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Le tavole rotonde di Data Manager inaugurano un nuovo filone di discussione con un primo, appassionante dialogo sulle tecnologie e le sfide implementative e culturali tra addetti ai lavori in ambito Health, Safety and Environment. Ne parliamo con Edison, Enel, Liquigas, Nozomi Networks, Orange Business Services Pirelli e Prysmian Group

VISUALIZZA LA REGISTRAZIONE DELLA TAVOLA ROTONDA

Mentre sensori, intelligenza embedded, soluzioni cablate e wireless trasformano, attraverso i macchinari intelligenti e l’IoT, tutti i luoghi di produzione portando più efficienza, qualità e predittività nella produzione e favorendo approcci innovativi a problematiche come la manutenzione degli impianti, c’è un ambito spesso trascurato dalla pubblicistica dove le tecnologie hanno un ruolo non meno determinante. Parliamo della relazione tra l’operatore umano e il suo ambiente di lavoro, popolato da strumentazioni sempre più intelligenti e caratterizzato a volte da condizioni di rischio legate all’uso di sostanze pericolose, alla manovra di oggetti pesanti e voluminosi, o anche a condizioni geografiche e ambientali particolarmente estreme. Da un lato la tecnologia può aiutare con interfacce utente intuitive e in grado di dare un controllo assoluto sull’operatività degli impianti e dei singoli macchinari produttivi. Dall’altro fabbriche, acciaierie, cantieri, bacini di estrazione in territori desertici e oceanici, aeroporti e più in generale tutti i contesti a forte rischio lavorativo, oggi possono avvalersi di soluzioni software e hardware che aumentano la resilienza e la sicurezza degli impianti, consentendo al tempo stesso di gestire in modo smart l’organizzazione degli staff e monitorare lo stato di salute di chi opera in determinati ambienti o con determinati strumenti.

PROTEZIONE OPERATIVA

Tutto il comparto Health and Safety sta diventando un elemento essenziale nelle strategie delle aziende i cui livelli di produttività dipendono sia dal buon funzionamento di un sistema informatico o di un macchinario industriale, ma ancora di più dalla buona salute e dalla tutela dell’operatività del personale. Persino a livello regolamentare, normative come la nuova direttiva europea sulle macchine industriali connesse prescrivono opportuni approcci sia per quanto riguarda gli aspetti della “industrial confidentiality” sia per quanto riguarda la “safety” degli impianti.

La nostra tavola rotonda vuole mettere a confronto il mondo della domanda e dell’offerta delle soluzioni che aiutano a gestire l’operatività in chiave di protezione della salute delle persone coinvolte, curando per esempio aspetti come il distanziamento o la prossimità a punti di maggior rischio; utilizzando tecniche di monitoraggio remoto per misurare in qualsiasi momento la corretta postura e i parametri vitali di chi esegue lavori ad alto rischio; o fornendo agli operatori – tramite l’applicazione di concetti come la realtà virtuale o aumentata – costanti flussi informativi che aiutano a intervenire in modo più puntuale, evitando manovre sbagliate. Le statistiche degli incidenti sul lavoro in Italia rivelano una forte carenza culturale e forse anche una mancata attenzione a certe tematiche. La speranza è che da queste discussioni si possano trarre lezioni importanti, proprio a livello di specifici interventi e di soluzioni che attraverso la digitalizzazione e l’automazione aiutino a colmare certi gap. Anche in questa occasione, la discussione si è svolta in due momenti, con una prima fase più generale dedicata alla progettualità e all’organizzazione degli interventi in ambito Health & Safety. Quali situazioni di rischio vengono normalmente affrontate nei rispettivi luoghi di produzione o intervento? Quali sono le tecnologie adottate e con quali finalità? Nella seconda parte della tavola rotonda, gli interlocutori hanno affrontato le dinamiche dell’integrazione e implementazione di queste tecnologie, anche da un punto di vista del coordinamento e dell’organizzazione dei progetti e del rispetto delle normative vigenti.

PERSONE E IMPIANTI

Dal punto di vista di Orange Business Services il portafoglio di soluzioni H&S è ormai completamente inserito nell’offerta per l’Industria 4.0. Secondo Pier Giuseppe Dal Farra, IoT industry business expert, è naturale che sia così perché la trasformazione digitale impatta anche la funzione legata alla sicurezza delle persone e degli impianti. «Salute e sicurezza sul lavoro abbracciano ormai un ambito molto vasto, dove le strategie si declinano in presenza di materiali o attività di produzione pericolose, per esempio, quelle individuate dalla cosiddetta direttiva macchine» – spiega Dal Farra. «Ogni trasformazione porta con sé nuove opportunità e tante sfide da affrontare».

Dal Farra, che in una precedente esperienza ha rivestito il ruolo di chief operating officer di una multinazionale della robotica, sembra voler inquadrare il discorso nel contesto evolutivo della relazione uomo-macchina, in cui l’attenzione alla sicurezza cambia anche in funzione del diverso ruolo delle macchine. «In passato, il robot veniva in pratica segregato dall’operatore umano, con una sensoristica che ne bloccava il funzionamento quando l’essere umano superava la distanza di sicurezza». Oggi, si parla di cobot, robot collaborativi, che si muovono a fianco dell’operatore, con necessità completamente diverse. A queste sfide – secondo Dal Farra – si risponde con approcci e tecnologie di nuova generazione. «Là dove si tratta di supportare i lavoratori in zone geografiche remote o in ambienti di fabbrica isolati, la connettività wireless offre molte soluzioni, insieme agli algoritmi di tracciamento delle persone, visti ovviamente non in ottica di controllo. Realtà virtuale e realtà aumentata sono un altro importante veicolo di informazione sia a fini formativi o di supporto tecnico sia per il segnalamento di situazioni pericolose. Infine, la computer vision, che attraverso il riconoscimento di oggetti e schemi può aiutare a tenere sotto controllo situazioni che possono svilupparsi in modo pericoloso e agire quindi in chiave preventiva. Tutto questo – conclude Dal Farra – deve sempre essere inquadrato all’interno dei sistemi di regole adottate a livello nazionale e internazionale».


DMHealthandSafety approcci ricalibrati per proteggere persone e impianti – Dal Farra @orangebusiness
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SICUREZZA PREVENTIVA

Marcello Butera, responsabile Health & Safety di Enel dichiara di ritrovarsi molto nelle linee introduttive tracciate dall’esperto IoT di Orange Business Services. «Enel è fortemente integrata in tutto il mondo e deve erogare servizi H&S molto omogenei a livello geografico e perfettamente integrati nella catena del valore. In molti casi, dobbiamo affrontare grandi interventi, per esempio di distruzione e riconversione, su siti non necessariamente estesi che coinvolgono centinaia di persone. All’estremo opposto, ci troviamo a intervenire in geografie remote, con pochi operatori che non possono accedere a una linea telefonica, in situazioni impervie che richiedono profili tecnologici importanti». Enel – come spiega Butera – a livello di supporto lavora molto con la realtà aumentata, una tematica ormai scontata in molti ambienti di produzione, ma per nulla banale nelle zone in cui si scontra con le questioni della connettività. «Ma esistono anche anime molto diversificate» – sottolinea Butera. «Si è parlato di robot collaborativi. La questione dell’incolumità è centrale in Enel. Una questione che si porta dietro immensi aspetti comportamentali e su cui siamo molto impegnati per costruire una cultura del lavoro che in Italia deve però ancora maturare. Attualmente, stiamo ragionando molto sui robot in quelle attività apparentemente povere, come la potatura del verde intorno ai tralicci dell’alta tensione».

Secondo Butera queste aree di intervento a bassa incidenza tecnologica sono paradossalmente quelle dove il confine tra un “near miss” e un evento fatale è ancora più labile, e la robotizzazione potrebbe essere la risposta più indicata. «Sugli impianti – continua il responsabile della Safety dell’operatore energetico – si deve ragionare in termini di sicurezza intrinseca, che lascia sempre una zona oscura di esposizione all’errore. Ma una cosa è la sicurezza intrinseca di una pompa ad alta pressione, tutt’altra quella di una rete di due milioni di chilometri da sorvegliare per i guasti». Butera conclude il suo primo intervento con un rimando a un tema particolarmente seguito dalle tavole rotonde di Data Manager. «La digitalizzazione porta con sé un tema che dovrebbe giocare un ruolo molto più importante. Le tecnologie oggi generano enormi volumi di dati che dovremmo studiare e utilizzare in ottica di sicurezza preventiva. In Enel, si parla di 430 milioni di ore di lavoro all’anno, con tutti gli elementi di variabilità che servirebbero per creare data lake sicuramente in grado di guidare le scelte in materia».


#DMHealthandSafety sicurezza preventiva tra sperimentazione e normativa – Butera @EnelGroupIT
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INTEGRAZIONE E ORGANIZZAZIONE

Se in Pirelli cambiano certe situazioni produttive, i canali di intervento sono molto simili a quelli discussi in questo primo giro di interventi. «Quello della predittività basata sui dati è un tema su cui stiamo ragionando molto – afferma Alberto Schiavon, che in Pirelli riveste il ruolo di Group Health and Safety manager. «La sicurezza per Pirelli è un valore immutabile, che va oltre qualsiasi priorità». Le azioni finalizzate a questo obiettivo – come spiega Schiavon – si muovono su tre direttrici. La prima, che maggiormente afferisce all’ambito delle nuove tecnologie, è il fattore umano, dove tutto l’aspetto dell’interazione uomo macchina è fondamentale. «Uno dei sottotemi che si innestano più frequentemente riguarda la percezione del rischio e la consapevolezza delle situazioni che richiedono che il rischio deve essere correttamente interpretato». La seconda direttrice riguarda le attuali logiche di integrazione e i nuovi rischi che ne possono derivare. «Sono appena uscito da una riunione dedicata proprio ai nuovi robot collaborativi, che sicuramente rientrano in questo discorso e per noi assumono una notevole valenza tecnica perché Pirelli costruisce da sola le macchine che producono pneumatici».


#DMHealthandSafety integrazione uomo-macchina e organizzazione – Schiavon @Pirelli
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La terza direttrice di intervento è orientata sul piano organizzativo, verso il quale è facile ricondurre il tema dell’analisi procedurale e dei dati. «Pirelli – continua Schiavon – raccoglie qualcosa come 40mila segnalazioni H&S all’anno, considerando solo il puro evento e non tutte le condizioni al contorno. La gestione di queste informazioni sta mettendo a dura prova i manager H&S di sito e il passo successivo più naturale è l’adozione di algoritmi di intelligenza artificiaIe. Non bisogna mai dimenticare che quei 40mila eventi sono le lacrime e il sangue delle persone». Esistono evidentemente aspetti di compliance e occasioni di scontro con risvolti giuslavoristici e di privacy, che insieme possono mettere in forse certe tecnologie. E poi c’è la questione non trascurabile delle certificazioni. Ma determinate evoluzioni sono ormai considerate un ausilio indispensabile per gli attuali sistemi di sicurezza e devono rimanere in campo.

IL FATTORE UMANO

Antonio Traversi, corporate HSE & Real Estate director di Prysmian Group esordisce in modo provocatorio. «Consentitemi di cominciare dicendo che la tecnologia non serve. Sembra un controsenso: la tecnologia non serve se dietro non c’è un uomo che la utilizza. Noi crediamo che il grosso del lavoro ripetitivo possa essere fatto da un robot, da una macchina, ma è solo l’uomo che ne ha coscienza». La visione umanistica di Traversi si estende al problema della raccolta dei dati, che presume un intervento di tipo analitico governato dall’uomo. Il fattore umano però può essere anche perturbante. «Il collega di Pirelli parlava di percezione del rischio, tema tra i più rognosi» – commenta Traversi. «Tutti sappiamo che la legge ci dice di non correre in autostrada perché è pericoloso, ma la nostra percezione ci spinge a esagerare. Curare questo aspetto in una realtà multinazionale è un enorme problema perché i contesti normativi cambiano ma il rischio è sempre lo stesso». Secondo Traversi, più che inseguire le tecnologie più avanzate – cosa che peraltro Prysmian non smette di fare – il vero obiettivo è quindi usare la tecnologia per fornire alle persone un mezzo che rafforzi la singola percezione del rischio. «Possiamo dotare una macchina di un sistema a prova di stupido, ma ci sarà sempre chi cercherà di aggirarlo nella convinzione di poter lavorare meglio». Dal punto di vista strategico, l’H&S di Prysmian cerca di dare priorità a questo aspetto con tool di realtà aumentata, training e strumenti visuali e persino psicologici che aiutano le persone a essere sempre presenti a se stesse e a non trascurare il pericolo. Traversi esorta infine a non trascurare le strategie di sostenibilità ambientale, un altro aspetto difficile da definire che richiede grossi sforzi sul piano delle tecnologie e dei miglioramenti, sempre sotto il pieno controllo dell’uomo.


#DMHealthandSafety la tecnologia per rafforzare la percezione del rischio – Traversi @PrysmianGroup
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DIALOGO TRA IT E OT

In ottica rigorosamente 4.0, Nozomi Networks, con il suo country manager Sergio Leoni, riporta la discussione sul piano dell’integrazione tra cybersecurity e sicurezza di macchine e persone. Un dialogo – come sottolinea Leoni – che a volte risulta molto complesso per le differenze culturali tra responsabili IT e responsabili delle infrastrutture OT. «Nozomi Networks cerca di colmare questa lacuna dando visibilità a quello che succede dentro un impianto complesso, spesso multibrand. Senza questa percezione, non possiamo sapere quanto siamo esposti». La questione si complica quando i manager della sicurezza hanno a che fare con impianti di vecchia generazione e protocolli di comunicazione seriale. Leoni suggerisce di riportare il discorso al valore economico della continuità di un impianto industriale e ai costi enormi che anche un semplice blocco può comportare. «La tecnica può aiutarci – conclude l’esperto di Nozomi Networks – ma non dobbiamo trascurare l’aspetto organizzativo perché un evento di cybersecurity comporta un intervento immediato sulle macchine, ma nel mondo OT bisogna organizzare intere squadre di persone e i blocchi durano a lungo».


#DMHealthandSafety il dialogo tra IT e OT – Sergio Leoni @nozominetworks
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In una azienda come Liquigas – osserva subito Simone Cascioli, che nel suo ruolo di “guardiano” della sicurezza fisica riunisce anche gli aspetti della sostenibilità e dell’innovazione, la sfera del controllo si estende ben oltre i confini dei luoghi di produzione, abbracciando anche la profonda relazione con un mercato retail.  «Tra i clienti Liquigas – afferma infatti l’head of HSE Sustainability Innovation – c’è chi non è connesso alle reti del metano e chi non è dotato di riscaldamento elettrico e deve accedere ad altre forme di energia. Con la distribuzione di gas GPL e GNL arriviamo nelle case, con le autobotti che servono a riempire piccoli serbatoi o attraverso un patrimonio di 5 milioni di bombole tradizionali. Sicurezza e sostenibilità devono essere integrate nella strategia dell’azienda, perché proprio la conoscenza dei rischi – non solo nei nostri dipendenti, ma anche nei clienti finali – rappresenta un problema serio». Conscia dei pericoli di esplosione e crollo che un errato collegamento della risorsa energetica ai sistemi di alimentazione degli edifici può comportare, Liquigas concentra parte delle sue strategie nella ricerca di soluzioni, anche molto innovative, per integrare la sicurezza lungo tutta la filiera di imbottigliamento e distribuzione del gas. «Facciamo leva sull’innovazione dell’IoT per portare a bordo della sicurezza uno strumento tradizionale come la bombola, rendendola meglio identificabile e tracciabile» – spiega Cascioli. Utilizzando tag RFID e altri sistemi, Liquigas affronta anche la questione collaterale del ricorso a fornitori abusivi, un fenomeno che oltre a comportare un cospicuo danno economico, aumenta a dismisura i rischi di incidente. Un progetto di open innovation, condotto in collaborazione con un’università italiana, ha portato alla creazione di una speciale chiusura gestibile tramite app esclusivamente da operatori regolarmente abilitati. Questo innovativo tappo verrà applicato ai serbatoi dei clienti Liquigas che in tal modo non potranno più rivolgersi a “riempitori” abusivi.

Nella strategia, rientrano anche le pratiche legate all’erogazione di un servizio puntuale e di qualità, per esempio, attraverso l’uso di soluzioni di telemetria e smart metering. Durante i mesi di lockdown, Liquigas ha protetto gli addetti al trasporto del gas o delle bombole, incentivando nei clienti l’uso del pagamento elettronico per ridurre le occasioni di contatto. «Anche nella nostra organizzazione e nella popolazione dei clienti, le tematiche di sicurezza sono soprattutto tematiche culturali» – conclude Cascioli. «Oltre a migliorare i servizi e le attività operative, dobbiamo arrivare alle case dei dipendenti, dei clienti, degli appaltatori e portarli a condividere una certa consapevolezza».


