Safe Harbor – Data Manager Online https://www.datamanager.it Il portale dell'ICT professionale Wed, 10 Oct 2018 08:48:44 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=5.8.13 https://www.datamanager.it/wp-content/uploads/2020/04/dmo-favicon3.png Safe Harbor – Data Manager Online https://www.datamanager.it 32 32 L’UE alla prova del Privacy Shield https://www.datamanager.it/2016/09/lue-alla-prova-del-privacy-shield/ Mon, 19 Sep 2016 13:34:54 +0000 http://www.datamanager.it/?p=108975 Negli ultimi mesi Brexit e crisi bancaria hanno catalizzato gran parte dell’attenzione del pubblico europeo, relegando in secondo piano l’accordo raggiunto tra Bruxelles e Washington noto come Privacy Shield. Un occasione perduta vista l’importanza di un trattato nel quale si stabiliscono i criteri con cui sarà regolamentato il trasferimento di dati personali verso gli Stati […]

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Negli ultimi mesi Brexit e crisi bancaria hanno catalizzato gran parte dell’attenzione del pubblico europeo, relegando in secondo piano l’accordo raggiunto tra Bruxelles e Washington noto come Privacy Shield. Un occasione perduta vista l’importanza di un trattato nel quale si stabiliscono i criteri con cui sarà regolamentato il trasferimento di dati personali verso gli Stati Uniti e che consente di superare il vuoto legislativo determinato dalla decisione della Corte di Giustizia di invalidare Safe Harbor, l’accordo precedente, giudicato insufficiente e poco garantista di fronte all’intrusività dello spionaggio di massa operato dall’intelligence statunitense.

In estrema sintesi, l’intesa nasce per garantire che i dati degli europei godano di un livello di protezione della privacy paragonabile a quello europeo anche quando vengono trasferiti nei server di proprietà USA dislocati in giro per il mondo. Dovremmo dunque rallegrarci del fatto che nel giro di un anno si sia colmato un vuoto legislativo reclamato soprattutto dai giganti del web. In realtà l’accordo lascia aperte molte questioni. Dopo l’annuncio della chiusura del primo round negoziale tra Bruxelles e Washington, il Garante europeo aveva espresso più di una riserva sul Privacy Shield, a suo parere non abbastanza robusto in termini di garanzie e controlli per reggere al vaglio della Corte di giustizia, sollecitando l’intervento della Commissione perché apportasse “miglioramenti significativi” al trattato. Il Working Party, un organismo consulente di cui fa parte anche il Garante dei dati, ha pubblicato un parere in cui vengono sottolineati i difetti nel nuovo accordo e individua sei eccezioni, ai sensi del diritto statunitense, che consentirebbero alle autorità di raccogliere in alcune circostanze dati personali in massa.

Il Parlamento europeo con una risoluzione approvata lo scorso maggio con 501 voti favorevoli su 651, ha espresso preoccupazione per le vistose carenze nell’impianto proposto dalla Commissione, soffermandosi in particolare sull’accesso alle informazioni da parte di forze di polizia e spionaggio e sulla possibilità di raccogliere una quantità di dati abnorme rispetto ai criteri di necessità e proporzionalità sanciti dalla Carta UE dei diritti fondamentali. Inoltre, riguardo al ruolo dell’Ombudsman, il garante dei diritti dei cittadini europei, interno al dipartimento di Stato americano, gli eurodeputati ritenevano questa figura non sufficientemente indipendente, nè dotata di poteri adeguati per esercitare in modo efficace le proprie funzioni. Gli europarlamentari concludevano la loro disamina con la richiesta di rendere più semplice ed efficace la procedura per fare ricorso. Lo stesso voto finale in Commissione ha registrato quattro astensioni. Con Austria e Slovenia molto critiche circa la capacità del patto di assicurare una sufficiente protezione della privacy ai propri cittadini.


