cognitive computing – Data Manager Online https://www.datamanager.it Il portale dell'ICT professionale Mon, 08 Oct 2018 10:02:34 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=5.8.13 https://www.datamanager.it/wp-content/uploads/2020/04/dmo-favicon3.png cognitive computing – Data Manager Online https://www.datamanager.it 32 32 Dalla business intelligence all’intelligent business https://www.datamanager.it/2018/03/dalla-business-intelligence-allintelligent-business/ Thu, 08 Mar 2018 13:28:40 +0000 http://www.datamanager.it/?p=143076 L’impiego di tecnologie cognitive, di machine learning e di intelligenza artificiale sta ampliando il fronte delle opportunità delle soluzioni di predictive analytics. Un mercato, questo, che in Italia arriverà a valere 100 milioni di euro nel 2020. Il 19 aprile l’IDC Cognitive & Predictive Analytics Webinar 2018  Sempre più aziende stanno attribuendo importanza ai dati per prendere decisioni […]

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L’impiego di tecnologie cognitive, di machine learning e di intelligenza artificiale sta ampliando il fronte delle opportunità delle soluzioni di predictive analytics. Un mercato, questo, che in Italia arriverà a valere 100 milioni di euro nel 2020. Il 19 aprile l’IDC Cognitive & Predictive Analytics Webinar 2018

 Sempre più aziende stanno attribuendo importanza ai dati per prendere decisioni strategiche e sfruttando la capacità offerta dalla tecnologia per trasformare in valore economico e vantaggio competitivo la conoscenza. La digitalizzazione da una parte e il numero crescente di partner del proprio ecosistema che producono dati dall’altra stanno alimentando la richiesta di soluzioni avanzate per la cattura, la gestione e soprattutto l’analisi delle informazioni.

Storicamente, la maggior parte di queste soluzioni è stata utilizzata in azienda per analisi di tipo descrittivo. Anche se c’è ancora una buona domanda per questa tipologia di strumenti, sta crescendo sensibilmente quella per tool più avanzati e predittivi, in grado cioè non solo di dire cosa è successo, ma perché è successo e soprattutto cosa potrebbe succedere dopo.

Per questo motivo, le tecnologie analitiche, seppur presenti da anni sul mercato, si apprestano a vivere una seconda giovinezza dovuta all’impiego sempre più sistematico di funzionalità di intelligenza artificiale in grado di perfezionare e migliorare i processi predittivi. Entro il 2020, IDC prevede che in Europa il 75% degli sviluppatori (ISV e aziendali) includerà meccanismi di cognitive computing, machine learning o intelligenza artificiale in almeno un’applicazione, comprese tutte le soluzioni di analytics.

Inoltre, la promessa che advanced e predictive analytics unitamente a tecnologie cognitive e di intelligenza artificiale possano fornire consigli e assistenza non solo ai data scientist ma a tutti i lavoratori della conoscenza (knowledge worker), ampliando quindi notevolmente la base di utilizzatori, sta ulteriormente alimentando gli investimenti aziendali su questo fronte.

Secondo IDC, nelle aziende italiane la spesa per soluzioni di advanced e predictive analytics sfiorerà i 100 milioni di euro nel 2020. Nel 2017, la spesa italiana per questa tipologia di strumenti si è attestata sugli 83 milioni di euro. Il mercato italiano è destinato a crescere in linea con quello europeo, a testimoniare l’importanza strategica di questi tool per tutte le aziende del Vecchio

Continente. Le ultime rilevazioni di IDC vedono il mercato europeo delle soluzioni di advanced e predictive analytics crescere da 991 milioni di euro nel 2017 a 1.150 milioni nel 2020.

Comprendere a fondo quale ruolo gli strumenti di cognitive e predictive analytics giochino nel percorso di innovazione digitale delle aziende italiane è il tema del nuovo live video webinar che IDC terrà il prossimo 19 aprile dalle ore 12:00 alle 13:00.

L’IDC Cognitive & Predictive Analytics Webinar 2018 si rivolge a CIO/IT Decision Maker, Data Scientist, Innovation Manager e LOB interessati a capire come evolveranno architetture, soluzioni, competenze e processi decisionali data-driven.

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DIGITAL TREE: Genova ha il suo Innovation Habitat https://www.datamanager.it/2018/02/digital-tree-genova-suo-innovation-habitat/ Fri, 02 Feb 2018 15:06:31 +0000 http://www.datamanager.it/?p=140304 Il palazzo intelligente di viale Cembrano è pronto, inizia la fase del capitale umano. Non un edificio ma un luogo per coltivare e sviluppare l’innovazione tra startup, imprese, venture capitalist, università, amministrazione pubblica. Coinvolti anche i bambini. Una collaborazione pubblico-privato di successo per tutto il territorio Per la seconda volta in meno di due anni il […]

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Il palazzo intelligente di viale Cembrano è pronto, inizia la fase del capitale umano. Non un edificio ma un luogo per coltivare e sviluppare l’innovazione tra startup, imprese, venture capitalist, università, amministrazione pubblica. Coinvolti anche i bambini. Una collaborazione pubblico-privato di successo per tutto il territorio

Per la seconda volta in meno di due anni il Salone di Rappresentanza di Palazzo Tursi diventa cornice del progetto DIGITAL TREE, di cui oggi si svolge l’evento inaugurale. Ora Genova ha il suo primo Innovation Habitat sull’intelligenza artificiale dedicato in particolare a chi investe e a chi opera nei settori del cognitive computing e del machine learning.

La presentazione va oltre il tema specifico e abbraccia argomenti più ampi: “Intelligenza Artificiale, competenze, orientamenti del settore pubblico e impatti sul territorio.”

Un titolo che spazia dalla tecnologia al partenariato pubblico-privato, al valore per la collettività. E in realtà il DIGITAL TREE è proprio questo: un luogo e un riferimento per il radicamento della cultura digitale reso possibile da un modello innovativo, sostenibile e virtuoso di collaborazione tra i settori pubblico e privato, capace di unire le esigenze dell’amministrazione pubblica e quelle dell’impresa focalizzata sul business, creando allo stesso tempo opportunità per il territorio.

Non relatori, ma testimonial di un progetto comune, intervengono: il Sindaco Marco Bucci e l’Assessore allo Sviluppo Economico Regione Liguria Edoardo Rixi per le Istituzioni; Andrea Pescino – CEO SoftJam, Silvia Candiani – Amministratore Delegato di Microsoft Italia, Marco Bressani – CEO Mixura, in rappresentanza delle imprese private; Giovanni Mondini – Presidente Confindustria Genova e Stefano Mainetti – CEO PoliHub.

«Sono orgoglioso che il Comune abbia contribuito in prima persona alla realizzazione del progetto – afferma Marco Bucci – Genova è in grado di offrire le condizioni per uno sviluppo economico e sociale in linea con le tendenze mondiali del nostro tempo e può farlo meglio di tante altre località. Questa amministrazione, fin dall’inizio del suo mandato, sta lavorando affinché il Comune oltrepassi il ruolo di semplice facilitatore: il cittadino, l’impresa, le startup devono essere consapevoli che l’ente pubblico vuole diventare il loro principale punto di accesso sul territorio a servizi e competenze».

DIGITAL TREE ha spazi dedicati al contesto imprenditoriale ed economico, un’apertura essenziale per avvicinare il mondo di oggi alla frontiera di domani nell’ambito di una funzione pubblica cui la tecnologia deve aspirare.

«Genova e la Liguria – dichiara Edoardo Rixi – hanno tutte le caratteristiche per attrarre giovani e non solo che puntino sull’innovazione. Come Regione Liguria stiamo fortemente sostenendo le start-up: negli ultimi due anni siamo passati da 50 start up iscritte al registro delle imprese a circa 130. Altro elemento importante è l’alto gradimento che le nostre imprese innovative riscuotono nell’ambito delle manifestazioni di settore: dopo il successo dell’ultima edizione dello Smau di Milano abbiamo deciso di portare le start up innovative all’appuntamento Smau di Berlino 2017 e di organizzare anche una giornata a Genova dedicata a questo settore che apre molte opportunità per la Liguria. Vetrine importanti in cui le nostre imprese innovative hanno incassato un forte apprezzamento dagli addetti ai lavori».

DIGITAL TREE è un luogo fisico che vuole essere uno spazio culturale e di business, un HABITAT naturale dell’innovazione, realizzato attraverso percorsi collaborativi in cui sono coinvolti svariati attori: startupper, imprese innovative, venture capitalist, università, formatori, visionari, operatori del settore education, amministrazione pubblica e settore no profit.

«Digital Tree dimostra che è possibile ed è saggio investire sulle potenzialità di Genova nell’high-tech – osserva Giovanni Mondini, Presidente di Confindustria Genova -. Qui abbiamo le competenze per far nascere nuova impresa, farla crescere in termini di business e di ricaduta sul territorio».

Lo smart building (“palazzo intelligente”) si trova in Viale Cembrano 2, un edificio di 1600 mq disposti su quattro piani atti a ospitare la sede di Softjam (prima in Via Piave), l’Innovation Hub, lo spazio di co-working tecnologico per le imprese, l’Academy per la formazione, gli eventi e gli incontri.

Ecco in sintesi le fasi di evoluzione del progetto:

  1. Giugno 2016: il Comune di Genova affida in concessione a Softjam l’edificio di Viale Cembrano 2, un palazzo storicamente già inserito nel tessuto cittadino che in passato ha ospitato operatori nel settore delle tecnologie.
  2. Novembre 2016: Comune di Genova, Softjam Microsoft e PoliHub presentano il progetto. Iniziano i lavori di trasformazione dell’edificio sia a livello strutturale sia a livello tecnologico.
  3. 15 gennaio 2018: i lavori sono terminati; Softjam stabilisce la propria sede nel DIGITAL TREE.
  4. 31 gennaio: consegna dei tre piani con spazi per eventi.
  5. 2 febbraio: evento inaugurale.
  6. 20 febbraio: consegna spazi ristoro e condivisione.

«Digital Tree vuole essere incubatore, academy. open innovation, e spazio per cittadini – spiega Andrea Pescino, CEO di Softjam Spa e Amministratore di Digital Tree –  Oltre a Softjam, che ha ideato il progetto e a Mixura che contribuisce alla realizzazione– sono partner di Digital Tree Microsoft Italia e PoliHub (startup District e incubator della Fondazione Politecnico di Milano). Inoltre abbiamo avviato accordi con le Università di Genova, Roma, Milano, Catania e con l’aggregatore StartUpItalia».

Tra le attività già previste per il 2018 una Call for Application per Startup. «Ne avremo diverse durante l’anno –  spiega Pescino – La prima sarà entro il primo trimestre, dedicata a chi ha già startup operanti nel settore Intelligenza Artificiale, Machine Learning, Cognitive Computing, oppure a chi ha un’idea e la sta per costituire».

In merito alla formazione «…Già nel primo trimestre 2018 prevediamo eventi formativi sia di livello alto, sia informativi gratuiti dedicati al territorio, che percorsi che portino a comprendere questi scenari innovativi, aperti alle aziende e agli studenti a partire dalla scuola primaria. Pensiamo anche ad eventi “leggeri”, tipo aperitivi e colazioni durante i quali ci scambieremo idee su vari argomenti».

«Siamo orgogliosi di supportare Softjam in questo ambizioso progetto che vede protagoniste istituzioni, aziende e startup del territorio ligure. I recenti sviluppi del cloud computing, con gli scenari più avanzati in termini di intelligenza artificiale, cognitive computing, big data e machine learning stanno rivoluzionando lo scenario aziendale e di conseguenza le competenze richieste ai giovani che oggi si affacciano sul mercato del lavoro. In questo senso, Digital Tree si pone come rappresentazione concreta del cambiamento in atto ed insieme esempio emblematico di come dalla collaborazione tra pubblico e privato possano nascere i risultati migliori» – ha dichiarato Silvia Candiani, Amministratore Delegato di Microsoft Italia.

«La diffusione delle competenze digitali, e in particolar modo quelle oggi decisamente preziose sull’intelligenza artificiale, unite alla possibilità di avviare nuove iniziative imprenditoriali, sono una risorsa fondamentale per il futuro del nostro Paese. Per tal motivo, PoliHub ha offerto fin dalla fase di concezione iniziale di DIGITAL TREE il proprio supporto – interviene Stefano Mainetti CEO di PoliHub. Il nostro modello di Hub è stato concepito proprio per attivare collaborazioni virtuose con gli altri operatori del territorio».

