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Il 27% delle risorse del PNRR punta alla trasformazione della PA. Obiettivi per il 2026: identità digitale per il 70% dei cittadini, 75% delle amministrazioni centrali e locali in cloud, rete ultraveloce e 400 progetti pilota di intelligenza artificiale

La Pubblica Amministrazione è sempre sotto osservazione per quanto concerne la capacità di erogare servizi in grado di rispondere prontamente ai bisogni del cittadino, sfruttando il digitale come leva di ottimizzazione dei processi. Molto spesso la tecnologia è stata vista solo come uno strumento per digitalizzare, riducendo i processi alla semplice dematerializzazione, senza affrontare la vera sfida: trasformare profondamente l’intero funzionamento della Pubblica Amministrazione. Il ricorso all’automazione dei processi, alla condivisione dei dati e a tecnologie moderne e scalabili è l’unica via per ridurre i tempi di risposta e migliorare l’efficienza operativa. Le professionalità presenti nella Pubblica Amministrazione si stanno velocemente adeguando, ciò che ancora deve avvenire è un cambio di visione e una adozione a livello capillare su tutte le realtà territoriali e non solo centralmente. Oggi a livello tecnologico le soluzioni esistono e alcune amministrazioni hanno già intrapreso questo percorso trasformativo. Ora occorre continuità di intenti e visione di lungo periodo, oltre che investimenti adeguati: unica via per ottenere i benefici attesi.

ITALIA DIGITALE 2026

Analizzare lo stato dell’arte della trasformazione digitale nella Pubblica Amministrazione non può che partire da dati relativi agli investimenti. Secondo il piano di Italia Digitale 2026, il 27% delle risorse totali del PNRR sono dedicate alla transizione digitale. Il Piano strategico si sviluppa su due asset: da una parte le infrastrutture digitali e la connettività a banda ultra larga, dall’altra tutti quegli interventi volti a trasformare la PA in chiave digitale. Ancora più importante è l’affermazione che i due pilastri sono necessari per garantire che tutti i cittadini abbiano accesso a connessioni veloci per vivere appieno le opportunità che una vita digitale può e deve offrire, e per migliorare il rapporto tra cittadino e Pubblica Amministrazione rendendo quest’ultima un alleato nella vita digitale dei cittadini. Qui risiede il punto focale della strategia: avvicinare la PA al cittadino ed alle aziende. Come? Snellendo i processi, ottimizzando i servizi, garantendo la non duplicazione dei dati, la loro sicurezza, rendendo i sistemi interoperabili. Con questo spirito i finanziamenti vanno a coprire anche gli ambiti più rilevanti della PA: una giustizia che sfrutti sempre più l’offerta di servizi digitali, una sanità che veda nel fascicolo sanitario del cittadino e nella telemedicina due fattori importanti di supporto alla popolazione, un comparto privato che possa contare su una PA che faciliti il proprio lavoro e non lo ostacoli con lungaggini burocratiche, una ricerca universitaria che abbia la capacità di parlare al mondo aziendale diventando hub di competenze e di innovazione.

Analizziamo quindi alcuni di questi ambiti partendo dalla digitalizzazione della PA. Se l’obiettivo dichiarato è “rendere la Pubblica Amministrazione la migliore alleata di cittadini e imprese, con un’offerta di servizi sempre più efficienti e facilmente accessibili” occorre agire sia sull’ambito infrastrutturale che su quello applicativo, quindi dei servizi. Per fare questo il piano triennale da un lato spinge l’acceleratore sulla migrazione al cloud delle amministrazioni e all’efficientamento dei servizi, secondo il principio “once-only”, ovverossia non richiedere ai cittadini e alle imprese informazioni già in possesso di qualsivoglia comparto della PA, garantendo il giusto livello di sicurezza e confidenzialità dei dati. Dall’altro lato vengono estesi i servizi ai cittadini migliorandone l’accessibilità e adeguando i processi prioritari delle Amministrazioni Centrali agli standard condivisi da tutti gli stati dell’Unione Europea. Soprattutto è molto importante – e qui si vede tutta l’arretratezza della macchina pubblica in termini di feudi e interessi locali nel digitale – «che la trasformazione digitale arrivi in periferia e non si fermi a livello centrale con un proliferare di sperimentazioni e piattaforme» – spiega Massimo Bollati, direttore per la Trasformazione Digitale dell’Agenzia del Demanio. Tutto bello: ma gli investimenti? Le risorse economiche ci sono: parliamo di 6,74 miliardi per la digitalizzazione della PA e di 6,71 miliardi per la realizzazione di reti ultraveloci. Secondo i dati del Dipartimento della Trasformazione Digitale pubblicati nel 2023, il piano per l’Italia Digitale dovrebbe portare il nostro Paese nel gruppo di testa in Europa entro il 2026. La strategia nazionale presuppone che siano raggiunti alcuni obiettivi. Innanzitutto dotare il 70% della popolazione della identità digitale, portare il 75% delle PA a utilizzare il cloud, mettere a disposizione online almeno l’80% dei servizi pubblici essenziali, connettere il 100% di cittadini ed imprese con reti ultraveloci.

Però prima di tutto occorre sottolineare che quello su cui occorre lavorare primariamente al di fuori degli investimenti tecnologici è l’alfabetizzazione informatica del cittadino e delle PMI, che sono la grande parte delle aziende che devono interagire con la PA. Se partecipare a una gara o bando pubblico è così complesso e articolato che solo una grande azienda con svariate decine o centinaia di addetti dedicati può parteciparvi, la sfida della trasformazione digitale della PA può considerarsi fallita prima di raggiungere l’obiettivo. Per restare in target occorre invece che il 70% della popolazione sia “digitalmente abile”.

REQUISITI, STANDARD E SILOS

Tenendo conto che attualmente, il 95% dei circa 11mila data center utilizzati dagli enti pubblici italiani sparsi sul territorio presenta carenze nei requisiti minimi di sicurezza, affidabilità, capacità elaborativa ed efficienza, l’approccio “cloud first” è stato finanziato con 900 milioni di euro proprio con il fine di razionalizzarli e consolidarli. Questo può avvenire con un processo di migrazione sul Polo Strategico Nazionale (PSN) con una nuova infrastruttura dedicata cloud (completamente privata o ibrida), localizzata sul territorio nazionale e all’avanguardia in prestazioni e sicurezza, oppure sul public cloud di uno tra gli operatori di mercato opportunamente certificati. Inoltre, siccome migrare al cloud non è proprio come cambiare auto ma comporta un pesante lavoro di analisi e attuazione di migrazione di dati, di riscrittura (in parte o in toto) di applicativi, un ulteriore plafond di un miliardo di euro è stato indirizzato per supportare le amministrazioni centrali e locali in questo processo.

Per facilitare l’orchestrazione di questa significativa mole di lavoro è stato creato un team dedicato a guida del Dipartimento per la Trasformazione Digitale, incaricato di censire e certificare i fornitori idonei per ogni attività della trasformazione e, successivamente, di predisporre “pacchetti” e moduli standard (che ogni PA combinerà a seconda dei propri bisogni specifici). Per le PA locali minori, che non hanno la massa critica per una gestione individuale, verrà resa obbligatoria l’aggregazione in raggruppamenti ad hoc per l’esecuzione dell’attività di migrazione. La transizione al cloud è funzionale anche allo sviluppo di un ecosistema di imprese e startup in grado di integrare e migliorare l’offerta e la qualità di prodotti software per la PA. Oggi, le singole amministrazioni lavorano come tanti silos separati non interconnessi tra loro. La trasformazione digitale della PA si prefigge di cambiare l’architettura e le modalità di interconnessione tra le basi dati delle amministrazioni.

Avere banche dati pubbliche che parlano tra loro, contribuisce a un risparmio economico per le amministrazioni e di tempo per i cittadini. Once-only: per attuare questo concetto è necessario implementare e attuare il cosiddetto profilo digitale di ogni cittadino e impresa. Quindi basi dati distinte ma completamente interconnesse e interoperabili. Le risorse a disposizione sono 650 milioni di euro suddivisi su due ambiti: da un lato lo sviluppo e la messa in esercizio di una Piattaforma Digitale Nazionale Dati (PDND) al fine di garantire l’interoperabilità dei dati pubblici, dall’altro le attività di facilitazione alla implementazione di uno Sportello Digitale Unico, attuando il regolamento europeo che ha l’obiettivo di uniformare l’accesso ai servizi digitali in tutti i Paesi membri dell’UE.

Abbiamo già detto che uno degli obiettivi primari della trasformazione digitale della PA è semplificare la vita digitale dei cittadini e delle imprese, attraverso il miglioramento dei servizi pubblici. Il piano da 2,01 miliardi di euro prevede sei ambiti di azione: migliorare l’esperienza dei servizi pubblici digitali definendo e promuovendo l’adozione di modelli collaudati e riutilizzabili per la creazione di siti internet e l’erogazione di servizi pubblici digitali; migliorare l’accessibilità dei servizi pubblici digitali attraverso la diffusione di strumenti e strategie condivise: da test di usabilità ad attività di comunicazione e disseminazione passando per lo sviluppo di kit dedicati e altro; accelerare l’adozione di pagoPA, la piattaforma digitale per i pagamenti verso le Pubbliche Amministrazioni, e dell’app IO quale principale punto di contatto tra enti e cittadini per la fruizione dei servizi pubblici digitali; favorire l’adozione dell’identità digitale (Sistema Pubblico di Identità Digitale, SPID e Carta d’Identità Elettronica, CIE) e dell’Anagrafe nazionale della popolazione residente (ANPR); sviluppare e implementare la Piattaforma notifiche digitali degli atti pubblici, l’infrastruttura che le PA utilizzeranno per la notificazione di atti amministrativi a valore legale verso persone fisiche e giuridiche, contribuendo ad una riduzione di costi e tempo per cittadini ed enti; promuovere l’adozione di Mobility as a Service (MaaS) nei comuni per digitalizzare il trasporto locale e fornire ai cittadini un’esperienza di mobilità integrata: dalla pianificazione del viaggio ai pagamenti.

PA INTEROPERABILE

Dal 12 settembre 2025 entra in vigore in Italia il Regolamento (UE) 2023/2854 del Parlamento e del Consiglio Europeo, meglio noto come “Data Act”, e anche la pubblica amministrazione sarà impattata da queste nuove regole. Se si dovesse riassumere il contenuto del Data Act si potrebbe dire che chiarisce e regolamenta chi può raccogliere i dati – e quali – e conseguentemente come può utilizzarli. Ma attenzione. «Senza una tassonomia univoca e un’ontologia coerente, la condivisione dei dati resta priva di valore reale» avverte Bollati. Restringendo il campo al comparto pubblico è opportuno evidenziare che viene regolamentata l’interoperabilità e la governance dei dati stessi, nonché la possibilità e le modalità (anche dietro adeguata remunerazione) di interscambio di dati tra privato e pubblico. Una figura centrale di “garante” dei dati dovrebbe essere istituita al fine di consentire la corretta attuazione delle regole del Data Act. L’attuazione piena del Data Act potrà portare una serie di benefici che vanno dalla disponibilità di dati su cui prendere decisioni e la possibilità di accedere a dati posseduti da aziende private con oneri regolamentati, fino all’utilizzo di standard europei per l’interoperabilità.

Come riportato dal sito AgID grazie alle nuove linee guida del PDND emanate a giugno 2025, l’interoperabilità si arricchisce di funzionalità evolute per rendere maggiormente sicuro lo scambio di dati e introduce altri strumenti di cooperazione, rendendo la piattaforma più efficiente e aperta. Il nuovo impianto normativo e tecnico mira a rendere l’interoperabilità tra gli enti più efficiente, con impatti concreti su servizi, processi e tempi di risposta per pubbliche amministrazioni, cittadini e imprese, favorendo una PA più integrata e orientata al cittadino. A garanzia della corretta gestione dei dati occorre evidenziare che, secondo quanto previsto dall’art. 71 del Codice dell’Amministrazione Digitale (CAD), al fine di garantire solidità, conformità e trasparenza, il percorso di aggiornamento ha incluso una consultazione pubblica del testo e dei relativi allegati, seguita da una revisione tecnica e istituzionale che ha coinvolto il Garante per la protezione dei dati personali, la Conferenza Unificata e la Commissione Europea. Maggiore sicurezza, semplificazione e standardizzazione, efficienza e cooperazione applicativa, monitoraggio e migliore gestione interna: passi verso un ecosistema digitale aperto. Tra le principali novità introdotte dalla nuova versione delle Linee Guida per la PDND spicca l’apertura della piattaforma anche ai soggetti privati, che potranno aderire e operare, nell’ambito di attività connesse a finalità di interesse pubblico, sia come Fruitori sia come Erogatori di servizi. La PDND si configura così come un canale istituzionale, sicuro e standardizzato per lo scambio di dati tra Pubblica Amministrazione e settore privato, favorendo la nascita di un ecosistema digitale integrato e abilitando servizi più connessi, efficienti e accessibili per cittadini e imprese.

INSIEME PER LA CRESCITA

È noto che la digitalizzazione accresce in modo significativo la vulnerabilità dei dati, siano essi del cittadino, delle imprese o delle istituzioni pubbliche. Al tema della cybersecurity sono destinati 620 milioni di euro. Se le amministrazioni locali sono quelle che faticano di più a trovare i finanziamenti corretti per la loro trasformazione digitale, sono le grandi amministrazioni centrali quelle che giocano un ruolo fondamentale nell’offerta di servizi pubblici efficienti e snelli. Interventi mirati del valore di 610 milioni di euro sono stati messi in cantiere proprio per la digitalizzazione di questi colossi: Inps, Ministero della Giustizia, Inail, Ministero dell’Interno, Ministero della Difesa, Guardia di Finanza, Consiglio di Stato.

All’Inps vanno 180 milioni per la revisione di sistemi e procedure interne. Al Ministero della Giustizia vanno 133,2 milioni per la digitalizzazione degli archivi relativi ai procedimenti civili dei Tribunali ordinari, delle Corti d’appello e degli atti giudiziari di Cassazione, creazione di un data lake per l’estrazione e l’organizzazione degli orientamenti giurisprudenziali, di analisi statistiche avanzate, anche sulla base di dati non strutturati contenuti nei documenti, per monitorare l’efficienza e l’efficacia del sistema giudiziario ed ottimizzare la gestione dei tempi di istruttoria. All’Inail spettano 116 milioni per la digitalizzazione dei processi e dei servizi istituzionali e l’adozione di un digital workplace. Per la digitalizzazione dei servizi al cittadino e dei processi interni, sviluppo di applicazioni e sistemi gestionali interni e riqualificazione delle capacità digitali del personale vanno al Ministero dell’Interno 107 milioni. Il consolidamento dell’infrastruttura digitale, potenziamento della sicurezza delle informazioni e migrazione delle applicazioni legate alla gestione del personale verso un paradigma open source costerà al Ministero della Difesa 42,5 milioni di euro.

La Guardia di Finanza riceverà 25 milioni di euro per potenziare l’attività di prevenzione e contrasto dei reati finanziari attraverso la data science. L’investimento punta a evolvere i sistemi informativi del Corpo grazie all’introduzione di algoritmi di intelligenza artificiale e modelli di analisi predittiva e prescrittiva. Infine il Consiglio di Stato avrà 7,5 milioni per il potenziamento del sistema informativo della Giustizia Amministrativa mediante l’implementazione di un sistema di conservazione a norma per la custodia dei documenti giurisdizionali, di un data warehouse con funzionalità evolute di business intelligence per analisi statistiche georeferenziate e predittive, applicazioni di intelligenza artificiale per l’efficientamento dei processi di lavoro e l’innalzamento dei livelli di sicurezza informatica.

In coda alla lista della spesa, appena 200 milioni di euro sono stati stanziati per sviluppare le competenze digitali dei cittadini. Una cifra limitata, se confrontata con le altre voci di spesa, a fronte di un obiettivo fondamentale: garantire che la trasformazione digitale della PA sia davvero accessibile a tutti. A tal fine sono state definite due iniziative: l’istituzione del Servizio Civile Digitale con la formazione di circa diecimila volontari a supporto di oltre milione di cittadini, e l’ampliamento dei Centri di Facilitazione Digitale, veri e propri punti fisici dove il cittadino può formarsi sulle competenze digitali.

La vera sfida, quindi, non riguarda solo i software e le piattaforme. Riguarda anche e soprattutto la cultura organizzativa. Digitalizzare senza ripensare i processi rischia di replicare in formato elettronico inefficienze già esistenti. È necessario invece un ripensamento profondo, che metta al centro il cittadino e la semplificazione delle procedure. In questo percorso, la formazione dei dipendenti pubblici è decisiva: non si tratta di sostituire l’essere umano con la macchina, ma di fornire strumenti che rendano il lavoro più efficace e permettano di offrire servizi migliori. La trasformazione digitale è, in definitiva, una grande opportunità per ricostruire il rapporto di fiducia tra cittadini e istituzioni. Una Pubblica Amministrazione che si mostra più trasparente, efficiente e attenta alle esigenze delle persone non solo migliora i propri servizi, ma ha un impatto positivo sul PIL e contribuisce a rafforzare la coesione sociale e a stimolare la partecipazione civica.

