Francesco Bellini – Data Manager Online https://www.datamanager.it Il portale dell'ICT professionale Mon, 08 Oct 2018 09:04:58 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=5.8.13 https://www.datamanager.it/wp-content/uploads/2020/04/dmo-favicon3.png Francesco Bellini – Data Manager Online https://www.datamanager.it 32 32 Lo stato di salute degli IP https://www.datamanager.it/2015/04/lo-stato-di-salute-degli-ip/ Mon, 20 Apr 2015 12:47:58 +0000 http://www.datamanager.it/?p=72855 Quale futuro della rete? Opportunità e ostacoli. Il ruolo degli Internet Provider nello sviluppo della banda ultra larga Il 2 aprile si è svolto il Convegno Nazionale 2015 dell’Associazione Nazionale Internet Provider. I vari interventi che si sono succeduti hanno fornito un’analisi puntuale della situazione del settore delle telecomunicazioni sia dal punto di vista regolamentare […]

L'articolo Lo stato di salute degli IP proviene da Data Manager Online.

]]>
Quale futuro della rete? Opportunità e ostacoli. Il ruolo degli Internet Provider nello sviluppo della banda ultra larga

Il 2 aprile si è svolto il Convegno Nazionale 2015 dell’Associazione Nazionale Internet Provider. I vari interventi che si sono succeduti hanno fornito un’analisi puntuale della situazione del settore delle telecomunicazioni sia dal punto di vista regolamentare sia economico, soprattutto nella prospettiva delle azioni necessarie per invertire il trend al ribasso che ha colpito anche questo settore economico.


#AIIP Quale futuro della #rete italiana? Opportunità e ostacoli @AIIP
Click To Tweet


Franco Bassanini, presidente Astrid, ha chiarito il ruolo che gli Internet Provider dovranno svolgere per contribuire allo sviluppo della rete di nuova generazione. Il Governo si è già impegnato a investire fino a sei miliardi in sette anni sulle nuove reti, tra fondi europei e nazionali, per raggiungere gli obiettivi posti dall’Agenda Digitale europea, al 2020: Internet a 30 Mbps per il 100% della popolazione e almeno il 50% della popolazione effettivamente abbonata a servizi Internet a 100 Mbps. Nel frattempo, però, l’orizzonte non sembra così luminoso dato che la Commissione Europea giudica negativamente le misure intese a finanziare con fondi pubblici l’introduzione di una nuova infrastruttura a banda larga in un’area già coperta. Di conseguenza, lo scenario che si va delineando in Italia potrebbe rendere improbabile la concessione di fondi pubblici a operatori alternativi a Telecom Italia a meno che questi non intraprendano dei processi di integrazione verticale.


#reti Il ruolo degli Internet Provider nel piano della banda ultra larga @AIIP
Click To Tweet


Al Convegno sono intervenuti inoltre Alessio Beltrame, capo della segreteria del sottosegretario di Stato del ministero dello Sviluppo Economico con delega alle Comunicazioni, Raffaele Tiscar, vicesegretario generale della Presidenza del Consiglio dei Ministri, Renato Soru, fondatore di Tiscali, Alessandra Poggiani, direttore generale per l’Agenzia dell’Italia Digitale (in una delle sue ultime apparizioni pubbliche prima delle dimissioni), Rita Forsi, direttore ISCOM, Stefano Quintarelli, presidente del Comitato di indirizzo della Agenzia per l’Italia Digitale, Antonio Nicita, commissario dell’Autorità per le Garanzie nelle Comunicazioni, Moreno Grassi, direttore generale di Metroweb, Salvatore Lombardo, amministratore delegato di Infratel e Walter Felice Ibba, VP National Wholesale Services Head of Marketing di Telecom Italia.


#bandaultralarga Governo 6 miliardi in 7 anni sulle nuove reti @AIIP
Click To Tweet


TLC in chiaro scuro

Nel corso del convegno, il dipartimento di Management dell’Università La Sapienza di Roma ha presentato in anteprima i dati della ricerca “Stato di salute degli Internet Provider” a cura di Fabrizio D’Ascenzo, direttore del dipartimento, e anche di chi scrive questa rubrica. In attesa dei dati sui bilanci 2014, i dati del 2013 confermano l’ulteriore contrazione del fatturato delle TLC rispetto al 2012 così come la lenta ma inesorabile perdita di terreno di Telecom Italia a favore degli altri operatori. Nella fotografia scattata da uno studio dell’Università La Sapienza di Roma, emerge che il settore sta affiancando alla fase di contrazione, un’attività di razionalizzazione. In termini di numerosità, gli operatori specializzati nei servizi Internet (connettività, telefonia VoIP, domini, cloud e data center) sono passati da 377 a 357 dei quali 16 grandi, 24 medi, 93 piccoli e 224 micro imprese, secondo la classificazione dimensionale dell’Unione Europea[1]. In termini di quote di mercato calcolate sul fatturato, i grandi Internet Provider cubano il 97,66% su un fatturato complessivo di circa 34 miliardi di euro; ciò che resta è per l’1,23%, lo 0,75% e lo 0,36% distribuito rispettivamente a medie, piccole e micro imprese a fronte di quote di mercato, misurate in termini di accessi, anch’esse in lenta ma costante crescita a favore degli operatori emergenti. In termini di distribuzione geografica, è possibile osservare una sostanziale disomogeneità tra Nord, Centro, Sud-Isole che avvalora la tesi della persistenza di un digital divide strutturale tra le varie aree.


#reti Più aggregazione e consolidamento delle PMI per far fronte ai nuovi investimenti
Click To Tweet


Il dato osservato fa riferimento alla sede principale delle aziende: è comunque evidente che, con riferimento alla copertura geografica dei servizi offerti, il raggio di azione delle aziende è inversamente proporzionale alla dimensione delle aziende per cui le micro e piccole imprese hanno prevalentemente un mercato locale e al massimo provinciale. Ovviamente, la minor presenza di operatori nelle regioni del Sud è a tutto vantaggio delle grandi aziende a detrimento della concorrenza e in taluni casi della qualità dei servizi. è noto infatti come uno degli elementi che fanno preferire gli operatori più piccoli è la personalizzazione del rapporto con il cliente. In questo senso, è da sottolineare il fermento presente in alcune regioni italiane quali Umbria, Puglia, Marche e Veneto con numerosi operatori attivi nel tentativo di colmare il digital divide attraverso l’uso della tecnologia WiMax. Con riferimento alle tecnologie di accesso alla rete, è da evidenziare l’impegno crescente degli operatori piccoli e medi nella fibra ottica. In questo senso, le dichiarazioni di Telecom Italia di voler investire in fibra ottica l’importo di tre miliardi di euro per il triennio 2015-2017 (di cui 500 milioni di euro all’architettura FTTH) rappresentano una notizia positiva per il sistema ma anche per gli altri operatori, soprattutto se a questi verranno forniti servizi all’ingrosso con modalità di fornitura trasparenti e non discriminatorie.


#bandaultralarga persiste il digital divide strutturale nel Paese
Click To Tweet


Le sfide del mercato

Se si fa riferimento invece ai servizi offerti, è da notare che sempre maggiore è l’allargamento dell’offerta dei servizi cloud e di data center. Ed è proprio dal lato dell’offerta di servizi che si stanno ridefinendo i modelli di business e la stessa definizione in senso stretto di Internet Provider. Infatti, partendo dal modello tipico di Internet Provider – che ha affiancato all’accesso alla rete i servizi quali VoIP, cloud e data center – stanno emergendo da un lato modelli di business molto specializzati (ad esempio sulla unified communication in modalità B2B) e dall’altro modelli che integrano sempre più attività legate ad esempio alla fornitura di contenuti o a servizi legati allo sviluppo delle smart cities. In quest’ultimo caso, è da sottolineare l’interesse crescente nel settore delle utility (spesso a controllo pubblico) a carattere locale o regionale. Dal punto di vista delle tecnologie in crescita, il numero degli operatori indipendenti e IPv6 ready sottolinea la necessità di creare le corrette premesse per l’Internet of Things.


