Vanson Bourne – Data Manager Online https://www.datamanager.it Il portale dell'ICT professionale Wed, 10 Oct 2018 08:48:58 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=5.8.13 https://www.datamanager.it/wp-content/uploads/2020/04/dmo-favicon3.png Vanson Bourne – Data Manager Online https://www.datamanager.it 32 32 In Italia 11,4 miliardi di euro di danni per la perdita di dati https://www.datamanager.it/2014/12/in-italia-114-mld-euro-danni-per-perdita-dati/ Wed, 03 Dec 2014 16:06:15 +0000 http://www.datamanager.it/?p=66176 In un anno la perdita di dati e le interruzioni operative dei sistemi informatici sono costati alle aziende italiane oltre 14 miliardi di dollari In un contesto di perdurante crisi economica, le aziende italiane hanno visto evaporare 9 miliardi di dollari a causa della perdita dei propri dati sensibili negli ultimi 12 mesi. Una cifra che sale […]

L'articolo In Italia 11,4 miliardi di euro di danni per la perdita di dati proviene da Data Manager Online.

]]>
In un anno la perdita di dati e le interruzioni operative dei sistemi informatici sono costati alle aziende italiane oltre 14 miliardi di dollari

In un contesto di perdurante crisi economica, le aziende italiane hanno visto evaporare 9 miliardi di dollari a causa della perdita dei propri dati sensibili negli ultimi 12 mesi. Una cifra che sale a 14,1 miliardi di dollari (11,4 miliardi di euro) se si sommano le perdite derivanti dalle interruzioni operative dei sistemi informatici. A livello mondiale, la cifra derivante dal verificarsi di questi due fattori critici sale a 1,7 trilioni di dollari, l’equivalente di quasi il 50% del PIL tedesco, con perdite di dati aumentate del 400% rispetto al 2012.

Questi i risultati emersi dalla ricerca EMC Global Data Protection Index, condotta da Vanson Bourne, che ha intervistato 3.300 decision maker IT di medie e grandi aziende di 24 Paesi.

Solo il 10% delle aziende italiani protegge adeguatamente i dati

In Italia appena il 10% delle aziende può dirsi al passo coi tempi in materia di misure volte alla protezione dei propri dati sensibili. Questa cifra diventa 13% su base globale. Tutto questo, in uno scenario nazionale in cui l’80% delle aziende intervistate ha registrato – negli ultimi 12 mesi – un blocco inaspettato nei propri sistemi informatici o una perdita di dati sensibili, che hanno portato per il 38% a una perdita della produttività, per il 22% a un decremento del fatturato e per il 36% al ritardo nello sviluppo di un prodotto.

C’è, inoltre, poca fiducia nella capacità delle aziende italiane di ovviare al problema, se è vero che il 79% dei professionisti IT non nutre piena fiducia nella capacità della propria impresa di recuperare le informazioni a seguito di un incidente di questo tipo.

[blockquote style=”4″]”In un contesto in cui la crisi economica continua a erodere alle aziende italiane risorse importanti da investire in innovazione, l’enorme impatto monetario delle interruzioni non pianificate e delle perdite di dati, calcolato in 14,1 miliardi di dollari, rappresenta un pesante fardello in una prospettiva di ritorno alla crescita”, ha dichiarato Marco Fanizzi, AD e Direttore Generale di EMC Italia.[/blockquote]

Il trend mondiale sulla perdita dei dati

A livello mondiale, le tendenze in atto nelle aziende come Big Data, mobile e cloud stanno creando nuove sfide in termini di protezione dei dati. Il 51% delle aziende, infatti, non possiede un piano di disaster recovery per nessuno di questi ambienti e solo il 6% ha definito piani per tutti e tre. Il 62% ha classificato Big Data, mobile e cloud ibridi come ambienti “difficili” da proteggere e, con il 30% di tutti i dati principali residenti in una qualche forma di cloud storage, questo potrebbe condurre a perdite sostanziali.

Nello scacchiere mondiale, la Cina vanta il maggior numero di aziende all’avanguardia in termini di protezione dei dati (30%), mentre in coda si trovano gli Emirati Arabi Uniti (0%). Le aziende molto grandi con oltre 5.000 dipendenti hanno il doppio di possibilità (24%) di trovarsi in una categoria d’avanguardia rispetto alle realtà più piccole con 250-449 dipendenti (12%). Le aziende statunitensi e olandesi sono quelle con i punteggi più elevati al di fuori di Asia-Pacifico e Giappone (20% e 21% rispettivamente).

L'articolo In Italia 11,4 miliardi di euro di danni per la perdita di dati proviene da Data Manager Online.

]]>
Lavoro in mobilità: CIO lenti rispetto alle esigenze degli utenti https://www.datamanager.it/2014/11/in-mobilita-cio-lenti-alle-esigenze-degli-utenti/ Tue, 11 Nov 2014 15:11:12 +0000 http://www.datamanager.it/?p=64747 VMware annuncia i risultati di una ricerca secondo cui nelle aziende italiane ci vogliono 4 settimane perché l’IT fornisca ai dipendenti gli strumenti necessari per lavorare in mobilità. La media nell’area EMEA è di 3 settimane. 4 settimane è anche il tempo necessario per dotare i consulenti esterni all’azienda dei tool di cui hanno bisogno, un […]

L'articolo Lavoro in mobilità: CIO lenti rispetto alle esigenze degli utenti proviene da Data Manager Online.

]]>
VMware annuncia i risultati di una ricerca secondo cui nelle aziende italiane ci vogliono 4 settimane perché l’IT fornisca ai dipendenti gli strumenti necessari per lavorare in mobilità. La media nell’area EMEA è di 3 settimane. 4 settimane è anche il tempo necessario per dotare i consulenti esterni all’azienda dei tool di cui hanno bisogno, un dato che può compromettere il contributo delle persone all’interno di un’organizzazione

La ricerca, condotta da Vanson Bourne e commissionata da VMware, esamina le implicazioni di questo ritardo all’interno delle aziende, sia sul dipartimento IT che sui dipendenti. Solo il 15% delle divisioni IT, per esempio, crede di avere le capacità di gestione per supportare le esigenze dello staff, mentre il 32% non può controllare l’accesso alle informazioni aziendali dai dispositivi mobili dei dipendenti.

La ricerca analizza inoltre la responsabilità sia dell’IT che dei dipendenti sulle policy per la mobility. Emerge che i Dipartimenti IT in Italia non hanno una posizione ufficiale: il 64% crede sia loro responsabilità restringere l’accesso dei dipendenti agli strumenti mobile e alle applicazioni fuori dall’orario di lavoro, il 55% si sente sotto pressione per doverlo fare, il valore più alto in EMEA, mentre il 68% dichiara che ora è diventato necessario farlo, rispetto alla media EMEA del 57%.

I dipendenti italiani sono invece più risoluti sulla questione: il 52% non è d’accordo con le restrizioni all’accesso ad app e strumenti imposte dal proprio datore di lavoro. L’82% dichiara di non avere accesso completo alle applicazioni, ai dati e agli strumenti di cui ha bisogno per lavorare in maniera efficace, mentre il 25% eluderebbe l’IT per ottenere gli strumenti necessari per il proprio lavoro.

“Quattro settimane per equipaggiare lo staff con gli strumenti di cui hanno bisogno non è più un tempo sostenibile per aziende che mirano a operare nell’era del mobile cloud,” ha commentato Brian Gammage, Chief Market Technologist, VMware. “Ogni ritardo nel mettere i dipendenti nelle condizioni di lavorare alla velocità necessaria può avere un impatto sulla competitività delle aziende. È fondamentale consentire alle persone di lavorare in modo efficiente, da qualunque luogo, in qualunque momento, riducendo al massimo i rischi per la sicurezza.”

“L’espressione ‘libertà all’interno dei confini’ è la più appropriata per descrivere l’esplosione di dispositivi mobili e di applicazioni e l’impatto che questa ha sulle aspettative degli utenti e delle aziende,” continua Gammage. “Le aziende non possono permettere che ci sia confusione su chi è il responsabile di applicazioni e strumenti mobile. La sfida per l’IT è che il controllo dell’accesso alle informazioni sia centralizzato per garantire la sicurezza dei dati e per non vedere compromesse le best practice.”

“La buona notizia è che la tecnologia oggi è pronta per questo: le soluzioni VMware per l’enterprise mobility aiutano aziende come TUI ed Hertz a mettere i dipendenti in condizione di lavorare bene, fornendo accesso sicuro e immediato alle risorse di cui hanno bisogno. Per trasformare questo potenziale in realtà, sempre più aziende avranno bisogno di scegliere le nostre soluzioni.”

Altri dati significativi:

  • I Dipartimenti IT chiedono che vengano adottate policy di sicurezza per controllare l’accesso (secondo il 69% questa è la sfida più importante), dichiarando che il Ritorno sugli Investimenti (per il 64%) e una mancanza di fiducia dei dipendenti (per il 65%) sono le sfide che devono affrontare quando dotano lo staff degli strumenti mobili necessari.
  • Solo il 12% dei dipendenti dichiara che le policy della propria azienda per l’uso del cloud o dei dispositivi mobili sono completamente chiare, a dimostrazione che serve lavorare ancora sulla cultura aziendale.

 

L'articolo Lavoro in mobilità: CIO lenti rispetto alle esigenze degli utenti proviene da Data Manager Online.

]]>
CIO, broker di servizi per il business https://www.datamanager.it/2014/09/cio-broker-servizi-per-business/ Thu, 04 Sep 2014 11:38:09 +0000 http://www.datamanager.it/?p=60143 Sette tendenze che spiegano come cambia il ruolo dell’IT, secondo lo studio di CA Technologies, non sempre a vantaggio dei responsabili e delle funzioni operative CA Technologies fornisce soluzioni per la gestione dell’IT in grado di aiutare i clienti a gestire e proteggere i loro complessi ambienti IT a supporto di servizi informatici più flessibili per […]

L'articolo CIO, broker di servizi per il business proviene da Data Manager Online.