#DMHealthandSafety sicurezza fisica e sostenibilità – Simone Cascioli liquigas.it
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INNOVAZIONE E SUPERVISIONE

Il primo giro di interventi si chiude con Maurizio Agosta, HR & ICT Division – Environmental, Health & Safety, Quality manager di Edison che subito si rifà al provocatorio richiamo umanistico di Antonio TraversI di Prysmian. «Edison è molto cambiata. Non siamo più chimici ma elettrici, con una notevole componente di servizio di facility management erogata soprattutto verso clienti industriali e della pubblica amministrazione, tipicamente gli ospedali» – spiega Agosta. «C’è stata dunque la necessità di assorbire molte cose nuove, insieme agli strumenti digitali già in essere. E se sulla parte ambientale abbiamo fatto moltissimo, per salute e sicurezza c’è ancora molto lavoro. È vero – continua Agosta – che quello della consapevolezza del rischio è un mantra su cui stanno agendo tutte le organizzazioni importanti. Tuttavia, anche noi come manager ed esperti di H&SE dobbiamo entrare in una logica di pensiero ancora più innovativa. Partendo da una cultura industriale concreta e pragmatica, dobbiamo aprirci a un’innovazione più radicale non solo in termini di soluzioni e device, ma sul piano gestionale».

Facendo leva su una nuova struttura aziendale già destinata all’innovazione, Agosta ha coinvolto questo team nello studio di soluzioni in sette diversi ambiti d’azione per costruire una roadmap triennale di digitalizzazione legata alla sicurezza fisica. Agosta tocca poi un tema rimasto fino a questo momento un po’ sottotraccia. «Spesso deleghiamo certi aspetti ad aziende esterne, a persone che non dipendono direttamente da noi, e a cui affidiamo i rischi maggiori. Il tema è complesso perché comporta normative, difficoltà e vincoli difficili da superare». Senza contare la lotta contro una serie di tradizioni tecniche e normative da cui apparentemente non riusciamo a liberarci. «In Italia – esemplifica Agosta – esiste ancora la figura del “guardiano-diga”, un chiaro retaggio di incidenti molto gravi, che non ha più senso nell’attuale contesto tecnologico. Al tempo stesso, se il custode della diga oggi ci appare come una figura anacronistica, la sicurezza non può mai prescindere dall’uomo come supervisore ultimo».


#DMHealthandSafety la sicurezza non può prescindere dalla supervisore umana – Agosta edison.it
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RIUSO DELLE TECNOLOGIE

Il testimone passa nuovamente a Pier Giuseppe Dal Farra di Orange Business Services per la discussione sugli aspetti implementativi delle strategie finora delineate dai nostri interlocutori. Ci sono tre aspetti da prendere in considerazione, sempre con un occhio alle sinergie con altre implementazioni. «Il primo è la specificità dell’azienda stessa rispetto al settore di industria. Il secondo non può prescindere dall’area geografica, perché l’H&S si muove in un intreccio di leggi che fuori dall’UE possono essere disomogenee. Il terzo punto riguarda viceversa un approccio multinazionale che porti i proof of concept proposti a poter essere replicati a livello mondiale». In ambito IoT – sottolinea Dal Farra attraverso una serie di esempi – è importante fare leva sulle possibilità di riuso delle tecnologie già sperimentate in contesti diversi. «La realtà aumentata, utilizzata a supporto delle attività di manutenzione degli impianti, può essere facilmente ricalibrata per venire incontro alle esigenze della salute degli operatori. Lo stesso vale per il tracking, la computer vision, il condition-based monitoring applicato ai macchinari in fabbrica. Sorvegliare un motore mettendo in luce le condizioni che possono preludere un’avaria è importante anche dal punto di vista della sicurezza». Pur essendo generalmente d’accordo sull’importanza del fattore umano – secondo Dal Farra – le moderne applicazioni analitiche non possono trascurare la dimensione assunta dai data lake, che devono per forza far leva su strumenti di machine learning per generare vero valore.

REGOLE DI SICUREZZA

Chiamato in causa sulla questione del primato umano rispetto al dominio tecnologico, Antonio Traversi di Prysmian Group ribadisce anche nel contesto analitico la necessità di un’azione combinata che vede l’esperto umano incaricato di guidare gli strumenti artificiali verso le informazioni che contano. E Marcello Butera di Enel sembra concordare su questo punto. «L’esperto umano deve assumere una posizione diversa nella catena del valore. Forse, non saremo più alla base dei flussi, ma chi ha competenze di H&S e maintenance, chi ha la possibilità di capire quali tra migliaia di unità operative hanno un grado di rischio maggiore, grado che non si misura dal numero di incidenti, deve avere una funzione decisionale. In passato, avremmo chiesto all’esperto di controllare i risultati delle ispezioni. Oggi, questo esperto avrà una funzione, ma in posizione diversa».

In Enel, l’azione H&S subisce la tensione dovuta allo scontro tra esigenze e aspetti strategici ed è condizionata dalla ricerca di proof of concept capaci di corroborare la funzionalità anche delle soluzioni più innovative. «Siamo divisi perché potremmo decidere di sperimentare POC che hanno profili meno compatibili con le normative europee, ma di cui potremmo avere forte necessità in contesti come l’India o il Sud America, nelle zone meno metropolitane». Un altro elemento di tensione riguarda la voglia di sperimentare il più possibile e l’esigenza di rispettare gli obiettivi di un team votato in modo specifico a garantire la salute del lavoratore. «Non sono un uomo di innovazione, io sono contento solo se le persone si fanno meno male» – ribadisce Butera. «Sperimentare va benissimo, fa parte della crescita, ma di per sé non tutela la persona». L’esperimento che entra in rotta di collisione con il quadro normativo vigente in Europa – conclude Butera – finisce in genere per essere bloccato. «Possiamo rinunciare al principio della scalabilità a livello di Gruppo solo in casi puntuali o di particolare gravità. In Brasile, per esempio, dove la media degli infortuni è elevata e le normative consentono un certo grado di libertà, utilizziamo tecniche di computer vision e AI, tra l’altro – e qui torna un tema fondamentale – per proteggere personale reclutato per la maggior parte in outsourcing». Il vincolo normativo è del resto diventato un fattore molto condizionante dal punto di vista tecnologico. Secondo Butera, diventa complesso installare sulle linee i segnalatori di tensione che l’operatore tende a ignorare, perché la direttiva macchine vieta molti tipi di modifiche. «Quando mi confronto con i provider tecnologici, mi piace ricordare che noi siamo il loro primo bacino di intervento. Lo siamo anche nei confronti dei costruttori di macchine che possono e devono essere progettate in modo intrinsecamente sicuro» – conclude il responsabile Health & Safety di Enel.


#DMHealthandSafety Gestione smart dell’organizzazione e monitoraggio operativo
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LOGICHE DI SPERIMENTAZIONE

Anche Alberto Schiavon di Pirelli ritiene che la questione normativa rappresenti una sfida da affrontare in modo coordinato dagli utilizzatori e dai costruttori di macchine, ma avverte che queste alleanze richiedono molto tempo. «Pochi giorni fa – spiega Alberto Schiavon – mi sono trovato a discutere di computer vision associata ai comportamenti delle persone di fronte a una macchina. Attualmente, non esiste un concetto di sicurezza certificata su determinati sistemi». Sul piano delle strategie implementative – prosegue Schiavon – anche Pirelli agisce secondo logiche di sperimentazione di tecniche di controllo associate ad automazione. «Dal punto di vista del controllo del perimetro, ci sono situazioni critiche dove un controllo operativo esiste già. Penso però a spazi confinati dove le logiche di allertamento su determinate condizioni sarebbero una utile evoluzione del concetto di “man down”. Sulla tematica del tracking con il Covid ci siano confrontati spesso sul distanziamento, ma abbiamo trovato normative molto diverse». A proposito di normative, Antonio Traversi di Prysmian Group esprime di nuovo un parere controcorrente. «Prysmian ha 130 stabilimenti in 50 paesi del mondo. Le legislazioni si somigliano, ci sono quelle più o meno avanzate, quelle scopiazzate, quelle più severe da primi della classe, ma sono sempre meno le nazioni tolleranti o non allineate col resto del mondo. Il 95% dei Paesi in cui siamo presenti hanno direttive macchine e leggi sulle emissioni. Il problema sono i controlli e come interpretare queste leggi, ancora una volta, l’uomo è al centro».

Secondo Traversi, Prysmian ha scelto di implementare strumenti in grado di indirizzare il personale verso il rispetto dei regolamenti di sicurezza, registrando una forte accelerazione in coincidenza con l’esplodere della pandemia. «Ci serviamo di soluzioni di realtà aumentata, facendo indossare i caschi a chi fa auditing insieme ai tecnici H&S che sono dall’altra parte del mondo. Poi utilizziamo sistemi esterni alle macchine, con sensori e altri componenti in grado di segnalare, bloccare e allertare le persone. Inoltre abbiamo cominciato a installare sensori e strumenti di metering capaci di fornire dati omogenei, soprattutto dove l’auditing richiede una certa uniformità: la speranza è riuscire a evitare errori di rilevazione e automatizzare i rilevamenti». Prysmian ha inoltre incrementato l’uso di tecnologie in ausilio al training e al lavoro di squadra, potenziando le tecnologie di videoconferenza già utilizzate con soluzioni visivamente più realistiche. «Abbiamo insomma cercato di dare socialità surrogata, che ci ha permesso di fare più cose e ottenere risultati più rapidamente. Il Covid e la nostra propensione al cambiamento hanno aiutato ad accelerare questa tendenza, che punta comunque tutto sul fattore umano» – conclude Traversi.


#DMHealthandSafety Cambia la relazione tra l’operatore umano e l’ambiente di lavoro
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SICUREZZA E SOSTENIBILITÀ

Nell’esperienza di Nozomi Networks – come spiega Sergio Leoni – il fattore umano conta sempre molto, ma la tecnologia può dare una grossa mano proprio nella fase di implementazione dei progetti. L’attività commerciale di Nozomi Networks passa soprattutto attraverso la realizzazione di proof of concept che creano sempre un grande effetto sorpresa, rivelando ai clienti dettagli procedurali e aspetti del tutto ignoti.

«Le nostre valutazioni partono sempre da un accurato studio delle situazioni presenti e in questo senso l’emergenza Covid e la remotizzazione del lavoro hanno dato a tutti l’opportunità di avvicinarsi a impianti che in condizioni normali non possono essere visitati facilmente. Oggi, possiamo scaricare virtualmente sui nostri computer in Italia i dati generati da un impianto in Brasile» – sottolinea Leoni. «Dal punto di vista delle disponibilità e la distribuzione delle informazioni, la pandemia ha fatto da acceleratore». Questo può giocare un ruolo importante nella comprensione di certe problematiche perché ai fini della sicurezza l’integrazione dei dati relativi ai vari eventi e la possibilità di avere una vista unificata, sono fondamentali. Nel mondo industriale, la tendenza a utilizzare una varietà di fornitori tecnologici esterni complica parecchio il quadro della situazione. Riuscire a imporre la giusta attenzione sui temi della sicurezza OT comporterà un grande sforzo di natura culturale.

Anche Liquigas – interviene Simone Cascioli – si sta focalizzando su spazi di innovazione che superano la naturale attenzione al tema delle fonti rinnovabili. «La sicurezza insieme alla smart logistic rappresenta uno di questi spazi» – afferma Cascioli. «Ci serviamo di strumenti come Microsoft AIP per raccogliere suggerimenti sulle possibili azioni di sicurezza, organizziamo in quest’ambito dei contest di idee». Da qui, per esempio, è arrivato lo spunto di un intervento che aiutasse a limitare i contatti interpersonali tra addetti e clienti finali, incentivando l’uso di strumenti di pagamento alternativi al contante.

«Ci sono poi altri esempi legati al tema della cultura e della sostenibilità. Come possiamo convincere il nostro autista che trasporta gas liquefatto a rispettare il codice e a guidare in sicurezza e con meno consumi? Esistono infinite soluzioni tecnologiche, come le scatole nere che permettono di registrare gli eventi durante la guida, o i wearables che forniscono un quadro sullo stato di salute dell’autista. Ma anche strumenti banali come il gaming, che ci ha spinto a istituire il premio per il miglior autista del mese» – conclude Cascioli. Spesso certe iniziative entrano in conflitto con regolamenti che sono anche di tipo sindacale, ma se i nodi da sciogliere restano ancora numerosi, le esperienze su cui confrontarsi non mancano.


#DMHealthandSafety Come gestire l’operatività in chiave di protezione e sicurezza evitando conflitti
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LA FORZA CONDIVISA DEI DATI

L’intervento conclusivo di Maurizio Agosta di Edison mette sul tavolo un’altra questione di grande importanza: gli aspetti collaborativi della sicurezza. «Diversi colleghi hanno fatto riferimento a un corretto workflow scheduling, all’analisi predittiva degli incidenti» – ricorda Agosta. «A mio parere, è fondamentale, proprio in ottica predittiva, la possibilità di mettere a fattor comune certe informazioni. Uno strumento come il permesso di lavoro digitale, per esempio, può essere un forte punto di correlazione tra aziende e imprese fornitrici esterne, poiché impone di concordare azioni comuni, segnando l’inizio di collaborazione». Anche certe soluzioni tecnologiche hanno un valore collaborativo. Con la realtà aumentata, per esempio, le attività di addestramento o gli interventi sul campo non avvengono più in piena solitudine. «Quando un tecnico deve intervenire per i servizi di facility management all’interno di un ospedale, per esempio, è molto facile incontrare situazioni del tutto fuori standard. In questo caso, la realtà aumentata può essere un grande vantaggio». Agosta tocca un altro aspetto della progettualità di Edison in materia di H&S, riportando l’iniziativa, condotta al momento su base volontaria, per il monitoraggio digitale dello stato di affaticamento dei tecnici chiamati a intervenire su torri eoliche alte 120 metri e non sempre dotate di ascensore.

«Il collega Cascioli di Liquigas si è già espresso molto bene sulla necessità di superare certe problematiche» – dichiara Agosta. «Discussioni come queste possono fornire utili elementi anche sul ruolo delle autorità di controllo, penso in particolare a INAIL, oppure per spingere ad adottare nuovi obblighi e normative». Le parole conclusive di Maurizio Agosta e i suoi rimandi a un approccio più collaborativo, in materia di analisi dei dati e condivisione delle esperienze, consentono di lanciare un messaggio rivolto a tutto l’ambito H&SE, ancora caratterizzato da carenze in materia di linee guida, definizioni e associazionismo. Antonio Traversi di Prysmian sottolinea come la figura degli H&SE manager non sia sufficientemente riconosciuta anche livello europeo. «In Italia, c’è poi una certa confusione tra i ruoli del manager H&SE e del responsabile del servizio di protezione e prevenzione definito dal Testo Unico sulla sicurezza del lavoro». Il problema – sostiene Traversi – può essere legato alla grande trasversalità di una funzione aziendale che finisce per toccare molti aspetti, anche intimi, della produzione. Oggi però, il primato della salute e del benessere del lavoratore deve essere motivo sufficiente per introdurre uno spirito di azione comune basato sulla forza condivisa dei dati digitali. È auspicabile che occasioni di incontro come questa inducano tanti altri responsabili Health and Safety a raccogliere la sfida.

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Point of view

Intervista a Sergio Leoni, country manager di Nozomi Networks: Conosci il tuo impianto

Intervista a Pier Giuseppe Dal Farra, IoT industry business expert di Orange Business Services: Che l’IoT ti protegga

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Che l’IoT ti protegga https://www.datamanager.it/2021/10/che-liot-ti-protegga/ Fri, 08 Oct 2021 09:55:52 +0000 https://www.datamanager.it/?p=212839 Orange Business Services è in grado di adattare alla tutela del lavoratore molte delle tecnologie oggi utilizzate nelle fabbriche e nella logistica 4.0 Come si può dedurre dalla qualifica di IoT industry business expert di Pier Giuseppe Dal Farra, Orange Business Services inserisce la sua offerta rivolta alla sicurezza fisica delle persone e degli impianti nello […]

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Orange Business Services è in grado di adattare alla tutela del lavoratore molte delle tecnologie oggi utilizzate nelle fabbriche e nella logistica 4.0

Come si può dedurre dalla qualifica di IoT industry business expert di Pier Giuseppe Dal Farra, Orange Business Services inserisce la sua offerta rivolta alla sicurezza fisica delle persone e degli impianti nello stesso ambito tecnologico dell’Industry 4.0. Anche in ottica di riuso di determinate soluzioni già implementate negli ambienti della produzione e della logistica, Orange punta spesso a far leva sui progetti esistenti per estenderne la copertura anche a un ambito critico come la salvaguardia della salute e delle condizioni di lavoro nelle realtà industriali più difficili.