#bandaultralarga Umbria, Puglia, Marche e Veneto sperimentano con il WiMax
Click To Tweet


Andando alla salute delle aziende, il segmento delle PMI mostra una migliore redditività ed efficienza della gestione caratteristica, delle vendite, dell’attivo e del capitale proprio. In tal senso, appare evidente che le PMI sono capaci a fare efficienza seppure con risorse e quote di mercato limitate, puntando su un rapporto più diretto con la clientela. Quando però si vanno ad analizzare le fonti di finanziamento delle aziende emergono le difficoltà, in particolare delle piccole e micro imprese, che si trovano a fronteggiare situazioni di sottocapitalizzazione e talvolta di sovraesposizione verso le banche che ne mette a repentaglio la solvibilità. Ciò ovviamente determina un chiaro ostacolo all’attuazione di un piano di investimenti per lo sviluppo di un’infrastruttura digitale in grado di favorire anche una crescente apertura del mercato agli operatori emergenti. Pertanto questi si devono attrezzare per superare i problemi legati alla dimensione e alla bassa patrimonializzazione. Da un lato quindi la necessità di favorire la capitalizzazione delle aziende con una incentivazione alle aggregazioni (da capire in che modalità) comprendendo anche le motivazioni della scarsa propensione all’accesso al mercato dei capitali (una sola IPO di Internet Provider nel 2014); dall’altro quindi la necessità di un approfondimento sui modelli di business che favoriscano lo sviluppo degli Internet Provider e la creazione di un mercato delle telecomunicazioni concorrenziale.


#bandaultralarga Telecom Italia: 3 miliardi di euro per il triennio 2015-2017
Click To Tweet


[1] Art. 2 dell’allegato alla raccomandazione 2003/361/CE

Francesco Bellini presidente del Comitato Tecnico ICT di ANDAF e senior partner Eurokleis

L'articolo Lo stato di salute degli IP proviene da Data Manager Online.

]]>
Innovare per crescere. Ma ne siamo ancora capaci? https://www.datamanager.it/2015/03/innovare-per-crescere-ne-capaci/ Mon, 16 Mar 2015 14:11:55 +0000 http://www.datamanager.it/?p=70977 Il sistema della ricerca, sviluppo e innovazione in Italia necessita di una profonda revisione e di maggiori risorse. Le prospettive di una crescita duratura dipendono dalle politiche che verranno realizzate nell’immediato futuro La costruzione di prospettive di crescita delle economie non può prescindere dalla capacità di innovare in tutti i settori produttivi, inclusi, ovviamente, quelli […]

L'articolo Innovare per crescere. Ma ne siamo ancora capaci? proviene da Data Manager Online.

]]>
Il sistema della ricerca, sviluppo e innovazione in Italia necessita di una profonda revisione e di maggiori risorse. Le prospettive di una crescita duratura dipendono dalle politiche che verranno realizzate nell’immediato futuro

La costruzione di prospettive di crescita delle economie non può prescindere dalla capacità di innovare in tutti i settori produttivi, inclusi, ovviamente, quelli legati alle tecnologie dell’informazione e della comunicazione. Pensando al sistema Italia, la domanda che bisogna quindi porsi è: «Siamo e saremo capaci di innovare servizi, prodotti e processi e porre delle solide basi a un processo di crescita»? I numeri direbbero proprio di no. Secondo i dati Eurostat (aggiornati al 2013), la spesa in ricerca e sviluppo in Italia si attesta intorno all’1,3% del PIL contro una media europea superiore al 2,2% e un obiettivo comunitario per il 2020 pari al 3%. I settori italiani delle imprese e la PA si posizionano, al pari di Grecia e Spagna, nella quarta delle sei fasce di intensità di spesa in ricerca e sviluppo, mentre l’università si trova in seconda fascia (Svezia e Finlandia sono in prima fascia per l’investimento sia delle imprese sia delle università).


#Eurostat la spesa italiana in #R&D si attesta intorno all’1,3% del PIL
Click To Tweet


Ancora più impietosi i dati italiani se si guardano i dati sulla spese pro capite in R&S: 338,5 euro contro i 539,2 della media europea (e gli oltre 1.000 di Germania, Austria, Danimarca, Svezia e Finlandia). In Italia, abbiamo circa 106mila ricercatori in termini di Full Time Equivalent contro i 338mila della Germania e i 250mila circa di Francia e Regno Unito.


Spesa italiana in #R&D sotto la media europea superiore al 2,2%
Click To Tweet


La ricerca italiana più produttiva?

Si potrebbe dire che la nostra ricerca sia più produttiva e quindi che i nostri ricercatori siano più efficaci in termini di risultati. In parte ciò potrebbe esser vero se ci volessimo affidare come sempre al mito della creatività italiana, ma anche qui i dati disegnano uno scenario diverso per cui, ad esempio, le richieste di brevetto all’European Patent Office, provenienti dall’Italia per soluzioni high-tech sono state 2.073 nel 2012 a fronte delle 16.999 della Germania, le 23.709 della Svezia, le 14.505 della Francia e le 19.298 del Belgio.

E così l’Italia sembra anche poco attrattiva per i venture capitalist che finanziano imprese ad alta intensità tecnologica; anche in questa speciale classifica ci troviamo così al diciannovesimo posto dietro, oltre ai soliti noti, a Irlanda e Bulgaria. Il dibattito è aperto in Italia e in Europa. A chi spetta il ruolo di risk taker di prima istanza? Chi deve farsi carico del maggiore investimento, soprattutto nella ricerca di base e applicata? Lo Stato o il settore privato?


#R&D L’Italia investe in come Grecia e Spagna
Click To Tweet


Lo Stato innovatore

Appare per certi versi convincente la tesi proposta dalla professoressa Mariana Mazzucato (“Lo Stato innovatore”, Laterza, 2014) la quale ritiene che lo Stato sia l’unico soggetto che può farsi carico di investimenti ad alto rischio e ci ricorda che le tecnologie (Internet, GPS, smartphone, etc.) su cui si basa la nostra vita di tutti i giorni, derivano da progetti “visionari” finanziati dai governi, in particolare quello statunitense, e intorno ai quali si sono poi sviluppati i distretti quali la Silicon Valley con le aziende private che hanno potuto generare profitti pur non facendosi carico del rischio della ricerca. Tale lettura è sicuramente condivisibile se si hanno come modelli di innovazione quello statunitense appunto e, per restare in Europa, quello tedesco. Qualche dubbio sorge invece quando questo pensiero deve essere declinato sul caso italiano. In Italia, lo Stato – pur mantenendo un primato di spesa nella ricerca e sviluppo rispetto al privato – oltre ad aver speso relativamente poco, lo ha fatto anche male, creando un sistema poco difendibile dalla scure della spending review. Pensiamo, ad esempio, all’università la cui attività di ricerca ha vissuto per anni di fondi distribuiti “a pioggia” senza creare un meccanismo di assegnazione basato su merito e competizione.


#lostatoinnovatore La ricerca italiana può essere più produttiva?
Click To Tweet


Come spendere meglio

Il risultato è un circolo vizioso per cui adesso, in un tempo in cui i budget universitari sono ai minimi storici, ci si deve rivolgere ai fondi comunitari con scarsi risultati dato che manca la capacità progettuale per competere e vincere. Non dimentichiamo poi il meccanismo perverso dei concorsi universitari in essere fino al 2012, che ha finito per creare un sistema con tanti generali e colonnelli (ordinari e associati) ma senza coltivare una base motivata e competitiva di ricercatori. E in questo, i tagli di spesa stanno determinando, se possibile, un sistema ancora più caotico e inefficiente con la possibilità di effettuare nuove assunzioni solo nella misura massima del 40% del minor costo derivante dai pensionamenti. Se questo meccanismo continuerà, nel 2018 i professori ordinari saranno solo 9.443 a fronte dei 18.929 del 2008, e gli associati saranno 13.278 a fronte dei 18.225 del 2008 senza al contempo aver creato la necessaria base di ricercatori.


