rivistanovembre2021 – Data Manager Online https://www.datamanager.it Il portale dell'ICT professionale Mon, 22 Nov 2021 14:51:48 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=5.8.13 https://www.datamanager.it/wp-content/uploads/2020/04/dmo-favicon3.png rivistanovembre2021 – Data Manager Online https://www.datamanager.it 32 32 Micro Focus, artefice della trasformazione https://www.datamanager.it/2021/11/micro-focus-artefice-della-trasformazione/ Mon, 22 Nov 2021 14:44:59 +0000 https://www.datamanager.it/?p=214357 Il gateway tra passato e futuro del software. Micro Focus è uno dei pochi specialisti globali focalizzati sulla modernizzazione di applicazioni e sistemi legacy, dopo l’acquisizione di HPE Software l’azienda britannica è autorevole interprete della gestione cloud e della sicurezza Fondata nel 1976, la britannica Micro Focus, è da sempre focalizzata sull’evoluzione dei patrimoni applicativi […]

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Il gateway tra passato e futuro del software. Micro Focus è uno dei pochi specialisti globali focalizzati sulla modernizzazione di applicazioni e sistemi legacy, dopo l’acquisizione di HPE Software l’azienda britannica è autorevole interprete della gestione cloud e della sicurezza

Fondata nel 1976, la britannica Micro Focus, è da sempre focalizzata sull’evoluzione dei patrimoni applicativi legacy, a partire dall’esperienza con il linguaggio di programmazione Cobol usato ancora oggi dal 95% delle applicazioni transazionali del mondo finanziario, Oggi – come ci spiega Andrea Viola, country manager Italy di Micro Focus – l’azienda si presenta al mercato come una società capace di aiutare i propri clienti nel percorso irrinunciabile della trasformazione digitale. «Micro Focus è da sempre riconosciuta dal mercato come società leader per le soluzioni che consentono di accelerare il rilascio delle applicazioni, semplificare la trasformazione dell’IT, rafforzare la resilienza informatica e analizzare i dati in ottica previsionale. Oggi tutti i clienti si trovano in un mercato che sta rapidamente cambiando e sanno che non possono più rimandare il processo di digitalizzazione con la consapevolezza che un possibile fallimento di questo percorso di trasformazione possa essere fatale per la loro capacità di successo. Micro Focus ritiene che il tema della digital transformation debba essere affrontato massimizzando e facendo evolvere a valore gli investimenti già in essere e introducendo innovazione in modo veloce ed efficace laddove serva veramente come elemento abilitante alla crescita del business dei clienti. Questo approccio permette di accelerare sulle vere priorità di digitalizzazione e innovazione, evitando di intraprendere pericolosi percorsi di radicale trasformazione, molto rischiosi in termini di sostenibilità dei costi e di possibilità di veloce cambio di direzione nel momento in cui il percorso intrapreso non dia i risultati attesi.

APPROCCIO AL CAMBIAMENTO

Nel corso del tempo e attraverso l’oculata strategia di acquisizioni e integrazioni tecnologiche – culminata quattro anni fa nella fusione con la divisione software di HPE – l’azienda di Newbury, a ovest di Londra, è diventata uno dei più grandi fornitori di enterprise software al mondo. Un global solution provider con 12mila collaboratori in una cinquantina di Paesi. «Negli anni, abbiamo continuato a portare avanti l’idea di arricchire il nostro portafoglio di soluzioni software per rispondere in modo proattivo alle nuove esigenze di business legate all’Information Technology che i nostri clienti ci evidenziavano» – afferma Andrea Viola.

«Oggi Micro Focus si pone sul mercato come trust provider che vuole affiancare i propri clienti nel percorso di digital transformation».

Viola osserva come la trasformazione digitale, che pervade anche i piani di rilancio avviati dal governo italiano con il PNRR nel quale 50 miliardi di euro sono destinati a investimenti nel digitale, sia un passaggio fondamentale per il nostro sistema Paese per superare la crisi economica causata da quasi due anni di contenimento della pandemia. Qual è l’approccio ideale a questo cambiamento? «Si può riassumere nello slogan che abbiamo creato per veicolare il messaggio della trasformazione digitale al mercato: Run & Transform» – risponde Andrea Viola. Come dire, cambiare ma senza stravolgere. Introdurre innovazione con un impatto sul business controllato. Come azienda abbiamo la massima consapevolezza che i nostri clienti abbiano la necessità di essere accompagnati in un percorso di trasformazione non improvvisato, che deve permettere al CIO di continuare a erogare servizi business critical e nello stesso tempo rispondere alle richieste di innovazione, efficientamento e semplificazione, agilità e return to market. I numeri di una survey fatta con 275 aziende a livello globale ci dicono infatti che molti progetti di digital transformation che avevano un approccio che stravolgeva completamente l’as is, non hanno raggiunto i risultati attesi. «Micro Focus crede che per accelerare la trasformazione digitale sia importante guardare al modello della Digital Factory, con il quale i nostri clienti saranno capaci di ripensare i processi end to end in ottica digitale, migliorando l’efficienza operativa e la gestione. Il framework di riferimento proposto è l’IT4IT di OpenGroup sul quale sono mappate le soluzioni di Micro Focus».

Andrea Viola country manager Italy di Micro Focus

PASSAGGIO AL CLOUD

Tutte tematiche che si riflettono nell’attuale line-up di soluzioni e servizi che sono organizzati in tre business units. L’area di Application modernization and connectivity ricade sotto la responsabilità del   direttore commerciale Davide Bolzoni. La parte di IT Management è coordinata da Andrea Viola, e comprende l’intero portafoglio di soluzioni per l’Application Delivery Management in ottica DevOps e le soluzioni per l’IT Operation in ottica hybrid e multicloud. L’ambito di business, che abbraccia le soluzioni di cybersecurity e sicurezza fisica, merita un’attenzione particolare all’interno di questa storia, perché come vedremo va a inserirsi nella scelta strategica di Micro Focus di dedicare alla protezione di utenti e dati un brand completamente nuovo e autonomo sul piano decisionale. Da quest’anno, infatti, le tecnologie di sicurezza Micro Focus ricadono sotto il brand CyberRes, affidata al direttore per il Sud Europa Pierpaolo Alì. Un altro pilastro fondamentale riguarda la parte di servizi di tipo consulenziale, che afferiscono allo studio e alla progettazione dei piani di trasformazione dei clienti. «Se la clientela può guardare a tutte e tre le linee di offerta, il compito di Micro Focus è differenziarsi anche in base ai diversi interlocutori all’interno delle organizzazioni aziendali, in un dialogo che ormai coinvolge figure specificatamente IT, ma anche l’ufficio del CFO o dei responsabili della sicurezza» – spiega Davide Bolzoni.


#CoverStory Tutta la forza della trasformazione digitale MicroFocus @MicroFocusSec
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La relazione con il mercato viene orchestrata in via diretta con i clienti di grandi dimensioni e attraverso un canale capace di indirizzare, a livello nazionale, una richiesta che arriva in misura crescente anche da aziende più piccole ma non meno affamate di trasformazione digitale. «Siamo chiamati – afferma il country manager Andrea Viola – ad aiutare il mercato italiano a servirsi delle tecnologie abilitanti la digital transformation per affrontare le sfide future. Tra queste, il cloud è un elemento chiave nella modernizzazione applicativa e architetturale delle aziende e il move to cloud è l’approccio che Micro Focus declina attraverso una metodologia e strumenti che permettono di modernizzare il mainframe, portando il legacy nel mondo ibrido. La percezione generale è che il cloud oramai sia diventato parte di architetture ibride affiancandosi agli ambienti on premise per molte aziende italiane. Tuttavia il mercato italiano deve ulteriormente accelerare il cambiamento se vuole avere un ruolo importante nello scenario internazionale.

«Noi possiamo offrire una tecnologia leader e una rete di partnership che coinvolge anche i cloud service provider che hanno scelto Micro Focus per guidare questa trasformazione»

– sottolinea Viola, per il quale è un forte motivo di orgoglio il fatto che intorno alle forti competenze in ambito Mainframe Micro Focus abbia costituito una factory che oggi sta aiutando i maggiori clienti internazionali in un percorso di Mainframe Modernization in ottica cloud. «L’esigenza dei nostri clienti di avere un’infrastruttura ibrida o totalmente in cloud si sposa con la richiesta di semplificare, automatizzare e orchestrare la gestione operativa. Micro Focus risponde con una consolidata e riconosciuta competenza in questo ambito che si esprime nelle soluzioni di IT Operations Management che indirizzano funzionalità di Enterprise Service Management con SMAX, di Service Fulfilment con HCMX, di Service Governance e di Service Assurance con OPERATIONS BRIDGE. Queste 4 aree funzionali sono costruite su una piattaforma comune (OPTIC PLATFORM). Grazie all’aiuto dei Professional Service e dei partner che hanno implementato queste soluzioni, i nostri clienti hanno già sviluppato molti use cases che permettono loro di raggiungere significativi risultati di efficientamento e di cost reduction nella gestione di questa nuova infrastruttura ibrida».

COMPETENZE END-TO-END

Altro elemento chiave per la digital transformation è quello legato alla modernizzazione applicativa. Questo è un ambito in cui Micro Focus è riconosciuta leader di mercato da molti analisti e considerata trusted advisor in virtù della sua storia distintiva con soluzioni che coprono end to end l’intero processo di ciclo di vita del software. Ci spiega Viola: «Oggi, sempre grazie al coinvolgimento dei servizi professionali e dei partner, l’impegno dell’azienda è focalizzato nell’accompagnare i clienti in un percorso di aumento della produttiva nella catena del valore attraverso l’adozione di modelli DevOps e Agile; nel migliorare la customer experience attraverso progetti di quality assurance Test Automation e Performance Testing, con adozione di nuovi paradigmi basati su machine learning/AI e scalabilità in ambito multi-cloud; nell’accelerare il rilascio in produzione delle nuove versioni del software». Tutte queste soluzioni oggi sono disponibili sia in modalità on premise, sia per un’installazione in ambiente cloud, sia in modalità SaaS. Forte è la spinta innovativa con la quale Micro Focus sta arricchendo le nuove versioni di tutte le proprie soluzioni software, in particolare nella direzione dell’intelligenza artificiale, fondamentale in un contesto che cambia rapidamente. «Il grande sforzo che sta facendo l’R&D di Micro Focus – spiega Viola – è quello di continuare a introdurre nuove funzionalità legate all’analytics e al machine learning, oggi fondamentali per permettere ai clienti di prendere decisioni strategiche in tempi veloci e di automatizzare i processi di business. Analytics e artificial intelligence sono gli ambiti di una fattiva collaborazione tra Micro Focus e Jaguar Racing, che partecipa al campionato mondiale di Formula E».

Davide Bolzoni sales manager di Micro Focus

TECNOLOGIA E SOCIETÀ

«La strategia per il futuro – spiega Andrea Viola – mira a un ulteriore rafforzamento del rapporto con i clienti. Nella volontà di essere sempre più customer-centric, Micro Focus ha una precisa roadmap di innovazione per le proprie soluzioni, e vuole continuare a far crescere il valore e la qualità che fornisce, monitorando regolarmente benchmark di mercato che già oggi la vedono al di sopra della media dei nostri competitors. Un importante investimento l’azienda continuerà a farlo anche nel portare in SaaS tutto il suo portafoglio, per mettere i propri clienti nella condizione di scegliere la modalità di licensing più adeguata alle loro esigenze. Viola conclude il suo intervento citando con soddifazione l’impegno con cui Micro Focus si dedica alle attività di corporate social responsibility e cita come esempio il progetto INSPIRE che prevede la possibilità per i dipendenti di dedicare alcune delle loro giornate lavorative per collaborare a progetti di volontariato. Micro Focus condivide anche progetti globali con organismi come Unicef, per la promozione della cultura digitale tra i giovani che vivono in contesti più poveri di opportunità.

Tornando al tema della trasformazione digitale, Davide Bolzoni, sales manager di Micro Focus, si sofferma sul ruolo dell’azienda nel supportare i clienti anche sul piano metodologico, attraverso strumenti che rendono fruibili i servizi delle applicazioni legacy in architetture open, agili e scalabili, capaci di integrare le nuove tecnologie di business intelligence, multicloud e big data. Nel corso degli anni – come ricorda anche Bolzoni – i partner Micro Focus hanno sviluppato applicativi basati sull’ambiente Cobol specifico di questa azienda e molte di queste applicazioni sono tuttora strategiche in diversi comparti, inclusi la grande distribuzione organizzata e l’HR. «Nell’insieme, è ancora un mercato molto significativo – afferma Bolzoni – in cui vogliamo continuare a essere presenti, offrendo ai nostri partner, ambienti di sviluppo basati su interfaccia Visual Studio ed Eclipse». La nuova versione di Visual Cobol 7, appena presentata al mercato, sta ottenendo notevoli consensi perché oltre a supportare le metodologie di sviluppo Agile e il DevOps, si apre alla containerizzazione orchestrata con Docker e OpenShift, e può essere utilizzata all’interno di ambienti come Visual Studio Code di Microsoft.


#CoverStory Rinunciare al mainframe, portando il legacy nel mondo open @MicroFocus @MicroFocusSec
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IL LEGACY DIVENTA OPEN

Come viene supportata, materialmente, questa diffusa volontà di trasformazione? «Gli ambienti mainframe sono molto complessi – avverte Bolzoni – e per questo è importante avere un approccio strutturato ai progetti di trasformazione. Micro Focus ha sviluppato una metodologia ormai collaudata, il Rapid assessment, che ha l’obiettivo di riconoscere le interdipendenze all’interno del parco applicativo, identificando per tempo eventuali problematiche ed evidenziandone le componenti non disponibili sulla piattaforma target. Queste ultime sono rappresentate di solito da utility sviluppate di terze parti, che dovranno essere sostituite». Tutte queste informazioni, estremamente dettagliate, forniscono all’ingegnere del software un’analisi oggettiva a supporto delle valutazioni progettuali, e rappresentano una base fondamentale per il successo del cambiamento. «Si tratta solo del primo passo nella digital transformation – sottolinea Bolzoni – ma in molti casi consente una significativa riduzione del total cost of ownership». Una volta atterrati in una piattaforma aperta, l’azione di Micro Focus prosegue con il supporto di altri aspetti di una modernizzazione che comprende l’adozione di modelli di Api REST, o il refactoring di applicazioni monolitiche su container e microservizi.