#privacy Privacy Shield, scudo alla digital economy o protezione?
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Sulla carta le società USA dovranno assumere specifici obblighi in relazione alle modalità di trattamento dei dati. L’accordo per esempio prevede il loro impegno, in alcuni casi, ad agire in conformità con le decisioni prese dalle Autorità garanti dei singoli stati membri, affidandone però il controllo alla Federal Trade Commission, inadempiente durante gli oltre quindici anni di validità del Safe Harbor e sul cui operato l’UE non può intervenire per sanzionarne eventuali inadempienze. Il trattato contempla la possibilità per i cittadini di sporgere reclamo all’azienda che ha l’obbligo di esaminare eventuali violazioni entro il termine massimo di 45 giorni, affidando al Garante nazionale il ruolo di supervisore della corretta presa in carico dei ricorsi. Pur con questi vincoli però rimane forte il sospetto che le restrizioni all’uso improprio dei dati siano facilmente raggirabili da parte dei colossi USA dell’hi-tech. Mentre per quanto riguarda il rischio, tuttora concreto di sorveglianza di massa, la Commissione ha ottenuto solo una garanzia scritta che impegna gli Stati Uniti a fare in modo che tutti i diritti di accesso ai nostri dati saranno soggetti a restrizioni e garanzie. Ma in caso di violazioni la sola strada percorribile sarà quella di rivolgersi all’Ombudsman, figura i cui effettivi poteri restano avvolti nell’incertezza.

E’ senz’altro vero che gli interessi in ballo sono enormi e che l’eventuale sospensione del trattato non sarebbe indolore per i vari Facebook e Amazon; ma che l’accordo in sé disponga di meccanismi tali da assicurare che gli impegni verranno onorati, rimane alquanto dubbio. Lo spionaggio USA ha già dato prova di totale disinteresse delle ragioni del business. Ed è difficile credere che un apparato così esteso e quasi privo di contrappesi anche al proprio interno, possa sentirsi minacciato da armi così spuntate. Gli impegni potrebbero essere disattesi in qualsiasi momento e come unica via di fuga rimarrebbe solo la sospensione dell’accordo.

Gli elementi per cedere alla tentazione di lasciarsi andare a invettive e recriminazioni ci sono tutti. In realtà, è adesso che si rende opportuno pretendere dalla UE un controllo fattivo sull’accordo. Ammesso che possa reggere al vaglio della Corte di Giustizia, il trattato rappresenta un’occasione irripetibile di riscatto di fronte alle opinioni pubbliche. La Commissione, verificando in modo puntuale che quanto negoziato aderisce alle esigenze di cittadini e imprese, ha una chance importante per riguadagnare almeno parte della fiducia persa per strada negli ultimi anni. Un modo, anche questo, per scongiurare altre exit dopo quella britannica.

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Microsoft è a favore del Privacy Shield https://www.datamanager.it/2016/04/microsoft-favore-del-privacy-shield/ Tue, 12 Apr 2016 10:06:31 +0000 http://www.datamanager.it/?p=98849 Microsoft approva il Privacy Shield, il nuovo accordo fra USA e Europa sullo scambio di dati tra le due sponde dell’Atlantico Lo scandalo Datagate ha profondamente minato la fiducia nei confronti delle autorità governative statunitensi e la vicenda fra l’Fbi ed Apple per lo sblocco dell’iPhone dell’attentatore di San Bernardino non ha fatto che peggiorare […]

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Microsoft approva il Privacy Shield, il nuovo accordo fra USA e Europa sullo scambio di dati tra le due sponde dell’Atlantico

Lo scandalo Datagate ha profondamente minato la fiducia nei confronti delle autorità governative statunitensi e la vicenda fra l’Fbi ed Apple per lo sblocco dell’iPhone dell’attentatore di San Bernardino non ha fatto che peggiorare la situazione. Nell’ottobre scorso la Corte di giustizia europea ha affermato che il Safe Harbor, l’accordo che regola lo scambio di dati fra Stati Uniti e Vecchio Continente, non era più valido. A fine febbraio la Commissione Ue ha presentato un nuovo accordo chiamato Privacy Shield, il cui obiettivo è proprio quello di proteggere i cittadini europei dall’occhio indiscreto delle agenzie governative americane. Il documento non è stato ancora ratificato dalla Corte di giustizia Ue ma Microsoft si dice già pronta a seguirlo alla lettera, cosa che potrebbe dare la spinta a collaborare ad altri colossi della Silicon Valley.

