Stefano Sordi – Data Manager Online https://www.datamanager.it Il portale dell'ICT professionale Sun, 07 Oct 2018 16:28:58 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=5.8.13 https://www.datamanager.it/wp-content/uploads/2020/04/dmo-favicon3.png Stefano Sordi – Data Manager Online https://www.datamanager.it 32 32 PEC: 4 milioni di messaggi inviati ogni giorno https://www.datamanager.it/2018/03/pec-4-milioni-messaggi-inviati-giorno/ Thu, 22 Mar 2018 09:34:44 +0000 http://www.datamanager.it/?p=144112 I dati sul numero di attivazioni e sull’utilizzo consacrano la PEC come uno degli strumenti di comunicazione di maggior successo dell’era di Internet, con il risultato di aver cambiato e migliorato le abitudini di milioni di persone A cura di Stefano Sordi, Direttore Marketing di Aruba L’Agenzia per l’Italia Digitale periodicamente pubblica le statistiche relative […]

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I dati sul numero di attivazioni e sull’utilizzo consacrano la PEC come uno degli strumenti di comunicazione di maggior successo dell’era di Internet, con il risultato di aver cambiato e migliorato le abitudini di milioni di persone

A cura di Stefano Sordi, Direttore Marketing di Aruba

L’Agenzia per l’Italia Digitale periodicamente pubblica le statistiche relative alle attivazioni della PEC, l’ultimo aggiornamento, appena pubblicato, fa riferimento al bimestre novembre – dicembre 2017 e conta 8.880.630 caselle attive. In questo panorama, Aruba detiene la leadership, con oltre 5 milioni di caselle attivate ed una quota di circa il 60%.

Un’informazione molto importante visibile nelle statistiche pubblicate da AgID è quella relativa al numero di messaggi PEC scambiati, un dato che rappresenta il miglior indicatore circa l’utilizzo e l’utilità dello strumento. I messaggi scambiati nel corso del 2017 sono stati oltre 1 miliardo e 454 milioni, in netto aumento rispetto al periodo precedente; da questo, ne emerge un altro ancor più impressionante, ossia una media di quasi 4 milioni di messaggi PEC scambiati al giorno.

L’istituzione della Posta Elettronica Certificata (PEC) è di dodici anni fa: obbligatoria per le aziende e la Pubblica Amministrazione, è ormai diventata di uso comune anche tra i privati cittadini. La PEC italiana ha così acquisito un valore determinante e oggi costituisce un servizio esclusivo nel panorama europeo. Il suo successo, è dovuto al fatto che è un’alternativa alla raccomandata A/R – poiché ne ha lo stesso valore legale – ma per spedire un messaggio tramite PEC non serve uscire di casa o dall’ufficio, basta uno smartphone o un computer. Non meno importante per la diffusione è stato il prezzo contenuto: la PEC infatti costa annualmente quanto un paio di raccomandate A/R, ma consente l’invio di messaggi illimitati.

Un’altra peculiarità di questo servizio rispetto ai mezzi tradizionali è rappresentata dal fatto che la PEC non solo certifica la trasmissione e l’avvenuta consegna di un messaggio, ma ne garantisce anche l’integrità del contenuto rendendo lo strumento ancora più versatile e adatto a svariati utilizzi che vanno oltre la mera trasmissione di un messaggio o di un file.

In termini normativi, il paese sta facendo molto per incentivare la digital transformation e quindi un uso sempre maggiore della PEC da parte di aziende, professionisti e Pubblica Amministrazione.

Come evidenziato dai dati, questo effetto è tangibile, ma non meno rilevante è l’adozione da parte dei privati cittadini che in modo spontaneo adottano la PEC per la sua utilità, semplicità e convenienza.

Esistono numerosi casi in cui una semplice PEC è tutto ciò che serve per portare avanti attività e pratiche giornaliere: con la PEC si possono inviare documenti legali privati e di lavoro, scambiare corrispondenza dal valore legale con l’INPS, l’INAIL, con la scuola o l’università, comunicare con enti pubblici locali, partecipare a bandi e gare d’appalto. Ancora, richiedere il cambio di residenza, contestare formalmente un comportamento illecito, comunicare uno stato di malattia, iscriversi a concorsi, disdire un contratto, diffidare e mettere in mora un debitore, interrompere i termini di prescrizione, chiedere un certificato al Comune o a qualsiasi PA, comunicare un avvenuto pagamento e poterlo provare, proteggere i diritti d’autore di un testo e molto altro ancora.

In questo contesto Aruba, dal suo osservatorio di leader, rileva una forte crescita di attivazioni di caselle PEC da parte di privati cittadini che rappresentano ad oggi il 39% del totale, a testimonianza del fatto che la PEC va oltre l’uso puramente professionale e che il suo costo contenuto non ha rappresentato una barriera per l’adozione.

In definitiva, tutti i dati che leggiamo e le continue testimonianze di soddisfazione da parte di chi usa la posta certificata per gli usi più disparati e a volte anche molto innovativi, ci dicono che la strada è segnata e il percorso virtuoso che ha come obiettivo la dematerializzazione dei documenti, l’abbandono della carta, il risparmio di tempo e la riduzione degli spostamenti e quindi dell’inquinamento, è oggi più vicino anche grazie al successo della PEC.

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GDPR e cloud aperto, ecco come far evolvere il mercato europeo del cloud https://www.datamanager.it/2018/02/gdpr-cloud-aperto-far-evolvere-mercato-europeo-del-cloud/ Fri, 23 Feb 2018 13:19:45 +0000 http://www.datamanager.it/?p=142012 A cura di Stefano Sordi, Chief Marketing Officer di Aruba Il 25 maggio 2018 è la data di scadenza ufficiale – uguale per tutti i paesi dell’Unione Europea – per la piena applicazione del General Data Protection Regulation (GDPR), il regolamento che mette al centro le persone, ne riconosce il diritto all’oblio e le informa […]

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A cura di Stefano Sordi, Chief Marketing Officer di Aruba

Il 25 maggio 2018 è la data di scadenza ufficiale – uguale per tutti i paesi dell’Unione Europea – per la piena applicazione del General Data Protection Regulation (GDPR), il regolamento che mette al centro le persone, ne riconosce il diritto all’oblio e le informa in modo trasparente, leale e dinamico sul trattamento delle proprie informazioni. Non si tratta soltanto della principale evoluzione della normativa comunitaria fin dall’introduzione della Direttiva dell’Unione Europea sulla protezione dei dati, ma anche di un cambiamento di consapevolezza grazie al quale “difendere i dati” diventa difendere le persone, la loro identità.

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Il GDPR nasce, quindi, con l’intento di armonizzare le direttive a livello europeo, fissando delle regole chiare e precise su come mantenere e conservare i dati e, addirittura, prevede di creare una nuova figura aziendale con il ruolo di Data Protection Officer, specificatamente adibito a queste dinamiche. Parallelamente, sono diverse le associazioni ed organizzazioni di service provider che hanno cercato di anticipare la regolamentazione in termini di sicurezza e protezione dei dati.

Tra le prime, trova posto il CISPE, di cui Aruba è socio fondatore, una coalizione nata nel 2016, che oggi raccoglie oltre 20 tra i maggiori provider di infrastrutture cloud attive in 15 Paesi europei. Il CISPE ha dato vita ad un Codice di Condotta (CoC) che precede l’entrata in vigore del GDPR, poiché, allineandosi ai suoi requisiti, ne condivide l’obiettivo principale: ridare ai cittadini il controllo dei propri dati personali, sapere dove questi dati si trovano e semplificare il contesto normativo per il commercio internazionale, unificando la regolamentazione all’interno dell’UE. Ai sensi del codice di condotta CISPE, infatti, i provider di infrastrutture cloud non possono effettuare data mining o tracciare i profili dei clienti per attività di marketing, pubblicità o simili, per scopi personali o per la rivendita a terzi.

Nel caso del CISPE, i servizi cloud dichiarati a norma del codice di condotta CISPE sono identificati da un particolare marchio di garanzia – ‘CISPE service-declared’ – che offre ai clienti dei servizi che lo espongono, la tranquillità di sapere che i dati ospitati presso le loro infrastrutture si trovano all’interno di data center localizzati entro i confini dell’Unione Europea e che sono conformi, già oggi, a determinati requisiti in termini di protezione e sicurezza delle informazioni. Non c’è bisogno di attendere il 25 maggio 2018 – dunque – per iniziare a corazzarsi, è essenziale arrivarci preparati e non aspettare la fatidica data a braccia conserte: questo termine è da considerarsi come un’opportunità per favorire la sicurezza e la crescita aziendale – velocizzandola – creare posti di lavoro e, finalmente, beneficiare di un mercato digitale che potrebbe essere paragonato a quello statunitense o a quello cinese.

