rivistaottobre2017 – Data Manager Online https://www.datamanager.it Il portale dell'ICT professionale Thu, 08 Nov 2018 11:19:09 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=5.8.13 https://www.datamanager.it/wp-content/uploads/2020/04/dmo-favicon3.png rivistaottobre2017 – Data Manager Online https://www.datamanager.it 32 32 Endpoint protection e network security https://www.datamanager.it/2017/10/endpoint-protection-network-security/ Mon, 23 Oct 2017 15:32:29 +0000 http://www.datamanager.it/?p=133604 Tecnologie di rete, cloud, intelligenza artificiale e una gestione più unificata per passare da un approccio reattivo a uno più analitico. Si rinnova così l’offerta dei vendor grazie all’arrivo di nuovi competitor e alla domanda di nuove soluzioni. La difesa dell’endpoint è in molti casi la sola misura di sicurezza in campo. Il processo di […]

L'articolo Endpoint protection e network security proviene da Data Manager Online.

]]>
Tecnologie di rete, cloud, intelligenza artificiale e una gestione più unificata per passare da un approccio reattivo a uno più analitico. Si rinnova così l’offerta dei vendor grazie all’arrivo di nuovi competitor e alla domanda di nuove soluzioni. La difesa dell’endpoint è in molti casi la sola misura di sicurezza in campo. Il processo di incorporazione di funzionalità aggiuntive determina l’estensione delle piattaforme EPP. Tempi duri per il firewall fisico, che però rimane pietra angolare e genera il fatturato più alto dell’intero comparto

 

In molti casi, la difesa dell’endpoint è la prima e unica misura di sicurezza che professionisti e piccole imprese scelgono di mettere in campo. Vincoli di budget, mancanza di competenze, scarsa consapevolezza sono tare pesanti che affliggono le micro-realtà produttive del Paese. Anche nelle organizzazioni più strutturate tuttavia la protezione dell’endpoint – pur all’interno di moduli di sicurezza avanzati – rappresenta uno strato (layer) importante della loro complessa architettura di sicurezza. La protezione dell’endpoint è demandata a soluzioni EPP (endpoint protection platform), che comprendono un set di partenza di funzionalità (protezione antivirus, antimalware, per la navigazione web, firewall), oltre a moduli di data loss prevention, encryption, gestione delle passoftwareord, distribuzione delle patch e molte altre ancora. L’offerta di soluzioni è molto ampia. Tutti i vendor hanno a catalogo prodotti specifici per professionisti e piccole imprese. La maggior parte dei prodotti indirizzati a questo target di clienti richiedono competenze IT davvero minime. Le soluzioni sono commercializzate sia per user sia per device. Le licenze d’uso in genere prevedono un anno di aggiornamenti al software e supporto/assistenza tecnica. Tuttavia, molti vendor contemplano la possibilità di stipulare contratti più lunghi. Alcuni vendor assegnano alla categoria midsize business tagli di licenze fino a 999 postazioni. Numeri troppo grandi per le dimensioni del tessuto produttivo del nostro Paese. Uno scollamento che in qualche caso spiega i suoi effetti negativi sul prezzo finale della licenza, più alta rispetto ad altri paesi europei. I prezzi di vendita possono variare anche sensibilmente da vendor a vendor. Ma anche tra tipologie di prodotti dello stesso vendor. Come avviene in quasi tutti i settori commerciali, il numero di licenze acquistate determina il prezzo finale. In questo quadro, la tendenza – soprattutto nell’offerta destinata a professionisti e PMI – è verso una contrazione dei prezzi, alimentata dalla forte concorrenza e dall’ampliarsi del numero di vendor che offre soluzioni free. Brand come Avira e Avast sono stati tra i primi a fare questa scelta. E anche leader affermati come Sophos e più di recente Kaspersky hanno deciso di percorrere questa strada.


#EPP Marco D’Elia @SophosItalia Soluzioni #consumer con funzionalità molto sofisticate
Click To Tweet


«Sophos da anni mette a disposizione un prodotto antivirus gratuito, destinato al mondo consumer che include alcune funzionalità molto sofisticate, rare da trovare in prodotti antivirus gratuiti» – ci dice Marco D’Elia, country manager di Sophos Italia. La soluzione Kaspersky Free da poco lanciata in USA, Canada e alcuni paesi asiatici offre una protezione di base per email e navigazione web ed è dotata di aggiornamenti automatici e funzione di quarantena. «A ottobre – come ci conferma Morten Lehn, general manager Italy di Kaspersky Lab – arriverà anche in Italia». Qualche altro grande nome potrebbe scegliere di imboccare questa strada. Ma è probabile che almeno per i prossimi tre o cinque anni la maggior parte dei vendor continuerà a farsi pagare per l’utilizzo delle proprie soluzioni. «Il rilascio di una soluzione antimalware non si esaurisce con la vendita» – rileva Gastone Nencini, country manager di Trend Micro. «Al contrario. C’è tutta una serie di servizi a supporto – assistenza, aggiornamento, ricerca e sviluppo – che bisogna finanziare». La totalità delle piattaforme EPP disponibili sul mercato supporta Microsoft Windows. Più rara almeno sino a qualche anno fa, l’estensione della protezione alle maggiori distribuzioni Linux. Oggi però, tutti i maggiori vendor dispongono di soluzioni progettate per i sistemi UNIX/Linux. «Sophos Antivirus per Linux fornisce moduli di supporto pre-compilati per una vasta gamma di distribuzioni e kernel Linux, comprese le versioni a 64 bit» – ci dice D’Elia di Sophos. Allo stesso modo, si allarga anche l’offerta di soluzioni che supportano in un’unica suite sia lato desktop (Windows, Mac e Linux) sia mobile (IoS e Android).


#EPP Morten Lehn ‪@KasperskyLabIT‬ La soluzione #Free da ottobre anche in Italia
Click To Tweet


«È l’IT a chiedere che i dispositivi mobili possano essere gestiti allo stesso livello con cui oggi vengono governati i pc. Distribuendo cioè i software su questi oggetti in maniera automatica e proteggendoli all’interno di un’area isolata dal resto del dispositivo» – spiega Antonio La Rosa, head of IM B2B di Samsung Electronics Italia. «KNOX si integra nella piattaforma di sicurezza Mobile 7 enterprise mobile management solution, la nostra soluzione di sicurezza per dispositivi Mobile, IoT e pc portatili, disponibile attraverso la piattaforma di gestione integrata Sophos Central». L’idea di una visione allargata della protezione emerge anche nell’approccio adottato da altri vendor. «La nuova sfida sono le superfici estese» – conferma Antonio Pusceddu, country sales manager e corporate sales di F-Secure. «La nostra proposta è Radar, una soluzione di vulnerability management che proprio in una logica IoT, mappa tutti gli indirizzi IP della rete aziendale, fino a comprendere telecamere di sorveglianza, dispositivi di lettura badge, lettori di bar-code, stampanti e così via. Qualsiasi strumento collegato alla rete aziendale. Per ognuno di questi oggetti Radar è in grado di diagnosticare le rispettive vulnerabilità e proporre all’IT la soluzione di fixing più adatta a ciascuno». Per quanto riguarda l’amministrazione delle soluzioni, la modalità prevalente è la gestione mediante una console centrale installata su un server dedicato con l’agent installato sull’endpoint. Tuttavia, sempre di più i vendor prevedono la gestione via cloud. Un approccio dettato dalla rapida diffusione in Italia del cloud.  «L’architettura di rete delle aziende sta conoscendo una trasformazione senza precedenti. Che le porta sempre di più a spostarsi verso piattaforme di public o private cloud. Questa migrazione fa sì che le aziende sempre di più richiedano agilità, flessibilità e aumento delle performance alle soluzioni di sicurezza. Ma senza per questo incidere negativamente su aspetti quali la gestione e la configurazione» – afferma Filippo Monticelli, regional director di Fortinet. Un trend irreversibile secondo alcuni. Su cui però Giulio Vada, country manager di G DATA invita le aziende a prestare maggiore attenzione. «Riconosciamo gli effetti benefici sulla sicurezza del cloud, ma lo spostamento della gestione delle soluzioni di sicurezza non è a nostro parere un approccio adatto proprio a tutti. Infatti, se possiamo essere ragionevolmente sicuri di una certa contrattualità con i grandi – IBM, Microsoft, Amazon – lo stesso non può dirsi con tutti gli operatori del settore. Anche per questo, al nostro target, le piccole e medie imprese, preferiamo proporre soluzioni on premise. Aperte comunque anche al cloud» – afferma Vada.


Gastone Nencini ‪@TrendMicroItaly‬ Una soluzione #antimalware non finisce con la vendita
Click To Tweet


LUNGA VITA AL FIREWALL

Quello dei firewall è il mercato che genera più fatturato nell’intero comparto sicurezza. Rientrano in questo segmento tutti i firewall, siano essi fisici che virtuali, rivolti a professionisti, piccole e medie aziende come gli  unified threat management device (UTM), e i next-generation firewall (NGFX), il cui target d’elezione sono le grandi organizzazioni. Le piattaforme UTM di norma comprendono le seguenti funzionalità: firewall, intrusion prevention system (IPS), remote access, secure web gateway, secure email gateway. Ma è un fatto che anche in questo segmento, i vendor UTM continuino ad aggiungere nuove funzionalità alle loro piattaforme, superando spesso il confine entro il quale in genere si delimitano queste soluzioni da altre di network security. Incorporando IPS (intrusion prevention systems), application inspection and control, SSL/SSH inspection, website filtering, quality of service/bandwidth management, funzionalità almeno sino a qualche tempo fa associate ai dispositivi NGFW. In questo segmento, i prodotti coprono un vasto spettro che va dal supporto alle reti di tutte le dimensioni ed estensioni (uffici periferici compresi), ai data center multitiered demilitarized zone (DMZ), fino agli ambienti virtualizzati e al public cloud.


#sicurezzaIT #IoT Antonio La Rosa ‪@SamsungItalia‬ Una visione allargata della protezione
Click To Tweet


Di regola quando si acquista un prodotto si riceve una copia del software e una licenza d’uso. Quindi in realtà non si acquista un software — la proprietà rimane infatti al vendor – ma un set di diritti limitati dai termini e condizioni (T&C) della licenza. Tutti i prodotti NGFW sono licenziati per dispositivi fisici. Spesso feature aggiuntive richiedono licenze ad hoc. Con prezzi che variano ovviamente in base all’hardware e al contratto di servizio che si stipula. Differenze di prezzo anche marcate sussistono tra vendor così come tra gli stessi prodotti che compongono il loro portfolio. Le strutture di prezzo possono essere sia rigide (una licenza per user) sia molto articolate. A fronte di un’estrema varietà di politiche di pricing, le versioni di base delle soluzioni presentano in genere prezzi chiari, unici e abbastanza simili tra loro per le soluzioni entry level. Le licenze in genere sono vendute sulla base di annualità di contratto (da uno a cinque anni). Come per gli endpoint, più aumenta il numero di user per i quali si richiede una licenza e più alte sono le possibilità di ottenere sconti. Nonostante sulla carta UTM e NGFW si rivolgono a target diversi, le differenze tra queste categorie di dispositivi sono oggi al minimo. Le principali funzionalità sono comuni a entrambe le classi di prodotto. Forse, la sola tangibile differenza riguarda i rispettivi throughput ratings: più bassi in genere per gli UTM (e per questo sono indirizzate in prevalenza verso le PMI), mentre i dispositivi che offrono un throughput più alto, tipicamente commercializzati come NGFW, sono indirizzati prevalentemente alle organizzazioni più grandi.


#sicurezzaIT Antonio Pusceddu @FSecure_IT La nuova sfida sono le superfici estese
Click To Tweet


EPP UN SEGMENTO IN CONTINUA TRASFORMAZIONE

Il mercato delle soluzioni di EPP offre un interessante spaccato delle attuali tendenze nel campo dell’information security. Soprattutto per la sua dinamicità, caratterizzata dalla presenza di una folta schiera di attori, in grado di offrire una valanga di soluzioni e di determinare un’estrema variazione dei confini del segmento. Differenze accentuate anche dall’arrivo di nuovi attori in grado di rompere lo status quo, soprattutto nel segmento enterprise, attraverso l’apporto di nuove soluzioni fortemente innovative. «Alcuni di questi nuovi prodotti di sicurezza rimpiazzeranno le tradizionali soluzioni signature-based. Vendor affermati stanno imparando a fare i conti con questi nuovi attori e in alcuni casi stanno già ingaggiando un’aspra competizione che li sta spingendo ad aggiornare il proprio portafoglio prodotti, eliminando – o fortemente limitando – la componente signatureless nella detection delle minacce avanzate» – come ci spiega Daniela Rao, senior research & consulting director di IDC Italia. L’estrema dinamicità del comparto è sottolineata con una battuta da Vada di G Data: «Amo definire questo segmento un mercato a concorrenza quasi perfetta. Ipercompetitivo. Nel quale trovano posto e ragion d’essere una pletora di attori diversi. Dai blasonati storici, che detengono le quote di mercato più importanti, agli incumbent, di ogni forma e dimensione, tra i quali ci siamo anche noi di G Data». Una prima barriera in via di dissoluzione per esempio è quella tra le soluzioni di EPP e di endpoint detection and response (EDR). Funzionalità che il mercato richiede in un’unica piattaforma. Tuttavia, il dilatarsi di nuove funzionalità assume contorni molto più ampi. Da qualche tempo, è in atto una vera e propria corsa da parte dei vendor a integrare nelle loro soluzioni EPP/EDR (oltre ai moduli di protezione antivirus e antimalware, il firewall, la protezione per la navigazione web) feature più avanzate di encryption, gestione delle passoftwareord, distribuzione automatizzata di patch e aggiornamenti, scansione delle vulnerabilità.


