permette di far convergere capacità di calcolo, virtualizzazione e storage in modalità nativa e in ambiente dalle elevate capacità computazionali, aperto pure all’intelligenza artificiale. Il risultato è quello di realizzare un multi-cloud particolare, in cui la macchina on-premise, di fatto, scompare, grazie alla presenza di una centrale di controllo unificata, che armonizza le attività in locale e in cloud. Questo vuol dire che siamo giunti a un punto di perfetta integrazione, spostamento e interazione, senza soluzione di continuità, tra file, cartelle e applicazioni in host sulla nuvola e sulle proprie macchine? «Non proprio – spiega Filisetti – ma lavoriamo per quello, abilitando già adesso una produttività massima per ogni configurazione».

E il bello di Nutanix è proprio questo, l’estrema libertà data agli utenti in merito ai paradigmi che vogliono seguire. Che si tratti di installazioni in-house o web, pacchetti predefiniti o personalizzati, Nutanix è in grado di ottimizzare le prestazioni, portando ovunque il concetto di one-click everything, ovvero di un’uniformità negli aggiornamenti che valica le differenze strutturali, per dare un beneficio concreto ai clienti.

Il cambio di passo effettuato da Nutanix è anche concettuale e mira a far evolvere l’idea di cloud in azienda. Ancora il Country Manager: «Non si può pensare di abbracciare le metriche della nuvola semplicemente spostando, in toto, ciò che si ha in casa verso il cloud. Un atteggiamento del genere non è più ammissibile perché non è spinto da una vera esigenza. L’approccio all’una o all’altra tecnologia deve dipendere da come verrà distribuita ed eseguita una determinata app o servizio, sia a scopo interno che esterno. A tale app è legato il business e dunque le decisioni strategiche. Esistono decine di metodi possibili e non tutti vanno bene per chiunque. Nutanix è qui per questo: supportare la digital transformation, ma che sia sensata, chiara e funzionale agli obiettivi dell’organizzazione».

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Smartphone, assistenti virtuali e gli effetti sociali “nascosti” della rivoluzione mobile https://www.datamanager.it/2018/07/smartphone-assistenti-virtuali-e-gli-effetti-sociali-nascosti-della-rivoluzione-mobile/ Thu, 12 Jul 2018 14:12:55 +0000 http://www.datamanager.it/?p=151290 Tutto con un singolo apparecchio. Tutto sembra immediato, vicino, a portata di dito o di voce. Ma che cosa nasconde questa convenienza in termini di costi sociali, abitudini e capacità di apprendimento? «Ogni tanto arriva un prodotto rivoluzionario che cambia tutto» – disse Steve Jobs durante la conferenza stampa introduttiva dell’iPhone, il 29 giugno 2007. […]

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Tutto con un singolo apparecchio. Tutto sembra immediato, vicino, a portata di dito o di voce. Ma che cosa nasconde questa convenienza in termini di costi sociali, abitudini e capacità di apprendimento?

«Ogni tanto arriva un prodotto rivoluzionario che cambia tutto» disse Steve Jobs durante la conferenza stampa introduttiva dell’iPhone, il 29 giugno 2007. Stava parlando dello smartphone: la tecnologia con maggiore diffusione di qualsiasi altra al mondo nella storia dell’umanità. Cinque anni dopo quella conferenza, la maggior parte degli americani ne possedeva uno. Nel 2019, lo smartphone sarà nelle tasche di 5 miliardi di persone nel mondo. Oggi, gli smartphone sono alla base di quasi tutte le proposte di smart city e dell’economia del futuro. Ci collegano a Internet, ci danno indicazioni, ci permettono di inviare rapidamente delle comunicazioni, di pagare le tasse, di ordinare una cena o una macchina, di creare documenti e fogli di calcolo, di fotografare o filmare un istante della nostra vita. Tutto con un singolo device. Siamo diventati dipendenti da questi apparecchi, tanto da influenzare la nostra quotidianità e le nostre relazioni.

La ricerca “Digital Addiction: Increased Loneliness, Anxiety, and Depression” di Erik Peper e Richard Harvey della San Francisco State University dimostra che l’aumento della solitudine e dell’individualismo estremo è dovuto alla sostituzione dell’interazione “faccia a faccia” con l’interazione basata sullo schermo, che nega forme di comunicazione simultanea come il linguaggio del corpo. Durante il tempo dedicato a mangiare, studiare, o guardare altri media, i soggetti dello studio entravano in modalità multitasking, interagendo continuamente con lo smartphone. L’attività costante sposta l’attenzione diretta all’azione in sé, e inoltre lascia poco tempo al corpo e alla mente di rilassarsi e rigenerarsi, e provoca quello che i ricercatori chiamavano “semi-tasking”, in cui gli studenti eseguivano diversi compiti contemporaneamente, ma li facevano tutti nel doppio del tempo, o con qualità ridotta rispetto a quando li facevano singolarmente.