Lo Stato, unico soggetto per investimenti ad alto rischio? @MazzucatoM Laterza
Click To Tweet


Trasferimento della conoscenza

Altra debolezza è legata ai meccanismi di trasferimento della conoscenza dall’università e dagli enti di ricerca all’industria. Banalmente, in Italia sono molto poche le aziende disposte ad assumere un dottore di ricerca riconoscendone il grado di preparazione, per cui queste figure sono destinate a rimanere con poche prospettive nelle università o a fuggire all’estero dopo che lo Stato ha finanziato per anni la loro formazione. Allo stesso modo, è esiguo il numero di aziende che instaurano rapporti duraturi con le università e gli enti di ricerca, commissionando progetti anche di medio e lungo termine. Occorre quindi arrivare in tempi rapidi a un ripensamento complessivo del sistema ricerca che punti all’innalzamento della spesa complessiva, magari attingendo ai risparmi derivanti della spending review in altri settori meno strategici. I meccanismi di assegnazione delle risorse vanno profondamente rivisti senza ipocrisie ideologiche (come, per esempio, sull’utilità dei concorsi universitari), aggiungendo alla valutazione ex-ante una seria valutazione in-itinere ed ex-post che non consista solo in una mera produzione di carta a fini burocratici. Ad oggi, la politica non sembra ancora in grado di fornire una visione di lungo periodo sul modello di innovazione da seguire in Italia, ma si sa che la prospettiva della politica è sempre assai più limitata. In molti – però – si attendono una risposta, perché anche qui il tempo sta per finire.

Francesco Bellini presidente del Comitato Tecnico ICT di ANDAF e senior partner Eurokleis

 

L'articolo Innovare per crescere. Ma ne siamo ancora capaci? proviene da Data Manager Online.

]]>
L’ultimo treno. Crescita Digitale 2020 https://www.datamanager.it/2015/02/lultimo-treno-crescita-digitale-2020/ Tue, 10 Feb 2015 09:15:07 +0000 http://www.datamanager.it/?p=68888 Il programma di sviluppo digitale del Governo rappresenta l’ultima imperdibile occasione per dare un impulso alla modernizzazione dell’Italia Negli scorsi numeri, abbiamo parlato più volte delle carenze e dei ritardi che affliggono lo sviluppo digitale del nostro Paese. Possiamo dire che negli ultimi quindici anni l’innovazione digitale ha pagato il prezzo della frammentazione delle competenze […]

L'articolo L’ultimo treno. Crescita Digitale 2020 proviene da Data Manager Online.

]]>
Il programma di sviluppo digitale del Governo rappresenta l’ultima imperdibile occasione per dare un impulso alla modernizzazione dell’Italia

Negli scorsi numeri, abbiamo parlato più volte delle carenze e dei ritardi che affliggono lo sviluppo digitale del nostro Paese. Possiamo dire che negli ultimi quindici anni l’innovazione digitale ha pagato il prezzo della frammentazione delle competenze all’interno della PA.


Francesco Bellini @ANDAF_M Crescita Digitale 2020 scelte strategiche e priorità
Click To Tweet


Le cause sono molte, a cominciare dalla presenza di sistemi (e relativi fornitori) che hanno determinato un effetto lock-in a favore di tecnologie obsolete e/o non interoperabili. Non ultimo, un sistema normativo altrettanto obsoleto, che di fatto ha favorito il soddisfacimento di interessi circoscritti e lo sviluppo anche di pratiche talvolta ai confini dell’illegalità. Vogliamo ribadire ancora una volta che la ripresa economica italiana ed europea passano attraverso il rapido raggiungimento degli obiettivi dell’Agenda Digitale europea. Nello scorso giugno 2014, il Consiglio europeo ha ribadito fra le principali ricette anticrisi proprio quella del mercato unico digitale. Una misura che vale il 3% del PIL all’anno.


L’innovazione per la crescita – 4 miliardi e mezzo di € nei prossimi cinque anni
Click To Tweet


La Digital Agenda Scoreboard della Commissione europea dipinge un quadro impietoso dell’Italia rispetto allo sviluppo di infrastrutture, servizi e cultura digitali. Alcuni dati per tutti:

  • Il livello di utilizzo dei diversi servizi in rete è di norma inferiore alla metà del valore medio riscontrabile all’interno dell’Unione europea e, di conseguenza, molto distante dagli obiettivi europei fissati per il 2015.
  • La diffusione dell’acquisto di beni e servizi in Rete è inferiore al 20% in Italia, a fronte del 47% medio dell’Unione europea.
  • I cittadini italiani che hanno utilizzato servizi di e-government sono pari a circa il 21% rispetto alla media europea del 42%.
  • Le piccole e medie imprese (con 10 e più addetti) che vendono online sono meno del 5% rispetto al 14% europeo.
  • Le imprese italiane (10 e più addetti) sono allineate rispetto alla media europea in materia di utilizzo di applicazioni gestionali integrate (ERP), mentre il divario è più marcato per l’utilizzo di applicazioni di gestione della relazione con i clienti (CRM) e riguardo alla diffusione di dispositivi aziendali mobili.

Francesco Bellini @ANDAF_M L’ultima occasione la modernizzazione dell’Italia
Click To Tweet


L’innovazione per la crescita

Il piano di azione del Governo italiano muove da queste considerazioni e definisce quali infrastrutture, quali piattaforme e quali azioni di accelerazione devono essere sviluppate nei prossimi cinque anni, grazie all’investimento di oltre quattro miliardi e mezzo di euro.

In rapida carrellata, tra le infrastrutture abbiamo: il Sistema Pubblico di Connettività e la predisposizione Wi-Fi di tutti gli edifici pubblici; la Digital Security per la PA; la razionalizzazione del patrimonio ICT; il consolidamento dei data center e cloud computing; il Servizio Pubblico d’Identità Digitale (SPID).


Francesco Bellini @ANDAF_M Il mercato unico digitale come misura anticrisi
Click To Tweet


Le piattaforme sono: l’Anagrafe Popolazione Residente; i pagamenti elettronici; la fatturazione elettronica verso la PA; gli open data; la sanità digitale; la scuola digitale; e la giustizia. Le azioni di accelerazione consisteranno nella creazione per cittadini e imprese di uno spazio digitale unico dal quale gestire le proprie relazioni con la PA (Italia Login), lo sviluppo delle competenze digitali e delle città e comunità “smart”.


La diffusione dell’acquisto di beni e servizi in Rete è inferiore al 20% in Italia
Click To Tweet


Scelte strategiche e priorità

Ebbene, non volendo entrare nel merito delle scelte strategiche e delle priorità, vogliamo limitarci a riaffermare quanto sia importante procedere speditamente nello sviluppo di tali iniziative, possibilmente anticipando le tempistiche prospettate, senza restare impigliati nelle maglie della burocrazia degli appalti e facendo scelte tecnologiche in grado di garantire flessibilità e scalabilità. Inoltre, molte delle attività elencate in precedenza impongono una drastica revisione dei processi che – a sua volta – dovrà determinare la riscrittura di una normativa obsoleta. Quindi, non più processi che si adattano alla normativa vigente, ma processi trasparenti che ridisegnano un sistema di governance digitale efficiente e che vanno a costituire l’impalcatura per la normativa di riferimento. Da qui, il compito non facile dell’AgID e di tutti i soggetti coinvolti di gestire efficientemente questa fase. Ma anche la necessità che cittadini e imprese diventino parte attiva di questo cambiamento, superando resistenze e scetticismi per arrivare ad avere una migliore qualità di vita e lavoro. Adesso o mai più.


Francesco Bellini @ANDAF_M In Italia, le PMI che vendono online sono meno del 5%
Click To Tweet


Francesco Bellini presidente del Comitato Tecnico ICT di ANDAF e senior partner Eurokleis

L'articolo L’ultimo treno. Crescita Digitale 2020 proviene da Data Manager Online.

]]>
Il tempo delle scelte. Banda larga e net neutrality https://www.datamanager.it/2014/12/delle-scelte-banda-larga-net-neutrality/ Mon, 15 Dec 2014 14:28:56 +0000 http://www.datamanager.it/?p=66383 Dopo il messaggio di Obama a favore della net neutrality, i grandi player rimettono in discussione lo sviluppo di Internet ultra-veloce. E anche in Europa e Italia si accende il dibattito Siamo stati facili profeti. Nel numero di settembre avevamo evidenziato, tra gli altri, il tema della neutralità della rete (net neutrality) quale una delle […]

L'articolo Il tempo delle scelte. Banda larga e net neutrality proviene da Data Manager Online.

