Open Data – Data Manager Online https://www.datamanager.it Il portale dell'ICT professionale Mon, 08 Oct 2018 10:11:19 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=5.8.13 https://www.datamanager.it/wp-content/uploads/2020/04/dmo-favicon3.png Open Data – Data Manager Online https://www.datamanager.it 32 32 Redistribuire il “dividendo” della data economy https://www.datamanager.it/2018/04/redistribuire-il-dividendo-della-data-economy/ Tue, 17 Apr 2018 12:51:07 +0000 http://www.datamanager.it/?p=145967 Non vi siete stancati di sentire parlare di smart city su ogni giornale, sito internet, social network, e poi di dover fare lo slalom tra le buche, non riuscire a prendere un treno in orario, e fare lunghe code all’anagrafe per ottenere un certificato? Io sì, e vi spiego perchè Forse, perché ho un brutto […]

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Non vi siete stancati di sentire parlare di smart city su ogni giornale, sito internet, social network, e poi di dover fare lo slalom tra le buche, non riuscire a prendere un treno in orario, e fare lunghe code all’anagrafe per ottenere un certificato? Io sì, e vi spiego perchè

Forse, perché ho un brutto carattere. O forse, perché è arrivato il momento di un vero cambio di passo nella digital transformation della pubblica amministrazione, e di conseguenza, nella nostra quotidianità.
La creazione di economie di dati sarà l’unico modo per le città di essere trasparenti e mantenere il cittadino al centro della smart city. Le città devono dimostrare chiaramente i benefici che i dati stanno portando – o porteranno – ai cittadini nella loro vita quotidiana attraverso nuovi processi e nuovi servizi generati dall’utilizzo dei dati. La data economy è forse l’aspetto più importante delle città intelligenti. Molte città sono ancora nelle prime fasi delle opportunità di monetizzazione dei dati. Anche grazie ad appositi finanziamenti europei per ricerca e sviluppo le amministrzioni stanno esplorando il potenziale di addebito diretto dei dati e di app e servizi basati su di essi. Ma dov’è il denaro?


#smartcity Come redistribuire il “dividendo” della #dataeconomy – Emanuela Donetti @urbanocreativo
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Secondo il rapporto McKinsey del 2013 sugli open data, sette settori industriali da soli potrebbero generare tra i 3 e i 5 trilioni di euro all’anno in valore aggiunto, sfruttando dati aperti e dati condivisi da fonti private. Stiamo parlando di cifre che corrispondono al prodotto interno lordo della Germania nel 2016. Nello stesso anno, il PIL dell’Italia corrispondeva a poco meno di 2 trilioni. Una somma del genere a disposizione non può che essere la base della nascita di un nuovo sistema economico, dando vita a innumerevoli nuove esperienze imprenditoriali e aiutando le aziende consolidate a segmentare nuovi mercati, definire nuovi prodotti e servizi e migliorare l’efficienza e l’efficacia delle operazioni. Le ricerche sono ancora poche, e poco chiare. Uno studio dell’Open Data Institute (ODI) su 270 società di dati (“quelle che utilizzano, producono o investono in dati aperti come un aspetto chiave del proprio lavoro”) del Regno Unito suggerisce che i dati hanno il potenziale per avere un impatto significativo sulle economie delle città. La ricerca ha rilevato che queste società hanno collettivamente un fatturato annuo di oltre 92 miliardi di sterline (132 miliardi di dollari) e impiegano solo 500mila dipendenti. Ciascuno di essi genera all’incirca 265mila dollari. Non è ancora chiaro se i dati genereranno entrate in modo diretto per le città stesse. In tutti i casi, come ha commentato Geoff Snelson, direttore della strategia del Milton Keynes Council, «il potenziale per monetizzare i dati è lì, ma finché non si sviluppano le applicazioni e si sviluppano modelli di servizio non si conosce il valore dei dati».

In generale, i consumatori sono sempre più consapevoli del valore dei dati. E di conseguenza il loro “dividendo” deve essere ridistribuito anche alla fonte. Julie Meyer, managing partner di Ariadne Capital Entrepreneurs Fund, suggerisce che se una grande banca e una compagnia telefonica hanno aperto i dati dei propri clienti alle startup per applicazioni che utilizzano tali dati e poi li hanno venduti, una percentuale delle entrate dovrebbe maturare anche per i clienti stessi. E questo sistema di “ricompensa” dovrebbe valere anche per le città. In pratica: Fai denaro con i miei dati? Allora, devo partecipare dei guadagni che questi dati generano. È evidente che la politica di monetizzazione dei dati è l’ennesima dimostrazione che la smart city non è quella dove si implementano tecnologie “missilistiche”. Ma quella dove si usano soluzioni tecnologiche per fare di più con meno e avere un impatto diretto sui cittadini. Anche sul loro portafoglio.

Emanuela Donetti @urbanocreativo

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Il vino più social? Il Prosecco https://www.datamanager.it/2017/12/vino-piu-social-prosecco/ Wed, 13 Dec 2017 18:00:01 +0000 http://www.datamanager.it/?p=137345 L’External Data Intelligence Analysis realizzata da 3rdPLACE per conto di Vinventions  evidenzia numerose opportunità per il comparto del vino Made in Italy all’estero: è necessario un grande sforzo di comunicazione e promozione partendo dalla corretta interpretazione degli Open Data Il successo del vino italiano all’estero dipende da diversi fattori che non riguardano esclusivamente la qualità […]

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L’External Data Intelligence Analysis realizzata da 3rdPLACE per conto di Vinventions  evidenzia numerose opportunità per il comparto del vino Made in Italy all’estero: è necessario un grande sforzo di comunicazione e promozione partendo dalla corretta interpretazione degli Open Data

Il successo del vino italiano all’estero dipende da diversi fattori che non riguardano esclusivamente la qualità del prodotto. Le preziose informazioni sulla percezione del prodotto all’estero sono contenute nel rapporto (External Data Intelligence Analysis), realizzato da 3rdPLACE – azienda specializzata nello sviluppo della Digital Intelligence – per conto di Vinventions  – uno dei maggiori produttori mondiali di chiusure per vino.

L’obiettivo dell’analisi è stato duplice: da una parte prevedere il comportamento d’acquisto dei consumatori di vino italiano nel mondo, in particolare nel periodo natalizio, dall’altra definire le corrette azioni di marketing e commerciali al fine di soddisfare meglio le esigenze e i desiderata evidenziati dalle conversazioni.

Lo studio si è concentrato sull’analisi degli Open Data, ovvero le informazioni provenienti dalle diverse fonti digitali su un arco temporale di un anno. Si tratta, in particolare, di contenuti pubblici in lingua inglese recuperabili da diversi canali digitali come i principali social network (Facebook, Twitter, YouTube e Instagram), gli aggregatori come Tripadvisor e Amazon, i blog, i forum, i siti di news e di e-commerce e le app mobile.

Rispetto a più di un milione di rilevazioni, una prima analisi sul grado di consapevolezza del vino italiano evidenzia appena un 7% di menzioni specifiche, il che suggerisce che le conversazioni e/o le informazioni sul vino circolanti in Rete possono e devono essere favorite da un maggior impegno in azioni di marketing e promozione da parte di tutto il comparto. Al contrario, il Social Reputation Score relativo alla keyword “made in Italy” è ottimo: la percezione positiva dell’utenza raggiunge il valore del 68% sul totale.

I Millennials, target da coccolare

Circoscrivendo l’analisi a un campione di contenuti pari al 10% del totale, sono circa 7mila le menzioni in cui figurano le keyword associabili ai termini “vino made in Italy. È risultato, inoltre, che i consumatori più interessati all’acquisto di prodotti italiani si concentrano in Usa, Gran Bretagna, Germania e Cina e che il profilo più attivo, dopo i maschi di età compresa tra i 35 e il 45 anni (38%), è quello della generazione dei Millennials (età inferiore ai 35 anni, 30%).

L’analisi dei commenti sui social evidenzia un’opportunità non colta da parte del comparto italiano. Il 60% delle menzioni, infatti, riguarda condivisioni di foto, consigli su abbinamenti culinari e richiesta di suggerimenti per un viaggio a tema in Italia, confermando i social network come i veicoli migliori per intercettare la domanda, anche attraverso gli influencer di settore.

In particolare, i soli Twitter e Instagram coprono il 50% del totale delle menzioni analizzate (29% Twitter, 21% Instagram), lasciando appena il 10% a Facebook, YouTube e agli altri social network.

Relativamente alle modalità d’acquisto, nonostante la maggioranza del campione prediliga i negozi specializzati, un 30% degli acquirenti sceglie l’online, il che suggerisce ai produttori di considerare un sito di e-commerce da aggiungere alla distribuzione offline.

Sul tema delle chiusure i Millennials sono aperti alle sperimentazioni. Dal tappo a vite a quello in vetro, dai biopolimeri al sughero si guarda alla qualità e all’innovazione come chiavi per scegliere il migliore vino.

L’External Data Intelligence Analysis di 3rdPLACE ha evidenziato una chiara mancanza del prodotto “vino italiano” nelle maggiori piattaforme di e-commerce mondiali. Negli Usa, il vino italiano rappresenta solo l’1% dell’offerta complessiva, in Gran Bretagna il 2% e in Germania il 13%. 3rdPLACE ha inserito nella ricerca il Sales Estimator, un simulatore capace di fornire un’indicazione di massima del fatturato generabile da un produttore di vino nel caso fosse presente in una delle vetrine di e-commerce più utilizzate.

Il Prosecco stacca tutti

La tipologia di vino italiano più menzionata nei quattro mercati esteri considerati è di gran lunga il Prosecco Valdobbiadene con il 25% del totale, seguono a una certa distanza il Barolo, il Chianti e il Franciacorta (13%, 11% e 6% rispettivamente). Il dato è indicativo di una poca cultura della comunicazione da parte dei produttori di vini delle zone meridionali del nostro Paese. Infine, la ricerca segnala che nel periodo natalizio si evidenzia un picco di menzioni superiore di almeno tre volte la media a cui corrisponde un incremento del trend di ricerca sul prodotto, ovvero una crescita della propensione all’acquisto.

“Le vendite di vino italiano nei Paesi in cui è più conosciuto e apprezzato – afferma Claudio Zamboni, Co-founder e Partner di 3rdPLACE – hanno delle enormi potenzialità di crescita. È fondamentale che tutti gli operatori, in maniera aggregata o attraverso singole azioni di promozione digitale, si rendano consapevoli dei dati che una ricerca come la External Data Intelligence Analysis di 3rdPLACE può fornire. Solo chi saprà interpretare correttamente i segnali provenienti dagli Open Data potrà vincere in un mercato estremamente competitivo come quello del vino”.

“Noi di Vinventions  offriamo la nostra gamma completa di soluzioni di chiusura per enologi perché ogni vino ha esigenze diverse: dalla tipologia alla volontà del produttore, alla shelf life alle abitudini del consumatore – dichiara Reka Haros, Global Communications Director Vinventions . Per questo siamo costantemente attenti ai mercati e focalizzati nella ricerca e sviluppo”.

