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Il testo sulla protezione dei dati personali entra definitivamente in vigore a maggio di quest’anno ma non contiene esplicite guidelines: l’obiettivo è spostare l’attenzione sulla gestione di un rischio che può variare molto in funzione del settore in cui opera l’azienda o l’organismo che ha a che fare con le informazioni. Un approccio familiare a chi si occupa di cyber security, ma che non si esaurisce in uno o più tool da implementare. Ecco le cose essenziali da conoscere, tenendo conto di un aspetto critico per una normativa che sanziona in modo molto severo la “non adeguatezza”: il percorso verso la compliance è lungo, in molti casi oneroso (non solo in termini di costi) e molte aziende sono in ritardo ed esposte al rischio-sanzioni. Ma per fortuna possiamo contare su un ampio mercato di soluzioni e servizi di consulenza

Privacy by default, accountability, impact analysis, obbligo di denuncia, data minimization e retention. E così via. Il regolamento europeo sulla protezione dei dati personali (GDPR) conferma e rafforza diversi trend normativi già affermatisi nel corso del tempo in Europa, con una forte chiamata in corresponsabilità delle aziende e un sistema di sanzioni – vere e proprie multe espresse in percentuale dei fatturati aziendali – che sulla carta può diventare molto oneroso e difficilmente aggirabile. Il legislatore europeo ha sicuramente agito in linea di continuità con il passato, ma allo stesso tempo si rivolge alle imprese e ai responsabili delle loro infrastrutture informatiche, chiedendo un impegno ancora maggiore. Non solo in termini di tracciabilità delle informazioni – con una riduzione dei margini di rischio di esposizione delle stesse, per esempio attraverso nuovi metodi di anonimizzazione dei dati (disaccoppiamento tra informazioni generiche e informazioni anagrafiche), riduzione del volume complessivo delle informazioni conservate e della loro ridondanza, rimozione delle informazioni non più utili alla conduzione del business – ma anche in termini di capacità di individuare rapidamente le violazioni avvenute, che secondo il nuovo regolamento devono essere tempestivamente e volontariamente segnalate alle autorità centrali.

COMPLIANCE IN CHIAROSCURO

Il problema è che la linea di partenza per la definitiva entrata in vigore del GDPR (dopo un periodo transitorio che non prevedeva sanzioni), fissata per il prossimo maggio, è alle porte mentre gli obiettivi della compliance sembrano ancora molto lontani. «Dalle indagini che IDC ha condotto negli ultimi diciotto mesi su questo tema – afferma Giancarlo Vercellino, research and consulting manager di IDC Italia – si evidenzia un procedere flemmatico verso la scadenza del periodo transitorio». Quasi il 60% delle imprese sopra i dieci addetti, spiega Vercellino, dichiara di trovarsi in uno stadio avanzato di adeguamento ai nuovi termini della normativa in vista dell’imminente scadenza di maggio 2018, ma ben il 40% afferma di trovarsi ancora in una fase piuttosto preliminare, non avendo ancora pianificato una specifica roadmap oppure essendo appena partiti con le prime valutazioni. Quel che più conta – e forse dovrebbe preoccupare – è che «meno del 5% delle imprese sostiene di avere già provveduto a tutti gli adempimenti».

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Gli obblighi ai quali le organizzazioni aziendali (e non solo) devono ottemperare sono tanti e sicuramente la tecnologia e il software possono aiutare, insieme ai servizi di valutazione e affiancamento e formazione che i vendor di soluzioni di sicurezza, data protection e relativo consulting stanno offrendo – lo testimoniano le dimensioni ragguardevoli della partecipazione a questo dossier – un mercato di piccoli, medi e grandi utenti di informatica oggi alle prese con la messa in regola delle attività basate sui dati digitali. Secondo le analisi di IDC Italia, la quota dell’intero mercato della cybersecurity attribuibile agli sforzi di adeguamento non sarà indifferente. «Quest’anno – avverte infatti Vercellino – la compliance avrà verosimilmente un impatto particolarmente significativo su alcuni investimenti IT, in modo particolare sulla sicurezza. Il 22% delle imprese italiane sopra i dieci addetti indica la compliance come una priorità essenziale per il 2018, dato che sale al 39% tra le imprese che avvertono la necessità di investire sulla sicurezza IT. Circa il 10% delle imprese in fase avanzata di adeguamento al GDPR investirà in sicurezza oltre il 3% del budget IT complessivo». Oltre ai processi, conclude l’esperto, le aree di maggiore rilevanza degli investimenti saranno le tecnologie di web security, la mobilità e le infrastrutture di rete.

BINOMIO INSCINDIBILE

Una grossa area di incertezza percepita dalle organizzazioni che sono tenute a rispettare il regolamento, riguarda proprio le contromisure vere e proprie da adottare. Al momento, dal legislatore non sono ancora arrivate linee guida precise o best practice da implementare e come vedremo in seguito – dall’intervista con l’avvocato Valentina Frediani, founder e CEO dello studio Colin & Partners che abbiamo coinvolto in questo dossier – l’assenza di un preciso codice di comportamento è stata per così dire ingegnerizzata da un legislatore che ha voluto fissare una serie di obiettivi e presupposti, lasciando a chi deve ottemperare al regolamento, uno spazio di manovra che agisce anche da stimolo alla lettura e alla comprensione di un testo, che secondo Valentina Frediani è molto più esplicito del temuto. Come affermava Alessandro Cecchetti, general manager dello stesso studio specializzato in consulenza legale informatica, nel corso della tavola rotonda organizzata da Data Manager proprio per fare chiarezza sull’adozione del GDPR, la mancanza di precise norme di comportamento invita a rispettare l’unica regola possibile: leggere con cura il testo, individuare i punti di aderenza alla propria realtà procedurale e infrastrutturale e implementare di conseguenza le necessarie misure tecniche e organizzative. Si andrà a creare così – sottolineava Cecchetti – il binomio inscindibile voluto dal legislatore, quello tra il dato digitale inserito nel contesto delle infrastrutture e delle applicazioni informatiche e l’informazione considerata dal punto di vista del business e dei suoi processi.

Alla base del principio di responsabilizzazione che ispira il testo della normativa, c’è l’obbligo da parte dell’azienda di essere in grado di dimostrare l’adeguatezza con la quale è stato affrontato il tema della protezione del dato digitale. In altre parole, l’organizzazione è tenuta a stendere un accurato piano di valutazione da cui potrà derivare l’implementazione di contro misure sia tecniche (come per esempio l’uso della cifratura delle informazioni, o di tool che consentano un uso anonimo del dato personale) sia organizzative (per esempio la gestione improntata a una minore ridondanza dei dati e all’eliminazione di tutto ciò che non ha più utilità per il business). Un’altra forte motivazione dell’estensore della nuova direttiva europea è quella di evitare la definizione di norme preconfezionate e “one size”, proprio per venire incontro all’esigenza di una protezione più adatta allo specifico settore di attività. Uno dei tratti distintivi della compliance consiste proprio nello studio dei trattamenti e delle peculiarità che caratterizzano un’azienda di produzione industriale o un istituto di credito. Questo inevitabilmente comporta la capacità di analisi delle singole situazioni e la creazione di un percorso su misura. In una ottica che volutamente il legislatore ha inteso di vero e proprio risk management.


Dossier #GDPR È iniziato il conto alla rovescia. Come adeguarsi in tempo? Ecco i fattori critici che bisogna tenere d’occhio secondo @Clusit @ColinPartners @IDCItaly
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EVOLUZIONE DELLA PRIVACY

Qual è la risposta dei system integrator e più in generale del mondo delle soluzioni di IT security anche in termini di offerta consulenziale, di assessment e progettazione, e di veri e propri tool a supporto della compliance? Oltre a cercare di spiegare quali sono i principali obblighi e le misure sanzionatorie introdotti dal GDPR, questo dossier si prefigge di evidenziare quali mosse sono concretamente previste da chi deve affrontare un percorso di compliance e quali sforzi sono richiesti alle imprese in termini finanziari e temporali, e quali sono appunto i possibili contributi che vengono dal tradizionale mercato delle soluzioni di data protection, data leak prevention, e di risk e incident management, nonché dal mondo dei servizi di assessment, implementazione e gestione delle soluzioni adottate, in vista dell’obiettivo fondamentale del regolamento: determinare il passaggio da una cultura della tutela della riservatezza a un contesto generale in cui la salvaguardia del dato non viene mai separata dal concreto rischio di esposizione di informazioni personali che sono – anche da un punto di vista valoriale, economico – al centro di attività commerciali o di pubblico servizio.

Per evidenziare i punti essenziali della normativa, facciamo ancora una volta ricorso ai contenuti che Alessandro Cecchetti di Colin & Partners e Claudio Telmon, membro del direttivo e del comitato scientifico di CLUSIT hanno delineato, nelle due chiavi di lettura giuridica e informatica, nel corso della tavola rotonda di Data Manager. Il nuovo regolamento, aveva precisato Cecchetti, va appunto in direzione della data protection, tanto che tra le misure di sicurezza da adottare si fa riferimento alla 27001, la norma ISO sulla gestione della sicurezza informatica. Il punto chiave di una norma concepita come trasversale all’interno dei settori di industria e delle singole aziende è che diversamente dal passato, il nuovo regolamento non deve essere demandato esclusivamente a figure come il data protection officer (DPO). È il modo di concepire la privacy, che cambia completamente. La struttura del GDPR non prevede come si è detto una lista di cose da fare ma definisce una serie di macro-obiettivi, rimettendo all’azienda il compito di raggiungerli. Spetta a ogni singola organizzazione, in funzione del core business, del modo di trattare i dati, di tanti altri fattori, andare a calare il testo della norma nella propria realtà. Quest’ultima è una considerazione da tenere presente anche nell’affrontare le misure di sicurezza che il regolamento prevede, introducendo tra l’altro un principio di responsabilità, di “accountability”, in base al quale le aziende devono dimostrare la consapevolezza sulle misure adottate, ovvero nell’intera gestione del regolamento e della sua applicazione. Di analoghi margini di interpretazione godono le strutture preposte ai controlli, come la Guardia di Finanza, incaricata di svolgere verifiche che possono avere una durata più estesa, considerando che il compito del controllore è anche quello di capire le logiche con cui il regolamento è stato studiato e applicato alle diverse situazioni.

 

L’ONERE DELLA PROVA

Il principio di “accountability” – in altre parole, l’onere della prova in relazione all’efficacia delle misure messe in atto – è stato introdotto proprio perché il GDPR prevede l’introduzione di misure tecniche e organizzative “adeguate”. Il binomio inscindibile di cui parla Cecchetti di Colin & Partners prevede un costante allineamento tra misure tecniche e procedure operative: inutile per esempio adottare sofisticati processi di autenticazione che regolano l’accesso alle risorse di rete se mi dimentico di disattivare gli account dei dipendenti che lasciano l’azienda. Il GDPR equivale in pratica all’obbligo di adottare un sistema gestionale, non prima di aver analizzato le procedure in atto e le peculiarità delle singole aziende, o aver controllato che sul piano tecnico non esistano discrasie con quanto prescritto dal regolamento. Altra importante novità riguarda i concetti di privacy by design e privacy by default. Un concetto che incide sulla cronologia degli adempimenti perché il by design viene per esempio demandato anche ai fornitori che mettono sul mercato prodotti che hanno un impatto tecnologico. Viene qui introdotta una precisa co-responsabilità: in base al regolamento, i fornitori devono assicurarsi che le loro soluzioni rispettino la privacy by design e anche loro dovranno effettuare opportune analisi di conformità.

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La privacy by default può essere considerata come una responsabilità dell’azienda che acquista determinate soluzioni e le deve impostare. Anche se non sempre le reciproche responsabilità sono chiare nei progetti di sviluppo congiunto dove l’azienda “compliant” collabora con soggetti esterni. Il problema dei due tipi di privacy va affrontato cronologicamente per primo e deve riguardare retroattivamente anche le soluzioni software già presenti. Occorre effettuare una mappatura, tracciare i criteri che rientrano o non rientrano nelle definizioni di privacy by design o by default, tenendo conto della diversa misura in cui le informazioni personali possono impattare un applicativo. Sul piano legale, un altro tema da affrontare riguarda, a seconda della tipologia di trattamento, i privacy level agreement o data processing agreement. Si tratta di integrazioni contrattuali pensate dal punto di vista della privacy e non riguardano le implementazioni e le clausole di conformità previste dalla legge 196. I privacy level agreement (PLAs) disciplinano aspetti che hanno effetti legali evidenti ma impattano soprattutto sul piano tecnico: i backup, gli accessi degli amministratori di sistema e la loro “loggatura”, la mappatura dei subfornitori, la destinazione finale dei dati alla chiusura di un contratto o con l’eventuale passaggio dal fornitore A al fornitore B. Soprattutto, la parte delle subforniture che nel testo è molto lunga. Molte logiche del passato vengono ribaltate dal nuovo regolamento, che invita chi stipula un contratto di outsourcing a “smarcare” fin dall’inizio il tema della privacy per perimetrare in modo preciso i ruoli svolti dai responsabili dell’azienda e dai suoi fornitori.

LOGICA DI GESTIONE DEL RISCHIO

Anche l’esperto in sicurezza di CLUSIT fa partire le proprie considerazioni tecniche dal tema della responsabilità. «ll regolamento ci chiede di adottare una logica di gestione del rischio, la stessa richiesta dagli standard di cybersecurity» – precisa Claudio Telmon. In particolare, nell’articolo 32 la norma si allinea a quelle che dovrebbero essere le buone pratiche della sicurezza dei sistemi informativi, e in termini organizzativi si dovrebbe collocare nell’ambito della gestione dei sistemi di sicurezza aziendale. Un passo avanti rispetto a normative che imponevano le loro contromisure a prescindere dalla tipologia di dati e del loro contesto di trattamento. Un passaggio interessante del citato articolo è quello che impone di tutelare i dati dell’interessato da rischi di varia natura, per esempio di integrità, disponibilità e sicurezza del dato: in altre parole, i rischi non devono necessariamente riguardare attacchi e violazioni, il GDPR parla anche di quelli derivanti da errori nell’implementazione e nelle procedure.

Al centro del processo gestionale voluto dal regolamento, c’è – secondo Telmon – il requisito del registro di trattamento. In base alle definizioni e alle prescrizioni sul contenuto di questo documento, questo registro può fare da collegamento tra il business, i processi operativi dell’azienda e il sistema informativo. Attenzione però, per il registro di trattamento è prevista una forma scritta: può trattarsi di un file elettronico ma non di un semplice database. Come “precursore” del registro, lato sistemi informativi è consigliabile disporre di un buon inventario degli applicativi e dei flussi tra questi, uno strumento sempre auspicabile dal punto di vista gestionale, ma non facile da realizzare. Insieme al registro – spiega Telmon – la normativa prevede la stesura di un data privacy impact assessment (DPIA), che ha tuttavia una logica diversa. La gestione del rischio riguarda tipicamente le implicazioni che possono derivare per l’azienda dai vari tipi di minacce e incidenti. L’impact assessment valuta invece le potenziali conseguenze del trattamento dei dati sull’interessato.