«Una delle ragioni per cui i clienti intraprendono un processo di digital transformation, è la necessità di una maggiore agilità e velocità nel time-to-market, e anche in questo ambito Micro Focus fornisce tutti gli strumenti per abilitare le metodologie tipiche del DevOps, integrandosi con le tecnologie – proprietarie o open source – già in uso all’interno dell’azienda, come Jenkins, GIT, Jira e altre». Quali sono le ragioni di questo replatforming e più in generale dello spostamento verso il cloud? Secondo Bolzoni, i vantaggi per il cliente consistono nella riduzione dei costi e nella possibilità di accedere a servizi gestiti, svincolandosi dalle esigenze di gestione on premise. «Si potrebbero citare anche una maggiore sicurezza in virtù di un miglior controllo, o il mantenimento di standard qualitativi elevati e costantemente aggiornati. Ma soprattutto, la maggiore flessibilità nell’uso delle risorse in virtù della scalabilità tipica del cloud e una maggiore velocità nel provisioning delle risorse». Proprio a supporto di queste possibilità, Micro Focus dispone di un modello di pricing basato su subscription, che rende possibile il frazionamento dell’investimento nel corso del tempo, in funzione delle reali necessità del cliente.

Pierpaolo Alì CyberRes director Southern Europe, Russia, CIS, CEE & Israel di Micro Focus

SICUREZZA E RESILIENZA

Il riferimento ai vantaggi del cloud in termini di sicurezza, è l’assist ideale per affrontare, insieme a Pierpaolo Alì, CyberRes director Southern Europe, Russia, CIS, CEE & Israel, il ricco portafoglio di soluzioni che Micro Focus è in grado di indirizzare verso il mercato della sicurezza informatica. «Anche se CyberRes è stata presentata solo lo scorso marzo, il brand Micro Focus specializzato in sicurezza rappresenta una realtà molto consolidata e ad ampio spettro, con duemila specialisti nel mondo, oltre 450 milioni di identità protette e un volume d’affari da un miliardo di dollari» – rileva Alì. CyberRes può contare su laboratori di R&D capaci di offrire tecnologie d’avanguardia a protezione di identità, dati e applicazioni. Ma soprattutto sulla lunga storia delle quattro famiglie di soluzioni integrate e sviluppate negli anni da HPE e Micro Focus.

«Parlare di semplice protezione dalle minacce informatiche oggi è limitante»

– spiega Alì. Oltre alla prevenzione, bisogna attrezzarsi al meglio per gestire gli attacchi che inevitabilmente andranno a segno e ripristinare il “business as usual”. «Per questo, parliamo di resilienza in un contesto tecnologico che vede almeno tre fenomeni in atto: l’intelligenza artificiale, il cloud e il suo fondamento essenziale, la data privacy con la protezione adattativa di ruoli e identità».

Identità e ruoli digitali – spiega Alì – rappresentano l’asset intorno a cui le soluzioni NetIQ estendono il loro perimetro di sicurezza Zero Trust e multifactor protection. Sul fronte applicativo si muove la strategia ormai decennale di Fortify, capace di mettere al servizio della protezione delle applicazioni e delle componenti “Open Source” un insieme di strumenti di analisi statica, dinamica e interattiva, talmente integrati con il processo di sviluppo da consentire di realizzare concreti obiettivi di security by design. «L’ambito della protezione del dato è il territorio di Voltage, startup californiana che era stata finanziata da HPE fino alla definitiva acquisizione da parte di Micro Focus. Voltage applica un concetto di cifratura che non si limita a proteggere il file system, ma arriva fino all’ultimo bit. Una cifratura – precisa Alì – che preserva il formato originale del dato e si adatta anche alle necessità di protezione dei dati non strutturati».

Infine con ArcSight, CyberRes mette a disposizione della sicurezza infrastrutturale un engine di SecOps di nuova generazione, sviluppato da un’azienda che all’inizio del Duemila era considerata un pioniere del concetto di SIEM, security information and event management. «Basata su un motore di intelligenza artificiale con tecniche di apprendimento non supervisionato, la piattaforma ArcSight è stata potenziata con le funzioni SOAR, security orchestration, automation and response, frutto dell’acquisizione di Atar Labs, per azioni di remediation sempre più automatiche e immediate». Ma non solo. ArcSight – come precisa Alì – integra la nomenclatura MITRE ATT&CK, una base di conoscenza condivisa a livello globale, che consente di fronteggiare gli attacchi con una precisa consapevolezza del loro stadio di avanzamento e quindi una maggiore capacità di decisione.

«Atar Labs non è la sola acquisizione andata in porto in questi diciotto mesi» – ricorda Alì. «La canadese Interset ha sviluppato il motore di AI del nostro Enterprise Security Manager ArcSight. Più recentemente, abbiamo acquisito una tecnologia che permette di ottimizzare le risorse utilizzate attraverso microservizi. Integrandola in ArcSight, potenzieremo la capacità di analisi delle minacce anche con i volumi di informazione tipici di big data e IOT». Un altro elemento importante delle strategie di CyberRes riguarda l’offerta di sicurezza gestita. «A livello di protezione applicativa – conferma Alì – è già disponibile il servizio Fortify on demand e stiamo estendendo il modello dell’analisi as a Service anche ad ArcSight e a NetIQ». Conferma il forte spirito innovativo e di continua evoluzione di CyberRes, l’annuncio di questi giorni del servizio di Threat Intelligence e Security Awareness “Galaxy”, un portale interattivo estremamente evoluto in grado di fornire informazioni real time sulle minacce in corso per territorio e mercato verticale.


#CoverStory Modernizzare le applicazioni legacy come servizi cloud @MicroFocus @MicroFocusSec
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VALORE DA INCANALARE

A fronte di un portafoglio così vasto e di una richiesta in costante crescita, la forza di penetrazione sul mercato di Micro Focus dipende da molti fattori. Il ruolo fondamentale dei partner esterni è l’argomento affrontato insieme a Fabio Raho, channel director Southern Europe di Micro Focus. «Con tecnologie che spaziano dalla modernizzazione all’application delivery, dalla sicurezza all’analytics, occorrono competenze verticali che non possono essere legate solo a Micro Focus. La rete dei nostri partner ci permette di trasferire concretamente valore, rispondendo meglio alle esigenze puntuali dei clienti e presidiando un ampio territorio geografico». Accanto alle grandi aziende in cui la presenza di Micro Focus insieme a partner e alleanze è molto accentuata, ci sono dunque le attività gestite attraverso un canale formato da partner chiamati a fare da driver di opportunità anche sul resto del territorio.

«Le opportunità – sostiene Fabio Raho – sono anche per il partner, che se correttamente allineato trova in noi la sponda ideale per imbastire nuove strategie di offerta, anche al di là delle eventuali competenze specifiche di partenza. Le diversificate tecnologie Micro Focus facilitano molto tale espansione e una conseguente crescita reciproca». Il canale è classicamente strutturato in tre livelli. Alla base, la fascia dei rivenditori di soluzioni, che agiscono in sinergia con i distributori. I partner Gold, sotto la guida e il sostegno di Micro Focus acquisiscono le certificazioni che li abilitano a progettare soluzioni specifiche in una o più delle linee di business, godendo di una serie di programmi di incentivazione commerciale. Infine, i partner Platinum, che uniscono alle certificazioni la capacità di assicurare, in cambio di ulteriori facilitazioni, volumi d’affari particolarmente elevati.

«Nel tempo, abbiamo sviluppato un approccio a matrice che premia la competenza verticale, sviluppando partnership all’insegna di crescita non solo economica ma di know-how»

– spiega Raho. «Nella maggior parte dei casi, i partner che oggi costituiscono il canale sono focalizzati su un’area specifica tra modernizzazione, application delivery, IT operation management e sicurezza. «Ma sempre più spesso, vediamo che in questi cluster c’è chi acquisisce competenze nuove e può accedere alle aree contigue». Nello sviluppo di queste competenze, Micro Focus si distingue dai concorrenti investendo in prima persona sulla formazione dei partner. Un ruolo fondamentale viene svolto dal portale Web attraverso il quale i partner accedono gratuitamente a più livelli di formazione nelle diverse aree. Accanto alla formazione, non manca il supporto al canale in termini di iniziative congiunte di marketing con l’obiettivo di creare nuove opportunità a valore per clienti e partner.

Fabio Raho channel director Southern Europe di Micro Focus

IL CAMBIAMENTO È PER TUTTI

Insieme a partner e distributori, Micro Focus sta studiando formule di pacchettizzazione per soddisfare la richiesta di trasformazione da parte di imprese di dimensioni intermedie, attraverso soluzioni standardizzate e facili da configurare. «Per l’ampiezza nell’offerta delle nostre soluzioni software è importante avere partner che facciano da “stele di Rosetta” tra tecnologia ed esigenze reali del mercato. Ai nostri partner chiediamo competenze di dominio e capacità di trasformare in valore per il cliente l’offerta tecnologica a portafoglio. Non meno fondamentale è il ruolo dei partner nell’accelerare e amplificare il modello di adozione Software as a service» – conclude il channel manager. Proprio perché in Micro Focus l’innovazione viene vissuta in chiave evolutiva, come cerniera tra passato e futuro del software, il primo obiettivo deve essere quello di trasferire il valore delle sue soluzioni verso ogni possibile livello di trasformazione applicativa e architetturale. Senza lasciare indietro nessuno sulla strada del cambiamento.

Foto di Gabriele Sandrini

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Top100, nuovi equilibri https://www.datamanager.it/2021/11/top100-nuovi-equilibri/ Fri, 19 Nov 2021 12:11:36 +0000 https://www.datamanager.it/?p=214376 Il clima, il mercato, il traffico, le città, il volo degli uccelli, i neuroni del cervello. Sono tutti esempi di sistemi complessi. Anche le imprese possono essere considerate sistemi non lineari, non tanto per il numero elevato di elementi che le compone, quanto per le interazioni locali tra sottoinsiemi che reagiscono contemporaneamente rispetto a un […]

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Il clima, il mercato, il traffico, le città, il volo degli uccelli, i neuroni del cervello. Sono tutti esempi di sistemi complessi. Anche le imprese possono essere considerate sistemi non lineari, non tanto per il numero elevato di elementi che le compone, quanto per le interazioni locali tra sottoinsiemi che reagiscono contemporaneamente rispetto a un evento interno o esterno, trasformando l’intera struttura.

Come le foglie, che in milioni di anni di evoluzione, hanno sviluppato un sistema di vasi comunicanti in grado di elaborare le informazioni “at the edge” e di ripristinare i collegamenti in caso di interruzione. Con questa chiave di lettura, Data Manager presenta la Classifica Top 100 delle società di Software e Servizi IT in Italia, elaborata da IDC Italia e giunta alla 35ma edizione. I sistemi complessi interagiscono fra loro e generano equilibri nuovi.

E l’equilibrio è una proprietà nuova del sistema che non conosciamo ancora. L’equilibrio è una condizione sempre precaria. Forse, è questa la lezione più importante che possiamo imparare dal Nobel per la Fisica 2021 assegnato ai tre scienziati Syukuro Manabe, Klaus Hasselmann e l’italiano Giorgio Parisi. Non esistono manuali che forniscano soluzioni prefabbricate. Eventi improbabili possono causare il blocco totale del sistema, se vengono ignorati in fase di progetto. I grandi sistemi tecnologici governano trasporti, comunicazioni, energia. La responsabilità è enorme.


#Top100 #Software #ServiziIT Resilienza e fiducia digitale alla base di nuovi equilibri @IDCitaly
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Se volessimo tentare una lettura comparativa tra le crisi che il settore ICT ha affrontato nel corso degli ultimi 20 anni, potremmo individuare tre momenti importanti: la crisi delle dot-com nel 2001, quella finanziaria del 2008 e quella pandemica. La fiducia è il tessuto connettivo immateriale che permette di sostenere il sistema nei momenti di transizione. Le imprese che hanno saputo costruire nel corso degli anni un capitale di credibilità hanno tenuto banco nel corso del 2020, al netto di contraccolpi e smorzamenti.

Lo shock esogeno derivato dalla pandemia ha avuto un impatto sui risultati degli operatori in Italia. In aggregato, la Classifica Top 100 – che fotografa la fascia high-end e rappresenta circa due terzi del mercato ICT in Italia – ha registrato ricavi per quasi 17 miliardi di euro, con una crescita anno su anno che sfiora il quattro per cento. In continuità con lo scorso anno, proseguono i segnali di espansione da parte delle aziende che si posizionano all’apice della filiera. L’effetto pandemia accelera la trasformazione ma impatta la velocità di crescita delle performance, correlate al grado di resilienza digitale. Praticamente, dimezzato il numero di operatori con crescita a doppia cifra (da 54 a 28), e più che quadruplicato (da 7 a 31) quello delle imprese che registrano risultati in contrazione. Allo stesso tempo, si riduce la concentrazione e aumenta, anche se di poco, il livello di frammentazione del mercato. Crescite sotto il 10% annuo per oltre 40 operatori e avvicendamento agli estremi delle prime dieci posizioni. Sul podio, Accenture, Microsoft Italia e IBM. Gruppo Engineering al quarto posto, mentre Gruppo Zucchetti mantiene il quinto posto. Confermano il ranking anche Reply, Almaviva e Sap Italia (sesto, settimo e ottavo posto). Capgemini Italia avanza di due posizioni.


#Top100 da 35 anni, la Classifica fotografa le performance delle società #Software e #ServiziIT in Italia @IDCitaly
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Nel complesso, il mercato dei Servizi IT, business consulting e BPO compresi, registra un calo nel 2020, ma in progressivo rialzo per il ruolo strategico e funzionale legato all’operatività. Digital commerce, customer service e collaboration spingono invece la crescita del mercato Software (+5,4% nel 2020) con un valore complessivo di 7,8 miliardi di euro. Rispetto al mercato dei Servizi IT, il comparto del Software si mostra più dinamico e capace di una ripresa più rapida. La prospettiva di IDC nei prossimi anni si mantiene positiva, soprattutto nel Software infrastrutturale e l’area security. Centrale il ruolo del cloud per consentire l’accesso tempestivo a tecnologie innovative in grado di supportare modelli di business digitali e di allineare l’adozione tecnologica e la governance delle operations IT al raggiungimento degli obiettivi aziendali.


#Top100 #Software #ServiziIT Sul podio @Accentureitalia #1 – @microsoftitalia #2 – @IBMItalia #3 – @IDCitaly
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Gli investimenti previsti dal PNRR aumentano il grado di fiducia delle imprese. Secondo IDC, nel 2022 la spesa ICT continuerà a crescere, superando i 35 miliardi di euro, per poi arrivare a 36,4 miliardi di euro nel 2023, con un aumento medio annuo del 3,3%. Tuttavia, riguardo al ruolo dei leader tecnologici, nei prossimi tre anni, IDC prevede (Worldwide CIO Agenda 2022 Predictions) che il 40% dei CIO non riuscirà a far evolvere la capacità dell’IT di fornire moderne infrastrutture digitali, garantire governance tecnologica dell’ecosistema e supportare risultati di business, che tradotto significa “game over” o per il CIO o per l’impresa. Non proprio una buona notizia.