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La smart city è trasparente, flessibile e aperta al dialogo https://www.datamanager.it/2017/11/la-smart-city-trasparente-flessibile-aperta-al-dialogo/ Mon, 27 Nov 2017 10:08:21 +0000 http://www.datamanager.it/?p=136216 Nella smart city ideale i cittadini vengono ascoltati e il governo mostra e condivide il proprio operato. La situazione in Italia è terribile come sembra? Sì, ed è il momento di rimboccarci le maniche La gestione e l’uso dei dati relativi alla nostra privacy e ai luoghi in cui viviamo prevedono un rapporto tra PA […]

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Nella smart city ideale i cittadini vengono ascoltati e il governo mostra e condivide il proprio operato. La situazione in Italia è terribile come sembra? Sì, ed è il momento di rimboccarci le maniche

La gestione e l’uso dei dati relativi alla nostra privacy e ai luoghi in cui viviamo prevedono un rapporto tra PA e cittadini basato sull’onestà e sulla fiducia. “Saper ascoltare, sapersi mostrare”- questo potrebbe essere il mantra da ripetere e ripetere in ottica di open government, tassello base nella costruzione della smart city. In che senso? Ascoltare i cittadini, un esercizio di pazienza ed empatia. Mostrare e condividere il proprio operato, un esercizio di trasparenza. Purtroppo – però – il dato italiano su questo tema è disperante: con un punteggio di 52 su 100, Transparency International ci aggiudica il terzultimo posto sul tema della “openness”, dell’apertura ai dati. Avremmo da appuntare al petto la medaglia di bronzo se la classifica fosse stilata dal peggiore al migliore e vanteremmo addirittura un oro se il confronto lo delimitassimo ai paesi dell’Europa occidentale, dove abbiamo il punteggio più basso in assoluto.

La classifica è stilata all’interno dell’Indice di Percezione della Corruzione (CPI) di Transparency International (1) che monitora il livello di corruzione nel settore pubblico e nella politica in paesi di tutto il mondo. Per redigerla, Transparency International ha analizzato nove ambiti di cui, per quanto riguarda l’infelice caso italiano, solo tre raggiungono un punteggio di efficacia sufficiente (ovvero superiore ai 60 punti su 100). In particolare, a trascinare in basso la nostra media, con un punteggio rispettivo di 25 e 29 su 100, sono il cosiddetto whistleblowing (2) e l’inesistenza di una regolamentazione efficace delle attività di lobbying. Poco stupore, ma tanta amarezza. Non bisogna demordere – però – perchè il capitolo trasparenza pubblica si è riaperto qualche mese fa con la pubblicazione delle prime linee guida (3) che rendono attuativa la normativa FOIA, legislazione adottata sul modello statunitense Freedom of Information Act.


Le regole della #smartcity Trasparenza, flessibilità, openness @urbanocreativo
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E perché questo tema è così importante anche per la smart city? Avere la capacità di produrre, gestire e mettere a frutto i dati e le informazioni della città è un tassello fondamentale per migliorare la qualità della vita nelle città stesse, per sviluppare nuovi modelli di produzione, consumo e stili di vita sostenibili e mettere il rispetto dei diritti umani al centro delle strategie e dei comportamenti aziendali. Trasparenza nell’amministrazione pubblica significa potenziare la forma di accesso civico ai dati e ai documenti pubblici e ridurre le opportunità di frode, aumentando la capacità di scoprire casi di corruzione. La trasparenza per la smart city vuol dire obbligo verso la digitalizzazione, accesso ai cittadini e semplificazione dei processi. Vuol dire monitoraggio del territorio, capacità di intervento immediata, eliminazione di disagi e disservizi, l’ascolto dei cittadini e il dialogo con essi, e questo necessita di un’organizzazione efficiente di uffici e personale. Ed è così che lo Stato trasparente si traduce in amministrazione flessibile, aperta al dialogo, e promuove l’intelligenza collettiva nella società.

Giulia Cattoni @urbanocreativo


(1) https://www.transparency.it/indice-percezione-corruzione/

(2)  Il whistleblowing è la messa in condizione a vantaggio di un soggetto di segnalare attività illecite o fraudolente all’interno di un’amministrazione pubblica. Le attività di lobbying si riferiscono invece a gruppi organizzati che cercano di influenzare dall’esterno le istituzioni per favorire particolari interessi.

(3) Approvazione della delibera 1310, dicembre 2016: ANAC ha reso note le prime linee guida recanti indicazioni sull’attuazione degli obblighi di pubblicità, trasparenza e diffusione di informazioni. Dal 31 gennaio 2017 è partita l’attività di vigilanza.

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Capgemini rileva lo stato di maturità degli Open Data nei Paesi dell’UE https://www.datamanager.it/2017/11/capgemini-rileva-lo-maturita-degli-open-data-nei-paesi-dellue/ Mon, 20 Nov 2017 11:16:38 +0000 http://www.datamanager.it/?p=135380 Il nuovo studio di Capgemini Consulting evidenzia gli importanti progressi fatti dai paesi europei per massimizzare l’utilizzo degli Open Data Capgemini Consulting, la divisione di Capgemini che si occupa della consulenza strategica e trasformativa a livello globale, ha pubblicato il terzo report annuale che analizza lo stato dell’arte degli Open Data in Europa. Il report, […]

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Il nuovo studio di Capgemini Consulting evidenzia gli importanti progressi fatti dai paesi europei per massimizzare l’utilizzo degli Open Data

Capgemini Consulting, la divisione di Capgemini che si occupa della consulenza strategica e trasformativa a livello globale, ha pubblicato il terzo report annuale che analizza lo stato dell’arte degli Open Data in Europa. Il report, chiamato “Open Data Maturity in Europe 2017: Open Data for a European Data Economy” evidenzia che, nel 2017, il numero di trendsetter è quasi raddoppiato, raggiungendo 14 paesi, rispetto agli 8 del 2016. Tutti i trendsetter hanno mostrato un chiaro impulso nell’implementare le rispettive policy sugli Open Data, sviluppando ulteriori funzionalità per i portali dedicati, così come nel comprenderne e documentarne l’impatto. Il report è stato realizzato su richiesta della Commissione Europea nell’ambito dell’European Data Portal ed è stato coordinato da Capgemini.

Il report evidenzia che, nel 2017, i Governi europei non solo hanno dato maggior priorità agli Open Data ma anche che gli stessi si stanno impegnando sempre di più per coglierne tutti i vantaggi. I paesi europei sono stati valutati sia in termini di preparazione nell’uso degli Open Data, misurando l’ampiezza delle loro policy in ambito Open Data, sia in termini di maturità dei portali dedicati. Cosa ancora più importante, la maggior parte dei paesi ha dimostrato di comprendere appieno l’impatto degli Open Data nel fare strada alla data economy.

Avendo misurato per tre anni di seguito i livelli di maturità degli Open Data in tutta Europa, è chiaro che i paesi del continente si sono impegnati considerevolmente per migliorare la diffusione di questi dati. La ricerca si basa su due indicatori chiave: la preparazione in termini di Open Data e la maturità dei portali. In generale i paesi europei hanno totalizzato il 72% in termini di preparazione sugli Open Data nel 2017, rispetto al 57% del 2016. Per quanto riguarda la maturità dei portali, i paesi europei hanno riportato una crescita percentuale di poco superiore al 10%, passando dal 66% del 2016 al 76% del 2017.

Lo studio, grazie all’unione dei due indicatori, evidenzia che, mentre nel 2015 i paesi europei avevano completato solo il 44% del proprio percorso verso la maturità degli Open Data, l’anno successivo il dato è salito al 59%, per poi raggiungere il 73% nel 2017. I fattori chiave della trasformazione degli Open Data si basano su una spinta verso il cambiamento e aggiornamenti costanti, una visione strategica delle policy e dell’infrastruttura dei portali e una maggiore comprensione dell’impatto, uniti a un team di monitoraggio dedicato. Inoltre, tra gli altri importanti fattori di differenziazione vi sono la realizzazione di modalità innovative per assicurare il finanziamento delle start-up in ambito Open Data e programmatori che vogliono creare prodotti basati sulla medesima tecnologia. L’European Data Portal, che raccoglie i dati di tutti i portali nazionali a partire da novembre 2015, ha raggiunto i 790.000 set di dati. Si tratta di un volume tre volte superiore rispetto a quando il portale è stato lanciato, a ulteriore dimostrazione della volontà europea di incrementare il numero di dati a disposizione per incoraggiare l’innovazione.

“I sorprendenti risultati del 2017 dimostrano che l’informazione del settore privato viene sempre più riconosciuta come un asset per la trasformazione digitale, anche alla luce della data economy”, ha dichiarato Domenico Leone, Head of Public Sector di Capgemini Italia. “Inoltre, i dati rappresentano il cuore della rivoluzione portata dall’Intelligenza Artificiale. I paesi europei devono necessariamente proseguire con gli sforzi messi in atto per migliorare la user experience, la qualità e la quantità dei dati raccolti per poter cogliere i benefici degli Open Data nella società”.

Raccomandazioni

Il report comprende sette raccomandazioni per guidare i decision maker e i gestori di portali Open Data verso lo sviluppo di una visione sostenibile per la loro trasformazione Open Data:

  1. Migliorare i Portali Dati
  2. Supportare i finanziamenti
  3. Documentare l’impatto
  4. Interagire con i rispettivi utenti
  5. Guidare la Digital Transformation
  6. Esplorare i dati privati
  7. Offrire dati in real-time

Adesso, i paesi devono elaborare:

  • Una visione per incorporare gli Open Data all’interno di un programma più ampio volto alla trasformazione digitale del settore pubblico
  • Una solida strategia che sostenga lo sviluppo di un portale dati come una delle componenti di un’infrastruttura dati nazionale

European Data Portal

Il termine Open Data fa riferimento alle informazioni raccolte, prodotte o acquistate da organi pubblici e che possono essere utilizzate, modificate e condivise da chiunque. Tra i benefici dell’Open Data troviamo: l’incremento della trasparenza e delle responsabilità del Governo, oltre a benefici finanziari tangibili per cittadini, imprese e l’intera società. Lo studio di Capgemini, pubblicato per la prima volta nel 2015 in occasione del lancio dell’European Data Portal, stimava un valore di mercato di circa 75,7 miliardi di euro per gli Open Data entro il 2020, con un forte incremento di circa il 37% tra il 2016 e il 2020. In questo contesto, l’Unione Europea ha lanciato l’European Data Portal che raccoglie le informazioni sui dati diffusi da ogni paese europeo. Ad oggi, copre 34 paesi, 73 cataloghi, unisce circa 790.000 set di dati in tutta Europa e offre un’ampia gamma di risorse per l’apprendimento e casi d’uso. L’impegno pluriennale è solo uno dei tanti modi che il Gruppo Capgemini utilizza per supportare i clienti nel trarre ogni giorno informazioni strategiche dai dati.

