rivistadicembre2017 – Data Manager Online https://www.datamanager.it Il portale dell'ICT professionale Mon, 08 Oct 2018 13:09:19 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=5.8.13 https://www.datamanager.it/wp-content/uploads/2020/04/dmo-favicon3.png rivistadicembre2017 – Data Manager Online https://www.datamanager.it 32 32 Dematerializzazione 2.0 https://www.datamanager.it/2017/12/dematerializzazione-2-0/ Thu, 21 Dec 2017 11:30:00 +0000 http://www.datamanager.it/?p=138041 In un mondo sempre più digitale, dove l’impiego della carta si è ridotto in modo notevole grazie alla dematerializzazione, il governo dei processi costituisce uno dei principali motori dell’attività delle aziende moderne. La svolta digitale della gestione documentale per processi più efficienti. Focus su automazione, semplificazione, sicurezza e protezione dei dati Dematerializzare significa prima di […]

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In un mondo sempre più digitale, dove l’impiego della carta si è ridotto in modo notevole grazie alla dematerializzazione, il governo dei processi costituisce uno dei principali motori dell’attività delle aziende moderne. La svolta digitale della gestione documentale per processi più efficienti. Focus su automazione, semplificazione, sicurezza e protezione dei dati

Dematerializzare significa prima di tutto digitalizzare i processi. Senza richiamare alla memoria ancora una volta il modello ideato da Wang nel secolo scorso, vale però la pena ricordare da dove ha preso le mosse il grande sforzo progettuale che ha portato a una diminuzione dell’impiego della carta nelle aziende di tutto il mondo. Si tratta del tentativo, coronato da successo alcuni decenni più tardi, di ottimizzare risorse, processi e costi aziendali legati alle attività quotidiane delle aziende stesse. Anche la pubblica amministrazione, per esempio, ha ormai da tempo abbracciato il paradigma GED, della Gestione elettronica dei documenti, consigliando o in alcuni casi addirittura obbligando imprese e singoli cittadini a ricorrere alla documentazione elettronica per la redazione e la consegna agli uffici pubblici di atti e procedure relativi alla propria attività. Si veda ad esempio la Legge 244/2007 che obbliga le amministrazioni pubbliche a non pagare fatture non emesse in formato elettronico. A che punto è, in realtà, l’adozione dei processi di dematerializzazione nella vita di tutti i giorni? Ne abbiamo parlato con Sergio Patano, senior research & consulting manager di IDC Italia.

LA DEMATERIALIZZAZIONE VISTA DA IDC

Dematerializzare significa ovviamente prima di tutto spostarsi dal formato fisico a quello digitale delle informazioni. Tutto questo si lega alla famosa “Digital Transformation” che oggi è al centro delle discussioni praticamente in tutti i consessi e soprattutto quando si parla di processi ICT. Chiediamo a Sergio Patano, qual è il punto di vista di IDC su questi temi: «La digitalizzazione è un fenomeno che sta investendo le aziende già da diverse decadi. Tuttavia, la forza che sta dimostrando in questi ultimi anni è davvero impressionante». Lo evidenziano le cifre – ripetute spesso – sui trend di creazione e gestione delle informazioni nel cyberspazio. «L’universo digitale – continua Patano – è in continua e costante espansione, tanto che IDC prevede che documenti, dati e informazioni passeranno da 9 zettabyte (ZB, cioè 10 21 byte, ndr) del 2015 a 44 ZB nel 2020 per arrivare a 180 ZB nel corso del 2025». Si tratta di una crescita dei volumi di informazioni trattati dai sistemi informativi che non ha precedenti nella storia dell’umanità e che oggi è generata non solo dalla mole di documenti creati nell’ambito delle organizzazioni o dalle sorgenti di dati non strutturati, tra cui i post pubblicati sui siti social o le foto e i video realizzati da privati e aziende, ma anche dalla nuova sorgente di dati legata al paradigma IoT, che sta sempre di più diventando una componente importante della nostra vita quotidiana, professionale e non. In questo caso, a produrre dati, che poi vengono tradotti in informazioni da opportuni sistemi di elaborazione, sono i sensori collocati nei punti più diversi dello spazio quotidiano, dalle automobili ai semafori, dalle macchine utensili di produzione ai sistemi di rilevamento. Questi dati devono poi essere «immagazzinati, gestiti, analizzati e resi sicuri, per far sì che non siano solo un costo per l’azienda – aggiunge Patano – ma che possano contribuire a generare valore e nuovi revenue stream». La carta «continua a sopravvivere» in vari contesti aziendali nonostante le previsioni. Ma le inefficienze prodotte dai processi documentali tradizionali e la velocità raggiunta dalle transazioni di business odierne rendono necessario abbracciare il nuovo paradigma della dematerializzazione applicato a tutti gli ambiti operativi e, perché no, strategici. Per avere un’idea di quali siano le aree maggiormente interessate da questa evoluzione, basti pensare, per esempio, alla difficoltà «che si incontra nel condividere documenti tra le varie business unit e all’esterno con clienti, partner e fornitori».