]]>
Dopo il messaggio di Obama a favore della net neutrality, i grandi player rimettono in discussione lo sviluppo di Internet ultra-veloce. E anche in Europa e Italia si accende il dibattito

Siamo stati facili profeti. Nel numero di settembre avevamo evidenziato, tra gli altri, il tema della neutralità della rete (net neutrality) quale una delle tematiche in grado di scaldare il dibattito politico-economico in relazione ai temi della regolamentazione della rete e agli investimenti nella banda larga. Ricordiamo che per net neutrality si intende una rete priva di restrizioni arbitrarie sui dispositivi connessi e sul modo in cui essi operano, e quindi non discriminante dal punto di vista della fruizione dei vari servizi e contenuti di rete da parte dell’utente finale. Distorsioni rispetto a questo principio potrebbero andare a vantaggio esclusivo dei grandi operatori in grado di veicolare contenuti differenziati in base alla capacità degli utenti di sostenere i costi di occupazione della banda e quindi a detrimento dei piccoli operatori e degli utenti di fascia bassa, incidendo quindi negativamente sul digital divide.


#andaf, la banda larga come servizio pubblico
Click To Tweet


All’inizio del mese di novembre, il Presidente degli Stati Uniti si è schierato a favore della riclassificazione della banda larga come servizio pubblico, proponendo quattro punti che aprirebbero la porta a un intervento regolatorio più pesante da parte della Federal Communications Commission (FCC). I punti di Obama sono:

  1. No blocking – Se l’utente chiede accesso a un sito, e questo sito è legale, l’Internet Service Provider (ISP) non può bloccarlo.
  2. No throttling – L’ISP non può nemmeno rallentare l’accesso a un sito, favorendone altri che fa connettere più velocemente al consumatore finale.
  3. Trasparenza – La connessione tra consumatori e ISP, il cosidetto ultimo miglio, non è l’unico punto su cui alcuni siti potrebbero ricevere un trattamento preferenziale per cui si potrebbe rendere necessario applicare le norme sulla net neutrality su tutti i punti di interconnessione tra ISP e il resto di Internet.
  4. No paid prioritization – Nessun servizio dovrebbe rimanere nella “corsia lenta” perché non paga la quota necessaria. Questo tipo di controllo su accessi e traffico (gatekeeping) sarebbe una minaccia per il level playing field che è essenziale alla crescita di Internet.

#NetNeutrality: #NoBlocking, #NoThrottling, #Trasparenza #NoPaidPrioritization
Click To Tweet


Fronti opposti

Il dibattito sulla net neutrality ha visto così schierarsi su fronti opposti, da un lato, gli Internet service provider e telco e, dall’altro, i paladini del web “aperto” e associazioni dei consumatori. Obama non ha dubbi: «La neutralità della Rete va protetta. Internet aperto è essenziale per l’economia americana e il nostro modo di vivere e ha rappresentato la maggiore influenza democratica che il mondo abbia mai sperimentato». In attesa della decisione della FCC, AT&T ha però deciso di mettere in pausa il suo piano di investimenti per portare la fibra ottica in 100 città americane. Il dibattito USA si è riverberato sia in Europa sia in Italia, dove il tema è più che mai connesso alle scelte degli investimenti destinati a fungere da volano per il rilancio della crescita. Semplificando, la posizione dei grandi operatori di telecomunicazione è quella di poter differenziare la priorità di accesso alla rete in base al prezzo che utenti e fornitori di contenuto sono disposti a pagare, garantendo un’adeguata remunerazione degli investimenti in banda larga. Al contempo, le posizioni più liberiste ritengono che ciò possa essere giustificato sia dall’effettiva differenziazione delle esigenze degli utenti sia dal fatto che non debba essere la mano pubblica a effettuare gli investimenti infrastrutturali. Di contro, i fautori dell’Open Internet – e tra questi molti operatori di piccole e medie dimensioni – ritengono che considerare la Rete come un bene pubblico sia un’opportunità per favorire lo sviluppo dell’innovazione e dei nuovi business, giustificando così anche l’intervento dei governi.


#andaf, la Rete come un bene pubblico
Click To Tweet


Approccio condiviso

Trovare una sintesi delle posizioni è quanto mai indispensabile e deve essere fatto in tempi rapidi, ricordando che le caratteristiche di questo settore impongono anche la condivisione di un medesimo approccio quantomeno a livello di USA e UE. Probabilmente, l’attuale scenario economico giustificherebbe, almeno in Europa, la destinazione di una quota dell’investimento pubblico alla creazione dell’infrastruttura e alla salvaguardia della neutralità in un contesto, comunque, di regolamentazione snella che faciliti, in una seconda fase, lo spostamento verso un assetto più market-driven.

Francesco Bellini presidente del Comitato Tecnico ICT di ANDAF e senior partner Eurokleis

 

Torna alla Home Page della sezione CFO

L'articolo Il tempo delle scelte. Banda larga e net neutrality proviene da Data Manager Online.

]]>
L’Europa che ci piace https://www.datamanager.it/2014/11/leuropa-ci-piace/ Thu, 20 Nov 2014 09:28:20 +0000 http://www.datamanager.it/?p=64221 Il sostegno finanziario all’innovazione tecnologica. La Commissione Europea mette in campo due programmi per stimolare l’innovazione e sostenere finanziariamente le imprese Nell’attuale congiuntura economica, caratterizzata da una pronunciata rigidità del sistema creditizio e da un’evidente diffidenza degli investitori nei confronti di un’area euro per lo più stagnante o soggetta a una modesta crescita, Bruxelles ha […]

L'articolo L’Europa che ci piace proviene da Data Manager Online.

]]>
Il sostegno finanziario all’innovazione tecnologica. La Commissione Europea mette in campo due programmi per stimolare l’innovazione e sostenere finanziariamente le imprese

Nell’attuale congiuntura economica, caratterizzata da una pronunciata rigidità del sistema creditizio e da un’evidente diffidenza degli investitori nei confronti di un’area euro per lo più stagnante o soggetta a una modesta crescita, Bruxelles ha attuato delle politiche al fine di rilanciare l’eccellenza della ricerca e innovazione (R&I) nel Vecchio continente, stimolando il tessuto imprenditoriale esistente e incentivando le realtà nascenti. La nuova programmazione Europea 2014-2020 ha istituito il noto programma Horizon 2020 interamente dedicato alla ricerca e all’innovazione, basato su tre pilastri: Excellent Science, Industrial Leadership, Societal Challenge. Nell’ambito del secondo dei tre “pillars”, troviamo gli strumenti di accesso al capitale di rischio (Access to Risk Finance) e le opportunità offerte dal COSME (Competitiveness of Enterprises and Small and Medium-sized Enterprises). Ambedue le azioni hanno come obiettivo quello di stimolare maggiori investimenti in ricerca e innovazione attraverso sostegni finanziari e sussidi, implementati con la partecipazione diretta della Banca Europea degli Investimenti (BEI) e il Fondo Europeo degli Investimenti (FEI) di concerto con la Commissione.

Migliorare l’accesso al capitale di rischio

Lo strumento in capo al sottoprogramma Access to Risk Finance al quale è stato assegnato il budget più consistente è il Loan Services for R&I, con lo scopo di migliorare l’accesso al capitale di rischio per imprese grandi e medio-grandi con capitalizzazione media, dove per “medie”, la Commissione ha definito le imprese con un numero di dipendenti compreso tra 250 e tremila, forbice a sua volta suddivisa in due sottocategorie, piccole (250-499 dipendenti) e medio-grandi (500-3.000). Questa tipologia di azione si pone in linea di continuità con la precedente Risk Sharing Finance Facility (RSFF) del settimo programma quadro. Concretamente, questo strumento consentirà alle imprese di ottenere prestiti e finanziamenti “mezzanine” da 7,5 a 300 milioni di euro a seconda della tipologia del richiedente. Horizon 2020, a differenza delle precedenti programmazioni, riserva poi una particolare attenzione alla piccola e media impresa. Lo SMEs & Small Midcaps R&I Loans Service si rivolge alle PMI che necessitano di finanziamenti da 25mila a 7,5 milioni di euro per attività di R&I. Il Fondo Europeo per gli Investimenti fornirà all’intermediario finanziario una garanzia del 50% sulle potenziali perdite. Non meno importanteè lo strumento Equity Facility for R&I che facilita l’accesso al capitale di rischio nelle prime fasi di R&D e per il quale sono stati stanziati 40 milioni per il 2014 e 36 per il 2015. Questo meccanismo di equity si integra con Equity Facility for Growth del programma COSME. Oltre agli strumenti finanziari appena descritti, Horizon attraverso il Capacity Building in Technology Transfer vorrebbe incoraggiare e incentivare il trasferimento tecnologico al fine di condividere le buone pratiche, nonché veicolare verso i mercati le attività di R&I con buone potenzialità.