#sicurezzaIT Filippo Monticelli @Fortinet Agilità, flessibilità e aumento delle performance
Click To Tweet


Altri vendor ancora arrivano a incorporare funzionalità di online backup, mobile device management (MDM). Tanto che sono in molti a prevedere che in un futuro non troppo lontano, segmenti di mercato oggi separati come data loss prevention (DLP) ed enterprise mobility management (EMM) saranno assorbiti dalle soluzioni di EPP, esattamente come in passato è avvenuto con i personal firewall e gli antispyware. Questo processo fa sì che le piattaforme di EP siano sempre più estese. Una dinamica che spinge fortemente in direzione di una trasformazione del segmento. Anche in termini di crescita. «Secondo IDC, il mercato crescerà a livello worldwide fino a raggiungere un fatturato superiore ai 10 miliardi di dollari entro il 2020, con un CAGR (compound annual growth rate) pari al 3,4 per cento per il quinquennio 2016-2020» – ci dice Daniela Rao di IDC Italia. Un cambio di rotta a tutto vantaggio di aziende e organizzazioni. «In passato, abbiamo affrontato diversi problemi di sicurezza spesso in modo separato, appoggiandoci a singole soluzioni che risolvevano verticalmente alcune problematiche. Anche per la complessità delle stesse» – afferma Luca Bechelli, membro del comitato tecnico scientifico di CLUSIT, l’associazione italiana per la sicurezza informatica. «Sebbene in realtà l’approccio non fosse così rigidamente settoriale, soprattutto da parte dei player maggiori, è certamente vero che i maggiori benefici derivanti dalle soluzioni di sicurezza, oggi ci arrivano attraverso un supporto end-to-end alle azioni sviluppate dall’utente sul computer». Anche secondo Stefano Volpi, country manager di Symantec, il dato dal quale occorre partire è la richiesta di una sicurezza maggiormente integrata. «Le aziende preferiscono avere un unico interlocutore e ciò spinge i vendor a consolidare la propria offerta. Personalmente, da tempo auspico una forte convergenza di tecnologie. Symantec grazie alla piattaforma Management Center soddisfa questa esigenza, mettendo a disposizione dei propri clienti un ambiente di gestione unificato per il portfolio di prodotti Security Platform: tecnologie di rete, security e cloud che semplificano la distribuzione, gestione e monitoraggio dell’environment di sicurezza». Si muove in questa direzione anche la strategia di Forcepoint denominata 4D – Defend, Detect, Decide e Defeat: «Un’unica piattaforma a protezione sia dalle minacce esterne sia da quelle interne per ridurre il più possibile il dwell time, il periodo che intercorre tra il verificarsi dell’episodio sospetto e la risoluzione del problema» – ci spiega Emiliano Massa, senior director of regional sales Southern Europe di Forcepoint.


#sicurezzaIT Giulio Vada @GDATA_Italia Il #cloud non è un approccio adatto a tutti
Click To Tweet


Un tema amplificato dalla complessità e varietà dei pericoli in circolazione. «In questo momento, vediamo che gli attacchi si evolvono nella logica di combinare tra loro le tecniche già sperimentate in passato, per rendere gli strumenti d’attacco più complicati da individuare e da gestire» – osserva Bechelli di CLUSIT. «Allo stesso modo, i meccanismi di difesa devono essere in grado di gestire gli attacchi, combinando tra loro diverse tecniche. Di conseguenza anche i nostri strumenti di difesa devono integrarsi tra di loro per proteggere l’utente». Tuttavia, secondo alcuni osservatori, questa corsa all’integrazione di nuove funzionalità nelle soluzioni EPP rappresenterebbe un potenziale pericolo per i vendor che rischierebbero a seconda dei casi di fallire nella missione di rispondere efficacemente alle reali esigenze della domanda e di snaturare la propria identità. Ma non è di questo parere Bechelli, che sottolinea il tema dell’efficacia di questi strumenti calati nelle singole realtà aziendali. «Se come vendor affermo che uno strumento è in grado di esercitare più di cinquanta controlli di sicurezza, allora devo essere in grado di controllare se e come questi controlli impattano sul modo di lavorare dell’utente e di chi quello strumento deve gestire». In altre parole, a fronte dell’esigenza sacrosanta di proteggere l’utente, la soluzione di sicurezza gli lascia lo spazio e il tempo per lavorare? E l’IT dell’azienda è in grado di implementare e mantenere funzionanti strumenti così complessi? «Certamente, la divisione IT ben strutturata è in grado di indirizzare queste problematiche e di utilizzare lo strumento di sicurezza in un modo efficiente rispetto alle sue attività e allo stesso tempo garantire un supporto puntuale agli utenti. Ma – continua Bechelli del CLUSIT – ci sono anche realtà che tutte queste competenze non le hanno. Può succedere allora che le funzionalità più evolute su cui questi strumenti si giocano il loro valore aggiunto, siano proprio quelle che vengono spente, perché l’IT non è in grado di indirizzarle. Un aspetto tutt’altro che infrequente quando si parla di sicurezza». Il pericolo, per rispondere alla domanda di partenza – spiega ancora Bechelli – non è per i fornitori che creano queste soluzioni che hanno bisogno di una consapevolezza molto alta dei problemi che si vogliono indirizzare, «ma per i clienti di queste soluzioni quando non valutano adeguatamente l’impatto di una soluzione sui propri utenti e sulle proprie tecnologie, rischiando di allontanarsi pericolosamente dall’obiettivo iniziale».


#infosecurity Daniela Rao @IDCItaly Mercato in crescita. Piattaforme #EPP più estese
Click To Tweet


UTM E NGFW INGESSATI SOLO IN APPARENZA?

Tutti coloro che negli ultimi anni avevano decretato la morte, la fine del firewall fisico, si sono dovuti ricredere. Infatti, nonostante le funeree previsioni, il firewall fisico rimane saldamente la pietra angolare della sicurezza IT, continuando a detenere una quota di mercato superiore al 90 per cento. Cresce però quella dei firewall virtuali, oggi attestata attorno al 5 per cento del mercato, prevista però in crescita sino al 10, entro la fine del 2020. Non disponiamo di dati disaggregati rispetto alle categorie di soluzioni che compongono il segmento UTM e NGFW, né a livello worldwide né italiano. Possiamo ragionevolmente ipotizzare che i NGFW siano presenti in meno della metà delle organizzazioni. Tuttavia. la maggioranza dei firewall in commercio supporta funzionalità avanzate come la deep packet inspection, i controlli delle applicazioni e degli user. La recente accelerazione del mercato ha portato – secondo alcuni analisti – la grande maggioranza dei prodotti ad allinearsi alle caratteristiche riconosciute alle soluzioni “next generation”, integrando altresì il supporto alle tecnologie cloud e di virtualizzazione. Dinamiche queste che non hanno azzerato le differenze tra prodotti in termini di efficacia (e non solo) in relazione alle singole feature.


#sicurezzaIT Luca Bechelli @Clusit Come adattare la difesa all’evoluzione degli attacchi
Click To Tweet


Altra dinamica importante del segmento è la continua erosione di quote di mercato agli IPS da parte delle soluzioni NGFW, soprattutto presso le grandi organizzazioni. Nonostante questo però, molti analisti ritengono questo mercato eccessivamente ingessato. Consolidati i leader di mercato nei segmenti UTM e NGFW – non si registrano entrate massive di nuovi vendor. Lo scorso anno, per esempio, un solo nuovo vendor, H3C Group, ha scalato posizioni tra gli UTM, senza peraltro che questo abbia determinato l’uscita di altri vendor. Non si spostano di molto gli equilibri nella ripartizione delle quote di mercato nemmeno tra i NGFW. Con la sola eccezione dell’ascesa di Huawei. La relativa staticità del mercato potrebbe però essere sparigliata dall’arrivo di nuovi sfidanti sul versante dei firewall virtuali. Attualmente, queste appliances detengono, secondo alcune stime prudenti, una quota ancora inferiore al 10 per cento del mercato. Ma è innegabile che queste soluzioni stanno riscuotendo sul mercato un certo interesse, trainate dalla domanda di data center virtualizzati e di supporto a progetti SDN e IaaS, proveniente soprattutto dalle organizzazioni più strutturate. Nuova linfa potrebbe arrivare anche dalle soluzioni di network security policy management (NSPM), anche questa attualmente una nicchia di mercato sostanzialmente piccola, ma in rapida espansione. IDC prevede inoltre che entro la fine del 2020, circa il 25 per cento dei nuovi firewall venduti includerà tra le sue feature l’integrazione con i CASB (cloud based cloud access security broker).


#sicurezzaIT Stefano Volpi @symantec Cresce la domanda di sicurezza integrata
Click To Tweet


SECURITY ASSESSMENT PER UNA STRATEGIA SU MISURA

Le architetture di rete delle aziende si spostano sempre di più verso le piattaforme di public o private cloud, determinando una domanda di soluzioni di sicurezza sempre di più agili, flessibili e performanti anche in termini di gestione e configurazione. Strumenti di difesa classici quali i firewall e gli antivirus di conseguenza sempre di più vanno valutati e interpretati all’interno delle dinamiche di estensione e integrazione delle piattaforme esistenti. Sollecitate, oggi più che mai, oltre che a rilevare e bloccare le minacce, a restituire analitiche coerenti e azionabili capaci di sfruttare appieno le informazioni provenienti dal cloud e dall’intelligenza artificiale. Detto questo, però, l’endpoint protection rimane uno dei temi tra i più critici oggi sul tappeto. È sull’endpoint che si concretizza – infatti – la più ampia interazione tra uomo e macchina. Con il primo a rappresentare – in molti casi – l’anello più debole della catena. Per quanto le aziende si sforzino di renderlo sempre meno importante – in termini di repository di contenuti rilevanti e di strumento per il loro trattamento – la rilevanza dell’endpoint come terminale di dati da proteggere rimane comunque centrale. Come sappiamo, dal punto di vista della security, l’endpoint è da sempre la frontiera più complessa da gestire. Un luogo nel quale confluiscono logiche molteplici. Non ultima, quella vitale di limitare il più possibile la superficie d’attacco. I numerosi strumenti di cui disponiamo, ancora più che in passato, devono perciò integrarsi tra loro per cercare di ridurre le zone grigie e sopperire a tutte le complessità che derivano dalla combinazione dell’azione dell’utente. Per chi investe, un fattore di difficoltà rimane tuttora quello della difficile confrontabilità dell’offerta esistente. Tuttavia, nella scelta di qualsiasi soluzione di sicurezza non si dovrebbe mai prescindere da una puntuale valutazione del proprio livello di rischio sia che si tratti di soluzioni di endpoint protection sia di dispositivi di network security: ogni organizzazione ne ha uno e ha il dovere di misurarlo in modo scientifico. Solo così sarà in grado di stabilire il livello di protezione da raggiungere commisurato al reale valore degli asset da difendere.


#sicurezzaIT Emiliano Massa @Forcepointsec “Defend, Detect, Decide e Defeat”
Click To Tweet



ALTEA FEDERATION E BFORMS

Nuovi strumenti di governo e di conoscenza del territorio al servizio della sicurezza. Il mondo della system integration e dell’asset & engineering management convergono per soluzioni innovative nella gestione del territorio e del patrimonio immobiliare

Sicurezza vuol dire anche smart city, con tutto il suo ecosistema di infrastrutture per il monitoraggio del territorio. Sempre più spesso, assistiamo a fenomeni ambientali e naturali che stanno mettendo a dura prova intere nazioni, basti pensare all’aumento della frequenza dei terremoti, degli incendi e dei nubifragi. «La cura e la manutenzione del territorio antropizzato – come ci spiega Francesca Torino, CEO e co-founder di BFORMS – sono oggi fondamentali per garantire la sicurezza dei cittadini, per ridurre le spese destinate alla gestione delle emergenze e delle ricostruzioni, per supportare la prevenzione strategica e per contrastare le sfide che ogni giorno organizzazioni, pubbliche e private, sono chiamate ad affrontare. «Il futuro è nell’ingegnerizzazione di strumenti di progettazione e monitoraggio dei servizi che consentano la conoscenza globale dell’ambiente costruito, la formulazione di strategie basate su scenari reali ovvero su sistemi informativi integrati GIS & BIM che permettono di associare mediante banche dati complesse lo stato di fatto del territorio e lo stato manutentivo e funzionale delle infrastrutture e degli edifici. Gli asset, rappresentati all’interno di mappe interattive tematizzate e modelli BIM avanzati, sono navigabili in real time. Ulteriori applicazioni possono interessare le infrastrutture logistiche, portuali e aeroportuali, il risparmio delle risorse idriche ed energetiche che oggi rappresentano un’ulteriore sfida. Nell’implementazione dei nuovi strumenti di governo e di conoscenza, Altea Federation e BFORMS operano sinergicamente per incrementare evolute soluzioni tecnologiche al fine di coniugare esperienze distintive e competenze tecniche e ingegneristiche».