«Oltre a tutti i temi ricordati oggi dai presenti – interviene Marco Bressani CEO Mixura – Amministratore Digital Tree – vorrei qui aggiungere un riferimento all’ “Identità della città”, più volte dichiarato dagli amministratori locali come strettamente collegato a “Turismo” e “Innovazione tecnologica”; Digital Tree è un evidente contributo alla costituzione di questa identità».

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Trattenere i clienti e spingerli a comprare di più grazie al cognitive computing https://www.datamanager.it/2017/10/trattenere-clienti-spingerli-comprare-piu-grazie-al-cognitive-computing/ Thu, 05 Oct 2017 16:30:28 +0000 http://www.datamanager.it/?p=132268 Secondo uno studio SB Italia, le evoluzioni tecnologiche verso il machine learning e l’intelligenza artificiale migliorano la customer experience o l’efficienza della supply chain. Il customer care diventa centro di profitto e la supply chain un vero centro d’intelligenza Migliorare le relazioni con i clienti e anticiparne le propensioni d’acquisto, velocizzare al massimo i tempi di […]

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Secondo uno studio SB Italia, le evoluzioni tecnologiche verso il machine learning e l’intelligenza artificiale migliorano la customer experience o l’efficienza della supply chain. Il customer care diventa centro di profitto e la supply chain un vero centro d’intelligenza

Migliorare le relazioni con i clienti e anticiparne le propensioni d’acquisto, velocizzare al massimo i tempi di consegna delle merci, individuare sacche di inefficienza in tempo reale per ridurre i costi. Queste sono alcune fra le esigenze più stringenti per la maggioranza delle aziende, oggi impegnate nei processi di trasformazione digitale, con l’obiettivo di sviluppare il proprio business, ma anche rendere più flessibili e, in ultima analisi, meno costosi i processi-chiave.

Secondo lo studio di SB Italia, il cognitive computing può fornire risposte concrete alle più importanti necessità odierne delle aziende. Le tecnologie di cui si compone sono in grado di elaborare enormi quantità di informazioni, imparare in modo autonomo, interagire nel linguaggio dell’uomo e riprodurne i modelli di pensiero. In questo modo, un’impresa commerciale può avvalersi di un sistema cognitivo per standardizzare le modalità di comportamento della clientela, elaborare proposte e offerte personalizzate sulla base dei gusti dei consumatori, simulare l’andamento delle vendite per ottimizzare i flussi di magazzino, fare di un customer care a misura di singolo utente una leva commerciale. Allo stesso modo, un’azienda di produzione può fare manutenzione predittiva sui propri impianti, iniettare intelligenza nella supply chain prevenendo le inefficienze, concretizzare i propri desideri di time-to-market potendo prendere decisioni basate su maggiori elementi di certezza.

E questi sono solo alcuni degli esempi di come il cognitive computing, oggi, possa essere la chiave per risolvere problemi di business concreti e comuni alla maggior parte delle realtà impegnate a rimanere e crescere nel proprio mercato di riferimento.

Cognitive Computing: uno scenario in rapida evoluzione

Di cognitive computing si parla già da qualche tempo e in questo involucro sono racchiusi gli strumenti che consentono di riprodurre a grandi linee il funzionamento del cervello umano. Tramite l’impiego di tecnologie di machine learning e linguaggio naturale, l’obiettivo di questa evoluzione della business intelligence è quello di dare un senso più compiuto alla massa di informazioni che le aziende si trovano a dover trattare e facilitare i processi decisionali.

In pratica, si tratta di creare conoscenza a partire da una grande quantità di dati oggi un po’ più facilmente elaborabili grazie alle tecnologie di gestione Big Data. Le aziende, infatti, stanno sempre più aggregando montagne di informazioni interne ed esterne, delle quali l’essere umano non è più in grado di fare un’efficace sintesi. Il cognitive computing si occupa di contestualizzare le informazioni e fornire degli “insight” anche estremamente dettagliati. Per riuscirci, come abbiamo già notato, si fa appello alle tecnologie di machine learning, all’analisi dei grafi e all’ elaborazione del linguaggio naturale.

In realtà, gli algoritmi utilizzati non sono di per sé nuovi, ma traggono beneficio dalla crescita esponenziale della potenza di calcolo oggi disponibile. Con l’informatica di tipo cognitivo, si esce dalla tipica modalità binaria del “sì o no”: ciò che viene predetto non è un risultato certo, ma un’indicazione basata su punteggi e correlazioni.

Il segmento del cognitive computing e dell’intelligenza artificiale è in fase di forte ascesa. Una recente stima di Idc parla di un incremento degli investimenti pari nel 2017 al 59,3%, per un valore a livello mondiale di 12,5 miliardi di dollari. Fino al 2020, l’analista indica un tasso di incremento medio annuo del 54,4%, che porterà il volume d’affari totale a 46 miliardi di dollari. La stessa Idc prevede che, entro il 2018, il 75% delle aziende, nonché degli sviluppatori software, implementeranno alcune funzioni di cognitive computing in almeno un’applicazione aziendale. E ancora, entro il 2019, il 40% delle iniziative di trasformazione digitale sarà supportato proprio da capacità cognitive.

Le prospettive concrete di applicazione: CUSTOMER CARE E SUPPLY CHAIN

Uno degli ambiti a potenziale più elevato è quello della gestione e del rafforzamento del rapporto con la clientela. Qui le tecnologie cognitive hanno già trovato applicazione pratica per esempio nel campo del cosiddetto “churn management”, ovvero il tasso di potenziale abbandono di un brand (di solito per passare a un concorrente), che può essere controllato e ridotto, rilevando segnali di debolezza a partire dai dati di un Crm o dalle interazioni con i call center.

In effetti, negli attuali ambienti di Business Intelligence e anche in quelli già strutturati per gestire i Big Data, è divenuta consuetudine accumulare ampie quantità di informazioni sui clienti, che però raramente si traducono in una conoscenza in grado di produrre una rapida reazione. Il cognitive computing, ci dice SB Italia, consente di automatizzare alcune di queste azioni, grazie alla capacità di imparare dai dati, elaborarli e restituire indicazioni e raccomandazioni. Ricadute immediatamente percepibili si possono avere, per esempio, nella riduzione del tempo e delle risorse necessarie per risolvere problematiche specifiche dei clienti. In prospettiva, lungo questa via, è possibile convertire le strutture di customer care in veri e propri centri di profitto, facendo leva sull’efficienza del servizio per attivare azioni commerciali anche durante l’interazione.

I consumatori, oggi, vogliono risposte rapide alle loro richieste e un’esperienza personalizzata sulle proprie attitudini. Le soluzioni cognitive consentono di individuare rapidamente le preferenze di spesa degli individui, analizzando in modo autonomo dati provenienti, per esempio, dagli andamenti demografici, dallo storico degli acquisti, dalle wish list raccolte online e anche dai social media. Il rapporto con il cliente può divenire così più diretto e coinvolgente, grazie alla possibilità di usare il linguaggio naturale nelle varie fasi di ingaggio, proporre idee ritagliate sui gusti reali e addirittura fornire consigli di spesa.

Un altro ambito di concreta applicazione open cognitive computing riguarda l’evoluzione della supply chain. La trasformazione digitale in corso sta già influenzando un settore nel quale un maggior livello di automazione, velocità ed efficienza può creare fin d’ora un significativo vantaggio competitivo. Basti pensare a una grande realtà come Amazon, che ha potuto fornire servizi di consegna anche molto rapida alla propria clientela proprio perché ha automatizzato e reso intelligente il proprio sistema logistico.

Ma non occorre essere un gigante per poter sfruttare già oggi ciò che le tecnologie cognitive e l’intelligenza artificiale possono mettere a disposizione. Ci sono già esempi concreti di realtà che, per esempio, hanno migliorato la gestione del magazzino oppure i percorsi di distribuzione della merce, utilizzando in modo intelligente i dati a loro disposizione. Per i retailer, l’intelligenza artificiale apre un nuovo mondo di possibilità, consentendo di modellizzare differenti scenari distributivi allo scopo di minimizzare i costi di consegna dei prodotti e creare, allo stesso tempo, un’esperienza uniforme e appagante per i clienti. La possibilità di prevedere e programmare nei minimi dettagli la logistica, può consentire di trasformare i negozi in piccoli ed efficienti magazzini, comprimendo qualche anello della catena distributiva e preservando i margini.

La manutenzione predittiva è un altro possibile terreno di sviluppo, dove un sistema cognitivo può essere in grado di suggerire le aree di potenziale miglioramento o quelle nelle quali esistono maggiori probabilità che si verifichino anomalie.

SB Italia, un partner di riferimento oltre la tradizionale BI

Se è possibile associare la Business Intelligence alle attività di reporting e gli strumenti analitici alla “discovery” dei dati a disposizione per rafforzare la conoscenza, il cognitive computing, con le sue caratteristiche associate al machine learning e all’intelligenza artificiale, consente di elaborare scenari futuri con maggior precisione e ottenere suggerimenti credibili per prendere le corrette decisioni.

SB Italia mette a disposizione delle aziende la solida competenza maturata nel tempo sia nella gestione dei Big Data sia nel campo delle analisi predittive e prescrittive per aiutare i propri clienti a fare il salto in avanti legato al cognitive computing. Un team specializzato di consulenti, esperti di processo e data scientist è a disposizione per individuare il percorso di cambiamento più adatto per ogni realtà e costruire il progetto su misura più indicato. Le competenze maturate si basano sulla piattaforma cognitiva Watson di Ibm e sulla soluzione HDInsight integrata nella piattaforma cloud Azure di Microsoft. La possibilità di fruire anche in modalità as-a-service degli strumenti necessari a rendere più intelligenti i propri processi rende l’evoluzione verso il cognitive computing alla portata anche di realtà non troppo complesse.

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Spunti per la crescITa https://www.datamanager.it/2017/09/spunti-la-crescita/ Mon, 25 Sep 2017 14:01:00 +0000 http://www.datamanager.it/?p=131648 Qual è l’impatto dell’innovazione sul business? Esiste una relazione diretta tra investimenti e crescita? Chi è il vero motore del cambiamento nelle imprese? Un dialogo tra innovatori per capire le opportunità – e le criticità – della trasformazione digitale ai fini del rilancio, della diversificazione e della competitività del business Per un lungo periodo, l’obiettivo […]

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Qual è l’impatto dell’innovazione sul business? Esiste una relazione diretta tra investimenti e crescita? Chi è il vero motore del cambiamento nelle imprese? Un dialogo tra innovatori per capire le opportunità – e le criticità – della trasformazione digitale ai fini del rilancio, della diversificazione e della competitività del business

Per un lungo periodo, l’obiettivo dell’informatizzazione ha coinciso con quello dell’automazione e accelerazione di processi realizzati in larga misura manualmente. Internet e la telefonia mobile di terza generazione hanno favorito il graduale passaggio dalle architetture di rete client/server alla cosiddetta Terza Piattaforma, una fase in cui l’IT diventa sempre più un fattore abilitante, un generatore di cambiamento e nuovi bisogni, una fabbrica di opportunità che senza le tecnologie non sarebbero neppure concepibili, ma che impongono al tempo stesso un radicale ripensamento in chiave digitale dei processi e della cultura aziendale stratificatasi nel tempo. Esiste davvero un rapporto di causa/effetto tra innovazione e crescita? In che modo le aziende italiane stanno rispondendo alla sfida della trasformazione che comporta, parallelamente all’adozione dei nuovi paradigmi tecnologici, una profonda revisione delle proprie dinamiche interne ed esterne, dei processi e delle strategie di accesso ai mercati? Questo dossier punta a mettere in luce gli aspetti concreti del cambiamento e il modo in cui aziende e pubbliche amministrazioni affrontano la digitalizzazione del business e dei servizi, e in quale modo e attraverso quali figure riescono a dirigere l’adozione delle tecnologie IT a loro volta fondamentali per governare fenomeni come la multicanalità, la mobilità del lavoro, la socializzazione del business, l’avvento dell’informatica cognitiva.

