rivistaluglioagosto2023 – Data Manager Online https://www.datamanager.it Il portale dell'ICT professionale Tue, 18 Jul 2023 06:42:26 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=5.8.13 https://www.datamanager.it/wp-content/uploads/2020/04/dmo-favicon3.png rivistaluglioagosto2023 – Data Manager Online https://www.datamanager.it 32 32 Dynatrace e Aeroporti di Roma, la “smart factory” del volo https://www.datamanager.it/2023/07/dynatrace-e-aeroporti-di-roma-la-smart-factory-del-volo/ Thu, 13 Jul 2023 13:47:42 +0000 https://www.datamanager.it/?p=229254 Il ruolo chiave di Dynatrace nella trasformazione digitale di Aeroporti di Roma. La relazione tra osservabilità avanzata e miglioramento dell’efficienza operativa che ha portato Fiumicino al vertice della classifica Airport Service Quality. Un riscatto che parte dalla totale reingegnerizzazione dei processi e una strategia che coinvolge infrastrutture, persone e formazione Se la complessità di un […]

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Il ruolo chiave di Dynatrace nella trasformazione digitale di Aeroporti di Roma. La relazione tra osservabilità avanzata e miglioramento dell’efficienza operativa che ha portato Fiumicino al vertice della classifica Airport Service Quality. Un riscatto che parte dalla totale reingegnerizzazione dei processi e una strategia che coinvolge infrastrutture, persone e formazione

Se la complessità di un moderno scalo aeroportuale richiede un crescente apporto di cloud e tecnologie, la visibilità dell’intero ecosistema di servizi si rivela una delle chiavi per il successo operativo. Per questo la partnership tra Dynatrace e Aeroporti di Roma (ADR) rappresenta un caso emblematico nella trasformazione digitale del settore aeroportuale. Data Manager in questa cover story racconta come Dynatrace abbia affiancato ADR nel percorso di trasformazione, fornendo una piattaforma di software intelligence per ottimizzare i servizi aeroportuali. Anche attraverso l’implementazione della piattaforma Dynatrace, Aeroporti di Roma è riuscita a migliorare l’osservabilità e la governance dei propri sistemi, garantendo un’efficienza operativa ottimale. Dai vantaggi di un monitoraggio proattivo e in tempo reale alla sicurezza applicativa, Dynatrace e ADR hanno collaborato per raggiungere nuovi traguardi nell’offerta di servizi di qualità ai passeggeri e nell’ottimizzazione delle risorse tecnologiche.

IL DIALOGO TRA IT E BUSINESS

Una delle regole della trasformazione digitale stabilisce una relazione immediata e profonda tra i processi aziendali, anche quelli legati alla fisicità e alla manualità delle operazioni, e l’informatica presa in tutte le sue articolazioni: basi dati, transazioni, interfacce. C’è un legame sempre più stretto tra l’IT e il business, dentro e fuori la rete globale che oggi rende possibile conoscere, acquistare o usufruire di prodotti commerciali e di servizi rivolti ai consumatori, ai professionisti, ai cittadini. La prima abilita il secondo, che a sua volta ha un impatto sulla tecnologia, la plasma, in una mutua rincorsa verso nuovi obiettivi di efficienza, velocità, riduzione dei costi, soddisfazione del cliente, innovazione.

La criticità di questa relazione e la natura sempre più complessa e interconnessa delle infrastrutture e delle architetture applicative che stanno alla base dei servizi informatici, porta a vedere in una dimensione nuova le soluzioni software che consentono di monitorare il livello prestazionale di un’applicazione aziendale. Dagli anni 90 a oggi, il mercato del cosiddetto Application performance management (APM) ha acquisito una crescente importanza con l’evolversi del cloud e dell’automazione che contraddistingue servizi IT basati su risorse virtualizzate e distribuite.

A quasi vent’anni dalla fondazione, Dynatrace è secondo Gartner uno dei leader più visionari di un settore che l’azienda di Waltham, Massachusetts, sta contribuendo a innovare. Entrata lo scorso anno nel novero dei produttori di software da un miliardo di dollari di fatturato, Dynatrace (quartier generale nell’area metropolitana di Boston, ma radici e cervello in Europa dove l’austriaco Bernd Greifeneder, ancora oggi chief technology officer, ha fondato l’azienda nel 2005), opera in un segmento che ha sempre avuto nel chief information officer un interlocutore naturale. Gli strumenti di performance management “parlano” il linguaggio dei responsabili delle infrastrutture IT, un linguaggio specialistico che tocca, nelle aziende clienti, aspetti tradizionalmente invisibili a un’utenza business che ha una sola priorità: il buon funzionamento dei suoi processi.

Ivo Barone project manager Sviluppo Applicativo di ADR – Luca Valentini sales manager di Dynatrace – Fabrizio Magliocca head of Airport Operations Center di ADR

L’OSSERVABILITÀ COME MANTRA

Ecco perché Dynatrace ha scelto di raccontare la sua filosofia attraverso il confronto con un cliente italiano blasonato ed estremamente complesso come Aeroporti di Roma, la società del gruppo Mundys che gestisce i due sistemi aeroportuali della capitale: Fiumicino e Ciampino. Una macchina che alla soglia del periodo pandemico riusciva a movimentare 50 milioni di passeggeri all’anno, assicurando l’atterraggio e il decollo dei velivoli di cento operatori verso 240 destinazioni in tutto il mondo. Il ruolo che la tecnologia Dynatrace sta svolgendo nel quadro della trasformazione digitale di Aeroporti di Roma, iniziata nel 2016 con l’arrivo di Emiliano Sorrenti come vice president Information & Communication Technology di ADR, diventa più comprensibile se a parlare è il linguaggio del Business. La nostra piattaforma unificata – spiega Emanuele Cagnola, regional director Italy di Dynatrace – si fonda sul concetto chiave di osservabilità.

«Il gap che oggi separa i livelli applicativi dai loro substrati fisici, e la complessità insita nel dover orchestrare una quantità di servizi IT che possono non essere sotto il loro diretto controllo, pongono davanti ai CIO una grande sfida in termini di comprensione dello stato di salute dei loro ecosistemi di servizi». E quando questi servizi sono essenziali per il lavoro degli utenti interni e finali, diventa fondamentale avere piena visibilità di eventuali malfunzionamenti. Tali problemi potrebbero non essere legati a un’applicazione o a un sistema ospitato nel data center di cui il CIO è responsabile. L’obiettivo principale è avere piena visibilità di ciò che sta accadendo, per intervenire su guasti, colli di bottiglia e in generale su tutti gli ostacoli al libero fluire delle informazioni digitali che si traducono in operatività e decisioni. In epoca di digital business i cali di performance e le anomalie che vanno a perturbare il normale funzionamento di un servizio IT possono avere mille ripercussioni.

Una di queste è il costo complessivo di una informatica che tende certamente a premiare il cosiddetto pay-per-use: a patto però che le risorse, on prem e in cloud, siano davvero impegnate in modo ottimizzato. Inoltre, il fatto che un’anomalia possa essere correlata a una vulnerabilità, a un tentativo di attacco o persino a una compromissione già avvenuta, sottolinea l’importanza dell’osservabilità come fondamento della sicurezza informatica. «Non si tratta solo di misurare correttamente le prestazioni di architetture che sono composte da diverse componenti, lontane dalle vecchie logiche dei sistemi legacy» – avverte Cagnola. «La piattaforma Dynatrace offre anche un’analisi proattiva, in tempo reale e automatizzata, che ha un impatto fondamentale sulle esigenze di conformità, sicurezza e ottimizzazione dei costi».


#Trasparenza #sicurezza #automazione @AeroportidiRoma ridefinisce i servizi aeroportuali con @Dynatrace
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L’AI CHE PARLA AL BUSINESS

L’indissolubile legame tra IT e Business, è anche uno dei motivi che ha indotto un’azienda di chiara matrice tecnologica ad affiancare, anche attraverso le alleanze con il mondo della system integration, la capacità di farsi promotore di una nuova cultura della gestione dei servizi IT, anche attraverso pratiche di natura eminentemente consulenziale. Proponendo ai suoi clienti, insieme alla piattaforma di osservabilità, una serie di vere e proprie best practice che emergono da una conoscenza approfondita delle problematiche affrontate dai clienti nei più diversi settori verticali.

«In questo senso, sta cambiando molto anche il nostro modo di approcciare il mercato che ci chiede casi d’uso sempre più mirati e personalizzati» – riconosce Cagnola. «A supportare le competenze di clienti e partner – rileva Michelangelo Uberti, field marketing manager Italy di Dynatrace – c’è il motore di intelligenza artificiale “causale” alla base della nostra piattaforma, che mette a sistema dati ed eventi per identificare la causa esatta di una qualsivoglia anomalia». Ciò assicura una maggiore capacità di individuare e risolvere i problemi in anticipo, liberando risorse e competenze umane spesso bloccate in attività manuali e a basso valore aggiunto. «Si perde molto tempo nelle cosiddette “war room” per analizzare attacchi, incidenti e problemi di performance. I nostri clienti ci ripetono che grazie a Dynatrace queste stanze tendono a svuotarsi o non vengono allestite» – commenta Uberti. All’insegna della filosofia del “cloud done right” – riprende Cagnola – Dynatrace ridefinisce il tradizionale concetto di Application performance management, adattandolo ai pilastri che devono governare un ecosistema applicativo in cloud: osservabilità, corretta gestione dei dati raccolti, sicurezza applicativa e automazione. m«L’obiettivo – spiega Cagnola – è offrire una soluzione che oltre a fornire tutti i punti con un incredibile livello di precisione, mette nelle mani del CIO uno strumento che autonomamente sa unire questi punti per prevenire i famosi colli di bottiglia, individuare le vere cause di un problema e accelerare le operazioni di remediation».

Stephane Rabuffi head of Landside Operations & Passenger Services di ADR – Michelangelo Uberti field marketing manager Italy di Dynatrace

UN AEROPORTO IN DECOLLO

Nel periodo immediatamente a ridosso dell’evento pandemico deflagrato nel 2020, Aeroporti di Roma ha saputo invertire i trend che vedevano il principale scalo della capitale regolarmente penalizzato dal confronto con i maggiori hub aeroportuali. Nelle ultime sei edizioni, l’aeroporto Leonardo da Vinci di Fiumicino è al primo posto in Europa nella classifica Airport Service Quality stilata da Airports Council International. Un risultato da ascrivere sicuramente alle scelte strategiche della società, affidata dal 2020 al CEO Marco Troncone. A un’organizzazione manageriale affiatata e capace di presidiare i gangli vitali di questa imponente fabbrica del volo. Ma anche al nuovo corso tecnologico impresso da Sorrenti e dal suo staff, che hanno individuato in Dynatrace un efficace strumento di controllo di un’informatica avanzata e soprattutto pervasiva. Un aeroporto moderno rappresenta la delicata interfaccia tra la complessa rete di trasporto e i passeggeri che in una aerostazione devono vivere nel modo più gradevole possibile diversi momenti. Innanzitutto, c’è una fase di avvicinamento che richiede un’efficiente coordinazione con i mezzi di trasporto pubblici e privati che devono raggiungere gli ingressi di partenza, sia direttamente che attraverso aree di parcheggio adiacenti. Segue la fase di registrazione dei passeggeri e dei loro bagagli da stiva, insieme ai controlli di sicurezza per le persone e i bagagli a mano, nonché i controlli di frontiera. Successivamente, si passa attraverso le aree commerciali che conducono ai gate. Infine, ci sono le fasi di imbarco attraverso i gate e, se necessario, il trasferimento su mezzi di trasporto sulla pista.

Lato “aria”, l’aeroporto è una cerniera ancora più ricca di servizi che vengono erogati in due direzioni: l’atterraggio e il decollo. L’approccio in volo alle piste di atterraggio. Il raggiungimento delle aree di sosta. Lo scarico dei bagagli e il loro instradamento verso i nastri utilizzati per il ritiro. Il rifornimento di carburante e materiali necessari per il volo (incluso il catering di cibi e alimenti forniti ai passeggeri). E naturalmente, gli interventi di natura tecnica, necessari in caso di problemi meccanici o strumentali. A tutti questi servizi, possono partecipare partner, subcontractor, enti civili che si aspettano opportuni contenuti informativi dai sistemi messi a disposizione dal gestore aeroportuale. «Fino al 2015 – racconta Emiliano Sorrenti di ADR – il funzionamento di questa macchina non era ottimale. Fiumicino si posizionava regolarmente tra i peggiori aeroporti d’Europa. Il riscatto parte da una totale reingegnerizzazione dei processi e un piano strategico che coinvolge tutto: infrastrutture, persone, formazione. Uno degli elementi chiave di questa trasformazione è l’informatica, tuttavia, in quel momento, non rappresentava il fattore di accelerazione che il management si aspettava».


#osservabilità e gestione dei dati potenziata dall’AI causale di @Dynatrace al servizio di @AeroportidiRoma
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LA CONTINUITÀ DELLO SCALO

Sorrenti e i suoi collaboratori ridefiniscono le infrastrutture IT di ADR, introducendo la necessaria ridondanza e focalizzandosi su due aspetti: la business continuity e la performance. «Sopra queste infrastrutture – spiega il CIO di ADR – operano i processi che oggi possiamo monitorare con strumenti real-time e predittivi, generando continuamente dati che servono anche a introdurre miglioramenti e sviluppare nuovo business. Nel nuovo Airport Operations Center, dove abbiamo centralizzato questo controllo, è fondamentale avere una visione in tempo reale degli eventi e, in modo predittivo, delle possibili derivate negative che potrebbero portare a un problema serio tra due ore o due giorni».

Tutte le operazioni aeroportuali si basano su reti, sistemi IT e impianti che non possono subire interruzioni. «Senza l’utilizzo di questa tecnologia, non saremmo in grado di effettuare il check-in, i controlli di sicurezza, l’etichettatura e i controlli ai raggi X dei bagagli in stiva» – spiega Fabrizio Magliocca, responsabile dell’Airport Operations Center (APOC). I processi coinvolti sono numerosi. Solo nelle aree di sosta possono verificarsi circa una ventina di attività diverse, ma attualmente ADR sorveglia diverse centinaia di indicatori operativi e qualitativi. «Un alto livello di qualità e regolarità delle operazioni si traduce anche in una riduzione dei costi per le compagnie aeree; ogni minuto di ritardo comporta, oltre al disagio per i passeggeri, una penalizzazione che può essere quantificata in un aumento delle spese di circa 100 dollari al minuto. E ogni ora, mediamente, in aeroporto atterrano o decollano fino a 90 voli con una media di 170 passeggeri a bordo».

L’efficacia operativai un aeroporto – continua Magliocca – si misura anche dalla sua capacità di gestire e compensare eventuali ritardi in arrivo al momento delle partenze. «L’obiettivo è quello di contribuire alla regolarità del network limitando al massimo il numero di ritardi attribuibili alle operazioni svolte sullo scalo di FCO e in particolare a quelle riconducibili al gestore aeroportuale (questi ultimi, nel 2022, rappresentano solo lo 0,4% del totale ritardi in partenza superiori ai 15 minuti). «Grazie alle segnalazioni di Dynatrace sui sistemi che non operano correttamente – spiega il direttore del centro di controllo – possiamo intervenire preventivamente prima che si verifichi un problema, evitando che questo possa tradursi anche in un incremento del numero di ticket di assistenza».

Fiumicino Aeroporto Leonardo da Vinci

RIAPPROPRIARSI DEI DATI

Su questo punto fondamentale, il CIO di ADR sottolinea che uno dei momenti di svolta è stato il ripristino del controllo diretto su fonti informative che in passato erano delegate all’esterno. «La trasformazione digitale ha reso il nostro modo di operare molto più dipendente dalle tecnologie» – spiega Emiliano Sorrenti. «Tuttavia, questo non era compatibile con il controllo delle performance basato principalmente sui report forniti dai partner IT». Disporre di informazioni di prima mano permette di abilitare una serie di automatismi che aiutano a correggere tempestivamente un problema. «Con Dynatrace, abbiamo riguadagnato la ownership informativa» – spiega Ivo Barone, project manager Sviluppo Applicativo di ADR. «In passato, la nostra visibilità era parziale o ritardata, e impattava sulla durata delle operazioni di remediation. Un intervento che richiedeva un’ora di lavoro può andare a buon fine nel giro di pochi minuti e spesso è talmente rapido che gli utenti dei vari servizi non se ne accorgono. Anche grazie ad opportuni meccanismi di self-healing, abbiamo drasticamente ridotto le segnalazioni dal campo con una infrastruttura che viene utilizzata da 40mila addetti aeroportuali».

Il senso delle parole di Barone emerge chiaramente anche dalla descrizione che il collega Stephane Rabuffi, head of Landside Operations & Passenger Services di ADR fa delle operazioni che avvengono all’interno della “casa” del terminal aeroportuale. «Si tratta di una casa affollatissima popolata da passeggeri, handler, enti di Stato, vettori, concessionari e il nostro compito è fare in modo che i singoli servizi erogati da questi soggetti rispondano a criteri rigorosi di puntualità, sicurezza e qualità del servizio per garantire al passeggero e a tutti gli stakeholder la migliore esperienza possibile». Tra le responsabilità di Rabuffi c’è quella di garantire la massima fluidità dei passaggi: quando scatta il momento dell’imbarco al gate, la sommatoria dei flussi dei singoli passeggeri che attraversano le tappe rituali di un viaggio in aereo, non deve discostarsi da quelli che sono i tempi “schedulati”.


#AirportOperationCenter visione in tempo reale per la gestione predittiva degli eventi @AeroportidiRoma @Dynatrace
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PREVENIRE LE DISRUPTION

ADR oggi può contare su strumenti di monitoraggio e metodologie di gestione anticipata di tutte le problematiche che impattano su questi sistemi e sull’interazione dei diversi soggetti. «Qualsiasi intoppo, dal monitor che si spegne, al banco check-in dei bagagli che non funziona, oppure alla stampante delle etichette che si inceppa, è un problema che può essere risolto facilmente se rimane isolato. Se diventa sistemico può invece propagarsi a tutta l’operatività dello scalo e sui passeggeri» – spiega Rabuffi di ADR. Grazie all’implementazione di tali strumenti e alla riorganizzazione che ha permesso di unire internamente all’APOC coordinatori e decisori di tutte le procedure attive nello scalo, semplificando e rendendo più chiare le catene informative, si è notevolmente ridotto sia il numero che la durata dei disservizi. Un altro aspetto importante – secondo Rabuffi – è la capacità migliorata di intervenire sulle cause di un problema e di trasformare questa conoscenza in una cultura procedurale di prevenzione che eviti la ripetizione degli stessi errori. «Le funzionalità di analisi e di monitoraggio di Dynatrace sono per noi totalmente trasparenti – riconosce Rabuffi – e con l’aumento della complessità dei sistemi in gestione, diventa sempre più importante la capacità di prendere decisioni informate basate sui dati raccolti da un’infrastruttura di monitoraggio che copra un’area sempre più estesa».