Sistemi di tracking

«Alcuni esempi riguardano gli strumenti di asset tracking adottati nei siti di produzione e di logistica dei materiali» – spiega Dal Farra. «Ve ne sono di tipologie diverse, adatte per applicazioni indoor e outdoor, o in grado di fornire informazioni in tempo quasi reale o consuntivi una o più volte al giorno, o ancora per tenere sotto controllo ed eventualmente confinare i materiali pericolosi, come gli esplosivi e le sostanze infiammabili». Ovviamente, come avverte l’esperto, quando si incrociano con gli obiettivi di controllo e tutela delle persone, queste applicazioni si scontrano con i vincoli imposti, specie nelle nazioni occidentali, dalle normative sulla riservatezza. In questi casi, si devono utilizzare opportuni accorgimenti sulla gestione delle identità delle persone, disaccoppiandola rispetto ai tag e ai sensori di tracciamento. «Queste tecniche hanno avuto molto successo in questo periodo, perché possono favorire il rispetto del social distancing. Gli stessi sensori che ci aiutano a tenere gli operatori distanti da luoghi o impianti ostili o pericolosi, servono a misurare la distanza interpersonale e a ricostruire i movimenti in caso di contagio».


#HealthandSafety Come tutelare la salute e le condizioni di lavoro nelle realtà industriali più difficili
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Realtà aumentata

Un altro filone è quello della realtà aumentata, su cui si basano occhiali e caschetti “rugged”, in grado di resistere a urti e condizioni ambientali aggressive. «Sono strumenti di uso frequente per il supporto ai lavoratori remoti o per il training. L’estensione all’ambito della sicurezza è immediata» – sottolinea Dal Farra. Così come le tecnologie di computer vision e riconoscimento automatico, che Orange Business Services applica con profitto alla verifica del corretto impiego dei DPI, i dispositivi di protezione individuale. «Nei siti industriali, dove possono avere accesso centinaia di persone, anche per la presenza di numerosi terzisti, la visione computerizzata è in grado di riconoscere e allertare le persone che non indossano un casco protettivo». Uniti a dispositivi wearable e ai sensori, questi sistemi possono dare un notevole contributo alla sicurezza complessiva di un impianto. La divisione di Dal Farra viene chiamata a risolvere problematiche di salvaguardia della salute nelle situazioni più difficili, come all’interno delle navi De Beers che trivellano i fondali degli oceani alla ricerca dei diamanti. «La nostra missione è rispettare esigenze e geografie specifiche con progetti che assicurino la massima scalabilità» – afferma Dal Farra. Le soluzioni Health & Safety possono essere adottate anche dalle imprese di piccole e medie dimensioni. Magari attraverso formule as a Service che limitano i costi in un ambito che tendenzialmente non dovrebbe essere soggetto alle tradizionali considerazioni sul ROI.

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Conosci il tuo impianto https://www.datamanager.it/2021/10/conosci-il-tuo-impianto/ Fri, 08 Oct 2021 09:55:50 +0000 https://www.datamanager.it/?p=212836 Con il suo approccio integrato alla sicurezza delle infrastrutture IT, OT e IOT, Nozomi Networks trasforma i tradizione concetti dell’Health & Safety L’incidente, sul mondo del lavoro, non è quasi mai mera fatalità. In genere è una questione di ridotta consapevolezza del rischio. Quando uomini e impianti non si comportano come dovrebbero, le conseguenze possono […]

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Con il suo approccio integrato alla sicurezza delle infrastrutture IT, OT e IOT, Nozomi Networks trasforma i tradizione concetti dell’Health & Safety

L’incidente, sul mondo del lavoro, non è quasi mai mera fatalità. In genere è una questione di ridotta consapevolezza del rischio. Quando uomini e impianti non si comportano come dovrebbero, le conseguenze possono essere drammatiche. Sergio Leoni, country manager di Nozomi Networks, esorta i responsabili Heatlh & Safety di ogni impresa ad adottare approcci più legati alla realtà dei dati industriali, soprattutto quando l’obiettivo primario è mitigare l’impatto degli eventi che dipendono da guasti e malfunzionamenti delle infrastrutture. «Se si tratta di comportamenti umani, informatica e tecnologia hanno un potere limitato. Per la sicurezza degli impianti, invece, si può fare molto attraverso la visibilità sui meccanismi interni ai processi che le soluzioni di protezione di Nozomi Networks sono in grado di offrire».

Sicurezza e visibilità

Dalla sicurezza dei macchinari di una fabbrica, può dipendere dunque la salute dei lavoratori che interagiscono con quegli impianti. E una strategia avanzata dovrebbe far leva su una visione integrata dei comportamenti nell’ambiente di lavoro. Purtroppo nella vita reale, anche la miglior strategia Health & Safety, basata su un sapiente intreccio di sicurezza fisica e cybersecurity, finisce per scontrarsi con le esigenze e gli ostacoli di natura culturale del mondo della produzione. «Prima o poi i responsabili IT si trovano a dover dialogare con responsabili delle operational technologies che provengono da una cultura molto diversa» – sottolinea Leoni. Nella sua esperienza, questi professionisti non vedono mai di buon occhio il tentativo di entrare all’interno dei processi che avvengono negli impianti. Almeno inizialmente. «I nostri proof of concept partono in molti casi da una semplice attività di monitoraggio passivo dei flussi di rete» – spiega il responsabile italiano di Nozomi Networks. «Quando anche la parte OT si rende conto della quantità di informazioni che un impianto così monitorato può fornire, la voglia di consapevolezza cresce».


#HealthandSafety Sicurezza e visibilità per migliorare la resilienza operativa @nozominetworks
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I tre pilastri della sicurezza IoT

La cultura della cybersecurity sta portando in fabbrica un nuovo tipo di percezione sui rischi insiti nei processi industriali. E come sostiene Leoni, questa consapevolezza avrà un effetto data-driven sulla sicurezza dei lavoratori che abitano ambienti industriali così sfidanti. «Bisogna calare i concetti di salute e sicurezza nella realtà dei processi. I rischi legati all’OT devono essere affrontati secondo un approccio unificato dei processi e con gli strumenti di visibilità, detection e conoscenza, che sono i tre pilastri della sicurezza IoT». La piattaforma Guardian di Nozomi Networks è in grado di assicurare una visibilità trasversale tra le infrastrutture IT, OT e IoT di tutti i settori di industria, grazie alla compatibilità in ambienti OT multiproduttore e a ogni tipo di protocollo standard, criptato o customizzato. Si presta a ogni situazione con soluzioni offerte sia sotto forma di appliance hardware “rinforzato”, per gli ambienti operativi più critici, sia come servizi virtualizzati erogati attraverso un cloud localizzato all’interno dei rispettivi confini nazionali. Su switch di rete compatibili con questa tecnologia, Guardian si adatta anche all’uso in ambienti containerizzati con Docker. La sicurezza delle persone si fa anche mitigando i rischi legati agli impianti operativi e Nozomi Networks è un potente strumento di indagine e prevenzione.

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ePayments e valute digitali, la sfida è cominciata https://www.datamanager.it/2021/10/epayments-e-valute-digitali-la-sfida-e-cominciata/ Fri, 08 Oct 2021 09:00:24 +0000 https://www.datamanager.it/?p=212841 L’area dei sistemi di pagamento digitali è in piena trasformazione per offrire, a costi competitivi, servizi in linea con la nuova operatività. Condivisione delle informazioni e fiducia per creare vantaggi diffusi in un ecosistema sempre più aperto. E mentre cresce il successo delle criptovalute, le banche centrali progettano il futuro delle valute digitali A seguito […]

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L’area dei sistemi di pagamento digitali è in piena trasformazione per offrire, a costi competitivi, servizi in linea con la nuova operatività. Condivisione delle informazioni e fiducia per creare vantaggi diffusi in un ecosistema sempre più aperto. E mentre cresce il successo delle criptovalute, le banche centrali progettano il futuro delle valute digitali

A seguito della diffusione sostenuta dell’ecommerce si è generata una richiesta di pagamenti digitali sempre più performanti, sicuri ed efficaci. Secondo l’ultima edizione dell’Osservatorio Innovative Payments della School of Management del Politecnico di Milano, nel 2020, nonostante un calo generalizzato dei consumi di oltre il 13%, gli epayment hanno raggiunto 5,2 miliardi di transazioni, passando dal 29% al 33% del valore totale dei pagamenti in Italia con 268 miliardi di € (-0,7% rispetto al 2019), aumentando la penetrazione rispetto al contante: che rimane, però, ancora il mezzo di gran lunga più utilizzato. A maggio 2021, secondo i dati della Banca d’Italia, il valore delle banconote in circolazione è cresciuto del 12% rispetto a un anno prima. Il segmento epayment è per definizione globale e soggetto a continue innovazioni che si adattano e superano anche le crisi più profonde. Nuovi circuiti e schemi di pagamento, open banking, monete virtuali, pagamenti c-less, digital wallet, instant payment fanno ormai parte del nostro quotidiano. A crescere sono stati soprattutto i pagamenti tramite contactless (+29%, a quota 81,5 miliardi di euro) e, ancor più, quelli tramite smartphone e wearable (+80%, oltre 3,4 miliardi).

Inoltre, anche gli epayment “in-store” sono cambiati: l’epidemia ha convinto molti utenti a evitare il contatto fisico con il merchant e si è registrato un significativo aumento sia dei pagamenti contactless, effettuati con carta o direttamente con smartphone, sia di acquisti in modalità self-service tramite chioschi, vending machine e locker. Inoltre, gli epayment stanno evolvendo anche con altre soluzioni innovative come, per esempio, l’introduzione di schemi di pagamento basati su QRcode, la diffusione di wallet che favoriscono lo scambio person2person (P2P) di piccole somme, la diffusione di soluzioni di sicurezza ‘”strong customer authentication” che, basate sul riconoscimento biometrico, sono già realtà. Di tutto questo, si discute il 3, 4 e 5 novembre nell’ambito del “Salone dei Pagamenti” organizzato da ABIServizi, la società di servizi dell’Associazione Bancaria Italiana. Un evento diventato il punto di riferimento autorevole e riconosciuto per le voci e le esperienze dei principali stakeholder e che vede la partecipazione di esperti nazionali e internazionali.


#ePayments Il futuro dei pagamenti, ne parliamo con SSGroup.it InfoCert_it e @CBI_Scpa
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PAGAMENTI COME RELAZIONE

La direttiva PSD2 ha aperto il mercato dei pagamenti con una particolare attenzione al tema della sicurezza: l’obiettivo è permettere al consumatore finale, sempre più omnicanale e digitale, di sfruttare al massimo i nuovi servizi e applicazioni in modo completamente sicuro. L’utilizzo degli epayment poi è anche fortemente sostenuto dai governi che negli ultimi anni hanno approvato una serie di iniziative per la promozione di questi strumenti e la riduzione del contante. Parallelamente, è anche cresciuta la culturale specifica sia dal lato della domanda che dell’offerta. Tutti gli attori del mercato stanno investendo per trasformare i pagamenti da commodity a elemento distintivo della relazione con il cliente. L’ingresso di nuovi player nel mercato favorisce certamente la creazione di servizi di eccellenza. Sempre più frequenti sono le collaborazioni con fintech e corporate che puntano a offrire esperienze di pagamento semplici, integrate e capaci di portare nuovo valore all’utente finale. In sostanza, i tre maggiori trend per il futuro dei pagamenti digitali sembrano essere: 1) l’istantaneità del pagamento; 2) la multicanalità con la possibilità di effettuare il pagamento da qualsiasi canale o dispositivo; 3) il pagamento perfettamente immerso e integrato nei processi e negli oggetti.

«In questa ondata di innovazione, i POS intelligenti giocano un ruolo fondamentale e permettono di pagare in autonomia attraverso applicazioni integrate o tramite personalissimi wallet digitali» – spiega Lorenzo Rossi, BU digital manager di SCAI Solution Group – SSG. In questo momento il trend relativo alle nuove modalità di pagamento digitale vede protagonisti molteplici applicazioni e strumenti tecnologici come i pagamenti biometrici (face ID), i pagamenti IoT, quelli NFC e quelli wearable. «Il mercato epayment cambia radicalmente il paradigma della relazione tra esercente e consumatore» – prosegue Rossi. «Entrambi finiscono per godere di una serie di vantaggi. Il primo può fornire ai propri clienti una varietà di processi attraverso un unico dispositivo, integrato, customizzato, collegato in rete e protetto da potenti sistemi di sicurezza, riducendo drasticamente i problemi legati all’hardware e conseguentemente i costi di consumabili e risorse. Mentre il consumatore ha ora la possibilità di accedere a una user experience immediata e dinamica, creata ad hoc per soddisfarne le esigenze, grazie a interfacce più smart e customizzate».

Il nuovo contesto di innovazione ha portato le aziende a sviluppare soluzioni interconnesse, user friendly e sempre più accattivanti che portano il segno della profonda trasformazione dell’esperienza del cliente finale. «La crescita di SPID, che ha raggiunto l’importante traguardo di 23 milioni di credenziali rilasciate ai cittadini (+200 % nel 2020), apre a nuove opportunità di semplificazione dei processi di digital onboarding di istituti di pagamento e istituti di moneta elettronica» – afferma Denny Bellotto, technical account manager di InfoCert. L’utilizzo di SPID permette, infatti, di semplificare, in tutta sicurezza, le procedure di identificazione della nuova clientela e la sottoscrizione della documentazione contrattuale che avviene in modalità completamente paperless e con pieno valore legale grazie alla firma digitale. «I prestatori di servizi di pagamento – continua Bellotto – possono offrire tale vantaggiosa opportunità ai propri clienti prospect senza dover effettuare alcuna procedura di accreditamento per diventare service provider privati». InfoCert, in qualità di service provider del sistema SPID e al contempo certification authority, si serve dell’autenticazione SPID per l’identificazione degli utenti online e il rilascio di un certificato di firma con cui si può sottoscrivere la richiesta di un nuovo prodotto o servizio. Grazie al certificato di firma digitale qualificata, il prestatore di servizi di pagamento in questo modo avrà a sua volta certezza dell’identificazione del cliente finale per le proprie finalità, in conformità alla normativa vigente in materia di antiriciclaggio e di adeguata verifica della clientela.


#ePayments Trasformare i pagamenti da commodity a elemento distintivo della relazione con il cliente
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RIPENSARE LA BLOCKCHAIN

La crescente consapevolezza e gradimento delle criptovalute, come Bitcoin, Ethereum, Cardano – e la promettente Algorand di Silvio Micali, docente al MIT e unico Italiano vincitore dell’Alan Turing Award – ha spinto soprattutto le grandi società di piattaforme digitali e fornitori di servizi di pagamento a lanciare molti progetti di criptovaluta, ciascuno con caratteristiche peculiari, alcuni di successo e altri non pienamente operativi. Tra questi ha grande risalto il progetto Diem Coin (ex Libra), promosso dalla Diem Association che, consapevole dei limiti, prevalentemente dovuti alla speculazione, vuole introdurre una “stable digital coin”, al fine di migliorare le transazioni di pagamento e promuovere l’inclusione finanziaria: due obiettivi cruciali per ogni sistema di pagamento. Le iniziative del settore privato hanno dato impulso alle banche centrali di molti paesi per studiare l’opportunità di emettere una propria valuta digitale: Central Bank Digital Currency (CBDC). In effetti, la Banca dei regolamenti internazionali (BRI – www.bis.org) riferisce che più di sessanta banche centrali in tutto il mondo stanno lavorando a diverse ipotesi e sette grandi, la Federal Reserve statunitense, la Bank of Canada, la Banca Centrale Europea – BCE, la Bank of England, la Banca Nazionale di Svezia, la Banca Nazionale Svizzera e la Bank of Japan, nel 2020 hanno delineato tre principi fondamentali: 1) non compromettere la moneta e stabilità finanziaria; 2) integrare le forme di denaro esistenti; 3) sostenere l’innovazione e l’efficienza.