L’INFRASTRUTTURA DI RETE

Sanità, trasporti, scuola, giustizia, enti locali e inclusione: in ciascuno di questi ambiti le potenzialità sono enormi. Ma la vera rivoluzione non sarà solo tecnologica: sarà culturale. Perché digitalizzare non significa caricare i vecchi processi su una piattaforma online, ma ripensarli a partire dai bisogni delle persone. Tutto questo, però, avrà senso solo se i servizi saranno realmente accessibili a tutti, indipendentemente dal luogo: dalla metropoli al borgo montano, fino alle isole minori. Per questo motivo occorre lavorare primariamente sulla infrastruttura di rete. La nuova strategia europea “Digital Compass” stabilisce obiettivi impegnativi per il prossimo decennio: deve essere garantita entro il 2030 una connettività a 1 Gbps per tutti e la piena copertura 5G delle aree popolate. L’ambizione italiana, come riportato dal Dipartimento per la Trasformazione Digitale è di raggiungere gli obiettivi europei di trasformazione digitale in netto anticipo sui tempi, portando connessioni a 1 Gbps su tutto il territorio nazionale entro il 2026. Gli investimenti sono stati inseriti nel PNRR, ora bisogna vedere se verranno rispettate le scadenze. Il piano prevede una dotazione economica di 3,8 miliardi di euro per garantire la connettività ad almeno 1 Gbps in download e 200 Mbit/s in upload alle unità immobiliari che lo necessitano e che al 2026 non sarebbero state coperte da investimenti privati in grado di garantire una velocità di connessione di almeno 300 Mbps in download. La domanda sospesa però rimane la seguente: e quelle unità che già hanno tale connessione quando avranno il gigabit?

L’Italia è stata il primo Paese nell’Unione ad aver assegnato diritti d’uso dello spettro radio in tutte le tre bande di frequenze per lo sviluppo del 5G posizionandola ai primi posti nell’indice DESI della Commissione europea con riferimento al parametro “5G readiness”. Il piano prevede quindi uno stanziamento di 2,02 miliardi con l’obiettivo di “incentivare la diffusione di reti mobili 5G nelle aree a fallimento di mercato, al fine di soddisfare pienamente il fabbisogno di connettività mobile e di fornire servizi mobili innovativi e ad elevate prestazioni”. In altre parole: dove non si arriva con il gigabit si sopperirà con la connettività mobile 5G.

A completamento occorre sottolineare che il piano prevede anche investimenti per progetti di interesse nazionale. Spiccano i progetti che riguardano le scuole e la sanità pubblica. Entro il 30 giugno 2026, grazie a una dotazione economica di 261 milioni di euro per le scuole e di 501 milioni per la sanità pubblica, questi comparti dovrebbero beneficiare di una connessione ultraveloce insieme alla fornitura di servizi di gestione e manutenzione per i sei anni successivi.

LA STRATEGIA ITALIANA PER L’AI

Negli ultimi anni il termine intelligenza artificiale è entrato con forza nel dibattito pubblico, spesso associato a scenari futuristici o a rivoluzioni tecnologiche che cambieranno il nostro modo di vivere e lavorare. Ma l’intelligenza artificiale non è più soltanto una prospettiva lontana: è una realtà concreta, già applicata in molti settori, che può portare benefici immediati anche nella vita quotidiana dei cittadini. Uno degli ambiti in cui il suo potenziale è più evidente è proprio quello della Pubblica Amministrazione, dove l’innovazione digitale non è solo auspicabile, ma necessaria per offrire servizi moderni, semplici ed efficienti. Sfruttare le enormi potenzialità dell’intelligenza artificiale rappresenta una opportunità. L’AI, se guidata da principi di trasparenza e responsabilità, può essere il motore di questa rivoluzione, contribuendo a realizzare una trasformazione digitale autentica ed efficace della PA.

Nel rapporto pubblicato nel 2025, l’AgID rileva che, su 108 organizzazioni interpellate, 45 hanno già avviato oltre 120 progetti nel secondo semestre 2024: 50 riguardano le infrastrutture sociali e sostenibili, i restanti 70 altri settori applicativi. A fine luglio 2024 è stata presentata la “Strategia Italiana per l’Intelligenza Artificiale 2024-2026”, un documento redatto da un comitato di esperti per supportare il Governo nella definizione di una normativa nazionale e delle politiche sull’AI. Come riportato dall’AgID, dopo un’analisi del contesto globale e del posizionamento italiano, il documento definisce le azioni strategiche, raggruppate in quattro macroaree: Ricerca, Pubblica Amministrazione, Imprese e Formazione. La strategia propone un’analisi del contesto regolativo che traccia la cornice entro cui dovrà essere dispiegata. Come scritto nella versione aggiornata al 2025, il Piano triennale 2024-2026 presenta alcuni cambiamenti nella sua struttura, rispetto alle edizioni precedenti; inoltre, alcuni contenuti sono stati approfonditi per sostenere in modo efficace le pubbliche amministrazioni nel processo di implementazione e gestione dei servizi digitali. L’introduzione delle tecnologie non porta a cambiamenti se non si ripensa l’organizzazione dei procedimenti e l’attività amministrativa, con una revisione dei processi delle amministrazioni secondo il principio once-only.

La strategia prevede anche un sistema di monitoraggio e analisi del contesto regolatorio, che definisce la cornice entro cui dovrà essere attuata. Un’attività che l’AgID ha già avviato, fissando come obiettivo 150 progetti di innovazione basati sull’IA entro il 2025 e circa 400 entro il 2026. Il documento evidenzia come l’intelligenza artificiale stia diventando sempre più efficace nel migliorare l’operatività della Pubblica Amministrazione, ottimizzando i processi, riducendo gli errori e aumentando la qualità di prodotti e servizi, con un impatto positivo sull’esperienza dei cittadini nel rapporto con le istituzioni. Per far leva sull’intelligenza artificiale, le Pubbliche Amministrazioni devono essere accompagnate nell’acquisizione e progettazione di sistemi AI, superando la carenza di competenze specialistiche. Parallelamente, è necessario realizzare infrastrutture informatiche sicure, affidabili e robuste, anche attraverso piattaforme nazionali che assicurino efficienza e qualità tecnologica.

Per raggiungere gli obiettivi prefissati, la strategia per la Pubblica Amministrazione delinea sei piani di azione principali. Primo passo: guidare la PA attraverso linee guida che evidenzino le potenzialità e l’utilizzo delle piattaforme di AI, supportate da case study concreti e dalla promozione di best practice. Secondo passo: orientare le amministrazioni nell’attività di procurement di soluzioni AI, sia attraverso gare d’appalto sia mediante specifici accordi quadro, garantendo che rispondano alle esigenze funzionali, rispettino le normative e assicurino adeguati livelli di sicurezza.

Terzo passo: sviluppare applicazioni coerenti con le linee strategiche nazionali, privilegiando piattaforme sviluppate in Italia. Questi progetti dovranno garantire piena aderenza alle normative nazionali e UE, con particolare attenzione alla gestione dei rischi e alla tutela dei dati personali; considerare le esigenze derivanti da settori strategici e critici, come energia, difesa e intelligence; promuovere iniziative di formazione del personale, aumentando le competenze su soluzioni tecnologiche avanzate e processi certificabili, scalabili e condivisibili a livello nazionale.

Quarto e quinto passo: definire linee guida per progettare strumenti e metodologie che facilitino l’interazione con i cittadini e per rendere più efficienti i processi interni, attraverso lo sviluppo o l’adozione di sistemi di IA, a partire dalla mappatura dei sistemi e servizi già esistenti.

Sesto passo: promuovere percorsi di upskilling per il personale in servizio, con la creazione di un dipartimento dedicato all’intelligenza artificiale incorporato nella Scuola Nazionale dell’Amministrazione, con l’attivazione di corsi post-laurea di eccellenza, differenziati per livello e contenuti in base alle funzioni dei dipendenti coinvolti. L’AI può trasformare la Pubblica Amministrazione, rendendo i processi più efficienti, veloci e sicuri, se guidata da trasparenza e principi di sicurezza. Il vero vantaggio non sta solo nella tecnologia, ma nella capacità di inserirla in un modello di governance centrato su cittadini e imprese, supportato da una connettività capillare che permetta a tutti di sfruttare appieno gli investimenti realizzati.


Brother – Soluzioni di stampa dedicate alla PA

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ICT sostenibile, la sfida del ROI https://www.datamanager.it/2025/04/ict-sostenibile-la-sfida-del-roi/ Wed, 09 Apr 2025 12:00:11 +0000 https://www.datamanager.it/?p=244281 La trasformazione dell’ICT diventa la cassetta degli attrezzi per abbattere le vecchie logiche, creando un legame indissolubile tra crescita economica e sviluppo responsabile. L’urgenza di adottare modelli innovativi e metriche affidabili per monitorare l’impatto dei progetti Il ROI misura il ritorno dell’investimento, ma la sostenibilità è l’investimento per il futuro. Così, mentre il primo chiede […]

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La trasformazione dell’ICT diventa la cassetta degli attrezzi per abbattere le vecchie logiche, creando un legame indissolubile tra crescita economica e sviluppo responsabile. L’urgenza di adottare modelli innovativi e metriche affidabili per monitorare l’impatto dei progetti

Il ROI misura il ritorno dell’investimento, ma la sostenibilità è l’investimento per il futuro. Così, mentre il primo chiede risultati immediati, la seconda richiede visione e responsabilità a lungo termine. La vera domanda: è possibile raggiungere un ROI sostenibile? La sfida tra ROI e sostenibilità diventa il vero campo di battaglia. Mentre le aziende puntano al ritorno economico, la sostenibilità non è più un valore accessorio, ma una leva strategica per garantire il successo a lungo termine. Negli ultimi anni, il rapporto tra ICT e sostenibilità è diventato sempre più centrale nelle strategie aziendali e nelle politiche nazionali e internazionali. L’adozione di soluzioni digitali avanzate consente di ridurre l’impatto ambientale, ottimizzare le risorse e migliorare i processi produttivi, ma comporta anche sfide legate alla gestione dell’energia, alla produzione di rifiuti elettronici e alla sicurezza dei dati.

L’adozione di soluzioni cloud consente alle aziende di eliminare data center on-premises inefficienti, riducendo il consumo energetico attraverso una gestione più ottimizzata delle risorse computazionali. La virtualizzazione dei server, grazie a hypervisor avanzati, permette di consolidare più workload su un numero inferiore di macchine fisiche, minimizzando il consumo di elettricità e il calore generato, riducendo quindi anche i costi di raffreddamento. L’intelligenza artificiale e il machine learning svolgono un ruolo chiave nell’ottimizzazione dei processi aziendali: algoritmi avanzati analizzano in tempo reale i dati operativi, identificando pattern di consumo energetico e suggerendo strategie per ridurre sprechi. Tecnologie come la predictive analytics consentono di anticipare i picchi di utilizzo e modulare le risorse di conseguenza. L’implementazione di smart grid, basate su IoT e blockchain, consente una gestione decentralizzata e trasparente dell’energia, favorendo la distribuzione efficiente delle risorse rinnovabili. I sistemi di monitoraggio energetico avanzati, spesso alimentati da sensori IoT, permettono alle aziende di tracciare in tempo reale i consumi e identificare aree di miglioramento, automatizzando azioni di risparmio energetico come lo spegnimento intelligente di dispositivi e l’ottimizzazione del carico di lavoro IT.

Un’altra sfida fondamentale è la gestione sostenibile dei dispositivi elettronici. Tradizionalmente, la comunità europea ha adottato un approccio incentrato sul riciclo dei materiali per ridurre l’impatto ambientale dei rifiuti elettronici. Tuttavia, la tendenza più recente si sta spostando verso il concetto di riuso e di estensione del ciclo di vita degli asset digitali. L’adozione di queste pratiche non solo riduce la quantità di rifiuti elettronici generati, ma contribuisce anche a una gestione più efficiente delle risorse e alla diminuzione dell’impronta ecologica complessiva del settore.

IL MOTORE DELLA SOSTENIBILITÀ

Le tecnologie digitali possono essere un fattore abilitante per la sostenibilità in diversi modi. L’Internet of Things (IoT) consente di monitorare e ottimizzare il consumo energetico negli edifici, nelle industrie e nelle città, riducendo sprechi e migliorando la gestione delle risorse. L’intelligenza artificiale (AI) e il machine learning permettono di analizzare grandi quantità di dati per ottimizzare i processi produttivi e ridurre l’impatto ambientale. Le reti smart grid, basate su soluzioni digitali, migliorano la distribuzione e il consumo di energia rinnovabile. Le tecnologie digitali facilitano la gestione dei rifiuti elettronici e la transizione verso modelli di economia circolare, attraverso la tracciabilità dei materiali e il loro riuso.

La blockchain consente di creare supply chain trasparenti e sostenibili, garantendo che i prodotti provengano da fonti responsabili. I sistemi di digital twin aiutano a progettare prodotti più durevoli e riparabili, riducendo l’obsolescenza programmata. La digitalizzazione è essenziale per ridurre le disuguaglianze e garantire un accesso equo a servizi essenziali come istruzione, sanità e servizi finanziari. Le piattaforme di e-learning consentono la formazione a distanza, abbattendo le barriere geografiche e sociali. L’uso del digitale nel microcredito e nella finanza inclusiva aiuta le comunità svantaggiate ad accedere a capitali e strumenti per lo sviluppo economico.


#ICTsostenibile Marzio Bonelli, CIO di #MMSpA: «Servono metriche affidabili»
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Una connettività diffusa e capillare, unita a sistemi di collaborazione efficienti, favorisce l’adozione dello smart working, riducendo la necessità di spostamenti per raggiungere il luogo di lavoro. Questo non solo contribuisce alla diminuzione delle emissioni di anidride carbonica, ma favorisce anche il ripopolamento di aree geografiche in progressivo spopolamento, migliorando la qualità della vita personale e professionale.

La digitalizzazione consente di monitorare meglio gli indicatori di sostenibilità, migliorando la rendicontazione ESG delle aziende e la trasparenza nelle politiche pubbliche. L’open data e le tecnologie di analisi avanzata permettono ai governi di prendere decisioni basate su dati per migliorare l’efficienza delle politiche ambientali e sociali.

Per fare un esempio, Marzio Bonelli, CIO di MM Spa spiega che la progressiva sensorizzazione della rete idrica e la disponibilità degli smart-meter, gestiti attraverso le tecnologie SCADA e IoT, permettono la raccolta di enormi moli di dati sull’esercizio delle reti idriche creando i presupposti per effettuare analisi complesse finalizzate all’ottimizzazione della manutenzione delle reti e degli impianti. «L’introduzione delle tecnologie Digital Twin, integrate con i modelli di AI, consentono di modellare digitalmente la rete, di ottimizzare le pressioni in funzione dei fabbisogni idrici, contenere le perdite idriche e salvaguardare le falde, ridurre i consumi energetici e le emissioni di CO2 nell’atmosfera. L’integrazione con i dati meteo e le informazioni sull’uso del suolo permettono di prevedere gli effetti delle inondazioni, di pianificare interventi finalizzati a evitare allagamenti anche attraverso la costruzione di opere idrauliche quali vasche di laminazione o invasi».

Se il digitale è un abilitatore della sostenibilità, è altrettanto vero che lo sviluppo tecnologico deve essere indirizzato dai principi di sostenibilità per evitare effetti collaterali negativi. Alcuni esempi di rischi da gestire includono il consumo energetico e l’impatto ambientale dell’ICT, l’etica dell’intelligenza artificiale e dei bias nei dati, la sicurezza e la privacy nella digitalizzazione. I data center consumano enormi quantità di energia; è necessario sviluppare infrastrutture IT carbon neutral e promuovere l’uso di energia rinnovabile nel settore tecnologico. Il crescente utilizzo di dispositivi elettronici impone un ripensamento delle filiere produttive per ridurre i rifiuti elettronici e aumentare il riciclo. Lo sviluppo dell’intelligenza artificiale deve essere guidato da principi di equità e trasparenza, evitando discriminazioni algoritmiche e assicurando un uso responsabile dell’AI nei processi decisionali. La regolamentazione dell’AI deve garantire che questa tecnologia non sia utilizzata in modo invasivo o lesivo dei diritti umani. La transizione digitale richiede investimenti in cybersecurity e normative rigorose per garantire la protezione dei dati personali e la sicurezza delle infrastrutture critiche.


