elezioni – Data Manager Online https://www.datamanager.it Il portale dell'ICT professionale Mon, 08 Oct 2018 14:29:41 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=5.8.13 https://www.datamanager.it/wp-content/uploads/2020/04/dmo-favicon3.png elezioni – Data Manager Online https://www.datamanager.it 32 32 La piattaforma Rousseau non è poi così sicura https://www.datamanager.it/2018/09/la-piattaforma-rousseau-non-e-poi-cosi-sicura/ Fri, 07 Sep 2018 18:00:56 +0000 http://www.datamanager.it/?p=152962 Il Movimento aveva elogiato il sistema operativo che guida l’organizzazione e le procedure digitali dei Cinque Stelle. Eppure in pochi mesi è già la seconda violazione C’è sempre l’hacker conosciuto come Rogue0 dietro l’ennesima violazione a Rousseau, la piattaforma di democrazia digitale del Movimento Cinque Stelle. Nella giornata di ieri, l’account Twitter dello smanettone ha […]

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Il Movimento aveva elogiato il sistema operativo che guida l’organizzazione e le procedure digitali dei Cinque Stelle. Eppure in pochi mesi è già la seconda violazione

C’è sempre l’hacker conosciuto come Rogue0 dietro l’ennesima violazione a Rousseau, la piattaforma di democrazia digitale del Movimento Cinque Stelle. Nella giornata di ieri, l’account Twitter dello smanettone ha condiviso un paio di link che rimandano al sito privatebin.net, dove sono stati pubblicati alcuni archivi contenenti i nomi di parte dei donatori del partito, con nomi, cognomi, importi e indirizzi email. In un altro link, un file con una lista di tabelle conservate sui server gestiti da Rousseau, la cui validità è supportata da un terzo collegamento, questa volta con l’username utilizzato dall’admin del sito ed è probabile che Rogue0 sia in possesso anche della password di accesso al backend, non resa nota per evitare problematiche anche maggiori al M5S.

Poca sicurezza

Eppure, solo qualche tempo fa i fautori della piattaforma elogiavano la sicurezza del sistema che, qualche ora dopo la violazione di Rogue0, la seconda dopo quella del 2017, ha ospitato la votazione per la scelta del candidato alla presidenza della Regione Abruzzo e per eleggere il nuovo membro del collegio dei probiviri. Ci si chiede allora quanto realmente sicuro sia un software che, nell’idea dei pentastellati, deve essere il fondamento di gran parte delle procedure decisionali e operative di gruppo ed elettori.

Stando a quanto riferito da Marco Canestrari, ex dipendente della Casaleggio Associati e programmatore informatico, la piattaforma può essere stata bucata in tre modi, tramite una backdoor mai individuata, per colpa della stessa falla con cui era entrato lo scorso anno Rogue0 e mai risolta, grazie a una nuova vulnerabilità del sistema finora sconosciuta. “A mio parere ha il 99% di possibilità di accedere a tutti i dati” – ha spiegato Canestrari, aprendo numerosi dubbi sull’eventualità di manomissioni dei risultati delle votazioni online.

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Il Giappone pensa a un sistema di voto blockchain https://www.datamanager.it/2018/09/il-giappone-pensa-a-un-sistema-di-voto-blockchain/ Tue, 04 Sep 2018 18:30:28 +0000 http://www.datamanager.it/?p=152676 La città di Tsukuba sarà la prima a sperimentare procedure digitali poggiate su un sistema di validazione sicura, a prova di hacker Che la blockchain abbia il potenziale per assicurare molte operazioni digitali è un dato di fatto. Aziende, organizzazioni ed enti pubblici già utilizzano piattaforme ad-hoc per certificare e inviare documenti, proteggere le chat […]

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La città di Tsukuba sarà la prima a sperimentare procedure digitali poggiate su un sistema di validazione sicura, a prova di hacker

Che la blockchain abbia il potenziale per assicurare molte operazioni digitali è un dato di fatto. Aziende, organizzazioni ed enti pubblici già utilizzano piattaforme ad-hoc per certificare e inviare documenti, proteggere le chat tra gli impiegati, raccogliere opinioni e divulgare notizie in forma privata. Ma c’è un ambito che più di altri necessità di una simile rivoluzione, a scopo di sicurezza, ed è il voto cittadino. Gli hacker di Russia (o di dovunque essi siano) hanno posto all’attenzione generale il problema delle infiltrazioni telematiche nei sistemi deputati a raccogliere le preferenze degli elettori, con il rischio che i risultati vengano falsati e pilotati. La tecnologia però può venir in aiuto a trasparenza e correttezza e l’esempio arriva dal Giappone.