#Top100 La sfida dei #CIO nei prossimi tre anni “do or die” – @IDCitaly
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Manager a ritmo di musica. Storie di successo e leadership naturale https://www.datamanager.it/2021/11/manager-a-ritmo-di-musica-storie-di-successo-e-leadership-naturale/ Mon, 15 Nov 2021 14:57:13 +0000 https://www.datamanager.it/?p=213979 Dai Beatles a Bruce Springsteen, la creatività è un processo autogenerativo che nasce da lontano. Ma la meta non è mai un percorso in linea retta per nessuno. Quando “zoppicare” significa avere la grande forza di ripartire ogni volta con un’idea diversa per cercare la strada del successo Dopo il successo dell’anteprima svoltasi a fine […]

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Dai Beatles a Bruce Springsteen, la creatività è un processo autogenerativo che nasce da lontano. Ma la meta non è mai un percorso in linea retta per nessuno. Quando “zoppicare” significa avere la grande forza di ripartire ogni volta con un’idea diversa per cercare la strada del successo

Dopo il successo dell’anteprima svoltasi a fine giugno, ha preso il via il ciclo di incontri, con cadenza bimestrale, firmato da Beppe Carrella e Fabio Degli Esposti, con la collaborazione di Data Manager. Il ciclo, che si svolge a porte chiuse in diretta streaming dal Linate Center, è l’occasione per offrire a relatori e partecipanti un momento di confronto fuori dagli schemi, in cui si intrecciano vita vissuta ed esperienza manageriale. Beppe Carrella, partner e fondatore di BCLab e Fabio Degli Esposti, direttore ICT di SEA Milan Airports vantano un sodalizio letterario da cui è scaturita l’idea di affrontare la tematica della leadership declinata in musica. Un’idea potente, da cui sono nati il libro “The Boss. Leadership a tempo di musica”, firmato da Degli Esposti, e quello gemello, “Beatles. Leadership a tempo di musica”, firmato da Carrella. Nasce da questa iniziativa congiunta l’argomento del primo appuntamento del ciclo, dedicato proprio alla leadership a ritmo di musica in un melting pot dai Beatles a Bruce Springsteen. L’evento, che ha visto la partecipazione di Anna Lisa D’Aniello, founder & CEO di HUB 4 MIND, ha avuto luogo il 29 settembre ed è stato moderato da Stefano Brandinali, Group CIO e CDO di Prysmian. Sponsor della serata Altea Federation.

LEADER NATURALI

Cosa può insegnare, a un manager e non solo, un musicista del calibro di Bruce Springsteen? Qual è, ancora oggi, la forza della sua arte? Il Boss, partito da Freehold, una cittadina della provincia americana, senza nessun grande nome di famiglia alle spalle e senza alcun appoggio influente, è diventato comunque un’icona musicale globale. Quindi – come ci spiega Degli Esposti – rappresenta un modello esemplare di leadership. Springsteen ancora oggi riempie gli stadi e lo fa con la stessa Band da quasi 50 anni. È un mito che non conosce tramonto. Passando ai Beatles, come possono davvero aiutare a costruire un business di successo? In effetti, non c’è business più duro di quello dello spettacolo. E se a ogni album, i Beatles venivano dati per spacciati, poi finivano sempre col far impazzire critica e fan. Successi ottenuti ricercando senza sosta l’innovazione, con sacrificio, e mettendo al centro il pubblico. Negli anni Sessanta, i quattro ragazzi di Liverpool avevano scatenato un fenomeno senza precedenti, la “Beatlesmania”, che ha contribuito allo sviluppo di alcuni settori del marketing e della comunicazione di massa come il merchandising, il branding e il “fandom”. Ma – come sottolinea Carrella – hanno anche saputo quando uscire di scena. Lungimiranza e determinazione rendono i Beatles inimitabili e, soprattutto, guide ideali per i leader. Ancora oggi, i loro testi ci fanno cantare, la loro musica ballare. E la loro voglia di far di più, e meglio, è una fonte innegabile di ispirazione manageriale.

Ma cosa significa essere “leader naturali”, proprio come Springsteen e i Beatles ci hanno insegnato? Il leader naturale è una figura che nasce in modo spontaneo. È un talento innato di alcuni, ma può anche essere coltivato come dimostra il percorso dell’evento creato da Degli Esposti e Carrella che è stato declinato in dieci capitoli che sono anche un viaggio alla scoperta delle qualità che deve avere un vero leader: 1) come essere diversi fin da subito; 2) la notte è un tempo lungo; 3) qual è la fonte di ispirazione; 4) imparare a zoppicare; 5) creare un sacco di roba buona; 6) We can work it out; 7) soldi; 8) restare, andare via, reinventare; 8) le cose sono più grandi di quanto possiamo sospettare; 9) cerca sempre di essere grato. Creare un team di successo è l’obiettivo di ogni azienda che vuole “essere diversa”. Ma è davvero possibile riuscirci? La risposta non può che essere affermativa. Un team vincente però non si improvvisa da un giorno all’altro. Non è sufficiente avere persone con skill eccellenti: creare una squadra vincente è un processo che “non ha tempo”. È la lezione messa in pratica da Bruce Springsteen da un lato e da John Lennon, Paul McCartney, George Harrison e Ringo Starr dall’altro. Proprio come nella creazione di un album.

DIVERSI DA SUBITO

«La leadership può essere declinata in musica. Lo dimostrano le storie umane e professionali di Bruce Springsteen e dei Beatles» – spiega Fabio Degli Esposti, nel dare il benvenuto ai partecipanti all’incontro. Tocca a Stefano Brandinali, grande appassionato di musica, il compito di presentare il primo tema della serata: «Essere diversi fin da subito, proprio come lo sono stati Bruce e la band di Liverpool fin dal debutto». La globalizzazione – spiega Beppe Carrella – è nata con l’uscita dell’album “Please Please Me” dei Beatles, il 5 ottobre 1962: «Quattro persone si fondono, per la prima volta, in un’armonia incredibile. Nel tempo, i Beatles sarebbero diventati il modello di business di Steve Jobs che li definì l’espressione più alta di managerialità, perché il totale che hanno saputo esprimere è maggiore della somma dei singoli componenti». Il mito dei Beatles è durato 8 anni e 11 mesi, un lasso di tempo in cui hanno cambiato il mondo. Ben diversa la storia di Bruce Springsteen, che non ha mai voluto bruciare le tappe. Tuttavia – sottolinea Degli Esposti – «il connubio tra Springsteen e E-Street Band rappresenta un modello collaudato di creazione di un team, un grande esempio di managerialità». Thom Yorke dei Radiohead sostiene che scrivere canzoni significa guardare il mondo da tutte le prospettive possibili. Non solo. Quando scrivi una canzone nessuno ti sta guardando. «Questo concetto di essere leader quando sei lontano dai riflettori – aggiunge Brandinali – questa capacità di essere manager quando non sei visto è un elemento che spiazza le aspettative ma fa la differenza sul lungo periodo. Un concetto che avvicina Yorke ai Beatles e a Springsteen». Anche Elvis Presley inventò il rock per creare qualcosa di diverso, non per distruggere il jazz. Gli stili di pensiero sono quindi le abitudini inconsapevoli del nostro pensare che tutti noi abbiamo. Come spiega Anna Lisa D’Aniello. «Non ci sono stili di pensiero migliori di altri ma stili che si adattano meglio a determinate situazioni e che si possono modificare nel corso della vita. Ci sono persone che lavorano meglio da sole, come Springsteen, ma c’è anche il gruppo, come nel caso dei Beatles, e la squadra, dove ognuno ha un ruolo ben preciso».

LA NOTTE È UN TEMPO LUNGO

Nell’orizzonte di una vita una notte è pochissimo, ma può essere anche un tempo lunghissimo. Springsteen e i Beatles, pur così diversi, si sono presi del tempo per raggiungere i propri obiettivi. «Il tempo è fondamentale. Bisogna sempre investire ed evitare le scorciatoie» – dice Carrella. Un concetto che può essere applicato in molte aziende. «Per il successo di un progetto, bisogna essere in grado di conoscere il tempo soggettivo dei propri collaboratori. Bisogna avere ben chiara la differenza tra breve e lungo termine» – aggiunge D’Aniello. Ma qual è la fonte di ispirazione? «Per Franco Battiato, il musicista è una specie di antenna che è in grado di captare frequenze ed è in grado di renderle udibili al resto dell’umanità» – spiega Brandinali. Ma quanto pesano esperienza e conoscenza rispetto alla creatività e all’innovazione pura? «Di certo, è importante avere uno sponsor, qualcuno che crede in quello che si fa. Per i collaboratori è un fattore fondamentale, perché infonde sicurezza, soprattutto per i collaboratori con referenze esterne» – sottolinea D’Aniello.

IMPARARE A ZOPPICARE

Lo zoppicamento sta alla base di molte storie di successo. Per Carrella, zoppicare è sostanziale, se non zoppichi non arrivi da nessuna parte. «La meta non è mai una strada diritta. La musica è come il business e ha molta improvvisazione. Zoppicare significa avere la grande forza di ripartire ogni volta con un’idea diversa per cercare la soluzione». Secondo D’Aniello, attraverso gli stili di pensiero riconosciamo la struttura di una persona. «Ognuno di noi ha una libreria che è uguale per tutti, ma all’interno, ognuno mette i propri libri e decide di spostarli come vuole». A volte però, per ottenere successo, bisogna prendere decisioni difficili. L’imperativo deve quindi essere “crea un sacco di roba buona”, come fecero i Beatles e come ancora oggi fa Springsteen. Ma – come spiega Carrella – bisogna essere in grado di abbandonare i collaboratori che non ti aiuteranno a raggiungere il tuo obiettivo. «Imparare a scartare serve ai manager» – sottolinea Degli Esposti. «Il creare continuamente è un processo autogenerativo che nasce da lontano. Non tutti però pensano di avere la capacità di creare tante cose. Bisogna sapere utilizzare i componenti che abbiamo, anche se non ci piacciono dal punto di vista della perfezione, per creare una nuova texture che non c’era prima». Il bravo manager è colui che sa mettere insieme tutti i componenti di un team e che non ha il tempo per avercela con nessuno. Come dice il titolo di una famosa canzone dei  Beatles: “We can work it out”, uno slogan calzante, quando si parla di leadership.

COME VALUTARE IL SUCCESSO?

Carrella racconta un’intervista in cui Paul McCartney aveva dichiarato: «Saremmo stupidi se dicessimo che fare i soldi non è una costante aspirazione. Lo è sempre per chiunque. Perché i magnati del business sono magnati del business? Non perché sono affascinati dalla bellezza di un grande business, ma perché fanno un mucchio di soldi». Come si può valutare il successo? I Beatles lo valutavano dai “soldi”. Ma il successo non deve essere una trappola. «Non sentirsi eterni è fondamentale. I Beatles lo compresero fin da subito. Le aziende invece spesso fanno fatica» – commenta Carrella. Per Degli Esposti, è importante trovare nella musica dei modelli da seguire, anche se può sembrare strano. «Una volta Springsteen ha dichiarato di aver imparato di più in tre minuti di canzoni che nel suo percorso di studio dalle elementari e medie. È un artista che si è messo in luce senza filtri. A volte, infatti, le cose sono più grandi di quanto possiamo sospettare. Come diceva Battiato, l’ispirazione risiede nelle cause che generano effetti che ispirano altre cause». Un manager non si deve mai risparmiare, ma deve essere sempre grato, mettendo davvero la persona al centro.

Foto di Gabriele Sandrini


Point of view

Intervista a Andrea Ruscica, presidente di Altea Federation: Come guidare il cambiamento per non andare fuori strada

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Come guidare il cambiamento per non andare fuori strada https://www.datamanager.it/2021/11/come-guidare-il-cambiamento-per-non-andare-fuori-strada/ Mon, 15 Nov 2021 14:56:39 +0000 https://www.datamanager.it/?p=213976 Andrea Ruscica, presidente di Altea Federation: «Tenere il passo della digitalizzazione non deve corrispondere a una corsa smaniosa all’implementazione delle soluzioni tecnologiche più avanzate» Altea Federation è oggi un gruppo di aziende che condividono vision, missione e valori e che si riconoscono sotto un unico brand, simbolo identitario. Venti aziende federate e oltre 1.500 persone, che […]

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Andrea Ruscica, presidente di Altea Federation: «Tenere il passo della digitalizzazione non deve corrispondere a una corsa smaniosa all’implementazione delle soluzioni tecnologiche più avanzate»

Altea Federation è oggi un gruppo di aziende che condividono vision, missione e valori e che si riconoscono sotto un unico brand, simbolo identitario. Venti aziende federate e oltre 1.500 persone, che collaborano attraverso un approccio olistico, con l’obiettivo di accompagnare l’evoluzione delle imprese armonizzando tecnologie, processi e persone. In questo caso, leadership diventa strumento di imprenditorialità. Secondo Andrea Ruscica, presidente e strategy lead di Altea Federation, la parola leadership racchiude un caleidoscopio di sfumature che ogni leader dovrebbe coltivare ed esprimere. «In questo momento storico è essenziale focalizzarsi sulla cura delle persone. Coltivare la leadership human-centric è imprescindibile per lavorare bene insieme e avere successo, indirizzando performance e strategie di business ma soprattutto accompagnando la cultura organizzativa a fatti concreti. Intelligenza emotiva, coaching & mentoring, inclusione sono per me valori fondanti di una leadership efficace».

INNOVAZIONE RICOMBINANTE

Ma che cosa differenzia Altea Federation? «Il nostro è un modello organizzativo unico, capace di generare dinamicità e massima sinergia che si diffonde all’interno della nostra Federazione» – risponde Ruscica. «Siamo un gruppo. Altea spa è la holding che detiene la maggioranza, ma oltre alla visione e alla mission, ciò che ci unisce sono le pratiche organizzative a “low friction”, che rappresentiamo nel nostro modello olonico virtuale. Ogni company del Gruppo è un olone, autonomo e indipendente, che si unisce agli altri, ricombinandosi di volta in volta per rispondere alle esigenze dei nostri clienti. La chiamiamo “innovazione ricombinante”, esprimendo intelligenza diffusa lungo tutta la rete federativa, per offrire al cliente sempre il meglio delle soluzioni tecnologiche. Per questo, in Altea Federation il tutto è maggiore della somma delle sue parti». Per Ruscica, non ci sono stili di pensiero migliori di altri, ma stili che si adattano meglio a determinate situazioni. In particolare, parlando di adattabilità, c’è un mindset che lo ha aiutato nelle fasi più complesse: il pensiero anti-fragile. «Riducendo all’essenza la teoria di Taleb – spiega Ruscica – l’opposto di fragile è ciò che rimane integro nel peggiore dei casi. Anti-fragilità significa andare oltre la resilienza e, quando ci si riesce, i momenti di crisi si trasformano in possibilità di sviluppo, cambiamento, innovazione. È questo il pensiero disruptive che mi piace allenare».