Secondo le banche centrali e gli organismi internazionali competenti, tra cui l’International Accounting Standards Board – IASB e il Comitato di Basilea, infatti, la “cripto-attività”, così come implementata oggi (per esempio, Bitcoin), non rientra nelle categorie di moneta e di strumento finanziario. La natura economica di questi “gettoni digitali” ne influenzano i trattamenti contabili e prudenziali e, quindi, appartengono alla classe dei digital tokens privati, senza diritti incorporati, non convertibili, a prezzo estremamente variabile. Inoltre, sempre secondo le banche centrali, a fronte degli svantaggi citati, le “cripto-attività” non presentano chiari benefici economici o sociali, limitandosi a soddisfare le esigenze di alcuni agenti economici. Inoltre, i soggetti offerenti dovrebbero essere registrati e presidiati per i profili di antiriciclaggio, contrasto al finanziamento del terrorismo e criminalità e per i diritti di convertibilità e tutela del consumatore. A tale proposito, ha suscitato grande perplessità, tra gli esperti e le autorità internazionali, la recente decisione del governo di El Salvador di adottare bitcoin come valuta a corso legale.


#ePayments Consumi in calo, pagamenti digitali in crescita e boom di contante
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IL FUTURO DIGITALE DELL’EURO

Per le ragioni evidenziate, la Banca Centrale Europea ha annunciato la nuova valuta elettronica denominata digital euro per garantire transazioni semplici, rapide e sicure a tutti i cittadini e alle imprese. Lo stesso hanno fatto la Federal Reserve con il digital dollar e la Bank of China con il digital yuan. Si tratterebbe quindi, non di una opaca e speculativa criptovaluta, ma di una vera e propria moneta digitale, emessa da una banca centrale e concepita non per sostituire il contante ma per affiancarlo, con il fine di rendere le transazioni più rapide e sicure e promuovere l’innovazione, la fiducia e la sicurezza nei pagamenti. «Il consiglio direttivo della BCE ha avviato la fase istruttoria dell’euro digitale per 24 mesi che mirerà ad affrontare le questioni chiave riguardanti la progettazione e la distribuzione» – informa Fabio Panetta, membro del consiglio direttivo BCE. «Un euro digitale deve essere in grado di soddisfare le esigenze degli europei e allo stesso tempo aiutare a prevenire attività illecite ed evitare qualsiasi impatto indesiderato sulla stabilità finanziaria e sulla politica monetaria». La decisione – secondo Panetta – non condizionerebbe la futura emissione effettiva dell’euro digitale, che arriverà solo in seguito. In ogni caso, un euro digitale andrebbe a integrare il contante e non a sostituirlo. Inoltre, la nuova valuta digitale incoraggerebbe l’innovazione e stimolerebbe la concorrenza, consentendo agli intermediari di migliorare la propria offerta di servizi, fornendo prodotti che includano l’accesso. Mentre molti stanno ancora studiando, la Cina va avanti spedita. Il digital yuan è già in fase di sperimentazione in molte città cinesi e molti paesi potrebbero scoprire questa nuova moneta non ancorata a un conto bancario ma che, semplicemente, risiede in un wallet dello smart device personale. Il digital yuan sarà, infatti, la valuta dei prossimi Giochi Olimpici Invernali cinesi e potrebbe essere una rivoluzione per i sistemi di pagamento internazionali.


#ePayments Le banche centrali accelerano sull’euro digitale
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IL PUNTO DI VISTA ITALIANO

«In questi mesi, i clienti hanno ridotto l’utilizzo del contante, imparando a usare i pagamenti digitali, e hanno modificato i rapporti con le banche, rivolgendosi a nuovi player del mercato» – spiega Liliana Fratini Passi, direttore generale di CBI. «Le istituzioni europee sembrano aver colto l’evoluzione in atto nei mercati finanziari, promuovendo diversi report in maniera simultanea. Mi riferisco in particolar modo al pacchetto sulla finanza digitale, pubblicato dalla Commissione europea il 24 settembre 2020. Quest’ultimo non solo comprende le strategie sulla finanza digitale e sui pagamenti al dettaglio, ma anche tre proposte di regolamento in ambito: resilienza operativa digitale per il settore finanziario (DORA); mercato delle criptovalute (MiCA); il regime pilota per le infrastrutture di mercato basate su tecnologia DLT». Le misure adottate dalla Commissione ambiscono a rimuovere la frammentazione del mercato unico digitale dei servizi finanziari, facilitare l’innovazione tramite l’utilizzo di tecnologie innovative come la blockchain, promuovere uno spazio europeo comune di dati finanziari e migliorare la gestione dei rischi.

«Oltre alla necessità di garantire un approccio comune per lo sviluppo di soluzioni finanziarie basate su tecnologie innovative – continua Fratini Passi – sarà di fondamentale importanza l’opera di revisione della direttiva PSD2, che la Commissione vuole intraprendere a partire dalla fine del 2021. Non sarà solo rilevante comprendere come le istituzioni dell’UE vorranno delineare un quadro omogeneo tra i servizi previsti dalla PSD2 e dalla direttiva emoney, ma diventerà di notevole interesse capire l’evoluzione del quadro sui servizi di finanza digitale con la proposta di regolamento in ambito “open finance” che la Commissione ambisce a pubblicare nel 2022». Tenuto conto delle differenti proposte di regolamentazione attualmente sul tavolo, l’auspicio del direttore generale di CBI è quello che – l’evoluzione del quadro normativo europeo nell’ambito dei servizi finanziari – «riesca a garantire un level playing field tra banche tradizionali, fintech e bigtech, al fine di promuovere una reciprocità nella condivisione delle informazioni a maggior tutela del consumatore».

Alla luce del nuovo scenario di mercato, gli incumbent stanno creando nuove modalità di collaborazione e partnership in un mercato sempre più aperto per la creazione di prodotti innovativi in grado di migliorare la user experience richiesta dalla clientela e per mantenere il presidio della relazione. Tale approccio nasce anche dal fatto che il modo di fare innovazione è cambiato, essendosi accorciati i tempi di R&D e industrializzazione dei nuovi servizi. «Seguire la strada dell’investimento in innovazione e in competenze digitali rappresenta la chiave di volta per competere nello scenario internazionale – afferma Liliana Fratini Passi. «Le banche italiane, seppur con modalità e tempi diversi, si stanno da tempo organizzando in questo nuovo scenario, anche inserendo nuove competenze». Da una ricerca del Sole-24 Ore emerge, infatti, che nei piani industriali dei dieci tra i maggiori istituti di credito è prevista l’assunzione entro il 2023 di oltre diecimila risorse con una riduzione dei laureati in economia (50%) a favore di una forte crescita (fino al 30%) dei laureati in discipline STEM (sciences, technology, engineering, mathematics). Queste percentuali sono destinate a salire se, oltre alle banche tradizionali, nel conteggio si inseriscono anche le “banche specialiste” del risparmi e le neobanks/challenger banks. «Tale approccio risulta vincente – continua Fratini Passi – soprattutto per quelle banche che saranno disposte a passare da un approccio attendista, in cui accontentarsi di soddisfare i requisiti normativi della PSD2, a un approccio attivo, con una strategia customer-centric consapevole che l’open data crea i presupposti per ampliare i servizi informativi da fornire al mercato, secondo nuove linee di redditività attraverso la data monetization, ovvero la remunerazione delle informazioni». In tal senso, si assisterà sempre più al disegno di nuovi servizi a valore aggiunto, da comporre in maniera modulare a seconda delle esigenze della clientela, e che andranno oltre quanto sviluppato nel perimetro della PSD2 per concentrarsi maggiormente sul miglioramento dello stile di vita dei clienti, puntando a includere tutti i servizi finanziari e non. Tra questi – come spiega Fratini Passi – ci sono servizi come il check IBAN, che consente la verifica online della corretta associazione tra codice IBAN e codice fiscale/partita IVA forniti da un utente finale a una corporate/pubblica amministrazione; l’aggregazione di conti internazionali; il servizio di smart onboarding, che semplifica la vita al cittadino, quando deve dare le proprie informazioni a una azienda per accedere a un servizio; e molteplici altri servizi beyond banking.

«In questo contesto – dichiara Fratini Passi – CBI supporta l’innovazione collaborativa per la propria clientela, banche e altri intermediari, affinché essi possano a loro volta offrire servizi a valore aggiunto ai loro clienti corporate, retail e PA». Del resto, nel nuovo scenario – continua il direttore generale di CBI – «la competizione si sposta da un contesto domestico a un contesto internazionale, favorendo la nascita di nuovi attori di mercato, nonché grandi player, fintech e aziende di altre industry che stanno iniziando a offrire sistemi di pagamento e altri servizi bancari». La sfida – secondo Fratini Passi – sarà quella di far dialogare i vari soggetti di mercato – «e sarà fondamentale il lavoro di squadra garantito dal patrimonio esperienziale di CBI, basato sulla collaborazione per una migliore competizione, che consente la modellazione del “fare banca” altamente innovativo, caratterizzato da elevati livelli di customer experience».


#ePayments Servizi di eccellenza per esperienze di pagamento semplici e integrate
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Ciò consentirà alle banche di competere su un livello di gioco paritetico con gli operatori non bancari, soprattutto nell’offerta al mondo corporate, su cui le banche subiscono una competizione maggiore da parte degli over the top e dei grandi player dato che costituisce il segmento di mercato che tradizionalmente ha una maggiore redditività». In questo contesto CBI sta lavorando su più direttrici. In ambito open finance, sta ampliando il numero di aderenti alla funzionalità attiva di CBI Globe, con l’obiettivo di far giocare alla banca un ruolo attivo e non attendista, che gli consenta di sviluppare servizi in logica di terza parte e mantenere al centro la relazione con la propria clientela. Inoltre, CBI sta lavorando alla modellazione di nuovi servizi a valore aggiunto in logica open data, ampliando il numero di informazioni da mettere a disposizione dei soggetti richiedenti. E dopo aver lanciato il servizio check IBAN anche per i privati, raggiungendo circa l’80% dell’industria bancaria italiana, sono in cantiere diverse partnership di valore, anche a livello internazionale. Per esempio, recentemente CBI ha stipulato un accordo con CRIF per consentire alle banche di offrire una più ampia scelta di servizi altamente innovativi finanziari e non.

«In particolare, grazie a questa partnership – spiega Fratini Passi – i prestatori di servizi di pagamento potranno offrire soluzioni di instant lending integrate con la valutazione online del profilo creditizio di un utente in ambito open banking; servizi di supporto ai processi di vendita online in grado di integrare canali digitali e reti fisiche; e servizi di personal financial management e business financial management, che consentono a utenti retail e corporate di avere una vista unica dei propri conti, ottimizzando la gestione delle proprie finanze». Attualmente sono in corso da parte di CBI attività volte a finalizzare ulteriori partnership per abilitare la connettività a livello internazionale dei servizi attualmente offerti e di nuovi servizi a valore aggiunto per aumentare il perimetro della reciprocità e della standardizzazione abilitando una operatività dei clienti delle banche a livello cross border. «In tema di epayment – conclude Fratini Passi – CBI sta rafforzando l’operatività del servizio CBILL, che consente la consultazione e il pagamento online di bollettini emessi da soggetti fatturatori nonché gli avvisi di pagamento pagoPA». Il servizio è già stato utilizzato da circa 8 milioni di cittadini per pagare oltre 70 milioni di bollettini. Nelle previsioni di CBI il servizio crescerà ancora in vista dell’attivazione da parte di altri soggetti della pubblica amministrazione e dell’ampliamento dell’utilizzo dei canali online per i pagamenti.


#ePayments Open finance e maggiore simmetria tra banche, fintech, bigtech e consumatore
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CONCLUSIONI

Serve, quindi, una seria politica industriale specifica per il settore che consideri la stretta correlazione matematica inversa tra l’uso dei pagamenti e delle valute digitali e il contante che alimenta l’economia sommersa. Con l’uso allargato degli epayment si avrebbe un risparmio annuo di decine di miliardi di cui godrebbero anche i consumatori. Oltre alla sicurezza, servono standard condivisi per garantire maggiore interoperabilità e concorrenza. Occorre, poi, una massiccia campagna di comunicazione, informazione e formazione, accompagnata dalla riduzione dei costi e delle commissioni e dalla individuazione di opportuni incentivi resi ben evidenti ai consumatori. In tal modo, i consumatori utilizzerebbero sicuramente i pagamenti digitali. Insomma, tutto ciò significa che bisogna costruire un ecosistema diffuso dei pagamenti con una politica industriale seria e mirata. Solo così si può fare la “guerra al contante” e far diventare i pagamenti digitali una vera grande opportunità.

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Smart working. Allarme cybercrime e data breach https://www.datamanager.it/2021/10/smart-working-allarme-cybercrime-e-data-breach/ Fri, 08 Oct 2021 08:30:22 +0000 https://www.datamanager.it/?p=212845 La remotizzazione del lavoro ha permesso di garantire la continuità operativa, in alcuni casi migliorando la produttività e introducendo maggiore flessibilità. Mentre le imprese italiane temono un aumento degli attacchi, la transizione verso un modello ibrido di lavoro procede a velocità diverse Senza un’adeguata pianificazione in termini di regole e policy, formazione e soluzioni tecnologiche […]

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La remotizzazione del lavoro ha permesso di garantire la continuità operativa, in alcuni casi migliorando la produttività e introducendo maggiore flessibilità. Mentre le imprese italiane temono un aumento degli attacchi, la transizione verso un modello ibrido di lavoro procede a velocità diverse

Senza un’adeguata pianificazione in termini di regole e policy, formazione e soluzioni tecnologiche e di cybersecurity, la remotizzazione di massa del lavoro non può dirsi veramente smart working, come dimostra la recrudescenza di attacchi e data breach. Ecco come aziende e organizzazioni si stanno muovendo per proteggersi. «Il lavoro agile può servire nell’emergenza ma non può essere il futuro del lavoro. Proiettarlo nel futuro mi sembra un abbaglio». Parole del ministro della Pubblica Amministrazione Renato Brunetta che in varie occasioni si è espresso con forza a favore di un rientro dei lavoratori pubblici in presenza. Secondo Brunetta, chi fa lavoro agile non avrebbe ancora un contratto specifico né tecnologie adatte a disposizione, come tra l’altro dimostrerebbe il caso dell’attacco hacker della Regione Lazio. Insomma, lo smart working sarebbe una forma all’italiana di lavoro a domicilio. Il ministro ha rincarato la dose durante il question time alla Camera lo scorso settembre. L’intemerata del ministro, fuori tempo massimo secondo i sostenitori dell’ineluttabilità dello smart working – nei toni molto simile al proverbiale “la ricreazione è finita” pronunciato da de Gaulle – almeno in un passaggio sembra aver colpito nel segno: il lavoro da remoto dal punto di vista della sicurezza si è dimostrato un colabrodo.

I dati forniti dalla titolare dell’Interno Lamorgese parlano chiaro. Gli attacchi hacker sono quasi decuplicati. Non solo. Durante il Forum di Cernobbio, la ministra Lamorgese ha dichiarato che i reati relativi al Web sono stati gli unici a crescere. «La vulnerabilità della rete desta preoccupazione perché coinvolge la tenuta e la capacità di resilienza di fronte ad attori ostili da parte di sistemi informatici pubblici e privati». In questo clima di incertezza e timori diffusi, ingegneria sociale e malware funzionano alla grande. Nei mesi più caldi della pandemia Google ha dichiarato di bloccare oltre 100 milioni di email di phishing ogni giorno bloccando più di due milioni di siti nel corso del 2020. La conta dei danni derivanti dallo smart working è impietosa. In Germania, secondo le stime dell’Istituto economico tedesco (www.iwkoeln.de), lavorare da casa durante la pandemia è costato alle aziende tedesche circa 53 miliardi di euro.


