governo – Data Manager Online https://www.datamanager.it Il portale dell'ICT professionale Tue, 24 Jul 2018 14:53:31 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=5.8.13 https://www.datamanager.it/wp-content/uploads/2020/04/dmo-favicon3.png governo – Data Manager Online https://www.datamanager.it 32 32 Perché il governo inglese non si fida di Huawei https://www.datamanager.it/2018/07/perche-il-governo-inglese-non-si-fida-di-huawei/ Tue, 24 Jul 2018 18:30:29 +0000 http://www.datamanager.it/?p=151941 Dopo gli USA, pure nel Regno Unito si sollevano preoccupazioni circa la privacy delle comunicazioni, veicolate dalle infrastrutture della cinese Il governo britannico punta il dito contro le apparecchiature di rete e di telecomunicazioni di Huawei. Il motivo? Che siano una minaccia per la sicurezza nazionale. Dubbi simili, anzi identici, a quelli sollevati negli Stati […]

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Dopo gli USA, pure nel Regno Unito si sollevano preoccupazioni circa la privacy delle comunicazioni, veicolate dalle infrastrutture della cinese

Il governo britannico punta il dito contro le apparecchiature di rete e di telecomunicazioni di Huawei. Il motivo? Che siano una minaccia per la sicurezza nazionale. Dubbi simili, anzi identici, a quelli sollevati negli Stati Uniti, dove le infrastrutture della compagnia di Shenzen sono state praticamente bandite dalle zone nevralgiche del paese.

Secondo l’HCSEC, Huawei Cyber Security Evaluation Centre, unità stanziata nella contea dell’Oxfordshire e formata nel 2010, assieme ad agenzie locali, per monitorare l’hardware di rete lungo il Regno Unito, ha spiegato che le autorità inglesi stanno indagando sulla possibilità che i network, a cui si affidano decine di telco UK, rappresentino un rischio per la privacy delle informazioni veicolate sull’etere analogico e digitale. La questione è delicata, anche perché la stessa HCSEC viene sottoposta a periodici controlli da parte di nomi quali GCHQ e National Securiy Adviser. Insomma, vi fossero stati dei problemi, le organizzazioni lo avrebbero saputo a tempo debito.

Cosa succede

C’è da dire che l’HCSEC è estremamente indipendente dalle possibili, ma tutte da verificare, inferenze della casa madre cinese. Non a caso, nel suo ultimo rapporto annuale, ha sentenziato di poter offrire una garanzia “limitata” circa la sicurezza dell’attrezzatura di Huawei. Inoltre, ha affermato che non sono stati compiuti progressi nella risoluzione di preoccupazioni precedenti, e che una visita a Shenzhen ha evidenziato una certa mancanza di controllo sulla qualità delle componenti di terze parti. Qui c’è il report completo.

Ecco parte del testo: “L’identificazione delle carenze nei processi di ingegneria di Huawei ha esposto nuovi rischi sulle reti di telecomunicazione nel Regno Unito e sfide a lungo termine per la loro mitigazione e gestione. A causa delle preoccupazioni sollevate, il board di sorveglianza ritiene di poter fornire solo una garanzia limitata sul fatto che non vi siano rischi per la sicurezza dovuti al network di Huawei. Partendo da questa base stiamo consigliando gli addetti ai lavori su come procedere per preservare cittadini e imprese”.

Il processo di sistemazione delle falle rilevate è già in corso e in via di definizione, ovvero di nuova ingegnerizzazione, entro il 2020. In pratica, Huawei interverrà sui dispositivi già in uso, ripensando la produzione dei prossimi. Lo sforzo della cinese, nel voler assicurare i propri strumenti, è reale ed è proprio grazie al continuo monitoraggio che vengono fuori problematiche del genere.

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Revocato il divieto: ZTE torna a operare negli USA https://www.datamanager.it/2018/07/revocato-il-divieto-zte-torna-a-operare-negli-usa/ Tue, 17 Jul 2018 18:30:10 +0000 http://www.datamanager.it/?p=151502 Sospeso, almeno temporaneamente, il ban voluto dal Dipartimento del commercio ai danni della cinese, che ora spera Sull’orlo di un disastro epocale, ZTE può tornare a sperare. Il governo di Washington ha infatti sospeso il ban che pendeva sulla testa della compagnia hi-tech cinese, obbligata a fermare le collaborazioni con i fornitori di hardware statunitensi, […]