Voto certo

La città di Tsukuba, nella prefettura di Ibaraki a circa 70 km da Tokyo, sarà la prima a sperimentare l’assegnazione del voto in forma digitale su piattaforma blockchain. Il sistema si baserà sull’equivalente giapponese delle tessere sanitarie per verificare l’identità dell’elettore. Attualmente, la soluzione viene utilizzata per consentire ai cittadini di esprimere voti su progetti di utilità sociale, ed è simile alle procedure telematiche attive in vari paesi del mondo, come l’Estonia. Quello che cambia è che laddove le intrusioni di terzi risultano ancora possibili, l’esperimento che verrà avviato in Giappone è stato pensato proprio per evitare le falsificazioni e le manomissioni sui dati registrati.

Ciò avverrà con le ben conosciute catene di validazione, che certificano i passaggi necessari all’immissione della preferenza, alla sua comunicazione ai server centrali e all’archiviazione. Appena qualcuno cercherà di modificare le informazioni, tutti i partecipanti alla catena saranno avvisati, così da analizzare la questione e persino invalidare le elezioni, se opportuno. Curiosamente, Tsukuba è lo stesso centro dove il 1 settembre sono partite le Olimpiadi internazionali di informatica, a cui partecipano quattro giovani italiani: Luca Cavalleri, Andrea Ciprietti, Fabio Pruneri e Federico Stazi. Insomma una città “avanti”, che potrebbe aver trovato il modo di rendere più sicuro l’iter di voto nell’era della digitalizzazione estrema.

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Elezioni: come e cosa comunicano i politici sui social https://www.datamanager.it/2018/03/elezioni-cosa-comunicano-politici-sui-social/ Fri, 02 Mar 2018 10:05:23 +0000 http://www.datamanager.it/?p=142601 Reputation Manager ha analizzato post e tweet dei principali politici durante la campagna elettorale per identificare la loro “personalità social” Idee programmatiche (39%) e antagonismo (35%): sono queste le modalità di comunicazione social più utilizzate dai politici in campagna elettorale; non si parla mai di leadership, poco di valori legati al partito/coalizione (9%). Sono questi […]

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Reputation Manager ha analizzato post e tweet dei principali politici durante la campagna elettorale per identificare la loro “personalità social”

Idee programmatiche (39%) e antagonismo (35%): sono queste le modalità di comunicazione social più utilizzate dai politici in campagna elettorale; non si parla mai di leadership, poco di valori legati al partito/coalizione (9%).

Sono questi alcuni dei dati principali che emergono dall’analisi condotta da Reputation Manager, principale istituto italiano nell’analisi e misurazione della reputazione online di brand e figure di rilievo pubblico, che ha analizzato la comunicazione (Twitter e Facebook, nel mese di gennaio) dei principali politici in vista delle elezioni del 4 marzo, al fine di capire come e cosa comunicano i canditati e indentificare la loro “personalità social”. Le modalità comunicative dei leader sono identificate in 6 macrocategorie: idee programmatiche, antagonismo, valori, slogan, risultati e sfera personale. Ogni esponente politico è stato identificato secondo il suo carattere comunicativo saliente.

Silvio Berlusconi, “Il poliedrico” – Il leader di Forza Italia sui social parla soprattutto di programma politico (il 44,4%): il cavallo di battaglia è la riduzione delle «tasse», seconda parola da lui più utilizzata dopo «Italia». Nel 28,9% di post e tweet Berlusconi attacca gli avversari, bersagli preferiti Di Maio e Renzi: l’uno giudicato incompetente, l’altro una promessa mancata. I suoi valori di riferimento sono veicolati dal 7% dei suoi messaggi: ottimismo, autodeterminazione e famiglia. La sua comunicazione social punta principalmente su Twitter (318 tweet), ma i suoi fan però sono molto più attivi su Facebook dove a fronte dei suoi 54 post, si sono registrate in totale 443.588 interazioni tra post, commenti e like, un numero 7 volte superiore alle interazioni su Twitter.