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IL PANORAMA EUROPEO E ITALIANO

L’Unione Europea ha introdotto regolamenti rigorosi per promuovere la sostenibilità nel settore ICT. La direttiva CSRD (Corporate sustainability reporting directive), rispetto alla precedente normativa sulla rendicontazione non finanziaria (NFRD), introduce obblighi di reporting più estesi, coinvolgendo un numero maggiore di aziende e imponendo criteri più dettagliati per la divulgazione delle informazioni ESG (ambientali, sociali e di governance). Gli ESRS (European sustainability reporting standards) stabiliscono un quadro strutturato per la misurazione della sostenibilità, richiedendo dati comparabili, verificabili e standardizzati. Uno degli aspetti innovativi della CSRD è l’obbligo di rendicontazione digitale in formato XBRL per migliorare la trasparenza e la fruibilità dei dati da parte degli investitori e delle istituzioni. Inoltre, le aziende devono adottare un approccio basato sul doppio materiality assessment, che tiene conto sia dell’impatto dell’azienda sull’ambiente e la società, sia dell’effetto dei fattori ESG sulla performance finanziaria dell’impresa. Vari sono i KPI chiave per la compliance alla CSRD. I primi sono quelli relativi al consumo energetico e all’impronta di carbonio (Scope 1, 2 e 3). La gestione dell’energia e della carbon footprint rappresenta un aspetto centrale per le aziende che desiderano allinearsi agli standard di sostenibilità e conformità normativa.

Il monitoraggio delle emissioni si suddivide in tre categorie: lo Scope 1 riguarda le emissioni dirette derivanti dalle attività aziendali, lo Scope 2, che include le emissioni indirette legate all’energia acquistata e consumata, e lo Scope 3 comprende tutte le emissioni indirette derivanti dalla catena di fornitura e dall’uso dei prodotti e servizi dell’azienda. L’adozione di strumenti digitali avanzati permette di analizzare in tempo reale i consumi energetici, identificare inefficienze e implementare strategie di ottimizzazione basate sull’intelligenza artificiale e il machine learning. Inoltre, l’integrazione di sistemi di gestione dell’energia (EMS) e piattaforme di carbon accounting consente alle aziende di raccogliere dati accurati e verificabili, facilitando la rendicontazione ESG richiesta dalla direttiva CSRD. L’utilizzo di energie rinnovabili, l’ottimizzazione dell’infrastruttura IT e l’adozione di pratiche di economia circolare sono strategie fondamentali per ridurre l’impatto ambientale e migliorare la sostenibilità operativa.

Altri KPI riguardano l’utilizzo di energie rinnovabili e strategie di efficienza energetica. L’adozione di energie rinnovabili e l’implementazione di strategie di efficienza energetica rappresentano elementi fondamentali per la transizione verso un’ICT sostenibile. Le aziende stanno investendo in soluzioni come pannelli solari, impianti eolici e sistemi di accumulo energetico per ridurre la dipendenza da fonti fossili e minimizzare l’impronta di carbonio. L’integrazione di fonti rinnovabili con infrastrutture ICT richiede l’adozione di tecnologie avanzate di gestione dell’energia, come microgrid intelligenti e algoritmi di ottimizzazione basati sull’intelligenza artificiale, per bilanciare in tempo reale domanda e offerta energetica. Parallelamente, l’efficienza energetica è ottenuta attraverso l’uso di data center green che impiegano sistemi di raffreddamento ad alta efficienza, tecnologie di virtualizzazione e server a basso consumo energetico. L’automazione dei processi e il monitoraggio dei consumi tramite IoT consentono di identificare sprechi e migliorare l’efficienza operativa. Inoltre, il passaggio a modelli di edge computing riduce la necessità di trasmissione dati a lunga distanza, ottimizzando l’uso delle risorse energetiche e abbattendo i costi di infrastruttura.


#ICTsostenibile Infrastrutture resilienti, Musumeci: «PNRR, la spinta al digitale per l’Italia sostenibile»
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IL RAPPORTO TRA ROI E IMPATTO

Ulteriori parametri sono riferiti alla gestione dei rifiuti elettronici e alle iniziative di economia circolare. La gestione sostenibile dei rifiuti elettronici rappresenta una sfida cruciale nell’ambito dell’ICT. La crescente produzione di dispositivi elettronici genera un volume sempre maggiore di scarti, molti dei quali contengono materiali preziosi e sostanze potenzialmente nocive per l’ambiente. La transizione da un modello basato esclusivamente sul riciclo a un approccio orientato al riuso e all’estensione del ciclo di vita dei prodotti è diventata una priorità nelle strategie di sostenibilità.

La valutazione della trasformazione digitale sostenibile è un fattore chiave per le imprese. Secondo Marzio Bonelli, CIO di MM Spa, è essenziale disporre di indicatori capaci di misurare in modo oggettivo non solo il ritorno economico degli investimenti, ma anche il loro impatto sulla sostenibilità ambientale, sociale ed economica, in linea con gli SDG dell’Agenda 2030. «Servono metriche affidabili – sottolinea Bonelli – per misurare il livello di sostenibilità dei progetti di trasformazione digitale, integrate automaticamente con gli ESRS della nuova direttiva CSRD, così da contribuire in modo inequivocabile alla definizione del profilo di sostenibilità dell’azienda».

L’Unione Europea, con iniziative come il Piano d’azione per l’economia circolare, sta promuovendo politiche che incentivano la riparazione e il riutilizzo dei dispositivi elettronici prima della loro dismissione. La progettazione modulare dei dispositivi e l’introduzione di standard per facilitare la riparazione stanno semplificando l’accesso a componenti sostituibili e aggiornabili, riducendo la necessità di smaltimento precoce. Parallelamente, si stanno diffondendo nuovi modelli di business come il Product as a Service, che prevede la fornitura di hardware e software in abbonamento anziché in vendita diretta. Questo modello incentiva i produttori a creare dispositivi più durevoli e facilmente aggiornabili, riducendo così la produzione di rifiuti elettronici e migliorando l’efficienza delle risorse. Le tecnologie digitali stanno inoltre rivoluzionando la gestione del fine vita dei dispositivi elettronici. Strumenti basati su blockchain permettono di tracciare il ciclo di vita di un prodotto, garantendo trasparenza e responsabilità nella filiera del riciclo.

Inoltre, l’intelligenza artificiale e il machine learning vengono utilizzati per ottimizzare i processi di separazione e recupero dei materiali, migliorando il tasso di riciclo e riducendo l’impatto ambientale. Infine, il ruolo delle normative è fondamentale per garantire la conformità e promuovere la sostenibilità. In Europa, regolamenti come la Direttiva RAEE (Rifiuti di apparecchiature elettriche ed elettroniche) impongono obblighi stringenti per il recupero e il riciclo dei dispositivi elettronici.

GOVERNANCE CIRCOLARE

In parallelo, paesi come gli Stati Uniti e la Cina stanno sviluppando strategie per migliorare la gestione dei rifiuti elettronici, con approcci che variano da incentivi governativi a restrizioni sulla produzione di rifiuti. L’integrazione di pratiche di economia circolare nel settore ICT non solo riduce l’impatto ambientale, ma crea anche nuove opportunità economiche e occupazionali, contribuendo a una transizione verso un’economia più sostenibile e resiliente. Ulteriori KPI da tenere in considerazione si riferiscono alle pratiche di approvvigionamento sostenibile e gestione della supply chain. Il concetto si riferisce a tutte le strategie e i processi che un’azienda adotta per garantire che le materie prime, i componenti e i prodotti finali vengano ottenuti e distribuiti in modo da ridurre al minimo l’impatto ambientale, migliorare le condizioni sociali e garantire una governance trasparente ed etica.

In particolare, le pratiche di approvvigionamento sostenibile includono la selezione di fornitori che rispettano standard ambientali e sociali elevati, la riduzione delle emissioni di CO2 nei trasporti, l’adozione di materiali riciclati o a basso impatto ambientale e l’ottimizzazione dei processi logistici per ridurre gli sprechi. Inoltre, la digitalizzazione della supply chain, attraverso tecnologie come blockchain e intelligenza artificiale, permette una maggiore tracciabilità e trasparenza lungo tutta la catena di fornitura, riducendo il rischio di pratiche non etiche e migliorando l’efficienza operativa. Queste strategie non solo aiutano le aziende a conformarsi alle normative ambientali e sociali sempre più stringenti, come quelle previste dalla direttiva CSRD in Europa, ma rappresentano anche un’opportunità per creare un vantaggio competitivo sul mercato, migliorare la reputazione aziendale e soddisfare le aspettative dei consumatori sempre più attenti alla sostenibilità.

Da non dimenticare, i KPI che evidenziano la diversità, l’equità e l’inclusione (DEI) nella forza lavoro che rappresentano aspetti fondamentali per garantire un ambiente lavorativo sostenibile, innovativo e produttivo. Un’organizzazione che promuove attivamente la diversità è in grado di attrarre talenti con prospettive ed esperienze differenti, favorendo così una maggiore creatività e capacità di risoluzione dei problemi.

L’equità, invece, implica la creazione di politiche aziendali che garantiscano pari opportunità per tutti i dipendenti, eliminando barriere sistemiche e garantendo retribuzioni e possibilità di crescita basate esclusivamente sul merito. L’inclusione si riferisce alla capacità di un’azienda di creare un ambiente accogliente, in cui ogni individuo si senta valorizzato e libero di esprimere il proprio potenziale senza timori di discriminazione. Integrare questi principi all’interno della strategia aziendale non solo migliora il benessere dei dipendenti, ma porta anche a un miglioramento della produttività e dell’innovazione, aspetti cruciali per affrontare le sfide della sostenibilità e della trasformazione digitale.

Una governance efficace dei rischi ESG richiede l’integrazione di questi criteri nei processi decisionali aziendali per garantire trasparenza e responsabilità. Le aziende devono implementare sistemi di monitoraggio e rendicontazione che valutino in modo continuo l’impatto delle loro attività. La crescente attenzione degli investitori e dei regolatori rende necessario l’uso di strumenti digitali avanzati per raccogliere e analizzare i dati ESG, verificare la conformità normativa e gestire il rischio reputazionale. Inoltre, il Piano d’azione per l’economia circolare e il Green deal europeo mirano a ridurre le emissioni e incentivare la transizione digitale sostenibile, integrando questi standard nelle strategie industriali europee.


#ICTsostenibile Dati verificabili e più la trasparenza per investitori, consumatori e istituzioni
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ITALIA: SFIDE E OPPORTUNITÀ

L’Italia si trova di fronte a diverse sfide nella transizione verso l’ICT sostenibile. La frammentazione del settore, la mancanza di infrastrutture digitali adeguate e il ritardo nell’adozione di nuove tecnologie rappresentano ostacoli da superare. Tuttavia, il digitale offre opportunità straordinarie come abilitatore della sostenibilità non solo ambientale, ma anche economica e sociale. L’adozione di soluzioni green-ICT può ottimizzare il consumo di risorse, ridurre gli sprechi e migliorare l’efficienza operativa delle aziende, mentre le nuove modalità di lavoro agile e da remoto permettono di abbattere le emissioni legate agli spostamenti. Inoltre, una rete digitale resiliente e intelligente può favorire una maggiore inclusione sociale, garantendo l’accesso equo alle opportunità lavorative e formative su tutto il territorio nazionale, contribuendo così a uno sviluppo più sostenibile e bilanciato.

In Italia, il PNRR prevede investimenti significativi nella digitalizzazione e nella sostenibilità. Il governo ha incentivato l’uso di cloud computing, intelligenza artificiale e blockchain per migliorare la gestione delle risorse e ridurre gli sprechi energetici. Inoltre, una particolare attenzione è stata dedicata alla creazione di un’infrastruttura di rete resiliente e abilitante, capace di supportare l’evoluzione digitale e la sostenibilità attraverso un’ottimizzazione dell’efficienza energetica e una maggiore sicurezza nelle comunicazioni.

«Gli investimenti previsti dal PNRR sono finalizzati a stimolare la crescita economica e creare nuove opportunità di lavoro in diversi settori» – spiega Alessandro Musumeci, capo della Segreteria tecnica del Sottosegretario di Stato con delega alla transizione digitale. «Tra le principali voci di spesa figurano la digitalizzazione, la ricerca e l’innovazione, l’istruzione e la formazione, e il potenziamento delle infrastrutture. In particolar modo il Dipartimento per la Trasformazione Digitale è impegnato in progetti per la mobilità sostenibile, nel pieno rispetto dell’ambiente, al fine di semplificare l’utilizzo di sistemi intermodali di trasporto. A fronte di consistenti investimenti in questo settore sarà importante misurare l’efficacia di tali misure e l’impatto sul territorio, sui cittadini e sulle imprese di tali importanti progetti».

In questo contesto, la Fondazione per la Sostenibilità Digitale svolge un ruolo fondamentale nel promuovere un approccio integrato tra digitale e sostenibilità, con attività di ricerca, sensibilizzazione e supporto alle aziende e alle istituzioni. La fondazione, tramite il proprio osservatorio permanente, ha sviluppato il Digital Sustainability Index (DiSI), uno strumento per misurare la consapevolezza e l’impegno delle aziende e dei cittadini nell’uso del digitale per la sostenibilità e promuove politiche e regolamentazioni per un digitale sostenibile lavorando con istituzioni pubbliche e private per sviluppare policy in grado di guidare la transizione digitale in un’ottica di sostenibilità grazie anche alla definizione di strategie per la sostenibilità digitale a livello nazionale ed europeo.

A livello normativo, la fondazione ha ideato e realizzato la Prassi di Riferimento UNI/PdR 147:2023 che fornisce linee guida per misurare, valutare e migliorare la sostenibilità digitale di progetti e di organizzazioni pubbliche e private. La prassi definisce indicatori e criteri per integrare la sostenibilità nei processi di trasformazione digitale, in linea con gli obiettivi di sviluppo sostenibile (SDGs) dell’Agenda 2030. Il documento aiuta le aziende a sviluppare un digitale etico, inclusivo e a basso impatto ambientale, promuovendo un approccio consapevole all’innovazione tecnologica.


#ICTsostenibile La sostenibilità, pilastro strategico delle imprese europee
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USA E CINA: IL CONFRONTO

Negli Stati Uniti, il rapporto tra tecnologia e sostenibilità è spesso guidato dal settore privato, con grandi aziende tecnologiche che investono massicciamente in energia rinnovabile e strategie di riduzione delle emissioni. Tuttavia, a livello normativo, non esiste un quadro federale unificato paragonabile alle direttive europee, e molte iniziative di sostenibilità sono lasciate alla discrezione dei singoli stati o delle aziende.

La Securities and Exchange Commission (SEC) sta lavorando su regolamenti per la rendicontazione ESG, ma il dibattito sulla loro implementazione è ancora in corso. L’adozione di soluzioni digitali per la gestione energetica e il monitoraggio dei KPI ambientali è in crescita, ma spesso in assenza di obblighi normativi stringenti le aziende si muovono su base volontaria e sulla spinta di vantaggi competitivi. Questo approccio favorisce l’innovazione e la sperimentazione di nuove tecnologie, ma può portare a una diffusione disomogenea delle pratiche di monitoraggio ambientale, con standard variabili tra settori e territori.

In Cina, il governo ha adottato un approccio centralizzato alla sostenibilità, con il piano Made in China 2025 e la strategia Dual Carbon che mirano alla neutralità delle emissioni entro il 2060. La digitalizzazione e l’intelligenza artificiale giocano un ruolo chiave nella gestione delle risorse e nell’ottimizzazione energetica, con un forte focus sulla smart grid e sulle infrastrutture di rete intelligenti. Le normative cinesi impongono alle aziende un controllo rigoroso sulle emissioni e sulla gestione dei rifiuti elettronici, mentre il governo promuove l’adozione di data center a basse emissioni e tecnologie di economia circolare. Tuttavia, la sostenibilità in Cina è spesso bilanciata con le esigenze di crescita economica, il che porta a compromessi tra sviluppo industriale e riduzione dell’impatto ambientale.

L’EQUILIBRIO NECESSARIO

Il legame tra digitale e sostenibilità è ormai indissolubile: il digitale è un potente strumento per accelerare la transizione ecologica ed economica, ma allo stesso tempo deve essere sviluppato e utilizzato in modo responsabile per non creare nuovi problemi sociali o ambientali. Il ruolo dell’ICT nella sostenibilità è sempre più rilevante a livello globale. Nonostante gli arretramenti su molti fronti, le grandi aziende hanno già integrato i criteri ESG nelle loro strategie, rispondendo alle richieste degli investitori e dei consumatori.