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Sospeso, almeno temporaneamente, il ban voluto dal Dipartimento del commercio ai danni della cinese, che ora spera

Sull’orlo di un disastro epocale, ZTE può tornare a sperare. Il governo di Washington ha infatti sospeso il ban che pendeva sulla testa della compagnia hi-tech cinese, obbligata a fermare le collaborazioni con i fornitori di hardware statunitensi, a seguito di alcune violazioni al codice di comportamento del Dipartimento del commercio USA. Dopo un paio di settimane di stallo, i regolatori del paese avevano concordato in oltre 1 milione di dollari la multa che ZTE avrebbe dovuto pagare per ricominciare a operare sul territorio nazionale, comunque con analisi successive a cui sarebbe stata soggetta l’attività sul lungo periodo. Dopo aver sborsato l’importante somma, l’azienda ha beneficiato di un rialzo del 17% in Borsa, una bocca d’ossigeno necessaria, anzi vitale. 

Cosa succede

Il Dipartimento del Commercio degli Stati Uniti ha revocato il divieto alle società statunitensi che vendono hardware a ZTE, consentendo al secondo produttore di apparecchiature per telecomunicazioni della Cina di riprendere gli affari. “Il dipartimento rimarrà vigile nel monitorare le attività di ZTE così da garantire la conformità con tutte le leggi e i regolamenti nazionali” – ha detto il ministro del commercio Wilbur Ross, in una dichiarazione che descrive l’andamento della vicenda, che non si può ancora dire del tutto chiusa.

Anche perché di recente il presidente Trump ha annunciato rigidi tassi di importazione sull’elettronica cinese, il che è volto a incentivare il consumo di hi-tech autoctono, almeno nei marchi finali (Apple?). Del resto, la manodopera del settore arriva tutta dall’Oriente, così come le componenti internet dei device, realizzate dai partner commerciali oltreoceano.

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1,7 miliardi di dollari il prezzo per il ritorno di ZTE negli USA https://www.datamanager.it/2018/06/17-miliardi-di-dollari-il-prezzo-per-il-ritorno-di-zte-negli-usa/ Tue, 05 Jun 2018 13:48:38 +0000 http://www.datamanager.it/?p=148920 La richiesta del governo di Washington, spifferata dalla Reuters, potrebbe dare l’opportunità alla cinese di tornare sul mercato statunitense Il governo degli Stati Uniti ha fissato in 1,7 miliardi di dollari la multa ai danni di ZTE. Come sappiamo, la multinazionale cinese ha dovuto affrontare un paio di ban per la violazione di regole e […]

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La richiesta del governo di Washington, spifferata dalla Reuters, potrebbe dare l’opportunità alla cinese di tornare sul mercato statunitense

Il governo degli Stati Uniti ha fissato in 1,7 miliardi di dollari la multa ai danni di ZTE. Come sappiamo, la multinazionale cinese ha dovuto affrontare un paio di ban per la violazione di regole e normative statunitensi in materia di esportazione e privacy. In primo luogo, la compagnia avrebbe venduto fornitura tecnologica, prodotta negli States, a pesi nemici di Washington, come l’Iran, e inoltre sarebbero state messe in piedi operazioni di spionaggio ai danni di soggetti USA, tramite le infrastrutture del gruppo. A seguito della decisione di Trump e del Dipartimento del Commercio, ZTE ha fermato le attività produttive in America, rischiando di lasciare a casa anche diversi team globali e nella madrepatria Cina, con l’incubo di perdere anche la licenza Android.

Cosa succede

Qualche tempo fa era circolata voce di una possibile multa che, se pagata, avrebbe permesso a ZTE di tornare a produrre business negli Stati Uniti. Beh, questa somma è ora ufficiosa, come scrive la Reuters. Il totale si aggirerebbe intorno a 1,7 miliardi di dollari, quanto previsto dagli organi competenti per le infrazioni attribuite alla società.

Pare che in precedenza non vi fosse intenzione di concordare un totale del genere in vista del quale ZTE potesse tornare negli USA ma l’accordo sarebbe arrivato dopo vari incontri tra Washington e Pechino, la cui questione trascende le mere strategie commerciali e invade pericolosi e insidiosi territori politici. Tanto, che la maggioranza dei repubblicani non è nemmeno totalmente d’accordo con la decisione sostenuta da Trump, sostenendo la tesi del pericolo dello spionaggio perpetrato da una compagnia considerata molto vicina alla grande muraglia.