Anche per il CIO di ADR, l’introduzione di Dynatrace rappresenta un evidente salto di qualità in termini di “empowerment”. «Aeroporti di Roma ha registrato una significativa accelerazione nelle esigenze di business che sono direttamente supportate da specifiche tecnologie» – osserva Emiliano Sorrenti. «Considerando la complessità intrinseca del contesto aeroportuale, il punto di partenza era riacquisire il controllo e la velocità delle informazioni per poter sviluppare un metodo di misurazione e correzione della qualità dei servizi forniti».LA FORZA DELL’AUTOMAZIONE

Il racconto di Sorrenti e dei suoi collaboratori corrobora l’idea di business digitale concretamente agganciato alla realtà dei dati che Dynatrace ha sviluppato nel corso degli ultimi anni. «Emerge insomma tutta la differenza che passa tra monitorare le singole applicazioni, nello stile del tradizionale APM, e la piena osservabilità di un intero ecosistema aziendale» – spiega Emanuele Cagnola di Dynatrace. Ma non si tratta soltanto di verificare sul campo di un business particolarmente sfidante una specifica vision tecnologica. Il progetto che Dynatrace Italia ha costruito nel tempo insieme ad Aeroporti di Roma dimostra la validità di un modello di relazione con il cliente. Un rapporto fatto di rispetto, prossimità e concreto studio delle sue necessità.

Il sales manager di Dynatrace Luca Valentini che ha seguito il progetto fin dai suoi primi passi durante la trasformazione guidata da Emiliano Sorrenti, sottolinea come l’IT di Aeroporti di Roma abbia saputo adattarsi alle potenzialità di una piattaforma con la quale, in un certo senso, ADR e Dynatrace sono cresciuti insieme culturalmente. «Inizialmente – ricorda Valentini – Dynatrace è intervenuta per sostituire le interfacce di monitoraggio, sviluppate da un partner esterno. Nel corso del tempo, ADR ha seguito l’evoluzione della piattaforma fino ad arrivare agli attuali livelli di osservabilità, sicurezza e automazione. Mentre in passato era necessario configurare manualmente i parametri e le soglie di allarme di un servizio, l’attuale piattaforma è in grado di impostare tutto automaticamente e l’AI fornisce un ulteriore supporto individuando anche le anomalie più impreviste».

Al centro di questa strategia – continua Valentini – si trova il motore di intelligenza artificiale “data-oriented” chiamato Davis, insieme alla tecnologia OneAgent. «Una volta installato, OneAgent inizia automaticamente a raccogliere log, metriche e comportamenti degli utenti, creando così un ricco insieme di informazioni contestualizzate che vengono canalizzate nel cuore della piattaforma e parametrizzate con un minimo intervento manuale. Successivamente, sarà Davis a ricostruire le connessioni tra tutti gli elementi raccolti, individuare i problemi e indicare agli amministratori di sistema le cause esatte delle anomalie. Inoltre, in un ambiente in continua evoluzione, ADR ha recentemente adottato il modulo di sicurezza che rileva in tempo reale le vulnerabilità applicative, contribuendo così a una visione ancora più completa e approfondita».


L’empowerment informativo di @AeroportidiRoma un salto di qualità per risolvere i problemi in anticipo @Dynatrace
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NUOVI TRAGUARDI DI VISIBILITÀ

Paradossalmente – conclude Michelangelo Uberti di Dynatrace – l’introduzione di questa maggiore osservabilità e condivisione delle informazioni tra i decisori dell’APOC di Aeroporti di Roma si traduce nell’invisibilità proverbiale della tecnologia che funziona. Ignaro di tutti questi aspetti, il passeggero di Fiumicino si rilassa in attesa del suo volo, probabilmente senza rendersi conto di aver attraversato un varco di sicurezza in meno di tre minuti e di aver sbrigato pratiche che un tempo richiedevano almeno mezz’ora. «Dopo essere partito qualche giorno fa da un caotico aeroporto europeo, ho apprezzato l’arrivo a casa, molto più agevole» – commenta Uberti. Una percezione che fino a poco tempo fa sarebbe stata rovesciata. E questo è merito del “coraggio proattivo” del team Technology di ADR. Grazie a un’informatica che non ha paura della verità dei dati, ma che sa trasformare l’errore in miglioramento, perseguendo costantemente una visibilità ancora più dettagliata e nuovi traguardi di efficienza.

Foto di Gabriele Sandrini

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L’experience sostenibile e su misura https://www.datamanager.it/2023/07/lexperience-sostenibile-e-su-misura/ Tue, 11 Jul 2023 13:30:31 +0000 https://www.datamanager.it/?p=229163 I dati che diventano azioni concrete, l’imperativo di Sopra Steria: conoscere il cliente per creare valore attraverso l’integrazione di marketing e vendite Sopra Steria è un system integrator con l’aggiunta di un’anima da società di consulenza che da oltre 50 anni aiuta le aziende a crescere nel proprio business con l’aiuto della tecnologia e dell’innovazione. Come […]

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I dati che diventano azioni concrete, l’imperativo di Sopra Steria: conoscere il cliente per creare valore attraverso l’integrazione di marketing e vendite

Sopra Steria è un system integrator con l’aggiunta di un’anima da società di consulenza che da oltre 50 anni aiuta le aziende a crescere nel proprio business con l’aiuto della tecnologia e dell’innovazione. Come obiettivo Sopra Steria si pone di essere il partner di riferimento delle grandi amministrazioni, dei player finanziari e industriali e delle aziende strategiche dei principali 30 paesi in cui opera. Quotata alla borsa di Parigi è tra le top-five digital company europee, con una attiva e fiorente filiale italiana che conta oltre mille persone. Quando si discute di trend emergenti, si possono notare accelerazioni significative – spiega Federico Chieppa, Salesforce practice leader di Sopra Steria Italia.

«L’intelligenza artificiale sta avanzando a un ritmo frenetico con un mix di applicazioni più consolidate come il machine learning e il deep learning, insieme a nuove opportunità come le applicazioni di AI generativa nel customer service, l’automazione completa della produzione e della catena di approvvigionamento. La blockchain trova applicazione in ambiti sempre più distanti da quello naturale, come la gestione e il tracking degli asset, l’identificazione digitale, la digitalizzazione e lo scambio di documenti. La cybersecurity assume tante declinazioni derivanti dalle varie regolamentazioni e la necessità di implementare approcci radicali, end-to-end per proteggere utenti e clienti».

IL VALORE DELLA RELAZIONE CON IL CLIENTE

In questo scenario, 5G, cloud, metaverso e realtà aumentata/virtuale rappresentano la colonna portante dell’innovazione, mentre la capacità di creare valore e agilità nell’esecuzione attraverso un utilizzo creativo dell’enorme mole di dati circolanti e gestiti dalle aziende ne costituisce le fondamenta. «Questo è immediatamente riscontrabile nelle varie interazioni che Sopra Steria ha con i propri clienti, in ambito customer service e customer management» – continua Chieppa. «I clienti sono sempre più connessi, pretendendo esperienze immersive di contatto, con dinamiche che in certi passaggi devono “anticipare” le esigenze, pena l’immediato passaggio alla concorrenza. La qualità della customer experience ha assunto pari importanza alla qualità del prodotto o del servizio offerto».


#digitaltransformation Conoscere il cliente attraverso i dati che diventano azioni concrete – @SoprasteriaIT
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ALLINEAMENTO TRA MARKETING E VENDITE

Guardando all’esperienza maturata da Sopra Steria, si notano elementi innovativi che risaltano a prescindere dal settore merceologico. Come spiega Federico Chieppa – occorre creare una vision a 360 gradi dei propri clienti, con alta confidenza nella qualità del dato che deve essere reso fruibile ed accessibile, mettendo in piedi una integrazione e un allineamento in tempo reale tra marketing e vendite: dalla cattura dell’attenzione alla proposizione su misura. «Per garantire un’interazione efficace con il cliente, soprattutto nel settore dei servizi, è fondamentale adottare le capacità dell’intelligenza artificiale, in particolare le Generative AI. Questo approccio si basa sulla conoscenza approfondita del cliente, consentendo a quest’ultimo di personalizzare l’esperienza interattiva. Parallelamente, è necessario intraprendere un programma con obiettivi tangibili nel campo della sostenibilità e della carbon neutrality. Incorporando strategie che rendano i dati “actionable” non solo per le aziende, ma anche per i clienti, si favorisce la creazione di una cultura diffusa e pervasiva del dato».

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TrasformAzione, la costante del cambiamento https://www.datamanager.it/2023/07/trasformazione-la-costante-del-cambiamento/ Tue, 11 Jul 2023 13:21:50 +0000 https://www.datamanager.it/?p=229416 Infrastrutture, tecnologie, dati, processi e capitale umano. La trasformazione digitale coincide con l’insieme delle singole parti che la compongono oppure il tutto è diverso dalla somma delle componenti? La visione olistica del cambiamento verso la sostenibilità. Con la partecipazione di Aruba Enterprise, Autostrade per l’Italia, Cellularline, Denodo, digital.ai, Edison, Enel, FOMAS Group, Invitalia, Prysmian e […]

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Infrastrutture, tecnologie, dati, processi e capitale umano. La trasformazione digitale coincide con l’insieme delle singole parti che la compongono oppure il tutto è diverso dalla somma delle componenti? La visione olistica del cambiamento verso la sostenibilità. Con la partecipazione di Aruba Enterprise, Autostrade per l’Italia, Cellularline, Denodo, digital.ai, Edison, Enel, FOMAS Group, Invitalia, Prysmian e Sopra Steria

Infrastrutture di rete, sistemi, piattaforme, architetture, tecnologie, applicazioni, dati, connettività, processi, esperienza utente, sicurezza, compliance e governance. La trasformazione digitale non coincide semplicemente con l’insieme delle singole componenti, ma è un concetto più ampio che va oltre la semplice somma delle parti. Si tratta di un processo strategico che implica l’utilizzo delle tecnologie digitali per trasformare i processi aziendali, i modelli di business e le esperienze dei clienti. Mentre le singole componenti della trasformazione digitale, come l’adozione di software, l’automazione dei processi e l’implementazione di soluzioni digitali, possono essere considerate come parti dell’intero processo, la trasformazione digitale va oltre l’implementazione di singole tecnologie o soluzioni isolate.

La trasformazione digitale richiede una visione olistica dell’organizzazione, in cui le diverse componenti lavorano in sinergia per creare un cambiamento significativo e sostenibile. Coinvolge la ridefinizione dei modelli di business, la rielaborazione dei processi aziendali, la trasformazione della cultura organizzativa e l’adattamento delle competenze dei dipendenti. Inoltre, la trasformazione digitale non è un processo statico o lineare, ma è continuo e in evoluzione. Richiede un’attenzione costante alle nuove opportunità offerte dalle tecnologie emergenti e una mentalità di adattamento e apprendimento continuo.

Quindi, mentre le singole componenti sono decisive per la trasformazione digitale, è l’insieme di queste componenti integrate in un approccio strategico che porta a un cambiamento reale e duraturo nell’organizzazione come emerge dal confronto con Aruba, Autostrade per l’Italia, Cellularline, Denodo, digital.ai, Edison, Enel, FOMAS Group, Invitalia, Prysmian e Sopra Steria.

EVOLUZIONE CONTINUA

La trasformazione digitale è la costante del cambiamento. Tuttavia capirne a fondo le problematiche e le ricadute sul piano operativo è una sfida continua. Quando si pensa alla trasformazione digitale il pensiero corre subito alla disponibilità di servizi tramite la rete ed il proprio computer o smartphone. Affinché un servizio sia fruibile, però, è necessario che alcuni passi fondamentali siano realizzati. In primis, serve una infrastruttura di connettività affidabile e sicura. Quindi è necessario che il tutto si basi su informazioni in forma digitale reperibili su basi dati di fornitori diversi. Infine, serve una interfaccia semplice e utilizzabile senza la necessità di essere esperti informatici o dover utilizzare strumenti eccessivamente costosi e complicati. Infrastruttura, digitalizzazione degli archivi cartacei, interconnessione tra basi dati differenti, sicurezza, semplicità d’uso, disponibilità per le “tasche” dell’utente medio. Tanti aspetti di una trasformazione digitale che per definizione sarà sempre un “lavoro in corso” perché sempre nuovi servizi potranno essere aggiunti e integrati. La tavola rotonda di Data Manager dedicata alla trasformazione digitale ha messo al centro del dibattito lo stato dell’arte di un processo irreversibile ma da compiere con consapevolezza ed attenzione per non correre il rischio di lasciare qualcuno indietro. Lo ha fatto mettendo insieme esponenti del mondo pubblico e privato che hanno raccontato le proprie esperienze, dimostrando come solo l’unione delle forze possa portare a un mondo sostenibile dove il digitale svolge un ruolo importante di supporto all’evoluzione organica dell’economia e della società nel rispetto dell’ambiente.


I fattori chiave per misurare la #trasformazionedigitale Danilo Gismondi di #AutostradeperlItalia
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MISURARE LA TRANSFORMATION

Autostrade per l’Italia – come ci spiega Danilo Gismondi, CIO e CDO del gruppo – ha avviato un piano di trasformazione digitale molto ambizioso che fa perno su tre fattori principali di misurazione: la connessione tra processi e copertura digitale, l’analisi di impatto sul business per valutare e comprendere gli effetti della trasformazione sugli stessi, e il monitoraggio sull’adoption delle applicazioni rilasciate. «Per prima cosa, abbiamo definito un piano di copertura digitale del gruppo per misurarci prima, durante e dopo la grande trasformazione, introducendo un indice ad hoc riportato come parte integrante del bilancio di sostenibilità. Inoltre, abbiamo introdotto la Business impact analysis, facendo in modo che questa venga effettuata ex-ante come prassi obbligatoria per la validazione di ogni iniziativa. Il terzo elemento è l’adoption come KPI obbligatorio non solo all’interno dell’IT, ma anche in tutte le strutture di business che esprimono un product owner per le varie iniziative di trasformazione digitale».

Nella pratica, viene condotto un monitoraggio mensile e vengono intraprese azioni mirate per promuovere tutte le iniziative che non raggiungono il target di adozione previsto, cercando di correlare il livello di adozione al ritorno di business atteso. All’accusa che l’introduzione di una tale attività possa rendere meno agile il processo di trasformazione, Gismondi risponde che nei momenti di grande trasformazione digitale il rischio concreto è quello di avere un uso eccessivo del portafoglio e quindi poi un ritorno molto basso dell’investimento rispetto a quanto atteso.

Senza un’adozione completa, non si ha una copertura sufficiente e, di conseguenza, un ROI adeguato. «Sono convinto – continua Gismondi – che questi tre fattori siano anche quelli che dovrebbero essere attivati e monitorati per valutare i servizi offerti ai cittadini dalla PA, soprattutto perché quando si dispone di fondi, è necessario attivare iniziative che possano essere misurate concretamente per ottenere il ritorno atteso e garantire ai cittadini un’esperienza digitale autentica». Questo vale non solo per il settore pubblico, ma anche per le aziende del settore privato, dove per esempio l’esperienza utente deve essere considerata come un miglioramento continuo.

Danilo Gismondi, CIO e CDO di Autostrade per l’Italia

PIÙ VALORE AI SETTORI STRATEGICI

Ma se è pur vero che i fondi oggi ci sono, anche grazie al PNRR, le barriere burocratiche per l’accesso ai fondi sono ancora da più parti considerate presenti. Invitalia è l’Agenzia nazionale per lo sviluppo del MEF (Ministero dell’Economia e delle Finanze), che si pone l’obiettivo di dare impulso alla crescita economica del nostro Paese gestendo gli incentivi economici e agendo come centrale di committenza e stazione appaltante per la realizzazione di interventi strategici sul territorio. Solo grazie alla digitalizzazione è stato possibile gestire in modo ottimale ed efficace il carico di lavoro indotto dal Piano nazionale di ripresa e resilienza (PNRR) facilitando, inoltre, le opportunità di collaborazione tra settore pubblico e privato in modo continuo e proficuo» – afferma Mario Ettorre, CIO di Invitalia. «La gestione degli incentivi prevede l’attivazione di processi piuttosto articolati che sono orientati ad aziende di diversa natura e dimensione. L’esperienza di digitalizzazione in Invitalia è oggi piuttosto avanzata ed ha generato piattaforme, sviluppate dalla nostra software factory, altamente scalabili e sicure consentendo, così, di gestire elevati carichi di lavoro in termini di numerosità di richieste provenienti dai cittadini» – continua Ettorre. «L’interoperabilità e lo scambio dei dati rappresentano una condizione imprescindibile per la completa digitalizzazione dei processi che oggi sono eseguiti in modo distribuito coinvolgendo diversi attori (istituzionali e non).


Interoperabilità e dati come requisiti per la #trasformazionedigitale dei processi Mario Ettorre @Invitalia
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L’interoperabilità, è, dunque, un ingrediente essenziale per la digitalizzazione dei processi nella loro interezza (end-to-end). L’ingente carico in termini di incentivi gestiti dall’Agenzia è sostenuto con successo grazie alle piattaforme digitali, che contribuiscono a garantire la totale trasparenza dei processi e la tracciabilità dei dati acquisiti e delle informazioni elaborate. Oggi, secondo Ettorre, un progetto non fallisce prevalentemente a causa della mancanza di tecnologie abilitanti ma, piuttosto, a causa dell’utilizzo di metodologie e approcci inadeguati. «Oggi, grazie all’analisi dei dati disponibili, siamo in grado di conoscere le ragioni alla base di alcuni fenomeni di interesse che osserviamo. L’analisi dei dati, inoltre, ci consente di ottimizzare in modo continuo i processi e ci supportano nelle fasi di decision-making indirizzando le scelte dei decisori sulla base delle informazioni desunte dai dati». L’utilizzo di tecnologie, come il machine learning per l’analisi dei dati storici relativi agli incentivi e l’intelligenza artificiale (con particolare riferimento alla Conversational AI) sono, a titolo esemplificativo, concreti strumenti già nelle nostre disponibilità che possono agevolare, se opportunamente adottati, il dialogo sempre più fluido ed efficace tra Pubblica Amministrazione e cittadini.

Mario Ettorre, CIO di Invitalia

L’IMPORTANZA DELLE PIATTAFORME

Enel ha avviato da anni un processo di trasformazione digitale che si basa su due pilastri fondamentali. Da un lato, sfrutta l’ampio utilizzo di infrastrutture digitali per garantire scalabilità e resilienza al business, come dimostrato dall’adozione completa del cloud dal 2019. Dall’altro lato, adotta un approccio alla cybersecurity by design, per assicurare la protezione del perimetro aziendale. Questa trasformazione ha avuto impatti sui sistemi, ma anche sul modo di lavorare che è cambiato per accogliere i nuovi principi. «L’adozione del modello a piattaforma è stata una tappa cruciale per sfruttare appieno il potenziale digitale che Enel ha raggiunto fino ad oggi» – spiega Roberto Bianchessi, responsabile dei servizi di platformizzazione di Enel. Lo sviluppo con modello a piattaforma rappresenta oggi il fulcro della strategia digitale di Enel perché consente di incrementare performance, scalabilità e sostenibilità, impattando tutta la catena del valore. «Il modello – continua Bianchessi – permette di avere accesso facilitato a tutte le basi di dati aziendali, rompendo silos e barriere informative, stimolando la collaborazione e favorendo lo sviluppo di nuovi approcci di business».