«Le tecnologie digitali rappresentano una leva imprescindibile per raggiungere gli obiettivi di sostenibilità» – afferma Marzio Bonelli, CIO di MM Spa. «Per esempio, nel servizio idrico integrato, il digitale gioca un ruolo cruciale lungo l’intero ciclo di vita dell’acqua: dalla captazione alla potabilizzazione, dalla distribuzione fino alla depurazione». Bonelli evidenzia come il cambiamento climatico ponga sfide sempre più complesse: «Da un lato, è fondamentale proteggere la risorsa idrica, dall’altro, serve difendere il territorio, sempre più esposto a fenomeni meteorologici estremi. Precipitazioni improvvise e abbondanti provocano inondazioni con gravi conseguenze per popolazione e agricoltura. Il digitale può aiutarci a gestire queste criticità con maggiore efficienza e tempestività».


#ICTsostenibile Meno rifiuti elettronici e più efficienza delle risorse, il Product as a Service come modello
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L’Europa punta a creare un modello di sviluppo sostenibile basato su responsabilità aziendale e trasparenza, promuovendo normative stringenti e una strategia incentrata sulla misurazione di KPI ambientali, sociali ed economici. Tuttavia, il panorama globale mostra differenze significative: negli Stati Uniti, l’approccio è più orientato al mercato, con le grandi aziende tecnologiche che guidano autonomamente le iniziative di sostenibilità, mentre la Cina adotta una strategia centralizzata con un forte intervento governativo per bilanciare crescita economica e riduzione dell’impatto ambientale.

La sinergia tra governi, imprese e cittadini è la chiave per un futuro in cui digitale e sostenibilità si intreccino efficacemente. Servono strategie mirate, capaci di adattarsi alle specificità economiche e normative, trasformando l’innovazione e il digitale in un motore concreto di sviluppo sostenibile. «L’innovazione e la digitalizzazione non sono solo le chiavi per sbloccare le porte della sostenibilità» – afferma Stefano Brandinali, group chief innovation officer di Angelini Industries. «Sono il grimaldello che rompe le vecchie abitudini e costruisce un futuro dove crescita, sviluppo e responsabilità sociale sono inseparabili».


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Sostenibilità by design, da ideale a imperativo operativo https://www.datamanager.it/2024/12/sostenibilita-by-design-da-ideale-a-imperativo-operativo/ Wed, 11 Dec 2024 10:00:26 +0000 https://www.datamanager.it/?p=241979 La transizione verde e digitale, promossa dalla nuova CSRD, rappresenta una visione integrata della sostenibilità, dove tecnologia e ambiente collaborano per costruire un futuro più equo e responsabile. Le imprese sono chiamate a diventare protagoniste di questa trasformazione L’integrazione della transizione verde e della transizione digitale rappresenta non solo un binomio inevitabile per il futuro […]

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La transizione verde e digitale, promossa dalla nuova CSRD, rappresenta una visione integrata della sostenibilità, dove tecnologia e ambiente collaborano per costruire un futuro più equo e responsabile. Le imprese sono chiamate a diventare protagoniste di questa trasformazione

L’integrazione della transizione verde e della transizione digitale rappresenta non solo un binomio inevitabile per il futuro delle imprese, ma anche un’opportunità per ripensare modelli di business in chiave sostenibile. La recente normativa europea Corporate sustainability reporting directive (CSRD) costituisce il pilastro per questo cambiamento, definendo gli standard con cui le aziende devono ora riportare le proprie performance ambientali, sociali ed economiche. Con questa misura, l’Europa non solo stabilisce obblighi di trasparenza e responsabilità per le imprese, ma crea anche una cornice normativa che incoraggia le organizzazioni ad adottare pratiche di sostenibilità digitale. La transizione verde e quella digitale rappresentano due delle sfide più grandi che l’Europa e il mondo intero si trovano ad affrontare. La necessità di ridurre l’impatto ambientale delle attività umane è ormai indiscutibile, soprattutto di fronte all’accelerazione dei cambiamenti climatici e al degrado degli ecosistemi. Allo stesso tempo, il progresso tecnologico sta rivoluzionando ogni aspetto della società e dell’economia, ponendo nuove opportunità ma anche nuove complessità.

La CSRD si inserisce in questo contesto come un catalizzatore di cambiamento, promuovendo una visione integrata in cui i concetti di sostenibilità – non solo ambientale ma anche economica e sociale – e l’innovazione digitale si intrecciano per costruire un modello di sviluppo economico più responsabile. L’integrazione tra sostenibilità e digitalizzazione, promossa dalla CSRD, rappresenta un percorso verso un’economia in cui gli obiettivi di sostenibilità espressi dall’Agenda 2030 e quelli digitali convergano per creare valore. La sostenibilità e la digitalizzazione rappresentano le due principali direttrici di trasformazione del ventunesimo secolo, destinate a ridefinire i modelli operativi delle imprese e a ridisegnare il panorama economico e sociale.

Queste due dimensioni, inizialmente percepite come separate, convergono oggi in un percorso integrato di cambiamento, in cui le tecnologie digitali forniscono strumenti innovativi per affrontare le sfide ambientali e sociali, mentre la sostenibilità diventa una bussola etica e strategica per guidare la digitalizzazione verso obiettivi di lungo termine. Le imprese che sanno integrare la sostenibilità nei propri processi digitali non solo migliorano la propria resilienza e competitività, ma contribuiscono a costruire un’economia più giusta, inclusiva e rispettosa del Pianeta. La sostenibilità di una tecnologia dipende dal total life-cycle assessment. Per esempio, la blockchain è certamente energivora, ma attraverso questa tecnologia, le aziende possono garantire la tracciabilità e la trasparenza lungo tutta la filiera produttiva, assicurando ai consumatori che i prodotti che acquistano rispettano standard etici e ambientali elevati. Questo tipo di comunicazione trasparente non solo rafforza il brand e aumenta la fidelizzazione dei clienti, ma contribuisce anche a educare il pubblico su temi importanti come il consumo responsabile e la protezione del Pianeta.


Transizione verde + digitale: le imprese sono pronte? #Sostenibilità #Digitalizzazione
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TRASFORMAZIONE E TRANSIZIONE

La digitalizzazione, e ancora più propriamente la trasformazione digitale, consente di accelerare la transizione verde, offrendo soluzioni per monitorare e ridurre i consumi energetici, ottimizzare l’uso delle risorse e migliorare l’efficienza delle operazioni aziendali. Tecnologie come l’intelligenza artificiale, l’IoT e i Big Data permettono alle imprese di raccogliere e analizzare dati in tempo reale, identificando inefficienze e sviluppando strategie per ridurre l’impatto ambientale. I sensori IoT possono monitorare il consumo energetico in tempo reale, permettendo interventi correttivi immediati e una gestione più efficiente delle risorse. L’intelligenza artificiale può analizzare enormi quantità di dati per ottimizzare la catena di approvvigionamento, riducendo così gli sprechi e migliorando l’impronta ecologica complessiva delle attività aziendali. Algoritmi avanzati possono analizzare dati complessi e identificare schemi di consumo energetico inefficiente, suggerendo soluzioni per ottimizzare la produzione e la distribuzione delle risorse. Nella logistica l’AI può migliorare la pianificazione delle rotte di trasporto, riducendo le distanze percorse e il consumo di carburante. Nel settore manifatturiero, i sistemi di machine learning possono essere utilizzati per monitorare le prestazioni delle macchine, prevedere malfunzionamenti e pianificare la manutenzione in modo preventivo, evitando fermi macchina e riducendo gli sprechi di materiali e risorse.

La CSRD fa la sua parte introducendo obblighi di rendicontazione sulla sostenibilità, incoraggiando le imprese a considerare in modo strategico le proprie scelte tecnologiche, puntando su soluzioni che favoriscano la sostenibilità. Inoltre, la direttiva stimola le aziende a sviluppare un’infrastruttura digitale che sia non solo efficiente, ma anche rispettosa dell’ambiente, promuovendo un uso responsabile delle tecnologie e riducendo l’impatto energetico dei data center e dei sistemi informatici. Inoltre, la transizione verde e digitale favorisce una maggiore trasparenza e tracciabilità lungo tutta la catena del valore.


Sostenibilità digitale: non solo obbligo, ma leva strategica per innovare #DigitalGreen
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IL RUOLO DELLA CSRD

La CSRD rappresenta uno sviluppo significativo rispetto alla precedente normativa sulla rendicontazione non finanziaria, espandendo l’obbligo di reporting a tutte le grandi imprese e a molte medie imprese in tutta l’Unione Europea. Ora le aziende devono documentare non solo le emissioni dirette (Scope 1) e indirette (Scope 2), ma anche le emissioni lungo l’intera catena del valore (Scope 3). Questa esigenza ha portato le imprese a considerare in maniera sistematica l’intero ciclo di vita dei prodotti e dei servizi offerti, identificando e monitorando non solo i costi economici, ma anche quelli ambientali e sociali. In questo quadro, le tecnologie digitali assumono una posizione strategica, potendo abilitare sia il monitoraggio delle performance ambientali sia l’ottimizzazione dei processi. Con la CSRD, l’Unione europea ha rafforzato i requisiti di trasparenza aziendale, ponendo l’accento non solo sui risultati economici, ma anche sulle performance ambientali, sociali e di governance (ESG) delle imprese. Questo nuovo approccio richiede alle aziende di integrare i principi di sostenibilità in ogni aspetto delle loro operazioni, andando oltre i tradizionali modelli di business e promuovendo una visione a lungo termine che tenga conto degli impatti sociali e ambientali. La CSRD, obbligando le aziende a rendicontare in modo accurato e standardizzato, ha il potenziale di ridefinire l’intero panorama aziendale, introducendo criteri di responsabilità e sostenibilità come indicatori centrali di successo.

La performance aziendale non può più essere misurata esclusivamente dal fatturato come mette in evidenza la Classifica TOP 100 dell’ICT Sostenibile, realizzata da BVA Doxa per Data Manager che propone una visione innovativa del successo aziendale, ampliando l’analisi della performance oltre la i risultati finanziari per includere indicatori quantitativi di misurazione della capacità di creare valore sostenibile a lungo termine.

Uno degli aspetti più innovativi della CSRD è l’enfasi sulla doppia materialità. Le aziende sono ora tenute a valutare non solo come i cambiamenti ambientali e sociali influenzino la loro attività (materialità finanziaria), ma anche come le loro attività impattino sull’ambiente e sulla società (materialità d’impatto). Questa doppia prospettiva impone alle imprese una valutazione più ampia e completa dei rischi e delle opportunità, in quanto richiede loro di considerare i potenziali effetti dei propri comportamenti sull’ambiente, sulla società e sulla propria resilienza economica. La materialità doppia rappresenta un cambio di paradigma rispetto alla rendicontazione tradizionale, poiché costringe le aziende a riconoscere e affrontare le proprie responsabilità sociali e ambientali, andando oltre una visione puramente economica.

La CSRD introduce anche nuovi standard per la raccolta, la verifica e la comunicazione dei dati, rendendo obbligatorio l’uso di standard europei di reporting di sostenibilità (ESRS). Questi standard, sviluppati dall’European financial reporting advisory group (EFRAG), offrono linee guida per la raccolta di dati comparabili e verificabili, rendendo più facile per gli stakeholder valutare le performance ESG di un’azienda. I dati devono essere non solo accurati, ma anche verificati da un revisore esterno, che ne garantisca l’affidabilità e la completezza. Questo processo di verifica esterna mira a garantire la credibilità delle informazioni e a evitare il fenomeno del greenwashing, in altre parole la presentazione ingannevole delle pratiche aziendali come sostenibili quando in realtà non lo sono. L’obbligo di verificare le informazioni aumenta la fiducia degli stakeholder nei confronti delle aziende, poiché offre una garanzia che i dati pubblicati siano reali e significativi.


La doppia materialità rivoluziona il reporting di sostenibilità #ESG #CSRD #Sostenibilità
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L’implementazione della CSRD rappresenta anche l’opportunità per le aziende di sviluppare nuovi modelli di business basati sulla sostenibilità e sulla digitalizzazione. La circular economy, per esempio, beneficia notevolmente delle tecnologie digitali, che facilitano la raccolta e l’elaborazione dei dati necessari per gestire il ciclo di vita dei prodotti, promuovere il riciclo dei materiali e ridurre i rifiuti. Le imprese possono sfruttare queste informazioni per progettare prodotti che durano più a lungo, che siano riparabili o riciclabili, e per adottare modelli di business basati su servizi, come il leasing o il noleggio, piuttosto che sulla vendita di prodotti monouso. Questi modelli sostenibili non solo rispondono alle aspettative normative, ma offrono anche un vantaggio competitivo nel mercato in rapida evoluzione, attirando clienti e investitori sempre più attenti al livello di sostenibilità delle aziende.

La sinergia tra digitalizzazione e sostenibilità ha anche un impatto importante sul lavoro e sulle competenze richieste in ambito aziendale. Le aziende devono investire nella formazione dei dipendenti affinché siano in grado di gestire e utilizzare le nuove tecnologie per la sostenibilità, come i sistemi di monitoraggio ambientale e le piattaforme digitali per la rendicontazione ESG. La creazione di un ambiente di lavoro sostenibile e tecnologicamente avanzato richiede competenze trasversali che uniscono conoscenze in ambito tecnologico e sensibilità sui temi dell’Agenda. 2030. La CSRD, promuovendo la sostenibilità come parte integrante della strategia aziendale, incentiva le imprese a investire in queste competenze, contribuendo così alla creazione di un mercato del lavoro più qualificato e consapevole. La CSRD favorisce un approccio proattivo alla sostenibilità, invitando le imprese a considerare i rischi e le opportunità futuri legati ai cambiamenti climatici, alla scarsità di risorse e alle dinamiche sociali in evoluzione. La CSRD ha inoltre anche un effetto trasformativo sul cambiamento culturale aziendale. La rendicontazione della sostenibilità non è solo un’attività di conformità, ma un’opportunità per promuovere una cultura aziendale orientata alla responsabilità e alla trasparenza. La direttiva spinge le aziende a coinvolgere tutti i livelli dell’organizzazione, dai dirigenti ai dipendenti, nella definizione e nel raggiungimento degli obiettivi di sostenibilità. La responsabilità condivisa verso gli obiettivi ESG diventa un elemento chiave della cultura aziendale, favorendo una mentalità orientata all’innovazione sostenibile e alla creazione di valore per tutti gli stakeholder. La CSRD trasforma le pratiche di reporting e pone le basi per una gestione aziendale più consapevole e responsabile. Le imprese moderne non possono più limitarsi a considerare il profitto come unico obiettivo, ma devono valutare i propri impatti a 360 gradi, contribuendo alla creazione di un’economia resiliente e sostenibile. Grazie alla CSRD, la sostenibilità diventa una componente centrale della strategia aziendale, trasformando il modo in cui le aziende operano, competono e interagiscono con il mondo.


#GreenITIndex e Prassi UNI/PdR 147:2023 per misurare efficienza energetica e impatto tecnologico
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COME MISURARE IL CAMBIAMENTO

Per molte aziende, conformarsi alla CSRD richiede una revisione profonda dei processi di raccolta dati e di gestione delle informazioni. Le aziende devono implementare sistemi di monitoraggio e controllo che consentano di raccogliere informazioni dettagliate sulle attività aziendali e sulle emissioni lungo la catena del valore. La digitalizzazione gioca un ruolo determinante in questo contesto, poiché tecnologie come i Big Data, l’intelligenza artificiale e l’IoT consentono di monitorare in tempo reale l’uso delle risorse, i consumi energetici e le emissioni di CO2. Attraverso questi strumenti, le imprese possono ottimizzare i propri processi interni, ridurre gli sprechi e migliorare l’efficienza operativa, allineandosi così agli obiettivi di sostenibilità richiesti dalla CSRD. Per esempio, l’IoT applicato alla gestione degli edifici permette di monitorare e regolare in modo intelligente il riscaldamento, l’illuminazione e la ventilazione, riducendo i consumi energetici fino al 30% e migliorando al contempo il comfort ambientale per i lavoratori.

La Prassi UNI/PdR 147:2023, promossa e sviluppata in Italia dalla Fondazione per la Sostenibilità Digitale rappresenta una guida fondamentale per costruire un ecosistema che vede nella sostenibilità non un obbligo normativo, ma un valore. Infatti, laddove inizialmente questi obiettivi sostenibili possono apparire come vincoli, nel lungo termine si rivelano fattori di crescita e sviluppo. La Prassi UNI/PdR 147:2023 offre un approccio sistematico a questa sfida, introducendo indicatori chiave di prestazione (KPI) specifici per la trasformazione digitale sostenibile e allineati agli obiettivi di sviluppo sostenibile (SDG) delle Nazioni Unite espressi nell’Agenda 2030. L’adozione di strumenti digitali è essa stessa soggetta a valutazioni di sostenibilità: l’infrastruttura digitale richiede grandi quantità di energia, e molte delle tecnologie innovative, come il cloud computing e l’intelligenza artificiale, hanno un’impronta ecologica non trascurabile.