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Gli analytics per le PMI https://www.datamanager.it/2017/06/gli-analytics-le-pmi/ Mon, 19 Jun 2017 12:25:02 +0000 http://www.datamanager.it/?p=126959 In Italia, gli investimenti delle piccole e medie imprese negli analytics sono solo il 13% del totale. Se si considera che le PMI rappresentano il 98% del tessuto produttivo, allora si comprende come l’adozione di strumenti avanzati di analisi dei dati potrebbe essere un moltiplicatore per la crescita di tutto il sistema sotto la spinta […]

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In Italia, gli investimenti delle piccole e medie imprese negli analytics sono solo il 13% del totale. Se si considera che le PMI rappresentano il 98% del tessuto produttivo, allora si comprende come l’adozione di strumenti avanzati di analisi dei dati potrebbe essere un moltiplicatore per la crescita di tutto il sistema sotto la spinta dell’Industry 4.0

Secondo l’ultimo report dell’Osservatorio Big Data Analytics e Business Intelligence del Politecnico di Milano, il mercato in Italia di Big Data e Business Analytics è cresciuto del 15% lo scorso anno, raggiungendo un valore complessivo di 905 milioni di euro. L’87% della spesa complessiva è originato dalle grandi imprese, con almeno 250 addetti, dove vi è un’adozione ormai consolidata degli analytics, mentre gli investimenti delle piccole e medie imprese, comprese tra 10 e 249 addetti, totalizzano solo il restante 13%, cioè poco meno di 120 milioni di euro. Se si considera che le PMI rappresentano il 98% delle imprese italiane, si tratta ancora di un’incidenza relativamente bassa sul totale degli investimenti: soprattutto nelle realtà più piccole c’è ancora un ritardo nella creazione di competenze, nel coordinamento dei progetti di analytics e, spesso, una limitata conoscenza delle opportunità. Il cammino è ancora lungo, ma gli investimenti sono comunque in costante aumento, tanto che per la prima volta l’Osservatorio ha dedicato un capitolo del Report proprio alle PMI.

QUALI PMI INVESTONO NEGLI ANALYTICS?

In effetti, solo una PMI su tre (il 34%) ha investito parte del proprio budget ICT dello scorso anno in soluzioni di business analytics. Da un punto di vista geografico, spicca l’area del Nord-Est, dove il 39% delle PMI ha dichiarato di utilizzare gli analytics, seguita dal Centro (35%) e da Sud e Isole (31%). Le PMI del Nord-Ovest sono all’ultimo posto: in questa zona, solo il 30% delle PMI ha investito in soluzioni di analytics. Tra i settori più attivi, il bancario e l’assicurativo (55%), e la GDO (47%), seguiti a distanza da PA e sanità (39%), manifatturiero (34%), TLC e media (28%), utility (24%) e servizi (23%). Conferma Mirko Menecali, service line manager di Sinfo One: «I settori più avanti sono quelli che storicamente hanno a che fare con ingenti moli di dati, quali il bancario e l’assicurativo, ma anche la grande distribuzione, dove le aziende dispongono di grandi banche dati da utilizzare per analisi di competitive intelligence. Con alcuni clienti della GDO, abbiamo sviluppato interessanti analisi che, andando ben oltre i semplici indicatori descrittivi, tendono a predire scenari e suggerire strategie. La sfida per i system integrator è far tesoro dell’esperienza maturata in contesti con ampie basi dati – che utilizzano dataset eterogenei (non correlati), dati raw e modelli predittivi complessi – per portare gli analytics e i conseguenti vantaggi alle PMI. Più che di quali ambiti produttivi, ritengo sia più corretto parlare di quali applicazioni. A mio parere per le PMI del manifatturiero le più interessanti sono le analisi di manutenzione predittiva, le analisi dei rischi produttivi, le analisi di vendor rating e ottimizzazione delle scorte e infine, ma forse le più promettenti di tutte, le analisi relative al ciclo di vita dei prodotti».


#analytics In ritardo le PMI italiane, solo una su tre investe
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TIPOLOGIE DI ANALYTICS

Nell’esperienza di Menecali le PMI sviluppano progetti non solo utilizzando modelli di descriptive analytics, strumenti più standard per descrivere le situazioni attuale e passata dei processi e delle aree funzionali, ma anche modelli di predictive analytics, utilizzati per capire cosa potrebbe accadere in futuro. Secondo il Report dell’Osservatorio del Politecnico di Milano, analizzando la tipologia di analytics utilizzati, il 26% delle PMI adotta modelli di descriptive analytics. Nelle medie imprese, la percentuale di adozione è più alta, si arriva al 31%, rispetto alle imprese più piccole, dove la percentuale è del 25%. L’adozione di strumenti più avanzati, come i modelli di predictive analytics, è più limitata, e si ferma al 16% delle PMI: però, mentre questi strumenti sono presenti nel 33% delle imprese di medie dimensioni, sono utilizzati soltanto dal 15% delle imprese più piccole. Qui la differenza tra le aziende di diverse dimensioni è più marcata, e fa emergere il problema, che è soprattutto culturale, che rallenta l’adozione di questi strumenti: nelle imprese medio-piccole, e più ancora nelle imprese più piccole, mancano la conoscenza degli strumenti di analisi dati e della teoria di base, e talvolta non è chiaro quali indicatori si debbano monitorare per la gestione aziendale, e quindi quali informazioni si debbano raccogliere, integrare e analizzare. Approfondendo, poi, la realtà delle PMI che hanno dichiarato di utilizzare soluzioni di analytics, si può vedere che quattro PMI su dieci (41%) sono dotate di software avanzati, completamente integrati con i sistemi gestionali. Un altro 41% di aziende utilizza software di visualizzazione e analisi dei dati dedicati, anche se solo parzialmente integrati con i sistemi informativi dell’impresa. Il 15% delle aziende analizza i dati con software di uso più comune, come i fogli elettronici, mentre il restante 3% non ha software dedicati all’analisi dei dati, che però viene comunque effettuata attraverso strutture esterne all’azienda.

L’ANALISI DI IDC

Giancarlo Vercellino, research & consulting manager di IDC Italia ci fornisce un’analisi precisa della realtà delle PMI: «Da alcune ricerche condotte di recente presso alcuni distretti manifatturieri del meccanico, emerge che oltre la metà delle piccole imprese ritiene che gli analytics impatteranno in qualche modo sui processi produttivi. Però, quando si tratta di esprimere una valutazione in merito a impatti più radicali sul modello di business, allora si evidenzia una maggiore cautela: soltanto pochi innovatori nel segmento delle piccole imprese ritengono che i dati possano portare a processi di trasformazione digitale più estesi e significativi. Per moltissime piccole imprese l’espressione “business analytics” è ancora sinonimo di business intelligence: la ricerca evidenzia una base di adozione molto importante che si consolida a oltre il 50%, nello stesso perimetro di indagine. Anche le piattaforme di data management si affermano molto bene, a oltre il 40% del segmento. La situazione cambia in modo sostanziale quando si approfondisce la percezione delle tecnologie più avanzate, dalle in-memory technologies fino ai predictive analytics, dove il livello di adozione delle piccole imprese è compreso tra il 5 e il 15%, e le prospettive di ulteriore investimento sono ampiamente influenzate dalle incertezze della congiuntura economica. La differenza sostanziale fra i processi di investimenti delle piccole imprese e le medie-grandi è che le prime non hanno quasi mai un processo di pianificazione formale, e molto spesso decidono i propri investimenti in base alla percezione diretta e immediata delle prospettive di breve periodo, con il risultato che una parte importante dei loro processi di investimento diventa estremamente volatile e si muove ampiamente sotto il radar di chi analizza il mercato: quando decidono di muoversi, le PMI investono molto in fretta, ma lo fanno soltanto quando percepiscono un vantaggio immediatamente spendibile sul mercato. Tanto è vero che le piccole imprese, che intravedono una crescita stabile del proprio fatturato, hanno una probabilità di espandere la spesa in analytics quasi tre volte superiore alla media».

INDUSTRIA 4.0

Secondo Menecali di Sinfo One, a breve le PMI potrebbero iniziare a investire in misura maggiore negli analytics: «In Italia, le PMI sono in ritardo nell’utilizzo di analytics, ma ci sono ampie possibilità di crescita sia per i vantaggi reali che derivano dal loro utilizzo sia per le agevolazioni introdotte dai programmi industry 4.0». Proprio grazie al super e all’iper-ammortamento degli investimenti, previsti dal Governo in Industria 4.0, le PMI hanno l’opportunità di investire anche in analytics, sia per rendere più efficienti le attività di controllo di gestione e la raccolta di indicatori, sia per fornire informazioni agli imprenditori per incrementare la competitività delle aziende, favorire l’internazionalizzazione, sostenere l’innovazione e la trasformazione digitale. Nel giro di pochi anni, la produzione industriale sarà molto più automatizzata e interconnessa, e cambieranno radicalmente mondo del lavoro e rapporto tra le persone. L’innovazione tecnologica dovrà essere accompagnata da una sorta di innovazione culturale: alla base, una robusta formazione delle nuove generazioni sulle nuove tecnologie: cloud, sicurezza informatica, realtà aumentata, IoT e, appunto, Big Data analytics. Industria 4.0 porterà grossi cambiamenti proprio nell’analisi dei dati (Open Data, Big Data, Internet of Things, Cloud) per mezzo degli analytics, che verranno utilizzati per estrarne valore, e nella produzione di beni e servizi con la manifattura digitale, di cui sono un esempio le stampanti 3D e i robot.


#analytics Come un moltiplicatore per la crescita di tutto il sistema
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LA RICERCA DI MICROSOFT-IPSOS MORI

Altre informazioni utili ci vengono dalla ricerca PMI e nuove tecnologie: il valore dei dati di Microsoft-Ipsos Mori. Un primo dato mostra come nel nostro Paese le PMI che hanno un sistema avanzato di gestione e analisi dei dati hanno aspettative positive sul miglioramento della propria situazione finanziaria nel breve periodo due volte maggiori rispetto alle aziende che non sono dotate di analoghi sistemi. Il 46% delle PMI che gestiscono i propri dati sono anche più ottimiste sulle proprie prospettive di crescita, rispetto alle realtà che non sono in grado di aggregare e interpretare dati, e sono più propense all’innovazione di prodotto (45% rispetto al 27%) e più orientate all’internazionalizzazione (32% contro 18%). Poco meno di un terzo degli intervistati ritiene che i dipendenti della propria azienda siano dotati di strumenti adeguati per gestire i dati e gli insight che provengono dai diversi reparti aziendali. Dalla ricerca emerge anche che l’interesse per gli investimenti in strumenti di analisi ha, come obiettivo principale, l’ottimizzazione dei processi di business, puntando su diversi strumenti, in particolare per le misurazioni real-time e per il consolidamento dei dati che sono trasversali a più reparti. Secondo la ricerca di Microsoft-Ipsos Mori, dotare le PMI di tecnologie al passo con i tempi per sostenerne la competitività e puntare sui dati, è strategico per raggiungere tre obiettivi principali: costruire e mantenere relazioni con i clienti attuali e conquistare nuovi clienti, creare team preparati per affrontare l’attuale scenario di mercato e l’innovazione, esser capaci di cogliere nuove opportunità prima dei competitor. Rispetto al primo obiettivo, il 65% delle realtà con competenze e tecnologie per la gestione dei dati ritengono di essere in grado di entrare in contatto con nuovi clienti e di poter avere nuove opportunità di business, rispetto al 25% di chi non ha le stesse competenze. Per quanto riguarda la creazione di team preparati, il 56% delle PMI dotate di competenze e strumenti per la gestione dei dati dichiarano di avere benefici dalla tecnologia utilizzata per supportare la produttività dei propri team, rispetto al 17% di chi non è in grado di far leva sui dati. Infine, sulla capacità di cogliere nuove opportunità, la ricerca evidenzia come il 73% delle PMI che gestiscono e analizzano i dati ritengono che la tecnologia abbia migliorato la propria capacità di innovare, rispetto al 42% delle aziende che non hanno gli stessi strumenti.