A proposito di questo trattamento e del tema della privacy by default, Telmon mette in forte evidenza l’indicazione verso la cosiddetta data minimization. La normativa prevede che la quantità dei dati raccolti e trattati sia sempre ridotta al minimo indispensabile, già a livello di procedure. Nella stessa direzione della minimizzazione va anche uno dei temi più significativi del GDPR, la pseudonimizzazione, che consiste nel rendere non immediatamente identificabili (in quando diverso dall’anonimizzazione) i dati di profilazione, mantenendo però la possibilità di associare l’identità originaria (trattandosi di un processo reversibile). Tale prassi viene applicata ovunque sia possibile e può comportare serie difficoltà di implementazione su sistemi e processi preesistenti. Tra pseudonimia e minimizzazione è possibile ridurre lo spazio di esposizione al rischio, aspetto fondamentale per una norma che – è sempre utile ricordarlo – formalizza la prassi del rilevamento e della tempestiva denuncia delle violazioni (data breach) riscontrate. Infine, ci sono alcuni aspetti che pur non rappresentando una novità rispetto alla legge 196, vengono posti in maggiore evidenza.


Dossier #GDPR Il percorso verso la compliance è lungo, in molti casi oneroso (non solo in termini di costi) e molte aziende sono in ritardo ed esposte al rischio-sanzioni
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TRATTAMENTO E CONSERVAZIONE

Un punto più specifico di altri è quello dell’estrazione dei dati personali per la riconsegna all’interessato e della portabilità dei dati in un formato standard che renda possibile il trasferimento delle informazioni da un provider all’altro. Con il regime sanzionatorio attivato dal GDPR diventa opportuno mettere in atto un processo che sia in grado, almeno in via preliminare, di rispondere alle richieste degli utenti in tempi chiari. Più nuova e tecnicamente sfidante, è la questione della data retention, principio in base al quale il registro dei trattamenti deve contenere precise indicazioni sulla durata del periodo di conservazione dei dati e il loro termine di cancellazione. Un ultimo punto che ha implicazioni tecniche e giuridiche, riguarda il data protection officer, una figura né nuova né obbligatoria, ma che in tanti contesti può avere un ruolo importante nel suggerire e indirizzare le scelte procedurali. Il DPO non deve essere in conflitto di interesse con le attività su cui è chiamato a esercitare un ruolo di controllo (per esempio, non può essere il responsabile IT). Secondo Alessandro Cecchetti di Colin & Partners, quella del DPO sarà una funzione evoluta e interdisciplinare, non facile da individuare: dovrà avere competenze specifiche sul regolamento e sulle specificità delle aziende, e dovrà essere dotato di “soft skill” utili al suo ruolo più di intermediatore che di guardiano.

Per la preparazione di questo dossier, Data Manager ha conversato anche con Valentina Frediani founder e CEO dello studio di consulenza legale informatica. Abbiamo chiesto innanzitutto quali sono gli aspetti del GDPR che rappresentano, anche dal punto di vista della compliance, i momenti di unicità, diversità, distacco rispetto alla precedente normativa. «Il tratto distintivo del regolamento europeo rispetto all’attuale normativa privacy di cui al decreto legislativo 196 del 2003, è dato sostanzialmente dal cosiddetto principio di accountability su cui si fonda lo stesso regolamento. In sostanza, mentre nella 196 sono individuati in modo specifico i vari punti e oneri sulla base dei quali si deve uniformare il titolare del trattamento, il GDPR richiede al medesimo di adottare “misure tecniche e organizzative” tenendo conto dei rischi derivanti dal trattamento dei dati e di tutti quegli elementi che possono riguardare le sue finalità e l’ambito di applicazione, al fine di essere in grado di dimostrare che il trattamento è conforme al regolamento». In sostanza – spiega Valentina Frediani – il Legislatore europeo sembra aver preso atto delle enormi differenze che caratterizzano i destinatari del testo normativo: dimensioni, status economico e differenti legislazioni nazionali che ne caratterizzano lo sviluppo. La norma sposta sul titolare del trattamento l’onere della realizzazione di un’analisi che lo porti a confrontare il proprio modus operandi sulla gestione dei dati rispetto a tutti i principi contenuti nel dettato legislativo stesso. «Questo è un punto di rottura molto importante rispetto all’attuale normativa nazionale».

CAMBIAMENTO E CONTINUITÀ

In questo senso, che cosa si può “conservare”, pensando al lavoro di adeguamento già svolto in passato, e quali nuove misure o procedure devono essere adottate, e in quale ordine cronologico, in chiave di adeguamento alla normativa oggi vigente? «Sicuramente – continua Valentina Frediani – ci sono elementi di continuità rispetto alla 196. Per esempio, le informative costituiscono la base portante quale strumento di trasparenza e riconoscibilità per i diretti interessati in merito alla gestione dei propri dati e all’esercizio dei diritti. Nello specifico, anche se viene meno l’adempimento relativo alla nomina, nel testo si fa riferimento al tema delle autorizzazioni per quanto concerne gli operatori che trattano dati. Quindi, anche da questo punto di vista, i documenti di nomina potranno essere letti alla luce del regolamento europeo». Tuttavia, più che “conservare”, bisogna prendere in considerazione l’evoluzione degli adempimenti adottati nel corso degli anni in ottemperanza alla legge 196. «Molte aziende, nel tempo, hanno creato procedure al fine di mettere al centro i diritti dell’interessato e la gestione dei profili di autorizzazione: tematiche, queste ultime, che possono offrire la dimostrazione di un’attenzione organizzativa al tema privacy all’interno dell’azienda stessa. Si tratta di verificare l’allineamento rispetto a quegli obblighi della 196 che vengono riportati nel regolamento, e da lì effettuare l’evoluzione necessaria, introducendo tutti i nuovi grandi temi del GDPR».

Uno dei punti emersi durante la tavola rotonda organizzata da Data Manager sul GDPR riguarda la sostanziale assenza di precise linee guida, di best practice mirate alla compliance in materia di GDPR. La spada di Damocle di decisioni sanzionatorie come conseguenza delle violazioni rappresenta un ulteriore elemento di incertezza. «È ancora così ed è giusto che sia ancora così» – avverte Valentina Frediani. Trattandosi di un testo normativo che si basa appunto sul principio di accountability è impensabile che si possano porre delle regole precise rispetto a entità giuridiche che operano su tutto il territorio europeo, basandosi su aspetti giuridici, economici, culturali, tecnologici completamente diversi. I principi citati nel regolamento sono molto chiari, quindi andare a rileggere all’interno della propria realtà i processi che caratterizzano la gestione dei dati, la documentazione che viene rilasciata, le misure tecniche, adottate in un’ottica di analisi, è un “esercizio yoga” che purtroppo le aziende italiane sono abituate a rimandare». L’esperta invita a ricollegarsi alla legge 231 in materia di sicurezza sui luoghi di lavoro e a tutte quelle normative che essenzialmente imponevano alla struttura di prendere atto e misurare il proprio status rispetto al dettato normativo. Il caso di questo nuovo regolamento europeo non è così isolato rispetto ad altre disposizioni. «Il problema, semmai, sta nel fatto che metodologicamente gran parte delle aziende non ha la capacità di analizzare e mettere in discussione le modalità operative e le misure di sicurezza adottate fino a oggi».

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IMPATTO SUL BUSINESS

Forse, la preoccupazione più condivisa è l’impatto che una piena aderenza alla normativa comporta in termini – per così dire – di libertà di business model. È davvero ipotizzabile che il rispetto della privacy digitale può costituire una sorta di interferenza con il business, limitandone le possibilità e soprattutto le opportunità? Sembra quasi di cogliere una sorta di contraddizione in un Legislatore che da un lato delinea le condizioni favorevoli a una ampia apertura alla libera concorrenza (per esempio, normative di ampio respiro come PSD2) e dall’altro immagina un sistema di norme che sembrano impattare proprio su opportunità per le quali le tecnologie sono fattore abilitante. Ma il discorso di Valentina Frediani si fa quasi accalorato. «La normativa privacy non impatta assolutamente sulla libertà di adottare il proprio business model. Questa è una paura che si crea in quelle realtà in cui selvaggiamente i dati sono stati gestiti senza razionalizzazione, senza mettere in discussione il proprio modo di operare, probabilmente come 100 anni fa accadeva rispetto ai diritti dei lavoratori». Il mondo cambia – avverte Valentina Frediani – e le aziende devono, oggi più che mai, capire che tutti i principi raccolti nel nuovo regolamento europeo in materia di protezione dei dati potrebbero essere letti totalmente nell’interesse della tutela delle informazioni aziendali, oltre che nel rispetto dei diritti degli interessati. «Finché non cambia l’ottica, e quindi l’approccio delle aziende a questo adeguamento normativo, rimarrà il sapore di un Legislatore europeo che impone, dispone e non agevola le aziende nel gestire il proprio patrimonio dati. Ma questo è un grande errore che deve essere immediatamente corretto. Alle aziende deve arrivare il messaggio giusto: utilizzare il GDPR per ottimizzare la gestione delle informazioni aziendali che costituiscono il pane quotidiano di ciascuno di noi». Oggi, in un’epoca in cui la circolazione delle informazioni a livello informatico può comportare rischi altissimi, non solo per la perdita, ma anche per la rivelazione a soggetti non autorizzati, il regolamento si pone insomma come strumento di ampia tutela non solo per gli interessati, ma anche per i titolari del trattamento: si vedano, per esempio, i temi della contrattualistica e del data breach introdotti dal nuovo quadro normativo.

IL FATTORE PIÙ CRITICO

Il dominio del GDPR riguarda quindi una sfera, l’informazione digitale, le cui applicazioni oggi contribuiscono a generare, gestire e soprattutto estrarre valore dal dato. A questo punto però, c’è da chiedersi in che misura la stessa tecnologia, il software, può agevolare la conformità a queste stesse regole. Domanda che giriamo volentieri a Valentina Frediani, CEO dello studio Colin & Partners, chiedendole se, al contrario, la compliance normativa non sia pertinenza esclusiva delle procedure e di una policy comportamentale. «Nel GDPR – scorrendo il testo – osserva la Frediani, gli aspetti tecnologici hanno un impatto probabilmente del 30-40% rispetto a tutto l’adeguamento normativo. Ma la sicurezza e il rispetto della gestione dei dati, giustamente, non passano solo dalla tecnologia. A conferma della valorizzazione del fattore umano, il regolamento introduce l’obbligo di adottare misure organizzative adeguate». Per esempio è possibile razionalizzare profili di autorizzazione per accedere ai dati, adottare soluzioni anti-intrusione particolarmente valide, perimetrare in modo adeguato la sicurezza dei dati, «ma il fattore umano resta quello più critico qualora non vi sia sufficiente educazione sulla gestione del dato. Senza formazione, la violazione verrebbe comunque effettuata a prescindere dalle misure tecnologiche adottate». La tecnologia della sicurezza informatica è un elemento imprescindibile, ma come sempre conta moltissimo chi utilizza certi tool, e come viene formato in tal senso. Come valutare l’offerta di strumenti e servizi che vendor, system integrator e consulenti specializzati mettono a disposizione delle aziende? «In questo momento, il mercato offre di tutto e di più, forse anche troppo» – risponde Valentina Frediani.  «Personalmente, ritengo che sia fondamentale essere molto lucidi nel momento in cui si affronta un progetto di adeguamento particolarmente complesso, individuando una metodologia in grado di coinvolgere sin dall’origine del progetto i vari ruoli aziendali, valutando solo dopo una gap analysis, strumenti e servizi ad hoc. Pensare di adeguarsi al GDPR senza avere una visione d’insieme attraverso una analisi che confronti la propria realtà aziendale con quanto prescritto dal regolamento, lo ritengo assolutamente rischioso. A meno che l’azienda sia a un “punto zero” sul tema privacy: in questo caso da rischioso può diventare conveniente».


Dossier #GDPR Compliance in chiaroscuro e business model a rischio? Il valore dei dati e logica di risk management nel binomio inscindibile tra misure tecniche e misure organizzative
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CHE COSA C’È IN GIOCO?

Il nocciolo della questione è il diritto di ciascun individuo nella sua relazione con la salvaguardia dei dati digitali. Diritto che si articola in cinque ambiti fondamentali:

  1. Consenso informato – Il diritto a essere informato sul perché sia necessario disporre di determinate informazioni e su come esse verranno utilizzate. Il consenso deve essere dato in modo esplicito e può essere ritirato in qualsiasi momento.
  2. Accesso – Il diritto di accedere gratuitamente a tutti i dati conservati e ricevere informazioni sul loro trattamento.
  3. Correzione – Il diritto a correggere dati imprecisi.
  4. Diritto all’oblio – Il diritto dell’individuo a richiedere la cancellazione dei dati che lo riguardano.
  5. Portabilità – Il diritto a recuperare e riutilizzare i dati personali per finalità proprie nell’intero spettro dei servizi selezionati.

Il primo obiettivo verso la compliance sarà dunque quello di valutare, ed eventualmente modificare, il modo in cui la propria organizzazione raccoglie, archivia e rielabora i dati personali in funzione dei diritti evidenziati. Una parte essenziale di questo compito sarà quella di localizzare ciascuna istanza di queste informazioni attraverso l’intera organizzazione.

GOVERNANCE E RESPONSABILITÀ

L’azienda deve essere in grado di dimostrare di aver rispettato il testo della normativa attraverso adeguate misure di governance, incluse una documentazione dettagliata, la registrazione e una costante valutazione dei rischi. Un’ulteriore aspettativa da parte del legislatore riguarda in questa sede la cosiddetta protezione by design e by default: la sicurezza e la protezione dei dati devono essere – nella più ampia misura possibile – parte integrante del sistema gestionale, non una aggiunta successiva o posticcia. A fronte della velocità di trasformazione ed evoluzione delle tecnologie, il regolamento GDPR è volutamente “evasivo” sulle contromisure tecnologiche necessarie, limitandosi a utilizzare termini come “adeguato” o “stato dell’arte” per definire i livelli di protezione al di là dell’esplicito riferimento a tecniche di cifratura e pseudonimizzazione. In altre parole: ciò che è adeguato oggi può non esserlo domani!

