rivistamaggio2017 – Data Manager Online https://www.datamanager.it Il portale dell'ICT professionale Thu, 08 Nov 2018 11:32:50 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=5.8.13 https://www.datamanager.it/wp-content/uploads/2020/04/dmo-favicon3.png rivistamaggio2017 – Data Manager Online https://www.datamanager.it 32 32 Lavoro digitale moltiplicatore di risorse https://www.datamanager.it/2017/05/lavoro-digitale-moltiplicatore-risorse/ Mon, 15 May 2017 12:49:18 +0000 http://www.datamanager.it/?p=124710 Le tavole rotonde di Data Manager e UniCredit tornano a occuparsi di smart working, coinvolgendo i partecipanti in una discussione sulle strategie messe in atto in seno dalle aziende. Con un occhio a fenomeni come IoT, smart city e informatica cognitiva Le tecnologie e la convergenza digitali hanno reso possibile uno stile lavorativo sempre più […]

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Le tavole rotonde di Data Manager e UniCredit tornano a occuparsi di smart working, coinvolgendo i partecipanti in una discussione sulle strategie messe in atto in seno dalle aziende. Con un occhio a fenomeni come IoT, smart city e informatica cognitiva

Le tecnologie e la convergenza digitali hanno reso possibile uno stile lavorativo sempre più libero dagli originari vincoli di spazio e tempo, in linea con gli sviluppi evolutivi di un business e di uno stile di vita anch’essi sempre più digitali e il corrispondente affermarsi di nuovi modelli organizzativi e manageriali. In altre parole, concetti come collaborazione e smart working non si riducono più all’uso di strumenti “salva-tempo” (e spese di trasferta) come la videoconferenza o del part-time, ma modificano profondamente l’operatività di una impresa, la sua capacità di centrare gli obiettivi strategici, di governare la complessità dei progetti e di rispondere con rapidità e duttilità alle sfide della competizione sui mercati, della ricerca di nuove opportunità anche attraverso nuove forme di alleanza e ridistribuzione dei ruoli, interni ed esterni. Il primo fenomeno osservato da IDC Italia, rappresentata alla tavola da Daniela Rao, senior consulting & research director, è l’evoluzione tecnologica di strumenti e piattaforme che supportano la collaborazione in azienda e quindi lo scambio delle informazioni, la fluidificazione dei processi di business. «Siamo partiti molti anni fa con i centralini, le infrastrutture per videoconferenza, le WAN su ethernet. Oggi, si stanno aggiungendo elementi come la convergenza fisso-mobile e la fluidità dell’interscambio tra device sia all’interno sia fuori dai perimetri aziendali. Su questo fronte sono in arrivo evoluzioni importanti come la virtual o l’augmented reality, il nuovo fronte dei sensori, dei wearable che vediamo già applicati in qualche azienda del mondo manifatturiero e dei trasporti in Italia, con la permanenza dello smartphone al centro di tutto l’ecosistema». Oggetti, prosegue Daniela Rao, che si adattano di volta in volta alle specificità del settore di riferimento e sono accompagnati, su un altro versante, da investimenti finalizzati sia alla virtualizzazione dei servizi di rete, o Software Defined Networking, con un graduale spostamento verso il cloud, sia all’integrazione in uno spazio di lavoro smart, automatizzato. Sono componenti – ha spiegato Daniela Rao – «che prima non erano tipicamente parte del sistema informativo e oggi appartengono all’insieme di satelliti intorno alla funzione primaria che è quella di comunicare voce e testi». Su questo fronte si posizionano applicazioni mobili e social, sempre più integrate, come l’ormai imperante WhatsApp, per un mercato complessivo che in Italia vale circa il 4% della spesa IT complessiva, cioè circa 300 milioni di euro.


Daniela Rao @IDCItaly Lo #smartphone al centro dell’ecosistema della #mobilità
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DALLE TELCO ALLE “AZIENDE DATACENTER”

Per le aziende italiane, sulla base degli ultimi rilevamenti effettuati da IDC, la Unified Communication non ha priorità in sé elevate, ma questo significa poco. «La vera priorità di investimento è il cloud ma spesso dimentichiamo che il cloud si porta dietro esattamente questo tipo di applicazioni, che sono una componente importante della virtualizzazione». Ma chi affiancherà le imprese italiane in questi investimenti? «Se si parla semplicemente di voce e dati, gli operatori TLC hanno ancora una bella fetta del mercato» – ha risposto Daniela Rao. «Ma se parliamo di servizi IT, del cloud che comprende ormai anche la collaboration, cresce il ruolo del fornitore IT, delle aziende di hosting, quella che IDC chiama ormai “aziende-datacenter”». Il loro messaggio, ha concluso Daniela Rao, deve sempre evidenziare i vantaggi economici e di maggiore velocità ed efficienza che gli strumenti della collaboration possono portare attraverso il loro effetto di “fluidificazione” e accelerazione dello scambio informativo e dei processi di lavoro, fattori percepiti come determinanti ai fini della competitività e dell’agilità delle aziende. «Un fenomeno – spiega l’analista – che sarà favorito da un’altra evoluzione recente: la crescente modularità delle soluzioni e degli strumenti, visti sempre più in una logica non di possesso di piattaforme generalizzate ma di uso pratico, as you go, di strumenti specifici».

 

Per Davide Rimonta, head of Real Estate Transformation di UniCredit, il percorso pionieristico affrontato già a partire dal 2011 consente di definire il concetto di smart working in seno all’importante gruppo bancario come “main stream”, un fatto acquisito. Rimonta si sofferma sulla definizione di smart working secondo UniCredit. Una modalità di lavoro nuova, «basata – afferma il manager – su due pilastri fondamentali: come sono fatti gli spazi nell’ufficio, con una rivisitazione fisica dello spazio e una diversa flessibilità nella scelta del luogo di lavoro, che per esempio si traduce nella possibilità di lavorare un giorno a settimana da casa». Ma in un prossimo futuro UniCredit sta già studiando la possibilità di passare a due giorni. La rivisitazione dello spazio si muove per esempio lungo la direttrice della condivisione. «Uno spazio fisico rigidamente allocato comporta sempre una certa percentuale di capacità non utilizzata» – ha precisato Rimonta. L’abbiamo eliminata, mettendo lo spazio a fattor comune». L’analisi dettagliata degli spazi del lavoro ha permesso a UniCredit di escogitare un approccio diverso nelle aree inizialmente adibite alla sperimentazione. Le risorse individuali, come le scrivanie, sono state trasformate in un pool ridotto di risorse che gli impiegati utilizzano in modo dinamico, occupando la prima scrivania libera. La percentuale di riduzione applicati è dell’80 per cento: ottanta scrivanie, ogni cento dipendenti, sufficienti ad assicurare una postazione di lavoro a tutti i presenti.

UFFICIO CASA E “THIRD PLACE”

Agli spazi fisici così organizzati sono state apportate modifiche che favoriscono la condivisione in funzione delle attività svolte. Per facilitare i meeting, esistono opportune sale riunioni flessibili, acusticamente isolate, che migliorano l’esperienza fisica con gli strumenti della collaboration virtuale. Le tecnologie implementate vanno dalle dotazioni individuali standard – un personal computer portatile che ha finito per prendere il posto di soluzioni di virtual desktop anche per favorire il costante passaggio dello smart worker dall’ufficio all’abitazione – fino alle avanzate piattaforme IoT, che nella sede veronese del Gruppo, consentono una gestione “fact based” e real time delle infrastrutture di ufficio, diventate a loro volta “smart”, anche perché completamente integrate con sistemi di building management. «A livello globale, oggi ci sono 7.500 persone, 4.500 persone in Italia. Una gestione digitale ci permette di capire se stiamo andando troppo in là con la condivisione, se dobbiamo allentare». Secondo Rimonta, lo smart working ha sicuramente favorito UniCredit in uno sforzo di razionalizzazione, che ha portato a un notevole consolidamento del numero di edifici. Ma il bello di uno spazio di lavoro più intelligente, consiste anche nella possibilità di eleggere situazioni diverse a “luogo di produzione”. «Dove ci siamo compressi, riducendo lo spazio, possiamo espanderci attraverso i cosiddetti third places» – ha spiegato Rimonta. Il binomio ufficio-casa non esaurisce le possibilità riservate allo smart worker e alla sua capacità di comunicare, collaborare, produrre. La smart city mette a disposizione tantissime alternative: una filiale più periferica, vicina al luogo di residenza, i nuovi hub condivisi che UniCredit sta realizzando in diverse città, gli spazi di co-working pubblici e privati. Sempre all’insegna di una flessibilità governata dalle tecnologie e dalle informazioni monitorate in real-time.


#Collaboration e #smartworking modificano l’operatività dell’impresa e la capacità di centrare gli obiettivi
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Ma che cosa significa oggi parlare di ambiente collaborativo? La parola chiave per la collaboration vista dal Gruppo Versace, rappresentato alla tavola dal suo CIO Giuseppe Zambarbieri, è “virtual company”. La situazione del grande marchio della moda italiana è molto simile a quella di tantissime aziende che operano dentro a un fitto ecosistema di fornitori. «Una delle esigenze fondamentali da cui siamo partiti era poter avere un ambiente collaborativo con i nostri fornitori, con le aziende con cui co-produciamo. Abbiamo effettivamente bisogno di essere molto vicini da un punto di vista della collaborazione. La finalità è anche scambiarci informazioni semplici, previsioni, piani, ordini, dati di tipo transazionale e no». Ma c’è anche un’altra esigenza, che il digital business ha fatto emergere da una relazione antica: quella tra impresa e cliente, evolutasi verso vere e proprie forme di collaborazione tra brand e coloro che non si limitano più ad acquistare prodotti e consumare servizi, ma aiutano con il loro comportamento a indirizzarne l’ideazione e la commercializzazione. L’altra forte componente – ha continuato Zambarbieri – è costituita dai clienti: «Versace vuole portare nei negozi una tecnologia che consenta di tenere agganciati i clienti, in un’ottica di mutuo scambio di informazioni finalizzato allo sviluppo di nuovi servizi». L’IT di Versace ha avviato una fase pilota, installando sensoristica, camere e altri strumenti che permettono di acquisire dati sul modo in cui il consumatore si avvicina al brand e da cui ricavare informazioni utili per nuove forme di proximity marketing. «Nel nostro mondo, dove il consumatore passa dal digitale al fisico con una facilità estrema, domina il concetto di omnicanalità: predisporre una capacità di servire il cliente qualunque sia il suo comportamento d’acquisto è una forma di collaborazione».

UN TESORO DI LAVORO

Al di là della relazione tra cliente e brand, Zambarbieri non ha dimenticato però le esigenze interne che arrivano “dal basso”, dettate da “stili lavorativi” molto diversi rispetto al passato. «Siamo in piena fase di disegno di quello che Rimonta di UniCredit ha chiamato “smart workplace” per realizzare una piattaforma collaborativa digitale» – ha concluso Zambarbieri. «Nella mia esperienza professionale non avevo mai operato in una multinazionale italiana, per la prima volta osservo dal “centro dell’impero” e capisco quanto sia importante per i satelliti sentirsi il più vicino possibile a questo centro attraverso gli strumenti della smart collaboration». User e customer experience sono due aree di forte impatto per la digitalizzazione, ha osservato dal canto suo, Michele Dalmazzoni, Collaboration & Smart Industries leader di Cisco Italia. E le ultime osservazioni del responsabile tecnologico di Versace richiamano alla mente una questione finora solo accennata. «La verità è che le aziende, a maggior ragione quelle italiane, siedono su un tesoro ancora poco sfruttato. Questo tesoro è rappresentato dalle risorse che oggi vengono utilizzate per lavorare nel modo tradizionale e che invece potremmo liberare per finalizzarle a modalità di lavoro supportate dal digitale».

Dalmazzoni ripercorre la storia delle prime soluzioni di videoconferenza, proposte come alternativa alle trasferte di lavoro con il preciso obiettivo di ridurre i costi. Peccato, osserva l’esperto, che nessuno si preoccupasse di introdurre processi e strumenti che fossero di disincentivo ai viaggi, o che permettessero di rendere meno “time consuming” (e quindi costosa) l’organizzazione delle riunioni fisiche. «È un viaggio lungo, una trasformazione che richiede cultura oltre che gli strumenti giusti». Un altro fattore molto importante per Dalmazzoni è la leadership, indispensabile per un cambiamento incredibilmente interdisciplinare, che ha dentro di sé elementi come il confronto tra le generazioni, la familiarità dei giovani lavoratori con strumenti di comunicazione nuovi e poco conosciuti dai loro colleghi più anziani, la necessità – evidenziata anche nei primi interventi a questa tavola rotonda – di ripensare in qualche misura gli spazi fisici, sulla progettazione di interi edifici, il dialogo che la tecnologia deve stabilire con il capitale umano e immobiliare. «Il software è importante, ma nell’era dell’IoT, la magia succede dove componente software e componente fisica si incontrano, plasticamente rappresentati da IT e real estate» – ha affermato il rappresentante di Cisco, suggerendo ai suoi colleghi di visitare il portale Project Workplace, che Cisco ha realizzato proprio per dare un’idea più concreta di come i suoi prodotti di unified communication e collaboration, le interfacce disegnate per assicurare una user experience gradevole e al tempo stesso produttiva, gli elementi di automazione e intelligenza artificiale che rende più adattativa e naturale questa esperienza, contribuiscono alla trasformazione del posto di lavoro in chiave digitale. Con costi che non sono più così elevati, e un approccio strettamente cloud che rende ancora più facili i cambiamenti incrementali, modulari. Una piattaforma di collaboration come Cisco Spark mescola cloud e hardware, strumenti come le white board perfettamente integrate nei vari formati di visualizzazione, dal grande schermo a parete al tablet in mano ai partecipanti a una riunione. «Possiamo liberare risorse, ritagliando soluzioni per indirizzare tutte le esigenze con il giusto pricing».