#dematerializzazione Un approccio ibrido di armonizzazione tra mondo fisico e digitale
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Non solo. «Occorre considerare anche il tempo speso dai knowledge worker per classificare, compilare, ricercare e formattare correttamente i documenti, gli errori che tali attività manuali possono comportare, i costi in termini di riduzione della produttività ma anche di archiviazione fisica dei documenti cartacei». In tutti questi casi, la dematerializzazione rappresenta sicuramente una possibile (e, anzi, auspicabile) soluzione. A questo proposito, le indagini condotte da IDC evidenziano come le aziende stiano affrontando il problema da due differenti punti di vista: il primo, che «mira alla trasformazione intelligente in digitale dei documenti cartacei, attraverso non solo gli strumenti più tradizionali, quali scanner stand-alone o stampanti multifunzione, ma anche attraverso le nuove funzionalità di print & scan di cui i device mobili (tablet e smartphone) possono essere dotati». Il secondo, che mira a «generare direttamente in digitale i documenti, frutto di una qualunque transazione informativa (sia essa la sottoscrizione di un servizio e di un contratto, l’acquisto di un prodotto e le comunicazioni tra privati e PA), attraverso l’implementazione di soluzioni di firma digitale (anche grafometrica) di form elettronici, di cattura di informazioni da portali e siti web». Tutte le soluzioni di cui abbiamo parlato hanno l’obiettivo di soddisfare le esigenze legate alla raccolta delle informazioni, ma a queste se ne aggiungono altre, prosegue Patano, che hanno a che fare con «la propensione delle aziende ad andare a investire in soluzioni di automazione dei workflow documentali e di business process management (BPM)». In effetti, guardando ai risultati dei sondaggi IDC, si scopre che le aziende che hanno già intrapreso questo percorso evolutivo hanno ottenuto numerosi vantaggi, ricavati dall’aver scelto di implementare soluzioni «legate al concetto più ampio della dematerializzazione e dell’automazione dei processi». Tra i vantaggi citati da IDC troviamo: 1) la riduzione, in misura superiore al 40%, dei documenti cartacei prodotti e circolanti entro l’azienda e dei relativi costi di stampa; 2) un risparmio di tempo speso in attività document intensive. Le analisi IDC evidenziano come in media le aziende intervistate lo abbiano quantificato in oltre tre ore settimanali; 3) la riduzione pari al 50% circa degli errori manuali; 4) un recupero molto più rapido (12%) delle informazioni; 5) una diminuzione (41%) dei costi di archiviazione; 6) un conseguente incremento di produttività, quantificabile in oltre il 40%.

La gestione documentale intercetta anche il mondo della sicurezza e della privacy, che vivono di un reciproco scambio di processi. Il miglioramento di aspetti legati al rispetto delle policy aziendali e della protezione dei dati, rappresenta – come sottolinea ancora Patano – «un tema molto caldo in Europa, soprattutto in vista del rapido avvicinarsi della scadenza, fissata al 25 maggio 2018, per l’adeguamento al GDPR, il regolamento generale sulla protezione dei dati». Secondo IDC, in sintesi, la dematerializzazione rappresenta solo una faccia della medaglia per quanto riguarda la gestione documentale nel suo complesso. Sembra che le aziende siano consapevoli di quali saranno i vantaggi portati da efficaci soluzioni di gestione dei documenti, sia in termini di produttività, riduzione dei costi e incremento della soddisfazione di clienti e degli impiegati. Infatti, molti stanno focalizzando i propri investimenti e la propria attenzione su soluzioni tecnologiche in grado di automatizzare e semplificare i processi aziendali. «È importante mettere in evidenza che tali soluzioni non possono da sole risolvere i problemi se non sono accompagnate da un processo di change management che aiuti gli utenti a comprenderne i reali benefici e che aiuti a portare miglioramenti incrementali per l’azienda» – conclude Patano.


