rivistaottobre2020 – Data Manager Online https://www.datamanager.it Il portale dell'ICT professionale Thu, 15 Oct 2020 10:09:32 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=5.8.13 https://www.datamanager.it/wp-content/uploads/2020/04/dmo-favicon3.png rivistaottobre2020 – Data Manager Online https://www.datamanager.it 32 32 Dalla fusione di IoT e AI lo scudo cyber-resilient https://www.datamanager.it/2020/10/dalla-fusione-di-iot-e-ai-lo-scudo-cyber-resilient/ Thu, 15 Oct 2020 10:09:32 +0000 http://www.datamanager.it/?p=203141 Dall’emergenza alla gestione continua del rischio. Nella lotta contro il Covid-19, la tecnologia IoMT – Internet of Medical Things – sta giocando un ruolo di primo piano per monitorare la diffusione del virus e i movimenti delle persone, rilevare i potenziali vettori di contagio e controllare da remoto le condizioni di salute dei pazienti Non […]

L'articolo Dalla fusione di IoT e AI lo scudo cyber-resilient proviene da Data Manager Online.

]]>
Dall’emergenza alla gestione continua del rischio. Nella lotta contro il Covid-19, la tecnologia IoMT – Internet of Medical Things – sta giocando un ruolo di primo piano per monitorare la diffusione del virus e i movimenti delle persone, rilevare i potenziali vettori di contagio e controllare da remoto le condizioni di salute dei pazienti

Non è l’autunno che avevamo immaginato. Mascherine all’aperto, divieti e distanziamento sociale scandiranno tutte le attività anche in questa nuova fase. Il futuro, non è nell’attesa provvidenziale ma nella nostra stessa capacità di resistere, adattandoci al cambiamento che ci trova sempre un po’ impreparati. Questa volta però un po’ meno di prima. ll vero nodo non è tecnologico ma di fiducia. Certo, dobbiamo essere vaccinati anche contro la tentazione assoluta del controllo e occorre vigilare sugli scivolamenti pericolosi. Il trade-off tra sicurezza e libertà oscilla a seconda dei periodi storici. La libertà non è un confine invalicabile, ma un orizzonte al quale non dobbiamo mai smettere di tendere.

Se c’è qualcosa da imparare, la lezione non sarà per tutti la stessa. Paura e incertezza possono fare molto male alle imprese alla pari di un nuovo lockdown. La pandemia ha infettato non solo le persone ma intere aziende e settori produttivi. Ma non dobbiamo dimenticare che l’incertezza fa parte dell’esistenza. Il futuro rappresenta sempre una incognita. Non possiamo eliminare o rimuovere la paura, ma possiamo gestire il rischio. Abbiamo gli strumenti per farlo. E la tecnologia ben governata è un alleato formidabile. Lo abbiamo imparato nei mesi passati, contando il numero crescente dei contagi. Adesso è il momento di passare dalle forme spinte di remote working, dettate dalla necessità, a una nuova organizzazione della produttività dentro le imprese, ispirate alla collaborazione, alla progettualità e alla valorizzazione delle competenze.

E al tempo stesso, dobbiamo fare spazio a una visione della tecnologia meno riduzionista, ma al servizio delle persone per combattere le sfide che ancora ci attendono, per passare dalla gestione dell’emergenza alla gestione continua del rischio in tutte le sue forme. Il primo banco di prova sarà quello di pensare a un nuovo modello di assistenza e di cura, più efficace, cost-effective e resiliente.


#CoverStory #IoT #AI Verso un nuovo modello di cura. Telemedicina e le incognite della #cybersecurity
Click To Tweet


L’ARSENALE ANTICOVID

L’impiego della tecnologia per gestire l’emergenza sanitaria solleva tuttavia una serie di questioni sulla sicurezza dei dispositivi, le modalità di raccolta e trattamento dei dati dei pazienti e più in generale la protezione della privacy dei cittadini. L’ospedale da campo di Huoshenshan nella città di Wuhan, realizzato a tempi da record dalla Cina, è la rappresentazione plastica più riuscita di quello che IoT e AI possono fare insieme. Durante le settimane dell’emergenza pandemica – robot, circa un centinaio, e dispositivi IoT – hanno svolto tutte le attività, sanitarie e non, all’interno della struttura. Controllo della temperatura grazie a termometri connessi via 5G, pulizia e disinfezione dell’area; fornitura di cibo e medicine, persino intrattenimento e relax degli ospiti. A tutti i pazienti, i sanitari avevano fornito bracciali e anelli intelligenti per monitorare parametri vitali come temperatura, frequenza cardiaca e livelli di ossigeno nel sangue; Wi-Fi e Bluetooth hanno garantito la trasmissione dei dati raccolti alla piattaforma AI di CloudMinds, la società costruttrice dei sistemi robotici, per il monitoraggio e l’analisi. Al primo segnale d’infezione o pericolo, il personale medico allertato dagli stessi dispositivi smart era messo in condizione di intervenire immediatamente.

Blockchain e reti di telecomunicazioni di nuova generazione (5G) stanno giocando un ruolo di primo piano nella lotta contro il Covid-19. In particolare, il ritmo dell’innovazione nei sistemi Internet of Medical Things (IoMT) è in pieno sviluppo in tutto il mondo. Come per l’IoT, anche in ambito IoMT – grazie al miglioramento della tecnologia – assistiamo a un aumento del numero delle potenziali applicazioni. Sempre di più i dispositivi mobili sono ora equipaggiati di lettori Near Field Communication (NFC) utili per interagire con i sistemi IT. Il Wi-Fi abilita sui dispositivi le comunicazioni machine-to-machine alla base dell’IoMT. I dispositivi IoMT collegati a piattaforme cloud alimentano la raccolta e l’analisi dei dati disponibili. Le applicazioni IoMT permettono non solo il monitoraggio della diffusione del virus, il rilevamento delle condizioni di salute dei pazienti e i loro movimenti, ma anche dei potenziali vettori di contagio, il tracking degli ordini di farmaci e materiale sanitario, l’utilizzo di dispositivi indossabili per trasmettere dati sanitari agli operatori, medici e infermieri. Grazie alla loro capacità di raccogliere, analizzare e trasmettere dati sanitari in modo efficiente, applicazioni e dispositivi hanno elevato il potenziale di trasformazione delle tecnologie IoMT in campo medico-ospedaliero. Enti di ricerca e governativi, strutture medico-sanitarie e aziende sono all’opera per sfruttare la tecnologia IoMT e ridurre il carico di lavoro sui sistemi.


#CoverStory La corretta valutazione del rischio per definire le priorità e affrontare gli scenari futuri
Click To Tweet


TELEMEDICINA E OSPEDALI 4.0

Cresce la domanda di salute. Secondo i dati Istat, tra poco più di trent’anni, l’Italia sarà il terzo paese OCSE per anzianità della popolazione. Parallelamente, cresce anche la pressione per il contenimento della spesa sanitaria. La telemedicina è un insieme di strumenti nei quali rientrano a vario titolo l’intelligenza artificiale a fini diagnostici, i dispositivi indossabili, il fascicolo sanitario elettronico, le forme di terapia e di monitoraggio a distanza. Ma non bisogna confondere lo strumento con il fine. Il fine resta la cura del paziente. Il Covid-19 ha “costretto” il settore sanitario ad accelerare sulla telemedicina, un settore già in fase di espansione già prima dell’emergenza. Il processo di adattamento ha diminuito i carichi di lavoro del personale ospedaliero messo a dura prova da turni massacranti e – soprattutto nei primi mesi della pandemia – condizioni di lavoro molto difficili. Dall’assistenza sanitaria in quarantena all’impiego di robot per le visite ai pazienti e per disinfettare le stanze, passando alle unità di terapia intensiva – le piattaforme di telemedicina vengono utilizzate in tutto il mondo per gestire l’impatto di Covid-19.

La telemedicina inoltre ha ridotto sensibilmente il rischio di propagazione del virus dagli individui infetti al personale sanitario. Anche in Italia non mancano gli esempi concreti. Già prima dello scoppio della pandemia, la maggior parte delle strutture sanitarie pubbliche della Regione Toscana utilizzava il teleconsulto pediatrico costruito su una rete in grado di connettere le strutture sanitarie e consentire ai medici e agli operatori di collaborare tra loro da remoto: un modello innovativo che nei mesi dell’emergenza ha consentito di erogare un servizio di supporto clinico specialistico da remoto e teleconsulti di emergenza ai pazienti affetti da Coronavirus. Al progetto toscano, stanno aderendo una sessantina di strutture sanitarie della Regione Sicilia – che sfrutterà la rete regionale per il teleconsulto neurochirurgico in pazienti neurolesi – e le strutture sanitarie pubbliche della Regione Marche in sinergia con il progetto regionale di screening prenatale di primo e secondo livello. L’integrazione di droni, robot, dispositivi indossabili smart e reti cellulari 5G di prossima generazione con le piattaforme di telemedicina esistenti porterà allo sviluppo di un ecosistema sanitario più dinamico che consentirà il monitoraggio da remoto e l’assistenza clinica a distanza dei pazienti di svariate patologie. Tecnologie che con le misure di distanziamento sociale con le quali dovremo convivere chissà ancora per quanto tempo, hanno conosciuto nuovi e alternativi usi. Per esempio, i droni sono stati impiegati per monitorare e far rispettare le misure di lockdown e quelle di quarantena in casa; disinfettare l’hotspot contaminato di Daegu, in Corea del Sud; trasportare materiale sanitario e infetto a Xinchang, in Cina e persino per controllare dai balconi di casa le temperature dei pazienti in quarantena grazie a termometri a infrarossi montati sulla fusoliera dei droni.


#CoverStory Security by design come modello di attuazione dei processi all’interno delle organizzazioni
Click To Tweet


In Italia, uno dei primi due paesi al mondo per la ricerca nel campo della robotica, l’Istituto Italiano di Tecnologia (IIT) di Genova ha modificato i robot aspirapolvere montandoci sopra un tablet per consentire ai pazienti di effettuare chiamate video con i familiari dalle loro camere. Una applicazione semplice ma che dice molto sulla capacità di reagire in emergenza. L’IIT sta lavorando anche per rispondere alla richiesta proveniente da molti ospedali di avere a disposizione dei robot per portare le medicine ai pazienti e ridurre la presenza umana nei reparti infettivi. La necessità di evitare di toccare superfici vulnerabili – come le maniglie delle porte, interruttori e così via – ha rafforzato i metodi di pulizia, sanificazione e disinfezione dei locali medici, compito già in parte svolto da robot controllabili tramite app, in grado di disinfettare le superfici ed emettere un fascio di luce ultravioletta ad alta intensità, in grado di contrastare la propagazione del virus. Prima che ospedali e centri medici si attrezzassero per avviare servizi di telemedicina per diagnosticare e rispondere a domande su Covid-19, il numero di chiamate a centralini e call center dedicati, soprattutto nelle prime settimane della pandemia, ha raggiunto picchi enormi. Con tempi di attesa per parlare con il personale – come la gran parte di noi ha sperimentato sulla propria pelle – molto dilatati. Un problema in parte risolto grazie all’installazione di chatbot – risponditori automatici – in grado di porre una sequenza logica di domande per effettuare un prescreening al telefono o sul web delle chiamate della popolazione in base alla gravità, consentendo così a medici e personale sanitario, invece di rispondere più e più volte alle stesse domande, di impiegare il loro tempo per la cura dei pazienti.

IL TALLONE D’ACHILLE DELL’IoMT

L’ampia varietà di casi d’uso lascia intuire il potenziale dell’IoMT di fronte alla sfida senza precedenti posta dal Covid-19 e in prospettiva quelle che i sistemi sanitari di tutto il mondo dovranno affrontare nei prossimi anni. In molti casi, questi dispositivi medici già oggi ricoprono un ruolo importante per allungare la vita delle persone. Allo stesso tempo però, i ricercatori hanno identificato vari problemi di sicurezza nei dispositivi IoMT, vulnerabili ad attacchi come intercettazioni, denial of service, clonazioni, manomissioni nella configurazione e nei sistemi di alimentazione. Come la maggior parte dei dispositivi IoT, soffrono inoltre di specifiche limitazioni come scarsa autonomia della batteria, memoria insufficiente, limitate capacità computazionali, carenze nella trasmissione dei dati. Aspetti questi che impattano pesantemente sull’interoperabilità e la sicurezza. In un episodio della serie televisiva di grande successo Homeland, viene indotto un infarto attraverso la manomissione da remoto del pacemaker connesso via Wi-Fi, nientemeno che al vicepresidente degli Stati Uniti. Non è solo fiction: come documentano numerosi lavori sull’argomento, molti pacemaker e altri dispositivi medici impiantabili (IMD) come pompe per insulina, defibrillatori e stimolatori elettrici gastrici presentano numerosi problemi di sicurezza. Per esempio, sono soggetti ad attacchi volti a impedire la loro alimentazione, sfruttando le limitate capacità della batteria installata. Molti di questi dispositivi, connessi a Internet via Wi-Fi per condividere importanti dati sanitari con i medici, non usano connessioni sicure. Numerosi studi hanno dimostrato empiricamente che i tag RFID causano interferenze elettromagnetiche nei defibrillatori cardiaci impiantabili oltre a essere vulnerabili agli attacchi wireless.


#CoverStory Telemedicina, droni, robot, wearable, dispositivi impiantabili di monitoraggio real-time
Click To Tweet


AGGIORNAMENTO DEL FIRMWARE

«Numerosi dispositivi IoMT non dispongono di supporto per l’aggiornamento automatico del software» – osserva Fabio Cipolat, regional sales manager Italy di Zscaler. Lasciandoli vulnerabili anche dopo il rilascio delle patch da parte del costruttore. Studi specifici hanno dimostrato che uno dei rischi più gravi a cui sono esposti i defibrillatori cardiaci è proprio il controllo da remoto del dispositivo attraverso l’aggiornamento del firmware. L’utilizzo della crittografia migliorerà la sicurezza degli aggiornamenti software. Oggi, però, la maggior parte dei dispositivi impiantabili non incorpora la crittografia ed è perciò a rischio di manomissioni e intrusioni. «Questi dispositivi IoT sono molto più vulnerabili dei normali dispositivi di rete del mondo IT» – spiega Sandro Visaggio, cyber security director di SCAI Solution Group. «La limitata capacità computazionale a bordo di questi dispositivi impedisce di ospitare il software per difendersi dai malware». Qualità costruttiva mediocre che spesso si accompagna a vincoli del profilo hardware dei dispositivi che rendono più difficile per gli sviluppatori incorporare adeguate misure di sicurezza. «I produttori di dispositivi IoT dovrebbero seguire un modello di sviluppo che integri la security by design, evitando di immettere sul mercato oggetti che potrebbero già presentare delle vulnerabilità, causando grossi danni e perdite economiche a posteriori» – afferma Salvatore Marcis, technical director di Trend Micro Italy.

Un aspetto – quello di progettare i dispositivi IoT secondo i criteri della Security by Design, ad oggi ancora trascurati – sottolineato anche da Alberto Brera, country manager di Stormshield Italia che mette in evidenza come molti produttori IoT demandino a chi opera nell’ambito della cybersecurity – «il compito di proteggere tali dispositivi contro eventuali attacchi». È altresì noto che due tra i principali protocolli IoT siano a rischio attacco a causa di vulnerabilità significative nella progettazione. Punti deboli utilizzabili per sottrarre dati, compiere attacchi mirati o di tipo denial-of-service e mantenere un accesso permanente a un obiettivo così da muoversi lateralmente lungo la rete.

«Le aziende spesso non hanno idea di come e quanto debbano coprire il proprio perimetro e questo può essere un potenziale problema» – osserva Cesare Radaelli, senior director channel account di Fortinet. Anche gli utilizzatori naturalmente hanno la loro parte di responsabilità quando non si preoccupano di adottare le misure minime di sicurezza prima di utilizzare questi oggetti. «Spesso ci si dimentica che il comportamento umano è ancora la più grande minaccia per la sicurezza di un’azienda. Il 55% di tutti gli attacchi informatici accertati deriva da comportamenti volontari, accidentali o causati da utenti compromessi» – spiega Luca Nilo Livrieri, manager, sales engineering, Italy & Iberia di Forcepoint.


#CoverStory Un nuovo modello di gestione continua del rischio più efficace, cost-effective e resiliente
Click To Tweet


COME GESTIRE IL RISCHIO

Supporto remoto, gestione dei privilegi di accesso, mappatura completa di tutti i dispositivi, deception technology, per ingannare e intrappolare gli eventuali attaccanti, SOAR, per realizzare processi automatici di monitoraggio in grado di innescare rapide azioni di remediation sono – come suggerisce Maria Luisa Baciucco, marketing di Gruppo Daman – tutti esempi di soluzioni integrate con cui – «compensare l’intrinseca vulnerabilità dei dispositivi IoT, adottando strategie collaudate di protezione e impedendo agli attaccanti di controllare la rete aziendale». In questo quadro, l’approccio più corretto rimane l’analisi dei rischi. «Analisi che – spiega Gianluigi Citterio, head of technology presales di Gruppo Lutech – con le opportune modifiche e specifiche del caso deve essere sempre alla base di ogni piano di cybersecurity. Solo partendo dalla corretta valutazione e gestione del rischio di tutto il ciclo di vita delle soluzioni IoT possiamo definire con quali priorità affrontare gli scenari che si prospettano». Senza dimenticare che l’approccio strutturato, by design, alla valutazione del rischio – «richiede prima di tutto un aumento di consapevolezza e responsabilità sia da parte di chi produce i dispositivi e le infrastrutture di connessione, sia per chi li usa» – come avverte Alessandro Rani, operation technical manager di Axians Italia.

APPLICAZIONI E AFFIDABILITÀ

Per frenare la diffusione della pandemia, l’efficace isolamento delle persone è stato un passaggio fondamentale. Per fronteggiare questa sfida, governi e organizzazioni private hanno sviluppato app e piattaforme ad hoc per tracciare gli spostamenti, costruite impiegando un’ampia varietà di tecnologie. Il Bluetooth, tecnologia tra le più utilizzate per il calcolo della prossimità, è anche una di quelle meno invasive poiché non monitora la posizione esatta di un utente della cella ma si limita al calcolo della distanza tra il suo dispositivo e quello di un altro utilizzando la misura RSSI (Received Signal Strength Indicator). Queste app memorizzano i record di tutte le precedenti connessioni Bluetooth di un dispositivo, compreso il tempo di connessione con un altro dispositivo. Nel caso di contatto con persona positiva al Covid-19, l’app, sfruttando la cronologia delle connessioni Bluetooth, riesce a tracciare tutte le persone esposte al possibile contagio, rendendo così più semplice per le autorità adottare misure appropriate per la messa in quarantena.