L’IMPATTO DELL’INNOVAZIONE

Come di consueto, Data Manager affida a un analista esperto il compito di fornire una serie di osservazioni su un tema che, come osserva Giancarlo Vercellino, research and consulting manager di IDC Italia, è da oltre mezzo secolo motivo di acceso dibattito. Almeno dai tempi di Kenneth Arrow, l’economista premio Nobel che teorizzò la crescita tecnologica endogena alle imprese, «si cerca di capire il contributo effettivo dell’innovazione, e soprattutto dell’innovazione basata sull’IT, sull’efficienza della funzione di produzione, e in particolare sulla produttività del lavoro». A lungo, la questione dell’impatto delle tecnologie ha appassionato gli accademici, preoccupati di individuare nelle statistiche ufficiali gli effetti concreti della componente di crescita economica determinata dalle nuove tecnologie. Un parametro elusivo, per chi cerca conferme ricorrendo a metriche basate sugli aggregati macroeconomici tradizionali. «Dalla prospettiva di IDC, che osserva a livello microeconomico le dinamiche di innovazione, interrogando direttamente le imprese impegnate in processi di trasformazione digitale talvolta molto ampi e importanti, talaltra del tutto trascurabili, il rapporto tra innovazione e produttività si traduce quantomeno nella capacità di cogliere la correlazione tra le priorità delle imprese e le aspettative di crescita nei loro risultati».


Qual è l’impatto dell’ #IT sul #Business ? Giancarlo Vercellino @IDCItaly
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Vercellino afferma che basandosi sui dati estratti da un campione di duecento imprese con più di 50 addetti, è possibile osservare una correlazione invertita tra previsioni di andamento del fatturato aziendale e previsioni di andamento del budget IT: «Analizzandoli statisticamente, nei dati è più facile osservare un orientamento asimmetrico dell’associazione che spiega il fatturato previsto a partire dal budget IT anziché il contrario. Prendendo l’espressione cum grano salis per diverse ragioni tecniche, si potrebbe sostituire all’aggettivo asimmetrico quello di causale». A sua volta, la previsione di incremento del budget IT molto spesso è un fattore causale importante nel determinare le priorità di innovazione lato strategia e business. «In sintesi, è possibile affermare che la spesa IT concorre a influenzare sia la definizione delle priorità di innovazione lato business che la formazione dei risultati aziendali». Esiste però, conclude Vercellino, un collegamento mancante, un nesso determinabile tra priorità business e priorità tecnologiche. «Dai dati non emerge nessun collegamento rilevante, le due dimensioni sono sostanzialmente slegate da qualsiasi vincolo di correlazione rispetto al tema dell’innovazione». Forse, occorre chiedersi se non sia proprio questa relazione mancante, la cinghia di trasmissione necessaria per fare ripartire la macchina della trasformazione digitale in tante imprese italiane. Dunque, il tema centrale dovrebbe essere come fare in modo che gli obiettivi di innovazione strategica e gli obiettivi di innovazione tecnologica siano tra loro coerenti.

LA TECNOLOGIA MOTORE DEL CAMBIAMENTO

Ma qual è il punto di vista dei CIO sulla relazione tra IT e innovazione del business, la sua produttività e competitività? Per Debora Guma, CIO di Carrefour, sarebbe come chiedere a un giornalista se l’informazione è importante. «La tecnologia è il vero motore di innovazione, tutte le startup si basano su questo». Una relazione, aggiunge la responsabile IT di Carrefour Italia, che il top management delle aziende recepisce e apprezza. Rispetto al passato, la vera differenza è la pervasività del ruolo dell’IT. La Grande Distribuzione Organizzata rinnova da sempre i modelli della sua supply chain, e oggi per esempio è possibile tracciare l’intero contenuto di un camion e i suoi percorsi. Di logistica per il trasporto marittimo si occupa anche il Gruppo D’Amico Shipping. «Non è sempre vero che la tecnologia consenta di fare nuovo business, sebbene per tutti sia vero che il business tradizionale si può fare meglio, con più efficienza» – afferma il suo CIO, Pietro Amorusi. Questo indubbio ruolo positivo induce tuttavia una certa confusione, specie pensando ai messaggi a volte troppo ottimistici che arrivano dai vendor. La novità tecnologica, avverte Amorusi, non sempre impatta la parte attiva del bilancio, generando nuovi fatturati: «Innovare per davvero significa avere ricadute che non riguardano solo la parte passiva, i costi. Il nuovo va adottato solo quando serve e nel nostro settore, che è relativamente “old fashion”, noi di D’Amico abbiamo dimostrato che basta lavorare con calma, saper valutare, facendo il proprio lavoro a stretto contatto con i responsabili di business, per avere successo e soprattutto evitare pericolose crisi di rigetto» – conclude Amorusi e il suo parere echeggia anche nella dichiarazione di Mario Carrelli, CIO di iGuzzini, anch’egli convinto della necessità di scelte tecnologiche responsabili. «L’IT deve prima di tutto capire quali innovazioni possono aprire nuovi canali o aumentare la competitività del business esistente, cercando di evitare la generica infatuazione nei confronti della tecnologia e cercando sempre di indirizzarla».


L’IT motore del cambiamento Debora Guma @CarrefourItalia
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INNOVAZIONE E COMPETITIVITÀ

Sergio Catalano, CIO di Banca IFIS, interviene in rappresentanza di uno dei settori più fedeli al concetto di innovazione attraverso l’informatica. «In Banca IFIS, siamo convinti della correlazione tra nuovi strumenti digitali, innovazione e competitività, e da anni stiamo spingendo sull’acceleratore della trasformazione digitale, forti della consapevolezza che la banca del domani sarà fatta più di tecnologia e dati e meno di sportelli e contatto fisico con la clientela» – afferma Catalano, sottolineando gli effetti dell’IT in termini di razionalizzazione dei processi e migliore reattività davanti a richieste sempre più puntuali da parte della clientela e a una user experience più naturale e produttiva. Il business model del Gruppo bancario è caratterizzato da una forte identità digitale e web, che nell’immediato futuro si tradurrà in nuovi servizi ad alto contenuto digitale. Banca IFIS, prevede di investire 140 milioni di euro nel triennio fino al 2019. «Siamo convinti – afferma Catalano – che sia possibile costruire una relazione nuova con il cliente in ambito finanziario e servizi a valore aggiunto. Processi semplificati, costruiti su soluzioni solide, consistenti e sicure». Per Piera Fasoli, direttore dei Sistemi Informativi del Gruppo Hera, la digitalizzazione dei processi ha un impatto positivo sul business delle imprese. «Digitalizzazione non vuol dire solo automazione dei processi», precisa Fasoli, bensì «ripensare i processi in ottica automatizzata». Attenzione però a un uso troppo autoreferenziale della tecnologia, mette in guardia Piera Fasoli, sottolineando la validità di un approccio di cambiamento costantemente pensato insieme al business. Sulla stessa linea, Antonino Chiappara, che in Hera ricopre il ruolo di responsabile dell’IT Governance, e che ci illustra il modello applicato in casa della multiutility inter-regionale. Un modello che secondo Chiappara si basa su tre livelli di attenzione: «Comprendere tutto quello che avviene nel mondo delle tecnologie. Individuare ciò che può realmente tradursi in valore aggiunto. E infine, verificare sul campo l’efficacia con approfondimenti, proof of concept e implementazioni sperimentali».

COME MIGLIORARE LA RELAZIONE TRA IT E LOB

Ma in che modo nelle organizzazioni, la tecnologia influisce sulle linee di business e servizio già consolidate e sull’apertura di fronti completamente nuovi? Dal punto di vista del grande retailer, il digitale porta a una relazione con il cliente profondamente diversa, agendo da motore di nuovi legami e al tempo stesso da strumento per la valorizzazione delle informazioni che la relazione digitale genera. Rispetto al passato, gli strumenti di loyalty – per esempio i club costruiti con gli acquirenti di un supermercato – dovevano basarsi su sistemi di categorizzazione a maglie molto larghe, oggi possono esistere infinite nuance. «Mettendo insieme i dati di cui disponevamo ieri e quelli generati oggi dalle nostre vite digitali – afferma Debora Guma di Carrefour – veniamo a sapere perché, non solo che cosa acquistiamo. Attraverso la nostra app possiamo personalizzare, modulare le singole offerte e la redemption aumenta per un fattore cento». Anche nel contesto bancario, il percorso di innovazione iniziato da Banca IFIS ha permesso l’implementazione di processi totalmente digitali su tutte le diverse linee di business già consolidate in ambito retail e nei servizi all’impresa, oltre all’area più strettamente rivolta alla gestione dei prestiti “non-performing”. «Un esempio per tutti – precisa Sergio Catalano – è l’adozione della elettronica avanzata in CrediFamiglia, la realtà di Banca IFIS che fornisce consulenza alle persone che hanno difficoltà a onorare i propri debiti. Garantendo la paternità della sottoscrizione e la non modificabilità dei documenti informatici, questo strumento ci ha permesso di eliminare l’uso della carta, rendendo il nostro lavoro maggiormente incentrato sul colloquio con il cliente, con più efficienza e sicurezza per entrambe le parti». Per quanto riguarda l’apertura di nuovi filoni, Banca IFIS ha già pianificato un intenso impiego di sistemi di analytics volti a una sempre migliore comprensione del cliente, mentre si sta lavorando allo sviluppo di nuovi servizi Web. «AreaNPL consentirà agli utenti di monitorare la loro posizione creditizia, l’andamento dei pagamenti o interfacciarsi in maniera veloce e sicura con il personale di CrediFamiglia ed entro la seconda metà dell’anno, con la piattaforma TiAnticipo, le aziende potranno certificare i loro crediti nei confronti della PA».


Innovare non significa solo tagliare i costi Pietro Amorusi #dAmicoShip
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IOT, BIG DATA E MADE IN ITALY

Lungo quali assi si sta muovendo un marchio come iGuzzini, legato alla tradizione “distrettuale” del Made in Italy? Per il CIO Mario Carrelli, un’importante area di intervento verte sulla Internet of Things sia per creare opportunità intorno ai dati digitali – il “petrolio” del futuro secondo Carrelli – sia per mettere a punto soluzioni che si traducano in canali completamente innovativi, in particolare attraverso il concetto di conversione di prodotto in servizio. «Ci stiamo lavorando molto con i nostri partner» – rivela Carrelli. «Noi produciamo corpi luminosi che trasformati in ottica IoT possono essere commercializzati come veri e propri servizi». Uno dei mezzi esplorativi adottati è la formula dell’hackathon, una gara rivolta a startup e giovani inventori. L’idea vincitrice del primo concorso bandito, spiega Carrelli, ha a che fare con la “light experience”, un concept che ha animato la presenza di iGuzzini al Salone di Francoforte, con uno stand tutto dedicato agli effetti della luce nel buio, ma che grazie alla tecnologia potrà rivivere anche sul web, attraverso un semplice tablet. L’obiettivo è innovare tutta la fase di promozione e prevendita dei prodotti.

SERVIZI INTELLIGENTI

Lo sforzo della trasformazione, interviene Piera Fasoli del Gruppo Hera, è tanto maggiore quanto più informatizzato è il processo o il prodotto da rivedere in chiave autenticamente digitale. Una utility multiservizio come Hera vanta aree ad alta automazione e altre che risultano più immediatamente ricettive. Una di queste è la raccolta rifiuti, dove Hera ha introdotto forti elementi di novità a livello di logistica e gestione della forza sul campo rendendo più “intelligente” la gestione dei cassonetti usati per la raccolta. «Questo ci ha permesso non solo di ottimizzare il processo di raccolta grazie a cassonetti geolocalizzati, che segnalano se la loro posizione è corretta o meno. Ma anche nella parte amministrativa, sono state fatte molte sperimentazioni. All’interno di Hera, è stata persino creata una specifica fabbrica di app, una struttura capace di sfornare dieci, quindici app all’anno rivolte non solo agli utenti finali ma anche ai dipendenti, ai partner e ai fornitori». Piera Fasoli si sofferma brevemente sulla nuova piattaforma analitica che andrà a rimpiazzare il tradizionale approccio basato su data warehouse. «Con questo progetto, cercheremo di accompagnare il business, attraverso un approccio analitico, nel difficile compito di tramutare in “sistema” le esigenze e le richieste che arrivano dai clienti».