#GIS #BIM Francesca Torino #BFORMS Convergenza delle soluzioni con @AlteaSpA
Click To Tweet


L'articolo Endpoint protection e network security proviene da Data Manager Online.

]]>
Perchè i venture capital italiani non bevono caffè? https://www.datamanager.it/2017/10/perche-venture-capital-italiani-non-bevono-caffe/ Mon, 23 Oct 2017 14:33:16 +0000 http://www.datamanager.it/?p=133597 Le startup di successo finanziate dai grandi venture capital non sono solo digitali, o più propriamente tecnologiche. Qualcosa è cambiato nel panorama delle nuove imprese Ebbene no. Le startup di successo non si possono più definire meramente digitali o più propriamente tecnologiche. è cambiato qualcosa nel panorama delle startup. Pensiamo al caso di Blue Bottle […]

L'articolo Perchè i venture capital italiani non bevono caffè? proviene da Data Manager Online.

]]>
Le startup di successo finanziate dai grandi venture capital non sono solo digitali, o più propriamente tecnologiche. Qualcosa è cambiato nel panorama delle nuove imprese

Ebbene no. Le startup di successo non si possono più definire meramente digitali o più propriamente tecnologiche. è cambiato qualcosa nel panorama delle startup. Pensiamo al caso di Blue Bottle Coffee, la catena di caffetteria che ha lanciato la sfida a Starbucks. Sicuramente ne avete sentito parlare. Si tratta di una startup californiana che in meno di cinque anni dal primo round è stata rilevata per una quota pari al 68% da Nestlè a un prezzo di 500 milioni di dollari su un valore della società di ben 700 milioni. Da un singolo bar di Oakland, in California, è diventata una catena di lusso con attenzione ai dettagli e 55 punti vendita, di cui sei a Tokyo. Sì. Quasi un unicorno si potrebbe definire.

«Il mio obiettivo come amministratore delegato è assicurare un futuro sostenibile per Blue Bottle Coffee» – ha dichiarato l’amministratore delegato di Blue Bottle, Bryan Meehan. «Sono lieto di poter lavorare con Nestlé per un approccio di lungo termine per diventare un leader globale». L’obiettivo è mantenere comunque l’autenticità delle caffetterie Blue Bottle, rinomate per il loro stile pulito di ispirazione giapponese, e non compromettere la qualità. Ma andiamo con calma e procediamo con ordine. «Viene vista come l’anti-Starbucks, ma la startup Blue Bottle Coffee sta trasformando i suoi piccoli caffè artigianali in soldoni». Così esordisce il Financial Times con un articolo su Blue Bottle Coffee nel 2015. E come dargli torto, quando pochi giorni prima, la startup aveva chiuso un round di 70 milioni di dollari con il grandissimo fondo di venture capital, Fidelity? Già. Ai precedenti investitori – Morgan Stanley, i grandi venture capitalist tecnologici quali Index Ventures e True Ventures, i fondatori di Instagram e Twitter, e Bono degli U2 – è stato riconosciuto un profitto pari a circa 20 volte l’importo dell’investimento di partenza. Ma le critiche ovviamente non mancano sia da parte dei followers della startup sia da parte dei giornalisti di finanza, sotto il profilo della convenienza e stabilità dell’investimento.

Il valore dell’artigianato e della piccola industria

Quanto ai followers, sicuramente l’acquisizione da parte di Nestlè rischia di compromettere tutti i seguaci della startup convinti del valore dell’artigianato e della piccola industria. Tuttavia, secondo gli studi di settore e le ricerche di mercato, i marchi di artigianato acquisiti da importanti aziende tendono a non soffrire troppo nel lungo periodo. Secondo un recente studio UBS, il 45% dei bevitori americani crede che l’indipendenza non importa quando scegli una birra artigianale. Ciò che conta è la qualità. Gli stessi principi si applicano quando si tratta di caffè. «Gran parte della reazione negativa dei media sociali si è concentrata sui timori che l’acquisizione possa determinare un peggioramento della qualità del caffè, cosa che ritengo sia una paura completamente infondata» – ha commentato Matthew Barry, analista di bevande presso la società di ricerca di mercato Euromonitor, a Business Insider. «Nestlé ha acquistato questo marchio perché sa che ha una forte reputazione per la qualità».

Quanto alla natura profittevole o meno degli investimenti nel settore food, Gillian Tan e Shira Ovide di Bloomberg hanno più volte sottolineato come «i venture capital con Blue Bottle Coffee hanno vinto una scommessa e molte altre ne vinceranno, ma non per questo devono concentrare gli investimenti e modificare i loro modelli di business per finanziare caffè e formaggi alla griglia, nonostante credano nel marchio e negli imprenditori che stanno sostenendo». Insomma, sembra che lo scetticismo non manchi. Il concetto chiave è che i venture capital dovrebbero investire su startup tecnologiche, altamente rischiose ma con margini di rendimento elevatissimi. Probabilmente si dovrebbero cimentare nell’ardua impresa di trovare la nuova Google. E per le altre startup?

I venture capital dovrebbero considerare l’avvio di fondi specializzati e distinti che consentano agli investitori di esporsi su caffè, materassi oppure occhiali. Prodotti comuni. Altrimenti dovrebbero accettare di considerare una simile tipologia di investimenti con i loro conti personali. Ma la vera preoccupazione di base risiede proprio nel successo di startup non tecnologiche in quanto ciò implica la necessità di un cambiamento. Cambiare modello di investimento può andare bene qualora sia un evento raro e del tutto eccezionale. Ma il problema è che ognuno di questi successi attribuisce quella fiducia necessaria che porta a cercarne di simili e con ambizioni sempre più grandi. Quando questo accade, il risultato è inevitabile. Sicuramente ci saranno più fallimenti sulla scia di Juicero Inc.


.@simeoneantonio1 Perché i #VentureCapital italiani non bevono #caffè ?
Click To Tweet


Il made in Italy alla ricerca di un modello di business

Il problema è che per quanto ci provi, l’Italia del caffè e del buon cibo non riesce a competere con le food startup straniere. Quali le cause?

Secondo Paola Bonomo, è necessario riflettere e prendere consapevolezza di due aspetti:

1) L’invenzione di nuovi formati retail è qualcosa che in Italia non si fa più da un sacco di tempo. Ci si limita semplicemente a importare quelli altrui. Il campione italiano dell’innovazione retail è senza dubbio Antonio Percassi. Negli anni 80, c’era Benetton, negli anni 90 KIKO, negli anni 2000 Zara, più di recente WOMO, Bullfrog, Soulgreen… Però a Percassi non interessava la exit: lui ha 6 figli di cui 5 sono coinvolti nel business e quindi qualsiasi catena di caffetteria avesse fondato non l’avrebbe mai ceduta a Nestlé, perché non gli interessava!

2) Se si guarda l’esempio di Blue Bottle Coffee, ma anche di Dollar Shave Club – ceduta a Unilever per un miliardo di dollari l’anno scorso, quindi unicorno a tutti gli effetti – è possibile rendersi conto di come le acquisizioni di queste aziende siano trainate dalla consapevolezza che sul mercato USA ormai comandano i Millennials, e che i canali tradizionali stanno implodendo sotto i cannoni di Amazon. Occorre quindi dotarsi di un qualche e-commerce play con un pubblico Millennials molto fidelizzato tipo “lovebrand”. Sia Dollar Shave sia Blue Bottle Coffee corrispondono a questa descrizione.

Un problema di domanda

Quindi, non è tanto un problema di risorse finanziarie quanto piuttosto di domanda. «In Italia, già di Millennials ce ne sono molti meno in percentuale della popolazione (bassa natalità da decenni) e quei pochi che ci sono hanno basso potere d’acquisto». Queste le parole conclusive di Paola Bonomo. Come non essere d’accordo? Sembra che in Italia siamo molto competenti a creare prodotti fisici, spesso i migliori del mondo, ma non siamo molto bravi a venderli. Mi viene in mente soprattutto il successo dell’imprenditrice americana Amy Errett: inizia acquistando i prodotti dall’Italia, realizzando il packaging, il brand, il sito, il marketing e alla fine il risultato del valore in Italia è di 1 dollaro mentre negli Usa è di 9 dollari.

La verità è che ci ostiniamo a portare avanti un modello B2B piuttosto che trovare il coraggio di passare a un sistema b2c. Perché «se effettivamente il prodotto è di ottima qualità, come non ho motivo di dubitare, fa veramente arrabbiare che la fabbrica italiana lo dia via in white label agli americani! Non siamo bravi su marketing e vendite!». Essendo Blue Bottle Coffee soprattutto un’invenzione di marketing, sembra difficile a questo punto che possa sorgere anche da noi. I venture capital italiani non bevono caffè. Quelli americani non dovrebbero bere caffè, citando Gillian Tan e Shira Ovide di Bloomberg, ma in ogni caso saranno sempre affamati. Questo è poco ma sicuro.

L'articolo Perchè i venture capital italiani non bevono caffè? proviene da Data Manager Online.

]]>
La stampa enterprise verso una nuova era https://www.datamanager.it/2017/10/la-stampa-enterprise-verso-nuova/ Mon, 23 Oct 2017 14:03:28 +0000 http://www.datamanager.it/?p=133593 La produzione di documenti cartacei continua imperterrita anche nell’era della trasformazione digitale e del paperless office, in particolare quando le esigenze diventano più sofisticate e i volumi prodotti raggiungono dimensioni ragguardevoli La tecnologia digitale ha portato innumerevoli cambiamenti in tutti i settori dell’attività umana. Possiamo dire che oggi non c’è ambito in cui il digitale […]

L'articolo La stampa enterprise verso una nuova era proviene da Data Manager Online.

]]>
La produzione di documenti cartacei continua imperterrita anche nell’era della trasformazione digitale e del paperless office, in particolare quando le esigenze diventano più sofisticate e i volumi prodotti raggiungono dimensioni ragguardevoli

La tecnologia digitale ha portato innumerevoli cambiamenti in tutti i settori dell’attività umana. Possiamo dire che oggi non c’è ambito in cui il digitale non abbia modificato i processi e le modalità con sui si affrontano i compiti di tutti i giorni. A maggior ragione, quando le aree di mercato in cui ci si muove richiedono efficienza, produttività e velocità massime, come nel caso della stampa di alta produzione, la cosiddetta stampa enterprise. Quali sono le caratteristiche che definiscono con maggiore precisione il settore del digital printing di fascia professionale? Alcune le possiamo delineare subito: la necessità di muoversi in ambiti dove i processi viaggiano a velocità notevoli e non possono essere interrotti, pena immediati problemi di blocco delle attività e quindi ricadute sulla profittabilità del business. Così, la logistica, per quanto riguarda la gestione delle spedizioni, oppure la stampa di quotidiani o periodici – oppure ancora – la produzione di etichette o scatole pronte per la spedizione per comparti che hanno volumi di produzione enormi, come il chimico / farmaceutico o l’alimentare. Ancora, la produzione di stampanti speciali, in ambito tessile (tessuti complessi a colori) o edilizio (carte da parati o pannellature), oppure settori nuovi come la stampa digitale di libri, cataloghi, pubblicazioni voluminose di qualità elevata.

Un mercato sempre vitale dominato dal software

Analizzando il quadro offerto dal mercato printing in Italia, soprattutto con riferimento alla fascia enterprise, Sergio Patano, research & consulting senior manager di IDC Italia, ha spiegato che per quanto riguarda le sfide legate al printing e alla gestione documentale, le analisi IDC evidenziano un forte interessamento da parte delle aziende all’adozione di soluzioni software. Ma con quali priorità sta avvenendo questo? «Processi di digitalizzazione documentale ma anche e soprattutto di digitalizzazione dei workflow sono (e lo saranno sempre più) una grande priorità, legata soprattutto alla costante e continua crescita dell’accesso a dati, informazioni e documenti “anywhere, anytime” non solo della forza lavoro, che cresce tanto in numerosità quanto soprattutto in complessità, richiedendo di accedere ai documenti e informazioni aziendali da una varietà di dispositivi sempre maggiore». Tuttavia, sottolinea ancora Patano, ad accedere in mobilità a dati, informazioni e documenti non sono più – ormai da anni – soltanto i dipendenti, ma anche «tutto l’ecosistema di partner, fornitori e clienti, che ruota attorno all’azienda».


