BYOD – Data Manager Online https://www.datamanager.it Il portale dell'ICT professionale Mon, 08 Oct 2018 12:51:51 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=5.8.13 https://www.datamanager.it/wp-content/uploads/2020/04/dmo-favicon3.png BYOD – Data Manager Online https://www.datamanager.it 32 32 Shadow IT: l’indicatore chiave per l’innovazione in azienda https://www.datamanager.it/2018/07/shadow-it-lindicatore-chiave-per-linnovazione-in-azienda/ Wed, 11 Jul 2018 09:38:20 +0000 http://www.datamanager.it/?p=151101 Con l’innovazione digitale che diventa il principale motore di crescita, il modo in cui opera il reparto IT è fondamentale. Per continuare a giocare un ruolo di primo piano in un futuro sempre più digitale, è necessario guardare allo Shadow IT all’interno della propria azienda. Si può rimanere sorpresi da ciò che si scopre Se […]

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Con l’innovazione digitale che diventa il principale motore di crescita, il modo in cui opera il reparto IT è fondamentale. Per continuare a giocare un ruolo di primo piano in un futuro sempre più digitale, è necessario guardare allo Shadow IT all’interno della propria azienda. Si può rimanere sorpresi da ciò che si scopre

Se i dipendenti utilizzano strumenti non approvati dal dipartimento IT, è probabile che ci sia qualcosa che non va nelle policy aziendali per l’IT. L’uso di strumenti e app non approvati è chiamato “Shadow IT”. Quasi tutte le organizzazioni moderne oggi si trovano di fronte a una qualche forma di “ombra”: i dipendenti potrebbero utilizzare il proprio Google Drive o Dropbox per rendere disponibili i file off-site, o forse usare una licenza privata di Microsoft Word Online.

Di per sé, lo Shadow IT non è male. Potremmo considerare il fenomeno come un feedback da parte di un’organizzazione, che dice che c’è un problema nel modo in cui si sta implementando la tecnologia in azienda. I dipendenti sono sempre alla ricerca del modo più efficiente per lavorare. Se sentono la necessità di utilizzare le proprie app, ciò significa che l’azienda non sta fornendo loro gli strumenti giusti.

Ovviamente ci sono alcuni effetti collaterali che fanno sì che lo Shadow IT diventi un problema. Immaginiamo un dipendente ben intenzionato che esegue il backup di un foglio di calcolo contenente dati personali identificabili nel suo Dropbox. Nonostante i migliori sforzi dell’IT, l’azienda di quel dipendente non sarà più in linea con la legislazione GDPR. Potrebbe anche perdere il controllo della sicurezza dei dati e potrebbero esserci dei problemi legati alle licenze.

Lo Shadow IT deve quindi essere affrontato. Ci sono tre modi per farlo. Il primo è restrittivo: i dipendenti hanno scelto il percorso di minor resistenza per svolgere il proprio lavoro nel modo più efficiente possibile. È possibile chiudere quel percorso e rendere obbligatorio l’uso del software aziendale. I dipendenti perderanno gli strumenti su cui hanno fatto affidamento, saranno meno efficienti e meno felici, mentre sarà necessario controllare e gestire i flussi di lavoro in modo più intenso. Questa è ovviamente una pessima idea.


#SHADOWIT Ascoltare le persone, dati e integrità, il potere del cloud #RichardBennett @VMware
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AFFRONTARE IL PROBLEMA

È molto meglio gestire lo Shadow IT alla fonte. L’esistenza stessa del problema è un segno dei tempi. Non molto tempo fa l’IT era responsabile della scelta di hardware e software. Oggi, i dipendenti si aspettano che la tecnologia sul posto di lavoro sia almeno dello stesso livello della tecnologia che usano a casa.

In pratica, decidono quali strumenti sono i migliori o adatti allo scopo. Come azienda, si può tentare di reagire e imparare dal software che i dipendenti stanno utilizzando. Questo, in effetti, significa giocare al recupero. Se si sta solo iniziando a considerare una piattaforma cloud per la condivisione dei file quando tutti gli utenti utilizzano già OneDrive o Dropbox, si perde tempo prezioso. Un approccio reattivo è migliore di uno restrittivo, ma col tempo farà comunque perdere terreno rispetto ad aziende più agili.

Un approccio proattivo comporta un modo completamente nuovo di guardare al ruolo dell’IT, alla cultura aziendale e alla mentalità necessaria del CIO. L’IT non è più un business top-down; tutte le decisioni tecnologiche devono essere prese tenendo in considerazione gli utenti. È sicuramente più facile a dirsi che a farsi. Tre principi fondamentali possono aiutare a realizzare la trasformazione.

PRIMO: ASCOLTARE LE PERSONE

Una politica IT moderna inizia dal dipendente. Occorre conoscere il “percorso” dei dipendenti, dal momento in cui si svegliano al mattino fino a sera. Di cosa hanno bisogno, perché e come si possono soddisfare tali bisogni? Vogliono lavorare in movimento? A loro piace controllare le e-mail sul proprio cellulare?

SECONDO: DATI E INTEGRITÀ

L’integrità è l’evoluzione logica della sicurezza. Non appena i dipendenti avranno gli strumenti di cui hanno bisogno per lavorare, l’IT dovrà pensare a proteggere l’integrità dell’organizzazione. Oggi i dati devono essere al centro della soluzione di sicurezza. Gestendo chi può utilizzare i dati, quando, dove e come, è possibile offrire una vasta gamma di applicazioni ai dipendenti. Finché i dati sono protetti, non importa che ci siano un sacco di applicazioni diverse su piattaforme diverse in grado di usarli.

TERZO: FARE DOMANDE E NON ANDARE AVANTI

Qualsiasi CIO che pensa di avere tutte le risposte è destinato al fallimento. Potrebbe non essere intuitivo per un C-level ammettere di non sapere tutto. Tuttavia, parlare e ascoltare i propri dipendenti non è una debolezza, ma una forza. Occorre chiedere loro di quali strumenti pensano di aver bisogno e inserirli nella propria policy per l’IT. Sono quelli che useranno nuove applicazioni, quindi perché non chiedere loro cosa vogliono e quando ne hanno bisogno? Non bisogna aver paura di creare un progetto pilota basato sul cloud per provare qualcosa di nuovo. Caso peggiore: non funziona e occorrerà provare qualcos’altro. L’IT oggi è più flessibile che mai e va usato a proprio vantaggio. La regola d’oro è innovare. Ma occorre fare uno sforzo consapevole per non fallire rapidamente ed economicamente se non funziona.


#SHADOWIT Il CIO che pensa di avere tutte le risposte è destinato al fallimento #RichardBennett @VMware
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IL POTERE DEL CLOUD

Per combattere lo Shadow IT, lo strumento più importante è il cloud. Il cloud non è un luogo. È una metodologia per fornire tecnologia aziendale. Occorre usarlo per implementare applicazioni indipendenti dalla piattaforma. Queste applicazioni offrono la stessa esperienza utente su Windows, Mac, Linux, iOS e Android. Ciò consente al dipendente di utilizzare l’hardware e il sistema operativo che preferiscono. Rendendo disponibili le app giuste, l’IT consentirà a tutti di utilizzare il workflow che conoscono per essere il più efficiente possibile, pur mantenendo il controllo. La chiave è garantire la stessa funzionalità applicativa su qualsiasi piattaforma. Ciò richiede una strategia per lo spazio di lavoro, non per il desktop.

Il controllo che la gestione del workspace offre va molto al di là di qualsiasi cosa si possa utilizzare oggi. Immaginiamo una banca con una politica BYOD. I dipendenti possono utilizzare un’app agnostica per accedere ai dati sensibili sul proprio dispositivo mentre sono al lavoro. Non appena escono per tornare per casa, i dati vengono automaticamente cancellati o l’accesso è limitato o revocato. Sfruttando il cloud e implementando la sicurezza a livello di software, si può dare ai dipendenti un’app mission-critical sul loro dispositivo preferito, che consenta loro di essere più produttivi. Non ricorreranno all’utilizzo di app di terze parti non sicure se sono state ascoltate le loro esigenze ed è stata data loro una risposta con un’alternativa sicura e potente. Innovando insieme ai dipendenti, ascoltando le loro esigenze, non solo è possibile renderli più felici e più efficienti. Allo stesso tempo, si sta preparando l’organizzazione per un futuro digitale brillante e un chiaro percorso per l’innovazione del business.

Richard Bennett, head of Accelerate & Advisory Services, NEMEA di VMware

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Samsung Electronics, le nuove armi della strategia B2B https://www.datamanager.it/2017/11/samsung-electronics-le-nuove-armi-della-strategia-b2b/ Wed, 22 Nov 2017 11:24:34 +0000 http://www.datamanager.it/?p=135838 Dal 1991 la filiale italiana ha avuto una crescita esponenziale fino a raggiungere oltre i 3 miliardi di fatturato nel 2016. Knox nuova arma vincente. DeX trasforma lo smartphone in un pc. L’ecosistema virtuoso di terze parti, system integrator, clienti e partner per la messa a terra di soluzioni personalizzate di livello enterprise L’approccio consulenziale […]

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Dal 1991 la filiale italiana ha avuto una crescita esponenziale fino a raggiungere oltre i 3 miliardi di fatturato nel 2016. Knox nuova arma vincente. DeX trasforma lo smartphone in un pc. L’ecosistema virtuoso di terze parti, system integrator, clienti e partner per la messa a terra di soluzioni personalizzate di livello enterprise

L’approccio consulenziale di Samsung. Nel B2B, comprendere le esigenze (anche quelle inespresse) del proprio interlocutore – cliente o prospect – riveste un ruolo importante. Un approccio centrato sui concetti di empatia strategica e counseling d’acquisto, basato sull’ascolto – agli antipodi rispetto alla consulenza manipolatoria, predatoria – è il metodo adottato da Samsung Italia. Una realtà che non smette di crescere. Da quasi trent’anni. Nel 2015, una ricerca condotta dall’Università Bocconi di Milano sull’impatto socio-economico del gigante sudcoreano nel Paese, mette il gruppo al 52esimo posto tra tutte le aziende italiane, e nel 2016 l’azienda ha raggiunto un fatturato di oltre 3 miliardi di euro. «Da diversi anni a questa parte, abbiamo compreso che l’azienda ha esigenze profondamente diverse da quelle del cliente consumer» – spiega a Data Manager Antonio Bosio, product and solutions director di Samsung Electronics Italia. «In molti casi, più che un prodotto ci chiedono un set di elementi o soluzioni in grado di rispondere ai bisogni particolari. E per cercare di farlo al meglio abbiamo imparato a sviluppare un approccio di tipo strategico nei confronti di clienti e partner. Guardando ai nostri dispositivi e alle nostre soluzioni come a dei mattoncini combinabili di volta per volta in modo creativo per soddisfare esigenze sempre nuove».

INTEGRAZIONE, UN PASSAGGIO FONDAMENTALE

Disegnata la soluzione che meglio risponde alle richieste del cliente, il passo successivo è quello di garantire che il tutto venga integrato nella piattaforma IT dell’azienda. Un passaggio importante. Ma per molte realtà ancora rischioso. Strette tra la necessità di integrare i dispositivi mobili nell’ambiente aziendale e le tensioni che ritardi nell’adozione compiuta delle nuove tecnologie possono generare tra IT e board, propagandosi sino agli utilizzatori in azienda. «Un tassello di cui non ci possiamo dimenticare» – sottolinea Bosio. L’integrazione tipicamente coinvolge società terze, system integrator, clienti e partner. «Data la vasta scelta di prodotti e servizi a disposizione delle aziende, al system integrator si richiede di sfruttare al meglio esperienza e capacità di indirizzare il cliente verso la soluzione migliore per le sue esigenze. Disporre cioè delle giuste competenze in fase di prevendita, e dell’esperienza necessaria nella scelta del vendor più innovativo sul mercato in grado di connettere con righe di codice opportune gli applicativi legacy». E intervenire così nell’ottimizzazione dei processi entro cui si incardina la soluzione. «Nel 90 per cento dei casi, i system integrator sono nostri partner. Professionisti che conoscono bene i nostri prodotti e si prendono cura di integrarli presso il cliente» – nota Bosio. «Altre volte sono società che conoscono l’evoluzione dei sistemi IT del cliente nei cui confronti vantano collaborazioni consolidate nel tempo. Se il partner conosce bene la legacy del cliente ci può dare una mano a indirizzare in maniera addirittura preventiva alcuni elementi di complessità. Quando invece il system integrator del cliente è già qualificato come nostro partner il passo è immediato e naturale». In entrambi i casi, l’obiettivo è di trasferire tutti gli elementi necessari affinché l’integrazione avvenga in maniera fluida e corretta.