Luigi Di Maio, “L’antagonista” – Il suo programma elettorale sui social si sviluppa principalmente sull’antagonismo (50%) rispetto alle altre forze politiche in campo. I suoi contenuti sono quindi costruiti «contro»: il PDL e i professionisti della politica; i privilegi della casta; i dinosauri della politica come Berlusconi, tutte le idee programmatiche degli oppositori Berlusconi e Renzi. Per quanto riguarda invece le idee programmatiche riferite al suo movimento, Di Maio parla di scuola, Italia, qualità della vita, e dell’abolizione di leggi ritenute inutili. Tutto gira intorno al concetto di «cittadini», assente nel linguaggio degli avversari. Spesso fa ricorso a slogan (13,33%), ad esempio «Partecipa, scegli, cambia», «Nessuno deve rimanere indietro!», #Rally invece è l‘hashtag utilizzato nel 17% dei contenuti per promuovere la campagna elettorale itinerante per il Paese.

Matteo Renzi, “Il concreto” – Parla attraverso i suoi social a una platea di oltre 4,5 milioni di seguaci (la più ampia tra quelli monitorati), il 75% dei suoi contenuti si concentrano su Twitter. Fa spesso riferimento a idee programmatiche (30,43%), in particolare parla di tasse, di vaccini, lavoro e ricerca. Tra i politici analizzati è quello che dedica più spazio ai risultati, forte dell’esperienza di governo del PD appena conclusa. Tra le parole che utilizza di più c’è appunto «fatto». Anche lui come altri leader punta sull’antagonismo (28,26%), i suoi bersagli preferiti sono Di Maio e il M5S e Silvio Berlusconi. Il 15% dei suoi messaggi si basa sui valori legati alla propria coalizione, in questo caso le parole d’ordine sono concretezza, cultura e Italia. Renzi è anche il leader che dà maggiore visibilità sui social alla sua sfera personale. Gli aggiornamenti sulla sua vita privata occupano quasi il 9% dei contenuti: il post sul suo compleanno è certamente quello che ha avuto maggior successo di pubblico, guadagnando oltre 72mila like tra Facebook e Twitter.

Matteo Salvini, “Il bulimico” – Ha un approccio “sistematico” alla comunicazione social: scrive con la stessa intensità su Twitter e Facebook, qui in particolare gli utenti sono molto attivi infatti a gennaio la sua Fan Page ha registrato ben 1.869.578 interazioni.  I social sono per lui senz’altro un mezzo per affermare la propria leadership e comunicare in modo autoreferenziale (indicativo il fatto che la parola da lui più usata sia proprio #Salvini). Parla soprattutto del suo programma politico (42%). Una fetta considerevole dei suoi messaggi è impregnata di antagonismo: il nemico numero uno è Renzi. Il 7% dei messaggi è fatto di slogan (uno su tutti l’hashtag #4marzovotolega), mentre il 6% è dedicato alla sua vita privata: spesso condivide momenti con la sua famiglia, in particolare con la figlia Mirta.

Giorgia Meloni, “La pasionaria” – Sui social dà un colpo al cerchio e uno alla botte: il 38% delle volte attacca (principalmente chiunque faccia iniziative o proposte a favore degli immigrati); il 36% parla del suo programma, cavalcando il suo slogan di battaglia «Prima gli Italiani». Il livello di audience su Facebook e Twitter è simile, ma il suo mezzo di comunicazione preferito è la sua Fan Page, dove a gennaio ha postato 152 messaggi a fronte di 21 tweet. Considerevole il discorso sui valori (11,3%), in cui mette costantemente al centro l’italianità e la sua difesa, non solo attraverso le sue proposte politiche, ma anche attraverso il commento dell’attualità e di ricorrenze storiche.