#CoverStory Il ritmo dell’innovazione nei sistemi IoMT è in piena crescita in tutto il mondo
Click To Tweet


Alternativo al Bluetooth, il Global Positioning System (GPS) è un sistema di navigazione satellitare di proprietà US che fornisce agli utenti servizi di posizionamento, navigazione e misurazione del tempo consentendo di monitorare la posizione in tempo reale e quella storica dei pazienti positivi al Covid-19: informazioni utili anche per rintracciare altri potenziali soggetti positivi. In Italia, Immuni la app Bluetooth per il tracciamento dei contatti adottata dal Governo, ha suscitato un acceso dibattito in tema di privacy delle persone e affidabilità costruttiva in ottica sicurezza. Molti esperti infatti anche sulla scorta di quanto avvenuto in altri Paesi – dove i dati salvati in app simili sono stati violati dopo pochi giorni dal loro utilizzo – hanno sollevato dubbi circa la loro affidabilità. «Sappiamo che la tecnologia è imperfetta e non c’è alcun motivo di immaginare che un’app abbia un destino diverso da un’altra a causa del motivo per cui viene utilizzata» – afferma Mauro Cicognini, membro del direttivo di CLUSIT.

«Lo schema attuale di Immuni, basato sui protocolli definiti insieme da Google ed Apple, è sufficientemente rispettoso della privacy dei cittadini. Si può sempre fare di meglio – continua Cicognini – ma credo valga sempre la legge di Pareto: i miglioramenti oltre una certa soglia costano enormemente di più». In altre parole possiamo permetterceli sia in termini di risorse sia di tempo? Ma problemi di privacy a parte – la app dal punto di vista progettuale e realizzativo quanto è affidabile? «Dal punto di vista tecnologico, analisti ben più autorevoli del sottoscritto dicono che è ben fatta» – risponde Cicognini. A mancare invece sembra essere il processo intorno. «Non passa giorno – commenta Cicognini – senza ascoltare storie di persone che dopo la notifica hanno dovuto subire la morsa della burocrazia, con il conseguente e insopportabile corollario di ansia e sensazione d’impotenza nel cittadino».

GLI EFFETTI SUL MERCATO

La pandemia ha accelerato l’adozione della tecnologia IoMT nel settore sanitario. IDC stima una spesa mondiale per Internet of Things pari a 742,1 miliardi di dollari nel 2020, con un aumento dell’8,2% rispetto ai 685,6 miliardi di dollari spesi nel 2019. «Anche se la crescita annuale negli anni precedenti è stata superiore a quella registrata nel 2020, a causa principalmente della pressione al ribasso sugli investimenti tecnologici durante Covid-19, IDC prevede che la spesa mondiale per l’IoT riprenderà a crescere a doppia cifra durante il periodo 2021-2024, superando i mille miliardi di dollari nel 2023» – ci spiega Daniela Rao, senior research and consulting director di IDC Italia. La quota maggiore della spesa anche quest’anno rimarrà nella categoria dei dispositivi (28,6%) seguita dagli investimenti nelle piattaforma IoT e nel software di analisi, in crescita rispettivamente del 15,2% e del 18,0%. Mentre da una prospettiva regionale, l’Asia/Pacifico continuerà a trainare gli investimenti, assorbendo il 46,7% del totale sino al 2024.


#CoverStory L’urgenza di contenere gli effetti della pandemia ha messo in secondo piano la sicurezza
Click To Tweet


URGENZA E SICUREZZA

L’urgenza di utilizzare la tecnologia IoT per contenere gli effetti disastrosi della pandemia globale ha relegato in secondo piano la sicurezza dei dispositivi impiegati. Assistere e curare è stata la priorità, mentre sul fronte della sicurezza si è cercato soprattutto di limitare i danni. «Si sono fatte delle scelte. In un clima di incertezza ed emergenza, non sempre sono quelle corrette» – afferma Cicognini di CLUSIT.

In alcuni casi si è riusciti a correggerle in corsa, come nel caso dell’app Immuni, dove si è arrivati in tempo a correggere le scelte architetturali. In altri casi, non solo non è stato possibile, ma non ci si è nemmeno posti il problema». Il settore informatico in medicina sconta ritardi e mancanza di peso che generano una diffusa insufficienza di competenze, con conseguenze disastrose. «In tutto il mondo, abbiamo pagato gli effetti di questo atteggiamento». Forse speravamo che i cybercriminali si sarebbero astenuti dall’approfittare delle circostanze? Secondo alcune stime, serviranno oltre 6 miliardi di euro per i nuovi ospedali nei prossimi dieci anni. Senza contare le spese per le apparecchiature mediche da sostituire e i costi del personale.

Difficile valutare quindi in che misura le opportunità hanno avuto la meglio sui rischi che stiamo correndo. «Sono convinto – conclude Cicognini – che in qualche modo, facendo molta più fatica del necessario, e grazie all’abnegazione delle persone coinvolte, la situazione possa essere tenuta sotto controllo, e sarebbe assurdo rinunciare all’apporto della tecnologia. Non è troppo tardi, però, per investire sulla formazione anche in tema di cybersecurity del personale sanitario».

Dovrebbe essere chiaro a tutti che la collaborazione delle persone con governi e istituzioni è essenziale oltre che per accelerare la fine di questa pandemia anche nel campo della sicurezza informatica. Dispositivi e applicazioni IoMT richiedono il supporto di tutti gli attori per produrre risultati fruttuosi. È una questione di innovazione ma anche di fiducia. La semplice presenza di tecnologie come termometri intelligenti e dispositivi indossabili non è di alcuna utilità senza la collaborazione fattiva delle persone disposte a utilizzarle per combattere Covid-19. L’uso delle piattaforme di telemedicina è irrilevante senza la predisposizione dei pazienti a fidarsi del personale medico. Anche le app di tracciamento dei contatti sono inutili se le persone non le installano sui loro cellulari. Nei prossimi mesi – ma in parte lo stiamo già facendo – potremo misurare con più precisione il valore e l’incidenza delle azioni intraprese da governi e soprattutto delle persone.

L'articolo Dalla fusione di IoT e AI lo scudo cyber-resilient proviene da Data Manager Online.

]]>
Un universo di dati. Storage under pressure https://www.datamanager.it/2020/10/un-universo-di-dati-storage-under-pressure/ Thu, 15 Oct 2020 08:23:51 +0000 http://www.datamanager.it/?p=203165 Nuove soluzioni per nuove esigenze. Le aziende creano più dati, ne eliminano di meno e ne conservano di più. I CIO chiedono affidabilità e apertura al multicloud, ma anche maggiore capacità di memorizzazione, scalabilità e flessibilità di accesso ai dati Infrastrutture on-prem, in cloud, ibride, ma comunque distribuite: sono queste alcune delle nuove sfide che […]

L'articolo Un universo di dati. Storage under pressure proviene da Data Manager Online.

]]>
Nuove soluzioni per nuove esigenze. Le aziende creano più dati, ne eliminano di meno e ne conservano di più. I CIO chiedono affidabilità e apertura al multicloud, ma anche maggiore capacità di memorizzazione, scalabilità e flessibilità di accesso ai dati

Infrastrutture on-prem, in cloud, ibride, ma comunque distribuite: sono queste alcune delle nuove sfide che si trovano a dover affrontare i CIO nella gestione del patrimonio informativo delle loro organizzazioni. Magari affiancati da altri responsabili con importanti e specifiche competenze tecniche, come i chief data scientist o data science manager o altre figure simili, che hanno la responsabilità di scegliere e implementare strumenti, soluzioni, policy ottimali per garantire la sicurezza e, soprattutto, la disponibilità o availability dei dati – quando servono e dove servono – e quindi curando aspetti legati alla gestione e alla facilità di recupero dei dati e delle informazioni. Si tratta di problemi ben noti a chiunque si sia occupato di soluzioni IT e che, tra le altre cose, in termini di ottimizzazione, riguardano anche gli aspetti economici della gestione dei dati e della loro archiviazione.

Un concetto ben noto da sempre agli specialisti di storage – e che oggi ha ripreso prepotentemente la ribalta – è quello di information lifecycle management, acronimo un po’ appannato dal tempo ma che però indica un processo attualissimo: lo spostamento più o meno automatico dei dati su sistemi di storage ottimali per quel particolare tipo di dati. Secondo questo metodo, i dati che vengono caricati, modificati e gestiti più di frequente devono essere memorizzati su piattaforme di storage più veloci e sempre disponibili (quindi più costose), mentre quelli meno importanti o utilizzati con minore frequenza saranno spostati su sistemi di storage più lenti ed economici. Esempi pratici di questo tipo di policy sono lo storage su dischi SSD, velocissimi e costosi, che vengono principalmente utilizzati per i dati “di lavoro” (che alimentano per esempio applicazioni eCommerce, dove è necessario poter accedere alle informazioni in tempo reale) e i dischi standard o i nastri magnetici, destinati a ospitare soprattutto dati di backup o comunque archivi con accessi meno frequenti o saltuari.

SCALABILITÀ E FLESSIBILITÀ

Grazie alla collaborazione di IDC, possiamo tracciare un quadro del mercato dello storage aggiornato a oggi. «I sistemi di storage di livello enterprise si sono evoluti per soddisfare la domanda, in costante crescita, delle aziende e dei service provider di memorizzare più dati» – spiega Diego Pandolfi, research and consulting manager di IDC Italia. «Nel corso del 2020, la pressione è cresciuta in tutto il mondo, sull’onda della pandemia da Covid-19». In ogni caso, lo storage è – e continua a essere – «un elemento centrale e fondante dell’infrastruttura IT delle aziende enterprise sia che venga implementato on oppure off-premises, in ambienti tradizionali non cloud o in infrastrutture cloud pubbliche o private e di recente anche nell’edge». Dal punto di vista del “consumo”, cioè dell’utilizzo da parte degli utenti, lo storage continua a stimolare la domanda sotto forma di sistemi esterni discreti, come appliance iperconvergenti integrate o server-based storage, cioè sistemi di storage integrati a bordo dei server. A questi fattori – continua Pandolfi – si aggiunge l’aumento importante dell’efficienza dello storage attraverso una serie di data service quali il thin provisioning (allocazione di spazio di storage in modo flessibile tra più utenti), la compressione, la deduplicazione, l’erasure coding (un metodo per la protezione dei dati in cui questi vengono spezzati in frammenti, espansi e codificati con pezzi di dati ridondanti, immagazzinati poi in un insieme di siti o media differenti) e le nuove opzioni RAID (Redundant array of independent disks) offerte da alcuni vendor senza aggravio di costi o performance.


#Storage Le aziende creano più dati, ne eliminano di meno e ne conservano di più @IDCItaly
Click To Tweet


Infine, grazie alla rapida adozione e crescita dei servizi basati su cloud pubblico, i sistemi di storage adesso possono essere implementati appunto nel cloud pubblico, utilizzando server general-purpose o hardware custom prodotto essenzialmente da ODM (Original design manufacturer) con software sviluppato dai cloud service provider. Ma il mercato non si ferma qui. «I sistemi di storage possono utilizzare diverse classi di storage o memoria persistente» – spiega Pandolfi. «Da una parte, memorie flash basate su NVMe (Non-volatile memory express), e all’altra estremità dello spettro, tiering basato su cloud». A ciò si aggiungono nuovi protocolli, connettività e accesso in rete. Ed è semplice capire cosa ha tenuto in agitazione il mercato dello storage in modo costante per oltre trent’anni. Investimenti fatti da produttori di dischi, memorie flash e nastri per produrre in massa componenti e piattaforme e l’appetito vorace dei service provider per procurare capacità di storage in grandi volumi hanno fatto scendere i prezzi in modo significativo, facendo in modo che le organizzazioni continuassero a incrementare i dati su cui lavoravano (soluzione più conveniente). Allo stesso tempo – rileva Pandolfi – «l’impiego della tecnologia flash per offrire maggiori prestazioni ha consentito alle organizzazioni di fare ricorso a una combinazione di vari media per realizzare uno storage efficiente e ottimizzato sul lungo termine, sia on-premises che nel cloud, senza la necessità di ricorrere a media offline come i nastri». In conclusione, possiamo dire che – «le aziende stanno creando più dati, ne stanno eliminando di meno e ne stanno conservando di più». Un trend, che, ovviamente, prelude a ulteriori sviluppi in quest’area di mercato, che dovrà garantire maggiori capacità di memorizzazione ma, al tempo stesso, economie di scala e flessibilità di accesso.

Secondo la ricerca di IDC effettuata all’inizio del 2020, il 91% delle grandi aziende sono già attive e si trovano in uno o nell’altro stadio di un percorso di evoluzione in termini di digital transformation, realizzando modelli molto più focalizzati e guidati dai dati. Nel percorso di evoluzione, le aziende stanno implementando numerose applicazioni Next-generation che rendono ancora più stringenti le richieste ai CIO di rispondere a esigenze di agility, performance, availability e gestione dei dati. «Per rispondere a queste richieste, le organizzazioni IT stanno esaminando nuove tecnologie dallo storage a stato solido ai dati distribuiti, alle software-defined infrastructure, architetture scalabili e cloud». Così, in domini infrastrutturali fondamentali per l’IT – come i sistemi di storage e la protezione dei dati – sta accadendo che la maggior parte delle grandi aziende (più del 90%, secondo i dati di IDC) stanno modernizzando le proprie infrastrutture per assicurarsi di poter rispettare i requisiti della strategia di digital transformation.

MERCATO STORAGE ENTERPRISE

Ma, in definitiva, quali sono i principali fattori nell’evoluzione del mercato storage, soprattutto a livello enterprise? Le iniziative di trasformazione digitale sono sostenute dalla necessità delle imprese di ottenere rapidamente insights accurati guidati dai dati, da rendere disponibili ai decisori, supportando nel contempo nuovi modelli di consumo per gli utenti finali. «Molti decisori – spiega Diego Pandolfi di IDC Italy – all’interno delle organizzazioni sono sempre più interessati a utilizzare analytics e data science per ottenere insights dalla enorme varietà e scala dei dati disponibili sia interni che esterni. A causa dell’importanza dei dati nelle iniziative di digital transformation, il successo di queste ultime dipende dalla capacità delle organizzazioni di acquisire, elaborare, “ripulire” e diffondere dati provenienti da sorgenti multiple». Soluzioni di storage in grado di supportare gli obiettivi di business saranno essenziali per il successo delle iniziative di trasformazione digitale, a maggior ragione in quanto i modelli di deployment delle infrastrutture aumentano di complessità, dovendo includere soluzioni cloud, on-prem ed edge.

Esaminiamo le appliance AFA e HCI: queste appliance – secondo IDC – continueranno a costituire segmenti tra loro correlati, che seguiteranno a crescere sul mercato dello storage esterno. La disponibilità sempre più ampia di storage AFA, con un range di prezzi molto ampio, ne favorirà l’adozione anche da parte di organizzazioni di piccole dimensioni, che in precedenza acquistavano array ibridi, mentre – aggiunge Pandolfi – «la disponibilità crescente di array basati su NVMe farà crescere la domanda di workload orientati alle prestazioni». Nel breve termine, il segmento AFA sarà colpito dall’impatto complessivo della pandemia, ma gli analisti prevedono che l’impatto maggiore si farà sentire sul mercato di fascia alta in quanto – precisa Pandolfi – «le organizzazioni tenderanno a congelare o ritardare gli investimenti in progetti capital-intensive, con un forte impiego di nuovi capitali». Tuttavia, entrambi i mercati AFA ed HCL dovrebbero recuperare più velocemente di altri segmenti, e le quote di entrambe le tecnologie sono attese in crescita.

Secondo i dati di IDC, il mercato relativo allo storage esterno è cresciuto leggermente nel 2019 (+1,9% anno su anno). La base installata è perciò cresciuta nella stessa misura. Nondimeno, a causa di fattori macroeconomici e socioeconomici attivi in diversi settori, IDC non segnala crescite nel mercato esterno nel corso del corrente anno 2020. Resta da vedere quale sarà l’impatto del ricorso diffuso al lavoro remoto, soprattutto per le decisioni di acquisto di infrastrutture cloud in contrasto all’on-prem.

«Ci sono spazi di opportunità nel mercato dello storage esterno in aree come l’all-flash array – spiega Pandolfi – dove si prevede una crescita che continuerà fino al 2024. Inoltre, crescerà anche il mercato dell’hardware per appliance iperconvergenti. La riduzione dei costi di queste soluzioni ha fatto sì che nel segmento medio si sia assistito alla scelta di “clustering” di molti prodotti AFA, preferiti a soluzioni high-end. Questo è un trend che ci aspettiamo continui anche nei prossimi anni».

Da ultimo, secondo IDC l’impatto della pandemia dovrebbe essere relativamente breve, tanto che a fine 2020 tutte le regioni saranno in recupero. «Tuttavia – conclude Pandolfi – IDC si aspetta che la maggior parte delle aree economiche non torneranno ai livelli di spesa del 2019 sullo storage per parecchi anni. In particolare, il mercato dello storage esterno – che stava già mostrando segnali di debolezza rispetto all’area AFA che è invece in rapida crescita – continuerà a soffrire a causa del trend di migrazione continua al cloud e della penetrazione delle soluzioni legate alle architetture software-defined, in tutti i segmenti».


#Storage Le componenti AFA ed HCL in crescita sul mercato dello storage esterno @IDCItaly
Click To Tweet


CRESCE L’EFFICIENZA DELLE RETI

Un altro fenomeno molto importante che sta condizionando l’andamento del mercato e degli investimenti in soluzioni di storage è sicuramente quello dell’aumento dell’efficienza e della flessibilità delle reti di connessione sia fisse che mobili. Non affrontiamo qui il tema della diffusione di interfacce e reti dedicate allo storage e basate su fibra ottica ad alta velocità, quali Fibre Channel o iSCSI, che riguarda in modo praticamente esclusivo le grandi e grandissime aziende. Dal punto di vista delle reti fisse, la diffusione della fibra ottica anche nei piccoli uffici e nelle abitazioni private, oltre che (ovviamente, la penetrazione in questo caso è molto più bassa) nelle geografie cosiddette “a fallimento di mercato” ha portato la disponibilità di larghezza di banda e throughput disponibili a livelli inimmaginabili solo pochi anni fa. Infatti, per quanto riguarda la fibra ottica, per esempio, si arriva oggi a oltre 1 Gigabyte per secondo, ma studi attualmente in corso hanno permesso di raggiungere circa 200 Tbps, che significa una velocità di un milione di volte superiore, da confrontare con i circa 9 Mbps (massimi di una linea Adsl di un passato non troppo remoto).