]]>
Sette tendenze che spiegano come cambia il ruolo dell’IT, secondo lo studio di CA Technologies, non sempre a vantaggio dei responsabili e delle funzioni operative

CA Technologies fornisce soluzioni per la gestione dell’IT in grado di aiutare i clienti a gestire e proteggere i loro complessi ambienti IT a supporto di servizi informatici più flessibili per il business. Le imprese si avvalgono del software e delle soluzioni SaaS di CA Technologies per accelerare l’innovazione, trasformare l’infrastruttura e proteggere dati e identità in tutti gli ambienti, dal data center al cloud. La ricerca “TechInsights Report: The changing role of IT and what to do about it”, commissionata da CA Technologies e condotta da Vanson Bourne, descrive alcune trasformazioni radicali intervenute nel ruolo dell’IT aziendale in Italia, cambiamenti che non sempre vanno a favore dei responsabili e delle funzioni dell’IT.

L’indagine è stata condotta su un campione di mille e 300 responsabili IT in organizzazioni attive nei settori di servizi finanziari, sanità, industria manifatturiera, PA e telecomunicazioni in dieci paesi europei (Regno Unito, Francia, Germania, Italia, Svizzera, Paesi Bassi, Portogallo, Scandinavia, Spagna e Israele) e altre dodici aree geografiche nel mondo e in aziende dal fatturato pari o superiore a 100 milioni di dollari.

Secondo i risultati dell’indagine, in Italia il ruolo principale dell’IT aziendale si spoglierà di competenze prettamente tecniche per assumere un profilo più strategico. Lo studio rivela per esempio che il ruolo di addetto alla sicurezza dei dati nevralgici si ridurrà dal 56% al 40% nel giro di tre anni. Durante il medesimo periodo, il bisogno di promuovere nuove iniziative aziendali salirà invece dall’attuale 3% al 12%. Sempre in Italia, il ruolo tecnico di supporto tecnologico ai dipendenti passerà dall’attuale 48% al 44% fra tre anni, mentre il ruolo di partner strategico e consulente del business si amplierà dall’attuale 15% al 29% nel giro di tre anni. Lo studio mette in evidenza sette tendenze che potrebbero decidere il futuro dell’IT nelle organizzazioni italiane.

MISURARE IL VALORE DELL’IT-Questa prima tendenza è anche la più preoccupante: se l’IT non riesce a dimostrare concretamente il valore apportato dal proprio contributo, rischia di non avere la credibilità necessaria per proporsi come consulente o come intermediario nei confronti del business. Lo studio ha rivelato che solamente il 34% delle aziende italiane misura effettivamente i vantaggi derivanti dagli investimenti informatici (dato mondiale: 39%), circa il 27% rende il business partecipe delle principali metriche prestazionali (dato mondiale: 31%), mentre il 35% elabora dei modelli atti a mostrare in che modo eventuali variazioni negli investimenti IT si ripercuoterebbero sul business (dato mondiale: 27%).

IL BUSINESS È L’IT, L’IT È IL BUSINESS -I manager italiani hanno sempre più dimestichezza con la tecnologia, tanto che il 29% della spesa IT è ormai registrata al di fuori dei reparti IT. Si stima che questa percentuale possa raggiungere il 39% nel giro di tre anni, rimanendo lievemente al di sotto della media mondiale del 44%.

IL CIO TENDE A RIPORTARE DIRETTAMENTE AL CEO – A testimonianza della valenza strategica acquisita dalla tecnologia per il business, ora sono più numerosi i CIO italiani che riportano direttamente al CEO. In Italia, il 55% dei CIO è ai riporti diretti del CEO (dato EMEA: 65%; dato mondiale: 71%) rispetto al 36% nel 2011 (dato mondiale: 36%).

AUMENTA LA SPESA PER I NUOVI SERVIZI DI BUSINESS – La spesa IT delle imprese italiane interessa sempre di meno il semplice mantenimento dell’operatività ordinaria per concentrarsi invece su nuove iniziative di business. In Italia, la spesa per nuovi prodotti e servizi dovrebbe passare dal 43% (dato EMEA: 47%; dato mondiale: 49%) al 53% del budget IT totale nei prossimi tre anni, rispetto a un dato EMEA e un dato mondiale del 59%.

L’IT COME CONSULENTE/BROKER – Il 51% circa delle organizzazioni italiane vede ora il reparto IT come broker di servizi o consulente per le linee funzionali, anziché come fornitore esclusivo di servizi IT. Il dato italiano è il più alto in Europa (dato EMEA: 43%), contrapponendosi a una media mondiale del 39%.

MANCANZA DI UNA VISIONE UNICA – Fra le organizzazioni italiane è diffusa la consapevolezza che sono in atto un certo numero di cambiamenti, ma pochi hanno idea della direzione che prenderanno. Ad esempio, il 41% dei soggetti italiani intervistati è convinto che alcune funzioni passeranno sotto altri reparti, ma che la funzione IT rimarrà un reparto specializzato a sé stante (dato EMEA: 34%; dato mondiale: 34%), mentre il 35% ritiene che le funzioni IT rimarranno immutate rispetto a oggi (dato EMEA: 27%; dato mondiale: 28%). Contemporaneamente, il 13% delle organizzazioni italiane ritiene che la maggior parte delle funzioni IT diventerà di competenza di altri reparti, ma che l’IT rimarrà un dipartimento a sé stante.

MENO TECNICI PIÙ STRATEGHI? – Si riducono i ruoli prettamente tecnici, mentre crescono quelli legati alla strategia IT a supporto del business. L’ultima tendenza registrata nella ricerca commissionata da CA, riguarda ancora il ruolo delle figure IT. Secondo la maggior parte degli intervistati italiani, l’IT sarà sempre meno impegnato a sviluppare competenze prettamente tecniche per assumere un profilo più strategico.

Sulla fotografia scattata dall’indagine, abbiamo sentito Fabrizio Tittarelli, CTO di CA Technologies Italia,al quale abbiamo girato alcune domande.

Data Manager: Qual è lo scenario IT che emerge dal Rapporto?

Fabrizio Tittarelli: I responsabili IT hanno un’opportunità unica per diventare i partner di fiducia dei loro colleghi del business. Si parla da molto tempo di chief innovation officer e di digital officer, bene, ora tutto ciò si sta realizzando nella pratica grazie allo sviluppo del cloud, della mobilty, dei big data e dell’economia delle apps, che stanno rivoluzionando l’IT. È uno scenario dinamico in cui cambia il modo di fruire e accedere ai servizi, già un paio di anni fa un utente aveva sul suo smartphone circa 44 apps, oggi siamo a livelli ben superiori e ciò è un’opportunità incredibile perché si possono fruire servizi in mobilità. Nell’odierna Application Economy, il software e la tecnologia stanno scardinando i modelli d’impresa, creando realtà ex novo e trasformando interi settori. I clienti italiani esigono applicazioni nuove e una diversa user experience, mentre i dipendenti hanno bisogno di nuovi strumenti per svolgere il loro lavoro in modo produttivo. Il frutto di queste dinamiche è un cambiamento epocale che sta investendo il modo in cui siamo abituati a vedere, acquistare, utilizzare e gestire la tecnologia. I reparti IT delle realtà italiane devono evolversi, cessando di essere semplici fornitori per proporsi come veri e propri consulenti, broker e intermediari per il business, in modo da evitare di rimanere tagliati fuori dall’attuale economia fondata sul software e sulla tecnologia.

Si parla da molto tempo di allineamento dell’IT con il business. Siamo davvero alla svolta?

Assolutamente sì, il rapporto evidenzia però che il budget IT si sta spostando sempre di più dalla manutenzione di servizi esistenti verso la creazione di nuovi servizi, siamo quasi al 50%. I CIO devono necessariamente operare questo cambio mentale perché la spesa IT sta uscendo dalla loro sfera di controllo diretto a vantaggio delle linee di business (in Italia conta circa il 25%, a livello mondo circa il 30%), ciò significa che la consumerizzazione ormai è una realtà da cui non si può più prescindere. Se l’IT non diventa un consulente riguardo la spesa al di fuori del suo controllo, se non diventa un broker di servizi, automaticamente l’IT perde rilevanza in azienda. Il CIO deve utilizzare la sua competenza per acquisire sul mercato i servizi necessari allo sviluppo del business.

Qual è la situazione in Italia?

Per alcune cose siamo avanti e per altre un po’ più indietro, ma il trend è buono e stiamo recuperando posizioni. Per esempio, siamo primi in Europa nella concezione di un IT come broker di servizi, quindi direi che l’acume dei nostri CIO è buono perché ha capito che deve attivarsi per diventare un vero consulente del business aziendale e non più solo un service provider.

Questo approccio deve essere seguito anche dalle PMI?

Certo, in quanto spesso non hanno la capacità finanziaria per creare nuovi servizi da zero e ampliare la loro offerta commerciale, mentre con il modello cloud si può contare sulla disponibilità di servizi già pronti che possono essere customizzati sulle necessità della singola azienda. Ciò non richiede grandi investimenti iniziali, ma solo il pagamento di fee mensili. Ciò offre una grande dinamicità.

Quali sono i costi connessi a questo cambiamento?

Tutto ha un costo. Ma un CIO capace di agire come broker e consulente aiuta tutte le aziende a orientarsi nella scelta dei servizi.

 

FABRIZIO TITTARELLI STORY

Laureato in Ingegneria Elettronica con indirizzo informatico all’Università degli Studi “La Sapienza” di Roma, attualmente è CTO per CA Technologies Italia. Tittarelli ha ricoperto posizioni dirigenziali presso CA fin dal 1999. Ha operato come sales manager and technical director, potendo contare su un’esperienza quasi ventennale nel campo dello sviluppo strategico del business, sales, pre-sales e servizi professionali. Ha gestito con successo molti progetti IT e molteplici iniziative nel settore IT.