#printing #enterprise Sergio Patano @IDCItaly Una priorità dell’IT manager
Click To Tweet


Che cosa implica tutto ciò in termini di IT aziendale? «Diventa ancora più stringente la necessità di dotarsi di soluzioni in grado di gestire tutto il flusso documentale in modo rapido, automatizzato e soprattutto sicuro, in linea con le nuove normative nazionali e comunitarie, GDPR in testa». In questo momento, la diffusione e l’adozione di tecnologie cloud e mobile, da questo punto di vista, hanno sicuramente aiutato le aziende a dotarsi di soluzioni flessibili e a prezzi accessibili, migliorando l’efficienza e «offrendo l’opportunità di mettere in atto strategie per differenziarsi dalla concorrenza, oltre a migliorare i risultati economici, grazie a un migliore controllo dei costi e a una crescita della produttività». Tra l’altro, l’adozione di soluzioni per «la digitalizzazione, l’automazione e l’ottimizzazione dei workflow centrati sui documenti portano a un incremento della produttività legato da una parte alla riduzione del tempo dedicato dai singoli alle attività collegate alla gestione documentale e dall’altra a una diminuzione degli errori derivanti da operazioni manuali. Si aggiungono all’elenco dei costi ridotti anche quelli collegati all’archiviazione fisica dei documenti cartacei.

«Per quanto riguarda invece sicurezza e compliance normativa – continua Patano – molto deve essere ancora fatto sia in termini di educazione dei dipendenti sia riguardo alla messa in sicurezza dell’infrastruttura di stampa». Sono molte infatti ancora oggi le aziende che sottovalutano le reali criticità, considerando non necessaria – spiega Patano – la messa in sicurezza dell’ambiente di stampa. «In questo modo, si espone l’azienda a pericoli di violazioni e perdita di dati anche sensibili, con conseguenti possibili problemi economici». Per questo, molte aziende a livello europeo hanno deciso di investire in soluzioni software. IDC stima che il mercato del document solution software (gestione di device, stampanti e output) crescerà fino al 2020 a un tasso medio annuo del quattro per cento, «per un valore pari a 684 milioni di dollari». Analogamente, anche i servizi di stampa (basic print and managed print and document services) avranno un tasso di crescita medio annuo, nello stesso periodo, del 5,2 per cento, «arrivando a sfiorare un valore di 16 miliardi di dollari». Il traino di questa crescita, conclude Patano, è da ricercarsi in vari fattori, come il controllo dei costi, il miglioramento del livello di sicurezza e l’aumento dell’efficienza dei processi. «La crescente adozione di soluzioni cloud e mobile porterà le aziende a doverle integrare e gestire all’interno dell’infrastruttura di stampa, per cogliere anche in quest’area i benefici promessi di flessibilità e time-to-market».


#printing #enterprise Lorenzo Matteoni Brother Italia Sempre più smart, veloce e funzionale
Click To Tweet


Un mercato senza carta? Il parere delle aziende

Un mercato complesso e in costante evoluzione, quello della stampa enterprise, oggi soggetto a molteplici pressioni da parte di numerosi fattori, come per esempio il controllo dei costi, la riduzione dei volumi di produzione da parte di molti utilizzatori tipici, la crescita importante del digitale. Data Manager ha interpellato i maggiori protagonisti di questo mercato, ottenendo un quadro interessante di come i vendor stanno affrontando i trend in atto. Il software è una leva importante per il mercato, ma c’è ampio spazio anche per l’hardware, per dar vita a soluzioni complete che risolvano i problemi delle aziende. Contrariamente a quanto molti pensano, secondo Lorenzo Matteoni, senior manager marketing di Brother Italia, l’era digitale non ha decretato la fine della stampa: «Al contrario, l’ha resa più smart, veloce e funzionale». Ma in che termini? «Il documento stampato – risponde Matteoni – continua a sussistere, a causa del valore che il foglio stampato ancora possiede, in quanto output di moltissimi processi di business». Infatti, fa notare ancora Matteoni, «le aziende cercano sempre dispositivi innovativi, performanti e in grado di fornire soluzioni sempre più personalizzate, con costi di gestione contenuti». È secondo quest’ottica che Brother propone – continua Matteoni – un’ampia offerta di prodotti e servizi, in linea con le esigenze attuali del mercato per dare la possibilità di “customizzare” il prodotto, facilitare i flussi di lavoro, ottimizzare i tempi e i costi di gestione. All’interno della propria offerta, Brother può annoverare molteplici soluzioni volte alla semplificazione della gestione di un parco macchine, all’integrazione dei dispositivi e delle soluzioni software per la digitalizzazione e l’archiviazione documentale. «Inoltre – conclude Matteoni – Brother si propone anche come consulente strategico, per fornire ai propri clienti soluzioni ad hoc, in grado di ottimizzare la gestione dei processi di stampa a elevati volumi e, conseguentemente, generare nuovi profitti».

In effetti, nonostante i quarant’anni trascorsi dalla prima previsione dell’avvento del “paperless office”, la stampa continua a mantenersi viva e vitale. Non solo. Per Gianmaria Riccardi, global account director di Xerox, nell’era della trasformazione digitale è necessario ripensare il modo in cui si lavora in ufficio, riorganizzando i flussi per rendere più efficiente la gestione dei documenti e delle informazioni che contengono. Ma questo significa lavorare senza carta? «La nostra esperienza – spiega Riccardi – ci ha fatto incontrare tre tipi di impresa. La prima è quella ancora “bloccata negli anni 80”, con un uso intensivo della carta. Poi c’è quella che si trova nella “terra di mezzo”, con un mix di cartaceo e digitale. E, infine, c’è l’azienda digitale, che utilizza tecnologie digitali sia in input che in output». Spesso la realtà delle medie e grandi aziende cade nella “terra di mezzo”, offrendo «buoni margini per aumentare produttività ed efficienza». Per garantirsi il successo sul mercato Enterprise, Xerox affianca la gestione dei dispositivi di stampa con MPS Analytics Continuum, che – come spiega Riccardi – fornisce strumenti e servizi che consentono di prendere decisioni informate su dove e come migliorare l’efficienza della stampa. Per esempio, Maturity Assessment Tool, per l’analisi dello stato attuale; Service & Innovation Modelling Tool, per la valutazione del ROI di nuovi servizi; Workflow Mapping Tool, per il ridisegno dei processi documentali in ottica digitale e molti altri, tra cui MPS Direct Routemap, per consentire di tracciare il prossimo passo nel percorso di ottimizzazione della gestione dei servizi di stampa.


#printing #enterprise G. Riccardi @Xerox Molte medie e grandi imprese sono nella “terra di mezzo”
Click To Tweet


La vitalità del mercato della stampa enterprise è un concetto condiviso anche da Davide Balladore, product business developer manager di Canon Italia. «Le aziende continuano sicuramente a stampare, ma allo stesso tempo – spiega Balladore – sono particolarmente attente al digitale quale strumento di cost saving e per essere eco-sostenibili». Il punto di vista di Canon sull’evoluzione del mercato parte dal cambiamento registrato negli ultimi cinque anni delle modalità di stampa. «Un cambiamento – continua Balladore – attribuibile da una parte alla maggiore consapevolezza delle esigenze, per esempio si è abbandonata l’abitudine di stampare qualsiasi cosa e si ragiona sul reale bisogno, e dall’altra al fatto che la tecnologia oggi mette a disposizione modalità che chiaramente 40 anni fa non c’erano e che permettono di stampare in qualunque momento e da qualunque dispositivo». Un altro trend evidenziato da Canon è quello di un aumento del numero di scansioni digitali. «Si fa più sentita l’esigenza di dispositivi multifunzione intelligenti, in grado di adattarsi alle nuove esigenze e di essere programmati per accedere ai flussi digitali delle aziende e diventarne uno snodo strategico».

Di ufficio “paperless” si parla da anni, ma la stampa rimane un’esigenza centrale e un tema importante nell’agenda dell’IT manager – come conferma Luca Motta, print business group director di HP Italy. Non solo. «L’Italia ha ancora attiva una serie di normative che rendono necessaria la stampa su supporti fisici di alcuni documenti che devono essere trasmessi e condivisi». La questione non è l’ufficio “paperless”, ma stampare quando serve, con efficacia e in modo più sostenibile. «L’obiettivo di HP – spiega Motta – è da sempre di aiutare le aziende di ogni dimensione a stampare i documenti necessari nella maniera più efficiente, conveniente e razionale possibile, con minore impatto sia a livello ambientale che economico. Inoltre, grazie alla tecnologia, ai servizi e alle soluzioni HP, è possibile velocizzare e semplificare i processi di digitalizzazione». Per quanto riguarda prodotti e servizi, «HP ha un’offerta molto ampia, ma per le soluzioni dedicate all’office printing, la novità di quest’anno è stata il lancio di una nuova generazione di soluzioni per il mondo A3, che comprendono tre piattaforme PageWide e 13 piattaforme LaserJet, con un’ampia gamma di opzioni di finitura per tutte le esigenze». I punti di forza di HP vanno dalla stampa a colori conveniente alla velocità ed efficienza energetica (PageWide Enterprise e Pro). «HP Smart Device Services (SDS) inoltre è un set di strumenti cloud e funzionalità di rilevamento basate sul dispositivo che consentono di razionalizzare e ottimizzare anche l’assistenza post-vendita, permettendo un monitoraggio e una diagnosi su diversi parametri per migliorare la programmazione delle manutenzioni, prevenendo possibili problemi prima che insorgano, con ritorni in termini di risparmi e di costi».


#printing #enterprise Davide Balladore @CanonItaliaSpA Focus su ecosostenibilità e costi
Click To Tweet


Cloud e servizi gestiti. La sicurezza è centrale

Naturalmente, le aziende del printing continuano a stare attente all’evoluzione del mercato, cercando di interpretare come i clienti stiano modificando il modo di rivolgersi alle soluzioni e ai servizi di stampa enterprise. Riccardi di Xerox, per esempio, spiega: «Mi piacerebbe pensare che il dispositivo di stampa non sia solamente una periferica, ma che diventi un assistente personale a tutti gli effetti». Per farsi capire meglio, Riccardi ricorre al paragone con lo smartphone: si tratta solo di un telefono o no? In modo analogo, «i nuovi prodotti Xerox sono forniti di un’interfaccia ad app e di un ambiente di sviluppo che abilitano la realizzazione di nuovi servizi. Abbiamo casi in cui il dispositivo di stampa agisce come rilevatore di presenze o utilizza i servizi di Poste Italiane per inviare raccomandate A/r». Xerox può offrire ai propri clienti molti vantaggi per il futuro. L’innovazione è la chiave di tutto. «Xerox ha saputo rimanere sul mercato fin dal 1906, portando costantemente nuove idee, prodotti e servizi» – afferma Riccardi. Basta citare, solo per fare qualche esempio: «L’interfaccia a finestre, ethernet, la tecnologia di stampa laser, il mouse e tante altre idee innovative sono nate in Xerox. E ancora adesso, siamo in prima fila nei managed print and document content service». Tecnologia hardware, software, servizi e consulenza sono sicuramente elementi che fanno la differenza nel patrimonio di un’azienda. Anche nel caso di Canon, prodotti e competenze sono frutto di decenni di know-how. «Canon – spiega Balladore – offre infatti soluzioni flessibili e dinamiche, che ampliano le possibilità di stampa. Ma forniamo anche soluzioni di stampa gestita completamente personalizzate e facilmente integrabili in dinamiche aziendali specifiche».

In Italia, secondo Motta di HP che cita i numeri di Asso.it, tutto il mercato del printing – dal segmento enterprise a quello SMB, fino ad arrivare a quello consumer – vale nel suo complesso circa 3,3 miliardi di euro. In tale ambito, che continua a mantenersi stabile, sussistono, aggiunge Motta, alcuni elementi di crescita come il cloud, che oggi offre numerose opportunità di sviluppo e ottimizzazione dei processi aziendali. «Il printing continua a essere un tassello strategico del percorso di trasformazione digitale delle imprese, delle priorità dell’IT manager e delle opportunità di sviluppo del business». Non solo. Secondo Motta, che cita i dati di uno studio di HP, solo il 14 per cento degli IT manager considera la stampante un end-point attaccabile e vulnerabile. Eppure, reinventando il multifunzione come «uno snodo fondamentale nella gestione dei flussi di lavoro aziendali, è evidente come sia sempre più necessario proteggere adeguatamente le informazioni che passano da esso. Per questo in HP abbiamo reso la sicurezza un elemento differenziante e altamente caratterizzante delle nostre soluzioni».


#printing #enterprise Luca Motta @HP_Italia Sicurezza elemento centrale e differenziante
Click To Tweet


Quindi, ancora una volta, possiamo concludere che, per fortuna, i profeti di sventura per il mondo della stampa enterprise hanno sbagliato previsioni: la paventata era del “paperless office” in parte è già avviata e operante, anche se non soppianterà mai del tutto la stampa “fisica”. Il mercato del printing di fascia alta continua a crescere e prosperare, seppure con tassi diversi da quelli ai quali un più florido passato ci aveva abituati. L’evoluzione del mercato ricorda molto da vicino quello che accade in natura, dove gli organismi più adatti sopravvivono e conquistano nuovi spazi, a spese di chi non è riuscito a seguire e assecondare con successo le inevitabili trasformazioni dell’ambiente. Prendendo a prestito le parole di Darwin, anche nell’IT vige la regola della “sopravvivenza del più adatto” (survival of the fittest). E anche quando si parla di trasformazione digitale, la legge della selezione non ammette deroghe.