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Adesso la Cina vuole la blockchain https://www.datamanager.it/2018/06/adesso-la-cina-vuole-la-blockchain/ Fri, 01 Jun 2018 18:30:20 +0000 http://www.datamanager.it/?p=148772 Il presidente Xi Jinping ha deciso di accogliere la tecnologia per spingere le startup e l’economia locale La Cina è una delle nazioni più conservatrici dal punto di vista tecnologico, almeno quando si tratta di adottare soluzioni consolidate in Occidente. La blockchain ad esempio, pur nella sua natura indipendente e globale, sottende metriche e strategie […]

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Il presidente Xi Jinping ha deciso di accogliere la tecnologia per spingere le startup e l’economia locale

La Cina è una delle nazioni più conservatrici dal punto di vista tecnologico, almeno quando si tratta di adottare soluzioni consolidate in Occidente. La blockchain ad esempio, pur nella sua natura indipendente e globale, sottende metriche e strategie che in Oriente potrebbero favorire la perdita di un controllo centrale e dunque del governo, a favore di una maggiore libertà di adozione. Difficile, quasi impossibile, che la politica locale potesse supportare una simile tecnica e invece no, il Presidente Xi Jinping ha spiazzato tutti, parlando alla conferenza annuale della Chinese Academy of Science. Dal suo discorso, si evince che il paese è pronto per abbracciare la catena di valore crittografica entro vari ambiti, per un fine su tutti, l’ottimizzazione dell’economia locale.

Cosa ha detto

Ecco le parole di Xi Jinping: “L’innovazione scientifica e tecnologica è entrata in un periodo di intensa attività. Un nuovo ciclo di rivoluzioni stanno ricostruendo la mappa dell’innovazione e rimodellando la struttura economica. L’intelligenza artificiale, la fisica quantistica, la mobilità, l’internet delle cose e la blockchain hanno il privilegio di accelerare l’evoluzione in campi applicativi vecchi e nuovi, apportando soluzioni strategiche prima impensabili in settori anche complicati come la genetica e la medicina rigenerativa”. Il tutto nell’ottica di incrementare la ricerca e la crescita delle realtà cinesi, che con l’utilizzo della blockchain possono arrivare davvero lontano.

Sembra averlo capito ora Pechino, dopo tanti mesi di ostruzionismo verso le criptomonete e altre applicazioni della catena protetta. Nell’ultimo periodo invece, sono nate almeno 100 startup focalizzate su progetti di blockchain, tanto che pure le banche si sono mosse in tal senso, dando il benvenuto ai pagamenti crittografati sui loro canali. Infine, all’inizio di maggio, il Consiglio di Stato cinese, il ramo amministrativo centrale del governo, ha invitato le istituzioni provinciali e municipali ad accelerare l’implementazione della tecnologia blockchain in diversi settori, aprendo a una nuova era per tutto il paese.

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Il popolo dei social diviso su Mattarella: Twitter solidale mentre su Facebook l’80% critica https://www.datamanager.it/2018/05/il-popolo-dei-social-diviso-su-mattarella-twitter-solidale-mentre-su-facebook-l80-critica/ Thu, 31 May 2018 09:52:37 +0000 http://www.datamanager.it/?p=148694 L’analisi di Reputation Manager: Twitter solidale con il 79% degli utenti a difesa della decisione del Presidente mentre su Facebook l’80% critica duramente. In generale, oltre la metà degli italiani online in disaccordo con Mattarella Il 65% degli utenti che si sono espressi online non è d’accordo con la decisione del Presidente della Repubblica Sergio […]

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L’analisi di Reputation Manager: Twitter solidale con il 79% degli utenti a difesa della decisione del Presidente mentre su Facebook l’80% critica duramente. In generale, oltre la metà degli italiani online in disaccordo con Mattarella

Il 65% degli utenti che si sono espressi online non è d’accordo con la decisione del Presidente della Repubblica Sergio Mattarella legata al nome di Paolo Savona come possibile Ministero dell’Economia, e la critica soprattutto su Facebook, dove l’80% dei commenti è negativo.

Al contrario, gli utenti di Twitter si mostrano decisamente solidali nei confronti del Presidente. Il 79% dei tweet sostiene la posizione del Quirinale e solo il 21% si dichiara contrario. È quanto risulta dall’analisi di Reputation Manager, principale istituto italiano nell’analisi e gestione della reputazione online di brand e figure di rilievo pubblico, che ha preso in esame contenuti in particolare su Facebook e Twitter, teatri principali della diatriba online da quando si è interrotta la trattativa per la composizione del governo Lega-Movimento 5 Stelle.