L'articolo CIO, broker di servizi per il business proviene da Data Manager Online.

]]>
Cybersecurity, riparte la corsa delle aziende USA https://www.datamanager.it/rivista/cybersecurity-riparte-la-corsa-delle-aziende-usa-54546.html Wed, 19 Mar 2014 09:18:27 +0000 http://dmo4.datamanager.it/2014/03/cybersecurity-riparte-la-corsa-delle-aziende-usa/ Manager europei in ritardo su formazione e investimenti. Lo rivela l’idagine di BT/Vanson Bourne che mette a confronto i comportamenti dei business leader di sette paesi sulle minacce alla sicurezza informatica La frattura tra Europa e Stati Uniti si allarga al settore della sicurezza informatica. E scava un solco profondo tra le due sponde dell’Atlantico. […]

L'articolo Cybersecurity, riparte la corsa delle aziende USA proviene da Data Manager Online.

]]>
Manager europei in ritardo su formazione e investimenti. Lo rivela l’idagine di BT/Vanson Bourne che mette a confronto i comportamenti dei business leader di sette paesi sulle minacce alla sicurezza informatica

Mark Hughes CEO di BT SecurityLa frattura tra Europa e Stati Uniti si allarga al settore della sicurezza informatica. E scava un solco profondo tra le due sponde dell’Atlantico. Secondo una ricerca commissionata da BT e condotta dalla società di consulenza Vanson Bourne in sette paesi (USA, Brasile, Honk Kong, Singapore, UK, Germania, Francia) solo per meno di un terzo dei decisori interpellati (business leader) la sicurezza IT è in cima alle priorità organizzative, con punte del 52% in Brasile, 41% negli USA e valori decisamente più bassi in Germania (19%) e UK (17%). Altrettanto interessante il dato relativo alla percezione del livello di coinvolgimento del management in tema di sicurezza da parte dei responsabili IT (ITDM). Dallo studio emerge che il 58% degli interpellati ritiene sottostimata l’importanza della sicurezza da parte dei decisori; qui la punta massima si registra negli USA (74%); seguono Hong Kong (68%), Brasile (50%) e il dato segna un crollo verticale in Germania (32%). Allo stesso tempo, meno di un quarto (23%) ritiene che al di fuori della funzione IT la sicurezza sia adeguatamente compresa e solo il 18% valuta positivamente i progetti IT sviluppati dall’organizzazione di appartenenza in termini di attenzione alle esigenze di sicurezza logica. La ricerca evidenzia inoltre un sostanziale squilibrio nell’attribuzione delle responsabilità tra le funzioni aziendali, assegnate nella maggioranza dei casi a CIO e manager IT ai quali è altresì demandata un’estrema versatilità di ruoli in caso di perdite di dati e downtime.

 

Differenze di approccio

Le differenze di approccio al problema tra Europa e Usa emergono anche dall’individuazione delle maggiori fonti di pericolo. Nel complesso, le minacce interne non intenzionali rappresentano il pericolo più temuto da parte dei rispondenti; più in dettaglio, a fronte di una media del 65% dei responsabili IT che individua all’interno del proprio perimetro aziendale le minacce più pericolose, il dato sale all’85% per i rispondenti USA e cala al 56% in Europa. Seguono le minacce interne intenzionali (79% negli USA contro il 53%), l’attivismo digitale (77% / 48%), la criminalità organizzata (75% / 38%) e la pirateria informatica (70% / 31%). La maggioranza si trova invece d’accordo nell’escludere la minaccia terroristica quale fattore di rischio probabile per i prossimi dodici mesi. Alla luce di queste rilevazioni, lo studio BT/Vanson Bourne restituisce un’istantanea del dinamico panorama della sicurezza che solleva non poche perplessità circa l’arretratezza di paesi importanti come Francia, Germania e Regno Unito rispetto alla controparte statunitense sia in termini di minore sensibilità al problema sia di preparazione. Indicativo in tal senso è il dato relativo alla capacità di calcolo del ROI, con meno di 6 aziende europee su 10 in grado di valutarne l’impatto sugli investimenti a fronte del 90% delle aziende USA. Anche la formazione sulla sicurezza è cenerentola tra le voci d’investimento in Europa con meno del 50% tra i dirigenti che dichiara di aver partecipato a corsi di formazione contro l’86% dei pari grado USA. Un gap che non può non avere delle conseguenze, come rilevato da Mark Hughes, CEO di BT Security. «In seguito all’enorme diffusione di dispositivi di proprietà dei dipendenti, del cloud computing e delle extranet, i rischi di utilizzo improprio e di attacchi si sono moltiplicati, esponendo le aziende a una miriade di minacce interne ed esterne, intenzionali e accidentali. L’impegno profuso dalle aziende statunitensi in quest’ambito è lodevole. I rischi cui sono esposte le aziende aumentano troppo in fretta e un approccio alla sicurezza reattivo non è più sufficiente. Oltretutto è importante capire che la questione non riguarda soltanto l’IT».

Le ragioni di questo ritardo – però – sono molteplici e non è azzardato ipotizzare che lo stillicidio di rivelazioni sui programmi di spionaggio dei mesi scorsi, abbia acuito la sensazione di inefficacia di un approccio meramente reattivo alle problematiche di sicurezza, richiamando la necessità da parte di CEO ed executive a investire di più in tecnologia e formazione.

L'articolo Cybersecurity, riparte la corsa delle aziende USA proviene da Data Manager Online.

]]>
I CIO alzano le stime del debito IT rispetto a diciotto mesi fa https://www.datamanager.it/news/i-cio-alzano-le-stime-del-debito-it-rispetto-diciotto-mesi-fa-54476.html Tue, 11 Mar 2014 11:39:44 +0000 http://dmo4.datamanager.it/2014/03/i-cio-alzano-le-stime-del-debito-it-rispetto-a-diciotto-mesi-fa/ Il 51% dei CIO ammette inoltre il rischio dei sistemi aziendali in termini di compliance e risk management. Lo rivela una nuova ricerca mondiale Vanson Bourne

L'articolo I CIO alzano le stime del debito IT rispetto a diciotto mesi fa proviene da Data Manager Online.

]]>
Il 51% dei CIO ammette inoltre il rischio dei sistemi aziendali in termini di compliance e risk management. Lo rivela una nuova ricerca mondiale Vanson Bourne

Aggiornare le applicazioni mainframe obsolete costerebbe in media 11 milioni di dollari, ovvero quasi un terzo in più rispetto alle stime di maggio 2012, quando il dato era pari a 8,5 milioni di euro. Lo hanno dichiarato 590 CIO e responsabili IT di nove paesi nel mondo, durante una ricerca commissionata da Micro Focus a Vanson Bourne. Gli intervistati hanno inoltre confermato che il debito IT può solo aumentare in futuro, prevedibilmente del 9% nei prossimi cinque anni.

L’enigma modernizzazione

Secondo gli intervistati le aziende continueranno ad affidarsi alle applicazioni mainframe per altri 10 anni e un terzo di loro ritiene che il periodo sarà anche più lungo. Tuttavia, nonostante la longevità delle applicazioni mainframe e il livello crescente di debito IT, la maggioranza di loro (81%) non riesce a giustificare l’investimento per la manutenzione delle applicazioni; di conseguenza, il 51% dei CIO ammette di esporre l’azienda a problemi di risk management e compliance.

Commentando i risultati della ricerca, Giuseppe Gigante, Regional Marketing Manager di Micro Focus, ha dichiarato: “Le applicazioni mainframe sono spesso la linfa vitale dell’organizzazione, tuttavia il debito IT è in aumento. Questo scenario è anche determinato dall’atteggiamento dei non addetti IT, per i quali innovare significa solo adottare una nuova tecnologia, anziché migliorare le applicazioni già esistenti. La sfida è proprio quella di trovare modalità intelligenti in grado di innovare, tutelando ed evolvendo allo stesso tempo i sistemi”.

Il divario nelle competenze IT peggiora la situazione

Sei responsabili IT su sette confermano la difficoltà nel reclutare personale competente in ambito applicativo mainframe e circa il 14% dello staff attualmente responsabile della manutenzione di queste applicazioni andrà in pensione entro i prossimi cinque anni. Una percentuale che alza di tre punti le stime di Maggio 2012, dove l’impatto dei pensionamenti era valutato nell’ordine dell’11%.

Oltre la metà dei CIO evidenzia come questa situazione sia problematica, se consideriamo che le nuove legislazioni e regolamentazioni richiedono costanti adeguamenti delle applicazioni e le competenze necessarie presto non saranno più reperibili. A peggiorare questa situazione, per il 73% dei CIO le informazioni disponibili in azienda in materia di applicazioni mainframe sono assolutamente insufficienti.

I CIO lanciano la sfida al mondo accademico

Sebbene quasi un terzo degli intervistati non si senta supportato dalle Istituzioni nel ridurre il divario delle competenze IT, il 78% dei CIO attribuisce questa responsabilità al mondo accademico e ritiene che la scuola potrebbe fare di più. Un compatto 83% di responsabili IT ritiene sia fondamentale che gli studenti imparino linguaggi di programmazione mainframe come COBOL e PL/I e oltre nove intervistati su dieci pensano che questi linguaggi debbano rientrare nel curriculum di base, o nelle competenze aggiuntive; in realtà, solo il 27% delle università di tutto il mondo inserisce il COBOL tra le materie principali o elettive del curriculum.