L'articolo La stampa enterprise verso una nuova era proviene da Data Manager Online.

]]>
Data science in Italia, alla Sapienza i primi laureati https://www.datamanager.it/2017/10/data-science-italia-alla-sapienza-primi-laureati/ Mon, 23 Oct 2017 13:51:24 +0000 http://www.datamanager.it/?p=133590 Mentre a Bologna con il nuovo anno accademico sta per partire la nuova scuola di dottorato in Data Science and Computation, attivata dall’Università e dalla Fondazione Golinelli che ne ospita la sede, a Roma il rettore della Sapienza, Eugenio Gaudio ha proclamato i primi laureati del corso magistrale in Data Science. La Sapienza è stata […]

L'articolo Data science in Italia, alla Sapienza i primi laureati proviene da Data Manager Online.

]]>
Mentre a Bologna con il nuovo anno accademico sta per partire la nuova scuola di dottorato in Data Science and Computation, attivata dall’Università e dalla Fondazione Golinelli che ne ospita la sede, a Roma il rettore della Sapienza, Eugenio Gaudio ha proclamato i primi laureati del corso magistrale in Data Science.

La Sapienza è stata la prima università italiana ad aver incluso nell’offerta formativa il corso di laurea magistrale in Data Science. I primi laureati in Data Science si chiamano Cristina Menghini, Michele Gentile, Elena Troccoli e Paolo Tamagnini (nella foto). La cerimonia si è svolta nell’ambito del simposio “DataScience@Sapienza” a cui hanno partecipato anche la direttrice di ricerca di Google per il machine learning, Corinna Cortes e il responsabile per i servizi IT di Eurostat, Emanuele Baldacci.

Al di là dei primati, come testata professionale dell’ICT, ci piace segnalare che il gap di competenze lamentato da molte imprese in Italia si va via via colmando. La laurea magistrale in Data Science va incontro alla grande richiesta a livello nazionale e internazionale di profili professionali capaci di integrare i big data all’interno delle industrie digitali, le attività avanzate di business e i servizi innovativi per i cittadini. «I nostri studenti – come ci spiega Stefano Leonardi, presidente del corso di studi – hanno avuto la possibilità di svolgere durante il corso di studi stage e internship in numerose realtà sia in Italia che all’estero. Alcune delle principali industrie del settore come Google, IBM, Microsoft e SAS hanno appositamente organizzato corsi per i nostri studenti».


#Datascience alla @SapienzaRoma i primi laureati
Click To Tweet


L’obiettivo comune al quale molte università e politecnici stanno lavorando è di formare professionisti in grado di analizzare, interpretare e gestire una quantità sempre maggiore di dati soprattutto digitali, con particolare attenzione agli aspetti riguardanti le pratiche innovative di business, l’industria di Internet, la privacy e la sicurezza. Preparare figure professionali come il data scientist, l’open data manager, il big data infrastructure professional, il business data analyst, che oggi sono tra i profili più ricercati sul mercato, significa dare ai giovani talenti non solo una dote di preparazione specialistica ma anche un’opportunità per affermarsi nel mondo del lavoro.

L'articolo Data science in Italia, alla Sapienza i primi laureati proviene da Data Manager Online.

]]>
Geico, l’innovazione per crescere, il successo parte dalle persone https://www.datamanager.it/2017/10/geico-linnovazione-crescere-successo-parte-dalle-persone/ Mon, 23 Oct 2017 13:46:59 +0000 http://www.datamanager.it/?p=133585 Ogni azienda ha una storia che merita di essere raccontata. La storia di Geico è una di queste e si collega alle radici più autentiche della cultura d’impresa. Geico è sicuramente una storia di successo in termini di innovazione e di fatturato. Ma quello che colpisce di Ali Reza Arabnia è lo spirito di impresa […]

L'articolo Geico, l’innovazione per crescere, il successo parte dalle persone proviene da Data Manager Online.

]]>
Ogni azienda ha una storia che merita di essere raccontata. La storia di Geico è una di queste e si collega alle radici più autentiche della cultura d’impresa. Geico è sicuramente una storia di successo in termini di innovazione e di fatturato. Ma quello che colpisce di Ali Reza Arabnia è lo spirito di impresa e di responsabilità.

Per l’AD e presidente di Geico, l’innovazione non significa solo automazione, ma mettere al centro le persone. Non solo a parole. In Geico, che Reza e la moglie Laura acquisiscono dal gruppo Comau (oggi, in alleanza strategica con i giapponesi di Taikisha), l’innovazione è uno dei pilastri dell’azienda, le persone – però – sono il motore del cambiamento, perché permettono di sostenere la crescita nei momenti difficili e di scommettere sul futuro. Geico con sede a Cinisello Balsamo (dove a disposizione degli addetti c’è anche un consulente filosofico), ha realizzato alcuni tra gli impianti più innovativi per la verniciatura delle scocche delle principali case automobilistiche internazionali.

Ali Reza Arabnia nasce a Teheran (Iran) nel 1955 da una famiglia di imprenditori edili. Quando Reza si trasferisce in Inghilterra per frequentare il college, conosce Laura che sposa due anni dopo. Laura è la figlia di Giuseppe Neri, fondatore dell’azienda insieme a Giancarlo Mandelli. Sullo sfondo della rivoluzione iraniana che rimescola tutte le carte, Reza studia a Roma e svolge diversi lavori, anche umili. Poi il suocero gli propone di sostituire per due mesi il contabile in Nigeria. E così inizia tutto. Studiando i processi aziendali, tra mille difficoltà, non ultimi il colpo di stato e le violenze tra le tribù, Reza migliora l’efficienza produttiva dell’impianto e allora il suocero gli chiede di ridisegnare il sistema di controllo di gestione del gruppo.


#geicotaikisha Ali Reza Arabnia il segreto del successo? Aiutare gli altri a crescere
Click To Tweet


Ricordando tutto questo, in un dialogo ricco di spunti di riflessione con l’economista d’impresa, Marco Vitale – che alla storia di Geico ha dedicato uno dei preziosi libretti della Piccola Biblioteca d’Impresa di Inaz – Reza confida di avere avuto due fortune nella vita: «Un padre e una madre che mi hanno insegnato che nella vita ci sono le persone e ci sono le cose. Mai confondere le persone con le cose. Le persone hanno sempre una dignità. E le cose hanno sempre un valore relativo. La seconda fortuna è stata la possibilità di imparare dagli altri. Un uomo più è in contatto con gli altri, più arricchisce la propria umanità. E se sei un uomo di impresa, aiutare gli altri a crescere e a migliorarsi significa creare le basi per il successo dell’impresa».

[amazon_link asins=’8894011194,B014DRYCJA’ template=’ProductCarousel’ store=’dmo0e-21′ marketplace=’IT’ link_id=’d7cc112e-37ea-11e8-90b5-83af071d38f5′]

L'articolo Geico, l’innovazione per crescere, il successo parte dalle persone proviene da Data Manager Online.

]]>
Il problema della sicurezza e le ricadute sul mercato https://www.datamanager.it/2017/10/problema-della-sicurezza-le-ricadute-sul-mercato/ Mon, 23 Oct 2017 13:22:26 +0000 http://www.datamanager.it/?p=133581 La crescita degli investimenti tecnologici da parte delle aziende utenti si basa su quattro pilastri: cloud, IoT, mobile e big data. Il nuovo regolamento europeo sulla data protection (GDPR) diventa centrale nelle politiche di sviluppo B2B Con Digital Transformation si intende quel processo che sta coinvolgendo in vario modo il mondo della produzione e dei […]

L'articolo Il problema della sicurezza e le ricadute sul mercato proviene da Data Manager Online.

]]>
La crescita degli investimenti tecnologici da parte delle aziende utenti si basa su quattro pilastri: cloud, IoT, mobile e big data. Il nuovo regolamento europeo sulla data protection (GDPR) diventa centrale nelle politiche di sviluppo B2B

Con Digital Transformation si intende quel processo che sta coinvolgendo in vario modo il mondo della produzione e dei servizi e che è caratterizzato da maggiore efficienza, migliore operatività e riduzione dei costi. Un insieme di cambiamenti tecnologici, culturali, organizzativi, sociali, creativi e manageriali che integra e coinvolge tutto l’ecosistema toccato dal processo. Il mercato digitale nel 2016, come evidenzia l’ultimo Rapporto Assinform, si è rimesso in moto. Il merito è di quelli che sono stati definiti digital enabler. Si tratta di quattro pilastri su cui si fonda la crescita degli investimenti tecnologici nelle aziende utenti, anche guardando al medio periodo. Il cloud è l’elemento trasversale. Nel 2016, il settore ha superato 1,8 miliardi di euro (21,5%) con un’incidenza predominante delle infrastrutture IaaS scelte dalle aziende per i vantaggi in termini di scalabilità e ottimizzazione dei costi. L’IoT, una tecnologia in grado di trainare fortemente l’innovazione, ha superato i 2 miliardi di euro, capitanati dalla spesa in software e servizi. Il mobile business è cresciuto del 13,1% (circa 3,1 miliardi di euro) grazie anche alle applicazioni mobili destinate ai dipendenti. Infine, le soluzioni big data hanno raggiunto circa 644 milioni di euro di cui circa l’85% riconducibile all’adozione di specifiche soluzioni software e ai relativi servizi di consulenza, sviluppo e implementazione, in particolare per soluzioni che indirizzano velocità di analisi.

PROGETTO SICUREZZA

La sfida di gestire numerose identità e accessi a dati disponibili in cloud e su mobile, diventa parte integrante di quella, più generale, di proteggere gli asset ICT. Come conferma uno studio della Banca d’Italia, nel 2016 circa il 40% delle aziende ha subito un attacco informatico. Su questo scenario, si innestano gli investimenti delle aziende in sicurezza, determinando una spesa di 1357 milioni di euro. La componente di cybersecurity più evoluta – managed services, cloud security, next generation firewall etc. – ne rappresenta una parte in evidente sviluppo. Data la rapidità con cui si muovono gli attaccanti, infatti, si impone un aggiornamento continuo e fluido, che coinvolga diverse funzioni aziendali in un “progetto sicurezza” finanziato con cadenza annuale o pluriennale.


#cybersecurity Simona Cerone @ColinPartners #GDPR centrale per il business ?
Click To Tweet


GDPR: LA COMPLIANCE STIMOLA L’INNOVAZIONE

 Non stupisce, analizzando i trend sopra elencati, che il nuovo Regolamento europeo sulla data protection (GDPR) divenga centrale nelle politiche di sviluppo B2B. In vigore a partire dal 25 maggio 2018, tale normativa mette al primo posto la sicurezza del trattamento dei dati personali delle persone fisiche. Per le aziende significa aver chiari processi e procedure inerenti: 1) il diritto alla portabilità dei dati (art. 20), che consente la trasmigrazione, in formato strutturato, dei dati personali dell’interessato da un titolare del trattamento all’altro nel caso in cui il trattamento avvenga con mezzi automatizzati; 2) il diritto all’oblio, per cui l’interessato ha diritto alla cancellazione dei propri dati se questi, ad esempio, non sono più necessari rispetto alle finalità iniziali; 3) il diritto dell’utente alla trasparenza circa i trattamenti effettuati sui suoi dati; 4) il diritto di essere informato sugli eventuali data breach entro 72 h dall’accaduto. Di fondamentale importanza, in tema di sicurezza, l’art. 32 della GDPR che prevede, in capo al titolare e agli eventuali responsabili del trattamento, il compito di mettere in atto misure tecniche e organizzative finalizzate a garantire un livello di sicurezza adeguato al rischio. Pseudonimizzazione e cifratura vengono consigliate quali misure efficaci. Lo scopo è assicurare su base permanente la riservatezza, l’integrità, la disponibilità e la resilienza dei sistemi e dei servizi di trattamento. In caso di incidente, va assicurata la capacità di ripristinare tempestivamente la disponibilità e l’accesso ai dati personali. La compliance normativa tiene dunque il passo rispetto alla digitalizzazione e ne diviene anzi protagonista attiva. Occasione da cogliere, questa, soprattutto per non accrescere il nostro gap, tuttora importante, rispetto ad altri paesi europei e non solo.

Simona Cerone

consultant di Colin & Partners – www.consulentelegaleinformatico.it

L'articolo Il problema della sicurezza e le ricadute sul mercato proviene da Data Manager Online.

]]>
GDPR, sei domande per capire come adeguarsi https://www.datamanager.it/2017/10/gdpr-domande-capire-adeguarsi/ Mon, 23 Oct 2017 13:18:19 +0000 http://www.datamanager.it/?p=133577 Tempi brevi, tempi lunghi. Per adeguarsi al nuovo Regolamento europeo sulla data protection non c’è fretta, basta muoversi per tempo Come accade per molti fenomeni, quando si è esposti a troppe informazioni su un tema, si rischia di perdere la sensibilità per quelle che davvero contano. È dal 2012[1] che molti “venditori” millantano un’ormai prossima […]

L'articolo GDPR, sei domande per capire come adeguarsi proviene da Data Manager Online.