È evidente come le applicazioni più importanti – per esempio quelle legate al backup/recovery di interi sistemi informativi (banche o utility dedicate alla fornitura di elettricità, acqua, gas) – abbiano la necessità di disporre di livelli di throughput elevatissimi, dal momento che spostare o semplicemente duplicare i dati archiviati di una banca, da un luogo a un’altra località remota in disaster recovery, in pochi secondi, in caso di necessità, richiede collegamenti ad altissima velocità, affinché gli utenti (soprattutto quelli ad alti volumi di traffico) non si accorgano di alcuna interruzione nel normale standard di servizio.

Il problema si complica quando – situazione ormai pressoché normale – i servizi prendono anche la strada dei nuovi standard di connessione mobile, con il nuovo protocollo 5G. In questo caso, infatti, ai collegamenti fissi tra una base station e la centrale di gestione del traffico cellulare si devono aggiungere i segmenti “aerei” che grazie al nuovo protocollo possono oggi raggiungere un throughput teorico di 10 Gbps (da confrontare con 1 Gbps teorico, che diventano circa 34 Mps reali) delle reti 4G, di quarta generazione.

Le esigenze cambiano anche in termini di tipologia di dati di cui occorre garantire la disponibilità e lo spostamento da un punto all’altro della rete. Mentre anni fa era sufficiente garantire il flusso di traffico soprattutto legato ad audio e messaggi di testo, per cui si parlava di reti 2G a circa 250 Kbps e in seguito, grazie all’avvento dei cellulari con fotocamera integrata si è passati al 3G a 3 Mbps massimi – oggi è già diffuso il già ricordato 4G, capace di un throughput di 100 Mbps. È evidente che la necessità di storage per documenti di testo di pochi Kbyte è molto inferiore a quella di immagini e video che superano facilmente il Mbyte, soprattutto quando si tratta di file multimediali (appunto audio, video, immagini e presentazioni) contenenti informazioni riservate e legate al business o alle transazioni legali di un’azienda.

L’EVOLUZIONE DELLE TECNOLOGIE

Si sono spesi fiumi di parole sul modo in cui le tecnologie originarie di storage del mondo IT, quelle basate sulle proprietà magnetiche di alcuni materiali e sulla possibilità di registrare informazioni anche su media particolarmente “a buon mercato” quali i nastri magnetici siano state affiancate e, in diversi casi, soppiantate dalle nuove tecnologie basate su flash array, memorie a stato solido che offrono diversi vantaggi rispetto alle precedenti. In questo caso, vogliamo solo evidenziare i motivi che stanno orientando la scelta di diversi privati, piccole e medie imprese, ma anche grandi aziende per i dischi a stato solido SSD. A partire dalla velocità di accesso, che passa da 50-120 Mbps dei dischi fissi standard a 200-550 Mbps, per passare all’assenza di parti in movimento, necessarie sia nei dischi fissi tradizionali che nei nastri.

La mancanza di parti in movimento rende difatti i dischi SDD resistenti a urti accidentali e cadute, che possono invece danneggiare gli hard disk standard. Inoltre, dal punto di vista energetico, l’assorbimento di un disco a stato solido si misura in circa 2-3 Watt, contro i 6-7 Watt assorbiti da un disco magnetico: questo offre un altro spunto di discussione. Infatti, il minore assorbimento di corrente si traduce anche in un minore riscaldamento durante l’operatività, il che a sua volta significa che non occorrono particolari sistemi di raffreddamento (tipicamente, ventole), rendendo così gli SDD anche più silenziosi. Di contro, per correttezza, va detto che la tecnologia degli hard disk è ampiamente nota e testata, garantendo sicurezza e durata, ma soprattutto costi più bassi. È probabile che presto le evoluzioni ulteriori della tecnologia correggano anche questo problema. Attualmente, la maggior parte dei dischi a stato solido è installata all’interno dei personal computer o comunque in dispositivi personali, soprattutto a causa dei costi e del fatto che le capacità massime sono ancora a favore dei dischi fissi tradizionali. Ma anche questo sta cambiando, visto che sono molti ormai i produttori che propongono array di dischi ad alte prestazioni per un utilizzo enterprise basati su tecnologia a stato solido.


#Storage I CIO chiedono affidabilità, ma anche performance, scalabilità e flessibilità @IDCItaly
Click To Tweet


CONCLUSIONI

La carrellata che abbiamo tracciato in questo articolo, purtroppo parziale e incompleta, ha voluto fornire una panoramica di quello che sta accadendo sul mercato in questo periodo particolare. La necessità di tenere sotto controllo i costi e l’obsolescenza di hardware, software e processi nelle aziende, dalle più piccole alle più grandi, si scontra con quella di rispondere a un mercato che comunque continua a evolversi non solo sotto la spinta inarrestabile dell’innovazione tecnologica ma anche dei regolamenti, delle normative e degli obblighi che impongono revisioni frequenti del modo di operare e delle infrastrutture informatiche. Per fortuna, nuovi paradigmi, come il cloud computing, offrono soprattutto alle PMI – che come sappiamo costituiscono la componente maggioritaria del tessuto economico italiano – strumenti nuovi per risolvere problemi e rispondere a esigenze di business che si sono affacciate sul mercato nell’ultimo decennio.

Oggi, non è più sufficiente pensare e implementare soluzioni in grado di soddisfare le esigenze attuali o dei prossimi due o tre anni, anche se questo è ciò che fanno in molti. Occorre cercare di traguardare il futuro perlomeno di medio termine, cercando di rispondere oggi a esigenze che si realizzeranno in pratica solo tra una decina di anni e oltre. In questo processo, ci possono aiutare le analisi degli esperti, ma anche la lettura attenta di ciò che i vendor e gli operatori più qualificati ci continuano a proporre. In tutto ciò – occorre sottolinearlo – bisogna sempre ricordare che i dati sono il cuore pulsante delle aziende e, su più vasta scala, dell’intera economia. Generare, gestire, mettere al sicuro e, soprattutto, memorizzare in modo efficiente e affidabile il patrimonio sempre più grande di informazioni creato dalle organizzazioni di ogni dimensione e settore rappresenta la chiave per il futuro. Uno storage ben studiato e realizzato è sicuramente parte essenziale del successo di qualsiasi iniziativa che voglia avere prospettive di crescita sostenibili.

L'articolo Un universo di dati. Storage under pressure proviene da Data Manager Online.

]]>
Food & Beverage. Supply chain reloading https://www.datamanager.it/2020/10/food-beverage-supply-chain-reloading/ Wed, 14 Oct 2020 14:09:41 +0000 http://www.datamanager.it/?p=203254 Mentre l’industria alimentare è abituata ad affrontare la variabilità della domanda e dell’offerta, la recente congiuntura dettata dall’emergenza Covid-19 ha dimostrato che c’è spazio di miglioramento nella gestione della catena di approvvigionamento La dimostrazione del miglioramento nella gestione della catena di approvvigionamento Food & Beverage è nella realtà che viviamo. Nelle strategie di innovazione messe […]

L'articolo Food & Beverage. Supply chain reloading proviene da Data Manager Online.

]]>
Mentre l’industria alimentare è abituata ad affrontare la variabilità della domanda e dell’offerta, la recente congiuntura dettata dall’emergenza Covid-19 ha dimostrato che c’è spazio di miglioramento nella gestione della catena di approvvigionamento

La dimostrazione del miglioramento nella gestione della catena di approvvigionamento Food & Beverage è nella realtà che viviamo. Nelle strategie di innovazione messe in atto dai leader del settore e nello sforzo di trasformare una crisi congiunturale severa in una opportunità di rilancio senza precedenti. Il lockdown ha accelerato il processo di digitalizzazione degli acquisti. Un trend che riguarda tutto il settore dell’eCommerce a livello internazionale. Secondo una ricerca di Salesforce, gli acquisti online sono aumentati del 71% nel secondo quadrimestre del 2020. I dati dell’Office for National Statistics mostrano che le vendite online dell’intero settore retail sono passate dal 18,7% rilevato a luglio 2019 al 28,1% dello stesso mese di quest’anno, con una crescita pari al 9,4%.Lo spostamento dei ricavi sull’eCommerce obbliga anche i big del settore Food & Beverage a ridisegnare il canale B2C e a competere direttamente con le grandi piattaforme logistiche. La sfida è quella di ridisegnare la supply chain e rendere più solida e dinamica la catena di approvvigionamento in tutto il sistema agroalimentare dalla produzione alla trasformazione, dalla grande distribuzione al B2B, passando dalla vendita al dettaglio ai canali collegati come l’Ho.Re.Ca.

Interoperabilità, tracciabilità, fiducia, innovazione sono le parole d’ordine del nuovo paradigma che vuole coniugare ottimizzazione e sostenibilità. Appena concluso il lockdown, Coldiretti ha presentato in collaborazione con Filiera Italia e con Bonifiche Ferraresi il Manifesto dell’agricoltura 4.0 in occasione dell’Innovation Day per il futuro della filiera del cibo nell’era post Covid. Ettore Prandini, presidente di Coldiretti è stato chiaro sul ruolo del digitale. Alla presenza del ministro dello Sviluppo economico Stefano Patuanelli, di Antonio Samaritani, amministratore delegato di Abaco Group, Luigi Scordamaglia, consigliere delegato di Filiera Italia e Federico Vecchioni, amministratore delegato di Bonifiche Ferraresi – ha detto: «Occorre che la fibra e tutti i servizi telematici cessino di essere uno slogan e siano portati nelle aree rurali nell’arco di qualche mese, e messi a disposizione degli imprenditori agricoli per poter usufruire di tutta la tecnologia dell’agricoltura 4.0 che andremo a offrire loro».


#SupplyChain #FoodIndustry Come rendere più solida la catena di approvvigionamento in tutto il sistema
Click To Tweet


DIGITALIZZAZIONE E MADE IN ITALY

Coldiretti sostiene la centralità degli investimenti sull’innovazione nel settore come dimostra la collaborazione con Bonifiche Ferraresi e il coinvolgimento di realtà come il Gruppo Leonardo per quanto riguarda blockchain e agricoltura di precisione 4.0. Sul nuovo portale Coldiretti è possibile accedere direttamente alla piattaforma Demetra che mette a disposizione degli associati – grazie all’applicazione basata sulle tecnologie Abaco – dati sulle previsioni meteo, temperature, fertilità dei terreni, bilancio idrico, radiazione solare per aiutare gli agricoltori a ottimizzare le rese e la produttività e affrontare le nuove sfide dei cambiamenti climatici. Una vera e propria rivoluzione che porta gli agricoltori direttamente nel mondo dell’agricoltura 4.0 dotandoli di un sistema avanzato di monitoraggio e controllo indispensabile per una gestione efficiente e sostenibile delle colture in campo. In occasione dell’ultima edizione di CIBUS, i leader dell’industria alimentare, della grande distribuzione e dell’agricoltura hanno ribadito a Parma, la necessità di scaricare a terra l’innovazione lungo tutta la filiera per il rilancio dell’agroalimentare italiano. Rilancio che passa attraverso gli investimenti strutturali in ricerca e innovazione, da finanziare a livello europeo. Secondo Coldiretti la conta dei danni, in termini di crollo dei consumi, legati all’emergenza Coronavirus è di 24 miliardi di euro.

Le cifre di Coldiretti, elaborate su dati Istat, mostrano un calo del 4% nei primi 5 mesi 2020, con una storica inversione di tendenza che non ha precedenti negli ultimi 30 anni. Ivano Vacondio, presidente di Federalimentare ha dichiarato che – «il 2020 è l’anno nero anche per il Food & Beverage, che per riprendersi in fretta ha assoluto bisogno del sostegno da parte del Governo». Secondo il presidente Coldiretti Ettore Prandini – l’Italia può ripartire con un deciso impegno per l’innovazione con l’agricoltura 4.0 di precisione, investimenti in tecnologie in un’ottica di economia circolare – ma serve un patto per l’export con la creazione di nuovi canali e una massiccia campagna di comunicazione per le produzioni cento per cento Made in Italy. Perché occorre recuperare i ritardi strutturali e sbloccare tutte le infrastrutture per migliorare i collegamenti. Le risorse collegate al Recovery fund rappresentano un’opportunità per sostenere la competitività dell’agroalimentare. Ma è importante – conclude Prandini – «superare il digital divide che frammenta il Paese anche grazie all’accordo fra CDP e TIM per l’estensione della banda larga su tutto il territorio nazionale».

Coldiretti rilancia aggiungendo la priorità di portare sul mercato il valore aggiunto della trasparenza estendendo anche ai ristoranti l’obbligo di indicare in etichetta nei menù l’origine di tutti gli alimenti serviti a tavola, dal pesce alla carne, per combattere la concorrenza sleale del falso Made in Italy.


#SupplyChain #FoodIndustry Lo spostamento dei ricavi sul canale eCommerce ridisegna il B2C
Click To Tweet


NUOVE REGOLE PER CAMBIARE

Proprio in tema di ristorazione troviamo la trasformazione digitale quale fulcro delle regole nel modello di business consigliato dall’associazione italiana F&B Manager (AIFBM). Cinque i punti fondamentali: definire dei processi misurabili, analitiche per il controllo di gestione, forecasting delle risorse fisiche, ecosistema per il miglioramento continuo della rete fornitori, modellazione avanzata delle vendite.

Quando si tratta di definire dei processi misurabili, un principio fondamentale per la replicabilità è rendere tutto standardizzato. Ogni singolo processo deve corrispondere a standard ben precisi. Questi possono riguardare i piatti del menu (con dei dosaggi netti per gli ingredienti) oppure le procedure che il personale deve seguire, i processi successivi alla vendita per fidelizzare il cliente: insomma, tutto deve essere misurabile. Un modello di business funzionante deve basarsi su una verifica giornaliera di dati da inserire in un cruscotto per permettere un check rapido e quotidiano. Inoltre, è necessario sapere quante persone occorrono nel progetto e le loro mansioni e poi pianificare un’organizzazione interna al locale.

Per il miglioramento della rete fornitori occorre negoziare con i venditori, fissare delle regole e sottoscrivere un contratto di fornitura (prezzi, giorni di consegna…). Infine, un buon modello di business non è tale se non ha programmato il modello di vendita, che non è il marketing. Significa capire come monetizzare, a che cosa legare la vendita (alla location, al tipo di servizio…) e come fare delle offerte ai clienti. In tema di marketing nel settore si rivela oggi centrale il ruolo dell’omnicanalità avanzata come spiega Riccardo Caravita, Cibus and Food brand manager con particolare riferimento al caso di successo di MyBusinessCibus il cui obiettivo è quello di creare una fiera virtuale, aperta 365 giorni l’anno, complementare alla stessa manifestazione espositiva Cibus.

LA TOP-FIVE DEI CIO

Ma in questa fase di transizione come si comportano i CIO di un settore che è anche una fucina attivissima di idee e iniziative per il rilancio? Le direzioni IT delle aziende Food & Beverage come stanno traducendo le strategie digital transformation in valore per la ripresa? All’inizio dell’estate, Data Manager ha interpellato direttamente decine di CIO del settore sulle priorità da loro settate per fronteggiare l’emergenza con una strategia di digital transformation improntata a una nuova crescita. I CIO intervistati hanno evidenziato la convergenza di obiettivi su cinque priorità strategiche.

  1. Focus sullo stato di incertezza dell’industria alimentare e delle bevande, nuove tariffe, nuovi mercati, gestioni specifiche relative al Covid-19 nella supply chain.
  2. Espansione del proprio modello di business (su canale eCommerce) e ampliamento della rete di fornitori per superare i rischi e intercettare la domanda, rispondendo a tutte le disposizioni in materia di sicurezza sanitaria.
  3. Analisi degli scenari e pianificazione delle operations per rispondere ai cambiamenti della domanda e dell’offerta, in particolare mediante investimenti su cloud e IoT per migliorare accesso e visibilità delle informazioni di processo e aumentare l’agilità operativa.
  4. Rimodulazione dei progetti e calcolo del ROI.
  5. Automazione e interoperabilità.

#SupplyChain #FoodIndustry Innovazione e sostenibilità per rispondere ai nuovi scenari di consumo
Click To Tweet


LA NUOVA NORMALITÀ

La crisi innescata dall’emergenza sanitaria rappresenta uno stress test che ha fatto emergere la capacità delle imprese di reagire ai cambiamenti improvvisi, mostrando al tempo stesso punti di forza e debolezze strutturali. Il Covid-19 non ha fermato le iniziative digitali. In realtà, ha accelerato il passaggio al digitale.

Anche se l’emergenza non è il terreno adatto a coltivare l’innovazione. E sul fronte dell’innovazione le grandi imprese del largo consumo avevano fatto importanti passi avanti nell’evoluzione della supply chain, della pianificazione e della customer experience. Perché – come ci spiegano Lorenzo Veronesi, research manager di IDC Manufacturing Insights e Ornella Urso, senior research analyst di IDC Retail Insights – le aziende del largo consumo opereranno in un nuovo tipo di economia, la “next normal”, in cui i cambiamenti nel comportamento dei consumatori costringeranno le aziende ad adottare modelli di business e operativi guidati dal digitale in grado di resistere a interruzioni improvvise come restrizioni di movimento, distanziamento sociale, cali della domanda e blocchi nella catena di approvvigionamento.

Poiché l’innovazione IT è ormai un imperativo urgente per superare le interruzioni, gli investimenti nella trasformazione digitale hanno un impatto diretto e positivo su profitti e ricavi. I produttori sono disposti a colmare le loro lacune e le aziende del segmento consumer packaged goods (CPG) devono essere pronte a comprimere “due anni di trasformazione digitale in due mesi” per ottenere un vantaggio competitivo durante la prossima normalità. Di conseguenza, l’IT diventa un importante abilitatore di business, ma deve essere adatto allo scopo. Sotto la spinta di motivi commerciali, economici, tecnologici e competitivi, i produttori sono alla ricerca di modelli di business innovativi per garantire redditività e crescita sostenibile.

Per stabilire modelli di business di successo in futuro, è imprescindibile supportare i processi con tecnologie dirompenti in grado di garantire agilità, efficienza, ma anche un nuova relazione più “intima” con i consumatori attraverso il ridisegno di tutto il B2C. I dati in tempo reale sono essenziali per raggiungere questi obiettivi, non solo nell’azienda ma nell’intero ecosistema.