#Leadership #innovazione Come guidare il cambiamento e non andare fuori strada – @alteafederation
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L’INDECISIONE È PERICOLOSA

Secondo Ruscica, per un’azienda, è fondamentale prendersi del tempo, soprattutto nel processo di digital transformation. «È necessario tenere il passo della digitalizzazione per conservare la competitività, ma questo non deve corrispondere a una corsa smaniosa all’implementazione delle soluzioni tecnologiche più avanzate. Chiediamoci quali siano le nostre esigenze prioritarie in termini di digitalizzazione. Focalizziamoci sulla componente tecnologica e su quella di processo. E ancora prima, consideriamo la componente human: quanto le persone sono pronte al cambiamento e all’adozione di nuove tecnologie?». Da Ruscica, arriva anche un monito: «Attenzione a non prendersi troppo tempo, restando fermi in un pericoloso limbo di indecisione».

L’ESPERIENZA SUL CAMPO

Se zoppicare significa avere la forza di ripartire ogni volta con un’idea diversa per cercare la strada giusta, l’incertezza – spiega Ruscica – «è una variabile che non possiamo cancellare: Bussola batte Mappe». Il presidente di Altea Federation cita Joi Ito, imprenditore giapponese e direttore dei MIT LAB e significa che per raggiungere un determinato obiettivo, non dobbiamo pretendere di progettare il percorso completo perché questo ci può esporre al rischio altissimo di non raggiugere il traguardo o di arrivare a destinazione quando ormai è troppo tardi. «Chiamatela “bussola” oppure “capacità di leadership” – afferma Ruscica – ma è quella guida che non ti fa andare fuori strada, che non ti lascia in preda agli errori, assolutamente normali in qualsiasi fase esplorativa e di sperimentazione». Andrea Ruscica attinge a diverse fonti di ispirazione. «Mi piace guardare le ricerche human-tech di frontiera, perché indicano importanti segnali dal futuro, aprendo la mente su cambiamenti da apportare già oggi. Ma soprattutto non rinuncerei mai all’esperienza sul campo, al confronto con i clienti, per tenere i piedi per terra e offrire soluzioni innovative pragmatiche, che facciano davvero la differenza per la crescita del loro business».

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L’era dell’intelligenza artificiale. Presente e futuro senza precedenti https://www.datamanager.it/2021/11/lera-dellintelligenza-artificiale-presente-e-futuro-senza-precedenti/ Mon, 15 Nov 2021 10:37:30 +0000 https://www.datamanager.it/?p=214178 L’impatto dell’intelligenza artificiale sulla cultura, la storia e la geopolitica potrebbe portare l’umanità verso una direzione pericolosa. L’allarme di Henry Kissinger, ex segretario di stato americano, Eric Schmidt, ex CEO di Google, e Daniel Huttenlocher, decano del MIT Chi non conosce Henry Kissinger? In estrema sintesi, punto di riferimento per molti teorici delle relazioni internazionali, […]

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L’impatto dell’intelligenza artificiale sulla cultura, la storia e la geopolitica potrebbe portare l’umanità verso una direzione pericolosa. L’allarme di Henry Kissinger, ex segretario di stato americano, Eric Schmidt, ex CEO di Google, e Daniel Huttenlocher, decano del MIT

Chi non conosce Henry Kissinger? In estrema sintesi, punto di riferimento per molti teorici delle relazioni internazionali, segretario di stato per Richard Nixon e Gerald Ford, premio Nobel per la pace. Io l’ho conosciuto soprattutto attraverso la sua opera “Diplomacy”, un libro di circa mille pagine che mi ha aiutato a comprendere il ruolo che gli Stati Uniti hanno avuto nel corso della storia economica moderna grazie all’uso del “Soft Power”. E cosa c’entra con l’intelligenza artificiale?

A 98 anni, quello che è stato definito per anni uno degli uomini più influenti al mondo, ha cominciato a interessarsi proprio di intelligenza artificiale. Come? Scrivendo un libro insieme a Eric Schmidt, ex CEO di Google, e Daniel Huttenlocher, decano del Massachusetts Institute of Technology, dal titolo “The age of AI: and our human future”. Ma andiamo con ordine. Eric Schmidt nel 2016 invitò Kissinger a partecipare a una conferenza tenuta dal Bilderberg proprio sull’intelligenza artificiale. E da questa conferenza è venuta la volontà di valutare le potenziali implicazioni della rapida ascesa dell’intelligenza artificiale. Ovvero, una “rivoluzione negli affari umani”. Il libro sostiene che i processi di intelligenza artificiale sono diventati così potenti, una sorta di trasformazione epocale che potrebbe portare l’umanità verso una direzione pericolosa.

SOVRACCARICO DI INFORMAZIONI

In un bellissimo articolo del Time, Kissinger e Schmidt si raccontano. Quando Schmidt invitò Kissinger in Google, quest’ultimo voleva rifiutare perché, si legge, che non voleva che un’organizzazione avesse il monopolio sulle informazioni. “Ero dell’idea che fosse estremamente pericoloso delegare a un’azienda tutto quel potere. Questo era quello che pensavo in quel momento. E il motivo per cui Schmidt mi ha invitato a incontrare il suo gruppo che si occupava di algoritmi è stato per farmi capire che tutto questo non era arbitrario, ma aveva dietro di sé un pensiero e un’analisi”. L’intelligenza artificiale già nei giochi – come per esempio in quello degli scacchi – supera costantemente l’essere umano. E secondo Kissinger, se dovesse accadere anche in altri campi, il nostro mondo non sarebbe affatto preparato per questo. Opinione condivisa anche da Schmidt, secondo il quale “l’intelligenza artificiale porta una sorta di compressione del tempo. Siamo passati dalla capacità di leggere libri e raccontarli, a non avere più né il tempo di leggerli e neppure di discuterli. Questa accelerazione del tempo e delle informazioni supera davvero le capacità umane. Non credo che gli umani siano stati costruiti per questo. Fa scattare i livelli di cortisone, l’ormone dello stress. Quindi, è probabile che il sovraccarico di informazioni superi la nostra capacità di elaborare tutto ciò che sta accadendo”. E la sua risposta è che “dobbiamo concordare alcuni limiti, limiti reciproci, sulla velocità di esecuzione di questi sistemi, perché altrimenti potremmo trovarci in una situazione molto instabile”. Non solo. Schmidt si ritiene, altresì, responsabile di aver contribuito alla creazione di piattaforme “molto, molto veloci. E a volte, sono più veloci di quanto gli umani possano capire. Questo è un problema”.

Per evitare il punto di non ritorno, ovvero, la capacità degli algoritmi di sovrastare quelle che sono le regole degli umani, Kissinger propone una nuova filosofia. E non posso dargli tutti i torti, anche perché non credo che sia realizzabile una sorta di framework giuridico in grado di limitare gli algoritmi. Quindi, cosa propone? “Di avere un certo numero di piccoli gruppi che si facciano delle domande. Quando ero un giovane studente, le armi nucleari erano appena nate. E in quegli anni, diversi professori di Harvard, MIT e Caltech si incontravano quasi tutti i weekend, per farsi una domanda: Come affrontare questo pericolo? Così col tempo hanno cominciato a controllare gli armamenti.”


#AI L’era dell’intelligenza artificiale. Presente e futuro senza precedenti @simeoneantonio1
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UN NUOVO FRAMEWORK PER L’AI

Secondo Schmidt, la situazione è più complessa rispetto al passato, perché è “improbabile che venga semplicemente regolato correttamente”. Quindi hai sì la necessità di costruirci su una filosofia, ma devi anche concepire un quadro filosofico. Nella mia esperienza scientifica, l’unico modo in cui ciò accade è quando metti insieme scienziati e politici. Nello stesso ambiente. Come accade nel mondo della biologia. Quest’anno, sono stato nuovamente invitato come speaker per la Future Investment Initiative in Arabia Saudita. Partecipando al panel sul futuro dell’intelligenza artificiale, la moderatrice Jane Witherspoon mi ha chiesto quale fosse la mia opinione sull’argomento. Come scienziato e considerato il mio ruolo, non vorrei essere limitato nel mio lavoro da strutture di controllo, policy maker o perfino da un CEO. Questo perché l’intelligenza artificiale esprime tutto il suo potenziale proprio grazie al fatto che viene lasciata libera. Semmai, proporrei a eventuali regolatori di creare un ponte tra il mondo degli scienziati e il resto del mondo, dirigenti delle multinazionali, e così via. Questo perché spesso gli uni e gli altri focalizzano ed estremizzano le loro visioni. Insieme, proprio come dicono Schmidt e Kissinger, possono mettere le basi per una nuova filosofia. Ma la filosofia non può essere imposta. Altrimenti che filosofia sarebbe? Deve partire dal basso ovvero da chi applica nella pratica l’intelligenza artificiale o la potenza del Quantum.

Riguardo il futuro dell’intelligenza artificiale, già nel mercato finanziario, gli algoritmi stanno sostituendo sia la figura del trader che dell’analista. Nel mio intervento, come speaker per la Future Investment Initiative, ho cercato soprattutto di spiegare come abbiamo costruito algoritmi che sostituiscono, almeno in parte, la figura del ricercatore scientifico, se si pensa al lavoro che viene fatto per analizzare una ricerca scientifica nelle aziende biotech. Può sembrare banale ma è come dire che gran parte del futuro è già presente. Tra passato e presente però ci stiamo dimenticando del futuro. Molti sono spaventati, altri sono indifferenti. Qualcuno continua a farsi delle domande, senza riuscire a trovare risposte certe. Io sono uno di quelli. Anche perché, non credo che possa esserci una vera e propria intelligenza se non replicando, almeno inizialmente, il nostro cervello. E attualmente, è un’utopia. Il futuro è tutto ancora da costruire. Del resto, è lo stesso Eric Schmidt a sostenere che “le probabilità che Google esista tra 50 anni non sono così alte, considerata la storia delle società americane”. E lui è cresciuto nell’industria tecnologica, che è una “versione semplificata dell’umanità”.

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Reti enterprise sotto pressione. Protezione come priorità di business https://www.datamanager.it/2021/11/reti-enterprise-sotto-pressione-protezione-come-priorita-di-business/ Fri, 12 Nov 2021 10:30:28 +0000 https://www.datamanager.it/?p=213967 Prevenzione, controllo e difesa. CIO e CISO in prima linea. Quali sono le minacce più diffuse da affrontare? In quale direzione si stanno orientando gli investimenti? Il ruolo sempre più centrale dei dati nelle strategie di sicurezza per sviluppare nuovi modelli di intelligence All’inizio di ottobre è stata diffusa la notizia che la rete Azure […]

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Prevenzione, controllo e difesa. CIO e CISO in prima linea. Quali sono le minacce più diffuse da affrontare? In quale direzione si stanno orientando gli investimenti? Il ruolo sempre più centrale dei dati nelle strategie di sicurezza per sviluppare nuovi modelli di intelligence

All’inizio di ottobre è stata diffusa la notizia che la rete Azure di Microsoft sia riuscita, alla fine di agosto, a difendersi da un massiccio attacco DDoS della potenza di 2,4 terabit al secondo: il maggiore della storia, almeno fino al momento in cui sto scrivendo. Ricordo che DDoS è l’acronimo di Distributed Denial of Service, ovvero una tecnica che mira a interrompere specifici servizi, saturando di richieste i server su cui sono appoggiati. Sembra esserci un “crescendo rossiniano” sulla diffusione di questo tipo di attacchi informatici, se consideriamo che già il cinque settembre, la multinazionale di servizi Internet russa, Yandex, dava comunicazione ufficiale di aver rilevato e respinto un attacco da 22 milioni di richieste al secondo. Non solo. Pochi giorni prima, anche Cloudflare rendeva nota un’altra aggressione da 17,2 milioni di richieste al secondo. La gestione della sicurezza informatica sta diventando sempre più una priorità strategica di business. La sicurezza però non è tema in cui si possa improvvisare: richiede un approccio ben studiato e integrato, tale da permetterne una gestione efficace non solo nel breve periodo, perché le tecnologie degli “attaccanti” evolvono in maniera incredibile, scardinando facilmente difese non al passo con i tempi. Proviamo allora ad approfondire questa delicata tematica con l’aiuto di alcuni autorevoli analisti e operatori di mercato, attraverso alcune domande chiave.

SUPERFICI D’ATTACCO PIÙ ESTESE

Quali sono le minacce più diffuse che devono essere affrontate oggi, da chi gestisce una rete enterprise? Lorenzo Ivaldi di CLUSIT, l’associazione italiana per la sicurezza informatica, ci risponde offrendoci un’attenta disamina sull’ufficio dematerializzato e l’approccio Zero Trust. Da alcuni anni, l’ufficio e il desktop aziendale non sono più considerati come gli unici luoghi di lavoro effettivo. «Seguendo l’approccio americano all’ubiquitous computing – spiega Ivaldi – il cambio di paradigma porta a effettuare azioni lavorative ovunque e con qualsiasi apparecchiatura a disposizione. In base a questa tendenza, rispondere alle e-mail dal cellulare e dal tablet nel fine settimana, o da casa in orario serale, è diventata la norma». E a seguito della situazione creatasi con l’emergenza Covid – «quasi tutti hanno dovuto forzatamente integrare l’ambiente domestico nel normale workflow lavorativo, causando come conseguenze dirette un massiccio ricorso ai cloud sia privati che aziendali, e a connessioni più o meno sicure alle risorse aziendali dalle abitazioni». Questo ha ingigantito la cosiddetta superficie d’attacco e nella concitazione del momento solo coloro che avevano già ambienti predisposti a questa modalità lavorativa sono stati in grado di affrontare consapevolmente il nuovo contesto. Analizzando le varie criticità presenti in questa modalità, Ivaldi di CLUSIT ci viene in aiuto con due consigli d’uso che riguardano la sicurezza dell’ufficio remoto/casalingo e la sicurezza lato corporate.

«Il desktop/laptop casalingo – spiega l’esperto di sicurezza – deve essere posto su una rete separata da tutti gli altri oggetti connessi della casa, deve essere in uso solo al lavoratore, auspicabilmente aziendale, deve essere utilizzato ricorrendo a un profilo utente senza diritti amministrativi. Mentre per compiti manutentivi deve essere presente un ulteriore utente amministrativo con password diversa. Le connessioni devono essere crittografate (SSL verso il web, navigazione ed eventuale cloud coi dati aziendali, e VPN verso l’ambiente corporate) ricorrendo, ove possibile, all’autenticazione a due fattori (2FA)». Per quanto riguarda la sicurezza lato corporate – «l’azienda ha una criticità dettata dallo statuto dei lavoratori e una necessità di sicurezza. Entrambe devono essere bilanciate» – sottolinea Ivaldi. «Il lavoratore deve poter accedere in ogni momento alle risorse corporate, ma le sue azioni dovrebbero essere “loggate” da un sistema informatico autonomo che, attraverso l’uso di un engine comportamentale, in grado di verificare che le sue azioni siano corrispondenti alla normale attività per limitare il rischio di furti di identità e anche di attività anomale. Queste pratiche devono essere predisposte anche con l’aiuto di un consulente giuslavorista. L’azienda è inoltre tenuta a formare i propri dipendenti sulle modalità di lavoro secondo il GDPR».