“La totale inversione del sentiment registrata su Twitter e Facebook – commenta Andrea Barchiesi, CEO di Reputation Manager – rivela un’analoga distanza tra i target che utilizzano solitamente i due canali: Facebook ha infatti raccolto le immediate reazioni degli utenti con una carica emotiva più evidente, Twitter in linea con il suo posizionamento è stato utilizzato principalmente dal mondo dell’informazione, della politica e in generale da utenti che hanno preferito mantenere nei loro commenti una linea più tecnica e istituzionale. Per quanto la campagna #iostoconmattarella sia nata spontaneamente nei tweet, non ha comunque raggiunto l’impatto emotivo dei commenti sparsi ovunque su Facebook”.

La reazione negativa degli utenti

I sostenitori del nascente Governo “legastellato”, ma non solo loro, hanno invaso il web con centinaia di commenti, immagini e GIF animate farcite di insulti, minacce e offese al Presidente della Repubblica. Gli hashtag #nonseiilmiopresidente, #iononstoconmattarella o #mattarelladimettiti hanno invaso il mondo social. C’è chi accusa il Presidente della Repubblica di adottare una politica dittatoriale “ora non si tratta più di lotta tra destra e sinistra. Ora si tratta di lottare uniti per la sovranità popolare contro l’europeismo massacrante e dittatoriale”, chi invece lo accusa di aver mandato nel caos l’intero Paese solo per fini ideologici “Non esiste mandare nel caos il paese per fini ideologici. Credo sia arrivato il momento per #impeachment a #Mattarella. È una strada obbligata e coerente”.

Tanti sono i commenti di chi si è sentito “tradito” dalla Repubblica italiana, dal sistema di voto, dalla democrazia e dai politici in generale.

I commenti in difesa del Presidente Mattarella

D’altro canto molti sono stati, soprattutto su Twitter, anche i commenti e le parole di solidarietà espresse nei confronti del Presidente – emerso nelle descrizioni come una figura mite e un inflessibile statista. Gli hashtag #iostoconmattarella o #graziepresidente sono stati ritwittati centinaia di volte. “Grazie al presidente #Mattarella per la limpida fedeltà alla Costituzione e al popolo italiano” o “Il Presidente #Mattarella ha agito nel rispetto della Costituzione e nell’interesse degli italiani #GraziePresidente” e ancora “Da oggi Sergio Mattarella ha un posto d’onore nei libri di storia. Se lo merita tutto. #iostoconMattarella” sono tra i commenti positivi più ricorrenti sui social. Sono poi molti gli internauti che traggono un respiro di sollievo dopo il discorso del Capo di Stato e apprezzano il suo coraggio: “Mattarella non si è fatto intimidire dalla mafia figuriamoci da quattro fascisti #iostoconmattarella”.

I leader politici e i commenti ai loro post

Interessante analizzare infine i commenti sotto i post dei principali leader politici della scena italiana. La pagina Facebook che ha registrato la maggior reattività sulla vicenda è quella di Matteo Salvini, seguita da quella di Luigi Di Maio e Giorgia Meloni. Gli utenti più solidali con Mattarella si trovano in particolar modo sulla pagina di Matteo Renzi (63% di commenti positivi).

Inaspettatamente sulla pagina di Luigi Di Maio, tra la valanga di critiche piovute all’indirizzo del Presidente della Repubblica, si registra un 25% di commenti a favore di Mattarella e della sua decisione.

I più ostili nei confronti di Mattarella si trovano invece sulla pagine social di Matteo Salvini (92% di commenti negativi nei confronti del Presidente), Giorgia Meloni (87% di commenti negativi), Alessandro Di Battista (83% di commenti negativi) e infine, anche qui un dato che stupisce data la posizione espressa dal leader di Liberi e Uguali, su quella di Pietro Grasso, che tra i commenti sulla vicenda rilasciati dai suoi fan conta il 59% di critiche verso la decisione di Mattarella.

Situazione simile sulla pagina di Silvio Berlusconi, la cui fanbase non sembra aver particolarmente gradito il sostegno espresso dal leader di Forza Italia a Mattarella, come espresso da diversi commenti.