Di fronte a questa sfida, la Prassi UNI/PdR 147:2023 propone un approccio che integra criteri di sostenibilità nel ciclo di vita dei progetti di trasformazione digitale, valutando il contributo di ciascuna tecnologia rispetto agli SDG e proponendo metriche di misurazione dell’efficienza energetica e dell’impatto sociale. La Prassi UNI/PdR 147:2023 aiuta così a creare un framework operativo per la sostenibilità digitale, trasformando i KPI di sostenibilità in metriche di successo per la strategia aziendale. Questo strumento di misurazione permette alle aziende di determinare se un progetto digitale contribuisce effettivamente agli obiettivi di sostenibilità o se, al contrario, introduce rischi di danno significativo (andando oltre il principio “Do No Significant Harm”).
La CSRD e la Prassi UNI/PdR 147:2023 forniscono le linee guida per misurare e monitorare la sostenibilità di un progetto e di una azienda, incoraggiando l’adozione di tecnologie che ottimizzino l’utilizzo delle risorse e promuovano l’uso di infrastrutture a basso impatto ambientale e l’adozione di pratiche sociali adeguate.


Modelli circolari e procurement sostenibile: filiera green per un futuro più responsabile #CircularEconomy
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A livello tecnologico uno dei principali ambiti di intervento è sicuramente rappresentato dai data center, che costituiscono il cuore dell’infrastruttura digitale e consumano quantità significative di energia per il funzionamento e il raffreddamento dei server. È fondamentale che le aziende e i provider di cloud computing adottino pratiche avanzate di green data center. Queste includono l’implementazione di sistemi di raffreddamento innovativi, come il raffreddamento a immersione o ad aria esterna, e l’uso di fonti di energia rinnovabile per alimentare le strutture. Gli hyperscaler – grandi provider di servizi cloud come Google, Amazon e Microsoft – stanno già compiendo importanti passi in questa direzione, raggiungendo efficienze energetiche molto elevate grazie a un Power Usage Effectiveness (PUE) ottimizzato, che riduce il consumo per unità di calcolo e ottimizza il raffreddamento in relazione alla domanda.
Analogamente anche le reti di comunicazione costituiscono un altro elemento chiave per la sostenibilità digitale. La proliferazione di dispositivi IoT, il 5G e le reti ad alta velocità richiedono infrastrutture sempre più complesse, con conseguenti aumenti di consumo energetico.

Oltre agli aspetti hardware, oggi la sostenibilità di una infrastruttura digitale dipende anche dal software che la gestisce. Come evidenziato dalla Prassi UNI/PdR 147:2023, le aziende possono ridurre il consumo energetico delle loro infrastrutture implementando software efficienti dal punto di vista energetico e sostenibili. Strumenti come il GreenIT Index consentono di misurare e migliorare le performance delle applicazioni in termini di sostenibilità, mentre il monitoraggio costante permette di identificare eventuali inefficienze e ottimizzare il consumo di risorse. Grazie a un approccio sustainable by design, le applicazioni possono essere progettate per consumare meno risorse, supportando infrastrutture digitali che riducano l’impronta ecologica complessiva dell’azienda. In questo contesto, l’adozione di pratiche di sustainable coding e la conformità agli standard di sostenibilità promossi da organismi come la Fondazione per la Sostenibilità Digitale diventano elementi essenziali per una gestione responsabile e orientata al futuro.

Un’impresa digitale sostenibile, tuttavia, non si limita a sviluppare software più efficiente dal punto di vista energetico. L’approccio all’infrastruttura sostenibile non può inoltre prescindere dalla gestione dei dati in modo efficiente. La crescita esponenziale dei dati digitali ha reso necessaria una gestione intelligente che riduca al minimo l’archiviazione eccessiva e il consumo associato. Le strategie di data lifecycle management permettono alle imprese di eliminare i dati non necessari, riducendo lo spazio di archiviazione e il consumo di energia. Inoltre, l’adozione di sistemi di cold storage, che archiviano i dati meno utilizzati su supporti a basso consumo, contribuisce a limitare l’impatto ambientale dei data center e a migliorare l’efficienza operativa. Grazie a queste soluzioni, le aziende possono ridurre il volume di dati attivi nei server principali, limitando il consumo energetico delle operazioni di calcolo e storage. La sostenibilità digitale implica anche una gestione responsabile dei dati, una progettazione etica degli algoritmi e un approccio inclusivo alla tecnologia. Le aziende responsabili adottano strategie che minimizzano i rischi di bias algoritmico e promuovono la trasparenza e l’accessibilità delle soluzioni digitali. Nel caso dell’intelligenza artificiale, per esempio, una gestione responsabile richiede che i modelli algoritmici siano progettati e addestrati su dataset equi e rappresentativi per evitare discriminazioni o distorsioni nei risultati. Per questo motivo, la Prassi UNI/PdR 147:2023 e la CSRD incentivano l’adozione di KPI specifici per monitorare non solo le performance ambientali del software, ma anche l’impatto sociale e l’equità dell’intelligenza artificiale e delle altre tecnologie digitali adottate.


#IoT #AI #BigData monitoraggio real-time e trasparenza nella catena del valore #DigitalSustainability
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Infine, il cammino verso un’infrastruttura digitale sostenibile richiede un cambio di mentalità e una cultura aziendale orientata alla sostenibilità. La sensibilizzazione e la formazione dei dipendenti, insieme a una governance responsabile, sono elementi essenziali per promuovere pratiche sostenibili all’interno dell’organizzazione. La CSRD incoraggia le aziende a integrare la sostenibilità come parte centrale della propria strategia aziendale, sviluppando policy interne che incentivino l’uso responsabile delle risorse digitali e promuovano il miglioramento continuo delle infrastrutture.

Anche la collaborazione con i fornitori è fondamentale, poiché un’infrastruttura sostenibile richiede l’allineamento di tutta la catena di fornitura agli standard ecologici e sociali. Le aziende digitalmente responsabili si impegnano sempre più frequentemente in pratiche di procurement sostenibile con i propri fornitori di tecnologia. Questo significa selezionare partner e fornitori in base all’adozione di standard simili di sostenibilità, garantendo che l’intera catena di fornitura rispetti criteri ambientali e sociali.

La CSRD incoraggia le imprese a verificare la sostenibilità economica e ambientale dei propri fornitori di software e infrastrutture digitali, contribuendo così a creare un ecosistema tecnologico responsabile e consapevole. Molte aziende stanno già integrando clausole di sostenibilità nei contratti con i fornitori per assicurarsi che anche le tecnologie acquistate o licenziate rispettino gli standard di efficienza e trasparenza richiesti dalle normative europee, così come si stanno ipotizzando certificazioni ad hoc.


#greenData #software sostenibili #reti intelligenti e #cultura aziendale: il mix per un futuro sostenibile
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OBIETTIVO E LEVA STRATEGICA

La creazione di un’impresa digitale responsabile e sostenibile richiede un approccio olistico, che includa non solo l’adozione di infrastrutture e lo sviluppo di software efficiente e a basso impatto, ma anche una gestione etica e trasparente delle tecnologie adottate. L’adozione di standard di sostenibilità hardware e software, nonché la conformità a normative quali la CSRD e l’adozione di prassi di riferimento quali la UNI/PdR 147:2023, permettono di costruire un’impresa che sia non solo competitiva, ma anche consapevole del proprio ruolo nel contribuire a un futuro più sostenibile. La sostenibilità diventa così non solo un obiettivo, ma una leva strategica per distinguersi e per guidare il cambiamento verso una società che valorizzi l’innovazione responsabile e il rispetto per l’ambiente e la collettività. La sostenibilità digitale non è quindi solo una responsabilità ma anche una straordinaria opportunità di innovazione per le imprese. Le aziende che saranno in grado di combinare tecnologie avanzate, normative e pratiche sostenibili potranno costruire un futuro in cui la sostenibilità e il digitale saranno i due pilastri portanti del business.


Brother: Stampa responsabile e riciclo

CHG- MERIDIAN: Tecnologia all’avanguardia e rispetto del pianeta. Un binomio possibile?

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Smart city, l’alleanza tra tecnologia e sostenibilità https://www.datamanager.it/2024/11/smart-city-lalleanza-tra-tecnologia-e-sostenibilita/ Thu, 14 Nov 2024 10:01:03 +0000 https://www.datamanager.it/?p=240705 Smart City, innovazione, sostenibilità e qualità della vita. Tecnologie intelligenti per città più efficienti, green e a misura di cittadino. Con la partecipazione di AMAT, Area Tecnica del sottosegretariato alla presidenza del Consiglio con delega all’Innovazione digitale, Arexpo, Azienda Trasporti Milanesi, Axians Italia, BVA Doxa, Comune di Como, Denodo, Eni Plenitude e Trilogis Le smart […]

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Smart City, innovazione, sostenibilità e qualità della vita. Tecnologie intelligenti per città più efficienti, green e a misura di cittadino. Con la partecipazione di AMAT, Area Tecnica del sottosegretariato alla presidenza del Consiglio con delega all’Innovazione digitale, Arexpo, Azienda Trasporti Milanesi, Axians Italia, BVA Doxa, Comune di Como, Denodo, Eni Plenitude e Trilogis

Le smart city rappresentano una delle sfide più innovative del XXI secolo. Si tratta di città che utilizzano le tecnologie digitali e l’Internet of Things (IoT) per migliorare la qualità della vita dei cittadini, ottimizzare l’efficienza dei servizi pubblici e ridurre l’impatto ambientale. Il concetto di smart city coinvolge numerosi settori, come trasporti, energia, rifiuti, sicurezza e servizi sociali, con l’obiettivo di creare un ambiente urbano più sostenibile e interconnesso. I vantaggi che le città smart possono offrire ai cittadini sono molteplici. Uno dei principali benefici è la gestione intelligente dei trasporti. Sensori e algoritmi di intelligenza artificiale possono monitorare il traffico in tempo reale, ottimizzando i flussi di traffico e riducendo gli ingorghi. Questo non solo riduce i tempi di spostamento, ma diminuisce anche le emissioni di CO2. Le città connesse puntano a ridurre l’impatto ambientale grazie a una gestione più efficiente delle risorse. Sistemi intelligenti possono ottimizzare l’uso dell’energia nelle abitazioni e negli edifici pubblici, riducendo sprechi e favorendo l’adozione di energie rinnovabili.

Attraverso l’uso di tecnologie avanzate, le amministrazioni possono fornire servizi più efficienti e tempestivi. Per esempio, le reti idriche intelligenti possono monitorare in tempo reale perdite o consumi anomali, mentre i sistemi di gestione dei rifiuti possono ottimizzare i percorsi di raccolta basandosi sulla reale quantità di rifiuti nei cassonetti. Le città smart favoriscono anche un rapporto più stretto e trasparente tra i cittadini e le amministrazioni. Attraverso piattaforme digitali, i cittadini possono interagire direttamente con le istituzioni, segnalando problemi, proponendo soluzioni e partecipando attivamente ai processi decisionali.

La gestione intelligente dei dati permette di migliorare la sicurezza urbana. Le città possono implementare sistemi di videosorveglianza intelligenti, monitorare la qualità dell’aria e intervenire tempestivamente in caso di situazioni di emergenza o inquinamento critico. Le smart city rappresentano una straordinaria opportunità per migliorare la qualità della vita nelle aree urbane. Tuttavia, la loro realizzazione richiede un approccio integrato che coinvolga non solo le tecnologie, ma anche la collaborazione tra istituzioni, aziende e cittadini. Con l’adozione delle giuste strategie e il supporto delle pubbliche amministrazioni, queste città intelligenti potranno garantire un futuro più sostenibile, efficiente e inclusivo. Analizzare cosa si è già fatto e cosa si può fare per abilitare questo modello è l’obiettivo che si è posta la tavola rotonda di Data Manager con la partecipazione di AMAT, Arexpo, ATM, Axians Italia, BVA Doxa, Comune di Como, Denodo, Eni Plenitude e Trilogis.

LE INIZIATIVE GOVERNATIVE

Parlando di smart city non si può iniziare se non analizzando cosa ha fatto, sta facendo e progetta di fare l’amministrazione centrale dello Stato. Per prima cosa – chiediamo a Alessandro Musumeci, capo della Segreteria Tecnica del Sottosegretario di Stato con delega all’Innovazione Tecnologica della Presidenza del Consiglio – cosa si sta facendo a livello centrale per supportare le realtà locali in questo processo di “smartizzazione” e quali sono i punti cardine del processo di trasformazione digitale su cui questa amministrazione centrale pone il proprio accento. «Parlare di smart city senza citare la mobilità integrata non è possibile. Per spiegare l’approccio dell’Amministrazione Centrale utilizziamo un progetto importante finanziato in buona parte dal PNRR, quello del Mobility Access Service Italy. Il progetto è stato lanciato due anni fa in varie regioni, con un impegno di circa 67 milioni di euro e l’obiettivo di far partire diversi progetti di smart mobility che, integrandosi con i servizi già esistenti, possano diventare catalizzatori di nuove iniziative».


#SmartCity Mobility Access Service Italy, la mobilità integrata per il futuro del Paese #AlexMusumeci
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Sono stati lanciati quattro bandi del progetto. Il primo ha riguardato tre grandi città per progetti pilota, a cui ha fatto seguito un secondo su altre tre città. Si è aggiunto quindi un bando per la sperimentazione di servizi a guida autonoma e in ultimo sono state finanziate alcune regioni per l’avvio di servizi di mobilità integrata, dove per mobilità integrata si intende la valorizzazione dei progetti già avviati dalle varie amministrazioni e aziende di trasporto, ivi comprese le ferrovie, mettendoli a fattor comune per la costruzione di una mobilità intelligente. «Un punto cardine per l’abilitazione delle città smart rimane la connettività a cui il Dipartimento della Trasformazione Digitale associa circa un miliardo di euro di investimenti» – spiega Musumeci, intervenendo in videoconferenza. «L’obiettivo che ci si è posti è che entro il 2030 tutto il territorio nazionale sia cablato con velocità di trasmissione di almeno un Giga». Il territorio nazionale è stato suddiviso in 15 aree e affidato attraverso bandi pubblici a Fibercop e Open Fiber con l’incarico di realizzare la cablatura in fibra ottica, e l’intento esplicito di arrivare a connettere efficacemente le piccole città e i piccoli borghi che, va ricordato, costituiscono la maggior parte degli insediamenti nazionali. Questo senza dimenticare la connessione 5G su cui si sta lavorando o la connessione del sistema sanitario in grado di abilitare servizi di medicina a distanza a misura di cittadino».

Alessandro Musumeci capo segreteria Area Tecnica del sottosegretariato alla presidenza del Consiglio con delega all’Innovazione tecnologica

CITTADINI E SMART CITY

Sonia Biondi, docente universitaria e Business Unit manager area automotive di BVA Doxa, mette subito in chiaro che il livello di conoscenza del significato di smart city da parte del cittadino è ancora notevolmente basso e tra coloro che lo conoscono rimane probabilmente ancora un sogno, più che una realtà. Una ricerca condotta da BVA Doxa rivela che solo il 30% degli intervistati dichiara di aver sentito parlare di smart city, ma di non conoscerne i dettagli, mentre il 39% ha sentito il termine senza approfondirlo, e il restante 31% non ne ha alcuna conoscenza. I Millennials risultano i più consapevoli, probabilmente grazie a un maggiore coinvolgimento in ambiti professionali, a differenza della Generazione Z, che sorprendentemente mostra una minore familiarità. I cittadini che vivono in piccole città e borghi dimostrano una conoscenza molto limitata, se non inesistente, del concetto di smart city e dei servizi che essa può abilitare. Tuttavia, dalla ricerca emerge che chi ne ha maggiore conoscenza non sono i cittadini delle città metropolitane o comunque grandi, bensì quelli che vivono nelle città tra i 250 e i 350mila abitanti, come Bologna, Firenze, Bari, Verona, Venezia e Catania.


#SmartCity Più consapevolezza per attuare il potenziale delle smart city – Sonia Biondi #BVADoxa
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Tra coloro che hanno partecipato all’indagine, il 69% ha dichiarato di aver almeno sentito parlare di smart city dunque. Tuttavia, solo una piccola parte di questo gruppo, pari al 13%, si ritiene davvero sicura di comprendere bene cosa significhi il concetto di smart city. In altre parole, la maggioranza di chi ha familiarità con il termine non ha una comprensione profonda o non si sente confidente con il tema. «Andando a fondo su alcuni temi – continua Sonia Biondi – abbiamo scoperto che molti ricercano nella smart city servizi di cui già dispongono, mettendo in evidenza un problema legato alla comunicazione che spinge il cittadino a utilizzare strumenti che già ha a propria disposizione ma che non sa collocare all’interno della definizione. Il 65% degli intervistati cita Milano come la città più smart, ma poi andando a verificare con i milanesi la conoscenza di quello che hanno, la realtà è che anche loro stessi non ne sono coscienti».