Un altro tema di respiro internazionale, che rappresenta un aspetto importante di valutazione quando si inizia ad usare un servizio cloud è il “data lock-in”, ossia la difficoltà che si può incontrare qualora si decida di spostare i propri dati da un cloud provider ad un altro. OCF, Open Cloud Foundation, è un’associazione di aziende tecnologiche che nasce con l’obiettivo di elaborare un framework che assicuri l’apertura del cloud, facendo convergere su questo obiettivo fornitori di tecnologie e servizi, cloud provider, aziende clienti, società di ricerca ed entità ‘regolatorie’. Lo scopo è quello di preservare e garantire la libertà di scelta delle aziende clienti nel disegno dei loro business e di evitare il pericolo del lock-in che può essere esercitato da fornitori poco trasparenti.

In uno scenario cloud in forte accelerazione come quello attuale, molto presto ogni livello tecnologico dell’offerta ICT sarà a disposizione in modalità as a service. Questo porterà le aziende clienti a poter fare affidamento su molti più servizi di outsourcing e a valore aggiunto offerti attraverso il cloud. Diventerà, quindi, essenziale evitare, da un lato,  la nascita di nuovi sistemi a silos, dall’altro, che operatori cloud di prima grandezza possano imporre al mercato degli “standard” che si caratterizzerebbero inevitabilmente come chiusi e limiterebbero la dinamicità del mercato.

Per assicurare una crescita stabile per qualsiasi business, oggi, e sempre più in futuro, sarà necessario tutelare il concetto di cloud aperto: permettere ai clienti di cambiare con facilità il proprio fornitore e consentire l’accesso a degli stack cloud eterogenei manterrà attiva la competizione e spingerà gli operatori a sviluppare e offrire importanti innovazioni.

Grazie a questo tipo di iniziative – tra cui CISPE e OCF – è già possibile individuare i provider che si stanno attivando in tal senso, anche in anticipo rispetto all’evoluzione normativa, compiendo una serie di passaggi che garantiscono un sistema più attento alla sicurezza e alla trasparenza dei servizi in cloud.

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Ponte San Pietro, dai telai al data center di Aruba. L’AD Cecconi: «Questa è la nostra nuova casa» https://www.datamanager.it/2017/10/201710201710ponte-san-pietro-dai-telai-al-data-center-aruba-cecconi-questa-la-nostra-nuova-casa/ Thu, 12 Oct 2017 08:53:13 +0000 http://www.datamanager.it/?p=132691 Con il Global Cloud Data Center, Aruba lancia la sfida del polo tecnologico più grande d’Italia per lo sviluppo delle imprese innovative Ponte San Pietro sugli scudi. Ovvero, Milano PSP. Perché la dimensione locale si estende oltre i confini naturali di un territorio alla ricerca di nuovi paradigmi di sviluppo e la dimensione globale cerca […]

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Con il Global Cloud Data Center, Aruba lancia la sfida del polo tecnologico più grande d’Italia per lo sviluppo delle imprese innovative

Ponte San Pietro sugli scudi. Ovvero, Milano PSP. Perché la dimensione locale si estende oltre i confini naturali di un territorio alla ricerca di nuovi paradigmi di sviluppo e la dimensione globale cerca radici. Dai telai del cotonificio Legler ai data center di Aruba Spa. Storia di una riconversione – che non è più una ferita aperta – e storia del recupero di una vocazione industriale che trasforma il capoluogo dell’Isola bergamasca in nuova capitale digitale. Una storia che – come ci ha raccontato Stefano Cecconi, amministratore delegato di Aruba – nasce dalla passione per il luogo, il lavoro e le persone.

«È stato amore a prima vista». Lo stesso «amore» che quasi 150 anni prima aveva convinto la seconda generazione di industriali della famiglia Legler a spostarsi dal piccolo cantone glaronese verso sud. Lo stesso «amore» che fu ricompensato dalla ricca dote di risorse idriche, forza motrice e alta densità di manodopera, che si sarebbero presto trasformati in vantaggio competitivo per la nascente industria tessile. Oggi, al silenzio dei telai che fecero la fortuna della Legler, la seconda generazione della famiglia Cecconi, azionista di riferimento di Aruba, ha spiegato le ragioni della scelta di rilevare l’area: «Abbiamo valutato la posizione geografica, le risorse naturali, la cultura del lavoro, il capitale umano che rendono davvero strategico questo sito». Con il terzo data center in Italia, l’azienda vuole ampliare l’offerta e supportare la crescita del business lato cloud: «In questo modo, vogliamo rispondere sia alle esigenze dei nostri clienti enterprise, che ci chiedevano una struttura nel nord Italia in grado di dare spazio al loro sviluppo futuro, sia alla nostra esigenza di crescita in ambito cloud che ha assunto dimensioni molto importanti» – ha detto Stefano Cecconi. «Abbiamo concepito il Global Cloud Data Center con l’obiettivo di non avere limiti di spazio e di risorse. E nel farlo, abbiamo puntato sull’ecosostenibilità del progetto, pensando all’ambiente ma anche ai consumi, elevando gli standard di affidabilità e sicurezza in modo da eccedere i massimi livelli di certificazione in ambito data center».

Global Cloud Data Center, la nuova casa di Aruba

Con lo spostamento della sede legale da Arezzo a Ponte San Pietro (Bg), trenta chilometri da Milano, la nuova casa di Aruba è sulla riva sinistra del fiume Brembo. L’impianto si aggiunge ai due che già si trovano ad Arezzo e all’altro in Repubblica Ceca. Aruba inoltre conta altri quattro punti di erogazione di servizi in Francia, Germania, Inghilterra, Polonia e Ungheria. La parte riqualificata del Campus di Ponte San Pietro corrisponde a 40mila metri quadrati sui complessivi 200mila (di cui 84mila di capannoni). L’obiettivo è di completare la riqualificazione dell’area in un arco di tempo che va dai cinque ai dieci anni. Un obiettivo legato a “filo doppio” alle richieste dei clienti che richiedono sempre più l’outsourcing completo dell’infrastruttura IT per rendere più agile la gestione del business – ci spiega l’AD di Aruba, che non nasconde la soddisfazione anche per i primi risultati ottenuti. Infatti, con la pre-apertura del data center avvenuta a giugno, ad oggi circa il 60 per cento della struttura è stato occupato o prenotato. Intel e VMware sono i partner tecnologici del Global Cloud Data Center. Connettività, capacità di elaborazione, virtualizzazione dei server e infrastruttura cloud. Aruba gestisce oltre 2 milioni di domini, quasi sette milioni e mezzo di caselle email, cinque milioni di PEC attive, oltre 31mila server, un milione e 250mila siti attivi in hosting per un totale di oltre 4,7 milioni di clienti. Nell’offering di Aruba ci sono anche i servizi di cloud pubblico e privato, housing e colocation, servizi dedicati, firma digitale e fatturazione elettronica. «La sede di Ponte San Pietro è quella che meglio di altre rispondeva ai bisogni di espansione dei nostri clienti, peraltro localizzando il data center in un punto strategico del Nord Italia» – ha confermato Stefano Sordi, CMO di Aruba.

Collaborazione, innovazione e sviluppo: la scommessa di Aruba

Alla cerimonia inaugurale con il taglio del nastro hanno partecipato Susanna Santini, presidente di Aruba insieme a Stefano Cecconi, AD di Aruba, Luca Del Gobbo, assessore della Regione Lombardia all’Università, Ricerca ed Open Innovation, Claudia Terzi, assessore regionale all’ambiente, Matteo Rossi, presidente della Provincia di Bergamo, Giorgio Gori, Sindaco di Bergamo e Matteo Macoli, vicesindaco di Ponte San Pietro.
Regione Lombardia con la legge 29/2016 ha messo in campo azioni concrete per costruire una rete di collaborazione tra istituzioni pubbliche, università e imprese, con partico​lare attenzione all’uso concreto e condiviso degli open data. Su accessibilità, open data e big data nella PA – infatti – si gioca una partita importante per restituire in forma di valore a cittadini e imprese un patrimonio di informazioni – come ci ha spiegato Luca Del Gobbo. Regione Lombardia attualmente dispone di un miliardo di dati. La legge valorizza, in modo sussidiario, un patrimonio che genera più di sette miliardi all’anno di investimenti pubblici e privati in Ricerca e Innovazione. Nella sola Lombardia, sono nate 1.369 startup, pari a un quinto del to​tale nazionale, e sono stati registrati, nell’ultimo decen​nio, 191.000 brevetti. «Un patrimonio unico di umanità e conoscenza».