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Trump vuole eliminare il ban di ZTE per oltre 1 miliardo di dollari https://www.datamanager.it/2018/05/trump-vuole-eliminare-il-ban-di-zte-per-oltre-1-miliardo-di-dollari/ Tue, 29 May 2018 18:30:13 +0000 http://www.datamanager.it/?p=148398 È di 1,3 miliardi di dollari la multa che il Ministero del Commercio ha deciso di infliggere alla multinazionale cinese, che negli USA ha bloccato gran parte delle attività ZTE è stata bannata dal mercato statunitense per sette anni. Il motivo è duplice: da una parte l’accusa di aver violato alcune norme di sicurezza per […]

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È di 1,3 miliardi di dollari la multa che il Ministero del Commercio ha deciso di infliggere alla multinazionale cinese, che negli USA ha bloccato gran parte delle attività

ZTE è stata bannata dal mercato statunitense per sette anni. Il motivo è duplice: da una parte l’accusa di aver violato alcune norme di sicurezza per facilitare lo spionaggio cinese, dall’altro l’aver concesso materiale hardware a paese per cui vige, da parte degli Stati Uniti, un embargo, come l’Iran. Il ban è costato, almeno per il momento, un bel po’ di business alla compagnia, tanto che il business negli States è stato interrotto e, per buona parte, anche in terra natia, tanto che il rischio è quello di perdere la licenza Android, guarda caso concessa da Google, big dei big a stelle e strisce. Insomma, le cose non vanno per il verso giusto tra le mura di ZTE anche se una via di uscita potrebbe esserci.

Di cosa si tratta

Si tratta di una via d’uscita alquanto costosa, più o meno 1,3 miliardi di dollari. È questa la multa che Trump ha indicato come risolutiva della questione, la cifra da pagare che aprirebbe, di nuovo, le porte del mercato USA alla compagnia, e con esse la possibilità di rimettersi in corsa nel complesso panorama hi-tech. Non si tratta solo di smartphone, visto che la grande ZTE ha un bel movimento in quanto a infrastrutture di rete e network di connessione, anche verso clienti pubblici che, dopo la decisione del Ministero del Commercio, hanno virato verso soluzioni alternative, soprattutto nazionali.

Ma non è detto che la cinese riesca davvero a tornare in pista, pur sborsando l’importante somma vessatoria. Il Congresso infatti appare non così convinto della situazione, ricordando che una tale montagna di soldi non risolverebbero comunque i dubbi in merito al possibile spionaggio operato sul suolo americano. Per questo il Senato si è già espresso, bloccando la sanzione e quindi la grazia per ZTE, sollevando anche perplessità su quanto il Presidente abbia chiaro il quadro della questione.

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Huawei e ZTE vietati nelle basi militari USA https://www.datamanager.it/2018/05/huawei-e-zte-vietati-nelle-basi-militari-usa/ Tue, 08 May 2018 09:31:27 +0000 http://www.datamanager.it/?p=147106 Continua l’operazione di ban del governo americano nei confronti delle due multinazionali cinesi accusate di utilizzare dispositivi e infrastrutture a scopo di monitoraggio Dopo aver bannato ufficialmente i telefonini Huawei dal portafoglio degli operatori nazionali e messo al bando le infrastrutture di comunicazione di ZTE, ora il governo di Washington si focalizza sui reparti militari. […]

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Continua l’operazione di ban del governo americano nei confronti delle due multinazionali cinesi accusate di utilizzare dispositivi e infrastrutture a scopo di monitoraggio

Dopo aver bannato ufficialmente i telefonini Huawei dal portafoglio degli operatori nazionali e messo al bando le infrastrutture di comunicazione di ZTE, ora il governo di Washington si focalizza sui reparti militari. Il Pentagono, tramite un suo portavoce, ha infatti dichiarato che i dispositivi di entrambe pongono un forte rischio sicurezza ai dipartimenti, dunque non sono ammissibili.

Per questo, la rete di vendita dei partner di ogni divisione della U.S. Army non potrà più proporre terminali con i marchi di cui sopra. A dare la notizia è il Wall Street Journal, che cita una fonte anonima interna, a conoscenza delle forti preoccupazioni che negli ultimi mesi girano tra le alte cariche militari americane.