Sonia Biondi business unit manager di BVA Doxa

A livello di comunicazione il governo si sta già muovendo su vari fronti – spiega Alessandro Musumeci. «I 19mila enti coinvolti nei progetti PNRR possono farsi parte attiva di una disseminazione di conoscenza e consapevolezza. Il problema non è fare progetti ma metterli a terra e dare a tutti i cittadini di tutte le estrazioni, anche superando tematiche di digital divide, le stesse opportunità di utilizzo dei servizi digitali della Pubblica Amministrazione».

Sarebbe stato interessante effettuare la ricerca, coinvolgendo gli amministratori dei vari comuni – commenta Giovanni Fazio, direttore PNRR, Smart City, Comunicazione del Comune di Como e co-fondatore dell’associazione Smart City Italy. «Perché se è sconfortante la percentuale di consapevoli del significato di smart city, sarebbe stato ancora più tragico scoprire che la percentuale non sarebbe stata molto diversa tra chi la smart city la deve progettare ed attuare». Il PNRR richiede agli amministratori locali di implementare concretamente i servizi che abilitano le smart city, rispondendo così alle richieste quotidiane dei cittadini, spesso inconsapevoli che tali servizi facciano parte proprio dell’ecosistema delle Smart Cities. «Il senso comune tende a credere di avere già compreso cosa sia una smart city, ma questo rappresenta un ulteriore problema, poiché, avendone sentito parlare così frequentemente, molti la considerano un concetto scontato o acquisito» – spiega Fazio. «Se interrogassimo 100 persone diverse su cosa significhi smart city, probabilmente riceveremmo circa ottanta definizioni diverse».


#SmartCity La sfida delle amministrazioni di attuare i servizi – Giovanni Fazio #ComunediComo
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Secondo l’enciclopedia Treccani, la smart city è una “città caratterizzata dall’integrazione tra saperi, strutture e mezzi tecnologicamente avanzati propri della società della comunicazione e dell’informazione finalizzati alla crescita sostenibile e al miglioramento della qualità della vita”. Già in questa definizione si coglie un aspetto per così dire “etico”. Il Technical Management Board della ISO afferma in modo un poco più preciso che “la smart city è una città che aumenta drasticamente il ritmo con cui migliora la sua sostenibilità e resilienza, focalizzandosi su come coinvolgere la società, come applicare metodi di leadership collaborativa, come lavorare in modo interdisciplinare e trasversalmente ai vari ecosistemi della città e come usare i dati e le tecnologie integrati con l’obiettivo di trasformare i servizi a qualità della vita per tutti coloro che vivono il tessuto cittadino”.

Giovanni Fazio direttore PNRR, Smart City, Comunicazione del Comune di Como e co-fondatore dell’associazione Smart City Italy

«Questa definizione – sottolinea Fazio – spiega che la tecnologia è solo l’ultimo passaggio, evidenziando chiaramente l’obiettivo e i passi necessari da compiere. Il 75% delle richieste non riguarda la tecnologia in sé, ma si riferisce a ciò che viene comunemente definito “abbattere i silos” all’interno del Comune e tra i vari enti pubblici operanti nell’ecosistema urbano, con l’intento di creare valore per i cittadini». Il concetto di smart city si fonda sulla creazione di servizi a valore per aumentare la qualità della vita del cittadino e usa la tecnologia per realizzare questo obiettivo. La digitalizzazione è un dato di fatto e va usata per ripensare i processi al fine di renderli migliori, più interoperabili non perdendo mai di vista il fruitore, in primo luogo il cittadino. Ma ci sono fondi adeguati per ripensare i processi in ottica di una trasformazione digitale efficace ed efficiente? «Il territorio italiano è formato per il 99% da comuni sotto i 100mila abitanti e per il 98% ca. sotto i 50mila. La stragrande maggioranza di questi comuni non ha un CIO, un responsabile della tecnologia, e quindi non ha la capacità di comprendere, sponsorizzare e agevolare la ridefinizione dei processi tramite la digitalizzazione, rendendo in pratica l’operazione estremamente complessa» – spiega Fazio. «Il comune di Como è un capoluogo e quindi come tale ha rapporti con enti che vanno oltre i confini comunali: provincia, prefettura, provveditorato, e così via. Questo complica notevolmente la situazione.

Se poi si aggiunge il fatto che il comune di Como confina con uno stato estero – la Svizzera – non facente parte della Comunità Europea, la situazione diventa quasi tragica sia per il sovraccarico di lavoro per gestire tutti i respingimenti della Svizzera, causando uno spostamento di risorse – non rimpiazzabili – verso il settore servizi sociali, sia per l’appetibilità del mercato del lavoro svizzero che drena risorse essenziali alla pubblica amministrazione locale per creare innovazione. Tuttavia, in questo panorama, bisogna dire che il finanziamento per l’innovazione tecnologica del PNRR è l’unico per così dire semplice, che non costringe le amministrazioni a impazzire per la rendicontazione: quello che spendi lo spendi, quello che non spendi lo spenderai sempre in innovazione ma anche su altri progetti. Questo aspetto rende quindi le amministrazioni più serene nell’utilizzare queste linee di finanziamento».

Valentino Sevino direttore generale e direttore Mobility Planning Area AMAT dell’Agenzia Mobilità Ambiente e Territorio – Comune di Milano

L’INTEGRAZIONE DEI DATI

L’Agenzia Mobilità Ambiente Territorio – AMAT è una società in-house del Comune di Milano, che funge da centro studi per l’ente. La sua attività si concentra sull’elaborazione di studi e analisi finalizzati all’adozione di politiche integrate, con particolare attenzione alla mobilità, alla pianificazione urbanistica e alla realizzazione di infrastrutture. L’attività di AMAT si basa su una vasta gamma di dati, sia autoprodotti che provenienti da fonti esterne. «Siamo grandi consumatori di dati, ma anche grandi produttori» – spiega Valentino Sevino, direttore generale e direttore Mobility Planning Area di AMAT. «Questi dati non solo alimentano i modelli matematici previsionali, ma sono anche impiegati per la re-ingegnerizzazione dei processi, interni e rivolti all’utenza, garantendo una rapidità di intervento nettamente superiore rispetto al passato. Inizialmente utilizzate in modo settoriale, queste informazioni vengono ora sempre più integrate in piattaforme innovative, grazie all’analisi e all’uso di modelli dinamici basati su intelligenza artificiale. Ciò permette di creare clusterizzazioni complesse, difficilmente realizzabili con i metodi tradizionali».


#SmartCity La gestione intelligente dei dati per migliorare la mobilità – Valentino Sevino #AMAT
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Tuttavia, c’è ancora la tendenza a considerare l’integrazione dei dati, come una attività prevalentemente tecnologica – sottolinea Andrea Zinno, data evangelist di Denodo. «L’integrazione dei dati è il mattoncino su cui si basa la conoscenza ed è propriamente una attività semantica in quanto integro i dati perché voglio concettualizzare il mio mondo di riferimento». I dati sono l’equivalente degli occhi nel mondo digitale: guardare e vedere sono due cose profondamente diverse. «La parte tecnologica è il guardare, un atto fisico dove si collezionano dati. In questa operazione non c’è valore» – continua Zinno, «Il valore strutturale del dato si esplica nel momento in cui il dato lo uso per rappresentare e per fare qualcosa, come i mattoni nell’edilizia. Il vero sforzo dell’integrazione è fare in modo che il dato arrivi a chiunque ne abbia bisogno mettendolo in grado di leggerlo con facilità. Si parla molto di democratizzazione del dato. Ma quando si sostiene che il dato deve essere fruibile da chiunque, non si può fissare un livello di competenza minimo. Quindi il dato diventa la base per la rappresentazione di una realtà osservata, che poi deve essere facilmente consumabile» – afferma Zinno. «Perché se si parla di democratizzazione, allora i diritti devono essere facilmente esercitabili, altrimenti diventano un privilegio creando un data-divide».

Andrea Zinno data evangelist di Denodo

La responsabilizzazione del singolo e la partecipazione attiva sono i cardini della democrazia – sottolinea Zinno. «Nel panorama della smart city se non viene attivata questa sorta di partecipazione attiva, dove i molteplici attori, dal cittadino alle istituzioni alle aziende private, si scambiano dati per costruire una vita migliore difficilmente si raggiunge l’obiettivo». Il Data Governance Act infatti rimarca che l’altruismo dei dati è il fondamento affinché i portatori di interesse possano produrre dei servizi per la comunità. «Bisogna passare da un approccio passivo del dato – in altre parole, aspettare che il dato ci arrivi – a un ecosistema dove ognuno è parte attiva, creatore e distributore di dati». Inoltre, dobbiamo diventare portatori sani di dati. «La partecipazione è tutto e la tecnologia deve agire come semplificatore, comprendendo che nel mondo delle città smart, dove gli attori coinvolti sono molti, deve instaurarsi un modello diverso di partecipazione». Il dato è come un prodotto: va realizzato, analizzato, mantenuto e attualizzato nel tempo.


#SmartCity L’integrazione dei dati come fondamento della conoscenza – Andrea Zinno #Denodo
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Il fruitore del dato non è più soltanto il data analyst, il tecnico di settore, ma è l’uomo di business nonché il cittadino comune. «Nella pubblica amministrazione, il problema legato ai dati non risiede nella raccolta, ma nella loro certificazione e nella definizione di chi ha l’autorità per condividerli con gli altri» – afferma Nicola Giuliani, AD e direttore commerciale di Trilogis. «Si tratta di una questione di responsabilità, sia tra colleghi all’interno dell’amministrazione, sia tra l’amministrazione stessa e i cittadini. Il nodo cruciale è la gestione della proprietà dei dati e la percezione di una possibile perdita di potere. Un intervento normativo da parte del legislatore potrebbe aiutare a stabilire un nuovo modus operandi, mentre si lavora affinché la cultura della corretta gestione del dato diventi parte integrante dell’azione di ogni ente e cittadino. Il vero valore dei dati – continua Giuliani – risiede nella loro capacità di trasformarsi in informazioni utili e rilevanti nel momento e nel luogo giusto».

Nicola Giuliani AD e direttore commerciale di Trilogis

#SmartCity Responsabilità e gestione dei dati nella PA – Nicola Giuliani #Trilogis
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I PILASTRI DELLA SMART CITY

«Non si può parlare di smart city, di servizi smart al cittadino, se anche le aziende private non si adoperano in questa direzione» – afferma Roberto Corraro, deputy managing director di Axians Italia. Uno degli aspetti principali da sottolineare è la necessità di capire l’esigenza reale delle istituzioni e delle aziende per affrontare la progettazione e la realizzazione, mettendo in gioco conoscenze molto disparate tra di loro ma complementari. Conoscenze che possono spaziare dall’efficientamento energetico dei palazzi alla trasformazione di processi, dal monitoraggio all’efficientamento delle risorse idriche. «Occorre costruire un vestito su misura con un approccio rivolto all’innovazione, e non pensare di poter adottare per ogni realtà la stessa soluzione» – sottolinea Corraro. «Per velocizzare il raggiungimento degli obiettivi prefissati c’è però la necessità di partire da piattaforme abilitanti, quali Xsona, sviluppata da Axians per agevolare, grazie all’utilizzo di tecnologia IoT, il rilevamento e il monitoraggio di svariati parametri: dalla qualità dell’aria, al controllo dell’illuminazione, al people counting, all’efficienza dell’irrigazione e così via».


#SmartCity Insieme, possiamo fare la differenza – Roberto Corraro #AxiansItalia
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Trasformare implica anche dare valore ad aree strategiche da rigenerare, trasformandole in luoghi vivi e curati attraverso partnership innovative con il privato. Riconvertire aree realizzate per scopi specifici ad altra funzione è sempre arduo e complesso. Riconvertire il milione di metri quadri su cui era sorto l’Esposizione universale di Milano del 2015 sembrava un’impresa impossibile. Arexpo, società a maggioranza pubblica, nata per lanciare Expo 2015 si è trovata a dover affrontare il problema di cosa fare dell’area.

Roberto Corraro deputy managing director di Axians Italia

«Accantonata l’idea di rivendere l’area, tutti hanno messo la testa sull’immaginare come poter costruire un modello di successo» – spiega Mauro Capitanio, direttore commerciale, Programmazione e Sostenibilità di Arexpo. I primi silos caduti sono stati proprio quelli del dialogo tra pubblico e privato generando un modello che prevede un investimento di cinque miliardi di euro, di cui solo 1,5 messi a disposizione dal comparto pubblico. «Consci che l’ecosistema è alla base di tutto, abbiamo proceduto a definire un modello adeguato, un “motore a quattro eliche”: presenza del pubblico, del privato, degli istituti di ricerca e degli enti del terzo settore».


#SmartCity MIND, esempio virtuoso di trasformazione dei distretti urbani – Mauro Capitanio #Arexpo
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Più che la tecnologia in quanto tale, il successo del Mind Innovation District (MIND) è derivato proprio dall’abbattimento dei silos e dalla costruzione di un dialogo aperto e collaborativo tra le realtà coinvolte, pubblico e privato. MIND a regime sarà un distretto dove vivranno assieme oltre 70mila persone, in pratica, una città di medie dimensioni in cui occorre attivare tutti i servizi sociali, lavorativi e ricreativi in grado di attrarre e tenere residenti, nonché insediare attività lavorative che rendano attivo il territorio. «Occorre pensare a questa nuova città come una filiera dove tutti traggono beneficio dalla presenza dell’altro» – sottolinea Capitanio. La creazione di una smart city, quale MIND vuole essere, si porta appresso anche degli abilitatori tecnologici, prima fra tutti l’infrastruttura, non solo digitale. «MIND è stata concepita come una realtà accessibile ma soprattutto raggiungibile: è presente la metropolitana, l’alta velocità ferroviaria, la disponibilità di aeroporti nelle vicinanze. Dal punto di vista digitale e culturale, oltre alla diffusione della fibra ottica, del 5G e alla presenza di eccellenze nel campo della medicina e di campus universitari, stiamo lavorando per attrarre realtà innovative attraverso l’insediamento di centri di calcolo all’avanguardia. Il tutto mantenendo sempre al centro il concetto di sostenibilità, declinato nelle sue tre dimensioni: ambientale, sociale ed economica». Capitanio sottolinea che c’è un modello attuabile che passa dall’abbattimento dei silos e dall’instaurazione di un dialogo tra entità diverse. «Le grandi città come Milano o Roma, per costruire una smart city, dovrebbero partire dalla progettazione e riqualificazione dei quartieri per poi integrarli, come pezzi di un puzzle, in una visione più ampia. Le città di piccole e medie dimensioni, invece, hanno l’opportunità di operare in modo più sinergico e integrato fin da subito».

Mauro Capitanio direttore commerciale, Programmazione e Sostenibilità di Arexpo

L’amministrazione comunale di Milano è uno solo dei pilastri della smart city. «Anche se diminuisse il proprio supporto alla costruzione di servizi smart, la spinta complessiva non diminuirebbe perché altri pilastri – tra cui enti di ricerca, università, aziende private – diventerebbero, per non soccombere, capofila della prosecuzione del percorso» – spiega Giovanni Fazio del Comune di Como e co-fondatore dell’associazione Smart City Italy. «I centri medio-piccoli, compresi i capoluoghi di provincia come Como, non hanno questo genere di pilastri e la mancanza della spinta dell’amministrazione comunale probabilmente causerebbe un rallentamento o addirittura uno stop nel processo di smartizzazione rendendo vani gli sforzi per contenere la migrazione verso i grandi centri causando la morte dei piccoli abitati. Infrastruttura di connettività e mobilità adeguata, incentivi allo smart working, servizi accessibili e interconnessi potrebbero invece mantenere viva quella cultura del piccolo centro che è parte delle fondamenta del nostro Paese».

IL CITTADINO AL CENTRO

«Il fatto che non esista una definizione univoca di Smart City riflette chiaramente come il city-user immagina che dovrebbe essere» – afferma Stefano Pasetti, director of Mobility and Telecommunication Systems Department di ATM Milano. «Tuttavia, ci sono concetti chiave che ricorrono frequentemente: accessibilità, sostenibilità, attrattività, sicurezza, integrazione ed ecosistema. ATM contribuisce a realizzare ciò che una smart city dovrebbe offrire, mettendo a disposizione servizi di mobilità integrata con un focus sulla persona, sul cittadino e sull’utilizzatore, rispondendo così ai bisogni individuali». La tecnologia è uno strumento fondamentale per raggiungere questi obiettivi, mettendo il city-user al centro, ma non è l’unico fattore determinante, soprattutto quando si considera l’accessibilità fisica. Un esempio di utilizzo della tecnologia è il servizio “ATM senza barriere”, che fornisce informazioni in tempo reale sull’accessibilità delle diverse stazioni della metropolitana, sia sul sito che sui social. Sul fronte dell’accessibilità fisica, lo sforzo si concentra sulla realizzazione di linee metropolitane prive di barriere architettoniche, come le linee M4 e M5, e sull’adeguamento progressivo delle altre. In termini di attrattività, è fondamentale considerare la revisione dei mezzi di trasporto, poiché viaggiare su veicoli confortevoli e sostenibili rende l’esperienza di mobilità più piacevole e invitante.