L’IT deve prima di tutto indirizzare l’innovazione Mario Carrelli @iGuzzini
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BUSINESS E ORGANIZZAZIONE

Una delle questioni più aperte rimane quella relativa alle figure di coordinamento e delle pratiche organizzative a vantaggio della trasformazione. È opportuno, per esempio, affiancare al tradizionale ruolo dei CIO quello di specifici responsabili, e in che misura è importante coinvolgere le altre cariche apicali? «So di avere una posizione impopolare – interviene Debora Guma di Carrefour – ma non nutro eccessiva fiducia in ruoli come il chief digital officer. Secondo me andrà a scomparire nella misura in cui figure come il CIO e lo stesso chief marketing officer sapranno adeguare le proprie competenze». Digital e innovation officer vengono dunque visti come un ruolo di transizione, «magari in situazioni di forte resistenza» – continua Guma – manifestando il proprio scetticismo nei confronti dei percorsi formativi, delle esperienze maturate dai “tecnici dell’innovazione”. Proprio perché stiamo andando verso la personalizzazione delle proposizioni, occorrono competenze tecniche, e questo riguarda soprattutto i CIO che non devono smettere di studiare e migliorarsi. Dall’altro lato anche i manager del marketing si stanno molto evolvendo. «Darei grande attenzione al secondo punto, l’organizzazione. Riversiamo tanta tecnologia nei mercati, ma dobbiamo anche mettere in atto seri programmi di accelerazione digitale del personale».

Anche Pietro Amorusi si dice contrario a chi fa innovazione per mestiere, magari con l’obbligo di innovare anche quando le cose non funzionano bene. «A mio parere, se il CIO non è motore di innovazione non giustifica i suoi compensi, se si vuole gestire come si è sempre gestito tanto vale un sano outsourcing». Per il responsabile delle tecnologie in D’Amico Shipping, un CIO deve agire come un “tapis roulant” che accelera nella stessa direzione del business. Al punto, conclude, che l’IT aziendale non deve essere considerato un “reparto”, pena l’inevitabile creazione di una tecnologia fine a se stessa. «L’informatica non è un reparto, ma uno strumento condiviso, che non posso gestire con le logiche di un ufficio autonomo. C’è a chi questo discorso non piace, perché avvicina l’IT al concetto di utility, ma essere “utility” non è disonorevole: è l’IT che fa il business.


Come migliorare la relazione tra #IT e #LOB Sergio Catalano @BancaIFIS
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MIGLIORARE I PROCESSI E LA USER EXPERIENCE

Anche Banca IFIS ha preferito agire sul piano organizzativo. Sono state create unità speciali come la Digital Factory, la Digital Transformation e la Web Innovation che hanno consentito di concentrare e dedicare risorse sullo sviluppo di iniziative dall’elevato contenuto digitale sia di processo sia di user experience. «Si tratta quindi di introdurre nuove figure di coordinamento e project management che guidano le attività relative ai progetti di digital transformation, supportando il più tradizionale sviluppo del comparto IT e di web marketing/performance. Un ecosistema collaborativo di innovazione, dove colleghi dell’ICT, Business, Comunicazione e Web Marketing lavorano insieme, con l’aiuto di partner esterni e il coinvolgimento a 360 gradi di tutto il management» – riferisce il CIO Sergio Catalano.

La conversione di idee in business è il principio guida anche in casa iGuzzini, dove il CIO – sottolinea Carrelli – deve avere una visione sempre più vicina alle strategie dell’azienda. «All’interno della nostra area marketing, per esempio, abbiamo creato un nucleo preposto all’IoT come prodotto e innovazione. Noi dell’IT lavoriamo a stretto contatto con questo team, dando un contributo su progetti che ancora non sono “informatica”, ma potrebbero diventarlo». Ma al di là del modello di IT come “proprietario” dell’innovazione, interviene Fasoli di Hera, il tema è che l’innovazione avviene su tre livelli di ingaggio: tecnologie, business e risorse umane. «È un concetto sempre più trasversale e ovunque si cerchi di inserire figure troppo specializzate, il rischio è generare una asimmetria, di favorire questo o quello». Sono importanti i facilitatori, gli “evangelisti” interni. E importantissimo è il ruolo del top management. Così come fondamentale è promuovere una cultura digitale diffusa e le competenze “cross”. Con l’aiuto di un partner esterno, Hera ha, per esempio, realizzato un censimento delle competenze digitali lungo quattro assi: reti, digitale, smart working e analytics, proprio con l’obiettivo di reclutare talenti interni da coinvolgere in iniziative come la già citata piattaforma Doctor BI.


Digitalizzazione non vuol dire solo automazione dei processi Piera Fasoli @GruppoHera
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IL TALENTO DELLE PERSONE

Il riferimento esplicito a un asset come le risorse umane e le competenze ci induce a questo punto a chiedere quanto l’effetto “leva” esercitato dall’informatica abbia un suo corrispettivo in termini di capitale umano, di nuove modalità di lavoro. Nell’esperienza di D’Amico Shipping, questo è un ambito molto rilevante, da cui Pietro Amorusi trae un duplice insegnamento sulle cose da fare e da non fare. «Già una dozzina di anni fa, eravamo partiti con l’idea di realizzare un portale aziendale. Un’idea che ci sembrava interessante, ma che alla fine veniva utilizzata da pochi dipendenti. In seguito, partendo dall’analisi di una problematica molto concreta, quella di condividere le stesse informazioni sulle rotte percorse dalle navi in una azienda in cui tutti collaborano a una stessa catena di valore, ci siamo focalizzati su un tool come Microsoft SharePoint, che è stato subito adottato». Il punto è, secondo Amorusi, che l’innovazione tecnologica non deve mai essere «arrogante». Per favorire «una visione più umile, radicata negli obiettivi concreti, è più utile un approccio condiviso, anche alla formazione e agli stimoli per l’adozione degli strumenti innovativi». Amorusi suggerisce un ritorno alla «vecchia cultura dei circoli della qualità delle fabbriche giapponesi», dove le difficoltà si risolvevano insieme, nei reparti. «In D’Amico Shipping, abbiamo figure che fanno questo tipo di lavoro: analisti di business, che stanno con una zampa nei reparti operativi e una nell’IT in cui sono inquadrati, e che parlano con gli utenti, imparando da loro».

Un approccio simile è stato adottato anche in Carrefour, per allestire campagne di formazione di tutto il personale di punto vendita, anche con l’aiuto dei moderni sistemi di e-learning. «Sono state attivate iniziative rivolte ai consumatori, insieme a progetti “D2E”, digital to employee. Nel backoffice, già trasformato in passato con l’uso di strumenti come i lettori di codici a barre, oggi al posto delle ormai tradizionali “pistole”, utilizziamo direttamente gli smartphone» – racconta Debora Guma. «È un modo per diffondere una forte consapevolezza attraverso il learning-by-use, creando tra personale e clienti, una familiarità basata sull’uso di tool condivisi». Se uno dei problemi in comparti di industria più tradizionali consiste nel costruire un patrimonio diffuso di competenze tecnologiche, Banca IFIS punta sull’acquisizione di giovani talenti e personale con competenze diverse e digitali, con un approccio immediato alle tecnologie. «Tra i progetti concreti in campo – spiega il suo CIO – c’è l’ampliamento di un portale interno per la gestione dei progetti di innovazione, che cambierà le modalità di lavoro e interazione delle risorse coinvolte». Altre iniziative non sono necessariamente rivolte alle risorse interne, come quella riguardante la linea di servizio Leasing auto, «che semplificherà i processi commerciali e di interfaccia con il network esterno di agenti specializzati» per un banca che in futuro, «sarà ancora di più all’insegna della collaborazione e dell’aggregazione interna». D’accordo anche il Gruppo Hera, che si sta organizzando per capire «non se, ma come adottare lo smart working, per quali mansioni, quali dotazioni, quali requisiti a livello di connettività, quali modalità di responsabilizzazione». Per Piera Fasoli, insomma, un «lavoro più autonomo e flessibile è un obiettivo di estremo interesse in una realtà diffusa in un territorio vasto, e che proprio per questo non può essere improvvisato».


La sfida aperta del cognitive computing @CarrefourItalia @iGuzzini @BancaIFIS @GruppoHera
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COGNITIVE BUSINESS

L’ultimo giro di pareri riguarda il ruolo che le tecnologie dell’informatica cognitiva possono assumere nei rispettivi mercati. Carrefour, riferisce Debora Guma, non è ancora direttamente impegnata nell’uso di strumenti di intelligenza artificiale, anche a fronte di una offerta che appare ancora abbastanza discontinua. «Tuttavia, abbiamo fatto partire una revisione della nostra piattaforma CRM, che ci porterà ad avere un approccio più predittivo nell’analisi dei consumi, perché disporre semplicemente di analisi ex post non apre nuove frontiere. Invece, dobbiamo essere in grado di anticipare gli andamenti dei consumi». La catena di supermercati ha però in essere diverse collaborazioni con le università, in particolare la milanese Bocconi e il Politecnico di Torino, e anche nel suo caso troviamo il ricorso a formule come gli hackathon per rafforzare il rapporto con il mondo delle startup interessate a innovare il mercato del retail. Un grande interesse nei confronti di strumenti predittivi viene del resto manifestato anche da Pietro Amorusi. «Una realtà come la nostra può accumulare una grande quantità di informazioni» – conclude il CIO di D’Amico Shipping. Come possono essere utilizzati questi dati? «Oggi, investiamo soprattutto in chiave di manutenzione predittiva, attraverso il deployment di strumenti di bordo che ci permettono di “ascoltare il ferro” dei motori delle navi per prevenire guasti importanti e assicurare livelli di efficienza superiore». Amorusi cita poi i clienti di operatori marittimi come D’Amico, che usano l’intelligenza artificiale per ottimizzare logistica delle merci, rotte e consumo di carburante.

In questo contesto di progressiva adozione, non deve sorprendere l’atteggiamento di Banca IFIS, che individua in tecnologie autenticamente “disruptive” una grande opportunità. «L’intelligenza artificiale ci consente di stabilire un ponte tra la domanda del cliente e la risposta che i processi della banca devono fornire. Per noi, l’innovazione passa proprio attraverso l’intreccio di analytics e intelligenza artificiale» – afferma Sergio Catalano. L’adozione di determinati strumenti è già pianificata – continua Catalano – e consentirà di migliorare il rendimento in contesti come l’up e cross selling di prodotti e l’efficienza nelle aree commerciali e di assistenza al cliente. Anche Piera Fasoli del Gruppo Hera è concorde nell’attribuire all’intelligenza artificiale la definizione di vero fattore di innovazione dei sistemi core della sua organizzazione: un’evoluzione che deve migliorare il modo di lavorare, trasferendo le attività più ripetitive verso automatismi e strumenti robotizzati. «Attenzione però – avverte il CIO di Hera – a fare in modo che questo non sia un gioco a somma zero. Non un trasferimento di intelligenza verso le macchine, ma un accrescimento dell’intelligenza di un sistema fatto di persone e macchine». Mario Carrelli di iGuzzini chiude la nostra discussione virtuale, ricordando le numerose suggestioni raccolte attraverso il concorso di nuove idee aperto alle startup. «Stiamo già realizzando alcuni prototipi, anche se non è del tutto chiaro come dovremo procedere in futuro. L’intelligenza artificiale avrà sicuramente un peso in tutti i prodotti e chi arriverà primo potrà fare la differenza». Carrelli ipotizza, per esempio, la possibilità di raccogliere ed elaborare dati attraverso i corpi illuminanti che iGuzzini installa in situazioni indoor e outdoor, dalle aree urbane trafficate ai musei. Sulla base di queste informazioni, è possibile immaginare un universo di applicazioni e servizi innovativi. E la sfida è apertissima.

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Tecnologie cognitive: cresce l’interesse delle aziende italiane https://www.datamanager.it/2017/07/tecnologie-cognitive-cresce-linteresse-delle-aziende-italiane/ Fri, 28 Jul 2017 08:53:43 +0000 http://www.datamanager.it/?p=129551 Oltre il 70% delle imprese sta già impiegando soluzioni di tipo cognitivo per la trasformazione dell’organizzazione o lo sviluppo di nuovi prodotti e servizi. A Roma il 21 settembre il secondo appuntamento con Insightful Business 2017 Entro il 2025, in tutto il mondo verranno generati dati per un volume di 180 zettabyte, prevede IDC. Si tratta di […]

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Oltre il 70% delle imprese sta già impiegando soluzioni di tipo cognitivo per la trasformazione dell’organizzazione o lo sviluppo di nuovi prodotti e servizi. A Roma il 21 settembre il secondo appuntamento con Insightful Business 2017

Entro il 2025, in tutto il mondo verranno generati dati per un volume di 180 zettabyte, prevede IDC. Si tratta di un universo digitale 20 volte più grande di quello misurato nel 2015 dalla stessa IDC.