DENUNCIA DELLE VIOLAZIONI

Il testo GDPR introduce un nuovo tipo di obbligo: l’azienda o l’organizzazione deve notificare presso le autorità responsabili qualsiasi tipo di violazione riguardante dati digitali di natura personale in grado di tradursi in un rischio per “i diritti e le libertà dell’individuo”. In caso di rischio particolarmente elevato, la notifica dovrà essere estesa anche all’individuo interessato. La denuncia deve essere presentata senza indugio, entro 72 ore dall’avvenuta conoscenza del fatto, in particolare fornendo entro le prime 24 ore dalla scoperta dell’evento, le informazioni minime per consentire una prima valutazione dell’entità della violazione. Anche in assenza di esplicite avvertenze riguardanti specifiche contromisure, il primo passo verso la compliance deve essere quindi un apparato di tutela che assicuri la massima protezione del sistema informativo sottostante e totale capacità di reportistica.

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L'articolo GDPR, conto alla rovescia. Adeguarsi è possibile? proviene da Data Manager Online.

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Fatturazione elettronica B2B, digitalizzare l’ecosistema https://www.datamanager.it/2018/03/fatturazione-elettronica-b2b-digitalizzare-lecosistema/ Fri, 16 Mar 2018 11:39:20 +0000 http://www.datamanager.it/?p=143807 Luci e ombre: per alcuni la fattura elettronica non sta ancora avendo il successo che meriterebbe, anche in considerazione del fatto che spesso rappresenta il primo passo verso la digitalizzazione dell’ecosistema aziendale, soprattutto per quanto riguarda le imprese di minori dimensioni A cura di Luca de Piano Entrata in vigore lo scorso anno dopo che […]

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Luci e ombre: per alcuni la fattura elettronica non sta ancora avendo il successo che meriterebbe, anche in considerazione del fatto che spesso rappresenta il primo passo verso la digitalizzazione dell’ecosistema aziendale, soprattutto per quanto riguarda le imprese di minori dimensioni

A cura di Luca de Piano

Entrata in vigore lo scorso anno dopo che era già stata attivata per i rapporti con la pubblica amministrazione, la fatturazione elettronica in ambito business-to-business sta riscuotendo un buon successo, anche se da più parti si osserva che l’adozione è ancora inferiore alle potenzialità. Va detto che l’utilizzo del formato elettronico non è stato reso obbligatorio per i privati, se non in casi circoscritti, come per esempio accade con l’obbligo previsto dal prossimo luglio nell’ambito degli acquisti di carburanti. Eppure, le opportunità offerte dalla digitalizzazione del processo di fatturazione non sono poche: oltre a essere più rapido e meno oneroso in termini di tempi e costi, fornisce anche la possibilità di essere esteso ad altri processi aziendali, rappresentando in questo senso un primo passo verso una trasformazione digitale su scala più ampia. Questo carattere di “primo step” verso la trasformazione digitale è stato giustamente evidenziato tra i vantaggi dai principali protagonisti del settore, che in molti casi propongono soluzioni complete e corredate da numerosi servizi a corollario, come risulta bene da questa ricognizione dello stato dell’arte del mercato, compiuta da Data Manager all’inizio di quest’anno.

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OPPORTUNITÀ DA COGLIERE

L’importanza della digitalizzazione nell’ambito della fatturazione e dei processi connessi sembra essere stata compresa dalla maggioranza delle imprese, come evidenziato in una ricerca resa nota a metà del 2017 dall’Osservatorio Fatturazione Elettronica e Dematerializzazione della School of Management del Politecnico di Milano. Secondo tale indagine, oltre il 60 per cento delle grandi imprese intervistate dall’Osservatorio indica, tra le priorità di investimento per i prossimi tre anni, i progetti digitali a supporto delle transazioni B2B. Le grandi imprese, riconoscendone l’importanza, sono pronte ad adottare soluzioni di digitalizzazione del ciclo Ordine-Consegna-Fattura-Pagamento. Anche la digitalizzazione dei processi interni, soprattutto per i progetti di Gestione Elettronica Documentale e Conservazione Digitale, è tra le priorità per il 60 per cento delle grandi imprese. Inoltre, tre imprese su quattro, cioè circa il 75 per cento, indicano tra le proprie priorità almeno un progetto collaborativo, principalmente a supporto dei processi di marketing e di monitoraggio della supply chain. Sono invece prioritarie solo per un’impresa su cinque, sempre secondo l’indagine del Politecnico di Milano, le soluzioni di eProcurement.

PASSI DA INTRAPRENDERE

Angelo Cian, responsabile soluzioni gestionali di Zucchetti, fotografa una situazione in cui l’interesse è alto ma l’adozione ancora non altrettanto elevata: «Stando ai dati ufficiali, il numero delle aziende che hanno aderito alla normativa per l’emissione delle “e-fatture” è inferiore a 10mila. Purtroppo, senza l’obbligo, le aziende in Italia hanno finora di fatto ignorato i benefici sia economici sia organizzativi che l’adozione della e-fattura avrebbe comportato». Sulla stessa linea anche Luca Veneziano, cloud business development di TeamSystem: «Il livello di interesse è altissimo, anche se l’adozione a oggi è ancora bassa». Più ottimista la lettura di Nicola Savino, CEO di Savino Solution. «La fatturazione elettronica, come tutte le innovazioni di processo, rappresenta in primis un cambiamento culturale non di poco conto per qualunque dimensione aziendale. Il livello di adozione della fatturazione elettronica in Italia per il B2B non è di poco conto, anzi considerando la mancanza di un obbligo normativo, i numeri sono comunque soddisfacenti».


#FatturazioneElettronica #B2B Primo step verso la digitalizzazione dell’ecosistema aziendale – con @ZucchettiSpa – #TeamSystem – #SavinoSolution – @Ipsoa – @VMSistemi – @SiavItalia – @InfoCert_it @ARXivar – @eossolgroup
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LA SPINTA LEGISLATIVA

Un aiuto potrebbe arrivare dalla spinta legislativa, come evidenzia Pierfrancesco Angeleri, managing director di Wolters Kluwer Tax & Accounting Italia: «Il termine di adozione della fatturazione elettronica B2B è gennaio dell’anno prossimo. L’abitudine italiana è quella dell’ultimo minuto per fare le cose. Ma è anche vero che sotto stress gli italiani danno il meglio di sé». Il concetto è ulteriormente approfondito da Silvia Montanari, COO di VM Sistemi e president & CEO di Talea Consulting, che non manca di evidenziare come «già dallo scorso anno, le imprese italiane possono emettere e ricevere fatture elettroniche, da e verso le controparti commerciali sia private sia pubbliche. L’obbligo di fatturazione elettronica B2B, previsto in partenza per il primo gennaio 2019, può generare un fenomeno di almeno due ordini di grandezza superiore rispetto a quello della fatturazione elettronica verso la PA: da qualche decina di milioni a più di un miliardo di fatture. L’obbligo normativo, a tutti soggetti identificati ai fini IVA, implica sanzioni: il mancato passaggio dal Sistema di Interscambio (SdI) sarà equiparato a una fattura non emessa. Inserita in un contesto di alta complessità e diversità, con aziende con gradi di maturità digitale molto diversi, l’opportunità non è rappresentata dalla digitalizzazione della sola procedura di fatturazione attiva o passiva, bensì dal cost saving in tutte le funzioni che sono coinvolte nella digitalizzazione dell’intero ciclo attivo e passivo».

VANTAGGI INNEGABILI

Del resto, evidenzia ancora Nicola Savino di Savino Solution, «dobbiamo ricordarci che la fatturazione elettronica non è semplicemente un file XML da inviare al Sistema di Interscambio e non è solo uno strumento di controllo, ma soprattutto uno strumento di digitalizzazione di un processo documentale che viene usato in altri paesi europei». Anche Alfieri Voltan, Presidente di Siav, non manca di sottolineare che «la fatturazione elettronica B2B è un’occasione per eliminare la carta e portare nelle aziende i benefici della digitalizzazione, in termini di efficienza e di riduzione dei costi. Quando la fatturazione elettronica B2B entra nella gestione digitale dei processi documentali di “procure to pay”, cioè il ciclo passivo, e “order to cash”, ovvero il ciclo attivo, consente alle imprese di migliorare il controllo di gestione e l’interoperabilità tra i soggetti coinvolti, con immediati vantaggi in termini di semplificazione e riduzione dei costi». Vantaggi ben evidenziati anche da Pierpaolo Benintende, head of marketing di InfoCert: «La fatturazione elettronica è il primo fondamentale tassello dei processi di supply chain delle imprese. Se correttamente inserita nei processi dell’azienda, può diventare il volano per la completa digitalizzazione del ciclo ordine, consegna, fatturazione, pagamento».

VELOCIZZARE I PROCESSI

Gli fa eco Luca Veneziano di TeamSystem, secondo cui «per le aziende i maggiori benefici sono relativi alla digitalizzazione del ciclo dell’ordine: l’integrazione delle fatture elettroniche nell’ERP connette amministrazione e logistica, permettendo di verificare lungo la supply chain eventuali disallineamenti. Le funzionalità di archiviazione, ricerca, verifica e controllo automatico, rendono il processo più efficiente e sicuro, consentendo la collaborazione e condivisione dei dati tra differenti player della catena del valore. L’unica particolarità è che difficilmente si è autonomi, perché deve sempre esserci una collaborazione con il proprio cliente o fornitore al fine di massimizzare i vantaggi di entrambi. L’obbligo di fatturazione elettronica può infatti rappresentare un volano per velocizzare i processi di digitalizzazione nelle aziende e nelle realtà professionali». Anche Silvia Montanari di VM Sistemi e Talea Consulting ne è convinta: «Nel B2B, la fattura elettronica è solo una componente del processo di gestione – anagrafica articoli, ordini, conferme d’ordine, documenti di trasporto, registrazione contabile, autorizzazioni di pagamento, solleciti – e il vero vantaggio sarà il passaggio da una trasmissione multicanale e multiformato, a una trasmissione tramite unico canale certificato (SdI) in un unico formato standard e uguale per tutti (XMLPA). Le sfide per le aziende che, come Talea Consulting del Gruppo VM Sistemi, offrono sia strumenti sia approcci organizzativi, non si limitano al perimetro dell’adeguamento normativo trattando il solo documento “fattura”, ma insistono su una più integrata digitalizzazione aziendale dei processi, con estrema attenzione agli equilibri e all’operatività, che caratterizzano l’unicità di ogni impresa».

SCEGLIERE IL PARTNER

Entrando più nel dettaglio, è opportuno sottolineare che l’invio dei dati fattura e l’invio della fattura non sono la stessa cosa: l’invio dati fattura, procedura conosciuta anche come “spesometro”, è un adempimento obbligatorio nei rapporti con il fisco per tutti gli enti e le aziende italiane, e consiste nella trasmissione di informazioni riepilogative della fatturazione attiva e passiva all’Agenzia delle Entrate, sotto forma di file XML. Le fatture elettroniche, invece, sono i singoli documenti in formato digitale: l’invio delle fatture in formato digitale XML è un obbligo verso la pubblica amministrazione, mentre è ancora un’opzione per le aziende che fanno business con altre aziende private. La relazione tra spesometro e fatturazione elettronica è che quando si emette una fattura digitale che viene inviata tramite il Sistema di Interscambio, i metadati di questa fattura vengono automaticamente memorizzati dall’Agenzia delle Entrate e quindi non c’è più bisogno di inserirle nello spesometro. In futuro, la prevista adozione obbligatoria della fatturazione B2B renderà quindi più semplice rispettare l’adempimento burocratico. A questo proposito, Alfieri Voltan di Siav sottolinea che «per arrivare a una gestione digitale dei processi dell’intero ciclo ordine-pagamento, il primo atto è passare dalle fatture analogiche, ancora molto diffuse in Italia, alle fatture elettroniche. Occorre quindi scegliere da subito un partner tecnologico con le competenze e l’esperienza per accompagnare la trasformazione. Siav con Archiflow Invoice Manager propone una soluzione in grado di gestire automaticamente in un unico hub di fatturazione i vari canali di invio e ricezione (PEC, PEO, XML, cartaceo), semplificando la gestione e il monitoraggio dei processi amministrativi, e offre servizi in outsourcing dedicati per l’invio e la ricezione delle fatture B2B e la loro conservazione a norma».


#FatturazioneElettronica #B2B tra le priorità di investimento per oltre il 60% delle imprese – Dati @Osserv_Digital – Ma la mancanza dell’obbligo normativo ne rallenta adozione e vantaggi
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SEGNALI INCORAGGIANTI

Per Luca Veneziano di TeamSystem, «i primi numeri di febbraio delle attivazioni B2B sulla piattaforma Agyo sono estremamente positivi, e ci aspettiamo una crescita molto elevata con l’avvicinarsi delle prime scadenze obbligatorie. Il consiglio è di partire per tempo con la gestione della fatturazione elettronica, sia per le aziende con la loro filiera di fornitori sia per gli studi commerciali, per ridurre l’impatto del cambiamento sui processi interni e usufruire del massimo beneficio». Vantaggi che possono riguardare molti aspetti: «Drastica riduzione dei tempi di registrazione delle fatture, con informazioni più tempestive e più corrette. Eliminazione dei processi di stampa, fascicolazione e ricerca. Semplificazione del processo di fatturazione. Nell’ambito dei servizi professionali ciò si traduce in miglioramento dei servizi per la clientela e riduzione delle attività operative richieste al cliente finale».

REINGEGNERIZZARE I FLUSSI

Anche per Nicola Savino di Savino Solution «le vere opportunità e i veri vantaggi non sono legati alla possibilità di non stampare i documenti, ma a una maggiore efficienza dei processi amministrativi e contabili, e a un maggiore controllo da parte delle risorse legate alla fatturazione elettronica. Ma per farlo bisogna stare attenti. In primo luogo, per evitare sanzioni ed errori nel prendersi carico in maniera superficiale di una reingegnerizzazione di un processo così delicato. In secondo luogo, perché bisogna approfittare dell’obbligo per generare all’interno dell’azienda, automatismi e processi digitali che rendono l’azienda più competitiva. Come Savino Solution abbiamo brevettato la soluzione E-INVOICE7, che permette non soltanto di soddisfare tutti i requisiti e tutte le fasi della fatturazione elettronica, ma permette soprattutto di reingegnerizzare il processo amministrativo e contabile». Ma non va dimenticato – prosegue Nicola Savino – che «la fatturazione elettronica non può essere ridotta a un costo per documento o per una licenza o l’acquisto di un software. È fondamentale sfruttare la fatturazione elettronica per revisionare in maniera decisiva i processi in chiave digitale. E questo è sempre stato il nostro fattore differenziante. Siamo stati i primi a parlare di dematerializzazione dei processi e non semplicemente dei documenti. Anche quando siamo diventati conservatori accreditati AgID, lo abbiamo fatto in maniera diversa, puntando tutto sui processi, tant’è vero che il sistema certificato di conservazione Conserva.Cloud è stato brevettato perché è l’unico in grado di rendere opponibile a terzi addirittura record, le informazioni e quindi i processi delle aziende di qualunque settore e non soltanto documenti».