Misure per la competitività

COSME, con una dotazione di 2,3 miliardi di euro, è dedicato esclusivamente alla competitività delle Small and Medium Enterprises e si rivolge a imprenditori già attivi e aspiranti tali, nonché alle autorità nazionali, regionali e locali, le quali avranno – attraverso questi strumenti – la possibilità di mettere in atto policy per sostenere e supportare la piccola e media impresa nelle attività di R&I. Il Fondo Europeo per gli Investimenti supporterà finanziariamente gli strumenti COSME e il Loan Guarantee Facility è pensato per le PMI con difficoltà di accesso al credito. Attraverso quest’ultimo, sarà possibile il finanziamento del debito, la cui garanzia dell’UE – come nell’Access to Risk Finance – non eccederà la soglia del 50% del contributo richiesto all’intermediario, sarà inoltre possibile la cartolarizzazione di portafogli di crediti concessi alle PMI tramite uno strumento dedicato. Le PMI in fase di crescita o espansione potranno altresì beneficiare – presumibilmente a partire dal 2017 – dell’EFG (Equity Facility for Growth) per mezzo del quale si effettueranno investimenti in risk capital funds. In conclusione, ancora una volta, l’Europa mette sul tavolo un interessante sistema di incentivi: sta adesso alle imprese italiane rispondere con capacità progettuale e di innovazione.

Francesco Bellini presidente del Comitato Tecnico ICT di ANDAF e senior partner Eurokleis

Torna alla Home Page della sezione CFO

 

L'articolo L’Europa che ci piace proviene da Data Manager Online.

]]>
Agenda Digitale: adesso o mai più https://www.datamanager.it/2014/09/agenda-digitale-mai/ Tue, 16 Sep 2014 13:53:32 +0000 http://www.datamanager.it/?p=60058 I nuovi vertici dell’Agenzia per l’Italia Digitale si trovano di fronte a una sfida determinante: realizzare operativamente e in tempi certi gli obiettivi dell’Agenda Digitale Il recente insediamento dei nuovi vertici dell’Agenzia per l’Italia Digitale impone un momento di riflessione sui contenuti e gli obiettivi della strategia italiana per l’Agenda Digitale. La strategia, nella versione […]

L'articolo Agenda Digitale: adesso o mai più proviene da Data Manager Online.

]]>
I nuovi vertici dell’Agenzia per l’Italia Digitale si trovano di fronte a una sfida determinante: realizzare operativamente e in tempi certi gli obiettivi dell’Agenda Digitale

Il recente insediamento dei nuovi vertici dell’Agenzia per l’Italia Digitale impone un momento di riflessione sui contenuti e gli obiettivi della strategia italiana per l’Agenda Digitale. La strategia, nella versione pubblicata lo scorso aprile, individua – nel quadro dell’Agenda Digitale Europea – specifiche priorità e modalità di intervento collegate a risultati misurabili in base a specifici indicatori definiti a livello comunitario. Sicuramente, la definizione di un sistema di valutazione ex-post dei risultati raggiunti rappresenta un segnale importante della volontà di realizzare un percorso basato su target oggettivamente misurabili e immuni – per quanto possibile – da giudizi di valore legati a considerazioni puramente politiche. Rispetto a questo punto, restano ancora da capire le modalità operative di costruzione di un sistema di monitoraggio in grado di garantire terzietà e indipendenza nell’assessment dei risultati raggiunti.

E-GOV E SICUREZZA – Scorrendo la strategia, emergono diversi obiettivi che meritano di essere brevemente commentati. I temi dell’identità digitale certificata per l’utilizzo sicuro dei servizi sulla rete, la digitalizzazione dei processi e l’interoperabilità dei servizi digitali della PA, la creazione di un ecosistema digitale che migliori la vita di cittadini e imprese sono sicuramente prioritari e meritevoli di un’azione coordinata tra i vari stakeholder. Per esempio, la realizzazione di un sistema di gestione dell’Identità Digitale potrà essere sicuramente lo strumento per far aumentare la fiducia dei cittadini nei servizi on-line forniti da soggetti pubblici e privati. Ad aprile 2015 è previsto l’avvio del sistema SPID (Sistema Pubblico di Identità Digitale) che dovrà integrarsi con altri sottosistemi quali l’ANPR (Anagrafe Nazionale della Popolazione Residente) e il progetto del DDU (Documento Digitale Unificato) che, su base nazionale, assolverà i compiti del documento di riconoscimento per l’accesso al sistema SPID sostituendo, nell’arco dei prossimi 7 anni, sia le vecchie carte d’identità che gli altri sistemi di accesso quali la carta nazionale dei servizi (CNS) e le carte regionali dei servizi (CRS). Memori proprio dell’esperienza (e del fallimento) di tanti progetti tra i quali, appunto, la carta d’identità elettronica, o del ritardo nell’adozione del protocollo informatico nelle PA, appare opportuno evidenziare che tali buoni propositi rischiano di rimanere tali quando si cerca di trasferirli nel mondo reale a scapito di interessi o – più semplicemente – di mentalità consolidate.

OPEN DATA – Altro tema rilevante è quello degli open data, ovvero di come rendere accessibile e fruibile qualunque trattamento di dati a tutti i livelli della pubblica amministrazione in relazione ai compiti istituzionali di quest’ultime, al fine di sviluppare servizi innovativi per i cittadini. Con le ultime modifiche al Codice dell’Amministrazione Digitale è stato introdotto il principio degli “open data by default”. Le amministrazioni più riluttanti all’adeguamento stanno utilizzando interpretazioni restrittive della norma, ed è proprio qui che deve affermarsi nuovamente il ruolo del governo dell’Agenda Digitale nel creare le condizioni per cui i dati, sia pur nel rispetto delle normative concorrenti (es. privacy), vengano resi disponibili nei seguenti modi:

  • in formato disaggregato, permettendone a chiunque l’utilizzo attraverso forme di licenza “aperte”;
  • in formato digitale, elaborabile e documentato attraverso metadati;
  • gratuitamente o comunque a un prezzo pari ai costi marginali sostenuti per la loro riproduzione e divulgazione.

Attualmente, in base alle informazioni fornite dall’Open Data Index, l’Italia si classifica al 15esimo posto tra i 70 paesi analizzati dalla Open Knowledge Foundation. I punti di forza dell’Italia sono le informazioni rese disponibili dall’ISTAT sulle statistiche nazionali e i dati sul bilancio dello Stato anche se meno efficiente per esempio è l’accessibilità ai dati sulla spesa pubblica. Ugualmente carenti appaiono i sistemi relativi ai dati elettorali e quelli relativi alle informazioni sulle imprese. In quest’ultimo caso, i dati raccolti e resi pubblicamente disponibili dal sistema delle Camere di Commercio italiane gestito da InfoCamere: non sono accessibili gratuitamente; non sono in formato digitale/elaborabile; non sono distribuiti con una licenza aperta; non sono aggiornati.

Questa situazione appare come un’evidente distorsione a svantaggio degli operatori di medie e piccole dimensioni, siano essi aziende, ma anche università e centri di ricerca. Per le aziende, questa situazione significa non poter fruire – a condizioni ragionevoli – di informazioni utili per lo sviluppo di campagne commerciali mirate o per creare servizi a valore aggiunto basati proprio sui dati delle altre imprese che vadano ad aumentare il livello di concorrenzialità del settore. Una crescita sostanziale nella disponibilità di dati aperti determinerebbe un network effect positivo, favorendo la multidisciplinarietà e la capacità di aggregare e analizzare molteplici e complesse sorgenti informative (big data) con strumenti di business intelligence.