La #trasformazionedigitale basata sul modello a piattaforma Roberto Bianchessi #Enel
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Nell’ambito della funzione Global Digital Solutions, la nuova divisione Platformization Services lavora in modo trasversale con tutte le strutture di sviluppo software. Il suo obiettivo è di mettere a disposizione i servizi di piattaforma e garantire la qualità del software, agendo come fornitore dei servizi per le diverse linee verticali dell’organizzazione. L’adozione del modello di piattaforma è supportata dalla Enel Digital Platform, creata internamente da Enel e basata su microservizi. Questo paradigma di sviluppo è fondamentale per massimizzare la flessibilità dell’infrastruttura cloud. La piattaforma è stata sviluppata per fornire un ambiente ottimale ai developer, offrendo loro le risorse e gli strumenti necessari per creare soluzioni digitali innovative.

La piattaforma sviluppata da Enel – spiega Bianchessi – si basa su quattro fondamentali: «È federale, democratica, basata su standard e automatizzabile». Federale perché deve supportare team decentralizzati che lavorano in modo indipendente all’interno di un progetto comune. Tutti i servizi prodotti esistono all’interno dello stesso ecosistema, e sono sviluppati rispettando le regole dell’ecosistema. La piattaforma fornisce metodologie di sviluppo, servizi comuni, e strumenti quali ad esempio un catalogo per consultare i servizi comuni disponibili o tools per guidare i team a raggiungere gli standard di qualità richiesti dalla piattaforma. È democratica in quanto promuove la condivisione dei dati e adotta il Domain Driven Design (DDD) per creare un’unica fonte di verità, eliminando la necessità di replicare i dati in diverse strutture e favorendo così una gestione più efficiente e coesa delle informazioni. La riduzione delle repliche dei dati si traduce immediatamente in una riduzione degli errori, delle incongruenze e dei processi di allineamento dei dati. Il ruolo della piattaforma è quello di abilitare un paradigma comune dove all’interno di ogni dominio i dati sono visti come prodotto. Il dato deve avere determinate caratteristiche: recuperabile, accessibile, di qualità, sicuro, interoperabile, auto-descrittivo.

Lo standard è il pilastro più importante quando si tratta di governance della piattaforma, poiché comporta la definizione delle regole che mantengono l’ecosistema sostenibile, efficiente e gestibile. Ciò si ottiene attraverso strumenti per guidare gli sviluppi (template) e attraverso servizi che alleggeriscono gli sviluppatori da attività non funzionali grazie alla fornitura di kit di sviluppo software della piattaforma. Tutto questo al fine di standardizzare il modo in cui tali attività vengono realizzate. Le scelte architetturali sono dettate anche dai vincoli di standardizzazione: la piattaforma impone un’architettura a microservizi e richiede che ogni sviluppo parta da un modello fornito dalla piattaforma stessa.

Roberto Bianchessi, responsabile dei servizi di platformizzazione di Enel

Infine, l’automazione riguarda tutte le attività a valore aggiunto che si traducono in una riduzione degli errori umani per le attività manuali e ripetitive. Una serie di passaggi sono incorporati nella pipeline di automazione (Continuous Integration / Continuous Delivery) che garantiscono standard minimi di qualità, livelli di sicurezza, unico repository sorgente, conformità agli standard di sviluppo, denominazione, controllo delle versioni e gestione dell’approvvigionamento di risorse computazionali con il paradigma Infrastructure as a code. «Il nostro obiettivo è quello di realizzare una piattaforma in grado di connettere persone e organizzazioni per uno scopo comune, abilitando l’innovazione grazie all’integrazione, dove la collaborazione diventa il motore dell’efficienza abilitando il riuso, elemento che nei prossimi anni diventerà strategico» – conclude Bianchessi.


L’allocazione degli investimenti per la #trasformazionedigitale Giovanni Cauteruccio @PrysmianGroup
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La platformization è anche la risposta all’eccesiva customizzazione di prodotti di mercato – spiega Giovanni Cauteruccio, CIO e CDO del Gruppo Prysmian – che devono essere utilizzati per le loro specificità ma integrati e governati grazie alla piattaforma. «Molti prodotti di mercato infatti si stanno uniformando facendo ricorso allo sviluppo a microservizi o spingendo l’utilizzo di template». Anche nei Trust Services il concetto di piattaforma è decisamente attuale. Per meglio comprendere come anche nei servizi di firma digitale, posta certificata, conservazione digitale a norma, identità digitale, il mercato Enterprise stia puntando sempre più al concetto di piattaforma, dobbiamo fare un passo indietro e chiederci cosa si intende per digital transformation.

Giovanni Cauteruccio, CIO e CDO del Gruppo Prysmian

«Se facessimo questa domanda a persone diverse, otterremmo una varietà di risposte, tutte potenzialmente corrette» – spiega Andrea Sassetti, AD ArubaPEC & Trust Services director Gruppo Aruba. «La trasformazione digitale è prima di tutto un cambiamento culturale e organizzativo, un vero e proprio cambio di mindset, un approccio all’innovazione che consente di cogliere nuove opportunità di business in cui il digitale e la tecnologia diventano il mezzo attraverso il quale le organizzazioni possono evolvere. I Trust services, quelli che una volta erano chiamati servizi di certificazione, rappresentano la tecnologia che abilita i processi di digital transformation e in generale tutti i processi di dematerializzazione che oggi le aziende stanno attuando». Questi servizi possono essere erogati mediante una specifica tecnologia abilitante da integrare nei processi, quindi come singole funzionalità, oppure mediante un servizio a valore aggiunto che mette insieme diverse features di livello più alto, il tutto offerto da una piattaforma tipicamente “chiavi in mano”, caratterizzata da un disaccoppiamento completo della tecnologia dalle funzionalità erogate. Le soluzioni Trust di Aruba per le organizzazioni enterprise stanno andando in questa direzione. Un esempio consolidato è lo strumento che consente l’implementazione dei processi di firma autorizzativa in collaborazione tra le parti coinvolte nella sottoscrizione, in cui la specifica tecnologia di firma diventa trasparente per l’utente che deve solo seguire una determinata procedura per apporre una firma valida legalmente.


La #trasformazionedigitale è cambiamento culturale e organizzativo Andrea Sassetti #arubaenterprise
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«Questo è solo un primo caso di concetto di piattaforma applicato ai trust services» – spiega Sassetti. «La capacità di separare la complessità della tecnologia sottostante dalle funzionalità da essa esposte di fatto rendono il servizio nel suo complesso sia più resiliente rispetto alle evoluzioni tecnologiche e normative sia completamente innervato nell’ambito di un processo digital by design». La digital transformation riesce quindi a rendere i processi più efficienti, snelli, sicuri, consentendo anche un maggior governo degli stessi e garantendo una riduzione, anche importante, dei costi per l’azienda. Lo sviluppo in un modello a piattaforma rappresenta un nuovo modo di sviluppare, favorisce la creazione di un ecosistema dove si partecipa e aggiunge valore utilizzando qualcosa fatto da altri. La vera trasformazione si raggiunge quando si è in grado di utilizzare dati prodotti da altri senza dover sapere dove si trovano e quali integrazioni richiedono per essere ottenuti. Questo è un obiettivo impegnativo che richiede fiducia e la capacità di creare componenti indipendenti che consentano il riuso e una rapida creazione di soluzioni sul mercato.

Andrea Sassetti, AD ArubaPEC & Trust Services director Gruppo Aruba

CUSTOMER EXPERIENCE

La customer experience rappresenta un’altra componente molto importante della trasformazione digitale, ma per realizzarla in modo compiuto bisogna partire dalla realizzazione degli strumenti abilitanti – come ci spiega Antonella Periti, deputy CIO di Edison. Il processo di trasformazione digitale in Edison è iniziato qualche anno fa guidato dalla volontà del Top management di adottare una strategia cloud per innescare la rivoluzione digitale sia dei processi interni che di nuovi modelli di business, con un focus sulle esigenze delle linee di business. «Il primo ambito prioritario affrontato è stato quello dell’esperienza centrata sul cliente, mediante l’implementazione di una piattaforma dati che centralizza tutte le informazioni relative ai clienti. Questa iniziativa ha consentito di ottimizzare il portafoglio clienti e mitigare i rischi associati. Inoltre, è stato sviluppato un modello dati per comprendere quale fosse l’esperienza ottimale da offrire al cliente».

L’app My Edison, basata su questa data platform, è stata riconosciuta come miglior prodotto innovativo e sostenibile. I dati sono diventati un vero e proprio asset di valore, e la stratificazione dei dati è ormai diffusa in tutte le aziende. Riuscire a superare le barriere tra i diversi reparti e favorire una democratizzazione dei dati permette di attivare importanti motori di trasformazione.


#trasformazionedigitale nuove vulnerabilità: sicurezza e formazione come antidoto Antonella Periti #Edison
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«Analizzando il Customer Journey del cliente, dall’on-boarding fino alla gestione dei crediti – continua Antonella Periti – l’app permette ai clienti di monitorare i propri consumi così da renderli sempre di più responsabili e consapevoli del proprio comportamento sostenibile nell’utilizzo delle risorse energetiche». Quindi, oltre alla sostenibilità degli impianti, l’app ha contribuito a educare i clienti sull’importanza di un utilizzo consapevole delle risorse, fornendo loro strumenti e informazioni per adottare comportamenti più responsabili. L’esperienza del cliente in un mondo retail B2C è importante, ma lo è anche nell’ambito del B2B. Anche nel caso di Prysmian la centralità dei clienti è importante che non si tratta di clienti finali.

«L’allocazione degli investimenti per la trasformazione digitale si basa su due criteri: se sono utili ai nostri clienti e quindi rappresentano opportunità di business, e se migliorano la produttività delle nostre strutture» – spiega Giovanni Cauteruccio di Prysmian Group. «La trasformazione digitale implica l’offerta di nuovi servizi digitali legati al consumo del nostro prodotto, nonché semplificazione ed efficienza nei processi di riordino e di realizzazione dei progetti, e un miglioramento della qualità del prodotto stesso. «La digital transformation per Prysmian è un supporto incrementale al mestiere che sappiamo fare bene, quello di produrre cavi» – conclude Cauteruccio.

Antonella Periti, deputy CIO di Edison

IL CAPITALE UMANO

La storia ci ha insegnato che l’introduzione di una tecnologia da sola non porta alla vera trasformazione. Sebbene possiamo ottenere una maggiore velocità ed efficienza nei processi produttivi, c’è il rischio di perdere l’opportunità di un cambiamento di paradigma aziendale. Per trasformare la tecnologia in vera innovazione, è necessario creare un ambiente favorevole. Per esempio, la distribuzione dell’energia elettrica è stata un’innovazione, ma è stato il superamento del layout tradizionale delle fabbriche (ovvero non dipendere dalla vicinanza delle macchine alla centrale termica) che ha consentito la produzione in serie.

Allo stesso modo, è stata l’organizzazione del lavoro attraverso la catena di montaggio a fare la differenza. «Il nostro obiettivo è di supportare i manager in grado di cogliere appieno il potenziale della tecnologia digitale e sfruttarla per ottenere il massimo vantaggio» – afferma Flavio Bernocchi, Process & Systems Integration director di FOMAS Group, azienda di riferimento per la produzione di forgiati, anelli laminati e polveri metalliche per diversi settori industriali. L’expertise del Gruppo nella “scienza dei metalli” e nei processi di forgiatura e laminazione risiede nelle persone che vi lavorano e che sono al centro dei processi e dei cambiamenti industriali.

Migliorare le performance è sicuramente un obiettivo, ma anche immaginare un cambio di paradigma è uno sforzo che deve essere compiuto. «Quindi in un periodo in cui veleggia la minaccia della sostituzione dell’uomo da parte della tecnologia, FOMAS investe nelle persone, nella cultura aziendale, stimolando un, mindset change che permetta di vedere un sensore non soltanto come fonte di informazioni ma come principio ispiratore per una trasformazione digitale» – spiega Bernocchi.


#trasformazionedigitale e capitale umano: una sinergia vincente Flavio Bernocchi #FOMASGroup
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«La digital transformation si realizza mediante l’intervento simultaneo sulle tecnologie, sulle persone e sui processi. La tecnologia, infatti, può essere utilizzata per migliorare l’efficienza e la pianificazione senza necessariamente comportare un cambiamento di paradigma. Per esempio, consideriamo le numerose commesse elaborate ogni anno sugli stessi impianti: grazie all’impiego dell’intelligenza artificiale, è possibile ottimizzare la condivisione delle attrezzature attraverso una migliore pianificazione. Al contrario, l’introduzione della manifattura additiva rappresenta un autentico cambio di paradigma e quindi un mindset change».

FOMAS Group ha investito in questo cambiamento, impiegando il suo know-how metallurgico per affiancare alla produzione di forgiati e anelli laminati, quella di polveri metalliche, destinate principalmente all’additive manufacturing. Ed è proprio grazie all’intervento attuato non solo sui processi e sulle tecnologie, ma anche sulle persone che si possono ottenere nuovi business come MIMETE: un investimento greenfield il cui modello prevede sia la produzione di polveri in leghe base nichel, acciaio e cobalto, sia secondo specifiche standard sia customizzate. «I processi produttivi di MIMETE sono ben lontani da quelli tradizionali della forgiatura e laminazione» – spiega Bernocchi. «La trasformazione digitale è qualcosa di concreto e in continua trasformazione che vede la tecnologia, le persone ed i processi come un tutt’uno».

Flavio Bernocchi, Process & Systems Integration director di FOMAS Group

TRASFORMARE I PROCESSI

Ridurre la complessità dei processi ancora prima di digitalizzare è molto importante. La digitalizzazione dell’utilizzo dei dati per la vendita e l’approvvigionamento dei prodotti è diventato un fattore essenziale per la crescita del business. «La tecnologia rappresenta sempre un’opportunità significativa, tuttavia è necessario affrontare dei trade-off» – spiega Massimo Marabese, Group CIO di Cellularline. «Essere cauti nell’introduzione della tecnologia in azienda e nella società evita di creare false aspettative o timori infondati».

Massimo Marabese, Group CIO di Cellularline

Anche per Maurizio Viziano, account director di digital.ai, la trasformazione digitale non è un obiettivo ma un insieme di fattori di cambiamento, e va governata nel suo complesso. «Il ciclo di vita di produzione del software rappresenta un fattore fondamentale per la trasformazione digitale. Attualmente, le aziende utilizzano in media da tre a cinque strumenti digitali per svolgere le stesse attività» – continua Viziano. «È importante avere una visione completa, partecipazione attiva, fiducia e consapevolezza dell’attuale panorama tecnologico per poter definire un percorso di trasformazione efficace. L’impiego di sensori nelle diverse fasi dei processi consente di comprendere e attivare una trasformazione basata sui dati reali. Successivamente, è possibile applicare l’intelligenza artificiale predittiva, che sfrutta sia questi dati che le specificità di ogni singola azienda, per fornire suggerimenti e indicazioni utili».

Maurizio Viziano, account director di digital.ai

L’approccio alla trasformazione digitale varia notevolmente da un’azienda all’altra. «Differenze nelle strategie aziendali e nelle priorità, settori industriali e mercati specifici, risorse finanziarie e umane disponibili, cultura aziendale e resistenza al cambiamento, regolamentazioni e normative di settore» – spiega Federico Chieppa, Salesforce practice leader di Sopra Steria Italia. «È interessante sfruttare i singoli driver di trasformazione per provocare cambiamenti nei processi. Senza un ritorno tangibile, la trasformazione rischia di diventare un esercizio sterile» – continua Chieppa. «Come system integrator, uno dei nostri compiti quotidiani è aiutare i clienti a definire indicatori che possano aiutarli a valutare i benefici di una trasformazione e convincere così i vertici a investire nel cambiamento e nell’innovazione».

Federico Chieppa, Salesforce practice leader di Sopra Steria Italia

IL MOTORE DELLA TRASFORMAZIONE

La trasformazione digitale passa dai dati. «Il modo migliore per comprendere l’importanza dei dati è confrontarli con il mondo fisico» – spiega Andrea Zinno, data evangelist di Denodo. «Nel mondo fisico interagiamo con il nostro ambiente attraverso i nostri cinque sensi, che generano stimoli e impulsi nervosi. Nel mondo digitale, invece, interagiamo attraverso sensori, telecamere e altri strumenti simili, e i dati rappresentano gli stimoli digitali prodotti da questi strumenti». Questo parallelo è molto significativo, e il data evangelist prosegue con il suo ragionamento. «Spesso non si presta sufficiente attenzione al fatto che guardare e vedere sono due cose diverse: guardare è un’attività che può essere sia fisica che digitale, mentre vedere è un’attività di comprensione logica. Un’azienda non si basa solo sui dati, ma sulle decisioni che prende sulla base di tali dati. È importante esplorare quella zona grigia che si trova tra i dati, le rilevazioni e le decisioni» – continua Zinno. «Ma è fondamentale saper gestire questa zona grigia in modo efficace». La tecnologia svolge un ruolo chiave nel semplificare questa gestione, e la chiave per indirizzare la zona grigia è mettersi nei panni dell’utente dei dati. «Una piattaforma di gestione dei dati deve essere in grado di gestire in modo intuitivo i dati necessari. La tecnologia deve offrire soluzioni che aiutino a comprendere il significato dei dati e le loro interconnessioni, tenendo presente che in media un’azienda utilizza solo il 15% dei dati a sua disposizione. Non è sempre necessario eliminare completamente i silos di dati, ma è sufficiente renderli comunicanti e integrati».


La #trasformazionedigitale passa dai dati Andrea Zinno @denodo
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I dati sono come i mattoni nell’edilizia. I dati non hanno valore in quanto tali, ma per quello che aiutano a costruire. «In azienda, i dati hanno valore se si trasformano in conoscenza» – afferma Bernocchi di FOMAS Group. La conoscenza si sposta nel tempo e influenza i processi e i modelli di business, ed è per questo che il manager deve affidarsi sempre più sull’interpretazione del dato. «I dati che hanno un maggiore impatto sui processi aziendali non sono tanto quelli raccolti internamente, che sono utili per migliorare le performance interne, ma quelli provenienti dall’esterno dell’azienda» – spiega Bernocchi. «Questi dati esterni includono informazioni sia sui nostri prodotti sia sul customer journey. È importante considerare questi dati esterni, poiché possono fornire preziose informazioni per l’ottimizzazione dei processi e il miglioramento complessivo delle performance aziendali».

I processi aziendali richiedono una costante revisione e devono essere accompagnati da programmi di change management. In un contesto in continua evoluzione, l’esperienza del manager nell’interpretare il business ha sempre meno valore: si basa su ipotesi obsolete e modelli superati. Per comprendere il nuovo mondo, sono necessarie grandi quantità di dati. Il manager deve prendere decisioni in un contesto che non è interpretato personalmente, ma da un algoritmo guidato da un data scientist. L’organizzazione diventa più snella. Un po’ come in Star Trek alla scoperta di nuove galassie» – commenta Bernocchi. «Le persone che raccolgono e interpretano le informazioni sono sul “ponte di comando” insieme al capitano Kirk. Questa evoluzione richiede, però, un nuovo stile di leadership».