#dematerializzazione Aumento della produttività, riduzione dei costi e incremento dell’efficienza
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ELEMENTI DI UN PROGETTO DI DEMATERIALIZZAZIONE DI SUCCESSO

Attenendoci a quanto il mercato ICT ha mostrato sinora, possiamo affermare che alcune caratteristiche facilmente rilevabili sono in grado di dimostrare quando un progetto di dematerializzazione sia in grado di centrare gli obiettivi prefissati o meno. Gli aspetti da tenere in considerazione sono, a nostro parere, essenzialmente tre. Il primo: l’aumento di efficienza riscontrato dagli utilizzatori e dal management e la conseguente riduzione dei tempi di elaborazione. Il secondo: la riduzione dei costi di gestione delle informazioni. E il terzo: l’adeguamento e il rispetto delle normative vigenti. Per quanto riguarda l’efficienza, si tratta di un parametro che è abbastanza facile valutare. Ci si può basare sulla semplice misura dei tempi necessari per creare e diffondere un documento, per esempio, una fattura esterna da fornitore. Se arriva in formato cartaceo, il documento dovrà ovviamente essere digitalizzato attraverso l’impiego di uno scanner adeguato, da scegliere in base ai volumi di documenti trattati al giorno/settimana/mese, grandezza solitamente legata alla dimensione dell’azienda in cui si opera. Anche la riduzione dei costi rappresenta una quantità misurabile, almeno con buona approssimazione, senza grosse difficoltà. Certo, in un processo documentale sono coinvolte molteplici fasi e un numero variabile di persone che devono esaminare, elaborare e archiviare i documenti in base alla tipologia e quindi i costi indiretti caricabili sul singolo documento sono a volte complessi da determinare, ma comunque spesso i risparmi sono talmente notevoli che basta una valutazione di massima. Infine, l’adeguamento normativo è forse la fase più complessa, dal momento che occorre tenere conto sia delle leggi nazionali che di quelle europee. Oggi – però – il panorama delle norme legate alla gestione dei documenti è piuttosto ben tracciato e completo per molti versi. A partire dalla legge, di cui abbiamo già parlato, che sancisce l’obbligo di ricorrere alla fatturazione elettronica nei rapporti con la PA.

Volendo fare il punto con precisione sugli aspetti normativi coinvolti, possiamo citare uno dei capisaldi della trasformazione digitale nella pubblica amministrazione, il cosiddetto Codice dell’amministrazione digitale (CAD), emanato nel 2005, che ha introdotto la dematerializzazione dei documenti della PA con l’Articolo 42: “Le pubbliche amministrazioni valutano in termini di rapporto tra costi e benefici il recupero su supporto informatico dei documenti e degli atti cartacei dei quali sia obbligatoria o opportuna la conservazione e provvedono alla predisposizione dei conseguenti piani di sostituzione degli archivi cartacei con archivi informatici nel rispetto delle regole tecniche adottate ai sensi dell’articolo 71”. Uno dei primi passi nell’implementazione di un sistema di gestione elettronica dei documenti è poi, nella PA, affrontare il problema della “protocollazione”, intesa come il processo di memorizzazione delle informazioni relative a un determinato documento all’interno del Registro di Protocollo, per certificare provenienza e data di acquisizione del documento stesso, mediante informazioni numeriche e cronologiche. Infatti, ha sempre meno senso limitare il processo di dematerializzazione alla trasformazione dei documenti dal formato cartaceo a quello elettronico. Dematerializzare significa prima di tutto digitalizzare i processi legati ai documenti. Perciò è importante considerare in che modo sia possibile trasferire sul piano virtuale gli step che si devono percorrere per ottemperare alle procedure documentali in ogni ambito, partendo da quello degli atti ufficiali e quindi della PA. L’argomento è talmente caldo e importante da essere stato incluso tra i temi dell’Agenda Digitale Italiana, in termini del suo impatto sulla riduzione della spesa pubblica.