Del resto, il footprint dati del singolo individuo sta crescendo e continuerà a crescere in modo esponenziale grazie a nuovi dispositivi personali, nuovi ambienti intelligenti, nuovi ruoli, ma anche nuove regolamentazioni che promuovono una sempre maggiore democratizzazione del dato. A loro volta, le imprese stanno moltiplicando questi ecosistemi di dati per creare valore, aumentare l’efficienza, realizzare nuovi prodotti e servizi.

Nell’era della digital transformation, la raccolta, organizzazione e soprattutto analisi dei dati svolge un ruolo sempre più centrale nelle aziende non soltanto per abilitare nuovi modelli di business, ma anche per determinare nuovi vantaggi competitivi. In questo contesto, e proprio per far fronte all’espansione senza precedenti dell’universo digitale, sempre più organizzazioni stanno incorporando le potenzialità espresse dall’intelligenza artificiale e dalle tecnologie cognitive per modificare processi consolidati e ridefinire ruoli aziendali, con un impatto che si estenderà non soltanto nell’ottimizzazione della produzione ma anche nel flusso stesso dei modelli decisionali.

Un’indagine condotta da IDC su un campione di imprese italiane e proiettata sull’universo delle realtà italiane con più di 50 dipendenti evidenzia una nuova e forte propensione all’utilizzo del cognitive computing come strumento di business. Tre, in particolare, le evidenze emerse in questa survey di IDC:

  • oltre l’80% delle imprese italiane con priorità legate al miglioramento dei processi sta pianificando il roll-out delle prime applicazioni basate su tecnologie cognitive a 12-24 mesi;
  • oltre il 75% delle imprese italiane con priorità legate al miglioramento incrementale di prodotti e servizi sta prendendo in considerazione la possibilità di impiegare tecnologie cognitive;
  • oltre il 70% delle imprese che stanno attraversando processi di trasformazione dell’organizzazione o di sviluppo di nuovi prodotti/servizi sta già impiegando soluzioni e tecnologie di tipo cognitivo.

La Digital Transformation è diventata un orientamento strategico essenziale in moltissime imprese, determinando un sostanziale investimento non soltanto in nuove tecnologie, ma nel ridisegno e rinnovamento dei processi aziendali più consolidati. Il cognitive computing, tra queste nuove tecnologie, promette di apportare miglioramenti che vanno ben oltre le mere esigenze di automazione dell’IT, impattando profondamente sulle fasi di discovery e analisi dei dati, sui processi decisionali e quindi sul business aziendale.

“From Data to Business Discovery – Il Cognitive Computing come strumento per il Business” è il titolo del secondo appuntamento annuale con Insightful Business 2017, l’evento organizzato da IBM in collaborazione con IDC che toccherà Roma il prossimo 21 settembre. Esperti di IBM e analisti di IDC spiegheranno ai CIO e ai responsabili IT le sfide che attendono le aziende italiane nei prossimi anni e, attraverso best practice e casi studio, i vantaggi competitivi conseguibili con l’utilizzo delle tecnologie cognitive.

Per maggiori informazioni sull’evento: Insightful Business Roma

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IT e Sanità, cavalcare il trend della crescita https://www.datamanager.it/2017/05/it-sanita-cavalcare-trend-della-crescita/ Thu, 11 May 2017 12:07:35 +0000 http://www.datamanager.it/?p=124676 Trasformazione digitale anche per il settore sanitario, dove l’influenza degli acceleratori dell’innovazione come IoT e cognitive computing, ma anche le spinte esterne come l’adeguamento al nuovo regolamento europeo sulla privacy, possono rappresentare opportunità di miglioramento dei servizi e delle performance   Quello della Sanità è stato uno dei pochi settori in cui la spesa in […]

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Trasformazione digitale anche per il settore sanitario, dove l’influenza degli acceleratori dell’innovazione come IoT e cognitive computing, ma anche le spinte esterne come l’adeguamento al nuovo regolamento europeo sulla privacy, possono rappresentare opportunità di miglioramento dei servizi e delle performance

 

Quello della Sanità è stato uno dei pochi settori in cui la spesa in ICT è cresciuta, sia pur timidamente, invertendo un trend negativo che perdurava da tempo. Con un totale di 1,34 miliardi di euro nel 2015, quelli dedicati alla Sanità continuano a rappresentare una fetta significativa degli investimenti in ICT. Tra le ragioni di questo andamento tutto sommato positivo vi è anche il fatto che le leve tecnologiche per sostenere innovazione e sviluppo nell’ambito del settore sanitario sono molteplici, compresi gli strumenti di cognitive computing, con numerose applicazioni in grado di far ottenere nuove efficienze e realizzare cambiamenti da tempo attesi. Declinare la trasformazione digitale nel settore sanitario significa per esempio pensare ad applicazioni quali la cartella clinica elettronica, il fascicolo sanitario elettronico, la telemedicina, la crescente dematerializzazione di referti e cartelle cliniche, gli analytics e la clinical governance, la mobile health e molto altro.


#eHealth Silvia Piai @IDCInsights @IDCItaly Come cavalcare il trend della crescita?
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Progetti nuovi

E in effetti, sembra proprio che qualcosa di positivo stia emergendo, dopo anni di quasi stagnazione. «Rispetto al passato anche recente, in questo ultimo scorcio di tempo si nota una moltiplicazione di progetti interessanti in ambito IT e Sanità», spiega a Data Manager Silvia Piai, EMEA research manager di IDC Health Insights. E questo spinge a essere ottimisti, in quanto «si nota finalmente che anche in questo settore sta cambiando la percezione dell’IT, vista sempre più come strumento per cambiare i processi» – prosegue Silvia Piai, avvertendo però che «di molti progetti, non pochi sono allo stadio di progetti pilota. Nonostante questo, si nota comunque il cambiamento culturale, che riguarda anche la dirigenza, con un coinvolgimento che va oltre i sistemi informativi, comprendendo nei progetti anche la parte clinica», quella dei medici. A questo riguardo, un esempio molto interessante è quello di Arsenàl.IT, un consorzio volontario di aziende sanitarie e ospedaliere della Regione Veneto che si occupa dell’introduzione dell’innovazione tecnologica e organizzativa nei processi sanitari. L’idea alla base dell’iniziativa, che sta già riscuotendo un significativo successo anche con le prime applicazioni concretamente realizzate, è quella di «mettere a sistema competenze tecnologiche e processo clinico» – commenta Silvia Piai, sottolineando come anche questo contribuisca ad «aiutare il coinvolgimento dei medici, che in genere continuano a vedere l’IT quasi come un aspetto a loro estraneo».


#eHealth Daniela Scaramuccia @IBMItalia Per la #Sanità è il momento di accelerare
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Cambia la percezione

È un fatto, prosegue l’analista di IDC, che «ancora oggi, per i medici, l’IT riguarda soprattutto la compliance in materia di privacy, che rimane il loro problema principale e viene spesso visto come qualcosa che tende a sottrarre tempo prezioso. Ma se si riesce a far sì che i processi, anche quelli relativi alla compliance, entrino in maniera naturale nelle procedure dei medici, di sicuro la percezione può cambiare, con l’importante risvolto che il focus dell’IT si può spostare maggiormente sull’aspetto clinico». Questo ultimo sviluppo è «dovuto anche alla crescente influenza di acceleratori dell’innovazione quali Internet of Things e cognitive computing, la cui influenza nella Sanità è destinata ad aumentare, con ulteriori risvolti per sicurezza e privacy» – fa notare Silvia Piai. Al riguardo, bisogna riferirsi anche all’entrata in vigore del nuovo regolamento europeo sulla privacy (GDPR) nel 2018, che «se da un lato porta in dote il principio della “security by design”, nel quale la sicurezza non è qualcosa che si mette sopra, a cappello dei sistemi, ma ci si pensa fin dall’inizio della progettazione del sistema stesso, dall’altro lato rappresenta anche un’opportunità per ripensare molti aspetti della Sanità se si adotta un approccio strategico e non reattivo» – sottolinea Silvia Piai, mettendo in evidenza che «se si utilizzano nel modo giusto i budget previsti per l’adeguamento al GDPR, si può davvero trovarsi di fronte a una forte leva di innovazione».

Le nuove tecnologie

È però necessario chiedersi fino a che punto i nuovi acceleratori dell’innovazione, e le relative applicazioni, l’intelligenza artificiale, la realtà aumentata, la robotica e la stampa 3D possono rappresentare il futuro anche della Sanità. Ha provato a dare una risposta alla domanda lo studio condotto da FTI Consulting per Epson, che ha coinvolto nel corso dell’ultimo trimestre 2016 oltre 7.000 persone, 1.200 delle quali provenienti dal settore sanitario, di cinque paesi europei tra cui l’Italia. Come ha evidenziato la ricerca, due intervistati su tre (il 64 per cento) tra i professionisti della Sanità ritiene che le nuove tecnologie e un maggiore accesso ai dati siano in grado di portare significativi vantaggi in ambito medico. In particolare, il 72 per cento dei professionisti concorda sul fatto che la stampa 3D e la stampa organica e biologica potrebbero ridurre i tempi di attesa per gli interventi chirurgici, mentre una percentuale quasi analoga (il 70 per cento) afferma che in questo modo aumenterebbe anche il successo degli interventi stessi e delle cure. Inoltre, la realtà aumentata è considerata rivoluzionaria quasi dalla metà degli intervistati, con il 45 per cento concorde nel ritenere che questa cambierebbe il modo in cui si svolge la formazione chirurgica. Gli intervistati hanno anche riconosciuto l’importanza futura dei robot e della loro interazione con gli esseri umani. Infatti, secondo il 34 per cento, le cure sanitarie potrebbero essere affidate ai robot in modo che il personale medico possa svolgere mansioni più qualificate.


#eHealth Bruno Sirletti AD@Fujitsu_Italia IoT, Analytics e cloud per un nuovo modello di #Sanità
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Tra cloud e wearable…

In tema di tecnologie digitali, Daniela Scaramuccia, director Health and Life Science Industry di IBM Italia, spiega che «oggi, diventare digitali è un prerequisito inevitabile per rimanere competitivi: un’esigenza per il mondo dell’Industria, ma anche per la Pubblica Amministrazione e per la Sanità». E, proprio per la Sanità, «è il momento di accelerare, anche perché in questo campo il valore del sistema italiano è riconosciuto in tutto il mondo. Le tecnologie, infatti, consentono di migliorare la qualità dei servizi, ottimizzare il governo della spesa e l’allocazione delle risorse. Oggi, grazie al cloud tante soluzioni avanzate sono a portata di mano. E poi ci sono i dispositivi mobili, nuove apparecchiature, robot, dispositivi wearable che consentono di monitorare parametri chiave per la salute» – prosegue Daniela Scaramuccia.

…e tra IoT e Analytics

Sulla stessa linea anche Bruno Sirletti, presidente e amministratore delegato di Fujitsu Italia, secondo cui «con la digitalizzazione del sistema sanitario si potrebbero monitorare e curare i pazienti senza la necessità di un loro ricovero fisico in ospedale, fattore che permetterebbe un taglio dei costi significativo. Attraverso l’IoT installato nelle case dei pazienti, collegati in cloud, e le piattaforme di analytics, il personale medico potrebbe essere in grado di elaborare diagnosi a distanza. Inoltre, in maniera preventiva, l’analisi dei dati individuali e degli stili di vita permetterebbe di identificare i livelli di rischi per la salute prima che le patologie si conclamino, consentendo di intervenire in modo preventivo, modificando determinati comportamenti a rischio e potendone valutare l’impatto a lungo termine. La raccolta di dati individuali inoltre permette, una volta effettuata la diagnosi, di migliorare drasticamente il processo di cura, dando indicatori puntuali sulla reazione dell’individuo ai trattamenti, consentendo di ricalibrare le terapie, secondo le singole reazioni e in base anche agli stili di vita».