Dalmazzoni @CiscoItalia Dalla #collaboration person-to-person a quella M2P – Videointervista

SMART “DOCTORS”

Se c’è una realtà particolarmente bisognosa del cambiamento raccontato fin qui, è il settore della sanità e della cura della persona. «Il mondo della sanità in Italia è assolutamente obsoleto, dal punto di vista dei processi e dell’edilizia» – ha ammesso Gianluca Cavalletti, Group CIO del Gruppo Ospedaliero San Donato. «Un mondo che si porta dietro tutta una serie di vincoli anche dal punto di vista di una innovazione fatta anche di integrazione tra gli strumenti diagnostici e tutta la parte di facility, ingegneria clinica e infrastruttura IT». Nelle diverse sedi del Gruppo, Cavalletti non è chiamato a servire solo la parte amministrativa, la parte contabile e tecnologica. «Gli ospedali sono soprattutto i luoghi che accolgono utenti, che fruiscono dei nostri servizi, dove forniamo un certo tipo di cure, dove abbiamo tutti i nostri apparati diagnostici, che sono strumentali ai trattamenti erogati e devono interagire con l’informatica». Da un anno e mezzo, prosegue Cavalletti, il Gruppo San Donato (GDS) sta affrontando un ambizioso progetto di trasformazione digitale, che parte dagli edifici (prevista la costruzione di un ospedale ortopedico interamente nuovo e di un nuovo pronto soccorso per l’ospedale San Raffaele) con soluzioni fisiche e software, che consentano di efficientare l’uso degli spazi, dove ogni anno vengono operati 4 milioni e mezzo di pazienti, e la relazione con questi ultimi. «Tuttavia, stiamo affrontando anche l’aspetto dei processi clinici e quindi dell’economia di scala e delle sinergie tra i vari processi, con software che ci permettano di condividere informazioni sul paziente, tenendo conto della sicurezza e della privacy». Più in generale si tratta di predisporre un workplace che favorisca la comunicazione tra gli operatori. Il GDS affronta anche tematiche di business intelligence che possano far leva sui tre poli universitari interni agli ospedali del gruppo dove hanno luogo sperimentazioni sull’analisi statistica e predittiva di alcune malattie. «Il tema principale – osserva il responsabile IT dell’importante struttura sanitaria – è favorire la collaborazione tra medici di diversa specializzazione, anche quando lavorano in team e su turni diversi, oppure operano in situazioni particolari». Come il cardiochirurgo Carlo Pappone, che per la cura delle aritmie ha messo a punto un intervento basato su una tecnica di ablazione dei tessuti, effettuata con scosse elettriche, generate da piccoli magneti, inseriti direttamente nel cuore. «Un intervento che Pappone può effettuare a distanza, da casa propria, in realtà aumentata. Anche questo è smart working».

Gradualità e modularità di approccio sono due concetti che riaffiorano subito nel discorso di Paolo Sassi, Group IT director di Artsana, azienda con una variegata gamma di servizi, che parte dai diversi brand specializzati in baby care, un’area che vede Artsana anche come operatore retail. «In materia di collaboration, non abbiamo un’esperienza codificata» – ha raccontato Sassi. «Vediamo la presenza di tanti strumenti che cambiano il nostro modo di lavorare e cerchiamo di valutarne i benefici». Questo approccio per così dire “trial and error” è legato, secondo Sassi, al cambiamento avvenuto in particolare nell’ambito della comunicazione e della condivisione delle informazioni, dove contrariamente da quanto avveniva in passato, «molte delle tecnologie ci vengono praticamente imposte dall’ecosistema in cui viviamo. Whatsapp in apparenza è lo strumento meno aziendale che si possa immaginare, ma oggi è la forza delle cose, non si può evitare di prenderlo in considerazione se ci si occupa di IT anche se non si devono perdere di vista aspetti come la sicurezza». Il cambiamento, prosegue Sassi, è spesso un mosaico di piccole tessere che possono portare a cambiamenti radicali. «A proposito di collaborazione penso per esempio al co-editing di documenti, una soluzione banalissima ma di straordinaria potenza, che accorcia drammaticamente i tempi di stesura e approvazione». I singoli passi della trasformazione, conclude l’IT manager di Artsana, possono essere modesti, ma il risultato finale è uno scenario completamente nuovo rispetto al passato».

CONTINUITÀ TRA VECCHIO E NUOVO

Le difficoltà vissute da chi oggi vuole progettare un efficace sistema digitale di collaboration sono sicuramente legate all’eterogeneità delle soluzioni di cui disponiamo. Per Orange Business Services, la sfida nel rispondere alle richieste di unified communication and collaboration del cliente, si vince soprattutto con l’esperienza vissuta da un’organizzazione estesa e complessa che – come racconta il managing director Southern & Central Europe, Bernardo Centrone – ha dovuto affrontare il cambiamento in prima persona. Con tutti i problemi di un Gruppo «che al suo interno ha tutte le cose di cui stiamo parlando: i grandi uffici, le persone, le fabbriche virtuali in cui mettiamo a punto nostri prodotti virtuali. Per natura siamo virtuali anche come organizzazione, ci riorganizziamo intorno al cliente, non sappiamo a priori da dove arriveranno lo sviluppo e il supporto che saranno necessari». Orange Business Services può contare su una rete di centri di competenza e su talenti mobili e flessibili, ma il tutto ha una geometria assai variabile. «Una complessità legata alla natura del lavoro, alle esigenze del mercato. Se non fossimo così smart, la concorrenza sarebbe più smart di noi». Tuttavia, ammette Centrone, ci sono progetti di smart working per cui è davvero difficile dare la giusta priorità a tutte le cose da fare e dare la giusta spinta unificante. «Un anno fa, abbiamo deciso internamente di adottare la metafora di Facebook, costruendo un vero e proprio enterprise social network, aperto all’integrazione delle applicazioni che di volta in volta ci serviranno». Un progetto ambizioso che, precisa Centrone, ha richiesto il forte coinvolgimento di tutto il management, oltre alla nomina di una figura specifica, il digital ambassador, cha ha assunto un fondamentale ruolo di leadership nella trasformazione. «In conclusione, il primo concetto di strategia interna che mi sento di consigliare a tutti i nostri clienti è la scelta della piattaforma, delle cose che vuoi fare e di obiettivi misurabili» – afferma Centrone. Secondo concetto importante: l’operatività, la continuità con il pre-esistente, perché abbiamo visto troppi progetti faticare o fallire a causa delle complessità di tecnologie nuove da interfacciare sia con strumenti più tradizionali sia con quanto verrà in futuro».

 


Bernardo Centrone @orangebusiness Verso la #fabbrica virtuale – Videointervista
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Mentre la conversazione intorno al tavolo si avvia alla conclusione, l’animazione cresce ed emergono continuamente temi nuovi. Un richiamo particolarmente interessante è per esempio quello di Ezio Aprile, CIO di Gruppo BCUBE, lo specialista di servizi di logistica in outsourcing che vanta una presenza molto capillare, intrecciando relazioni con numerosi clienti di ogni settore, forte di un totale di circa seimila dipendenti sparsi in oltre 100 filiali, tra Italia ed estero. Aprile ha parlato dei progetti BCUBE orientati alla collaboration, partendo dalla sede principale, recentemente trasferita in un edificio di nuovissima concezione. «Una delle difficoltà maggiori per chi vuole far progredire una organizzazione è sicuramente di natura culturale. Facendo outsourcing, “adottiamo” i nostri clienti, i loro sistemi e i nostri processi vengono a loro volta contaminati» – ha spiegato il responsabile delle tecnologie di BCUBE. Per le sue esigenze di unified communication, l’azienda utilizza TelePresence, oggi già installata in una dozzina di filiali, e altre tecnologie di messaggistica e comunicazione targate Cisco. «In questo momento – ha proseguito Aprile – partendo dalla nuova sede, il Gruppo sta esplorando le opportunità di interconnessione delle altre filiali e sta studiando possibili strategie di smart working e lavoro flessibile, per facilitare l’utilizzo di strumenti di collaborazione virtuali. A questo proposito, uno degli interrogativi che deve ancora trovare risposta, è l’inquadramento normativo del collaboratore che non risiede fisicamente in ufficio, oltre – ha conclude Aprile – ad altri fattori che sfuggono a un controllo centralizzato, come la qualità delle connessioni e così via».

UNA GUIDA FORTE

Da Davide Rimonta arriva una risposta chiarificatrice sui modelli di inquadramento che UniCredit ha adottato nei suoi progetti di lavoro “da casa”. In linea di principio, ha spiegato Rimonta, il collaboratore che aderisce a questa forma di flessibilità sottoscrive un accordo individuale, formalmente diverso da un contratto di telelavoro. In questo modo, vengono meno determinati obblighi e oneri, come la certificazione dell’ergonomia delle postazioni domestiche o la copertura delle spese di connettività. L’ufficio in casa è considerato un benefit che il collaboratore riceve assumendosi personalmente la responsabilità dell’ergonomia e delle spese di telecomunicazione. E si ritorna così, al momento dell’ultimo intervento, quello di Davide Blanchetti, responsabile domanda e sviluppo applicativo di Edenred, alla questione di fondo di una ricetta di trasformazione in cui le tecnologie non sono l’unico e forse nemmeno il più importante ingrediente. L’azienda famosa in Italia per il suo brand Ticket Restaurant ha subito una notevole trasformazione, all’interno e all’esterno, sotto la spinta della progressiva dematerializzazione e arricchimento, in termini di servizi offerti, del suo prodotto, e con il diversificarsi dei canali di relazione. «Le esperienze dal punto di vista dello smart working in Edenred sono ancora in divenire» – ha spiegato Blanchetti. «Oggi, l’azienda sta attraversando un vero e proprio stravolgimento del proprio business, del rapporto con i clienti, avvicinandosi sempre di più a coloro che sono i veri beneficiari dei nostri servizi: i singoli dipendenti dei nostri clienti». Edenred, prosegue Blanchetti, vive una trasformazione analoga alla digitalizzazione dei servizi di pagamento e in questo senso il tema da affrontare è, come ripetuto più volte nel corso della nostra conversazione, soprattutto culturale. «Ci sono aree, come le vendite, la rete sul campo, dove fare smart working è molto più facile. E ce ne sono altre, meno esposte all’esterno, dove è più difficile connotarlo. Che scelte dobbiamo fare, dunque? Devo pensare lo smart working per singole aree o esistono delle regole che possono essere trasversali»? La risposta più corretta, ipotizza Blanchetti, sta nella miscela dei due approcci, che Edered ha adottato per la prima fase di introduzione dello smart working nell’ambito della divisione dei servizi informativi, che esercita una spinta “dal basso” verso una piena adozione di certi paradigmi. Mentre “dall’alto”, conclude Blanchetti con un messaggio di portata universale: «Non si può fare a meno di una forte guida, di un chiaro, motivato coinvolgimento del management. La collaborazione digitale deve appartenere a tutti, capi e decisori compresi».

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Come sarà la fabbrica del futuro? https://www.datamanager.it/2017/05/sara-la-fabbrica-del-futuro/ Fri, 12 May 2017 13:03:41 +0000 http://www.datamanager.it/?p=124695 Cloud computing e manufacturing. Con un mix di strategie e di tecnologie abilitanti, i CIO “alchimisti” si preparano per affrontare la rivoluzione della fabbrica smart. Stiamo andando verso un modello “Lego-like” a logica incrementale. Dati, processi e persone sono al centro della trasformazione, ma il cloud si trascina dietro tutto. E la sicurezza resta la […]

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Cloud computing e manufacturing. Con un mix di strategie e di tecnologie abilitanti, i CIO “alchimisti” si preparano per affrontare la rivoluzione della fabbrica smart. Stiamo andando verso un modello “Lego-like” a logica incrementale. Dati, processi e persone sono al centro della trasformazione, ma il cloud si trascina dietro tutto. E la sicurezza resta la priorità numero uno

«Smart manufacturing is cloud computing»! Poteva essere il titolo di questo dossier invece si tratta di un tweet che arriva dagli Stati Uniti e che in qualche modo anticipa la conclusione del nostro viaggio nella “fabbrica smart”, con buona pace della suspense. A firmarlo è Kevin Jackson (fondatore della rete americana GovCloud, ideatore del blog “Cloud Musings” e riferimento del Governo federale in qualità di technology and business consultant, specializzato in soluzioni mission critical per lo smart manufacturing) a esserne più che convinto. Jackson ha elaborato una visione dello scenario “smart manufacturing”, nella quale i due paradigmi per la piattaforma di comunicazione (Digital Thread) e per la visualizzazione di prodotto (Digital Twin) sono guidati dal cloud.