Cloud, mobile e big data. #Dematerializzare significa prima di tutto digitalizzare i #processi
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DEMATERIALIZZARE I PROCESSI

Esaminando le attività document intensive, cioè che prevedono un importante utilizzo di documenti all’interno di un’azienda, la vendita e successiva fatturazione di un bene o di un servizio è per esempio quella che si presta immediatamente a una valutazione dal punto di vista dei processi coinvolti. Si parte dalla gestione dell’ordine da parte del cliente, che deve sempre essere supportato da un documento di offerta generato dal fornitore, contenente una descrizione precisa dei prodotti e delle quantità, con prezzi e modalità di fornitura, completato dall’accettazione formale della stessa. Seguirà poi la distinta, che deve dettagliare tutti i componenti dell’ordine: prodotti, accessori, condizioni di pagamento, trasporto e così via. A questo punto, parte il processo di evasione dell’ordine, che coinvolge fabbrica, amministrazione, logistica, risorse umane e direzione commerciale. Ogni settore aziendale svolge una parte del processo complessivo, che sia la registrazione e la contabilizzazione dell’ordine, il calcolo delle provvigioni per i funzionari commerciali coinvolti, l’applicazione di sconti previsti dall’offerta o legati al determinato cliente, la produzione e/o il prelievo dal magazzino corretto di quanto ordinato, l’aggiornamento delle giacenze di magazzino, la composizione del lotto comprensivo di accessori ed eventuali materiali di consumo, l’imballaggio, la preparazione del documento di trasporto (DDT) e, infine, la spedizione e la consegna al cliente, seguita dalla fatturazione e dall’incasso del prezzo pattuito da parte dell’amministrazione. Si comprende quindi facilmente che la semplice digitalizzazione dei documenti non può che costituire uno degli step, per quanto indispensabili, della corsa verso una reale trasformazione digitale del modo di operare odierno, qualsiasi sia il tipo di attività che si conduce e qualsiasi sia l’ambito in cui si lavora o ci si muove.

VALIDITÀ GIURIDICA DEI DOCUMENTI E DEMATERIALIZZAZIONE

Tornando per un attimo a parlare degli aspetti più legati alla pubblica amministrazione e quindi agli atti ufficiali, occorre sottolineare come l’accettazione dei documenti e dei processi digitali nelle transazioni poggi sulla loro validità e rilevanza giuridica, quindi a tutti gli effetti di legge, che essi devono necessariamente avere per sostituire a pieno titolo i processi cartacei tradizionali. Sempre prendendo in esame il decreto legislativo 7 marzo 2005. n. 82 (il già ricordato CAD), all’articolo 1, lettera p, si legge che per “documento informatico” si deve intendere “il documento elettronico che contiene la rappresentazione informatica di atti, fatti o dati giuridicamente rilevanti”. In altri termini, i documenti elettronici sono a tutti gli effetti equivalenti e sostituibili a quelli cartacei, sia che siano derivati da questi ultimi tramite digitalizzazione (scanner), sia che vengano generati direttamente per via elettronica e su supporto digitale. Quindi in tutti i casi, un documento informatico, contenente le informazioni necessarie ad abilitare un processo, ha una validità completa anche dal punto di vista legale e dev’essere accettato da tutti gli attori coinvolti nel processo stesso. La gestione di tutti gli aspetti informatici e delle ottimizzazioni coinvolte fa parte di quella categoria di soluzioni software – per le imprese ben nota – e che viene identificata con il già citato acronimo BPM.


#dematerializzazione La rinascita della carta tra privacy e cybersecurity
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CONCLUSIONI