#reti #cybersec – Dall’ufficio dematerializzato e all’approccio #ZeroTrust – Lorenzo Ivaldi @Clusit
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NUOVE ARCHITETTURE

Come emerge dalle analisi di IDC Italia, nelle aziende con personale e asset distribuiti sul territorio, l’aumentata intensità di utilizzo delle applicazioni per la collaborazione, dei dispositivi mobili e della connettività, insieme alla graduale migrazione di applicazioni, carichi di lavoro e dati dal data center aziendale al cloud, evidenzia l’importanza di investire negli strumenti di protezione degli endpoint, delle VPN e nell’accelerazione dei processi di identificazione digitale, facendo un passo oltre l’ispezione del traffico di rete e l’autenticazione multi-fattore sinora adottati. «Inoltre, quando l’interazione con qualsiasi organizzazione avviene in primo luogo attraverso un front-end digitale – spiega Daniela Rao, senior research and consulting director di IDC Italia – la capacità di un’azienda di garantire e proteggere qualsiasi forma di transazione con i suoi clienti, i suoi dipendenti e qualsiasi altro stakeholder diventa un vantaggio competitivo indispensabile per svilupparsi e crescere». Con il graduale passaggio verso un modello di fruizione delle risorse IT “a consumo”, anche in Italia è cambiata la sensibilità al rischio, riguardo alle risorse IT dentro e fuori il data center aziendale.

«I managed services e il cloud hanno cominciato a offrire qualche sicurezza in più rispetto alla localizzazione delle applicazioni di sicurezza on-premise, riscuotendo un discreto successo nelle aree di rischio riconducibili a Insider Threats, DDoS, MITM e BEC. Ma l’adozione del cloud – avverte Daniela Rao – rappresenta una nuova e più grande sfida per la rete aziendale e la sicurezza». Per queste ragioni – «molte aziende stanno cercando di superare i silos IT e l’approccio funzionale o per soluzioni mirate, incominciando a pensare a nuove architetture in grado di integrare funzioni di identificazione e di rete per mantenere il controllo degli asset aziendali e supportare le attività degli utenti iperconnessi».

MINACCE ESTERNE E INTERNE

L’uso intensivo di nuove tecnologie rende sempre più difficile il compito dell’IT di proteggere l’azienda da minacce sempre più mirate e avanzate, come i malware, ransomware, phishing e data exfiltration. «Oggi, le aziende si servono sempre più di servizi del tipo Direct Internet Access, app SaaS, cloud. Tutto ciò aumenta la loro potenziale superficie di attacco in maniera notevole, portandole a dover affrontare una serie di nuove sfide» – spiega Mario Santonastaso, cybersecurity operation technical manager – Nord di Axians Italia. «Oltre le minacce esterne, sono sempre presenti anche quelle interne come, per esempio, le violazioni causate da dipendenti, terze parti disattente o criminali, dipendenti malintenzionati». Per Denis Valter Cassinerio, director regional sales SEUR di Bitdefender, i rischi di sicurezza per le PMI e per le grandi aziende sono effettivamente diventati più visibili e diversificati negli ultimi anni, passando dalle violazioni di dati agli attacchi di phishing e vishing.

I data breach sono sempre più diffusi – «poiché gli aggressori capitalizzano l’accesso ottenuto illegalmente per rubare informazioni sui clienti, proprietà intellettuali o segreti commerciali da vendere o scambiare in forum clandestini specializzati. Le violazioni dei dati vanno di pari passo con gli attacchi ransomware come vettore secondario di estorsione» – spiega Cassinerio. Parlando di phishing e vishing, queste tecniche pur vecchie di decenni fanno leva sull’elemento umano per accedere illegalmente a sistemi o infrastrutture. «Gli account possono essere utilizzati così come sono o scambiati, eventualmente venduti, su forum clandestini» – continua Cassinerio. «Un tipo specifico di attacco noto come BEC, Business email compromise ovvero violazione dell’email aziendale, sfrutta accessi illegali o furti di identità per generare frodi finanziarie e far sì che i responsabili delle decisioni aziendali trasferiscano grandi quantità di denaro dell’azienda ai criminali informatici». Stiamo parlando di un’area di rischio in continua crescita e che si alimenta nei confini poco definiti tra vita personale e professionale o tra infrastruttura privata e pubblica.

«Il telelavoro – spiega Cassinerio – ha costretto le aziende ad aprire l’accesso a zone dell’infrastruttura che prima erano riservate. Sia attraverso l’adozione del cloud che attraverso policy di accesso più flessibili, le aziende permettono ai lavoratori fuori sede di interagire con dati e processi, il che può avere un impatto negativo sulla sicurezza e la riservatezza dei dati aziendali. Gli utenti che lavorano da casa sono spesso più propensi a prendere la sicurezza meno seriamente e non hanno conoscenze sulla sicurezza a livello di rete. In combinazione con molteplici dispositivi IoT e di rete mal configurati sulla rete privata di casa, le vulnerabilità relative al dipendente possono avere conseguenze negative sulla sicurezza aziendale».


#reti #cybersec – Come creare un processo di gestione del rischio valido – Santonastaso @Axians_Italia
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I PUNTI SCOPERTI DELLE RETI

Tra le minacce più diffuse, il DDoS rappresenta certamente un problema critico. Il motivo risiede nel fatto che l’hacker si avvale del supporto di ignari collaboratori che incrementano l’efficacia dell’attacco – come ci spiega Massimo Littardi, technical account manager di NovaNext. «Per fare un esempio concreto, supponiamo che un’azienda effettui transazioni online direttamente con l’utente finale (B2C) tramite un portale di e-commerce mediante il quale è possibile acquistare prodotti di vario genere. Le perdite economiche causate dal blocco del sito sono facilmente calcolabili poiché sono in relazione al tempo di indisponibilità del servizio. Un singolo hacker che attacca il sito e-commerce di un’azienda è evidentemente poco efficace poiché il sito è dimensionato per reggere un volume elevato di transazioni». Tuttavia – continua Littardi – «se l’hacker prende il controllo di centinaia o migliaia di computer, infettando preventivamente le postazioni degli utenti, può coordinare l’attacco in maniera simultanea». E al momento di sferrare l’attacco – «tutti i computer partecipano all’azione, generando un volume di traffico talmente elevato da superare le risorse del sito (computazionali o di rete). Questa minaccia è definita DDoS, ovvero un attacco distribuito che causa l’indisponibilità del servizio e, di conseguenza, una perdita economica e/o di immagine». Per mitigare questo rischio sono disponibili soluzioni di protezione che agiscono in diverso modo. «Alcune distribuendo o delocalizzando il sito web, così da opporre una maggiore superficie di difesa, altre ripulendo preventivamente il traffico malevolo nel cloud o nella rete del carrier e inoltrando verso il sito web le sole richieste lecite».


#reti #cybersec – Come reagire ad attacchi #DDoS – Massimo Littardi @NovaNextItalia
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Secondo i laboratori Trend Micro, nel primo semestre 2021 l’Italia è in vetta nella classifiche malware. Come ci spiega Lisa Dolcini, head of marketing di Trend Micro Italia – «i responsabili delle aziende devono preoccuparsi di ogni tipologia di attacco, come per esempio i ransomware. Ma anche gli attacchi avanzati potrebbero andare a colpire i punti scoperti delle reti, sfruttando magari anche l’inconsapevole collaborazione dei dipendenti che potrebbero dare il via a un attacco aprendo l’allegato sbagliato. La maggior parte delle minacce arriva infatti via mail e i cybercriminali sono bravi non solo a sfruttare i punti scoperti delle infrastrutture ma anche le debolezze umane». Sempre secondo l’ultimo rapporto Trend Micro – continua Lisa Dolcini – «nel primo semestre di quest’anno l’Italia è risultata quarta al mondo per le minacce a tema pandemia, in questo caso gli attacchi di phishing, per esempio, potrebbero sfruttare l’interesse del dipendente e penetrare facilmente nell’azienda. Non è un caso che il settore maggiormente bersagliato da malware unici nel 2020 in Italia sia stato proprio quello della sanità. Ma a preoccupare devono essere non solo le proprie reti, ma anche quelle delle aziende partner, che potrebbero essere utilizzate come teste di ponte per un attacco».

L’ANELLO DEBOLE DELLA CATENA

La variabile umana rappresenta l’anello debole della catena della sicurezza delle reti enterprise. Secondo Cristian Scarpa, global VP customer & employee technology – head of EMEA IT di Vertiv – «il fattore umano conduce spesso ad aprire quel link nell’email, scaricando malware che possono nascondere ransomware, trojans, worms o altro e generare attacchi alla rete enterprise, o essere inconsapevolmente veicolo per l’attacco ad altre reti e che fa sì che un amministratore di sistema possa dimenticarsi di applicare gli aggiornamenti di sicurezza per servers ed endpoint, o non seguire involontariamente le best practice per evitare problemi di SQL Injections, o altro».


reti #cybersec – L’anello debole della catena della sicurezza delle reti enterprise – Cristian Scarpa @VertivIT
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Proprio il fattore umano dovrebbe essere al centro delle politiche di sicurezza tramite investimenti in formazione e comunicazione che possono aiutare a ridurre il rischio di minacce comuni per reti. «Una buona politica di sicurezza non può concentrarsi solo sui tools» – avverte Scarpa. «Chi gestisce una rete enterprise dovrebbe pensare in maniera molto più olistica e focalizzare la propria attenzione proprio sull’anello debole della catena». Tra le varie minacce, a catalizzare l’attenzione sono gli attacchi ransomware che distribuiscono i loro payload alla fine di un ciclo di infezione, quando i criminali informatici sono pronti a monetizzare gli sforzi d’intrusione in una rete – come ci spiega Nicolas Casimir, CISO EMEA di Zscaler. «Tuttavia, la fase di ricognizione all’inizio di un attacco, deve giocare un ruolo ancora più importante nella strategia di difesa sia quando i criminali informatici studiano i punti deboli e quelli penetrabili della superficie d’attacco di un’azienda, coinvolgendo gli utenti tramite il phishing come meccanismo di raccolta delle informazioni personali riservate, come le credenziali d’accesso, sia quando tentano di scaricare un malware zero-day per ottenere l’accesso al computer del dipendente. In generale, il team IT dovrebbe cercare proattivamente di comprendere la propria superficie di attacco per evitare l’infezione iniziale».

NUOVI MODELLI DI INTELLIGENCE

Negli ultimi mesi, una particolare attenzione viene rivolta alla messa in sicurezza delle infrastrutture di rete emergenti che le imprese stanno sviluppando. Si parla molto di Zero Trust, IoT security, OT security, cloud security e analytics. In quale direzione si stanno orientando le imprese nelle scelte di allocazione dei budget per la sicurezza? In base alle previsioni di IDC, i budget dedicati a soluzioni SDSA (Software-Defined Secure Access) come SDP e Identity-aware Proxy (IAP) quadruplicheranno entro il 2022 e rappresenteranno il 16% del mercato del secure remote access entro il 2024. In questo scenario, un ruolo sempre più centrale verrà attribuito ai dati – come ci spiega Giancarlo Vercellino, associate director research & consulting di IDC Italia. «L’utilizzo esteso di strumenti di security analytics e SIEM favorirà la capacità delle aziende di disporre di informazioni sulla dinamica degli attacchi, sulla sicurezza dei dispositivi e di sviluppare modelli di intelligence capaci di reagire in modo strutturato in caso di incidenti. Comunque, la parte più sfidante non sarà la messa in sicurezza delle nuove infrastrutture, ma la capacità di integrare i diversi dispositivi di sicurezza frammentati in un approccio unificato, capace di integrare in un modello end-to-end, i diversi segmenti della sicurezza aziendale».


#reti #cybersec – Il ruolo sempre più centrale dei dati – Giancarlo Vercellino @idcitaly
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Per Mario Santonastaso di Axians Italia l’obiettivo primario di tutti i responsabili IT è quello di adottare soluzioni che possano simultaneamente aumentare il livello di sicurezza e di efficienza. «Oggi, il modello che meglio risponde a queste esigenze è il Secure Access Service Edge. Un modello di sicurezza basato sul cloud che raggruppa le reti software-defined con le funzioni di sicurezza di rete il tutto fornito da un unico provider di servizi. Con il SASE è possibile effettuare diversi controlli di sicurezza sul cloud e non più sul data center aziendale, creando un perimetro di rete sicuro e continuo, esteso a qualsiasi entità aziendale». Le aziende di tutte le dimensioni e di tutti i settori sono nel mirino di minacce APT e di gruppi di criminali informatici esperti. «Ogni applicazione, email, vulnerabilità senza patch, relazione con i partner o servizi di terze parti rappresenta un potenziale punto di ingresso da cui può scaturire un incidente di sicurezza informatica dall’impatto catastrofico» – mette in guardia Denis Valter Cassinerio di Bitdefender. «E poiché le tecniche utilizzate dai criminali informatici per aggirare le difese e muoversi attraverso gli ambienti senza essere scoperti si sono evolute, la correlazione degli eventi oltre i confini di un singolo endpoint è fondamentale per la resilienza informatica. Gli attacchi sofisticati progettati per eludere il rilevamento delle tecnologie di sicurezza spesso imitano processi “normali” o vengono eseguiti in più fasi attraverso più vettori, tra cui endpoint, reti, supply chain, hosted IT e servizi cloud».

Bitdefender XEDR contrasta gli attacchi complessi acquisendo, esaminando e correlando la telemetria degli endpoint per rilevare indicatori di compromissione (IOC), tecniche APT, malware, vulnerabilità e comportamenti anomali. «Questo monitoraggio avanzato – continua Cassinerio – automatizza il rilevamento precoce degli scenari di attacco, fornendo ai team IT e della sicurezza un’unica dashboard di visualizzazione ovunque sia iniziato l’attacco. XEDR si basa sulle soluzioni EDR leader del settore dell’azienda e sull’intelligence avanzata contro le minacce fornita da Bitdefender Global Protective Network (GPN), che include centinaia di milioni di sensori che raccolgono continuamente dati sulle minacce per gli endpoint in tutto il mondo. Nelle valutazioni indipendenti, Bitdefender ha sempre ottenuto il punteggio più alto nel rilevamento di tattiche e tecniche APT. Nel più recente test MITRE ATT&CK, Bitdefender ha ottenuto il più alto numero di rilevamenti tra i 29 vendor di sicurezza informatica presi in esame».

PREVENZIONE E DIFESA

Per arginare il cybercrime, non ci si può limitare agli investimenti tecnologici, ma è necessario fare un consistente investimento sul fattore umano, generando consapevolezza sulle minacce cyber e sulla loro concretezza – come spiega Maurizio Zacchi, marketing manager di Cyber Guru. «Fino a che non avremo trasformato gli utenti nella prima linea di difesa contro la criminalità informatica, non saremo in grado di porre un solido argine contro la virulenza di questi attacchi. In fondo anche gli attacchi DDoS sfruttano “reti” di dispositivi infettati, e quindi, anche alla base di un attacco di questo tipo, c’è una matrice umana, un errore comportamentale, un atteggiamento non consapevole». Mentre si torna alla cosiddetta “nuova normalità”, si diffonde la nuova pandemia digitale che solo nel 2021 ha prodotto più di 300mila attacchi particolarmente gravi a imprese e organizzazioni di tutti i tipi.