Pietro Grasso, “L’istituzionale” – È certamente il politico che ha la comunicazione più istituzionale, basata sulle idee programmatiche (56,25%), sui valori (28,13%) e sugli slogan (12,50%), con un tono pacato, che dà grande risalto alla forza costruttiva e non distruttiva della politica e al ruolo delle Istituzioni. È lui stesso a definirsi infatti «Uomo delle istituzioni». Parla di legalità ed è l’unico che usa la parola «giovani», focalizzando il discorso sulle loro problematiche e su possibili soluzioni, sul valore dell’istruzione, del lavoro, della squadra e della responsabilità. Tra tutti è quello che ha il più alto tasso di engagement con la propria audience, che si concentra maggiormente su Twitter (599.190), il mezzo preferito dal leader anche per comunicare. L’antagonismo verso gli avversari politici gioca un ruolo marginale nella sua comunicazione social (3,13%). Quando lo fa, non colpisce un avversario specifico, ma il diverso modo di fare campagna elettorale delle altre forze politiche.

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Nel 2018 i russi vorrebbero un candidato AI https://www.datamanager.it/2017/12/nel-2018-russi-vorrebbero-un-candidato-ai/ Mon, 18 Dec 2017 19:30:53 +0000 http://www.datamanager.it/?p=137662 Quella avanzata da Alisa è più di una provocazione perché ha già migliaia di sostenitori, seppur si tratti solo di un sogno Partiamo da un presupposto, ad oggi nessun paese al mondo prevede la possibilità di opporre a un candidato politico umano una piattaforma informatica, che abbia le sembianze di un robot o solo di […]

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Quella avanzata da Alisa è più di una provocazione perché ha già migliaia di sostenitori, seppur si tratti solo di un sogno

Partiamo da un presupposto, ad oggi nessun paese al mondo prevede la possibilità di opporre a un candidato politico umano una piattaforma informatica, che abbia le sembianze di un robot o solo di un software dentro un computer. L’ultima nazione poi che potrebbe aprire a un futuro del genere sarebbe la Russia, dove Putin è un po’ l’highlander della politica internazionale, difficilmente intenzionato a lasciar spazio a un ammasso di bit e silicio. Però proprio in Russia è nata Alisa. Si tratta di una piattaforma di Intelligenza Artificiale pensata proprio per svolgere mansioni politiche. No, non parliamo di truffare i cittadini, passare serate di dubbia etica in ville in campagna oppure di piazzare i parenti nelle posizioni più rilevanti ma di prendere decisioni corrette e ponderate in tempo breve, lasciando i vecchi processi e percorsi burocratici al vecchio millennio.

Cosa può fare

Una provocazione? Sicuramente ma non solo. I fautori di Alisa sono chiari: “ci servono 300 mila firme per mandare avanti la petizione e candidare il robot alle elezioni del prossimo anno”. Ben lungi dal pensare che l’AI possa vincere, è più plausibile ipotizzare una maggiore integrazione di programmi informatici nelle attività politiche dei governi. Sono gli stessi creatori a dirlo: una AI può pensare e reagire più velocemente di ogni essere umano; è in grado di lavorare sempre, 24 ore su 24, festivi inclusi; ascolta le opinioni e le esigenze di tutti, per prendere poi la decisione migliore e, soprattutto, assicura lunghi periodi di stabilità politica, visto che non invecchia.

Fantasie degne di un ottimo film sci-fi, è vero, ma non ci sorprenderemmo così tanto se in uno dei programmi dei candidati a USA 2020 ci fosse anche un punto circa l’integrazione dell’Intelligenza Artificiale all’interno delle operazioni più complesse. Del resto eserciti e analisti sfruttano già un bel po’ di tecnologia per avanzare nelle loro strategie.