PUNTARE SULLA DEMATERIALIZZAZIONE

Proseguendo nell’evidenziare i vantaggi, Angelo Cian di Zucchetti spiega che «se per la fattura elettronica verso le PA le aziende si sono rivolte spesso all’esterno della propria organizzazione e del proprio sistema informativo, anche a causa di un numero ridotto di emissioni, con la fatturazione B2B avranno modo di verificare i vantaggi più immediati rappresentati dalla dematerializzazione, ovvero da un lato l’eliminazione dei costi “occulti” della fatturazione classica come carta, toner, buste, bolli, sistemi di spedizione o sistemi di invio a volte poco efficienti o poco affidabili, dall’altro la maggior efficienza che una gestione di un “flusso dati” comporta all’interno dei propri processi amministrativi». In ogni caso, «stando ai nuovi obblighi, è davvero probabile che molte aziende avranno, almeno in un primo tempo, più un problema di ricezione che di emissione. Per questo motivo Zucchetti mette a disposizione il proprio canale FTP, che consentirà di sostituire la PEC, poco efficiente e inadatta a una rapida gestione delle contestazioni con relativi rifiuti. L’offerta Zucchetti è pensata sul concetto di “One Click Solution”. Si basa sui propri ERP e gestionali per commercialisti, associazioni e aziende, un servizio online denominato “Digital Hub”, che integra la Firma Digitale Automatica della propria Certification Authority e la Conservazione Digitale a norma accreditata AGID: una soluzione completa in grado di gestire in modo semplice, efficace e immediato tanto l’emissione quanto la ricezione delle fatture elettroniche».

TASSELLI IMPORTANTI

Per Pierpaolo Benintende di InfoCert la fatturazione elettronica tra privati è di fatto uno standard di trasmissione di dati che riduce enormemente i costi di gestione delle fatture. «Lato attivo si azzereranno i costi e i tempi legati alla produzione e spedizione della fattura analogica, cioè cartacea, e si avranno, in tempi certi, la conferma o meno della ricezione e accettazione o rifiuto della stessa. Lato ricevente fattura, i vantaggi saranno ancora superiori: infatti sarà possibile importare in modo automatico o semiautomatico negli ERP i dati della fattura necessari per la contabilizzazione, minimizzando la digitazione manuale e gli errori di inserimento». In questo quadro, «InfoCert, società del Gruppo Tecnoinvestimenti, con la famiglia di servizi Legalinvoice, mette a disposizione una soluzione che si adatta ai diversi livelli di competenza tecnologica o digitale delle grandi aziende, PMI e partite IVA. L’offerta verso il mondo enterprise si basa su una piattaforma che si collega al gestionale e abilita il cliente alla fatturazione elettronica con un notevole abbattimento di tempi e costi di implementazione e change management, e basata sui servizi trusted InfoCert di Firma, PEC e Conservazione». In sintesi, per Pierpaolo Benintende, «la fatturazione elettronica è il primo fondamentale tassello dei processi di supply chain delle imprese. Se correttamente inserita nei processi dell’azienda, può diventare il volano per la completa digitalizzazione del ciclo ordine, consegna, fatturazione, pagamento. InfoCert ha l’esperienza e le competenze necessarie per identificare e analizzare le criticità delle organizzazioni nell’approccio alle problematiche dell’e-supply chain e proporre la migliore soluzione progettuale».


L’integrazione della #FatturazioneElettronica nell’ERP permette di allineare #amministrazione e #supplychain – Non solo strumento di controllo ma di #automazione dei processi documentali
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DIGITALIZZAZIONE IN PRIMO PIANO

La digitalizzazione è sempre in primo piano: «La fatturazione elettronica va considerata un potente mezzo a disposizione delle aziende per automatizzare il processo d’invio delle fatture, abbattendone i tempi di esecuzione e riducendone i costi» – spiega infatti Claudio Vigasio, presidente e CEO di Able Tech, sottolineando che «i benefici sono rilevanti, con margini di miglioramento che riguardano moltissimi aspetti: per esempio, il formato XML della fattura è diventato standard per tutti i fornitori. Una conquista importante, data la miriade di formati differenti che tuttora circolano in ambito analogico. Altro aspetto rilevante è la revisione in chiave completamente digitale delle procedure interne di approvazione e di validazione delle fatture, che oggi sono ancora legate ai documenti cartacei». In sintesi, «con la fatturazione elettronica B2B siamo di fronte all’opportunità per le imprese italiane, grazie alla digitalizzazione, di rendere più efficienti tutta una serie di processi aziendali ancor oggi gestiti in forma analogica. Per cogliere appieno tutte queste opportunità, è però necessario affidarsi a partner affidabili, dotati di tecnologie e competenze specializzate. Per noi parlano alcuni numeri: 2.500 clienti, 230 business partner certificati e oltre 12mila aziende che si sono affidate a noi per i servizi in outsourcing di conservazione a norma e fatturazione elettronica, visto che siamo conservatori accreditati AgID e SdI» – fa notare Vigasio.

PRIVILEGIARE LA SEMPLIFICAZIONE

Infine, Pierfrancesco Angeleri di Wolters Kluwer Tax & Accounting Italia, evidenzia che «già oggi si vedono tante realtà professionali dotarsi di soluzioni digitali. Un nostro cliente, lo Studio Rizzato Dainese di Padova, ha trasformato la nostra soluzione Fattura SMART in un marketing tool, offrendola in uso ai propri clienti con l’ottimo risultato di un maggior controllo, una forte fidelizzazione e un rigore e ordine lavorativo enormemente aumentato». Merito sicuramente dei vantaggi quali, innanzitutto, la semplificazione, e in secondo luogo «la dematerializzazione documentale che regolamenta lo scambio di fatture in elettronico già ora nella PA e successivamente anche nel B2B, rappresentando un’ottima spinta verso la trasformazione digitale. Una spinta che porta anche a considerevoli risparmi e miglioramenti delle condizioni di pagamento tra enti economici. I nostri servizi di fatturazione digitale mettono il professionista al centro dell’attività della fatturazione da dove manterrà il fondamentale controllo dell’intero processo. Al contempo, alleggeriranno lo Studio grazie all’automazione che la digitalizzazione consente e grazie al diretto coinvolgimento della clientela nel processo di dematerializzazione delle fatture». Per sintetizzare, «la fatturazione elettronica porterà ottimi risparmi, di tempo, controllo, spazio, per cui denaro. La revisione dei processi in chiave digitale è in atto, la digitalizzazione delle professioni coinvolge tutti trasversalmente. Più sarà veloce l’adozione delle soluzioni digitali, maggiore sarà il beneficio per la nostra economia privata e pubblica» – conclude Pierfrancesco Angeleri.

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Fatturazione B2B integrata nell’ERP Microsoft Dynamics NAV

Le aziende possono ottenere enormi vantaggi con la fatturazione elettronica in termini di efficienza e controllo dei documenti ricevuti. «Si tratta di un’opportunità per ridurre tempi e costi dei processi per la gestione dei documenti» – spiega Andrea Di Ceglie, team leader del laboratorio di sviluppo EOS Solutions. «Il tutto si traduce in una maggior competitività e in un più efficiente flusso di cassa con riduzione degli errori e delle attività manuali. La revisione dei processi è fondamentale per sfruttare a pieno i potenziali benefici derivanti dal nuovo formato, in caso contrario infatti si incorre nel rischio di raddoppiare i costi per la gestione dei documenti elettronici e cartacei. EOS Solutions, in collaborazione con Able Tech (ARXivar), propone una soluzione completa e integrata al sistema ERP Dynamics NAV, che consente di gestire la creazione dall’ERP della fattura elettronica in formato XML, l’invio automatico al Sistema di Interscambio (SdI), la ricezione delle conferme, fino alla conservazione in modalità cloud outsourcing. È possibile gestire le fatture fornitori elettroniche ricevute mediante un portale web che interagisce con il Sistema di Interscambio e consente il controllo delle fatture passive in modalità strutturata, con possibilità di integrarle all’interno del processo di contabilizzazione del sistema ERP».

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Analytics anywhere https://www.datamanager.it/2018/03/analytics-anywhere/ Fri, 16 Mar 2018 11:13:19 +0000 http://www.datamanager.it/?p=143805 Gli investimenti per la mobilità aziendale sono in crescita e si stanno diffondendo app mobili per l’analisi dei dati sempre più complete ed evolute. Aumento della produttività, rapidità nelle decisioni, migliore comunicazione, trainano il mercato. Attenzione puntata alle soluzioni per garantire la sicurezza [amazon_link asins=’8891621854,3639775058,8857907716,8820379058,0470511397,8838663467,8838786925′ template=’ProductCarousel’ store=’dmo0e-21′ marketplace=’IT’ link_id=’bf24d4cc-33fb-11e8-8797-3723e265259c’] Il lavoro in mobilità è da […]

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Gli investimenti per la mobilità aziendale sono in crescita e si stanno diffondendo app mobili per l’analisi dei dati sempre più complete ed evolute. Aumento della produttività, rapidità nelle decisioni, migliore comunicazione, trainano il mercato. Attenzione puntata alle soluzioni per garantire la sicurezza

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Il lavoro in mobilità è da anni una realtà diffusa: in molte organizzazioni, i team di lavoro accedono, ovviamente se autorizzati, ai vari sistemi aziendali da qualsiasi luogo, e in qualsiasi momento, svolgendo il proprio lavoro anche da casa o in viaggio, purché dotati di una connessione sicura attraverso una VPN. C’è chi arriva a considerare come ufficio il proprio notebook, o il tablet, se non addirittura lo smartphone. «Il ruolo della mobilità nelle imprese si è evoluto da una pratica IT di nicchia, quasi una specialità, a una attività informatica normale dell’utente finale, una funzione basilare di come la maggior parte dei dipendenti svolge il proprio lavoro» – spiega Daniela Rao, senior director research & consulting di IDC Italia. «La trasformazione digitale in molte imprese inizia spesso con iniziative di mobilità, in cui i lavoratori sono distanti dal luogo o dal contesto del “lavoro” come luogo, in contrapposizione al concetto di lavoro visto come attività o funzione. Allo stesso modo, le tecnologie di gestione e sicurezza sottostanti alla base delle implementazioni della mobilità aziendale si stanno anche spostando verso l’IT mainstream».

In molti casi, il team che gestisce la mobilità non è più un gruppo distinto all’interno dell’IT, ma è un gruppo più integrato. «Questa evoluzione – continua Daniela Rao – si riflette nello stato del mercato del software di gestione della mobilità aziendale, poiché i principali fornitori sono marchi affermati in diverse aree: nell’infrastruttura IT, nel system management e nelle applicazioni». Le aziende stanno pensando al futuro della gestione della tecnologia informatica per utenti finali e alla convergenza di piattaforme mobili e PC su più livelli. «Forme e dimensioni dei dispositivi sono convergenti» – fa notare Daniela Rao. «Gli smartphone stanno crescendo fino a raggiungere le dimensioni dei tablet, i tablet si stanno trasformando in strumenti full-computing, a loro volta PC e laptop si stanno evolvendo per assomigliare più a dispositivi mobili, con l’aumento delle parti rimovibili e la maggiore disponibilità dei modelli all-in-one. Mentre convergono gli ambienti di elaborazione degli utenti finali e di elaborazione dei computer, le aziende stanno anche implementando più tipi di dispositivi connessi che interagiranno con gli utenti finali in molti modi». Non solo. La tecnologia indossabile in azienda è molto promettente in una vasta gamma di settori, dall’accelerazione dei flussi di lavoro banali nella logistica al recupero dei dati dei pazienti a mani libere e alla chirurgia assistita da computer per i medici nelle sale operatorie connesse. «Anche i clienti nei negozi interagiscono con dispositivi e sistemi che riconoscono la posizione – spiega Daniela Rao – mentre le banali macchine aziendali dai registratori di cassa agli sportelli automatici ATM, persino le semplici clipboard si stanno trasformando digitalmente grazie a tecnologie connesse, tipo smartphone o tablet». E secondo Phil Hochmuth, direttore del programma Enterprise Mobility di IDC, la convergenza della gestione dell’ambiente di elaborazione degli utenti finali, combinata con il diluvio di dispositivi intelligenti e connessi, «determinerà una forte crescita nel mercato della gestione della mobilità aziendale nei prossimi cinque anni».


#Mobile #Analytics Convergenza dell’ambiente di elaborazione degli utenti finali. Aumento dei dispositivi intelligenti e connessi. Forte crescita nel mercato della gestione della mobilità aziendale – @phochmuth @IDCItaly
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GLI ANALYTICS IN MOBILITÀ

Gli investimenti per la mobilità aziendale sono in crescita e di conseguenza il numero di dispositivi mobili, applicazioni, reti e utenti sta aumentando rapidamente. Man mano che la mobilità si evolve fino a diventare la principale interfaccia di operatività nelle aziende di tutto il mondo, si diffondono anche app più evolute per l’analisi dei dati, personalizzate su misura per qualsiasi funzione o ruolo di business, che vanno oltre la semplice mobile BI: funzionalità di pianificazione, analisi, simulazione e performance management sono ormai davvero possibili anche in mobilità. Però, se gli investimenti nel mobile sono in crescita, dobbiamo registrare – secondo i dati IDC – che nel 2017 l’adozione di soluzioni di mobile analytics tra le imprese statunitensi non è rientrata tra le priorità di spesa per la mobile IT. A fare da freno, due fattori principali: la mancanza di casi di utilizzo diffusi e soprattutto la difficoltà di calcolare un ROI tangibile per questi investimenti. La mobile analytics è ancora nella fase di “early adoption”, più indietro rispetto ad altre applicazioni mobile aziendali. Eppure, i vantaggi nell’utilizzo degli analytics in mobilità sono molti. Il principale beneficio è la possibilità di accesso immediato alle analisi interattive, che in certi ambiti può fare la differenza. Infatti, le soluzioni mobili di analisi dei dati possono essere utilizzate per adeguare immediatamente le strategie una volta analizzati i dati in tempo reale, così da poter prendere al volo decisioni migliori, avendo a disposizione tutte le informazioni critiche. Inoltre, se le applicazioni mobile sono dotate anche di funzioni transazionali e di scrittura, per aggiornare direttamente i record dei sistemi ERP e dei database operativi, possono davvero aumentare l’efficienza, accelerare i processi produttivi e incrementare la produttività. La mobile analytics incoraggia anche una maggiore collaborazione tra le persone che condividono gli obiettivi comuni aziendali. In questo modo, le singole azioni di ognuno diventano parte integrante di quel processo di azione più grande che è rappresentato dal conseguimento di un obiettivo aziendale. Investire in soluzioni di mobile analytics significa anche avere in dotazione strumenti potenti, tecnologicamente all’avanguardia, con un vantaggio tangibile per tutto il business aziendale, ottimizzando i flussi di lavoro e snellendo le reti aziendali. Inoltre, con questi strumenti è facile condividere le informazioni, e pubblicare snapshot di report su qualsiasi piattaforma social.