Data Manager allora ha chiesto a Jackson di guardare al mondo delle imprese in cui “the combination” si sia rivelata vincente e di “farci qualche nome”. Per tutta risposta ce ne ha fatto uno che ne vale mille e ha citato Boeing, la più grande industria americana di aeromobili e la più grande azienda nel settore aerospaziale, che a 100 anni dalla sua fondazione a Seattle rappresenta un caso eccellente di trasformazione industriale capace di intercettare non solo l’evoluzione della fabbrica, ma anche il futuro del volo. In estrema sintesi ecco la sua “scoperta”: soltanto combinando Digital Thread, Digital Twin e Cloud Computing, l’industria manifatturiera abilita lo smart manufacturing e l’Industria 4.0.


#DigitalThread #DigitalTwin #CloudComputing, la formula per l’Industria 4.0
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INNOVAZIONE, INTEGRAZIONE E INFORMAZIONE

L’industria manifatturiera sta vivendo un processo di grande trasformazione e noi abbiamo il privilegio di vivere questo momento straordinario di cambiamento. Per Lorenzo Veronesi, research manager di IDC Manufacturing Insights EMEA, la maggior parte delle aziende manifatturiere ha preso coscienza finalmente di come le fabbriche vadano poste al centro dell’intero modello di innovazione di business. «La visione di IDC è che entro il 2020, le operations di fabbrica saranno il centro del processo di trasformazione per il 70% delle aziende mondiali. Questo processo è centrato sulla messa in opera di sistemi produttivi intelligenti e interconnessi». Come altrimenti poter garantire una risposta rapida ed efficiente alle esigenze di una domanda che vuole prodotti iperpersonalizzati nel minor tempo possibile (in poche parole “tutto e subito”, e guai a sbagliare, perché un recall può costare caro, soprattutto nel tempo dei social)? Come fare altrimenti a competere in mercati globali che sembrano una marcia forzata a essere meglio degli altri, a un costo inferiore? Per questo, accanto ai tradizionali KPI quali Velocità, Costo e Qualità – secondo IDC – le aziende dovranno focalizzarsi sempre più su Innovazione, Integrazione e Informazione. In apparenza – fa notare Veronesi – queste sembrerebbero più le parole d’ordine del mondo IT, ma va considerata la seguente questione: «Per quanto intensi possano essere gli investimenti in automazione, si raggiungerà una vera creazione di valore in fabbrica solo tramite un processo di profonda integrazione dei dati. La capacità di raccogliere e analizzare i dati provenienti dai processi produttivi, e convertirli immediatamente in informazioni rilevanti per chiunque ne abbia bisogno a diversi livelli di processo e organizzativi, questa è la rivoluzione. La sinergia tra il cloud e il mondo Big Data (BDA) offre nuove opportunità, amplificate dalla distribuzione capillare di sensori IoT e strumenti di mobilità personale».

È almeno da cinque anni che assistiamo a un profondo interesse da parte delle aziende manifatturiere verso quelle tecnologie che IDC definisce come “terza piattaforma” (Cloud, BDA, Social e Mobility) per supportare i loro processi di fabbrica. «Mentre alcune tecnologie, come per esempio i dispositivi mobili, hanno ricevuto una trazione di spesa forte – spiega Veronesi – soprattutto perché visti come strumenti preziosi per raccogliere e distribuire informazioni, il cloud è stato spesso considerato una parola “tabù” per le troppe aziende che hanno rifiutato di utilizzarlo in fabbrica. Il perché è presto detto. I problemi (reali o percepiti) di sicurezza, privacy e disponibilità dati hanno reso il cloud una piattaforma inadatta per eseguire applicazioni mission-critical di raccolta e gestione di una quantità colossale di dati in tempo reale prodotti dalle moderne fabbriche». Tuttavia, stiamo osservando un rapido e drastico cambiamento di direzione. «Molte aziende – rileva Veronesi – stanno realizzando l’opportunità immediata di utilizzare il cloud come il collante per una piattaforma aziendale dedicata all’analisi dei dati provenienti dalla fabbrica e la loro conversione in informazioni rilevanti». Ad ogni modo, uno dei principi chiave di questa cosiddetta “quarta rivoluzione industriale” è “comunicare ed essere collegato”. Processi, persone e impianti devono essere in grado di connettersi e comunicare tra loro tramite l’IoT. «La crescente domanda per prodotti consegnati “in lotto singolo” – continua Veronesi – renderà sempre più difficile controllare tutti i processi centralmente. Inoltre, la capacità dei sistemi cyber-fisici all’interno di fabbriche intelligenti di prendere “decisioni” per conto proprio aumenterà con l’evoluzione di tecnologie di intelligenza artificiale, capace di aggregare dati provenienti da sorgenti multiple e di fornire le informazioni giuste, al momento giusto».


#Industry40 Analizzare i dati provenienti dai processi produttivi, questa è la rivoluzione
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Una recente indagine di IDC Manufacturing Insights ha evidenziato come gli investimenti in piattaforme cloud e l’integrazione dei sistemi IT con le tecnologie produttive avranno priorità molto alta, con oltre il 40% delle imprese interessate a software e piattaforme di cloud per supportare i loro processi produttivi. «Questo dato emerge – spiega Veronesi – perché molto più alto degli investimenti in hardware puro, come sensori e connettività. Infatti, IDC stima che entro la fine del 2017, il 60% delle aziende manifatturiere sposterà l’attenzione dagli “oggetti” all’analisi dei dati via piattaforma». Elevare il ruolo delle fabbriche in una posizione strategica non è certo semplice, ma le tecnologie sono disponibili e il business case è sostanzioso. «Per cogliere queste opportunità – afferma Veronesi – le aziende dovranno bilanciare la concretezza dei processi produttivi con la velocità dei sistemi IT. E in qualche modo riuscire a risolvere il paradosso di avere i piedi per terra, ma la testa fra le nuvole».

LA FORZA DELLE NUVOLE

In questa sfida arriva in aiuto dei CIO il rapporto The European Factories of the Future Research Association pubblicato in ambito interno al programma Horizon 2020 della Commissione Europea (uno fra i più importanti programmi di ricerca e innovazione europei).

Il rapporto spiega che il viaggio per raggiungere il “full vision set” per l’Industria 4.0 sarà ancora lungo e potrebbe non essere troppo agevole per i CIO, dal momento che ci sono una moltitudine di vere e proprie “sfide nella sfida” a carattere tecnologico, business e verosimilmente anche culturale che richiedono la miglior capacità di innovare da parte di ciascuna direzione IT. Ecco una serie di esempi in cui i CIO si trovano ingaggiati appena si mettono in marcia verso l’obiettivo. Essere chiamati a instaurare modelli di business data-driven. Ottimizzare ulteriormente i processi produttivi, estendendoli al di fuori del limite di batteria aziendale. Incorporare prosumers e social media. E via di questo passo. Fatte queste importanti premesse, il rapporto indica che – anche in Europa – il cloud computing può giocare e gioca un ruolo fondamentale per far evolvere l’industria manifatturiera in Industria 4.0. Per esempio “le nuvole” stanno diventando uno standard di fatto come piattaforma per dati di produzione e stack software e applicazioni, middleware e manageability. Quest’ultima include la visibilità completa di tutto quello che succede sullo shop/manufacturing floor, tooling di sicurezza per applicazioni e dati, più tutte le dashboard.

Ecco una lista dei benefici del deploy di cloud computing in ambito manufacturing:

  • Connettività cloud M2M cloud per le aziende manifatturiere del futuro – Basilare sfruttare le future infrastrutture cloud per far sì che le aziende europee siano ancora in grado di raccogliere ed elaborare lo stato dei device sul campo.
  • Integrazione di high-performance computing con il factory life cycle management – Lo IaaS offerto dai paradigmi cloud può essere l’unica alternativa economica per le PMI che abbiano esigenze di high-performance computing.
  • Energy monitoring ed energy management – Il deployment di computing distribuito in cloud sarà da sfruttare sempre più in futuro ad esempio per upload di informazioni aziendali specifiche per l’energy consumption al fine di ottenere i certificati di compliance dagli enti che regolano aspetti ambientali correlati al risparmio energetico.
  • Servizi di monitoraggio continuo e mitigazione dei manufacturing risks – Esigenze in realtà con impianti produttivi complessi o soggetti a rischi di alto interesse sociale o ispettivo necessitano di infrastrutture e reti di monitoraggio che in modello cloud-based social possono garantire, per esempio attraverso notifiche push sui key risk indicators (KRI) individuati, la massima efficacia.

Con il Piano Industria 4.0 si accelera il rinnovamento dei sistemi produttivi
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IL PIANO NAZIONALE INDUSTRIA 4.0

L’industria manifatturiera è anche in Italia da alcuni anni protagonista di una adoption in crescita per quanto riguarda l’introduzione di sistemi agili, scalabili e potenti, per gestire volumi di dati non strutturati e abilitare il machine learning: il tutto mirato a valorizzare la forza lavoro nei reparti produttivi mediante una migliore mobility e una più efficace integrazione tra supply chain, livello di gestione, controllo sulle macchine, rapporto con la rete dei partner. Per approfondire al meglio le logiche interne a questo scenario attuale e di come i CIO lo vivono, ci siamo rivolti a Fabio Massimo Marchetti, coordinatore Gruppo Software Industriale di ANIE Automazione, che con le sue 100 aziende associate rappresenta uno spaccato molto interessante e rappresentativo delle imprese che operano in Italia.

Iniziamo a inquadrare lo scenario in cui ci stiamo muovendo in questo periodo grazie al fatto che dopo molti anni di politiche industriali poco fruibili dal mondo del manifatturiero, finalmente con il Piano Nazionale Industria 4.0 si creano i presupposti per accelerare il cambiamento e il rinnovamento dei sistemi produttivi delle nostre imprese manifatturiere. «Da uno studio effettuato lo scorso anno dall’Osservatorio Smart Manufacturing (ora Osservatorio Industria 4.0) sull’anzianità di servizio dei sistemi di automazione e controllo attivi nelle aziende manifatturiere italiane – ci spiega Fabio Massimo Marchetti – è risultato che solo per il 6 per cento è inferiore ai 5 anni, per il 38 per cento è tra i 5 e 10 anni, per il 41 per cento tra 10 e 20 anni e per finire per quasi il 16 per cento è maggiore di 20 anni. In questo contesto, così particolare della nostra industria, il supporto degli incentivi varati dal Piano Nazionale Industria 4.0 sta creando un percorso virtuoso che punta a risolvere criticità operative nelle aziende adottando nuove tecnologie e nuovi paradigmi operativi. Il percorso più significativo passa proprio dalla digitalizzazione dei processi al fine di creare una rappresentazione virtuale della fisicità dei sistemi produttivi, creando in questo modo la possibilità di applicare, attraverso l’analisi dei flussi di dati generati dal mondo fisico, algoritmi e tecniche di ottimizzazione che permettono di elevare il livello di produttività e di conseguenza di competitività delle aziende».

In questo contesto, secondo Fabio Massimo Marchetti, il cloud assume un ruolo estremamente significativo in due diverse direzioni e con due diverse modalità di utilizzo. «La prima direzione è quella delle proposte legate alle piattaforme IoT (Internet of Things). La seconda direzione è quella delle soluzioni per la gestione delle operations». Le piattaforme IoT (che potremmo chiamare con questa focalizzazione di Industrial IoT) per loro natura sono nate e si stanno evolvendo su infrastrutture PaaS. «Queste architetture – spiega Marchetti – creano degli ambienti ideali per la gestione di enormi quantità di dati sui quali si possono costruire delle applicazioni predittive sia in ottica maintenance dei sistemi di automazione e di produzione che di qualità del prodotto realizzato. Inoltre, abilitano le aziende, soprattutto quelle focalizzate nella realizzazione di macchinari e sistemi per la produzione, a proporre nuovi modelli di business ai loro clienti attraverso una sempre maggiore offerta di servizi resi possibili dalla capacità di ricevere informazioni e dati di funzionamento dai macchinari». Questi nuovi modelli di business permettono di realizzare delle logiche di condivisione del rischio e del valore lungo la filiera di realizzazione di un bene finale che viene immesso sul mercato (come performance contract, pay per use…).

Le soluzioni per la gestione delle operations, alla stregua di quello che è successo per il mondo ERP, sono state tradizionalmente affrontate con architetture “tradizionali” in logica “on premise”. «Ora, però – afferma Marchetti – con l’evoluzione del cloud nei suoi diversi contesti tra i quali il “private cloud” o l’“hybrid cloud” si sta verificando una sempre maggiore apertura all’utilizzo di queste infrastrutture anche in questo contesto. Possiamo quindi affermare che il cloud è sicuramente una delle tecnologie abilitanti di maggiore interesse per realizzare i nuovi paradigmi produttivi previsti dagli approcci 4.0 e che stiamo verificando una forte convergenza alla sua adozione in diversi contesti architetturali del mondo ICT di fabbrica».