]]>
Tempi brevi, tempi lunghi. Per adeguarsi al nuovo Regolamento europeo sulla data protection non c’è fretta, basta muoversi per tempo

Come accade per molti fenomeni, quando si è esposti a troppe informazioni su un tema, si rischia di perdere la sensibilità per quelle che davvero contano. È dal 2012[1] che molti “venditori” millantano un’ormai prossima applicazione del Regolamento europeo sulla privacy[2] (“Regolamento”), in Italia.

Questo fenomeno ha portato alla diffusione di molte imprecisioni, oltre che di alcune valide indicazioni che, tuttavia, nel mare di parole e allarmismi, sono passate in sordina.

Ora il tempo si fa più prossimo e si può iniziare il percorso per raggiungere il necessario grado di compliance, senza farsi prendere dall’ansia. Non c’è un adempimento unico da soddisfare e alcuni adempimenti non possono essere anticipati. Per questo motivo, la programmazione è la strada migliore per arrivare preparati al momento in cui il Regolamento sarà applicabile (ossia, il giorno 25 maggio 2018).


#GDPR sei domande per capire come adeguarsi @riccardoabeti @omatforum
Click To Tweet


A tal fine, potrebbe essere utile rispondere a quesiti “mirati”, come negli esempi che seguono.

Bisogna cambiare subito l’informativa? – No, a meno che non sia di per sé insoddisfacente (in questo caso andrebbe cambiata comunque). Una versione più rispondente alle previsioni del Regolamento potrà essere predisposta, con calma, entro maggio.

Occorre procedere alla nomina del Responsabile della protezione dei dati (RDP) (in inglese DPO, Data Protection Officer)? – Non prima di aver capito se siamo obbligati o meno, o se, per qualche motivo, sia preferibile nominarlo anche in assenza di obbligo.

Dobbiamo progettare i trattamenti dei dati seguendo i principi della privacy by default e privacy by design? – Sì, questo può essere fatto anche prima dell’effettiva applicabilità del Regolamento ed è, anzi, opportuno.

Bisogna avviare una data protection impact analysis (c.d. DPIA o PIA)? – Prima di partire con zelo con una DPIA, cerchiamo di capire se la stessa è necessaria, nulla impedirà di condurla ugualmente qualora la sua obbligatorietà dovesse essere ritenuta on the edge. Se, viceversa, ci sono elementi che rivelano, a priori, la necessità di una consultazione preventiva (e che anticipano, per qualche motivo, ciò che in altri casi emerge solo a esito di una DPIA), si consiglia di considerare questo passaggio prioritario.

Si può disapplicare o ignorare il Codice privacy (d.lgs. 30 giugno 2003, n. 196)? – No! Le parti incompatibili verranno abrogate ma il Governo ha la delega per “novellarlo”, colmando, tra l’altro, i molti vuoti dovuti alla “genericità” del Regolamento europeo.

E se uno degli adempimenti previsti dal Regolamento non riguarda la nostra realtà, come ci comportiamo? – Il gruppo dei Garanti europei (il c.d. article 29 working party), nelle linee guida adottate (al momento due: un documento sul DPO e uno sulla data protection impact analysis), ha espresso la raccomandazione di “documentare” i motivi del mancato assolvimento di un obbligo. Questa raccomandazione è espressa, in particolare, in merito alla nomina del Data Protection Officer.

Il primo consiglio che si ritiene di formulare è, dunque, quello di non affrontare con superficialità l’argomento. Il secondo è quello di non limitarsi a leggere gli articoli del Regolamento ma di soffermarsi anche sui “considerando” (che, sovente, non hanno un ruolo marginale ma, al contrario, chiariscono concetti utilizzati nel Regolamento medesimo), nonché di esaminare i numerosi documenti “di contorno” (ad esempio le citate Linee guida). Infine, sarà bene “schedulare” con attenzione ogni passaggio, partendo da quelli più strutturali per terminare con quelli più “burocratici”, in modo tale da porre in essere un’attività che conduca, in maniera organica ed efficace, all’attuazione delle previsioni del Regolamento.

Per saperne di più, l’appuntamento è a Omat Forum, il workshop dedicato alle nuove frontiere della gestione delle informazioni digitali. Info sulle prossime tappe su www.omatforum.it.

Riccardo Abeti, avvocato, partner di EXP Legal – Associazione Professionale. Svolge la propria attività prevalentemente nelle materie del diritto dell’Information & Communication Technology, Data Protection e Responsabilità amministrativa degli Enti (d.lgs. 231/ 2001) fornendo attività di docenza sugli stessi temi.


[1]Anno in cui la Commissione europea presentò la proposta di nuova normativa UE sulla protezione dei dati personali.

[2] Regolamento (Ue) 2016/679 del Parlamento Europeo e del Consiglio del 27 aprile 2016, relativo alla protezione delle persone fisiche con riguardo al trattamento dei dati personali, nonché alla libera circolazione di tali dati e che abroga la direttiva 95/46/CE (regolamento generale sulla protezione dei dati).

L'articolo GDPR, sei domande per capire come adeguarsi proviene da Data Manager Online.

]]>
Personal, phygital e open. La banca che trasforma la banca https://www.datamanager.it/2017/10/personal-phygital-open-la-banca-trasforma-la-banca/ Mon, 23 Oct 2017 12:47:00 +0000 http://www.datamanager.it/?p=133566 Non è più solo tema di efficienza e di supporto. Anche nella finanza, così come nell’industry 4.0, si va verso l’emergere di un mercato nuovo, il “finance 4.0” o la “banca 4.0”: espressioni con cui possiamo definire tutte le nuove forme di accesso al credito e alla finanza che si basano su modelli innovativi incentrati […]

L'articolo Personal, phygital e open. La banca che trasforma la banca proviene da Data Manager Online.

]]>
Non è più solo tema di efficienza e di supporto. Anche nella finanza, così come nell’industry 4.0, si va verso l’emergere di un mercato nuovo, il “finance 4.0” o la “banca 4.0”: espressioni con cui possiamo definire tutte le nuove forme di accesso al credito e alla finanza che si basano su modelli innovativi incentrati sulla DX. La trasformazione porterà inesorabilmente al “connected banking”, o “digital banking”. La banca tradizionale diventa liquida, alla Bauman, con i servizi che seguono il cliente in ogni canale

La digital transformation (DX) sta diventando il fattore critico di successo per le banche come per le aziende. Secondo i dati che emergono dal rapporto “Digital Disruption: the growth multiplier”, di Accenture, l’economia digitale vale il 22 per cento del PIL mondiale e l’ottimizzazione di competenze e tecnologie IT potrebbe dare nei prossimi quattro anni una spinta da 2 trilioni di dollari alla produzione economica. Si tratta di un fenomeno “disruptive” abilitato dall’IT e, in particolare, dalle tecnologie che il Massachusetts Institute of Technology chiama SMACI (social, mobile, analytics, cloud computing e IoT) o della “Terza piattaforma” secondo la terminologia IDC. Sempre da Accenture, viene la recente ricerca “Global Banking Distribution & Marketing Consumer Study” che ha misurato i trend nelle richieste e nei gusti dei clienti delle banche, sondando ben 33mila persone di 18 paesi al mondo. Ebbene, dall’analisi è risultato chiaro che le banche devono focalizzarsi prioritariamente sulla customer experience complessiva (CX) e, quindi, offrire al cliente la scelta e il controllo, in qualsiasi momento, del canale preferito e della interazione personalizzata, mantenendo la stessa esperienza, con lo stesso set informativo, su ogni canale. Le attese del cliente sono rivolte verso l’alta qualità del servizio e della CX e questi pretende che tale eccellenza, trasparenza e rapidità sia garantita anche dalla banca. La survey sottolinea anche che “il tempo dell’attesa è finito e la partita decisiva verso la DX si gioca in tempi strettissimi”. Dello stesso avviso è pure l’indagine promossa in Europa da Fujitsu, condotta dalla società di ricerche Coleman Parkes Research, in cui si evidenzia che i consumatori hanno grandi aspettative nei confronti dei canali digitali. Il 37 per cento di questi minaccia addirittura di passare alla concorrenza se la propria banca non è disposta ad aggiornare le piattaforme tecnologiche. Concorrenza che potrebbe venire anche dagli OTT. Apple, per esempio, con l’iPhone X ha annunciato l’ingresso nel mercato dei pagamenti. Il cliente – insomma – vuole fortemente l’innovazione che renda l’interazione più facile e più comoda.


#DX Fabio Rizzotto Le #banche giudicate sulla qualità delle loro interfacce digitali @IDCItaly
Click To Tweet


Lo scenario in cui il mondo della banca opera, quindi, è notevolmente mutato, così come è cambiata la funzione della tecnologia per la finanza. Ciò non significa solo investimenti in IT ma, soprattutto, innovazione con l’IT del modello di business, intraprendendo un percorso di revisione dei processi, dell’organizzazione e dell’intera cultura aziendale. Con la DX le banche non saranno più come le conosciamo oggi. Saranno costrette a ridefinire il modo di funzionare, i processi e, di conseguenza, anche le competenze, promuovendo un vero cambiamento culturale in una logica digitale. «Le banche e le società dei servizi finanziari globali devono rimanere rilevanti in un’epoca in cui emergono nuovi rischi: devono cioè innovare per difendersi dai nuovi attori e allo stesso tempo rispettare la crescente conformità normativa» – sostiene Fabio Rizzotto, senior research and consulting director di IDC Italia. Le banche devono completare la DX perché verranno giudicate proprio sulla qualità delle loro interfacce digitali prima ancora che sulla rete fisica. I costi della fisicità (infrastrutture attuali, in particolare filiale e back office) devono diminuire per finanziare la DX. «Allo stesso tempo – continua Rizzotto – i sistemi di core banking devono essere modernizzati anche per abbattere i notevoli costi di manutenzione dei sistemi legacy e consentire pagamenti istantanei e aperti». La DX, le nuove regolamentazioni, l’esigenza di soddisfare le tendenze di prodotto, servizio e CX, unite alle nuove opportunità con fornitori, partner e clienti saranno sempre più impegnative per le organizzazioni bancarie. «Le interfacce di programmazione delle applicazioni che consentono l’accesso alle imprese (API) possono essere i componenti fondamentali per raggiungere l’obiettivo unitamente alle azioni di government con lo sviluppo di talenti e capacità interne» – conclude Rizzotto. Per sopravvivere, oggi, occorre passare dalla centralità della istituzione fisica a una struttura digitale basata su reti, software e server. Questa nuova opzione include anche l’utilizzo dei principi delle Fintech. Ciò significa sostituire i sistemi legacy con nuove opzioni di business e tecnologie, usando tutti gli strumenti disponibili basati su Internet (per esempio, interfacce utente e applicazioni BaaS), i nuovi pagamenti digitali, i database e anche l’utilizzo di tecnologie quali la blockchain, l’IA e la robotica, nonché il paradigma IoT. IDC prevede che queste tecnologie saranno utilizzate per il 60 per cento delle banche europee entro il 2019. Negli Stati Uniti, le banche retail e di credito spenderanno quest’anno 20,2 miliardi di dollari in hardware, software, servizi e personale IT per sviluppare la DX, con una crescita (CAGR) del 22,5% fino al 2020.


#CRIF Simone Capecchi La #DX apre nuovi orizzonti e sfide per l’industria del credito
Click To Tweet


Verso nuovi modelli di business

Insomma, anche nella finanza, così come nell’industry 4.0, si va verso l’emergere di un mercato nuovo, il “finance 4.0” o la “banca 4.0”: espressioni con cui possiamo definire tutte le nuove forme di accesso al credito e alla finanza che si basano su modelli innovativi incentrati sulla DX. La DX sta rivoluzionando il settore finanziario e l’ecosistema sembra essere pronto a cogliere il grande cambiamento. La trasformazione porterà inesorabilmente al “connected banking”, o “digital banking” che saranno le parole d’ordine del prossimo futuro. Innovazione, dematerializzazione, automazione dei processi, omni-channel, mobile payment, modernizzazione delle infrastrutture e identificazione del cliente da remoto. L’innovazione nei servizi bancari applicata a canali, prodotti e servizi, coniugando tecnologia e sviluppo con sostenibilità e contributo allo sviluppo di imprese, famiglie e nuove generazioni è la leva di business per la prossima evoluzione. Il mobile – per esempio – ha già rivoluzionato il settore bancario, tanto che siamo arrivati a banche che operano solo su smartphone. Oggi, assistiamo a un cambio di paradigma vero e proprio. Sarà sempre più facile per il cliente ricevere assistenza e consulenza in tempo reale sull’operatività di tutti i giorni, sia su canali digitali che dal contact center, ma anche consulenza sugli investimenti e offerte di prestiti. Il digital banking quindi diventerà il canale di comunicazione ufficiale, dove potrà confluire anche tutta la parte contrattualistica. È già disponibile, per alcune banche, l’apertura del conto corrente via mobile, con la semplicità del riconoscimento via “selfie” e la comodità della digitalizzazione dei documenti, la possibilità di rateizzare direttamente dall’applicazione uno o più acquisti effettuati con carta di credito, fino ad arrivare alla richiesta vera e propria di prestito da mobile.