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Facebook ammette: gli adv russi pro-Trump visti da 126 milioni di americani https://www.datamanager.it/2017/11/facebook-ammette-gli-adv-russi-pro-trump-visti-126-milioni-americani/ Thu, 02 Nov 2017 19:00:59 +0000 http://www.datamanager.it/?p=134269 Non si ferma il vortice chiamato Russiagate che coinvolge anche il social network e la piattaforma pubblicitaria da esso veicolata. Mosca avrebbe distorto i voti dell’elettorato USA Quanto contano i social network all’interno delle dinamiche di voto di un paese come gli Stati Uniti? Probabilmente tanto, forse troppo. Uno dei paesi (forse “il”) più socialmediatici […]

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Non si ferma il vortice chiamato Russiagate che coinvolge anche il social network e la piattaforma pubblicitaria da esso veicolata. Mosca avrebbe distorto i voti dell’elettorato USA

Quanto contano i social network all’interno delle dinamiche di voto di un paese come gli Stati Uniti? Probabilmente tanto, forse troppo. Uno dei paesi (forse “il”) più socialmediatici al mondo potrebbe aver mandato alla Casa Bianca un presidente non voluto a causa delle pressioni svolte, volontariamente, da Mosca su Facebook e altre piattaforme simili, come Twitter e Google. Non un lavaggio del cervello in senso stretto ma una forma di comunicazione figlia dei nostri tempi, in cui un post o un tweet, vero o fake che sia, è in grado di muovere più coscienze di quanto non sappia fare una comune tribuna politica in televisione o un comizio in piazza. Per questo all’interno dell’ampio caso di indagine chiamato Russiagate sono entrati in gioco anche i siti e le app 2.0, in quanto vettori di messaggi pubblicitari costruiti ad-hoc dal Cremlino per favorire Donald Trump.

Cosa succede

Proprio Facebook, in settimana, ha ammesso che almeno 126 milioni di iscritti americani potrebbero essersi imbattuti negli adv sponsorizzati dalla Russia, circa 80 mila in totale, contenente propaganda repubblicana elargita dall’Europa agli Stati Uniti. Putin, dal canto suo, ha sempre negato tutto ma le dichiarazioni delle ultime ore sembrano andare in una direzione diametralmente opposta. Sia il team di Zuckerberg che i colleghi-rivali di Twitter e Google, sono stati ascoltati dal Senato in merito alla diffusione di banner pro-Trump con risultati alquanto chiari: circa 2.700 account del microblog sono stati collegati a operativi russi mentre un ammontare di 4.700 dollari è stato utilizzo su Google per creare advertising e link sponsorizzati.

Si tratta di numeri importanti ma, come ha evidenziato lo stesso Facebook, molto piccoli rispetto all’universo gestito da ognuno. Eppure la targetizzazione di ogni piattaforma consente di mirare per bene la pubblicità verso un pubblico definito, così da rafforzare l’obiettivo e cercare di influenzare il voto della fascia di elettorato indefinita, capace di spostare gli equilibri. Che sia stato il caso delle elezioni USA del 2016 è tutto da verificare ma sottovalutare il potere dei social media non è più possibile.

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Google: così la Russia ha comprato pubblicità pro-voto https://www.datamanager.it/2017/10/google-cosi-la-russia-comprato-pubblicita-pro-voto/ Wed, 11 Oct 2017 09:34:10 +0000 http://www.datamanager.it/?p=132598 Big G rivela che decine di migliaia di dollari sono stati spesi su YouTube, Gmail e posizionamento web per influenzare le elezioni americane Le elezioni americane del 2016 sono state pilotate? Difficile dirlo, ma è evidente che la macchina del consenso via web sia stata azionata per influenzare le decisioni dei milioni di elettori. Lo […]

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Big G rivela che decine di migliaia di dollari sono stati spesi su YouTube, Gmail e posizionamento web per influenzare le elezioni americane

Le elezioni americane del 2016 sono state pilotate? Difficile dirlo, ma è evidente che la macchina del consenso via web sia stata azionata per influenzare le decisioni dei milioni di elettori. Lo aveva rivelato la scorsa settimana Facebook, con il report sugli annunci pubblicitari comprati da Mosca sulla piattaforma social e ora lo afferma Google, con un’analisi molto simile, che aiuta a comprendere le strategie comunicative del Cremlino. Pare infatti che decine di migliaia di dollari siano stati spesi per diffondere banner digitali su YouYube, Gmail e nei risultati di ricerca con lo scopo di favorire il presidente eletto Donald Trump.