Il Privacy Shield è un accordo che prevede alcuni obblighi alle aziende come la massima trasparenza, la protezione dei diritti dei cittadini Ue e una continua verifica e aggiornamento attraverso un rapporto di collaborazione tra la Commissione europea e il Ministero del commercio statunitense. Microsoft ha dichiarato che accetta l’obbligo di redimere ogni denuncia degli utenti entro 45 giorni e che collaborerà con le autorità europee per la tutela della privacy. In particolare, l’azienda di Redmond ha sottolineato l’importanza della parte riguardante le richieste di accesso ai dati da parte delle agenzie governative. Questo aspetto è diventato di grande importanza per le aziende del settore tecnologico. Apple ha sempre difeso la crittografia per proteggere i suoi dati, come ha dimostrato il caso dell’iPhone di San Bernardino, e ora altre importanti società come WhatsApp hanno deciso di seguire il suo esempio.

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Safe Harbor: e ora come proteggiamo i nostri dati? https://www.datamanager.it/2016/02/safe-harbor-ora-proteggiamo-nostri-dati/ Mon, 08 Feb 2016 16:29:01 +0000 http://www.datamanager.it/?p=93947 In seguito alla recente sentenza su Safe Harbor, molte aziende si preoccupano di come memorizzare i propri dati in modo sicuro, ma comunque rendendoli disponibili ai propri dipendenti da qualsiasi postazione Il termine “Safe Harbor” si riferisce a un accordo tra l’Unione Europea e gli Stati Uniti. L’accordo era stato adottato dalla Commissione Europea già […]

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In seguito alla recente sentenza su Safe Harbor, molte aziende si preoccupano di come memorizzare i propri dati in modo sicuro, ma comunque rendendoli disponibili ai propri dipendenti da qualsiasi postazione

Il termine “Safe Harbor” si riferisce a un accordo tra l’Unione Europea e gli Stati Uniti. L’accordo era stato adottato dalla Commissione Europea già nel 2000 e consentiva alle aziende di trasferire i dati personali da un paese dell’Unione Europea agli Stati Uniti in conformità con la Direttiva UE sulla protezione dei dati.

All’inizio dello scorso ottobre, la Corte di Giustizia europea ha stabilito che Safe Harbor non garantiva un’adeguata protezione ai trasferimenti di dati tra Europa e Stati Uniti e ha dichiarato l’accordo nullo, tuttavia la Corte ha concesso alla UE e agli Stati Uniti la possibilità di stipulare un nuovo accordo entro il 31 gennaio 2016.

L’invalidazione di Safe Harbor solleva interrogativi e problemi a molte aziende per quanto riguarda la protezione e la condivisione dei dati nel cloud.

Esistono due modi per memorizzare i dati senza rischi e, se necessario, utilizzare i da-ti nel cloud. Una possibilità è che l’utente – privato o azienda – individui un provider di cloud i cui centri dati siano gestiti in Europa. In alternativa, le aziende hanno la possibilità di creare propri cloud privati ​​e utilizzarli per fornire dati nonché risorse e applicazioni informatiche ai propri dipendenti. Il mercato presenta diverse scelte nel caso di entrambi gli approcci.

Al giorno d’oggi, offrire ai clienti la possibilità di memorizzare e condividere i dati in modo sicuro nel cloud rientra nella missione di quasi tutti i maggiori produttori, e Acronis non fa eccezione.

Gli utenti che scelgono il cloud devono lavorare con provider sicuri e affidabili

Se una società sceglie di utilizzare un’architettura di cloud pubblico, sarà necessario un provider di servizi cloud adeguato e affidabile. La massima priorità in tal caso è di garantire che le risorse dei centri dati del provider siano situate in Europa. Gli utenti possono inoltre controllare che il back up interno dei dati sia eseguito esclusivamente in tali centri dati o invece siano eseguite copie in centri dati di altri paesi.

Acronis per esempio gestisce centri dati a Francoforte, Strasburgo e Londra, a sup-porto di imprese europee dotate di servizi di protezione dei dati molto flessibili. I dati non escono dall’Europa e gli utenti hanno la possibilità di scegliere tra un’ampia gamma di servizi cloud. I servizi offerti includono il backup dei dati, il ripristino in caso di disastro (disaster recovery service) nonché la sincronizzazione e condivisione dei file, tutti basati su un’architettura cloud ibrida in grado di garantire una doppia protezio-ne agli utenti finali.

Gli accordi sul livello di servizio che riguardano come e quando i dati sono memoriz-zati e le condizioni secondo cui sono ritrasferiti dovrebbero essere le considerazioni chiave nella scelta di un provider di servizi di protezione dati su cloud. L’utente finale dovrebbe anche tener conto del livello di codifica (encryption) del provider al fine di impedire eventuali abusi accidentali o mirati dei dati.