Realtà virtuale, realtà aumentata e intelligenza artificiale sono sicuramente ambiti importanti dello sviluppo del binomio #analytics e #mobile – Francesco Rainini @SASitaly
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Realtà virtuale, realtà aumentata e intelligenza artificiale sono sicuramente ambiti importanti dello sviluppo del binomio analytics e mobile. «Sicuramente, tra i trend principali che stiamo vedendo sul mercato – spiega Francesco Rainini, innovation consultant di SAS – ci sono la realtà aumentata intelligente, ad esempio per le reti di manutenzione, con la possibilità di vedere oltre gli ostacoli fisici (sotto terra, tra i muri) con indicazione predittiva in tempo reale delle criticità; la pianificazione ottimizzata di un tragitto in funzione del contesto generale (scioperi, incidenti, interruzioni del servizio ferroviario, eventi); il supporto predittivo alle forze dell’ordine; la disposizione e lo spostamento in real-time dei servizi di sicurezza e staff durante eventi». Francesco Rainini, tra i vantaggi derivanti dall’implementazione di realtà virtuale, realtà aumentata e intelligenza artificiale, mette in evidenza «la velocità e la puntualità, l’efficienza operativa logistica, la riduzione dei costi, l’incremento dei livelli di servizio e l’incremento della customer satisfaction e della loyalty».

Parlando delle aree aziendali che possono avere i benefici maggiori, l’innovation consultant di SAS spiega che i vantaggi si riverberano su tutto l’ecosistema aziendale: la logistica, per «un efficientamento della catena logistica»; la manutenzione, per« la pianificazione predittiva di interventi sui macchinari»; la produzione, per «il risparmio dei costi e ottimizzazione della linea produttiva»; il marketing, per «la pianificazione di campagne e offerte personalizzate su ogni cliente; l’HR, per «l’incremento della sicurezza dei dipendenti». Ma c’è di più. I benefici non sono solo trasversali all’interno delle organizzazioni, ma sono anche cross-industry. Dal turismo alla pubblica amministrazione. Dal retail ai media. Dalla logistica alla manutenzione, passando per tutte le applicazioni di mobile marketing, fino ad arrivare al settore assicurativo – come ci spiega Francesco Rainini di SAS: «Octo Telematics ha più di 4,9 milioni di utenti connessi e il più grande database mondiale di dati telematici, con oltre 155 miliardi di miglia di dati di guida raccolti e 379mila incidenti analizzati. Grazie agli analytics, le compagnie assicurative possono intrattenere una relazione più proficua con i propri clienti. Possono premiare i comportamenti meno rischiosi e contenere i costi dei claim. Il cliente riceve vantaggi in termini di servizi, di assistenza e di riduzione delle tariffe». Le resistenze nell’adozione di queste soluzioni, secondo Rainini, derivano dalla reale fruibilità delle applicazioni. «Due sono i fattori determinanti. Il primo è il real-time: gli analytics devono erogare il loro beneficio in tempo reale, e l’utente deve poterli utilizzare nel momento esatto in cui ne ha necessità. Il secondo, la disponibilità: le applicazioni analitiche devono essere sempre disponibili così come il suo ecosistema».


#Mobile #Analytics Il riconoscimento automatico del danno automobilistico a seguito di sinistro, con conseguente stima in real-time dei costi di riparazione – Rocco Michele Lancellotti #DataReply
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DUE PROGETTI PORTATI A TERMINE

Ci sono diversi progetti interessanti, anche di una certa complessità, basati su soluzioni di analytics in mobilità. Ne abbiamo scelti due. Ci racconta il primo Rocco Michele Lancellotti, data scientist di Data Reply. Si tratta di un progetto in corso nell’ambito dell’intelligence mobile assicurativa. Stiamo parlando del riconoscimento automatico del danno automobilistico a seguito di sinistro, con conseguente stima in real-time dei costi di riparazione associati. «Lo scopo – spiega Lancellotti – è quello di semplificare e velocizzare la richiesta di risarcimento danni, riducendo lo stress a cui è sottoposto l’assicurato e aumentandone così la customer satisfaction. D’altro canto, l’azienda assicuratrice riesce, a sua volta, a smaltire i costi associati all’intervento diretto del perito e alla gestione prolungata del processo di rimborso. È l’assicurato in prima persona che, previo login sull’app fornita dall’agenzia assicuratrice, scatta una foto del danno con il proprio smartphone e si vede recapitare in tempo reale la stima del costo di riparazione. Grazie all’utilizzo di avanzati algoritmi di computer vision è possibile localizzare il danno presente sull’automobile con un buon grado di accuratezza, e con algoritmi più classici di machine learning si riesce a stimare l’entità del risarcimento che ne deriva. Le moderne librerie software open-source, come per esempio TensorFlow, sono già predisposte al funzionamento su smart ed embedded device tramite app dedicate (sia su sistemi Android che iOS), abilitandoci all’utilizzo anywhere dell’intelligenza artificiale».

Il secondo progetto è stato sviluppato da una azienda no-profit. Le aziende profit oriented non sono le sole a perseguire un controllo di gestione efficace. Anche per le organizzazioni non profit, sono sempre più importanti una pianificazione finanziaria rigorosa e orientata al futuro, e un elevato controllo dei processi operativi, soprattutto in un settore caratterizzato da molteplicità di collaboratori e micro-team che lavorano in mobilità. BOARD, la piattaforma leader internazionale che unifica pianificazione, analisi e simulazione in un singolo ambiente, è stata scelta da MTF Biologics (www.mtfbiologics.org), protagonista trentennale dei servizi non profit e dell’innovazione scientifica nell’ambito dei tessuti cellulari per trapianti allogenici, con sede in New Jersey. Come racconta a Data Manager Leeza Mathews, IT MIS manager di MTF Biologics, BOARD rispondeva esattamente alle necessità di avere uno «strumento di business intelligence affidabile, con modalità chiare ed efficaci di presentazione delle informazioni critiche e significative». Infatti, l’organizzazione utilizza BOARD, oltre che per la pianificazione finanziaria, anche per applicazioni di advanced analytics e per le attività di reportistica commerciale e operativa. «Grazie a BOARD – aggiunge Leeza Mathews – riusciamo a monitorare in modo efficace le performance dei nostri team dislocati e prendere decisioni chiave per la nostra mission».


#Mobile #Analytics #IoT Una buona applicazione si appoggia su una architettura in #cloud e produce #BigData usati per migliorare la #userExperience – Mirko Menecali #SinfoOne
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BIG DATA E SICUREZZA

La mobile analytics, per le dimensioni ridotte dei dispositivi utilizzati, richiede una chiara visualizzazione dei dati. Per poter analizzare e governare qualunque tipo di dati in mobilità, quindi, sono necessari strumenti che diano la giusta priorità anche all’estetica della visualizzazione, per rappresentare nel modo più semplice e comprensibile tutto quanto si desidera analizzare: flussi di dati tradizionali, flussi generati da sensori, RFID, dispositivi di controllo, anche i big data. Per Mirko Menecali, service line manager di Sinfo One, non si può più parlare di mobile escludendo cloud e big data. «Queste tecnologie sono diventate di uso comune e si amalgamano in applicazioni specifiche senza soluzione di continuità. Una buona applicazione mobile – afferma Menecali – si appoggia quasi sempre a una architettura in cloud e produce, grazie alla sensoristica dei dispositivi, big data in cloud usati per migliorare la user experience». Tale livello di integrazione è molto comune nelle applicazioni consumer: «Una banale applicazione di fitness gestisce informazioni tratte dal GPS e algoritmi in cloud ed è offerta all’utente per pochi euro» – fa notare Menecali. «Questa esperienza di navigazione, cui gli utenti sono ormai abituati, deve essere offerta anche dalle applicazioni business. Per esempio, da una mobile app per un agente di commercio ci si aspetta che capisca da sola quale cliente si sta visitando e proponga in automatico le informazioni cruciali necessarie all’incontro. Oppure, un manutentore di impianti può chiedere alla sua app di mostrare le prime dieci cause di fermo avute su quella linea specifica nell’ultimo trimestre». La cattiva notizia è che governare livelli di complessità tecnologica di questo tipo richiede un approccio strutturato e professionale ai progetti di analytics. «Ma la buona notizia – conclude Menecali di Sinfo One – è che oggi questo grado di integrazione si può ottenere grazie a soluzioni che sono implementabili senza ogni volta dover sviluppare complessi e costosi programmi custom».

La sicurezza dei dispositivi mobile è un argomento molto attuale, anche critico per certi versi, perché costringe l’IT a pensare non solo alle minacce ai sistemi aziendali relativi alle macchine presenti nel perimetro aziendale, ma anche a come risolvere il problema della protezione dei dati al di fuori dell’azienda. La necessità di visualizzare e analizzare dati, tabelle e grafici sui dispositivi portatili è una sfida per la diffusione delle soluzioni di mobile analytics in termini di sicurezza dei dati in tutti gli stadi del processo di analisi, in particolar modo nell’accesso ai dispositivi e durante la trasmissione bidirezionale dei dati. Un problema è legato ai dispositivi stessi, che possono essere di dotazione aziendale o scelti dai singoli, grazie alle politiche aziendali (BYOD), più o meno ufficiali, che permettono di portare i dispositivi personali sul posto di lavoro. In entrambi i casi, i device possono avere in dotazione app al di fuori del portafoglio consigliato dall’IT, magari anche non previste dalla policy aziendale. Sicuramente, i rischi vengono ridotti da misure quali l’autenticazione biometrica o la crittografia del dispositivo, da sistemi per filtrare le URL, da applicazioni Wrapping, che aggiungono livelli software per aumentare la sicurezza applicativa, senza apportare alcuna modifica alle applicazioni, da architetture server-side dove sono archiviati i dati, accessibili con infrastruttura Web tipo HTML5. Altre soluzioni utilizzate si basano sul controllo del flusso dei dati, tra un device mobile e l’altro e tra i device e le risorse aziendali di back end, o hanno un approccio di sicurezza multilivello, dove sono previsti controlli sia a livello applicativo, sia a livello di sistema operativo sia a livello di rete.

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Quale sarà il futuro della mobilità urbana? https://www.datamanager.it/2018/03/quale-sara-futuro-della-mobilita-urbana/ Fri, 16 Mar 2018 10:10:05 +0000 http://www.datamanager.it/?p=143781 Autonoma, elettrica e condivisa, così sarà l’automobile che guideremo nei prossimi anni. La questione del design non sarà solo estetica e funzionale ma riguarderà la programmazione degli algoritmi e dei dispositivi di controllo e sicurezza Quanti di noi salirebbero su un’auto a guida autonoma, si accomoderebbero sul sedile (e poi dove? davanti? senza il volante? […]

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Autonoma, elettrica e condivisa, così sarà l’automobile che guideremo nei prossimi anni. La questione del design non sarà solo estetica e funzionale ma riguarderà la programmazione degli algoritmi e dei dispositivi di controllo e sicurezza

Quanti di noi salirebbero su un’auto a guida autonoma, si accomoderebbero sul sedile (e poi dove? davanti? senza il volante? o dietro, come se alla guida ci fosse un autista virtuale e invisibile?) e senza fare un plissé affronterebbero l’A1, Milano-Napoli, in un giorno di pioggia?

I sondaggi confermano che ancora oggi, e nonostante tutta l’opera di marketing di Google e Tesla, ancora il 75 per cento degli americani ha paura di essere trasportato da automobili che si guidano da sole. Se il sondaggio fosse stato fatto in Italia, dove è ancora diffuso il detto “donna al volante…”, chi lo sa cosa ne sarebbe stato della credibilità di Android o di Apple, dopo la prima manovra di parcheggio a raso in centro storico in un giorno di mercato. Intel, che nel 2015 ha comprato per 15 miliardi di dollari la startup israeliana Mobileye, che si occupa di sistemi di guida autonoma, sta scommettendo con decisione sulle nuove frontiere del settore auto, giocando le proprie carte nell’ambito del computing, dei data center, del cloud, nel machine learning, del deep learning e dell’intelligenza artificiale. Chi ha fatto parte del gruppo che ha potuto sperimentare il brivido di un viaggio a bordo di auto senza autista non si è lamentato. Ma nel resto del pubblico rimane la paura per quelle che vengono vissute come “auto-robot”, che potrebbero ribellarsi agli esseri umani e quindi portare scompiglio, incidenti, o essere comandate a distanza da persone con cattive intenzioni.

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La grande curiosità invece è per quello che ci aspetta nel design di questi automezzi. Avranno ancora una configurazione 2+3 o saranno piuttosto dei salottini? Si potrà lavorare a bordo, come sul treno? Ma soprattutto, l’Ambrogio virtuale avrà ancora il “savoir faire” di offrire una pralina ai passeggeri? Ma la questione del design non è solo funzionale ed estetica, ma riguarda soprattutto la programmazione degli algoritmi e dei dispositivi di controllo e sicurezza. Da qui al 2030, gli scenari della mobilità si basano su tre direttrici principali di sviluppo: guida autonoma, motore elettrico, auto condivisa (analisi PwC). Ogni governo urbano li applicherà in modo indipendente, basandosi sulle specifiche condizioni locali, e quindi con output differenti a seconda delle caratteristiche peculiari delle società e dei territori. Ma sarà l’impatto combinato delle tre direttrici a essere davvero potente. Per capire quale sarà il futuro della mobilità urbana bisogna fare riferimento a trend di carattere sociale, economico e tecnologico esistenti oggi a livello globale ma che a lungo andare possono essere “disruptive” a livello locale.