Cosa è successo

Seppur non vi sia l’evidenza di una connessione con il governo, i tecnici di Big G legano le attività di comunicazione a gruppi vicini al potere di Mosca, lo stesso che ha tentato di spingere verso la Casa Bianca colui sul quale Putin pensava di aver più ascendente per le sue mire autoritarie ed espansionistiche. Le più recenti rivelazioni rappresentano ulteriore benzina sul fuoco già acceso delle polemiche circa il ruolo dei social network nell’elezione di Trump. Per Google, la Russia avrebbe destinato almeno 100 mila dollari alla campagna internet pro-Trump, al quale si sono affiancati quelli usati per muovere le preferenze degli iscritti a Twitter, tramite il lavoro di persuasione 2.0 svolto dall’Internet Research Agency con sede a San Pietroburgo, l’azienda che dagli USA indicano come motore principale della politica nazionale a supporto del tycoon. Il dissenso tra i membri dell’opposizione di Washington aumentano: “Se Putin sta usando Facebook, Google o Twitter per distruggere la nostra democrazia gli americani dovrebbero saperlo” – ha detto il senatore democratico Richard Blumenthal alla MSNBC, con una richiesta di intervento e una presa di posizione formale da parte dei big coinvolti.

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400.000 dollari per influenzare il risultato di un’elezione https://www.datamanager.it/2017/06/400-000-dollari-influenzare-risultato-unelezione/ Thu, 22 Jun 2017 12:54:11 +0000 http://www.datamanager.it/?p=127239 E 55.000 dollari per  screditare un giornalista. Il mercato della cyberpropaganda è sempre più florido, la ricerca Trend Micro sulle fake news Trend Micro lo aveva predetto: nel 2017 la cyberpropaganda sarebbe diventata una delle maggiori aree di attività cybercriminale. L’alto tasso di penetrazione di Internet ha infatti offerto l’opportunità di usare il web come […]

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E 55.000 dollari per  screditare un giornalista. Il mercato della cyberpropaganda è sempre più florido, la ricerca Trend Micro sulle fake news

Trend Micro lo aveva predetto: nel 2017 la cyberpropaganda sarebbe diventata una delle maggiori aree di attività cybercriminale. L’alto tasso di penetrazione di Internet ha infatti offerto l’opportunità di usare il web come uno strumento per influenzare l’opinione pubblica e questo emerge chiaramente dall’ultima ricerca Trend Micro, dal titolo “The Fake News Machine: How Propagandists Abuse the Internet and Manipulate the Public”.

Lo studio analizza i passaggi chiave utilizzati per influenzare l’opinione pubblica: dal riconoscimento del pubblico in target al suo reclutamento attraverso la preparazione di una storia falsa, fino alla “militarizzazione” attraverso i social media e con il sostegno di una propaganda sempre maggiore. Al termine di ogni azione, il pubblico è spesso deliberatamente distratto con un nuovo argomento, per iniziare un nuovo ciclo.

La ricerca Trend Micro rivela i numerosi siti underground che offrono servizi di fake news, compreso l’anonimato garantito a qualsiasi persona e organizzazione alla ricerca di influenzare l’opinion pubblica, incluse le Nazioni. I servizi tipici offerti comprendono la  creazione di falsi profili social media e gruppi, lo sviluppo di contenuti falsi, l’indirizzamento di like e retweet per aumentare la diffusione e anche la costruzione di siti dall’aspetto legittimo. Con ulteriore budget si possono acquistare anche siti multipli, che si reindirizzano l’uno con l’altro per aumentare la diffusione dei contenuti e quindi l’autenticità della campagna di fake news.

Ecco alcuni esempi di servizi fake news:

  • Una campagna di 12 mesi per influenzare il risultato di un’elezione costa $400.000
  • Una campagna per istigare proteste di strada può essere acquistata per $200.000
  • Una campagna per discreditare un giornalista può costare $55.000
  • La creazione di una finta celebrità con almeno 300.000 follower costa $2.600

I principali mercati delle fake news analizzati dallo studio sono in Cina, Russia, Medio Oriente e Inghilterra. In Cina, ad esempio, finte pubblicità possono essere acquistate per $15, mentre in Russia con $621 si può piazzare un video sulla homepage di YouTube. La ricerca analizza anche la diffusione delle fake news da parte degli individui, ad esempio il troll di una vittima dell’attentato di Manchester che posta finte foto di vittime sui social media.