Questa trasformazione è quindi incentrata anche su uno spostamento dell’attenzione dall’impresa all’ecosistema e una più stretta integrazione con clienti, rivenditori, fornitori e partner. I fattori chiave della collaborazione dell’ecosistema sono una maggiore efficienza nell’esecuzione dei processi B2B, la necessità di scalare rapidamente le innovazioni in tutto l’ecosistema, l’opportunità di capitalizzare e monetizzare i dati e, in generale, l’abilitazione di nuovi modelli di business.

CONVERGENZE SMART

Quali sono le iniziative che le aziende del largo consumo stanno mettendo insieme e che sono particolarmente rilevanti in questo contesto? Insieme ad IDC abbiamo identificato i cinque punti salienti di una trasformazione digitale che si appoggia sull’intelligenza in ogni aspetto della supply-chain di filiera.

Il primo punto riguarda le “conversazioni intelligenti”. In altre parole, l’interazione digitale con i clienti nei tre momenti della verità: coinvolgimento (social media, online), acquisto (in negozio) e utilizzo (a casa). I negozi di proprietà consentono a queste tre dimensioni di convergere. Il negozio è dotato di dispositivi intelligenti e sensori che possono essere utilizzati per registrare i tassi di selezione/rifiuto e per sollecitare l’input dei consumatori in tempo reale. Questa convergenza sfrutta un modello di apprendimento che utilizza POS, dati dei sensori e volume di riferimento per abilitare tattiche promozionali quasi in tempo reale e insights strategici a lungo termine per migliorare la visibilità sulla redditività promozionale e aumentare le vendite migliorando al contempo i profitti.

Il secondo punto riguarda le vendite intelligenti. La piattaforma di commercio deve essere in grado di offrire senza problemi prodotti sia analogici che digitali che possono essere personalizzati dal consumatore. Una rete/piattaforma commerciale condivisa consente transazioni senza interruzioni. La visibilità di tutto il mercato è condivisa quasi in tempo reale e consente allocazioni intelligenti dell’inventario. Offre esperienze di acquisto senza interruzioni attraverso il luogo di consumo scelto dal consumatore, tra cui ricerca, selezione e disponibilità con una precisione del 100%. Esiste un modo attivo e mirato di interagire con le comunità sociali di consumatori con affinità al marchio con connettività a piattaforme sociali più ampie – “influencer”.

Il terzo punto importante identifica la fabbrica intelligente. Reporting delle condizioni delle risorse della fabbrica attraverso una densa distribuzione di sensori wireless e cablati/funzionalità della macchina connessa. La consapevolezza in tempo reale delle condizioni delle risorse e la gestione centralizzata dei dati con analisi predittive, inclusi gli algoritmi ML, creano un modello predittivo accurato di potenziali guasti. È disponibile un accesso digitalizzato alle schede dati sulla salute e la sicurezza dei dipendenti e la guida alla risposta è disponibile sui dispositivi mobili con istruzioni di lavoro visive e linee guida per la risposta.

Il quarto punto riguarda la pianificazione intelligente. La raccolta dell’utilizzo di dati sulla domanda e sul consumo completi e quasi in tempo reale consentirà alle aziende di migliorare sia le previsioni che il collegamento con inventario e capacità. Le informazioni di magazzino sono rese visibili (possibilmente in modalità self-service) ai clienti (rivenditori, canale Ho.Re.Ca.) per comunicazioni integrate. Permette di avere le informazioni per comprendere le prestazioni del fornitore e la posizione della fornitura. E garantisce la visibilità integrata e il coordinamento operativo in tutte le fabbriche proprie e in outsourcing per l’ottimizzazione dei costi e il controllo della qualità. Ma non solo. Permette la valutazione continua dell’inventario e la gestione delle scorte in relazione alla domanda, e l’allineamento della capacità di produzione e la previsione dell’offerta, sfruttando la gestione automatizzata dei riordini, il collegamento con gli scaffali intelligenti e le attrezzature per la movimentazione dei materiali per fornire una rappresentazione accurata dei livelli di inventario in tempo reale.

Quinto e ultimo punto di questa ideale trasformazione della supply chain è quello che IDC definisce innovazione intelligente. Occorre costruire una piattaforma di innovazione di prodotto basata sulla scienza collaborativa con accesso ai dati storici e attuali per sfruttare la conoscenza interna ed esterna, condurre analisi, evitare gli errori del passato e allineare gli sforzi attorno agli obiettivi strategici dell’organizzazione per fornire risultati duraturi. L’azienda deve progettare, produrre e mantenere un modello informativo integrato su prodotto, migliorando la capacità di gestione degli articoli a magazzino, collegandolo anche a variabili di consumo dettate dal contesto. In questo caso, la simulazione sarà strettamente integrata sia con il prodotto o l’imballaggio in questione sia con il modello di gestione a livello di scaffale. Il processo di Product Portfolio Management è potenziato da strumenti che raccolgono informazioni sui costi dei materiali e dei fornitori, nonché vendite e consumi in tempo reale per valutare il portafoglio ottimale in base ai movimenti del mercato.


#SupplyChain #FoodIndustry Dati, processi, persone e macchinari. L’intelligence come driver del rilancio
Click To Tweet


COLLABORAZIONE E PRODUTTIVITÀ

I consumi di prodotti alimentari, nonostante la generale contrazione registrata su tutti i beni di largo consumo, sono meno volatili. Nella prossima normalità – come spiega Ornella Urso, senior research analyst di IDC Retail Insights – anche il settore del commercio al dettaglio deve accelerare gli sforzi di trasformazione digitale. «Di fronte alla necessità di raggiungere il cliente sempre e ovunque, i rivenditori di prodotti alimentari hanno sperimentato nuove forme di collaborazione o partnership ulteriormente rafforzate con servizi di consegna e logistica di terze parti. Identificando nuovi fornitori, i rivenditori possono colmare efficacemente le lacune esistenti nella catena di fornitura e soddisfare le esigenze dei clienti».

Essere parte di un ecosistema di partner collaborativo e dinamico consente ai rivenditori di fornire servizi migliori in una prospettiva di ecosistema aperto e di collaborazione con fornitori di filiera e fornitori di tecnologia, in modo da aumentare l’efficienza operativa, ottenendo un rapido ROI e migliorando l’esperienza del cliente. «Nel complesso – conclude Lorenzo Veronesi, research manager di IDC Manufacturing Insights – le aziende del largo consumo attribuiscono sempre più importanza alla capacità di guardare al di fuori del proprio settore, per intercettare o creare iniziative a valore aggiunto incentrate sulla collaborazione a livello di ecosistema. Ciò richiede non solo cambiamenti tecnologici e organizzativi, ma anche un cambiamento di mentalità».

DALLA BUONA TERRA ALLA TAVOLA

Salov è un’azienda storica della Lucchesia, simbolo del Made in Italy dell’eccellenza agroalimentare nel mondo che da oltre 150 anni produce, seleziona e distribuisce oli di qualità in ogni parte del mondo. Dal 2014, fa parte del gruppo Bright Food di Shanghai, confermando la sua vocazione internazionale e la sua visione dell’innovazione come ponte tra i valori della tradizione e il futuro. La sua storia rappresenta la sintesi perfetta di questo viaggio sull’evoluzione della supply chain in un settore davvero trainante per il nostro Paese.

Come ci racconta Luca Greco, Goup CIO di Salov – il paradigma della sostenibilità dovrà in tempi brevi diventare lo standard per tutta l’economia italiana se vorremo tornare a eccellere. «L’industria alimentare si confronta ormai da tempo con fenomeni e dinamiche di scala globale che hanno a che fare con l’aumento del consumo dei prodotti di marca, con i cambiamenti climatici che influenzano la catena della fornitura, con l’aumento dei fattori di complessità dovuti al necessario allineamento alle diverse e crescenti legislazioni dei vari paesi, con il cambio dei gusti dei consumatori, ma soprattutto con una sempre maggiore richiesta di sostenibilità nella comune consapevolezza che la certificazione del prodotto e dell’intero processo produttivo riveste un ruolo fondamentale per la salute dei consumatori».

E in questo senso la recente pandemia legata al Covid ne ha aumentato la percezione. La necessità di una supply chain sostenibile nasce prevalentemente da un’esigenza del consumatore e impone alla filiera alimentare nel suo complesso di dare opportune risposte affrontando un reale processo di trasformazione e adozione di modelli integrati e sostenibili. Nonostante l’innegabile sviluppo che deriverebbe dall’adozione di tali modelli – miglioramento delle relazioni tra gli stakeholders, minori impatti ambientali e in ultimo, ma non per ultimo, miglioramento della reputazione del brand – spiega il CIO di Salov – al momento questo processo di adozione appare limitato nella sua applicazione e ancor più nella sua applicabilità. «Le aziende che intervengono nel processo di trasformazione alimentare, infatti, hanno storie antiche e diverse, più o meno orientate all’adozione di processi che vedono al centro la costruzione di “alter ego” digitali dei propri sistemi produttivi e dei propri sistemi di relazione, interni ed esterni. La sostenibilità, tuttavia, passa per la sistematica tracciabilità della supply chain e quindi per una conseguente digitalizzazione dei processi che trasformano i prodotti alimentari e li trasferiscono dalla buona terra alla buona tavola. Questo processo – imposto dal mercato e i cui vantaggi superano di gran lunga i relativi costi – costituirà un ineludibile passaggio per le aziende alimentari nei prossimi anni».

I processi operativi, insieme alla cultura aziendale orientata alla qualità, rappresentano i primi fattori di rischio che devono essere mitigati per assicurare ai propri consumatori un prodotto controllato e sostenibile – continua Luca Greco. «L’adozione di procedure e sistemi digitali a supporto rendono possibile questo faticoso progetto di trasformazione producendo, quindi, i benefici attesi. Maggior allineamento ai sistemi di compliance, minori contestazioni da parte dei consumatori finali, aumento della reputazione del brand, maggiore senso di appartenenza a un’organizzazione più etica da parte dell’intera organizzazione». In poche parole – «consente alle aziende del settore di rimanere competitive sul mercato e di poter mantenere la fiducia dei consumatori, fiducia che deve essere conquistata giorno per giorno per affermare con la qualità dei propri prodotti il valore del brand».


#SupplyChain #FoodIndustry La via italiana per l’agroalimentare 4.0. Dalla buona terra alla buona tavola
Click To Tweet


DATI, QUALITÀ E FIDUCIA

Fatta questa lunga premessa, quali sono le priorità d’azione alla base di questa necessaria evoluzione?

Secondo Luca Greco, CIO di Salov, al primo posto c’è la digitalizzazione dei sistemi di manufacturing operations management (MOM). Per questo, è necessario adottare piattaforme e processi orientati allo smart manufacturing e alla Industry 4.0 attraverso un’azione sinergica che vede una forte collaborazione della fase previsionale con la supply chain. «La maggiore esposizione verso l’esterno con i canali eCommerce; i mercati globali con differenti gusti da soddisfare; una sempre pressante attività promozionale con il conseguente maggiore stress del ciclo produttivo che collega la domanda non più tradizionalmente prevedibile all’offerta; la decadenza dei modelli statistici di previsione con il conseguente declino della pianificazione di medio/lungo termine – impongono operations in grado di adeguare i sistemi produttivi alla domanda in tempi rapidi» – spiega Luca Greco. Occorre lavorare pertanto sui principali processi di produzione e approvvigionamento. «Frequente raccolta delle previsioni di vendita. EDI/blockchain con i fornitori/clienti, schede prodotto, scheduling a capacità finita, ingegnerizzando adeguatamente vincoli e obiettivi. Sistema MES con creazione dell’alter ego digitale e controllo del corretto funzionamento delle linee di produzione, del controllo qualità, della disponibilità dello staff, tracciabilità dei componenti, sistemi di manutenzione, controllo dei consumi energetici e così via».

Tutto deve essere digitalizzato e reso processo affinché – «ogni modifica della domanda si possa agevolmente riflettere in un coerente adeguamento di tutte le operations. I dati, tra loro interconnessi, diventano il vero driver per il controllo di processo». E l’analisi di questi dati automaticamente rilevati deve costituire il fulcro della condivisione dei miglioramenti e delle conseguenti decisioni. «I sistemi informativi – continua il CIO di Salov – devono sapere guidare questo processo di trasformazione unitamente all’organizzazione delle operations che questa trasformazione deve realmente adottarla. La reale adozione della tecnologia è il punto distintivo. E la costante partecipazione e formazione del personale operativo consente di superare il divario digitale con il quale si scontrano le nostre organizzazioni».

La seconda priorità, dopo la digitalizzazione della gestione delle operations che coinvolgono persone, processi e macchinari, è quella della creazione di una relazione di fiducia più “intima” e di una comunicazione più personale tra brand e consumatore. «Lo storytelling – spiega Luca Greco – colma il divario di fiducia del consumatore verso l’azienda e dà una risposta al timore di essere tagliati fuori dalla conoscenza del prodotto e le sue necessarie evoluzioni. Il web e le app possono assolvere questa necessità sia in termini generici di marketing orientato alla diffusione della conoscenza del prodotto – processi di certificazione, qualità e sostenibilità – sia in modo puntuale di tracciabilità del prodotto acquistato».

I sistemi aziendali in tal senso devono essere pronti a esporre le informazioni necessarie al consumatore in modo coerente. Non solo. Davanti alla crescita del canale eCommerce – conclude Luca Greco – dove l’esperienza mediata con il distributore viene meno e l’interesse alla tracciabilità della supply chain è maggiore – «le aziende dovrebbero considerare le proprie MOM e la blockchain come un passaggio ineludibile per la tracciabilità sostenibile del prodotto, dalle sue origini fino alla consegna a domicilio».

L'articolo Food & Beverage. Supply chain reloading proviene da Data Manager Online.

]]>
Pagamenti digitali, la sfida Cashless comincia adesso https://www.datamanager.it/2020/10/pagamenti-digitali-la-sfida-cashless-comincia-adesso/ Wed, 14 Oct 2020 09:35:21 +0000 http://www.datamanager.it/?p=202864 L’area dei sistemi di pagamento innovativi è in piena trasformazione per offrire a costi competitivi servizi in linea con la nuova operatività digitale. Quali sono le principali novità? Come cambia il mercato dei pagamenti digitali? Quali azioni implementare per cogliere le opportunità nel nuovo contesto? Nel settore dei digital payment sono in corso grandi cambiamenti […]

L'articolo Pagamenti digitali, la sfida Cashless comincia adesso proviene da Data Manager Online.

]]>
L’area dei sistemi di pagamento innovativi è in piena trasformazione per offrire a costi competitivi servizi in linea con la nuova operatività digitale. Quali sono le principali novità? Come cambia il mercato dei pagamenti digitali? Quali azioni implementare per cogliere le opportunità nel nuovo contesto?

Nel settore dei digital payment sono in corso grandi cambiamenti che stanno generando nuove importanti opportunità. Il mercato, anche a seguito della pandemia Covid-19 e alla conseguente impennata della diffusione dell’e-commerce, sta crescendo esponenzialmente, aprendosi a nuove opzioni e nuovi attori, e generando un cambiamento culturale nelle abitudini di consumo. I pagamenti digitali conquistano ampi spazi di diffusione anche in Italia, dove il contante – secondo il rapporto di Banca d’Italia “L’utilizzo del contante in Italia”, pubblicato a gennaio 2019 (su rilevazioni ufficiali che però risalgono al 2016) – viene utilizzato per pagare circa l’85,9% delle transazioni nei punti vendita, per un valore pari al 68,4% del totale. Il dato però deve essere letto alla luce dei miglioramenti registrati negli anni successivi. E soprattutto, occorre segnalare che non tiene conto della discontinuità generata dall’emergenza sanitaria. In tutti i casi, rispetto alle precedenti abitudini di pagamento, possiamo certamente affermare che siamo di fronte a una netta inversione di tendenza. A trainare la crescita sono soprattutto gli strumenti innovativi via mobile. L’offerta internazionale è caratterizzata da prodotti emergenti che si stanno imponendo a tutti i livelli e, quindi anche sul mercato europeo, come standard di fatto. Ampliare l’opportunità di scelta significa incoraggiare la competizione sia fra prestatori di servizi (bancari e non) sia tra gli strumenti di pagamento stessi.

PRESSIONE COMPETITIVA IN CRESCITA

Secondo Diego Pandolfi, research & consulting manager di IDC Italia – l’innovazione dei sistemi di pagamento nei prossimi anni farà ricorso in maniera crescente a tecnologie di automazione e data analytics, e si baserà su ecosistemi collaborativi. «Queste dinamiche ridefiniranno in parte il settore, i comportamenti dei consumatori, dei retailer, delle banche e degli altri attori coinvolti». L’emergenza Covid-19, inoltre, ha accelerato il processo di adozione che era già in corso, ma che avrebbe probabilmente impiegato molto più tempo per raggiungere i livelli attuali. «La tecnologia consente già da anni la possibilità di pagamenti cashless – spiega Pandolfi – con diverse modalità e differenti tassi di adozione. E in effetti, negli ultimi mesi si sono registrate importanti spinte verso l’adozione di strumenti digitali».


#PagamentiDigitali Pressione competitiva in crescita. Sicurezza, semplificazione e velocità @IDCItaly
Click To Tweet


In base a una recente ricerca condotta da IDC nel 2020, circa il 43% dei consumatori ha dichiarato, infatti, di aver modificato le proprie abitudini di pagamento in seguito alle preoccupazioni per un eventuale contagio. Di questi, il 10% dice di utilizzare più frequentemente la carta contactless rispetto alla fase precedente l’emergenza, e un altro 10% ha affermato di utilizzare più spesso servizi di mobile payment. «In generale – continua Pandolfi – si registra una maggiore consapevolezza e utilizzo delle opzioni di pagamento digitali e contactless». Alcune spinte all’utilizzo di tali modalità arrivano anche dalle normative: diversi paesi stanno definendo incentivi ad hoc e incrementando la soglia al di sotto della quale non sarà necessario inserire il codice PIN, evitando in tal modo che gli utenti siano costretti a toccare i terminali.

«I consumatori e le aziende stanno modificando i loro comportamenti – ribadisce Pandolfi – riducendo il contatto e utilizzando nuovi device e metodi di accesso ai servizi, tra i quali spiccano i mobile wallet e i pagamenti da remoto. Le esperienze del passato ci suggeriscono che le fasi di sperimentazione mostrano solitamente nel prossimo futuro risultati positivi e molti di questi comportamenti diverranno – di fatto – uno standard, rimanendo in essere per lungo tempo, anche dopo l’emergenza».