Per esempio, una maggiore mobilità condivisa potrebbe incrementare le vendite di veicoli elettrici, perché i veicoli condivisi sono utilizzati in modo più intenso. La maggiore produzione di veicoli elettrici potrebbe accelerare l’innovazione e ridurre il costo delle batterie. Questo aprirà alle economie collaterali come la conservazione (distribuita) dell’energia, oppure porterà al crollo dei costi, o ancora al potenziale abbattimento dei gas serra. È probabile che numerose tendenze, che vanno dal decentramento della produzione energetica all’IoT, si uniranno per creare cambiamenti dirompenti nei sistemi di mobilità nei prossimi 10-15 anni. Ma una cosa va chiarita subito. Per quanto le città pianifichino e offrano ai cittadini il migliore mix di scelte sostenibili e smart, a decretare il successo di questi modelli trasformativi sarà sempre e comunque il viaggiatore individuale. È lui (o lei) a essere al centro di questa evoluzione, con le trasformazioni delle abitudini di lavoro e di tempo libero, con la sua curiosità e voglia o capacità di adattarsi al cambiamento e – letteralmente – con le sue tasche.

Saranno le condizioni locali – la densità della popolazione, ricchezza, stato della strada e infrastrutture di transito pubblico, livelli di inquinamento e congestione e capacità di governance locale – a determinare nei prossimi anni quali cambiamenti si verificheranno e quanto velocemente.

Emanuela Donetti @urbanocreativo

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GDPR, imprese a rischio sanzioni. La compliance che conviene https://www.datamanager.it/2018/03/gdpr-imprese-rischio-sanzioni-la-compliance-conviene/ Thu, 15 Mar 2018 14:56:42 +0000 http://www.datamanager.it/?p=143736 Oltre alle pesanti sanzioni economiche, la mancata conformità al GDPR potrebbe avere un forte impatto sul business delle imprese non solo ingessando l’operatività ma anche creando un danno di reputazione Dopo due anni dall’entrata in vigore, il 25 maggio 2018 diventerà applicabile il Regolamento Europeo in materia di protezione di dati personali (GDPR), n. 679/2016 […]

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Oltre alle pesanti sanzioni economiche, la mancata conformità al GDPR potrebbe avere un forte impatto sul business delle imprese non solo ingessando l’operatività ma anche creando un danno di reputazione

Dopo due anni dall’entrata in vigore, il 25 maggio 2018 diventerà applicabile il Regolamento Europeo in materia di protezione di dati personali (GDPR), n. 679/2016 che modifica la disciplina della protezione dei dati personali a livello europeo. Tra le novità che vengono introdotte, particolare attenzione deve destare il tema riguardante le sanzioni amministrative che può irrogare il Garante, in caso di violazione di questa nuova normativa, sanzioni che possono pesare sull’impresa in maniera molto significativa. Il GDPR stabilisce due tipologie di sanzioni nelle ipotesi in cui i titolari o i responsabili del trattamento non ottemperino alle regole ivi stabilite. La prima tipologia di sanzioni sono multe, con le quali l’autorità sanziona i trasgressori con importi fino a 20 milioni di euro, che può essere sostituito dal 4% del fatturato mondiale annuo (del gruppo), se superiore alla cifra appena citata. Sono punite con una sanzione che può arrivare a 10 milioni di euro, o se superiore, fino al 2% del fatturato annuo mondiale, le trasgressioni delle disposizioni riguardanti gli obblighi del titolare del trattamento ovvero dell’impresa rispetto a una serie di fattispecie.

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Queste fattispecie possono riguardare la violazione delle nuove regole sul consenso dei minori, i trattamenti che non richiedono l’identificazione dell’interessato, i principi di privacy by design e by default, gli obblighi a cui sono sottoposti i contitolari del trattamento, la nomina di un rappresentante all’interno dell’Unione Europea da parte di un titolare extra-comunitario, il responsabile del trattamento e i soggetti che operano sotto la sua autorità, il registro delle attività, gli obblighi di cooperazione tra titolare del trattamento e autorità di controllo, l’implementazione delle misure di sicurezza, la notifica di una violazione dei dati personali all’autorità di controllo e la comunicazione all’interessato, la valutazione d’impatto sulla protezione dei dati, la consultazione preventiva nei casi in cui il trattamento presenti un rischio elevato per i diritti e le libertà degli interessati e non si possa attenuare attraverso le misure di sicurezza, la nomina, i compiti e i rapporti con il titolare del responsabile della protezione dei dati personali.


#GDPR a rischio sanzioni? Ecco perché adeguarsi conviene alle imprese – via @omatforum
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La sanzione più elevata, e cioè una sanzione fino a 20 milioni di euro, o se superiore, fino al 4% del fatturato mondiale annuo, è irrogata per le violazioni delle disposizioni in materia dei principi base del trattamento, in particolare circa le condizioni relative al consenso, la liceità del trattamento, i trattamenti relativi a categorie particolari di dati personali, i diritti degli interessati, in particolare riguardo l’informativa, il diritto d’accesso, il diritto di rettifica, il diritto all’oblio, diritto alla portabilità dei dati; dei trasferimenti di dati personali all’estero; o per inosservanza di un ordine, di una limitazione di un trattamento o di un ordine di sospensione dei flussi dei dati dell’autorità di controllo. La seconda tipologia di sanzioni deriva dai poteri correttivi che il GDPR attribuisce ai vari garanti nazionali di limitare o vietare un trattamento nel caso in cui sia in violazione della normativa. Il Garante avrebbe il potere di ordinare la sospensione, la limitazione o il divieto di effettuare un trattamento dei dati nei casi in cui non risulti conforme alla normativa. Per non parlare della possibilità dell’autorità di chiedere all’impresa di comunicare ai soggetti i cui dati sono stati violati che è avvenuta la violazione. È evidente che queste sanzioni potrebbero “ingessare” l’attività di un’impresa e creare anche un danno di reputazione a livello aziendale. È necessario che tutte le imprese comprendano che la mancata conformità al nuovo regolamento europeo potrebbe incidere in maniera significativa sul business.

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Data Manager mette a disposizione un White Paper a download gratuito sul GDPR.

Un documento completo per affrontare in maniera esaustiva tutto ciò che c’è da sapere per essere in regola

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#GDPR Oltre alle pesanti sanzioni economiche, la mancata conformità al regolamento, potrebbe ingessare l’operatività e creare anche un danno di reputazione – via @omatforum
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Per saperne di più, l’appuntamento è a Omat Forum, il workshop dedicato alle nuove frontiere della gestione delle informazioni digitali: scopri la prossima tappa di Milano e altre città su www.omatforum.it.

Michela Maggi, avvocato in Milano, esperta di tecnologie dell’informazione e comunicazione e dottore di ricerca in Proprietà intellettuale e Diritto della concorrenza.

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La diversity rivoluzionerà l’industria dei venture capital https://www.datamanager.it/2018/03/la-diversity-rivoluzionera-lindustria-dei-venture-capital/ Thu, 15 Mar 2018 14:45:18 +0000 http://www.datamanager.it/?p=143733 I venture capital scoprono – o riscoprono – di essere razzisti nei confronti delle startup “di colore”. Analisi del crollo investimenti in fase seed e Series A sia da parte degli Angels che dai venture capital di grandi dimensioni Sembra semplice. Molti nuovi imprenditori cercano costantemente risorse per finanziare le loro idee per cambiare il […]

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I venture capital scoprono – o riscoprono – di essere razzisti nei confronti delle startup “di colore”. Analisi del crollo investimenti in fase seed e Series A sia da parte degli Angels che dai venture capital di grandi dimensioni

Sembra semplice. Molti nuovi imprenditori cercano costantemente risorse per finanziare le loro idee per cambiare il mondo, mentre altrettanti numerosi investitori sono alla ricerca di grandi opportunità di investimento. Eppure, i trend di investimento sono in discesa dal 2015 dopo un lungo trend positivo durato dal 2009. Dove sta il problema? Dal 2009 in poi, i dati sugli investimenti dei fondi venture capital in USA sono cresciuti in modo stabile sotto qualsiasi punto di vista. Da un lato i finanziamenti dei VC sono saliti dai 26,7 miliardi di dollari del 2009 ai 79,2 miliardi nel 2015. Questo è stato possibile grazie a un aumento nella dimensione degli investimenti, un trend riassunto nell’espressione simbolo del settore in quell’anno, “Series A is the new Series B”. Inoltre, hanno contribuito a questa crescita le ingenti somme investite nei round d’investimento delle società unicorno, cioè valutate con un valore di oltre un miliardo di dollari, come per esempio Airbnb o WeWork. Dall’altro lato anche il numero di deal conclusi è più che duplicato. Dai 4.458 deal del 2009 si è arrivati a 10.432 nel 2015. Eppure dal 2015 al 2017, c’è stata una grande inversione di tendenza. Sebbene il calo non sia ingente in termini percentuali quanto quello portato dalla crisi del 2008, in termini assoluti è stato ben più pesante, con un calo degli investimenti dai 79,2 miliardi di dollari del 2015 ai 71,8 miliardi nel 2016, e il numero di deal sceso dai 10.432 del 2015 agli 8.637 del 2016. La parte più colpita pare essere quella dei deal provenienti da Angel investors e dai seed. In tutti i casi, ci ritroviamo – per la prima volta dal 2012 – in una situazione in cui i deal seed rappresentano meno della metà del totale dei deal di venture capital.

VENTURE CAPITAL ALLA PROVA DELLE MINORANZE

Questo trend negativo è di particolare rilevanza per gli imprenditori di colore poiché, avendo meno capitale a disposizione per le fasi early-stage, sta diventando uno standard raccogliere finanziamenti da amici e famiglia. Statisticamente, questo rende la vita più difficile alle minoranze. Le statistiche sottolineano queste difficoltà per le minoranze. Di tutti i fondatori di startup che hanno ricevuto finanziamenti negli USA, meno dell’uno per cento sono di colore. Di questa già minuscola porzione, la maggioranza sono uomini, ben l’80 per cento. Vuol dire che le donne di colore rappresentano solo lo 0,2 per cento delle persone che raccolgono capitale per la propria startup in America. Certamente, il fatto che solo il tre per cento dei fondi d’investimento hanno persone di colore a coprire ruoli manageriali non aiuta a migliorare la situazione. Per fortuna, il numero di aziende aperte da persone considerate parte di una minoranza sta crescendo. Tuttavia, secondo un report del Center for Global Policy Solutions, il trend di discriminazione nei confronti delle minoranze risulta in una mancanza di oltre un milione di aziende che potrebbero creare oltre nove milioni di posti di lavoro e 300 miliardi di dollari in stipendi. Nel mondo delle startup, l’aspettativa che i primi finanziamenti arrivino da amici e famiglia sta creando un’inclinazione a una maggiore disparità. Il patrimonio netto medio di un afro-americano è di soli 11.000 dollari, molto inferiori ai 144.000 dei corrispettivi americani bianchi. Di conseguenza, le risorse direttamente accessibili per i primi passi di un imprenditore sono molto diverse in base al colore della pelle già in partenza.


Le cifre dicono che il capitale di rischio rende la vita più difficile alle minoranze. Ma la #diversity rivoluzionerà l’industria dei #VentureCapital – Ecco perché @simeoneantonio1
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QUANTO LA DIVERSITY CONTA

Il basso numero di afro-americani in posizioni di rilievo presso i fondi venture capital sottolinea la mancanza di diversità nelle aziende del settore. Eppure, la popolazione delle minoranze sta aumentando a dismisura, tanto che ci si aspetta che nel 2044 quelle che oggi sono comunità di minoranza rappresenteranno di fatto la maggioranza della popolazione del paese. La differenza tra le proporzioni nella popolazione e le proporzioni nei team decisionali dei fondi VC, crea una discrepanza che si traduce in pregiudizi basati su percezioni irrilevanti. A peggiorare la situazione è arrivata la nomina di Mark Farrell a sindaco di San Francisco, che viene per l’appunto dal settore dei VC ed è – non a caso – bianco. La sua nomina è arrivata in un periodo tumultuoso. Infatti, è il terzo sindaco ad interim nell’arco di sei settimane. Le polemiche sono nate dal fatto che è stato nominato a discapito di London Breed, che invece è una donna di colore. La situazione è stata ripresa da numerosi quotidiani per l’emblematicità della vicenda proprio al centro della Bay Area, il centro mondiale di startup e VC. Come riporta la ricerca Diversity Matters di McKinsey, i team multi-etnici nei fondi di VC devono essere una priorità assoluta, in quanto producono un aumento dei ritorni economici del 35 per cento. Infatti, alcuni fondi stanno cercando metodi alternativi per valutare le startup. Per esempio, Village Capital ha deciso di raccogliere le opinioni anche di altri imprenditori, e non solo di investitori tradizionali, per quanto concerne le decisini di investimento. Altri, come Chike Ukaegbu, il fondatore dell’acceleratore Startup52, credono che la diversità rivoluzionerà l’industria dei venture capital, e questa rivoluzione metterà al centro le minoranze etniche dando loro le risorse necessarie a crescere.

LA DIVERSITÀ COME PUNTO DI FORZA

Anche Meena Maddali di Connetic Ventures ha tenuto a sottolineare l’importanza della diversity nella composizione dei team. «Le persone investono solo nelle aree che conoscono e nelle persone di cui pensano di potersi fidare. Creare un network solido – e vario – di persone intelligenti è fondamentale per il nostro potenziale successo». Certamente, i numeri parlano chiaramente a favore di fondi VC in grado di fare della diversità un punto di forza. Tuttavia, come riporta Marlon Nichols di Cross Culture Ventures, molti partner dei fondi non capiscono del tutto le potenzialità e decidono di prendersi del tempo per ragionarci su. Questo problema è stato notato anche da Monique Woodard, nonostante sia partner di 500 Startups, una delle società venture capital con la migliore reputazione. Eppure, «l’investimento sulla diversità – ha dichiarato la stessa Woodard – è visto dai partner come una mossa puramente etica, ignorandone però tutti i benefici economici verificati». È forse il caso di prendere ispirazione da uno dei più grandi imprenditori della storia degli Stati Uniti, Henry Ford. La sua definizione di successo era: «Mettersi insieme è un inizio, rimanere insieme è un progresso, lavorare insieme è un successo». Il mio auspicio è che investitori e imprenditori sappiano trasformare la diversità di ciascuno in energia positiva per lavorare insieme.