Insieme allo #smartworking cresce l’esposizione alle minacce – Daniele Vona @seeweblive
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L’emergenza sanitaria, lo sappiamo, ha spinto le aziende ad adottare modelli di home working, trasformando gli uffici da luoghi centralizzati a piccole realtà diffuse. Come rovescio della medaglia la necessità di convertire in fretta il modello di lavoro ha determinato in molti casi una colpevole sottovalutazione degli aspetti di sicurezza. «Il cambiamento è stato così repentino che i vari responsabili del business non hanno avuto il tempo di predisporre l’ambiente virtuale più idoneo. Portando a una maggiore esposizione del patrimonio dati aziendale alle cyber minacce» – conferma Daniele Vona, presales technical consultant & cloud specialist di Seeweb. I dipendenti costretti a utilizzare da casa il proprio laptop di lavoro si sono trovati improvvisamente privati ​​delle protezioni presenti in azienda. Senza proxy Internet, NAC, IDS e NGFW, i dispositivi domestici si sono trovati esposti su reti potenzialmente non protette e ad altri dispositivi potenzialmente compromessi. L’endpoint di colpo ha dovuto sostenere l’intero peso della protezione. Con lo stesso Wi-Fi di casa che non può offrire le stesse protezioni della rete dell’ufficio. Ma l’indebolimento dei controlli di sicurezza è andato ben oltre l’allentamento delle regole del firewall o di gestione della posta elettronica. Molti livelli di sicurezza esistenti non si applicano ai lavoratori remoti. I dipendenti potrebbero aver bisogno di accedere a risorse in precedenza accessibili solo su una rete cablata e da un’unica postazione. Per rendere raggiungibili queste risorse tramite VPN, spesso si è reso necessario “appiattire” la segmentazione interna, spalancando di fatto la porta alla diffusione del malware e al movimento laterale. Le conseguenze in alcuni casi sono state disastrose. Soprattutto per le piccole imprese, meno attrezzate per riprendersi da interruzioni dei servizi e perdite economiche. «Prima le VPN aziendali erano uno strumento di sicurezza importante. Oggi, sono semplicemente un mezzo per collegarsi alle infrastrutture aziendali» – osserva Vona di Seeweb. «Il problema cybersecurity è nelle case, dove ogni lavoratore ha la sua rete domestica, il suo operatore di fiducia e può avere investito più o meno in sicurezza. Ma ogni volta che attiva la VPN mette a rischio l’intera rete aziendale». Differenze – tra la sicurezza di casa e quella dell’ufficio – che devono perciò essere comprese, tracciate e affrontate. «È un fatto – rileva Massimiliano Macchia, Digital Solutions director di Konica Minolta – che il numero di PC e sistemi di stampa connessi alle reti domestiche è aumentato in maniera esponenziale. Così come le intrusioni nelle reti, domestiche e aziendali, spesso innescate proprio dai sistemi di stampa. Un rischio per la sicurezza dei dati. Non sempre adeguatamente compreso. In realtà, ogni indirizzo IP è una porta d’accesso alla rete. Così come ogni dispositivo connesso può diventare la backdoor di accesso ai dati dell’azienda».


Ogni dispositivo connesso può diventare la backdoor di accesso ai dati aziendali – Macchia #KonicaMinolta
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TUTTA LA SICUREZZA CHE SERVE

Con la diffusione dello smart working i professionisti IT e della sicurezza hanno dovuto affrontare una serie di problemi urgenti. La sfida più importante – ci dice Roberto Obialero, advisory board di Clusit – «continua a essere quella di pianificare con cura la transizione dal modello lavorativo tradizionale verso lo smart working. Per la quale si è reso necessario ridefinire e monitorare i processi organizzativi, adottando un modello di lavoro per obiettivi e, soprattutto, dotandosi della strumentazione ICT adeguata sia dal lato dell’utente che dell’organizzazione». In termini di misure di sicurezza connesse allo smart working cosa è cambiato rispetto a prima della pandemia? «Le problematiche che il personale IT deve fronteggiare per garantire la sicurezza degli utenti in smart working sono le medesime degli accessi remoti: mettere in sicurezza la workstation utente e la connessione verso le applicazioni» – sintetizza Massimo Littardi, technical account manager di NovaNext. Operazioni alle quali però bisogna aggiungere – «l’adozione di antimalware o software più evoluti quali EAP, EDR, XDR. Limitare l’installazione di software. Adottare meccanismi di strong authentication. Proteggere l’accesso alle risorse. Ispezionare il traffico degli utenti, monitorando le loro attività e rilevare le anomalie. Investire nella direzione di una protezione elevata di tutte le connessioni perimetrali attraverso operazioni di traffic inspection e threat management. E in un controllo maggiore degli utenti connessi in VPN, la chiave di tutto l’ecosistema lavorativo» – spiega Vona di Seeweb.


Come mettere in sicurezza la #workstation e la connessione verso le applicazioni – Littardi @NovaNextItalia
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Un’ulteriore misura può essere quella di investire in infrastrutture desktop virtualizzate, facendo evolvere le architetture IT dell’azienda dall’RDC a un sistema più sicuro. Modello, quest’ultimo, che rispetto all’RDC comporta però costi importanti per l’azienda. Le pratiche per una corretta protezione non cambiano con il lavoro da remoto, concorda Gastone Nencini, country manager di Trend Micro Italia. «In una prima fase, le aziende che non avevano previsto una situazione in cui all’improvviso migliaia di lavoratori iniziavano a lavorare contemporaneamente da casa sono andate sotto stress». Le cause? «Un’ampiezza di banda non sufficiente e l’impossibilità di garantire lo stesso livello di sicurezza ai dispositivi connessi dall’esterno come se fossero all’interno della rete aziendale. A soffrire di più – continua Nencini – sono state le aziende con infrastrutture on premise, mentre quelle che avevano adottato soluzioni cloud sono state in grado di gestire la situazione in maniera più reattiva».


Verso il consolidamento del #lavororemoto come abitudine lavorativa – Gastone Nencini @TrendMicroItaly
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CONTROLLO SULLE RISORSE

Con la massiva adozione dello smart working, le aziende di tutti i settori hanno accelerato il percorso verso il cloud e la modernizzazione degli ambienti IT in modo da abilitare processi agili e garantire l’accesso e la produttività per tutti i dipendenti anche al di fuori degli spazi fisici aziendali. «A questa evoluzione, però, si deve necessariamente accompagnare la capacità di mantenere il controllo sulle risorse e sui comportamenti degli utenti» – sottolinea Diego Pandolfi, Research & Consulting manager di IDC Italia. «Per queste ragioni, le priorità degli addetti alla sicurezza e dell’IT si stanno focalizzando sempre più sull’assicurare una completa visibilità delle attività e degli accessi, sulla formazione dei dipendenti e su tecnologie avanzate di data protection, automation e network security». Stando ai dati di una recente ricerca di IDC, nel 2021 – per oltre il 40% delle aziende italiane – assicurare la completa visibilità di tutto l’ambiente IT rappresenta una delle principali priorità nell’ambito delle security operation a cui segue, per circa il 38% delle aziende, la gestione efficace di utenti, identità e accessi. «Emerge chiaramente – osserva Pandolfi – che le principali preoccupazioni delle aziende si riferiscono sia al volume di accessi da remoto da gestire, aumentato esponenzialmente, sia agli eventuali comportamenti non conformi che i dipendenti, anche involontariamente, potrebbero adottare».


#smartworking Ecco le priorità degli addetti alla sicurezza e dell’IT – Diego Pandolfi @IDCItaly
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VERSO UN MODELLO IBRIDO

Nell’apparente sospensione tra il ridimensionamento dello smart working, decretato nel settore statale con la firma del premier Draghi al DPCM collegato, e l’assimilazione di un modello organizzativo ibrido di lavoro da remoto sotto traccia, nuovi assetti organizzativi e processi iniziano a prendere forma. «Passata la fase durante la quale le aziende hanno preparato, sistemato o semplicemente integrato l’infrastruttura a fronte di un’emergenza, ora ci troviamo in quella che vedrà molto probabilmente il consolidamento del lavoro da remoto come abitudine lavorativa» – pronostica Nencini di Trend Micro. «Un’ottima occasione per approntare le giuste procedure ove non ancora fatto, per garantire la sicurezza dell’infrastruttura».


#smartworking Attenzione alle soluzioni BYOD per la connessione all’ambiente VDI – Scarpa @VertivIT
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La sfida più importante è quella di pianificare la transizione dal modello lavorativo tradizionale verso quello basato sullo smart working – come spiega Obialero di Clusit. Attività che a cascata si riverberano nel day-by-day delle operations. A partire dal ricondizionamento dei dispositivi utilizzati per lavorare a distanza durante la pandemia. «Se i dispositivi utilizzati per lo smart working sono tutti di proprietà aziendale è sufficiente allestire un piano adeguato al trasporto/riconsegna nelle sedi operative e una verifica funzionale delle misure di protezione tecnologiche attuate». Diverso il caso in cui si stato autorizzato l’utilizzo di dispositivi personali per le attività lavorative da remoto. Quali possono essere le garanzie in termini di sicurezza per attività che utilizzano dispositivi non aggiornati che possono facilmente sfuggire al controllo dei team e delle applicazioni di gestione ICT? «Bisogna fare molta attenzione quando si impiegano soluzioni BYOD come veicolo per la connessione all’ambiente VDI» – concorda Cristian Scarpa, global VP Customer & Employee Technology & head of EMEA IT di Vertiv. «Questi dispositivi potrebbero essere già stati compromessi – o esserlo in futuro – permettendo a chi attacca di prendere controllo dell’ambiente VDI impersonando l’utilizzatore. Implementare soluzioni di autenticazione a più fattori (MFA) aiuta, ma potrebbe non essere una misura sufficiente. Le soluzioni VDI – continua Scarpa – potrebbero fornire una falsa aspettativa di sicurezza che in realtà solo tramite l’isolamento/separazione, buoni software di end-point protection, strumenti di monitoraggio e correlazione degli eventi, processi e campagne di educazione dei dipendenti possono permettere di ridurre i rischi di un attacco informatico».


#smartworking Proteggere la sicurezza degli utenti e delle informazioni – Roberto Fantini #MeadInformatica
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Sul fronte accessi, l’utilizzo di collegamenti in remoto, in grado di sfruttare software di controllo a distanza come Remote Desktop Protocol, ha il vantaggio di consentire una rapida implementazione. Ma come ha dimostrato l’analisi degli attacchi degli ultimi mesi, altrettanto evidenti sono gli svantaggi in termini di protezione. Anche qui, si tratta di correre al più presto ai ripari. «Lo svantaggio principale è la vulnerabilità del protocollo RDP» – afferma Alberto Duò, presales Azure & Modern Workplace di EOS Solutions. «Molte aziende hanno utilizzato questo metodo in maniera quasi incosciente per consentire accesso remoto agli utenti in maniera veloce» – constata Roberto Fantini, presales manager di Mead Informatica. «Così facendo, ripubblicando su rete pubblica l’accesso RDC dei server e dei PC, hanno gravemente compromesso la sicurezza degli utenti e delle informazioni». Le contromisure? «Le classiche procedure di aggiornamento, configurando policy efficaci gestite lato IT anche per la gestione delle password e prevedendo per l’accesso da remoto un sistema di autenticazione a più fattori (MFA)» – spiega Duò.


#smartworking Come gestire le vulnerabilità sul fronte degli accessi – Alberto Duò @eossolgroup
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Fondamentali per la diffusione sicura dello smart working nelle aziende e soprattutto nelle pubbliche amministrazioni sono – per Luca Ferraris, strategic marketing manager di Maticmind – «le applicazioni per realizzare VPN scalabili; le soluzioni di gestione integrata delle Digital Identity; la crittografia che usa il riconoscimento facciale come chiave di cifratura, grazie all’impiego di algoritmi di artificial intelligence; e infine un approccio sicuro e integrato al cloud con l’applicazione delle logiche SASE (Secure Access Service Edge). L’implementazione cioè di soluzioni SD-WAN, che integrano molteplici tecnologie di accesso, associate a soluzioni di cloud security» – sintetizza Ferraris. La convergenza di rete e sicurezza nel cloud, l’adozione cioè del modello SASE può contribuire a superare le limitazioni tipiche delle architetture di rete tradizionali. I principali vantaggi del modello sono la flessibilità e la velocità con cui viene implementato» – sottolinea Littardi di NovaNext. «Supponiamo di avere un’azienda con diverse sedi nel mondo e molteplici necessità: esigenze di connettività delle sedi e accesso a servizi in cloud e alla server farm ospitata nell’HQ o nel DC. L’azienda inoltre deve garantire un accesso stabile e performante a tutta l’utenza in ufficio, mobilità smart working. SASE è in grado di supportare le esigenze di una rete complessa, introducendo funzionalità native di sicurezza e un backbone proprietario in grado di velocizzare le connessioni tra le sedi e verso i servizi». Si tratta – secondo Fantini di Mead Informatica – di un approccio progettuale che cerca di orientare la gestione e il controllo del contesto di sicurezza e di networking su un’unica piattaforma, di solito posizionata in cloud. «Una filosofia già radicata in alcuni produttori del mercato ICT prima ancora che Gartner coniasse l’acronimo SASE».


#smartworking Misure per la diffusione sicura dello smart working – Luca Ferraris @Maticmind
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RIMODELLARE LA SICUREZZA

La pandemia ha obbligato aziende e organizzazioni a rendere più flessibili le modalità di lavoro. Il nuovo scenario ha imposto una forte accelerazione nell’adozione di soluzioni per favorire i processi di trasformazione digitale, assecondare il passaggio allo smart working e facilitare l’accesso ai servizi cloud. «Un processo che ha ridefinito le condizioni di sicurezza all’interno del nuovo spazio fisico e digitale delle organizzazioni» – osserva Fabrizio Zarri, Master Cloud Security architect di Oracle Italia. «Le misure tradizionali, incentrate sui perimetri fisici, non sono più in grado di far fronte alle nuove tipologie di minacce, sempre più sofisticate e mirate, né alle nuove e più ampie superfici di attacco. Queste dinamiche hanno portato a un ripensamento complessivo delle strategie di cybersecurity, mediante l’adozione di soluzioni automatizzate e scalabili per consentire la continuità e la sicurezza del business». L’aumento della forza lavoro decentrata e della quantità di applicazioni e dati sensibili che si spostano nel cloud espone sempre di più le aziende a rischi aggiuntivi per la sicurezza e le spinge a rivedere il modo in cui i servizi di sicurezza di rete saranno implementati e distribuiti – concorda Daniela Rao, Research & Consulting manager di IDC Italia. «È evidente l’importanza di investire negli strumenti di protezione degli end point, nelle VPN e nell’accelerazione dei processi di identificazione digitale, facendo un passo oltre l’ispezione del traffico di rete e l’autenticazione multi-fattore sinora adottati». Investimenti che rischiano però di essere vanificati dalla mancanza di una pianificazione adeguata, in termini di regole, formazione e soluzioni tecnologiche. La mancata pianificazione dovuta alla sottovalutazione di un rischio pandemico ha giocato un ruolo negativo. «Sarebbe stato invece opportuno valutare accuratamente tali rischi – spiega Obialero di Clusit – e adeguare i piani di business continuity in modo da poter dare una risposta meno disordinata all’evoluzione dell’emergenza sanitaria». Con conseguenze che si riverberano anche sulla situazione attuale.


#smartworking Cambiano le condizioni di sicurezza nello spazio fisico e digitale – Zarri @OracleItalia
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TRANSIZIONE A PIÙ VELOCITÀ

«Le imprese italiane stanno affrontando la transizione a diverse velocità» – afferma Pandolfi di IDC. «Le aziende di maggiori dimensioni e che appartengano ai settori più sensibili ai temi della sicurezza, come la finanza o l’industria, hanno intrapreso prima delle altre attività di formazione e investimenti in tecnologie avanzate per la protezione di accessi, identità, dati, applicazioni cloud e ambienti IT ibridi. La pandemia, però, nel corso dell’ultimo anno e mezzo ha spinto anche le realtà più piccole a dotarsi di strategie e piani di sicurezza condivisi e di ampia visione e la maggior parte delle aziende oggi dispone di piani formali e strutturati basati su policy e regole condivise». Secondo i risultati di una ricerca di IDC, attualmente circa il 40% delle aziende italiane dispone di piani formali di trust e sicurezza che vanno oltre i temi tradizionali della privacy e della compliance, includendo addirittura ambiti come la sostenibilità. Per un altro 30% di aziende, invece, i piani formali sono focalizzati soprattutto sui temi della sicurezza e della privacy. «Rimane però un 20% di aziende – continua Pandolfi – che ancora non ha formalizzato un piano per la gestione delle tematiche trust, sicurezza e privacy e che, nonostante adotti strumenti di protezione e gestione sicura dei sistemi, ancora non gestisce la transizione con una visione strategica e condivisa della tematica».