Cosa succede

Molto più che in ambito consumer, il problema spionaggio è evidentemente elevato tra i ranghi dell’esercito. La paura, stando al Journal, è che la Cina possa creare backdoor apposite per tracciare i movimenti dei soldati e intercettare le comunicazioni, sia per mezzo di dispositivi Huawei che ZTE. C’è da dire, che il ban del Pentagono riguarda smartphone utilizzati a scopo lavorativo e non personale, dunque chiunque può ancora recarsi in negozio e acquistare un Mate 10 Pro, ad esempio, senza incorrere in violazioni di alcun codice, almeno per il momento.

Commentando la decisione del governo, un portavoce di Huawei avrebbe sostenuto: “Ribadiamo che I prodotti Huawei sono venduti in 170 paesi in tutto il mondo e soddisfano i più elevati standard di sicurezza, privacy e ingegneria ovunque operiamo, compresi gli Stati Uniti”.

Se il gigante di Shenzen può relativamente essere tranquillo visto il suo business globale, per ZTE va un attimino peggio, visto che dopo lo stop del Dipartimento del Commercio all’acquisto di componenti da aziende americane, come Dolby e Qualcomm, la società rischia di perdere la licenza Android e di chiudere il reparto smartphone, con dirette conseguenze sulla produzione internazionale.

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Huawei risponde alle accuse degli USA https://www.datamanager.it/2018/04/huawei-risponde-alle-accuse-degli-usa/ Fri, 06 Apr 2018 18:30:45 +0000 http://www.datamanager.it/?p=145153 Il governo ha messo al bando i prodotti consumer della cinese, ponendo a serio rischio anche la costruzione dell’infrastruttura 5G. Il motivo? “Solo questioni di concorrenza” Solo qualche settimana fa, il governo americano aveva fatto pesanti pressioni sulle telco del paese per escludere dai loro listini il Mate 10 Pro, device professionale di Huawei. Varie […]

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Il governo ha messo al bando i prodotti consumer della cinese, ponendo a serio rischio anche la costruzione dell’infrastruttura 5G. Il motivo? “Solo questioni di concorrenza”

Solo qualche settimana fa, il governo americano aveva fatto pesanti pressioni sulle telco del paese per escludere dai loro listini il Mate 10 Pro, device professionale di Huawei. Varie le motivazioni ma incentrate sul dubbio che lo smartphone, come gli altri del gruppo, servisse solo a monitorare e informare la Cina circa le abitudini e le vite personali dei cittadini USA. A seguito di tale ban, a rischio sono andate anche le infrastrutture 5G che il gigante di Shenzen avrebbe portato in varie parti degli States, in tempo utile a effettuare i primi test in vista del lancio ufficiale nel 2020. Oggi Huawei risponde alla Federal Communications Commission affermando la sua innocenza, in una battaglia che attualmente è solo presunta, rimandando le accuse al mittente.

Cosa succede

“Huawei è un’azienda al 100 per cento di proprietà dei dipendenti. Nessuna agenzia governativa ha mai tentato di intervenire nelle nostre operazioni o decisioni. Le autorità statunitensi non dovrebbero basare le loro decisioni su speculazioni e voci. Prodotti e soluzioni del marchio sono usati in oltre 170 paesi al mondo e godono di un riconoscimento senza pari. In 30 anni nessun operatore ha mai riscontrato problemi di sicurezza con le nostre apparecchiature, anzi li aiutiamo a eliminare barriere come il digital divide, portando la connessione in zone rurali e difficilmente raggiungibili”.

Stando al gruppo, le mosse limitative degli USA hanno il solo scopo di rallentare la concorrenza con aziende interne (Verizon, AT&T, ecc.) soprattutto dal punto di vista infrastrutturale. Ci sarà da capire cosa succedere a questo punto in America, almeno per quanto riguarda l’aggiornamento di reti e torri, che in Europa e Asia prosegue a ritmi sostenuti, anche grazie alla compagnia cinese.