Nel mercato dei pagamenti, secondo i dati di IDC, stanno emergendo quattro trend principali. Il primo riguarda l’utilizzo del contante che è già in declino e non ritornerà ai livelli del 2019, con i consumatori che continueranno ad adottare i pagamenti digitali. Il secondo riguarda la sicurezza. Salvo grandi problemi nelle frodi, le opzioni di autenticazione rapida e ridotta rimarranno in essere e gli esercizi commerciali adotteranno sempre più protocolli di pagamento semplificati, per migliorare l’esperienza di acquisto del cliente. Il terzo trend tocca la platea di consumatori che prima della crisi non avevano dimestichezza con i metodi di pagamento contactless e soprattutto mobile, segnando una penetrazione di questi strumenti anche in un target più tradizionale. Infine, il quarto trend riguarda le opzioni di ordine e pagamento anticipato (online, in-app) che secondo le previsioni si espanderanno esponenzialmente.

«La progressiva adozione di digital payment sta facendo emergere una pressione competitiva notevole tra realtà tradizionali (come le banche) e nuovi provider che si affacciano sul mercato con tecnologie innovative e nuovi modelli di business» – spiega Pandolfi di IDC Italia. Sia le grandi tech e web company sia le startup e le fintech hanno, infatti, in parte ridefinito lo scenario tecnologico e continueranno a rappresentare alternative ai metodi di pagamento tradizionale, di esclusiva pertinenza delle banche». Il mercato continuerà anche a caratterizzarsi per operazioni di acquisizione e fusione tra aziende e accordi commerciali con l’obiettivo sia per le banche sia per le fintech e gli stessi merchant di ampliare le modalità e gli strumenti a disposizione dei consumatori, come per esempio funzionalità verticali e specifiche, basate su approcci omnichannel, data-driven e real-time. I dati rimarranno al centro delle strategie e dei metodi di pagamento, fornendo la possibilità di studiare con precisione i comportamenti degli utenti per prevenire frodi e migliorare i processi di compliance. In base alle previsioni di IDC, il 40% dei provider dei servizi di pagamento già da quest’anno, inizierà a offrire servizi antifrode integrati nei sistemi. «La continua collaborazione tra banche e fintech nei prossimi anni – conclude Pandolfi – garantirà il consolidamento dei servizi di pagamento digitale sia per il mercato consumer che per il mercato business».

Sempre secondo IDC, nel 2023 il 30% dei pagamenti di business saranno originati dalle fintech connesse alle banche attraverso API e questo potrà abilitare il nuovo modello di open banking. Non solo. Dal 2023, il 75% delle aziende G2000 avranno adottato sistemi di e-invoicing (spinti dalla normativa) che rappresenteranno un driver per l’adozione di pagamenti real-time.

I PAGAMENTI COME RELAZIONE

Le novità nei pagamenti digitali sono guidate anche dall’evoluzione della customer journey e dall’obiettivo di poter disporre del proprio denaro sempre e ovunque in modo semplice e sicuro – come ci spiega Deborah Traversa, direttore marketing di SIA. «Tutti gli attori del mercato stanno investendo per trasformare i pagamenti da commodity a elemento distintivo della relazione con il cliente. E tale evoluzione sta interessando sia l’ambito retail sia business». L’esempio più recente riguarda l’incremento del limite dei bonifici istantanei a 100mila euro a supporto di una gestione più efficiente della liquidità che consente di completare in pochi secondi i trasferimenti di fondi da parte delle aziende. C’è competizione tra gli attori tradizionali ma grazie all’open banking sono state avviate collaborazioni con i nuovi operatori, sfruttando il pagamento per creare un rapporto privilegiato con il cliente finale.


#PagamentiDigitali Da commodity a elemento distintivo della relazione con il cliente @SIA_pressoffice
Click To Tweet


SIA sta supportando la digital transformation di questo ecosistema con un’innovativa piattaforma tecnologica dedicata. «Siamo nell’era dei pagamenti via smartphone e dell’e-commerce – continua Deborah Traversa – dove le parole d’ordine per il successo di ogni iniziativa sono semplicità, velocità e sicurezza. In pochi anni, si è passati dal classico utilizzo delle carte di credito e di debito su POS agli instant payment fino ad arrivare ai pagamenti account-to-account che permettono di trasferire denaro in tempo reale direttamente da un conto all’altro, sfruttando servizi e app innovative». A queste modalità, si sta integrando sempre più la tecnologia blockchain, su cui anche SIA ha investito attraverso SIAchain, la piattaforma proprietaria che permetterà l’esecuzione di transazioni transfrontaliere in tempo reale utilizzando gli smart contract in abbinamento anche a una possibile valuta digitale definita dalla Banca Centrale Europea. «I digital payment cambiano l’offerta delle banche – spiega Traversa – che possono fornire un’esperienza di servizio completa, personalizzata e innovativa, e sviluppare ulteriori soluzioni grazie alle informazioni raccolte». L’ingresso di nuovi player nel mercato dei pagamenti favorisce certamente la creazione di servizi di eccellenza, tenendo in grande considerazione gli aspetti di sicurezza. Sempre più frequenti sono le collaborazioni con le utility, gli operatori della GDO, le telco e le aziende del settore petrol: tutte puntano a offrire esperienze di pagamento semplici, integrate e capaci di portare nuovo valore all’utente finale. «La PSD2 ha aperto il mercato dei pagamenti a nuovi attori con una particolare attenzione al tema della sicurezza» – sottolinea Deborah Traversa di SIA. «L’obiettivo è permettere ai consumatori finali – sempre più omnichannel e digital – di sfruttare al massimo i nuovi servizi e applicazioni in modo completamente sicuro».

INCUBATORI DI INNOVAZIONE

Il settore dei pagamenti è un comparto globale per definizione soggetto a continue innovazioni che si adattano e superano anche le crisi più profonde. «Nuovi circuiti/schemi di pagamento, EPI (European payments initiative), open banking, monete virtuali, pagamenti c-less, digital wallet, instant payment fanno ormai parte del nostro quotidiano» – spiega Enrico Belgini, product manager pagamenti di Cedacri. Anche PSD2 e open banking (attraverso i nuovi operatori AISP e PISP) stanno dando una forte spinta all’utilizzo dei pagamenti digitali, supportando nuove user experience e nuovi modelli di business. Si assiste sempre più allo svilupparsi di logiche collaborative tra banche, gestori di servizi di pagamento e fintech al fine di poter mettere a fattor comune le esperienze anche di settori differenti sfruttando le best practice di ogni operatore. «In Italia – continua Belgini – l’utilizzo di strumenti di pagamento alternativi al contante è in aumento, il numero di operazioni per abitante effettuate nel 2019 è stato pari a 125, l’11,1 % in più rispetto all’anno precedente e le tendenze/proiezioni del settore sono in continuo aumento».


#PagamentiDigitali Incubatori di innovazione per lo sviluppo del Paese @cedacri
Click To Tweet


Le più recenti ricerche di mercato, infatti, riportano che tale cambiamento verso gli strumenti di pagamento cashless anche nel canale fisico è destinato a restare anche dopo il ritorno alla (nuova) normalità. Secondo i dati espressi dal Barometer di Kantar tra coloro (il 57%) che a seguito della pandemia hanno cominciato a utilizzare di più gli strumenti cashless, il 75% dichiara che continuerà a farlo anche in futuro. L’utilizzo dei pagamenti digitali è anche fortemente sostenuto dal Governo che negli ultimi anni, ma anche di recente con le ultime dichiarazioni, ha approvato una serie di iniziative volte all’incentivazione del denaro elettronico. Tra queste l’articolo 22 del DL 124/2019 e successivi provvedimenti attuativi, in materia di credito di imposta sulle commissioni sui pagamenti elettronici versate dagli esercizi commerciali. Secondo Belgini – «occorre che tutto il Sistema Paese si muova nella stessa direzione, collaborando sia a livello istituzionale sia associativo e d’impresa in modo da far consolidare sempre di più i pagamenti digitali». Il ruolo dei pagamenti digitali come “incubatori di innovazione” per lo sviluppo del Paese è stato messo in evidenza dalla stessa Banca d’Italia.

Cedacri su questo punto ha già integrato nel “core system” i principali pagamenti digitali del sistema (carte di pagamento contactless, mobile payments, SCT Instant, Bancomat Pay, My Bank e altri sistemi innovativi come Plick). Inoltre, a livello comunitario, Cedacri sta lavorando al fine di far evolvere tali strumenti nell’ambito della strategia europea per i pagamenti al dettaglio. «L’adozione dello schema SCT Inst, in combinazione alla Request to Pay di EBA di prossima attivazione a livello europeo per esempio – conclude Belgini – potrebbe portare allo sviluppo di soluzioni innovative in tutti gli ambiti B2C e B2B, dando la possibilità d’integrare sia da canale fisico che online i pagamenti con SCT Inst anche grazie all’open banking, facendo da traino a questi cambiamenti e rivoluzioni nel comparto». Si assisterebbe così alla parziale sostituzione di alcuni degli strumenti attualmente utilizzati, abilitando modelli di business alternativi, velocizzando l’operazione di regolamento e superando i concetti di plafond previsti per i pagamenti con carta. Cedacri partecipa a tale evoluzione globale e ha già integrato la soluzione SCT Inst per le banche clienti, così come per la PSD2, e in particolare per il tema dell’open banking, è uno dei quattro gateway nazionali che hanno realizzato una soluzione ad hoc già operativa. Il settore dei pagamenti digitali, come abbiamo già detto, è oggetto di importanti rivoluzioni che rendono sempre più sicuri e diffusi i pagamenti online effettuati da computer e da smartphone, ma anche pagamenti integrati ai social e ad app. Durante la pandemia, costretti a casa nel periodo di lockdown, milioni di cittadini hanno imparato a effettuare acquisti e pagamenti online – come ci spiega Claudio Carli, marketing manager di Ingenico Italia – tanto che il valore dei beni acquistati sui siti è aumentato di oltre il 25% rispetto all’anno precedente (fonte Osservatorio eCommerce B2C del Politecnico di Milano).


#PagamentiDigitali Accelera l’adozione dei pagamenti digitali anche in Italia ingenico.it
Click To Tweet


Inoltre, anche i pagamenti digitali “in-store” sono cambiati: l’emergenza ha convinto molti utenti a evitare un contatto fisico con il merchant e si è registrato un significativo aumento dei pagamenti contactless. «Ma i pagamenti digitali, in generale, stanno evolvendo anche con altre soluzioni innovative» – continua Carli. «L’introduzione di schemi di pagamento basati su QRcode, la diffusione di wallet che favoriscono lo scambio Person-to-Person di piccole somme, la diffusione di soluzioni di sicurezza “strong customer authentication” basate sul riconoscimento biometrico sono già tutte realtà anche in Italia». L’attenzione al distanziamento sociale ha reso possibile lo sviluppo di soluzioni che agevolano il pagamento attraverso modalità CNP anche in negozio o alla consegna a domicilio. Diversi operatori, tra cui Ingenico, hanno promosso in questo periodo soluzioni proprio per accettare i pagamenti in mobilità (mPOS) o tramite l’invio di un link per il pagamento, come la nuova soluzione Payment Link, che permette al cliente di collegarsi online tramite il proprio smartphone e pagare il servizio o la merce ordinata, senza toccare né carte né POS del merchant. «Questi sistemi potranno diventare in futuro una delle opzioni di pagamento disponibili anche in negozio, agevolando ulteriormente l’uso del digitale e del cashless» – conclude Carli.

UN NUOVO ECOSISTEMA

ll cambiamento passa anche per la capacità di fornire al cliente finale un’esperienza di servizio completa e fluida. Per esempio – come ci spiega Simone Capecchi, executive director di CRIF – «attraverso la creazione di un ecosistema che colleghi diversi fornitori di servizi e informazioni, in cui il processo di acquisto e di pagamento si completi all’interno di un unico percorso e con una gestione “start-to-stop” della user experience, sfruttando completamente le opportunità offerte dall’open banking». La collaborazione fra player rappresenta un elemento comune delle iniziative di successo nei pagamenti digitali. Al riguardo, la recente partnership tra CRIF e SIA pone le basi per un unicum sul mercato a supporto dell’industria retail, mettendo a disposizione un ecosistema di servizi a valore aggiunto, accessibili da un unico marketplace che abilita lo sviluppo di nuovi use case e modelli di collaborazione tra istituzioni finanziarie, corporate e fintech.


#PagamentiDigitali Verso un nuovo ecosistema. La collaborazione fra player come fattore di successo crif.it
Click To Tweet


Tuttavia – «l’incremento dei pagamenti digitali porta con sé un crescente utilizzo delle nuove tecnologie anche per compiere azioni fraudolente» – rileva Capecchi di CRIF. In ottica di assistenza – oltre a iniziative di education – «gli operatori di settore hanno l’opportunità di offrire servizi a valore aggiunto ai propri clienti per aiutarli a proteggersi da frodi e furti di identità e dati personali». Siamo nel bel mezzo di una vera e propria rivoluzione – come afferma Attilio Serrone, senior director Direzione finanza di Engineering. «I confini della vita online e offline vengono meno. Siamo continuamente connessi gli uni agli altri, circondati da oggetti intelligenti che interagiscono con noi e tra loro».

In particolare, le banche sono chiamate a trasformarsi in società di servizi digitali in continuo mutamento per affrontare il cambiamento dei propri clienti e dei nuovi business. «Attorno ai dati verterà la nuova offerta» – prosegue Serrone. «L’intelligenza artificiale alimenterà la personalizzazione. E i dati dovranno essere protetti». In tale contesto, si colloca la visione di Engineering, con una piattaforma di servizi come parte di un ecosistema più complesso, in cui banche, clienti, fintech, aziende e provider possano dialogare e condividere informazioni arricchendosi a vicenda, nella logica della direttiva PSD2. Si potranno, per esempio – mette in evidenza Serrone – creare servizi di pagamento che consentono una gestione unitaria dei propri conti correnti e delle proprie finanze. In breve, stiamo assistendo alla contaminazione tra canali di relazione e alla conseguente “riscrittura” del rapporto tra persona, impresa e banca, abilitato dall’offerta di sistemi di pagamento digitali».


#PagamentiDigitali L’intelligenza artificiale alimenterà la personalizzazione @EngineeringSpa
Click To Tweet


AUTENTICAZIONE E STANDARD

Il mondo dei pagamenti digitali è in crescente fermento. Lo sa bene Stefano Trinci, marketing & customers management director di Enterprise, che si occupa di sistemi di pagamento che coprono l’intero spettro degli strumenti possibili e con il payment services hub Unipay è in grado di offrire tutti i servizi di pagamento in Euro e altre divise, indipendentemente dallo strumento utilizzato, dal canale richiedente, dalle caratteristiche operative, dai formalismi di scambio, dai circuiti di clearing e dalla modalità di settlement. UniPay è l’unica soluzione italiana certificata da SWIFT con label Payments. Quasi tutte le innovazioni IT nel finance – strong authentication, AI e machine learning, tracciabilità in tempo reale, omni-canalità, big data, interoperabilità, riconciliazione automatica, rendicontazione arricchita – assumono una collocazione e un significato immediatamente comprensibile se declinate nel perimetro dei pagamenti digitali. «L’emergenza sanitaria – continua Trinci – ha avuto un duplice impatto. Da un lato ha rappresentato una forte e improvvisa spinta verso la digitalizzazione nelle abitudini di pagamento, dall’altro però ha prodotto un rallentamento nell’evoluzione verso standard di mercato innovativi, procrastinandone l’adozione, come nel caso del rinvio della migrazione allo standard ISO 20022». Fortunatamente, non tutte le iniziative hanno risentito del momento contingente. «Negli ultimi mesi – conclude Trinci – abbiamo avviato in produzione la nostra soluzione per gli instant payments (SCT Inst) e quella per la completa adesione al GPI (sistema multibancario di tracciabilità dei pagamenti internazionali) di SWIFT. Con quest’ultima attivazione il terzo gruppo bancario italiano è ora in grado di offrire tale servizio ai propri clienti».


#PagamentiDigitali Cambiano le abitudini ma rallenta l’evoluzione di standard di mercato @enterprisespa
Click To Tweet


SICUREZZA E INTEROPERABILITÀ

Il successo di una piattaforma di pagamenti digitali è direttamente connesso alla sua capacità di velocizzare e rendere sicuro e fluido il processo di riconoscimento di un potenziale cliente – spiega Daniele Citterio, chief technology officer di InfoCert-Tinexta Group. «Oggi, la verifica dell’identità prevede spesso una triangolazione di dati con l’istituto di credito presso cui il cliente è già correntista, basata su un bonifico d’importo minimo, solitamente un euro. L’accertamento, a carico del service provider, comporta però l’interruzione del processo di acquisto da parte del potenziale cliente che deve accedere al proprio home banking, inserire le credenziali, eseguire il bonifico e restare anche in attesa del via libera all’acquisto».

Per migliorare la customer experience a beneficio di tutte le parti coinvolte – prosegue Citterio – InfoCert ha recentemente siglato una partnership con Fabrick, la società del Gruppo Sella specializzata nell’open banking. «Oggi, siamo in grado di offrire ai provider di servizi di e-commerce una modalità di verifica dell’identità assolutamente innovativa: una garanzia a tutela di tutti gli attori della transazione digitale, ma con un processo più semplice, fluido e sotto il totale controllo dell’utente. In pratica, utilizzando la strong customer authentication e le API di Fabrick per la PSD2, l’identità del prospect viene “derivata” dal suo conto corrente bancario con semplici operazioni compiute in totale autonomia dal cliente stesso e senza mai interrompere il flusso d’acquisto. Con una “self identification” e una conferma da parte dell’istituto di credito, l’onboarding del cliente è subito finalizzato: customer experience “no stress” ai massimi livelli di trust garantiti dal primo Qualified Trust Service Provider in Europa». Infine, esiste un problema generalizzato di conoscenza e percezione dei pagamenti digitali da parte del consumatore. C’è, quindi, la necessità di una adeguata comunicazione e formazione. Bisogna, inoltre, incentivare maggiormente l’usabilità dei singoli strumenti. Serve, in estrema sintesi, una seria politica industriale per il settore, in quanto è evidente la stretta correlazione tra bassa diffusione dei pagamenti digitali e alti livelli di economia sommersa. Inoltre, sono fondamentali gli standard condivisi che garantiscano una maggiore interoperabilità e concorrenza a livello globale ed europeo. Occorre poi una riduzione dei costi e delle commissioni, oltre a una corretta strategia di incentivazione.