#smartworking Come ridefinire e monitorare i processi organizzativi – Roberto Obialero @Clusit
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Anche secondo Obialero di Clusit, i segnali provenienti dalla gestione di questa transizione restano contrastanti. «Siamo ancora in fase embrionale. Personalmente, conosco poche aziende che hanno regolamentato con cura le attività in smart working. Detto questo, la linea ormai è tracciata con innegabili vantaggi per le realtà che abbracciano una visione orientata all’efficienza. Il dibattito rimane aperto, come dimostrano i “tentativi di restaurazione” verso il tradizionale lavoro in presenza nel mondo della Pubblica Amministrazione». Perciò il probabile progressivo ritorno al lavoro in presenza e il prevalere di un modello ibrido di organizzazione del lavoro impatteranno ancora sulla sicurezza cyber. «Anche presso i clienti finali – continua Obialero – si rileva ormai una certa preferenza a ottimizzare le attività e gli incontri attraverso servizi erogati da remoto. Anche se va sottolineata l’importanza di mantenere dei rapporti in presenza». Il tema del lavoro in modalità ibrida deve essere ancora adeguatamente affrontato sotto tutti gli aspetti di strategia, policy e procedure, scelta delle architetture ICT, adozione di piattaforme di collaboration correttamente configurate, connessioni di accesso protette, aggiornamento antimalware, senza tralasciare ovviamente una adeguata formazione dei dipendenti. Se c’è una cosa che abbiamo imparato dalle esperienze di smart working – come osserva Maria Luisa Baciucco, marketing specialist di Cyber Guru – è che ancora una volta sono i comportamenti umani a fare la differenza nella catena difensiva di qualunque organizzazione.


#smartworking Sono i comportamenti umani a fare la differenza Maria Luisa Baciucco #CyberGuru
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«Le opportunità offerte da una nuova condizione di vita, in cui il contesto lavorativo ha varcato le mura di quello domestico, hanno reso ancora più vulnerabile il fattore umano. Al crimine informatico basta un solo click, quello dell’anello più debole per mettere in crisi tutta la catena difensiva. Per questa ragione – continua Baciucco – per vincere le sfide indotte da questo nuovo modello di lavoro, non si può prescindere dalla cybersecurity awareness. Acquisire un corretto modello comportamentale, davanti alle minacce digitali sempre più sofisticate, è l’unica possibilità per non rendere vani tutti gli investimenti effettuati in processi e tecnologie». Due le opzioni a disposizione di imprenditori e board: riqualificare i propri dipendenti in modo che acquisiscano le competenze di sicurezza informatica necessarie per sopravvivere in un mondo post-pandemia, o prepararsi ad affrontare le conseguenze del non farlo.

L'articolo Smart working. Allarme cybercrime e data breach proviene da Data Manager Online.

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Insurance 4.0. L’IT per il mondo assicurativo https://www.datamanager.it/2021/10/insurance-4-0-lit-per-il-mondo-assicurativo/ Fri, 08 Oct 2021 08:00:20 +0000 https://www.datamanager.it/?p=212853 Cloud, IoT, big data, machine learning e intelligenza artificiale. Nuovi modelli di business abilitati dalle tecnologie e incentrati sul concetto di connected and open insurance. L’adozione di soluzioni digitali rivoluziona il mercato dei servizi assicurativi L’innovazione nei servizi assicurativi applicata a canali e prodotti, coniugando tecnologie digitali, sviluppo sostenibile e contributo alla crescita delle imprese […]

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Cloud, IoT, big data, machine learning e intelligenza artificiale. Nuovi modelli di business abilitati dalle tecnologie e incentrati sul concetto di connected and open insurance. L’adozione di soluzioni digitali rivoluziona il mercato dei servizi assicurativi

L’innovazione nei servizi assicurativi applicata a canali e prodotti, coniugando tecnologie digitali, sviluppo sostenibile e contributo alla crescita delle imprese e delle famiglie, è la leva di business per la prossima evoluzione del settore. Del tema si è ampiamente discusso, il 12 luglio scorso, nella tavola rotonda di Data Manager alla quale hanno partecipato autorevoli stakeholder dell’industry delle assicurazioni e della tecnologia. Come aveva spiegato Michele Carmina, head of group digital & data di Generali, si tratta di passare da un mondo in cui l’assicuratore sollecitava il versamento del premio alla scadenza e rifondeva i danni subiti, a una offerta di soluzioni su misura, pensate in chiave di prevenzione dei danni e supportate da un alto contenuto tecnologico. Una realtà nuova, dove la “connected and open insurance” può far leva sulle informazioni generate dai sensori e motori di intelligenza installati nelle case, a bordo delle automobili o addirittura al polso, per prevenire problematiche gravi e incidenti, aiutare il cliente a svolgere una salutare attività motoria, suggerirgli persino una corretta alimentazione. Stiamo assistendo alla progressiva integrazione tra tecnologie e consulenza che rinnovano l’offerta assicurativa, puntando a una relazione personalizzata e di qualità con il cliente sempre più digital e proiettato nel futuro. Il fenomeno sta trasformando radicalmente l’industria assicurativa e secondo la recente ricerca dell’Osservatorio Fintech & Insurtech della School of Management del Politecnico di Milano, l’emergenza Covid19 ha accelerato la digitalizzazione, cambiando esigenze e abitudini degli assicurati e spingendo gli operatori ad aprirsi a collaborazioni in un ecosistema di startup e attori non finanziari. Nuove opportunità di business per le insurtech sono nate proprio durante il lockdown. Il 39% dei clienti ha interagito online con la compagnia assicurativa e di questi il 77% si dice soddisfatto, soprattutto per la facilità di interazione con l’agente e la semplicità del rinnovo della polizza: anche se il 23% degli insoddisfatti si lamenta per le difficoltà di comunicazione. Nell’emergenza è cresciuto l’uso dei servizi insurtech, in particolare quelli di identità digitale (utilizzata dal 48% dei consumatori), anche se per alcuni esperti l’effetto potrebbe essere legato alle necessità contingenti e quindi di breve periodo. Secondo i dati dell’Osservatorio, gli assicurati confermano la fiducia nelle istituzioni tradizionali, preferendo un attore ben conosciuto per i vari servizi, anche nel caso di assicurazione sanitaria (83%).

Attorno alle società assicurative emerge un ecosistema pronto a intercettare le richieste di user experience di qualità, velocità di risposta, trasparenza e sostenibilità. Secondo la ricerca sono oltre 300 le startup fintech e insurtech italiane in grado di dimostrare una notevole capacità di adattamento alla crisi: il 54% non ha subito un impatto negativo dopo il primo lockdown e il 19% nell’emergenza ha colto nuove opportunità di business. «Il Covid ha impresso una decisa accelerazione alla digitalizzazione del settore finanziario e assicurativo sia dal punto di vista della domanda che dell’offerta di servizi, ed ora è diventata una grande necessità che non potrà che rendere più efficiente il sistema» – spiega Marco Giorgino, direttore scientifico dell’Osservatorio Fintech & Insurtech. Ma al di là dell’emergenza, in Italia si evidenzia un ecosistema che si muove con decisione, tra accordi e collaborazioni, per garantire al cliente un’esperienza d’uso di qualità». Pensando alla compagnia assicurativa del futuro, la ricerca del Politecnico mette in evidenza tre priorità che i consumatori vogliono: velocità nel risolvere i problemi e liquidare i sinistri; semplicità e trasparenza nella sottoscrizione di polizze e nelle risposte ai reclami; disponibilità 24/7 e possibilità di fare tutto da mobile. Inoltre, il 29% ha acquistato almeno una volta una polizza in modalità completamente digitale e un ulteriore 35% intende valutarne la possibilità nel corso dell’anno. Per garantire una user experience adeguata servono i dati dei clienti i quali, però, non sono disponibili a condividerli se, come allo stato attuale, non vengono adeguatamente compensati in termini di qualità del servizio: oggi, solo il 9% condivide già i dati su viaggi e spostamenti con l’assicurazione; solo il 10% comunica all’assicurazione le informazioni sulla famiglia. Il 26% dichiara che al momento non intende condividere nessuna informazione.


#Insurance40 Verso un nuovo modello di business abilitato dalle tecnologie digitali
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Anche in ambito finanziario, emerge la richiesta di sostenibilità che può essere garantita solamente attraverso la collaborazione con altri attori non assicurativi. Per quanto riguarda le PMI e il B2B, sempre secondo l’Osservatorio del Politecnico di Milano, il 32% delle aziende ha diminuito le interazioni di persona con il proprio agente e il 39% ha ridotto la frequenza con cui si recava in agenzia. La modalità di gestione delle polizze ha subito importanti cambiamenti: il 24% delle PMI ha aumentato la sottoscrizione tramite internet, il 29% la gestione online. Sono 2.541 le startup fintech e insurtech a livello internazionale censite dall’Osservatorio nel 2020, per un totale di 55,3 miliardi di dollari di fondi raccolti. Il 45% ha sede nel continente americano; il 30% in Europa, in particolare Regno Unito con 296 startup e 5,3 miliardi; il 22% in Asia con il 31% dei finanziamenti, soprattutto grazie alla Cina, che ospita 175 startup per 8,5 miliardi di dollari. Le tecnologie più utilizzate dalle startup sono l’intelligenza artificiale (AI) (37%), le API (36%) e la blockchain (24%). «L’ecosistema delle startup insurtech è florido e capace di offrire servizi innovativi a tutto il sistema economico anche in Italia» – commenta Filippo Renga, direttore dell’Osservatorio. «Un settore dinamico, come dimostra l’evoluzione dei modelli di business che si aprono sempre più a forme di collaborazione e partnership stabili con gli incumbent».

LE PRIORITÀ PER IL FUTURO

Il settore assicurativo è oggi impegnato nella creazione di esperienze semplici, trasparenti e uniche per i clienti, in grado di sfruttare i principi di un risk management proattivo e sicuro e di abilitare esperienze fluide e contestuali lungo tutto il customer journey – come spiega Diego Pandolfi, research & consulting manager di IDC Italia. «Per raggiungere questi obiettivi ed essere in linea con le aspettative del mercato, le compagnie assicurative devono necessariamente passare da un modello di business tradizionale e product-centric a un modello customer-centric e abilitato dalle tecnologie digitali e dagli analytics». La crescente digitalizzazione nelle abitudini di consumo dei clienti sta generando non solo nuove opportunità ma anche rischi che necessitano di essere affrontati tempestivamente.

«Le compagnie tradizionali – prosegue Pandolfi – percepiscono la maggiore competizione con i nuovi attori digitali che si caratterizzano per processi agili, veloci ed efficienti e modelli di business innovativi basati su AI, advanced analytics e su offerte flessibili, dinamiche e indirizzati a nuovi ambiti di protezione». Per tali ragioni, tra le principali priorità delle compagnie assicurative spicca oggi la necessità di rispondere a una maggiore concorrenza e rafforzare il rapporto con i propri clienti, attraverso l’offerta di esperienze e comunicazioni di valore, personalizzate e contestuali, che contemplano canali connessi e integrati e customer journey fluidi. Inoltre, circa il 60% delle aziende del settore intervistate da IDC in Europa, è impegnata in strategie per attrarre e trattenere i clienti. Mentre, circa il 50% delle realtà intervistate, sono focalizzate nella creazione di nuovi prodotti e servizi per l’espansione in nuovi segmenti di mercato. «Per competere in un mercato digitale caratterizzato da una velocità sempre maggiore – spiega Pandolfi – dove anche i sinistri assicurativi possono essere, per esempio, liquidati in pochi minuti, l’efficientamento e la semplificazione dei processi interni spicca come un’altra priorità irrinunciabile». Anche in questo caso, circa il 50% delle assicurazioni europee intervistate da IDC dichiara che si focalizzerà sulla semplificazione dei processi e sulla riduzione dei costi operativi per innovare la propria proposizione e offrire un’esperienza di maggior valore ai clienti e ai partner di canale (agenti, broker), senza rinunciare alla possibilità di migliorare le proprie performance di business.

Le priorità da indirizzare sono, quindi, molteplici e in costante evoluzione. «Per raggiungere con successo gli obiettivi di innovazione, customer experience e performance – afferma Pandolfi – sarà fondamentale investire in progetti tecnologici in grado di abilitare processi ottimizzati e nuovi modelli di offerta e che al tempo stesso siano in grado di proteggere il business digitale, caratterizzato da operation e prodotti connessi». In base ai dati di IDC, circa il 30% delle aziende europee del settore assicurativo ha dichiarato che gli investimenti tecnologici saranno indirizzati all’upgrade di sistemi esistenti, nonostante le principali compagnie siano impegnate anche nell’introduzione di nuove tecnologie agili, come il cloud, gli analytics, l’AI e il machine learning (ML) e nell’eliminazione di silos sia tecnologici sia organizzativi.

La cybersecurity spicca come un’altra area di forte investimento per i prossimi anni. Il cloud si caratterizza come uno dei principali ambiti di crescita, in grado di fornire agilità e flessibilità ai processi e ai sistemi IT e di migliorare i tempi di risposta, ridurre il time-to-market e rendere più efficiente la spesa in servizi IT da parte delle assicurazioni. In Italia, in base alle stime di IDC, la spesa delle aziende del settore assicurativo in servizi di public cloud crescerà di circa il 25% nel 2021, soprattutto per le applicazioni di data management, piattaforme di AI as a Service, software di business analytics e intelligence e applicazioni collaborative per aumentare la produttività, l’efficienza e l’esperienza dei dipendenti. Questo dimostra come anche nel nostro Paese le aziende del settore abbiamo compreso l’importanza della trasformazione digitale e soprattutto dell’utilizzo di piattaforme agili, collaborative, integrate e scalabili per lo sviluppo e l’utilizzo di applicazioni accessibili da qualsiasi luogo e qualsiasi device.

«Il settore assicurativo, in questo ultimo anno e mezzo – conclude Pandolfi – ha conosciuto una fortissima crescita del lavoro agile e le piattaforme di collaboration e gestione documentale in cloud stanno permettendo di semplificare le attività dei dipendenti e di incrementare la produttività, mantenendo la continuità operativa. Per i prossimi anni, le aziende del settore saranno impegnate nell’ideazione e lancio di nuovi prodotti e servizi, anche in partnership con attori innovativi, come le insurtech o le big tech company. In questo ambito, le compagnie dovranno rafforzare la proposizione di offerte con pricing dinamici, polizze temporanee, on-demand, prevedendo livelli di assistenza in real-time e personalizzazioni avanzate, che si baseranno sempre più sulla raccolta e l’ampio utilizzo dei dati dei clienti e su processi agili, fluidi e integrati».


#Insurance40 Tra upgrade dei sistemi e introduzione di nuove tecnologie: cloud, analytics, AI e ML
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CONNECTED AND OPEN

Il mercato assicurativo è destinato, quindi, a cambiare rapidamente con l’avvento del nuovo modello di business della “connected and open insurance”, abilitato dalla digital transformation e dall’impiego efficace dell’IT. Il fenomeno sta modificando radicalmente l’industria assicurativa che, peraltro, in questi ultimi anni, aveva già efficacemente innovato il proprio core business. Di pari passo, è cambiata la funzione IT, che non significa più solo spesa per il mantenimento dell’infrastruttura ma, soprattutto, innovazione del business, intraprendendo un percorso di revisione dei processi, dell’organizzazione e dell’intera cultura aziendale. La digital transformation sta diventando il fattore critico di successo anche nel mondo assicurativo. Per sfruttare appieno tale opportunità, le assicurazioni si stanno dotando di architetture “data-driven enterprise” orientate a raccogliere e valutare tutte le informazioni rilevanti sul cliente, sugli stakeholder e su tutti gli elementi del proprio business, in modo da prendere le decisioni più adeguate a tutti i livelli dell’organizzazione. Le assicurazioni non saranno più come le conosciamo oggi, in quanto stanno ridefinendo radicalmente il proprio modo di funzionare, i processi e, di conseguenza, anche le competenze, promuovendo un vero e proprio cambiamento culturale, in una logica digitale. L’agenzia tradizionale continuerà a essere importante nel business assicurativo, ma questa dovrà essere molto più orientata alla consulenza anziché alle operazioni standard e rutinarie. Sebbene la connected and open insurance rappresenti il futuro, il vero fattore di successo sta, come detto, nella totale integrazione di tutti i canali digitali con quelli fisici. Questo richiederà un enorme sforzo di trasformazione in cui l’agente sarà sempre più consulente del cliente e “brand ambassador” in grado di offrire servizi ad alto valore aggiunto. Siamo anche qui di fronte alla cosiddetta “agenzia ibrida o phygital”, che supera la separazione tra fisico e digitale. Dal modello tradizionale di assicurazione, dobbiamo però preservare il prezioso patrimonio di fiducia guadagnato nel tempo.