Ulteriori risultati

· In media, il 33% delle applicazioni mainframe delle aziende è accessibile da dispositivo mobile e, nel giro di due anni, questa percentuale raggiungerà il 39%

· Il 58% delle aziende ha utenti che devono accedere alle applicazioni mainframe da web browser mobile, il 49% con Android e il 36% da iPad/iPhone apps

· Per oltre i tre quarti degli intervistati sviluppare applicazioni mainframe per device mobili è difficile e l’84% afferma che il mainframe rappresenta un ostacolo per lo sviluppo di applicazioni mobili

· Mediamente, il 35% delle attuali applicazioni mainframe sono accessibili tramite cloud. Questo dato è destinato ad arrivare al 42% nei prossimi due anni. Per il 75% dei CIO sarà difficile riuscire a sviluppare applicazioni mainframe adatte al cloud.

“Le applicazioni mainframe hanno rappresentato per decenni un valore incomparabile per le aziende” prosegue Gigante “garantendo continuità e solidità a sistemi che rappresentano le fondamenta delle strategie IT. Micro Focus ha aiutato centinaia di clienti a modernizzare il cuore dei loro sistemi informativi, permettendo di arginare il debito IT con la flessibilità necessaria a rispondere adeguatamente alle nuove esigenze del mercato”.

L'articolo I CIO alzano le stime del debito IT rispetto a diciotto mesi fa proviene da Data Manager Online.

]]>
Logistica e cloud computing Nuove frontiere https://www.datamanager.it/rivista/logistica-e-cloud-computing-nuove-frontiere-49574.html Fri, 13 Sep 2013 13:20:06 +0000 http://dmo4.datamanager.it/2013/09/logistica-e-cloud-computing-nuove-frontiere/ Informatizzazione e supply chain: un binomio vincente che ha portato molti vantaggi nel corso degli anni, ma la costante spinta all’efficienza sta trovando nuova linfa nei paradigmi di cloud computing di Luca de Piano   La ricerca di nuove efficienze ha da sempre coinvolto l’area della supply chain e della logistica, in cui i recuperi […]

L'articolo Logistica e cloud computing Nuove frontiere proviene da Data Manager Online.

]]>
Informatizzazione e supply chain: un binomio vincente che ha portato molti vantaggi nel corso degli anni, ma la costante spinta all’efficienza sta trovando nuova linfa nei paradigmi di cloud computing

di Luca de Piano

 

Logistica e cloud computing Nuove frontiereLa ricerca di nuove efficienze ha da sempre coinvolto l’area della supply chain e della logistica, in cui i recuperi di flessibilità sono stati anche spettacolari, grazie all’utilizzo di varie piattaforme ad hoc, che hanno fatto la fortuna di molti vendor specializzati. Come è noto, negli ultimi tempi, lo scenario di mercato è notevolmente mutato: la crescente globalizzazione e le persistenti difficoltà economiche pongono le aziende di fronte alla necessità di dotarsi di strumenti sempre più sofisticati in grado di apportare livelli sempre nuovi di efficienza e flessibilità. La questione cruciale è individuare modalità che possano mettere le aziende in una condizione di maggiore competitività. Il cloud computing consente di individuare possibili sinergie, anche oltre i confini, in particolare nell’ecosistema delle piccole e medie imprese, con l’obiettivo di definire nuovi modelli in una dimensione cooperativa internazionale.

Per fortuna, non mancano esempi virtuosi di modalità operative di tipo cloud applicate alla logistica e alla supply chain, soprattutto nell’ambito del controllo e della pianificazione. Non solo. Vi sono alcuni progetti pilota che guardano soprattutto al mondo delle piccole e medie imprese (PMI), come il progetto europeo Logical, che sta per “transnational LOGistics Improvement through Cloud computing and innovAtive cooperative business modeLs” (www.project-logical.eu). Finanziato con quasi tre milioni di euro – e volto a progettare, sviluppare e implementare strumenti di cloud computing nella logistica per le imprese, in particolare quelle di piccola e media dimensione, nell’ambito dell’accessibilità e dei trasporti – il progetto vede per l’Italia la partecipazione della Provincia di Bologna e dell’Interporto sempre di Bologna, assieme a 13 partner provenienti da sei diversi paesi, soprattutto dell’Europa centrale. Il progetto, iniziato nel 2011 e di durata prevista fino al 2014, si pone diversi obiettivi: delineare specifiche e dettagliate soluzioni ICT per migliorare l’interoperabilità e la cooperazione fra piccole imprese, grandi centri logistici e gli attori globali del settore; realizzare la versione beta di uno strumento innovativo di cloud computing; di attivare sperimentazioni pilota; elaborare modelli di contratti di servizio; definire i programmi per l’integrazione inter-modale e il collegamento tra i nodi logistici coinvolti; e infine lanciare sul mercato il programma LOGICAL Cloud, consistente in una piattaforma virtuale che ha lo scopo di facilitare la collaborazione fra le aziende di trasporto, per esempio, sotto forma di raggruppamento di merci.

 

Vantaggi potenziali

I vantaggi potenziali del cloud applicato alla logistica sono numerosi, come ha evidenziato bene Walter Garizio, manager di Sideup Reply (www.sideupreply.eu). «Il cloud computing è alla base del processo di innovazione in quanto attiva una serie di benefici, che si concretizzano in termini economici e in termini di continuità del servizio, ma soprattutto in termini di business, garantendo collaborazione e portabilità. La logistica non è più solo efficienza di magazzino, ma è sempre più caratterizzata da mobilità, flessibilità, collaborazione e controllo lungo tutta la catena. I sistemi informativi, in questo scenario, devono essere sempre più efficaci e al servizio del business nella riprogettazione dei processi, aumentando il controllo e riducendo i tempi di reazione. Il cloud computing costituisce la tecnologia abilitante di questo processo di cambiamento».

Luisa Ferrari, responsabile presales Sage ERP X3 di Gruppo Formula (www.formula.it), avverte che sebbene di cloud computing si parli molto e – spesso in termini entusiastici – bisognerebbe considerare i benefici che le aziende possono avere in concreto. «Per quanto riguarda logistica e supply chain – spiega Luisa Ferrari – soprattutto in uno scenario, dove la collaborazione internazionale è sempre più diffusa, andare verso il private cloud consentirà nuove dinamiche aziendali e nuovi modelli di business che guideranno il sistema di offerta. Realtà aziendali con sedi all’estero troveranno naturale avere strumenti real-time a supporto per rendere più omogenei, compliant e integrati i loro modelli di business, togliendo molte sovrapposizioni, ridondanze e inefficienze». In questo senso, le sperimentazioni in atto col progetto europeo (LOGICAL) rappresentano un passo nella giusta direzione. Inoltre, secondo Luisa Ferrari, la trasformazione più sfidante riguarderà i processi dell’intera supply chain, che si riconfigura non solo per ridurre ridondanze e costi operativi, ma per diventare più snella, omogenea e dinamica. «Lo scenario cui pensare – dice Luisa Ferrari – è quello di modelli innovativi. Pensiamo già oggi come le opportunità di e-procurement e di e-business possono permettere di accedere a nuovi network e a nuovi business con benefici soprattutto per le piccole e medie imprese. I temi della condivisione delle informazioni si legano a nuovi strumenti di visibilità, comunicazione e collaborazione real-time. Da non dimenticare, anche le opportunità di unire le risorse cloud e i sistemi esistenti. In Italia, purtroppo vi è una carenza infrastrutturale ancora da colmare, ma qualche progresso interessante inizia a vedersi».

 

Ottimismo e rischi da non sottovalutare

L’ottimismo verso il cloud non deve – però – tradursi in una sorta di anarchia, quella che vede numerose aziende sviluppare progetti cloud all’insaputa del reparto IT dell’azienda stessa. Il fenomeno, più diffuso di quanto si pensi, è stato evidenziato da ultimo in una ricerca europea condotta nella primavera 2013 da Vanson Bourne per conto di VMware (www.vmware.it). Sono state intervistate tremila figure aziendali di business e mille e 500 persone dell’IT. A livello europeo, il 45% degli uomini di business ha ammesso di aver adottato soluzioni cloud senza aver informato l’IT. Questa percentuale è salita al 66% per l’Italia. Come dire che due aziende italiane su tre – tra quelle interpellate – hanno adottato soluzioni cloud all’insaputa dell’IT. Infatti, il 37% dei responsabili IT europei e il 43% di quelli italiani sospettano l’uso di servizi cloud per così dire non “autorizzati”. Ma c’è un risvolto positivo: il 72% a livello europeo e il 78% a livello nazionale ritengono che tali servizi apportino benefici in azienda.

 

Investimenti ridotti

Francesco Stolfo, partner e direttore commerciale di ToolsGroup (www.toolsgroup.it), riporta l’attenzione sul tema dell’ottimizzazione logistica, che è sempre in primo piano in un mercato alla ricerca della massima competitività sui costi. «Rispetto al passato – afferma Stolfo – è ormai maturata l’idea che occorra avvalersi di partner qualificati e di tecnologie sempre più mirate. In quest’ottica – oltre alla terziarizzazione dei trasporti e delle attività di warehousing – si punta anche a terziarizzare le attività di controllo e pianificazione, che un tempo erano risorse interne perché considerate di tipo core. E il cloud computing è la tecnologia ideale per fornire servizi ad alto valore proprio nel campo del controllo e della pianificazione». Per fare alcuni esempi – spiega Stolfo – «i servizi forniti in modalità cloud consentono di ridurre gli investimenti di infrastruttura hardware e software, di avviamento di nuovi sistemi, di licensing di nuovi strumenti e di formazione di personale specializzato». Non solo. «Per quello che riguarda l’uso di strumenti di ottimizzazione in cloud – che vanno a operare modificando decisioni in merito a quanto acquistare, stoccare e distribuire – occorre, prima di tutto, una completa fiducia nei confronti dell’operatore che fornisce i servizi. ToolsGroup sta offrendo servizi cloud per la pianificazione di prodotti commercializzati attraverso il canale modern trade, calcolando per conto dei produttori le quantità da distribuire day-by-day, con vantaggi evidenti in termini di performance» – conclude Stolfo.