APPLICAZIONI NELLE PMI

Come si è visto dai dati di mercato, gli analytics sono diffusi nelle PMI di tutti i settori di mercato. Diverse sono le case history interessanti, nelle aree aziendali più diverse. Angelo Tenconi, analytics & technology director di SAS ci descrive un progetto sviluppato nel settore della moda. «La digital transformation impone l’analisi dei dati per migliorare la comunicazione con i clienti, la propria catena produttiva e i processi di business. L’impatto è su tutte le aziende, indipendentemente dalle dimensioni. Un recente caso di implementazione di modelli analitici è Jil Sander, divisione di Onward Luxury Group, società che produce e commercializza abbigliamento e prodotti di alta moda. La società utilizza applicativi di differenti fornitori per gestire l’operatività di produzione, consegna e fatturazione e tutta la reportistica aziendale veniva realizzata a mano su Excel. Il partner SAS Rationence, società specializzata su analytical & business intelligence, ha analizzato le richieste del cliente e proposto l’implementazione di SAS per rispondere alle esigenze di normalizzazione dei dati e reportistica automatizzata. La soluzione adottata si articola in tre fasi: mappatura in SAS delle tabelle interne ai tre gestionali via ODBC, produzione di report realizzati con schedulazioni di processi batch di SAS, produzione di batch SAS che automatizzano il passaggio di dati tra due gestionali. I vantaggi dell’implementazione di una soluzione di questo tipo sono molteplici: c’è un controllo automatico della qualità del dato, il trasferimento dei dati tra i gestionali è diretto e la generazione automatica di report permette una notevole riduzione dei carichi di lavoro».


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PROGETTI NEL MANIFATTURIERO

Un altro caso utente molto interessante, nell’industria galvanotecnica ci viene descritto da Andrea Maderna, Southern Europe general manager di BOARD International: «BOARD, la piattaforma di decision-making leader mondiale nelle soluzioni software di BI, performance management e analitica predittiva, è utilizzata da Bluclad, punto di riferimento europeo nel settore della galvanotecnica di qualità. Forte della volontà di supportare la propria crescita dimensionale e qualitativa, nonché di presentarsi alla comunità imprenditoriale e finanziaria con strumenti informatici all’avanguardia, Bluclad ha riscontrato la necessità di munirsi di una piattaforma software di decision-making per i processi di analisi multidimensionale, reporting e pianificazione strategica». In fase di Software Selection, Mattia Costantini, controller di Bluclad, ha dichiarato: «L’immediatezza e flessibilità informativa derivante dall’utilizzo di BOARD ci consentirà di velocizzare in modo significativo le decisioni di business a supporto della visione strategica del management, elemento chiave in un settore “frenetico” come quello della galvanotecnica applicata al settore della moda». Conclude Maderna: «L’incontro tra BOARD International e Bluclad – due realtà con forte vocazione all’innovazione e all’eccellenza – ha reso possibile un processo di analisi integrato con la pianificazione e il forecasting, a supporto dei servizi ad alto valore aggiunto nel settore della moda. Un altro progetto di successo, sempre nel campo industriale, è illustrato da Angelo Cian, responsabile soluzioni gestionali di Zucchetti: «La Colombo, così è denominata nel settore industriale, è stata fondata nel 1911 e fin dalle origini si è contraddistinta per le innovazioni tecnologiche apportate nel campo delle tenute e dei materiali, nonché per la costante ricerca di metodologie produttive all’avanguardia. Con i tre stabilimenti di Sarnico (BG), Novate Milanese (MI) e Paratico (BS), la Colombo rappresenta oggi uno dei maggiori produttori nazionali di guarnizioni e sistemi di tenuta per macchine e impianti. Dopo anni di crescita dell’infrastruttura IT interna, il cliente ha deciso, mediante il partner Zucchetti Zeta Soluzioni, di adottare una soluzione gestionale (Ad Hoc Infinity) che garantisse una gestione unica e integrata di tutti i processi aziendali (DMS, CRM ecc.), arricchita da strumenti di analytics capaci di mostrare l’andamento aziendale in tempo reale mediante visualizzazioni dinamiche. Infatti con InfoBusiness, il software di business intelligence Zucchetti, in particolare grazie all’utilizzo di “mart” relativi all’area amministrativa e logistica, Colombo riesce a ottenere precise e aggiornatissime analisi sulla movimentazione di prodotti, sulle giacenze e sui margini. Cruscotti estremamente intuitivi permettono, quindi, ai vari responsabili di prendere decisioni in modo più veloce ed efficace per migliorare la produttività aziendale».

Un progetto interessante ci viene illustrato anche da Fabio Ardossi, associate partner di Data Reply: «Per un’impresa produttrice di stampanti industriali sono stati utilizzati gli analytics con lo scopo di avere un miglior insight del prodotto per migliorare la qualità del prodotto e per migliorare il servizio post-vendita. Il progetto è nato dalla volontà di sfruttare i dati delle stampanti connesse, prodotti e inviati in real-time, a un sistema centrale Big Data, sia per l’estrazione di pattern che riconducano a difetti di fabbricazione che vengono poi usati per migliorare la produzione (es. il modello XYZ presenta sempre un anomalia nell’accensione, etc.), sia per la segnalazione di pattern che indicano un imminente guasto, consentendo di eseguire manutenzioni efficaci ed evitare periodi di fermo macchina prolungati e improvvisi dannosi per il cliente. Il costo del progetto non ha superato qualche decina di migliaia di euro e un “elapsed” di circa 4 mesi per “configurare” nella piattaforma dati i modelli analitici sui dati peculiari del cliente, dopo una prima verifica della qualità dei dati (dati significativi, storicità del dato, etc.). Con il processo di digitalizzazione dei prodotti, le PMI, con una spesa contenuta che di norma copre la customizzazione o l’integrazione di modelli di advanced analytics, possono migliorare sensibilmente i processi aziendali (per esempio riduzione tempo, richiamo prodotti difettati, identificazione utilizzi impropri che causano rotture in garanzia, ottimizzazione e predizione manutentiva, etc.)».

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Bilancio aperto, i conti dello Stato in una app https://www.datamanager.it/2017/02/bilancio-aperto-conti-dello-app/ Fri, 10 Feb 2017 10:53:33 +0000 http://www.datamanager.it/?p=118998 I dati della Ragioneria Generale a portata di app, in collaborazione con Sogei, partner tecnologico del MEF. Il bilancio dello Stato italiano accessibile a tutti i cittadini, non solo agli addetti ai lavori «Niente è più irresistibile di un’idea il cui tempo sia giunto» – sosteneva il padre del romanticismo francese, Victor Hugo, e quel […]

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I dati della Ragioneria Generale a portata di app, in collaborazione con Sogei, partner tecnologico del MEF. Il bilancio dello Stato italiano accessibile a tutti i cittadini, non solo agli addetti ai lavori

«Niente è più irresistibile di un’idea il cui tempo sia giunto» – sosteneva il padre del romanticismo francese, Victor Hugo, e quel tempo sembra essere arrivato per la comunicazione tra pubblica amministrazione e cittadino. «Con il progetto Bilancio aperto abbiamo interpretato la trasparenza e l’accessibilità, andando oltre il significato che la legge dà a questi termini. Con la “app bilancio aperto” vogliamo andare incontro alle nuove aspettative del cittadino verso una facile accessibilità alle informazioni istituzionali, come quelle del bilancio dello Stato». è con queste affermazioni che Lamberto Romani, dirigente della pianificazione e del controllo delle attività IT della Ragioneria generale dello Stato del MEF, inizia a descrivere i risultati appena raggiunti con l’iniziativa Bilancio aperto e risponde, con l’abituale concretezza, ad alcune domande.

L’idea di Bilancio aperto, come ci spiega Romani, nasce per dare immediata e semplice accessibilità a documenti e informazioni di bilancio agli addetti ai lavori: parlamentari e funzionari, uffici studi, mondo accademico e tecnico. Ma anche al comune cittadino, spesso privo di specifiche competenze amministrativo/contabili. «ll bilancio è di certo un mondo per esperti – continua Romani – ma contiene informazioni rilevanti per la vita di tutti noi, dal momento che indirizza le risorse (acquisizione e finalità di spesa) con le quali si alimenta l’intera nazione».


.@MEF_GOV Lamberto Romani L’app per consultare il bilancio dello Stato
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Apertura e accessibilità                           

L’applicazione è disponibile gratuitamente su Google Play Store e su Apple Store ed è anche scaricabile all’indirizzo web del ministero dell’Economia e delle Finanze. Il progetto è partito la scorsa primavera e il primo obiettivo è stato quello di far uscire la prima versione della app a inizio luglio, in corrispondenza della pubblicazione del rendiconto di bilancio 2015. «Ci siamo riusciti – dichiara Romani – e ora stiamo attuando un piano di rilasci, molto articolato, che vede due percorsi paralleli. Uno riguarda la presentazione dei documenti di bilancio in corrispondenza agli eventi del ciclo: presentazione del disegno di legge di bilancio (DLB; tracciamento delle variazioni che intervengono sul DLB in corrispondenza della discussione alla Camera e al Senato e infine, a inizio gennaio, la pubblicazione della legge di bilancio approvata. Il secondo percorso segue l’evoluzione funzionale della app, che vede due linee guida fondamentali: l’arrichimento delle funzioni utili per gli addetti ai lavori e il miglioramento della fruibilità, delle informazioni, della “capacità comunicativa” per tutti i cittadini».

Bilancio aperto è il primo, importante passo di un percorso evolutivo che riguarda la diffusione sempre più aperta e ampia dei dati economici e amministrativi gestiti dalla Ragioneria generale dello Stato – afferma Romani. «Il suo data warehouse, operato da Sogei custodisce un patrimonio informativo ricchissimo. Oggi, è a disposizione degli addetti ai lavori attraverso il portale della banca dati delle amministrazioni pubbliche (BDAP). E molto presto sarà online sul web un’apposita sezione “OpenBDAP” del portale che estende l’accessibilità dei dati di maggior interesse a tutti i cittadini».


.@MEF_GOV Lamberto Romani #BilancioAperto, l’app aperta a tutti
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Come facilitare l’accesso ai dati disaggregati

Il modello informativo di Bilancio aperto prevede due sezioni per la navigazione dei dati. La prima si chiama “dati in evidenza” e rappresenta – ci spiega Romani – la porta di ingresso sul bilancio. È concepita per presentare i dati in forma grafica, ben descritti per essere facilmente comprensibili, e fruibili anche da utenti non esperti. La seconda sezione è quella di “navigazione dati” e consente l’accesso alle informazioni più analitiche. Progettata per facilitare l’accesso ai dati disaggregati, permette di mantenere in ogni momento l’utente pienamente consapevole di cosa stia esaminando e di come variare la rotta di navigazione. Grande attenzione – mette in evidenza Romani  – è stata dedicata alla definizione delle “etichette dei dati”, alla ricerca del miglior compromesso fra chiarezza divulgativa e tecnicismo». Per la Ragioneria generale dello Stato, gli attori maggiormente coinvolti sono l’Ispettorato Generale del Bilancio (IGB) per le fasi di indirizzo strategico e operativo e l’Ispettorato Generale per l’Informatizzazione della Contabilità di Stato (lGICS), che sovrintende alla conduzione tecnica e finanziaria del progetto; questo progetto è il risultato di un forte lavoro di squadra che ha visto impegnate in prima persona e in grande armonia tutte le componenti amministrative e informatiche della Ragioneria Generale dello Stato, di Sogei e dei fornitori.