#Industry40 #IoT #Cloud Processi, persone e impianti in grado di connettersi
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SICUREZZA, STABILITÀ, CULTURA

Il manufacturing ha progredito attraverso varie evoluzioni. Industrializzazione, macchine che supportano il lavoro umano. Ottimizzazione, linee di montaggio che aumentano la produttività. Automazione, macchine che rimpiazzano in larga misura gli umani. Digitalizzazione, l’IT che con il suo ampio portfolio diventa parte integrante della produzione. Alla luce di queste evoluzioni, quali sono i punti di criticità che i CIO devono considerare con maggiore attenzione in un progetto di cloud for manufacturing?

Abbiamo detto che il cloud sta diventando sempre più una tecnologia pervasiva sia nella gestione delle operations sia nella catena di fornitura e gestione degli assetti produttivi. Un ambito applicativo così esteso sia in termini di importanza che di copertura geografica determina assolutamente delle nuove criticità che devono essere indirizzate. Per Fabio Massimo Marchetti di ANIE Automazione, è possibile identificare almeno tre temi che richiedono un’attenzione immediata e focalizzata da parte dei responsabili aziendali dei sistemi informativi. Il primo aspetto riguarda la sicurezza delle reti e delle comunicazioni, il secondo aspetto riguarda la stabilità/disponibilità futura delle tecnologie che vengono adottate per realizzare una soluzione, il terzo aspetto è quello culturale delle persone coinvolte.

«Il tema della security – spiega Marchetti – è sicuramente molto condiviso e di estrema importanza nei percorsi di digitalizzazione ed è diventato uno dei pilastri operativi delle aziende. Occorre però che anche nel mondo “industrial” a noi più vicino – ed è questo il nostro primo consiglio – sia sempre più importante introdurre il concetto della security dalle prime fasi di analisi e progettazione delle architetture in modo da non dovere rincorrere “dopo il fatto” la sistemazione di “falle”. Falle estremamente pericolose in un sistema che si deve esporre al mondo per trovare la connessione in un contesto esteso come quello descritto nei paradigmi 4.0». Parlando invece di stabilità e disponibilità delle tecnologie – per Marchetti – è molto importante «fare un’analisi dettagliata delle proposte di realizzazione in modo da capire a fondo quali piattaforme cloud e quali tecnologie siano previste. È un mondo in continua evoluzione e una scelta non ben ponderata potrebbe portare a situazioni di criticità future derivanti da aggregazioni aziendali (molto frequenti nel caso di startup) o da revisione radicale delle tecnologie utilizzate (early adoption)». Il consiglio più prezioso che arriva da ANIE Automazione in questo caso è quello di «lavorare per piccoli progetti e poi consolidare in ambienti stabili e di sicura disponibilità nel tempo».

Concludiamo, con un passaggio veloce sull’aspetto di crescita e cambiamento culturale delle persone coinvolte nei processi. «Veloce – spiega Marchetti – perché sarebbe un tema che meriterebbe degli approfondimenti molto ampi. Il nostro suggerimento in questo caso è quello dell’approccio per passi attraverso un percorso che garantisca la crescita o il cambiamento, e che sia studiato in modo opportuno anche sotto questo aspetto».


#Industry40 Le fabbriche al centro del modello di innovazione di business
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I processi documentali in ottica industria 4.0 https://www.datamanager.it/2017/05/processi-documentali-ottica-industria-4-0/ Fri, 12 May 2017 12:45:27 +0000 http://www.datamanager.it/?p=124659 La digitalizzazione dei processi documentali è alla base della semplificazione nelle organizzazioni connesse. Anche la fatturazione elettronica deve seguire questo percorso Per un’azienda, conoscere e ottimizzare il funzionamento dei propri processi documentali è l’unico modo per monitorare l’avanzamento, misurare le performance e migliorare le prestazioni dei propri processi produttivi a qualunque livello. La parola d’ordine […]

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La digitalizzazione dei processi documentali è alla base della semplificazione nelle organizzazioni connesse. Anche la fatturazione elettronica deve seguire questo percorso

Per un’azienda, conoscere e ottimizzare il funzionamento dei propri processi documentali è l’unico modo per monitorare l’avanzamento, misurare le performance e migliorare le prestazioni dei propri processi produttivi a qualunque livello. La parola d’ordine è semplificare i flussi di dati, che sono un vero e proprio patrimonio messo a disposizione delle organizzazioni dalle nuove tecnologie. Partiamo, proponendo una definizione di processo: sistema di attività che utilizza risorse per trasformare elementi in ingresso in elementi in uscita (con valore aggiunto). In un’impresa ben strutturata, i processi – nel senso più generico del termine – andrebbero sempre mappati e documentati. Tutto deve essere assimilabile a un processo: dalle attività più ripetitive a quelle che richiedono più creatività (tipicamente attività strategiche o gestionali). I processi sono, tuttavia, sempre accompagnati dai dati sui quali agiscono e tramite i quali sono monitorati, per cui un vero Process Reengineering in un’azienda implica tre step fondamentali. Il primo è la mappatura dei processi come correntemente implementati. Il secondo è rappresentato dalla corretta analisi degli attori coinvolti, dei punti di decisione e delle attività che sono eseguite serialmente. Il terzo è una proposta di nuovi flussi di azioni ottenuti con l’ottimizzazione dell’operato degli attori coinvolti e con la parallelizzazione delle attività seriali. Durante questi passaggi, volta per volta, ci saranno sempre dati elaborati dai processi e, dunque, il loro corretto trattamento – inteso come produzione, gestione, condivisione e protezione – diventa cruciale per parlare di reingegnerizzazione dei processi. Di questi dati, fanno parte a tutti gli effetti i documenti, che spesso rappresentano l’intero patrimonio informativo di un’azienda. Conoscere i propri processi documentali e averne una mappatura veritiera, e per quanto possibile dettagliata, è un modo per procedere alla loro reingegnerizzazione in modo da passare da una situazione corrente (as is) alla situazione voluta (as to be).


#Dematerializzare non solo un #documento ma l’intero #processo @omatforum
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Innanzitutto, risulta indispensabile avere un modello, una mappa, che descriva con accuratezza quello che accade realmente, qual è il flusso dei dati e come lavorano le persone all’interno dell’organizzazione, tenendo presente che l’opera di reingegnerizzazione può portare dei cambiamenti anche sulla stessa struttura organizzativa, per esempio in ottica Industria 4.0. Altro passaggio fondamentale: dati e documenti trattati devono essere in formato digitale, che consente la condivisione delle informazioni, il loro scambio in tempo reale, il tracciamento puntuale delle attività e, conseguentemente, la parallelizzazione di una serie di procedure e attività altrimenti sequenziali o comunque fortemente interdipendenti. Quindi diventa necessario digitalizzare i processi. Il medesimo approccio deve essere utilizzato anche per la fatturazione elettronica B2B, che non deve essere vista soltanto come un file XML da inviare tramite il sistema di interscambio e successivamente da conservare come obbligo normativo: l’approccio corretto è sempre quello della digitalizzazione del processo. Solo così possono essere valorizzati i veri vantaggi della fatturazione elettronica per aziende, professionisti e pubbliche amministrazioni. La fattura è trasversale a tantissimi processi in azienda, per esempio, all’offerta commerciale o a un ordine che scaturisce poi in una fattura elettronica, o a tutte le e-mail, informazioni, sistemi che gestiscono i dati che poi vengono fatturati e resi informatici. Questo approccio molto più ampio permette di osservare come la fatturazione elettronica verso un cliente o verso la pubblica amministrazione possa essere inserita in un sistema complesso, formato da tutti gli stakeholder impegnati nel flusso di fatturazione e dai sistemi informativi (CRM, gestionale, piattaforma di marketing), con il coinvolgimento di tutti i documenti e le informazioni che l’impresa gestisce. Sono sicuro che la maggior parte dei lettori abbia ancora un sistema ibrido, fatto un po’ da digitale e un po’ da analogico, e magari vede la fattura elettronica come quel maledetto file XML che fa perdere tempo rispetto al comodissimo file PDF. Ritengo invece utile sfruttare l’occasione rappresentata dalla legge che incentiva la fatturazione elettronica B2B per intraprendere un percorso di digitalizzazione completo, che porti a dematerializzare non solo un semplice documento ma l’intero procedimento.

 

Nicola Savino, esperto per la digitalizzazione dei processi aziendali

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La smart city e i suoi strumenti https://www.datamanager.it/2017/05/la-smart-city-suoi-strumenti/ Fri, 12 May 2017 12:03:18 +0000 http://www.datamanager.it/?p=124657 Qual è il rapporto causa-effetto tra smart city e gentrification? Il caso del quartiere Garibaldi-Isola a Milano, che ha provocato un cambiamento in tutta la città Nell’Oxford Dictionary, il verbo “gentrify” indica quel processo di trasformazione di un quartiere operaio o del centro della città in un’area residenziale da parte della popolazione benestante (“gentry”, appunto). […]

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Qual è il rapporto causa-effetto tra smart city e gentrification? Il caso del quartiere Garibaldi-Isola a Milano, che ha provocato un cambiamento in tutta la città

Nell’Oxford Dictionary, il verbo “gentrify” indica quel processo di trasformazione di un quartiere operaio o del centro della città in un’area residenziale da parte della popolazione benestante (“gentry”, appunto). E da qui il termine gentrification, quel fenomeno spontaneo che parte dal ristrutturare abitazioni fino ad allora abitate da famiglie di estrazione sociale più bassa, comportando un cambiamento del carattere sociale del quartiere. In questo modo, le zone degradate della città si riqualificano, il prezzo del suolo e della vita aumenta e ciò porta al declassamento dei vecchi residenti non più nelle condizioni di vivere nel loro quartiere. Molte città dell’America settentrionale, ma anche nel resto del mondo, hanno conosciuto questo fenomeno che ha preso avvio nel passaggio dall’epoca industriale a quella post-industriale nelle città urbane occidentali, e ha decisamente guidato e determinato la struttura di molte realtà urbane. La gentrificazione oggi significa una deindustrializzazione delle aree centrali verso lo sviluppo di aree che possiamo considerare come turistiche e di consumo culturale, aree la cui peculiarità deve essere un’alta qualità della vita.

Giovanni Semi è ricercatore di Sociologia e studia i processi culturali e comunicativi presso il Dipartimento di Scienze sociali dell’Università di Torino. Egli afferma che si può considerare la gentrification come una delle forme classiche e principali del progetto urbano della modernità ovvero come la manifestazione della massiccia ondata di ritorno in città di capitali, che avevano progressivamente perso il proprio valore. E qui sta la cerniera tra la città come la conosciamo e quella smart. Qual è il rapporto causa-effetto tra smart city e gentrification? Se la città intelligente è la città che garantisce velocità, flussi, servizi, immediatezza, in poche parole una migliore qualità della vita, le metropoli hanno bisogno di una profonda collaborazione tra amministrazione e capitali d’investimento. Sono evidentemente i quartieri che provengono dalla sciagurata urbanistica dei “quartieri dormitorio”, quelli in cui si può partire da zero e in cui si possono ricostruire e accettare più facilmente nuovi ambienti che si ispirano alle nuove tecniche e alle filosofie della smart city.

E sono proprio queste zone quelle che poi spesso diventano le zone più all’avanguardia, l’esempio da ammirare e seguire. A Milano, è il caso del quartiere Garibaldi-Isola, che ha provocato un cambiamento radicale in tutta la città, nella cucitura del suo centro pedonale, fino a modificare profondamente il disegno urbano e il suo skyline. Quindi, non serve né demonizzare il fenomeno, né dare esclusivamente la responsabilità al “mercato” per ogni processo di trasformazione della città. Tuttavia, nonostante il processo sia spontaneo e irrefrenabile, non vuol dire che sia ingovernabile. Serve essere consapevoli di quanto, in questa partita, siano amministratori e pianificatori lungimiranti a giocare un ruolo fondamentale per far sì che i cittadini continuino a beneficiare della rigenerazione del centro cittadino senza diventare vittime delle politiche di sviluppo.