#smartcity Gli effetti “nascosti” della rivoluzione mobile – Emanuela Donetti @urbanocreativo
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Eppure nelle nostre abitudini, personali e professionali, questa è la nuova normalità: invece di chiamare qualcuno, si manda un messaggio. Invece di incontrare gli amici a cena per vedere le diapositive delle vacanze, si pubblicano le foto su Facebook. È conveniente, in termini di tempo e di platea, ma elimina quelle interazioni che, come animali sociali, alla fine ricerchiamo. Un’altra ricerca ha chiesto agli studenti universitari di descrivere il loro umore cinque volte al giorno. E così, più avevano usato Facebook, meno erano felici. Tuttavia, sentirsi infelici non ha portato a un maggiore utilizzo di Facebook, il che suggerisce che Facebook stava causando infelicità, non viceversa. Tutto questo detto, non riusciamo a smettere di fissare i nostri telefoni. Immaginatevi quindi le conseguenze della diffusione degli “assistenti digitali”, vere e proprie funzioni di intelligenza artificiale che per poche decine di euro ci portiamo a casa, pronte ad ascoltarci e a “darci (o dirci) tutto quello che vogliamo”. Sebbene Amazon e Google abbiano venduto negli Stati Uniti milioni di “altoparlanti intelligenti” nel 2017, il 2018 per queste aziende è l’anno della diffusione mondiale per rispondere alle minacce di rivali come Apple e Samsung.

Per non parlare dei produttori di elettrodomestici, che stanno integrando assistenti digitali connessi con gli smartphone a qualsiasi prodotto dotato di spina elettrica. A Milano si dice “Ofelè fà ‘l to mesté” (tradotto: “Pasticcere, fai il tuo mestiere”) quando si vuole suggerire a qualcuno di evitare di entrare in argomenti di cui non è competente. Per quanta ricerca e sviluppo possano fare i produttori di elettrodomestici, la qualità dell’interazione tra uomo e macchina non è di sicuro il core business di chi si è sempre occupato di frigoriferi, lampadine, lavatrici. In ogni casa, avremo una macchina a cui parlare, fare richieste, impartire ordini. Ordini che non verranno mai messi in discussione, ma anzi, otterranno sempre soddisfazione. Se ci ha fatto male uno schermo, immaginatevi l’effetto che farà alla nostra società ricevere una risposta immediata alle nostre richieste, impartite in qualsiasi momento e con qualsiasi modo. Promettetemi che guarderete sempre negli occhi i vostri familiari, ed eviterete di discutere con il frigorifero. O il contrario?

Emanuela Donetti @urbanocreativo

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Dental microwear analysis per conoscere l’ultima cena del pleistocene https://www.datamanager.it/2018/07/dental-microwear-analysis-per-conoscere-lultima-cena-del-pleistocene/ Thu, 12 Jul 2018 14:01:09 +0000 http://www.datamanager.it/?p=151281 Il nuovo software MicroWeaR è in grado di ricostruire la dieta del passato sulla base delle tracce di usura dentaria. Lo strumento è stato messo a punto da un team internazionale guidato dai ricercatori dell’Università degli Studi di Roma La Sapienza. Analizzare le tracce di masticazione ancora visibili sui denti di animali e uomini del […]

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Il nuovo software MicroWeaR è in grado di ricostruire la dieta del passato sulla base delle tracce di usura dentaria. Lo strumento è stato messo a punto da un team internazionale guidato dai ricercatori dell’Università degli Studi di Roma La Sapienza. Analizzare le tracce di masticazione ancora visibili sui denti di animali e uomini del passato è un passo fondamentale per ricostruire le loro abitudini alimentari.

Con questo obiettivo un team internazionale, guidato da ricercatori della Sapienza, in collaborazione con l’Università di Napoli Federico II, di Saragozza e di Helsinki, ha sviluppato un nuovo software open access per semplificare l’identificazione di tracce microscopiche lasciate dal cibo sui denti durante la masticazione degli ultimi pasti consumati. «Lo studio dei denti fossili e in particolare delle tracce di usura presenti sulla superficie dentale restituisce una serie di importanti informazioni riguardo la dieta, la morfo-meccanica e, più in generale, la biologia di animali estinti» – spiega Flavia Strani del dipartimento di Scienze della Terra. «Le tecniche in uso per questo tipo di studi si sono molto sviluppate negli ultimi decenni, soprattutto grazie alla microscopia, ma abbiamo l’esigenza di un ulteriore salto di qualità».


Dental #MicroWeaR analysis per conoscere l’ultima cena del #pleistocene – @SapienzaRoma
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In questo ambito si colloca l’idea di MicroWeaR, che rende possibile misurare, quantificare e catalogare automaticamente le tracce microscopiche di usura dentale, per rivelare con precisione la modalità di masticazione e l’eventuale consumo di fibre vegetali, di alimenti vegetali più coriacei (tuberi, semi) o di carne. Il software è stato testato su due reperti fossili appartenenti a un primate del Miocene e a un cervide del Pleistocene. I dati sui pattern di usura dentale estrapolati sono stati comparati con quelli precedentemente ottenuti tramite l’applicazione di metodologie di studio tradizionali. «Il software da noi sviluppato – continua Antonio Profico del dipartimento di Biologia ambientale – potrà essere quindi utilizzato e implementato anche da altri team di ricerca, che potranno personalizzare questo strumento secondo le esigenze di studio auspicando una piena condivisione dei dati raccolti».

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