L’implementazione degli sviluppi è curata da Sogei che ha messo in campo una compagine nella quale sono presenti, a livelli di eccellenza, tutte le diverse competenze necessarie per progettare, realizzare e gestire con successo prodotti nel mondo delle app e del web. «La sfida fondamentale – afferma Romani – è stata quella di sviluppare una “app di mercato” in grado di affermarsi per capacità di attrarre l’utente e facilità d’uso, e di essere disponibile in tempi brevissimi. «La scelta del gruppo di progetto RGS-Sogei è stata vincente e sono state messe in campo le competenze necessarie per cogliere l’obiettivo. Dal punto di vista della progettazione e sviluppo non è stato facile condensare in una app funzioni di navigazione, in genere appannaggio di ambienti di analisi dati evoluti. Tengo a precisare – fa sapere Romani con soddisfazione – che la app bilancio aperto è la prima del suo genere anche a livello internazionale: non ci risulta, infatti, che al momento altri paesi pubblichino i dati di bilancio aggiornati su applicazioni per device mobili».


.@MEF_GOV Lamberto Romani Tutti i conti dello Stato a portata di app
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Come richiamare l’interesse degli utenti

Per Romani, il primo tema da affrontare è quello di estendere la contininuità nell’uso della app, quando la tendenza sarebbe invece di accedere allo strumento solo tre volte all’anno, in occasione della presentazione degli atti che segnano il ciclo di bilancio. «Per questo stiamo lavorando a un vero e proprio piano editoriale – dice Romani – in grado di sfruttare al meglio le potenzialità della sezione “dati in evidenza”, e per segnalare anche altre informazioni rilevanti dal punto di vista amministrativo: una per tutte, quella dei pagamenti dello Stato. Non solo. Abbiamo attivato un meccanismo di notifiche, interne alla app, per richiamare l’interesse degli utenti in occasione della pubblicazione di nuovi documenti e dati, e stiamo pensando di produrre una newsletter da inviare agli utenti iscritti».

Le parole d’ordine

«Sono quattro le aree sulle quali si concentrano i futuri sviluppi: semplificare ancora di più la fruibilità dei dati da parte di utenti non esperti, utilizzando metodi e approcci propri delle app destinate al mondo consumer; supportare l’utenza esperta mediante l’arricchimento con funzioni di navigazione dati più sofisticate e realizzando la versione web di Bilancio aperto fruibile da device; dotare la app di “puntatori informatici” che aiutino gli utenti verso l’accesso alle altre banche dati di RGS; realizzare una sezione ad hoc per la consultazione di contenuti editoriali di tipo testuale (per esempio, studi comparativi e ricerche). Stiamo, infine, analizzando la pubblicazione di Bilancio aperto sugli store internazionali, per consentirne l’uso anche ai cittadini italiani all’estero e ai numerosi esperti della materia che lavorano nelle più importanti istituzioni internazionali che si occupano di finanza pubblica».

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Smart city e IoT – Il bit che ci circonda https://www.datamanager.it/2016/12/smart-city-iot-bit-ci-circonda/ Tue, 20 Dec 2016 11:06:51 +0000 http://www.datamanager.it/?p=116244 L’ultimo appuntamento delle tavole rotonde di Data Manager nel 2016 è dedicato alla IoT e alla sua principale articolazione, la smart city. ll verdetto? Necessaria una maggiore concertazione tra pubblica amministrazione e imprese, nel contesto di un nuovo sistema di regole e organizzazione   L’Internet delle Cose è considerata il fondamento tecnologico di diverse grandi […]

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L’ultimo appuntamento delle tavole rotonde di Data Manager nel 2016 è dedicato alla IoT e alla sua principale articolazione, la smart city. ll verdetto? Necessaria una maggiore concertazione tra pubblica amministrazione e imprese, nel contesto di un nuovo sistema di regole e organizzazione

 

L’Internet delle Cose è considerata il fondamento tecnologico di diverse grandi aree di trasformazione che riguardano l’automazione in fabbrica, il commercio al dettaglio, la sanità, la scuola e molto altro ancora. Ma a oggi, il terreno di prova forse più diffuso è quello che abbraccia i servizi e le applicazioni della smart city, che a loro volta alimentano – insieme al parallelo fenomeno della connected car e dei veicoli a guida autonoma – il grande impulso osservato in comparti come la machine-to-machine communication. La comunicazione tra i sensori e i dispositivi IoT è tuttavia solo una parte, pur rilevante, di uno scenario decisamente in crescita – come confermano del resto le cifre e le considerazioni che Daniela Rao, senior consulting & research director di IDC Italia ha sviluppato nel corso della tavola rotonda organizzata sul tema da Data Manager con l’ormai consueta collaborazione di Gruppo UniCredit. Le tecnologie IoT sono già in grado di aiutarci a gestire meglio l’energia, a risolvere le problematiche legate al trasporto di passeggeri e merci, combattere l’inquinamento, rinnovare gli strumenti e i canali della logistica e del commercio al dettaglio, implementare evoluti servizi di tipo medico-sanitario, potenziare l’educazione scolastica e rivitalizzare il turismo. Proprio per discutere di questa prima fase di maturazione dell’IoT, alla tavola rotonda hanno preso posto i rappresentanti di aziende, operatori finanziari, decisori della pubblica amministrazione, rispondendo, ancora una volta, a una nutrita serie di spunti e dando vita a una conversazione molto più “dialogata” del solito. Non sarà facile restituire la forte interattività, in sede di resoconto, ma questo è il nostro obiettivo.

VOLANO DI CRESCITA

Ai partecipanti è stato innanzitutto chiesto di raccontare le iniziative avviate, nelle aziende come nella PA. Data Manager ha cercato di raccogliere le opinioni del panel in relazione ai possibili rapporti tra IoT e innovazione all’interno delle organizzazioni, e alla capacità da parte di queste tecnologie di diventare un volano di crescita e un generatore di nuove opportunità di business, sempre nel pieno rispetto dei vincoli di sicurezza, privacy e compliance normativa impliciti in applicazioni così “disruptive” (pensiamo solamente ai veicoli a guida automatica). E naturalmente a tutti è stato chiesto di esprimere pareri sui fattori che frenano – o viceversa possono favorire – una maggiore digitalizzazione delle nostre imprese e delle aree urbane.


#DMsmartcity Scalabilità e partnership tra pubblico e privato per un ecosistema smart
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Daniela Rao di IDC Italia ha fornito una prima serie di valutazioni sul mercato IoT in Europa e in Italia, un ambito, ricorda l’esperta, che include le tecnologie IT ma anche oggetti e soluzioni finora esclusi dalla digitalizzazione. «In Europa occidentale – ha detto Daniela Rao – stiamo parlando di un valore di un centinaio di miliardi di dollari di cui l’Italia rappresenta circa il 13 per cento. Un mercato molto frammentato e sofisticato, due caratteristiche che lo differenziano rispetto al mercato IoT asiatico più “basic”, quantitativo, viste anche le dimensioni delle aree urbane». A sua volta l’Europa, con Francia, Regno Unito e Olanda le nazioni più vivaci, rappresenta il 22% del mercato mondiale misurato da IDC.

Chi investe oggi in soluzioni IoT e in quali aree? IDC individua una decina di aree di spesa ordinate in sei categorie: produzione industriale, commercio al dettaglio, mondo consumer, energia, trasporti e applicazioni intersettoriali (come gli smart building e le auto connesse). «Innanzitutto, vediamo il mondo consumer con i dispositivi wearable, il wellness e tutto il mondo assicurativo, connected car compresa, un’area destinata a crescere con dinamiche molto rilevanti nei prossimi anni». Bisogna rilevare che se il settore IT vale circa cinque volte l’IoT in Italia, oggi l’IT in senso stretto è un mercato piatto. «Tra qualche anno probabilmente non parleremo più di IT ma di un unico grande comparto IoT» – ha affermato l’analista di IDC. «Non è pensabile una evoluzione dell’ICT che non comprenda l’Internet delle cose e questa è la vera trasformazione». Al di là della spesa attribuibile ai consumatori, che rappresentano l’edge della rete e il punto verso cui si sposta l’intelligenza dell’oggetto connesso, il corpo umano è una vera frontiera dell’IoT per tutta una serie di attività come il pagamento, l’accesso a facility aziendali, i servizi di trasporto.

SMART CITY A CONFRONTO

Smarthome e movimentazione di persone e merci sono oggi le due aree più dense di progettualità, entrambe con buoni potenziali di crescita. Forte anche l’intera tematica infrastrutturale, dalle reti TLC all’energia. «Qui dominano fenomeni come le reti di telecomunicazione low range ma anche la smart grid e le altre infrastrutture distribuite» – sottolinea Daniela Rao, parlando di un ambito che rappresenta un terreno di confronto tra operatori di TLC e IoT. Il mondo del manufacturing viene valutato al terzo posto in funzione dei casi di studio osservati, pur essendo particolarmente frammentato e verticalizzato. «Abbiamo poi tutto il public sector, con creste contenute e fondi assegnati con molta calma, non solo in Italia ma anche in Europa e in Asia, dove viste le dimensioni si investe relativamente poco». Infine, il commercio al dettaglio che si muove soprattutto lungo gli assi della multicanalità e della user experience.

Per quanto riguarda la smart city, nell’estate 2016, IDC ha condotto uno studio basato su un questionario di self assessment relativo a 120 centri urbani europei. Alle singole amministrazioni è stato chiesto di valutare lo stato dell’arte dei rispettivi progetti di smart city in funzione di una scala valutativa a cinque livelli: dal minimo, rappresentato dalla messa in campo di singole iniziative “ad hoc”, isolate tra loro, fino al massimo delle città intelligenti “ottimizzate”, dove integrazione, innovazione e miglioramento continuo si traducono in un ecosistema di servizi solido, ben governato e finanziariamente sostenibile. Quasi la metà, il 44%, dei 120 soggetti preferisce collocarsi al primo livello: «In effetti – confessa Rao – ci aspettavamo che i progetti in Europa fossero un po’ più progrediti sulla strada della standardizzazione e della industrializzazione». Appena il 9% delle smart city prese in considerazione è al massimo stadio di maturazione. Tra i due estremi, ha proseguito l’analista, esistono situazioni molto variegate. Circa un quarto dei progetti, specialmente quelli del Regno Unito e paesi nordici, è arrivato al quarto livello, la cosiddetta area “managed”, entrando cioè già in ottica di governance senza tuttavia aver messo a punto un piano davvero ottimizzato. «Negli stadi iniziali, ha concluso Daniela Rao, sono molto importanti due elementi. Quello del budget che non sempre viene assegnato in via definitiva, cosa che si estende a diversi progetti non solo in Italia. Un altro tema è legato alla governance e agli stakeholder: risulta difficile individuare chi deve gestire la smart city, chi la finanzia, dove ha sede la sala regia».