Andrea Zinno, data evangelist di Denodo

SICUREZZA E FORMAZIONE

L’incremento della digitalizzazione e l’installazione di sensori e dispositivi IoT espongono le aziende a nuove vulnerabilità. «Gli investimenti in cybersecurity sono aumentati in modo esponenziale – spiega Antonella Periti di Edison – ma il problema non è solo tecnologico. Il punto debole è rappresentato dal fattore umano. Agire sulla cultura aziendale, però, può essere l’antidoto» – afferma Periti. «Edison sta investendo notevolmente in iniziative formative e informative per affrontare questa sfida. Occorre sfatare la diffidenza nella tecnologia e incrementare la fiducia nella tecnologia a supporto della sicurezza in quelle fasce di utenti meno digitali». Proprio come proteggiamo le chiavi di casa, dobbiamo prestare attenzione alle nostre chiavi digitali. Dobbiamo evitare che i nostri dati e la nostra identità digitale siano rubati, proprio come non vorremmo che un ladro entrasse nella nostra casa. La legislazione da sola non è sufficiente. Così come desideriamo che i ladri che entrano in casa siano puniti, vogliamo che chi accede al nostro spazio digitale subisca le stesse conseguenze. Recuperare gli oggetti rubati in un furto reale è difficile, ma il recupero dei dati rubati digitalmente può essere ancora più complesso. Pertanto, è necessario agire a livello culturale, formativo e informativo per proteggerci adeguatamente.

«Quando parliamo di processi aziendali che trattano un numero elevato di dati, spesso anche sensibili, la digitalizzazione di questi processi diventa strategica per il business dell’azienda» – spiega Sassetti di Aruba. «Nel momento in cui andiamo a portare in digitale i processi pre-esistenti o a pensare a processi digital by-design il non ripudio, ossia la validità legale dei documenti che vengono gestiti, firmati, trasmessi e conservati, diventa elemento fondamentale per poter riporre fiducia nel processo che stiamo digitalizzando. Ecco cos’è il trust nei processi di digital transformation: garantire la validità legale e l’opponibilità a terzi dei dati trattati nei processi aziendali». Non esiste la soluzione migliore, esiste solo la migliore soluzione per soddisfare quell’esigenza in quel determinato caso d’uso.

«Per trasformare le abitudini bisogna fare un grande atto di umiltà interne alle aziende per comprendere se si è customer-driven» – aggiunge Gismondi di Autostrade per l’Italia. «Anche in considerazione del fatto che i primi clienti di un’azienda sono i propri dipendenti». Cambiare le abitudini è possibile, ma è sempre faticoso. Effettuare una trasformazione digitale implica necessariamente un cambiamento e richiede pianificazione accurata e informazioni adeguate a facilitarne l’adozione.

La trasformazione digitale si realizza influenzando le abitudini attraverso strumenti sia tradizionali che digitali. Integrare tutte le numerose app che contribuiscono a questa trasformazione può essere una sfida titanica. Per raggiungere la trasformazione digitale con successo, è fondamentale avere una conoscenza approfondita e prendere decisioni consapevoli. Questo include un’attenzione particolare alle informazioni raccolte durante il percorso di trasformazione. «La conoscenza di dettaglio degli strumenti e del proprio percorso di sviluppo applicativo garantiscono la capacità di prendere decisioni consapevoli, e in piena autonomia – spiega Viziano di digital.ai – elementi che sono cruciali per il raggiungimento degli obiettivi di trasformazione digitale».


#trasformazionedigitale come insieme di fattori di cambiamento da governare Maurizio Viziano @digitaldotai
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CONCLUSIONI

Non dobbiamo dimenticare l’importanza delle infrastrutture nel processo di digital transformation. Per Mario Ettorre di Invitalia immaginare un percorso di digital transformation, mantenendo le distanze dalle infrastrutture, è un po’ come suonare la decima di Beethoven, l’incompiuta. «È fondamentale continuare a investire nell’infrastruttura e nella formazione» – afferma Gismondi di Autostrade per l’Italia. «La trasformazione digitale richiede solide fondamenta che permettano a tutti di accedere ai servizi digitali, superando le barriere legate alle differenze culturali o geografiche».


Senza un ritorno tangibile la #trasformazionedigitale è un esercizio sterile Federico Chieppa @SoprasteriaIT
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I processi di trasformazione digitale si scontrano non di rado con ostacoli culturali e burocratici. «In questo contesto, è fondamentale avere il supporto di consulenti che abbiano una conoscenza approfondita del settore specifico – afferma Chieppa di Sopra Steria – allo scopo di favorire un’adozione adeguata». La vera trasformazione digitale si realizza giorno dopo giorno. «I criteri si evolvono nel tempo e si adattano costantemente» – spiega Cauteruccio. «In Prysmian sono stati modificati i criteri relativi alla scelta dei prodotti, introducendo parametri di sostenibilità sia a livello di sviluppo che di produzione e smaltimento, inclusi quelli software». La trasformazione digitale è sempre più correlata alla sostenibilità. «Se da un lato il digitale è un facilitatore della transizione energetica, dall’altro è anche un consumatore di risorse la cui richiesta aumenta esponenzialmente di anno in anno» – avverte Bianchessi di Enel. «Pertanto, è importante pensare fin da subito a modelli digitali sostenibili che riducano l’impatto delle risorse nel ciclo di vita del software». Trasformazione, digitale e sostenibilità: tre concetti ormai inseparabili.


#trasformazionedigitale e sostenibilità: binomio inseparabile Massimo Marabese #Cellularline
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«La trasformazione digitale abilita temi di sostenibilità e la sostenibilità abilita necessità tecnologiche digitali» – conclude Marabese di Cellularline, ponendo l’accento sul modo in cui viene utilizzato il digitale. «Dobbiamo fare attenzione al rovescio della medaglia: se il digitale abilita pratiche virtuose, deve essere sostenibile anche di per sé».

Foto di Gabriele Sandrini


Point of view

Intervista ad Andrea Sassetti AD ArubaPEC & Trust Services director Gruppo Aruba: Specialisti in Trust Services

Intervista ad Andrea Zinno data evangelist di Denodo: Logical data management

Intervista a Maurizio Viziano account director Italia – digital.ai: La trasformazione con una marcia in più

Intervista a Federico Chieppa Salesforce practice leader di Sopra Steria Italia: L’experience sostenibile e su misura

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La trasformazione con una marcia in più https://www.datamanager.it/2023/07/la-trasformazione-con-una-marcia-in-piu/ Tue, 11 Jul 2023 13:20:32 +0000 https://www.datamanager.it/?p=229039 digital.ai rivoluziona il ciclo DevSecOps: Automazione, orchestrazione, integrazione, sicurezza e fruibilità. Il futuro dello sviluppo applicativo Agile digital.ai è una multinazionale americana nata nel 2019 dall’unione di cinque società, ognuna specializzata in soluzioni per il ciclo DevSecOps. La loro piattaforma unificata, potenziata da strumenti di machine learning e intelligenza artificiale, copre l’intero ciclo di sviluppo […]

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digital.ai rivoluziona il ciclo DevSecOps: Automazione, orchestrazione, integrazione, sicurezza e fruibilità. Il futuro dello sviluppo applicativo Agile

digital.ai è una multinazionale americana nata nel 2019 dall’unione di cinque società, ognuna specializzata in soluzioni per il ciclo DevSecOps. La loro piattaforma unificata, potenziata da strumenti di machine learning e intelligenza artificiale, copre l’intero ciclo di sviluppo applicativo Agile. Nonostante sia un marchio relativamente giovane, digital.ai può vantare già oltre 1.200 clienti in tutto il mondo, provenienti da una vasta gamma di settori di mercato. Più del 50% di questi clienti sono inclusi nella lista Fortune 500.

LA TRASFORMAZIONE COME REQUISITO

digital.ai con la sua piattaforma, oltre a garantire tutte le funzionalità delle singole fasi, consente ai clienti di unificare, consolidare e capitalizzare i dati relativi a tutto il ciclo di vita del software per generare informazioni predittive. «La trasformazione digitale non è più una possibilità ma un requisito in qualunque settore» – afferma Maurizio Viziano, account director di digital.ai. «Da un lato, la crescente presenza di strumenti tecnologici all’interno delle aziende ha reso necessaria la creazione di soluzioni dedicate per la gestione e il controllo del valore dei processi di produzione e rilascio del software. Dall’altro, gli investimenti nel software non sono più gestiti e garantiti solamente dall’IT, ma coinvolgono tutte le linee di business. Di conseguenza, c’è la necessità di ottenere un adeguato livello di visibilità del valore che le attività di ogni area traggono da questi investimenti».


#digitaltransformation I cinque valori chiave per un #DevOps automatizzato e sicuro @digitaldotai
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CINQUE VALORI CHIAVE

Automazione, orchestrazione, integrazione, sicurezza e fruibilità. La AI-Powered DevOps platform automatizza completamente le attività manuali e accelera il processo di rilascio, migliorando la stabilità delle applicazioni e riducendo i rischi – spiega Viziano. «Tutte le fasi, dalla pianificazione allo sviluppo, possono essere automatizzate in modo strutturato, senza bisogno di scripting, garantendo il vantaggio di un’architettura di sviluppo e rilascio altamente efficiente e di un monitoraggio continuo, aggiornato per ogni attività del ciclo di sviluppo. Inoltre, è possibile orchestrare la modellizzazione di qualsiasi ciclo di sviluppo, anche il più complesso e frammentato, attraverso un approccio end-to-end che mette in evidenza il valore del patrimonio applicativo. La piattaforma di digital.ai integra anche tutte le componenti già esistenti, interagendo con oltre 500 tecnologie legate al mondo del DevOps, Rest o API e con i vari sistemi legacy, garantendo anche la sicurezza del codice applicativo sviluppato mediante meccanismi evoluti di offuscamento e protezione attiva del codice stesso». All’agilità si aggiunge anche la semplicità d’uso. La piattaforma è altamente fruibile grazie alla doppia possibilità di utilizzo sia on premises che in modalità remota tramite i propri data center che mettono eventualmente anche a disposizione gli apparati necessari per eseguire test e prove di funzionalità. «Questo evita la necessità di acquistare e mantenere aggiornati i dispositivi come smartphone o tablet» – continua Viziano. «Le funzionalità della piattaforma consentono una completa replica dell’ambiente, offrendo all’utente finale un’esperienza completa, come se si avesse realmente a disposizione il dispositivo. Inoltre, per ambienti con un alto grado di criticità, è possibile utilizzare un’unica piattaforma di test con ambienti misti, locali e remoti».

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Logical data management https://www.datamanager.it/2023/07/logical-data-management/ Tue, 11 Jul 2023 13:18:51 +0000 https://www.datamanager.it/?p=229075 Come connettere i dati in modo semplice e chiaro. Denodo, il cambiamento di paradigma nell’approccio alla gestione delle informazioni Denodo, fondata nel 1999 in Spagna, è lo specialista della virtualizzazione dei dati. Denodo propone una piattaforma di integrazione, gestione e delivery dei dati basata su un approccio logico, che consente di raggiungere quell’agilità, efficienza e […]

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Come connettere i dati in modo semplice e chiaro. Denodo, il cambiamento di paradigma nell’approccio alla gestione delle informazioni

Denodo, fondata nel 1999 in Spagna, è lo specialista della virtualizzazione dei dati. Denodo propone una piattaforma di integrazione, gestione e delivery dei dati basata su un approccio logico, che consente di raggiungere quell’agilità, efficienza e semplicità d’uso, che sono caratteristiche fondamentali per abilitare e sostenere una trasformazione digitale veramente data-driven e per far sì che la democratizzazione dei dati non resti un mero esercizio teorico.

AGILITÀ DECISIONALE

È fondamentale ripensare dalle fondamenta le modalità di gestione del dato, verificando se e quali azioni siano necessarie affinché sia in linea con i principi di una trasformazione profonda, che investe diverse dimensioni: culturale, organizzativa, tecnologica e sociale. «L’ampio e pervasivo utilizzo dei dati all’interno di aziende e organizzazioni solleva questioni tecnologiche e richiede soluzioni di gestione dati che siano semplici e accessibili» – spiega afferma Andrea Zinno, data evangelist di Denodo. «Non possiamo più presumere che chi utilizza i dati abbia competenze tecniche avanzate. È fondamentale che la gestione dei dati si concentri sulla facilità d’uso, consentendo agli utenti di concentrarsi sui propri obiettivi e di operare in autonomia e fiducia nell’utilizzo dei dati funzionali al raggiungimento di tali obiettivi». Un altro aspetto da considerare è l’importanza dell’agilità in una soluzione di gestione dei dati. In un mondo in continua evoluzione, è necessario poter prendere decisioni in tempi brevi, decisioni che si basano sempre sui dati. Tuttavia, questa agilità può essere minacciata da un ecosistema dati sempre più eterogeneo, distribuito e in movimento. «E questo presenta una sfida significativa per le architetture tradizionali, che si basano sull’idea di replicare preventivamente i dati» – continua Zinno. «Il costo computazionale e di trasporto di tali repliche aumenta all’aumentare della frequenza degli aggiornamenti, frequenza che tende ad aumentare costantemente per affrontare un mondo in continuo cambiamento». Pertanto, è essenziale adottare approcci innovativi per gestire l’eterogeneità e la velocità dei dati. Solo così si può garantire l’agilità necessaria per prendere decisioni tempestive e basate sui dati in un contesto aziendale dinamico.


#digitaltransformation Come ripensare la gestione dei dati: Guida per una trasformazione profonda con @denodo
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STOP COLLECTING, START CONNECTING

La gestione logica dei dati affronta le sfide tecnologiche associate alla gestione di grandi volumi di dati eterogenei, ubiqui e veloci. «Il Logical Data Management come perfetto equilibrio tra semplicità e chiarezza nella gestione dei dati» – afferma Andrea Zinno. «La gestione logica dei dati rappresenta un approccio innovativo per la gestione delle informazioni che consente a tutti di esplorare i dati in modo semplice e chiaro, ponendo fine alla necessità di accumulare dati in anticipo. Invece, si sfruttano le risorse esistenti, seguendo il principio chiave “stop collecting, start connecting». Con questo approccio, i dati vengono consegnati solo quando necessari, consentendo di ottimizzare l’utilizzo delle risorse disponibili. In questo modo, le organizzazioni possono superare le limitazioni delle tradizionali architetture dati e affrontare il costante cambiamento dell’ambiente aziendale. Sfruttando le potenzialità di connessione tra i dati, si crea un ecosistema più agile e reattivo, consentendo decisioni data-driven e un utilizzo efficiente delle informazioni.

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Specialisti in Trust Services https://www.datamanager.it/2023/07/specialisti-in-trust-services/ Tue, 11 Jul 2023 13:18:17 +0000 https://www.datamanager.it/?p=229160 Soluzioni cloud, data center proprietari e servizi fiduciari digitali. Aruba Enterprise, il partner italiano che accelera la trasformazione digitale delle organizzazioni Tra le leve della digital transformation, i Trust Services offrono ad aziende e PA soluzioni software che possono aiutarle a snellire e ottimizzare i processi interni, sviluppando modelli di business efficaci ed efficienti per […]

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Soluzioni cloud, data center proprietari e servizi fiduciari digitali. Aruba Enterprise, il partner italiano che accelera la trasformazione digitale delle organizzazioni

Tra le leve della digital transformation, i Trust Services offrono ad aziende e PA soluzioni software che possono aiutarle a snellire e ottimizzare i processi interni, sviluppando modelli di business efficaci ed efficienti per una crescita digitale sostenibile. I Trust Services di Aruba Enterprise – la divisione del Gruppo Aruba che da oltre dieci anni si dedica allo sviluppo e gestione di progetti IT complessi per le grandi aziende e la PA nell’ambito Trust Services qualificati, cloud e data center – rappresentano una eccellenza italiana anche a livello internazionale per il rafforzamento intrinseco della “fiducia” nella gestione dei dati che li caratterizza: dalle Certification Authority Aruba PEC e Actalis, alle certificazioni e agli accreditamenti a livello nazionale e internazionale (eIDAS, ICANN, PSD2), fino ai data center proprietari che Aruba progetta e realizza e da cui eroga anche i propri servizi Trust, dotati delle più elevate certificazioni di sicurezza (rating 4 ANSI/TIA 942) e operativi nel pieno rispetto dell’ambiente.

«In questo modo, Aruba mantiene il totale controllo della filiera end-to-end. I clienti sanno perfettamente da dove viene erogato il servizio e dove verrà conservato il dato che è stato oggetto di elaborazione ed eventualmente conservazione da parte di Aruba» – spiega Andrea Sassetti, AD ArubaPEC & Trust Services director Gruppo Aruba.

VERSO UNA TRUST-CHAIN ESTESA

Se i processi digitali sono sinonimo di competitività, l’azienda che riesce a gestire in modo efficace tutti i flussi compie un passo strategico in ambito di lean organization e di delivery del valore. In questo contesto, i Digital Trust Services sono un abilitatore chiave del processo di digitalizzazione; tuttavia, molto spesso, vengono visti come “servizi da scaffale” da acquistare al bisogno, senza tenere invece conto del loro “peso” sul processo. Oggi, questi servizi non sono ancora entrati nel core dell’IT, o meglio dell’IT-Business, promotore della cosiddetta trust-chain estesa. Dal punto di vista di Aruba Enterprise, emergono casi di trasformazione digitale nella sua più ampia accezione di metamorfosi organizzativa e culturale dell’azienda, che – come spiega Sassetti – non hanno tenuto conto, però, del ruolo e del possibile apporto di un provider di servizi fiduciari digitali (QTSP) e di servizi Trust “innervati” nei nuovi processi digitalizzati. «Nei progetti di dematerializzazione e digitalizzazione, l’identificazione rigorosa degli utenti è di importanza cruciale. Questa importanza si evidenzia nei processi di stesura di rapporti di sicurezza e controllo, nonché nei processi complessi che includono diversi livelli di autorizzazione e controllo. Durante la fase di reingegnerizzazione di questi processi, in chiave digitale, un QTSP avrebbe potuto impattare positivamente identificando e suggerendo modalità di identificazione degli utenti in modo più smart, più agevole sia per questi ultimi sia per il processo, oppure valutando alternative più “stringenti”, ove necessario».


#DX #DigitalTrustServices verso una trust chain estesa in ottica platform con #arubaenterprise
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IL VALORE DELLA TRASPARENZA

Sebbene la traduzione letterale di trust sia fiducia – è il concetto di trasparenza che ne definisce il valore di business ribaltando persino le relazioni tra aziende clienti e provider, molto spesso caratterizzate da logiche di lock-in. «Questo nuovo rapporto con il QTSP, incentrato appunto sulla trasparenza potrebbe rappresentare il grande elemento di “rottura” con il passato – afferma Sassetti – svincolando i processi dal prodotto, cioè dalla tecnologia, e spostando finalmente l’attenzione sulle soluzioni attuabili con un approccio platform con più flessibilità, apertura e, appunto, trasparenza».