#SmartCity #MobilitàSostenibile Il cittadino al centro della smart city Stefano Pasetti #ATM
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«Per raggiungere l’obiettivo è necessaria una piattaforma globale che integri tutti i servizi, ma questi devono essere personalizzati in base alle esigenze specifiche di ciascuna persona. La personalizzazione è un aspetto fondamentale, con il cittadino sempre al centro» – afferma Sevino di AMAT. «Il rapporto pubblico-privato resta cruciale in questo contesto. Creare una piattaforma che permetta al cittadino di scegliere come muoversi in città, in un dato momento e per una specifica destinazione, diventa un fattore di sostenibilità essenziale, riducendo o eliminando l’uso indiscriminato dei veicoli privati».

Stefano Pasetti direttore Sistemi Operational Technology di ATM – Azienda Trasporti Milanesi

Pasetti di ATM sottolinea che – «se da un lato lo Stato deve fornire infrastrutture adeguate e svolgere un ruolo di regolatore, dall’altro, i privati e le amministrazioni locali devono analizzare costantemente le abitudini dei cittadini per progettare, realizzare ed erogare servizi efficaci per il city-user, che resta al centro di ogni iniziativa e ne decreta il successo. È inoltre importante incentivare comportamenti virtuosi, magari con iniziative premianti». Corraro di Axians evidenzia infine che, per offrire servizi efficienti – «la collaborazione tra pubblico e privato deve essere costante, per garantire anche un adeguato livello di sicurezza e tutela della qualità e riservatezza dei dati condivisi».

CONOSCERE, AGIRE E INTEGRARE

Secondo i dati di BVA Doxa, sicurezza e mobilità sono le priorità principali per i cittadini. Tuttavia, quando si chiede loro di citare servizi specifici in questi ambiti, solo il 9% è in grado di rispondere per la sicurezza e appena il 4% per la mobilità. Questo evidenzia come spesso i cittadini desiderino servizi che già esistono, ma di cui non sono consapevoli. In tema di sicurezza, va sottolineato che la tecnologia può supportare, ma non sostituire, i processi umani. Per esempio, avere centinaia di telecamere installate senza un’adeguata struttura organizzativa e risorse per monitorarle in “near real-time” è come possedere una Ferrari senza benzina: inutile. Per quanto riguarda la mobilità, il problema principale che emerge è il traffico, seguito dalla mancanza di servizi di mobilità alternativi. Solo un cittadino su 10 dichiara di essere soddisfatto dei servizi offerti dal proprio Comune, evidenziando un ampio margine di miglioramento in questo settore.

Una smart city è caratterizzata da due fattori: qualità della vita dei cittadini e sostenibilità ambientale. Quando si cita la qualità della vita si parla di partecipazione attiva, inclusiva, di educazione alla sostenibilità. «Lavorare sulla consapevolezza e sulla promozione di buone pratiche di efficienza energetica è una delle nostre principali priorità» – spiega Giulia Parenti, head of Digital Development & Solutions di Eni Plenitude. «Per esempio, abbiamo lanciato un servizio che consente a tutti i clienti che abbiano disponibile telelettura tramite contatore 2g di monitorare in tempo reale il consumo dei propri elettrodomestici. Questo fornisce agli utenti un supporto concreto e tempestivo per comprendere il proprio fabbisogno energetico, incoraggiandoli ad adottare pratiche di utilizzo più vantaggiose. È importante sottolineare che, sebbene fornire informazioni sia fondamentale, è altrettanto cruciale renderle accessibili in modo semplice e fruibile». Quando si parla di asset digitali, l’accessibilità diventa un fattore essenziale, come evidenziato dall’European Accessibility Act, che entrerà in vigore nel 2025.


#SmartCity Monitorare il consumo energetico in tempo reale è solo l’inizio – Giulia Parenti #EniPlenitude
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«Attualmente, si stima che circa il 15% della popolazione mondiale abbia una disabilità, temporanea o permanente, che influisce sull’utilizzo del web. Per questo motivo – continua Giulia Parenti – da due anni stiamo progettando tutti i nostri assetti digitali con un approccio “accessibile by-design”, utilizzando un linguaggio inclusivo. La modalità di comunicazione può fare la differenza». Infine, la sostenibilità ambientale è un aspetto cruciale per l’efficientamento energetico, che può essere raggiunto anche attraverso l’adozione di modelli incentivanti, l’uso di fonti rinnovabili e la creazione di comunità energetiche. Secondo una ricerca di BVA Doxa, solo il 4% degli intervistati afferma di conoscere le comunità energetiche rinnovabili, ma il 60% dichiara di essere interessato a parteciparvi una volta ricevute le dovute spiegazioni. Questo segna un cambiamento significativo: il cittadino sta evolvendo da semplice consumatore a produttore e consumatore di energia, diventando sempre più un “prosumer”.

Giulia Parenti head of Digital Development & Solutions di Eni Plenitude

Uno dei temi centrali nelle città smart è la gestione del consumo energetico. L’aumento della domanda, specialmente in periodi di tempo concentrati, può generare picchi che l’offerta non sempre riesce a soddisfare. «In Plenitude stiamo portando avanti alcune iniziative che possano contribuire alla gestione sempre più efficiente degli impianti fotovoltaici con batteria di accumulo. Avere prodotti flessibili che consentano di aiutare la rete a mantenersi stabile e contemporaneamente aiutare la catena di approvvigionamento ad ammortizzare gli effetti dei picchi di costo sono senza dubbio una delle sfide più importanti in ambito digitale del futuro – spiega Giulia Parenti. Questo tema diventerà sempre più rilevante con l’aumento della domanda, trainata dall’espansione dei servizi legati alle smart city.

«Collaborare con le pubbliche amministrazioni e le aziende multiutility è fondamentale per migliorare la qualità della vita dei cittadini» – afferma Nicola Giuliani di Trilogis. «Uno degli aspetti principali è la normalizzazione dei dati, preferibilmente alla fonte, per evitare di sovraccaricare le reti di comunicazione.

La questione centrale è sviluppare sistemi efficaci per la gestione e localizzazione dei dati, siano essi relativi a mappe o edifici. Questo è rilevante in numerosi settori, dalla protezione civile alla gestione geologica, fino al monitoraggio dei bacini idrici e dei fiumi» – continua Giuliani. «Per esempio, l’interazione con i sensori posizionati sugli argini dei fiumi Adige e Isarco consente di monitorare in tempo reale e geolocalizzare il flusso delle acque. Il mondo delle multiutility richiede competenze approfondite in vari settori e la capacità agnostica di selezionare le tecnologie migliori per risolvere problemi specifici, integrandole tra loro». Conoscere per integrare – sottolinea Giuliani. «Questo approccio si applica a diversi ambiti, dalla gestione dei rifiuti e del riciclo porta a porta, all’ottimizzazione dei cassonetti e all’efficientamento energetico».

CONCLUSIONI

Infrastrutture accessibili e inclusive, innovazione digitale, sostenibilità – declinata nelle dimensioni sociale, ambientale ed economica – una cultura condivisa, collaborazione pubblico-privato, e il cittadino al centro: sono queste le fondamenta della smart city. Per accelerare lo sviluppo delle città intelligenti, le pubbliche amministrazioni devono svolgere un ruolo chiave, sia sul piano tecnologico che su quello degli incentivi. Il punto di partenza è costruire un’infrastruttura digitale solida, basata su connessioni veloci e sicure. Le reti 5G, per esempio, sono essenziali per garantire l’interconnessione dei dispositivi e il flusso costante di dati. Investire in reti a banda larga con una copertura capillare è il primo passo verso una vera smart city.

Inoltre, le amministrazioni devono rendere i dati pubblici accessibili, incentivando sviluppatori e imprese a sfruttarli per creare soluzioni innovative. Gli Open Data, infatti, permettono di sviluppare applicazioni che migliorano la mobilità, la gestione energetica e molti altri servizi essenziali per i cittadini. La creazione di una smart city richiede investimenti significativi in tecnologie e infrastrutture. Le amministrazioni locali possono favorire partenariati pubblico-privato per promuovere l’innovazione e garantire finanziamenti a progetti smart, attirando così investitori e startup interessate a sviluppare tecnologie urbane. È fondamentale introdurre incentivi economici per aziende e cittadini che adottano soluzioni intelligenti, come l’installazione di impianti fotovoltaici o l’utilizzo di veicoli elettrici. Allo stesso tempo, normative semplificate e agevolazioni fiscali possono agevolare l’adozione di queste tecnologie, riducendo la burocrazia. La trasformazione di una città in una smart city passa anche attraverso un cambiamento culturale. Le amministrazioni dovrebbero promuovere programmi di alfabetizzazione digitale, affinché i cittadini comprendano i vantaggi delle tecnologie intelligenti e siano pronti a integrarle nella loro vita quotidiana. La vera sfida è progettare soluzioni capaci di anticipare i problemi e ottimizzare l’uso delle risorse.


Point of view

Intervista a Roberto Corraro deputy managing director di Axians Italia: Come migliorare la vita delle persone e delle organizzazioni

Intervista ad Andrea Zinno data evangelist di Denodo: La piattaforma leader nella gestione dei dati

Intervista a Nicola Giuliani AD e direttore commerciale di Trilogis: Localizzazione ad alta specializzazione

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Come migliorare la vita delle persone e delle organizzazioni https://www.datamanager.it/2024/11/come-migliorare-la-vita-delle-persone-e-delle-organizzazioni/ Thu, 14 Nov 2024 09:58:48 +0000 https://www.datamanager.it/?p=240344 Axians offre servizi e soluzioni tecnologiche innovative a supporto della digital transformation delle aziende per renderle efficienti e flessibili Axians, brand ICT del Gruppo VINCI Energies, ha registrato nel 2023 oltre 3,5 miliardi di euro di ricavi, impiegando circa 16mila professionisti in 37 paesi. Riconosciuto come un global system integrator, Axians si posiziona come leader […]

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Axians offre servizi e soluzioni tecnologiche innovative a supporto della digital transformation delle aziende per renderle efficienti e flessibili

Axians, brand ICT del Gruppo VINCI Energies, ha registrato nel 2023 oltre 3,5 miliardi di euro di ricavi, impiegando circa 16mila professionisti in 37 paesi. Riconosciuto come un global system integrator, Axians si posiziona come leader nel settore delle soluzioni e dei servizi ICT. L’azienda collabora con imprese di ogni dimensione, sia pubbliche che private, per creare organizzazioni più efficienti e flessibili, garantendo la continuità e la sicurezza del business. Dalla consulenza alla progettazione, dalla realizzazione alla manutenzione, Axians disegna e realizza soluzioni tecnologiche su misura negli ambiti: cloud e data center, collaborative solutions, enterprise network, physical and cyber security, IoT e I-IoT.

Smart e green

Con un organico di 378 dipendenti e una rete di sedi distribuite in 14 città, Axians Italia ha realizzato nel 2023 ricavi pari a 122 milioni di euro. «Forti di una consolidata esperienza nell’integrazione di sistemi e grazie all’introduzione nell’organizzazione di un team di innovazione e sviluppo software in grado di progettare e proporre soluzioni applicative integrate, siamo concentrati nell’affiancare le aziende nel processo di digitalizzazione, ponendo l’attenzione sull’efficienza energetica e sulla sostenibilità, passando quindi dall’integrazione di sistemi all’integrazione di soluzioni» – spiega Roberto Corraro, deputy managing director di Axians Italia. Un esempio significativo è rappresentato dallo sviluppo della piattaforma software proprietaria Xsona (da pronunciare “persona”), progettata per raccogliere e analizzare dati in tempo reale. Questa innovativa soluzione facilita il controllo e la gestione degli edifici, ponendo al centro il benessere delle persone.

Xsona è una soluzione completamente personalizzabile e integrabile che trova applicazione in ambiti diversi e permette di gestire la qualità dell’aria e monitorare i consumi energetici, oltre a ottimizzare l’illuminazione in modo intelligente. La piattaforma offre anche la possibilità di monitorare in tempo reale i flussi di persone, gestire e monitorare il consumo idrico, e rilevare parametri ecologici a beneficio dell’ambiente, ma può anche consentire la gestione intelligente dei parcheggi, rendendola una soluzione versatile e innovativa.

L’IoT per il futuro sostenibile

Xsona è una piattaforma versatile, adatta tanto per aziende private quanto per organizzazioni pubbliche. Grazie a una vasta gamma di sensori installabili, può essere personalizzata a seconda delle esigenze e integrata con i sistemi esistenti, può essere utilizzata sia in cloud che on-premise, ma soprattutto offre un’interfaccia semplice e intuitiva, con dati chiari e facilmente accessibili, rendendola ideale anche per utenti meno esperti. Xsona, oltre a essere installata in tutte le sedi Axians, nel 2023 è stata adottata dal comune di Firenze e da una rinomata università siciliana. «In tutto ciò che facciamo mettiamo la persona al centro» – afferma Corraro. «il nostro payoff esprime esattamente il nostro approccio: “The best of ICT with the human touch”. Ciò che guida la nostra visione è il costante impegno a migliorare la vita delle persone».

 

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La piattaforma leader nella gestione dei dati https://www.datamanager.it/2024/11/la-piattaforma-leader-nella-gestione-dei-dati/ Thu, 14 Nov 2024 09:58:31 +0000 https://www.datamanager.it/?p=240228 Denodo Platform è la soluzione principale di integrazione, gestione e delivery dei dati che utilizza un approccio logico per abilitare la BI in modalità self-service La piattaforma facilita l’accesso alla data science e supporta l’integrazione di dati provenienti da ambienti ibridi e multi-cloud, oltre a offrire servizi di gestione dei dati a livello enterprise. I […]

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Denodo Platform è la soluzione principale di integrazione, gestione e delivery dei dati che utilizza un approccio logico per abilitare la BI in modalità self-service

La piattaforma facilita l’accesso alla data science e supporta l’integrazione di dati provenienti da ambienti ibridi e multi-cloud, oltre a offrire servizi di gestione dei dati a livello enterprise. I clienti di Denodo, medie e grandi imprese in oltre 30 settori di mercato, hanno ottenuto un ritorno economico significativo in meno di sei mesi, registrando un ROI superiore al 400%. «Dobbiamo affrancarci dal considerare la gestione dei dati come una sfida tecnologica, riconoscendo in essa una vera e propria avventura semantica, resa necessaria dal ruolo sempre più pervasivo che giocano i dati nel rappresentare un mondo complesso, fluido e veloce, per il quale la capacità di catturarne il giusto significato è di gran lunga più importante delle caratteristiche tecniche dei dati» – afferma Andrea Zinno, data evangelist di Denodo.

La partecipazione attiva nella gestione dei dati

La gestione a 360 gradi dei dati e la sempre maggiore presenza di dati non strutturati provenienti da sensori IoT o dai canali differenti sposta il tema da un mero aspetto tecnologico a un piano semantico, cioè della rappresentazione corretta del dato analizzato al fine di comprenderne il vero significato. La qualità semantica del dato diventa quindi centrale per capire quanto rappresenti realmente ciò che rileva. «La centralità dei dati postulata dalla data-driven transformation impone una profonda rivisitazione di come questi siano messi a disposizione di chiunque ne abbia bisogno, cosa che porta in modo del tutto naturale verso la necessità di creare un contesto democratico per la gestione e l’uso dei dati. L’essenza della democrazia, però, non è soltanto l’enunciazione dei diritti, che devono essere facilmente esercitabili, altrimenti diverrebbero privilegi, e dei doveri che ne regolano l’esercizio, ma soprattutto la responsabilizzazione di chi partecipa alla democrazia, partecipazione che deve essere attiva, responsabile e votata alla condivisione».