Ma come difendersi? Gli utenti devono ovviamente cercare di controllare il più possibile le storie e i fatti, incrociando le fonti e verificandole, magari avvalendosi del supporto dei maggiori media, cercando inoltre gli autori e approfondendo la lettura oltre al titolo dell’articolo o del post.

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L’ombra della Russia sulle elezioni USA https://www.datamanager.it/2017/06/lombra-della-russia-sulle-elezioni-usa/ Thu, 15 Jun 2017 18:00:43 +0000 http://www.datamanager.it/?p=126744 Gli hacker del Cremlino avrebbero colpito 39 stati durante le procedure di voto ma Putin continua a negare Probabilmente non sapremo mai se l’elezione di Donald Trump sia stata la conseguenza di un hacking ai sistemi elettorali a stelle e strisce. Quello che salta sempre più all’occhio è però il chiaro coinvolgimento degli hacker durante […]

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Gli hacker del Cremlino avrebbero colpito 39 stati durante le procedure di voto ma Putin continua a negare

Probabilmente non sapremo mai se l’elezione di Donald Trump sia stata la conseguenza di un hacking ai sistemi elettorali a stelle e strisce. Quello che salta sempre più all’occhio è però il chiaro coinvolgimento degli hacker durante le procedure di voto. L’ultima evidenza scaturisce da un report di Bloomberg, che prova a dare qualche numero della violazione che ha colpito gli Stati Uniti: circa 39 stati sarebbero stati colpiti dall’intrusione, il doppio di quanto rivelato sinora. Ad esempio nell’Illinois ci sono le prove del tentativo di cancellare alcuni voti tramite l’accesso al software usato per registrare le preferenze. Ricordiamo infatti come il sistema elettorale USA non si basa su strutture connesse in rete ma su un’informatica basilare, ovvero sull’utilizzo di programmi per la memorizzazione delle scelte. Ma non solo: sempre nello Stato dell’Illinois, gli hacker avrebbero prelevato le informazioni di circa 90 mila votanti, inclusi nomi e cognomi, date di nascita, sesso e numeri di patenti di guida e social card.

Cosa succederà

Il presidente uscente Obama, in più di un’occasione, aveva alzato il tiro contro le mire cyberbelliche di Putin, che continua a negare qualunque accusa. Nessuno, almeno ai piani alti, lo ha mai ascoltato e ora potrebbe essere troppo tardi. Ad ogni modo, le indagini sul coinvolgimento della Russia nelle elezioni non si fermano. Anzi, dopo l’allontanamento di James Comey dall’FBI, hanno preso una concreta impennata, vista la probabilità che l’ex direttore sia stato allontanato perché a conoscenza dell’intrigo e capace di mettere a rischio l’operato di Trump. Alcuni analisti sono però più cauti, perché sicuri che anche un possibile hacking da parte di Mosca avrebbe generato uno spostamento minimo delle preferenze e non un vero capovolgimento dei risultati elettorali.

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Gli Stati Uniti confermano: possibile hack durante le elezioni https://www.datamanager.it/2016/12/gli-stati-uniti-confermano-possibile-hack-le-elezioni/ Tue, 20 Dec 2016 08:30:49 +0000 http://www.datamanager.it/?p=116028 A dirlo è lo US Election Assistance che è responsabile di verificare la correttezza del sistema di voto e delle sue certificazioni Trump ha davvero vinto a seguito di una violazione informatica? Non si può affermare con certezza, ma se qualche dubbio assale anche lo US Election Assistance allora la storia è seria. Fin quando […]

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A dirlo è lo US Election Assistance che è responsabile di verificare la correttezza del sistema di voto e delle sue certificazioni

Trump ha davvero vinto a seguito di una violazione informatica? Non si può affermare con certezza, ma se qualche dubbio assale anche lo US Election Assistance allora la storia è seria. Fin quando a dirlo sono gli opponenti vige sempre un certo riserbo a riguardo ma questa volta a sollevare la questione è il corpo governativo responsabile per l’analisi e i test di affidabilità e correttezza del sistema elettorale statunitense. Non ci sono conferme dirette da parte dell’ente ma una serie di indiscrezioni riportate da TechCrunch, non propriamente un blog di provincia ma portale conosciuto e sinonimo di veridicità.