#DMsmartcity IoT, mercato in crescita ma frammentato e sofisticato
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L’UFFICIO IN CONDIVISIONE

Come ha spiegato Davide Rimonta, head Offices Projects and Digital Real Estate di UniCredit Business Integrated Solutions, la sensoristica dell’IoT aiuta il gruppo bancario nelle sue strategie di smart working ed efficientamento legato a una diversa gestione del patrimonio immobilare. Con il lavoro flessibile UniCredit sta rivisitando l’uso degli spazi fisici con l’introduzione di un concetto di desk sharing che, secondo Rimonta, «viene compensato nei confronti dei colleghi ai quali chiediamo di rinunciare allo spazio di lavoro esclusivo con un arricchimento del work setting, più adatto al variare delle attività durante la giornata». Secondo pilastro dello smart working è rappresentato dalla possibilità di lavorare una volta alla settimana da casa o da qualsiasi luogo infrastrutturato adibito a ufficio momentaneo. Grazie alla sensoristica, il team di Rimonta ha analizzato le percentuali di occupazione delle scrivanie in situazioni normali, fissando un coefficiente pari a 0,8 nelle sue regole di condivisione: 80 scrivanie non esclusive, ogni cento dipendenti. Inoltre, UniCredit sta per introdurre a Verona il primo edificio completamento “nativo” per il desk sharing. «Una piattaforma di realtime occupation monitoring ci aiuta attraverso la sensoristica a verificare in ogni istante le postazioni disponibili tra scrivanie e aree comuni».

Sul puntuale intervento di Giuseppe Faraci, CIO and head of Clinical Engineering del Centro Medico Santagostino, una importante rete privata di poliambulatori medici, non convenzionati con il Sistema Sanitario Nazionale ma uniformati a una politica di prezzi calmierati, facilitati dall’uso molto efficiente delle risorse, emerge la rilevanza della tipologia di sensoristica. «La sperimentazione di UniCredit – secondo Faraci – richiama il lavoro che stiamo portando avanti per monitorare i tempi di visita, proprio perché un tempo ottimale dà risultati più efficaci». Il Centro medico si è posto la problematica di come taggare i pazienti e la strada giusta non può passare per l’uso di telecamere, troppo invasive dal punto di vista della privacy. «Stiamo ragionando sull’impiego di microcontrollori stile Arduino e di sensori di accesso, orientandoci su un discorso di controllo algoritmico, che sovrappone le agende di visita della giornata agli eventi che si verificano real time». Un problema, ribatte Rimonta, che anche UniCredit si è posto nell’analisi degli schemi di occupazione degli spazi nelle filiali, dove al posto delle videocamere – da escludere per analoghe regole di compliance normativa – o di mappe termiche (più adatte secondo Rimonta allo studio di importanti flussi all’interno di grandi spazi chiusi, tipicamente i centri commerciali), vengono misurati i tempi di attesa o di servizio erogato da sportelli e desk consulenziali.

IL CAR POOLING IN BANCA

Tra gli strumenti per la gestione degli spazi di lavoro condivisi in UniCredit c’è anche la nuova app che verrà rilasciata per la prenotazione in tempo reale delle risorse disponibili. «Tra le novità, abbiamo introdotto un concetto di check-in che riduce il numero di risorse prenotate ma non utilizzate, e che utilizza ancora meglio le risorse che si sono liberate, risultando così nuovamente prenotabili». Il controllo dei livelli di occupazione ha infine importanti ricadute sul tema dell’efficientamento energetico e della riduzione degli sprechi di illuminazione e riscaldamento. Rimonta conclude il suo intervento iniziale con un rimando alla dimensione del rapporto tra lavoro flessibile e smart city. «L’idea è che tutta la nostra presenza in città diventa più intelligente» – sottolinea il responsabile Real Estate di UniCredit Business Integrated Solutions. Posso lavorare da casa ma anche in altri punti che siano strategicamente o logisticamente più comodi, senza privarmi di quelle che sono le facilities tipiche dell’ufficio o della possibilità di incontrare colleghi nei nuovi hub, alternativi alla propria sede, messi a disposizione». Per questo, UniCredit è aperta alla collaborazione con le varie municipalità per servizi come il bike o il car sharing e sta sviluppando, in collaborazione con terze parti esterne, soluzioni di car pooling aziendale che dovrebbero partire proprio dalla città di Milano.

Non da Milano, ma da Torino, arrivano le prime risposte sugli interrogativi che riguardano in modo specifico la smart city. L’intervento di Paola Pisano, docente di informatica e assessore ai Servizi Demografici e Statistici, Toponomastica, Sistemi Informativi, Progetto Smart City, Innovazione del Comune di Torino, diventa subito occasione per ingaggiare la tavola rotonda sulle questioni del finanziamento, della sostenibilità e della governance dei piani per la digitalizzazione dei servizi ai cittadini.

«I servizi della smart city sono difficili da finanziare e portare alla maturità» – è in sostanza il discorso del neo-assessore della giunta pentastellata torinese. «Ma sono complicati anche da promuovere tra gli stessi abitanti, spesso inconsapevoli delle opportunità offerte dalla digitalizzazione. Gli approcci praticabili – però – ci sono e vengono affrontati con successo,  sembrano affermare sia la Pisano sia i rappresentanti del mondo delle utilities e della system integration seduti al tavolo.


#DMsmartcity Tra pochi anni non parleremo più di IT ma di un unico comparto #IoT
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LA FURBIZIA DELLA MOLE

La situazione trovata al momento del suo insediamento, riconosce l’assessore torinese, ricorda molto lo scenario descritto da Daniela Rao. «Tanti progetti interessanti, ma allo stadio pilota». Perché? «Il problema principale osservato è che dai servizi avviati latitano scalabilità e precisi modelli di business». La luce intelligente è bellissima quando viene sperimentata su una decina di lampioni in città, ma una volta che i test finiscono non si riesce a imboccare il sentiero della continuità. «Se i lampioni smart si rompono chi li ripara? L’Università che non ha manutentori o il Comune? E tutto si blocca perché gli attori coinvolti non si sono posizionati correttamente, primo tra tutti, l’amministrazione locale che non è il soggetto che paga un servizio, ma che dovrebbe essere visto dalle aziende come un partner. Se ci fidiamo solo della capacità economica di un Comune, un progetto non riesce a scalare».

Gianluca Salvaneschi, head of Strategic Business Development & IoT South & Central Europe Orange Business Services, dice di concordare su questo punto. «In questo ambito, l’operatore Orange non lavora con le amministrazioni municipali ma con le utilities che possono ripagarsi i progetti con i risparmi energetici ottenuti. Mancano ancora veri modelli di business, ma abbiamo una serie di valori aggiunti, per esempio sui lampioni si possono installare telecamere per il controllo del traffico e la mobilità genera dati e informazioni che si possono rivendere». E Marco Moretti, Cio di una importante utility locale, A2A di Milano e Brescia incalza: «Il problema è che continuiamo a pensare in termini di modelli di business tradizionali, mentre dovremmo inventarne di nuovi». Una necessità, questa, avvertita anche dagli amministratori alle prese con una problematica di marketing di servizi rivolti a cittadini, che – come osserva Paola Pisano – sono soggetti molto diversi dai consumatori e non percepiscono nello stesso modo né i vantaggi né le motivazioni alla base di certe iniziative. In Francia, obietta Salvaneschi, le smart city riescono a decollare rispetto alle fasi di sperimentazione proprio perché i modelli di business si trasformano e oggetti come i pali della illuminazione intelligente moltiplicano il loro valore perché costituiscono una infrastruttura polivalente capace per esempio di creare marginalità con applicazioni Big Data. Ma c’è anche, nota l’esperto di Orange, il forte sostegno dello Stato centrale.

UN CESTINO CHE NON SI PUÒ RIFIUTARE

Quella del responsabile delle infrastrutture IT di A2A è sicuramente una delle voci più positive alla tavola rotonda. A2A investe sia in illuminazione intelligente sia in smart parking, e a Milano sta per inaugurare, grazie ad A2A Smart City, una “newco” costituita proprio per il lancio dei progetti più innovativi. Primo fra tutti, un piano di “digitalizzazione” dei cestini stradali che tramite sensori di volume possono monitorare il proprio stato di riempimento e fornire dati preziosi per renderne più efficiente lo svuotamento, grazie alla ottimizzazione dei percorsi seguiti dai mezzi di raccolta. «La smart city arriva in un momento di contrazione delle marginalità tradizionali, ma si può fare. Dobbiamo essere autonomi nella nostra capacità di guidare gli investimenti, ricevendo però il pieno supporto e la sponsorship dei Comuni». Tra le iniziative in campo, c’è anche un hackathon promosso per la prima volta a Brescia lo scorso settembre, con una sessantina di giovani sviluppatori chiamati a sfidarsi sul piano delle idee innovative basate sulle tecnologie A2A. Anche Roberto Orofino, direttore Sistemi Regione di Lombardia Informatica ritiene che una possibile soluzione passi attraverso l’attrattiva, che i servizi innovativi possono esercitare nei confronti dei cittadini-utenti, e i vantaggi ottenibili in termini di recupero di efficienza. «La raccolta dei rifiuti – sostiene Orofino – è da sempre un insieme di gioia e dolori per le municipalità. Ma quelle che riescono a introdurre nuovi servizi lo fanno, riducendo la tassazione grazie alla maggiore efficienza. Il cittadino è disposto a pagare quando questa viene percepita nel modo giusto». Tutti i partecipanti concordano tuttavia sulla necessità di costruire, intorno alle iniziative di smart city, un clima di forte coesione tra sponsor pubblico e imprese che collaborano, siano esse le tradizionali aziende municipalizzate o aziende private.

METTERE LE TECNOLOGIE IN COMUNE

La partnership tra pubblico e privato è uno snodo importante. Tra gli strumenti di sviluppo degli  ecosistemi c’è il project financing. Ma si riesce a gestire questo tipo di piattaforme sul piano burocratico e normativo? «A fatica» – ammette Paola Pisano. «Come ente pubblico, dobbiamo dare le stesse opportunità a chi opera sul mercato, non possiamo scegliere l’azienda “migliore” ma quella che vince il bando e spesso i bandi non premiano il valore in più dato dalle tecnologie». Torino, prosegue l’assessore, si sforza di fare partnership sfruttando le nuove norme sugli appalti innovativi e svolgendo un grande lavoro di scouting per individuare, con la mentalità del business accelerator, le aziende e i service provider più interessanti, invitandoli al confronto, presentandoli alla cittadinanza. «Il prossimo luglio, si ripeterà l’iniziativa realizzata con la European Innovation Academy, per selezionare startup e progetti (non solo sulla smart city), facendoli discutere con mentor di tutto il mondo». Per Orofino di Lombardia Informatica, gli ecosistemi che possono diventare il fondamento di una forte digitalizzazione delle nostre aree urbane sono «una partita aperta ed entusiasmante, dove sicuramente la collaborazione tra pubblico e privato, i cambi generazionali, il mentoring, il coinvolgimento delle startup che dobbiamo contribuire a far nascere e consolidare devono essere guardati con estrema attenzione da tutta la PA».