#ArubaDataCenter Stefano Cecconi AD La nuova casa di @Arubait è Ponte San Pietro
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Per Giorgio Gori, siamo davanti all’inizio di qualcosa di nuovo, «una nuova epoca dove i dati sono il petrolio della nuova economica della conoscenza, ma dove per vincere però bisogna puntare sull’innovazione e le competenze». Una sfida formativa e occupazionale, che – si augura il primo cittadino di Bergamo – vedrà protagonisti i giovani talenti degli istituti tecnici e delle università del territorio. Quando arrivarono i Legler a Ponte San Pietro e cominciarono i lavori per la costruzione della diga nel 1876, impresa necessaria per avere forza motrice, il collegamento ferroviario con Milano era già attivo da 14 anni, a dimostrazione che gli investimenti sono guidati dalle infrastrutture e non il contrario. Oggi – invece – mentre Aruba investe nella stessa area, il progetto del raddoppio ferroviario della linea è ancora solo sulla carta. Dal canto suo, il presidente della Provincia di Bergamo, Matteo Rossi ha – però – colto l’occasione per assicurare che «il raddoppio è tra i piani strategici della Provincia per rendere più agile la logistica con lo scalo a Calusco e un progressivo spostamento delle merci dalla gomma al ferro. Dopo anni di crisi, l’investimento di Aruba rappresenta un segnale di discontinuità positiva nella prospettiva della “smart land” per innestare un ecosistema di imprese innovative e startup» – ha concluso Matteo Rossi. «Abbiamo la responsabilità di essere all’altezza della scommessa di Aruba».

L’evoluzione digitale cambia il modo di vivere e di fare impresa

«Non ho ancora capito qual è il modello di business nell’era digitale» – ha dichiarato Urbano Cairo, presidente di RCS Media Group, raccontando il suo mestiere di editore durante la tavola rotonda dedicata ai temi della trasformazione digitale. «Ci siamo impegnati ad azzerare le perdite, mantenendo l’occupazione e migliorando l’offerta di contenuti. All’inizio dell’era del web, il peccato originale dell’industria editoriale è stato quello di dare le notizie gratis. La carta ha ancora il suo peso». Non esistono cose facili o difficili, esistono solo cose che si sanno fare o che non si sanno fare. Le emozioni e il tempo sono le cose più preziose della nostra vita. «E su queste dobbiamo costruire la relazione con il cliente» – ha detto Claudio Domenicali, AD di Ducati Motor Holding. «La moto è una esperienza che rimarrà analogica, ma intorno possiamo costruire una nuvola di servizi innovativi. Guida autonoma e intelligenza artificiale sono i temi più caldi della prossima trasformazione industriale».

Cambio di passo e salto culturale

La Commissione Ue con l’indice DESI (Digital Economy and Society Index) misura la velocità della trasformazione digitale nel Vecchio Continente (Regno Unito compreso). L’Italia è 25esima su 28. Meglio di noi, solo di Grecia, Bulgaria e Romania. «In Italia, non riusciamo a comunicare il buono che riusciamo a fare» – ha detto Paolo Ghezzi, direttore Generale InfoCamere. «Abbiamo lanciato il cassetto dell’imprenditore per conto delle Camere di commercio, con cui ogni imprenditore potrà accedere senza oneri alle informazioni e ai documenti ufficiali della propria impresa. Con una base di 6 milioni di imprese in Italia, 4 su 10  però dichiarano che il digitale non serve e non servirà nel futuro. Il bilancio è deludente. Per accelerare lo sviluppo delle PMI occorre un cambio di passo che si continua a scontrare con il fattore dimensionale e culturale». Per Paolo Barberis, co-founder di Nana Bianca e consigliere per l’innovazione del governo Renzi, l’Italia sconta sette anni di purgatorio sugli investimenti. «Il futuro digitale ti viene addosso. La trasformazione digitale in Italia procede, ma non bisogna dimenticare che dietro i processi ci sono le persone. La mancanza di percezione dell’urgenza della trasformazione è a tutti i livelli». E per Stefano Cecconi, le imprese sono un patrimonio da valorizzare. La sfida è gestire in modo “cross” la trasformazione digitale. «Il nostro compito è fornire gli strumenti per lanciare ponti per lo sviluppo e il cambiamento. Il digitale è un processo strutturale come metter giù tubi e costruire mura: richiede tempo. Il punto sostanziale sono gli investimenti e l’aumento di una propensione al rischio e all’innovazione. È vero che abbiamo scontato un problema di connettività a livello di investimenti, ma il Paese finalmente ha cambiato passo».

Global Cloud Data Center, la “cassaforte” che custodisce i dati delle imprese

Un data center è come una memoria estesa che offre capacità di archiviazione, protezione da intrusioni e operatività costante. Entrare nel sito del Global Cloud Data Center è come accedere al Fort Knox di via Nazionale. Solo che al posto dell’oro fisico, qui è custodito un altro patrimonio meno tangibile, ma altrettanto prezioso: i dati delle imprese. Man trap, all’ingresso, sei livelli di controlli interni, sistema informativo e continuità operativa a doppio power center multi-modulare con UPS a ridondanza 2N+1 per una sicurezza di livello superiore, e generatori di emergenza con autonomia a pieno carico di 48 ore senza rifornimento.

Seicento chilometri di cavi dove prima si srotolavano chilometri di filati

Il Global Cloud Data Center è una struttura completamente ecologica e dotata delle più moderne tecnologie, come ci ha spiegato Giorgio Girelli, site manager di Aruba. Seicento chilometri di cavi dove prima si srotolavano chilometri di filati. Il data center è stato realizzato per offrire i massimi standard di sicurezza e prestazioni e garantire il massimo livello possibile di efficienza energetica, non solo per ridurre il più possibile l’impatto sull’ambiente, ma anche per assicurare qualità e convenienza dei servizi. Il Global Cloud Data Center utilizza un impianto di raffreddamento geotermico ad alta efficienza ed è alimentato da energia proveniente da fonti rinnovabili – di origine certificata – al quale si aggiungono la centrale elettrica (la stessa che garantiva energia ai telai Legler) e impianti fotovoltaici entrambi di proprietà e situati all’interno del Campus stesso.

Global Cloud Data Center, massima efficienza ecocompatibile

Tutti i sistemi sono stati progettati e costruiti per soddisfare ed eccedere i massimi livelli di resilienza previsti dal livello Rating 4 (former Tier4) di ANSI/TIA 942-A. I tre edifici pronti disposti a ferro di cavallo occupano un quinto della superficie totale. Il primo ospita le sale dati (10 in tutto), con una capacità complessiva di 3.600 rack (con una potenza massima raggiungibile di 4 MG, dei 90 MW previsti per l’intero campus. Due metri di aria sotto il pavimento e tre metri sopra garantiscano il ricambio completo di aria ogni ora. Il secondo edifico ospita gli impianti del sistema di raffreddamento e i magazzini a disposizione dei clienti. Nel terzo, si trova il power center che è il motore di tutto e che sorge dove si trovava il vecchio magazzino automatizzato della Legler. Il sistema geotermico si basa sui sei pozzi del vecchio impianto Legler, da cui arriva l’acqua per il raffreddamento una temperatura di 8-10 gradi e che dopo l’utilizzo viene rimessa in falda.


#ArubaDataCenter Dai telai al #datacenter di @Arubait storia di una riconversione industriale
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Affidabilità e performance

Il Global Cloud Data Center è stato progettato e realizzato con lo scopo preciso di superare gli standard di mercato in termini di affidabilità e performance ed essere in grado di coprire ogni esigenza anche in termini d’espansione futura, data la vastità dell’area: dal singolo server dedicato a soluzioni infrastrutturali complesse sia fisiche sia cloud, passando per la progettazione di cage, sale dati ed interi data center dedicati, soluzioni  di disaster recovery e business continuity, fino ad arrivare al completo outsourcing dell’infrastruttura, oltre a tutte le facility disponibili a completamento dell’offerta, come ad esempio connettività multicarrier, routing, fornitura hardware o ancora, spazi polifunzionali destinati a soddisfare le più svariate necessità logistiche, potendo disporre ad esempio, di uffici temporanei, magazzini, sale e postazioni ad uso dei clienti. L’offerta di servizi è rivolta alle grandi aziende italiane e straniere, Pubblica Amministrazione, operatori IT e PMI, Enti locali, system integrator e Telco. Il Global Cloud Data Center è collegato con i principali carrier nazionali e internazionali e dispone di un’infrastruttura dark fiber proprietaria che prevede un doppio percorso verso il Caldera Business Park di Milano, con capacità di trasporto pressoché illimitata.

In mezzo scorre il fiume

Aruba che nel 2015 si è aggiudicata l’estensione del dominio “.cloud”, riuscendo a spuntarla contro colossi come Amazon e Google, oggi è una realtà da 140 milioni di euro di fatturato. L’investimento nell’area ex-Legler è «molto rilevante» per usare le stesse parole dell’amministratore delegato, che però ha preferito non sbilanciarsi sulle cifre per non avvantaggiare la concorrenza molto agguerrita, dichiarando che «si tratta di un investimento privato fatto con risorse reperite direttamente in azienda». Fondata nel 1994 a Firenze come Technorail, l’azienda ha inaugurato la sua prima webfarm ad Arezzo nel 2003, iniziando la sua fase di crescita e di espansione, prima con la trasformazione in società per azioni e poi attraverso una serie di accurate acquisizioni. C’è qualcosa che accomuna la storia della famiglia Cecconi, azionista di riferimento di Aruba, a quella della famiglia Legler. C’è qualcosa che rende simili il cantone di Glarona, il Casentino e la Val Brembana. E non è solo il paesaggio o la presenza del fiume (rispettivamente la Linth, l’Arno e il Brembo) che da sempre è motore di sviluppo, ma che da sempre unisce e divide. L’impronta di famiglia è nei valori, nel coraggio di credere in un’idea di sviluppo futuro (che non erano rotaie e impianti per i treni, come pensava il papà Giorgio, ma i servizi Internet, come credeva Stefano) e di scommetterci sopra. Mentre la cultura d’impresa è da pubblic company, ispirata a una visione autenticamente industriale dello sviluppo.