#DX in #Banca G.Trapassi @cedacri La priorità è la digitalizzazione dei processi end-to-end
Click To Tweet


Anche lo sportello si trasforma

La filiale tradizionale continuerà a essere strategica, ma questa dovrà essere molto più orientata alla consulenza finanziaria, creditizia e di tesoreria, al posto delle operazioni standard e routinarie. Queste saranno talvolta esplicate con l’uso di “software bot” in grado di rispondere online alle richieste del cliente. Il vantaggio, in tal caso, è che i software bot sono disponibili 24 ore su 24. Sebbene il digital banking rappresenti il futuro, il vero fattore di successo sta nella totale integrazione di tutti i canali digitali con quelli fisici. Questo richiederà un enorme sforzo di trasformazione, in cui l’operatore di filiale sarà sempre più consulente del cliente e utilizzerà strumenti di CRM 2.0. L’operatore, secondo Accenture, dovrà trasformarsi in “brand ambassador” che, attraverso le funzionalità digitali e di relazione, offrirà servizi ad alto valore aggiunto. I servizi a basso valore, invece, saranno automatizzati e fruibili oltre che digitalmente anche in aree self-service, grazie a dispositivi utilizzabili allo scopo con il supporto e la competenza dell’operatore di filiale. Siamo, quindi, di fronte a una evoluzione verso la cosiddetta “filiale ibrida” o “phygital”, che supera la separazione tra fisico e digitale. L’obiettivo strategico è considerare le operazioni tradizionali e standard come parte del modello di business self-service assistito, offrendo al cliente un’accoglienza personalizzata. La banca tradizionale diventa, quindi, “liquida” alla Bauman, con i servizi che seguono il cliente in ogni canale. Dalla “vecchia banca”, però, dobbiamo recuperare il prezioso patrimonio di fiducia guadagnato nel tempo. Su questa fiducia, e grazie alla potenza della DX, è possibile costruire relazioni e servizi nuovi per l’avvio di una nuova fase di sviluppo.

Simone Capecchi, executive director di CRIF è dello stesso avviso. «La DX sta aprendo nuovi orizzonti e sfide per l’industria del credito. Il digitale però non deve essere interpretato solo come un canale alternativo, ma come l’integrazione di tutti gli elementi fisici e digitali per offrire la migliore CX possibile». Certamente, la diffusione delle nuove tecnologie, dei dispositivi mobili e l’offerta di servizi innovativi hanno alimentato nei clienti aspettative di interazione orientate a semplicità, velocità, sicurezza e personalizzazione. «In questo scenario – continua Capecchi – le aziende di credito devono affrontare e vincere le sfide dell’innovazione, tra rinascita e sopravvivenza. In tal senso, la conoscenza dei clienti e di quelli potenziali rappresenta la chiave del successo, in particolare all’alba dell’avvento della PSD2 che aprirà il mercato a dinamiche totalmente nuove». L’analisi e reinterpretazione della CX con l’utilizzo di tutto il patrimonio informativo disponibile, dati interni ed esterni, insieme ad avanzate metodologie statistiche per estrarre valore dalle informazioni, diventano quindi fattori cruciali per la giusta proposizione commerciale di prodotti di credito sia tradizionali sia innovativi: tutti comunque legati alla tipologia del canale scelto dal consumatore, per garantirgli la migliore esperienza.


#DX in #Banca Claudio Ruffini #Augeos Come migliorare la gestione del #rischio
Click To Tweet


Le istituzioni finanziarie, i “new comers” e i responsabili politici devono collaborare insieme per creare il giusto ambiente di modernizzazione e DX del settore finanziario gestendo ovviamente i rischi connessi. Questo approccio dovrà essere di tipo win-win e occorre anche considerare attentamente che le banche tradizionali sono oggi ancora fondamentali nei sistemi globali di pagamento e finanziamento perché possano scomparire nel breve periodo. «La maggior parte dei nuovi operatori digitali, infatti, ha ancora bisogno di loro» – sottolinea Fabio Rizzotto di IDC Italia. Le filiali rimarranno il centro dei rapporti con i clienti nonostante il loro costo e la disponibilità di canali di comunicazione mobile, online e social (i livelli di adozione dei canali social nei servizi finanziari in Europa stanno accelerando e più di due su tre banche sfrutteranno questo canale dalla fine del 2017). «Tutto questo rivela la volontà delle istituzioni della finanza di creare un approccio più personalizzato al cliente – mette in evidenza Rizzotto – sia a fronte della riduzione del numero degli sportelli sia attraverso l’impiego di robot e IA direttamente in filiale».

La digitalizzazione dei processi

«Le banche devono innovare il loro modello di business e di servizio in modo che sia più vicino alle istanze e agli stili di consumo del cliente, recuperare in termini di profondità dell’analisi, capire sempre meglio ciò che i clienti chiedono e anticiparne i bisogni, in modo da reagire, in tempi che siano sempre più vicini al real-time, con azioni commerciali fortemente personalizzate sui vari canali» – sostiene Gianmaria Trapassi, responsabile direzione digital innovation di Cedacri. Altra priorità è la digitalizzazione dei processi end-to-end per ottenere processi digitali ed efficienti con importanti ritorni in termini di efficientamento dei costi. In particolare, secondo Cedacri, i principali trend di mercato sono: 1) “Data as the new oil”, ovvero l’opportunità per le banche di trarre beneficio dai propri dati al fine di creare valore monetizzabile e migliorare le campagne di vendita; 2) “M(obil)E Extension”, in pratica, centralità del mobile nella vita del consumatore (es. virtual wallet) e quindi nel settore dei servizi finanziari, estensione dei servizi quali mobile payments, natural language processing, remote advisory; 3) “Open Banking”, in quanto a seguito della PSD2 le banche hanno l’opportunità di aprire i propri servizi (API) al mercato in ottica di trasformarsi in una piattaforma aperta (ecosistema digitale) che consenta di includere velocemente nuovi servizi anche extra-finanziari; 4) “Intelligenza artificiale & Robotics”, che significa automatizzare processi rule-based, emulando l’attività dell’utente. «In relazione a tale analisi strategica – spiega Trapassi – abbiamo messo in campo soluzioni al servizio della DX e del nuovo modello di business con una visione integrata del cliente che consente di generare nuovi ricavi e di assicurarsi l’efficienza sui costi IT». Le principali direttrici dell’innovazione secondo Cedacri sono tre. Al primo posto c’è il “Multichannel analytics & reporting”, per il potenziamento degli algoritmi predittivi e del reporting riguardante il comportamento del cliente in un contesto sempre più multicanale e digitale. Al secondo posto, c’è il “Dynamic pricing”, ovvero possibilità, per le funzioni di marketing, di poter definire regole di pricing differenziate in base al contesto di acquisto (es. canale), al profilo cliente (es. valore attuale e prospettico) e alle caratteristiche del prodotto, al fine di orientare il comportamento dei clienti e raggiungere obiettivi di redditività. Al terzo posto, ma non ultimo per importanza, c’è la “Digitalizzazione dei processi”, in altre parole, la trasformazione dei principali processi di filiale e back office al fine di renderli paperless e automatizzati, facendo leva anche su tecnologie innovative come la robotica.


#DX in #Banca Denny Bellotto @InfoCert_it La scelta del trust service provider più idoneo
Click To Tweet


Gestione del rischio a 360 gradi

«Negli ultimi anni, sta avvenendo una grandissima trasformazione dei modelli di business bancari e dei relativi processi di governance. Il cliente è messo al centro del sistema e non è più la banca il punto focale» – dice Claudio Ruffini, presidente di Augeos, società piemontese specializzata nell’area del risk management, IT governance, compliance e finance. È fondamentale quindi il supporto di aziende IT nell’evoluzione di tale processo di innovazione in considerazione della velocità con cui avviene la DX e con cui muta il contesto normativo di riferimento. La DX tra innovazione (mobile, cloud, big data, roboadvisor, blockchain…), efficienza e contesto normativo si manifesta in modo particolare nell’ambito IT. Augeos è coinvolta in diversi progetti di IT & Risk Governance con le principali banche nazionali. In questo ambito diventa un requisito indispensabile il governo dell’IT. L’identificazione delle minacce e delle vulnerabilità, la corretta gestione degli incidenti e l’ottimizzazione dei controlli sono attività che sempre più saranno necessarie al fine di prevenire possibili rischi aziendali (operativi, normativi, informatici, reputazionali) anche al fine di garantire la continuità operativa di una digital bank.

è chiaro però che tutto ciò richiede uno sforzo notevole di innovazione e di coraggio nelle scelte strategiche, oltre a una visione lungimirante sui processi di business e sui partners con cui costituire alleanze. Non solo. L’innovazione sta divenendo sempre più open e la banca si dovrà porre al centro del nuovo modello descritto anche perché il cambiamento è richiesto dalle nuove norme europee. L’entrata in vigore della direttiva sui servizi di pagamento nel mercato interno, la già citata PSD2 (Payment Services Directive 2), la open banking directive e il regolamento GDPR (General Data Protection Regulation) obbligano gli attori finanziari ad aprire l’accesso ai propri conti per la creazione di nuovi servizi da parte di terzi. «Ci troviamo in un momento storico particolarmente delicato per il settore bancario, chiamato a dare risposte concrete alle sfide poste dalla DX e dalla normativa europea, che ha come principale obiettivo quello di elevare il trust delle transazioni digitali per rafforzare la fiducia dei consumatori» – spiega Denny Bellotto, digital consulting – process & compliance di InfoCert – Gruppo Tecnoinvestimenti. In questo scenario, i trust services regolamentati da eIDAS (- electronic IDentification Authentication and Signature – tra cui firma digitale, marca temporale e posta elettronica certificata) rivestono un ruolo fondamentale. Disposizioni quali PSD2, per esempio, fanno esplicito riferimento al loro utilizzo per rispondere ai requisiti di compliance. «Il mondo bancario dovrà farsi trovare pronto a iniziare dalla scelta cruciale del trust service provider più idoneo, cioè quello in grado di offrire non solo soluzioni tecnologiche ma anche consulenza sulla loro implementazione» – continua Bellotto. «Anche alla luce delle consolidate collaborazioni con prestigiose realtà del settore, come InfoCert, possiamo testimoniare che, per trarre i maggiori benefici dal mutato scenario, occorrerà che le banche dimostrino non solo capacità di adattamento ai cambiamenti ma, soprattutto, attitudine a trasformare i vincoli normativi in nuove opportunità di business e servizi per la propria clientela».


#DX in #Banca Gianmatteo Manghi @CiscoItalia #U&CC per creare vantaggio competitivo
Click To Tweet


Nuove modalità di collaborazione

«La profonda trasformazione del mercato verso la DX sta portando nuove modalità di collaborazione con i clienti che hanno stili di vita nuovi, con esigenze in continuo mutamento e le tecnologie possono essere di grande aiuto nell’intercettare il bisogno di mobilità e flessibilità» – afferma Gianmatteo Manghi, direttore commerciale enterprise e pubblica amministrazione di Cisco Italia. È fondamentale quindi mettere a disposizione del cliente servizi accessibili ovunque si trovi. L’esperienza di Cisco nell’ambito collaboration consente agli istituti bancari di creare un vantaggio competitivo, utilizzando nuove tecnologie digitali che permettono servizi di elevata qualità (dalla telepresence alle soluzioni di UC&C) che rappresentano solide fondamenta su cui impostare la DX. «Un caso molto interessante – evidenzia Manghi – è quello di BNL-Gruppo BNP Paribas che ha scelto Cisco per migliorare la collaborazione sia al proprio interno sia verso i clienti». Con Cisco TelePresence, i clienti possono incontrare e parlare con il consulente giusto quando lo desiderano per soddisfare di volta in volta i bisogni del momento. I consulenti di vendita che operano sul territorio utilizzano tablet con tecnologia Cisco Jabber integrata, e in questo modo possono avviare conference “di persona” con i professionisti finanziari di BNL. In particolare, la piattaforma Cisco Jabber permette di scegliere in modo semplice tra instant messaging, voce, video HD, conferenza, voicemail con interfaccia visiva e condivisione desktop, tutto ciò che serve ai professionisti di oggi per soddisfare le richieste della clientela ed essere produttivi ovunque si trovino. È possibile trovare le persone giuste, vedere se e come sono disponibili, e collaborare utilizzando il metodo preferito. «La rete Cisco, altamente veloce e affidabile – conclude Manghi – unifica le attività di uffici, filiali, contact center, ATM e quelle rivolte al cliente. Strumenti collaborativi di Cisco come i telefoni IP, videoconferenza e WebEx permettono allo staff di BNL Gruppo BNP Paribas di collaborare al meglio e ovunque si trovino». Il servizio clienti, distribuito in più sedi, è stato integrato grazie al Cisco Contact Center Enterprise, permettendo a circa 1000 agenti di avere i dati dei clienti sempre a portata di mano.