#DMsmartcity Il tema etico del comportamento è centrale
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A questo proposito è interessante l’esempio portato al tavolo da Eros Buffo, responsabile Centri di Competenze Smart Platforms del system integrator Indra, la cui visione è quella di una smart city non come raccolta di servizi verticali end-to-end, ma come piattaforma orizzontale su cui innescare, modularmente, elementi di specializzazione corrispondenti ai vari servizi. Solo partendo da questo approccio infrastrutturale di insieme, si possono evitare problemi come la ridondanza e duplicazione delle cose già fatte. «Per realizzare una città smart non dobbiamo partire dal problema e arrivare al sensore, perché sprecheremmo denaro e risorse in una soluzione che resterebbe isolata e difficile da riutilizzare». In Spagna, ha fatto scuola il caso della città La Coruña, una città grande come Bergamo che ha costruito una solida partnership tra università, municipalizzate e aziende private, dando vita a una infrastruttura oggi condivisa da una quindicina di servizi». Una parte significativa dell’investimento (in tutto, per rendere smart La Coruña sono stati spesi circa 12 milioni di euro) ha avuto come obiettivo l’informazione e il coinvolgimento della cittadinanza e così oggi, la città dell’estremo nord-ovest ispanico è diventata un modello ispiratore e una “calamita” di talenti e iniziative imprenditoriali.

IL SERVIZIO CHE (NON) FA NOTIZIA

«Tanta parte dei problemi di queste forme di marketing locale è attribuibile alla mancanza di strumenti adeguati per arrivare al cittadino, il quale vive la città di sfuggita, la nota poco, ci sta, la usa, e spesso non capisce che il suo comportamento può trasformare la città». È il commento di Emanuela Donetti, fondatrice di Urbano Creativo, agenzia che si occupa di gestire e pianificare in modo innovativo l’urbanistica e le infrastrutture del territorio. A proposito di marketing urbano, Emanuela Donetti ricorda come in Italia sia in vigore una legge, la numero 150 del 2000, che rende obbligatoria la comunicazione da parte del Comune. Spesso però chi è addetto alla comunicazione pubblica non viene formato, spesso e volentieri è il fuoriuscito del giornale locale a diventare comunicatore: ma una cosa è il giornalista che scova le notizie e un’altra mettersi nei panni dell’amministrazione che eroga servizi ai cittadini». La fondatrice di Urbano Creativo mette in evidenza una delle tante carenze che rappresentano un ostacolo al consolidamento, nell’ambito della PA, di una progettualità basata sulle nuove tecnologie. Roberto Orofino di Lombardia Informatica cita anche la mancanza di un sistema di regole adatto alla smart city. «Stiamo riempiendo le nostre città di sensori, ma qual è il sistema di regole di cui dotarsi? Il tema etico del comportamento è centrale nella questione smart city, perché lo stile di vita delle persone cambia completamente». Allo stesso tempo, Orofino ritiene che la presenza di troppi decisori sia un freno alla crescita del fenomeno e per questo si dice interessato agli effetti di figure come quella di Diego Piacentini (la tavola rotonda si è svolta diverse settimane prima della recente crisi di governo, ndr), teoricamente in grado di accorciare i tempi dell’innovazione, grazie a una delega molto forte. «Personalmente – afferma Orofino – tifo per una maggiore centralizzazione. C’è bisogno di un “tiranno digitale” che ci dica cosa fare».


#DMsmartcity La sicurezza è un abilitatore di possibili misure di controllo
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A proposito di regole e meccanismi decisionali suonano particolarmente efficaci le parole di Mauro Cicognini, membro del direttivo e del comitato tecnico scientifico di CLUSIT. Molte delle tecnologie alla base dell’IoT – la sensoristica, l’automazione dei sistemi e persino di oggetti sensibili e ingombranti come gli autoveicoli a guida autonoma, evocati da diversi dei nostri interlocutori – sono fonte di preoccupazione. «Noi non siamo in grado di formare un certo tipo di progresso, così radicato in una psiche che ci spinge ad apprezzarne l’utilità» – sottolinea l’esperto. «Ancora una volta il problema è culturale, stiamo raggiungendo un punto in cui è difficile stare al passo dell’innovazione ed educare le nuove generazioni all’uso di una tecnologia che cresce troppo velocemente, senza darci il tempo di sviluppare la necessaria esperienza, introducendo i necessari meccanismi di retroazione». Ma in questo senso la sicurezza è un grande abilitatore di possibili misure di controllo. «Quando si parla di dati misurati dai sensori, l’integrità delle informazioni è fondamentale perché aiuta a capire gli effetti e le conseguenze della tecnologia e a dominarla, specie quando si tratta di servizi erogati nel contesto di una pubblica amministrazione democraticamente eletta».

TECNOLOGICI MA POCO ORGANIZZATI

Ultimo in ordine cronologico a intervenire nel dialogo è Alberto Olivetti, CIO di Start Romagna, azienda consortile che gestisce le reti di trasporto pubblico nelle tre province di Ravenna, Forlì e Rimini. Trasparenza e informazione sono secondo Olivetti due parole chiave nella pletora di servizi digitali che un gestore di mezzi pubblici può mettere a disposizione della propria utenza e al proprio interno, come strumento di ottimizzazione di aspetti come la movimentazione e la manutenzione dei veicoli. «Come molti operatori del settore – spiega Alberto Olivetti – Start Romagna segue il filone della “smart people for smart bus”, rilasciando applicazioni per l’acquisto dei biglietti online, la gestione dei viaggi, persino del pagamento delle eventuali contravvenzioni. Spesso però, il problema è come “far atterrare” nelle città queste iniziative». Per chi prende gli autobus, la “vetrina” più importante è la pensilina di attesa alla fermata. «La maggiore difficoltà è rendere smart questa pensilina attraverso un progetto di digitalizzazione con al centro il cittadino, che deve essere informato in modo dinamico di tutte le opportunità». Il responsabile IT di Start Romagna parla anche della sua partecipazione a un progetto europeo in collaborazione con Continental, basato sulla raccolta in tempo reale di dati sulla pressione dei pneumatici dei veicoli. «I dati arrivano direttamente in officina e permettono di bloccare automaticamente i mezzi quando questi non sono in sicurezza». Uno dei tanti esempi, di quanto le realtà locali siano allineate con il resto dell’Europa sul piano delle tecnologie. Il ritardo, conclude Olivetti, è ancora una volta di tipo organizzativo.


#DMsmartcity Quando si parla di dati misurati dai sensori, l’integrità è fondamentale
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The CreActive Network: il lato creativo della rete https://www.datamanager.it/2016/11/the-creactive-network-lato-creativo-della-rete/ Thu, 24 Nov 2016 16:01:52 +0000 http://www.datamanager.it/?p=114579 Novità tecnologiche e applicazioni del futuro: il mondo della ricerca italiana alla Conferenza GARR. In tre giorni, circa 50 presentazioni sui temi: Open Data, Smart city, Digital Cultural Heritage, competenze digitali A Firenze dal 30 novembre al 2 dicembre, la comunità italiana dell’istruzione e della ricerca si incontra alla conferenza GARR, per mostrare le applicazioni e […]

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Novità tecnologiche e applicazioni del futuro: il mondo della ricerca italiana alla Conferenza GARR. In tre giorni, circa 50 presentazioni sui temi: Open Data, Smart city, Digital Cultural Heritage, competenze digitali

A Firenze dal 30 novembre al 2 dicembre, la comunità italiana dell’istruzione e della ricerca si incontra alla conferenza GARR, per mostrare le applicazioni e i nuovi scenari possibili attraverso l’uso della rete.

Come sempre, la multidisciplinarità è al centro della scena: il filo conduttore dell’edizione di quest’anno sarà il ruolo della rete come spazio aperto di condivisione e creazione di nuova scienza e cultura.

Ospitata dall’Università degli Studi di Firenze, la Conferenza GARR 2016 dal titolo “The CreActive Network”, ha in programma diversi temi: dai modelli innovativi per insegnare le competenze del futuro agli Open data, dall’Internet of Things al patrimonio culturale digitale, dal Cloud computing alle Smart city.

Tra i keynote speaker: Walter Quattrociocchi dell’IMT di Lucca, esperto di scienze sociali computazionali che parlerà di come le notizie si diffondono attraverso i social media e dei problemi legati all’”era della disinformazione”; Flavia Marzano, Assessora Roma semplice al Comune di Roma che aprirà la sessione dedicata alle Smart city; Valerio Pagliarino, 16 anni, vincitore dello European Union Contest for Young Scientists con un progetto chiamato LaserWan, per portare la connessione Internet ad alta velocità anche in luoghi isolati e remoti grazie all’uso di raggi infrarossi.

La Conferenza sarà aperta dall’intervento del presidente del GARR, Sauro Longhi, Rettore dell’Università Politecnica delle Marche ed esperto sui temi dell’Internet of Things.

Circa 50 gli interventi con speaker provenienti da università italiane e internazionali, enti di ricerca e PA.

Grazie alla rete, comunità diverse possono incontrarsi e dar vita a collaborazioni realmente interdisciplinari, trovare e condividere dati e servizi, applicare al proprio settore metodi ed idee usati in altri campi, dare vita alle creazioni più svariate: esperimenti scientifici, esposizioni virtuali, performance dal vivo. All’interno di questo spazio stimolante e aperto si creano e si diffondono nuove competenze contribuendo a superare i molti tipi di divario digitale che ancora esistono in Italia e altrove.

La conferenza darà spazio alla presentazione di casi di successo e a interessanti problematiche a cui si richiede risposta. Si parte con la realtà virtuale applicata alle arti e alle performance dal vivo: con esperienze di teatro distribuito su più luoghi, video mapping per la valorizzazione del patrimonio artistico e architettonico e a progetti mirati all’interazione fisica con gli oggetti virtuali per creare percezioni reali negli utenti.

Diverse presentazioni affrontano il tema della co-creazione: nell’ambito della formazione, Riccardo Iaconelli ci parla di WikiToLearn, progetto nato da un gruppo di studenti che hanno realizzato una sorta di “Wikipedia degli studenti”, ovvero una piattaforma per la creazione di libri di testo collaborativi. Nell’ambito del patrimonio culturale e geografico la condivisione di contenuti permette la realizzazione di viaggi virtuali in realtà aumentata da Venezia alle Dolomiti, fino alle coste della Sardegna attraverso i progetti di Victoria Szabo della Duke University, Stefania Zardini Lacedelli dell’Università di Leicester e Luigi Serra del CNR-ISEM.

Si parlerà  di Big Data e social media con Paolo Nesi dell’Università di Firenze, che attraverso Twitter Vigilance permette a ricercatori ed analisti di effettuare analisi e ricerche su dati derivati da Twitter riferiti ad aree tematiche molto diverse, come ambiente e meteo, disastro ambientale, farmacologia, servizi smart city, turismo, cultura.

Riuso e condivisione di dati in formato open sono i principi che hanno portato a realizzare la rete delle biobanche veterinarie nazionali, progetto presentato da Giorgio Bontempi dell’IZS della Lombardia e dell’Emilia-Romagna.