Una storia di tenacia e di trasformazione

All’inizio di entrambe le storie c’è anche un incendio: quello del 29 aprile 2011 che causò l’interruzione del servizio web per milioni di siti e quello del 1890 che mandò in cenere (per cause mai chiarite) l’intero reparto di filatura. In entrambi i casi, la lezione che la tenacia vince sullo sconforto, che la buona volontà vince sulle incognite. La storia del Cotonificio Legler – simbolo della seconda rivoluzione industriale con i suoi telai tecnologici, la trasformazione della forza idrica in forza elettrica, delle trasmissioni innovative per portare la forza motrice dalla riva destra alla riva sinistra – si innesta in un continuum di spazio e di tempo con il nuovo insediamento di Aruba, simbolo della quarta rivoluzione industriale con il suo data center che macina dati e trasferisce agilità alle infrastrutture IT delle imprese di ogni settore. Perché non dobbiamo dimenticare che per quanto intangibili siano i dati, un data center è doppiamente energivoro: consuma energia per far funzionare gli impianti e consuma energia per dissipare il calore che genera. Fa riflettere come nel mondo connesso, dove tutto è votato alla digitalizzazione, le fondamenta dell’economia dei dati restino estremamente concrete e tangibili: dall’alimentazione energetica delle centrali idroelettriche al raffreddamento naturale.

Global Cloud Data Center per mettere in moto nuove competenze

Come la famiglia Legler ha influito sulla storia di questo piccolo paese, con una popolazione di quasi 12mila abitanti, plasmandone la memoria e  l’identità, trasformando una radura (la spianata della “Galbusera” sulla sponda sinistra del Brembo) in uno dei complessi industriali più innovativi del Novecento, così l’arrivo di Aruba a Ponte San Pietro con l’insediamento del Global Cloud Data Center rappresenta una sfida tecnologica e di business per la rinascita di un intero territorio, per rimettere in moto lo sviluppo, puntando sull’innovazione, la ricerca e la formazione di nuove competenze. L’impronta della Legler è in ogni cosa a Ponte San Pietro. Nel vecchio spaccio aziendale che oggi è il centro commerciale. Nelle famiglie, dove almeno un componente lavorava nel cotonificio. Nell’asilo per i dipendenti interno alla fabbrica. Nella vita del paese che regolava i suoi ritmi e le sue attività sul fischio della sirena del cambio turno (“coren” in dialetto bergamasco). Nel quartiere “Giurati” che si sviluppa davanti al nuovo Global Cloud Data Center e che nel nome reca ancora il ricordo del giuramento di fedeltà che i dipendenti prestavano alla Legler. E persino nella Chiesa, non solo per l’estetica rigorosa d’oltralpe, ma anche perché per la sua costruzione gli operai decisero di devolvere un quarto d’ora della loro paga giornaliera. Oggi, che Ponte San Pietro torna sugli scudi, diventando un’estensione di Milano con il nuovo toponimo “Milano PSP”, la sfida per la famiglia Cecconi è quella di farsi carico insieme ai vecchi impianti anche di un’eredità simbolica fatta di eccellenza, di uomini e donne di buona volontà, forgiati dalla cultura del lavoro, per costruire insieme una nuova pagina di storia.

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Aruba, 200mila motivi per essere ottimisti https://www.datamanager.it/2017/09/aruba-200mila-motivi-ottimisti/ Tue, 26 Sep 2017 09:04:47 +0000 http://www.datamanager.it/?p=131692 Aprirà a breve il Global Cloud Data Center in provincia di Bergamo, un polo che è la naturale conseguenza di un’espansione senza limiti Aruba si prepara all’evento di apertura del data center campus più grande d’Italia a Ponte San Pietro, in provincia di Bergamo. 200mila metri quadri di superficie di cui 90mila dedicati a un […]

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Aprirà a breve il Global Cloud Data Center in provincia di Bergamo, un polo che è la naturale conseguenza di un’espansione senza limiti

Aruba si prepara all’evento di apertura del data center campus più grande d’Italia a Ponte San Pietro, in provincia di Bergamo. 200mila metri quadri di superficie di cui 90mila dedicati a un imponente campus d’eccellenza. Il Global Cloud Data Center aprirà i battenti il 5 ottobre e segna una svolta importante per la compagnia nostrana, oramai un colosso dei servizi IT a tutto tondo.

Ne abbiamo parlato con Stefano Sordi, CMO di Aruba, che oltre a spiegarci il perché dell’enorme centro ci ha delineato gli sviluppi futuri soprattutto a fronte di grossi cambiamenti nel panorama europeo del digitale.

Partiamo dall’inizio: perché il Global Cloud Data Center?

«Per un’esigenza fondamentale: molti dei nostri clienti, i più grandi, hanno espresso negli anni la volontà di accrescere il loro business mantenendo l’offerta qualitativa di Aruba. Quando si parla di servizi digitali bisogna considerare la base su cui poggia un’infrastruttura che, con il tempo, ha bisogno di ampliarsi. La sede di Ponte San Pietro è quella che meglio di altre rispondeva ai bisogni di espansione dei nostri clienti, peraltro localizzando il data center in un punto strategico del Nord Italia».

In che senso?

«È pur vero che gli utenti che serviamo sono dislocati ovunque sul territorio ma la maggior parte dei big si trova tra il Centro e il Nord, per cui ci sembrava utile costruire in un punto facilmente raggiungibile la nuova architettura, così che potesse essere visitata senza grossi problemi».

Più spazio per i server vuol dire anche l’arrivo di nuovi servizi più avanzati?

«L’idea è quella di posizionare sempre di più Aruba come leader nel mercato delle soluzioni enterprise. Siamo nati come web company, provider di servizi online, sia hosting che cloud e ICT security ma guardiamo oltre. Oggi riusciamo a gestire le richieste dei grandi clienti costruendo un’offerta dedicata e personalizzata. Quando in Italia, ma anche all’estero, c’è un azienda che non può più soddisfare autonomamente le proprie esigenze di gestione dell’infrastruttura IT, sa che in Aruba può trovare un partner ideale in grado di offrire oltre ai servizi di infrastrutturali classici come ad esempio la colocation personalizzata, anche soluzioni che vanno dalla data center extension al disaster recovery».

Perché un nuovo data center

Il nuovo, immenso, spazio a disposizione in quel di Bergamo è il completamento di un percorso avviato da Aruba qualche anno fa, quando si è avvertita l’esigenza di creare una struttura solida e strategica. «La necessità di un centro più ampio e localizzato in un punto cardine non è banale – prosegue Sordi – perché in questo modo possiamo risolvere meglio, con maggior efficienza,  le esigenze dei nostri clienti, realizzando architetture ibride, tra le più richieste, senza limiti di prestazioni, spazio e servizi assicurando così il successo a progetti di tutte le taglie anche a quelli di grande scala. I clienti che finora hanno vissuto una “segmentazione” dell’infrastruttura, perché si affidavano a provider diversi per tipologie di contenuti e servizi, ora possono tenere le loro informazioni tutte in un unico posto fisico, che li aiuterà a crescere, senza preoccupazioni di spazio e risorse, per i prossimi 20 o 30 anni».

Energia pulita

Oltre al vasto territorio, il Global Cloud Data Center porta con sé una qualità non da poco: l’utilizzo di energia pulita. Ciò è reso possibile dall’acquisto di una centrale idroelettrica nei pressi del campus, che andrà a sommarsi agli impianti di accumulo fotovoltaico già presenti sui tetti della farm. Così si avrà un impatto ambientale minore di quanto previsto, grazie allo sfruttamento di energia pulita e rinnovabile.

Italia polo IT

Secondo Stefano Sordi, l’Italia diventerà sempre più un polo di interesse per il settore IT e dunque puntare su un data center così ampio nel nostro Paese porterà i suoi vantaggi. «Con l’affermazione della Brexit e dell’entrata in vigore del GDPR (dal 25 maggio 2018), i dati dei cittadini europei prodotti, gestiti e manipolati dalle aziende dovranno restare all’interno dell’Unione Europea. L’uscita di Londra dai paesi della cerchia ha causato un rapido fuggi-fuggi verso destinazioni che soddisfano i requisiti del Regolamento Generale sulla Protezione dei Dati. Si è creato un triangolo interessante che vede Parigi, Francoforte e Milano come nuovi baricentri dell’informatica continentale. Questo è il momento migliore per puntare su una nuova economia che dall’Italia guarda all’Europa».