L’intelligenza artificiale al servizio della comprensione dei dati

Di conseguenza, la lettura e l’interpretazione dei dati non possono e non devono più essere riservate esclusivamente a un team specializzato, spesso troppo tecnico e poco orientato al business. È fondamentale che queste competenze siano accessibili a tutti, seguendo l’approccio di un utilizzo del dato semplice e intuitivo, pensato per chi deve prendere decisioni o analizzare scenari. Una soluzione di data management deve sostanzialmente semplificare la vita di chi usa e gestisce i dati, prendendosi carico di tutta la complessità tecnologica e facendo in modo di rendere quanto più agevole possibile l’accesso, la comprensione e l’uso dei dati stessi. E questo è proprio quello che Denodo si prefigge di fare con la propria piattaforma, grazie anche all’utilizzo di strumenti di intelligenza artificiale, e ponendo attenzione particolare a non suggerire o indurre un certo tipo di interpretazione del dato, ma unicamente a presentarlo in modo qualitativamente corretto a livello semantico allo scopo di facilitarne la lettura, e lasciando all’utilizzatore la capacità e il diritto/dovere di interpretarlo correttamente per il contesto specifico.

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Localizzazione ad alta specializzazione https://www.datamanager.it/2024/11/localizzazione-ad-alta-specializzazione/ Thu, 14 Nov 2024 09:58:15 +0000 https://www.datamanager.it/?p=240231 La smart specialisation di Trilogis per rispondere alle nuove esigenze delle città.  L’AD Giuliani: «La nostra filosofia è la personalizzazione» Trilogis è una PMI innovativa che opera nel settore dell’ICT per la trasformazione digitale di imprese e istituzioni, specializzata su tecnologie GIS e servizi di localizzazione sia outdoor che indoor. Fondata a maggio 2006, in meno […]

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La smart specialisation di Trilogis per rispondere alle nuove esigenze delle città.  L’AD Giuliani: «La nostra filosofia è la personalizzazione»

Trilogis è una PMI innovativa che opera nel settore dell’ICT per la trasformazione digitale di imprese e istituzioni, specializzata su tecnologie GIS e servizi di localizzazione sia outdoor che indoor. Fondata a maggio 2006, in meno di un anno si insedia a Rovereto, nel Polo della Meccatronica di Trentino Sviluppo, dove ha stabilito la propria sede operativa fino al 2023, anno in cui si è spostata a Trento presso il Top Center. Dal 2019, Trilogis entra a far parte del gruppo industriale Different Factory, nella business area IT Advisory & Marcomm. Questa appartenenza consente a Trilogis di presentarsi ai clienti con tutte le competenze necessarie per gestire progetti sempre più complessi che richiedono la conoscenza di molteplici tecnologie, come unico interlocutore e con una visione modulare per la digital transformation.

Integrazione e orchestrazione

Trilogis ha creato il proprio patrimonio di software a elevato tasso di know-how e relazioni, promuovendo iniziative sia con la pubblica amministrazione che con clienti privati. «Siamo un’azienda che si occupa di integrazione di sistemi. La nostra filosofia è la personalizzazione» – afferma Nicola Giuliani, AD e direttore commerciale di Trilogis. «Sono convinto che ogni cliente ha delle esigenze diverse. Tutto questo richiede una collaborazione sempre più stretta per capire le esigenze e definire le caratteristiche desiderate, creando soluzioni su misura e garantendo l’interoperabilità con i software esistenti». Questo approccio ha portato a raggiungere un’alta specializzazione nello sviluppo di prodotti e servizi basati sulla integrazione e orchestrazione delle nuove tecnologie di localizzazione sia outdoor (ormai “tradizionale”) che indoor (decisamente più sfidante) quali per esempio: GIS (Geographic Information System), LBS (Location Based Services), RTLS (Real-Time Location System), Computer Vision, sensoristica distribuita IoT, tecnologie di identificazione come RFID, ed altre tecnologie di localizzazione innovative come Extended Reality (XR).

L’evoluzione dei sistemi di gestione

I principali contesti in cui opera Trilogis includono l’ambiente e il territorio, attraverso sistemi informativi territoriali e applicativi progettati per la gestione della pianificazione territoriale e urbanistica. Altri ambiti di specializzazione riguardano l’industria e le multi-utilities, focalizzandosi sulla gestione degli asset industriali, sulla supervisione dei processi e sulla manutenzione. Inoltre, Trilogis si dedica alle città smart offrendo soluzioni per il monitoraggio e la gestione di spazi e processi sia a livello urbano che all’interno degli edifici intelligenti. «Trilogis investe costantemente in ricerca e sviluppo, promuovendo l’innovazione attraverso la partecipazione a progetti di innovazione, anche a livello europeo, che favoriscono la smart specialisation» – spiega Giuliani. «In collaborazione con l’Università di Trento, abbiamo realizzato un software per la simulazione delle colate detritiche, valanghe ed esondazioni torrentizie (Weezard). Tematica molto sentita in questo momento dai cittadini. Le nostre tecnologie sono progettate per adattarsi a contesti urbani in continua evoluzione, offrendo strumenti che rispondono ai cambiamenti e alle nuove esigenze delle città moderne. Tutto questo ci permette di affrontare le sfide della smart city in modo integrato e multidimensionale».

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Così si servono i clienti https://www.datamanager.it/2024/07/cosi-si-servono-i-clienti/ Mon, 08 Jul 2024 10:29:46 +0000 https://www.datamanager.it/?p=238247 Servizi, soluzioni e qualità lungo tutta la filiera e in tutte le fasi del progetto. Maticmind, l’eccellenza che sincronizza innovazione, business e sicurezza Maticmind è un system integrator italiano che opera da quasi 20 anni nel mercato ICT, con ricavi superiori a 450 milioni di euro annui. Progetta, integra e gestisce soluzioni tecnologiche innovative in ambito […]

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Servizi, soluzioni e qualità lungo tutta la filiera e in tutte le fasi del progetto. Maticmind, l’eccellenza che sincronizza innovazione, business e sicurezza

Maticmind è un system integrator italiano che opera da quasi 20 anni nel mercato ICT, con ricavi superiori a 450 milioni di euro annui. Progetta, integra e gestisce soluzioni tecnologiche innovative in ambito digitale, servendo le principali telco, i maggiori gruppi bancari, la Pubblica Amministrazione centrale e locale, e numerose aziende private. Maticmind è un integratore completo di tecnologie digitali a tutto spettro: networking, data center, digital workplace, cybersecurity, enterprise application, cloud, IoT e automazione. «Il viaggio di Maticmind inizia nel settore delle telecomunicazioni, si espande nell’IT e si consolida con una forte competenza infrastrutturale e partnership strategiche» – spiega Emanuele Bergamo, BU manager cloud di Maticmind. «Oggi, con l’aggiunta dell’offerta nel cloud e il potenziamento del networking e delle infrastrutture, Maticmind è un player di rilievo nel Sistema Paese, attuando la system integration 2.0 con un approccio multidisciplinare alle infrastrutture e ai business critici». Questo significa che Maticmind non solo fornisce soluzioni tecnologiche all’avanguardia, ma le orchestra nei processi aziendali dei suoi clienti, garantendo continuità operativa, sicurezza e performance elevate.

PERFORMANCE BUSINESS-READY

Grazie alle recenti acquisizioni, l’offerta di Maticmind si è ampliata dall’integrazione di software di terze parti allo sviluppo di applicazioni ad hoc, permettendo una maggiore personalizzazione delle soluzioni per aziende private di ogni dimensione e Pubblica Amministrazione. «Si parte da solide competenze di base e si lavora sull’intero stack della system integration per implementare e gestire soluzioni digitali innovative che rispondano alle esigenze del business, utilizzando le migliori soluzioni sul mercato e le tecnologie più recenti sia a livello infrastrutturale che applicativo» – spiega Emanuele Bergamo. «Recentemente, grazie a varie acquisizioni, ci stiamo espandendo sul panorama europeo, progettando reti ultrabroadband e fornendo servizi di intelligence e soluzioni cloud».


#DigitalTransformation Performance business-ready, dall’integrazione alla sicurezza – Emanuele Bergamo #Maticmind
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DALL’INTEGRAZIONE ALLA SICUREZZA

Il successo di Maticmind deriva dalle elevate competenze specialistiche. «Con oltre 1500 dipendenti, gestiamo l’intero ciclo di vita delle applicazioni dei clienti» – sottolinea Bergamo. «Inoltre, con più di 100 partnership tecnologiche con i principali player del settore, offriamo consulenza iniziale, progettazione e sviluppo applicazioni, supporto all’installazione e configurazione, fino ai servizi di manutenzione e supporto operativo. Per garantire la sicurezza, Maticmind dispone di avanzati Network Operation Center (NOC) e Security Operation Center (SOC). Il NOC monitora costantemente le reti dei clienti, gestendo la performance e la disponibilità delle infrastrutture IT per prevenire e risolvere rapidamente qualsiasi problema. Il SOC, invece, è dedicato alla sicurezza delle informazioni e alla protezione dalle minacce informatiche. La sinergia costante garantisce che le infrastrutture dei clienti siano non solo performanti ma anche sicure, riducendo al minimo i rischi di interruzioni e violazioni della sicurezza».

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L’intelligence per decidere https://www.datamanager.it/2024/07/lintelligence-per-decidere/ Mon, 08 Jul 2024 10:29:43 +0000 https://www.datamanager.it/?p=238243 Cybersecurity e decision intelligence Made in Italy. La potenza di CY4GATE, specialista nell’analisi delle minacce, al servizio della trasformazione digitale CY4GATE è nata nel 2014 da una costola di ELT Group per progettare, sviluppare e produrre tecnologie e prodotti, sistemi e servizi, che soddisfano i più stringenti e moderni requisiti di cyber intelligence e sicurezza informatica […]

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Cybersecurity e decision intelligence Made in Italy. La potenza di CY4GATE, specialista nell’analisi delle minacce, al servizio della trasformazione digitale

CY4GATE è nata nel 2014 da una costola di ELT Group per progettare, sviluppare e produrre tecnologie e prodotti, sistemi e servizi, che soddisfano i più stringenti e moderni requisiti di cyber intelligence e sicurezza informatica espressi dalle forze dell’ordine, forze armate, istituzioni e aziende, sul territorio nazionale e sul mercato estero. A bilancio 2023, presenta oltre 65 milioni di euro di ricavi e una forza lavoro di oltre 450 persone di cui oltre 350 tecnici e sviluppatori impegnati nella creazione e manutenzione delle proprie soluzioni. «CY4GATE è il vendor di cybersecurity e decision intelligence quotato su Euronext STAR, con una proposta integrata che può essere definita un unicum sul mercato vista la capacità di coniugare sia esperienza nelle tecnologie di cybersecurity, sia capability nel mondo della decision intelligence come abilitatore per la digital transformation, e una strategia commerciale forte di una preziosa e lunga esperienza nel mondo Istituzionale e Difesa, ora anche orientata al mercato corporate su scala europea» – spiega Riccardo Rossi, sales engineer di CY4GATE.

INNOVAZIONE E RESILIENZA

CY4GATE si posiziona come partner affidabile per il trattamento dei dati in progetti ed ecosistemi complessi sia in ambito corporate che della PA proprio grazie alla sua esperienza pluriennale nel campo della Difesa. Background tecnico e know-how trasversale sono le basi che consentono a CY4GATE di ottenere il necessario “trust” per il trattamento di dati altamente sensibili. La versatilità e l’adattabilità delle proposte a portafoglio, unite al controllo delle tecnologie e alla conoscenza dei settori industriali, permettono di garantire una personalizzazione completa delle soluzioni. «Ricerca e innovazione sono da sempre parti costitutive del nostro DNA» – afferma Rossi. «La nostra tecnologia proprietaria all’avanguardia rappresenta il nostro vantaggio competitivo. E grazie a questa tecnologia, stiamo crescendo rapidamente, ma senza mai perdere di vista il nostro obiettivo principale: diventare un player di primo piano nella difesa della sovranità tecnologica nazionale ed europea. La nostra capacità di innovare ci permette di anticipare le esigenze del mercato e di offrire soluzioni sempre più sicure, consolidando la nostra posizione di specialista nel settore».


#DigitalTransformation Cybersecurity e decision intelligence Made in Italy – Riccardo Rossi #CY4GATE
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SOLUZIONI PROPRIETARIE MADE IN ITALY

Il modello a mattoncini indipendenti e interconnettibili, utilizzato per ideare e sviluppare la piattaforma Quipo e le altre soluzioni di CY4GATE permette il soddisfacimento delle esigenze di personalizzazione richieste dai clienti, senza però perdere di vista la natura da vendor che punta alla replicabilità e scalabilità del prodotto. Quipo per la decision intelligence – insieme a un portfolio esteso che spazia dal cyber threat hunting al hybrid digital twin (recente acquisizione dell’azienda francese Diateam), sino alla fraud protection e smart app protection di XTN Cognitive Security (ultima acquisizione del gruppo CY4GATE): queste le risposte concrete alle esigenze più complesse di cybersecurity che associano sicurezza del dato, facilità di adoption, e quindi trust, e supporto al processo decisionale. «Preparare, prevenire e proteggere sono le parole chiave della strategia di CY4GATE» – ci ricorda Rossi. «Una strategia che si traduce in valorizzazione del fattore umano, investimenti in ricerca e sviluppo, aggiornamento continuo e difesa degli asset strategici».

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Servizi centralizzati in un’unica piattaforma https://www.datamanager.it/2024/07/servizi-centralizzati-in-ununica-piattaforma/ Mon, 08 Jul 2024 10:29:37 +0000 https://www.datamanager.it/?p=238239 Digital trust services e soluzioni cloud avanzate. Aruba Enterprise, il partner giusto per riprogettare i processi aziendali e migliorare efficienza e produttività Aruba Enterprise è la divisione del Gruppo Aruba che da oltre dieci anni si dedica allo sviluppo e gestione di progetti IT complessi per le grandi aziende e la Pubblica Amministrazione in ambito data […]

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Digital trust services e soluzioni cloud avanzate. Aruba Enterprise, il partner giusto per riprogettare i processi aziendali e migliorare efficienza e produttività

Aruba Enterprise è la divisione del Gruppo Aruba che da oltre dieci anni si dedica allo sviluppo e gestione di progetti IT complessi per le grandi aziende e la Pubblica Amministrazione in ambito data center, cloud e servizi fiduciari qualificati. Un team di esperti in grado di studiare e offrire soluzioni avanzate, consulenza mirata, assistenza dedicata e servizi personalizzati di gestione dell’infrastruttura tecnologica. La visione enterprise di Aruba si basa sul dialogo con il cliente, sulla comprensione delle sue esigenze e sulla combinazione delle migliori tecnologie a supporto disponibili sul mercato. Le soluzioni cloud e data center offrono alle aziende soluzioni su misura e “green” grazie al network di data center proprietari certificati secondi i più elevati standard di sicurezza. Inoltre, i trust services consentono ad aziende e pubbliche amministrazioni di utilizzare soluzioni software come firma digitale, posta elettronica certificata e conservazione a norma. Questi strumenti le aiutano a snellire e ottimizzare i processi interni, promuovendo la dematerializzazione documentale come modello per una crescita digitale sostenibile.

LA TRASPARENZA COME VALORE DI BUSINESS

«Il percorso di digitalizzazione dei processi deve mantenere una visione del concetto di “trust” incentrata sulla trasparenza. Sebbene la traduzione letterale di trust sia fiducia, è la trasparenza che ne definisce il valore di business, ridefinendo anche la relazione tra provider e aziende clienti» – spiega Gabriele Quercetani, trust services enterprise solution manager di Aruba. L’obiettivo è essere non solo un service provider ma un partner per le aziende e la PA centrale e locale, andando oltre la semplice digitalizzazione. Per farlo, Aruba Enterprise utilizza e propone la sua piattaforma proprietaria. «La Certified Platform è la soluzione che rende possibile la digitalizzazione delle procedure aziendali, garantendo la migliore orchestrazione tra tecnologia cloud, servizi trust a vantaggio delle funzionalità della piattaforma, consentendo di automatizzare e centralizzare la gestione dei processi di aziende e organizzazioni, rendendoli sicuri, efficienti, semplici ed accessibili» – afferma Quercetani.


#DigitalTransformation La trasparenza come valore di business – Gabriele Quercetani #ArubaEnterprise
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L’INTEROPERABILITÀ DEI SERVIZI TRUST

La Certified Platform è una soluzione altamente personalizzabile e sicura, interamente sviluppata da Aruba Enterprise nel rispetto totale delle normative europee, per la digitalizzazione dei processi aziendali attraverso flussi automatizzati, che integra tutti i servizi trust in un ambiente cloud, consentendo l’integrazione aperta con sistemi documentali di terze parti presenti in azienda e preservando così gli investimenti già fatti. Con il suo approccio integrato e automatizzato ai servizi fiduciari, la piattaforma rivoluziona l’efficacia dei processi interni, coinvolgendo le diverse funzioni aziendali. «Si tratta di un importante passo avanti verso l’adozione di Trust Services in ottica Platform as a Service» – spiega Quercetani. «L’utilizzo integrato di tali strumenti non è più visto come un mero obbligo di legge, ma come un elemento imprescindibile nel percorso di digitalizzazione».

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