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Telegram ha perso: la Russia può accedere alle chiavi crittografiche del servizio https://www.datamanager.it/2018/03/telegram-ha-perso-la-russia-puo-accedere-alle-chiavi-crittografiche-del-servizio/ Fri, 23 Mar 2018 19:30:15 +0000 http://www.datamanager.it/?p=144289 La Corte Suprema del paese ha ordinato all’app di continuare a fornire ai servizi segreti le stringhe utili a decifrare i messaggi dei cittadini Telegram non ha più senso di esistere in Russia. La Corte Suprema di Mosca ha infatti respinto la richiesta dei fondatori circa la volontà di opporsi alla legge attuale, che li […]

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La Corte Suprema del paese ha ordinato all’app di continuare a fornire ai servizi segreti le stringhe utili a decifrare i messaggi dei cittadini

Telegram non ha più senso di esistere in Russia. La Corte Suprema di Mosca ha infatti respinto la richiesta dei fondatori circa la volontà di opporsi alla legge attuale, che li invita a fornire le chiavi di crittografia delle chat ai servizi segreti. Il giudice Alla Nazarova, a inizio settimana, ha confermato la pratica odierna, obbligando di fatto Telegram a continuare il lavoro di collaborazione con la polizia, nell’ottica di innalzare i livelli di sicurezza nazionale e prevenire il crimine. Sul fine del 2017, la piattaforma fondata nel 2013 proprio da due fratelli russi, Nikolai e Pavel Durov, si era ritrovata a pagare una sanzione di 14 mila dollari, per essersi rifiutata di concedere le stringhe crittografiche al governo, almeno in prima istanza.

Cosa succede

Anche se l’avvocato della compagnia, Ramil Akhmetgaliev, ha spiegato che Telegram ricorrerà in appello, difficilmente le cose cambieranno, almeno nel breve periodo. Quante multe l’azienda potrà sostenere per difendere i propri utenti e, al contempo, assicurarsi di continuare a sopravvivere con debiti crescenti? È chiaro che se le cose non cambieranno sarà alquanto inutile utilizzare un’applicazione la cui sicurezza è violata dall’inizio, da parte della polizia.

Queste le parole della difesa dei Durov. “I servizi segreti dicono che le chiavi crittografiche non possono essere considerate una forma di contenuto privato e sono dunque estranee alle norme previste dalla costituzione. Falso, l’argomento non sta in piedi, è come dire che non è una violazione ottenere la password di una casella di posta elettronica di qualcuno, fin quando non viene usata. Un diritto è un diritto sempre, qualunque sia lo stato dei fatti”.

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Hackerati siti governativi per minare criptovaluta https://www.datamanager.it/2018/02/hackerati-siti-governativi-minare-criptovaluta/ Wed, 14 Feb 2018 14:17:53 +0000 http://www.datamanager.it/?p=141039 Sono oltre 4 mila i portali infettati con l’installazione di Coinhive, un miner che converte la potenza di calcolo dei visitatori per estrarre moneta digitale Ci sono l’Ufficio dei Commissari informativi inglese, la Student Loan Company, la rete scozzese degli ospedali NHS, il governo dell’Indiana e il network dei tribunali USA tra le vittime degli […]

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Sono oltre 4 mila i portali infettati con l’installazione di Coinhive, un miner che converte la potenza di calcolo dei visitatori per estrarre moneta digitale

Ci sono l’Ufficio dei Commissari informativi inglese, la Student Loan Company, la rete scozzese degli ospedali NHS, il governo dell’Indiana e il network dei tribunali USA tra le vittime degli hacker della criptomoneta. Questi hanno infettato circa 4.200 portali forzando l’installazione sui server di Coinhive, un famoso miner di Monero, che converte la potenza computazionale dei navigatori per estrarre la valuta digitale e inviarla direttamente agli account degli smanettoni.

A scoprire la campagna è stato il ricercatore di sicurezza Scott Helme, che ha analizzato il fattaccio evidenziando il bug che ha permesso agli hacker di entrare. Si tratta di un plugin di terze parti, chiamato Browsealoud della Texthelp, che aiuta i soggetti con problemi di vista a navigare sul web.

Cosa succede

Domenica scorsa gli hacker hanno corrotto il codice del plugin, portando la CPU dei visitatori dei siti compromessi a consumare più del previsto, per il mining involontario di Monero. “La situazione è questa – spiega il ricercatore – i siti che hanno installato a loro insaputa Coinhive sono tanti e sempre più interessano portali famosi e governativi”. Il motivo? Qui si dirigono migliaia di persone al giorno, rafforzando l’estrazione di criptovaluta e riempiendo le tasche degli avventori.

Texthelp ha preso in mano la situazione, rendendo indisponibile il plugin e avviando una serie di indagini per capire come sia potuto accadere che un’estensione abbia permesso un’invasione del genere da parte di terzi. C’è di buono che i siti amministrativi non si sono mai fermati, grazie a un intervento live dei tecnici anche se non è chiaro quanti lì fuori siano ancora inconsapevolmente infetti.

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