 

Soluzioni verticali

Giorgio Bonaccorso, responsabile BU Outsourcing di GCI (www.gci.it), evidenzia invece la possibilità data dal cloud di fornire soluzioni verticali estremamente potenti per specifiche aree di attività, ma senza gli importanti investimenti finanziari che sino a poco tempo fa erano indispensabili per accedere a soluzioni enterprise. «General Computer, nell’ambito della logistica e della supply chain – dichiara Bonaccorso – si pone verso i propri clienti nella veste di cloud integrator, supportandoli nell’integrazione delle soluzioni applicative all’interno della propria nuvola, privata o ibrida, al fine di massimizzare i vantaggi e consentire la focalizzazione sul proprio core business». Tra le categorie di aziende in grado di trarre maggiori vantaggi dall’utilizzo del cloud anche nella logistica, Bonaccorso fa notare che in questi ultimi mesi si è affermato sempre più il modello di distribuzione ibrido che consente al cliente di accedere on demand a maggiori risorse anche per brevi periodi e con costi legati al reale utilizzo del servizio. «Questo approccio – spiega Bonaccorso – si sposa benissimo con le esigenze del mercato attuale che vede la necessità di mantenere bassi costi di esercizio senza pregiudicare la possibilità di cogliere opportunità. In questo modo, le piccole e medie aziende si trovano in condizione di poter accedere, in tempo reale, a potenzialità che sarebbero impensabili senza ricorrere al cloud».

 

Le best practice

Luisa Ferrari di Formula introduce il tema delle best practice, spiegando come adottare la filosofia del cloud computing per risolvere questioni di policy, sicurezza e controllo e per rendere più omogenei, compliant e integrati i processi tra le aziende di filiera o le company di un gruppo. L’adozione di questa filosofia – fa notare Luisa Ferrari – «potrà aiutare a far crescere le PMI per adeguarsi a una maggior digitalizzazione delle informazioni e a lavorare attraverso un network più efficiente. L’ambito di service integrati legati alla logistica saranno quelli che per primi otterranno dei benefici».

Sulla stessa linea, anche Manfred Dorfmann, business unit manager di Microsoft Dynamics AX presso Würth Phoenix (www.wuerth-phoenix.com). «Prendere una decisione in questo ambito – spiega Dorfmann – comporta l’analisi di diversi aspetti quali – per esempio – la valutazione delle funzionalità disponibili, la possibilità di integrazione con altri sistemi, il possibile limite per l’offerta cloud, la conoscenza del fornitore e delle sue regole di gestione del servizio cloud in termini di sicurezza dei dati, aggiornamenti e continuità del business – e non ultima – la visione strategica dell’azienda in termini di crescita e di investimento IT». Il caso di un’azienda appartenente a un gruppo internazionale che ha valutato una soluzione cloud – per poi scegliere con Microsoft Dynamics AX l’offerta on-premise – è Stahlgruber Italia, gruppo tedesco tra i maggiori fornitori di accessori auto e pezzi di ricambio a livello europeo. «Gli aspetti che hanno determinato la scelta on-premise – spiega Dorfmann – sono stati le funzionalità limitate del cloud, l’integrazione con altri sistemi e il valore fornito da Würth Phoenix Trade+ come soluzione verticale per i processi logistici». Ma i vantaggi del cloud – prosegue Dorfmann – «possono riguardare in generale tutte quelle aziende di dimensioni relativamente contenute, che molto spesso non possiedono personale IT specializzato in loco e con un’infrastruttura informatica dalla complessità moderata e che possono affidare a fornitori competenti la gestione della sicurezza dati e della gestione IT, focalizzandosi sull’utilizzo dei servizi IT senza doversi preoccupare di mantenere i sistemi informatici all’interno della propria organizzazione».

 

Identikit finale

Walter Garizio di Sideup Reply schematizza il tipo di azienda che può raccogliere i maggiori benefici dal cloud. «I requisiti fondamentali sono due» – dice Garizio. «Il primo è di tipo strategico, in base al quale i servizi IT devono essere allineati alle esigenze di business. Il secondo è di tipo umano: i decisori devono avere una spiccata predisposizione a valutare un’alternativa in grado di rompere gli schemi attuali attraverso un modello le cui fondamenta sono consolidate ma ancora affette da qualche freno». A proposito del cloud, il 15% delle aziende (fonte Nextvalue 2013) in ambito supply chain management, dichiara di non averlo ancora preso in considerazione. «Il cloud – avverte Garizio – non deve essere visto come una panacea e se non viene gestito correttamente – attraverso un progetto che valuti esigenze, attori, processi a 360 gradi – rischia di non produrre risultati». Non a caso, la proposta Sideup Reply prevede un progetto di attivazione sia in termini di processo sia in termini di integrazione con altri sistemi interni già presenti. «Declinando i vantaggi del cloud all’interno della supply chain execution e usando come fonte i nostri clienti – dice Garizio – uno dei maggiori benefici è la totale assenza di attività sistemistica da dedicare all’applicazione e all’infrastruttura specifica, consentendo massima focalizzazione sulle esigenze business, che portano il massimo valore all’azienda. Inoltre, è apprezzata l’estrema flessibilità, garantita dalla possibilità di variare l’utilizzo in funzione delle diverse esigenze – per esempio – quelle legate alle stagionalità». Insomma, avere la “testa fra le nuvole” vuol dire anche avere visibilità e controllo su tutta la catena logistica distributiva.

 

Devi leggere un bar code? Scegli le soluzioni Datalogic

L’acquisizione automatica dei dati tramite la lettura dei codice a barre è il modo più sicuro ed economico per aumentare l’efficienza nelle operazioni di tracciabilità e rintracciabilità dei prodotti durante tutta la supply chain. Da oltre 40 anni, Datalogic (www.datalogic.com) lavora con le più importanti aziende del settore dei trasporti e logistica, garantendo il rapido ritorno degli investimenti e un’efficace razionalizzazione dei costi aziendali. Datalogic offre una gamma completa di soluzioni appositamente studiate per soddisfare le esigenze tipiche del mercato T&L. La tecnologia di lettura bar code imaging all’avanguardia è una delle caratteristiche distintive dei prodotti Datalogic: dagli scanner industriali ai mobile computer, fino ai terminali veicolari. La suite di software disponibili permette la facile integrazione con le applicazioni ERP/WMS più diffuse – tra cui Oracle, SAP, Baan, JD Edwards, Navision, Siebel, MFG-Pro, BPCS e PeopleSoft. Infine, la nuova tecnologia di comunicazione WWAN UMTS/HSPA+ presente sui PDA Datalogic di ultima generazione garantisce alle aziende che hanno una soluzione cloud una trasmissione dei dati veloce e sicura. Requisito importante e necessario per ottimizzare le operazioni all’interno di un magazzino.

L'articolo Logistica e cloud computing Nuove frontiere proviene da Data Manager Online.

]]>
La tecnologia avanzata accessibile ai dipendenti migliora il business https://www.datamanager.it/news/la-tecnologia-avanzata-accessibile-ai-dipendenti-migliora-il-business-47413.html Wed, 29 May 2013 11:56:10 +0000 http://dmo4.datamanager.it/2013/05/la-tecnologia-avanzata-accessibile-ai-dipendenti-migliora-il-business/ Prevista una crescita di oltre il 35% in termini di utile e fatturato per le aziende a più rapida crescita che mettono a disposizione dei dipendenti le migliori tecnologie al mondo

L'articolo La tecnologia avanzata accessibile ai dipendenti migliora il business proviene da Data Manager Online.

]]>
Prevista una crescita di oltre il 35% in termini di utile e fatturato per le aziende a più rapida crescita che mettono a disposizione dei dipendenti le migliori tecnologie al mondo

Blue Coat Systems presenta i risultati di un nuovo sondaggio condotto a livello globale dal quale emerge che quando i dipendenti possono scegliere in modo sicuro e rapido le migliori tecnologie offerte dal mercato, le aziende sono in grado di creare, comunicare, collaborare, innovare, eseguire, competere e vincere.

Secondo il sondaggio su oltre 1900 aziende e leader IT in tutto il mondo, redatto da Economist Intelligence Unit e condotto da Vanson Bourne, l’84 percento degli intervistati sostiene che fornire più libertà di scelta tra gli strumenti tecnologici esistenti ai dipendenti migliora l’efficienza aziendale. I responsabili aziendali e IT delle imprese a più rapida crescita al mondo sono anche convinti che consentire ai dipendenti di scegliere le tecnologie utilizzate può aumentare il fatturato e gli utili di oltre il 35 percento.

Dirigenti aziendali e utenti finali stanno gradualmente migrando dalla scelta di tecnologie prettamente controllate dai reparti IT a soluzioni alla portata di tutti, per privilegiare il libero utilizzo di quanto di meglio offerto dal mercato in termini di tecnologia, dispositivi, applicazioni e servizi IT. Garantire le giuste tecnologie e al contempo potenziare il proprio business richiede un nuovo approccio alla sicurezza, che non rappresenta più unicamente ciò che il reparto IT previene, ma anche ciò che essa rende possibile.

“L’approccio alla sicurezza è tradizionalmente basato sulla paura, di ciò che non si conosce, della nuova tecnologia, della perdita di controllo, e questa paura ha portato a una rigidità che ostacola la crescita del business,” ha dichiarato Greg Clark, CEO di Blue Coat Systems. “Per potenziare l’azienda è necessario cambiare il modello di sicurezza dando ai dipendenti la possibilità di utilizzare individualmente e nel miglior modo possibile quelle tecnologie che consentono loro di raggiungere i migliori risultati nell’attività che svolgono.”