Il controllo totale nel cloud privato aziendale

La seconda opzione per garantire la sicurezza della protezione dei dati, nonché del loro accesso e condivisione in una struttura su cloud è effettivamente più complessa, tuttavia assicura alle aziende un maggiore controllo sui dati aziendali e le informazioni digitali sensibili: un’architettura di cloud privato.

Il cloud privato non è influenzato dalle implicazioni di Safe Harbor e permette l’utilizzo di una vasta gamma di servizi su base cloud come Acronis Advanced Access, in sostituzione di applicazioni come Box o Dropbox, che probabilmente non dovrebbero essere utilizzate in considerazione delle variazioni riguardanti Safe Harbor. 

La politica aziendale “Porta il tuo dispositivo” (BYOD) è una tendenza che rende diffi-cile sia integrare i dispositivi nell’ambito della protezione dei dati, sia mantenere il controllo completo sui dati aziendali. In questo caso può essere molto utile un cloud privato abbinato ad applicazioni come Acronis Access Advanced Access. I dipendenti possono utilizzare in modo sicuro qualsiasi dispositivo per accedere, sincronizzare e condividere file con altri dipendenti, clienti, partner e fornitori. Le sorgenti di dati supportate includono file server, NAS, SharePoint e sistemi CMIS compatibili come Alfresco o EMC Documentum.

I responsabili IT possono così determinare con precisione quali dispositivi e utenti abbiano accesso a determinati dati e se sia loro rilasciato il permesso di condividere i dati o consentire l’accesso ad altri. Inoltre, è possibile integrare il software di Data Loss Prevention (per impedire la perdita di dati) e quello a protezione del flusso di lavoro.

In conclusione: la priorità assoluta deve essere la sicurezza dei dati nel cloud

Si può trarre un’importante conclusione dalla debacle di Safe Harbor. A prescindere se un’azienda scelga una soluzione di cloud pubblico o privato, nel fare la sua scelta, l’utente finale dovrebbe assicurarsi la collaborazione di fornitori collaudati e affidabili che sfruttino centri dati locali e si impegnino nel garantire la sicurezza nel cloud.

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CA Technologies accoglie con favore l’accordo fra UE e USA sul trasferimento dei dati personali https://www.datamanager.it/2016/02/ca-technologies-accoglie-favore-laccordo-fra-ue-usa-sul-trasferimento-dei-dati-personali/ Fri, 05 Feb 2016 16:15:49 +0000 http://www.datamanager.it/?p=94000 L’accordo che sostituisce il Safe Harbor aiuterà ad evitare alcuni ostacoli lungo il percorso di evoluzione e crescita dell’Application Economy in Europa CA Technologies ha accolto con favore il nuovo accordo raggiunto fra l’Unione Europea e il Governo statunitense sul trasferimento internazionale di dati personali che sostituisce l’accordo ‘Safe Harbor’. “Siamo lieti che la Commissione […]

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L’accordo che sostituisce il Safe Harbor aiuterà ad evitare alcuni ostacoli lungo il percorso di evoluzione e crescita dell’Application Economy in Europa

CA Technologies ha accolto con favore il nuovo accordo raggiunto fra l’Unione Europea e il Governo statunitense sul trasferimento internazionale di dati personali che sostituisce l’accordo ‘Safe Harbor’.

“Siamo lieti che la Commissione Europea e il Governo USA abbiano concluso un accordo che fornisce certezze ad aziende e consumatori di entrambe le sponde dell’Atlantico.  Invitiamo tutte le parti interessate a perfezionarlo in tempi brevi, salvaguardando anche gli altri meccanismi esistenti per il trasferimento dei dati personali quali le BCR,” ha dichiarato Michael Bisignano, General Counsel di CA Technologies.

Senza questo accordo per il trasferimento dei dati personali, l’economia delle applicazioni in Europa avrebbe potuto incontrare numerosi ostacoli in un momento cruciale per la creazione del mercato unico digitale.