#eHealth Luca Ferraris @Italtel Telemedicina in primo piano
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Il nodo dei dati

Quello dei dati rimane un tema fondamentale. Infatti, sempre in base alla ricerca condotta a fine anno scorso da FTI Consulting per Epson, un maggiore accesso ai dati dei pazienti da parte dei professionisti sanitari potrebbe anche migliorare l’erogazione delle cure ai pazienti per il 72 per cento degli intervistati, mentre la maggiore disponibilità dei dati, secondo il 76 per cento, favorirebbe anche la condivisione delle conoscenze sul campo grazie all’accesso remoto e alla collaborazione virtuale rese possibili dalla tecnologia. Infine, oltre alle questioni legate alla privacy dei dati e a tempi e costi, lo studio ha evidenziato anche altre importanti questioni da affrontare come l’etica e la responsabilità: il 65 per cento degli interpellati concorda sul fatto che gli aspetti etici potrebbero in qualche modo rallentare o bloccare l’adozione delle tecnologie, mentre il 70 per cento ritiene che, in caso di complicazioni, l’imputazione della responsabilità potrebbe essere il problema principale.

La centralità dei dati

Va però sottolineato, come ricorda Daniela Scaramuccia di IBM, che «tutte le innovazioni vertono su un unico snodo: la centralità delle informazioni. I dati devono essere raccolti, letti, interpretati in modo da produrre informazioni utili, che devono essere rese disponibili in tempo reale a chi servono quando servono. Per la Sanità questo vuol dire comprendere meglio le patologie e prevenirle, effettuare trattamenti e cure personalizzate, ridurre i tempi della Ricerca. Per accelerare questa evoluzione, IBM investe e continua a investire. Ha anche creato un’unità dedicata formata da 2.000 persone. E il cognitive computing si conferma una risorsa preziosa perché permette di acquisire continuamente dati da bibliografie e casistiche vastissime. Oggi, i tavoli di lavoro che vedono IBM Watson al lavoro al fianco di ricercatori e medici sono davvero tanti. Dai grandi progetti per dare una svolta alla lotta contro il cancro alla realizzazione di soluzioni specifiche per migliorare la vita di ognuno di noi» – conclude Daniela Scaramuccia.


#eHealth Lorenzo Matteoni @BrotherItalia Eliminare inefficienze e migliorare la qualità
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Esempi virtuosi

Gli esempi di progetti innovativi in ambito sanitario in tutto il mondo non mancano: tra i più recenti, Bruno Sirletti di Fujitsu Italia cita «quello di assisted-living, che stiamo sviluppando con gli ospedali in Irlanda. Il progetto consiste nell’istallazione di diversi sensori per misurare il movimento e i segnali vitali dei pazienti mentre sono a casa, immagazzinando i dati in maniera sicura nel cloud proprietario. Il personale clinico e i pazienti interagiscono in tre tipologie di ambienti differenti. Un ambiente ospedaliero supervisionato, per fa sì che i medici conoscano prima il paziente. La casa del paziente stesso, dove attraverso dei semplici sensori legati ai wearable device è possibile applicare un monitoraggio continuativo durante le normali fasi di vita quotidiana. Un terzo ambiente assistito, una casa dedicata, dove i pazienti possono essere monitorati con sensori ambientali e fissi, integrati con i sensori wearable».

Telemedicina in primo piano

Parlando sempre di applicazioni, Luca Ferraris, responsabile Strategy, Innovation & Communication di Italtel, spiega che con l’approvazione della Legge Regionale 23 del 2015, la Regione Lombardia ha segnato un importante punto di svolta sul tema della gestione del sistema sociosanitario, e in particolare del paziente cronico, definendo un modello cui molte altre Regioni oggi si stanno ispirando. «In sostanza, la legge delinea una tendenza a supporto di una più attenta gestione del paziente cronico tesa a ridurre quanto più possibile il ricorso all’ospedalizzazione, con ritorni positivi sia sotto il profilo dei costi complessivi del sistema sanitario sia per gli aspetti di qualità della vita del paziente, che beneficia del fatto di poter essere seguito senza ricorrere al ricovero». Del resto, prosegue Luca Ferraris, «l’invecchiamento della popolazione rende sempre più vasto il bacino dei malati cronici che possono trarre beneficio da un modello di questo tipo. A questi, vanno poi aggiunti i pazienti oggetto di dimissioni precoci post operatorie: anche per loro è certamente preferibile essere seguiti nella prosecuzione delle terapie stando a casa propria». Italtel ha sviluppato una soluzione di telemedicina che punta sulla semplicità d’uso. Come spiega Ferraris, si tratta di assegnare un tablet a un paziente, cronico o che ha avuto una dimissione precoce. «Attraverso il device è possibile mantenere un collegamento audio e video costante con le strutture ospedaliere per il consulto, le richieste di assistenza con possibilità di escalation verso personale specialistico, la gestione delle terapie e dei farmaci, la possibilità di raccogliere dati da sensori wearable, e per garantire una comunicazione contestuale con il personale medico e paramedico».


#eHealth @EpsonItalia Maggiore accesso ai dati per migliorare servizi e performance
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Affrontare le sfide

Sempre in tema di soluzioni concrete, Lorenzo Matteoni, senior marketing manager di Brother Italia, evidenzia che la sfida principale per il settore sanitario è quella di migliorare la qualità del servizio offerto, assicurando sicurezza e privacy e, allo stesso tempo, ottimizzando i costi generali. «Sempre più spesso – spiega Matteoni – la domanda si rivolge verso prodotti che contribuiscano alla lotta agli sprechi e al miglioramento dell’efficienza. Grazie all’esperienza nel settore Healthcare, Brother offre soluzioni di alta tecnologia che migliorano il ciclo di gestione clinica, dall’identificazione in sicurezza del paziente fino alla stampa in mobilità nelle situazioni di emergenza». Senza dimenticare che «il contenimento della spesa è una finalità chiave dell’innovazione e che innovare significa ottimizzare i processi, eliminando inefficienze e migliorando la qualità del lavoro». Lorenzo Matteoni sottolinea un esempio concreto: «La stampante TD-2130NHC unisce efficienza e risparmio in un unico prodotto e permette di stampare direttamente braccialetti identificativi ed etichette con lo stesso apparecchio e con materiali di consumo antimicrobici e resistenti ai liquidi». Ma non solo. Avere la possibilità di stampare documenti in situazioni di emergenza è fondamentale. «La gamma di stampanti portatili PJ-700, grazie alle dimensioni ridotte, all’alta velocità e alla connettività, permette di stampare in formato A4 in condizioni di estrema mobilità, come autoambulanze e automediche, rappresentando un valido aiuto per il lavoro degli operatori e rispondendo alle esigenze sempre più dinamiche del settore Sanità».

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IBM, la cybersecurity alla prova delle tecnologie cognitive https://www.datamanager.it/2017/04/ibm-la-cybersecurity-alla-prova-delle-tecnologie-cognitive/ Wed, 19 Apr 2017 10:06:44 +0000 http://www.datamanager.it/?p=123436 Le nuove frontiere degli acceleratori di innovazione, come l’intelligenza artificiale o le tecnologie cognitive, possono aiutare a fronteggiare le sempre più sofisticate minacce alla sicurezza IT Interessanti lo sono. Ma, va detto, anche allarmanti, perché mostrano la mutevole natura delle minacce alla sicurezza informatica. I dati dell’IBM X-Force Threat Intelligence Index del marzo 2017, ponderoso […]

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Le nuove frontiere degli acceleratori di innovazione, come l’intelligenza artificiale o le tecnologie cognitive, possono aiutare a fronteggiare le sempre più sofisticate minacce alla sicurezza IT

Interessanti lo sono. Ma, va detto, anche allarmanti, perché mostrano la mutevole natura delle minacce alla sicurezza informatica. I dati dell’IBM X-Force Threat Intelligence Index del marzo 2017, ponderoso quanto puntuale rapporto sullo stato delle minacce alla sicurezza informatica nell’intero 2016, realizzato da IBM, analizzano in dettaglio un mondo ancora poco conosciuto. Tra i dati salienti, spicca il fatto che nel 2016 i dati compromessi sono stati 4 miliardi, cioè più di quelli dei due anni precedenti messi insieme, e con una crescita del 566 per cento rispetto al 2015, quando i “record leaked” furono circa 600 milioni. E se nel 2016 il numero medio degli attacchi per ciascun client monitorato è sceso del 48 per cento rispetto all’anno precedente, passando da 178 a 93 incidenti di sicurezza, questo significa che le minacce continuano a cambiare volto. Ecco perché è necessario mettere in campo forze ancora più sofisticate, come le tecnologie cognitive, in particolare quelle di IBM Watson, applicate da IBM alla sicurezza e oggetto dell’evento “Cognitive Security: Act Now”, organizzato a inizio aprile a Milano in collaborazione con IDC, con lo scopo di offrire un’occasione di confronto per CSO, CISO, CIO e decision maker rispetto a questi temi.

Un perimetro in espansione

I temi sul tappeto sono molteplici, e li ha sintetizzati in apertura di incontro Francesco Teodonno, Security Business Unit Leader di IBM Italia: «Oltre alla quantità degli attacchi, è cambiata anche la qualità, perché in aggiunta agli obiettivi classici quali carte di credito e dati finanziari, siamo passati nel 2016 ad attacchi che hanno un forte impatto sui dati non strutturati, dalle mail ai documenti aziendali. E non viviamo più nell’epoca degli hacker che stavano da soli: ormai è tutto una vera e propria industria, organizzata nel dark web, dove tutto avviene per motivi economici. Però conta anche il fattore umano, visto che la metà dei data breach sono dovuti a cause interne, come i dipendenti infedeli o le lacune nella catena di controllo interna. Altro fattore di cambiamento è il tema tecnologico: IoT, cloud e mobile creano una complessità decisamente maggiore rispetto al passato. Altro elemento è quello degli skill che mancano: nella cybersecurity si stima che vi siano 3-3,5 milioni di posti di lavoro non coperti a livello mondiale». Ma non è solo una questione di “numeri”, perché è fondamentale anche la qualità degli skill che mancano nella cybersecurity: «La tecnologia è irrinunciabile, ma lo sono anche le competenze, ed è per questo che la cybersecurity diventa sempre più un tema da board aziendale, visto che il perimetro degli attacchi si allarga e spesso va a toccare il core business», ha proseguito Teodonno.

Videointervista a Francesco Teodonno, Security Business Unit Leader di IBM Italia


Videointervista a Francesco Teodonno, IBM Italia
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Il ruolo degli “innovation accelerators”

Fabio Rizzotto, Senior Research & Consulting Director di IDC Italia, ha invece sottolineato come quello della sicurezza sia sempre più un imperativo: non a caso, in una ricerca condotta da IDC sulle priorità IT per il 2017, la security è risultata al primo posto. E se mitigare le vulnerabilità IT e di business costituisce l’obiettivo nell’affrontare il cybercrime, la sfida oggi si sposta sempre più sulla capacità di innovare standard e prestazioni, con principi e tecnologie di tipo Cognitive Security. Secondo le ricerche di IDC, infatti, entro il 2018, cioè tra poco più di un anno e mezzo, il 70 per cento degli ambienti enterprise di cybersecurity utilizzeranno le tecnologie cognitive o di intelligenza artificiale per assistere le persone ad affrontare le crescenti complessità delle minacce alla sicurezza. Alcune di queste soluzioni sono poi state illustrate in dettaglio dagli esperti di IBM, che hanno esaminato gli ambiti di applicazione e le possibili risposte offerte dalle tecnologie cognitive applicate alla sicurezza.