CONNETTIVITA’ E DIGITAL DIVIDE – Ultimi, ma non meno importanti, sono i temi delle infrastrutture a banda larga e ultralarga e la riduzione del digital divide. L’Italia si è fortemente impegnata al raggiungimento, entro il 2020, degli obiettivi più sfidanti del secondo pilastro dell’Agenda Digitale europea: Internet veloce e superveloce, ovvero di portare connettività a 30 Mbps a tutti i cittadini assicurando che almeno il 50% delle famiglie abbia una connessione Internet di oltre 100 Mbps. Per il nostro paese dove – secondo l’Autorità italiana per le Garanzie nelle Comunicazioni – la velocità media di connessione di 4,4 Mbps è la più bassa d’Europa, l’obiettivo è sicuramente ambizioso ma deve essere fatta maggiore chiarezza sulle misure di stimolo agli investimenti privati (credito di imposta?), i soli attivabili in questo momento storico. Altro aspetto rilevante è legato alla necessità di eliminare gli ostacoli di carattere burocratico che fanno da freno all’installazione delle infrastrutture per la banda larga. Mentre scriviamo questo articolo (luglio 2014) si è ancora in attesa del cosiddetto “decreto scavi” che faciliti e razionalizzi la vita degli operatori. Fondamentale infine, rispetto al tema della banda larga, è capire come il governo dell’Agenda Digitale si porrà rispetto al tema della neutralità della rete (net neutrality), ovvero di una rete che sia priva di restrizioni arbitrarie sui dispositivi connessi e sul modo in cui essi operano, e quindi dal punto di vista della fruizione dei vari servizi e contenuti di rete da parte dell’utente finale. Distorsioni rispetto a questo principio andrebbero a vantaggio esclusivo dei grandi operatori in grado di veicolare contenuti differenziati in base alla capacità degli utenti di sostenere i costi di occupazione della banda e quindi a detrimento dei piccoli operatori e degli utenti di fascia bassa, incidendo quindi negativamente sul digital divide.

Insomma, anche grazie all’Unione europea, ci troviamo di fronte a quello che potrebbe essere l’ultimo treno utile per abilitare lo sviluppo digitale in Italia. Per prendere questo treno si devono coniugare velocità di azione e concretezza nel raggiungimento degli obiettivi prefissati.

Francesco Bellini, presidente del Comitato Tecnico ICT di ANDAF e senior partner Eurokleis

Torna alla Home Page della sezione CFO

L'articolo Agenda Digitale: adesso o mai più proviene da Data Manager Online.

]]>
Grandi dati, grandi informazioni? https://www.datamanager.it/2014/07/grandi-dati-grandi-informazioni/ Fri, 11 Jul 2014 09:00:03 +0000 http://www.datamanager.it/?p=57879 I big data rappresentano la sfida che può cambiare il modo di fare business, analizzare il rischio e comprendere il funzionamento dei mercati. Ma attenzione alla privacy e alla performance Di Francesco Bellini, presidente del Comitato Tecnico ICT di ANDAF e senior partner Eurokleis I recenti andamenti dei mercati finanziari internazionali, a partire dalla crescita […]

L'articolo Grandi dati, grandi informazioni? proviene da Data Manager Online.

]]>
I big data rappresentano la sfida che può cambiare il modo di fare business, analizzare il rischio e comprendere il funzionamento dei mercati. Ma attenzione alla privacy e alla performance

Di Francesco Bellini, presidente del Comitato Tecnico ICT di ANDAF e senior partner Eurokleis

I recenti andamenti dei mercati finanziari internazionali, a partire dalla crescita e scoppio delle bolle dei primi anni del decennio passato fino alle più recenti crisi finanziarie, hanno stimolato la comunità accademica e i maggiori esperti e commentatori economico-finanziari a rivedere sostanzialmente le basi teoriche su cui, per decenni, sono state poste le fondamenta dei sistemi finanziari globali. In particolare, è tutt’ora in corso una profonda revisione della nota Ipotesi di Mercato Efficiente (Efficient Market Hypothesis) sviluppata da Eugene Fama nel 1970. Tale teoria afferma che i mercati sono, dal punto di vista informativo, efficienti secondo diversi livelli: efficienza in forma debole, semi-forte e forte. In sostanza, senza voler entrare nei dettagli della teoria, si afferma che tutta l’informazione (pubblica) disponibile sul mercato è immediatamente riflessa nei prezzi azionari che sono, quindi, rappresentazione corretta e realistica del valore intrinseco dell’azienda quotata. Corollario a tale teoria è l’impossibilità di ottenere lecitamente, costantemente e per lunghi periodi, extra rendimenti rispetto alle performance di mercato. Di conseguenza, tale allineamento tra correttezza intrinseca dei valori azionari ed efficienza dei mercati postula l’impossibilità di vedere nascere e poi crescere fenomeni come bolle speculative endogene fino ad arrivare allo scoppio di tali bolle, dovuto a un repentino riallineamento dei valori, precedentemente gonfiati, a un livello maggiormente ancorato ai fondamentali delle aziende. Ma la realizzazione empirica di fenomeni non previsti a livello teorico sta portando gran parte degli esperti a rivedere la supposta razionalità dei mercati nell’ottica di accettazione delle imperfezioni insite negli stessi, della limitata razionalità degli agenti economici e del ruolo dei dati, talvolta apparentemente non correlati, nella determinazione dei valori di mercato. Un recente filone è rappresentato dall’economia e finanza comportamentale, che attribuisce le imperfezioni dei mercati a una combinazione di distorsioni cognitive, eccessi di fiducia, reazioni eccessive, distorsioni informative e a ulteriori errori umani nelle analisi e nel processamento delle informazioni. Tra gli autori di notevole impatto in questa branca dell’economia finanziaria, devono essere inseriti i premi Nobel per l’economia Herbert Simon (1978) e Daniel Kahneman (2002) per i loro lavori relativi, rispettivamente, alla ricerca nei processi decisionali all’interno delle organizzazioni economiche (coniando il termine di “bounded rationality”) e alla “teoria del prospetto” (Prospect Theory) che analizza come, durante reali processi decisionali in campo economico e finanziario, si possa incorrere nell’inversione tra avversione al rischio e ricerca del rischio.

Modellizzare l’imperfezione

Se la finanza comportamentale analizza i comportamenti umani al fine di riconoscere, studiare e proporre soluzioni ai comportamenti “anomali” distorsivi degli agenti economici, per un attore del sistema economico-finanziario, dal punto di vista analitico è più importante riuscire a modellizzare l’imperfezione insita del mercato per tenerla debitamente in considerazione nel momento in cui deve effettuare analisi previsionali nel breve, medio e lungo termine. Ma non solo devono essere considerate le distorsioni comportamentali prese a sé stanti, ma anche gli eccessi di reazione o di fiducia e le distorsioni informative devono essere analizzate con la stessa dovizia di attenzione. Ai sempre più frequenti comunicati stampa e rapporti ufficiali rilasciati dalle società quotate, dalle società che gestiscono i mercati e dai maggiori analisti finanziari e news provider, si sono aggiunti negli ultimissimi anni gli strumenti di comunicazione basati sulle tecnologie Internet e del web. Il recente massiccio incremento delle informazioni disponibili sui mercati è dovuto, in gran parte, alla diffusione sempre più capillare dei social media (come Twitter e Facebook) che riportano la stessa notizia originale, aggiungendo significati, reazioni nonché analisi che non fanno altro che aumentare la complessità dell’universo informativo. Se da una parte, come dimostrato in diverse ricerche e articoli scientifici, l’impatto dell’informazione sui valori azionari e sui comportamenti degli investitori non è neutro, dall’altra parte emerge il problema di come un analista finanziario possa considerare l’intero universo informativo e utilizzare le informazioni al fine di costruirne un modello utile a fornire previsioni accurate e corrette dell’andamento dei prezzi azionari (e in generale degli strumenti finanziari).