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SAS, la rivoluzione dell’analisi dei dati https://www.datamanager.it/2023/07/sas-la-rivoluzione-dellanalisi-dei-dati/ Mon, 10 Jul 2023 09:22:46 +0000 https://www.datamanager.it/?p=228890 Sul piatto un miliardo di dollari per potenziare la piattaforma SAS Viya. Obiettivi: democratizzare l’analisi dei dati e irrobustire la potenza degli analytics e dell’AI su base statistica al servizio della resilienza aziendale e della continuità di business SAS stanzia per i prossimi tre anni un miliardo di dollari per lo sviluppo delle proprie soluzioni di […]

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Sul piatto un miliardo di dollari per potenziare la piattaforma SAS Viya. Obiettivi: democratizzare l’analisi dei dati e irrobustire la potenza degli analytics e dell’AI su base statistica al servizio della resilienza aziendale e della continuità di business

SAS stanzia per i prossimi tre anni un miliardo di dollari per lo sviluppo delle proprie soluzioni di analytics. La notizia, annunciata in apertura di SAS Innovate, l’evento itinerante che ha preso il via a Orlando, in Florida, è stata confermata anche durante le tappe successive del tour europeo, Milano compresa. Non si tratta del primo investimento importante messo sul piatto da SAS. L’annuncio arriva quattro anni dopo l’impegno a investire un altro miliardo di dollari per potenziare le capacità di intelligenza aumentata nel triennio 2020-22. Se il primo round d’investimenti era servito a SAS per sviluppare le versioni della sua piattaforma Viya su settori quali agricoltura, banche, istruzione, sanità, assicurazioni, vendita al dettaglio, telecomunicazioni e sport, con la nuova tranche l’azienda proseguirà nello sviluppo di capacità di analisi avanzata e intelligenza artificiale. In particolare, l’impegno di risorse finanzierà ricerca e sviluppo, il lavoro di data scientist, statistici e sviluppatori software e attività di marketing. L’investimento conferma il forte impegno di SAS nel perseguire la democratizzazione dell’analisi dei dati, consentendo a un numero sempre maggiore di persone, indipendentemente da esperienze e funzione, di accedere alla potenza dell’analisi avanzata, come riassunto nel claim “analytics per tutti, ovunque”.

L’evoluzione di Viya

Una parte importante dello stanziamento sarà destinato a migliorare ancora Viya, la piattaforma di analytics proprietaria lanciata nel 2016 e riprogettata nel 2020 per renderla completamente nativa per il cloud, per aggiungere funzionalità di intelligenza artificiale come l’elaborazione del linguaggio naturale (NLP) e l’analisi predittiva; oltre che per creare nuove versioni per specifici settori, consentendo ai clienti di sfruttare al meglio le informazioni rispetto a una piattaforma di BI generica.

Bryan Harris, executive vice president e chief technology officer di SAS – spiega le ragioni che hanno guidato l’azienda in questa strategia. «Viya è fondamentale per le nostre soluzioni. Spesso i clienti che acquistano soluzioni da fornitori diversi, riscontrando problemi di integrazione. L’altro ostacolo è quando si trovano di fronte a casi d’uso nuovi che richiedono adattamenti specifici. Con Viya possono utilizzare la nostra soluzione senza bisogno d’altro». Gli investimenti programmati da SAS – sottolinea Harris – sono sempre finalizzati a rispondere in maniera veloce e puntuale alle esigenze dei clienti. «Riceviamo quotidianamente feedback sul funzionamento e l’impiego della piattaforma: richieste e consigli che utilizziamo per integrare nuove funzionalità e semplificarne l’utilizzo. Questo permette di alimentare un ciclo di innovazione continua con il cliente e i nostri team di sviluppo. Nell’assegnazione di questi investimenti, riteniamo cruciale non solo concentrarsi sullo sviluppo tecnologico, ma anche raggiungere un pubblico sempre più vasto per condividere le nostre tecnologie e garantire la comprensione dell’importanza della crescita del nostro portafoglio di soluzioni». Un mix di attenzione alle esigenze dei clienti e di aggiornamento continui riconosciuto anche da società indipendenti. Secondo un benchmark condotto da The Futurum Group, SAS Viya si distingue per la sua straordinaria velocità. Rispetto alle soluzioni dei competitor, anche quelle open source che integrano intelligenza artificiale/machine learning, Viya risulta fino a 30 volte più rapida. Inoltre, supera di quasi 50 volte le piattaforme Data/AI basate su Spark, con picchi di velocità che arrivano addirittura a 326 volte.


#SASInnovate La rivoluzione dell’analisi dei dati con l’utilizzo di dati sintetici @SASitaly
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Utilizzo responsabile dell’AI

L’impegno di SAS è in direzione di un’intelligenza artificiale responsabile – sottolinea Reggie Townsend, vice president, Data Ethics Practice di SAS e membro del Comitato consultivo sull’intelligenza artificiale del Dipartimento del Commercio degli Stati Uniti. «I principi che guidano lo sviluppo delle potenzialità dell’AI in SAS sono una migliore comprensione del modello e la verifica continua della tracciabilità e della sicurezza del dato. È in queste due aree che stiamo concentrando i nostri sforzi: lavoriamo per aiutare le persone a comprendere e interpretare i modelli». Townsend spiega che l’AI viene spesso paragonata a una scatola nera, poiché conosciamo gli input e otteniamo un risultato, ma non sappiamo esattamente cosa succede nel processo intermedio. «Per questo, nelle nostre soluzioni abbiamo introdotto una serie di funzionalità per aiutare a comprendere meglio questo passaggio, tracciando e verificando i dati impiegati. Inoltre, offriamo anche la possibilità di descrivere il modello di AI attuale in termini di dati inseriti». Il modello si sta comportando in modo accurato? Oppure sta perdendo consistenza? Per Townsend si tratta di domande importanti per chi deve valutare se continuare a utilizzare quel modello o invece rigenerarlo. Un’altra area di interesse, che rientra nell’investimento complessivo, riguarda la generazione di dati sintetici. Questi dati sono derivati da dati reali, ma mantengono le stesse proprietà statistiche, consentendo di ottenere grandi volumi di dati di alta qualità. «Con questo approccio analitico possiamo ottenere risultati del tutto analoghi all’utilizzo di dati reali nell’analisi, preservando allo stesso tempo la privacy dei clienti e dei loro partner. Si tratta di un campo di studio entusiasmante, poiché ci consente di esplorare le possibilità di questa tecnologia, simulando diversi scenari senza dover utilizzare dati reali, che a volte non sono nemmeno disponibili».

Reggie Townsend, vice president, Data Ethics Practice di SAS

Resilienza dinamica

Negli ultimi 36 mesi, tutto il mondo ha fatto i conti con la pandemia, la crisi delle catene globali di approvvigionamento di chip e semiconduttori, un anno di guerra, e in generale con uno scenario d’incertezza determinato dalla difficile congiuntura economica. Eventi e fenomeni collegati, che hanno impattato pesantemente tutti i comparti produttivi. L’analisi dei dati può aiutare le aziende a identificare inefficienze e aree di miglioramento: processi aziendali, tempi di produzione, costi operativi, ottimizzazione delle operations, riduzione dei costi e miglioramento dell’efficienza complessiva. «Gli analytics forniscono alle aziende una base solida per prendere decisioni informate» – evidenzia Harris, durante la plenaria del roadshow milanese. «Grazie all’analisi dei dati, le aziende possono considerare diverse opzioni, valutare i rischi e le opportunità connesse, prendendo decisioni più accurate e oggettive, in questo modo contribuendo a creare un business più resiliente e a ridurre l’incertezza».


#SASInnovate SAS potenzia la piattaforma Viya con un investimento di 1 miliardo di dollari @SASitaly
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Bilanciare vantaggi e rischi

Una formula che al momento non include l’AI generativa. A differenza di altri competitor impegnati a lanciare integrazioni con ChatGPT e Large language models (LLM) in generale – SAS ha preferito adottare un atteggiamento prudente. «La scelta è di adottare un approccio cauto nei confronti dell’AI generativa – spiega Townsend – e di continuare a concentrarsi sull’intelligenza artificiale, rafforzando le capacità offerte dall’elaborazione del linguaggio naturale (NLP) e dall’apprendimento automatico».

Una delle preoccupazioni principali è la sicurezza dei LLM e l’accuratezza delle risposte generate da questi sistemi. «Le potenzialità di questa tecnologia sono entusiasmanti, ma tutti quanti stiamo ancora cercando di capire come usarla in modo responsabile» – continua Townshend. «Anche SAS è in prima fila per cogliere le opportunità offerte dall’AI generativa. Ma dobbiamo procedere con molta cautela. L’utilizzo deve essere fatto in modo responsabile. Siamo determinati a farlo correttamente nel corso del tempo, ma non vogliamo intraprendere questa corsa senza prima comprendere i requisiti necessari. L’obiettivo è di bilanciare i rischi dell’integrazione con i suoi vantaggi, garantendo un approccio equilibrato».

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Il 5G e la rivoluzione wireless WAN. La rete mobile alla velocità del business https://www.datamanager.it/2023/07/il-5g-e-la-rivoluzione-wireless-wan-la-rete-mobile-alla-velocita-del-business/ Mon, 10 Jul 2023 07:49:55 +0000 https://www.datamanager.it/?p=229435 ll 5G come moltiplicatore di forza per la trasformazione delle imprese. I vantaggi e gli ostacoli per la rivoluzione della connettività mobile. Il successo del 5G non dipende solo dalle reti, ma dalla sinergia tra l’ecosistema delle telco e la catena di trasmissione delle politiche per lo sviluppo L’evoluzione della connettività mobile come connettività enterprise. […]

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ll 5G come moltiplicatore di forza per la trasformazione delle imprese. I vantaggi e gli ostacoli per la rivoluzione della connettività mobile. Il successo del 5G non dipende solo dalle reti, ma dalla sinergia tra l’ecosistema delle telco e la catena di trasmissione delle politiche per lo sviluppo

L’evoluzione della connettività mobile come connettività enterprise. Il 5G sta rivoluzionando il mondo delle reti wireless WAN. Inoltre, il 5G offre importanti vantaggi in termini di convergenza tra le reti wireless e cablate, e di supporto per le applicazioni time-sensitive. La trasformazione digitale si basa sulla capacità di connettere persone, dati e oggetti in qualsiasi luogo. Le soluzioni 5G e LTE giocano un ruolo fondamentale nell’attuazione dei processi di trasformazione sia dal punto di vista operativo che nell’ambito dell’infrastruttura IT. Con il 5G, le aziende possono sfruttare le opportunità di connettività cloud-based per la connessione delle reti intelligenti e per la distribuzione di applicazioni e servizi dal centro all’Edge.

Inoltre, il 5G consente l’implementazione di reti wireless WAN basate su software-defined networking (SD-WAN), che offrono maggiori possibilità di gestione della rete e di ottimizzazione del traffico. La rivoluzione 5G non dipende però solo dalle reti ma dalla sinergia tra l’intero ecosistema delle telecomunicazioni e la catena di trasmissione delle politiche per lo sviluppo.

LA SFIDA DELLA SOSTENIBILITÀ

Come emerge dalla nuova edizione del Mobility Report di Ericsson, il 5G è la generazione più trasformativa della tecnologia wireless e agirà come un moltiplicatore di forza per altre tecnologie innovative. A livello globale, sono 240 gli operatori che hanno lanciato servizi commerciali 5G e circa 35 quelli che hanno implementato reti 5G standalone (SA).

Oltre all’impatto tecnologico del 5G, tuttavia, occorre considerare anche l’impatto ambientale. Il fabbisogno energetico necessario per supportare la diffusione globale del 5G raddoppierà entro il 2030. Ma la sostenibilità di una tecnologia dipende dal total life-cycle assessment. Il 5G permetterà, infatti, di sviluppare innovazioni energetiche e di spingere verso l’utilizzo di fonti rinnovabili. Ericsson sta sperimentando nuovi modi per ridurre l’impronta energetica con una combinazione di software, reti e uso intelligente delle infrastrutture per consentire alle reti degli operatori di impiegare meno energia possibile gestendo l’atteso aumento del traffico dati.

Orange France ha scelto di alimentare la sua rete 5G con energie rinnovabili. Un rapporto del 2021 del GSMA evidenzia anche numerosi casi di studio di aziende di telecomunicazioni che affrontano il crescente fabbisogno energetico delle tecnologie di rete mobile avanzate. Inwit in qualità di mandataria del raggruppamento temporaneo di imprese con Vodafone e Tim, si è aggiudicata un bando del piano Italia 5G del PNRR per lo sviluppo e la diffusione del 5G in più di 1200 aree del Paese a fallimento di mercato. Nel piano sono previste anche una serie di misure volte a ridurre le emissioni CO2. Tra queste, gli investimenti in efficienza energetica, nella produzione di energia da fotovoltaico e l’acquisto di energia elettrica da fonti rinnovabili.


Entro il 2028 l’80% delle connessioni FWA sarà su rete #5G @Ericsson #MobilityReport
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LA DOPPIA VELOCITÀ DEL 5G

In Italia, l’avvicinamento al 5G è cominciato nel 2017 e ha debuttato nel 2019. Nonostante l’alto livello di copertura, che le analisi DESI 2022 e GSMA attestano tra il 96% e il 99,7%, lo sviluppo di progetti 5G resta ancora lento e a macchia di leopardo, sotto accusa le procedure di realizzazione delle infrastrutture, permessi a costruire compresi, e i limiti di emissione inferiori a quelli europei. In altre parole, la velocità della messa a terra dei progetti 5G sopravanza la velocità della tecnologia. La crescita più rapida è attesa sul mercato B2B industriale con riferimento alle reti private soprattutto nei segmenti dei trasporti, della logistica e del manifatturiero per supportare le applicazioni IoT, grazie alla capacità del 5G di offrire una connessione mobile più veloce e affidabile. Uno studio di Deloitte, intitolato “5G: The chance to lead for a decade”, stima che l’adozione del 5G potrebbe aumentare il PIL globale di 2,2 trilioni di dollari entro il 2030, grazie ai suoi effetti positivi sull’efficienza, la produttività e l’innovazione in diversi settori. Grazie al 5G, il wireless WAN diverrà sempre più pervasivo come connettività di business. Ma non c’è sviluppo possibile per 5G, 4G, accesso wireless se a monte non c’è la fibra: miliardi di chilometri di fibra al prezzo medio di 7 dollari per chilometro. Nel 2018, sono stati installati 520 milioni di chilometri di fibra, nel 2023 quella cifra è cresciuta di oltre il 7%, superando le previsioni degli analisti (dati GSMA). Cinque dei primi sette operatori parlano cinese. In Europa, è leader l’italiana Prysmian, che in pochi anni ha acquisito tecnologia e brevetti da Alcatel, Nokia, Philips e Pirelli. Il tema è di portata epocale e coinvolge più tavoli istituzionali, gli investimenti PNRR, la principale compagnia di telecomunicazione del nostro Paese, ma anche la regolamentazione che riguarda in modo specifico l’evoluzione del Mobile private network basato su 5G. Secondo IDC, le imprese italiane spendono ogni anno circa 6 miliardi di euro per la pura connettività, distribuiti principalmente nell’accesso in fibra, che supporta anche la tecnologia Fixed wireless access (FWA) basata su un sistema ibrido fibra-wireless, e a seguire nel 5G e nel 4G, quest’ultimo ancora dominante sul mercato con la connettività mobile che usiamo abitualmente.


L’impatto economico delle reti #5G sul PIL globale: 2,2 trilioni di dollari entro il 2030 @DeloitteItalia
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COESISTENZA DELLE RETI

La coesistenza delle reti wireless nell’architettura di connettività delle aziende italiane giocherà un ruolo fondamentale nel corso dei prossimi anni. In questo momento, il 5G supporta circa il 12-13% del totale delle connessioni mobili delle imprese italiane, il 14% circa in Europa. A livello globale, il traffico dati della rete mobile continua a crescere. Le proiezioni dicono che entro il 2028, l’80% delle connessioni FWA sarà su rete 5G. Le opportunità di crescita dei ricavi 5G per i fornitori di servizi possono essere suddivise in tre aree principali: connettività di base, adiacenze attuali e future innovazioni che spaziano dai consumatori alle imprese e ai clienti del settore pubblico. Nella connettività di base, le principali aree di attività che vengono affrontate sono: esperienza differenziata di banda larga mobile per i clienti nei mercati locali; opportunità di 5G FWA sfruttate con successo in tutte le geografie; reti mission-critical implementate in molti mercati; IoT su larga scala come opportunità di offerta aggiuntiva per consumatori e imprese. La connettività 5G e l’edge computing sono fondamentali per i programmi di trasformazione aziendale già in corso e per i relativi casi d’uso legati alla digitalizzazione, all’automazione e all’augmented e hybrid working. La copertura di banda larga mobile ad alta velocità di 4G e 5G ha aperto opportunità ai fornitori di servizi per offrire servizi di banda larga alle piccole e medie imprese tramite l’FWA. Dati di ricerca provenienti da 139 paesi mostrano che più di tre quarti dei fornitori di servizi offrono attualmente servizi di FWA: quasi un terzo tramite 5G, rispetto a un quinto dell’anno precedente, con una forte adozione di mercato in Italia, Austria e nei paesi nordici.


#5G La connettività mobile come connettività di business. Le sfide delle #MPN – Daniela Rao @IDC_EMEA
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I ricavi dei fornitori di servizi FWA a livello globale raggiungeranno i 67 miliardi di dollari entro il 2028, con un tasso di crescita annuo composto del 16%. Il potenziale di crescita dell’FWA è particolarmente interessante poiché sfrutta in larga misura le risorse della banda larga mobile. «Le principali telco italiane sono focalizzate sull’estensione della rete 5G nelle aree rurali e sul lancio dei servizi FWA basati sul backhaul in 4G-5G, con l’obiettivo di raggiungere i clienti non sufficientemente coperti dai servizi a banda larga su rete fissa e integrare la capillarità delle loro reti FTTx, puntando a estendere la copertura ultra-broadband a milioni di abitazioni e imprese nei prossimi anni» – spiega Daniela Rao, senior research and consulting director di IDC Europe. Per sfruttare il potenziale del 5G e tornare a crescere, le telco dovranno trovare il modo di attrarre una quantità maggiore di clienti 4G, incentivando l’utilizzo di piani 5G e introdurre nuovi servizi digitali. Servizi in cui la connettività deve diventare sempre più potente, ma sempre meno visibile.

Parlando di “copertura” della rete 5G bisogna tenere presente – come mette in evidenza Fabrizio Gergely, architecture sales leader di Cisco Italia – che per la massima parte in Italia si tratta di una copertura derivata non da infrastrutture dedicate, ma da tecnologie di transizione che si appoggiano all’esistente. In pratica, non c’è quella rete 5G pura, end-to-end, in grado di supportare i casi d’uso più promettenti. «Le risorse del PNRR sono un’ottima opportunità» – continua Gergely. «Abbiamo due bandi connessi al 5G che sono da sfruttare, ma il risultato finale dipenderà da molti altri fattori, quali la maturazione complessiva dell’ecosistema e la capacità di incentivare la collaborazione pubblico-privata». Sicuramente, le scelte dei prossimi due anni saranno fondamentali. Per capire come possono cambiare le cose, Gergely di Cisco cita un dato dell’Osservatorio 5G and Beyond del Politecnico di Milano, che stima per il 5G privato un valore che oscilla tra i 40 e i 200 milioni di euro per il 2025, proprio perché ci sono tutti questi vari fattori in gioco. «Per prima cosa, è importante sottolineare che in Italia la copertura 5G, pur avendo raggiunto percentuali vicine al 100% della popolazione, grazie al Dynamic Spectrum Sharing, è ancora largamente basata su una infrastruttura non-standalone».