LA COLLABORAZIONE CON I PARTNER

«Lavorare con le nostre soluzioni – però – non significa necessariamente dover scegliere di cambiare partner» – osserva Matteo Rigoni, enterprise program manager di Samsung Electronics Italia. «La sfida è fare in modo che i partner ragionino in maniera virtuosa rispetto alle nostre tecnologie e alle nostre soluzioni. Non è detto, infatti, che un prodotto in origine pensato per fare certe cose non possa essere verticalizzato e specializzato per farne anche altre di cui il cliente ha bisogno» – chiosa Bosio. Insomma, occhi e orecchie ben aperti. Le responsabilità del team tecnico-consulenziale della country nella messa a terra dei progetti si spingono ben oltre il mero supporto alla struttura commerciale. «Sul campo siamo gli occhi e le antenne del nostro headquarter» – ci dice Bosio. «Direttamente sul campo, raccogliamo le esigenze di clienti e system integrator e le trasferiamo in maniera strutturata in Corea. E non ci fermiamo certo al debug di quello che si è già messo a terra: l’obiettivo è di implementare esattamente quel che il cliente ci chiede o quello che finora non è mai riuscito a fare, perché non ha trovato gli elementi tecnologici adatti alle sue esigenze. Un’attività che ci aiuta a far sì che questo percorso virtuoso generi prodotti o soluzioni ancora più aderenti all’esigenza del mercato».

IL SUCCESSO DEI PRODOTTI SAMSUNG

Android è di gran lunga la piattaforma per smartphone più diffusa al mondo. Al successo tra i consumatori e la comunità di sviluppatori tuttavia non ha corrisposto un successo altrettanto largo presso le imprese. «Qualche anno fa, si dibatteva in modo anche molto acceso circa la sicurezza in ambiente Android» – ricorda Bosio. «Si diceva che fosse poco sicuro, inadatto al mondo business. Questo ci ha spinto a sviluppare uno strato di sicurezza che ci permettesse di affermare che l’Android customizzato Samsung diventasse infinitamente più sicuro della versione standard. Grazie a Knox». Uno degli elementi chiave per creare un vantaggio competitivo rispetto ai competitor e al mercato. «Strada facendo Knox si è evoluto, trasformandosi in uno strumento che facilita il percorso d’integrazione con le infrastrutture IT, di soddisfacimento dei bisogni espressi dalle aziende e in ultima analisi di customizzazione».

PERSONALIZZAZIONE IN HOUSE

La tecnologia ha reso estremamente dinamica l’innovazione di prodotto e la capacità da parte delle aziende di “customizzare“ in tempi sempre più brevi i propri asset. La personalizzazione del prodotto tuttavia non è più solo una prerogativa del costruttore. Soprattutto se parliamo di dispositivi mobili. «Non di rado, le aziende, dato un lotto di terminali acquistati da noi, ci chiedevano di poter personalizzare i device» – conferma Bosio. Una richiesta consolidatasi con il tempo. Ma il cui limite era rappresentato dalle piattaforme di device management che solo in piccola parte permettevano di ottenere configurazioni davvero personalizzate. «Per sopperire a questo limite ci siamo inventati un modo diverso di utilizzare Knox, implementando un menu completo di customizzazione. Oggi, grazie a Premium, la piattaforma MDM (Mobile Device Management) di Samsung possiamo definire il profilo di personalizzazione con il cliente applicando ai dispositivi tutto quanto ci viene richiesto».

Con Knox, le aziende dispongono di un’area riservata separata rispetto all’utilizzo personale del telefono. Gestibile in maniera autonoma. «Il vero valore che ottieni dalla creazione di questi due ambienti distinti è sicuramente quello di poter segregare le informazioni aziendali all’interno del container correlato all’attività professionale. Ma allo stesso tempo è anche quello di disporre di uno spazio personale protetto in termini di privacy rispetto al container aziendale» – spiega Bosio. Un aspetto che migliora l’accettazione da parte dei dipendenti dell’azienda del dispositivo professionale. «Fornire a un collaboratore un dispositivo privo di alcuni requisiti di privacy e sicurezza potrebbe essere vissuto come un elemento intrusivo, imposto dall’azienda. Garantirgli invece che la sua privacy sarà rispettata, aiuta l’azienda a costruire un percorso di vera adozione di questi dispositivi. L’effetto che si ottiene da questi processi di digitalizzazione migliora parecchio».


#mobility Le nuove armi vincenti della strategia #B2B di @SamsungItalia
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BYOD MANAGEMENT

L’azienda che acquista un lotto di dispositivi per distribuirli ai propri dipendenti non è ancora in via d’estinzione. «Tuttavia, ci sono casi frequenti anche in Italia di dipendenti che chiedono di poter utilizzare il loro smartphone in azienda. Oppure altri casi in cui è l’azienda stessa a chiederti, per scelta strategica, di non dotare più i dipendenti della componente tecnologica. Due approcci differenti. Che noi sosteniamo, garantendo che comunque si decida di procedere, sia la sicurezza dei dati aziendali che la privacy del dipendente saranno rispettate» – afferma Bosio. Grazie alla possibilità di personalizzare in profondità il dispositivo, agendo lungo due direttrici. «Una cosmetica, di presentazione del terminale. Wallpaper, accensione/spegnimento personalizzati, etc. La seconda, invece sostanziale: settaggi del device e applicazioni da precaricare, che l’IT ha la libertà di combinare e calibrare a seconda delle proprie esigenze». Un processo che approda alla creazione di una matrice unica che include tutto quel che viene utilizzato in azienda, assegnando gli appropriati parametri di sicurezza, accesso e privilegio. «Elementi che il mercato giudica vincenti» – sottolinea Bosio.

I TEMPI DELLE PIATTAFORME E I TEMPI DELLE DECISIONI

Un processo le cui tempistiche dipendono solo in parte dai desiderata del cliente. «Separerei il tempo necessario a congelare la configurazione dei terminali, determinato da una serie di azioni, frutto di una interazione continua con il management dell’azienda» – premette Bosio. «Da un punto di vista puramente tecnico, i tempi di implementazione di questi progetti sono rapidissimi. In molti casi, le tempistiche non sono scandite dalle piattaforme ma dipendono dalle decisioni. Una volta individuate quelle che sono le richieste, poi sigillare il device è molto rapido» – assicura Bosio. «Creato il profilo, i dispositivi vengono identificati dall’MDM attraverso il codice IMEI del prodotto e classificati come appartenenti a quel cluster. Alla prima accensione, senz’alcun intervento, partirà il download automatico della configurazione attestata sui sistemi. Modificabile tutte le volte che le circostanze lo richiedono e lungo tutto il ciclo di vita del prodotto. Un meccanismo simile a quello sperimentato con successo nel campo della virtualizzazione di desktop e server, che lascia all’IT tutta la libertà di costruire la matrice della configurazione di partenza in base alle proprie necessità. «Qualcosa di davvero innovativo in ambito mobile» – osserva Matteo Rigoni. «Anzitutto, perché la fase di download della configurazione è migliorata in maniera sostanziale. In passato, questa operazione, effettuata attraverso la piattaforma di device management, richiedeva una serie di interventi manuali. Oggi, non serve più installare il client della piattaforma MDM sul dispositivo perché invii in automatico la configurazione. L’IT manager dell’azienda si limita a prendere in carico i dispositivi e verificare che il codice IMEI dello smartphone sia stato correttamente caricato sulla piattaforma. A quel punto, è il dipendente che all’accensione del device, non appena questo si connette a una rete WiFi o LTE, si trova in download tutta la configurazione necessaria».

AGGIORNAMENTO DEL SISTEMA OPERATIVO

Un meccanismo applicabile anche agli aggiornamenti del sistema operativo, grazie al firmware over-the-air FOTA di livello enterprise (EFOTA), un modulo aggiuntivo di Knox, che consente di gestire l’aggiornamento del firmware dei telefoni in maniera selettiva. Un’attività solo in apparenza di routine. Che necessita al contrario di stabilire con attenzione i tempi di rilascio sui device aziendali degli aggiornamenti di Android. «Perché a fronte di un set di applicazioni aziendali validate con una certa versione di Android, il rischio che dopo l’aggiornamento qualcosa smetta di funzionare è alto» – avverte Bosio. «La gestione coordinata degli aggiornamenti è uno dei meccanismi implementati per ovviare a questo problema. L’IT manager può decidere se e quando rendere disponibile l’update. Con la possibilità di testare prima che tutto funzioni. Solo a quel punto abiliterà gli smartphone per il download dell’aggiornamento».


#mobility #B2B Knox Premium è il MDM su misura di tutte le imprese @SamsungItalia
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KNOX PREMIUM, L’MDM PER TUTTE LE AZIENDE

Le piattaforme di gestione (MDM) sono il centro di controllo dei dispositivi mobili – smartphone, tablet e computer portatili – utilizzati in azienda. In genere, queste piattaforme sono sviluppate da terze parti che cercano di offrire soluzioni il più possibile trasversali rispetto ai sistemi operativi disponibili sul mercato per coprire un range molto ampio di dispositivi. Questo non significa che non esistano in commercio MDM creati dagli stessi produttori di smartphone e tablet, sviluppati per gestire al meglio i propri dispositivi. Samsung attraverso Knox Premium appartiene a pieno titolo a questa categoria di produttori. Una scelta strategica solo all’apparenza in contrasto con la concorrenza di soluzioni specializzate, presenti da tempo sul mercato. «È vero che molte grandi aziende disponevano già di una propria piattaforma di device management. Ma è vero anche che soprattutto tra quelle più piccole le piattaforme MDM erano di gran lunga meno diffuse. Per questo, secondo noi – spiega Bosio – era corretto dare loro la possibilità di accedere a uno strumento per governare i propri dispositivi mobili». L’altro motivo per cui Samsung ha ideato Knox Premium è che nonostante l’ottima collaborazione con chi sviluppa soluzioni di device management «diventava oggettivamente difficile – continua Bosio – garantire che le piattaforme terze implementassero tutte le funzionalità e le opzioni di configurazione che Knox mette a disposizione dei clienti Samsung». Estese peraltro anche ai prodotti wearable, tecnologie e dispositivi equipaggiati con sensori per la raccolta di dati su alcune attività svolte dall’utilizzatore e gestiti dalla piattaforma Samsung alla stregua di un qualsiasi dispositivo mobile. «Un ulteriore valore aggiunto. Perché tipicamente i wearable si prestano a implementazioni di tipo industriale. Quasi mai amministrate da un MDM».

RISPARMIO SUI COSTI DELLE IMPLEMENTAZIONI INDUSTRIALI

Tecnologie fornite a costi più contenuti rispetto ai prodotti industriali. «Da un terzo a un quinto, rispetto al costo dell’apparato industriale» – afferma Bosio. E dotati della stessa robustezza. Fondamentale per un utilizzo di tipo industriale dei device. «In molti casi, le resistenze delle aziende si concentrano proprio su questo aspetto» – conferma Bosio. «A questa osservazione noi rispondiamo che molti dei nostri smartphone, tablet e wearable sono certificati IP68 (resistenti all’acqua e alla polvere). Inoltre disponiamo di una gamma completa di prodotti “rugged”, progettati per resistere a sollecitazioni ambientali come l’intensa luce solare, temperature estreme oltre che a shock meccanici e vibrazioni. Penso al Galaxy Xcover 4, uno smartphone con una buona potenza di calcolo, adatto per applicazioni “intensive” anche dal punto di vista meccanico» – spiega Bosio. Prodotti che rispetto a quelli industriali si differenziano per la loro apertura verso l’esterno e la possibilità di essere aggiornati con una frequenza impensabile per un prodotto industriale. «Quasi sempre questo tipo di prodotti “carrozzati” sono specializzati per fare bene una certa cosa. Ma sono come sistemi, ermeticamente chiusi, che rischiano di diventare obsoleti non appena cambiano le esigenze dell’azienda. Cosa che non accade con i nostri prodotti. Ai quali è sufficiente aggiornare i servizi a bordo, mantenendo invariato l’hardware».