Ripetere le elezioni?

C’è da dire, che hackerare la piattaforma di voto non vuol dire per forza avere accesso a tutto il sistema oppure manipolare il risultato finale in sé. Potrebbe infatti essersi trattata di una violazione dei server, con il conseguente furto di informazioni e database, oppure del tentativo di ritardare e creare scompiglio tra i cittadini, rendendo difficili le operazioni di scelta. Per fortuna, le macchine usate per esprimere le preferenze non sono connesse a internet ma salvano e recuperano i resoconti in locale, per trasferirli poi al cervello centrale. Tuttavia, restano memorizzati i login di accesso al servizio ed eventualmente i dati sensibili dei cittadini. E’ chiaro che, anche se non dovessero esserci conseguenze sull’elezione di Trump, qualche falla nel processo c’è, con gli hacker (magari quelli russi) che non aspettavano momento migliore per agire.

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Effetto Trump su Apple: l’iPhone 8 verrà prodotto negli USA? https://www.datamanager.it/2016/11/effetto-trump-apple-liphone-8-verra-prodotto-negli-usa/ Thu, 10 Nov 2016 19:00:17 +0000 http://www.datamanager.it/?p=113264 Il nuovo presidente aveva promesso un abbassamento delle tasse tale da far pensare a un rientro dei capitali per le aziende hi-tech L’elezione di Donald Trump riguarda un po’ tutti, anche chi con la politica non ha un buon rapporto. Pensiamo ad esempio ad Apple, che nel corso dell’anno ha dovuto contrapporre più di una […]

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Il nuovo presidente aveva promesso un abbassamento delle tasse tale da far pensare a un rientro dei capitali per le aziende hi-tech

L’elezione di Donald Trump riguarda un po’ tutti, anche chi con la politica non ha un buon rapporto. Pensiamo ad esempio ad Apple, che nel corso dell’anno ha dovuto contrapporre più di una volta le sue strategie in difesa dei consumatori alle pretese di violazione della privacy dell’FBI. Eppure, se dal Cremlino gioiscono per l’arrivo a Washington di un quasi alleato, altrettanto potrebbero fare le multinazionali statunitensi, soprattutto quelle che da anni esternalizzano la loro produzione al di là dei confini. Attualmente, negli Stati Uniti è del 35% l’aliquota massima dovuta dalle industrie americane, con Trump che ha promesso di portarla al 15%, consentendo così ai soggetti di ottenere maggiori profitti, anche abbassando i prezzi.

Parliamo di qualsiasi tipologia di business ma è chiaro che le aziende hi-tech siano quelle più interessate a una simile novità. Tutto sarà possibile facendo rientrare i capitali e ammortizzando la cosiddetta “tassa di rimpatrio” (del 10%), prevista per le aziende USA che recepiscono redditi all’estero. In altre parole: Apple continuerà ovviamente a vendere i suoi dispositivi in Europa, Asia e in qualsivoglia altra parte del mondo, destinando le tasse previste dal nuovo governo, ma guadagnando di più sulle vendite, ovvero pagando una somma minore in aliquota.

Cosa accadrà

La volontà del tycoon è anche un’altra: riportare in patria chi si rivolge alla manodopera estera per i suoi artefatti. Vedremo dunque un iPhone 8 totalmente “made in USA”? Impossibile, almeno secondo il MIT. Il centro di ricerca aveva infatti prodotto un documento che dimostra come sia finanziariamente difficile intraprendere una strada del genere, a causa dei costi di realizzazione più elevati che in Cina. Ma la strategia di Trump non cambia: “Costringerò Apple ad abbandonare la Cina e produrre i suoi dannati computer e l’altra roba qui” – aveva detto, con la proposta di imporre tariffe contro device costruiti in Cina e Messico. Apple non può di certo ridere ma non si può dire che non vi sia un forte cambiamento dietro l’angolo.

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