Dopo la sentenza della Corte di giustizia europea del 6 ottobre 2015, CA Technologies si è adoperata per individuare delle soluzioni alternative insieme ai vari stakeholder.  L’implementazione di solide tutele per il trasferimento dei dati personali a livello internazionale è essenziale per le imprese europee e statunitensi che operano in una economia in costante evoluzione. È fondamentale definire soluzioni stabili che consentano sia la protezione dei dati personali degli utenti che la circolazione dei dati.

“Poter confidare nella sicurezza dei dati personali è una condizione indispensabile per lo sviluppo dell’application economy. Altrettanto importante è consentire un trasferimento rapido dei dati tra paesi e continenti per erogare servizi innovativi ai consumatori e permettere alle imprese di essere competitive su scala mondiale,” ha aggiunto Bisignano.

“CA Technologies continuerà ad applicare meccanismi per il trasferimento dei dati personali appropriati ed efficaci per supportare i propri clienti e partner,” ha aggiunto ancora Bisignano. “Il fatto che CA Technologies abbia introdotto le Binding Corporate Rules (BCR) per i titolari del trattamento dei dati personali e che sia stata una delle poche società high tech ad averlo fatto attesta l’estrema attenzione prestata alla protezione dei dati personali. CA ha lavorato in stretta collaborazione con la UK Data Protection Authority per ottenere la certificazione di conformità ai suddetti alti standard per la tutela dei trasferimenti di dati in ambito internazionale.”

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Addio Safe Harbor, USA ed Ue si accordano sui dati personali https://www.datamanager.it/2016/02/addio-safe-harbor-usa-ed-ue-si-accordano-sui-dati-personali/ Wed, 03 Feb 2016 10:16:52 +0000 http://www.datamanager.it/?p=93723 Dopo l’annullamento del Safe Harbor, USA e Unione Europea hanno stipulato un nuovo accordo riguardante il trasferimento dei dati e la protezione della privacy Lo scandalo Datagate aveva già minato la fiducia dei governi europei nei confronti degli Stati Uniti per quanto riguarda la protezione della privacy poi è arrivato il caso di Max Schrems, […]

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Dopo l’annullamento del Safe Harbor, USA e Unione Europea hanno stipulato un nuovo accordo riguardante il trasferimento dei dati e la protezione della privacy

Lo scandalo Datagate aveva già minato la fiducia dei governi europei nei confronti degli Stati Uniti per quanto riguarda la protezione della privacy poi è arrivato il caso di Max Schrems, lo studente tedesco che aveva accusato Facebook di detenere illegalmente informazioni sul suo conto nei suoi server statunitensi. A ottobre la Corte di Giustizia Ue aveva quindi sentenziato che il Safe Harbor, ovvero l’accordo fra USA ed Europa per il trasferimento dei dati fra i due continenti, non poteva essere più valido. Dopo mesi di trattative tra la commissaria Ue per la Giustizia e la tutela dei consumatori, Vera Jourova, e la segretaria al commercio americana, Penny Pritzker, si è finalmente giunti a un nuovo patto battezzato “Eu-Us Privacy Shield”. Il testo sarà presentato oggi al vicepresidente della Commissione, Andrus Ansip, dopo che i Garanti della privacy del Vecchio Continente si sono riuniti per decidere sulla questione. La Jourova prevede che l’accordo diverrà operativo entro 3 mesi.

Rispetto a Safe Harbor lo “Eu-Us Privacy Shield” garantisce maggiori tutele alla privacy dei cittadini europei. Nell’accordo si esplicita che “i dati degli europei non verranno sottoposti a sorveglianza indiscriminata”. Addio alle autocertificazioni, i colossi del web statunitensi dovranno dimostrare il loro impegno per la protezione della riservatezza dei dati degli utenti europei quanto trasferiranno i loro dati negli USA. I commissari inoltre sottolineano di aver ricevuto “rassicurazioni scritte” che le agenzia governative non potranno agire deliberatamente ma saranno soggette “a limitazioni chiare e a meccanismi di controllo”. Lo “Eu-Us Privacy Shield” verrà ridiscusso ogni anno per valutare che siano rispettati tutti i punti previsti dall’accordo e verranno istituiti degli organi a cui i cittadini potranno rivolgersi per reclami e ricorsi riguardanti la violazione della privacy. Questi uffici saranno gestiti da una figura indipendente all’interno del dipartimento di Stato statunitense.