Giulia Cattoni @urbanocreativo

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Dagli intangible assets ai “digital blueprints” https://www.datamanager.it/2017/05/dagli-intangible-assets-ai-digital-blueprints/ Fri, 12 May 2017 11:01:32 +0000 http://www.datamanager.it/?p=124645 Perché una economia fondata sul dato potrebbe rappresentare il primo passo di una trasformazione ancora più radicale dei settori industriali, con conseguenze (quasi) impensabili dal punto di vista competitivo Perché si parla così tanto di dati? Da oltre cinquant’anni gli economisti parlano, talvolta con qualche scettiscismo, talvolta con entusiasmo, di economia dell’informazione, mettendo in evidenza […]

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Perché una economia fondata sul dato potrebbe rappresentare il primo passo di una trasformazione ancora più radicale dei settori industriali, con conseguenze (quasi) impensabili dal punto di vista competitivo

Perché si parla così tanto di dati? Da oltre cinquant’anni gli economisti parlano, talvolta con qualche scettiscismo, talvolta con entusiasmo, di economia dell’informazione, mettendo in evidenza le innumerevoli difficoltà che si affollano sulla strada di coloro che cerchino di creare valore attraverso il dato, istruendo un processo decisionale e organizzativo basato su evidenze fattuali. Dal paradosso dell’informazione di Kenneth Arrow fino ai costi di transazione di Ronald Coase, per decenni si è avvertita con netta intensità la necessità di rafforzare le tutele di quei valori intangibili derivanti dai processi di innovazione aziendale, dai brand fino ai marchi commerciali, dai brevetti ai segreti industriali, dai processi operativi fino ai modelli organizzativi. Finora, la garanzia di questi valori è stata affidata a un dispositivo di tutela legale costituito da norme e regolamenti sempre più complessi, articolati e internazionali, però l’inarrestabile processo di digitalizzazione sempre più capillare che ha contraddistinto soprattutto nell’ultimo decennio le economie più sviluppate ha dissolto senza ombra di dubbio l’efficacia di alcune tutele (si pensi per esempio a quella relativa al diritto d’autore, soprattutto in ambito musicale) e ne ha messe altre seriamente a repentaglio (si pensi ai segreti industriali sempre più insidiati dalla criminalità elettronica e dallo spionaggio industriale). Il motivo per cui si parla così tanto di dati è perché i dati hanno tanto di cui parlare. Tanto i teorici dell’Information Economy quanto gli imprenditori della New Economy hanno un’idea piuttosto chiara di che cosa si può fare con i dati: sanno, come Mark Zuckerberg, che le norme di interazione sociale sono cambiate in modo irreversibile e ormai i dati sensibili sono negoziabili; sanno, come Larry Page, che il dato è equiparabile a una riserva naturale inesauribile e dal valore universale; sanno, come Elon Musk, che soltanto attraverso la conoscenza più approfondita dei dati di processo è possibile fare automazione e rafforzare il proprio vantaggio competitivo; sanno, come Jeff Bezos, che soltanto possedendo i dati è possibile ridurre al minimo il rischio di qualsiasi esperimento sul mercato. Dunque le infrastrutture IT si collocano al centro del vantaggio competitivo di un numero sempre più grande di imprese.

LA CRESCITA DI DATI E INFORMAZIONI

Durante tanti eventi e convegni sul tema dei Big Data, lo tsunami è la metafora che ricorre più spesso per descrivere la crescita esponenziale di dati e informazioni nelle società post-industriali. Negli ultimi anni, abbiamo assistito alla progressiva moltiplicazione delle infrastrutture di data center, quasi tutti i principali leader del web e dell’IT hanno investito massicciamente nella creazione di hyperscale data center sempre più grandi (quello costruito qualche tempo fa da SuperNAP a Reno è grande quasi quanto il Pentagono). Da almeno un quinquennio, è partita una corsa rocambolesca tra operatori per contendersi lo scettro di prima grande utility del dato e dell’informazione: se guardiamo alle comunicazioni ufficiali, Google dispone di almeno quindici siti di grandissima dimensione, Amazon di oltre 40 “zone di disponibilità”, Microsoft oltre 30 aree infrastrutturate, IBM quasi una cinquantina di cloud data center, e così via, con infrastrutture in continua crescita e aggiornamento, di anno in anno. Pur apprezzando il carattere evocativo della metafora dello tsunami, tuttavia è indispensabile fare un po’ di chiarezza per comprenderne al meglio l’effettivo contenuto euristico. Se guardiamo alla progressione della base installata dei principali dispositivi, come smartphone, tablet, connected tv e pc, comprendiamo facilmente quanto rapidamente il volume dei dati possa crescere nel giro dei prossimi cinque-dieci anni: se nel 2020 la capacità di storage a livello globale potrebbe attestarsi attorno ai 10 zettabyte, IDC stima che la quantità di dati raccolti e custoditi nei database aziendali e non, ovvero la quantità di dati persistenti, potrebbe attestarsi a circa la metà, 5 zettabyte, ma la quantità di dati transitori prodotti a livello globale – ovviamente ci riferiamo a tutti quei dati prodotti da sensori e dispositivi che non sono immagazzinati alla fine delle sessioni di lavoro – potrebbe superare oltre i 40 zettabyte. È in questo spazio inesplorato di informazioni “effimere” che si giocheranno molte delle sfide competitive dei prossimi decenni.


#Industry4.0 Giancarlo Vercellino @IDCItaly Le nuove regole della competizione
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LO SPAZIO INESPLORATO DEI DATI

La tesi principale che vorremmo argomentare è che le piattaforme di Big Data Analytics possono consentire di reificare in modo sostanziale i valori intangibili presenti in molte aziende. Tutte le aziende che dispongono di capitale umano, di proprietà intellettuale, di processi allo stato dell’arte oppure ancora di una reputazione consolidata sul mercato possono impiegare le piattaforme di Big Data per misurare e consolidare tali valori: per esempio, per verificare con precisione quanto la propria brand equity contribuisca in misura differenziale al risultato aziendale rispetto ai concorrenti, come stanno sperimentando ormai da qualche tempo alcuni operatori internazionali nell’ambito del Food & Beverage. Come ben sappiamo, nel momento in cui un oggetto diventa misurabile, soltanto allora diventa gestibile e quindi diventa possibile estrarne il massimo valore possibile per l’azienda. È possibile teorizzare in questa sede che l’altro aspetto interessante dell’applicazione delle nuove tecnologie di analytics ai valori intangibili sia quello di consentire a qualsiasi azienda di scoprire eventualmente “capitali” che non erano considerati oppure erano addirittura del tutto trascurati. L’obiettivo delle nuove piattaforme di analytics non sarà più soltanto la data discovery in senso stretto, che viene ormai data per consolidata, ma l’asset discovery, ovvero la capacità di mostrare una intelligenza superiore ai propri concorrenti, un vantaggio “cognitivo” che non dipende soltanto da nuovi livelli di automazione ma dalla capacità di reinventare il proprio business con grande lucidità. Per esempio: cosa succede quando l’impresa che fa mobili scopre che può investire nella superiore “intimacy” con i suoi clienti, diventando una piattaforma per qualsiasi altro concorrente? Quanto si trasforma il suo modello di business se decide di affittare gli elementi di arredo anziché venderli tout court? Queste trasformazioni sono possibili soltanto a quanti conoscono i propri clienti e i propri processi meglio di qualsiasi concorrente.

LE NUOVE REGOLE DELLA COMPETIZIONE

La capacità di una azienda di muoversi da un approccio data-driven a un approccio knowledge-driven va ovviamente ben al di là della capacità di impiegare l’IT per automatizzare il core business oppure ancora per creare nuovi prodotti e servizi, che a ben considerare sono soltanto il risultato più evidente di una trasformazione più profonda che si nasconde dietro le apparenze. Il punto centrale sta nel riconoscere che qualsiasi problema di business è in primo luogo un problema di dati, una questione di “logistica digitale”, e così facendo il livello della competizione si sposta, per così dire, un passo indietro, dal confronto sul mercato reale, dove i processi di imitazione e omologazione sono così forti che qualsiasi follower dopo qualche tempo riesce a imitare le soluzioni più sofisticate messe in campo dai leader di mercato, a una sorta di meta-mercato virtuale dove i contendenti si confrontano sulla capacità di sviluppare una conoscenza sempre più sofisticata delle esigenze del mercato e dei processi di produzione, e dove si compete sulle immagini digitali di processi, prodotti e soluzioni (i “digital twins”). Nel momento in cui le imprese cominciano a competere sul terreno di quella che potremmo chiamare “logistica digitale” le regole della competizione assumono una nuova forma, e cominciano a trascendere i tradizionali confini tra settori industriali. Se dalla produzione materiale di beni e di servizi, affidata alle macchine sempre più intelligenti dell’Industry 4.0, la competizione si sposta sulla digitalizzazione dei modelli di business, affidata agli “architetti del dato” che intervengono sui digital twin dei processi, allora potrebbe arrivare molto presto un momento in cui la determinante più importante del valore delle imprese saranno questi “blueprint digitali”, ovvero aggregati di valori intangibili perfettamente coerenti, integrati e coordinati nelle loro componenti elementari, reificati in dati e infrastrutture sempre più liquide, capaci di essere trasferiti agevolmente da una matrice di fattori produttivi a un’altra, da un settore a un altro. In uno scenario così futuribile, esisterebbero soltanto due settori industriali: l’industria della produzione (in senso lato), e l’industria del dato.

Giancarlo Vercellino, Research & Consulting Manager, IDC Italia

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Fintech e venture capital. Quale mission? https://www.datamanager.it/2017/05/fintech-venture-capital-quale-mission/ Fri, 12 May 2017 10:01:10 +0000 http://www.datamanager.it/?p=124654 Distruggere il sistema tradizionale oppure allearsi con le banche. È questa la scelta che devono fare le startup fintech e anche i venture capital per orientare nel modo giusto gli investimenti di private equity Nel 2011, Brett King ha pubblicato il libro dal titolo “Breaking Banks” che letteralmente significherebbe “Rompere le Banche”. Il suo sogno […]

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Distruggere il sistema tradizionale oppure allearsi con le banche. È questa la scelta che devono fare le startup fintech e anche i venture capital per orientare nel modo giusto gli investimenti di private equity

Nel 2011, Brett King ha pubblicato il libro dal titolo “Breaking Banks” che letteralmente significherebbe “Rompere le Banche”. Il suo sogno era di creare una startup in grado di realizzare nel settore bancario la medesima rivoluzione apportata da Amazon nel settore del commercio e da Facebook nel settore dei media. Di recente, Brett King ha dichiarato di aver avuto da sempre l’idea di «diventare una sorta di Facebook delle banche e di dar vita a una nuova forma di conto corrente bancario». Sei anni più tardi, la sua azienda, Moven, ha aperto solo 60mila nuovi conti correnti bancari, un numero certamente al di sotto degli utenti stimati. E alla fine, King ha concluso una transazione per vendere il proprio software a quelle stesse banche che aveva sempre considerato quale nemico. «Ci siamo resi conto – ha detto – che avere milioni di utenti come banca è un business molto diverso rispetto alla costruzione di una rete di social network».

Certamente il livello di diffusione è diverso. E anche l’appeal verso il pubblico. Negli ultimi anni, la Silicon Valley con le sue startup ha rovesciato un numero crescente di imprese e ciò ha contribuito a far sembrare possibile la rivoluzione dell’ecosistema di Wall Street, da sempre considerato un mondo a parte. King è solo uno dei tanti imprenditori che hanno deciso di correre il rischio di superare quegli abissi di tradizionalismo che contraddistinguono da sempre il mondo bancario. I direttori di fondi di venture capital che hanno investito miliardi di dollari in questa ondata di nuova tecnologia finanziaria – basti pensare a Venmo o Bitcoin – si sono messi in attesa di un nuovo potenziale che, qualora esplodesse pienamente, è destinato a rivelarsi una vera e propria minaccia per il business delle grandi banche.

SCELTE OBBLIGATE

Anche per Sheel Mohnot, venture capitalist presso 500 Startups, che è interamente focalizzato sulla tecnologia applicata al mondo della finanza, un sacco di persone che hanno dichiarato l’intenzione di sostituire le banche, poi si sono rese conto «di non avere altra scelta se non quella di collaborare con le banche». E la difficoltà di intaccare l’influenza e il potere delle grandi banche probabilmente aumenterà ancora di più sotto l’amministrazione Trump. Il Presidente degli Stati Uniti ha detto che vuole incoraggiare l’innovazione e nuovi business, riducendo le regole di tutti i tipi, tra cui la regolamentazione finanziaria. Eppure, è stata proprio la normativa approvata dopo la crisi finanziaria che ha costretto le grandi banche a ridurre i rischi in molte aree, fornendo possibilità di apertura a nuove startup come Moven. Il piano di Trump diretto a smantellare tali regolamenti post-crisi è ampiamente destinato a dare alle banche ancora più libertà di quanta non ne avessero già, contribuendo così a chiudere le porte ai nuovi arrivati. Arjan Schütte, il fondatore della società di venture capital Core Innovation Capital, che si concentra sulla tecnologia finanziaria, ha dichiarato che il giogo di obblighi normativi al quale le banche sono state sottoposte fino a questo momento, con Trump diventerà molto più leggero». Schütte si è spostato dagli investimenti diretti alle startup “disrupting” del mondo della finanza a quelli che intendono invece costruire alleanze con le banche.