#DX #Mobile #RealTime A.Bosio @SamsungItalia Le #banche possono fare un salto di qualità
Click To Tweet


Gli fa eco Antonio Bosio, product and solutions director di Samsung Electronics Italia. «Samsung supporta la DX a diversi livelli sia con strumenti utili a migliorare e rendere più proficua l’interazione con la clientela sia con soluzioni per la gestione dei processi interni del business bancario, a livello centrale o delle singole filiali». In effetti, nell’ambito del mobile – come spiega Bosio – gli smartphone, i tablet e i device indossabili Samsung rispondono a diverse esigenze legate al rapporto con la clientela finale e alla gestione del workflow bancario. Di per sé lo smartphone è uno strumento di erogazione di servizi in tempo reale, e rappresenta una grande opportunità per fornire informazioni in real-time ai clienti, raggiungendoli in qualunque luogo e in qualunque momento. E le banche stesse si stanno orientando in questa direzione, sviluppando applicazioni sempre più efficienti, semplici e sicure da utilizzare in mobilità. In questo senso, Samsung supporta i processi di evoluzione con device mobili sempre più potenti oltre che sicuri, attraverso l’utilizzo di diverse soluzioni di cifratura, compresi i sensori biometrici, e la piattaforma Samsung Knox. Le tecnologie mobile di Samsung rispondono anche alle esigenze di smart working. «In questo caso – prosegue Bosio – grazie alle molteplici collaborazioni di Samsung con alcuni system integrator, siamo in grado di fornire strumenti hardware e applicativi per svolgere attività in maniera più flessibile, come per esempio estendere al desktop le funzioni e le applicazioni già avviate da smartphone in mobilità, grazie a Samsung DeX». Estendendo il discorso alle funzionalità di diverse tipologie di dispositivi connessi al mobile, l’offerta Samsung spazia anche nell’ambito della formazione del personale. Per esempio, la tecnologia di Virtual Reality Samsung Gear VR, permette di formare i dipendenti in maniera coinvolgente, andando a ricreare in un ambiente immersivo alcune situazioni reali che un operatore di banca si trova a fronteggiare nel lavoro di tutti i giorni. «Il management – conclude Bosio – dovrà quindi essere sempre più orientato a favorire e mantenere la propria competitività sul mercato anche mettendo al centro il cliente finale. Inoltre, è sempre più necessario che l’innovazione non sia segregata a una sola funzione aziendale, ma propagata a tutta l’organizzazione. Solo così le banche possono fare un salto di qualità, diventando realmente digitali non solo nel front end, ma anche nel passaggio tecnologico di un gran numero di processi interni fino a poco fa quasi esclusivamente analogici». Il fondamento della DX sta nel fatto che l’orizzonte che ogni banca ha oggi di fronte è quello di operare in modo efficiente in un mercato sempre più competitivo, in costante evoluzione e caratterizzato da nuovi fattori di cambiamento. La DX, conseguentemente, assume un’importanza decisiva coinvolgendo, sia come offerta che come domanda, tutta l’azienda. Questo nuovo approccio richiede però di avviare subito una revisione innovativa “partecipativa e collaborativa”, in logica bottom-up e user-driven.

L'articolo Personal, phygital e open. La banca che trasforma la banca proviene da Data Manager Online.

]]>
Chi ha paura dei dispositivi connessi? https://www.datamanager.it/2017/10/paura-dei-dispositivi-connessi/ Mon, 23 Oct 2017 11:01:00 +0000 http://www.datamanager.it/?p=133559 La smart city stenta a decollare, le amministrazioni fanno fatica a estendere i progetti sul proprio territorio e non sono chiare le strategie di integrazione tra i vari servizi La smartness è un concetto sottile e si estende in molti altri settori che stanno registrando un grande sviluppo, soprattutto in quegli ambiti collegati direttamente con […]

L'articolo Chi ha paura dei dispositivi connessi? proviene da Data Manager Online.

]]>
La smart city stenta a decollare, le amministrazioni fanno fatica a estendere i progetti sul proprio territorio e non sono chiare le strategie di integrazione tra i vari servizi

La smartness è un concetto sottile e si estende in molti altri settori che stanno registrando un grande sviluppo, soprattutto in quegli ambiti collegati direttamente con l’Internet of Things. Una silenziosa ma incisiva rivoluzione ha a che fare con la rapida diffusione degli strumenti di smart home forniti dai grandi player della Rete: Amazon, con il sistema Alexa, Google con Google Home ed Apple con l’analogo strumento. Grazie al netto abbattimento dei costi e alla facilità di installazione dei dispositivi, che non prevedono modifiche strutturali all’edificio, né l’intervento di un esperto – nei prossimi cinque anni – la domotica smetterà di essere considerata un “bene di lusso” ed entrerà a far parte della nostra quotidianità. L’accelerazione del mercato IoT in questo settore non è quindi che all’inizio.

Per amministrare al meglio le funzioni interne della casa, il processo implica una continua raccolta di dati. Connettendo Home o Alexa ai propri account di posta elettronica, il sistema conosce alla perfezione le nostre abitudini, le nostre preferenze musicali, conosce i nostri gusti in fatto di ristoranti, di orario del risveglio, i tempi di percorrenza verso il lavoro. Si mette in relazione con il nostro calendario e interagisce con il sistema di riscaldamento e raffrescamento in relazione ai nostri appuntamenti. Va da sé che la questione di dati così privati, del loro mantenimento, della loro conservazione e della loro sicurezza, è fondamentale. Non ci avevate ancora pensato? Cosa succede, per esempio, se siete i proprietari del celebre aspirapolvere robot che in autonomia gira per casa per farvela trovare pulita alla sera al rientro dal lavoro. Per spostarsi in modo più efficiente durante la pulizia, questi robottini tracciano le mappe delle case degli utenti. Immaginatevi cosa potrebbe succedere se l’azienda potesse condividere con partner commerciali le mappe delle vostre camere da letto, o del corridoio. Non esiste, ad oggi, una normativa che lo impedisca.


#smartcity Chi ha paura dei dispositivi connessi? @urbanocreativo
Click To Tweet


Un altro esempio, a metà tra il divertente e l’inquietante, è quello del sex toy controllato dallo smartphone. Ogni volta che un utente avviava il dispositivo per il massaggio erotico, il software all’interno raccoglieva dati relativi alla frequenza d’uso e alle impostazioni preferite inviandoli al proprio produttore. Sono stati i clienti a riunirsi in class action, per impedire un ulteriore utilizzo di dati personali così privati. Questi sono solo due esempi di come alcuni dispositivi smart possano essere programmati per condividere le nostre informazioni su canali secondari di cui non siamo ancora a conoscenza. E se si tratta di semplici inserzionisti forse c’è ancora poco di cui preoccuparsi.
La necessità di impedire il passaggio delle informazioni personali non è solo una questione di privacy ma soprattutto di sicurezza, vista la vulnerabilità e la numerosità dei dispositivi IoT presenti nelle nostre abitazioni. Le aziende produttrici mantengono il controllo dei software che regolano la funzionalità dei prodotti che compriamo da remoto, tramite il Wi-Fi di casa, aprendo così infiniti buchi nel sistema di sicurezza domestico. Vi sembra impossibile? Pochi mesi fa, un gruppo di hacker è riuscito a entrare nel sistema di sicurezza di un casinò del Nord America, passando attraverso i sensori dell’acquario collegati a Internet, che ne misuravano la temperatura e i livelli di pulizia. Attraverso questi accessi non presidiati, gli hacker sono riusciti ad accedere al computer di controllo, e da lì sono riusciti ad accedere alla rete del casinò, guadagnandosi un bottino di 10 gigabyte di dati.
Questo procedimento è tranquillamente applicabile alle nostre case intelligenti, alle televisioni, ai nostri salotti, ai comodini, alle tapparelle, ai bagni smart e alle autovetture controllate da Internet. Sicuri di essere pronti?

Giulia Cattoni @urbanocreativo

L'articolo Chi ha paura dei dispositivi connessi? proviene da Data Manager Online.

]]>
Gestione del rischio IT e Industry 4.0 https://www.datamanager.it/2017/10/gestione-del-rischio-it-industry-4-0/ Mon, 23 Oct 2017 10:45:23 +0000 http://www.datamanager.it/?p=133553 L’evoluzione verso l’industry 4.0 comporta una forte integrazione fra sistema informativo e fabbrica. Eventuali incidenti possono quindi portare molto più facilmente a problemi sulla produzione o la logistica, con un impatto anche sull’azienda L’adozione di una metodologia di analisi del rischio IT può aiutare l’azienda a capire quali siano le dipendenze dal sistema informativo, e […]

L'articolo Gestione del rischio IT e Industry 4.0 proviene da Data Manager Online.

]]>
L’evoluzione verso l’industry 4.0 comporta una forte integrazione fra sistema informativo e fabbrica. Eventuali incidenti possono quindi portare molto più facilmente a problemi sulla produzione o la logistica, con un impatto anche sull’azienda

L’adozione di una metodologia di analisi del rischio IT può aiutare l’azienda a capire quali siano le dipendenze dal sistema informativo, e il responsabile IT a investire in modo più efficace a supporto dei processi produttivi. I principi dell’Industry 4.0 prevedono una componente importante di interconnessione e di “intelligenza” (fabbrica “smart”), che comporta un’integrazione e una forte dipendenza dai sistemi informativi. Gli impianti non subiranno – infatti – solo un’evoluzione in termini di intelligenza messa “sulle macchine”, anzi: sarà molto significativa l’apertura di questi sistemi all’interazione con l’esterno, nonché la capacità dei sistemi IT aziendali di elaborare grandi quantità di dati provenienti dagli impianti per poter poi intervenire sugli impianti medesimi. Lo stesso potrà avvenire per quanto riguarda il magazzino e la logistica. Ne potranno derivare delle grandi opportunità ma anche nuovi rischi, legati da una parte a possibili problemi (disservizi, errori) del sistema informativo, dall’altra alla maggiore facilità con cui soggetti esterni potranno tentare di accedere al know-how dell’azienda. Le conseguenze possono essere importanti: se è prevista un’evoluzione verso ordini di lotti più piccoli e frammentati, verso una maggiore personalizzazione della produzione e verso tempi sempre più limitati fra ordine e consegna, ne consegue da una parte un magazzino sempre più ridotto, che quindi è sempre meno in grado di compensare eventuali ritardi nella produzione, dall’altra una forte visibilità verso i clienti di qualsiasi problema nella produzione o nella logistica. La possibilità che il sistema informativo sia causa di questi problemi aumenta man mano che esso diventa parte integrante e determinante dei processi.

Fra i rischi, non dobbiamo trascurare quelli relativi alla cybersecurity, che è uno dei pilastri dell’Industry 4.0 fin dalla sua definizione. L’apertura e l’interconnessione comportano sempre un maggiore rischio di azioni ostili da parte dei soggetti che riescono ad avere accesso, legittimamente o meno, ai sistemi aziendali. Questi rischi non sono naturalmente una ragione per rinunciare alle opportunità disponibili: si tratta semplicemente di capire come gestirli in modo efficace, né più né meno degli altri rischi che sono connaturati nel concetto di impresa. Il primo passo è rendersi conto che si tratta di rischi di competenza dell’impresa nel suo complesso, e non del responsabile IT. Alla base della valutazione di questi rischi, ci sono gli impatti sull’impresa. Per esempio, se la connettività fra sistemi IT e fabbrica non è disponibile e quindi si fermano i processi di schedulazione delle attività sull’impianto, o se viene violato il know-how dell’azienda, è l’intera azienda a subirne le conseguenze. La stessa evoluzione dei sistemi IT e della fabbrica per supportare l’industry 4.0 diventa know-how e vantaggio competitivo dell’azienda, ovvero informazioni (es. software) da proteggere quanto le altre informazioni aziendali di valore.


#Industry40 Claudio Telmon L’analisi del #RischioIT per gestire gli incidenti @Clusit
Click To Tweet


Un errore che viene fatto spesso è invece di lasciare queste valutazioni al responsabile IT. Se è vero che è la figura con la visione più chiara sullo stato del sistema informativo e sulle sue vulnerabilità, spesso ha una visione parziale sulla rilevanza dei sistemi che sta gestendo. L’analisi di impatto è quindi un’occasione imperdibile di allineamento dell’IT con la prospettiva, gli obiettivi e le criticità dell’azienda: da una parte, l’IT prende coscienza di quali siano i sistemi, i servizi e gli applicativi realmente rilevanti. Dall’altra, i vertici aziendali si rendono conto di quanto siano ormai critici i sistemi informativi in azienda. Queste valutazioni servono per indirizzare gli investimenti IT dove l’azienda stessa ha manifestato di avere un’esigenza. Alla fine, l’intera azienda trae vantaggio da un allineamento che finora spesso non c’è stato, permettendo di avere maggiore vantaggio dalle potenzialità dell’Industry 4.0.

Claudio Telmon membro del Direttivo e del Comitato Tecnico Scientifico di Clusit

L'articolo Gestione del rischio IT e Industry 4.0 proviene da Data Manager Online.

]]>