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L’IT per il Fashion, la trasformazione digitale è di moda https://www.datamanager.it/2018/03/lit-fashion-la-trasformazione-digitale-moda/ Thu, 15 Mar 2018 13:58:50 +0000 http://www.datamanager.it/?p=143727 Nel mondo del Fashion, creatività, buon gusto e senso degli affari sono condizioni necessarie. Ma non più sufficienti per avere successo in un settore che è industria a tutti gli effetti. E, come accade oggi in tutti gli ambiti, anche qui serve una robusta dose di digital transformation Tra camerini prova virtuali in piena era […]

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Nel mondo del Fashion, creatività, buon gusto e senso degli affari sono condizioni necessarie. Ma non più sufficienti per avere successo in un settore che è industria a tutti gli effetti. E, come accade oggi in tutti gli ambiti, anche qui serve una robusta dose di digital transformation

Tra camerini prova virtuali in piena era “Fitting room 2.0”, piattaforme omni-channel e supply chain sempre più sofisticate, la trasformazione digitale ha fatto il suo prepotente ingresso anche nel mondo del Fashion. E non potrebbe essere altrimenti, perché quello che è forse il simbolo del Made in Italy più ammirato in tutto il mondo, oltre che uno dei più importanti, ne ha bisogno per mantenere il primato in un contesto sempre più competitivo. Dove creatività, buon gusto e senso degli affari non sono più sufficienti da soli. Anche perché, sotto la superficie “glamour”, il settore della Moda è un comparto dove l’aspetto industriale è più concreto che mai, nel quale l’apporto dell’IT è pervasivo, e si estrinseca in soluzioni che coprono tutti gli ambiti. Gli esempi non mancano: si parte dal PLM per gestire il processo di sviluppo delle collezioni, che va dalla pianificazione alla creazione fino alla pre-produzione, per poi passare ai sistemi per il controllo della produzione, sempre più sofisticati, per arrivare alle nuove supply chain, nelle quali il livello di ottimizzazione è in grado di fare la vera differenza tra successo e insuccesso, e infine, alle nuove frontiere dell’omnicanalità, e dell’Internet of Things applicato concretamente con soluzioni di notevole grado di innovatività.

PLM DEDICATI E SISTEMI ERP SPECIFICI

Nell’iniziare questa indagine, che si propone di analizzare lo stato della digital transformation nel mondo del Fashion, va innanzitutto rilevato che l’utilizzo dei sistemi PLM in questo ambito è ormai un fatto acquisito da anni, e vede protagonisti praticamente tutti i principali vendor, sia generalisti sia specializzati, che presidiano il mercato con soluzioni sempre più sofisticate, che sono tranquillamente in grado di affrontare e gestire tutti i cambiamenti tecnologici che si stanno verificando anche nell’ambito Moda, oppure che stanno arrivando ora a maturazione, dando forma a nuove modalità di produzione e di consumo. Anche perché, pur essendo per molti versi un settore speciale e unico, quello del Fashion rimane un comparto industriale a tutti gli effetti, con tutte le esigenze classiche: sincronizzare e mettere in comunicazione i team di sviluppo, rendere le informazioni disponibili in modo tempestivo, integrare progettazione e sviluppo del prodotto con il resto della supply chain, soprattutto quella estesa. Si tratta di funzioni che i PLM sviluppati per la Moda si trovano a dover assolvere, soddisfacendo le peculiarità del settore. Un compito che è svolto anche dagli ERP sviluppati specificamente per il Fashion, che propongono piattaforme estese di gestione di tutti i processi che si compiono nel comparto Moda: dalla produzione alla supply chain, dalla distribuzione wholesale al retail, passando per il data management, gli analytics e gli ordini online, il tutto orchestrato da un ERP in grado di governare tutta la catena del valore.


#Fashion #retail L’industria della Moda cambia modello di business ed è alla ricerca di nuove fonti di ricavi. Quali sono le tecnologie che stanno innovando il settore?
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PUNTARE SULL’INNOVAZIONE

Ma, al di là delle soluzioni in uso da tempo, come i PLM e gli ERP, anche per il Fashion è suonata la campana della digital transformation, che come accade per tutti i settori non riguarda solo la tecnologia, in quanto comporta un cambiamento molto più ampio all’interno delle aziende, e che implica un cambiamento culturale, di organizzazione, di processi e oltre. Però, per quanto riguarda in particolare il settore del Fashion, uno degli ambiti nei quali la digital transformation sta determinando maggiori cambiamenti è quello del retail: «Da una indagine che abbiamo condotto lo scorso anno su oltre 400 fashion retailer in tutto il mondo, è emerso che più del 40 per cento, per l’esattezza il 42 per cento, ha adottato, oppure intende adottare entro i prossimi dodici mesi, una Omni-Channel Commerce Platform, che rappresenta oggi uno degli abilitatori fondamentali della trasformazione per il Fashion» – spiega a Data Manager Giulio Raffaele, senior research analyst Retail Insight Europe di IDC. Non solo: da una survey svolta l’anno scorso da IDC sui mercati verticali europei, emerge che «il 47 per cento del budget dei fashion retailer verrà assegnato all’innovazione o all’upgrade incrementale, per cambiare il business model oppure per individuare nuove fonti di ricavi» – spiega Raffaele, che giudica «altrettanto interessante osservare che le priorità di business indicate dai retailer dell’ambito fashion sono al 59 per cento nell’innovazione e per il 47 per cento nella crescita dei ricavi».

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L’IMPATTO DEL DIGITALE

Anche i dati snocciolati a metà novembre scorso durante il Fashion & Luxury Summit organizzato a Milano da Pambianco, specializzata come noto nel settore Fashion, hanno fotografato una situazione dove la digital transformation è ormai una realtà acquisita. Anche perché, come ha detto David Pambianco, CEO di Pambianco Strategie di Impresa, ormai ogni azienda, in qualsiasi settore operi, è oggi un’azienda in cui la tecnologia ha un impatto talmente importante da renderla “digitale”, e questo comporta profondi cambiamenti in quattro ambiti principali: la gestione del brand e la comunicazione, l’offerta di prodotto, i canali di vendita e infine l’organizzazione. Per quanto riguarda il primo aspetto, quello della gestione del brand, lo scenario mondiale di oggi vede «3,4 miliardi di smartphone connessi e il 90 per cento dei brand del fashion con una propria presenza sui principali social network» – ha ricordato Pambianco, sottolineando come questo scenario stia cambiando profondamente le modalità e gli strumenti per comunicare. Non a caso, le analisi della società sull’impatto del digitale hanno mostrato che l’investimento in comunicazione delle aziende della moda e del lusso ha visto, dal 2012 al 2016, un aumento delle campagne social, passate dallo 0 a 12 per cento del totale, e del display advertising, cresciuto dall’uno all’undici per cento.


#Fashion #retail Fast Fashion e Luxury mettono al centro i comportamenti dei consumatori, passando da un approccio product-centric a uno più customer e profit centric
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IMPLEMENTARE NUOVE STRATEGIE

Riguardo agli effetti del digitale sull’offerta di prodotto, Pambianco ha fatto notare come le collezioni siano sempre più frammentate per stimolare il consumatore: dal 2012 al 2017 sono aumentate in media da tre a cinque le uscite per singola collezione. L’influenza del digitale sui canali di vendita ha determinato invece la crescita della percentuale del fatturato retail, con la conseguente apertura di più negozi diretti. Oggi, secondo le analisi di Pambianco, le grandi aziende sviluppano oltre l’80 per cento del fatturato attraverso il canale retail, mentre le medio-piccole solo il 32 per cento. Tuttavia, la crescita passa attraverso il canale dell’e-commerce: la ricerca Pambianco evidenzia come il fatturato online del campione analizzato sia di 250 milioni di euro, pari a 2-6 per cento del totale. Inoltre, il 52 per cento delle aziende gestisce direttamente le proprie vendite online, mentre il restante 48 per cento le gestisce in partnership con operatori specializzati. Questo nuovo scenario spinge all’implementazione di strategie omni-channel, con la rete dei negozi direttamente collegata alla piattaforma online delle aziende. Infine, per quanto riguarda l’organizzazione, la trasformazione digitale sta avendo impatti non di poco conto: per esempio, per la gestione del contatto diretto con il consumatore, ha assunto una crescente importanza il customer relationship management, con il 79 per cento delle aziende intervistate da Pambianco che ha adottato sistemi di CRM.

UNA PIATTAFORMA OMNI-CHANNEL ABILITANTE

La trasformazione comporta quindi numerose implicazioni organizzative e di processo, che spingono per l’adozione di nuove piattaforme, come la Omni-Channel Commerce Platform, costituita da quattro “core capabilities”, secondo la definizione di IDC, e che consistono nel Customer Experience Management, nel Commerce Engine, nell’Order Fulfillment e nella Content Optimization: tutte queste attività «vengono orchestrate in tempo reale dalla Omni-Channel Platform per il retail attraverso un modulo centrale di artificial intelligence» – spiega Giulio Raffaele di IDC, sottolineando che «questa piattaforma è ancora in corso di costruzione, ma rappresenta il modello ideale al quale poi si ricollega l’intero ecosistema di servizi di front-end, di back office e altro, tramite opportune API». Di certo, questo è il modello al quale si va a tendere, e le piattaforme o le soluzioni proposte dai vendor e adottate nell’ambito Fashion contengono questi elementi, «anche se non necessariamente il singolo vendor è in grado di fornire tutte insieme le quattro capacità viste poco sopra» – fa notare l’analista di IDC, spiegando che tutti i principali vendor per così dire “generalisti” come per esempio IBM, SAP e Oracle hanno soluzioni per questi ambiti, così come le hanno anche vendor più specifici come per esempio Salesforce o Aptos, mentre vi sono anche casi di grandi player del retail che persistono nella loro tendenza di sviluppare tutte le soluzioni in casa.


#Fashion #retail La digital transformation impatta 4 ambiti principali: gestione del brand e comunicazione, offerta di prodotto, canali di vendita e organizzazione @IDCItaly
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I DUE MONDI DEL FASHION

Entrando più nel dettaglio, la netta priorità assegnata all’innovazione non deve stupire, anche in ragione della composizione del settore Fashion, che «è diviso in due grandi mondi: da una parte quello del cosiddetto Fast Fashion, costituito dai vari H&M, Mango o Zara, giusto per citare i primi che vengono in mente, e dall’altra parte dal mondo del Luxury» – spiega Giulio Raffaele di IDC. Come evocato dallo stesso nome, gli operatori dell’ambito Fast Fashion «hanno cicli di produzione sempre più rapidi, e hanno dovuto spingere per primi sulla digital transformation, mentre chi opera nel Luxury è arrivato dopo a considerare questa opzione». Le ragioni che hanno portato il mondo del Fast Fashion ad accelerare sulla trasformazione sono molteplici, a cominciare dal fatto che i cicli sempre più rapidi, l’onnipresenza del digitale e una clientela ancora più smaliziata sia nelle esigenze sia nei comportamenti, richiedono un supporto sempre maggiore da parte della rete dei punti vendita e dell’intero ecosistema del retail, e rendono la pianificazione dell’assortimento per i punti vendita fisici e digitali una sfida di non poco conto. In questo scenario – ragiona IDC – il mondo del Fast Fashion «ha capito che non poteva più basare le proprie attività sulle pure considerazioni finanziarie o partendo da presupposti di prodotto, ma doveva iniziare a ragionare mettendo al centro di tutto i comportamenti dei consumatori, fino ad arrivare a una sorta di micro-merchandising nel quale si decide il tipo di assortimento per ogni singolo negozio». Va però detto che adesso anche il mondo del Luxury si sta avvicinando alla trasformazione digitale, pur se «non è ancora molto chiaro il modello di utilizzo» – avverte Raffaele, sottolineando però che «è interessante notare che anche il Lusso si è accorto della necessità di cambiare marcia per non perdere opportunità di revenue in un contesto in continua evoluzione».

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RIVOLUZIONARE L’ASSORTMENT PLANNING

Proseguendo nell’analisi delle nuove frontiere della trasformazione digitale calata nel contesto Moda, uno degli aspetti più critici è oggi quello della pianificazione dell’assortimento, l’assortment planning, che «deve passare da un approccio di tipo product-centric, cioè centrato sul prodotto, a uno più customer e profit centric, ovvero ritagliato più sulle richieste dei consumatori e sui prodotti in grado di portare maggiori profitti» – sottolinea Giulio Raffaele di IDC, spiegando che questo «comporta l’adozione di modelli di pianificazione connessi di nuova generazione e di soluzioni che siano in grado di abilitare decisioni più rapide e granulari in merito agli assortimenti e agli acquisti». Non è quindi un caso se i dati della “Retail Innovation Survey” di IDC, condotta nello scorso giugno su oltre 400 aziende tra Europa e Stati Uniti, hanno rilevato che un terzo dei retailer, per l’esattezza il 34 per cento, ritengono il micro-merchandising e l’assortment planning l’elemento di fondamentale importanza nell’ambito dei loro programmi di innovazione. Le piattaforme di pianificazione dell’assortimento di nuova generazione devono essere in grado di supportare i merchandiser nell’affrontare le nuove esigenze espresse dai consumatori, oltre che i requisiti posti oggi dal retail, e possono farlo con piattaforme unificate e guidate dagli analytics.


#Fashion #retail Più del 40% delle imprese ha adottato una piattaforma Omni-Channel – Cresce la percentuale del fatturato retail e aumenta l’apertura di negozi diretti @IDCItaly
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INVESTIMENTI E PRIORITÀ

Tra le priorità di investimento nell’ambito Fashion rilevate dalla ricerca di IDC, le piattaforme di e-commerce sono al primo posto con il 52 per cento: «Si tratta di un ambito nel quale le aziende del comparto Moda proseguono gli investimenti senza sosta» – sottolinea Giulio Raffaele di IDC, precisando che al secondo posto, a pari merito con il 36 per cento, si collocano le soluzioni relative alla Customer Loyalty e le piattaforme di data management. In questi due ambiti, «si tratta di aspetti vitali anche per il settore Fashion, in quanto l’area della customer experience personalization assume sempre maggiore importanza alla luce del contesto competitivo, e oggi vede la presenza di soluzioni in grado di raccogliere i dati in maniera contestuale da più fonti, per poi elaborarli utilizzando anche sistemi di intelligenza artificiale, mentre l’area del data management trova molte applicazioni utili con le piattaforme che gestiscono i dati sia strutturati sia non strutturati».

NELL’ERA DELLA FITTING ROOM 2.0

Ma non di solo e-commerce o analytics vive la trasformazione digitale in atto nell’ambito Fashion, perché molte altre sono le vie che l’innovazione sta intraprendendo. Tra le iniziative più recenti, è per esempio da segnalare quella adottata da Mango per dotare i principali negozi dell’azienda, sparsi in tutto il mondo, di camerini digitali, in pieno spirito “Fitting room 2.0”. La tecnologia alla base del camerino digitale è uno specchio digitale Internet of Things progettato da Mango e sviluppato da Vodafone in collaborazione con Jogotech, che permetterà al cliente di scansionare le etichette dei capi all’interno del camerino, e di contattare lo staff del negozio direttamente dallo specchio, per richiedere altre taglie o colori. Lo specchio suggerirà anche altri articoli da abbinare al capo scelto dal cliente. L’obiettivo di Mango è di estendere il camerino digitale a tutti i suoi principali negozi, da Barcellona a New York, con l’obiettivo di far beneficiare i clienti di un’esperienza d’acquisto integrata, che combina in modo efficace e armonico la componente digitale e fisica. L’iniziativa rappresenta per Mango la prima fase di un progetto di trasformazione digitale che mira a creare nuove forme di coinvolgimento e rapporto tra i clienti e il marchio.