#fintech @simeoneantonio1 Chi insidierà il predominio delle banche?
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IL PREDOMINIO DELLE BANCHE

Anche se non si è verificata una spaccatura vera e propria nel mondo finanziario, è indubbio che i servizi finanziari stiano cambiando. Gli americani sono in grado di inviare denaro istantaneamente dai loro telefoni, grazie a Venmo, e possono altresì ricevere un prestito in pochi minuti semplicemente usando il proprio telefono. La società di consulenza McKinsey ha stimato che la “rottura digitale” potrebbe mettere 90 miliardi di dollari, praticamente il 25 per cento dei profitti delle banche, a rischio nei prossimi tre anni. E ciò, in quanto i servizi diventeranno sempre più automatizzati. Tuttavia, gran parte di questo cambiamento dovrebbe venire proprio dal settore finanziario tradizionale, in quanto sarebbero le banche stesse ad assorbire le nuove idee dal mondo della tecnologia. Venmo, per esempio, ha catturato i portafogli di molti giovani americani, ma le maggiori banche hanno già pronte le loro versioni del servizio e alcune di loro hanno dichiarato di disporre già di offerte per pagamenti ancora più immediati di quelli offerti da Venmo. In ogni caso, le startup fintech non si trovano ad affrontare le stesse sfide in tutto il mondo. In Cina, Ant Financial Services Group è cresciuto fino a 450 milioni di utenti, dato lo scorporo dall’e-commerce del gigante Alibaba nel 2014. Ant Financial elabora ora la maggioranza dei pagamenti online in Cina. In Africa, il settore finanziario è stato scosso dal sorgere di nuovi sistemi di pagamento basati sul cellulare, come M-Pesa, in Kenya, che è diventato la forma dominante di pagamento. Negli USA invece, la crescita del fintech non ha raggiunto lo stesso livello di successo che ha ottenuto altrove, perché la maggior parte degli americani ha già accesso a un insieme funzionale di prodotti finanziari.

Secondo Josh Reich, che ha venduto la sua startup al gigante bancario spagnolo BBVA, affinché possano funzionare in America, le startup fintech «devono riuscire ad assumere una posizione di controllore, di guardiano del settore in modo da avere accesso all’ecosistema. Se vogliamo veramente toccare i loro soldi, abbiamo bisogno di essere parte del sistema bancario». Gli operatori del credito online sono stati particolarmente ambiziosi nel tentativo di seguire le banche stando al di fuori del loro sistema, cercando di lottare con l’alto costo di acquisizione di nuovi clienti attraverso il marketing. A un livello successivo, si sono tuttavia resi conto di quanto fosse difficile rilasciare prestiti ai clienti senza avere accesso a depositi a basso costo. Forse, Bitcoin è il progetto più ambizioso e recente volto a insidiare il potere delle banche. La moneta virtuale però non è decollata come modalità per tenere e spendere soldi su base giornaliera, al contrario di quanto era stato predetto. In tutti i casi, la tecnologia Blockchain viene vista dalle banche e dalle startup fintech come la soluzione capace di innovare definitivamente il mondo della finanza. A questo punto, viene spontaneo chiedersi chi ricoprirà il ruolo di innovatore. Forse, le banche e le startup insieme? Oppure, solo le banche, dopo avere assimilato le startup più innovative e disrupting? Lo scenario è destinato a evolversi ancora, ma le basi sono state già gettate.

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Fatturazione elettronica B2B, cogliere le opportunità https://www.datamanager.it/2017/05/fatturazione-elettronica-b2b-cogliere-le-opportunita/ Fri, 12 May 2017 09:03:15 +0000 http://www.datamanager.it/?p=124682 Più che un documento amministrativo o fiscale, la fattura elettronica rappresenta un elemento importante per le aziende che la adottano, in quanto permette di cogliere tutte le opportunità, anche e soprattutto organizzative, della trasformazione da manuale a digitale dell’intero processo Di Luca de Piano Come noto, all’inizio di quest’anno è entrato in vigore lo scambio […]

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Più che un documento amministrativo o fiscale, la fattura elettronica rappresenta un elemento importante per le aziende che la adottano, in quanto permette di cogliere tutte le opportunità, anche e soprattutto organizzative, della trasformazione da manuale a digitale dell’intero processo

Di Luca de Piano

Come noto, all’inizio di quest’anno è entrato in vigore lo scambio di fatture in forma telematica anche nell’ambito B2B, cioè quello aziendale, dopo che la fatturazione elettronica era già stata attivata per la pubblica amministrazione. Fatturare in formato elettronico non è obbligatorio tra privati, ma costituisce un’ottima opportunità per le aziende che intendono digitalizzare il processo di fatturazione, rendendolo più rapido e meno oneroso in termini di costi. I vantaggi pratici non mancano: abbattimento dei costi del processo, con eliminazione di stampa, spedizione e archiviazione, attività di registrazione ridotte al minimo, ricerca delle fatture in pochi secondi, e una significativa riduzione del rischio di errori. La digitalizzazione di attività che sono sostanzialmente ripetitive e a scarso valore aggiunto – come stampa e imbustamento delle fatture, interazione con i clienti, conservazione in archivio cartaceo, e di carattere burocratico, come i diversi passaggi autorizzativi – comporta notevoli vantaggi, anche di natura finanziaria.

Risparmi interessanti

Infatti, secondo quanto stimato lo scorso anno dall’Osservatorio Fatturazione Elettronica e Dematerializzazione della School of Management del Politecnico di Milano, il beneficio del passaggio alla fatturazione elettronica si colloca tra i 7,5 e gli 11,5 euro per ciascuna fattura, se ci si riferisce ad aziende che trattano un volume di fatture superiore alle tremila all’anno. Su scala più ampia, lo stesso ministero dell’Economia e delle Finanze (Mef), ipotizzava lo scorso anno risparmi complessivi per almeno 3 o 4 miliardi all’anno, suscettibili di arrivare nell’ordine della decina di miliardi nella prospettiva che si verifichi lo scenario migliore. Del resto, come hanno anche evidenziato tutti i vendor interpellati da Data Manager, la fatturazione elettronica è conveniente a tutti i livelli, in quanto consente un risparmio quantificabile per ciascuna fattura gestita rispetto ai modelli di fatturazione tradizionali, e questo è valido sia per le grandi aziende sia per le realtà più piccole. Non va infatti dimenticato che lo scopo della fatturazione elettronica tra privati è soprattutto quello di potenziare l’integrazione tra tutti i protagonisti della filiera del valore. Una finalità che sembra essere stata compresa dalle imprese italiane, almeno a guardare il dato del Digital Economy and Society Index 2017 (Desi), la graduatoria annuale che fa il punto sulla digitalizzazione nei paesi che compongono tuttora l’Unione Europea (Regno Unito, incluso). Se notoriamente l’Italia non si piazza spesso nelle prime posizioni rispetto a numerosi indicatori del Desi, almeno per quanto riguarda il dato del ricorso alla fatturazione elettronica le prospettive sono confortanti, visto che le imprese che la utilizzano sono il 30 per cento, un dato ben superiore alla media dell’Unione Europea che si attesta al 18 per cento. In questa sfida dalla PA al B2B, anche il Consorzio CBI, creato sotto l’egida dell’Associazione Bancaria Italiana, è in prima linea con l’obiettivo di creare – come spiega il direttore generale Liliana Fratini Passi – «una nuova cultura dell’innovazione per rimettere l’Italia tra i protagonisti a livello internazionale».


#eInvoice Liliana Fratini Passi @ConsorzioCBI Innovare i processi nelle imprese
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Incentivi fiscali

A far ben sperare vi sono anche gli incentivi di carattere fiscale. Infatti, è possibile adempiere al nuovo obbligo di invio dei dati Iva all’Agenzia delle Entrate a condizioni meno onerose, visto che non occorrerà più trasmettere i dati delle fatture elettroniche già inviate mediante il Sistema di interscambio (SdI) e si potrà beneficiare di vantaggi quali il rimborso Iva entro tre mesi dalla Dichiarazione, la riduzione dei termini di accertamento e l’esecuzione da remoto degli eventuali controlli fiscali, oltre a una serie di esenzioni da altrettanti obblighi di comunicazione relativi alle operazioni rilevanti ai fini Iva, il cosiddetto “Spesometro”, ai contratti di leasing e infine alle operazioni con paesi inseriti nelle “black list”. Sintetizzando l’argomento, Alfieri Voltan, presidente di Siav, non manca di sottolineare le principali novità e i nuovi obblighi, che vanno nella direzione di «spingere il sistema produttivo italiano verso la digitalizzazione dei processi amministrativi legati alla fatturazione» – spiegando che i vantaggi maggiori saranno per le aziende che «non si limitano a digitalizzare “l’ultimo miglio”, optando per esempio per la trasmissione di tutti i dati delle fatture in un contesto organizzativo invariato di gestione cartacea o ibrida dei processi. Al contrario, scegliere un uso integrato ed estensivo della fattura Xml porta i benefici maggiori in termini di standardizzazione del formato e tracciabilità, permettendo di automatizzare numerosi passaggi, come registrazione, approvazione, invio e altro, nell’interazione con clienti e fornitori e di ottimizzare l’uso delle risorse».


#eInvoice Alfieri Voltan @SiavItalia La fatturazione elettronica piace alle imprese
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La risposta dei vendor

Gli fa eco Angelo Cian, responsabile soluzioni gestionali di Zucchetti, spiegando che «la fatturazione elettronica tra privati sarà certamente un fattore di accelerazione delle imprese verso il digitale, per creare un sistema che porti maggiore efficienza a tutti gli operatori coinvolti nel processo: imprese, professionisti e Agenzia delle Entrate». Tutto questo nella consapevolezza che i vantaggi sono tanti. A parte il fatto che «produrre fatture elettroniche costa meno – continua Cian – il vantaggio principale è la possibilità di gestire documenti digitali e di attivare automatismi per il controllo e le registrazioni a livello sia contabile sia logistico. Si possono così velocizzare le attività legate a magazzino e ciclo passivo e ridurre gli errori dovuti a imputazione manuale di dati». Di fronte a questa serie di benefici, la risposta dei vendor non si è fatta attendere, e si sono moltiplicate le soluzioni per aiutare le aziende ad adottare questo nuovo approccio, permettendo soprattutto di coglierne anche le opportunità più durature in termini di trasformazione complessiva dei processi.


#eInvoice Angelo Cian @ZucchettiSpa L’offerta modulare di #ZucchettiDigitalHub
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Il requisito dell’integrazione

Tra gli elementi da tener presente nell’adozione di una soluzione per la gestione della fatturazione elettronica, è forse al primo posto quello dell’integrazione con i sistemi già presenti in azienda. «Alcune soluzioni che si stanno affacciando sul mercato sono ancora immature sul fronte dell’integrazione e di una visione a 360 gradi del processo di fatturazione» – avverte Alfieri Voltan, spiegando che la società ritiene fondamentale il tema dell’integrazione. «Adottare una soluzione per gestire la mera fatturazione elettronica in termini di comunicazione con il SdI potrebbe essere miope e creare anzi frammentazione e inefficienza nei processi. Quello del Sistema di interscambio è solo uno dei canali adottabili da clienti e fornitori, accanto a posta tradizionale, email, PEC e altro. Questo rende imprescindibile orientarsi verso soluzioni multicanale, in grado di gestire in maniera integrata tutti i processi di lavorazione delle fatture, indipendentemente dal canale e dal formato, facilitando l’utente nella gestione ibrida di cartaceo e digitale. Questo consente di avere un unico repository e processi normalizzati per l’archiviazione e il controllo di tutte le fatture. Altrettanto importante è il tema dell’integrazione con gli Erp, sempre più strategica in modo da rendere più semplici e veloci le attività degli utenti».

Offerta modulare

Non è quindi per caso, sottolinea Angelo Cian, che «Zucchetti ha pensato di integrare nativamente la soluzione di fatturazione elettronica non solo con tutti gli Erp e gestionali che compongono la propria offerta, ma anche con servizi quali firma digitale e PEC e con le applicazioni di gestione documentale e conservazione digitale per dare al cliente un servizio completo, dalla generazione e trasmissione della fattura, sino all’archiviazione a norma di legge». Il servizio, chiamato “Zucchetti Digital hub”, consiste in «un’offerta web modulare che permette al cliente di delegare a Zucchetti tutto il processo a fronte del pagamento di un corrispettivo annuale. Naturalmente, abbiamo pensato anche alle aziende che devono gestire fatture generate da Erp non Zucchetti, con un servizio che prevede l’installazione in locale della soluzione di fatturazione elettronica e la gestione del processo in piena autonomia» – conclude Angelo Cian.


#eInvoice Giuseppe Tusa @InfoCert_it Meno rischi più velocità con #FattureBtoB
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Gestione corretta

Per Giuseppe Tusa, product marketing manager di InfoCert tra le prime tre società accreditate come gestore di identità digitale SPID, e che fa parte del Gruppo Tecnoinvestimenti, bisogna puntare l’attenzione sul fatto che «la normativa prevede che le fatture siano inviate in allegato alla mail certificata in formato Xml che non è direttamente leggibile dal destinatario senza un opportuno software per la visualizzazione. Ma l’individuazione, lo smistamento e l’immediata leggibilità delle fatture passive costituiscono elementi preziosi per la loro corretta gestione. È per questa ragione che in InfoCert abbiamo realizzato il nuovo servizio “FattureBtoB”, che consente agli utenti della casella Legalmail di individuare rapidamente la posta certificata in ingresso contenente fatture elettroniche e di poterle visualizzare correttamente, scongiurando così non solo il rischio di trascurarle o addirittura di percepirle come spam o virus, ma evitando di poter apparire insolvente o coinvolto in potenziali contenziosi. Il servizio, che al momento del suo lancio, a febbraio, è stato il primo sul mercato a essere direttamente integrato nella Pec, offre molti vantaggi in più: per esempio la possibilità, per i titolari della casella certificata, di accettare o rifiutare le fatture elettroniche passive in arrivo, generando automaticamente l’allegato in formato Xml necessario al dialogo con il sistema di interscambio di Sogei».