PERCHÉ DEX FUNZIONERÀ PER IL BUSINESS

Per la platea sempre più numerosa di mobile workers, la possibilità di collegare lo smartphone al display più vicino è diventata un’esigenza sempre più sentita. Ritrovare sul desktop tutti le applicazioni utilizzate in ufficio, con lo stesso livello di visualizzazione, rappresenterebbe infatti una bella comodità. «Nonostante questi device siano sempre più performanti, non abbiamo smesso di avere nella borsa sia lo smartphone che il pc» – riprende Bosio. Più leggero di un qualsiasi portatile, lo smartphone – sino a ieri – ha scontato lo svantaggio della mancanza di risorse computazionali per competere con i computer. Oggi, però, le cose sono cambiate. «Maggiore potenza di calcolo, display più grandi e nitidi fanno sì che da un punto di vista della pura potenza di calcolo, lo smartphone possa già oggi sostituire il pc. Un supporto fisico come DeX permette di sfruttare appieno la potenza di calcolo del device, trasformando in pratica lo smartphone in un vero e proprio sistema desktop in grado di offrire ai professionisti un ambiente di lavoro ottimale. Il display dello smartphone, inoltre, è sufficientemente ampio per gestire la connessione con il mondo e con l’azienda quando sono in mobilità. Mentre, quando raggiungo una postazione di lavoro, con DeX ho la possibilità di visualizzare in maniera ottimale le informazioni, grazie alla sua interfaccia Android ridisegnata e ottimizzata per l’utilizzo con mouse e tastiera, che mi consente l’utilizzo in multitasking di finestre, menu contestuali e pagine web».

Sarebbe tuttavia riduttivo limitare le funzionalità di DeX alla sola capacità di girare il segnale video. «Dentro a DeX c’è tutto il lavoro di Samsung e dei nostri partner per far sì che la visualizzazione del desktop sul display dello smartphone sia davvero Windows-like. Identica a quella che avresti davanti al pc in ufficio» – afferma Bosio. «Un aspetto importante anche dal punto di vista della familiarità rispetto a questi strumenti. Tale cioè da non creare discontinuità in chi era abituato a lavorare su un ambiente Microsoft». In questo contesto, la collaborazione strategica tra Samsung e Microsoft e Adobe ha portato alla compatibilità di Samsung DeX con Microsoft Office e le app mobile Adobe, tra cui Adobe Acrobat Reader Mobile e Lightroom Mobile, dando per la prima volta la possibilità agli utenti di accedere a funzionalità simili a quelle delle versioni desktop. Inoltre, per i professionisti che hanno necessità di utilizzare applicazioni presenti unicamente in ambiente Windows, Samsung DeX permette l’accesso in maniera remota e sicura a desktop virtuali tramite soluzioni di partner come Citrix, VMware e Amazon Web Services.


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SINCRONIZZAZIONE

DeX, inoltre, indirizza anche un altro aspetto, la dispersione di informazione tra i vari dispositivi che utilizziamo. Un’esperienza comune a ciascuno di noi. «Nonostante i mille meccanismi di sincronizzazione tra device, è quasi inevitabile avere dati sparsi tra il pc e lo smartphone. Con DeX questa asincronia scompare del tutto». Date queste premesse, le aspettative in Samsung rispetto alla soluzione sono alte. «DeX ha ancora pochi mesi di vita. Tuttavia, nella logica della digitalizzazione dell’azienda, dello smart working e dell’essere sempre connessi, DeX è la soluzione che permette all’azienda di indirizzare tutte queste tematiche. L’azienda ottiene un vantaggio diretto, perché non ha bisogno di fornire a tutti i dipendenti sia lo smartphone che il pc. Una sola dotazione permette di abbattere i costi di acquisizione e gestione del parco pc. Inoltre con meno device da gestire, il lavoro dell’IT manager si semplifica di parecchio» – rileva Bosio. Un volano anche per i prodotti Samsung. «Poiché DeX è una nostra esclusiva, utilizzabile solo con nostri prodotti. Per questo ci aspettiamo che il loro valore cresca ancora». Difficile a questo punto parlare di DeX come di una scommessa, considerato che il mondo del business richiede di essere sempre connessi e mobili e lo strumento di elezione è lo smartphone. «Non siamo noi a dirlo» – si schermisce Bosio. «Lo dicono tutte le antenne sparse sul territorio». E allora, siete pronti ad abbandonare il vecchio pc?

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Galaxy Note9, la produzione comincerà a inizio 2018 https://www.datamanager.it/2017/11/galaxy-note9-la-produzione-comincera-inizio-2018/ Wed, 08 Nov 2017 19:30:18 +0000 http://www.datamanager.it/?p=134614 Nome in codice “Crown”, Samsung avvierà l’assemblaggio dei nuovi smartphone già tra qualche mese, per anticipare il lancio della nuova gamma   Il punto di svolta deciso c’è stato quest’anno, con l’allineamento della serie Note a quella S. Il riferimento non è solo alla numerazione ma anche al design, oramai indirizzato all’Infinity Display. Con una […]

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Nome in codice “Crown”, Samsung avvierà l’assemblaggio dei nuovi smartphone già tra qualche mese, per anticipare il lancio della nuova gamma

 

Il punto di svolta deciso c’è stato quest’anno, con l’allineamento della serie Note a quella S. Il riferimento non è solo alla numerazione ma anche al design, oramai indirizzato all’Infinity Display. Con una linea guida ben definita, Samsung può anticipare la produzione del Note9 già tra qualche mese, a inizio 2018. Conosciuto con il nome in codice Crown, il prossimo phablet vedrà la luce, in versione pilota, entro il primo trimestre del nuovo anno, per entrare in una fase di mass-market subito dopo l’estate. La presentazione dunque dovrebbe seguire le precedenti, a ridosso di agosto e settembre mentre la messa in vendita trarrà vantaggio di un assemblaggio anticipato, con disponibilità nel primo autunno.

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Nuova gamma

Resta da capire in che modo la coreana rinnoverà la sua linea di dispositivi pensati per un pubblico business. Ovviamente c’è da scommettere su una migliore S Pen, più precisa e funzionale, ma il vantaggio principale dovrebbe essere più a fondo, all’interno del processore di bordo. Si, perché proprio agli inizi del 2018, Qualcomm renderà disponibile il suo Snapdragon 836, innovazione importante dell’attuale top di gamma nel contesto CPU. Come il Kirin di Huawei e l’A11 Bionic di Apple, il SoC vanterà una porzione dedicata all’Intelligenza Artificiale e dunque a operazioni di comprensione del mondo circostante maggiori, tutto a beneficio degli utilizzatori. Nel settore business, lo Snapdragon di nuova fattura avrebbe l’occasione sfruttare ancora di più le proprie capacità per restituire all’utente professionale uno strumento di lavoro e svago davvero intelligente, capace non solo di portare a termine le operazioni tradizionali ma di essere proattivo nel proporre soluzioni e scorciatoie ai problemi quotidiani, dal traffico ai task di produttività.

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L’impresa ha adottato i tablet? https://www.datamanager.it/2016/07/limpresa-adottato-tablet/ Wed, 27 Jul 2016 10:12:22 +0000 http://www.datamanager.it/?p=106906 Di Massimo Ceresoli, Head of Global Services – Southern and Central Europe at Orange Business Services L’iPad di Apple potrà anche non essere stato il primo tablet al mondo, ma con la sua interfaccia multi-touch e l’elegante interfaccia utente è stato sicuramente il migliore. Il lancio del prodotto ha stimolato grande interesse tra i dirigenti […]

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Di Massimo Ceresoli, Head of Global Services – Southern and Central Europe at Orange Business Services

L’iPad di Apple potrà anche non essere stato il primo tablet al mondo, ma con la sua interfaccia multi-touch e l’elegante interfaccia utente è stato sicuramente il migliore. Il lancio del prodotto ha stimolato grande interesse tra i dirigenti aziendali, desiderosi di trovare una soluzione portatile da avere con sé tra una riunione l’altra.

“I tablet sostituiranno tutto,” proclamavano i più accaniti.

Cinque anni dopo, questa profezia non sembra essersi affatto realizzata. Quindi a che punto siamo ora? I tablet sono stati una soluzione-meteora a problemi che in realtà le persone non hanno mai avuto, o si stanno lentamente ricavando una nicchia nell’IT aziendale?

A che punto ci troviamo adesso?

In molti casi, le dimensioni dello schermo e la portabilità dei tablet si traducono in un buon equilibrio per svolgere molti compiti di lavoro. Aggiungendo una tastiera Bluetooth, prendere appunti, stare al passo con le email, fare ricerca, lavorare mentre si è in viaggio e tenere presentazioni sono tutti servizi utili per gli utenti aziendali.

“Il tablet è allo stesso tempo lo status symbol aziendale di questo decennio e un utile strumento per la produttività”, ha scritto Deloitte nel suo rapporto ‘Capire il contesto BYOD’.

I tablet stanno anche sviluppando in autonomia nuovi casi di utilizzo. Gli equipaggi delle linee aree li usano per gestire passeggeri e trasportare i dati di volo; stiamo assistendo a un utilizzo crescente di questi dispositivi in ospedali, ambulatori medici e sale operatorie; anche gli infrastructure manager dei settori del petrolio e del gas stanno utilizzando questi dispositivi, persuasi dalla loro facilità d’uso, portabilità e connettività. Interi settori industriali stanno sviluppando casi di utilizzo efficaci per questi oggetti.

Diversità

Il cambiamento dell’orizzonte tecnologico ha un impatto sulla vita quotidiana di qualsiasi utente. Mentre l’ambiente aziendale era in passato dominato da più fornitori di dispositivi hardware con un solo sistema operativo, l’ambiente tecnologico presente e futuro sarà molto più eterogeneo: Microsoft, Apple e Google forniranno i sistemi operativi. Attualmente, l’iPad domina il mercato enterprise dei tablet: nel 1° trimestre 2015 equivaleva all’81% delle nuove attivazioni di tablet aziendali, secondo il Good Technology Mobility Index Report del 2015.

La gamma iPad Pro di Apple, con offre supporto per le tastiere e una penna per touch screen, ha chiaramente allargato il mercato logico per questi device. La recente introduzione da parte di Google di  Android for Work costituisce un altro approccio. Nel frattempo, Microsoft continua a sviluppare la propria offerta tablet, e di recente ha rivelato un aumento del 56% anno su anno dei ricavi trimestrali derivanti dai suoi prodotti Surface.

La decisione di Microsoft di offrire la sua versione di tablet con un contratto mensile a basso costo sembra dare i suoi frutti tra gli utenti aziendali. Canalys sostiene che il Surface Pro 4 stia vendendo più dell’iPad Pro nel mercato enterprise del Regno Unito: 275mila contro 107mila per l’iPad Pro.

Il grande vantaggio di Microsoft è Windows, che rende un po’ più facile per gli utenti aziendali continuare a supportare i sistemi legacy. L’altro vantaggio è che chi si occupa di supporto tecnico in aziende che lavorano su Windows sarà più propenso a scegliere la soluzione di Microsoft. (IDC ritiene che le vendite di dispositivi due-in-uno come Surface aumenteranno anche mentre le vendite di tablet nel complesso ristagnano).

I Chromebook di Google potrebbero anche essere una minaccia emergente, tenuto conto di quanto i dipendenti millennials siano abituati al software e ai servizi di Google. “Proprio come i phablet hanno rosicchiato il mercato dei tablet più piccoli, il divario tra PC e tablet si va riducendo ogni giorno”, ha detto Eric Smith, analista senior per tablet e touchscreen di Strategy Analytics. “I principali vendor stanno ridefinendo i limiti di tutti e tre i principali sistemi operativi mobili e delle configurazioni hardware per trasformare il tablet in un dispositivo per la creazione di contenuti.”