UN NUOVO ECOSISTEMA ASSICURATIVO

«L’esplorazione di queste diverse prospettive pone le basi per ristrutturare seriamente l’agenda assicurativa digitale per il prossimo decennio» – sottolinea Roger Peverelli, digital innovation strategist and co-founder di DIA (Digital Insurance Agenda), la più grande e nota conferenza europea nell’insurtech, a cui aderisce la maggior parte dei gruppi assicurativi mondiali. «Certo, non vediamo l’ora di lasciarci alle spalle la crisi innescata dalla pandemia e iniziare a dare più attenzione al futuro» – spiega Peverelli. «Ma non possiamo nemmeno ignorare il fatto che gli sfortunati eventi del 2020 e del 2021 stanno avendo un’influenza significativa sull’economia e la società del prossimo decennio». Per il settore assicurativo, la crisi ha amplificato diversi trend di consumo che determinano le priorità nel post Covid. «Health first e connected living, in particolare» – continua Peverelli. «Queste tendenze devono servire a ispirare la nuova strategia per reimmaginare il futuro delle assicurazioni». In effetti, la pandemia ha chiarito a tutti che non c’è niente di più importante della vita e della salute, quindi molti operatori si aspettano che il volume delle polizze Salute e Vita cresceranno notevolmente nei prossimi anni. I clienti stanno diventando sempre più consapevoli dell’importanza di adeguati piani di previdenza integrativa.

Ma non solo. «Le persone – ribatte Peverelli – vogliono essere aiutate a migliorare il loro stile di vita e su questo è illuminante la crescente popolarità delle app per la salute». Parallelamente, si intravede un cambiamento fondamentale nel modo in cui le persone vivranno e lavoreranno nel prossimo decennio. I modelli di mobilità stanno cambiando: più persone lavoreranno in smart working e con il giusto mix di presenza in un ufficio satellite. Nell’immediato, poiché la maggior parte degli ambienti remoti non è configurata adeguatamente per lo smart working, le persone stanno rendendo le loro case più connesse e più intelligenti. «La crisi ha reso consapevoli molti assicuratori – continua Peverelli – che essere digitali è fondamentale. Non è più possibile premere nuovamente il pulsante “snooze”. Mentre molti operatori storici hanno sempre visto i loro canali diretti di interazione face2face come un importante elemento di differenziazione, ora il contatto fisico sembra non essere più una qualità primaria». All’estremo opposto, assicuratori e insurtech con capacità digitali hanno dimostrato di essere resilienti e di successo proprio in questo periodo difficile. La DIA ha recentemente condotto, con la collaborazione di McKinsey, lo studio “The Pulse of Insurtech”, in cui sono state intervistate più di 100 insurtech e investitori leader in tutto il mondo, con la conclusione che si può essere ragionevolmente ottimisti sul futuro perché le insurtech vedranno incrementare di molto la domanda, con una crescita più forte del previsto e un impatto esponenziale. «Le insurtech – conferma Peverelli – già oggi sperimentano un’enorme richiesta da parte degli operatori storici che si stanno riorganizzando, al fine di non rimanere indietro rispetto alla concorrenza.


#Insurance40 Sicurezza e customer journey fluidi per rafforzare il rapporto con i clienti
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La domanda di soluzioni digitali mostrerà un aumento ancora più forte e ci aspettiamo un ruolo più importante per le insurtech che consentono l’accelerazione della trasformazione digitale, soprattutto perché i tempi per raggiungere questo obiettivo sono stati compressi». C’è quindi un’immensa opportunità per l’innovazione e la creazione di valore. Occorre, quindi, concentrarsi, oltre che sull’attuale domanda, su quella del prossimo decennio, definendo su quali tipi di servizi online, digitali e remoti ma anche di back-end puntare. Bisogna recuperare il ritardo, riparare agli errori del passato, creando un nuovo ecosistema assicurativo. Esempi di aree chiave per reimmaginare i nuovi modelli di business possono già essere identificati. «Grazie ai dispositivi connessi – spiega Peverelli – gli assicuratori potranno offrire servizi personalizzati per soddisfare le esigenze di stile di vita dei clienti. Penso a nuove piattaforme di salute e benessere basate sui dati con tutti i tipi di servizi proattivi e preventivi, ma anche a una nuova generazione di polizze sulla casa combinate con servizi informatici e personali ancorati alla centralità del cliente». I fattori di successo in questo campo hanno tre caratteristiche in comune: 1) i dati al centro dell’innovazione; 2) la ridefinizione della catena del valore; 3) il cambiamento significativo della relazione con il cliente.

Secondo Peverelli, stiamo entrando in una “tempesta perfetta”. «Il comportamento del cliente sta cambiando. Si è consolidata una mentalità digitale nei consigli di amministrazione. E le insurtech hanno grandi prospettive e con tutti i tipi di nuovi flussi di dati e le tecnologie digitali». Tutto è pronto per il livello successivo nell’innovazione assicurativa. L’orizzonte che ogni assicurazione ha di fronte è quello di operare in modo efficiente in un mercato sempre più competitivo, in costante evoluzione e caratterizzato da nuovi fattori di cambiamento. La connected and open insurance fa emergere un nuovo mercato basato su modelli di business innovativi incentrati sull’IT che assume un’importanza decisiva coinvolgendo tutta l’azienda sia come offerta che come domanda. Per le istituzioni assicurative connettersi e integrare i propri servizi con quelli dei mercati adiacenti significa espandere la relazione con i clienti e fornire una customer experience globale. Inoltre, in tale nuovo scenario, i servizi assicurativi seguono il cliente in ogni canale. Tale nuovo approccio richiede, però, la necessità di avviare all’interno della assicurazione una revisione innovativa partecipata e collaborativa che nasca dall’interno e che non sia semplicemente dettata dal top management. La direzione è quella di intraprendere con decisione il cambiamento per risolvere in modo efficace le sfide del nuovo scenario economico.

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Cyber Guru, sicurezza e fattore umano https://www.datamanager.it/2021/10/cyber-guru-sicurezza-e-fattore-umano/ Fri, 08 Oct 2021 07:28:34 +0000 https://www.datamanager.it/?p=212830 Le persone al centro della nuova sicurezza digitale per una corretta comprensione e applicazione della cybersecurity. Se gli utenti sono il vero anello debole della catena difensiva allora occorre investire sulle persone, con programmi formativi in grado di trasformare i loro comportamenti Il più recente IBM Cyber Security Intelligence Index stima che nel 2020 circa […]

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Le persone al centro della nuova sicurezza digitale per una corretta comprensione e applicazione della cybersecurity. Se gli utenti sono il vero anello debole della catena difensiva allora occorre investire sulle persone, con programmi formativi in grado di trasformare i loro comportamenti

Il più recente IBM Cyber Security Intelligence Index stima che nel 2020 circa il 90% degli attacchi cyber andato a buon fine sia riconducibile a un errore umano. Gli utenti faticano a seguire il ritmo della trasformazione digitale ed espongono il fianco alle minacce che si fanno sempre più sofisticate. Mai come negli ultimi mesi, abbiamo percepito il valore della sicurezza delle reti. In un mondo del lavoro che ha perso, velocemente, e quasi senza accorgersene, i suoi confini spazio-temporali, la capacità delle organizzazioni di sfruttare il boost dato alla digitalizzazione, poggia la base del suo successo su una corretta comprensione e applicazione della cybersecurity. Se il fattore umano si trova al centro di tutte le più efficaci strategie di attacco, sono proprio gli utenti il vero anello debole della catena difensiva.

Ma da questi bisogna ripartire. Investire sulle persone, con programmi formativi in grado di trasformare i loro comportamenti, è la vera sfida per chi si occupa di cybersecurity. Come agire efficacemente sulle abitudini, ottimizzando i processi di apprendimento? Formazione e cyber-education sono temi fondamentali per qualsiasi azienda, di ogni settore. Realtà come Cyber Guru lo hanno capito da tempo, lavorando proprio su quelle dinamiche e coniugando percorsi di istruzione con la gamification, per incentivare anche persone non necessariamente digital-first ad assumere una postura di difesa migliore, nelle operazioni quotidiane.

I tre livelli della formazione continua

«Dal nostro punto di vista, la necessità di un apprendimento diretto alla cybersecurity è esplosa nel 2017» –  spiega Gianni Baroni, CEO e founder di Cyber Guru. «Negli anni, ci siamo resi conto che l’offerta formativa presente sul mercato non si è mai posta l’obiettivo cardine di un programma di cyber-education, ossia l’aumento della resilienza. Ancora oggi, spesso le attività di formazione non determinano un cambiamento comportamentale, che è ciò che serve per vincere le sfide della sicurezza. Imporre il “dovere” di effettuare un corso di formazione non consente di raggiungere lo scopo di migliorare l’atteggiamento dei dipendenti. Servono percorsi differenti, personalizzati e che, in un secondo momento, verifichino eventuali criticità, per correggerle quando si è ancora in tempo».


#cybersecurity #CyberGuru tre livelli di formazione continua per diffondere e incentivare la cyber-education
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Cyber Guru ha messo in piedi una piattaforma composta di tre elementi principali: un livello di awareness, che realizza la formazione continua, che va nella direzione di una metodologia permanente; una formazione esperienziale e una induttiva. «Se non addestriamo e non teniamo allenati gli utenti alle nuove vulnerabilità, tutto il lavoro fatto in precedenza cade. La cyber-culture diventa quindi fondamento per il futuro, la base solida di tutto l’asset aziendale» – continua Baroni. Un sistema di addestramento anti-phishing permea la formazione sui casi concreti, in cui la piattaforma pone l’utente dinanzi a una serie di minacce, sotto forma di email truffa. Man mano che il dipendente cresce nella sua consapevolezza, aumenta il livello di camuffamento, che procede per gradi. «Per il terzo livello, quello induttivo – sottolinea Baroni – abbiamo introdotto una mini serie TV, che trasmette piccole storie cyber, sempre con l’obiettivo di stimolare un cambio di passo nelle abitudini che duri nel tempo». I percorsi di addestramento di Cyber Guru si adattano costantemente al profilo comportamentale dell’utente, attraverso algoritmi guidati dall’intelligenza artificiale. Con tecniche di gamification si punta a sviluppare una competizione virtuosa in grado di coinvolgere l’intera organizzazione, con un approccio che richiama anche le tecniche di team building. La leva è anche individuale e punta allo sviluppo di benefici personali che derivano da un percorso formativo volto a proteggere la persona prima dell’organizzazione stessa.

La formazione di Italiaonline

Uno dei principali gruppi digital italiani, Italiaonline  ha implementato con successo un programma di formazione di Cyber Awareness. «Allenare i dipendenti su scenari che davvero possono presentarsi dinanzi ai loro schermi è il punto di snodo» – afferma Marcello Fausti, head of cybersecurity di Italiaonline. «A dicembre 2019, abbiamo pianificato l’attività lungo dodici mesi proprio grazie al supporto della piattaforma di Cyber Guru. In tutto, dodici moduli su dodici temi, tra i più di tendenza, dal phishing all’email security, passando per web browsing e fake news. È stata arruolata tutta la popolazione aziendale, composta da circa 1.800 persone, con rate del 90% di partecipazione e del 60% di utenti rimasti in corso. Realizzando campagne di simulazione, è stata utilizzata una modalità centrata sull’interazione: ogni volta che si supera un test, l’utente è chiamato a misurarsi con prove sempre più impegnative. Un meccanismo interessante per le aziende, che accompagna per step successivi il personale, verso gradi di apprendimento sempre più elevati». Nel giro di un anno, Italiaonline ha più che raddoppiato l’indice di resilienza di dipendenti e collaboratori, ovvero la resistenza alla tentazione di cliccare su un link senza chiedersi prima le eventuali conseguenze. «L’indicatore per noi più importante risiede però nel numero di segnalazioni, che ancora oggi riceviamo, inviate da chi ha un dubbio dopo aver ricevuto una email o un messaggio poco chiaro. Per noi, questo rappresenta un reale switch nelle abitudini e lo scopo cardine di tutto il progetto».


#cybersecurity #CyberGuru nel giro di un anno, Italiaonline ha più che raddoppiato l’indice di resilienza
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L’aumento del rischio

L’estrema digitalizzazione delle attività, a causa del Covid-19, ha posto in essere una maggiore attenzione ai temi legati alla cybersecurity. Si crea quello che, nell’accezione di Boston Consulting Group, viene definito “shift del rischio”. Si passa dalle rapine in banca alle rapine digitali, dalle frodi porta a porta a quelle online. Tale scenario si differenzia dalle minacce tradizionali perché sfrutta le debolezze dei comportamenti individuali. Firewall e VPN oggi possono fare molto per proteggere i sistemi aziendali, ma nulla può essere realmente ottimizzato se poi vengono meno le regole di cyber-igiene basilari. «Un programma di cyber-culture deve abilitare la consapevolezza dei rischi di comportamenti scorretti, per stare al passo con la trasformazione digitale e mantenere elevati e costanti nel tempo i livelli di attenzione» – afferma Luca Foresi, principal di Boston Consulting Group. «Un approccio a tre fasi permette di potenziare e sostenere un programma di addestramento cyber-resiliente. In Boston Consulting, partiamo dal Discovery & Plan, dove si valutano le situazioni attuali rispetto alle desiderate, per identificare le necessità sugli stakeholder. Poi, la fase di Execute, dove vengono lanciate le attività per attivare i comportamenti desiderati. Infine, quella di Sustain, in cui si misura e rafforza la cultura della sicurezza. Il successo dell’iniziativa è legato al suo grado di interattività. In molti casi, l’efficacia è limitata a causa di strumenti obsoleti. Servono contenuti dinamici, personalizzabili e ricchi di gamification» – spiega Foresi. Come ricorda Baroni di Cyber Guru, la formazione digitale ha bisogno adesso di entrare in una nuova fase – «dove il pubblico di riferimento deve estendersi dalla nicchia alla massa, intesa quale intera popolazione dell’azienda cliente». Questo perché tutti, dal top manager al nuovo impiegato, hanno accesso a reti e infrastrutture che, seppur a livelli differenti, rappresentano vettori di intrusione e infezione. Peraltro, sono diverse le opportunità di rientrare dei costi sostenuti per mettere in piedi i corsi, grazie al credito d’imposta formazione 4.0, che permette a chiunque di preparare costantemente i propri dipendenti, in maniera adeguata, così che non cadano nelle trappole quotidiane che si trovano dinanzi.

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Hermes Reply, la guida per l’industry 4.0 https://www.datamanager.it/2021/10/hermes-reply-la-guida-per-lindustry-4-0/ Fri, 08 Oct 2021 07:28:27 +0000 https://www.datamanager.it/?p=212705 Organizzata in BU ciascuna dedicata a una specifica linea di prodotto, Hermes Reply affianca le imprese nel percorso di trasformazione digitale grazie a un’approfondita conoscenza dei processi produttivi, armonizzando processi, sistemi, infrastrutture e gestione del capitale umano Fondata a Torino nel 2006, Hermes Reply è l’azienda del gruppo Reply specializzata in soluzioni architetturali e tecnologiche per […]

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Organizzata in BU ciascuna dedicata a una specifica linea di prodotto, Hermes Reply affianca le imprese nel percorso di trasformazione digitale grazie a un’approfondita conoscenza dei processi produttivi, armonizzando processi, sistemi, infrastrutture e gestione del capitale umano

Fondata a Torino nel 2006, Hermes Reply è l’azienda del gruppo Reply specializzata in soluzioni architetturali e tecnologiche per la trasformazione digitale delle operations di aziende manifatturiere. Si propone alle imprese con servizi di consulenza manageriale, consulenza e integrazione sistemica su sistemi MES/MOM, PLM, WMS e relativo supporto di Application Maintenance. Coniugando un’approfondita conoscenza dei processi produttivi, delle tecnologie industria 4.0, capacità di delivery e visione strategica, Hermes Reply affianca i propri clienti nel percorso di trasformazione digitale per supportare l’adozione degli abilitatori digitali e raggiungere risultati a breve termine e di lungo periodo che si integrino con i relativi piani industriali. Il tutto considerando il valore del capitale umano al centro del cambiamento per il quale Hermes Reply sviluppa dei programmi di Organization Change Management su misura per ciascun cliente. Dalla sua fondazione, l’azienda ha operato fornendo servizi di integrazione sistemica e sviluppo di soluzioni per il monitoraggio di processo e produzione. Un tempo gli “Hermes” erano i server di fabbrica che gestivano i sistemi di livello due e quindi agivano come controllori di linea produttiva interfacciandosi ai sistemi MES.  La scelta di chiamare la società Hermes Reply sta nella volontà di identificarne, sin dal nome, la missione e l’ambito di intervento.