#reti #cybersec – Gli utenti come prima linea di difesa – Maurizio Zacchi #CyberGuru
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«Per valorizzare gli investimenti tecnologici – continua Zacchi – è necessario porre tutta la forza lavoro di un’organizzazione in una condizione di formazione e addestramento permanente, lavorando non solo sulla sfera cognitiva, ma anche sulla dimensione percettiva e sulla prontezza. Quindi nessun approccio strategico può essere considerato decisivo nel contrasto al cybercrime, se non tiene conto della necessità di creare un programma formativo strutturato e permanente di cyber security awareness, rivolto all’intera forza lavoro di qualsiasi organizzazione». Per Lisa Dolcini di Trend Micro Italia, il machine learning e l’intelligenza artificiale possono dare un contributo fondamentale. «In Trend Micro l’intelligenza artificiale nel campo della security è sfruttata da oltre 12 anni. In particolar modo, sia per la verifica dello spam che delle email BEC. L’algoritmo è in grado di analizzare le modalità di scrittura della email in modo tale da determinare se questa è stata scritta dal mittente reale o da un’altra persona. Il nostro modo di scrivere è come un’impronta digitale e grazie ad algoritmi di AI, siamo in grado di verificare anche la veridicità di una email. Siamo anche in grado di analizzare i dati nel desktop e nel motore di scansione, confrontandoli con l’AI, per capire se il file è sconosciuto e può essere malevolo. Tecnologie fondamentali sono anche quelle che aiutano a mettere in ordine di priorità gli alert. «Le organizzazioni – continua Lisa Dolcini – sono alle prese con strumenti in silos, avvisi scoordinati e minacce furtive e sofisticate. Noi aiutiamo centinaia di organizzazioni a identificare e ridurre il rischio informatico attraverso la correlazione degli avvisi nell’intera infrastruttura, grazie alla prima soluzione XDR del settore, che consente di analizzare più rapidamente gli incidenti di sicurezza, identificare gli schemi critici delle minacce e gli attacchi complessi, oltre a comprendere la postura e i trend generali della security, in modo che le organizzazioni possano identificare e valutare in modo proattivo i potenziali rischi».


#reti #cybersec – Machine learning e AI come armi di difesa – Lisa Dolcini @TrendMicroItaly
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Ma anche se gli attacchi informatici sono sempre più complessi e mirati, molte delle tecniche utilizzate per diffondere con successo il malware, come per esempio le macro infette nei documenti Word, sono in realtà sorprendentemente semplici – come ci spiega Nicolas Casimir di Zscaler. I dipartimenti IT sembrano essere in ritardo rispetto all’aggiornamento delle policy di sicurezza e all’attività dei criminali informatici. «Da un lato gli esperti IT dovrebbero sforzarsi di ridurre la superficie di attacco dell’azienda. Le soluzioni Zero Trust, grazie alle quali solo un utente autorizzato ha accesso a un’applicazione dedicata sulla base di policy rigorose, aiutano a proteggere l’ingresso da eventuali intrusi nella rete. D’altra parte – continua Casimir – le strategie di difesa attiva con soluzioni come i cosiddetti “honeypot” aiutano a capire se un criminale informatico ha superato l’infrastruttura di sicurezza iniziale e si sposta lateralmente nella rete. In questo modo, è possibile attirare la loro attenzione, lontano dalle risorse più importanti dell’infrastruttura IT».


#reti #cybersec – Ricognizione e prevenzione nelle strategie di difesa – Nicolas Casimir @zscaler
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DALL’IDENTITY ALL’EDGE

Per adottare un approccio alla sicurezza incentrato sull’identità e sulla progressiva “cloudificazione” di applicazioni, servizi e infrastrutture, occorre disegnare una strategia di difesa pervasiva, integrata e identity-centric. Quello che suggerisce Daniela Rao di IDC Italia è un approccio basato su quattro obiettivi basati sull’integrazione di tecnologie di sicurezza in unica piattaforma, la gestione dell’identità in tutto il ciclo di vita dell’accesso, la protezione delle applicazioni e l’estensione all’edge. «La combinazione di tecnologie di sicurezza nuove e preesistenti in un’unica piattaforma favorisce l’integrazione, quella che potremmo definire “impollinazione incrociata” e l’innovazione che non è sostenibile in un tradizionale approccio a silos» – spiega Daniela Rao. «Lo sviluppo della gestione dell’identità in tutto il ciclo di vita dell’accesso deve diventare il punto centrale delle policy di rete. Le app aziendali sono sempre più spesso vulnerabili agli stessi tipi di minacce delle app Web esterne. Le difese attive delle applicazioni aziendali devono essere aggiornate continuamente per corrispondere alla scalabilità e alla natura distribuita del web e del cloud. Infine, le applicazioni sono sempre più spesso implementate e utilizzate al di fuori del data center centrale.


#reti #cybersec – L’adozione del cloud nuova sfida per reti e sicurezza – Daniela Rao @idcitaly
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Per questo, è necessario estendere le protezioni dagli ambienti IT legacy all’edge e ovunque risiedano le applicazioni aziendali». Le aziende dovrebbero creare un processo di gestione del rischio – come spiega Mario Santonastaso di Axians Italia – iniziando dalla comprensione del concetto di rischio e distinguendolo da quello della minaccia, per mettere in pratica modelli basati sull’assegnazione di un punteggio alle minacce e valutare così la probabilità e l’impatto del rischio. «In questo modo, è possibile concentrare le risorse sulla protezione degli aspetti più importanti anticipando gli aggressori». I responsabili della sicurezza dell’informazione sono sempre più sotto pressione e in modalità just-in-time, come conseguenza dell’escalation e l’evoluzione delle minacce. «Allo stesso tempo – rileva Denis Valter Cassinerio di Bitdefender – ricevono sempre più avvisi da analizzare, molti dei quali sono falsi allarmi. Infine, è sempre più difficile reclutare personale qualificato, e quando si trova, è difficile fidelizzarlo». In questo contesto, è indispensabile per le aziende mettere in atto la propria strategia di cybersecurity. «C’è bisogno di un approccio più olistico alla sicurezza informatica invece di cercare modi per evitare i rischi e investire denaro, affrontando diverse sfide eterogenee». I professionisti della sicurezza informatica devono anche porsi delle domande – incalza Cassinerio. «Sto usando troppi strumenti di sicurezza? Ho una carenza di competenze di sicurezza nel mio team? Ho una visione realistica di tutti i dati che gestisco? Quali sono le porte d’ingresso alla mia azienda per i criminali informatici: IoT, utenti, applicazioni, sistemi, e così via. È in questo particolare contesto che Gartner stima che il 25% delle aziende utilizzerà soluzioni MDR entro il 2024 e che allo stesso tempo il 40% delle aziende di medie dimensioni le utilizzerà come unico servizio di sicurezza gestito».


#reti #cybersec – Area di rischio in continua crescita – Denis Valter Cassinerio @Bitdefender
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STRATEGIA PERVASIVA E INTEGRATA

La gestione della cybersecurity per chi si occupa di reti enterprise è oggi sempre più complessa. Le aziende non possono fare a meno di mettere la sicurezza al centro delle loro strategie e ponderare bene le azioni più adeguate per arginare le minacce» – rimarca Alessandro Berta, manager systems engineering Nord Italia di Fortinet. Secondo il recente report globale sui ransomware di Fortinet, ben due terzi delle aziende hanno subito almeno un attacco ransomware. Inoltre, i dati dell’ultimo report semestrale “Global Threat Landscape” hanno evidenziato un’impennata di cyber attacchi, con attività ransomware settimanale decuplicata rispetto al 2020. Questo significa – continua Berta – «che più di un’organizzazione su quattro ha rilevato la presenza di malvertising. A inizio 2021, il 35% delle organizzazioni ha rilevato attività botnet di vario tipo e sei mesi dopo la percentuale è salita al 51%. Le tecniche di defense evasion e privilege escalation sono le preferite dai criminali informatici». I dati parlano da soli. «L’aumento degli attacchi dimostra come le aziende abbiano assolutamente bisogno di garantire contromisure adeguate contro le più recenti tecniche di attacco ransomware su reti, endpoint e cloud. Possiamo dire, stando alle nostre ricerche – conclude Berta – che è fondamentale utilizzare la threat intelligence con soluzioni di sicurezza integrate o una piattaforma unica, come Fortinet Security Fabric, per prevenire gli attacchi ransomware e affidarsi a tecniche di rilevamento comportamentale basato sull’intelligenza artificiale, tecnologie come l’email security avanzata, la segmentazione, il sandboxing, oltre a NGFW, SWG e EDR per rilevare, prevenire e limitare gli attacchi».


#reti #cybersec – Come rispondere all’escalation degli attacchi Alessandro Berta @Fortinet
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Per Lisa Dolcini di Trend Micro Italia è necessaria una strategia che protegga tutte le parti dell’infrastruttura. «Dagli endpoint alle reti, passando per i server e qualsiasi “cosa” sia connessa, attraverso soluzioni in grado di comunicare tra di loro per potersi scambiare le informazioni necessarie». Ma senza dimenticare – «un approccio che tenga in considerazione la formazione dei dipendenti nel saper riconoscere e prevenire le minacce più frequenti, come appunto quelle ricevute attraverso email che in prima battuta potrebbero sembrare innocue».

CIO E CISO IN PRIMA LINEA

La sfida che i responsabili della sicurezza devono affrontare è quella di abilitare un ambiente di lavoro moderno e ibrido senza aumentare i rischi connessi. Ma come? Secondo Nicolas Casimir di Zscaler la risposta è una soluzione altamente integrata in grado di supportare l’accesso sicuro a Internet basato su regole e allo stesso tempo di consentire anche un accesso remoto in sicurezza con la stessa tipologia di regole anche per i telelavoratori. «Grazie al suo approccio basato sul cloud, Zscaler Zero Trust Exchange è utile per entrambi gli scopi e aiuta a modernizzare non solo la sicurezza, ma supporta allo stesso tempo una strategia multicloud» – spiega Casimir. «Le aziende che desiderano trasformare la loro impresa dovrebbero indirizzare una strategia cloud che includa contemporaneamente applicazioni, architettura di rete e modernizzazione della sicurezza informatica». Si narra che il primo cyber attacco della storia di Internet sia avvenuto il 2 novembre 1988, quando la rete era utilizzata solo da università e grandi imprese pubbliche e private. A compierlo, un giovane Robert Tappan Morris, allora studente della Cornell University, in futuro docente di informatica al MIT. Per mettere in pratica l’impresa, Morris aveva sviluppato un software in grado di replicarsi e di diffondersi tra i computer, ovverosia un worm, capace di mettere in difficoltà un numero ingente di sistemi per l’epoca, irrisorio se paragonato alle cifre di oggi. Sono passati 33 anni, ed è come se questa particolare “guerra” fosse passata dagli archibugi all’atomica. Allora, chissà come sarà la situazione tra altri 33 anni?

L'articolo Reti enterprise sotto pressione. Protezione come priorità di business proviene da Data Manager Online.

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CRM e ERP balzo nel cloud. Verso un sistema aziendale globale https://www.datamanager.it/2021/11/crm-e-erp-balzo-nel-cloud-verso-un-sistema-aziendale-globale/ Fri, 12 Nov 2021 09:30:26 +0000 https://www.datamanager.it/?p=213964 ERP e CRM in cloud come tasselli fondamentali per un percorso di trasformazione verso un sistema aziendale globale con focus su clienti, prodotti, persone e operations. PMI preoccupate per la sicurezza dei dati, l’affidabilità della rete e la complessità di gestione. Dubbi anche sull’adozione del cloud in rapporto al PNRR Nonostante l’onda lunga della pandemia, […]

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ERP e CRM in cloud come tasselli fondamentali per un percorso di trasformazione verso un sistema aziendale globale con focus su clienti, prodotti, persone e operations. PMI preoccupate per la sicurezza dei dati, l’affidabilità della rete e la complessità di gestione. Dubbi anche sull’adozione del cloud in rapporto al PNRR

Nonostante l’onda lunga della pandemia, il mercato delle applicazioni enterprise ha continuato a crescere. In risposta ai disagi determinati dai conseguenti periodi di lockdown, le imprese hanno reagito accelerando i loro sforzi di trasformazione digitale per assicurare la continuità operativa. Secondo un recente report di IDC, il mercato delle enterprise application – che comprende soluzioni di enterprise resource management (ERM), customer relationship management (CRM), supply chain management (SCM) e applicazioni di engineering & production – è cresciuto del 4,1% anno su anno, raggiungendo un fatturato mondiale di 241 miliardi di dollari nel 2020.

La resilienza digitale, la capacità di un’organizzazione di adattarsi rapidamente alle interruzioni del business valorizzando le funzionalità digitali non solo per ripristinare le operazioni aziendali, ma anche per trarre vantaggio dal cambiamento di scenario, è diventato un elemento focale per le imprese. E dal momento che dalla maggior parte delle aziende i sistemi tecnologici sono ritenuti fondamentali per gestire le attività di business, è iniziata una fase di ripensamento, verso nuove modalità di fruizione delle potenzialità derivate dalle tecnologie, come il cloud. IDC prevede che i ricavi provenienti dalle enterprise application, a livello mondiale, toccheranno i 255 miliardi di dollari entro la fine di quest’anno e si assesteranno a quota 334 miliardi nel 2025, parallelamente all’evoluzione delle aziende che rinnoveranno la gamma di applicazioni da utilizzare in un’ottica di resilienza e flessibilità, per poter essere vincenti in un contesto di economia digitale. Tuttavia, questo sarà un percorso graduale in quanto le organizzazioni valuteranno i loro portafogli attuali e le numerose personalizzazioni delle applicazioni utilizzate, costruendo la strategia di trasformazione ritenuta più adeguata.

CLOUD IN CRESCITA

Nell’attuale scenario, come rileva IDC, il cloud computing e le applicazioni aziendali basate su cloud stanno crescendo rapidamente. Per il 2025, la società di analisi e consulenza prevede che oltre il 60,3% del mercato delle applicazioni aziendali, a livello mondiale, sarà in modalità cloud. Inoltre, la domanda di applicazioni aziendali basate su cloud pubblico produrrà un tasso di crescita annuale composto (CAGR) quinquennale del 13,6%, cifra che supererà il CAGR previsto per l’intero mercato (6,7%) e sorpassando il software on premise. Dal punto di vista di IDC, la crisi pandemica legata al Covid-19 ha avuto un impatto minore sul cloud rispetto ad altre piattaforme tecnologiche. Il cloud ha consentito, infatti, a molte organizzazioni, di continuare a svolgere le loro attività di business anche durante il lockdown, di accedere ai dati e favorire la collaborazione tra i dipendenti. Di conseguenza, non c’era alcuna probabilità che le aziende abbandonassero il cloud durante la pandemia, anche se una certa pressione al ribasso sui nuovi progetti era inevitabile. La crisi del 2020, invece, è stata un punto di svolta per una più ampia adozione del cloud in tutti i settori dell’economia, dal momento che molte aziende, ricorrendo allo smart working, hanno accelerato il loro processo di digitalizzazione. Per IDC le aziende usciranno definitivamente dalla pandemia con una percentuale più elevata di spesa IT in cloud, quota che coinvolgerà sia l’implementazione di infrastrutture adeguate sia le spese software, che passano dal CapEx all’OpEx.