#eInvoice Renato Ottina #Agyo la piattaforma in cloud di #TeamSystem
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Piattaforma in cloud

«Per consentire al mercato di cogliere appieno i vantaggi offerti dalla fattura elettronica, che semplifica i processi interni, permettendo di digitalizzare operazioni che richiedono passaggi onerosi per l’organizzazione, TeamSystem ha dato vita ad Agyo, la piattaforma in cloud che permette scambi digitali tra clienti, fornitori, Sistema di interscambio, professionisti e circuiti bancari» – spiega Renato Ottina, product management – responsabile Enterprise Market di TeamSystem. Più in dettaglio, «attraverso Agyo le aziende possono inviare le fatture elettroniche ai propri clienti e allo SDI. Nel caso di utilizzo di gestionali TeamSystem la generazione delle fatture e il loro invio sono gestiti automaticamente. Le informazioni sono disponibili anche agli studi professionali su cui si appoggia l’azienda, estendendo così la collaborazione anche a questi attori. Ma è nel ricevimento delle fatture elettroniche passive che l’azienda può trarre il massimo vantaggio. La fattura passiva, attraverso Agyo, viene importata nel gestionale dell’azienda, verificata e automaticamente contabilizzata» – prosegue Ottina, evidenziando il «notevole risparmio in termini di tempo e l’eliminazione del rischio di errori nell’inserimento dei dati», unitamente alla «piattaforma collaborativa che permette di allargare costantemente gli attori coinvolti e le informazioni che si possono scambiare. TeamSystem permette per esempio di estendere la collaborazione al circuito bancario per la spunta automatica degli estratti conto bancari e la loro contabilizzazione in azienda. Anche in questo caso, evitando processi onerosi e rischi di errore».


#eInvoice Valentini @PassepartoutSpa Automatizzare il flusso di lavoro
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Automatizzare il flusso di lavoro

«Gli sviluppi normativi di fine 2016 hanno purtroppo depotenziato i vantaggi fiscali previsti per chi decide di adottare la fatturazione elettronica B2B. Dagli ultimi dati, risultano pochissimi aderenti al regime premiale. Questa situazione rischia d’altra parte di offuscare gli indubbi vantaggi che ne derivano invece a livello di processo. Sono finalmente disponibili, infatti, standard e tracciati in grado di automatizzare il flusso di lavoro» – fa notare Simone Casadei Valentini, direttore progettazione, assistenza, formazione area Aziende e Professionisti di Passepartout. Per la società, «il documentale è sempre stato parte integrante del gestionale e allo stesso modo lo è la fattura elettronica. Il documento ha una valenza in dati gestibili dal software e quindi utilizzabili dal sistema», prosegue il manager, spiegando che «nell’ottica della fatturazione elettronica, tutto questo permette di partire dal documento ricevuto per chiudere il ciclo di magazzino con il carico automatico e la trasformazione dei documenti alla fattura stessa collegati. Allo stesso tempo, consente di avviare la registrazione contabile in un circolo virtuoso dove il sistema è in grado di apprendere le informazioni presenti in fattura per raggiungere un livello di automazione dei processi sempre maggiore. Riteniamo quindi che si siano in parte persi i vantaggi normativi prospettati inizialmente, ma rimangono indubbiamente quelli di processo, a patto di avere un gestionale in grado di sfruttare questi vantaggi».


#eInvoice Alberto Carrai @ARXivar #InvoiceXchange un passo avanti in ottica europea
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Ottica europea

«La fatturazione elettronica tra privati è un ulteriore passo verso la rivoluzione digitale che sta investendo non solo l’Italia ma l’Europa intera» – spiega Alberto Carrai della direzione marketing e commerciale di AbleTech, sottolineando che «entro il 2020, si prevede che quella elettronica diventerà l’unica fatturazione esistente nell’Unione Europea. Le aziende italiane hanno quindi qualche anno per prepararsi a questa svolta. I benefici della gestione digitale delle fatture sono quantificabili sia in termini economici sia utilizzando un servizio come “Invoice Xchange”, in termini di maggiore affidabilità nel processo di conservazione, nella ricerca semplificata di qualsiasi documento, e soprattutto nel senso di un percorso di ottimizzazione dei processi aziendali che può partire proprio da qui». È anche per questo che, sempre secondo Alberto Carrai, rispetto ad altre soluzioni “one-shot”, Invoice Xchange è «integrabile ai sistemi gestionali e Erp in uso». Infatti, la grande opportunità della fatturazione elettronica, ben oltre la pura dematerializzazione, sta nell’aprire le imprese alla gestione digitale integrata di tutte le sue fasi. Stiamo parlando di «profilazione, distribuzione, autorizzazioni interne, validazioni, fino all’invio, che rappresentano solo la punta dell’iceberg – puntualizza Carrai – con notevoli vantaggi in termini di abbattimento dei tempi di esecuzione delle attività, riduzione dei costi di gestione delle informazioni da scambiare con la controparte, e miglioramento nell’accuratezza del processo grazie all’eliminazione delle attività a forte contenuto manuale».


#eInvoice Zaffagnini @topconsultsrl #TopMedia SocialNED su misura delle PMI
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Dematerializzare la filiera

Al di là delle incentivazioni fiscali, ancora in fase di definizione, la vera opportunità per le imprese è che saranno spinte a usare la gestione elettronica dei documenti nei processi aziendali. «Non basta impiegare il software gestionale per creare la fattura elettronica – spiega Pier Luigi Zaffagnini, CEO di Top Consult – questa va passata a un sistema documentale evoluto come quello Top Consult che provvede ad archiviarla, spedirla, conservarla digitalmente». In altre parole, «occorre dematerializzare tutta la filiera documentale dall’ordine fino al pagamento, in modo da ottemperare agli obblighi di legge e creare maggiore efficienza». Ci sarà inoltre un periodo di transizione, in cui coesistono fatture Xml, documenti Pdf allegati alle e-mail, cartacee: «Solo la gestione documentale è in grado di gestirle tutte al meglio». Ed è anche per questo che «le soluzioni per la fatturazione elettronica, sia B2B sia PA, devono essere ampie e complete, per digitalizzare i processi aziendali legati alla fattura e integrarli con i sistemi gestionali e informativi. Nei suoi 30 anni di attività, Top Consult ha sempre progettato sistemi documentali capaci di integrarsi con tutti i gestionali e gli Erp: in questo modo, nei nuovi scenari del documento informatico, il sistema documentale diventa l’asse portante del sistema informativo aziendale. Per questo, abbiamo progettato la nuova suite “TopMedia Social Ned” che consente anche alle PMI di iniziare velocemente la gestione della fattura elettronica e dei processi lavorativi in cui è inserita mediante soluzioni già pronte all’uso».


#eInvoice Gianmario Mollea @TESISQUARE Ottimizzare i processi
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Ottimizzare i processi

«Non siamo solo noi a pensarlo, in quanto ormai tutti gli attori coinvolti nei processi amministrativi aziendali ritengono che la fatturazione elettronica sia uno strumento imprescindibile, una necessità oggettiva non solo per le grandi imprese che ricevono e inviano numeriche elevate di documenti, ma anche per le piccole aziende che si trovano a gestire poche centinaia di documenti» – commenta Gianmario Mollea, marketing and sales manager di Tesisquare. Anche perché «la fatturazione elettronica tra privati rappresenta, soprattutto per i soggetti passivi di Iva, un mezzo per ottimizzare i processi amministrativi interni, tanto in termini di costi quanto di velocità nella gestione dei documenti. Infatti, consente di ottenere una consistente riduzione dei costi per ogni fattura gestita, grazie all’azzeramento dell’utilizzo della carta e alla diminuzione del personale dedicato a gestire manualmente il processo di fatturazione, con la sua ricollocazione in attività a maggior valore aggiunto» – prosegue Mollea, sottolineando che «l’ottimizzazione dei processi avviene anche grazie ad alcune importanti agevolazioni fiscali, come i rimborsi IVA eseguiti in via prioritaria, le verifiche, i controlli e gli accertamenti fiscali ridotti, e infine un programma di assistenza per gli esercenti arti e professioni e per le imprese in semplificata».

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Banca dati. Come trasformare i dati in valore di business https://www.datamanager.it/2017/05/banca-dati-trasformare-dati-valore-business/ Fri, 12 May 2017 08:32:56 +0000 http://www.datamanager.it/?p=124541 Le strategie Big Data di UniCredit generano significativi ritorni commerciali in termini di nuovi servizi B2B e B2C con il duplice obiettivo di consolidare una robusta governance dei dati e costruire su di essi nuove opportunità di business I dati digitali, opportunamente scremati, correlati e convertiti in informazioni “pesanti” dagli strumenti dell’analytics; la loro valorizzazione […]

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Le strategie Big Data di UniCredit generano significativi ritorni commerciali in termini di nuovi servizi B2B e B2C con il duplice obiettivo di consolidare una robusta governance dei dati e costruire su di essi nuove opportunità di business

I dati digitali, opportunamente scremati, correlati e convertiti in informazioni “pesanti” dagli strumenti dell’analytics; la loro valorizzazione attraverso processi che coinvolgono in modo trasversale le strutture e l’organizzazione di un’azienda, sono i cardini di una trasformazione digitale che sta abbracciando tutti i settori. In testa, quello finanziario, che i dati, transazionali e no, li ha sempre generati in abbondanza anche se solo ora comincia a valorizzarli, costruendo sull’informazione un mondo nuovo, fatto di diverse relazioni con il cliente, prodotti e servizi innovativi, e inattese alleanze con altri settori industriali. UniCredit è stato tra i primi a dotarsi di una compiuta strategia Big Data, con il duplice obiettivo di consolidare una robusta governance dei dati e costruire su di essi nuove opportunità di business. L’aspetto del governo delle informazioni generate dalle procedure o dalle applicazioni e quindi da più fonti eterogenee sia strutturate sia non strutturate, necessita infatti la certificazione della qualità del dato, la sua integrità, il rispetto della compliance. Questi aspetti, che vanno a complemento della capacità di innovazione e della tecnologia, non devono essere trascurati. Già nel 2015, UniCredit si è strutturata per avere competenze molto specifiche nell’analisi di tali dati con capacità di trasformarli in asset competitivo.

NUOVO MODELLO LOGICO

All’interno di UniCredit, ci sono due grandi blocchi funzionali. Il primo si caratterizza per competenze più organizzative, di processo e di architettura del dato, che permettono di accorciare la catena e i tempi di decodifica dei requisiti di business in requisiti funzionali. Gli specialisti di questa area lavorano a stretto contatto con le funzioni IT per la definizione del modello logico dei dati, perché hanno una conoscenza completa del ciclo di vita dell’informazione. Il secondo blocco ha caratteristiche da business partner (in gergo data steward), con competenze di rischio, finance e business. Professionisti che interagiscono ogni giorno con le rispettive funzioni aziendali, supportandole e facilitando l’uso delle informazioni in tutte le necessità di analisi dei fenomeni. Un’organizzazione e un approccio azzeccati, che hanno già centrato gli obiettivi di partenza.


#InnovationBank @UniCredit_PR Come trasformare i dati in valore di business
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NUOVI SERVIZI

Oggi, UniCredit può vantare a catalogo due nuovi prodotti – uno Business-to-business, l’altro rivolto ai correntisti retail – che rappresentano una conferma pratica dello scenario di Big Data come strumento commerciale e di supporto al business. My Business View è un nuovo tool, un vero e proprio cruscotto di business intelligence, basato sulle transazioni che UniCredit gestisce come “issuer” (emittente di carte di pagamento) e come “acquirer” (gestore delle transazioni sui terminali POS della banca), che i clienti aziendali di UniCredit possono utilizzare per monitorare l’andamento di business dei propri punti vendita su alcuni KPI (per esempio, l’andamento dei volumi di incasso e lo scontrino medio) e le abitudini di acquisto dei propri clienti confrontandosi con analoghi indicatori di negozi operanti nello stesso settore e attivare campagne ad hoc. L’altro prodotto, denominato Scoperto facile, parte da un approccio analitico degli stili di vita e di spesa dei clienti consumer, sulla base dei dati relativi ai loro conti correnti, per pre-autorizzarli ai piccoli scoperti creati per far fronte e una spesa improvvisa o inattesa. Questa pre-autorizzazione evita al cliente la necessità di recarsi in agenzia o contattare un consulente. Insomma, la filosofia Big Data tradotta in una forma di “fido” molto più flessibile e soprattutto automatica. Lanciato nell’autunno del 2015, My Business View ha totalizzato in poco più di sei mesi circa 20mila contratti sottoscritti dalla clientela business di UniCredit. Si tratta di uno strumento di marketing e business intelligence pensato per le imprese clienti cosiddetti “acquiring” di UniCredit, di fatto esercenti che offrono ai loro clienti finali strumenti di pagamento elettronico tradizionali (carte di credito, debito e prepagate) o più innovative (come Alipay). My Business View fornisce in maniera molto intuitiva la risposta alle domande che un esercente può formulare sull’andamento delle proprie attività.