Questo contribuisce direttamente ad incrementare l’adozione: con l’aumento delle capacità dei sistemi hardware e operativi, così crescono anche le applicazioni disponibili. In poche parole, questo significa che questi dispositivi possono  soddisfare una gamma sempre più ampia di esigenze informatiche aziendali.

Le app ci sono

Naturalmente, la comparsa di applicazioni chiave per la produttività (non solo Skype o Word, ma app specificamente d’impresa da sviluppatori del calibro di Salesforce, Oracle, IBM e altri) è essenziale per questa trasformazione digitale. Questo si traduce in una grande adozione di tablet.

L’impatto di soluzioni mobili e BYOD sui modelli di lavoro è ampiamente riconosciuto. I dipendenti chiedono molta più autonomia e in cambio di questo sono disposti a lavorare in maniera più flessibile, adattando il loro tempo produttivo in modo da massimizzare l’efficacia e allo stesso tempo consentire una migliore qualità della vita.

I CIO sono ben consapevoli delle sfide della mobilità sui sistemi di sicurezza aziendali. La sicurezza rimane una delle maggiori sfide di ogni implementazione di infrastruttura, e il rapido cambiamento nel panorama della sicurezza sta andando a favore di Apple più che di altri in questo momento. Un recente sondaggio di Tech Pro Research dà a Apple un vantaggio dominante su Google in termini di sicurezza, mentre il supporto integrato di Windows nella gamma di Surface di Microsoft rende questo tablet una scelta praticabile.

A che punto siamo

Nel 2014 Gartner aveva previsto che entro il 2018, più del 50% degli utenti aziendali di mobility  avrebbero usato soprattutto tablet o smartphone per tutte le attività online. Questo rispecchia più o meno quello che sta succedendo in questo momento – più della metà dei dipendenti utilizza un tablet per lavoro almeno una volta alla settimana, secondo Forrester (anche se in alcuni casi si tratta di dispositivi di proprietà).

Nonostante questo, non sembra che i tablet possano per il momento sostituire perfettamente i PC, in parte perché non sono ancora in grado di gestire ogni pezzo di software legacy su misura.

Questa barriera dovrebbe ridursi nel momento in cui le imprese andranno verso l’adozione di soluzioni cloud-based. Non si può sottovalutare l’importanza della transizione cloud – in parole povere, purché le soluzioni aziendali in cloud siano costruite utilizzando standard Web prestabiliti, allora i dispositivi tablet del futuro dovrebbero essere altrettanto in grado di accedere e lavorare con questi sistemi come qualsiasi PC.

 

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Il 75% della forza lavoro europea sarà mobile entro il 2018 https://www.datamanager.it/2016/02/75-della-forza-lavoro-europea-sara-mobile-entro-2018/ Tue, 09 Feb 2016 17:30:02 +0000 http://www.datamanager.it/?p=94225 Il nuovo white paper sponsorizzato da OKI Europe mette in evidenza l’impatto del BYOD e della crescente mobilità della forza lavoro, che ha creato la pressante esigenza di disporre di un accesso sicuro alle informazioni ovunque e in qualsiasi momento Un terzo della forza lavoro dell’Europa occidentale sarà mobile entro il 2018. Ciò richiede la […]

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Il nuovo white paper sponsorizzato da OKI Europe mette in evidenza l’impatto del BYOD e della crescente mobilità della forza lavoro, che ha creato la pressante esigenza di disporre di un accesso sicuro alle informazioni ovunque e in qualsiasi momento

Un terzo della forza lavoro dell’Europa occidentale sarà mobile entro il 2018. Ciò richiede la possibilità di accedere e di elaborare le informazioni in modo rapido e sicuro per mantenere e aumentare la produttività, come ha rilevato un nuovo white paper stilato dalla società di analisi IDC.

Nel rivolgersi a questo ambiente in evoluzione, il white paper di IDC spiega che le stampanti multifunzione intelligenti (gli MFP) devono offrire la possibilità di digitalizzare i documenti proteggendo, al contempo, i dati sensibili di un’azienda da eventuali virus o minacce informatiche attraverso l’utilizzo di una stampa sicura da dispositivi mobili come tablet e smartphone.

Il white paper dal titolo: “I vostri processi aziendali stanno soffocando la vostra opportunità di mercato? Stampa conveniente e gestione dei documenti tramite gli MFP intelligenti”, è stato compilato da Jacqui Hendriks, responsabile IDC della pratica di consulenza e ricerca sulle soluzioni per la gestione di documenti e servizi di stampa gestita a livello europeo.

Al fine di gestire il continuo incremento della mobilità, il white paper conferma che le organizzazioni devono avere il controllo sul modo con cui i dipendenti lavorano dai loro dispositivi personali (BYOD, Bring-your-own-device) e dai cellulari aziendali. Devono proteggere la proprietà intellettuale dell’azienda pur consentendo ai dipendenti di accedere alle informazioni ovunque e in qualsiasi momento per mantenere efficienti le procedure di lavoro attraverso l’uso di applicazioni di stampa mobile e un accesso ai dati configurato.

Nel 2013, uno studio sulle abitudini europee IDC relativo alle tendenze di mercato dei servizi di stampa, ha rilevato che un terzo delle aziende consente ai propri dipendenti di utilizzare smartphone, laptop e tablet personali. Quando IDC ha chiesto alle PMI le loro opinioni sull’efficienza dei processi aziendali, un elevato numero ha concordato sulla necessità che vadano migliorati, tenendo presente che la mobilità dei dipendenti può favorire notevolmente i processi digitalizzati.

Confermando il ruolo degli MFP intelligenti nei moderni ambienti aziendali, il white paper sottolinea che: “Gli MFP intelligenti estendono il ruolo del dispositivo ad uno strumento di trasformazione digitale personalizzabile. Questi dispositivi possono favorire l’espansione, offrendo soluzioni per la gestione dei flussi di lavoro efficienti in termini di costi e tempi e in grado di supportare gli obiettivi aziendali, ad esempio migliorando la conformità e la sicurezza e favorendo le iniziative di mobilità e di riduzione dei costi.”

Terry Kawashima, amministratore delegato di OKI Europe, ha aggiunto: “Il BYOD è passato da semplice tendenza ad una realtà aziendale. Gli MFP intelligenti possono essere configurati per ottimizzare la forza lavoro e semplificare la distribuzione e la gestione dei documenti: ciò li rende una risorsa rilevante nella gestione del BYOD e nella mobilità della forza lavoro.”

La gamma OKI di MFP intelligenti include una serie di dispositivi potenti e intelligenti che offrono alle aziende la libertà e la flessibilità di stampare direttamente da smartphone, tablet e altri dispositivi, aiutando i professionisti più impegnati a rimanere produttivi.

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La Mobile Era secondo Itway https://www.datamanager.it/2015/11/la-mobile-era-secondo-itway/ Fri, 20 Nov 2015 11:07:51 +0000 http://www.datamanager.it/?p=89099 Una serie di speaker per parlare delle opportunità e dei vantaggi nell’adozione delle nuove tecnologie da parte delle aziende del Paese. Con dei limiti tutti italiani Itway, gruppo internazionale che progetta, produce e distribuisce soluzioni e tecnologie abilitanti per il business, ha organizzato anche quest’anno l’incontro “Mobile Era”. Si tratta di un evento in cui […]

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Una serie di speaker per parlare delle opportunità e dei vantaggi nell’adozione delle nuove tecnologie da parte delle aziende del Paese. Con dei limiti tutti italiani

Itway, gruppo internazionale che progetta, produce e distribuisce soluzioni e tecnologie abilitanti per il business, ha organizzato anche quest’anno l’incontro “Mobile Era”. Si tratta di un evento in cui professionisti del settore IT discutono dell’attuale panorama nazionale e delle modalità con cui approcciare un mercato, quello dell’hi-tech professionale, che di anno in anno si evolve sempre di più anche se non sempre viene inteso come vero portatore di valore.

Nonostante il mercato dell’enterprise mobility offra un buon ventaglio di offerta, spesso si scontra con la convinzione che le innovazioni tecnologiche non diano un vantaggio reale nel mondo del lavoro. Di chi è la colpa o meglio: quale processo bisogna rivedere o incentivare? “Il problema è che in Italia, quando si parla di mobilità a livello aziendale, si intende sempre il dispositivo hardware in quanto tale – ci spiega Massimiliano Moschini, VMUG Board Member & VMware Brand Specialist di Itway VAD – e non le capacità del software intrinseco. Con questo voglio dire che i responsabili intendono il passaggio ad un processo di mobilità quasi esclusivamente come costo da sostenere e non come apertura verso un mondo digitale più ampio”.

L’indipendenza del Byod

Questo concetto non stride un po’ con il successo di Byod? “Non proprio – prosegue Moschini – anzi è un’ulteriore prova di quanto detto prima. Le aziende permettono ai propri dipendenti di utilizzare i loro dispositivi e li lasciano decidere come approcciare alcuni contesti che in realtà dovrebbero gestire internamente. Parlo del salvataggio dei file su Dropbox o dell’utilizzo di programmi non certificati per accedere, editare ed inviare documenti con informazioni sensibili, che dovrebbero essere protette o perlomeno residenti su piattaforme parte dell’infrastruttura”.

Secondo Itway, si entrerà in un’era mobile matura quando smartphone e tablet (ma in generale tutti gli oggetti connessi utili al fine aziendale) verranno considerati indipendenti e non più surrogati dell’hardware presente nel perimetro dell’ufficio.

L’importanza delle app

“Il punto è proprio questo – conclude Massimiliano Moschini – esistono degli abilitatori fondamentali che oggi restano fuori da molte compagnie italiane, soprattutto le PMI. Molti pensano all’assenza di un cellulare aziendale ma il vero punto di snodo sono le app, che rappresentano un ponte tra il vecchio e il nuovo modo di pensare la mobilità. Che si possegga un iPhone, uno smarrphone Android, Windows o BlackBerry poco importa: la differenza la fa il programma che ti connette all’ufficio virtuale o quello per controllare lo stato di avanzamento di un lavoro. Si tratta di applicazioni già esistenti, solo che in molti le ignorano. Il motivo? Non è semplice individuarlo ed è anche per questo che abbiamo organizzato un evento come Mobile Era, in cui mettiamo a confronto la domanda e l’offerta di innovazione nel mondo IT, che non può restare indietro in un mondo in continua evoluzione”.

zaffagnini mobile era itway

Rockin’1000

Oltre ad Itway, hanno preso parte a Mobile Era 2015 rappresentanti di Acronis, Array Networks, Check Point Software, Extreme Networks, iNebula, Red Hat e Vidyo. La giornata si è conclusa con un ospite d’eccezione, Fabio Zaffagnini, ideatore ed organizzatore di Rockin’1000, l’evento che ha coinvolto mille persone provenienti da tutta Italia e riunite a Cesena per suonare una canzone dei Foo Fighters. L’obiettivo era dar vita ad un’onda social e virale per convincere il gruppo statunitense a suonare nella città emiliana, dopo la cancellazione della tappa a causa di un incidente del frontman Dave Grohl. La testimonianza di Zaffagnini è sicuramente diversa da quella dai predecessori ma si basa sui stessi concetti di rete, community e collaborazione. Punti fondamentali non solo dell’esperienza Rockin’1000 ma del più ampio contesto dell’innovazione tecnologica.