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Safe Harbor invalidato: conseguenze per il VoIP in Europa https://www.datamanager.it/2015/10/safe-harbor-invalidato-conseguenze-per-il-voip-in-europa/ Tue, 20 Oct 2015 12:10:45 +0000 http://www.datamanager.it/?p=86358 La sentenza della Corte di Giustizia Europea mette in discussione la fruibilità di servizi Internet, tra cui il VoIP in modalità “hosted”, erogati da operatori statunitensi a privati e aziende europee. A queste ultime in special modo 3CX consiglia di verificare l’ubicazione dei server e l’aderenza degli operatori alla Carta dei Diritti Fondamentali dell’Unione Europea […]

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La sentenza della Corte di Giustizia Europea mette in discussione la fruibilità di servizi Internet, tra cui il VoIP in modalità “hosted”, erogati da operatori statunitensi a privati e aziende europee. A queste ultime in special modo 3CX consiglia di verificare l’ubicazione dei server e l’aderenza degli operatori alla Carta dei Diritti Fondamentali dell’Unione Europea in materia di tutela dei dati

Ci siamo, l’accordo ”Safe Harbor“, ossia la convenzione siglata 15 anni fa tra Stati Uniti e Commissione Europea che consentiva alle società americane di conservare negli Stati Uniti, nel rispetto di alcuni standard, i dati personali degli utenti europei, è stato invalidato dalla Corte di Giustizia Europea. La sentenza giunge a fronte della causa intentata dallo studente e attivista della privacy Max Schrems contro Facebook presso il tribunale irlandese in merito all’illecita conservazione generalizzata dei dati personali degli utenti europei senza alcuna differenziazione rispetto agli utenti americani, finita alla Corte di Giustizia Europea. Lo scandalo della NSA statunitense fu la prova portata dall’accusa, così come la trasmissione dei dati personali degli europei da Facebook ai centri di calcolo americani ed il sospetto di manipolazione delle misure per la protezione dei dati, come appreso dalla stesso Schrems durante il suo soggiorno di studio negli Stati Uniti direttamente da un addetto alla sicurezza dei dati di Facebook. Sebbene i giudici abbiano dichiarato che la decisione di annullamento fu presa non a causa della faccenda dei servizi segreti ma a causa della chiara incompatibilità delle leggi americane con i diritti fondamentali sanciti nell’UE (US Patriot Act, emesso nel 2001 e il conseguente monitoraggio indiscriminato, apparentemente interrotto nel giugno di quest’anno), è difficile escludere che la sentenza non affondi le proprie radici anche nelle rivelazioni di Snowden.

Dopo che gli episodi internazionali sopra citati hanno avvinto l’opinione pubblica era infatti solo questione di tempo prima che si giungesse ad una revisione dell’accordo “Safe Harbor”. In base al Patriot Act, infatti, la riservatezza dei dati personali degli utenti europei conservati in America non avrebbe potuto essere garantita. Di notevole interesse, in tutta la questione, è comunque il fatto che la richiesta di modifica dello status quo non sia scaturita a livello politico ma sia stata portata avanti con perseveranza da un singolo cittadino e dalla sua azione collettiva con la raccolta di oltre 25.000 firme.

Significato concreto del decreto

Istituzioni

La sentenza ha indubbiamente conseguenze di ampio respiro, poiché rappresenta un chiaro avvertimento alle Istituzioni Europee, in questo caso alla Commissione Europea, in merito alla non aggirabilità o violabilità dei Diritti fondamentali dell’UE per facilitare o promuovere relazioni economiche. La Commissione Europea ed il Ministero per il Commercio degli Stati Uniti dovranno ora riprendere i negoziati per trovare un nuovo accordo, il quale dovrà rispettare le direttive europee in merito alla protezione dei dati.

Utenti privati e aziendali

Non appena convalidata, la sentenza è stata accolta con euforia dalle associazioni dei consumatori in tutta Europa, sebbene siano in molti a nutrire dubbi sugli effetti pratici dell’invalidazione. Dal punto di vista economico, a fronte degli indubbi vantaggi dei servizi ospitati nel Cloud, inclusa la telefonia IP, è prevedibile che le aziende rivalutino operatori basati in Europa, conferendo maggior impulso al mercato delle soluzioni erogate in hosting sul continente.