#5G Le scelte dei prossimi due anni saranno fondamentali – Fabrizio Gergely @CiscoItalia
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Questa modalità ha permesso da subito agli operatori di offrire l’accesso radio 5G, utilizzando l’infrastruttura di rete (Core) 4G – spiega Alberto Nardi, account director MSP sales di Cradlepoint Southern Europe. «Per realizzare il pieno potenziale delle reti 5G gli operatori dovranno ampliare e completare la rete 5G standalone che permetterà di abilitare funzionalità specifiche come lo slicing, la qualità garantita end-to-end, le connessioni Ultra-reliable low-latency. E sarà inoltre necessario adottare delle soluzioni certificate su queste funzionalità».

Tuttavia, il pieno sviluppo del 5G richiederà ancora diversi anni. «Il PNRR già sta contribuendo sul lato infrastrutturale» – commenta Giosuè Vitaglione, director telco sales EMEA di Fortinet. «Con i piani Italia a 1 Giga e Italia 5G, il Sistema Paese può recuperare il gap di investimenti non fatti negli anni passati, a causa soprattutto dello squilibrio del mercato italiano delle telecomunicazioni tra efficienza operativa, scenario molto competitivo, costi delle frequenze e capacità di investimento. Serve una visione ambiziosa e tenere la barra dritta nei piani implementativi – continua Vitaglione – considerando l’importanza e la criticità di questa infrastruttura. In questo caso, l’innovazione parte dall’offerta, motivo per il quale operatori forti e innovativi sono un elemento essenziale per generare benefici all’intero ecosistema».


Il #5G tra transizione ecologica e trasformazione digitale – Manuele Groppi #GCISystemIntegrator
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L’obiettivo del governo italiano per il 2026 è quello di offrire una connettività a 1Gbps per circa 8,5 milioni di famiglie, imprese ed enti nelle aree periferiche e ampliare la copertura 5G sul territorio nazionale. «A tal fine, sono stati dedicati circa 6,71 miliardi di euro del PNRR per realizzare interventi sulle reti a banda ultra-larga, di cui 2,02 miliardi proprio per lo sviluppo del 5G suddivisi in due bandi distinti» – spiega Manuele Groppi, solution engineer manager di GCI System Integrator. «Il primo bando è dedicato alla ristrutturazione della connettività rete fissa-radiomobile (backhauling), fondamentale per non creare colli di bottiglia e vanificare i benefici della rete 5G. La maggiore capacità verso il singolo user prevede una maggiore banda verso la rete fissa. Tutto ciò sarà possibile grazie alla fibra ottica che dovrà essere posata». Il secondo bando è rivolto all’estensione della copertura radiomobile nelle aree più remote. «Si stima che saranno necessari circa 35mila permessi e autorizzazioni per il solo piano 5G.

A parte gli ostacoli tecnici che dovranno essere superati – evidenzia Groppi – il rilascio delle autorizzazioni, non sempre in tempi brevi, potrebbe rallentare e far slittare i tempi di realizzazione previsti dal PNRR. Avere più banda indubbiamente rende più fruibili le applicazioni di tutti i giorni, tuttavia, applicazioni che necessitano di bande elevate, basse latenze e dispositivi sempre connessi rendono indispensabile la rete 5G. Basti pensare alla telemedicina».

IL POTENZIALE DEL 5G

Le prestazioni del 5G standalone e la capacità di garantire SLA per servizi specifici end-to-end attraverso il Network slicing – spiega Alberto Nardi di Cradlepoint – consentiranno l’utilizzo completo di scenari attualmente ancora limitati, come il controllo in tempo reale dei processi industriali, la telemedicina, l’agricoltura robotizzata, la realtà aumentata e persino la guida autonoma di livello 5, senza la necessità di un conducente. «Queste nuove capacità si tradurranno in ottimizzazione dei tempi, ritorno degli investimenti e riduzione dei costi di operatività: fattori strategici per le aziende italiane per competere e vincere in un mercato globale sempre più agguerrito».

Il 5G permette di avere a disposizione connessioni più veloci e un grande numero di oggetti connessi. «Le 5G Private networks, già in implementazione in vari paesi europei, consentiranno una maggiore efficienza in molti settori» – spiega Vitaglione di Fortinet. «L’uso del 5G in tali applicazioni critiche richiede maggiore focus sulla sicurezza sia delle reti che delle applicazioni: ignorare questo aspetto rischia di rendere vulnerabili intere filiere produttive». Tre le principali caratteristiche innovative della rete 5G, rispetto a quella 4G: una maggiore banda di picco (da 2Gbps, a 20Gbps), una latenza estremamente bassa (da 10-50 millisecondi del 4G a 1-4 millisecondi del 5G) e una densità di dispositivi per chilometro quadrato maggiore (da 100mila a un milione). «Da questi dati, è evidente che tutte le applicazioni che sono diffuse capillarmente e che richiedono basse latenze beneficeranno di questo tipo di rete, anzi, in alcuni casi il 5G sarà un prerequisito fondamentale» – afferma Groppi di GCI System Integrator. «Un esempio lampante saranno le applicazioni inerenti alla sanità, come per esempio la telechirurgia, l’ambulanza connessa, il telemonitoraggio strumentalmente assistito e il teleconsulto in alta definizione». In virtù dell’elevata disponibilità di banda, bassa latenza e connettività senza limiti, il 5G pone le imprese e l’intero sistema produttivo di fronte a un nuovo percorso che inevitabilmente si intreccerà sia con la transizione ecologica e la trasformazione digitale.


Il #5G come mezzo abilitante per lo sviluppo delle imprese – Stefano Andreucci @JuniperNetworks
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«La tecnologia 5G sarà il mezzo abilitante che porterà benefici alle imprese, tra cui la riduzione dei costi di alcuni processi, e quindi delle emissioni, insieme all’aumento della produttività» – osserva Stefano Andreucci, head of Service Provider, Italy & South Europe di Juniper Networks. «L’arrivo delle reti 5G sarà sempre più determinante per la filiera delle telecomunicazioni. Le nuove reti richiederanno nuovi ecosistemi con una collaborazione tra le telco e altre realtà chiave, anche di settori differenti, per garantire esperienze d’uso di qualità. Cruciali, le competenze sia specialistiche di rete sia quelle legate ai domini verticali di applicazione del 5G. L’Edge computing in ambito automotive e manifatturiero, l’URLLC per sanità e trasporti, ma anche l’Open RAN per gli operatori telco sono alcune delle applicazioni più comuni in cui risulta fondamentale l’elaborazione integrata di una soluzione di networking e sicurezza che faccia massiccio uso dell’innovazione, legata a ML e AI, che Juniper incorpora nel suo DNA».

Il 5G rappresenta una concreta possibilità di cambiamento, anche per Eugenio Chiacchia, technical account manager di NovaNext. «I benefici offerti dal 5G hanno le potenzialità di ridisegnare i servizi di connettività di tipo fisso, con wireless last mile ad altissima capacità, e di tipo mobile, con altissimi volumi di apparati connessi. La diffusione pervasiva di oggetti che hanno la capacità di interagire tra loro e con l’essere umano, in uno scambio virtuoso di conoscenza, elimina qualsiasi barriera spaziale o tecnologica».

NUOVE FUNZIONALITÀ

La prima rete privata 5G ibrida d’Europa è stata realizzata da Vodafone Business Italia al Nardò Technical Center (NTC) per Porsche Engineering. «Questa infrastruttura di rete mobile-privata, ma completamente integrata nella rete mobile pubblica di Vodafone abilita la copertura 4G e 5G in tutto il Centro Prove pugliese – spiega Alessandro Magnino, head of Global Enterprise di Vodafone Business Italia– con l’obiettivo di consentire ai clienti del Centro lo sviluppo e il testing di un’ampia serie di applicazioni tecnologiche per la mobilità del futuro, come la capacità di un veicolo di dialogare con un altro, oppure la possibilità di scambiarsi informazioni con infrastrutture lungo la strada».

Vodafone Business Italia di recente ha annunciato anche l’avvio di un progetto con l’Università di Palermo per realizzare il primo campus universitario in 5G. «L’iniziativa – spiega Magnino – prevede lo sviluppo di progetti 5G per lo sviluppo di nuove funzionalità e approcci all’istruzione e alla formazione nelle università e negli ospedali, nonché alla creazione di un sistema di assistenza continua. Grazie all’architettura altamente reattiva e alla bassa latenza del 5G, le Mobile private network stanno aprendo la strada alle applicazioni tecnologiche del futuro nei più diversi settori».

Le reti 5G e i relativi casi d’uso non solo alimentano la connettività ubiqua, ma sono anche essenziali, in collaborazione con altre tecnologie, per creare, acquisire e contestualizzare una quantità sempre maggiore di dati operativi e orientati al cliente. «L’integrazione dell’intelligenza artificiale e del Mobile edge computing porta a nuovi livelli di automazione e di decisioni autonome che consentono all’organizzazione di adattarsi in modo più rapido e accurato alle condizioni in evoluzione» – spiega Daniela Rao di IDC Europe.

Le aziende che vogliono sfruttare il 5G per raggiungere lo status di azienda agile e connessa devono, tuttavia, tenere sotto controllo una serie di fattori tecnici e commerciali nel breve e medio termine che influenzano la disponibilità delle reti 5G e, di conseguenza, la disponibilità di casi d’uso avanzati.

«Sebbene la copertura 5G abbia raggiunto quasi l’ubiquità in alcuni mercati – continua Daniela Rao – a livello globale vi sono ancora significative lacune nella disponibilità del 5G. Le multinazionali devono tenerlo presente quando pianificano di estendere l’adozione dei casi d’uso del 5G oltre un singolo sito». La funzionalità dipende dal tipo di rete 5G che viene implementata. La versione non standalone (5G NSA) utilizza una rete di accesso radio (RAN) 5G con un core di rete LTE legacy. Il 5G standalone (5G SA) utilizza la stessa RAN, ma il traffico transita sulla rete tramite un core 5G dedicato. «Le funzionalità avanzate del 5G, molto pubblicizzate, come la bassa latenza ultra affidabile e il Network slicing, sono disponibili solo nel 5G SA» – mette in guardia Daniela Rao. «Tuttavia, fino a marzo, solo 40 delle circa 240 reti 5G commerciali attive livello globale sono state lanciate con il 5G SA. La limitata disponibilità del 5G SA potrebbe scoraggiare alcune implementazioni di casi d’uso, in particolare per organizzazioni con più sedi o multinazionali. Allo stesso modo, ci sono ulteriori perfezionamenti tecnici in corso per il 5G che continueranno a fornire miglioramenti essenziali nelle funzionalità e nelle prestazioni delle reti 5G, ma che saranno disponibili solo tra alcuni anni». Alcuni dei casi d’uso più innovativi del 5G derivano dall’uso combinato di tecnologie sovrapposte alla rete 5G: intelligenza artificiale per alimentare l’analisi predittiva, multi-access edge computing per fornire insights quasi in tempo reale e software in grado di supportare il 5G per offrire un’esperienza utente differenziata. «Tutte queste tecnologie devono maturare affinché possano unirsi in casi d’uso del 5G pienamente funzionali per ottenere risultati significativi per le aziende».

Mentre la funzionalità 5G nei tradizionali smartphone/tablet/portatili sta raggiungendo l’ubiquità, la disponibilità del 5G in altri tipi di dispositivi è ancora indietro. «Sebbene il 5G accelererà l’uso di AR/VR, c’è una carenza di visori con il 5G integrato direttamente nel visore stesso (alcuni possono accedere alla funzionalità cellulare essendo collegati a una base o a un hotspot). Il settore sta ancora lavorando per affrontare le limitazioni di dimensioni, potenza e costi che hanno impedito l’uso del 5G in applicazioni IoT più tradizionali» – spiega Daniela Rao. «Nei prossimi anni, il 5G inizierà a essere disponibile commercialmente a costi competitivi per i dispositivi IoT, ma nel breve termine molte implementazioni di casi d’uso del 5G richiederanno dispositivi personalizzati».


#Nardò Technical Center: la prima rete privata #5G ibrida d’Europa – Alessandro @VodafoneIT
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IL MERCATO DEI SERVIZI

Secondo IDC, entro il 2028 le connessioni 5G rappresenteranno oltre il 65% del totale delle connessioni mobili e i relativi ricavi costituiranno circa il 62% del totale valore del mercato dei servizi di rete mobile. L’ARPU invece tenderà a decrescere e ad assestarsi su valori simili a quello dei servizi basati sulle tecnologie precedenti. «Il mercato dei servizi 5G sarà trainato dalla promozione di offerte 5G voce-dati, che offrono servizi a maggiore velocità e a prezzi competitivi, che tendono a essere simili a quelli delle tecnologie precedenti. In quest’ambito, la crescita sarà guidata dalla diffusione di device 5G e dei servizi gaming, video-streaming, broadcasting di eventi e infomobilità offerti da OTT e player specializzati, solo talvolta in partnership con le telco, che stimoleranno la domanda di consumatori e imprese di connettività mobile di alta qualità» – spiega Daniela Rao. Il segmento delle imprese, cha attualmente, in termini di connessioni rappresenta il 30% del totale delle connessioni 5G, evolverà con una progressiva diffusione delle SIM 5G e M2M nelle imprese di medie e grandi dimensioni, per l’avvio di servizi “mission-critical” delle Mobile private network e dei progetti IoT, dove la latenza e qualità dei servizi mobili è un requisito fondamentale.


Come realizzare il pieno potenziale delle reti #5G – Alberto Nardi @cradlepoint
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«La spesa delle aziende utenti delle MPN 4G/5G ora è una nicchia di modeste dimensioni, ma destinata a crescere con un ritmo molto rilevante, passando dagli attuali 11,2 milioni di euro a 178,2 milioni di euro nel 2028. Questo sviluppo sarà generato principalmente dalla domanda di poche e grandi organizzazioni pubbliche e private che hanno infrastrutture produttive e mezzi in movimento distribuiti su vaste aree territoriali». Disporre di connettività immediata, agile, con una esperienza di alta qualità end-to-end, differenziata in base alle applicazioni ma che possa garantire i più alti standard di sicurezza è alla base delle richieste di ogni azienda. «Il 5G standalone può coprire queste necessità, nel frattempo è importante che le aziende adottino già adesso delle soluzioni enterprise capaci operare sulle reti 4G/5G esistenti, ma pronte a sfruttare tutte le potenzialità del 5G standalone» – afferma Alberto Nardi di Cradlepoint. «E sul fronte sicurezza, aspetto sempre più centrale per le imprese, serve un impegno concreto da parte di tutta la filiera». In questo scenario, l’acquisizione di Ericom, specializzata in soluzioni di sicurezza basate su cloud e Zero Trust, sottolinea l’impegno di Cradlepoint nel diventare un punto di riferimento anche in questo campo.

La connettività è fondamentale per garantire la continuità operativa. La connettività attiva il cloud. La sicurezza passa per la rete. Il 5G potrà contribuire in maniera significativa a rispondere a tale necessità. «Al momento siamo solo all’inizio con i servizi FWA» – commenta Giosuè Vitaglione di Fortinet. «Ma lo scenario si svilupperà nel tempo. La tecnologia Secure SD-WAN trarrà grandi vantaggi dal miglioramento delle connessioni. Abbiamo già osservato un notevole sviluppo in questo ambito. Il che ci conduce a un assunto molto importante: la sicurezza è fondamentale, non c’è ripresa senza resilienza. Se da un lato, infatti, la connettività apre a tutta una serie di opportunità, dall’altro consente anche agli attacchi cybercrime e cyberwar di ampliare il proprio raggio di azione: su Internet tutti gli attori confinano tra di loro, e chi ha meno protezioni sarà un bersaglio preferito».


#5G #MPN Maggiore focus sulla sicurezza sia delle reti che delle applicazioni – Giosuè Vitaglione @Fortinet
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Il 5G gioca un ruolo fondamentale come abilitatore tecnologico per una serie di nuovi servizi e applicazioni come la realtà aumentata (AR), la blockchain, il metaverso, la telemedicina e i veicoli a guida autonoma. Tuttavia, queste innovazioni pongono sfide significative in termini di profili di traffico, latenza e resilienza che devono essere affrontate adeguatamente. «Sarà perciò cruciale avere un’architettura di networking flessibile, pronta a gestire i nuovi pattern di servizio, sicura e affidabile» – spiega Stefano Andreucci di Juniper Networks. Per affrontare queste sfide, Juniper ha fatto investimenti strategici nello sviluppo di chipset proprietari che offrono la flessibilità necessaria per gestire efficacemente una vasta gamma di tipologie di traffico e applicazioni. Parallelamente, il 5G sta accelerando l’evoluzione verso soluzioni di tipo ibrido e/o multicloud – «un trend che in Italia sta subendo un’accelerazione decisa anche alla luce degli investimenti previsti in ottica digitalizzazione e modernizzazione del mondo dell’impresa e della PA, grazie al PNRR e alla creazione del Polo Strategico Nazionale» – continua Andreucci. «Secondo noi di Juniper è necessario lavorare su livelli di astrazione che siano strettamente legati al servizio, e non alla sua puntuale implementazione. Inoltre, è fondamentale mettere in pratica quello che è il nostro approccio di tipo intent-based o application-oriented networking, che permette di fornire ai nostri clienti una soluzione con un’orchestrazione centralizzata e una visione unificata end-to-end».

Il 5G è in grado di supportare applicazioni che prima erano fruibili solo con connettività cablata. «L’utilizzo massivo dei Big Data in real-time garantisce l’evoluzione dei servizi, la crescita della competitività e il miglioramento della customer experience» – afferma Eugenio Chiacchia di NovaNext. «Le aziende pubbliche, per esempio, possono realizzare un insieme di servizi urbani che migliorano l’assistenza, la sicurezza e la riduzione delle emissioni. Le aziende private, invece, possono implementare in maniera diffusa servizi in grado di aumentare la produttività migliorando, al contempo, la qualità lavorativa dei collaboratori. Applicazioni come l’IoT, l’AR, l’automazione, la telemedicina, la mobilità, la sicurezza fisica, l’efficientamento energetico, dei processi, dei consumi e delle emissioni sono aspetti fondamentali per le aziende e necessitano quindi di soluzioni avanzate, realizzabili solo se supportate da una connettività affidabile, performante e pervasiva».


Il #5G come concreta possibilità di cambiamento – Eugenio Chiacchia @NovaNextItalia
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Vodafone ha svolto un ampio programma di sperimentazioni sul 5G, riconoscendone da subito le grandi potenzialità. Come risultato, le aziende stanno investendo in modo significativo per trasformare in modo sostanziale la propria infrastruttura digitale, abbracciando appieno le opportunità offerte dal 5G.

«Le reti 5G e in particolare le reti MPN dedicate per le aziende saranno sempre più rilevanti in diversi settori – spiega Alessandro Magnino di Vodafone Business Italia. «In campo industriale, per la logistica, per le utilities, per la pubblica amministrazione o ancora nel settore sanitario o della formazione. Nel manifatturiero queste reti possono collegare impianti e macchinari per la raccolta istantanea di informazioni per migliorare i processi produttivi».