Successo della PEC

Aruba non dimentica le sue origini soprattutto quando nel mezzo c’è un elemento, come la PEC, che è in grado di trasformare usi e costumi dell’italiano medio. «Si tratta di una bella realtà sia per Aruba che per tutta la penisola – conclude Sordi – circa il 40% degli oltre 5 milioni di utenti che oggi serviamo è di natura privata. Molti di questi hanno aperto una casella di posta certificata e ciò vuol dire che il messaggio veicolato dalla PEC, quello di uno strumento utile a velocizzare alcune operazioni, è giunto a destinazione perché ritenuto valido. La visione della nostra azienda è proprio questa: semplificare la vita delle persone, che si tratti di individui o imprese, sia per operazioni quotidiane che per attività che guardano al futuro, al cuore digitale del business».

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I giovani: risorse essenziali in ogni azienda https://www.datamanager.it/2017/07/giovani-risorse-essenziali-azienda/ Fri, 14 Jul 2017 14:30:38 +0000 http://www.datamanager.it/?p=128630 A cura di Stefano Sordi, Chief Marketing Officer di Aruba Quali sono gli elementi basilari per costituire un business di successo? Sicuramente un’idea innovativa, sulla base della quale costruire il futuro della propria impresa. Una tecnologia adeguata, che possa supportare in modo concreto la crescita dell’azienda nascente. Ma soprattutto le risorse di cui ci si […]

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A cura di Stefano Sordi, Chief Marketing Officer di Aruba

Quali sono gli elementi basilari per costituire un business di successo? Sicuramente un’idea innovativa, sulla base della quale costruire il futuro della propria impresa. Una tecnologia adeguata, che possa supportare in modo concreto la crescita dell’azienda nascente. Ma soprattutto le risorse di cui ci si circonda. Spesso si tende a mettere in secondo piano questo requisito fondamentale, senza il quale ogni azienda – anche la più innovativa – non potrà vivere a lungo: personale qualificato, motivato, che creda nel proprio gruppo di lavoro e diventi parte di quell’impresa mettendoci dentro tutto il proprio potenziale.

In ogni azienda – nel campo IT e non solo – un tratto visionario è essenziale e può arrivare più facilmente dai giovani. Non si tratta di un mero concetto anagrafico, ma del fatto che loro stanno vivendo in prima persona la digital transformation, ci sono nati dentro e non hanno bisogno di studiarla in modo teorico per capire di cosa si tratti. Per esempio,  è quasi impossibile pensare ad una startup che non utilizzi il cloud per il proprio business. Questo perché lo scopo di ogni realtà innovativa è quella di evolversi e crescere e con un’infrastuttura fisica questo non è possibile, si rimane piccoli e non si può scalare. Ci sono aziende, però, nate in un periodo ben precedente all’avvento di internet e al cloud che hanno fatto più fatica ad adattarsi e a comprendere pienamente questo cambiamento. Ma le startup no, sono nate nel corso di questa rivoluzione e, quindi, sanno in concreto cosa significa. Essere una startup e non utilizzare il cloud per il proprio business sarebbe come essere una casa discografica e non considerare internet tra i canali di distribuzione.

Aruba crede molto nei giovani e nel loro potenziale, basti pensare che l’età media dei circa 700 dipendenti dell’intera società è di 35 anni. Il supporto concreto che l’azienda cerca di dare ai ragazzi è duplice: da una parte fornire gli strumenti tecnologici e il know-how per favorirne la crescita e dall’altra prendere con sè chi può essere prezioso per lo sviluppo della stessa azienda, perché non si smetta mai di crescere.

Da questi presupposti nasce il programma “we START you UP” di Aruba Cloud: quando si avvia una startup, progettare l’infrastruttura IT in un ambiente dinamico, adatto ad accompagnare il progressivo sviluppo aziendale, rappresenta un grande vantaggio per favorire l’evoluzione del proprio business. Per questo, l’Azienda ha deciso di fornire alle startup più valide le migliori tecnologie in ambito cloud, ponendosi al loro fianco attraverso un percorso di tre anni e mettendo a disposizione un credito cloud gratuito con risorse fino a 50.000 euro, supporto tecnico costante e tanti vantaggi per accompagnarle sul mercato. Per partecipare, basta compilare il form online, descrivere in modo sintetico il proprio progetto di business e accettare le modalità di partecipazione. Il team di Aruba Cloud valuterà la richiesta e comunicherà la conferma di adesione al programma. Dopo la conferma, la startup riceverà un welcome kit e il primo voucher di credito cloud di 3.000 euro da utilizzare entro 12 mesi.

Nel corso degli ultimi anni, il programma startup di Aruba si è aperto ad un centinaio di startup, quasi tutte italiane, lavorando a stretto contatto con un network che comprende ben 17 partner tra incubatori e acceleratori d’impresa tra cui Nana Binca, H-Farm, Speed Mi Up e Luiss Enlabs. A differenza di ciò che si possa pensare, però, lo scambio che avviene tra aziende e giovani è sempre bilaterale e molto equo, infatti i giovani stessi sono e sono stati di supporto ad Aruba e alla sua crescita.

L’ISTAT ha da poco rivelato che il tasso di disoccupazione tra i giovani a febbraio è calato al 35,2% con una diminuzione di 3,6 punti rispetto a febbraio 2016. Si tratta del tasso minimo dall’agosto 2012, ma resta un livello comunque molto elevato, tra i peggiori in Europa. Ogni azienda italiana dovrebbe fare il proprio non solo per dare un lavoro ai ragazzi ma per convincerli a non lasciare il nostro paese, perché il dubbio che la diminuzione della disoccupazione tra i giovani sia collegata ad un più alto espatrio degli stessi purtroppo si fa spesso strada.

Aruba è sempre alla ricerca di giovani talenti nel ramo IT che possano entrare a far parte della propria squadra: analisti, devOps, system administrator, tecnici sistemisti, addetti al customer care e non solo. Dopo l’annuncio dell’apertura del terzo DC italiano della società, Aruba ha iniziato ad assumere manutentori, addetti alla sorveglianza e tecnici informatici per il nuovo Global Cloud Data Center alle porte di Milano, un campus tecnologico di oltre 200.000 mq, e continuerà nei prossimi mesi le selezioni per trovare ulteriori figure professionali tra cui sistemisti e sviluppatori, tra i più ambiti e contesi dalle aziende.

Tutte le posizioni aperte in Aruba sono disponibili a questo link

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Aruba, il cloud ibrido per l’evoluzione dell’IT https://www.datamanager.it/2017/07/aruba-cloud-ibrido-levoluzione-dellit/ Wed, 05 Jul 2017 08:20:26 +0000 http://www.datamanager.it/?p=128093 Solo un’infrastruttura IT agile e dinamica è in grado di accompagnare al meglio le aziende nel percorso verso la digital transformation Il Kilometro Rosso, parco scientifico-tecnologico che si estende appunto per mille metri alle porte di Bergamo, è stato la sede a fine giugno dell’ultima delle tre tappe di un roadshow dedicato alle infrastrutture IT. […]

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Solo un’infrastruttura IT agile e dinamica è in grado di accompagnare al meglio le aziende nel percorso verso la digital transformation

Il Kilometro Rosso, parco scientifico-tecnologico che si estende appunto per mille metri alle porte di Bergamo, è stato la sede a fine giugno dell’ultima delle tre tappe di un roadshow dedicato alle infrastrutture IT. L’evento, dal titolo “IT Evolution: verso un’infrastruttura ibrida e sicura”, è stato organizzato congiuntamente da IDC e Aruba, la società numero uno in Italia per i servizi di data center, web hosting, e-mail, PEC e registrazione domini, che gestisce oltre 2,1 milioni di domini, più di 7,4 milioni di caselle e-mail, circa 5 milioni di caselle PEC, un totale di 4,7 milioni di clienti e più di 100.000 server gestiti tra fisici e virtuali, come ha sottolineato Simone Braccagni, Direttore Commerciale di Aruba. Che ha anche illustrato le caratteristiche del nuovo data center della società, il terzo in Italia, situato alle porte di Milano e già in pre-esercizio, in vista dell’inaugurazione ufficiale fissata per il prossimo 5 ottobre. Situato in un’area di 200.000 metri quadrati, 90.000 dei quali coperti, e che dispone anche di una centrale per la generazione di energia elettrica che contribuisce a renderlo completamente “green”, il nuovo data center ospita al momento 18.000 rack e offre tutti i servizi più importanti quali per esempio la co-location, il cloud pubblico e quello privato, rivolti sia alle aziende sia alla Pubblica Amministrazione.