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Si rinnova l’appuntamento con Itway Mobile Era is ON https://www.datamanager.it/2015/11/si-rinnova-lappuntamento-con-itway-mobile-era-is-on/ Fri, 13 Nov 2015 15:09:32 +0000 http://www.datamanager.it/?p=88424 L’edizione 2015 dell’ormai tradizionale evento di Itway avrà luogo il 19 novembre all’Excelsior Hotel Gallia di Milano Sull’onda del successo delle scorse edizioni, si rinnova anche quest’anno l’appuntamento con Mobile Era is ON di Itway. L’evento avrà luogo il 19 novembre prossimo presso il prestigioso Excelsior Hotel Gallia di Milano e prendendo spunto dal tema […]

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L’edizione 2015 dell’ormai tradizionale evento di Itway avrà luogo il 19 novembre all’Excelsior Hotel Gallia di Milano

Sull’onda del successo delle scorse edizioni, si rinnova anche quest’anno l’appuntamento con Mobile Era is ON di Itway. L’evento avrà luogo il 19 novembre prossimo presso il prestigioso Excelsior Hotel Gallia di Milano e prendendo spunto dal tema della mobility degli utenti dentro e fuori le imprese, affronterà, tra l’altro, tematiche e tendenze attuali del mercato in tema di Internet of Things (IoT) e Bring Your Own Device (BYOD).

La mobilità degli utenti ha implicazioni su tutti gli aspetti di document ed e-mail management, si basa su servizi di varia natura nel cloud, richiede la sicurezza dei dati e delle informazioni, comporta spesso la videocomunicazione in mobilità. Si parlerà di BYOD e di come creare in sicurezza processi aziendali che, tenendo conto del fatto che i dipendenti e partner accedono regolarmente ai dati aziendali tramite i propri dispositivi personali in mobilità, lo facciano con tecnologie sicure, indicando anche come gestire il fenomeno, piuttosto che perdere tempo a contrastarlo.

A dare il via ai lavori sarà Cesare Valenti, Executive VP di Itway VAD, e a seguire gli interventi dei keynote speaker invitati all’evento: Alessandro Cecchetti, Avvocato esperto in affari legali-informatici con le ultime novità sulla gestione dei dipositivi mobili aziendali, Marta Valsecchi dell’Osservatorio Mobile Marketing del Politecnico di Milano con la sua ricerca sulla Mobility Enterprise, Giulio Murri di ABI Lab con un percorso ‘Dal Mobile all’App Banking’, e infine Fabio Zaffagnini, promotore del progetto Rockin’1000, che grazie a un uso sapiente ed efficace del mobile networking e delle potenzialità dei social media in mobilità, la scorsa estate ha portato 1.000 musicisti a suonare insieme a Cesena convincendo i Foo Fighters a tornare in Italia.

“È un grande piacere tornare con un nuovo Mobile Era che, sull’onda del successo della scorsa edizione, non potrà che portare nuovo valore agli operatori del mondo IT che parteciperanno”, ha commentato Cesare Valenti. “Siamo in particolare fieri di avere keynote speaker del calibro di Zaffagnini, Valsecchi, Murri e Cecchetti che sono certo stimoleranno la discussione dando testimonianza del modo – efficace e creativo – con cui utilizzano il potenziale della mobility per ottenere risultati di eccezione nei rispettivi campi, oltre naturalmente al contributo che i nostri partner tecnologici daranno in fatto di tecnologie abilitanti”.

In particolare interverranno i rappresentanti di Array Networks con un discorso su Application Delivery Network, Extreme Networks con il suo SDN che è stato presentato al mercato come una rivoluzione nel mondo del networking, BYOD e Cloud; Check Point Software che spiega come i device mobili sono l’anello debole nella sicurezza, Red Hat con la sua piattaforma Mobile Application e Vidyo che spiega come migliorare le relazioni con i clienti attraverso il Video. La giornata è articolata inoltre in una tavola rotonda sul tema della mobilità cui parteciperanno Stefano Della Valle di iNebula, Mauro Papini di Acronis e Alessandro De Bartolo di Lenovo. All’evento parteciperanno inoltre Solarwinds e gli esperti Vmware di Itway Academy.

È infine prevista un’area espositiva in cui i partecipanti potranno prendere visione delle più recenti soluzioni delle società del Gruppo Itway e dei partner tecnologici.

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Dispositivi mobili in sicurezza. Potenza delle soluzioni EMM https://www.datamanager.it/2015/10/dispositivi-mobili-in-sicurezza-potenza-delle-soluzioni-emm/ Tue, 20 Oct 2015 15:05:44 +0000 http://www.datamanager.it/?p=85712 Cresce lo spazio della mobilità presso le aziende. Con conseguenze importanti anche nel modo di affrontare il tema della sicurezza. A partire dalla riscrittura delle policy, che devono guardare oltre il limitato orizzonte della difesa del mero hardware dei device. In questo contesto, la prima generazione di console di gestione dei device mobili rischia di […]

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Cresce lo spazio della mobilità presso le aziende. Con conseguenze importanti anche nel modo di affrontare il tema della sicurezza. A partire dalla riscrittura delle policy, che devono guardare oltre il limitato orizzonte della difesa del mero hardware dei device. In questo contesto, la prima generazione di console di gestione dei device mobili rischia di non essere più adeguata alle esigenze del business. E per le aziende, orientarsi tra le tecnologie EMM diventa impellente

Il problema c’è. Ed è grosso come una casa. La crescita inarrestabile nella diffusione dei device mobili è stata ignorata dalle aziende, che se ne sono praticamente infischiate, non solo dei problemi di sicurezza, ma di tutte le fasi del ciclo di vita dei device. Registrazione, provisioning, configurazione e così via.

IDC definisce ambivalente il rapporto delle aziende italiane rispetto alla mobility. «Inizialmente, l’approccio è stato quello di adottare le misure di base di sicurezza, cercando soprattutto di gestire il fenomeno della mobility con mosse di basso profilo, orientate alla risoluzione di problemi immediati» – afferma Gabriele Roberti, senior research & consulting analyst di IDC Italia. Solo in pochi casi si è provveduto alla gestione dei device mobili. E ancora meno a integrare quelli personali. Molto più spesso invece, la decisione è stata quella di bloccarne l’utilizzo anche quando l’impiego si limitava a scopi aziendali. Manovre tattiche soprattutto. Molto lontane da un approccio di più ampio respiro. E poca strategia. Per provare a governare il fenomeno della mobility, globale e inarrestabile. «Le aziende devono imparare ad accettarlo e possibilmente a coglierne i vantaggi che presenta. In termini di miglioramento della competitività. E di servizio al cliente» – concorda Roberti. Ma allo stesso tempo provare a fare anche i conti con i problemi che la governance presenta. Un percorso che porti management e IT a concentrarsi sull’ecosistema che tramite la mobility interagisce con le informazioni e gli asset aziendali (device, app, dati, network e infrastruttura), allineando i propri sistemi IT aziendali.


#BYOD In sicurezza Alessio Pennasilico @Clusit Come scegliere la tecnologia giusta
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«Un numero crescente di imprese affronta questa evoluzione con un approccio strategico. Di conseguenza, il mercato delle soluzioni e dei sistemi per l’enterprise mobility conosce uno sviluppo molto rilevante» – afferma Roberti. Tutte le stime disponibili parlano di una crescita che nei prossimi anni sarà impetuosa. Una delle più recenti, redatta da Ovum, parla di un mercato che quadruplicherà il suo fatturato nei prossimi tre anni. Una nicchia interessante anche per investire. Come dimostra la recente acquisizione di Good Technology, una delle aziende leader del settore, da parte di RIM, i produttori canadesi di BlackBerry. Ma si tratta anche di un mercato le cui correlazioni con le vendite di smartphone e device mobili sono tutte da verificare. Per esempio, il segmento consumer è dominato dalla piattaforma Android, mentre in quello enterprise, è iOS di Apple a imporsi. Una situazione ribaltata, nella quale Android sconta forse una frammentazione delle versioni di sistema operativo in circolazione e un livello di sicurezza tutto da costruire. Se nel comparto consumer, ci si può anche permettere di delegare quasi interamente la gestione della sicurezza in mano all’utente in ambito aziendale – dove è invece l’organizzazione a doversene occupare in prima persona – la sicurezza, che una certa piattaforma riesce a garantire, conta parecchio nelle scelte d’acquisto. E anche i numeri sono molto diversi, con i dati delle vendite dei device mobili destinati alle aziende di parecchie volte inferiori a quelle del settore consumer. IDC stima che in Italia il mercato delle soluzioni EMM (enterprise mobility management) nel 2014 abbia raggiunto i 30 milioni di euro.

«Nell’arco dei prossimi tre anni, cresceranno con incrementi annui superiori all’8%, in linea con gli altri principali paesi europei. Finance, telco e media sono i settori in cui l’adozione di piattaforme di EMM è maggiore, seguiti dal manufacturing. In particolare, ciò si lega all’utilizzo di mobile device e app in processi rinnovati e innovativi, per migliorare la competitività aziendale e il servizio al cliente» – afferma Roberti. Ma a fronte di un mercato ancora di nicchia, la consapevolezza di doversi dotare di una soluzione di gestione difetta sempre meno. Tuttavia, questo percorso per definirsi evoluto «deve andare in direzione di uno spostamento dell’attenzione dalla protezione del device a quello della mobilità intesa in modo olistico, comprendendo anche e soprattutto le applicazioni e i contenuti».

Policy e governance

Lungo questo cammino, anche la redazione delle policy dovrà essere all’altezza dell’evoluzione auspicata. è indubbio che un insieme anche limitato di regole apporti quel minimo di ordine e sicurezza che sono indispensabili per muoversi in un ambiente ostile come quello della rete. Facilita l’accoglimento delle richieste BYOD e la loro integrazione all’interno dei sistemi aziendali, rete compresa, generando presso i collaboratori maggiore soddisfazione che deriva dal poter utilizzare i device che conoscono e preferiscono. Quanto queste policy siano oggi diffuse nel nostro Paese però possiamo solo stimarlo. IDC afferma che nel Regno Unito circa il 20-25% delle aziende prevede una qualche forma di governance del mobile, anche soltanto generici riferimenti al comportamento che il dipendente deve adottare nell’utilizzo dei device mobili riportati nel regolamento aziendale. Ma tutte le altre? La maggioranza sembrerebbe ancora lontana da qualche passo concreto. Anche se tra queste è probabile che una buona parte stia ragionando sul come correre ai ripari. La situazione italiana potrebbe assomigliare al quadro UK. La sicurezza raramente è al primo posto quando si tratta di elaborare una strategia di gestione dei mobile device (MD). Strategia che in genere non viene elaborata dall’IT ma dal management, che spesso ha altre scale di priorità rispetto all’IT. La situazione si complica quando a latitare sono le idee chiare. Prendiamo l’esempio del BYOD.

L’azienda potrebbe essersi già confrontata con le richieste provenienti dai propri collaboratori. Ma autorizzare l’utilizzo di device personali comporta una serie di valutazioni. E almeno, tre piani di analisi da considerare: costi e vantaggi per l’azienda, per l’IT (quali problemi di sicurezza da affrontare, soluzioni a disposizione, come agire sul personale) e per il collaboratore (modalità di utilizzo dello smartphone e limiti che l’azienda deve imporre, aspetti che potrebbero anche non collimare. Infatti, l’utente potrebbe non accettare controlli troppo invasivi sui propri device e dati personali, Snowden docet). Raggiungere un punto di equilibrio tra tutti questi aspetti potrebbe non essere agevole. Capita inoltre che l’azienda non sia in grado di mettere a fuoco le proprie esigenze. Riuscire a esprimere una posizione chiara – frutto di una matura consapevolezza sia degli obiettivi da raggiungere che delle risorse da allocare – è essenziale per fissare tempi e modi di realizzazione di un progetto d’integrazione mobile al proprio interno, che deve essere articolato su un sistema di controlli con almeno tre livelli di intervento: identificazione di utenti e dispositivi; configurazione, provisioning e protezione dei dispositivi. Tutte queste attività – che sono il cuore di quanto l’azienda dovrebbe riuscire a implementare per tutelare la sicurezza dei suoi dispositivi e gestirli all’interno della propria architettura IT – richiedono un intenso lavoro preparatorio, che ha molte più probabilità di portare al successo se almeno in parte è stato già svolto in precedenza. Ad esempio, nella gestione e messa in sicurezza di pc e server. Una buona base di competenze ed esperienze è di inestimabile valore per partire con un progetto di gestione dei MD. Se tutto questo è stato svolto con perizia, si può ipotizzare che anche la scelta della tecnologia più adatta al supporto dei propri obiettivi poggerà su basi solide.