#PagamentiDigitali Customer experience “no stress” ai massimi livelli di trust @InfoCert_it
Click To Tweet


Durante un incontro con gli stakeholders del settore, il Presidente del Consiglio Giuseppe Conte ha dichiarato la volontà del Governo di favorire la digitalizzazione dei pagamenti come misura di lotta all’economia sommersa per contribuire al cambiamento delle abitudini di vita dei consumatori, ma senza penalizzare nessuno. Attraverso il Piano cashless, il Governo intende definire un programma di proposte nel quadro del Recovery and resiliency facility, lo strumento europeo che prevede sostegni finanziari per investimenti e riforme in grado di accelerare la ripresa e rendere le economie dei paesi Ue più resilienti e future-ready. Solo così, si può fare la “lotta al contante” e far diventare i pagamenti digitali una vera opportunità di sviluppo e crescita economica.

L'articolo Pagamenti digitali, la sfida Cashless comincia adesso proviene da Data Manager Online.

]]>
Gestione documentale, le soluzioni smart oltre la crisi https://www.datamanager.it/2020/10/gestione-documentale-le-soluzioni-smart-oltre-la-crisi/ Wed, 14 Oct 2020 08:42:45 +0000 http://www.datamanager.it/?p=202862 Fuori dal perimetro della conservazione a norma, la gestione documentale sta cambiando a piccoli passi anche l’approvvigionamento e il monitoraggio delle informazioni, la protezione del sapere e la trasmissione di dati sensibili all’interno dell’ecosistema aziendale Cloud, Big Data, intelligenza artificiale, machine learning. Le nuove tecnologie stanno modificando rapidamente abitudini e modelli di business di aziende […]

L'articolo Gestione documentale, le soluzioni smart oltre la crisi proviene da Data Manager Online.

]]>
Fuori dal perimetro della conservazione a norma, la gestione documentale sta cambiando a piccoli passi anche l’approvvigionamento e il monitoraggio delle informazioni, la protezione del sapere e la trasmissione di dati sensibili all’interno dell’ecosistema aziendale

Cloud, Big Data, intelligenza artificiale, machine learning. Le nuove tecnologie stanno modificando rapidamente abitudini e modelli di business di aziende in tanti settori. La trasformazione digitale è un flusso che sta impattando trasversalmente tutte le industry, con un’accelerazione costante e decisa nella prima parte dell’anno. Se qualche mese fa, antecedente la pandemia, la digitalizzazione dei documenti e il loro inserimento in archivi telematici era considerata una delle varie opzioni per innovare, oggi, ne è fondamento, una risposta obbligata per assicurare continuità e snellire scenari profondamente cambiati dal lockdown e dal consolidamento di telelavoro e smart working. La gestione documentale, utilizzata principalmente per la conservazione e il recupero di informazioni in maniera rapida e sicura, ha cambiato anche il modo di approcciare segmenti diversi all’interno delle strutture aziendali: dall’approvvigionamento al monitoraggio delle informazioni, dalla protezione del sapere alla trasmissione di dati sensibili fuori i perimetri dell’ufficio. Il mercato globale dei sistemi documentali è in continua crescita, ma ci sono ancora inefficienze da risolvere in molte realtà dove – per esempio – emergono ancora problemi di reperimento dei documenti presenti all’interno della rete aziendale che si estende anche a quella dei partner.

IL DOCUMENTALE COME DRIVER

«La situazione sanitaria legata al Covid-19 non ha stravolto soltanto le routine quotidiane personali, ma ha rivoluzionato anche il modo di lavorare per molti knowledge workers, abituati a fruire di strumenti, dati e informazioni dalle loro postazioni all’interno degli uffici» – ci spiega Sergio Patano, associate research director di IDC Italia. «Il working from home (WFH) è passato, da un giorno all’altro, da privilegio o benefit ottenuto a volte con fatica a nuova normalità per molti lavoratori e così sarà anche per i prossimi mesi. Tuttavia, non tutte le realtà si sono dimostrate pronte ad affrontare questa situazione, ritrovandosi in seria difficoltà a mettere i propri dipendenti a essere produttivi anche lontano dall’ufficio, dovendo cercare velocemente soluzioni di appoggio. Per questo motivo, sebbene la crisi abbia impattato negativamente sulle revenue delle aziende e di conseguenza sui budget IT, esistono alcune aree di investimento che hanno subito un impatto positivo. Per esempio, quelle legate alle tecnologie e alle soluzioni di collaboration, le piattaforme di sicurezza e i servizi di cloud pubblico».


Il #documentale come driver tra opportunità di sviluppo e ostacoli @PatanoSergio @IDCItaly
Click To Tweet


Obiettivo di questi investimenti è l’accelerazione dei percorsi di trasformazione digitale che risultano ancor più stringenti in questo periodo. Secondo IDC, sette aziende su dieci hanno dichiarato che i progetti legati alla trasformazione digitale in alcuni casi hanno subito grossi rallentamenti, ma in altri hanno registrato una netta accelerazione. A fare da traino c’è la volontà di accelerare la transizione della relazione con il cliente verso il digitale, per mantenere il cliente ingaggiato e in stretto contatto con l’azienda. Per raggiungere tali obiettivi, non bastano miglioramenti nella componente di front end, ma sono necessari investimenti anche – e forse soprattutto – nella componente di backend, per andare a migliorare i processi IT e di business interni, grazie all’adozione di nuovi strumenti, magari cloud based.

«Emerge – continua Patano – la necessità di investire in processi di document workflow management che siano resi il più digitale possibile e che coprano tutte le fasi: dall’acquisizione del documento, passando per la sua gestione, per concludere con l’archiviazione secondo le policy e la normativa vigente. Processi di questo genere possono essere fin da subito implementati in azienda e molte realtà lo hanno già fatto da qualche anno, tuttavia, hanno un forte impatto sul workflow documentale tradizionale, che non è solo legato a questioni tecnologiche ma anche a problemi di revisione dei processi. Secondo i dati emersi da survey pre-Covid, quasi un’azienda su due a fronte dell’implementazione di soluzioni per la digitalizzazione dei workflow document intensive non aveva rivisto i processi IT e di business relativi».

La reingegnerizzazione dei processi di business non è l’unico ostacolo all’implementazione di soluzioni di digitalizzazione dei processi e workflow document intensive. Il principale è la gestione del “change management” e la resistenza al cambiamento soprattutto delle generazioni meno giovani. A frenare l’adozione di tali soluzioni, c’è anche la percezione che i costi di trasformazione siano elevati, oltre al fatto che l’ecosistema di partner, clienti e fornitori non è ancora pronto.

Al contrario, aziende più mature citano proprio la riduzione dei costi come uno dei driver principali per l’adozione di tecnologie intensive. Anche se i principali driver indicati dalle aziende italiane sono un accesso più veloce e più semplice alle informazioni necessarie e una maggiore efficienza dei processi di business. Tutti aspetti che contribuiscono a migliorare l’efficienza e la produttività dei lavoratori e a generare un ROI più elevato e più veloce a fronte degli investimenti. Rimanendo sempre in tema di risparmio, la digitalizzazione dei processi di gestione documentale ha impatti positivi in svariati campi. Il primo è quello legato alla stampa dei documenti, che è bene ricordare rappresenta una rilevante voce di spesa delle aziende, implicando anche una serie di costi nascosti non facilmente quantificabili, come per esempio le inefficienze energetiche per macchine vecchie e che consumano molto toner.


#GestioneDocumentale I 5 stadi di evoluzione delle imprese @PatanoSergio @IDCItaly
Click To Tweet


DIGITALIZZARE I PROCESSI

Chiaro dunque che siamo in una fase successiva a quella dell’implementazione di soluzioni del cosiddetto “document management system”, dove alla mera esistenza si deve preferire una reale utilità, cercando di evitare uno scenario paradossale in cui la presenza di simili sistemi rende la produttività più complessa e svantaggiosa, invece di migliorarla. Quanto mai adesso urge pensare seriamente a come ottimizzare la presenza di una concreta gestione documentale che, dopo i mesi di picco, diventi cardine dell’innovazione dell’impresa; un mezzo per affrontare con maggiore consapevolezza eventi futuri potenzialmente stravolgenti per il business. «Il processo di digitalizzazione delle imprese è in atto da diversi anni e nel tempo è stato trainato da diversi fattori, innovazioni tecnologiche, adeguamenti normativi e incentivazioni, ma anche dall’adozione progressiva di soluzioni documentali, che hanno aiutato le aziende a digitalizzare i processi, lavorando sulla semplificazione e sull’efficienza» – spiega Elisabetta Rigobello, responsabile marketing di Di.Tech. «Il Covid-19 può essere considerato in questo senso un acceleratore, ma solo per le aziende che avevano già intrapreso questo percorso, per le altre realtà ha evidenziato criticità difficili da sanare». Se, in periodo di lockdown, l’adozione di soluzioni di collaborazione ha avuto un forte impulso, e tra queste anche quelle legate alla gestione dei documenti – guardando i dati forniti da IDC – per quasi il 60% delle aziende il principale vantaggio ottenuto dall’adozione di soluzioni di gestione documentale è stato proprio quello di facilitare non solo la redazione ma anche la condivisione di documenti. Non solo. Al fine di facilitare e rendere finalmente reale l’accesso alle informazioni “anywhere, anytime”, molte aziende stanno inoltre investendo in soluzioni cloud-based.


Il #documentale come piattaforma per supportare il business Elisabetta Rigobello ditechonline.it
Click To Tweet


IL POTERE DELLA COLLABORATION

«Il mondo odierno vive in un contesto globale dove l’informazione precede e “influenza” la realtà, in tutti gli aspetti della vita» – sottolinea Massimiliano Barberis, marketing manager di Toshiba Tec Italia Imaging Systems. «Ciò che apprendiamo dai canali informativi diventa spesso la nostra realtà e questo indipendentemente dai fatti. Vale anche per l’ICT e quindi anche per il settore di produzione e gestione elettronica documentale (GED). Il processo di digitalizzazione dei documenti è in atto da tempo, ma procede a piccoli passi, partendo da soluzioni di dematerializzazione a norma. La pandemia ha enfatizzato le innovazioni tecnologiche, rispecchiando lo sforzo dell’offerta di gestione documentale, anche se non è ancora chiara la risposta alla reale domanda. Lo smart working richiede la disponibilità di condivisione dei documenti, ma questo avviene principalmente attraverso le piattaforme di Web conferencing e di e-collaboration che non implicano, per forza, l’adozione di un sistema di gestione documentale, presupposto invece di nuovi processi aziendali e modalità di lavoro. Alle aziende che intendono implementare un sistema GED, consiglio di agire su due ambiti: digitalizzare il più possibile la documentazione interna e archiviare i documenti partendo da alcuni uffici specifici, tipicamente amministrativi, rivisitando i processi di lavoro. Passo dopo passo, ma con un approccio analitico, senza dimenticare che il vero vantaggio è il risparmio di tempo e la semplificazione del lavoro, altrimenti si ricade in inutili virtuosismi tecnologici».

Una linea di condotta condivisa anche da Riccardo Scalambra, corporate sales manager di Epson Italia: «Nella nostra posizione di fornitore dei dispositivi che permettono la trasformazione delle informazioni da fisiche a digitali e viceversa, abbiamo potuto osservare che il passaggio al remote working ha trasformato una infrastruttura di gestione documentale pensata e sviluppata per essere “office centrica” in una realtà “periferica centrica”, dove la periferica è costituita da una tipologia di dispositivi molto più variegata rispetto a quanto si potesse pensare prima e spesso non in linea con i paradigmi di efficienza e costo di gestione stabiliti in precedenza».


Come implementare un sistema #GED Massimiliano Barberis toshibatec.it
Click To Tweet


Parlando non solo di gestione documentale – ma in maniera più estesa di soluzioni digitali per la gestione di processi che normalmente genererebbero carta – c’è chi, come TESISQUARE, ha constatato una notevole accelerazione in termini di ricerca di soluzioni “quick and dirty”. «Queste ultime hanno permesso alle imprese che fino a quel momento avevano fatto poco o nulla in termini di digitalizzazione, di attivarsi per dare continuità al proprio business anche in modalità remote working» – afferma Gianmario Mollea, marketing and sales manager, Digital, Collaboration and Optimization Line of Business di TESISQUARE. «Uno dei processi più impattanti è stato quello della raccolta strutturata degli ordini nel ciclo attivo in un contesto nel quale, per esempio, lo strumento fax era diventato praticamente inutilizzabile o la raccolta tramite gli agenti di vendita impensabile. Anche per questo processo, così come per altre esigenze specifiche derivanti dal contesto Covid-19, abbiamo messo in piedi, rapidamente, una proposta snella e di veloce adozione per i clienti».

Insomma, è chiaro come l’attuale situazione di emergenza abbia sicuramente rafforzato la necessità di una infrastruttura interconnessa e smart. Dopo anni di resistenze a vincoli di ordine culturale, organizzativo e tecnologico delle imprese, oggi stiamo assistendo a una vera e propria accelerazione verso modelli più strutturati e consapevoli di lavoro agile – spiegano Luca Dongiovanni, product manager office e Alessandro Bertolini, solutions consultant manager di Konica Minolta Italia. Per entrambi – l’ufficio non deve più essere pensato come un luogo fisico, ma diventa un digital workplace, accessibile da ambienti di lavoro diffusi (mobile, home-office, piccoli uffici locali) e in cui i processi vengono avviati e gestiti in digitale. «In Konica Minolta, già da tempo stiamo lavorando in questa direzione, proponendo ai nostri clienti soluzioni che consentono la condivisione delle informazioni da remoto e la gestione dei processi attraverso piattaforme di workflow automation. Le nostre soluzioni permettono di gestire l’informazione dalla fase di acquisizione e condivisione, ai vari step di approvazione, firma digitale, fino all’archiviazione a norma e alla ricerca successiva».


#GestioneDocumentale da “office centrica” a “periferica centrica” Riccardo Scalambra @EpsonItalia
Click To Tweet


L’INTEGRAZIONE DELL’AI

Il panorama si sta fortemente evolvendo anche grazie alla sempre maggiore diffusione e applicazione delle nuove tecnologie. Tra queste le più importanti sono sicuramente le soluzioni di intelligenza artificiale e di RPA (Robotic Process Automation), che hanno l’obiettivo di supportare le aziende nella rimozione delle inefficienze legate tanto ai silos informativi quanto a processi non connessi, unendo le persone alle informazioni di cui hanno bisogno, comportando elevati benefici di business per l’azienda in termini di velocità e accuratezza e contribuendo a ridurre anche l’incidenza degli errori manuali. Le indagini di IDC evidenziano come le aziende di tutti i settori siano alla ricerca di soluzioni per l’automazione dei processi di business con l’implementazione di tecnologie di elaborazione basate su regole standard in combinazione con le capabilities di intelligenza artificiale. «È importante che le aziende valutino lo stato attuale della maturità nella gestione della stampa documentale e valutino le iniziative interne e i contratti esistenti con i fornitori di servizi» – spiega Sergio Patano di IDC Italy.

«Da lì, dovrebbero sviluppare una comprensione olistica di quale tecnologia viene implementata e quali tipi di regole e strutture di governance vengono utilizzate e applicate, per poi sviluppare una road map che consolidi le soluzioni di document management aziendali in un framework unificato. Per essere efficace, questo piano deve far leva su nuove tecnologie e modelli di business coerenti con la strategia e la cultura aziendale». Anche perché il sistema documentale non può essere considerato esclusivamente un repository di contenuti, come talvolta è accaduto in passato. «Oggi, la piattaforma documentale deve supportare il business dell’intera impresa» – spiega Elisabetta Rigobello di Di.Tech. «Deve consentire non solo l’archiviazione intelligente dei documenti e la relativa dematerializzazione a norma di legge, ma deve diventare un cruscotto consultabile da tutte le funzioni aziendali, con la gestione di workflow approvativi, con gli opportuni criteri di sicurezza e integrità dei dati. E soprattutto, deve integrarsi con gli altri strumenti, per rispondere a interrogazioni, fornire dati ed elaborazioni incrociate. Considerati i volumi in gioco e la strategicità del patrimonio informativo contenuto, è necessario applicare quanto rende disponibile la tecnologia, in termini di facilità d’uso, velocità, capacità elaborativa e sicurezza. Ben vengano quindi AI, machine learning e tanto altro».


#documentale e #AI per dialogare con un’applicazione Gianmario Mollea @TESISQUARE
Click To Tweet


Poi c’è chi, come Konica Minolta, da anni sperimenta i benefici delle nuove tecnologie. Per esempio, con le scansioni massive che vengono effettuate dalle macchine del marchio: attraverso algoritmi di intelligenza artificiale è possibile suddividere i vari documenti senza dover utilizzare barcode mono o bidimensionali, categorizzare un documento in base al suo contenuto, intercettarne il sentiment ed estrarre i metadati da archiviare congiuntamente al documento stesso. Konica Minolta affronta queste tematiche quotidianamente, sia a livello di ricerca e sviluppo che di delivery, risolvendo le necessità dei clienti – spiegano Dongiovanni e Bertolini di Konica Minolta Italia. Ultimamente, l’azienda sta affiancando l’Intelligent Process Automation alla gestione digitale di documenti e processi, per eseguire delle azioni automatiche attraverso la Robotic Process Automation derivanti da decisioni prese dall’AI. Da una e-mail di reclamo i sistemi sono in grado di creare in modo automatico la pratica per la gestione del caso e, dove possibile, identificare la soluzione, allegandogli tutta la documentazione correlata. Quello che è successo diversi anni fa con l’automazione dell’industria, sta avvenendo oggi in maniera inarrestabile nel mondo impiegatizio attraverso un processo rapido e innovativo.

CINQUE STADI DI EVOLUZIONE

Una gestione documentale realmente flessibile e consolidata non ha limiti di applicabilità. Stando al rapporto dell’Istat “Situazione e prospettive delle imprese nell’emergenza sanitaria Covid-19”, la percentuale dei dipendenti in telelavoro è arrivata anche al 90% per le società più grandi, attestata intorno al 18,3% per le PMI, con punte del 50% per settori come la comunicazione e l’informazione e del 40% per le attività tecniche e scientifiche. La situazione attuale ha portato molte organizzazioni a creare una forza lavoro in remoto, anche nel caso in cui non era prevista, per assicurare continuità operativa e di business, con flussi adattativi non sempre coerenti. IDC identifica cinque differenti stadi evolutivi in tema di gestione documentale ai quali vengono associati differenti business “outcome”. «In ordine crescente, gli stadi sono identificati in “Ad Hoc”, in cui l’azienda ha un controllo frammentato dei processi document intensive, e dove esistono iniziative scollegate e isolate tra le diverse funzioni aziendali senza una pianificazione strategica e investimenti univoci, che comportano inefficienze economiche a differenti livelli: scarsa produttività, bassa soddisfazione dei clienti (interni ed esterni), elevati costi di gestione e di manutenzione. Poi c’è lo stadio “Opportunistic”, dove l’azienda ha compreso i vantaggi di una gestione centralizzata tanto del parco hardware (stampanti/MPF/PC) quanto dei workflow documentali e sta cominciando il suo percorso evolutivo e trasformativo anche grazie al supporto di un fornitore esterno di servizi gestiti di stampa e documentali.