Dal punto di vista tecnologico una delle più interessanti prospettive future è aperta dal lavoro di Giampaolo Susanna dell’ISCOM che, con Organic VThe CreActive Network,isible Light Communication (O-VLC), punta ad utilizzare le frequenze della luce a led presente nelle abitazioni come sistema di trasmissione wireless per l’Internet delle cose. Un sistema assolutamente sicuro, flessibile e low-cost.

Per il programma completo cliccare qui

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Smart city, connettere le “cose” e le persone https://www.datamanager.it/2016/10/smart-city-connettere-le-cose-le-persone/ Wed, 26 Oct 2016 12:53:43 +0000 http://www.datamanager.it/?p=112339 Una nuova geografia senza confini in cui le smart city diventano piattaforme per lo sviluppo Smart city e IoT. Dalla semplicità di un irrigatore o di un termostato alla complessità di una moderna fabbrica, ogni “cosa” che esiste nel mondo reale avrà la capacità di essere connessa, di interagire con altre, di produrre dati e […]

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Una nuova geografia senza confini in cui le smart city diventano piattaforme per lo sviluppo

Smart city e IoT. Dalla semplicità di un irrigatore o di un termostato alla complessità di una moderna fabbrica, ogni “cosa” che esiste nel mondo reale avrà la capacità di essere connessa, di interagire con altre, di produrre dati e operare automaticamente in un sistema che annulla le differenze tra mondo fisico e digitale. L’Internet of Things (IoT) riscriverà i piani di governo del territorio. Le smart city si stanno già trasformando in computer estesi. L’estrazione, la correlazione, l’archiviazione e l’analisi dei dati diventano funzioni dei nuovi piani regolatori. La Rete e l’integrazione delle informazioni dettano i nuovi modello di progettazione. Ogni access point diventa punto di aggregazione di informazioni che monitorano stili di uso, consumi e bisogni che vengono rielaborati per fornire servizi ad alto valore.

L’evoluzione del Machine-to-machine (M2M) in ambito IoT grazie al supporto del cloud e degli analytics consentirà di offrire servizi sempre più innovativi e nuovi standard sulle performance di processo, l’organizzazione del lavoro, la gestione dei processi produttivi in tutti i settori, dall’industria manifatturiera all’edilizia, passando per i trasporti, la sanità, il commercio, il turismo e l’agricoltura di precisione. Alla malta e ai mattoni si sostituisce un impasto di fibre ottiche, capacità di calcolo, sensori e Big Data. Questo impasto è la piattaforma su cui innestare nuove regole di governance con un approccio citizen-centric, perché la realtà è diversa dalla somma delle singole parti. Connettività, standardizzazione, governance solo le parole chiave come ha spiegato Daniela Rao, senior consulting & research director di IDC Italia, mettendo in fila le cifre di un mercato europeo molto frammentato. Ma occorre anche una regia unica, collaborazione tra pubblico e privato, trasparenza e un approccio open ai dati.


#Smartcity #IoT un nuovo continente che sta nascendo – Video #DMSmartcity
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Smart city & IoT, un nuovo continente che sta nascendo

Le separazioni tradizionali tra spazio fisico e spazio virtuale, tra luogo del lavoro e del tempo libero, tra alto e basso, tra centro e periferia saranno completamente ridisegnate. Così, periferico diventa sinonimo di tutto ciò che non è connesso – e centrale, di tutto ciò che può essere collegato alla rete. Grazie all’IoT si possono utilizzare meglio le risorse per ridurre i consumi e far lavorare meglio le persone. Si può progettare la mobilità sulla base dei dati e rendere gli edifici più smart. Parcheggi, Acqua, Ambiente, Spazzatura, Trasporti, Industria, Logistica, Sanità, Sicurezza, Legalità: i sensori dotati di intelligenza a bordo sono i nuovi mattoni. Con una peculiarità. La città intelligente è anche invisibile perché sono i comportamenti che influenzano lo sviluppo. Ma c’è differenza tra capacità di controllo attraverso una rete di sensori e la capacità di governare un fenomeno complesso, per prendere decisioni anche politiche da cui derivano conseguenze di tipo economico. Sta nascendo una nuova geografia senza confini, dove i territori si aggregano, superando il concetto di contiguità fisica. La “smart city” non può essere circondata da “fossati”, non può ridursi alla semplice applicazione e neppure a un indice delle performance. Da New York a Milano, da Torino alla Coruña in Spagna, i grandi sistemi urbani diventano piattaforme dove si innestano servizi, nuovi modi di vivere, lavorare e produrre. Ma come si governa questo nuovo continente che sta nascendo? Ce lo hanno spiegato: UniCredit Business Integrated Solutions, A2A, Centro Medico Santagostino, CLUSIT, Comune di Torino, Lombardia Informatica, Start Romagna, Urbano Creativo, Indra e Orange Business Italy.

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Indra, smart city dalla teoria alla pratica

L’approccio olistico di Indra alla città Intelligente parte dal presupposto che dare “soluzioni semplici” a fenomeni complessi è una pretesa illusoria e forse anche pericolosa perché contribuisce ad aumentare la rigidità e riduce i fenomeni alla somma delle singole parti, quando invece sono le correlazioni e le retroazioni che ci aiutano a leggere la realtà in modo veramente intelligente, come ha detto Eros Buffo, responsabile Centri di Competenze Smart Platforms di Indra in Italia. SOFIA2 è la soluzione IoT e Big Data di Indra per ottenere la gestione completa e trasversale della città: un ponte tra mondo fisico e mondo virtuale che permette di aumentare non solo l’experience dei cittadini (consumatori, utilizzatori, elettori) ma di governare meglio i servizi urbani, la sicurezza, la partecipazione e il processo decisionale degli amministratori pubblici. «Il concetto di città intelligente non coincide con la soluzione verticale ma è un modello tecnologico e organizzativo che deve mettere al centro a condivisione delle informazioni, delle decisioni e delle responsabilità tra i diversi sottosistemi. Una città connessa è una luogo più attrattivo capace di essere un volano economico. Le città devono evolversi verso un modello di gestione di maggiore qualità ed efficienza: non la soluzione che risolve il problema singolo ma la piattaforma condivisa che moltiplica le opportunità. Perché il “cervello” di una città ha bisogno anche di molte braccia».

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#Smartcity dalla teoria alla pratica – Videointervista a Eros Buffo @IndrainItalia
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Orange Business Services, un ecosistema integrato per le smart city

Siamo solo all’inizio, ma l’IoT permette di seminare di buone pratiche le città, senza dimenticare che anche il cittadino deve essere considerato un punto di contatto centrale. Gli orizzonti applicativi sono in continua evoluzione e gli oggetti intorno sono destinati a diventare “nodi di rete” capaci di elaborare i segnali e dialogare con macchine, device, piattaforme e sistemi intelligenti. «Un paese per lo sviluppo ha bisogno di piattaforme per la crescita digitale, ma anche di nuovi modelli di business e collaborazione. La connettività è sempre più dinamica e la rete, sempre più software defined sarà la chiave di volta per i nuovi servizi» – spiega Gianluca Salvaneschi, head of Strategic Business Development & IoT South & Central Europe di Orange Business Services. «I sensori giocheranno un ruolo importante nel processo di pianificazione e governance delle città. Il trasporto è forse una delle più grandi sfide delle città moderne, ma non è l’unico flusso che può essere gestito al meglio. Pensiamo al consumo di energia e di acqua, oppure al monitoraggio dell’ambiente e alla raccolta intelligente dei rifiuti. Questi dati devono essere raccolti, analizzati in streaming e gestiti in sicurezza. E questa è l’altra sfida. Perché sono i sistemi legacy che frenano i cambiamenti di paradigma».

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Un ecosistema per le #smartcity – Videointervista a Salvaneschi di @orangebusiness
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Creatività digitale, ecco la maratona Hackcreativity https://www.datamanager.it/2016/10/creativita-digitale-la-maratona-hackcreativity/ Thu, 20 Oct 2016 13:50:41 +0000 http://www.datamanager.it/?p=111937 L’evento, organizzato dalla Fondazione Aristide Merloni e dall’Università Politecnica delle Marche il 29 e il 30 ottobre a Fabriano, chiama a raccolta i talenti digitali e non solo da ogni parte d’Italia. In palio per la web application più innovativa un premio di 3.000 euro. Iscrizioni fino al 25 ottobre Studenti universitari e non, hackers, […]

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L’evento, organizzato dalla Fondazione Aristide Merloni e dall’Università Politecnica delle Marche il 29 e il 30 ottobre a Fabriano, chiama a raccolta i talenti digitali e non solo da ogni parte d’Italia. In palio per la web application più innovativa un premio di 3.000 euro. Iscrizioni fino al 25 ottobre

Studenti universitari e non, hackers, talenti digitali e esperti sui temi manageriali, ma anche chiunque abbia competenze informatiche per lo sviluppo di applicazioni web. A loro è riservata Hackcreativity, la maratona di 24 ore, no-stop, in programma il 29 e il 30 ottobre 2016, a Fabriano, per sviluppare idee e promuovere talenti di eccellenza nel settore della creatività digitale. Organizzata dalla Fondazione Aristide Merloni in collaborazione con l’Università Politecnica delle Marche, l’iniziativa si pone l’obiettivo di favorire la crescita del territorio attraverso lo sviluppo di nuove competenze creative. Basta iscriversi, singolarmente o in gruppo, entro il 25 ottobre 2016, sul canale Eventbrite dell’evento, cogliendo così l’opportunità di mettersi in gioco e di vincere anche un premio in denaro.

Big data, data science e open data sono alcuni degli ambiti per cui sarà possibile proporre web application. Del resto, la Fondazione Aristide Merloni è attenta da sempre alle esigenze di innovazione e sviluppo territoriale. Da qui la scelta di promuovere questa iniziativa in un’area strategica per la knowledge society, cioè la società di oggi fondata sul sapere, sulla ricerca e sull’innovazione. Se è vero che viviamo in una realtà in cui il cambiamento, l’innovazione e la complessità diventano fattori strutturali con cui misurarsi, è pur vero che la digital transformation è ormai profonda e diffusa, capace di generare minacce, ma anche straordinarie opportunità per la creazione di valore creativo. Ecco allora che proprio lo sviluppo di big data, open data e data science ne rappresenta un esempio virtuoso: stanno divenendo, e lo saranno sempre di più, asset fondamentali di crescita per la collettività, l’economia e i territori, ma anche per l’occupazione di ‘nuova generazione’.

Ma non finisce qui. Per il prototipo di prodotto più originale, innovativo e funzionale sia sul fronte economico sia su quello sociale, Hackcreativity mette in palio un premio di 3.000 Euro. Una sfida, questa, che vede confrontarsi gruppi di partecipanti che possono costituirsi anche tra i singoli iscritti la mattina stessa dell’evento. Ognuno può portare ciò che ritiene necessario per lo sviluppo del progetto: dal computer al tablet, dai software a eventuale documentazione. La gara, in programma presso Ariston Thermo Group, inizierà alle 9 di sabato 29 ottobre 2016. A seguire saranno riservati 10 minuti a gruppo per la presentazione di ogni singolo progetto, per cui è prevista la valutazione e, infine, la premiazione.

Tutte le informazioni, comprensive di regolamento e modalità organizzative, sono reperibili nei siti www.fondazione-merloni.it e www.fabrianocreativa.it.

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