Le aziende stanno cercando di sfruttare la potenza offerta dalla tecnologia per fornire nuovi prodotti e servizi, migliorare l’esperienza del cliente e aumentare il vantaggio competitivo, ma i tradizionali metodi di sicurezza sono troppo rigidi e antiquati per stare al passo con l’adozione di strumenti innovativi. Secondo il sondaggio, il 52 percento dei leader aziendali è convinto che le policy IT rallentino la capacità di innovazione mentre il 53 percento ritiene che a risentirne sia il servizio al cliente.

Le aziende a più rapida crescita al mondo sanno come raggiungere maggiore redditività, efficienza e innovazione sfruttando al massimo l’utilizzo della tecnologia. A livello mondiale, il 68 percento di queste aziende ha incrementato la redditività utilizzando le nuove tecnologie rispetto a solo il 39 percento delle aziende a crescita più lenta. Allo stesso modo, il 66 percento delle aziende più produttive al mondo utilizza la tecnologia per supportare i propri dipendenti rispetto a solo il 48 percento delle aziende a crescita più lenta.

“E’ necessario che i CIO siano protagonisti del business e possano allineare l’IT alle iniziative aziendali strategiche,” ha dichiarato Phil Hochmuth, Program Manager per la sicurezza presso IDC. “Quando la collaborazione fra IT e leader aziendali è efficace, l’organizzazione è in grado di innovare e fornire nuovi prodotti e servizi, ridurre i costi attraverso una migliore efficienza e infine favorire la crescita del fatturato.”

I CIO si rendono conto della necessità di adottare i cambiamenti tecnologici necessari per raggiungere gli obiettivi strategici dell’azienda, ma non dispongono delle infrastrutture o dei metodi per garantire ai dipendenti l’utilizzo sicuro di queste nuove tecnologie. A livello globale, il 76 percento dei leader IT considera la sicurezza il più grosso ostacolo alla possibilità per i dipendenti di scegliere liberamente la migliore tecnologia al mondo.

L'articolo La tecnologia avanzata accessibile ai dipendenti migliora il business proviene da Data Manager Online.

]]>
Una ricerca sul cloud computing svela il lato “ribelle” degli italiani https://www.datamanager.it/news/una-ricerca-sul-cloud-computing-svela-il-lato-ribelle-degli-italiani-46914.html Wed, 15 May 2013 10:10:44 +0000 http://dmo4.datamanager.it/2013/05/una-ricerca-sul-cloud-computing-svela-il-lato-ribelle-degli-italiani/ Secondo l'indagine VMware presentata ieri al VMware Forum, il 66% degli utenti in azienda è propenso a utilizzare servizi cloud senza autorizzazione dell'IT

L'articolo Una ricerca sul cloud computing svela il lato “ribelle” degli italiani proviene da Data Manager Online.

]]>

VMware annuncia i risultati di una ricerca che svela che due terzi (66%) dei dipendenti italiani userebbero o acquisterebbero servizi e prodotti cloud senza un’autorizzazione ufficiale da parte dell’IT e che metà di loro (49%) lo ha già fatto. L’Italia ha la percentuale più alta in Europa, dove invece il 45% userebbe servizi cloud “clandestini” e il 36% li usa già.

La ricerca, condotta da Vanson Bourne e commissionata da VMware, dimostra inoltre che il 37% dei Responsabili IT in Europa sospetta che le persone all’interno dell’azienda abbiano acquistato servizi cloud senza autorizzazione. In Italia la percentuale raggiunge il 43%. Tuttavia, la ricerca VMware indica che questo trend non è percepito come negativo, anzi molte aziende riconoscono che questa spesa – una media di 1,6 milioni di euro per ogni organizzazione in Europa nel 2012 – può portare benefici al business.

Utilizzare cloud non autorizzato è un vantaggio

La maggior parte dei decision maker (72% in Europa, 78% in Italia) che sospetta che in azienda si faccia uso di cloud non autorizzato pensa che questo sia vantaggioso: circa uno su due in Europa (51%) e il 43% in Italia hanno dichiarato che aiuta il business a rispondere più rapidamente alle richieste dei clienti e circa un terzo (31% in Europa, 24% in Italia) che consente all’azienda di migliorare la crescita e lo sviluppo. Tuttavia, in Italia, il 54% degli intervistati pensa che il cloud nascosto incrementi le minacce alla sicurezza, creando un conflitto fra la domanda crescente di flessibilità da parte dell’IT e la necessità di mantenere il controllo e ridurre il carico di gestione.

“La ricerca parla di una spesa sbalorditiva in azienda per il cloud non autorizzato, ma non necessariamente si tratta di denaro sprecato. I dipendenti dichiarano di aggirare spesso il reparto IT per acquistare servizi cloud e lavorare in maniera più efficiente per il bene dell’azienda,” ha commentato Alberto Bullani, Regional Manager VMware, Italia. “L’IT ha raggiunto un punto critico in cui ignorare la realtà della spesa per il cloud non autorizzato non è più possibile. I responsabili IT devono fare i conti con questa realtà, fornendo la flessibilità che lo staff richiede e, al tempo stesso, gestendola in modo sicuro.”

La spesa per il cloud

Quasi un terzo (23%) dei dipendenti in Europa ha scaricato e pagato per prodotti cloud e ha dichiarato di aver speso circa 2.270€. Il 14% ha sborsato più di 5.000€ ciascuno nel 2012. L’Italia, la Germania e i Paesi Bassi sono stati i più spendaccioni: il 22% degli italiani ha speso più di 5.000€, seguito dal 19% degli olandesi e il 17% dei tedeschi. In Italia, i responsabili IT hanno stimato che l’equivalente del 20% del budget IT è stato speso in servizi e prodotti cloud non autorizzati nel 2012, più di 2 milioni di euro, la cifra più alta in Europa.

Perchè e come utilizzare cloud non autorizzato

La ricerca ha evidenziato perché e come i dipendenti italiani scavalcano il protocollo IT. Le motivazioni degli intervistati vanno dal mantenere la competitività lanciando una nuova offerta di prodotti e servizi (18%) al trovare modi di lavorare più efficienti e veloci (30%). Molti (69%) pagano questa spesa per il cloud nascosto con il budget della Divisione (25%), la imputano come una spesa (49%) o pagano con carta di credito aziendale (36%).

La ricerca rivela che i responsabili IT italiani stavano già pianificando di implementare quei servizi o applicazioni cloud in ogni caso (31%). Sembrerebbe quindi esserci una possibilità per un allineamento fra le business unit e il dipartimento IT, dando ascolto alle richieste dei dipendenti per dar forma alla futura strategia IT.

“Sebbene siano in molti nelle aziende europee a riconoscere i benefici del cloud nascosto, è necessario darsi da fare,” ha continuato Bullani. “Circa la metà dei responsabili IT in Europa chiede un maggior dialogo con i dipartimenti coinvolti. E’ bello vedere i dipendenti prendere l’iniziativa per guidare la crescita e l’innovazione, ma questo ha un prezzo. Un approccio proattivo dell’IT con appropriati livelli di gestione, sicurezza e visibilità può assicurare che il cloud nascosto diventi un fattore competitivo e non diventi una minaccia per il business.”

I responsabili IT ritengono che le aree che più di tutte scelgono di utilizzare cloud non autorizzati sono:

1. Marketing/Pubblicità/Comunicazione (43% in Europa, 31% in Italia)

2. Vendite (33% in Europa, 20% in Italia)

3. Ricerca e Sviluppo (31% in Europa, 43% in Italia)

4. Finance (23% in Europa, 22% in Italia)

I cinque prodotti e servizi più utilizzati in azienda (pagati o gratis) senza autorizzazione dell’IT sono:

1. Servizi di condivisione di dati e file (55% in Europa, 60% in Italia)

2. Servizi Email Cloud (47% in Europa, 46% in Italia)

3. Instant messaging (44% in Europa, 53% in Italia)

4. Video conferencing (37% in Europa, 42% in Italia)

5. Social network professionali (22% in Europa, 23% in Italia)

L'articolo Una ricerca sul cloud computing svela il lato “ribelle” degli italiani proviene da Data Manager Online.

]]>
Aziende e mobile: il 50% dei CIO si sente impreparato https://www.datamanager.it/news/aziende-e-mobile-il-50-dei-cio-si-sente-impreparato-46824.html Tue, 14 May 2013 10:45:11 +0000 http://dmo4.datamanager.it/2013/05/aziende-e-mobile-il-50-dei-cio-si-sente-impreparato/ Le preoccupazioni dei CIO fotografate in una nuova ricerca Micro Focus. Lo studio, condotto a livello mondiale, rivela che un terzo dei responsabili IT ritiene il proprio team di sviluppo mobile “lento, superato e di medio livello”

L'articolo Aziende e mobile: il 50% dei CIO si sente impreparato proviene da Data Manager Online.

]]>
Le preoccupazioni dei CIO fotografate in una nuova ricerca Micro Focus. Lo studio, condotto a livello mondiale, rivela che un terzo dei responsabili IT ritiene il proprio team di sviluppo mobile “lento, superato e di medio livello”

Lo sviluppo di una nuova applicazione mobile per un dispositivo esistente richiede in media cinque mesi, contro i due mesi che intercorrono – mediamente – per il rilascio di aggiornamenti del dispositivo stesso da parte del produttore. Questo crea un continuo disallineamento tra il lavoro degli sviluppatori e quello dei produttori di dispositivi.

E’ quanto emerge da una ricerca indipendente mondiale condotta da Vanson Bourne e commissionata da Borland, una società di Micro Focus, intervistando 590 CIO e responsabili IT, in nove paesi nel mondo.

La maggioranza degli intervistati (il 79%) ha dichiarato che i team di sviluppo di applicazioni mobile rappresentano ancora un mix di risorse interne ed esterne, ed un terzo degli intervistati li ha descritti come “lenti, superati e di medio livello” – dimostrando in questo modo una netta mancanza di fiducia nelle loro capacità di sviluppare aggiornamenti utili al business.