Abbiamo visto una rapida carrellata dei problemi e degli ostacoli che deve superare un progetto di digitalizzazione dei processi aziendali che partendo dalla Gestione elettronica dei documenti (GED) arrivi alla digitalizzazione e alla gestione in chiave BPM. Naturalmente, il quadro tracciato è tutt’altro che esaustivo, trattandosi di un settore in rapida e continua evoluzione sia dal punto di vista tecnologico sia normativo. Quello che rende ottimisti sul futuro è che, una volta tanto, l’Italia non è rimasta alla finestra aspettando di vedere cosa sarebbe successo nel resto del mondo e, soprattutto, in Europa, ma ha rapidamente assorbito le idee più innovative messe in campo dalle tecnologie ICT e le ha implementate in leggi e normative che possono aiutare concretamente le aziende italiane a competere con le cugine estere. In tutto questo, un forte aiuto è venuto dal fatto che nel nostro Paese operano praticamente tutte le maggiori multinazionali attive sul mercato ICT odierno, alcune anche con una forte impronta italiana ed europea. Così sono state velocemente recepite leggi come la direttiva 1999/93/EC sull’impiego della firma elettronica per autenticare i documenti e le transazioni collegate e la direttiva 2006/123/EC che crea i “point of single contact” (PSC), attivati da ogni stato membro dell’Unione Europea per facilitare le transazioni elettroniche attraverso i rispettivi confini grazie a tecnologie di identificazione, autenticazione e firma totalmente elettroniche. La questione, ancora una volta, è quanto efficaci saranno le misure prese per agevolare la collaborazione tra gli stati membri, imprese e cittadini comunitari in un campo dove il lavoro in team risulta veramente strategico per garantire il successo dei progetti futuri. Infine, vale la pena citare le direttive più recenti come la 2010/45/EU, riguardante la fatturazione elettronica e le modalità per garantirne l’autenticità e l’integrità o la 2014/55/EU, che sancisce il fatto che, entro il 27 novembre 2018, tutti gli stati membri della UE dovranno accettare e adottare la fatturazione elettronica in tutte le transazioni con le amministrazioni pubbliche (B2G). Riguardo a quel che ci aspetta per il futuro della dematerializzazione, possiamo esprimere un cauto ottimismo, basato su quello che le tecnologie ICT ci hanno portato fino a oggi e constatando che aziende e governi, per una volta, sembrano muoversi in accordo su un terreno che può rivelarsi complesso e insidioso. Del resto, lo sviluppo delle soluzioni dedicate a questo settore di mercato è stato e continua a essere notevole e costante. Citando Malcolm X, se «il futuro appartiene a coloro che si preparano ad affrontarlo», allora non ci resta che prepararci nel modo migliore.

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Le nuove regole della logistica intelligente https://www.datamanager.it/2017/12/le-nuove-regole-della-logistica-intelligente/ Thu, 21 Dec 2017 11:12:22 +0000 http://www.datamanager.it/?p=138029 La logistica cambia volto e modalità operative. La merce che viene trasportata da una parte all’altra del Pianeta è in continuo aumento e di pari passo si moltiplica la complessità di gestione. Gli imperativi sono: monitorare, ottimizzare e tracciare. Focus su riduzione dei costi e prevenzione delle frodi. Il ruolo della tecnologia a supporto di […]

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La logistica cambia volto e modalità operative. La merce che viene trasportata da una parte all’altra del Pianeta è in continuo aumento e di pari passo si moltiplica la complessità di gestione. Gli imperativi sono: monitorare, ottimizzare e tracciare. Focus su riduzione dei costi e prevenzione delle frodi. Il ruolo della tecnologia a supporto di tutta la filiera

Globalizzazione, ripresa economica, incremento delle vendite dai siti di e-commerce: questi fattori contribuiscono alla crescita del trasporto di merci in ogni parte del Pianeta. La maggior parte dei beni che consumiamo, quasi il 90 per cento, viene trasportato dai luoghi di produzione via mare, viene poi trasferito via gomma alle piattaforme di smistamento locali, e da lì viene distribuito in città attraverso una rete di servizi sempre più capillare. Gestire queste operazioni richiede competenza e strumenti adeguati, perché le problematiche da gestire sono molte: bisogna monitorare in maniera intelligente il traffico di merci in entrata e in uscita, cercare l’ottimizzazione continua della qualità e della velocità dei trasporti, ridurre i costi, permettere agli utenti finali di compiere tracking dei loro materiali, combattere frodi e contraffazioni.