Sentiment analysis

Un ruolo sempre può importante, sui mercati finanziari e non solo, viene quindi ricoperto dalle tecniche volte a svelare il sentiment, sia questo dei trader finanziari rispetto a un titolo o dei clienti rispetto a un prodotto di un’azienda. La sentiment analysis fonda le sue basi su solidi metodi nati nel settore scientifico del Natural Language Processing accompagnati e integrati con metodi e modelli di intelligenza artificiale con l’obiettivo di costruire degli indici derivanti dall’analisi lessicale e semantica su base statistica delle informazioni reperibili sul cosiddetto Web 2.0 (si veda, ad esempio il progetto TrendMiner[1]). E qui, si innesta il ruolo degli strumenti di business intelligence di nuova generazione e della capacità di analizzare i big data generati – da un lato – dallo sviluppo dei social media che alimentano un flusso crescente di informazioni, di norma destrutturate, di natura colloquiale in cui vengono aggiunti commenti brevi e spesso rumorosi (dovuta a errori ortografici) e – dall’altro – dalla sempre maggiore disponibilità di banche dati strutturate, pubbliche o private, sempre più disponibili in modalità aperta (open data). La natura sfumata e difficilmente modellizzabile dei flussi provenienti dai social media pone le basi per approcciare la materia del content analytics in modo nuovo e interdisciplinare per cui già i maggiori player stanno investendo su queste tecnologie. Entro il 2015, Gartner[2] prevede che oltre il 30% dei progetti di analisi dei dati fornirà degli approfondimenti e conoscenza basati su dati non strutturati e l’85% delle top organisation di Fortune 500 richiederà progetti di analisi dei big data. La capacità di utilizzare i big data sta diventando quindi essenziale, non solo per comprendere i mercati finanziari, ma anche per implementare strategie di risk management, di marketing e fidelizzazione del cliente, individuare le frodi o studiare l’andamento dei fenomeni epidemici. Per questi motivi ci si attende che entro cinque anni i tools per social analytics, social media marketing platforms e text analytics saranno in grado di fornire i maggiori benefici.

La Commissione europea, già a partire dal settimo Programma Quadro di Ricerca e Sviluppo, e adesso in Horizon 2020, supporta lo sviluppo di tecnologie nel settore dei big data, definite dallo stesso commissario all’Agenda Digitale, Neelie Kroes, come una rivoluzione alla quale l’Unione europea vuole partecipare. Numerose iniziative sono in essere per arrivare a definire una strategia condivisa in ottica 2020 (per esempio la “Strategic Research and Innovation Agenda on Big Data Value[3]”).

Anche qui, di fronte a queste potenzialità e al crescente fermento intorno ai big data, c’è da verificare quali saranno le policy nazionali per favorirne l’uso e l’analisi (si pensi agli open data) e al contempo tutelare i cittadini rispetto alle problematiche di privacy e di affidabilità delle informazioni che potranno emergere.

[1] http://www.trendminer-project.eu/

[2] Hype Cycle for Content and Social Analytics, 2013, Gartner, 23.07.2013, http://www.gartner.com/document/2556115 ref=QuickSearch&sthkw=hype%20cycle%20for%20social%20analytics

[3] http://www.bigdatavalue.eu/index.php/news/57-public-consultation-on-the-big-data-value-strategic-research-and-innovation-agenda

Torna alla Home Page della sezione CFO

 

L'articolo Grandi dati, grandi informazioni? proviene da Data Manager Online.

]]>
Giochi di nuvole https://www.datamanager.it/rivista/giochi-di-nuvole-57087.html Thu, 12 Jun 2014 10:12:46 +0000 http://dmo4.datamanager.it/2014/06/giochi-di-nuvole/ Cloud computing, un’opportunità da non perdere per le aziende e la PA di Francesco Bellini presidente del Comitato Tecnico ICT di ANDAF e senior partner Eurokleis   La crescita del cloud computing sta confermando le aspettative che gli esperti del settore avevano riposto in questo modello. Al contempo però sono necessari degli interventi di carattere […]

L'articolo Giochi di nuvole proviene da Data Manager Online.

]]>
Cloud computing, un’opportunità da non perdere per le aziende e la PA

di Francesco Bellini presidente del Comitato Tecnico ICT di ANDAF e senior partner Eurokleis

 

Francesco Bellini presidente del Comitato Tecnico ICT di ANDAF e senior partner EurokleisLa crescita del cloud computing sta confermando le aspettative che gli esperti del settore avevano riposto in questo modello. Al contempo però sono necessari degli interventi di carattere normativo ed economico affinché il cloud possa essere di reale beneficio per aziende, cittadini e pubblica amministrazione e diventare anch’esso un fattore di sviluppo.Il cloud computing si sta imponendo come un nuovo paradigma tecnologico che introduce dirompenti sfide economiche e sociali, consentendo di sviluppare servizi innovativi a valore aggiunto con costi decisamente inferiori. Le tecnologie di cloud computing si sono guadagnate un elevato successo, innanzitutto grazie alla loro promessa di aumentare le performance delle piattaforme dal punto di vista dell’elasticità, della scalabilità, della riduzione dei rischi e di un più agile utilizzo delle risorse per gli utenti finali.Mentre alcuni sostengono che il cloud computing sia un nuovo paradigma, altri ritengono che la reale novità sia insita solamente nel modello di business associato alle tecnologie di tipo cloud, soprattutto in riferimento alle economie di scala e al modello pay-per-use che queste tecnologie consentono di sviluppare. Attualmente, non solo le aziende, ma anche la PA e gli enti di ricerca hanno iniziato a comprendere quanto utili possano essere i differenti servizi offerti dalle infrastrutture di tipo cloud. 

Il cloud computing offre evidenti vantaggi economici e i maggiori benefici di questo approccio derivano dalla riduzione degli investimenti iniziali e dei rischi propri di un investimento tecnologico di lungo termine, dalla capacità di raggiungere tassi di efficienza energetica più elevati, da bassi costi di sviluppo del servizio, da un migliore time-to-market, dalla riduzione delle barriere d’ingresso, da servizi più tempestivi ed efficienti, dalla velocità e scalabilità immediata delle risorse, dalla ridondanza di sistema che innalza il livello di affidabilità e infine dalla possibilità di consentire l’interoperabilità e la collaborazione.

Digital Agenda for Europe 2020

In questo contesto, la Commissione europea, attraverso la Digital Agenda for Europe 2020, pone l’obiettivo di realizzare degli standard aperti al fine di incrementare l’interoperabilità e la diffusione di queste piattaforme. Viene sostenuta inoltre l’importanza delle infrastrutture cloud al fine di sviluppare nuovi modelli energetici e incentivare l’innovazione nei settori privato e pubblico. A tal proposito è importante sottolineare la possibilità offerta dal cloud in termini di riutilizzo del software consentendo la realizzazione di quanto previsto per le pubbliche amministrazioni dalla L. 241/1990, n. 241, dal D.L. n. 93/1993 e dal Codice dell’Amministrazione Digitale (CAD). Infatti, l’infrastruttura cloud, essendo eseguita in data center esterni, è ideale per favorire l’eliminazione di problemi di portabilità e può essere abilitata alla modalità multi-tenancy, consentendo l’utilizzo contemporaneo da parte di più soggetti e organizzazioni e producendo un elevato risparmio di risorse e di costi. In questo senso, si potranno così realizzare attraverso le infrastrutture cloud anche gli obiettivi stabiliti dall’art.68 CAD per i processi di dematerializzazione.

Digital transformation

All’interno di questo contesto, la pubblica amministrazione italiana sta attraversando una fase di profonda trasformazione, guidata dall’intento di mettere il cittadino al centro dei propri processi e servizi. I vantaggi generati dal cloud computing si riferiscono principalmente alla possibilità di disporre di una quantità maggiore di applicazioni e servizi veicolati come vere e proprie “commodity” in modalità pay-per-use, all’abilità di spostarsi verso altri cloud provider in qualsiasi momento, beneficiando quindi di una elevata flessibilità e libertà, e alla possibilità di utilizzare infrastrutture e di disporre di interfacce semplici da utilizzare. In termini economici, anche in un contesto di una spending review sempre più efficace all’interno della PA, oltre alla riduzione dei costi dei servizi, bisogna rilevare come la struttura degli accordi contrattuale e dei Service Level Agreements possa divenire più trasparente. I servizi sono così valutati in termini di performance qualitative e si può sviluppare un mercato competitivo, formato da differenti provider incentivati a innovare e a migliorare continuamente il valore delle applicazioni e dei servizi che offrono, producendo sia servizi di nicchia, che su vasta scala. L’obiettivo di breve periodo dell’Agenzia per l’Italia Digitale è di creare 40 data center certificati da cui erogare a cittadini e imprese tutti i servizi degli enti locali e centrali. Un grande progetto di cloud pubblico. Questo sistema cloud consentirà di risolvere i problemi legati all’attuale struttura con circa cinquemila centri di elaborazione dati, la quale non è più economicamente sostenibile (la spesa è pari a quasi 10 miliardi l’anno) oltre a non essere sicura.