QUANDO LA DIFFERENZA È SMART

La tendenza che porta all’era della “Fitting room 2.0” era già stata inaugurata lo scorso anno a Milano, nel concept realizzato nel punto vendita Diesel di Piazza San Babila con le tecnologie Samsung (www.samsung.com/it) e l’apporto di H-Farm per la parte di system integration. Il progetto pilota, partito a metà marzo dello scorso anno nel Diesel Planet, come viene definito il negozio milanese, si era posto come primo passo per la trasformazione degli store dell’azienda vicentina, presenti in tutto il mondo, con un rinnovamento che non riguarda solo l’ambiente dedicato allo shopping ma il modo stesso in cui il cliente interagisce sia con i prodotti sia con le persone che si occupano delle vendite. In particolare, le tecnologie Samsung in campo vedono impiegati gli smartphone e le soluzioni SMART Signage: oltre ai classici totem presenti all’ingresso, gli elementi su cui si basa il nuovo concept sono due tavoli touch digitali sui quali i capi possono essere contestualizzati in dettaglio, due display interattivi, chiamati “denim temple” e comandati dagli smartphone, e i camerini di prova smart, due dei quali sono dotati di display a 95 pollici per una visione davvero coinvolgente di come il capo può adattarsi alla persona. Vera chiave del sistema sono anche le etichettature RFID che avvengono in fabbrica, e che sono lette dai vari dispositivi Samsung per proporre le informazioni relative a ciascun capo.


#Fashion #retail Esperienza d’acquisto integrata e implementazione di strategie omni-channel per combinare in modo efficace la componente digitale e quella fisica @IDCItaly
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AL SERVIZIO DEL FASHION

Infine, c’è un altro esempio che testimonia la continua necessità del mondo Fashion di trovare sistemi che innovino sia il prodotto sia il processo. Le nuove modalità concrete di collaborazione a distanza, abilitate dalle tecnologie più recenti, sono infatti al centro del progetto realizzato da VEM Sistemi su piattaforma Cisco Spark per Del Brenta, azienda con sede alle porte di Padova che si occupa della creazione, progettazione e produzione di tacchi, zeppe e plateau per i più grandi marchi di calzature al mondo. Si tratta di una piattaforma cloud di comunicazione e collaborazione, utilizzata dapprima all’interno dell’azienda ed estesa successivamente anche a clienti e fornitori. Come ha spiegato Stefano Bezzon, head of innovation di Del Brenta, «in un mondo come quello della moda, che opera su velocità pazzesche, con tempi nell’ordine delle ore, con Cisco Spark si possono condividere con i clienti i modelli senza essere fisicamente presenti. Lo stilista e tutti quelli che collaborano possono collegarsi con qualunque device e vedere contemporaneamente tutti la stessa cosa, comprese le modifiche ai modelli effettuate in tempo reale». La piattaforma sta consentendo a Del Brenta di ridurre in maniera drastica i tempi di sviluppo e di realizzazione dei prodotti, oltre che il tasso di errore nella realizzazione degli stampi, che è passato dal dieci per cento a circa l’uno per cento. Come dire che anche nella Moda, la trasformazione digitale permette ritorni sostanziosi. Ma soprattutto rapidi e tangibili.

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Tecnologia dei materiali, la Sapienza progetta nuove trame al computer https://www.datamanager.it/2018/03/tecnologia-dei-materiali-la-sapienza-progetta-nuove-trame-al-computer/ Thu, 15 Mar 2018 13:26:47 +0000 http://www.datamanager.it/?p=143712 Dai vetri autopulenti, alle eco-imbarcazioni a basso attrito: ecco come i nuovi materiali nanostrutturati cambieranno il nostro futuro. Lo studio targato Sapienza Università di Roma progetta la trama ideale delle superfici corrugate super idrorepellenti per applicazioni tecnologiche altamente innovative. Il team del dipartimento di Ingegneria meccanica e aerospaziale dell’università – coordinato da Carlo Massimo Casciola, […]

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Dai vetri autopulenti, alle eco-imbarcazioni a basso attrito: ecco come i nuovi materiali nanostrutturati cambieranno il nostro futuro. Lo studio targato Sapienza Università di Roma progetta la trama ideale delle superfici corrugate super idrorepellenti per applicazioni tecnologiche altamente innovative. Il team del dipartimento di Ingegneria meccanica e aerospaziale dell’università – coordinato da Carlo Massimo Casciola, professore ordinario di Fluidodinamica e composto anche da Simone Meloni, Emanuele Lisi, Matteo Amabili e Alberto Giacomello – ha introdotto nuovi principi per la progettazione di superfici superidrofobiche al fine di essere utilizzate in molte applicazioni tecnologiche operanti anche in condizioni estreme.

 

Lo studio, che è parte di uno sforzo più ampio finanziato dall’European Research Council con il progetto ERC Advanced Grant “Cavitation Across Scales: Following Bubbles from Inception to Collapse”, si propone di superare i limiti dovuti alla “fragilità” della superidrofobia, introducendo una nuova morfologia di superfici. I risultati sono pubblicati sulla rivista ACS Nano. I materiali con superfici corrugate sono materiali che presentano corrugazioni nanoscopiche (delle dimensioni di poche decine di miliardesimi di metro) in grado di intrappolare un cuscino di aria o vapore, riducendo così l’area di contatto tra liquido e solido.


#nanotech Alla @SapienzaRoma si progettano i materiali del futuro
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Queste caratteristiche donano al materiale eccezionali proprietà superidrofobiche, interessanti per molte applicazioni tecnologiche, come quella di impedire la formazione di ghiaccio sulle ali degli aerei, sui cavi elettrici, sulle pale eoliche. I ricercatori, attraverso simulazioni al computer, hanno sviluppato una nuova tipologia di cavità: una struttura composita costituita da scanalature longitudinali con pori a sezione quadrata di 10-20 nanometri alla loro base è in grado di ripristinare il cuscino d’aria/vapore senza bisogno di alcuna forza esterna. «Ingegnerizzare la geometria attraverso l’uso delle nanotecnologie – spiega Casciola – permette di creare nuovi materiali funzionali, strumenti e sistemi con proprietà uniche derivanti dalla combinazione delle loro proprietà chimiche e morfologiche. Nel nostro caso, ha permesso di realizzare il recupero della superidrofobicità».

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Milano Fashion Week 2018, il fascino della moda e il potere dei simboli https://www.datamanager.it/2018/03/milano-fashion-week-2018-fascino-della-moda-potere-dei-simboli/ Thu, 15 Mar 2018 13:22:02 +0000 http://www.datamanager.it/?p=143707 Il calendario della Milano Fashion Week ha registrato il boom di eventi e presenze. Con un totale di 156 collezioni presentate in passerella, il sistema italiano della Moda si conferma come un’industria solida e dinamica, che però deve scontare una certa «frammentazione» nella catena di trasmissione delle competenze tecniche e della formazione del talento – […]

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Il calendario della Milano Fashion Week ha registrato il boom di eventi e presenze. Con un totale di 156 collezioni presentate in passerella, il sistema italiano della Moda si conferma come un’industria solida e dinamica, che però deve scontare una certa «frammentazione» nella catena di trasmissione delle competenze tecniche e della formazione del talento – come ha chiarito il sottosegretario al MiSE, Ivan Scalfarotto, in occasione della presentazione del suo libro “White Book. Imparare la moda in Italia” (ed. Marsilio). Il Sistema Moda Italia vale oltre 5 punti di PIL, con un giro d’affari passato dagli 80 miliardi del 2014 agli 87 del 2017 (dati Camera della Moda).

 

Tra le 146 aziende principali del settore, il 40% delle quali è in mano straniera. La crescita del settore si è registrata anche nell’export, con un +5,8% registrato tra gennaio e novembre del 2017 e un balzo in avanti nei mercati di Cina (+16%) e Russia (+14%). Ma torniamo al glamour delle passerelle, lasciando da parte i numeri che però ci dimostrano quanto il fashion sia un sistema commerciale e finanziario molto complesso, in cui l’innovazione di prodotto e di processo gioca un ruolo centrale alla pari di altre industry. Se gli abiti stanno all’identità come le parole al linguaggio, occorre stare molto attenti a quello che indossiamo e soprattutto al messaggio che lanciamo. Così dopo le teste clonate di Gucci, abbiamo visto sfilare i droni di Dolce & Gabbana. Due modi diversi di interpretare l’impatto della tecnologia. Due modi di leggere la realtà: riduzionismo e antiriduzionismo.


#MFW2018 Dalla passerella alla supply chain, quando la tecnologia è di #moda
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Da una parte la paura della perdita del controllo, che si traduce in un monito “tête-à-porter”, dall’altro il gioco dell’equilibrio e la celebrazione della “devozione” assoluta nelle “sorti magnifiche e progressive”. Per la prima volta in passerella i droni hanno rubato la scena alle modelle in carne e ossa. Il primato però spetta a Fendi che aveva utilizzato una flotta di aeromobili a pilotaggio remoto (APR) per la ripresa dal vivo della sfilata Donna Autunno/Inverno 2014-15. Se l’intelligenza artificiale è la tendenza del 2018, il mondo della robotica umanoide è pronto a invadere le passerelle. Poche settimane fa, alla New York Fashion Week, la supermodel Irina Shayk aveva sfilato in compagnia di un robot alto più di due metri. Forse, alle sfilate di Pitti Bimbo a Firenze (dal 21 al 23 giugno) assisteremo al debutto in passerella anche di iCub, il robot bambino (ormai adolescente) nato dal lavoro di ricerca dell’Istituto Italiano di Tecnologia (IIT) di Genova.

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Privacy ed efficienza non sono incompatibili https://www.datamanager.it/2018/03/privacy-ed-efficienza-non-incompatibili/ Thu, 15 Mar 2018 13:16:07 +0000 http://www.datamanager.it/?p=143704 Lavoro e mobilità. Smart working e strumenti aziendali. L’incontro tra vantaggi e necessità di verifica da parte delle imprese, è sempre terreno di delicato confronto, soprattutto in termini di privacy Il Garante per la protezione dei dati personali ha avuto occasione di sottolineare come interessi aziendali e tutela della riservatezza dei lavoratori non siano incompatibili, […]

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Lavoro e mobilità. Smart working e strumenti aziendali. L’incontro tra vantaggi e necessità di verifica da parte delle imprese, è sempre terreno di delicato confronto, soprattutto in termini di privacy

Il Garante per la protezione dei dati personali ha avuto occasione di sottolineare come interessi aziendali e tutela della riservatezza dei lavoratori non siano incompatibili, fatte salve regole precise. Il caso riguarda una nota multinazionale, la quale si è rivolta al Garante per una verifica preliminare riguardo al trattamento di dati personali dei dipendenti dotati di telefono aziendale per tenere sotto controllo le fatture di telefonia e analizzare i consumi aziendali nel loro complesso. L’azienda sottolinea che non sono previste finalità ulteriori né finalità disciplinari. L’elaborazione dei dati sarà compito di una società inglese specializzata. A fornire i dati, per gli scopi citati, sarà il provider che, per ogni bolletta bimestrale, invierà “il numero chiamato o chiamante, il giorno, l’ora dell’inizio della telefonata e la durata della stessa”.

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QUALI MISURE DI TUTELA PER I DIPENDENTI INTERESSATI?

I numeri dei chiamati verranno inviati all’azienda oscurati nelle ultime 3 cifre, mentre i numeri chiamanti saranno riportati solo in presenza di telefonate in roaming; in generale, i consumi sono rilevati per ciascun dipendente. L’azienda ha provveduto a comunicare al fornitore del servizio nominativo e indirizzo e-mail aziendale dei dipendenti reali utilizzatori dei dispositivi nei quali sono inserite le schede SIM agli stessi assegnate. L’azienda provvederà a rendere dovuta informativa ai dipendenti interessati “in occasione della prima attivazione del servizio”. Ogni bimestre, il provider consentirà all’incaricato dell’azienda di scaricare i dati di dettaglio, registrarli su file Excel in una cartella riservata e, una volta criptato il file, inviarli alla società inglese. La chiave di criptazione viene spedita in un messaggio separato. A questo punto avverrà l’analisi vera e propria e la restituzione dei risultati in relazione alle utenze assegnate ai dipendenti. La società inglese incaricata di tale compito provvederà a distruggere i dati di dettaglio dopo 12 mesi dalla ricezione. Eventuali “consumi anomali” su un singolo dipendente verranno segnalati al manager al solo scopo di contenere i costi.


#GDPR Interessi aziendali e tutela della #Privacy dei lavoratori non sono incompatibili, fatte salve regole precise di necessità e proporzionalità – Yuri Monti @ColinPartners
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IL PARERE DEL GARANTE PER LA PRIVACY

I punti critici di un simile procedimento possono riguardare: il realizzarsi del controllo a distanza del lavoratore, un non corretto bilanciamento di interessi rispetto a necessità e proporzionalità dei trattamenti effettuati, l’inadeguatezza delle misure a tutela adottate. Tutti aspetti, si badi bene, che il GDPR europeo già pone al centro dell’attenzione in questo come in altri casi.

Sul primo punto, l’azienda di cui stiamo parlando si è premurata di realizzare un accordo sindacale specifico. Secondo il Garante, il trattamento che l’azienda intende effettuare risulta in generale lecito. Tuttavia, in termini di necessità e proporzionalità, alcuni dati risulterebbero raccolti in eccedenza rispetto alle finalità in quanto non comportano un impatto sui costi effettivamente sopportati (per esempio, se esistono tariffazioni cosiddette “flat”). Anche nel caso delle chiamate in entrata in roaming, non sono necessari – salvo differenze impattanti sulla fatturazione – numero telefonico “chiamante”, dettagli della chiamata in entrata e il paese di provenienza.

Sulla durata della conservazione dei dati raccolti, il Garante ha ridotto a 6 mesi il tempo considerato congruo, allineandolo a quello concesso ai provider di telefonia. Inoltre, viene richiesta l’adozione di un disciplinare interno che regoli le condizioni di utilizzo delle SIM, aggiornato periodicamente e adeguatamente promosso presso i dipendenti. Infine, l’autorità prescrive, qualora il trattamento inizi, che l’azienda adotti tecniche di cifratura e di anonimizzazione che non consentano la re-identificazione dell’interessato.


Yuri Monti consultant Colin & Partners – www.consulentelegaleinformatico.it

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