Gestire l’omnicanalità

Come ci spiega Marco Melacini, responsabile scientifico dell’Osservatorio Contract Logistics “Gino Marchet” della School of Management del Politecnico di Milano, dall’ultima ricerca dal titolo “Omnicanalità, Green e Partnership: la logistica cambia volto”, emerge il quadro di un settore in salute, che presenta fatturato e mercato in crescita, e che affronta in modo pragmatico importanti cambiamenti, legati da un lato all’introduzione delle nuove tecnologie sia a livello hardware che software, dall’altro all’evoluzione del comportamento dei consumatori e degli attori della filiera. Le imprese della logistica appaiono oggi molto ricettive verso la sostenibilità e la necessità di digitalizzare i processi per costruire circuiti logistici personalizzati in grado di venire incontro alle esigenze di consumatori». Il settore della contract logistics conferma il suo buono stato di salute anche nel 2017, con un fatturato previsto di 80 miliardi di euro e una crescita rispetto all’anno precedente dell’1,8% in termini reali, che consolida il trend positivo degli ultimi quattro anni (+1,4% nel 2016, +0,7% nel 2015 e +1,4% nel 2014), trainato dall’aumento del traffico merci, dal continuo incremento delle vendite all’estero e da una decisa ripresa del PIL. La logistica è da sempre a supporto della strategia multicanale, intesa come prospettiva di affiancamento del canale online ai canali di vendita esistenti. Oggi, il multicanale si è evoluto nell’omnicanale: i clienti si spostano da un canale di vendita all’altro, e hanno bisogno di uniformità, continuità e integrazione di esperienza tra i diversi canali. L’integrazione di esperienza comprende anche la gestione integrata della disponibilità delle merci.

«In un momento di grande fermento per il settore retail, con la crescita delle vendite online e il cambiamento radicale del comportamento d’acquisto degli utenti – spiega Melacini – l’esigenza di aprirsi alla omnicanalità porta le imprese a definire nuovi modelli di punto di vendita. L’approccio omnicanale costringe i retailer a sviluppare una molteplicità di circuiti logistici per la consegna in grado di adattarsi alle diverse esigenze dei consumatori finali. Compito dei fornitori di servizi logistici è rendere questi circuiti logistici coerenti con le peculiarità di ogni settore, azienda e prodotto, affinché il servizio sia davvero personalizzato e rispondente alle esigenze del committente e dell’utenza». Per Francesco Stolfo, partner e sales director di ToolsGroup, la complessità dei sistemi logistici è cresciuta insieme a quella del business. «L’omnicanalità è un dato di fatto e questo richiede un aumento dell’automazione dei processi decisionali per garantire un livello alto di efficienza e di efficacia: questo è il contributo che la tecnologia – tutta la tecnologia – dovrebbe offrire».


#monitorare #ottimizzare #tracciare Le nuove regole della #logistica intelligente
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FLUSSI COMUNI DI DATI

è un dato di fatto che quando si parla del futuro del settore tutti siano concordi nel ritenere che il flusso digitale dei dati sarà importante quanto il flusso fisico delle merci. La business intelligence presuppone differenti attività, strumenti e tecnologie, il cui scopo è favorire e supportare i processi di misurazione, controllo e analisi delle performance e i processi decisionali di un’azienda in situazioni di incertezza, consentendo così di prevedere possibili soluzioni e scenari alternativi. «Ciò che però caratterizza l’attività logistica è l’affidamento di parti del processo a terzi» – afferma Jean François Daher, segretario generale di Assologistica. «è chiaro che per governare efficacemente l’intero processo logistico occorrano soluzioni capaci non solo di raccogliere, ma anche di rendere omogenea la notevole mole di dati spalmati su sistemi che omogenei non sono». La gestione di enormi quantità di dati a disposizione anche delle imprese di logistica e il loro conseguente sfruttamento al fine di migliorare le prestazioni offerte comporta che tali dati siano inoltre resi disponibili. «In generale, le aziende del nostro settore sono riluttanti a condividere dati sensibili che potrebbero essere utili o avvantaggiare altre parti della supply chain» – spiega Daher. «Quindi credo che al mondo della logistica spetti la sfida di trovare modi con cui rendere disponibili dati appropriati a tutti coloro che ne hanno necessità, pur proteggendo gli interessi di chi possiede tali dati». Anche le aziende intervistate nella già citata ricerca dell’Osservatorio Contract Logistics, presentata a inizio novembre, evidenziano l’importanza di lavorare per costruire una cultura del miglioramento continuo, a tutti i livelli. Ciò risulta possibile aumentando lo scambio informativo e coinvolgendo l’intera filiera, compresi gli eventuali fornitori in sub-appalto, per ottenere la massima efficacia. Secondo la ricerca, il miglioramento continuo delle prestazioni è nell’84% dei casi il risultato di un confronto continuo fra le parti, con misurazione dei risultati svolta sia dal committente che dal fornitore su sistemi distinti. Per prima cosa, occorre diffondere la cultura del miglioramento continuo a tutti i livelli, in secondo luogo risulta importante rafforzare la relazione, aumentando la condivisione delle informazioni sull’evoluzione del business e sulla misurazione dei risultati. Il miglioramento continuo, così come gli investimenti in tecnologia, sono necessari alle aziende del nostro Paese anche per colmare il gap con la concorrenza estera. Secondo Franco Lenzi, direttore BU Centrali Distributive di Di.tech, le aziende italiane devono investire molto in questa direzione. «La competizione – mai come ora – si centra su parametri di miglioramento del livello di servizio (frequenza alta, tempi bassi) riducendo il costo per unità di movimentazione. È una sfida che solo in parte si governa in termini organizzativi: la tecnologia è il fattore differenziante». E se ci sono gap, sono solo culturali: «Le società che operano nel mondo dei sistemi avanzati – riprende Francesco Stolfo di ToolsGroup – devono investire in competenze specifiche e creatività. Dobbiamo offrire l’occasione ai giovani di sperimentare sul nostro territorio. Solo così riusciremo a essere competitivi. Non è solo una questione politica, ma anche di mind set che devono avere i nostri imprenditori».