Provider americani

Come conseguenza del decreto, i provider americani si aspettano un forte incremento delle spese, dovute all’acquisizione di nuovi centri di calcolo in Europa, e, a livello di processi aziendali, un’onerosa estensione dell’obbligo di prova di aderenza ai principi di tutela dei dati europei. Il vero incubo per le società americane è tuttavia la perdita dei profitti dovuta alla riduzione dei clienti. Secondo gli esperti, il danno sarà molto elevato, essendo l’Europa uno dei maggiori importatori di servizi IT per l’economia americana.

”Mors tua, vita mea”

Per gli operatori d’oltre oceano, i provider europei sono già da diversi anni tra i maggiori concorrenti per quanto riguarda le soluzioni Cloud, proprio per l’alto livello di sicurezza dei dati garantito. Per questo motivo il Cloud “Made in Europe” gode già di un’immagine molto positiva. L’invalidazione dell’accordo “Safe Harbor” rappresenta quindi un’enorme opportunità, per i provider europei, di estendere le proprie quote di mercato. Alle aziende europee consigliamo di verificare quanto prima l’esatta ubicazione dei server che ospitano il centralino e quindi tutti i dati inerenti le conversazioni aziendali, per assicurarsi che il servizio sia effettivamente erogato sul suolo europeo.

L’impegno di 3CX

3CX ha riconosciuto da subito le falle di sicurezza presenti nell’accordo “Safe Harbor” e ha provveduto a selezionare sin dall’inizio centri di calcolo situati esclusivamente in Europa, per le sue soluzioni PBX in hosting. L’azienda segue una precisa strategia che tiene in considerazione la capacità dei centri di calcolo di assicurare la massima tutela della riservatezza dei dati critici dei propri clienti. Non da ultimo: 3CX dispone di un esteso portafoglio clienti negli Stati Uniti, i dati degli utenti statunitensi e degli utenti europei sono compartimentati e trattati in base ai criteri legislativi dei rispettivi continenti.

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La Corte Ue inguaia i colossi del Web statunitensi https://www.datamanager.it/2015/10/la-corte-ue-inguaia-i-colossi-del-web-statunitensi/ Tue, 06 Oct 2015 10:29:10 +0000 http://www.datamanager.it/?p=85122 La Corte Ue ritiene che gli Stati Uniti non proteggano adeguatamente la privacy dei cittadini europei e potrebbe bloccare il trasferimento dei loro dati verso gli USA L’ultima decisione della Corte di Giustizia europea potrebbe rivoluzionare l’assetto del web per come lo conosciamo. L’organo Ue afferma che gli Stati Uniti non garantiscono la privacy e […]

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La Corte Ue ritiene che gli Stati Uniti non proteggano adeguatamente la privacy dei cittadini europei e potrebbe bloccare il trasferimento dei loro dati verso gli USA

L’ultima decisione della Corte di Giustizia europea potrebbe rivoluzionare l’assetto del web per come lo conosciamo. L’organo Ue afferma che gli Stati Uniti non garantiscono la privacy e la protezione dei dati dei cittadini del Vecchio Continente, sovvertendo di fatto la sentenza emessa dalla Commissione europea. Ora i colossi statunitensi del web come Facebook potrebbero veder bloccato il trasferimento dei dati dei cittadini europei sui propri server posti negli USA. Alcune aziende come Twitter già custodiscono i dati dei loro utenti Ue in Irlanda ma la sentenza potrebbe comunque provocare un effetto a catena sui loro business, in particolare nel settore dell’advertising.

Gli USA non proteggono la privacy dei cittadini Ue

La decisione della Corte nasce dalla denuncia presentata dallo studente di legge austriaco Max Schrems, che a seguito della scandalo Datagate ha chiesto che i suoi dati personali non vengano conservati negli Stati Uniti perché poco protetti dalle leggi americane. La Commissione Ue aveva ritenuto che i server statunitensi fosse adeguatamente protetti dalle intrusioni di agenzia governative e hacker ma la Corte di Giustizia non è evidentemente dello stesso parere. Il massimo organo giudiziario dell’Ue ha stabilito che la decisione della Commissione non può limitare il potere dei Garanti della privacy nazionali sancito dalla Carta dei diritti fondamentali dell’Unione Europea. La sentenza di oggi annulla di fatto il Safe Harbor, un’intesa fra gli USA e il Vecchio Continente per regolamentare il trasferimento dei dati e favorire gli affari fra imprese poste ai lati opposti dell’Atlantico.

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