LA PROMESSA DEL 5G

Il 5G porta con sé la promessa di rivoluzionare i processi di innovazione e digitalizzazione. «La promessa del 5G di connettere una miriade di oggetti, oltre alle persone, con ampiezza di banda, bassissima latenza e grande capillarità, inizia a concretizzarsi con gli investimenti delle grandi imprese distribuite per la realizzazione di reti mobili private (MPN) basate su tecnologia LTE e 5G» – spiega Daniela Rao di IDC Europe. «In prospettiva, le reti private 5G, rappresentano un vero passo avanti nella connessione di device e sensori, superando molti limiti delle reti cablate e del Wi-Fi: capillarità, stabilità, bassa latenza e sicurezza delle connessioni, insieme all’integrazione sono le sfide da affrontare. Tuttavia, in Europa, la connettività della maggior parte dei grandi progetti IoT è ancora supportata dalle reti basate sulle tecnologie mobili NB-IoT e LTE-M (delle precedenti generazioni mobili) e dalle reti LPWAN su spettro non licenziato. Nel frattempo, le più importanti implementazioni della tecnologia 5G avverranno a livello delle infrastrutture di rete, non visibili da consumatori e utenti finali, ma fondamentali per sostenere il Fixed wireless access e offrire servizi a banda ultralarga in aree territoriali non economicamente raggiungibili dalla rete fissa». In definitiva, nei prossimi il 4-5 anni sarà ancora lo standard 4G a sostenere la maggior parte delle comunicazioni su rete mobile, anche se gli smartphone 5G si diffonderanno più velocemente arrivando a rappresentare il 90% delle unità vendute nel 2025. Stando agli ultimi aggiornamenti, secondo IDC, la previsione di spesa delle organizzazioni end-user per infrastrutture LTE/5G nel mondo passerà da 1.990 milioni di dollari nel 2022 a 5.237 milioni nel 2027, con un CAGR del 21,5%. Ma nell’arco del 2024 – spiega Daniela Rao – «vedremo diverse imprese italiane implementare MPN LTE/5G con un patchwork di architetture e modelli di distribuzione, il contributo di più fornitori e un probabile allungamento dei tempi di realizzazione in ragione dei costi e delle complessità dello sviluppo di questi progetti». Tra le cause dei ritardi accumulati, c’è anche la soglia dei limiti di emissione elettromagnetica italiana, la più bassa in Europa – spiega Daniela Rao. In Italia, i limiti sono a 6 volt per metro quadrato, soglia fissata 20 anni fa e 10 volte inferiore a quella applicata nei paesi dell’Unione Europea, tra cui Germania, Francia e Spagna. Tuttavia, per associazioni di cittadini e organizzazioni, come Legambiente, i limiti elettromagnetici non vanno modificati. Al momento, il governo sta studiando modifiche al Codice delle comunicazioni e un decreto legge da 1,5 miliardi che prevede limiti all’elettrosmog più alti. «La rivoluzione 5G non dipende solo dalle reti – commenta Daniela Rao – ma dalla capacità di imprese e istituzioni di digitalizzare i processi e lanciare nuovi servizi e applicazioni che permettano davvero l’interazione online e il dialogo esteso anche tra persone, oggetti e macchine connesse: un percorso lungo, molto complesso che è cominciato ma che diventerà visibile sul mercato di massa solo nell’arco dei prossimi 4-5 anni».

IL RUOLO CHIAVE DELLE TELCO

Investimenti, formazione, sicurezza delle applicazioni e protezione dei dati. Quali sono le sfide che le imprese devono affrontare nel passaggio al 5G e nella trasformazione delle reti wireless WAN? Molti verticali sono interessati alle reti mobili private 5G, ma cresceranno a ritmi diversi a seconda della criticità dei casi d’uso e dei risultati finanziari delle implementazioni delle reti mobili private. Tra le sfide principali ci sono la complessità operativa, la carenza di personale qualificato e la bassa implementazione dello spettro industriale in tutta Europa. «Le implementazioni delle reti mobili private possono essere complesse, specialmente se la nuova rete fa parte di un più ampio programma di trasformazione digitale, che comprende la gestione dettagliata del progetto, le competenze in radio, rete, sicurezza, cloud e applicazioni. Inoltre, la gamma di competenze necessarie per costruire e mantenere le reti private continuerà a essere scarsa» – spiega Daniela Rao di IDC Europe. «Le organizzazioni dovranno rivolgersi ai partner giusti per acquisire le competenze che non possiedono internamente o che non considerano come competenza principale».

E alcuni fornitori non saranno in grado di supportare implementazioni in tutti i paesi europei. «Le organizzazioni che operano in più paesi europei – continua Daniela Rao – si trovano ad affrontare problemi di eterogeneità riguardo allo spettro, poiché questi paesi utilizzano diverse bande di frequenza e l’acquisizione dello spettro è soggetta a processi e tempi diversi. Le organizzazioni potrebbero essere costrette a implementare una serie di architetture e modelli di distribuzione diversi, lavorare con una gamma di fornitori o ritardare il rollout. Anche se lavorare con una gamma di fornitori potrebbe in alcuni casi contribuire a mitigare il rischio, tuttavia, l’eterogeneità potrebbe aumentare i costi iniziali e continui delle reti mobili private e aggiungere complessità».

La trasformazione della connettività deve avvenire senza aggiungere complessità e senza peggiorare le sfide già presenti. «Il cliente che si orienta al 5G si aspetta di avere una tecnologia radio complementare rispetto ad altre tecnologia di rete, come il Wi-Fi 6 e con la possibilità di avere una policy coerente di accesso» – spiega Fabrizio Gergely di Cisco Italia. «I vendor tecnologici possono facilitare il mercato, come già stanno facendo, attraverso lo sviluppo di offerte sempre più competitive per sfruttare il 5G in questa fase di passaggio, ma soprattutto integrando nella proposta architetturale in modo nativo, tutti quegli elementi necessari per fare sì che i livelli di prestazioni previsti siano mantenuti, per esempio, sviluppando la full stack observability, la sicurezza nativa sulla rete, algoritmi predittivi capaci di anticipare potenziali problemi e ridirigere il traffico in modo ottimale, soluzioni all’Edge della rete per consentire un’elaborazione scalabile di dati in tempo reale».

Le competenze sono molto importanti, in particolare per la cybersecurity. A tal proposito, Fortinet sta investendo non solo in tecnologia, ma anche in formazione gratuita per clienti e partners con l’obiettivo di formare un milione di esperti entro il 2026 a livello globale «Il 5G rappresenta un’opportunità senza precedenti per l’ammodernamento del nostro Paese e, a partire dalla tecnologia Wireless WAN, diventerà un elemento competitivo di primaria importanza per l’infrastruttura digitale nazionale» – conclude Giosuè Vitaglione di Fortinet. «In questo contesto, gli operatori telefonici hanno un ruolo chiave e devono essere sostenuti negli investimenti. Ma allo stesso tempo, non vanno disperse le competenze, necessarie per l’innovazione».


Cradlepoint: 5G e Wireless WAN

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Beyond ransomware. Guida alla resilienza operativa https://www.datamanager.it/2023/07/beyond-ransomware-guida-alla-resilienza-operativa/ Mon, 10 Jul 2023 07:22:27 +0000 https://www.datamanager.it/?p=229326 Test, aggiornamenti e integrazione nella cultura aziendale. Consapevolezza, impatto finanziario e operativo. Come creare e implementare un piano di continuità contro gli attacchi ransomware per salvaguardare gli asset aziendali, rafforzando la security awareness Incendi, allagamenti, terremoti sono alcuni degli eventi di cui si nutrono i piani di continuità aziendale. Meno frequente, fuori dall’ambito IT e […]

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Test, aggiornamenti e integrazione nella cultura aziendale. Consapevolezza, impatto finanziario e operativo. Come creare e implementare un piano di continuità contro gli attacchi ransomware per salvaguardare gli asset aziendali, rafforzando la security awareness

Incendi, allagamenti, terremoti sono alcuni degli eventi di cui si nutrono i piani di continuità aziendale. Meno frequente, fuori dall’ambito IT e della security, ragionare sulle conseguenze di un attacco ransomware e stimarne gli impatti. Attacchi che spesso non ricevono la stessa copertura mediatica di altri eventi catastrofici. Il che può contribuire a una mancanza di consapevolezza e comprensione dell’impatto finanziario, operativo e reputazionale. Aggiungiamo il fatto che molti ritengono erroneamente che le probabilità di subire un attacco ransomware siano basse. Questa convinzione è spesso rafforzata dal fatto di non aver mai subito un attacco e dalla percezione che la propria attività non sia un obiettivo rilevante per i criminali informatici C’è poi il sempiterno tema dei costi, legato alla volontà e alla possibilità di dedicare risorse finanziarie o umane alla prevenzione degli attacchi.

Naturalmente, il ransomware non si cura della pervasività di tutte queste “buone ragioni” e continua a espandersi e a colpire, utilizzando tecniche e vettori di trasmissione più vari: dall’evergreen e-mail di phishing allo sfruttamento di vulnerabilità note nei software e nei browser per infiltrarsi nei sistemi delle vittime (exploit kits); dalle tecniche di Drive-by downloads che scaricano codice infetto senza alcun intervento diretto dall’utente, basta navigare su un sito web virato, agli attacchi tramite server RDP non protetti o con password deboli, propedeutici alla penetrazione vera e propria all’interno del sistema, dai quali poi installare il ransomware e cifrare i dati; e ancora malvertising (annunci pubblicitari online utilizzati per diffondere ransomware), social engineering fino al Ransomware as a Service (RaaS), ovvero l’offerta completa di servizi a pagamento, con tutti gli strumenti e l’infrastruttura necessaria per sferrare un attacco.

«Il ransomware sta migrando verso questo ecosistema adottando un modello di business simile a quello dei servizi cloud, in cui i creatori del ransomware offrono il loro software e infrastrutture come servizio a terzi, a pagamento» – spiega Martin Zugec, director, technical marketing, WW Enterprise Marketing di Bitdefender. Questo modello facilita la diffusione del malware verso un’ampia platea di soggetti e organizzazioni criminali, aumentando il numero di potenziali vittime e incrementando i profitti per tutta la filiera del cybercrime. Inoltre, il modello incorpora tutti gli strumenti della fidelizzazione commerciale. Con i fornitori di Ransomware as a Service pronti a offrire aggiornamenti regolari di software e codice oppure a fornire assistenza tecnica in caso di problemi. Del resto – come conferma Zugec – «i principali operatori di ransomware si sono trasformati da tecnici a manager aziendali esperti, guidati dall’obiettivo di massimizzare i profitti riducendo al minimo i rischi e costi».


#cybersec #BCP La ripristinabilità dei dati come obiettivo principale Martin Zugec @Bitdefender
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La maggior parte degli attacchi ransomware in Europa è causata da una navigazione in Internet non sicura, da malware su supporti rimovibili, per esempio, una chiavetta USB, e dall’apertura di allegati dannosi. «Metodi collaudati che sfruttano coloro che stanno solo cercando di svolgere il proprio lavoro, come il personale HR che apre regolarmente gli allegati dai candidati al lavoro» – spiega David Clemente, research director di IDC Europe. Gli strumenti e le tecniche di attacco sono in continua evoluzione. Perciò rimanere aggiornati sulle ultime minacce resta essenziale per proteggere al meglio dispositivi e dati. «Le strategie possono cambiare in base all’obiettivo» – ci dice Alex Galimi, sales engineer di Trend Micro Italia. «Se si prende di mira una grossa azienda si può utilizzare l’intelligenza artificiale per creare deep fake e dare il via alla cosiddetta truffa del CEO. Oppure, si può partire da azioni di ingegneria sociale per colpire una figura aziendale particolare attraverso comunicazioni e-mail con allegati maligni. O infiltrarsi con movimenti laterali, partendo dalla rete domestica di un dipendente o un fornitore. I metodi sono molti».


#cybersec #BCP Guida alle componenti tecnologiche e ai processi operativi Alex Galimi @TrendMicroItaly
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Se la miglior protezione è la prevenzione, allora un piano di continuità aziendale è la risposta più efficace che un’azienda possa mettere in campo – spiega Federica Maria Rita Livelli, membro del Comitato Scientifico di CLUSIT. «Si tratta di prepararsi in tempo di pace per agire in tempo di guerra. Implementare una strategia di risk management, business continuity e cybersecurity permette di limitare i rischi e di non abbassare la guardia».

IL PIANO DI CONTINUITÀ OPERATIVA

Un piano di continuità di business, ben progettato, modellato sulle specifiche esigenze dell’azienda, implementato e mantenuto, può ridurre l’impatto di un attacco ransomware e consentire di riprendere le normali operazioni in tempi più rapidi. Un piano di continuità operativa, degno di questo nome, deve includere un insieme di procedure e regole che definiscono come i dati critici di un’organizzazione vengono copiati, archiviati, preferibilmente su dispositivi o sistemi separati dalla rete principale dell’azienda per ridurre il rischio che un attacco ransomware o un’altra forma di compromissione corrompa anche i salvataggi effettuati. «Di fatto, il backup è da considerarsi l’ultima linea di difesa in qualsiasi piano di resilienza informatica e, come tale, dovrebbe essere eseguito periodicamente» – afferma Livelli di CLUSIT.

Per garantire un’adeguata protezione dei dati il piano deve tenere conto di diversi aspetti, a partire dalla tipologia e dalla frequenza dei salvataggi. La combinazione di diversi tipi di backup dovrebbe garantire una maggiore resilienza. È consigliabile adottare una strategia di backup che includa non solo copie di sicurezza complete, ma anche differenziali o incrementali, utilizzando una combinazione di opzioni come il cloud e dispositivi di archiviazione esterni. Per quanto riguarda la frequenza, bisogna considerare la quantità di dati generati e il livello di tolleranza dell’azienda al rischio di perdita dei dati. In particolare, un piano di backup efficace deve prevedere come rispondere a chi ha tutto l’interesse a impedire il recupero dei dati, come nel caso di un attacco ransomware. È cruciale avere un approccio proattivo per contrastare tale minaccia e garantire la ripristinabilità dei dati. Come afferma Zugec di Bitdefender, una volta che un affiliato al ransomware ha ottenuto l’accesso alla rete aziendale, l’obiettivo principale diventa la ripristinabilità dei dati. Pertanto, è essenziale implementare un piano di backup robusto e sicuro che consideri specificamente la minaccia del ransomware e preveda procedure specifiche per il ripristino dei dati in caso di attacco.


#cybersec #BCP Prepararsi in tempo di pace per agire in tempo di guerra Federica Maria Rita Livelli @Clusit
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Per proteggersi dalla perdita di dati, Livelli di CLUSIT suggerisce di seguire la regola del 3-2-1: «Effettuare tre copie di back-up; conservare i back-up su almeno due diversi tipi di supporti di archiviazione; archiviare un backup in luogo diverso dalla sede principale di utilizzo, in modo tale da garantirsi che una copia sia al sicuro altrove». Conservare più versioni dei dati può essere utile nel caso in cui si verifichino errori o corruzioni dei file. Inoltre, in caso di attacco, la possibilità di ripristinare versioni precedenti dei file riduce l’impatto causato dalla cifratura dei dati, altro piatto forte chi attacca.

Una strategia di backup efficace deve anche affrontare il rischio di violazione di un account che potrebbe causare la compromissione o la distruzione delle istanze di backup. «I backup non crittografati, infatti, potrebbero essere compromessi, consentendo agli aggressori di leggere i dati e iniettare malware nel backup stesso in modo tale che, se i server dell’organizzazione venissero successivamente compromessi, il backup reinfetterebbe i server al momento del ripristino» – mette in guardia Livelli di CLUSIT. «Crittografare i dati rappresenta una best practice fondamentale che può fornire un ulteriore livello di sicurezza nel caso in cui i backup dovessero finire nelle mani sbagliate».

SALVATAGGIO O RESISTENZA?

Non c’è accordo, invece, sul fatto che sia necessario o meno includere una risposta a una richiesta di riscatto all’interno di un piano di continuità aziendale. Ma di certo, valutare entrambe le opzioni è necessario per stimare in quanto tempo il business, i servizi e le operations torneranno attivi. Fino a che punto l’azienda può permettersi di pagare un riscatto, tenendo conto che l’importo richiesto può variare significativamente e che il pagamento del riscatto non garantisce in alcun modo il ripristino dei dati? Queste considerazioni evidenziano la complessità e l’incertezza associate alla decisione di pagare un riscatto.

«La redditività di un attacco varia nel tempo a seconda di vari fattori» – spiega Christian Maggioni, chief security officer di Altea Federation ed executive managing director & Equity Partner di Altea 365. «Semplificando al massimo, un riscatto vale meno più passa il tempo, per lo sblocco del sequestro dei dati. Ecco perché alcuni gruppi criminali mettono all’asta i dati esfiltrati al miglior offerente». Ogni situazione è unica nel suo genere e la decisione finale può dipendere da molte variabili. Di certo, decidere di non pagare equivale a scommettere sull’efficienza dei propri backup. Allo stesso modo, la decisione di intraprendere trattative con i criminali informatici è legata alla stima dei tempi di interruzione e ripristino delle operazioni, un aspetto centrale all’interno del piano di continuità aziendale.


#cybersec #BCP La verifica periodica come condizione del ripristino Christian Maggioni @alteafederation
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«In Europa, il pagamento medio richiesto per incidente ammonta a circa 200mila euro» – afferma Clemente di IDC Europe. Tuttavia, anche se il costo del riscatto può essere contenuto – secondo i dati IDC – la maggior parte delle vittime europee di attacchi ransomware perde l’accesso ai propri sistemi o dati per un periodo che varia da uno a sette giorni per incidente. Più che sufficienti per perdere clienti, ordini e commesse. Perciò è del tutto superfluo sottolineare quanto sia importante stimare in modo affidabile i tempi di inattività dell’azienda prima di tornare alla piena operatività: stima che richiede un’analisi accurata dei sistemi critici, dei processi chiave, e dei dati critici per identificare le aree più vulnerabili e determinare le conseguenze operative, finanziarie e reputazionali dell’attacco. Un primo passo è stimare i tempi di ripristino per i diversi sistemi e servizi aziendali, in base alla loro criticità. Per esempio, i sistemi critici per la continuità delle operazioni potrebbero richiedere un ripristino prioritario entro poche ore; per altri servizi i tempi di ripristino possono essere più flessibili. Altrettanto cruciale è prevedere all’interno della strategia di backup risorse e competenze dedicate alla gestione degli incidenti di sicurezza. Questo implica l’assegnazione di personale specializzato e l’adozione di procedure specifiche per affrontare e rispondere in modo tempestivo ed efficace agli eventi di sicurezza. «Contro ogni genere di attacco, ma in particolare in caso di ransomware, bisogna prevedere una strategia di security solida da un punto di vista tecnico ma anche umano» – concorda Galimi di Trend Micro Italia. «Assicurandosi che l’intera forza lavoro sia consapevole e continuamente aggiornata circa i nuovi rischi e possibili attacchi». Questo aiuta a ridurre il rischio di successo degli attacchi e a migliorare la capacità degli utenti di riconoscere le potenziali minacce provenienti da hardware, software e servizi esterni. Inoltre, consente di sviluppare una cultura di sicurezza informatica in cui tutti gli utenti sono consapevoli dei rischi, adottando pratiche sicure nell’utilizzo di dispositivi e servizi.