#BYOD In sicurezza Gabriele Roberti @IDCItaly Il mercato #EMM in Italia vale 30 M di € nel 2014
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Come scegliere la tecnologia giusta

«Quando alle spalle c’è un lavoro di analisi puntuale delle proprie esigenze, dei mezzi a disposizione, degli obiettivi che si intendono raggiungere, allora anche individuare la tecnologia più adatta diventa più semplice» – concorda Alessio L. R. Pennasilico, membro del consiglio direttivo di CLUSIT. Certo, non sempre l’azienda è in grado di stabilire quali sono le proprie esigenze e di tradurle in un progetto aderente. Possono sorgere degli intoppi. Per esempio, la tecnologia che servirebbe, costa troppo. Oppure mancano le risorse per gestirla. Ma se si sa quel che si vuole, si è più pronti a cogliere le opportunità offerte dal mercato. Come l’offerta del carrier telefonico che a fronte di un investimento contenuto consente di portare a casa una soluzione in grado di far fronte benissimo alle proprie esigenze. Naturalmente, ogni opzione va valutata. Dipende dal contesto in cui ci si trova a operare. «Se io fossi l’AD di una società che produce missili, non mi piacerebbe sapere che una copia di tutte le email e della documentazione tecnica immagazzinata sui miei dispositivi mobili è stata salvata su un server dell’operatore telefonico» – osserva Pennasilico.

Senza dubbio, i MD sono a rischio. Secondo una ricerca di Trustwave, il 90% delle vulnerabilità rilevate sui pc è presente anche sui device mobili indipendentemente dal sistema operativo installato. Perdita e sottrazione dei dati, ddos e malware sono le minacce più pericolose e sono in continua evoluzione. Sappiamo che anche le app sempre più utilizzate dalle aziende sono insicure. E andrebbero prima testate. Là fuori si sta giocando una battaglia all’ultimo sangue per impadronirsi delle vulnerabilità “zero-day” e di quelle più redditizie. Se tutto questo non bastasse ancora, sappiamo che lo spionaggio può intercettare le chiamate e impadronirsi dei nostri dati. Le sfide come le opportunità di questo scenario fungono da potenti magneti per i vendor di soluzioni EMM. Buona parte delle loro strategie di comunicazione verte proprio sui vantaggi che la governance del mobile apporta, a partire dal soddisfacimento delle richieste della forza lavoro di utilizzare device che conoscono e apprezzano. Con immensa soddisfazione delle aziende, baciate da dosi supplementari di produttività e flessibilità a fronte di minori costi. Certo, dietro alle lusinghe del marketing c’è anche sostanza. Prova ne è la velocità con cui queste piattaforme evolvono. Tecnologie che da mere soluzioni a supporto del business si stanno trasformando in strumenti sempre più completi di gestione dei mobile device, anche dal punto di vista della sicurezza. Tuttavia, per le aziende orientarsi tra le pieghe di un’offerta in continua evoluzione non è semplice. Perché non lo è gestire la crescente complessità dell’ecosistema mobile. Perciò comprendere appieno le caratteristiche delle tecnologie EMM rappresenta già un bel passo avanti. In sintesi, consentono di gestire i mobile device, le applicazioni e i dati. Queste funzionalità fanno capo a moduli separati.

Per esempio, quello preposto alla gestione degli accessi al software e che consente di monitorare chi accede a cosa (applicazione) e da quale device, sia esso fornito dall’azienda o di proprietà del collaboratore prende il nome di MAM (mobile asset management). MDM (mobile device management) invece è la console dalla quale settare tutte le impostazioni di sicurezza sul device. Dall’impostazione della complessità delle password sino al wipe da remoto del device in caso di furto o smarrimento. Infine, il modulo MIM (mobile information management) consente di gestire e proteggere le informazioni, dai dati residenti sulla memoria del dispositivo a quelli in transito dal dispositivo mobile verso la rete. Il controllo può avvenire attraverso la creazione di una lista delle tipologie di dati che i device possono inviare sulla rete; oppure impostare livelli di controllo sulle info trasmesse. Per scrivere tutte queste regole servono idee chiare sin dall’inizio. Un lavoro preparatorio all’altezza. E perizia nell’impostazione sulla console. Aspetti che possono essere esaltati o frenati a seconda della soluzione scelta. E anche il tempo è un fattore importante da considerare. D’altra parte, stabilire a priori le risorse necessarie per selezionare il prodotto e capire quali attività organizzative mettere in campo affinché il prodotto scelto consenta di realizzare i propri obiettivi può non essere agevole. «In alcuni i casi, i progetti sono durati dei mesi perché dall’idea di gestire i dispositivi mobili è stato necessario svolgere una mole di lavoro preparatoria importante» – ci dice Pennasilico. Ma le cose possono anche prendere una piega diversa. «Ci sono aziende dove nel giro di pochi incontri, diluiti lungo l’arco di un mese, siamo riusciti a rispondere alle loro richieste. Non ci trovavamo di fronte a un’idea estemporanea. Il management aveva già fatto alcune scelte e alcuni prodotti erano stati valutati. Tutte le info utili erano disponibili. A questo punto, misurando tutti i KPI si arriva a identificare un prodotto che può essere quello adatto per i prossimi 3-5 anni» – sintetizza Pennasilico.


#EMM In sicurezza Matteo Masera di #PRES Come ottimizzazione le architetture di mobilità
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Le soluzioni EMM sono la risposta?

Il trend mobile va governato, non subito. Necessariamente con una propria strategia. Detto questo, ogni azienda fa storia a sé. Con le proprie esigenze e possibilità. Ogni realtà ha i suoi tempi per arrivare alla messa in campo della soluzione. Non ci sono tempi prestabiliti. Né percorsi obbligati. L’importante è essere consapevoli della complessità e dei pericoli connessi al mobile. è importante che l’azienda – come suggerisce IDC – analizzi il proprio “stadio di maturità” nel percorso evolutivo verso l’enterprise mobility. Mettere in campo progetti pilota, sperimentare, prepararsi è sempre preferibile all’immobilità o al muoversi per inerzia. Senza strategia e senza le giuste domande qualsiasi progetto è destinato a fallire. Detto tutto questo, nemmeno le soluzioni EMM sono la risposta univoca nella gestione dei mobile device. Se ci si chiede quanta sicurezza sono in grado di apportare queste soluzioni si rischia di finire fuori strada. Non perché non sia la domanda giusta da farsi. Tutt’altro. Il rischio è di non poter arrivare a una risposta univoca. Perché per apprezzare appieno le funzionalità delle tecnologie EMM è necessario che l’azienda/organizzazione abbia lavorato molto e bene prima. Sulle regole che gestiscono la propria realtà. E prima ancora sulle proprie persone. Anche e soprattutto in termini di sicurezza sui propri sistemi IT. Isolare queste soluzioni dal resto – e cioè dalla realtà in cui vanno a inserirsi – è un errore, che rischia di portare a un’errata valutazione delle potenzialità di queste tecnologie. Esponendosi così al rischio di non riuscirne a sfruttarne appieno le funzionalità. Al contrario, a patto di aver svolto con diligenza prima i propri compiti a casa, queste tecnologie possono aggiungere quel tassello di sicurezza a cui l’azienda non può rinunciare.

EMM: CENTRALIZZAZIONE, INTEGRAZIONE E OTTIMIZZAZIONE DELLE ARCHITETTURE DI MOBILITÀ

Per Matteo Masera, direttore commerciale di PRES, il posto di lavoro attuale richiede, e sempre più richiederà, un approccio combinato tra lavoratori in ufficio e lavoratori connessi da remoto, siano essi dipendenti, fornitori, consulenti o partner. «Questa nuova concezione del posto di lavoro – spiega Masera – ha un fortissimo impatto architettonico e tecnologico sulla progettazione e sulla realizzazione dei nuovi uffici e dei sistemi che potranno garantire i servizi necessari». Non solo. «Finora le soluzioni implementate dai diversi Vendor, e quindi dai clienti, hanno risposto alle singole necessità che di volta in volta sorgevano. Per questo oggi i clienti si trovano a dover gestire una elevata complessità per poter gestire le diverse piattaforme, necessità e autorizzazioni degli utenti.

Con il BYOD si è iniziato a dare una risposta di semplificazione, ma non si è arrivati a una vera e unica piattaforma di gestione della mobilità. «Le soluzioni EMM si propongono invece come veri e propri sistemi di orchestrazione e configurazione delle architetture di mobilità, sommando ai sistemi BYOD i sistemi MDM, e permettendo così di gestire centralmente tutte le policy, assicurando l’integrità di tutti i sistemi che si collegano in qualunque modo alla rete. Con i sistemi MDM, la mobilità viene gestita da un unico tool, permettendo e facilitando la creazione di policy coerenti per tutti i device, a parità di profilo, e abbattendo così i costi di gestione».

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Check Point – Gli architetti della sicurezza https://www.datamanager.it/2015/10/check-point-gli-architetti-della-sicurezza/ Fri, 16 Oct 2015 08:52:37 +0000 http://www.datamanager.it/?p=85321 Con il suo portafoglio di soluzioni a 360 gradi, l’inventore del firewall oggi è impegnato a creare consapevolezza sulla necessità di proteggere dati e sistemi informatici anche con un costante lavoro di analisi e prevenzione degli attacchi Oltre vent’anni di primato tecnologico, la leadership riconosciuta in ambito firewall, ancora importante per la salvaguardia delle reti […]

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Con il suo portafoglio di soluzioni a 360 gradi, l’inventore del firewall oggi è impegnato a creare consapevolezza sulla necessità di proteggere dati e sistemi informatici anche con un costante lavoro di analisi e prevenzione degli attacchi

Oltre vent’anni di primato tecnologico, la leadership riconosciuta in ambito firewall, ancora importante per la salvaguardia delle reti aziendali e dei dati in esse custoditi. La presenza ormai granitica nel corrispondente Magic Quadrant tracciato da Gartner. Un background di eccellenza che per Check Point Software Technologies, “pure player” israeliano (ma quotato al Nasdaq di New York) della sicurezza informatica, si traduce anche in numeri finanziari. Il 2014 si era chiuso a 1,5 miliardi di dollari di fatturato, in crescita anno su anno, nonostante il perdurare di un certo affanno per l’intero settore high-tech. Ora i fatturati relativi ai primi due quarter del 2015 registrano entrambi una crescita ancora più consistente, vicina al 10%.

Eppure, di questi tempi, è come se il perimetro anche concettuale del firewall stesse cominciando a essere troppo angusto per garantire un soddisfacente livello di protezione a un “footprint” di dispositivi, dati e relazioni sensibili che ormai è debordante rispetto ai confini fisici del data center. Come altri protagonisti del settore che hanno costruito la propria fama, partendo da soluzioni o tool ad alta specializzazione, Check Point è un fornitore in grado di assicurare uno spettro molto ampio di tecnologie, prodotti e servizi.


#Cybersecurity #Check Point : In crescita i primi due quarter del 2015 +10% @checkpointsw
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A differenza di altri, però, ha potuto far leva su una profonda conoscenza delle minacce e dei meccanismi di attacco ai sistemi informativi. Proprio questa capacità di dominio della tematica della tutela dei perimetri convenzionali, le consente di affrontare con la stessa autorevolezza l’argomento applicato a un perimetro che ha smesso di essere convenzionale anche quando c’è. Due in particolare sono le tematiche che Check Point e il noto fondatore, Gil Schwed, coadiuvato dal suo decennale presidente, Amnon Bar-Lev, hanno caratterizzato l’azione di Check Point sul piano dello sviluppo dei prodotti e su quello commerciale: la prevenzione delle minacce e la mobilità. Non è un caso se proprio nel 2015 Check Point è tornata a intensificare la sua strategia di acquisizioni, rilevando nei primi mesi dell’anno due aziende focalizzate esattamente su questo. Lacoon Mobile Security, startup californiana con cervelli israeliani, era all’avanguardia nella protezione di sistemi operativi Android e iOS. Hyperwise, interamente israeliana, era nata – come molte startup da quelle parti – da una esperienza nella cybersicurezza militare e aveva sviluppato sofisticate tecniche di prevenzione delle minacce a un livello finora mai raggiunto: quello dell’esecuzione delle singole istruzioni del processore del computer.