Scenario in trasformazione

Lo scenario odierno, tracciato da Sergio Patano, Research and Consulting Manager di IDC Italia, vede le aziende “spostare sempre più rapidamente le proprie strategie evolutive verso un approccio cloud-first, alla ricerca di flessibilità, semplificazione e riduzione dei costi. Non sono infatti poche le aziende che stanno riconsiderando le proprie decisioni di investimento verso modelli di cloud ibrido e multicloud, che assicurino una governance sicura dei dati e skill IT aggiornati”. È perciò essenziale implementare soluzioni che rendano il data center agile e veloce nel rispondere alle richieste del business, in modo da non lasciare alle Line of Business il controllo completo dell’innovazione. In questo quadro, la domanda non è più se il cloud può supportare le aziende nella trasformazione digitale ma come il cloud deve supportare tale trasformazione, e soprattutto con “quale” cloud, visto che come è noto le soluzioni possono essere molteplici. Per ottenere effettivi vantaggi dall’implementazione del cloud, le aziende più innovative si stanno oggi orientando verso soluzioni di cloud ibrido, integrando cloud pubblico e privato a livello applicativo, di dati e infrastrutturale. Secondo IDC, entro pochi anni oltre il 50% degli asset IT e la maggior parte dei dati risiederanno proprio al di fuori dal data center aziendale. Non solo: tra le scelte tecnologiche più ricorrenti, spicca in particolare il cloud: dai dati IDC, entro il 2020 il 50 per cento della spesa IT sarà interamente basata sul cloud, e i cloud ibridi o multicloud costituiranno la regola, mentre per quanto riguarda il cloud ibrido, l’85 per cento dei rispondenti all’indagine IDC ha dichiarato di aver implementato una soluzione di cloud ibrido, mentre dai calcoli della società di ricerca risulta che il 15 per cento dei rispondenti ha adottato realmente una soluzione “hybrid cloud”.

L’esperienza di TeamSystem

Ed è proprio l’hybrid cloud la proposta vincente di Aruba, il cui obiettivo è sempre quello di “erogare un ecosistema di soluzioni eterogenee come un unico servizio, pensato con e per il cliente”, come ha sintetizzato Lorenzo Giuntini, head of engineering di Aruba, sottolineando la validità di un modello di IT ibrido che fa leva su tutta la potenza e la flessibilità del cloud, ma che al contempo è in grado di convivere con le architetture fisiche delle aziende. Un esempio delle possibilità offerte dalle soluzioni di cloud ibrido è quello raccontato da TeamSystem, software house con più di trent’anni di esperienza nel software gestionale, che oggi ha circa 220.000 clienti, 1.900 persone, 800 software partner e un fatturato superiore ai 260 milioni di euro, che ha illustrato come grazie alla collaborazione con Aruba e alla sua IaaS, si siano potute realizzare soluzioni di cloud privato e di disaster recovery davvero performanti.

Videointervista a Stefano Sordi, Chief Marketing Officer di Aruba


Videointervista a Stefano Sordi, Aruba
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Aruba, la risposta è nel cloud ibrido https://www.datamanager.it/2017/01/aruba-la-risposta-nel-cloud-ibrido/ Wed, 25 Jan 2017 09:43:28 +0000 http://www.datamanager.it/?p=117797 Realizzare la digital transformation richiede anche e soprattutto infrastrutture adeguate, come l’hybrid cloud, i cui vantaggi sono stati illustrati in un roadshow organizzato in collaborazione con IDC Si è svolta a metà gennaio l’ultima delle tre tappe di un roadshow dedicato al cloud ibrido, che dopo Bologna e Padova ha toccato Milano. La mattinata di […]

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Realizzare la digital transformation richiede anche e soprattutto infrastrutture adeguate, come l’hybrid cloud, i cui vantaggi sono stati illustrati in un roadshow organizzato in collaborazione con IDC

Si è svolta a metà gennaio l’ultima delle tre tappe di un roadshow dedicato al cloud ibrido, che dopo Bologna e Padova ha toccato Milano. La mattinata di lavori, dal titolo “Hybrid Cloud per disegnare la propria evoluzione IT”, è stata organizzata congiuntamente da IDC e Aruba, la società numero uno in Italia per i servizi di data center, web hosting, e-mail, PEC e registrazione domini, che gestisce oltre 2,1 milioni di domini, più di 7,4 milioni di caselle e-mail, circa 4,1 milioni di caselle PEC, un totale di 4,7 milioni di clienti e più di 31.000 server, con una capacità di gestione di 50.000, come ha ricordato Stefano Sordi, direttore marketing di Aruba.

Supportare la business innovation

La premessa di fondo è che «oggi ci troviamo nel pieno della terza piattaforma tecnologica, che rappresenta un nuovo modo di fare IT ed è costituita da cloud, mobility, social e big data più analytics», ha fatto notare Sergio Patano, research and consulting manager di IDC Italia. In questo contesto, la questione non è più se il cloud può supportare le aziende nella trasformazione digitale, ma come il cloud deve supportare tale trasformazione. Ma con quali modalità? Una indagine, condotta da IDC su 107 aziende italiane di medio-grandi dimensioni, ha identificato i principali cambiamenti avvenuti negli ultimi 12 mesi: al primo posto, con un dato vicino all’80 per cento, vi è la circostanza che il business è sempre più coinvolto nelle strategie IT, seguito a breve distanza dall’identificazione della digital transformation come priorità numero uno di business. Non stupisce quindi che più del 60 per cento delle aziende abbiano assunto un responsabile per la strategia di digital transformation a livello di Line of Business e che abbiano creato un gruppo per l’innovazione. Non solo: più del 40 per cento delle aziende si serve di un provider esterno per aiutarle nella digital transformation. Tra le scelte tecnologiche più gettonate, spicca in particolare il cloud: secondo IDC, «entro il 2020 il 50 per cento della spesa IT sarà interamente basata sul cloud, e i cloud ibridi o multicloud costituiranno la regola», ha sottolineato Sergio Patano, spiegando anche che «la digital transformation impone sempre più di padroneggiare l’integrazione degli ambienti ibridi e multicloud, ma senza dover necessariamente sviluppare competenze specifiche, dovendo invece migliorare gli skill per la gestione di vendor e contratti». Anche perché entro il 2018, che è come dire nell’arco dei prossimi due anni, «l’85 per cento dei dipartimenti IT adotterà architetture multicloud, e il 55 per cento delle aziende sottoscriverà contratti multipli di servizi cloud», ha concluso Sergio Patano.


Videointervista a Stefano Sordi, Aruba
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“Cloud primordiale” addio

Lorenzo Giuntini, head of engineering di Aruba, ha invece affrontato la nuova strategia di servizio per le aziende, con un modello di IT ibrido che sfrutti tutta la potenza e la flessibilità del cloud e che al contempo possa convivere con le architetture fisiche dei clienti, rivendicando in particolare l’approccio di Aruba, che «non è di tipo ‘a scaffale’, ma prevede sempre un disegno a quattro mani con il cliente, scegliendo il prodotto di volta in volta più giusto e realizzando una vera soluzione tailor made». Del resto, ha proseguito Lorenzo Giuntini, «non siamo più nell’era del ‘cloud primordiale’, costituita soprattutto da Infrastructure-as-a-Service con computing e storage, e nella quale erano i clienti a doversi adattare ai fornitori, con molti sprechi e poca di quella flessibilità che era nelle premesse iniziali del cloud. Ma quando il cloud comincia a stare stretto, nasce il cloud ibrido». Un esempio delle possibilità offerte dalle soluzioni di cloud è venuta dall’esperienza di Readytec, società attiva da oltre 30 anni nella progettazione di soluzioni nelle aree e-business, software gestionale, hardware e sistemi, con un fatturato 2015 nell’ordine dei 23 milioni di euro. Marco Russo, sales director della società, ha sottolineato che «grazie all’infrastruttura cloud messaci a disposizione da Aruba, con superiori caratteristiche di performance, sicurezza, flessibilità e scalabilità, possiamo gestire in completa autonomia tutte le diverse esigenze dei nostri clienti».

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Il “.cloud”: un dominio per tutti, ideale per ogni sito web o mailbox https://www.datamanager.it/2015/12/cloud-un-dominio-tutti-ideale-sito-web-mailbox/ Tue, 15 Dec 2015 16:26:34 +0000 http://www.datamanager.it/?p=90598 A cura di Stefano Sordi, Direttore Marketing di Aruba Ormai è quasi un mese che le registrazioni di domini .cloud sono iniziate, per cui è tempo di tracciare un primissimo bilancio. Nonostante si sia ancora nella fase riservata ai possessori di marchi registrati (fino al 15 gennaio 2016), che stanno manifestando un grande interesse, è […]

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A cura di Stefano Sordi, Direttore Marketing di Aruba

Ormai è quasi un mese che le registrazioni di domini .cloud sono iniziate, per cui è tempo di tracciare un primissimo bilancio. Nonostante si sia ancora nella fase riservata ai possessori di marchi registrati (fino al 15 gennaio 2016), che stanno manifestando un grande interesse, è rilevante anche l’attenzione da parte di aziende e privati che desiderano il dominio per supportarte i progetti più disparati: se si tratta di marchi, si procede subito alla registrazione (aru.ba/dominiocloud), altrimenti si rimanda l’utente alle fasi successive.