Intanto, i modelli basati su cloud si stanno espandendo ad altri mercati tecnologici come le reti di telecomunicazioni 5G, mentre una quota crescente di servizi IT e progetti di trasformazione digitale si sta orientando in direzione del cloud. Il vantaggio principale dei servizi cloud – secondo gli analisti di IDC – è costituito dalla capacità delle organizzazioni IT di spostare le risorse dedicate all’Information Technology dalla manutenzione alle nuove iniziative. Tutto questo può portare a nuovi ricavi e competitività aziendale, oltre a creare nuove opportunità per i fornitori IT nelle PMI e nei mercati emergenti. I benefici saranno, in parte, controbilanciati dalla “cannibalizzazione” di soluzioni già esistenti, con coinvolgimento di servizi di durata più limitata, cambiamenti a livello di prezzo e percezione dell’hardware come commodity. L’utilizzo del cloud sarà un fattore trainante della spesa IT, ma l’impatto varierà in base al settore. Nel frattempo, il cloud potrebbe tradursi anche in una scelta di maggiore stabilità complessiva, durante i periodi di volatilità economica, rispetto al passato, quando la spesa IT era legata al budget di capitale, ovvero al processo di pianificazione attraverso cui un’azienda determina e valuta possibili spese o investimenti di elevato valore.


#EnterpriseApplication Cresce il mercato e le imprese puntano su resilienza e flessibilità @idcitaly
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TASSELLI FONDAMENTALI

ERP e CRM in cloud sono ritenuti, dalle aziende da noi coinvolte in questo servizio, come tasselli fondamentali per intraprendere un percorso vincente di digital transformation. «La percezione della separazione tra ERP e CRM si sta sempre più sfumando, andando nella direzione di un sistema globale aziendale con focus su clienti, prodotti, persone e operazioni» – spiega Mauro Maniforti, chief experience officer di EOS Solutions. «Questo cambiamento di prospettiva è guidato dall’adozione di sistemi cloud, che consentono di sfruttare in un ambiente omogeneo le tecnologie e i processi derivati dalla continua innovazione che i vendor rilasciano. Nel mondo B2B, in tutte le industry ma con diverse sfumature, è chiaro che la trasformazione digitale prevede l’adozione di componenti come il CRM, il marketing automation e la data intelligence».

Secondo Giovanni Ravasio, vice president e country leader Cloud Applications di Oracle Italia le società del settore privato, come quelle del settore pubblico, stanno guardando al cloud come alla soluzione più adatta alle loro esigenze. Se un tempo, solo un gruppo di aziende, dotate di spirito pionieristico, si accostava al cloud, ora la maggioranza delle imprese sta optando per questa scelta. «Secondo recenti dati Istat, circa il 60% delle società italiane ha almeno un processo realizzato su cloud pubblico o privato» – spiega Ravasio. «La gestione delle risorse aziendali di marketing e vendite sono il cuore pulsante degli imprenditori italiani, e la pandemia ha dolorosamente insegnato quanto sia importante essere più agili e, per quanto possibile, indipendenti dalla disponibilità di outlet fisici, per limitare le perdite di fatturato. Allo stesso tempo, si è compreso anche che digitalizzare in cloud i processi di front-end, come vendite e marketing, non era sufficiente. La gestione agile del business aziendale richiede flessibilità ed efficienza anche nel back-office, con i processi di supply chain e di finance, da un lato, e quelli di gestione delle risorse umane (HCM, Human Capital Management), dall’altro. Inoltre, l’integrazione di nuove tecnologie come machine learning, artificial intelligence, digital assistant vocali in linguaggio naturale, che Oracle ha integrato in tutti gli applicativi, introducono efficienza, velocità e minore utilizzo di risorse».


#CRM #ERP #cloud #PMI Come ridurre al minimo il time-to-value @eossolgroup
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SOLUZIONI AD HOC

In termini di tecnologie, i vendor sempre più rendono disponibili soluzioni utili alle aziende interessate a ERP e CRM in cloud. «Oracle, in questo momento, garantisce ai clienti una suite SaaS che consenta di lavorare in tempo reale e con vista unica dei dati tra le varie applicazioni, con una sola interfaccia utente» – continua Ravasio. «Oggi, connettersi ai sistemi ERP in cloud di Oracle – Oracle NetSuite per le PMI e Fusion Cloud ERP per le medie e grandi imprese e la PA – è ancora più semplice. Allo stesso modo, è semplice implementare una nuova strategia di vendite e marketing con le soluzioni Oracle CX. Tutte le soluzioni ERP, HCM e CX Oracle Cloud sono già riconosciute come leader nei vari quadranti degli analisti. In particolare, Oracle Fusion Cloud ERP ha distanziato di molto la concorrenza. Da tre anni, questa soluzione, secondo Gartner, è leader indiscussa per le aziende manifatturiere».


#CRM #ERP #cloud Più flessibilità ed efficienza nella gestione agile del business @OracleItalia
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L’impresa manifatturiera o di servizi, grande o piccola che sia – «non può più stare sul mercato senza gli strumenti gestionali appropriati e, soprattutto oggi, accessibili ovunque» – ammette Claudio Ferrante, director sales di Wolters Kluwer Tax & Accounting Italia. «Nell’ottica di un percorso vincente di trasformazione digitale, Wolters Kluwer Tax & Accounting Italia ha sviluppato un ecosistema intorno al proprio strumento di fatturazione elettronica Fattura Smart, popolandolo di particolari abilità che, oltre a rispondere alle normative, rendono disponibili, alle piccole e piccolissime imprese, una capacità gestionale innovativa, agile, ubiqua e ampiamente sviluppabile. La nostra visione è quella di garantire, in dotazione, strumenti gestionali moderni ed efficaci anche a quella immensa porzione di mondo produttivo che fino a oggi valutava l’utilizzo di strumenti digitali di gestione e relazione troppo estesi e complessi per la propria dimensione».

Soluzioni cloud, accanto a quelle tradizionali, on premise, sono proposte anche da BlackBirds Infotech. «I nostri clienti, nel momento in cui si affidano a noi per soluzioni di CRM e di configurazione di prodotto, possono beneficiare sia di una soluzione CRM on premise, CAS genesisWorld, sia di una soluzione CRM cloud accessibile nel portale SmartWe» – precisa Giovanni Mancini, responsabile commerciale di BlackBirds Infotech. «Allo stesso modo, il configuratore di prodotto CAS Merlin è installabile in azienda come usufruibile su una installazione cloud. Le piattaforme più evolute rese disponibili on premise hanno la possibilità di essere rilasciate nella versione cloud quando il sistema architetturale prevede una installazione su un qualsiasi servizio affidabile di server virtuale, sia questo Azure, Amazon AWS, TIM, Aruba. Anche nella modalità di pagamento delle licenze di utilizzo si possono scegliere noleggi con canoni che prevedono anche la copertura dei servizi di aggiornamento software e assistenza come una spesa iniziale una tantum e canoni percentuali successivi annuali, soprattutto se si vuole considerare il software utilizzato non come un semplice servizio, ma come un bene ammortizzabile».

Il focus deve essere quindi sull’evoluzione organizzativa dei processi che si andranno a supportare con le funzionalità di CRM ed ERP. «Sempre più la cultura d’impresa dovrà interessarsi del cambiamento continuo di sistemi CRM o ERP, piuttosto che di singoli software a supporto di questi, coscienti che un sistema CRM è già un insieme di procedure operative in essere, magari non evolute e ancora non integrate tra loro». Secondo Mancini, sia in versione cloud sia on premise, i software CRM ed ERP saranno sempre un aiuto alla comprensione di come cambiare in meglio tutta l’organizzazione aziendale in ottica xRM (any Relationship Management), di come aumentare il coinvolgimento proattivo dei loro utilizzatori e i relativi tassi di adozione dei sistemi informatici da parte degli utenti finali». Ma acquistare un tool CRM ed ERP in cloud, per rispondere alle esigenze di cambiamento derivate dalla digital transformation da solo non basta. Il punto fondamentale è formare le persone che lavorano in azienda perché possano, davvero, essere veri agenti di cambiamento.

IL RUOLO DEL SYSTEM INTEGRATOR

Un ruolo strategico, nell’implementazione di sistemi ERP e CRM in cloud, è giocato dal system integrator. Di questo è convinto Ferrante di Wolters Kluwer Tax & Accounting Italia. «La struttura partner che sviluppa i sistemi digitali di relazione e di gestione – commenta Ferrante – conosce tecnologie, ambienti e mercato. L’insieme di queste conoscenze porta all’implementazione di successo. Molto spesso l’azienda ha una visione autoreferenziale di se stessa e sono le partnership con i system integrator a portare gli strumenti e le dotazioni digitali a una giusta calibrazione. Non basta, comunque, l’armonia tra IT interno ed esterno per il successo delle soluzioni digitali. È determinante l’apporto della conoscenza del mercato specifico e delle sue dinamiche. Questa è anche la filosofia di Wolters Kluwer Italia e dei propri partner. Una filosofia che abbiamo traslato nel progetto Smart skills, dedicato alle piccolissime realtà industriali e artigiane, portando al massimo livello di semplificazione la decodifica e la fruibilità degli strumenti. Il professionista consulente può assumere la veste di un system integrator che sostiene l’utente con la propria conoscenza normativa, fiscale e legale».


#CRM #ERP #cloud Il ruolo strategico, del system integrator @Wolters_Kluwer @Prof_Digitali
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IL CLOUD PER LE PMI

Secondo l’Osservatorio Cloud Transformation del Politecnico di Milano (www.osservatori.net), l’emergenza sanitaria, in Italia, ha portato a un significativo aumento nell’utilizzo del cloud da parte delle PMI. Nel 2020, l’adozione di soluzioni cloud, in questa tipologia di aziende, è salita al 42%, dal 30% dell’anno precedente. Questa crescita è stata determinata, in gran parte, dagli effetti della pandemia. Il cloud ha rappresentato una risposta efficace alle esigenze di remote working imposte dal lockdown, velocizzando la digitalizzazione dei processi e dei flussi collaborativi. Le opportunità derivate dalla nuvola sono aumentate grazie a un’offerta cloud sempre più ampia e consolidata, che ha saputo soddisfare le esigenze delle imprese in un momento non facile, come la crisi pandemica. L’aumento dell’utilizzo del cloud, per oltre metà tra le piccole e medie imprese che lo hanno scelto, si è concretizzato nella possibilità di mantenere l’azienda operativa e le relazioni con i clienti attive. Tutto questo si è tradotto in un’accresciuta consapevolezza. Per il 43% delle PMI che utilizzano servizi nella nuvola, il cloud rappresenterà il modello di sourcing preferenziale per tutte le nuove iniziative mentre un ulteriore 18% lo definisce una strada obbligata.

Della validità del cloud come strumento utile alle PMI è convinto Maniforti di EOS Solutions. «ERP e CRM in cloud – afferma – sono particolarmente adatti al segmento delle PMI in quanto consentono di ridurre al minimo il time-to-value. La pandemia ha reso evidente alle imprese quanto l’architettura IT è collegata alla business continuity. La possibilità di avere sistemi sempre accessibili, sicuri e scalabili in momenti come il lockdown ha ampiamente dimostrato il valore di aver intrapreso un percorso di trasformazione digitale e l’adozione di tecnologie in cloud». Le business application native per il cloud hanno caratteristiche specifiche che le contraddistinguono da quelle on premise: «Agilità di adozione, integrazione con altre applicazioni per esempio di business, communication, collaboration, office automation. Estensibilità self-service. Aggiornamento continuo. «La sicurezza che il cloud offre è uno dei fattori di scelta di questa architettura. Se a tutto questo abbiniamo anche la scalabilità e la varietà in termini di sistemi – afferma Maniforti – otteniamo un’offerta di livello enterprise accessibile anche alle PMI».

CRITICITÀ ESISTENTI

Non tutti, però, sono ottimisti riguardo alla diffusione di ERP e CRM in cloud nelle aziende italiane, in gran parte PMI. Accanto ai segnali positivi evidenziati, come nota l’Osservatorio Cloud Transformation del Politecnico di Milano, restano preoccupazioni legate alla sicurezza dei dati, all’inaffidabilità della rete, alla complessità di gestione e alla mancanza di competenze sul cloud. Infatti, il 55% delle PMI che utilizza il cloud preferisce, comunque, la gestione internalizzata delle tecnologie. Questo può essere letto come un segnale di rischio. Secondo l’Osservatorio, le PMI soffrono di un gap culturale e infrastrutturale per cui il cambio di passo evidenziato dalle restrizioni imposte dalla pandemia potrebbe rappresentare una semplice reazione all’emergenza fine a se stessa, se non supportata da una visione di lungo periodo.

«La mia percezione, in questo momento, dopo anni di ricerca di soluzioni software in cloud, è di un ritorno, in Italia, verso modelli di fruizione software gestionali CRM più on premise, per una gestione centralizzata e sicura dei dati all’interno dei muri dell’azienda» – constata Mancini di BlackBirds Infotech. «Questo avviene soprattutto quando i dati identificati nelle analisi di impatto dell’adeguamento verso gli obblighi GDPR, sono riconosciuti come personali o a maggior tutela come i dati sensibili e sanitari. Questo sarà dovuto sicuramente alla non esistenza di un chiaro modus operandi tra l’Europa e altri paesi terzi nella gestione della tutela dei dati personali come richiesto, in maniera coercitiva, dal GDPR. Nello specifico della relazione con l’America, non è ancora presente un accordo valido in questo senso. Lo stesso “Privacy Shield” non è più in vigore dopo essere stato invalidato dalla decisone della Corte di Giustizia Europea nel luglio del 2020 a seguito della vittoria dell’austriaco Max Schrems nella causa nei confronti di Facebook Irlanda. Sto notando anche una forte presenza di attacchi informatici nei confronti di importanti società erogatrici di servizi CRM puramente in cloud che stanno convincendo molti CIO italiani a reinvestire in soluzioni di sicurezza dati con installazioni gestionali su server in azienda, ma capaci di offrire poi interfacce utenti di accesso con moderni Web browser HTML5 ed APP collegate centralmente ai server in azienda».