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Dematerializzazione dei processi operativi in banca https://www.datamanager.it/2017/04/dematerializzazione-dei-processi-operativi-banca/ Thu, 13 Apr 2017 12:09:51 +0000 http://www.datamanager.it/?p=123179 La banca tradizionale diventa liquida, una nuvola di servizi che segue il cliente. Dalla “vecchia banca” dobbiamo recuperare il prezioso patrimonio di fiducia guadagnato nel tempo. Su questa fiducia, e grazie alla potenza della trasformazione digitale, è possibile costruire una relazione nuova con il cliente e servizi a valore più vantaggiosi Cognitive computing, advanced analytics […]

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La banca tradizionale diventa liquida, una nuvola di servizi che segue il cliente. Dalla “vecchia banca” dobbiamo recuperare il prezioso patrimonio di fiducia guadagnato nel tempo. Su questa fiducia, e grazie alla potenza della trasformazione digitale, è possibile costruire una relazione nuova con il cliente e servizi a valore più vantaggiosi

Cognitive computing, advanced analytics e cloud stanno giocando un ruolo di trasformazione nel settore bancario, che porterà la struttura dei costi a un livello più competitivo per le imprese, fornendo una customer experience di valore ai clienti. Le priorità nei programmi d’investimento in tecnologia delle banche sono saldamente incentrate sulla maggiore efficienza e sui servizi innovativi. La lunga congiuntura economica di questi anni non ha interrotto il processo d’innovazione organizzativa e infrastrutturale da tempo finalizzato ad aumentare l’efficacia riducendo i costi. Lo scorso febbraio, Data Manager ha organizzato in collaborazione con UniCredit la tavola rotonda “Banking Innovation”, per tracciare le linee guida della evoluzione futura della banca, alla quale hanno partecipato IDC Italia, Clusit, Consorzio CBI, Banca Popolare di Sondrio, Banco BPM, Banco Posta, Corvallis, Deutsche Bank, Gruppo ICCREA, Pegasystems, UBI Sistemi e Servizi. Dal dibattito, è emerso chiaramente che nessun altro settore ha sperimentato una trasformazione culturale e tecnologica così sostenuta. Cognitive computing, advanced analytics e cloud stanno giocando un ruolo di trasformazione digitale che porterà la struttura dei costi a un livello molto competitivo, fornendo al contempo una customer experience di valore ai clienti. Le parole chiave di tale cambiamento sono: omnicanalità, intelligenza artificiale, servizio proattivo, eccellenza operativa. Ma anche semplificazione, sicurezza, compliance e trasparenza.

La banca estesa   

Dal punto di vista dei modelli, l’evoluzione più promettente sembra ancorata al radicale cambiamento della relazione tra banca e impresa. Le banche più innovative hanno già cominciato a scambiare beni e servizi online innescando, tra alti e bassi, un’autentica rivoluzione dello scenario competitivo del “business to business”. La “banca estesa” è il modello di banca multimodale e omnicanale, che estende i propri confini verso i partner e i clienti e si fa tramite delle loro esigenze. Per realizzare tale modello, occorre però un’infrastruttura tecnologica avanzata, il know-how adeguato, nuove modalità di relazione e il passaggio da una logica tradizionale di supporto a una visione integrata di partnership. Si tratta sostanzialmente della ricerca di una nuova identità in grado di orientare la banca verso l’individuazione di modelli organizzativi finalizzati al perseguimento di più elevati livelli di efficienza operativa, efficacia, flessibilità e reattività. Ciò richiede anche la condivisione delle informazioni. In tale nuovo scenario competitivo, il vantaggio fondamentale è costituito dalla capacità di utilizzare la tecnologia e l’innovazione per sviluppare un più elevato valore aggiunto, ripensando i processi strategici e di business ed estendendoli a livello di mercato. Oltretutto, la banca dovrà essere sempre più “aperta” e si dovrà porre al centro del nuovo modello, in quanto tale evoluzione è richiesta dalle stesse nuove norme europee. L’entrata in vigore della direttiva sui servizi di pagamento nel mercato interno, la PSD2 (Payment Services Directive 2), la Open Banking Directive, il regolamento GDPR (General Data Protection Regulation), obbligano gli attori finanziari ad aprire l’accesso ai propri dati per la creazione di nuovi servizi da parte di terzi.


#banca @CapgeminiItalia La digitalizzazione ha mutato le aspettative del cliente
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«La digitalizzazione ha mutato profondamente anche le aspettative del cliente spingendo la concentrazione degli operatori sui bisogni e sull’offerta di servizi sempre più personalizzati» – mette in evidenza Monia Ferrari, vice president, head of banking di Capgemini Italia. Oggi, le banche mettono in pista interventi di efficientamento anche dei processi esterni rivolti al cliente, come la collaborazione documentale e la firma grafometrica in mobilità. Ma le innovazioni più originali ed efficaci riguardano la ridefinizione continua del modello di servizio e dei processi di vendita, concretizzandosi in CRM moderni e olistici. «L’approccio emergente nelle evoluzioni del modello di business – continua Ferrari – in molti casi viene da altri mercati e vede la trasformazione delle banche in piattaforme esposte tramite servizi, una direzione in parte resa obbligatoria anche dalle nuove normative». I first movers hanno una reale opportunità di acquisire il vantaggio competitivo con l’evoluzione tecnologica e architetturale dei sistemi di core banking a beneficio di soluzioni open, integrando agevolmente servizi di provider esterni provenienti, in particolare, dal panorama delle fintech. Secondo Capgemini, il cambiamento avviene tramite un approccio olistico al cloud, capace di considerare anche aspetti legali e normativi al pari di quelli tecnologici ed economici, insieme alla creazione di piattaforme integrate di marketing relazionale, per migliorare il livello di conoscenza ed engagement del cliente, integrando un’offerta di servizi evoluta e modelli di pricing innovativi.

Customer engagement

Come ci spiega Fabio Rizzotto, senior research and consulting director di IDC Italia, l’avvento del digitale ha imposto a tutte le banche «un rapido apprendimento di nuove discipline e regole del digital marketing, della customer experience digitale, materie in rapido cambiamento che hanno assorbito molte risorse umane ed economiche». E infatti, nel 2016 anche in Italia la sfera del “front-end” nelle banche è stata maggiormente impattata dalle iniziative di innovazione digitale. «Tuttavia – prosegue Rizzotto – come già previsto lo scorso anno da IDC a livello mondiale, le sfide della digital economy trascinano riflessioni sulle opportunità di adeguamento più consistente della sfera middle e back-office, dove processi tradizionali, paper-based o soluzioni di core-banking appaiono meno in grado di rispondere a requisiti quali automation, (near) real-time, flessibilità e scalabilità». Queste regole entrano ormai in gioco nel tessuto organizzativo e le best practice di integrazione end-to-end dimostrano il valore di servizi al mercato con back-end “digitally-enabled”, in termini di accelerazione, time-to-market e qualità.


#banca @IDCItaly Nel 2017 in Italia customer engagement in vetta alle priorità
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«Opportunità e sfide si alternano» – spiega Rizzotto. «Non ultimo, il bisogno di maggiore visibilità sui processi – che sfocia e si intreccia anche con la tematica della tracciatura delle operation – incontra o si scontra ancora con una stratificazione tecnologica fatta talvolta di “point solution”, accanto ad applicazioni più o meno customizzate e processi non dematerializzati». Non c’è da sorprendersi che di fronte a questa complessità e ai ritmi della digital economy, il 2017 in Italia vedrà secondo IDC ancora la sfera del customer engagement in vetta alle priorità delle banche: secondo una recentissima indagine di IDC Italia, proseguire sulla strada dello sviluppo di capabilities digitali nella sfera del front-end è indispensabile per oltre il 50% degli intervistati. «L’analisi – continua Rizzotto – mostra anche come la percentuale di banche italiane che mette questa sfera al primo posto è doppia rispetto a quelle che danno rilevanza primaria all’ottimizzazione dei processi interni». L’ottimizzazione delle risorse IT è inevitabile, tuttavia la pressione su efficienza e controllo dei costi IT nelle banche appare meno pressante rispetto ad altri settori. Il quadro degli interventi IT per il prossimo futuro in Italia spazia dalla IT security alla compliance, dal miglioramento della continuità dei servizi al rinnovamento di infrastrutture, passando per la mobility. «Altri fattori saranno comunque determinanti – conclude Rizzotto – come, per esempio, il tema della compliance: ancora più strategico da qui in avanti, sia per la mitigazione dei rischi sia per l’introduzione di nuove regole con cui il settore banking opererà (le già citate PSD2, open banking e GDPR)». Altri driver destinati a lasciare il segno su modelli, organizzazione e quindi sui processi operativi sono i nuovi paradigmi tecnologici (dalla blockchain al cognitive computing). Le prime iniziative blockchain stanno mostrando il potenziale nonostante la complessità. Basti pensare agli impatti per tutto il sistema del trade finance, in cui i margini di efficienza e dematerializzazione dei processi paper-based sono amplissimi. Secondo le IDC Worldwide Payments 2017 Predictions, il 30% delle trade finance in Europa introdurrà tecnologie Blockchain nei propri processi entro il 2019.

Document management

La gestione dei documenti e delle informazioni sta, effettivamente, diventando sempre più strategica per le banche di tutte le dimensioni e l’innovazione non riguarda soltanto aspetti tecnologici, poiché investe soprattutto elementi di tipo organizzativo. «Le banche hanno capito che nell’era di Amazon e Google occorre avere tempi di reazione rapidi, tagliando la carta e i passaggi interni dei dipendenti e consentendo la gestione del conto e delle operazioni dei clienti in mobilità, possibilmente in modo sempre più diretto e semplice» – afferma Alberto Carrai, direttore commerciale di Able Tech. Able Tech da ben 15 anni risponde a queste esigenze, grazie alla sua piattaforma ARXivar che permette una gestione completa, multi-device e in totale sicurezza di processi e informazioni. La piattaforma ha due anime: una di organizzazione delle informazioni digitali e la seconda, il motore della prima, focalizzata sulla gestione di processi operativi, decisionali o strategici connessi a documenti e informazioni. Ogni volta che viene generata o acquisita un’informazione, come la richiesta di un finanziamento, ad esempio, in ARXivar si avvia un processo e l’informazione comincia a circolare tra tutte le persone coinvolte. «Sembra banale – continua Carrai – ma molte aziende gestiscono questi flussi in modo manuale, faticando a mettere insieme tutte le informazioni necessarie e perdendo tempo in ripetizioni inutili. Un caos che incide sulla capacità decisionale e sui tempi di risposta». E sempre nell’ottica di miglioramento dei processi operativi, non può mancare uno strumento per la gestione delle regole. «Incredibilmente – conclude Carrai – le aziende hanno sistemi per la gestione del personale, dei documenti, dei flussi di cassa, ma non hanno strumenti per la gestione automatica e sistematizzata di procedure interne e adeguamenti normativi».


#banca @ARXivar Nell’era di Amazon e Google servono tempi di reazione rapidi
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Daniele Melato, direttore generale di Corvallis, a tal proposito, sottolinea che «il concetto stesso di “documentale” si è fortemente evoluto nel tempo, passando dalla gestione fisica e logistica degli archivi cartacei, alla fornitura di servizi di elevato valore informativo (information management)». Questi ultimi impiegano competenze specialistiche di processo e tecnologie avanzatissime, che sfiorano l’intelligenza artificiale, come nel caso del “data capture” pilotato da motori semantici, della business intelligence, e del machine learning. Come ci spiega Andrea Artusi, amministratore delegato di FDM Document Dynamics, Corvallis, con le proprie strutture IT, le competenze e le infrastrutture specialistiche della controllata FDM Document Dynamics è partner di top client, soprattutto del settore finance, energy/utility e industry, per la gestione dei processi documentali, prendendo in carico interi processi di business (in logica BPO) ed elaborando contenuti e informazioni operative e strategiche. Tali servizi a valore sono fruibili in SaaS, attraverso un’infrastruttura on cloud solida e sicura, di proprietà del gruppo (utilizzabile in SaaS, private cloud, hybrid cloud). I servizi e le soluzioni sono inoltre implementabili “on premise” presso i clienti, anche per la gestione distribuita dei propri network filiali, agenzie, negozi, magazzini, punti vendita. «In ogni caso – concludono all’unisono Melato e Artusi – le soluzioni di Corvallis/FDM garantiscono i più elevati livelli di integrazione con i sistemi del cliente (legacy, ERP…), anche attraverso processi di “reverse engineering”, e sono fruibili da mobile device, attraverso app dedicate».