Considerando che i CIO e gli IT manager prevedono un incremento del 50% di applicazioni mobile nei prossimi tre anni (dal 31% nel 2013 al 46% nel 2016), i team di sviluppo rappresentano un elemento fortemente critico.

La presenza di un mainframe complica ulteriormente le cose

La capacità di sviluppare tempestivamente nuove applicazioni mobile diventa ancora più cruciale quando entra in gioco la gestione di un mainframe aziendale:

· Secondo il 78% dei CIO, la presenza di un mainframe rende più difficile lo sviluppo e l’implementazione di applicazioni mobile in grado di lavorare con i sistemi già esistenti

· Una fetta enorme degli intervistati – l’86% – afferma che i vendor e gli sviluppatori di applicazioni mobile sono più reticenti a lavorare con aziende che posseggono un mainframe, a conferma della reale necessità di congiungere il mondo del mainframe a quello del mobile

La concorrenza tra Sistemi Operativi

– I CIO hanno fatto una scelta chiara, scegliendo Android come sistema operativo per le applicazioni mobile; il 78% delle aziende ad oggi sviluppa le proprie applicazioni mobile proprio con questo sistema.

– Apple iOS è il secondo sistema operativo – utilizzato dal 65% degli sviluppatori – mentre Windows Phone arriva in terza posizione, con il 52%

– E’ prevedibile che Android mantenga la pole position nei prossimi due anni – con il 77% – mentre iOS e Windows Phone accorceranno le distanze, rispettivamente con il 71% e 65%

– Blackberry OS viene relegato dai CIO al quarto posto (36%) con una misera previsione di crescita dell’1% nei prossimi due anni.

– Symbian è il sistema operativo palesemente perdente in questa gara, scelto solo dal 7% dei responsabili IT

Altre informazioni dalla ricerca:

Le aziende utilizzano applicazioni mobile per migliorare la loro efficienza, oltre che per conservare i clienti già acquisiti. In ordine di priorità, i CIO desiderano supportare, con le applicazioni mobile, l’efficienza operativa, l’ottimizzazione dei costi e la customer retention

Lo sviluppo di applicazioni mobile per mini-tablet è destinato al raddoppio, e oltre. Attualmente solo il 23% delle aziende sviluppa applicazioni mobile per i mini-tablet ma i CIO stimano una crescita fino al 48% nei prossimi due anni

I team di sviluppo dedicati al mobile lavorano spesso in outsourcing e sono in gran parte obsoleti. ll 37% dei CIO sviluppa il 25-50% delle applicazioni mobile in outsourcing. Una percentuale sconcertante di CIO – il 51% – nel Regno Unito descrive il proprio team di sviluppo come “lento, superato e di medio livello”

Valentino Magri, Solution Consulting Team Leader di Micro Focus Italia, ha dichiarato: “Le applicazioni mobile hanno un ruolo fondamentale nella strategia delle aziende moderne, sempre più sotto pressione dal lancio incalzante di nuovi prodotti per i consumatori finali. E’ quindi indispensabile rilasciare applicazioni di qualità sempre maggiore, ad un ritmo molto più rapido che in passato. E’ necessario operare un cambio di prospettiva, quando si parla di qualità, performance e sviluppo in ambito mobile. La nostra gamma di prodotti Silk supporta gli sviluppatori e i tester di applicazioni mobile per aiutarli a tenere il passo con le nuove release di prodotto, permettendo loro di generare più rapidamente il software indispensabile ad assecondare le accelerazioni delle tecnologie mobile”.

L'articolo Aziende e mobile: il 50% dei CIO si sente impreparato proviene da Data Manager Online.

]]>
Lo storage nell’era del cloud https://www.datamanager.it/rivista/lo-storage-nell-era-del-cloud-45848.html Mon, 22 Apr 2013 08:41:36 +0000 http://dmo4.datamanager.it/2013/04/lo-storage-nellera-del-cloud/ Dopo i vantaggi apportati da virtualizzazione e consolidamento, anche per lo storage, la rivoluzione della “nuvola” è ormai un dato di fatto, con l’emergere prepotente del nuovo paradigma del cloud storage, che contribuisce all’affermarsi dell’intero ecosistema del cloud computing. Entro il 2015, consumerizzazione e crescita esponenziale dei dati triplicheranno la spesa mondiale di cloud storage […]

L'articolo Lo storage nell’era del cloud proviene da Data Manager Online.

]]>
Dopo i vantaggi apportati da virtualizzazione e consolidamento, anche per lo storage, la rivoluzione della “nuvola” è ormai un dato di fatto, con l’emergere prepotente del nuovo paradigma del cloud storage, che contribuisce all’affermarsi dell’intero ecosistema del cloud computing. Entro il 2015, consumerizzazione e crescita esponenziale dei dati triplicheranno la spesa mondiale di cloud storage on cloud superando quella on premise (IDC). Uno sguardo ravvicinato alle tendenze in atto e alle proposte dei principali vendor

di Luca de Piano

 

Lo storage nell’era del cloudA ben guardare, l’affermarsi delle strategie di cloud storage – che prevedono la conservazione dei dati su sistemi virtuali nella “nuvola” – non è altro che una naturale conseguenza della rapida evoluzione dei servizi cloud. Il cloud storage mantiene tutte le promesse, soprattutto in termini di riduzione dei costi e di maggiore flessibilità, anche se dal lato dei fornitori di servizi pone nuove sfide in termini di sicurezza e di networking. La tendenza – però – è inarrestabile, come concordano i principali analisti. Già nell’ottobre 2011, IDC stimava che la spesa in cloud storage sarebbe triplicata entro il 2015, soprattutto a causa degli elevatissimi tassi di crescita dei dati. Se nel 2010 la spesa mondiale in cloud storage pubblico è stata attorno ai 3,3 miliardi di dollari, secondo IDC nel 2015 questo totale arriverà a 11,7 miliardi, con un tasso composto di crescita del 28,9%. Nelle previsioni degli analisti, quello che più colpisce è che la crescita nella spesa in cloud storage arriverà a superare notevolmente quella per lo storage in azienda: sempre secondo IDC, si passerà da una spesa 2010 di 30,8 miliardi di dollari per lo storage “on premise” a un totale di 37,3 nel 2015, con un tasso annuale composto di crescita pari al 3,9%. Tutto questo farà la felicità dei fornitori di servizi di cloud storage.

Per Brad Nisbet di IDC (“Worldwide Storage in the Cloud 2011-2015 Forecast”, del dicembre 2011) – proprio in vista di questa crescita nella domanda da parte delle aziende – i fornitori di servizi di cloud storage «svilupperanno un’offerta di servizi ancora più sofisticata, oltre la semplice fornitura di capacità di storage nel cloud». Non solo. «Il backup è la base dalla quale saranno costruiti numerosi servizi aggiuntivi, come per esempio la condivisione di file e la gestione di dati a lungo termine».

 

Servizi per tutti

Alla luce della crescente consumerizzazione dell’IT, non sono solo le aziende a riconoscere i vantaggi di utilizzare il cloud storage, soprattutto alla luce della pervasività di smartphone e tablet, che spingono a utilizzare i numerosi servizi online come Dropbox o iCloud per accedere ai dati da qualsiasi luogo in qualsiasi momento. Non a caso, la società di ricerca IHS iSuppli (www.isuppli.com) ha stimato che alla fine del 2012 nel mondo sono 500 milioni gli utenti di servizi di cloud storage (nel 2011 erano meno di 300 milioni) e ha previsto che entro il 2017 questa cifra salirà a circa 1,3 miliardi.

A quest’ultimo proposito, una recentissima analisi effettuata da Strategy Analytics (www.strategyanalytics.com) tenta una prima classifica dei servizi cloud storage più gettonati, mettendo in pole position Apple iCloud, seguito da Dropbox e Cloud Drive di Amazon. L’indagine di Strategy Analytics si riferisce al mercato USA, in cui oltre un quarto degli utenti (il 27%) utilizza iCloud, mentre Dropbox si attesta al 17%, Amazon Cloud Drive al 15% e Google al 10%. Sempre alcune analisi di mercato condotte negli Stati Uniti – dove il cloud storage è in netto sviluppo – rilevano l’emergere costante di nuovi fornitori di servizi, con nomi che hanno assunto rilevanza anche fuori dal perimetro USA.

I servizi di taglio più consumer non sono oggetto di questo dossier, ma dobbiamo registrare il fatto che sempre più spesso sono utilizzati in ambito aziendale, come conseguenza del più ampio fenomeno del Byod (bring your own device). Per questa ragione i CIO e CTO dovrebbero predisporre policy specifiche e strumenti di controllo ad hoc. Lo scopo non è di rallentare l’adozione di tecnologie in grado di favorire incrementi nella produttività personale e nella competitività aziendale, ma quello di evitarne l’utilizzo fuori da ogni controllo, con il rischio di mettere a repentaglio dati e informazioni che costituiscono – oggi più che mai – il vero patrimonio delle aziende.