#CRM #ERP #cloud I dubbi delle #PMI e i limiti del #PNRR @BlackbirdsInfo
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PNRR, TRA LIMITI E OPPORTUNITÀ

Ulteriori dubbi, sulla diffusione del cloud tra le PMI italiane, sono espressi da Mancini di BlackBirds Infotech anche in rapporto al Piano nazionale di ripresa e resilienza (PNRR). Percepito come un acceleratore alla digitalizzazione delle piccole e medie imprese, potrebbe non essere di aiuto in rapporto alla valorizzazione del cloud. «Purtroppo le soluzioni in cloud sono considerate servizi soggetti a canone invece che a investimenti ammortizzabili di infrastrutture informatiche» – afferma Mancini. «Il PNRR, per come è stato pensato, coprirà di più investimenti in architetture informatiche iscrivibili a cespite. Proprio su questo aspetto si dovrebbe fare chiarezza con gli organi del ministero dello Sviluppo Economico che stanno pensando a come declinare le indicazioni del Recovery Fund e rendere davvero operativo il PNRR. Lo stesso ministero dello Sviluppo Economico (MISE) non considera i configuratori di prodotto e i software CRM parte dei beni intangibili dell’Industria 4.0, come espressamente chiarito dalle regole di attuazione dell’agenzia delle entrate del 2017, mentre i Voucher I4.0 a fondo perduto per diversi migliaia di euro, che ogni anno le Camere di Commercio Italiane erogano alle PMI, considerano questi investimenti nelle loro politiche di promozione Industria 4.0. Ho chiesto personalmente al MISE un adeguamento della lista dei beni intangibili (Allegato B della legge 11 dicembre 2016, n.232 del 2016), anche perché su questa lista il PNRR è basata, ma non ho ancora ricevuto una risposta positiva a riguardo».

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Resilienza organizzativa. Pronti al cambiamento https://www.datamanager.it/2021/11/resilienza-organizzativa-pronti-al-cambiamento/ Thu, 11 Nov 2021 14:00:24 +0000 https://www.datamanager.it/?p=213373 La gestione del rischio è il cardine della continuità operativa. Come misurare la capacità di un’organizzazione di assorbire impatti improvvisi e adattarsi a un ambiente in evoluzione Un fenomeno, forse inaspettato, che è balzato agli occhi nei 18 mesi di pandemia è la resilienza che molte organizzazioni hanno dimostrato nel reagire a eventi così negativi. […]

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La gestione del rischio è il cardine della continuità operativa. Come misurare la capacità di un’organizzazione di assorbire impatti improvvisi e adattarsi a un ambiente in evoluzione

Un fenomeno, forse inaspettato, che è balzato agli occhi nei 18 mesi di pandemia è la resilienza che molte organizzazioni hanno dimostrato nel reagire a eventi così negativi. Così come invece l’enorme cassa di risonanza avuta nel caso di interruzioni di servizio dovute a cadute del sistema organizzativo (quanto accaduto ultimamente alla Regione Lazio, per esempio). In realtà, nel mondo normativo ci sono schemi che da sempre mirano al concetto di continuità del business. Il tema da studiare è la capacità dell’organizzazione di riuscire a dare continuità al proprio business, alle proprie attività anche in momenti di crisi o davanti a problematiche che possono manifestarsi all’improvviso. Di solito però, veniva preso in considerazione un improvviso blackout, o la mancanza di connettività o ancora un’improvvisa assenza di personale in una sede dovuta a un incidente o ad altre situazioni non prevedibili. In questi mesi, abbiamo visto aziende con la sede chiusa da un giorno all’altro, personale inibito nella presenza in ufficio in meno di 12 ore. Quali sono stati i risultati? Beh, in molti casi ottimi, ma in altri decisamente no.

Dobbiamo sicuramente tenere conto che in diversi settori, quali la Pubblica Amministrazione e le banche, da diversi anni vigono degli obblighi per le organizzazioni in tal senso e che impongono la definizione di scenari di continuità operativa che devono essere pensati, analizzati e testati. La definizione di business continuity si potrebbe quindi esplicitare con la capacità di un’organizzazione di continuare a erogare prodotti o servizi a livelli predefiniti accettabili a seguito di un incidente. Su queste tematiche possiamo prendere spunto dalle norme che su questo tema portano molti esempi. Innanzitutto, dobbiamo ricordare che per il concetto di resilienza, la continuità operativa è uno dei punti chiave. C’è una norma, la ISO 22316:2017 il cui titolo è proprio “Sicurezza e Resilienza – Resilienza Organizzativa”, che lavora sulla capacità di un’organizzazione di assorbire e adattarsi a un ambiente in evoluzione che gli consenta di raggiungere i propri obiettivi, di sopravvivere e prosperare. Tutto parte dal concetto di risk management, che deve far sì che l’organizzazione sia sempre vigile su tutti gli scenari che potrebbero manifestarsi sul suo percorso. Proprio per questo, l’organizzazione è portata a sviluppare dei piani di continuità operativa ad ampio spettro che le permettano di affrontare la situazione nel modo migliore possibile.


#businesscontinuity Come misurare la capacità di adattarsi a un ambiente in evoluzione – sqs.it
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Sicuramente, la norma per eccellenza è la ISO22301:2019, legata alla gestione della continuità operativa che fonda i propri requisiti sulla capacità dell’organizzazione di reagire. Oltre a tutti gli aspetti comuni alle altre norme, come l’approccio basato sul rischio e il coinvolgimento di tutto il personale, vengono imposti anche degli indicatori per misurare quanto l’organizzazione sia capace di rispondere a eventuali eventi avversi. Due indicatori sono molto interessanti: il primo è la misurazione del massimo tempo accettabile di assenza del servizio. L’impresa deve dimostrare di aver previsto lo scenario e di averne analizzate le implicazioni, arrivando a priori a fornire un riferimento temporale di disservizio massimo. Il secondo è, a valle dell’interruzione, l’identificazione di quanto tempo passa perché i servizi erogati siano ripristinati a un livello minimo accettabile. Sono indicatori molto simili che manifestano l’attenzione che l’impresa deve avere per garantire tutti gli attori esterni interessati all’impresa.

Su questi punti troviamo dei riferimenti anche nella ISO 27001:2013, dove è previsto un controllo specifico che deve definire un Piano di Continuità Operativa atto proprio a garantire la business continuity. Ma in generale tutte le norme gestionali hanno nell’approccio basato sul rischio il loro cardine fondante: perché non c’è nulla di più rischioso per un’azienda che rimanere bloccata e non poter più erogare i propri servizi.


Marco Chesi SQS ITALIA lead auditor – responsabile Norme Sicurezza Informazioni – sqs.it

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Ragazze, scegliete le discipline STEM! https://www.datamanager.it/2021/11/ragazze-scegliete-le-discipline-stem/ Thu, 11 Nov 2021 13:00:50 +0000 https://www.datamanager.it/?p=213368 Quando parliamo di professioni nell’ambito tecnologico, scientifico e informatico, ci si rende facilmente conto che abbiamo un problema di tipo culturale nel nostro Paese. Si pensa ancora che ci siano mestieri più maschili e altri più femminili: fin dalla scuola i percorsi delle proprie figlie vengono incoraggiati verso un profilo più umanistico, linguistico e quasi […]

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Quando parliamo di professioni nell’ambito tecnologico, scientifico e informatico, ci si rende facilmente conto che abbiamo un problema di tipo culturale nel nostro Paese. Si pensa ancora che ci siano mestieri più maschili e altri più femminili: fin dalla scuola i percorsi delle proprie figlie vengono incoraggiati verso un profilo più umanistico, linguistico e quasi mai tecnico.

In ambito sia sociale che familiare, persiste il pregiudizio per cui le donne non siano compatibili con le materie scientifiche. Questa percezione sociale crea una sorta di barriera psicologica per le donne, che fin da bambine sono portate a sentirsi inferiori ai maschi in questi ambiti.

Sono fermamente convinto dell’importanza di avere, per esempio nel mondo dell’ICT, più donne in squadra e che possano fare carriera al pari di un uomo, con le stesse opportunità professionali ed economiche. Sono però ancora troppo poche le donne nell’ICT che fanno parte dei team più operational oppure per esempio nell’ambito sviluppo software o ancora in tutto il segmento della cybersecurity.

Entro il 2024, le imprese avranno bisogno di circa 1,5 milioni di occupati e occupate in possesso di competenze digitali di base, come si può leggere nel report 2020 stilato da Talents Venture e STEAMiamoci sul Gender Gap nelle facoltà STEM.

Gli ultimi dati danno ancora molto bassa la percentuale di ragazze che frequentano corsi universitari in discipline STEM, se per esempio 100 ragazze si iscrivono all’Università poi di queste solo 18 scelgono queste materie. Se penso alle donne con cui ogni giorno ho la fortuna di lavorare trovo in loro una caratteristica comune, la resilienza. Una caratteristica fondamentale per affrontare al meglio i continui cambi del mercato e gli imprevisti tipici del nostro lavoro.


#resilienza La ripresa ha bisogno dell’energia delle donne anche nell’IT – Salvatore Perrot @Axians_Italia
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All’interno di questi mestieri caratterizzati dalla presenza quasi assoluta di uomini, posso assicurare che invece avere più donne nel team può solo portare valore. Le donne hanno un occhio sempre attento, una capacità di empatia elevata, sono meticolose e perseguono l’obiettivo, caratteristiche utili nello sviluppo di strategie, inoltre grazie alla componente più creativa sanno portare innovazione e se vengono riconosciuti i loro meriti hanno un fortissimo senso di appartenenza all’azienda. In Axians Italia, ci auguriamo sempre di più di poter trovare figure femminili che abbiano le competenze ICT richieste e, grazie al Gruppo Vinci Energies Italia a cui apparteniamo, porteremo avanti sempre più iniziative che possano dare supporto e valore alle donne e magari incoraggiare le ragazze fin da giovani a studiare quelle materie per le quali poi si apriranno loro le porte delle nostre aziende.

Quindi vorrei esortare le ragazze a superare le paure legate alla scelta di lavorare in questo ambito e vorrei esortare i colleghi uomini a non fare muro nei loro confronti, quando ci si trova accanto una collega donna. Dobbiamo abbandonare gli stereotipi più maschilisti e capire che il mix di esperienze, l’eterogeneità sono fondamentali per la crescita umana, professionale e per l’azienda stessa.

Salvatore Perrot, managing director Centro Sud e Nord Ovest di Axians Italia

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Blockchain, sicurezza a più livelli https://www.datamanager.it/2021/11/blockchain-sicurezza-a-piu-livelli/ Thu, 11 Nov 2021 12:00:17 +0000 https://www.datamanager.it/?p=213375 Le blockchain consentono di memorizzare dati in modo sicuro e inalterabile, e costituiscono quindi dei perfetti registri digitali. La loro sicurezza, però, tocca diversi aspetti, da quelli di rete all’implementazione del software Una blockchain è un registro digitale in cui le informazioni vengono scritte in blocchi, e ogni blocco contiene una impronta hash crittografica del […]

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Le blockchain consentono di memorizzare dati in modo sicuro e inalterabile, e costituiscono quindi dei perfetti registri digitali. La loro sicurezza, però, tocca diversi aspetti, da quelli di rete all’implementazione del software

Una blockchain è un registro digitale in cui le informazioni vengono scritte in blocchi, e ogni blocco contiene una impronta hash crittografica del blocco precedente. Pertanto, per alterare una transazione in un blocco bisogna modificare il contenuto di tutti i blocchi successivi, altrimenti i conti non tornano. Per lo stesso motivo, in una blockchain non si possono né modificare né cancellare i dati in essa memorizzati; si possono solamente aggiungere nuovi dati, in fondo alla catena. Inoltre, le blockchain sono gestite da una rete peer-to-peer (P2P) di computer, ciascuno dei quali memorizza una copia dell’intera catena. In altre parole, una blockchain è un registro digitale decentralizzato. Tra i tanti tipi di blockchain esistenti consideriamo quelle permissioned, di particolare interesse per il mondo industriale. Spesso usate per memorizzare informazioni sulla qualità e la tracciabilità dei prodotti, vengono gestite da consorzi di aziende, che devono collaborare ma sono potenzialmente in competizione l’una con l’altra. L’inalterabilità delle blockchain consente di utilizzarle per notarizzare le informazioni, garantendo la non ripudiabilità delle stesse e la loro esistenza a una certa data. In una situazione simile, è evidente che gli aspetti di sicurezza sono molto rilevanti. Poiché le blockchain operano su più livelli tecnologici, dobbiamo considerare la sicurezza di ciascuno di essi. Partendo dal livello della rete, i nodi della rete P2P comunicano tra loro su Internet, tramite opportuni protocolli.

A seconda di dove sono posizionati i computer della rete, e a seconda della capacità di controllo delle connessioni di rete da parte dell’attaccante, è possibile che la rete venga segmentata. In tal modo, ciascuna porzione di rete farà evolvere in maniera autonoma – e incompatibile con le altre – le proprie copie della blockchain. A livello di operazioni crittografiche è molto difficile imbrogliare, facendo riconoscere come valide transazioni o informazioni che violano i protocolli. Nel caso delle blockchain permissioned, però, gli utenti scrivono le informazioni sulla blockchain utilizzando apposite credenziali crittografiche, emesse e gestite da una Certification Authority (CA). Anche se la CA fosse affidabile e onesta al 100%, costituisce un single point of failure, in quanto chi dovesse prenderne il controllo potrebbe creare e revocare credenziali a proprio piacimento. Rendendo indisponibile la CA, invece, si può evitare che possa gestire correttamente la revoca delle credenziali non più valide.


Authority, sicurezza di rete e implementazione software, i punti critici della #blockchain
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A livello di software, è possibile che un utente utilizzi un client – per interagire con la blockchain – modificato in maniera malevola da un attaccante. Questo consentirebbe di mostrare all’utente informazioni diverse da quelle che vengono effettivamente lette o scritte nella blockchain, ingannandolo sulle quantità di criptovaluta usate nei pagamenti, o sulla validità delle informazioni visualizzate. Attacchi simili effettuati sul software che consente ai nodi della rete P2P di gestire la blockchain sono molto più difficili, e molto meno probabili, in quanto se un nodo della rete devia dal protocollo previsto gli altri nodi se ne accorgono. Infine, c’è il problema della correttezza degli smart contract, che sono programmi memorizzati sulla blockchain e che vengono eseguiti dai nodi della rete P2P. Poiché gli smart contract possono scrivere informazioni sulla blockchain, eseguendo per esempio transazioni pre-programmate di criptovalute, banali errori di programmazione possono avere conseguenze spiacevoli e importanti. Quando si implementa (e si usa) una blockchain occorre tenere conto di tutti questi aspetti. E del fatto che gli attaccanti possono avere ottime capacità tecniche, e molta fantasia.


Alberto Leporati comitato scientifico CLUSIT – professore associato del dipartimento di Informatica, Sistemistica e Comunicazione dell’Università di Milano-Bicocca

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