Urcioli-Gubiani-Pozzi-Bossi
Marco Urciuoli sales manager – David Gubiani security engineering manager – Roberto Pozzi regional director Southern Europe – Massimiliano Bossi channel sales manager

Mobilità e prevenzione delle minacce sono diventati i due cavalli di battaglia di Check Point, per una precisa scelta strategica, per rispondere nel modo più efficace a un nettissimo trend di mercato. Parola di Roberto Pozzi, regional director per l’Europa del Sud, un’area geografica che comprende, oltre all’Italia, di cui è formalmente country manager, la Penisola Iberica e la Francia. Ormai, è impossibile, secondo Pozzi, prescindere da un contesto globale di cloud per affrontare le problematiche di sicurezza del proprio ambiente informatico: un ambiente che non può più essere rinchiuso dietro la tranquillizzante barriera del firewall. Check Point ha investito molto in questi ultimi anni sul tema del cloud computing, visto non solo come ambito da proteggere, ma anche come piattaforma di erogazione di servizi di sicurezza gestita. «Il cloud diventa un fondamentale anello di congiunzione tra le nostre strategie di prodotto e la raccolta e la ridistribuzione di informazioni che vanno a supporto della protezione».


#Cybersecurity #Check Point Focus su mobility e prevenzione @checkpointsw
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Una nuvola di protezione

Check Point ThreatCloud, per esempio, offre ai clienti la possibilità di scambiare in tempo reale informazioni e mappe dettagliate sugli attacchi, sfruttando un vero e proprio portale visual ricco di statistiche aggiornate al secondo. In un’epoca in cui il malware sfrutta pesantemente le cosiddette vulnerabilità “zero-day”, le falle che ancora non sono state rese pubbliche e riparate, per compromettere la sicurezza di sistemi operativi e applicazioni, ThreatCloud diventa uno strumento molto efficace per individuare i possibili target indirizzati da una minaccia di nuovo tipo e studiare le eventuali contromosse. «Questa funzione di condivisione – aggiunge Pozzi – è integrata da ThreatCloud IntelliStore, un unico repository dove il cliente potrà abbonarsi a feed di informazione e supporto a valore aggiunto, creati da Check Point anche in partnership con società esterne specializzate. Per noi, sicurezza in cloud è anche dare la possibilità, sempre attraverso siti e partner, di acquistare servizi e costruire le proprie soluzioni di sicurezza basate sulle tecnologie Check Point». Come preciserà anche Massimiliano Bossi, responsabile del canale indiretto di Check Point, quello dei managed services erogati in collaborazione con partner qualificati e service provider è un trend che si sta consolidando molto sul mercato italiano.

Anche l’aspetto della sicurezza in mobilità sta catturando in misura crescente l’attenzione degli utenti. «È un mondo indubbiamente affascinante: smartphone e iPad sono oggetti che raggiungono enormi masse di persone. Li usiamo come se fossero personal computer ma non ci rendiamo neppure conto delle potenziali minacce». Check Point si sta sforzando di mutuare tutta la sua offerta, che non riguarda più solo i firewall, attraverso la nuova metafora degli smart device, costruendo intorno a essi una sorta di firewall virtuale che “avvolge” il dispositivo come un guscio. Proprio per questo la tecnologia è conosciuta come “Capsule”, oggi inserita nell’offerta denominata Mobile Threat Prevention. «L’idea è estendere alla mobilità gli stessi livelli di sicurezza che siamo abituati ad avere sulla rete aziendale. Proprio perché chi usa lo smartphone si trova spesso fuori dai confini della sua azienda, o si serve di dispositivi personali, la sicurezza viene offerta anche in una modalità, Capsule Cloud, che con un collegamento, un tunnel sicuro, permette di usufruire di tutte le funzioni di protezione».


#Cybersecurity Prevenire gli attacchi = tecnologia + integrazione + competenza @checkpointsw
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Un guscio intorno allo smartphone

Secondo Pozzi, l’esempio di Capsule, come di tanti altri prodotti di un portafoglio di soluzioni estremamente vasto e forte sul piano qualitativo, è la migliore dimostrazione della metamorfosi che lo specialista di sicurezza israeliano ha maturato nel tempo. «Sono gli stessi clienti a rendersi conto dell’importanza di una sicurezza più estesa. Il firewall resta fondamentale, ma anche tutti gli altri servizi lo sono. Una rete deve essere protetta in molti modi, ma spesso non si ha percezione di ciò che può capitare all’interno di una infrastruttura. La mia esperienza nel Sud Europa rivela una cultura che tende a trascurare la sicurezza». Tuttavia – sottolinea Pozzi – «per noi, l’Italia è un mercato in buona crescita. Check Point ha acquisito molti nuovi clienti, estendendo grazie alle tante tecnologie la sua presenza nelle realtà già consolidate». Ma forse la novità più significativa di questo ultimo periodo è il rafforzamento che Check Point, presente in Italia con un team di 35 persone, ha voluto dare in direzione del cosiddetto mid-market, le imprese, spiega Pozzi, che si collocano in una fascia intermedia tra le grandi organizzazioni con cui la società ha una relazione diretta e il mercato “non accountato” che viene seguito dal canale. Oltre alla maggiore attenzione nei confronti di realtà “medium business” che non sono necessariamente di piccole dimensioni, Pozzi pone l’accento sui rapporti ancora più stretti con gli operatori di telecomunicazioni che veicolano in sell-through servizi basati su tecnologie Check Point. «Le principali aziende telco non sono solamente clienti, utilizzatori finali di queste soluzioni, ma veri partner che indirizzano un vasto mercato. Sono convinto che in futuro Check Point muoverà sempre di più verso la vendita di servizi gestiti».

Marco Urciuoli sales manager e il suo team

Tradizionalmente forte sul large account, con molti clienti primari in settori come il finanziario e la pubblica amministrazione, Check Point sta aprendo nuove strade a livello di business grazie alle dinamiche commerciali avviate proprio all’inizio del 2015. Una relazione più diretta con il cliente e le sue reali problematiche di security che oggi è diventata fondamentale per una tecnologia che non può più permettersi di sfornare soluzioni standard. La sicurezza nasce dai progetti personalizzati ed è necessario valutare a 360 gradi le esigenze del cliente.

«Anche dal punto di vista della comunicazione – aggiunge Pozzi – cambiano gli strumenti e le motivazioni». Oltre a realizzare eventi piccoli/medi su tutto il territorio nazionale, il marketing di Check Point Italia pensa “in grande” e quest’anno organizza l’evento denominato Security Tour 2015 previsto a Milano il 14 ottobre. L’edizione 2015 prevede l’atteso intervento del presidente Bar Lev e di altre personalità che arrivano direttamente dall’headquarter dell’azienda. «In questi casi, misuriamo sempre un alto livello di interesse: i clienti, prospect e partner si fanno coinvolgere da iniziative come queste» – sottolinea Pozzi.


#Cybersecurity #cloud L’ambiente informatico oltre la barriera del firewall @checkpointsw
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Dopo l’attacco, la cura

Un altro strumento importante per l’ecosistema e i clienti Check Point è il Security Report che annualmente Check Point pubblica con le statistiche più rilevanti dell’anno precedente e i trend più attuali riguardanti il malware, le forme di attacco e i bersagli raggiunti. Accumulando le informazioni che arrivano dai “check-up” di sicurezza effettuati in migliaia di società, dagli eventi segnalati dalla ThreatCloud connessa ai gateway di sicurezza di 16mila aziende e da altri tremila gateway collegati ai servizi gestiti dei ThreatCloud Emulation Services, la società israeliana traccia una carta di identità affidabile e sempre aggiornata del moderno hacker criminale e professionista. Individui e gruppi organizzati che possono contare su armi come il malware non identificabile attraverso i consueti meccanismi di riconoscimento delle “impronte” o firme che si servono di questi grimaldelli per acquisire illegalmente dati e informazioni da rivendere o con cui esercitare forme di ricatto.

«In pratica, il concetto di firewall nasce con l’informatica in Rete» – dice David Gubiani, security engineering manager e responsabile degli aspetti tecnici della prevendita di Check Point. «Tutti sono equipaggiati in tal senso, ma i veri problemi sorgono quando le minacce riescono a penetrare queste barriere. Con il proliferare delle apparecchiature connesse e mobili, questo può avvenire più frequentemente e le aziende, oltre che del firewall, dovranno dotarsi di tecnologie capaci di rispondere in modo efficace a questo tipo di attacchi». Secondo Gubiani, le soluzioni sviluppate da Check Point con uno sforzo di ricerca e sviluppo che non ha eguali nel settore, ricadono in due macrocategorie: prevenzione e risoluzione. «Può avvenire che un malware molto sofisticato vada a infettare un sistema perché si è travestito da file benigno o perché di tipo completamente nuovo e quindi privo di antidoti, o ancora per le vulnerabilità nascoste in altri software e individuate prima, come spesso capita, proprio dai criminali». È essenziale, sottolinea Gubiani, diagnosticare in tempo questi malware sconosciuti la cui presenza può restare inosservata e nociva anche dopo che le patch delle vulnerabilità sono state installate. Considerando che molti di questi codici maligni funzionano come “bot”, veri e propri robot teleguidati, una delle tecniche usate nella prevenzione consiste nell’analisi approfondita delle comunicazioni che partono dai computer colpiti. «Per esempio, Check Point mette a disposizione un’architettura “software blade” antibot che spezza la catena di comando e controllo bloccando l’azione illecita, come un attacco coordinato di denial of service (DOS). Questo, quando l’infezione si è verificata, mentre per prevenirla si dovrà agire sull’identificazione di firme virali o sui tentativi di connessione con macchine sospette».

David Gubiani SE manager e il suo team

Isolare le minacce sconosciute

Un’altra novità riguarda il cosiddetto sandboxing, uno studio di codici potenzialmente dannosi ma ancora non definiti che avviene non più attraverso l’analisi dei flussi di comunicazione, ma direttamente all’interno di una macchina, evitando però che gli eventuali comportamenti maligni possano avere effetti pratici. «Questo è il compito della nostra soluzione di Threat Emulation, spiega Gubiani, che isola il codice, lo esegue in un ambiente completamente virtuale e può capire se i comandi eseguiti sono leciti». Quest’anno, la Threat Emulation di Check Point è diventata ancora più efficace con l’introduzione dell’analisi “CPU Level”. «Con questa capacità, la soluzione è in grado di accorgersi delle tecniche di elusione che lo stesso malware adotta. I codici maligni più sofisticati, per esempio, fermano la propria azione quando si accorgono che la loro esecuzione avviene all’interno di una macchina virtuale perché questa potrebbe essere una sandbox. Grazie a questa caratteristica esclusiva, Check Point intercetta questo comportamento a livello di CPU e può individuare l’infezione, anche prima che il codice maligno venga eseguito».

Oggi, ogni oggetto e sistema collegato a Internet rappresenta una piattaforma esposta a qualunque tipo di intemperie e tra questi i dispositivi mobili sono più appetibili, perché consentono di fare volume negli attacchi e custodiscono dati sempre più sensibili. «La soluzione Mobile Threat Prevention è all’avanguardia e ci permette di segregare i dati aziendali, eventualmente di criptarli, offrendo agli utenti la possibilità di navigare sul web in modo più sicuro, passando attraverso i data center di Check Point. Ma che cosa fa la mobile prevention? Per esempio, l’application wrapping, una modalità per cui la mail viene protetta da una bolla virtuale che cifra il contenuto dei documenti e permette di scambiare informazioni senza compromissioni». Secondo Gubiani, un ulteriore vantaggio rappresentato dall’adozione di componenti di sicurezza Check Point sta nella possibilità di integrare tutte le soluzioni e molte componenti di terze parti in un unico ambiente gestito da una unica centralina. «Giunta alla release R80, la nostra console di amministrazione è davvero un passo avanti rispetto alla concorrenza e consente non solo un ottimo livello di integrazione con altre applicazioni di sicurezza, ma di ottimizzare il lavoro svolto da coloro che nelle aziende sono preposti a gestire gli aspetti della security». Un fattore importante nelle imprese di medie dimensioni che dispongono di risorse e conoscenze limitate. «L’efficacia di un tool amministrativo si misura in capacità di prevenzione e intervento in caso di attacco». Un altro indice di flessibilità, conclude Gubiani, è dato dalla possibilità di usufruire di soluzioni come la Mobile Threat Prevention in modalità on premises o in cloud, su appliance Check Point o di terze parti, in ambienti fisici e virtuali.