I sistemi custom PMS – come ci spiega Massimiliano Oddi, partner di Hermes Reply – sono stati principalmente sviluppati e implementati in ambito automotive, mentre per supportare le esigenze di altri settori industriali, sono state create altre società nel gruppo, come ad esempio  Brick Reply, nel 2015. «Lo sviluppo del mercato ci ha portato poi alla creazione di un modello organizzativo che ha visto seguire i clienti nelle principali aree geografiche relative alle operations core». L’azienda è organizzata in business unit ciascuna dedicata a una specifica linea di servizio. In Italia, le sedi si trovano a Torino e Padova, in Polonia a Katowice e in Cina a Nanjing. Nel 2010, è stata avviata la Hermes Reply Brazil. Il core business di Hermes Reply è rappresentato dalla capacità di accompagnare il cliente nel percorso di trasformazione digitale delle operations attraverso una proposizione end to end che parte dalla consulenza manageriale su temi di processo, organizzazione aziendale, infrastruttura e sistemi informativi, e analisi di impatto economico. Passa poi attraverso l’implementazione delle tecnologie digitali abilitanti, con una robusta governance e si chiude infine con il supporto di Application Maintenance con approccio al miglioramento continuo. Le tecnologie che vengono sviluppate consentono di pianificare e gestire l’intero ciclo di vita del prodotto, dall’ingegneria alla produzione con piattaforme PLM, MOM e Planning. Si occupa anche dell’armonizzazione e integrazione sistemica di queste tecnologie con il landscape applicativo delle aziende clienti a partire dall’integrazione con ERP e XCAD. «Il nostro valore aggiunto – afferma Oddi – è rappresentato dalle persone della nostra squadra che hanno operato in prestigiose realtà industriali e che portano l’esperienza dell’aver già vissuto dalla parte del cliente a differenti livelli e funzioni le esperienze su queste progettualità applicate, conoscendo pertanto quegli accorgimenti che possono portare al successo dell’attività di trasformazione digitale».


#HermesReply Il futuro della fabbrica dall’implementazione delle fondamenta alla digital factory
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Soluzioni e applicativi

I progetti realizzati da Hermes Reply sono molteplici e afferiscono a differenti tipologie di industries quali Automotive, Consumer Products, Fashion, Industrial Equipment. «Abbiamo collaborato, per esempio, con un noto gruppo dell’automotive, il cui obiettivo era la creazione di una soluzione custom standard come Manufacturing Execution System, destinata a essere installata negli impianti Powertrain» – racconta Oddi. «Oggi, il sistema copre l’intero processo di produzione, dalla pianificazione della produzione alla spedizione del prodotto finale». Un’azienda italiana del settore Food and Beverage era invece interessata a sviluppare un applicativo di Predictive Quality con l’obiettivo di garantire gli standard qualitativi nell’intero processo produttivo, dalla selezione della materia prima alla trasformazione e il confezionamento. Hermes Reply ha supportato il cliente verso il paradigma Industry 4.0, introducendo un’applicazione di sistema di produzione basata su algoritmi di machine learning per aiutare gli operatori durante le operazioni di trasformazione della materia prima visualizzando informazioni utili riguardanti i test pregressi e le previsioni dei test futuri. «Si tratta di un’applicazione web basata sul cloud articolata sui dati di input delle macchine di trasformazione e dei risultati dei test e un’applicazione mobile per gli avvisi» – evidenzia Oddi. «Specifici algoritmi di machine learning forniscono una stima dei risultati futuri dei test di rettifica e i risultati delle previsioni vengono mostrati agli operatori tramite dashboard Web». Un’azienda italiana che opera nel settore Industrial Equipment ha deciso invece di implementare un programma PLM di due anni basato sul 3DExperience Dassault Systèmes. «Per preparare il cambiamento, Hermes Reply ha sviluppato un progetto di consulenza manageriale che include flussi di lavoro di business blue print design e organization change management. La soluzione è stata implementata in diversi Paesi come Italia, Cina, Stati Uniti e Croazia».

La quarta rivoluzione industriale

Il piano Transizione 4.0, il nuovo piano nazionale 2021 del MISE da 24 miliardi di euro che prevede interventi sulle agevolazioni relative ai beni materiali e immateriali, ricerca e sviluppo, innovazione, design, green e formazione 4.0 sta creando il giusto volano per le imprese manifatturiere che non hanno ancora affrontato in modo strutturato la trasformazione digitale. «Le grandi aziende hanno già iniziato la digitalizzazione del footprint manifatturiero in concomitanza con l’avvio del piano Industria 4.0 nel 2016» – spiega Oddi. «A loro volta, le PMI hanno colto l’opportunità attivando dei progetti pilota. Tuttavia, in quasi tutti i casi in cui veniamo chiamati a intervenire, riscontriamo la mancanza del disegno di una roadmap in grado di armonizzare l’integrazione tra processi, sistemi, infrastrutture con l’impatto che questi progetti comportano nella gestione del capitale umano». Come afferma Oddi – le tecnologie digitali sono abilitanti ma non la soluzione. «Le persone sono l’asset più importante di tutte le aziende e devono essere messe al centro del cambiamento con piani di comunicazione, coinvolgimento e sviluppo professionale. Molti progetti di revamping si sono bloccati proprio perché i clienti avevano sottovalutato la gestione del cambiamento all’interno dell’organizzazione». L’esperienza maturata da Hermes Reply vede l’evoluzione passare attraverso tre stadi di sviluppo. Digital Foundation: un’organizzazione “reattiva” in cui la standardizzazione consente di implementare facilmente le best practice e permette il miglioramento continuo attraverso l’impiego di sistemi MES. Digital Factory: le funzionalità digitali consentono di anticipare gli eventi o di reagire in tempo reale portando ad “alzare l’asticella” sui KPI di produzione tipici attraverso l’impiego di sistemi MOM e abilitatori Industry 4.0. Infine, la Digital Enterprise. Digital Twins e piena collaborazione possono cambiare il ruolo della produzione.


#HermesReply accompagna il cliente nel percorso di trasformazione digitale delle operations
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Il futuro passa attraverso la sostenibilità

I temi della sostenibilità delle aziende industriali sono di attualità e la declinazione di questi temi nelle relative filiere produttive e logistiche è, anche prospetticamente, un ambito dove Hermes Reply vuole portare valore aggiunto alle aziende. «La visione armonizzata che stiamo sviluppando – conclude Oddi – prevede lo sviluppo di progettualità applicate che coinvolgono strumenti di machine learning, artificial intelligence e analisi Big Data applicati nelle piattaforme sistemiche nell’ambito dell’ingegneria di prodotto e della produzione. Questo con lo scopo di sviluppare processi orientati alla minimizzazione degli sprechi e alla riduzione dell’impatto ambientale attraverso l’ottimizzazione dell’impiego degli asset produttivi e della supply chain.

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In arrivo la nuova ISO/IEC 27002. Evoluzione o rivoluzione? https://www.datamanager.it/2021/10/in-arrivo-la-nuova-iso-iec-27002-evoluzione-o-rivoluzione/ Thu, 07 Oct 2021 14:15:44 +0000 https://www.datamanager.it/?p=212549 La ISO/IEC 27002, prima storica norma della famiglia 27000, è stata oggetto di una ristrutturazione radicale durata quasi quattro anni ed è ora pronta per arrivare sul mercato. Come è cambiata e cosa cambierà in conseguenza? Quella che è oggi conosciuta come ISO/IEC 27002 ha origine nell’ormai lontano 1992, come “Code of Practice for Information […]

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La ISO/IEC 27002, prima storica norma della famiglia 27000, è stata oggetto di una ristrutturazione radicale durata quasi quattro anni ed è ora pronta per arrivare sul mercato. Come è cambiata e cosa cambierà in conseguenza?

Quella che è oggi conosciuta come ISO/IEC 27002 ha origine nell’ormai lontano 1992, come “Code of Practice for Information Security Management” in seno al Department of Trade and Industry (DTI) del governo britannico, per poi diventare nel 1995 la norma nazionale BS 7799-1 e nel 2000 la norma ISO/IEC 17799 sempre con un titolo sostanzialmente uguale. Diventerà ufficialmente ISO/IEC 27002 solo nell’aprile 2007, dopo la creazione della famiglia di norme ISO/IEC 27000. Aggiornata per l’ultima volta nel 2013, è ora pronta la nuova edizione, la cui uscita è attesa per l’inizio del 2022, con il nuovo e più sintetico titolo “Information security controls”. L’attuale edizione del 2013 è nata da un tumultuoso aggiornamento dell’edizione del 2005, nel corso del quale non è stato possibile per varie ragioni apportare miglioramenti decisivi, con il risultato finale, non particolarmente soddisfacente, che ha contribuito in ultima analisi all’affermazione di nuovi framework alternativi di controlli in materia.

Il notevole volume della norma e la sua disponibilità a solo titolo oneroso hanno aggravato la situazione, limitandone molto spesso l’uso esclusivamente come Annex A della più celebre ISO/IEC 27001. Preso atto della situazione, il SC 27 di ISO/IEC ha votato nel 2017 per una revisione sostanziale della norma, partendo dalla sua stessa struttura, che passa da un’organizzazione a tre livelli basata su 14 punti tematici che raggruppano le categorie di controllo e quindi i controlli alla più lineare suddivisione a due livelli con 4 temi che racchiudono direttamente i controlli stessi. I temi che costituiscono i capitoli da 5 a 8 della nuova norma sono rispettivamente: Organizational; People; Physical; Technological. I controlli, pur mantenendo la struttura cui siamo abituati nella ISO/IEC 27002 attuale (controllo, guida attuativa, altre informazioni), hanno inoltre due elementi significativi di innovazione: un obiettivo che sopperisce in modo migliorativo alla rimozione delle categorie di controllo, e un insieme di attributi che caratterizzano il controllo stesso. Gli attributi definiti per ogni controllo sono 5: tipo, proprietà, concetto, capacità operativa e dominio di sicurezza e sono stati pensati per poter più semplicemente filtrare e quindi individuare i controlli a seconda della necessità d’uso. Per esempio, mentre la “proprietà” è legata ai classici concetti di disponibilità, integrità e riservatezza, il “concetto” si lega alle 5 funzioni (Identify, Protect, Detect, Respond, Recover) “inventate” dal NIST Cybersecurity Framework.


#cybersecurity ISO/IEC 27002, pronta la nuova edizione è attesa per l’inizio del 2022 @Clusit
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Aggiornando la sostanza della norma per metterla al passo con i tempi sono stati aggiunti più di 10 controlli, ne sono stati accorpati molti e solo uno è stato rimosso. Il risultato è che, dai 114 controlli presenti nella versione del 2013, ne risultano 93 nella nuova versione, i cui contenuti sono stati completamente rivisti e aggiornati. Vale la pena sottolineare che l’Annex B della nuova norma riporta una mappatura tra i controlli della versione incipiente e di quella del 2013 per più semplice retrocompatibilità.

Il risultato della revisione della ISO/IEC 27002 è di immediata percezione, ha migliorato la comprensibilità e la fruizione dei controlli semplificandone l’utilizzo e la mappatura con altri framework. I riferimenti ad altre linee guida sono stati potenziati, rendendo la norma un punto di snodo importante e favorendone l’espansione anche rispetto agli schemi settoriali della famiglia 27000. Finalmente, la ISO/IEC 27002 ha un taglio moderno, pensato per andare al di là del classico documento cartaceo distribuito da ISO/IEC e per essere utilizzata in modo flessibile e anche indipendente dalla ISO/IEC 27001. Da un punto di vista pratico, assieme alla pubblicazione della nuova ISO/IEC 27002 per l’inizio del 2022 si prevede di far uscire un cosiddetto amendment all’attuale versione della ISO/IEC 27001 che sostituirà in toto l’Annex A con la nuova struttura dei controlli, in attesa di una (limitatamente) più estesa revisione anche della ISO/IEC 27001 che per vari motivi ha finora tardato ad avviarsi.

Fabio Guasconi comitato direttivo CLUSIT

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La trasformazione digitale e la nuova relazione con i fan https://www.datamanager.it/2021/10/la-trasformazione-digitale-e-la-nuova-relazione-con-i-fan/ Thu, 07 Oct 2021 14:00:25 +0000 https://www.datamanager.it/?p=212708 Produzione di contenuti, interazione diretta, nuovi modi di vivere l’esperienza sportiva in ottica omnichannel. Dopo l’effetto Covid, ecco come si evolve il rapporto tra club e tifosi Lo shock che la pandemia ha causato alla sport industry ha spinto club e federazioni a riconsiderare la propria natura di società sportive, facendo maturare la consapevolezza di […]

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Produzione di contenuti, interazione diretta, nuovi modi di vivere l’esperienza sportiva in ottica omnichannel. Dopo l’effetto Covid, ecco come si evolve il rapporto tra club e tifosi

Lo shock che la pandemia ha causato alla sport industry ha spinto club e federazioni a riconsiderare la propria natura di società sportive, facendo maturare la consapevolezza di essere società a tutti gli effetti, con la necessità di strutturarsi in unit, dotarsi di competenze verticali e soprattutto di confrontarsi con il Fair Play Finanziario, incrementando i flussi di revenue, emancipandosi dal matchday come unico momento di esposizione. L’emergenza mondiale ha portato l’audience a rivolgersi al digitale per soddisfare esigenze primarie di intrattenimento e di vicinanza con la squadra del cuore. Il digitale ha fatto da ponte tra club e tifosi per mantenere vivo il senso di appartenenza e di community. La trasformazione digitale delle società sportive, lungi dall’essere solo un mero investimento in tecnologia, è un’evoluzione necessaria per rispondere alle nuove sfide dello scenario pandemico e post-pandemico. Una recente ricerca di AppDynamics rivela che il 76% degli intervistati si aspetta che un brand (inclusi gli sport brand) abbia una presenza digitale solida e funzionale. Senza frizioni e improntata in ottica omnichannel.

L’EVOLUZIONE IN MEDIA COMPANY

Un fan così esigente richiede una produzione di contenuti adeguata all’aspettativa. Gli sport brand sono chiamati a estendere l’esperienza del tifoso oltre il matchday, producendo contenuti multimediali originali e format innovativi. Contenuti seriali, “dietro le quinte” (allenamenti o spogliatoio), interazione con gli atleti, sono rafforzativi del legame tra tifoso e club. Il club si racconta, si avvicina al fan e rafforza la relazione.

L’ANALISI DEL DATO

La produzione di contenuti fidelizza i tifosi, portando all’evoluzione da tifoso a member. La sottoscrizione di un abbonamento di membership è la creazione di un legame stabile su cui basare nuovi flussi di revenue, i quali richiedono un corretto uso dei dati generati tramite interazioni. I fan/member possono e devono essere analizzati per la loro soddisfazione. Conoscere le abitudini, le preferenze e le aspettative dei tifosi detta la strada dell’innovazione dei processi seguendo strategie mirate alla crescita della Fan Lifetime Value.

LE PIATTAFORME PROPRIETARIE

Per valorizzare i tre elementi presentati sopra, i club e le federazioni devono mettere in campo un ecosistema digitale che consenta di connettersi con i propri utenti su tutti i canali e device disponibili; di coinvolgere gli utenti con esperienze memorabili (86% degli utenti intervistati da AppDynamics ha dichiarato gratitudine nei confronti dei brand che hanno attivato servizi digitali); e infine di raccogliere e analizzare i dati provenienti dai touchpoint per creare nuovi servizi personalizzati, campagne marketing ad hoc e mantenere un rapporto duraturo.

Questo ecosistema abilita la creazione di nuovi spazi di visibilità per partner e sponsor. Grazie al digitale, fornendo contenuti e realizzando attività di fan engagement, gli sponsor possono “attivare” i tifosi, posizionandosi come abilitatori di esperienze memorabili nei confronti di un target già segmentato grazie ai dati raccolti tramite piattaforme proprietarie. Le digital properties dei club divengono dei luoghi in cui i brand sponsor attivano i tifosi, forniscono servizi a valore aggiunto, valorizzano il merchandising e ritrovano la visibilità che la pandemia aveva azzerato, a patto che l’esposizione diventi interazione e che per il fan ci sia un vero scambio di valore.
Al centro di tutto ci sono sempre persone, con aspettative, passioni e desideri. Per fidelizzare il digital fan, in ogni momento della sua esperienza con i touchpoint, è necessario fornire valore, in termini di reward, intrattenimento e memorabilità. Lo scambio di valore è al centro delle relazioni digitali che si stanno instaurando, su questo punto si gioca la partita e chi saprà metterlo in atto efficacemente segnerà il gol del vantaggio di questi lunghi supplementari post-pandemia.


Fabio Lalli founder and partner @ IQUII – iquii.com

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