In questa fase, l’azienda comincia a ottenere dei risparmi importanti che può utilizzare per mettere le basi per il raggiungimento del terzo stadio “Repeatable” in cui la società sta diventando document centrica e implementa soluzioni sempre più efficaci ed estese di revisione dei processi documentali che implicano un miglioramento a breve-medio termine della produttività dei propri dipendenti e un incremento della soddisfazione dei propri clienti che vedono le proprie richieste evase in tempi più brevi e con una qualità superiore. In questo stadio, l’azienda riesce anche a raggiungere più facilmente gli obbiettivi di corporate sustainability and responsibility, così come a ridurre rischi legati a sicurezza e compliance grazie al maggior controllo. Andando avanti, il quarto stadio è quello “Managed”: l’azienda ha raggiunto un livello di ottimizzazione olistica dei propri processi che include anche l’utilizzo di soluzioni cloud based per una conversione più veloce dalla carta al digitale. Le iniziative evolutive comprendono anche il supporto per i dispositivi mobili, includendo la possibilità di accedere alle risorse sia dietro il firewall aziendale che tramite soluzioni “pubbliche” abilitate per il cloud. I dispositivi “intelligenti” sono collegati direttamente alle applicazioni abilitate dal cloud e ai workflow documentali. E infine, al livello più alto, troviamo lo stadio “Optimized”, che vede le iniziative di gestione documentale estese oltre l’ecosistema della stampa e dei documenti, per includere l’automazione e l’ottimizzazione dei processi aziendali document intensive. Queste iniziative possono andare oltre la semplice transizione da processi cartacei a processi elettronici e potrebbero offrire l’opportunità di nuovi modelli di business che guidano la trasformazione aziendale. La gestione dei documenti è vista strategicamente e gli obiettivi sono in linea con i principali obiettivi aziendali. In questa fase, i knowledge workers sono messi nella condizione di dedicarsi ad attività a maggior valore aggiunto contribuendo al raggiungimento degli obiettivi di business più velocemente».


#documentale Non solo repository di contenuti ma piattaforma di workflow automation konicaminolta.com
Click To Tweet


IL DOCUMENTALE NEL “NEW NORMAL”

Cosa aspettarsi dalla nuova normalità all’interno dello scenario documentale? TESISQUARE sta, tra l’altro, lavorando su soluzioni basate su tecnologie complesse di “natural language”, che consentano di dialogare verbalmente con un’applicazione, richiedere informazioni, impartire comandi per l’esecuzione di processi collaborativi smart. Il tutto sempre finalizzato alla digitalizzazione e alla semplificazione delle attività di business. Tecnologie complesse “dentro”, ma di immediato utilizzo da parte dell’utente. «Bisognerà sempre individuare una problematica molto specifica, delimitata, ma anche molto chiara, per sperimentare come applicazioni veloci e facili da implementare, magari anche con un impatto economico contenuto, possano dare benefici immediati sia in termini di efficienza che di efficacia» – commenta Gianmario Mollea di TESISQUARE.

Del resto, la gestione documentale da sempre consente di strutturare il patrimonio informativo aziendale, rinnovandolo profondamente. Durante il periodo di lockdown c’è stata un’esplosione dei sistemi di collaboration – spiegano Dongiovanni e Bertolini di Konica Minolta Italia. Questo ha permesso di continuare a lavorare sui documenti anche in modo simultaneo, sopperendo alla mancanza della presenza fisica. Tale modo di lavorare, seppur efficace, ha creato confusione a livello documentale: alcuni lavori risiedevano nel cloud, altri venivano successivamente scambiati via e-mail oppure scaricati sul proprio PC o nelle cartelle di rete, andando così ad aumentare la complessità di ricerca di un file o la gestione del corretto versioning. L’approccio di Konica Minolta è stato proprio quello di coniugare la versatilità e usabilità dei sistemi di collaboration con la chiarezza del documentale, per dare all’utente la possibilità di gestire sia la collaborazione che il co-authoring, di governare il versioning, le ricerche e la gestione dei processi in un’esperienza unica e fluida.

Ma sarà importante anche ripensare a come rendere fruibili le informazioni in ambiti di business ancora inesplorati. In altre parole – per Riccardo Scalambra di Epson Italia – più che a un’evoluzione della digitalizzazione documentale siamo davanti a un cambiamento che porterà all’utilizzo della realtà aumentata per una più efficace integrazione fra realtà fisica e digitale. «Solo per fare uno dei possibili esempi, in un magazzino logistico, l’operatore dotato dei nostri smartglass Moverio può inquadrare la bolla e le informazioni vengono acquisite in automatico dal sistema che crea il percorso di picking e lo mostra sulle lenti dell’addetto sino al prodotto da prelevare».

L'articolo Gestione documentale, le soluzioni smart oltre la crisi proviene da Data Manager Online.

]]>
Umanesimo digitale, come costruire una rinascita inclusiva https://www.datamanager.it/2020/10/umanesimo-digitale-come-costruire-una-rinascita-inclusiva/ Tue, 13 Oct 2020 13:56:55 +0000 http://www.datamanager.it/?p=203066 All’interno dell’edizione Global Inclusion 2020 dello scorso settembre, l’Associazione Italiana per la Direzione del Personale (AIDP) ha riletto le sfide che attendono le organizzazioni attraverso la lente dell’inclusione e dell’equità, anche alla luce di una pandemia che ha segnato profondamente singoli, imprese e società civile, con l’obiettivo di mettere concretamente al centro le persone. Sono […]

L'articolo Umanesimo digitale, come costruire una rinascita inclusiva proviene da Data Manager Online.

]]>
All’interno dell’edizione Global Inclusion 2020 dello scorso settembre, l’Associazione Italiana per la Direzione del Personale (AIDP) ha riletto le sfide che attendono le organizzazioni attraverso la lente dell’inclusione e dell’equità, anche alla luce di una pandemia che ha segnato profondamente singoli, imprese e società civile, con l’obiettivo di mettere concretamente al centro le persone. Sono queste ultime – infatti – a fare dell’impresa un’entità capace di emergere e costruire strategie di sostenibilità di lungo periodo.

«Una rinascita inclusiva del tessuto socioeconomico italiano – spiega Claudia Tondelli, referente nazionale AIDP Inclusion e senior manager HR & Stewardship di Kohler – implica un nuovo approccio alle tematiche organizzative: aperto, “accogliente” e composito. La sfida per la funzione HR è di inserire i valori individuali dell’azienda e della società in un continuum culturale fondato su una progettualità di lungo periodo in grado di valorizzare tutte le differenze, da quelle di opinione, di genere, età, etnia, background e così via, fino a quelle legate alle reciproche responsabilità e allo sviluppo individuale e professionale». Ecco in sintesi le principali linee guida.

NUOVI MODELLI DI LEADERSHIP

Il leader o la leader in linea con la nuova dimensione “new normal” sa coinvolgere e connette le persone, qualunque siano le funzioni e la generazione di appartenenza. È una persona autentica, competente e punta alla collaborazione. Sa trasformare la paura in coraggio, celebra gli errori e accoglie i problemi. Ed è femmina, non perché i leader di domani saranno tutte donne, ma perché femminili sono le capacità che attingono al cuore e non alle regole e sono quelle cui fare appello per motivare e ispirare le persone, cercando il loro costante miglioramento.


#Inclusione #Multiculturalità Le nuove strade della leadership #HR @aidplive
Click To Tweet


BIAS NEI MOMENTI DI CRISI

Le crisi acuiscono svantaggi e discriminazioni, in particolare per chi è già soggetto a pregiudizi e stereotipi. Per fare comunità, per costruire relazioni solidali e fiduciarie e superare le polarizzazioni, scuola, imprese e istituzioni hanno una grande responsabilità e devono lavorare insieme per: eliminare immagini e linguaggio sessista, aumentare l’occupazione giovanile e femminile, promuovere politiche familiari che assicurino la crescita e agevolino il cambiamento del sistema di welfare nel Paese. Solo garantendo la diversità di pensiero nei luoghi delle decisioni, si creano processi inclusivi.

SMART WORKING

Lo smart working è una strada per valorizzare persone, organizzazioni e territorio. Costruire contesti inclusivi, flessibili ed efficienti con persone autonome, motivate e proattive è un traguardo possibile solo attraverso un’adeguata progettualità che si fonda su: cura delle persone e dell’engagement; progettazione organizzativa e revisione dei processi; rapporto con le istituzioni, collaborazione tra tutti gli stakeholder, costruzione di reti e sinergie tra i territori a sostegno di uno sviluppo sostenibile.

INTELLIGENZA COLLETTIVA

Questa pandemia ha risvegliato l’intelligenza collettiva globale in ambito scientifico ma anche all’interno delle organizzazioni. Le dinamiche collaborative sono state uno degli strumenti a disposizione della leadership per far fronte all’emergenza. Questo tipo di approccio va coltivato anche nel futuro. La diffusione di nuove tecnologie e dell’intelligenza artificiale sta favorendo la nascita di nuove modalità di legami sociali, non più fondate su appartenenze territoriali, relazioni istituzionali o rapporti di potere, ma sul radunarsi intorno a centri d’interesse comuni. Ne consegue che l’intelligenza collettiva è il potenziale dell’organizzazione che va attivato. Per rispondere alla visione sistemica che le aziende chiedono, diventa quindi fondamentale rivedere e – se necessario abbandonare – politiche industriali conflittuali per favorire il senso di cooperazione.

ABILITÀ NELLA RINASCITA INCLUSIVA

Vi è una relazione importante tra approccio inclusivo e business. Siamo partiti dal termine “disabilità” per spostare il focus alle abilità residue, ai limiti posti non dalla persona, ma dall’ambiente circostante. Un esempio concreto di questo approccio consente di passare dalla figura del disability manager a quella del capability manager. La reciproca dipendenza e il dare valore a ogni persona – anche alla più fragile – accresce il senso del “noi” anziché dell’”io” e le potenzialità del gruppo, anche in vista di una maggiore produttività.

AGE & DIGITAL DIVIDE

Ripensare l’organizzazione multigenerazionale nell’era digitale è una priorità. Ma per un reskilling inclusivo e un appianamento dell’age divide non bastano le competenze, occorre costruire un mindset che proponga un cambiamento culturale positivo. Si auspica allora nelle organizzazioni un “umanesimo digitale” inclusivo che abbia al centro le persone, ispirato da una leadership fondata sulla responsabilità, sulla relazionalità e trasparenza anziché su comando e controllo. Per questo occorre coltivare quell’intelligenza emotiva che permette di riconoscere e trovare valore nelle differenze e di empatizzare con l’altro, stabilendo relazioni di fiducia reciproca.


Solo garantendo la #diversità di pensiero nei luoghi delle decisioni, si creano processi inclusivi #HR @aidplive
Click To Tweet


EQUA RESPONSABILITÀ DI CURA

Costruire una concreta “corresponsabilità” di donne e uomini nella cura dei figli, delle persone diversamente abili e dei parenti anziani è una sfida importante per una ridistribuzione più equa della cura e per garantire l’accesso dei diritti a tutte le coppie. Alcune aziende virtuose già dedicano grande impegno per creare una cultura inclusiva con la creazione di team trasversali alle funzioni, il coinvolgimento di colleghi appassionati, il buon esempio del management, e svolgono un ruolo da apripista per la crescita culturale della società. In questo quadro la parola chiave è “alleanza”: tra uomini e donne, tra generazioni, tra colleghi, tra azienda e collaboratori.

INTERCULTURALITÀ

Qui la parola chiave è “INSIEME”: Inventare Nuove Strade per Inclusione E Multiculturalità nell’Education. Occorre che chi lavora nell’ambito delle HR trasformi in progetto i valori e che comunichi la cultura di riferimento senza concentrarsi sul breve periodo. L’humus è una cultura globale che sappia comprendere, accogliere e valorizzare le diversità, l’umanità nella complessità. L’HR deve, con coraggio, proporsi come abile tessitore di un processo paziente e lungimirante di ricucitura tra il mondo della formazione e quello dell’impresa, da un lato, e tra i soggetti territoriali dall’altro. Lo strumento è la formazione continua, che inizia dalla scuola superiore, prosegue con l’università e le academy aziendali e termina nel supporto alla ricollocazione, in un’ottica di life-long learning.

LE CITTÀ DELL’INCLUSION

Le istituzioni, le imprese, il terzo settore, il mondo della disabilità insieme possono progettare le città del futuro come ecosistemi inclusivi in grado di rimuovere tutte le barriere – da quelle fisiche a quelle culturali, basate sui pregiudizi – e di favorire la realizzazione di progetti di vita e di lavoro autonomi e indipendenti. Su questa linea rientra la candidatura di Bologna al Premio Europeo Città Accessibile che vede una stretta collaborazione fra istituzioni, imprese del territorio e associazioni.

di Sonia Rausa – AIDP


L’energia delle persone

AIDP – Associazione Italiana per la Direzione del Personale – è il network italiano dei
manager e professionisti HR. Una community di oltre 17.000 membri, 3000 soci attivi, 16 gruppi regionali, una rete internazionale. Dal 1960 AIDP promuove uno sviluppo serio e responsabile della cultura manageriale in ambito risorse umane. Attraverso eventi, pubblicazioni, progetti e studi sul mondo del lavoro sostiene il successo delle organizzazioni e la crescita delle persone che vi lavorano.

L'articolo Umanesimo digitale, come costruire una rinascita inclusiva proviene da Data Manager Online.

]]>
Informatica e lavoro. “Smart”, non “tele” https://www.datamanager.it/2020/10/informatica-e-lavoro-smart-non-tele/ Tue, 13 Oct 2020 13:53:42 +0000 http://www.datamanager.it/?p=202618 Sepolta nella montagna di informazioni relative alle ricerche sul Covid-19, una notizia pubblicata sulla rivista eLife lo scorso luglio ci aiuta a intuire il ruolo degli approcci computazionali nella lotta contro una pandemia che sembra destinata a tenere ancora a lungo sotto scacco medici e scienziati. L’articolo, firmato dal lead researcher Daniel Jacobson e dai […]

L'articolo Informatica e lavoro. “Smart”, non “tele” proviene da Data Manager Online.

]]>
Sepolta nella montagna di informazioni relative alle ricerche sul Covid-19, una notizia pubblicata sulla rivista eLife lo scorso luglio ci aiuta a intuire il ruolo degli approcci computazionali nella lotta contro una pandemia che sembra destinata a tenere ancora a lungo sotto scacco medici e scienziati.

L’articolo, firmato dal lead researcher Daniel Jacobson e dai suoi collaboratori all’Oak Ridge National Laboratory nel Tennessee, spiega una serie di meccanismi che potrebbero portare a un efficace approccio terapeutico, almeno di una parte della complessa sintomatologia del Covid-19.

Questi meccanismi sono stati messi in luce attraverso l’analisi computazionale delle espressioni geniche nelle cellule prelevate dal fluido che invade i bronchi dei pazienti più gravi. Analizzando 2 miliardi e mezzo di combinazioni di geni, il supercomputer Summit in funzione all’Oak Ridge – il secondo nella classifica dei più potenti al mondo – ha messo in evidenza l’anomala concentrazione di sostanze legate al “sistema renina-angiotensina” (RAS), il quale a sua volta controlla numerosi aspetti del nostro sistema circolatorio, compresi i livelli di bradichinina, un neurotrasmettitore che agendo sulla permeabilità dei vasi sanguigni serve a regolare la pressione del sangue.

Secondo Jacobson e colleghi, il virus SARS-CoV-2 finisce per scatenare in certi pazienti una vera e propria tempesta di bradichinina, con gravi conseguenze in termini di danni di natura vascolare. La buona notizia è che i medici potrebbero intervenire contro questa tempesta con farmaci di comprovata efficacia, utilizzati per l’appunto nel trattamento dell’ipertensione. Il discorso come si vede è molto complesso ed è doveroso precisare che un altro ricercatore, questa volta olandese, Frank van de Veerdonk, ha raggiunto analoghe conclusioni non lavorando al supercomputer, ma semplicemente ragionando su quanto abbiamo imparato dei percorsi di attacco del virus, che coinvolgono proprio i ricettori ACE2 (acronimo di angiotensin-converting enzyme-2) delle cellule: uno degli assi portanti del sistema RAS.


#Grandangolo Come mettere a frutto lo “smart” tecnologico nel nostro “working”
Click To Tweet


Le ricerche di Jacobson sono un’eclatante conferma dell’importanza del machine learning come “coadiuvante” del lavoro in ambito scientifico e non solo scientifico. Summit ci aiuta a fugare una serie di fraintendimenti sul reale significato di smart working, che nella testa di molti rappresenta semplicemente una forma di telelavoro. Non è affatto così. Smart working non significa spostare la propria scrivania dall’ufficio al proprio appartamento, ma mettere più intelligenza, maggiore capacità di correlare dati e informazioni, nel nostro lavoro. Una più corretta interpretazione del ruolo che le tecnologie informatiche possono avere al fianco degli operatori umani ci aiuterebbe a pianificarne meglio l’impiego, a delimitarne il campo e il livello di intervento. Senza creare falsi miti e situazioni alienanti, dosando in modo più opportuno l’adozione pratica della cosiddetta virtualizzazione.

Ancora una volta, è una questione di politica della trasformazione digitale, una partita che siamo da tempo chiamati a giocare anche se raramente abbiamo voglia di presentarci in campo. Un’altra enorme opportunità per mettere a frutto lo “smart” tecnologico nel nostro “working”, si presenta oggi, con la necessità di gestire l’enorme massa di risorse finanziarie dei piani di ricostruzione post-Covid. Una robusta dose di intelligenza, se ben somministrata, potrebbe aiutarci a fare in modo che queste risorse vengano distribuite dove servono, e dove possono essere rendicontate. No, non basterà spostare semplicemente qualche scrivania.

L'articolo Informatica e lavoro. “Smart”, non “tele” proviene da Data Manager Online.