UNA “VISTA” SEMPLICE SUL BUSINESS

Il sistema consiste in semplici e concrete “viste” sul business dell’esercente, in termini di volumi di transato, ticket medio, numero di clienti, frequenza e comportamento di spesa della clientela. Una efficace risposta all’esigenza delle aziende, in particolare quelle di piccole dimensioni, di poter avere a disposizione strumenti moderni per l’analisi del business e il miglioramento delle strategie di marketing senza avere alle spalle una struttura dedicata e un ampio bagaglio di conoscenza. Sfruttando le più innovative tecnologie e le competenze del Gruppo in ambito Big Data, Business View è in grado di supportare analisi complesse, in modo personalizzato e intuitivo, consente di gestire grandi volumi di dati aggregati e anonimizzati, anche di natura eterogenea, integrando le più evolute tecniche di analisi in maniera agile e veloce.

I VANTAGGI PER L’IMPRESA

Per l’impresa che accede al nuovo cruscotto di business intelligence semplificata di UniCredit i vantaggi sono notevoli. Disporre di analisi dei comportamenti d’acquisto per monitorare nel tempo il business. Poter contare su dati sempre aggiornati, rappresentati in forma aggregata e anonima con elevati standard di protezione. E “last but not least”, godere di tutto questo attraverso una semplice interfaccia Web, senza dover investire in soluzioni e tecnologie nuove, difficili da configurare e utilizzare. L’accesso al servizio prevede semplicemente la firma di un contratto in agenzia. I clienti che sono già in possesso dei codici di Banca Multicanale UniCredit potranno utilizzare direttamente il servizio, gli altri possono comunque usufruire di My Business View come servizio indipendente. Anche su orizzonti commerciali molto più limitati di quelli in cui si muovono i grandi retailer, un approccio analitico, basato su informazioni numeriche e grafiche, può svelare all’esercente una molteplicità di aspetti. Un negozio potrà per esempio approfondire i comportamenti d’acquisto della sua clientela in forma anonima e aggregata, evidenziando le fasce orarie preferenziali e il valore medio degli acquisti effettuati. My Business View permette persino di controllare il proprio andamento rispetto a una serie di benchmark di riferimento validi per ogni specifico settore e un unico cruscotto può essere utilizzato per monitorare uno o più punti vendita di proprietà.

PIÙ CONTROLLO, MENO RISCHI

Le stesse capacità analitiche, applicate internamente in chiave di risk management, sono alla base del nuovo servizio di Scoperto Facile. Al titolare di un conto corrente può capitare di dover utilizzare una somma di denaro eccedente rispetto alla effettiva disponibilità e in questi casi, la banca può accordare, previa valutazione del cosiddetto “merito creditizio”, una certa soglia di elasticità, indipendente dalle reali giacenze. Il fido è uno strumento molto antico ma anch’esso risente dell’avvento delle nuove tecnologie. Il tradizionale “scoperto conto” diventa più flessibile e multicanale, trasformandosi in Scoperto Facile. Il correntista ha tra l’altro la possibilità di gestire facilmente nel tempo questo nuovo servizio, personalizzando il plafond di credito nei limiti dei massimali previsti, in aumento o in diminuzione, secondo le proprie esigenze. UniCredit ha semplificato l’accesso a Scoperto Facile anche dal punto di vista commerciale, proponendo quattro livelli di plafond e un unico tasso di interesse fisso.

Foto: Domenico De Mezzo

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Un anno di ransomware tra mitologia e redenzione https://www.datamanager.it/2017/05/un-anno-ransomware-mitologia-redenzione/ Fri, 12 May 2017 07:35:55 +0000 http://www.datamanager.it/?p=124460 L’evoluzione dei ransomware nel 2016 ha evidenziato un notevole incremento delle minacce con “prodotti” perfetti, cioè indecifrabili, e il rilascio di una seconda generazione di crypto-malware ancora più temibili Il 2016 ha evidenziato in modo inconfutabile come i ransomware sono da considerarsi la minaccia primaria per la sicurezza dei nostri preziosi dati. Il 2016 ha […]

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L’evoluzione dei ransomware nel 2016 ha evidenziato un notevole incremento delle minacce con “prodotti” perfetti, cioè indecifrabili, e il rilascio di una seconda generazione di crypto-malware ancora più temibili

Il 2016 ha evidenziato in modo inconfutabile come i ransomware sono da considerarsi la minaccia primaria per la sicurezza dei nostri preziosi dati. Il 2016 ha incoronato come piaga dell’anno i crypto-malware, dove si è riscontrato una vera e propria esplosione nello sviluppo di nuovi ransomware e non sono mancati i colpi di scena. A metà gennaio viene rilasciata la versione 3.0 di TeslaCrypt, che verrà ricordato per il lunedì nero del primo febbraio 2016, dove si toccò l’apice dell’attacco da parte di questa famiglia di crypto-malware. Tra il 30 e il 31 gennaio 2016 vi fu una massiva campagna di email infette da TeslaCrypt, con l’invio di oltre 45 milioni di messaggi infetti da 4000 account SMTP compromessi. L’attacco del TeslaCrypt proseguì per tutto il mese di febbraio, portandolo al primo posto nella classifica dei crypto-malware più diffusi del 2016.


Allarme #ransomware @Clusit Anche per il 2017 sono la minaccia primaria
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La versione 3.0 di TeslaCrypt risultò essere il crypto-malware più letale perché era indecifrabile, il ransomware perfetto. Sempre a febbraio, viene rilasciato un nuovo ransomware chiamato Locky, che diverrà nei mesi successivi lo spauracchio degli istituti ospedalieri americani e non solo. A marzo nuovi ransomware spuntano come funghi: Cerber, Rokku, CryptoXXX, Petya e la versione 4.0 di TeslaCrypt. Perché gli autori del TeslaCrypt hanno rilasciato la versione 4 se la 3 era inattaccabile? Si presume che l’intenzione degli autori del TeslaCrypt era di vendere la versione 4 al mercato nero. Molto scalpore a marzo fece Petya, trattasi di un ransomware 2.0 per le sue particolari tecniche innovative, poiché cifra la Master File Table di ogni disco e non i file di dati, rendendo impossibile l’accesso alle unità, visualizzando un terrificante teschio della morte. Sempre a marzo troviamo Cerber, un ransomware parlante avente per motto “Quod me non necat me fortiorem facit” (“ciò che non mi uccide, mi rende più forte”). Ad aprile, troviamo il malware Maktub che, per il suo layout molto ricercato graficamente, potremmo definirlo un ransomware “artistico”. A maggio, avviene il colpo di scena del 2016, gli autori di TeslaCrypt decidono di rilasciare pubblicamente la chiave privata “Master Key” di cifratura, che permette di decifrare qualsiasi variante di questo ransomware. I motivi del rilascio della Master Key a tutt’oggi rimangono sconosciuti. Sempre a maggio viene rilasciato Petya 2, il quale incorpora anche il ransomware Mischa che cifra file di dati nelle modalità consuete. In questo mese troviamo i primi ransomware della famiglia CrySis, come Saraswati.


#ransomware @Clusit Ecco la lista dei #cryptomalware
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A giugno si diffondono Satana e Locky si trasforma in Zepto. A luglio viene rilasciato Petya 3, e CryptoXXX si trasforma in CryptoPPP. Ad agosto, vengono rilasciati Cerber 2 e 3, seguiti da ransomware ispirati a Mr. Robot come FSociety e a PokemonGo. A settembre arriva la versione Odin di Locky, e fa la sua comparsa il ransomware HDDCryptor che segue le orme di Petya, andando a cifrare il contenuto del disco attraverso un tool open source. A ottobre, arrivano dall’Egitto il ransomware Anubis, la versione 4 di Cerber e 2 nuove versioni di Locky (Sh*it e Thor). A novembre troviamo Dharma della famiglia CrySis, Cerber 5 e CryptoShade. A dicembre, continua lo sviluppo incessante di Locky con la variante Osiris. È stato un 2016 dove l’autore del TeslaCrypt ha raggiunto l’apice per poi redimersi e altri si sono ispirati alla mitologia per le proprie creazioni. Le aspettative per il 2017, viste le tendenze del primo bimestre, non sembrano prevedere una riduzione degli attacchi. Per difendersi è necessario utilizzare sistemi antivirus che integrino tecnologie anti-ransomware in grado di mitigare la cifratura nella fase iniziale dell’attacco in abbinata a sistemi di backup avanzati. E queste sono necessità imprescindibili per qualsiasi utente sia business sia consumer.

Gianfranco Tonello, docente CLUSIT

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E se i dati a disposizione fossero sbagliati? https://www.datamanager.it/2017/05/dati-disposizione-fossero-sbagliati/ Thu, 11 May 2017 15:07:31 +0000 http://www.datamanager.it/?p=124455 Al cinema e nella realtà le informazioni errate possono portare a conseguenze drammatiche: senza enfatizzare la “prova del nove”, varrà la pena di riscoprire che la certezza del dato è moltiplicatore di sicurezza La sigla ISS potrebbe dirvi poco. Niente di grave. Anch’io non l’avevo mai presa in considerazione. Ho scoperto cosa si celava dietro […]

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Al cinema e nella realtà le informazioni errate possono portare a conseguenze drammatiche: senza enfatizzare la “prova del nove”, varrà la pena di riscoprire che la certezza del dato è moltiplicatore di sicurezza

La sigla ISS potrebbe dirvi poco. Niente di grave. Anch’io non l’avevo mai presa in considerazione. Ho scoperto cosa si celava dietro quell’acronimo solo quando sono inciampato in quelle tre lettere mentre stavo – come al solito – dando la caccia a qualche storia da raccontare. E così ho appurato che la sigla individua la International Space Station. Stavolta parliamo della NASA, la spettacolare realtà aerospaziale statunitense che recentemente il pubblico “normale” ha rivisto come scenografia dell’opera cinematografica “Il diritto di contare” di Theodore Melfi. Lontana, la romantica corsa alla Luna e troppo distante, anche la conquista del Pianeta Rosso (già impietosamente raffigurata da Corrado Guzzanti nel film “Fascisti su Marte”), nessuno ricordava Houston, Cape Canaveral e altre suggestive località dell’astronautica.

La pellicola di Melfi, ambientata nel clima segregazionista della Virginia degli anni Sessanta, racconta di tre donne che lavorano a Langley (Katherine Johnson, Dorothy Vaughan e Mary Jackson) e che a diverso titolo “fanno di conto” a supporto del centro di ricerca, surclassando persino i computi eseguiti da ciclopici elaboratori elettronici cui dovevano andare in soccorso. Come ogni volta, quasi fosse un severo e inevitabile rituale, c’è chi si chiederà l’attinenza della vicenda a 35mm con il tema della sicurezza che costituisce il perno di questo storico appuntamento. Se la storia più o meno romanzata delle tre ragazze di colore ha calamitato l’attenzione sull’importanza del fattore umano nei contesti più delicati anche di carattere scientifico, quel che sto per tratteggiare può far addirittura balzare dalla sedia i più scettici.


.@Umberto_Rapetto La #qualità del dato è moltiplicatore di #sicurezza
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La vicenda coinvolge due britannici. A differenza delle barzellette “etniche” in cui ci sono sempre protagonisti di più nazionalità, stavolta i due individui hanno la medesima origine e intervengono in tempo e modi differenti. Tim Peake, classe 1972, ex ufficiale elicotterista dell’Esercito di Sua Maestà la Regina, poi collaudatore alla Agusta Westland, selezionato tra oltre ottomila candidati, si è aggiudicato uno dei sei posti nel programma di formazione degli astronauti dell’ESA e poi ha trascorso qualche mese sulla ISS di cui abbiamo parlato nell’incipit. La sua notorietà ha agevolato un piano di sensibilizzazione e di istruzione degli studenti del Regno Unito, che ha generato un loro positivo coinvolgimento in esercitazioni di analisi delle informazioni. E qui salta fuori l’altro eroe della nostra epopea. Il suo nome è Miles Soloman e ha diciassette anni. Liceale alla “Tapton” di Sheffield, ha avuto – come tanti altri suoi coetanei – l’opportunità di leggere ed esaminare un documento messo a disposizione dall’Institute for Research in Schools. Al giovanissimo Miles, è toccato in sorte lo studio di un foglio di calcolo in cui erano riportati i dati relativi ai livelli di radiazione a bordo della Stazione Spaziale Internazionale. A un certo momento è saltato fuori un numero negativo, che lo studente ha ritenuto inammissibile ed eventualmente riconducibile a un’erronea acquisizione di dati da parte dei sensori della ISS. Il ragazzo – senza dubbio armato di capacità straordinarie e di determinazione non comune – non ha esitato a inviare una email alla National Aeronautics and Space Administration.

Gli scienziati non solo hanno riconosciuto valide le osservazioni dello studente, ma non hanno esitato a invitarlo a fornire collaborazione per la soluzione del problema. Se la medesima umiltà della NASA si andasse ad annidare nelle nostre istituzioni, probabilmente le nuove generazioni potrebbero trovare spazio per esprimere al meglio le proprie capacità. E la sicurezza ne trarrebbe giovamento in ogni sua declinazione.

L'articolo E se i dati a disposizione fossero sbagliati? proviene da Data Manager Online.

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