Accessibilità e trasparenza

Il cloud computing può produrre considerevoli benefici anche per i cittadini, in termini di maggiore accessibilità e disponibilità di documenti, di accesso ai dati per le persone diversamente abili, incremento della trasparenza, possibilità di partecipare a bandi pubblici senza dover acquisire alcun software o licenza. In quest’ottica, le tecnologie di cloud computing possono davvero porsi come soluzione vincente per un efficace rinnovamento del rapporto tra cittadini, aziende e pubbliche amministrazioni che intendano partecipare attivamente al processo di sviluppo dell’Italia, attivando un processo di governance aperto e trasparente. La trasformazione non sarà istantanea, i risultati di questa sfida tecnologica potranno essere realizzati soltanto attraverso una solida e coerente roadmap di lungo periodo che dovrà essere sviluppata in stretta collaborazione fra tre soggetti principali: la PA, i cittadini e l’industria IT, la quale dovrà fornire un’infrastruttura sicura e completa di servizi personalizzati in base alle cangianti esigenze della pubblica amministrazione.

Governance e sicurezza

Le maggiori critiche alle infrastrutture di cloud computing riguardano proprio le problematiche legali in termini di sicurezza dei dati, privacy, identificazione e accesso degli utenti, copyright e proprietà intellettuale dei dati. Sicuramente, il governo Italiano, le industrie IT e la PA devono ancora avviare intensi sforzi congiunti al fine di modificare innanzitutto la legislazione applicabile in materia di cloud computing, ma anche per realizzare una policy comune al fine di rendere sicuro l’accesso e il trasferimento di dati personali e sensibili di cittadini e clienti. Per quanto riguarda lo specifico settore della pubblica amministrazione, devono essere sviluppati modelli di e-Governance condivisi e standard di interoperabilità per le interfacce di gestione dei servizi cloud e dei formati dei dati che possano essere veicolati all’interno di questa infrastruttura. Infine, ma non meno importante, infrastruttura e servizi cloud devono poter contare su una banda larga e gli attuali piani di sviluppo appaiono ancora abbastanza timidi rispetto alla situazione attuale in cui, in base ai dati del Digital Scoreboard della Commissione Europea 2013 e dell’Autorità italiana per le Garanzie nelle Comunicazioni, la velocità media di connessione del nostro paese è 4,4 Mbps ovvero la più bassa d’Europa.

Torna alla Home Page della sezione CFO

 

L'articolo Giochi di nuvole proviene da Data Manager Online.

]]>
Le sfide tecnologiche del CFO https://www.datamanager.it/rivista/le-sfide-tecnologiche-del-cfo-56332.html Mon, 19 May 2014 10:19:08 +0000 http://dmo4.datamanager.it/2014/05/le-sfide-tecnologiche-del-cfo/ La vita del chief financial officer non è mai stata facile… di Francesco Bellini presidente del Comitato Tecnico ICT di ANDAF e Senior Partner Eurokleis  E adesso, oltre alle scadenze e agli adempimenti imposti dalla complessa normativa vigente, il CFO si trova a essere il protagonista dei percorsi di innovazione tecnologica che pervadono sempre più […]

L'articolo Le sfide tecnologiche del CFO proviene da Data Manager Online.

]]>
La vita del chief financial officer non è mai stata facile…

di Francesco Bellini presidente del Comitato Tecnico ICT di ANDAF e Senior Partner Eurokleis

 Francesco BelliniE adesso, oltre alle scadenze e agli adempimenti imposti dalla complessa normativa vigente, il CFO si trova a essere il protagonista dei percorsi di innovazione tecnologica che pervadono sempre più la funzione finanza, amministrazione e controllo delle aziende. Inizia con questo numero la collaborazione tra Data Manager e l’Associazione nazionale direttori amministrativi e finanziari (ANDAF). L’ANDAF conta attualmente circa mille e 800 soci ed è nata nel 1968 con l’obiettivo di costruire un sistema di relazioni per promuovere lo scambio di esperienze e informazioni tra i responsabili delle funzioni amministrazione, finanza, controllo di gestione, pianificazione e internal auditing delle aziende italiane, nonché contribuire, tramite iniziative nazionali e internazionali, alla formazione e crescita professionale degli aderenti e di farsi portavoce delle esperienze maturate e delle esigenze dei soci anche nelle sedi istituzionali.  

L’innovazione tecnologica influenza sempre più l’attività del CFO, imponendo un salto culturale a una figura professionale che prima si trovava a essere al contempo utente e finanziatore, talvolta poco consapevole, della funzione IT aziendale e che adesso deve rivestire un ruolo strategico e propulsivo rispetto alle scelte IT. Consapevole di questa evoluzione, ANDAF, nel rispetto della sua mission istituzionale, promuove costantemente l’innovazione e l’approfondimento culturale dei propri associati tramite la formazione e la divulgazione.

I comitati tecnici di ANDAF

I comitati tecnici di ANDAF sono preposti alla generazione e condivisione delle competenze. Tra questi, il comitato Information & Communication Technologies ha il compito di presidiare le tematiche legate all’evoluzione dell’ICT a supporto della funzione amministrazione, finanza e controllo. Al momento, particolare attenzione viene prestata al percorso di adozione dell’XBRL per la reportistica aziendale dove ANDAF sta contribuendo alla definizione degli standard implementativi attraverso la partecipazione ai tavoli di lavoro XBRL Italia. Altro tema rilevante per il CFO è il monitoraggio delle implicazioni organizzative e tecnologiche derivanti dall’adozione dei diversi sistemi di compliance nell’ottica di dotare le aziende di adeguati mezzi anche in relazione alla gestione dei rischi aziendali e illustrare come le tematiche legate all’audit tecnologico rilevino nel sistema azienda (sicurezza, sistemi di controllo interno nell’ICT, rilevanza per le PMI…).

Dematerializzazione

 Un altro dei temi presidiati da ANDAF è quello della dematerializzazione della gestione documentale e della fatturazione elettronica che, come noto, diventerà obbligatoria a partire dal prossimo sei giugno per le imprese fornitrici di ministeri, agenzie fiscali ed enti nazionali di previdenza. Anche qui, ANDAF sta contribuendo alla definizione degli standard normativi e tecnico-funzionali della fatturazione elettronica partecipando al Forum della Fatturazione Elettronica promosso dal MEF.

Non dimentichiamo nemmeno la necessità di analizzare opportunità e rischi derivanti dall’implementazione dei nuovi paradigmi tecnologici quali, per esempio, il cloud computing che rappresenta una notevole opportunità per le aziende in termini di risparmio di costi e recupero di efficienza del capitale investito, ma al contempo pone notevoli questioni di carattere organizzativo e legale, che inevitabilmente ricadono nella sfera di competenza del CFO.

Business intelligence

Altro tema particolarmente rilevante per i CFO è quello della business intelligence nell’ottica del monitoraggio delle performance aziendali a supporto del top management e anche per la gestione dei rischi aziendali legati all’operatività e alla identificazione delle frodi. Sempre più rilevante poi è il tema legato allo sviluppo di un approccio valutativo degli intangibles tecnologici intesi come il know-how delle persone, ma anche quello proprio dell’impresa e il patrimonio informativo derivante dalle relazioni interne ed esterne che tratteggiano i contorni della reputazione dell’azienda nel mercato. Queste e tante altre sono le sfide tecnologiche che attendono i CFO nel prossimo futuro. In questa rubrica tratteremo e proporremo approfondimenti su questi temi attraverso i contributi di esperti, docenti universitari e le esperienze degli stessi CFO.

Torna alla Home Page della sezione CFO

 

L'articolo Le sfide tecnologiche del CFO proviene da Data Manager Online.

]]>