#Cybersecurity Più cultura della sicurezza e competenze tecniche @checkpointsw
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Tecnici vicini a clienti e partner

Il team di prevendita di cui è responsabile Gubiani agisce in supporto dei team di vendita e dei partner di canale, seguendo sia aree geografiche sia segmenti verticali di mercato. Gubiani è impegnato in molte delle attività che Check Point promuove sul territorio, anche in collaborazione con università e associazioni di categoria, per aumentare la consapevolezza e l’aggiornamento tecnico degli addetti alla sicurezza aziendale. Per quanto riguarda la postvendita, il primo livello di supporto viene erogato da Tel Aviv e da altri quattro Technical Assistance Center in Svezia, Giappone, Stati Uniti e Canada. La filiale italiana agisce da facilitatore in coordinamento con i tecnici per il supporto del cliente che acquisisce, insieme alle soluzioni, i programmi di manutenzione Check Point. Sulle problematiche più critiche, scatta invece l’intervento degli esperti dei Professional Services, coordinati ma autonomi rispetto ai tecnici di prevendita. Un altro genere di assistenza viene fornita insieme ai servizi gestiti – per esempio alle soluzioni di Intrusion Protection basate sui data center Check Point – e riguarda il monitoraggio costante, l’analisi degli eventuali attacchi, i suggerimenti sulle possibili contromisure in grado di limitare i rischi di attacco futuro. Un fondamento della strategia commerciale di Check Point in Italia è la relazione con i partner di canale e i distributori. Per le attività di potenziamento del canale, spiega Massimiliano Bossi, viene applicato un nuovo modello e con elevato potenziale di crescita. «Pur godendo di una leadership consolidata nella fascia più elevata in ambito enterprise, che ci pone tra i vendor a più alto volume di fatturato nel comparto della sicurezza “pura”, esiste un notevole margine di crescita sia in termini di numero di clienti – che il canale già consolidato può generare – sia nell’ottica di estensione delle nostre ambizioni di mercato. Negli ultimi mesi, l’azienda si è impegnata molto per aumentare il numero di partner qualificati, focalizzandosi su partner capaci di coprire in modo più capillare il mercato italiano nella parte medio-alta. «Lo facciamo in due modi: investendo ulteriormente in persone e risorse impegnate nel supportare il canale sia quello consolidato sia in ottica di partner recruiting» – dice Bossi. Oggi, in Check Point operano già tre figure commerciali che seguono circa trenta partner sul territorio nazionale. In ottica di sviluppo, abbiamo aggiunto altre due persone con uno specifico incarico di channel development. Infine, sempre lato allargamento del mercato, c’è una terza figura che stabilisce la relazione diretta con gli operatori telco, in special modo con i grandi carrier che vantano un’attività di rivendita di servizi sulle terze parti». Quello delle telco, spiega Bossi, diventa un canale parallelo che si affianca, ovviamente senza sovrapporsi ai rivenditori tradizionali, ma pur sempre rivolto a terzi parti, anche con la nuova tipologia dei servizi gestiti.

Massimiliano Bossi channel sales manager e il suo team

Strategia di canale

In questo processo, sono importanti due elementi. Innanzitutto, si tratta di garantire una efficace copertura territoriale, e per questo l’azienda rivolge la propria attenzione verso le aree attualmente scoperte, che necessitano di un investimento ulteriore. Inoltre, Check Point ha scelto di orientarsi su partner specificatamente competenti in sicurezza informatica, capaci di avere proficue relazioni con un’azienda che ha esteso e ampliato lo “scope” delle sue soluzioni. «E per la quale è fondamentale avere partner capaci di comprendere tutti gli aspetti della security e della cyber security in particolare». In questo senso, un altro elemento che connota la politica di canale adottata da Check Point è l’attenzione ai partner capaci di offrire servizi di sicurezza gestita. Attualmente, Check Point non pensa di andare oltre un novero ristretto di questi collaboratori: «Tre o quattro a livello nazionale» – precisa Bossi. Un criterio importante per la selezione di questo tipo di partner è la presenza di un Security Operation Center orientato all’erogazione di servizi a valore aggiunto, particolarmente adatti a modelli commerciali basati su canoni rinnovabili, che pesano meno sui bilanci di spesa dei clienti finali e al tempo stesso favoriscono legami più stabili, continuativi tra fornitore e mercato. «Le esigenze di sicurezza sono sempre più critiche. Disporre di certe soluzioni nella propria azienda non garantisce di per sé un buon livello di protezione, neppure nelle organizzazioni più grandi. Occorrono capacità e livelli di specializzazione sempre più marcati. Tuttavia, non è facile formare un know-how di alto livello internamente e disporre di persone in grado di affrontare ogni tematica in verticale. Chi si occupa di sicurezza all’interno delle aziende può avere una visione di insieme, sa elaborare un progetto di massima, ma non sa indirizzare specifiche criticità. Oggi, sicurezza vuol dire anche correlazione di eventi, capacità analitica: appoggiarsi a realtà che offrono questi servizi significa poter fare economie di scala e far leva su molta specializzazione. Sì, le telco possono essere un partner di questo tipo – spiega Bossi – ma non è necessariamente così». Il target di questi servizi è sicuramente il mid-market, una fascia ampia che Bossi giudica «molto matura e interessata ad approcci di erogazione essenzialmente cloud based». Per tutti i partner, Check Point ha studiato un programma molto ben strutturato, che offre alle aziende ingaggiate sul canale indiretto buoni margini di natura economica e una grande opportunità di crescita e maturazione delle proprie competenze. «È prevista una nuova figura di channel account manager che dispone a sua volta di un tecnico di prevendita dedicato allo sviluppo dei partner assegnati, mediamente una decina. In questo modo, ogni partner può disporre di due punti di riferimento: uno commerciale e uno tecnico. Inoltre, a supporto e in collaborazione con il canale, Check Point investe molto in attività di lead generation sia attraverso iniziative di marketing congiunto sia coinvolgendo i partner nei progetti che nascono dalla costante, fitta relazione che abbiamo con il mercato, dai contatti con i potenziali clienti. Chiaramente, quando parlo di canale – conclude Bossi – penso anche ai nostri tre distributori a livello nazionale, che ci aiutano molto anche nello sviluppo della parte medio-bassa del mercato. Sappiamo che i nostri concorrenti possono essere forti sulla clientela delle PMI, ma nei prossimi mesi andremo a sviluppare offerte molto interessanti proprio in questa fascia di mercato».

Paola Gariboldi office manager – Carmen Palumbo marketing manager

La sfida da vincere

Il messaggio che Check Point vuole far passare – anche attraverso un piano di formazione continua che, con iniziative come la Check Point Tech University e i Technologies Days (quindici eventi in tutta Italia solo nella prima metà dell’anno in corso) – coinvolge partner e distributori – è quello di una sicurezza che non può più essere basata su singole appliance, per quanto sofisticate, come i firewall di cui va celebre. «Le scatole non bastano più. La complessità è troppo elevata e gli attacchi diventano sempre più persistenti e raffinati» – avverte Roberto Pozzi. Senza la giusta combinazione di tecnologie, competenze adeguate e studio costante delle vulnerabilità e degli eventi aggressivi, è impossibile prevenire attacchi che vanno dati per scontati in una guerra ormai dichiarata tra i “signori del malware” e le informazioni vitali per il business. La sfida che Check Point vuole vincere è una sola: dotare tutti i suoi clienti delle barriere più efficaci e delle competenze necessarie all’implementazione di una sicurezza preventiva e proattiva.

Foto di Gabriele Sandrini

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Ridefinire lo spazio di lavoro https://www.datamanager.it/2015/10/ridefinire-lo-spazio-di-lavoro/ Fri, 16 Oct 2015 07:53:03 +0000 http://www.datamanager.it/?p=85265 Sono sempre di più, oggi, le aziende che puntano sulla mobility come asset fondamentale per migliorare la produttività e che adottano policy bring your own device (BYOD), con il duplice scopo di andare incontro alle esigenze dei dipendenti e di contenere i costi. E’ ormai riconosciuto, infatti, che la mobility è un driver importante per […]

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Sono sempre di più, oggi, le aziende che puntano sulla mobility come asset fondamentale per migliorare la produttività e che adottano policy bring your own device (BYOD), con il duplice scopo di andare incontro alle esigenze dei dipendenti e di contenere i costi. E’ ormai riconosciuto, infatti, che la mobility è un driver importante per la produttività: molti dipendenti lavorano ormai lontani dall’ufficio almeno per una parte della settimana ed è fondamentale che possano operare nelle condizioni ottimali.

Del resto, una serie di dati parla chiaro: per quanto riguarda il futuro, secondo un’indagine Gallup, ci si aspetta che le professioni freelance crescano del 40% entro il 2020 nei soli Stati Uniti, mentre una ricerca di Global Leadership afferma che 1/3 delle aziende vedranno il 50% dei dipendenti lavorare in modalità remota entro il 2020. Secondo quanto riportato nel libro “Digital Renaissance of Work”, inoltre, si registra un aumento di produttività tra il 20 e il 50% proprio per questa tipologia di lavoratori. Perché ciò accade? Perché i classici strumenti che hanno scandito fino a oggi le nostre giornate in ufficio sono in realtà divoratori di tempo. I numeri parlano chiaro: in media un impiegato viene interrotto in ciò che sta facendo 56 volte al giorno e perde due ore per rimediare a queste interruzioni. Perdiamo circa 62 ore al mese in riunioni e riteniamo che almeno la metà di questo tempo sia sprecato.

Non solo. Il 30% del nostro tempo se ne va rispondendo a email e la nostra percezione è ancora che almeno la metà sia sprecato. Non c’è da meravigliarsi che poi le persone finiscano con il lavorare anche fuori dagli orari canonici. E in tutto questo, una delle maggiori spese per le aziende, l’affitto dello spazio per gli uffici, mediamente utilizzati per meno del 45%, ha un ritorno dell’investimento così basso che sta spingendo le aziende a ripensare del tutto il concetto di ufficio.


#BYOD Benjamin Jolivet @Citrix_Italia : @JB_VirtualIT
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In questo particolare momento, è la velocità dell’innovazione a fare da fattore differenziante per le aziende che vogliono sopravvivere in un mercato in continua e veloce evoluzione e in cui i dipartimenti IT stanno vivendo cambiamenti epocali. Proprio in questo contesto, si inserisce il nostro concetto di “Software Defined Workspace”: un ripensamento completo dello spazio di lavoro, che si stacca da qualsiasi luogo fisico predeterminato per essere invece definito via software, permettendo agli utenti mobili di beneficiare di app di produttività con le stesse funzionalità di business che sono abituati ad avere quando operano su desktop, senza alcun compromesso in materia di sicurezza, conformità ed esperienza utente.

In Citrix, però, non ci limitiamo a rendere mobili le app: il nostro obiettivo è capire come e in quali situazioni vengono utilizzate da utenti finali, partner e contractor per elaborare una corretta strategia di deployment capace di essere davvero utile e sempre con la miglior esperienza d’uso. Oggi, la scrivania alla quale siamo sempre stati abituati diventa uno spazio digitale che ci segue ovunque e che ci permette di collaborare con chiunque, in qualsiasi momento e su qualsiasi dispositivo, superando i classici limiti che da sempre hanno caratterizzato il modo di lavorare della maggior parte di noi. Le organizzazioni IT si stanno attrezzando per rispondere a questi cambiamenti e la loro capacità di innovare avrà una ripercussione diretta sulla produttività dei dipendenti, in un contesto generale in cui agilità e collaborazione saranno concetti sempre più al centro della vita aziendale.

Benjamin Jolivet, country manager Citrix Italia, Southern and Eastern Europe

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