]]>
Simona Tiribelli (MIT), quanto ci condizionano le tecnologie? https://www.datamanager.it/2020/10/simona-tiribelli-mit-quanto-ci-condizionano-le-tecnologie/ Tue, 13 Oct 2020 13:33:12 +0000 http://www.datamanager.it/?p=203136 Il tempo medio speso quotidianamente su TikTok a livello mondiale è di 52 minuti. Ora capisco perché l’industria dei libri è in crisi. Ma perché così tanto? È semplice, o meglio, TikTok ha tutto l’interesse di aumentarlo. Come? Probabilmente usando diversi modelli di intelligenza artificiale Forse pochi lo sanno, ma ci sono diversi studi che […]

L'articolo Simona Tiribelli (MIT), quanto ci condizionano le tecnologie? proviene da Data Manager Online.

]]>
Il tempo medio speso quotidianamente su TikTok a livello mondiale è di 52 minuti. Ora capisco perché l’industria dei libri è in crisi. Ma perché così tanto? È semplice, o meglio, TikTok ha tutto l’interesse di aumentarlo. Come? Probabilmente usando diversi modelli di intelligenza artificiale

Forse pochi lo sanno, ma ci sono diversi studi che mostrano come noi esseri umani ci comportiamo in tantissimi casi come se fossimo uno stormo di uccelli. E da qui il nome di “swarm intelligence”. Dove non esiste un capo ma l’informazione viene condivisa al resto del gruppo. Ed è il gruppo stesso a creare un comportamento emergente. Io non credo che le piattaforme tecnologiche riescano a manipolarci ma potremmo essere comunque parte di un esperimento sociale molto interessante. Pensiamo allo stormo di uccelli che si muove in direzione del cibo: ma se fosse la piattaforma stessa a nutrire gli “uccelli”?

Probabilmente, scelte razionali e non sui social si confondono, vista anche l’influenza che ha il pensiero veloce su quello più lento. L’intelligenza artificiale molto probabilmente crea gruppi di individui con caratteristiche più o meno simili. E li monitora costantemente. Pattern dopo pattern viene studiato il comportamento di un determinato gruppo. Per quale motivo? Non per definirlo a priori, quanto per riuscire a comprendere la sua psicologia. Ovvero, nel caso di TikTok quali contenuti desidera non oggi, ma soprattutto domani. In modo tale che gli stormi – utenti – possano influenzarsi a vicenda ma in modo tale che io – intelligenza artificiale – possa monitorare e studiare le varie “evoluzioni”.

E no. Non sono i cosiddetti Big Data. Quanto l’opposto. Tantissimi dati sì, ma più o meno puliti e clusterizzati. Siete preoccupati? Io, in verità, no. Ho disinstallato TikTok perché mi mostrava sempre gli stessi contenuti e alla fine mi ha annoiato. Di un altro avviso è l’Unione europea e, nello specifico, il Consiglio dei ministri, che ha adottato, nel febbraio del 2019, una dichiarazione sulle pericolose e invisibili capacità – descritte come “manipolative” – degli algoritmi, invitando gli altri Stati a una maggiore vigilanza sull’uso di dati personali per allenare tecnologie algoritmiche dotate del potere di prevedere e rimodellare le preferenze personali degli individui.

«TikTok e altre piattaforme social possono condizionare il comportamento individuale e collettivo. Cruciale è capire il grado d’incisività e il modus operandi di tale influenza tecnologica se comparata ad altre (biologiche, sociali, politiche e così via) a cui siamo esposti fin dalla nascita».


#AILAB La tecnologia ci condiziona? Il rischio c’è – @simeoneantonio1 intervista @SimonaTiribelli
Click To Tweet


Parola di Simona Tiribelli, giovanissima ricercatrice italiana del Massachusetts Institute of Technology (MIT), che studia l’impatto e le conseguenze etiche e sociali che ha la tecnologia sugli individui e sui loro processi decisionali. Non avevo neanche fatto la domanda ma aveva già capito dove volessi arrivare. Sì. Era lì. Proprio lì. «Una serie di azioni e decisioni attuate dall’individuo alla cui base possono esserci una serie di scelte o “non scelte”. Spesso, infatti, queste sono “non razionali”, poiché non prevedono un processo deliberativo o sono informate da tanti bias, errori o scorciatoie cognitive». In estrema sintesi, questo è il comportamento umano, o meglio, la sua genesi.

Data Manager: Ma le nostre scelte comportamentali sono consapevoli e utonome?

Simona Tiribelli: «Questo è il punto. Il cuore del discorso. Dobbiamo analizzare l’autonomia, come forma di autogoverno, o meglio, la capacità di agire secondo ragioni, motivi e obiettivi di cui possiamo rispondere e dirci “in controllo”. Essenziale è capire il grado d’influenza che TikTok e piattaforme simili possono avere sull’esercizio o meno della nostra autonomia. Specifico: se tale condizionamento è tale da rendere il comportamento predicibile e, di conseguenza, anche manipolabile e pre-determinabile».

C’è questo rischio?

«Il rischio c’è. Se le ragioni, i motivi e le convinzioni che muovono un certo comportamento divengono chiare, dunque prevedibili, diviene facile, agendo su di esse, fare leva sul comportamento, individuale e collettivo. In sintesi: la nostra esperienza quotidiana è costantemente datificata e se, attraverso tecniche di data mining è possibile derivare – per associazione e correlazione – informazioni rilevanti su ciò che muove il nostro comportamento individuale e, soprattutto, individuare patterns o schemi comportamentali collettivi ricorrenti, questi divengono materiale utilizzabile anche con l’intenzione di influenzare e rimodellare (reshape) il comportamento degli individui. Per esempio, agendo o ristrutturando il loro ambiente informazionale, il contesto nel quale siamo costantemente immersi, ci relazioniamo, formiamo le nostre idee, sviluppiamo i nostri desideri e, a lungo termine, le nostre identità».

Torniamo all’autonomia. Qual è l’impatto della tecnologia sulla nostra vita?

«Un primo punto semplicissimo: l’intermediazione tecnologica nella nostra vita è profonda, costante – basti pensare al tempo di utilizzo dei nostri smartphone – e mai neutrale. Di conseguenza, il grado d’impatto è piuttosto alto. Meno ovvio, invece, è ragionare sul design e il modus operandi di tali piattaforme, pensate al fine d’indirizzare o spingere (nudge) gli individui verso determinati comportamenti, principalmente a fini economici. Nel caso di TikTok: mantenere l’utente il più possibile connesso al social media, gratificandolo continuamente. Nel caso di Amazon: spingere all’acquisto di beni suggeriti di cui non si ha vera necessità. Queste micro-influenze quotidiane possono avere conseguenze in termini macro sul nostro comportamento: nel tempo, le stesse tecniche, che spesso fanno leva sui nostri bias e modificano i nostri desideri e obiettivi a breve termine, possono avere un impatto sui nostri orizzonti di valori e obiettivi a lungo termine. Questo è un condizionamento importante sull’autonomia».

Perché l’autonomia è importante?

«Perché in gioco c’è la nostra libertà decisionale. Dato un particolare contesto, l’autonomia è la capacità di agire e compiere delle scelte secondo valori (nostri) e non determinati da terzi (organismi politici o compagnie con profitto)».


#AILAB Intervista a @SimonaTiribelli «L’intermediazione tecnologica è profonda e mai neutrale»
Click To Tweet


Mi viene in mente Kahneman con il suo bestseller “Pensieri lenti e veloci”…

«Sì. È inerente. Il modo in cui si strutturano i social media privilegia quest’ultimi e ci chiama spesso a decisioni rapide, veloci, piuttosto che favorire ragionamenti lenti, processi deliberativi e razionali stricto sensu, che sono il nostro strumento di prevenzione rispetto a qualsiasi forma di condizionamento più o meno elevato».

Se penso alle piattaforme social dove l’imperativo è: tutto e subito, questo non ci permette di analizzare bene le informazioni che riceviamo…

«Esattamente. E neppure di valutarle, compararle e, sulla base di ciò, formare un pensiero critico (lento). Per questo, tanti finiscono per essere vittima anche delle più banali fake news. Viviamo in una realtà dove il tempo sembra sempre più limitato (in realtà ne sprechiamo tanto, si pensi a TikTok) e molto ne trascorriamo, appunto, in ambienti che spesso rinforzano i nostri bias, sfruttano i nostri errori cognitivi, piuttosto che aiutarci nel correggerli».

Quale futuro?

«Circa il futuro, in generale, è necessario ripensare al ruolo delle compagnie big-tech come agenti di grande responsabilità, dal ruolo civico e dall’impatto sociale e politico sempre più rilevante. Non basta avvalersi di comitati etici spesso solo di facciata. Bisogna ripensare il design di queste piattaforme e innescare buone pratiche, tentando di renderle il più trasparenti possibile a livello sociale. Nello specifico, circa la nostra libertà decisionale, la sfida, in un mondo sempre più profilato, va oltre la sola regolamentazione delle inferenze algoritmiche in input (o ridursi a sole questioni di privacy individuale e data protection). Bisogna lavorare ancora molto sulla regolamentazione del “comportamento” algoritmico in output che è quello a cui siamo esposti a livello ambientale (informazionale) in modo sottile e perenne.

L'articolo Simona Tiribelli (MIT), quanto ci condizionano le tecnologie? proviene da Data Manager Online.

]]>
L’approccio verticale per colmare il digital mismatch https://www.datamanager.it/2020/10/lapproccio-verticale-per-colmare-il-digital-mismatch/ Tue, 13 Oct 2020 13:14:33 +0000 http://www.datamanager.it/?p=202553 La forza della rivoluzione digitale investe tutti i settori produttivi e contribuisce ad aggravare lo sbilanciamento tra domanda e offerta nel mercato delle competenze. La soluzione per superare lo skill gap? Un approccio verticale La rivoluzione digitale continua la sua ascesa e nella sua veloce corsa travolge ogni aspetto della nostra società. La vicinanza delle […]

L'articolo L’approccio verticale per colmare il digital mismatch proviene da Data Manager Online.

]]>
La forza della rivoluzione digitale investe tutti i settori produttivi e contribuisce ad aggravare lo sbilanciamento tra domanda e offerta nel mercato delle competenze. La soluzione per superare lo skill gap? Un approccio verticale

La rivoluzione digitale continua la sua ascesa e nella sua veloce corsa travolge ogni aspetto della nostra società. La vicinanza delle ondate del processo di trasformazione muta rapidamente la realtà in cui viviamo, assieme ai nostri comportamenti e alle nostre possibilità. Dal punto di vista del mercato del lavoro, la trasformazione digitale gioca un ruolo importante: più del 90% delle piccole e medie imprese in Italia dichiara di credere nel processo di trasformazione come leva strategica per il mantenimento di alti livelli di competitività e afferma di conseguenza di voler investire in nuovi strumenti e in nuove competenze tecnologiche e digitali.

La richiesta di digital skill si stima possa subire dunque un’impennata, portando così a un allargamento ulteriore del gap già esistente tra domanda e offerta di lavoro in campo IT. Secondo le previsioni della Commissione europea, entro la fine del 2020 i posti di lavoro non occupati per mancanza di figure con adeguate competenze tecnologiche e digitali saranno 756mila in tutta Europa (solo due anni fa i posti vacanti segnavano quota 373mila). Un numero davvero impressionante che potrebbe crescere ancora.

In Italia, la quota di laureati in materie ICT è rimasta stabile dal 2016; stando ai dati della Relazione DESI 2020, solo il 42% delle persone di età compresa tra i 16 e i 74 anni possiede competenze digitali di base (58% nell’UE) e solo il 22% dispone di competenze digitali superiori (33% nell’UE). Ciò significa che, con molta probabilità, le aziende italiane incontreranno sempre più difficoltà nel trovare le figure adatte ai propri bisogni e che il digital mismatch garantirà sempre più potere di trattativa ai professionisti dell’Information Technology.


#IT #Recruitment Come superare lo #skillgap ? Serve un approccio verticale @Techyon_
Click To Tweet


In Europa, un esperto (laureato o diplomato) ICT guadagna in media quasi il 4% in più rispetto alla media degli stipendi. Un dato crescente esplicativo dei problemi che la digital transformation sottopone e continuerà a sottoporre alle aziende europee. In Italia, solo pochi anni fa, lo stipendio annuo di un neolaureato ICT corrispondeva a circa 22mila euro. Oggi, un entry level guadagna anche più di 26mila euro all’anno. Alle difficoltà dovute all’incremento del costo delle risorse va poi aggiunto il problema dell’overstretching dei tempi del recruiting. La richiesta sempre più impellente da parte delle aziende di verticalizzazione e di qualità che eccedono il background tecnico delle risorse (team working, problem solving, flessibilità…) provoca un prolungamento inevitabile dei tempi di ricerca.

Le soft skill continuano infatti ad acquisire importanza e a essere considerate imprescindibili dalle aziende. In alcuni casi, secondo quanto stimato dall’Osservatorio delle Competenze Digitali in un’indagine del 2019, le soft skill sono considerate importanti tanto quanto le hard skill.

Tra le soluzioni più efficienti alle problematiche riscontrate dalle aziende in ambito recruitment si conta l’adozione di un approccio verticale, ovvero l’utilizzo di strumenti specifici e know-how tecnico che insieme garantiscono una conclusione adeguata e in tempi ragionevoli del processo di selezione di nuove competenze. Le ultime novità riguardano l’utilizzo di nuove tecnologie, quali l’intelligenza artificiale, e tool ad hoc sempre più precisi, tramite i quali si favorisce in modo efficiente l’incontro tra domanda e offerta.


Federico Colacicchi managing partner di Techyon

L'articolo L’approccio verticale per colmare il digital mismatch proviene da Data Manager Online.

]]>
Industry 4.0, ELSA in Industrial Robotics https://www.datamanager.it/2020/10/industry-4-0-elsa-in-industrial-robotics/ Tue, 13 Oct 2020 12:27:19 +0000 http://www.datamanager.it/?p=202621 Uomini e robot che interagiscono fisicamente in uno spazio di lavoro comune. Ma quali sono i requisiti per una buona progettazione di cobot? L’efficienza e l’instancabilità dei robot bilanciano la fragilità umana, mentre la flessibilità e l’intelligenza umana compensano la mancanza di comprensione dei robot Il professore Alan Winfield e il dottore Matthew Studley del […]

L'articolo Industry 4.0, ELSA in Industrial Robotics proviene da Data Manager Online.

]]>
Uomini e robot che interagiscono fisicamente in uno spazio di lavoro comune. Ma quali sono i requisiti per una buona progettazione di cobot? L’efficienza e l’instancabilità dei robot bilanciano la fragilità umana, mentre la flessibilità e l’intelligenza umana compensano la mancanza di comprensione dei robot

Il professore Alan Winfield e il dottore Matthew Studley del Bristol Robotics Laboratory (University of the West of England, Bristol, UK), hanno pubblicato una interessante e completa review, per la rivista Current Robotics Reports di Springer, sugli aspetti etici, legali e sociali della robotica industriale.

Come tutti sanno, l’industria sta cambiando e le tecnologie convergenti consentono una quarta rivoluzione industriale, in cui si prevede che i robot lavoreranno a fianco degli umani. In questo contesto, la review ha analizzato come il settore della ricerca, attraverso progetti, studi e pubblicazioni, stia affrontando gli aspetti etici, legali e sociali (ELS) dei nuovi robot applicati all’industria.

Gli autori si sono concentrati sulla comprensione dell’industria come produzione di beni materiali, cioè la fabbricazione, includendo gli effetti della robotica sul mondo del lavoro, con un focus principalmente europeo, perché è qui che il nuovo paradigma è emerso per la prima volta. ll GDPR ha dimostrato che la legislazione dell’UE può avere una portata globale.


#Industry40 Quali sono i requisiti per una buona progettazione di #cobot ?@Veruggio
Click To Tweet


La review riporta un numero crescente di studi sulla necessità di identificare una metodologia che definisca i requisiti di una buona progettazione di cobot per la collaborazione con umani. In questa visione, l’efficienza e l’instancabilità dei robot bilanciano la fragilità umana, mentre la flessibilità e l’intelligenza umana compensano la mancanza di comprensione dei robot. Questa collaborazione rimuove necessariamente la separazione tra uomo e robot, ed ecco perché la review indica un alto numero di studi e ricerche sulla prevenzione dei rischi, come dimostra una breve, e non esaustiva, raccolta dei progetti in corso nell’UE:

  • dy si concentra sulla previsione delle azioni del partner umano di un cobot per promuovere un co-lavoro sicuro ed efficiente.
  • Co4Robots ha come obiettivo di sviluppare una pianificazione dei compiti decentralizzata, in tempo reale e automatizzata per sistemi semi-autonomi con agenti collaboranti, inclusi gli esseri umani, i manipolatori fissi e le piattaforme robotiche mobili.
  • CoLLaboratE esplora una nuova forma di co-lavoro in cui i compiti di assemblaggio sono automaticamente condivisi tra esseri umani e robot.
  • SHERLOCK sviluppa applicazioni HRC (Human-Robot Cooperation) con robot sicuri, capaci di previsione delle intenzioni umane e di azioni basate sulla comprensione del contesto operativo.
  • COVR mira ad aumentare il volume dei cobot schierati affrontando i problemi di sicurezza, fornendo un toolkit per identificare e minimizzare i rischi rilevanti.
  • INCLUSIVE mira a migliorare la cooperazione uomo-robot attraverso la Human Robot Interaction (HRI) adattiva, con particolare attenzione a supportare le diverse capacità ed esigenze degli umani.

Come mostra questo breve elenco dei progetti europei, la robotica industriale collaborativa presenta gli stessi tipi di problemi che si incontrano nella robotica assistiva e di servizio: comprendere le istruzioni e i bisogni nonché prevedere e interpretare le intenzioni e le azioni future degli umani al fine di partecipare con un valore aggiunto in modo efficiente e sicuro nelle attività quotidiane.

I robot industriali sono più che manipolatori pre-programmati e l’industria è più della semplice produzione. La robotica industriale e di servizio stanno convergendo verso applicazioni collaborative che permetteranno un uso più diffuso dei robot. La conclusione e la raccomandazione della review riguardano il fatto che la crescente importanza della Human Robot Interaction (HRI) riduce la differenziazione tra la robotica industriale e altri settori della robotica, e che le principali sfide per innovare la collaborazione umani-robot sono soprattutto politiche ed economiche. Gli standard emergenti e i quadri giuridici possono essere impalcature di questo successo, ma è evidente che sottovalutare i problemi etici, legali e sociali potrebbe avere ripercussioni in grado di durare per generazioni.


Gianmarco Veruggio scienziato robotico – www.veruggio.it

L'articolo Industry 4.0, ELSA in Industrial Robotics proviene da Data Manager Online.

]]>