 

Dati in crescita inarrestabile

L’archiviazione online rappresenta un’opportunità che le aziende devono cogliere appieno, in quanto l’esplosione dei dati è ormai una realtà, anche alla luce di fenomeni dirompenti come i big data e il mobile computing, che impongono di ripensare le infrastrutture di gestione delle informazioni. Anche se i costi hardware sono in diminuzione, la necessità di contenere la spesa o di ridurre i budget alla luce del perdurare della crisi economica impone a molte aziende di trovare soluzioni alternative all’acquisto di nuovi dispositivi storage per far fronte alla crescita delle necessità di archiviazione. L’incremento esponenziale del volume di dati è la caratteristica dominante che sta guidando lo sviluppo delle tecnologie storage degli ultimi anni: non a caso, sta divenendo sempre più familiare l’unità di misura degli zettabyte, dove uno zettabyte corrisponde a un miliardo di terabyte, e qualcuno azzarda pure il curioso yottabyte. Non è solo – però – una questione di quantità, visto che un elemento che caratterizza i dati in questo nuovo millennio è costituito anche dalla loro tipologia, con la crescente preponderanza dei dati di tipo non strutturato. Ormai, anche i dati di business e non solo quelli di uso personale sono diventati destrutturati, con una componente di tipo multimediale in costante crescita. Ecco perché si parla sempre più di big data, sottintendendo una nuova sfida per la gestione delle informazioni che mette in discussione le tecnologie IT oggi note e che – per quanto riguarda più da vicino lo storage – concentra la propria attenzione su modalità di archiviazione e di accesso improntate a velocità elevatissime. Queste nuove soluzioni per lo storage sono in grado di superare notevolmente le prestazioni dei database tradizionali e sono ritenute indispensabili per supportare le nuove applicazioni o per eseguire analisi in tempo reale ai fini dell’estrazione del valore di business dai dati non strutturati.

 

Nuovi approcci

Le nuove frontiere dei business analytics concentrano l’attenzione sulla questione di come dare un valore di business alla mole crescente di dati. È sicuramente un tema spinoso: non a caso, una ricerca condotta a fine 2012 dalla società di analisi Vanson Bourne in collaborazione con NetApp, ha evidenziato come il 79% dei manager europei tragga motivi di insoddisfazione dal supporto fornito al business da parte dell’infrastruttura IT aziendale. Ma quali sono, sempre secondo la ricerca resa nota da NetApp a inizio 2013, le conseguenze di questa scarsa adeguatezza delle infrastrutture IT a rispondere alle necessità di supporto di business? Il 34% dei mille e 400 top manager intervistati per l’indagine ha indicato la perdita di fatturato, il 36% quella di potenziali nuovi clienti, il 24% l’abbandono da parte dei clienti acquisiti e il 31% la diminuzione della competitività. Per quanto riguarda le ragioni della lamentata difficoltà di avere a disposizione i dati giusti a supporto delle decisioni, il 54% degli intervistati ritiene che la causa principale risieda nella complessità dei dati archiviati. E qui il dito è puntato in particolare sulle infrastrutture storage concepite secondo una logica a silos che ormai ha fatto il suo tempo. Scegliere la virtualizzazione storage rappresenta a questo proposito un primo passo, mentre lo step successivo può essere quello di applicare strumenti di gestione dello storage che consentano la compressione e la deduplica dei dati, per ridurne il volume. La compressione e la deduplica dei dati – infatti – sono viste dal 44% dei partecipanti alla ricerca commissionata da NetApp come un fattore di rallentamento dell’efficacia.

 

Storage nel cloud per un’azienda su tre

La virtualizzazione rivela la sua efficacia anche come base per la realizzazione di infrastrutture cloud private o ibride, volte a trasformare in chiave dinamica i classici data center con architetture a silos decisamente inefficienti. La flessibilità dei nuovi data center permette di sfruttare al massimo le capacità storage e di semplificare i compiti connessi alla gestione operativa, non solo in termini di file e storage management in senso stretto, ma anche in termini di infrastruttura, traendo vantaggio dalle nuove possibilità offerte dall’unificazione del fabric e dalla convergenza delle reti. Per far fronte sempre meglio all’esplosione dei dati, la vera rivoluzione è costituita dal poter disporre di storage nel cloud, che permettono di sfruttare risorse on demand, eliminando tout court la necessità di acquisti di ulteriore capacità storage on premise, oppure consentendo di effettuarli basandosi su previsioni di utilizzo maggiormente realistiche e di conseguenza più rispondenti alle esigenze di lungo periodo.

Il livello di flessibilità offerto dal cloud computing permette, infatti, di usufruire di servizi e risorse attraverso nuove modalità. Ricorrere al cloud storage diventa una scelta per così dire “automatica”, soprattutto se si sta già usufruendo di capacità server in modalità cloud computing, in modo da ottimizzare ulteriormente le infrastrutture e rendere l’ambiente IT sempre più elastico e maggiormente reattivo alle esigenze di business. Tra l’altro, lo storage costituisce un servizio molto adatto a essere gestito in modalità cloud, in versione sia privata “in house”, cioè all’interno dell’azienda soprattutto di grande dimensione, sia pubblica. Va da sé che nella modalità public cloud si presenteranno maggiori questioni relative alla banda e alla sicurezza: questi sono in effetti gli ostacoli che si frappongono a un utilizzo generalizzato del cloud storage di tipo pubblico, legati alla questione connessa al collocare i dati di business su archivi esterni all’azienda e senza avere garanzie precise in ordine all’ubicazione fisica dei dispositivi storage e alle misure di protezione adottate nello specifico. Nonostante queste preoccupazioni, il cloud storage rappresenta ugualmente una fetta rilevante dell’intero universo cloud. La ricerca a livello globale dell’Information Security Media Group (www.ismgcorp.com) dal titolo “2012 Cloud Computing Security Survey” ha recentemente evidenziato che lo storage dati è al terzo posto (con il 29% del totale) tra i servizi cloud che le aziende interpellate hanno adottato o prevedono di adottare a breve. In prima posizione, a pari merito con il 34%, sono stati indicati i servizi di hosting di applicazioni e posta elettronica, ma è significativo notare che la percentuale riscontrata per i servizi di cloud storage sia sostanzialmente analoga a quella dei primi due servizi, e soprattutto che un’azienda su tre abbia in mente l’archiviazione online.

 

Il nodo della sicurezza e della compliance

L’indagine “2012 Cloud Computing Security Survey” dell’Information Security Media Group fotografa in maniera puntuale anche il problema della sicurezza, che per il 72% degli interpellati costituisce un freno all’adozione di servizi cloud, indicando al primo posto (con il 22%) i timori per la protezione dei dati, seguiti da preoccupazioni in ordine alla difficoltà di adottare policy efficaci di sicurezza (14%), al rischio di perdere informazioni (9%), alla mancanza di audit (8%) e infine all’eventualità di non essere conformi a disposizioni normative (7%). Le maggiori perplessità si concentrano sulle normative che impongono regole stringenti riguardo all’ubicazione dei server: più della metà (il 54%, per l’esattezza) delle aziende interpellate dall’Information Security Media Group giudica “importante” questo aspetto, mentre sono solo il 12% coloro i quali non lo ritengono tale. Ma l’indagine ha anche rivelato che ormai circa due terzi delle imprese interpellate utilizza servizi sulla “nuvola”, con la maggioranza (il 54%) che si appoggia a infrastrutture cloud di tipo privato e il 24% che fa uso di cloud di tipo ibrido oppure pubblico.

 

I requisiti dei provider

Proprio per le preoccupazioni appena viste in ordine alla conformità alle normative riguardanti la localizzazione geografica dello storage di dati oppure l’utilizzo di protocolli di trasmissione sicuri, è auspicabile adottare servizi forniti da provider che permettono di scegliere l’ubicazione, anche se questo aspetto potrebbe complicarsi nel caso in cui il service provider selezionato utilizzi a propria volta infrastrutture di terze parti. In quest’ultima ipotesi, diventa necessario che tutti gli attori della filiera garantiscano l’adozione di metodologie e strumenti di monitoring volte a stabilire il livello di fiducia che costituisce il presupposto per godere appieno dei vantaggi del cloud computing senza rischi. Inoltre, potrebbe essere al riguardo utile anche predisporre contratti che indichino con chiarezza i requisiti attesi. Su questi aspetti, la già menzionata indagine “2012 Cloud Computing Security Survey” ha evidenziato che presso i security manager dell’IT vi sono molteplici opinioni sul modo di valutare l’affidabilità di un provider: un intervistato su tre (il 35%) si affida su un’attestazione rilasciata da terze parti, mentre il 28% esamina in prima persona i requisiti dei provider candidati. Un ulteriore 16% degli interpellati rivela di testare le vulnerabilità in collaborazione con il provider scelto – e per quanto riguarda le percentuali restanti – il 7% si fida delle assicurazioni fornite dal provider, un altro 7% confessa di non effettuare alcuna verifica e il 5% si comporta in maniera analoga a quanto già fatto da aziende similari.

 

La necessità degli standard

I provider di servizi cloud storage hanno più che mai l’imbarazzo della scelta, visto che tutti i principali vendor propongono soluzioni sempre più in grado di gestire i crescenti volumi di dati con maggiore efficienza. Il settore è in una fase molto effervescente, anche per l’emergere di un consenso crescente verso la piattaforma aperta OpenStack, su cui si vanno coagulando le offerte più innovative. Si tratta di un ottimo segnale, che permette di intravedere un netto superamento di quella mancanza di standard che da più parti veniva indicata come potenziale fonte di insuccesso delle iniziative di cloud storage. Infatti, poco meno di due anni fa, in uno Special Report di InfoWorld (“Cloud Storage Deep Dive”, InfoWorld giugno 2011), si poteva leggere: “Quello che manca al cloud storage di oggi sono gli standard ampiamente accettati, comprese le API (le interfacce di programmazione applicativa) standardizzate per lo storage, la cui assenza rende molto difficile per i clienti la possibilità di cambiare fornitore. In questo momento, una volta che si lega un’applicazione a un servizio di cloud storage, ci si trova praticamente bloccati con quel servizio a meno che non si sia disposti a intraprendere notevoli sforzi”. Lo stesso rapporto dava conto dei primi sforzi compiuti in seno alla Storage networking industry association (SNIA) per arrivare a definire alcuni standard, con un modello di cloud storage di riferimento che descrive una vista logica delle funzioni e delle capacità necessarie.

L'articolo Lo storage nell’era del cloud proviene da Data Manager Online.

]]>