La storia del .cloud è tutta italiana, siamo nel Giugno 2012 quando viene ufficialmente annunciato che Aruba è l’unica azienda europea a competere per l’assegnazione dell’estensione .cloud, insieme ad altri sei concorrenti tra cui Amazon, Google e Symantec. L’interesse per questa estensione, riposto sin da allora da aziende come Amazon e Google, è sintomatica dell’importanza che i servizi cloud iniziano ad avere.

Passano oltre tre anni, è il Novembre 2014 quando Aruba si aggiudica l’estensione, diventando Registro Ufficiale per la registrazione dei domini .cloud. Intanto, lo scenario web si è evoluto: non si tratta più esclusivamente di un’estensione ambita dagli attori del mercato desiderosi di affermare la propria cloud identity, ma da chiunque, in quanto il grande successo del cloud in tutte le sue accezioni ha di fatto reso l’estensione d’interesse generale. Il Cloud diventa sempre più un fenomeno di massa, non solo appannaggio delle aziende, ma anche dei consumatori privati, e il termine cloud diventa sinonimo di web, con un’accezione più innovativa e moderna.

Nel frattempo già nei primi mesi del 2015, attraverso le “wish list” degli utenti interessati che venivano create sui siti di Aruba – atte ad aggiornare sulla disponibilità effettiva del dominio – il .cloud fa percepire un netto incremento delle richieste ad esso associate. Si registrano domande da ogni tipologia di azienda, e la maggior parte dei richiedenti afferma di voler registrare il dominio per sviluppare un progetto online, diversamente da quanto spesso avviene con le nuove estensioni che, di fatto, vengono registrate solo per la protezione del proprio marchio. Tale dato dimostra quanto questo dominio sia vivo, in grado di ispirare e sostenere nuove iniziative proprio perché il cloud è un driver di crescita ed innovazione. Di sicuro un dato atteso, a differenza di quello legato all’interesse dei privati, che sono parte rilevante di quanti desiderano registrarlo.

E’ così che la storia del “.cloud” arriva al 16 novembre 2015, quando si apre la prima delle varie fasi di lancio previste, il Sunrise Period. Si tratta di una fase della durata di 60 giorni riservata solo a chi è in possesso di un marchio registrato e che, invece di assecondare la logica del first come – first served, in caso di richieste multiple, prevede che l’intestatario venga stabilito tramite un’asta.

A Gennaio 2016 si arriverà al Landrush Period che permetterà la registrazione del dominio in anticipo rispetto alla disponibilità generale. E’ aperto a chiunque, ma ad un prezzo premium, superiore al normale canone di registrazione. Questa è una fase molto importante in cui sarà possibile appropriarsi di domini di grande valore associati a termini generici, che poi si potranno usare per condurre delle operazione di comunicazione ad hoc e addirittura per creare nuovi brand. Infine, a Febbraio 2016 sarà il momento della General Availability, ossia il lancio pubblico al prezzo standard, in cui vigerà la regola del first come – first served e chiunque potrà registrare quanti e quali nomi a dominio desidera, senza limiti né restrizioni. Il fatto che non ci sarà bisogno di alcun pre-requisito, rappresenta un grande vantaggio del .cloud: il dominio sarà aperto a tutti, siano essi soggetti pubblici, aziende, professionisti o privati cittadini.

Scegliere il .cloud risulta quindi un’opportunità da cogliere per una cospicua serie di motivi: innanzitutto perché il cloud non è solo il futuro di Internet, ma fa già parte della nostra vita privata e professionale – siamo ormai tutti utenti di tecnologie che il cloud di fatto abilita, sia nel mondo mobile, sia nel web. Inoltre, è di per sé un mercato in forte crescita, si tratta infatti del principale trend tecnologico dell’ultimo decennio, e tale estensione è rappresentativa di tutte le soluzioni di cloud technology, oltre a rappresentare un vantaggio a livello di SEO e ad assicurare la massima visibilità in uno scenario competitivo come quello odierno. Queste considerazioni ci fanno capire come nel mondo, ma questa volta anche in Italia, sia ormai acquisita l’idea che per competere, un’azienda debba focalizzarsi solo sul proprio core business ed usare la tecnologia, offerta oggi in modalità cloud, solo quando serve, e, allo stesso tempo, sia possibile smettere di usarla o ridurne il consumo quando il bisogno viene meno, con facilità e rapidità, anche in una logica di sostenibilità dei consumi e dei costi: questo è, in tutta la sua semplicità, il “cloud”.

Con il cloud che diventa sinonimo di Internet, il target si amplia e comprende tutto e tutti, chi desideri semplicemente lanciare un progetto nuovo e innovativo, chi desideri fare evolvere il proprio business facendo leva sui concetti propri del cloud, chi semplicemente miri a dare un’immagine nuova e più moderna al proprio sito web, usando un personale dominio .cloud come leva.

Ovviamente nel mondo dell’IT avere il proprio dominio .cloud è un must e una vasta gamma di attori si è già mossa per non perdere l’opportunità. C’è chi sceglie il .cloud per il proprio business perché sta valutando di crescere in questo settore, dai provider SaaS, PaaS e IaaS e rivenditori IT, a sviluppatori e webmaster, dai system integrator ai fornitori di hardware, dalle web agency ai blogger e a chi fa e-commerce. Il cloud ormai è ovunque e la sua estensione interessa qualunque business line che si basa su questa tecnologia.

Il mondo delle startup si è già accorto delle potenzialità del settore, ci sono infatti dei “Pioneer” che hanno iniziato a sperimentare le opportunità legate al .cloud: tra di essi trovano posto sia realtà innovative che già note ai più, nomi come AsWeSend, SeeJay e Cloudesire, e importanti realtà straniere quali ePages e Ubuntu.

L’Italia sta investendo tanto nel cloud: nel corso dell’ultimo anno, la spesa cloud delle PMI italiane è cresciuta del 75% con un mercato complessivo che in Italia vale circa 1,5 miliardi di euro. Il cloud ha avuto la capacità di trasformare modelli e far evolvere le aziende «tradizionali» verso il mondo digitale, il .cloud adesso ha il compito di far emergere quelle realtà e aiutarle a trasformarsi così da essere protagoniste di questo grande cambiamento.

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Ecco come l’SMS marketing può aiutare il proprio business https://www.datamanager.it/2015/07/ecco-come-lsms-marketing-puo-aiutare-il-proprio-business/ Fri, 10 Jul 2015 13:09:52 +0000 http://www.datamanager.it/?p=80525 A cura di Stefano Sordi, Direttore Marketing di Aruba Ogni giorno circa 15 milioni di italiani si collegano ad internet da mobile e in Italia il 97% delle persone di età superiore ai 16 anni possiede un telefono cellulare. Il cellulare, strumento indispensabile per la vita di ogni giorno, è l’unico mezzo di comunicazione che […]

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A cura di Stefano Sordi, Direttore Marketing di Aruba
Ogni giorno circa 15 milioni di italiani si collegano ad internet da mobile e in Italia il 97% delle persone di età superiore ai 16 anni possiede un telefono cellulare. Il cellulare, strumento indispensabile per la vita di ogni giorno, è l’unico mezzo di comunicazione che viene portato e consultato ovunque ed è l’interfaccia primaria di interazione con il consumatore, secondo soltanto alla televisione. Dati recenti affermano che gli Italiani guardano il telefonino fino a 50 volte al giorno, prestando generalmente attenzione a tutte le comunicazioni ricevute. Tali numeri mostrano in modo chiaro quale canale di interazione preferenziale possa rappresentare quello degli SMS per un’azienda che stia cercando di creare un rapporto di interazione e/o fidelizzazione con il proprio cliente.

Le attività di SMS marketing sono oramai diventate indispensabili per la crescita della propria realtà aziendale e, sebbene gli SMS nelle conversazioni tra privati abbiano subito una battuta d’arresto, per il business costituiscono uno strumento di comunicazione oggi più che mai estremamente efficace.

Ecco le 5 principali motivazioni per cui il proprio business non dovrebbe fare a meno di tale pratica.

Veicolare un elevato numero di informazioni: È il caso di negozi e centri commerciali che necessitano di mettersi in contatto con i propri clienti nei più svariati settori per comunicare, ad esempio, vendite speciali, saldi in anticipo, promozioni, l’apertura di un nuovo store o l’invito ad una inaugurazione. Grazie agli sms è possibile raggiungere il proprio cliente in tempo reale, con la possibilità di localizzare il proprio invio ad una determinata area geografica grazie ai dati di geolocalizzazione. È altrettanto importante, però, inviare messaggi a utenti che abbiano un effettivo interesse per non rendere vano lo scambio.

Dimostrarsi vicini al cliente ed attenti alle singole esigenze: Le aziende possono inviare ai propri clienti codici di acquisto, conferme o informazioni di servizio come l’avvenuta spedizione di un articolo o il cambiamento del gate del volo acquistato. Un’agenzia di viaggi, ad esempio, può ricordare ai clienti di ritirare i documenti, consigliare offerte last minute, rendere note delle mete in promozione o comunicare le modifiche di un volo e cambiamenti dell’ultimo minuto.