#banca Daniele Melato #Corvallis Il concetto di “documentale” si è evoluto
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Sottoscrizione online

Grazie alle soluzioni emergenti e alla firma digitale ed elettronica, gli istituti possono consentire a qualunque soggetto di sottoscrivere un contratto direttamente in digitale. Oppure, possono offrire, alla clientela corporate, nuovi servizi ad alto valore aggiunto. Inoltre, grazie all’integrazione di servizi di firma digitale, le banche possono generare ulteriori benefici per i propri clienti corporate mettendo a disposizione un trusted workspace dove far affluire i propri documenti, archiviarli, sottoscriverli o inviarli mediante posta certificata. Innalzando così il livello dei servizi e la qualità della relazione con i clienti. «Dal nostro punto di vista, osserviamo una forte accelerazione su diversi progetti di dematerializzazione “ab origine” con l’obiettivo di dare vita a processi digitali fin dall’inizio del processo stesso» – dichiara Filippo D’Amico, product manager servizi BPO di Cedacri. Un esempio su tutti la sottoscrizione elettronica in filiale della documentazione di cassa e dei contratti, utilizzando processi di firma elettronica avanzata quali la firma grafometrica oppure la sottoscrizione dei contratti da remoto. Un altro importante progetto, che vede coinvolto il Gruppo Cedacri, è quello di “dematerializzazione assegni”. Questa nuova modalità di negoziazione digitale degli assegni consente alle banche di efficientare i processi operativi e di rivedere i modelli organizzativi per poter ridurre i costi di logistica e trasporti. «I modelli distributivi delle banche stanno cambiando – sottolinea D’Amico – il numero degli sportelli bancari sta diminuendo rapidamente a fronte di uno sviluppo sempre maggiore dei canali non fisici». Tali canali, oltre a essere usufruibili dal cliente 24 ore su 24 e in mobilità, permettono di realizzare azioni commerciali rapide ed efficaci, si pensi per esempio alla realizzazione di campagne di marketing personalizzate con offerta di nuovi servizi e prodotti a seconda delle caratteristiche del cliente o la realizzazione di digital marketplace per creare nuove catene di valore, coinvolgendo oltre ai clienti anche partner, merchant o altri istituti. «Per quanto riguarda la rete fisica invece – conclude D’Amico – l’affermarsi del modello della banca specializzata, dovuta alla maggiore capacità di tale modello di banca di generare adeguata redditività, ne suggerisce un’evoluzione verso servizi di consulenza specialistica e avanzata».


#banca @cedacri I modelli distributivi stanno cambiando verso canali non fisici
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Conclusioni

L’orizzonte che ogni banca ha oggi di fronte è quello di operare in modo efficiente in un mercato sempre più competitivo, in costante cambiamento e caratterizzato da nuovi fattori di trasformazione digitale. L’utilizzo dell’IT per offrire i propri servizi e prodotti, in un mercato in forte trasformazione, sta crescendo ormai da tempo a ritmi sostenuti. L’innovazione tecnologica, insieme al patrimonio di fiducia acquisito nel tempo, sono quindi di importanza decisiva e coinvolgono, sia come offerta che come domanda, tutta l’azienda.

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L’intelligenza artificiale che non fa paura https://www.datamanager.it/2017/04/lintelligenza-artificiale-non-paura/ Mon, 10 Apr 2017 10:22:47 +0000 http://www.datamanager.it/?p=122758 Il dibattito sul cognitive computing comincia a tingersi dei toni della preoccupazione. Nel mondo produttivo, dobbiamo già misurarci con l’impatto occupazionale di una automazione sempre più spinta, capace di portare a termine operazioni di assemblaggio molto complesse, andando così non più a sostituire ma ad affiancare le capacità dell’uomo. Se già oggi la robotica industriale […]

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Il dibattito sul cognitive computing comincia a tingersi dei toni della preoccupazione. Nel mondo produttivo, dobbiamo già misurarci con l’impatto occupazionale di una automazione sempre più spinta, capace di portare a termine operazioni di assemblaggio molto complesse, andando così non più a sostituire ma ad affiancare le capacità dell’uomo. Se già oggi la robotica industriale è in grado, a costi accessibili e comunque ammortizzabili, di prendere il posto della forza lavoro umana nelle fabbriche, che cosa succederà quando l’intelligenza artificiale di nuova generazione riuscirà a prendere decisioni ancora più complesse e sensibili, sostituendosi a esseri umani che hanno studiato a lungo per sviluppare specifiche competenze?

Su questo tema – e sulle eventuali conseguenze dell’automazione spinta sul piano della redistribuzione di risorse e profitti economici – il mondo sarà impegnato a discutere nei prossimi anni, a tutti i livelli. Nel frattempo però, l’intelligenza artificiale sta diventando un fenomeno sempre più concreto e accanto al solito universo di geniali startup, capaci di muoversi in modo tattico su diversi mercati, ci sono aziende di enorme reputazione che esortano a fare scelte più strategiche e per questo mettono a punto portafogli di offerta, iniziative di marketing e comunicazione, contenuti che promuovono il cognitive computing in chiave ancora più culturale che tecnologica.

C’è un dominio di importanza fondamentale in questa fase di trasformazione digitale del business, dove gli strumenti dell’informatica cognitiva, in particolare il machine learning, l’apprendimento automatico, possono già oggi fare la differenza, senza dare spazio a troppi dubbi su chi continuerà ad avere il controllo della decisione. Questo dominio si chiama Big Data, una vera e propria visione filosofica del dato come ingrediente della vitalità dell’azienda, della sua capacità di accelerare il go-to-market e incrementare la qualità di prodotti e servizi, di competere sul mercato, di generare margini nuovi attraverso l’invenzione di cose e approcci del tutto nuovi.


#cognitivecomputing L’intelligenza artificiale che non fa paura
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E c’è una figura sempre più trasversale e “al di sopra delle parti” chiamata data scientist, che sempre più spesso troveremo nelle aziende là dove dai dati si cerca di estrarre valore, passando dal mero numero alla reale conoscenza. Per quanto possa essere bravo, il data scientist ha a che fare con un universo di dati molto intricato, che – secondo gli esperti – richiede una lunghissima fase preparatoria per permettere a questi “minatori” della conoscenza di esercitare il loro intuito analitico. Per l’azienda “knowledge driven”, inoltre, sarà importante riuscire a estendere le capacità analitiche anche a coloro che senza aver studiato da data scientist potrebbero prendere decisioni migliori grazie agli analytics.

Il cognitive computing può diventare un partner estremamente interessante in entrambi i casi. Può velocizzare il lavoro preparatorio del data scientist e affiancare il decisore meno esperto rendendo in parte automatica l’analisi, suggerendo possibili collegamenti, rendendo visibili certe correlazioni. Una intelligenza artificiale che non fa paura perché lavora con l’uomo senza prendere il suo posto.

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Il business corre se il dato è smart https://www.datamanager.it/2017/03/business-corre-dato-smart/ Mon, 27 Mar 2017 13:06:13 +0000 http://www.datamanager.it/?p=121918 Una intensa mattinata dedicata da IBM e IDC al cognitive computing e al suo impatto sui tradizionali strumenti della business analytics per dare la caccia ai potenziali nascosti dei dati aziendali Nella sua complessità, il cognitive computing è un tema di cui si parlerà molto nei prossimi anni, in tutti gli ambiti applicativi tradizionalmente serviti […]

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Una intensa mattinata dedicata da IBM e IDC al cognitive computing e al suo impatto sui tradizionali strumenti della business analytics per dare la caccia ai potenziali nascosti dei dati aziendali

Nella sua complessità, il cognitive computing è un tema di cui si parlerà molto nei prossimi anni, in tutti gli ambiti applicativi tradizionalmente serviti dall’IT aziendale. Bravi IBM e IDC ad aver fornito, con il loro evento Insightful Business, una concreta anticipazione dell’argomento considerato dal punto di vista della business analytics, utilizzando un linguaggio accessibile e una serie di esempi e casi di studio intuitivi e concreti centrati sulla nuova offerta IBM Watson Data Platform, rivolta al data scientist aziendale e non solo. Giovanni Calvio, Analytics Platform Manager di IBM Italia, ha introdotto la mattinata con un breve excursus sul ruolo delle tecnologie Big Blue come piattaforma di riferimento per il business. «Nella cosiddetta era cognitiva vogliamo mantenere questo ruolo con una piattaforma ancora più aperta, ispirata alla filosofia “data first” e orientata a trasformare gli investimenti in nuovi guadagni».

Di conoscenza come nuova dimensione della competitività ha parlato anche Giancarlo Vercellino, Research & Consulting Manager di IDC nel suo intervento introduttivo. Provocatoriamente Vercellino ha scelto come punto di partenza il dibattito di natura etica su una società “algoritmica” segnata da un eccessivo predominio dell’automazione, della decisione machine-based. Temi che meritano approfondite discussioni ma che non devono allontanarci definitivamente da una intelligenza artificiale che in sessant’anni si è evoluta verso direzioni come il deep learning e la cosiddetta data science, con il successo di piattaforme aperte come Kaggle, una piattaforma dove singoli professionisti e aziende fanno confluire dal 2010 progetti, che come spiega Vercellino «alimentano il passaggio da un modello aziendale data driven a quello di aziende knowledge driven». Pochi giorni fa, la community di Kaggle è stata acquisita da Google.

Vercellino ha esortato le aziende che hanno partecipato alla mattinata di studio ad attivare un circolo virtuoso per l’estrazione di valore «dai patrimoni, ancora in gran parte nascosti, rappresentati dai dati aziendali, costruendo su questi dati il proprio vantaggio competitivo» e ha parlato di una nuova fase in cui il cognitive computing determinerà il passaggio «dall’automazione alla re-invenzione dei processi.» Su questa esortazione, la parola passa a Walter Aglietti, Manager of Analytics Technical Sales e alla visione di IBM per una nuova generazione di strumenti analitici basati su un approccio cognitivo, capaci per questo di portare a nuovi livelli di empowerment sia la figura del data scientist, sempre più diffusa e centrale nei processi di trasformazione digitale, sia più in generale, in una ottica di democraticizzazione dei dati, coloro che in azienda devono prendere decisioni senza essere esperti in matematica e statistica.

«La mission di IBM – ha precisato Aglietti – è anche quella di fornire al data scientist gli strumenti giusti in una selva di tool e piattaforme, soprattutto in quella che per tutti gli esperti è la fase più delicata e time consuming, quella della preparazione e validazione dei dati». Al centro della presentazione e della demo curate rispettivamente da Massimo Teratone, Analytics Platform Architect, e da Simona Ravizza, Watson Analytics Evangelist, c’è la nuova offerta “as a Service” della IBM Data Science Experience, una vera e propria libreria di tool e funzioni analitiche smart, integrata con una comunità per la condivisione rivolta al data scientist e al tempo stesso a una ampia categoria di utenti e decisori aziendali.

Infine, Aglietti ha chiuso il workshop dedicato a una nuova cultura del dato con una presentazione di IBM Watson Data Platform, un unico ambiente, reso disponibile attraverso il cloud applicativo di IBM BlueMix, per assicurare, anche con l’aiuto del machine learning, una completa governance dei dati. «Dalle iniziali fasi di ingestion al dashboard, realizzabili anche connettendo tool di reportistica esterni, Watson Data Platform accelera le nostre capacità di storicizzazione e analisi di Big Data» ha spiegato Aglietti.

Nel corso della mattinata, due momenti di grande interesse sono stati legati alle presentazioni dei case study di Cineca e Primaedicola.it. Rappresentato da Matteo Bertazzo, il consorzio informatico degli atenei emiliani ha illustrato due servizi di cognitive computing messi a punto in questi mesi nel quadro di una collaborazione con i tecnici e gli strumenti di IBM Watson: Expertise Finder, un sistema in grado di correlare tra loro le expertise umane e documentali afferenti a determinati argomenti e applicazioni; e lo Student Advisor, uno “sportello” virtuale cognitivo in grado di rispondere a ogni sorta di domanda posta in linguaggio naturale dagli iscritti alle università consorziate Cineca.

Primaedicola, messo a punto dal distributore nazionale di quotidiani e periodici M-Dis in collaborazione con Newlog Consulting, è un innovativo servizio per il ritiro presso le edicole italiane degli ordini effettuati sui siti di e-commerce (il servizio è per esempio già disponibile per la consegna dei libri cartacei ordinati su Internet Bookshop). Realizzata in tempi brevissimi con i tool di sviluppo messi a disposizione di IBM Bluemix, l’applicazione si avvale di un cruscotto di tracciamento intelligente che consente di generare ulteriore valore sfruttando i potenziali di una capillare rete di punti fisici e la logistica associata.

Videointervista a Walter Aglietti, Manager of Analytics Technical Sales di IBM Italia


Videointervista a Walter Aglietti, IBM Italia
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