#cybersec #BCP Analisi dei rischi, stima dei tempi di inattività e ripristino David Clemente @IDC_EMEA
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L’integrazione di risorse e l’investimento in competenze nel piano di backup contribuiscono a rafforzare la sicurezza complessiva dell’organizzazione. Una prospettiva condivisa anche da Leonida Gianfagna, CTO di Cyber Guru che sottolinea come oltre a pianificare barriere di sicurezza sempre più solide per proteggere le aziende sia prioritario affidarsi a programmi avanzati di formazione di Security Awareness. «Programmi che permettono a ogni dipendente, a prescindere dal ruolo che svolge, di trasformarsi nella prima barriera anti-ransomware e di essere sempre in grado, attraverso un esercizio continuo, di riconoscere immediatamente l’elemento di rischio e fermarlo in tempo. Solo in questo modo – afferma Gianfagna – è possibile proteggere i dati aziendali ed evitare i danni derivanti da eventuali attacchi di questo tipo».


#cybersec #BCP La security awareness come prima linea contro gli attacchi Leonida Gianfagna #CyberGuru
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MAPPARE LE VULNERABILITÀ

La tecnologia di sicurezza, come è emerso parlando della strategia di backup, è uno dei fattori chiave per garantire la continuità delle operazioni. Per ridurre i rischi e le vulnerabilità identificate nel piano di continuità aziendale è fondamentale integrare i sistemi di monitoraggio e allarme, firewall, antivirus, sistemi di sicurezza fisica, rilevamento delle intrusioni, crittografia e così via nelle strategie di risposta agli incidenti, nelle procedure di ripristino dei sistemi e nelle attività di backup e recupero dei dati. Questa integrazione garantisce un approccio completo alla sicurezza informatica, in cui tutte le componenti lavorano in sinergia per rilevare, prevenire e mitigare gli attacchi, nonché per ripristinare rapidamente i sistemi e i dati in caso di incidenti. La tecnologia di sicurezza dovrebbe perciò essere selezionata, implementata e mantenuta in conformità con le misure di sicurezza necessarie per proteggere l’azienda dai rischi individuati nel piano di continuità. «La conoscenza profonda della propria organizzazione e la conseguente mappatura dei rischi sono il presupposto per la definizione di qualsiasi contromisura» – osserva Andrea Paita, Cybersecurity Services manager di S3K, che suggerisce di iniziare focalizzandosi sulla governance e sull’implementazione di un Sistema di Gestione della Sicurezza delle Informazioni. «L’adozione di uno standard ben definito, come l’ISO 27001, consente di stabilire immediatamente uno scope, identificare le informazioni da proteggere e di condurre una valutazione dei rischi individuando le minacce a cui l’organizzazione è esposta, inclusi i ransomware, e implementare correttamente i controlli proposti. Questo approccio consapevole fornisce una solida base per affrontare efficacemente le sfide della sicurezza informatica». Sembra un’ovvietà – commenta Paita – «ma ancora oggi a mancare è soprattutto un approccio organizzato alla sicurezza». Nel caso in cui un’organizzazione non possa permettersi di avere una struttura dedicata alla gestione della sicurezza delle informazioni, con un CISO che coordina le attività, è possibile fare affidamento su servizi esterni, come quelli di CISO as a Service. S3K, per esempio, offre ai propri clienti la possibilità di accedere a tali servizi, anche tramite il proprio Security Operations Center (SOC). Questa soluzione consente alle organizzazioni di usufruire di competenze specializzate e di un supporto professionale per garantire una gestione efficace e adeguata della sicurezza delle informazioni, anche in assenza di risorse interne dedicate. Un piano di contenimento e recupero di dati e asset dovrebbe suddividersi tra componenti tecnologiche e processi operativi, per ottenere una sorta di guida aziendale per contrastare un attacco informatico. «In caso di attacco – spiega Galimi di Trend Micro Italia – le tecnologie saranno utili per garantire visibilità su reti e dispositivi, mentre i processi operativi dovranno definire le linee guida per semplificare e velocizzare le fasi di isolamento dei sistemi compromessi e l’identificazione della catena di attacco e contenimento su tutti i livelli dell’infrastruttura: firewall, endpoint, server, reti, ambienti cloud, hypervisor e così via».


#cybersec #BCP Governance e implementazione della sicurezza informatica Andrea Paita @S3K_SpA
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APPROCCIO DIFENSIVO

Marco Gioanola, sales engineer di Zscaler concorda sulla necessità di un approccio “difensivo” basato sulla ridondanza e il backup dei dati, ma sottolinea altresì l’importanza di concentrarsi sulla protezione dell’accesso ai dati, identificandone natura e localizzazione: «Stiamo parlando di dati che risiedono nei file server legacy on premise, nei drive cloud, nelle caselle di posta degli utenti, nei sistemi di instant messaging e, sotto forma di codice, nelle applicazioni sviluppate in ambienti PaaS/IaaS. Ognuno di questi ambienti può essere un canale di infiltrazione del malware, utilizzabile non solo per la cifratura dei dati a scopo di estorsione, quanto soprattutto all’esfiltrazione di dati sensibili o di proprietà intellettuale».

Da qui, sorge la necessità di avere a disposizione una piattaforma di protezione completa – come sottolinea Gioanola – in grado di applicare regole uniformi di accesso e protezione dei dati in ambienti eterogenei. Questo è l’obiettivo di Zero Trust Exchange di Zscaler, che rappresenta il concetto di Security Service Edge, consentendo l’applicazione di policy Zero Trust sia ai dati in transito che a quelli at-rest. L’approccio SSE integra servizi di sicurezza direttamente nel percorso del traffico dati e consente di implementare politiche di sicurezza coerenti e uniformi in tutto l’ambiente aziendale, indipendentemente dalla posizione fisica degli utenti o delle risorse. In questo modo, è possibile garantire una protezione completa e coerente dei dati lungo tutto il percorso, tenendo conto delle diverse situazioni e fornendo un metodo sicuro e affidabile alla gestione delle informazioni. Come i sistemi di backup e ripristino, anche le soluzioni di sicurezza richiedono sessioni regolari di test per verificare la loro efficacia. Nel piano di sicurezza, è importante includere una strategia per condurre test periodici e accurati delle soluzioni implementate. Per esempio, utilizzando vulnerability assessment, penetration test, simulazioni di attacchi, tutte attività idonee anche per valutare la capacità delle soluzioni di rilevare e mitigare le minacce. Altrettanto importante è testare i processi di gestione degli aggiornamenti di sistemi e software utilizzati dall’azienda, verificando che aggiornamenti e patch siano correttamente implementati, non causino problemi di compatibilità o interruzioni del servizio e siano in grado di mitigare le vulnerabilità note. Nel caso in cui l’azienda si affidi a fornitori di sicurezza esterni, è importante prevedere e sollecitare una valutazione periodica dell’efficacia delle soluzioni e dei servizi forniti. Questo permette di verificare che i fornitori stiano adempiendo alle aspettative e che le soluzioni fornite siano all’altezza delle minacce attuali.


#cybersec #BCP Regole di accesso e protezione in ambienti eterogenei Marco Gioanola @zscaler
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COME RIDURRE I RISCHI

Se un piano di continuità aziendale non viene regolarmente testato e aggiornato, c’è il rischio quando viene il momento di utilizzarlo che risulti obsoleto o inefficace. Per esempio, nel caso di aver deciso in passato di affidarsi esclusivamente a supporti di archiviazione fisici, come cassette o dischi rigidi esterni, per il backup dei dati critici dell’azienda, vulnerabili a danni fisici come danni accidentali o allagamenti.

In questo caso, potrebbe essere necessario rivedere il piano e implementare soluzioni di backup più resilienti, come il backup su cloud o l’utilizzo di infrastrutture ridondanti. Inoltre, se il personale non è adeguatamente formato e consapevole delle sue responsabilità e delle procedure da seguire in caso di emergenza, potrebbero verificarsi errori o ritardi nella risposta agli incidenti. In questo caso, sarebbe essenziale fornire una formazione adeguata per garantire che le persone siano in grado di gestire correttamente le situazioni di emergenza, compresi gli attacchi ransomware. Il ripristino rapido e affidabile dei dati è un aspetto critico della continuità operativa in caso di eventi avversi come un attacco ransomware, un errore umano o un disastro naturale. Un piano di continuità aziendale deve perciò prevedere il test dei sistemi di backup. «È fondamentale testare il backup in modo da verificarne la funzionalità ed essere sicuri di poter accedere ai dati nel momento del bisogno» – conferma Livelli di CLUSIT. «Allo stesso modo, testare regolarmente la procedura di ripristino aiuta a identificare eventuali problemi o lacune nel processo di backup e ripristino, prima che si verifichino situazioni critiche». Numerosi i punti da considerare, a partire da ambito e frequenza dei test. Tutti i componenti critici del processo – software e server di backup, dispositivi di storage e ripristino dei dati – dovrebbero essere oggetto di test. Così come la connettività di rete e il processo di replicazione dei dati, verificando per quest’ultima operazione la corretta archiviazione e, se prevista, la crittografia dei dati. Ogni azienda ha esigenze specifiche, ma in genere la frequenza dipende dalla complessità dei sistemi di backup e dalla criticità dei dati. È consigliabile testare i backup almeno una volta all’anno, ma in alcuni casi potrebbe essere necessario eseguire test più frequenti, soprattutto per i dati critici o in ambienti aziendali ad alto rischio. I test dei sistemi dovrebbero includere una varietà di scenari al fine di garantire un’adeguata copertura. Questi scenari possono includere il ripristino di file o cartelle specifiche, server completi e applicazioni critiche. È importante testare anche il ripristino in ambienti di test isolati, in modo da simulare le condizioni reali e verificare l’efficacia del ripristino. Durante i test, è consigliabile eseguire prove di ripristino da un punto temporale specifico, in modo da valutare la capacità di recuperare i dati in diverse fasi del tempo. Questo è particolarmente importante per le aziende che richiedono un ripristino dei dati ad uno stato precedente a un evento indesiderato, come un attacco ransomware o un errore umano. Inoltre, è consigliabile testare la capacità di ripristino su hardware diversi, poiché potrebbe essere necessario sostituire o aggiornare l’hardware utilizzato per il backup e il ripristino dei dati nel corso del tempo.

Dopo ogni test, infine, è importante valutare i risultati ottenuti e identificare eventuali aree di miglioramento. Se si verificano errori o problemi nel ripristino dei dati, è necessario indagare sulle cause e prendere provvedimenti correttivi per migliorare l’efficacia di sistemi e procedure. Tutto il management deve essere consapevole della necessità di verifiche periodiche. «Non è possibile garantire il recupero dei backup senza una verifica periodica» – osserva Christian Maggioni di Altea Federation. «Parlare con altre aziende vittime di attacchi informatici può favorire una maggior consapevolezza dei rischi e lo scambio best practice. Spesso i nostri clienti – continua Maggioni – acquistano un servizio di assessment per verificare se i sistemi di backup sono configurati secondo le best practice e che i dati siano effettivamente ripristinabili: questo aiuta il team IT e il management ad avere una migliore visione dei sistemi».


#cybersec #BCP La continuità come fulcro della strategia di security – Giovanni Bombi @Westcon_Italy
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AL CENTRO DELLA RESILIENZA

Le persone sono l’anima di un piano di business continuity. Se il personale non è coinvolto nella creazione e nell’implementazione del piano aumentano le probabilità che vengano a mancare la consapevolezza e l’impegno necessari per eseguire le azioni corrispondenti in caso di emergenza. Un macigno sull’efficacia del piano. «La continuità operativa è un elemento fondamentale per la strategia di security di tutte le aziende che devono mantenere operative le funzioni critiche anche durante un’emergenza o un’interruzione delle attività, in modo da non compromettere il proprio business e la loro immagine sul mercato» – spiega Giovanni Bombi, NGS business development manager di Westcon.

«La business continuity richiede la valutazione della rilevanza delle diverse funzioni aziendali nell’ambito di un’analisi dell’impatto e la pianificazione di un piano per mantenere operative almeno le componenti più critiche anche in caso di anomalie». Oltre alle tecnologie leader di mercato, Westcon offre ai propri partner tutto il supporto di prevendita necessario e una serie di strumenti come i 3D Lab, laboratori gratuiti per testare le soluzioni integrate tra loro e simulare scenari di attacco per poi presentarle ai clienti finali o formare il personale. Tutti i membri chiave dell’organizzazione devono perciò essere consapevoli delle loro responsabilità specifiche in caso di emergenza, delle modalità di svolgimento e della collocazione del piano stesso, la cui accessibilità non è un aspetto da sottovalutare.

Il personale coinvolto deve essere adeguatamente formato e addestrato sulle procedure e le azioni specifiche da intraprendere, attraverso periodiche esercitazioni pratiche o simulazioni. Testare l’efficacia della formazione in cybersicurezza aiuta a identificare i punti di forza e le aree di miglioramento sia nella consapevolezza che nell’adozione dei comportamenti corretti da parte del personale. Se poi come sempre più spesso si verifica il piano coinvolge fornitori di servizi esterni o altre parti interessate, oltre a condividere il piano, il personale esterno va fattivamente coinvolto nelle simulazioni, in modo da verificare l’allineamento dei loro piani di continuità aziendale con quelli dell’organizzazione.

Un piano di continuità aziendale potrebbe essere ben scritto e dettagliato, ma mancare di una adeguata implementazione o considerazione delle situazioni reali; oppure non tenere conto delle specifiche esigenze e delle realtà operative dell’azienda. Se le procedure e le soluzioni proposte non sono realistiche o praticabili, il piano risulterebbe inefficace e irrealistico. Al tempo stesso un piano di continuità aziendale richiede una chiara assegnazione delle responsabilità e una guida adeguata a garantire la sua attuazione. Se manca una leadership forte e un’effettiva accountability, il piano potrebbe essere considerato come un semplice documento burocratico senza un vero impatto operativo. In pratica, una tigre di carta. Per tutte queste ragioni, il piano di continuità aziendale deve essere un documento vivo che non va relegato in fondo a un cassetto e dimenticato. «Business continuity e Disaster recovery plan devono essere periodicamente testati ed aggiornati, non solo in base agli esiti dei test, ma anche in relazione all’evoluzione tecnologica, organizzativa, normativa e di mercato in modo tale da verificarne l’adeguatezza e permettere all’organizzazione di allenare il proprio “muscolo” della resilienza» – conclude Livelli di CLUSIT.

Solo attraverso una vera integrazione nella cultura aziendale, il piano può dimostrare la sua efficacia e il reale valore nella gestione delle emergenze e nel garantire la continuità delle operazioni.


Smeup: La business continuity nel mondo digitale

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Data Fabric, Data Mesh o entrambi? https://www.datamanager.it/2023/07/data-fabric-data-mesh-o-entrambi/ Fri, 07 Jul 2023 11:30:49 +0000 https://www.datamanager.it/?p=228897 Oggi, i C-level di medie e grandi aziende stanno maturando una crescente consapevolezza sull’importanza che ogni modello di business debba essere data-driven: i dati, la business intelligence, tecnologie come machine learning e artificial intelligence dovranno essere parte integrante delle strategie attuali e future. Il fatto che questo accada veramente dipende però, tra le altre cose, […]

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Oggi, i C-level di medie e grandi aziende stanno maturando una crescente consapevolezza sull’importanza che ogni modello di business debba essere data-driven: i dati, la business intelligence, tecnologie come machine learning e artificial intelligence dovranno essere parte integrante delle strategie attuali e future.

Il fatto che questo accada veramente dipende però, tra le altre cose, anche dalla capacità delle aziende di mettere a disposizione una base dati di qualità, sicura e conforme, su cui creare insight che diano un reale vantaggio competitivo. Tale processo, tuttavia, non è privo di ostacoli e una delle principali sfide è rappresentata dalla difficoltà di dover gestire fonti di dati e archivi numerosi e diversi, che possono risiedere on-premise, su cloud multipli, su applicazioni SaaS, e così via.

Far fronte a tale livello di complessità richiede approcci specifici che consentano di orientarsi tra dati e ambienti diversificati. Per farlo, è opportuno sia disporre di una soluzione di Data Fabric che permetta di connettere, gestire e governare fonti di dati distribuite, sia adottare un paradigma Data Mesh che democratizzi l’accesso ai dati stessi, facendoli gestire a chi ne ha la massima competenza, così da accorciare il time-to-value.

Si tratta di due concetti sempre più diffusi, che le aziende devono però comprendere a fondo per sfruttarne appieno tutte le loro potenzialità, combinandoli al meglio.

Grazie al Data Fabric è possibile connettere un’ampia varietà di fonti e archivi di dati su ambienti distribuiti ibridi e multi-cloud, beneficiando di funzionalità al servizio di data discovery, data classification, data governance e data cleansing, nonché trasformazione, integrazione, orchestrazione, automazione, data sharing e provisioning sicuro e conforme.


#ceosuite Ecco come #DataFabric e #DataMesh possono completarsi a vicenda – Gabriele Obino @denodo
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Un software di Logical Data Fabric (che per essere efficace, deve poter essere implementato on-premise, nel cloud o come servizio gestito) aderisce al modello Data Fabric, ma segue un paradigma logico che centralizza il dato, portando quindi in un unico punto la sola rappresentazione dei dati (esplorabile attraverso il Data Catalog), lasciando invece i dati stessi sulle sorgenti e andandoli a prendere solo quando sono effettivamente richiesti.

D’altro canto, il Data Mesh è un approccio di democratizzazione e decentralizzazione del dato basato sull’idea che gli esperti aziendali, che lavorano ogni giorno con dati specifici, siano i migliori candidati per la loro gestione, costruendo pipeline di dati in grado di mettere a disposizione informazioni di valore, rese disponibili nella forma di Data Product, in modo da poter essere utilizzati da chi ne abbia bisogno.

Il Data Mesh, pertanto, si fonda su quattro principi fondamentali: architettura e proprietà dei dati decentralizzate, approccio Data-as-a-Product, infrastruttura di dati Self-Service e as-a-platform, data governance federata. A questo punto, è importante capire come Data Fabric e Data Mesh possano integrarsi e completarsi a vicenda.

Tuttavia, affinché l’approccio di Data Mesh abbia successo, è fondamentale che esso possa basarsi su una Data Platform in grado di prendersi cura di tutti gli aspetti tecnici e che semplifichi le fasi di management, discovery ed engineering dei dati, così da rendere facile il loro utilizzo, cosa che ricade perfettamente nelle corde del Data Fabric, che rappresenta quindi il candidato ideale a rendere operativo il Data Mesh.

Un’azienda che voglia davvero mettere a frutto il potenziale dei dati e distinguersi in un contesto di business sempre più affollato deve quindi saper vedere nella combinazione di questi due concetti la chiave per mettere i propri dipendenti nella condizione di sapere non solo che determinati dati esistono, ma anche di poterli utilizzare per ottimizzare il proprio lavoro.

Come Denodo, il nostro ruolo è proprio quello di offrire una piattaforma che semplifichi la gestione dei dati, che possa essere utilizzata come software di Data Fabric logico per dare la possibilità ai diversi Team di produrre, consumare e governare i Data Product, così come postulato da un paradigma Data Mesh.

Gabriele Obino, regional VP and GM, Southern Europe and Middle East di Denodo

 

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