Velocizzare i processi: Da questo punto di vista l’SMS risulta una soluzione più efficace delle mail poiché garantisce una consultazione immediata e la possibilità di raggiungere gli utenti in tempo reale. Esempio calzante in tal senso è quello degli studi medici che possono usare gli sms per ricordare visite, appuntamenti e vaccinazioni, consigliare checkup di controllo e informare che i referti medici  sono pronti. Si tratta di informazioni che renderebbero sicuramente più rapida ed efficace la comunicazione con i pazienti, che spesso sono costretti a lunghe file o attese telefoniche.

Conoscere meglio la propria utenza: Comprendere il proprio target di riferimento è essenziale per il successo del proprio business. Grazie agli sms è possibile invitare i destinatari a compilare sondaggi o semplici questionari in cambio di contenuti esclusivi, coupon ed altri vantaggi. In tal modo è possibile ottenere preziose informazioni che aiuteranno l’azienda ad indirizzare in modo puntuale ogni comunicazione futura.

Fidelizzare il cliente: Storicamente l’SMS rappresenta un contatto più informale rispetto a una mail o a una lettera, per tale motivo tende a creare un rapporto preferenziale tra mittente e destinatario. Grazie alla versatilità che li contraddistingue, gli SMS possono essere utilizzati ad esempio per ringraziare gli utenti di aver usufruito di un particolare servizio, rafforzando il legame tra azienda e cliente.  È importante cercare di personalizzare il più possibile l’invio degli SMS per accrescere la vicinanza con l’utente, ad esempio si può inserire il nome del cliente nel testo del messaggio o fare menzione di sconti ideati appositamente per lui.

Il servizio di invio SMS è una realtà, divenuta ormai fondamentale, che permette di contattare i clienti in maniera rapida e diretta, aumentando le possibilità di lettura del proprio messaggio e stabilendo una comunicazione mirata. In Italia solo il 26% delle aziende sfrutta l’SMS marketing con regolarità, per quanto un importante 25% preveda di iniziare ad utilizzarlo nel corso dei prossimi mesi[4]. Ciò significa che è il momento giusto per approcciarsi a questo canale privilegiato, approfittando del fatto che ad oggi nel nostro paese il numero delle aziende che ha concretamente compreso l’efficacia di questo tipo di comunicazione è relativamente basso seppur in crescita. Ed in un Paese colmo di canali saturi non è cosa da poco.

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Crescere, fuori dalla comfort zone https://www.datamanager.it/2015/06/crescere-fuori-dalla-comfort-zone/ Wed, 03 Jun 2015 13:55:11 +0000 http://www.datamanager.it/?p=75772 Un incontro di IDC dedicato alla problematica del legacy come freno all’innovazione spiega, attraverso il dialogo tra fornitori e un gruppo di aziende già digitali, che è possibile cogliere i vantaggi della “terza piattaforma” seguendo un percorso graduale e facendo leva sugli open standard Una giornata dedicata alla trasformazione digitale delle aziende e in particolare al […]

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Un incontro di IDC dedicato alla problematica del legacy come freno all’innovazione spiega, attraverso il dialogo tra fornitori e un gruppo di aziende già digitali, che è possibile cogliere i vantaggi della “terza piattaforma” seguendo un percorso graduale e facendo leva sugli open standard

Una giornata dedicata alla trasformazione digitale delle aziende e in particolare al problema che molti CIO interpretano come un nodo gordiano, un vincolo se non insormontabile, difficile da sciogliere. Al Centro svizzero di Milano, IDC ha riunito fornitori tecnologici e aziende utenti per discutere di Legacy Transformation e innovazione. L’intervento introduttivo spetta a Sergio Patano, che cerca di analizzare lo status quo per individuare subito i tanti motivi per cui è urgente trasformare. «Legacy è dove siamo adesso – ha affermato l’esperto – l’orizzonte dell’azienda digitale è molto semplicemente là dove non possiamo non andare». Patano ha utilizzato due metafore apparentemente contraddittorie per definire l’infrastruttura IT e l’insieme delle applicazioni e dei servizi implementati come una stratificazione successiva di investimenti, codici, scelte tecnologiche. «Un groviglio che però è diventata anche la nostra comfort zone, un’informatica forse disordinata, ma sicura. Peccato che così com’è questa informatica è anche impermeabile all’innovazione, a una nuova cultura».

Videointervista a Fabio Della Lena, Principal Solutions Designer – WW Platform Technologies Team di Infor

 

 


Videointervista a Fabio Della Lena, Infor
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Come uscire da questa comfort zone per inseguire il più stimolante orizzonte di una tecnologia, il cloud computing, dove il peso del ferro, del prezioso hardware in cui avevamo faticosamente investito, diventa tanto leggero? «Il punto di svolta è arrivato con la crisi, con la forte contrazione degli investimenti in infrastruttura. Quest’anno per la prima volta questa riduzione si è stabilizzata, ma è ancora troppo forte la proporzione tra ciò che spendiamo per mantenerci nella comfort zone o, viceversa, per innovare: l’80% della spesa va in legacy». L’analisi dello spending professionale degli ultimi anni dimostra, ribadisce Patano, che le aziende cercano di invertire i trend del passato privilegiando i progetti inseriti nel nuovo contesto della cosiddetta terza piattaforma e i suoi quattro pilastri tecnologici e applicativi: cloud computing, mobilità, social enterprise, big data. «Solo per supportare la mobilità dei dipendenti e della clientela – spiega per esempio Patano – si investe molto. Negli ultimi tre anni questo mercato è raddoppiato». Uscire dalla mentalità della legacy, dalla confortevole sicurezza del passato, oggi continua a essere un freno molto forte, un gradino che impedisce alle aziende «di mettere piede sulla terza piattaforma, di mettersi in condizione di sfruttare tecnologie come la stampa 3D, la robotica avanzata, le interfacce innovative».

Videointervista a Luisella Firrincieli, IBM Systems – Middleware Sales Manager di IBM

 

 


Videointervista a Luisella Firrincieli, IBM
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Anche qui Patano trova sostegno nei rilevamenti di IDC, che attraverso un suo sondaggio ha determinato come più di un terzo delle aziende italiane dichiara di basare sul cloud computing le proprie strategie di lancio di nuovi prodotti. IDC individua inoltre un importante fattore trasversale, un tessuto connettivo che pervade le tecnologie della terza piattaforma in tutti i suoi pilastri. «Il futuro è sicuramente open, in tutte le accezioni del concetto, open standard nei linguaggi, i protocolli, le interfacce, open data, fino a modelli come Openstack che impattano il mondo dello storage, del cloud e delle Internet delle cose». Una strategia di innovazione open ha moltissimi vantaggi, ha poi specificato Patano, in termini di miglior qualità, maggiore spinta all’innovazione sostenuta dalle community di sviluppo, riduzione o azzeramento dei costi delle licenze, libertà da fattori frenanti come il vendor lock-in, i rapporti di collaborazione “forzosa” con i fornitori.

Videointervista ad Andrea Cardillo, Direttore della Divisione Cloud & Enterprise di Microsoft

 

 


Videointervista ad Andrea Cardillo, Microsoft
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Come hanno dimostrato, nel corso della mattinata, i colloqui che il collega di Patano, Fabio Rizzotto, ha condotto con i rappresentanti di IBM, Microsoft, Oracle, Infor e Aruba, è proprio grazie all’apertura del modello ibrido di cloud computer che l’azienda può stabilire un percorso di uscita dal groviglio del legacy, magari partendo dall’identificazione delle applicazioni e degli interi processi che possono più rapidamente migrare verso strategie di sourcing tecnologico anche totalmente virtualizzate. Il vero requisito, ha però precisato Patano alla fine della sua introduzione, è concepire il percorso di migrazione verso le nuove modalità non come un semplice passaggio tecnologico, un “upgrade” come poteva avvenire in passato.

Videointervista a Stefano Sordi, Direttore Marketing di Aruba

 

 


Videointervista a Stefano Sordi, Aruba
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«Innovare è inutile se adotto strumenti che mi consentono di lavorare in modo radicalmente diverso ma poi continuo a tenere in piedi i vecchi processi – ha avvertito il senior consulting manager di IDC». Quanto a come gestire la trasformazione, ha concluso Patano, sarebbe scorretto strutturare la migrazione verso la terza piattaforma come un cammino rigidamente pianificato, di lungo termine. «Pensatelo sempre a sua volta come un processo continuo, “on going”, fatto di frequenti valutazioni, aggiustamenti, come un ciclo che si ripete continuamente».

Videointervista a Giuseppe Camarda, Sr. Director EMEA Practice Lead Data Center Optimization di Oracle IT Strategy & Insight

 

 


Videointervista a Giuseppe Camarda, Oracle
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L'articolo Crescere, fuori dalla comfort zone proviene da Data Manager Online.

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