LOGISTICA DATA DRIVEN

A supporto di operatori e utenti, è necessario utilizzare diverse tecnologie, complesse e interconnesse: sistemi gestionali per la pianificazione, la gestione e la previsione di tutte le attività e i processi connessi al trasporto delle merci, workflow scheduling, analytics per analizzare i dati relativi a tutto il processo e individuare inefficienze e possibili ottimizzazioni. Tra le tecnologie innovative, si sta diffondendo l’IoT e la sensoristica. Sono necessari anche software più tipici di questo settore, come il load building, la gestione dell’RFID, i sistemi GIS, la dematerializzazione e digitalizzazione documentale per il trasporto, le piattaforme collaborative e le logistics app. Spiega Fabio Chiocchetti, industry marketing manager T&L di Datalogic: «La logistica attuale – e a maggior ragione quella del prossimo futuro – necessita di set di informazioni più completi per migliorare l’efficienza dell’operatività, la visibilità, la pianificazione e il controllo dell’intera supply chain, rispondendo così con grande rapidità alle esigenze dei clienti attraverso l’erogazione di nuovi servizi. Il perfezionamento delle previsioni e degli adeguamenti in tempo reale alle fluttuazioni delle richieste e della capacità di produzione è un importante traguardo verso cui tendere. L’obiettivo finale della gestione logistica basata sulla collezione più ampia e precisa dei dati e la conseguente loro analisi è quello di rafforzare la fidelizzazione dei clienti e la customer retention, creando anche nuovi modelli di business. La padronanza di più tecnologie hardware e software e la capacità di creare soluzioni ibride e integrate è indispensabile per offrire risposte efficaci ai bisogni emergenti. Visione, identificazione, detection e misura, software di analisi e supervisione sono il cuore delle soluzioni innovative che Datalogic è in grado di proporre». Ma quali sono le competenze richieste per sviluppare sistemi per la completa gestione delle problematiche da affrontare? «Sono sicuramente necessarie competenze interdisciplinari e tecnologiche che concorrono a sviluppare soluzioni per il settore della logistica» – risponde Claudio Broggio, innovation consultant di SAS. «Tuttavia, è con una piattaforma analitica che copre tutto il ciclo di vita dei dati, in grado di abbracciare la diversità di dati, di sistemi e dei processi che compongono una supply chain complessa, che si ottiene valore aggiunto sia in termini di visibilità unitaria sia di predittività degli eventi e dei fenomeni lungo tutta la catena logistica».


#Analytics #IoT #piattaforme #App La logistica cambia volto e modalità operative
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Appare, a questo punto, importante non solo il ruolo delle soluzione giuste, ma anche quello del system integrator, che deve far lavorare insieme strumenti diversi per ottenere un sistema completo in grado di supportare tutte le problematiche da gestire. «Oggi, nessuno è in grado di offrire una soluzione end-to-end per rispondere a tutti i bisogni» – afferma Stolfo di ToolsGroup. L’integrazione diventa la chiave di volta: «Unire competenze diverse per dare risposte rapide ai clienti significa essere esperti in tecniche e processi necessari per tradurre i bisogni in requisiti funzionali. Sembra facile ma non è da tutti!». Non solo. «Una soluzione di filiera completa – aggiunge Lenzi di Di.tech – deve poter orchestrare soluzioni verticali ottimali per segmenti di processo specialistici quali il WMS o il TMS. L’efficacia massima si ottiene applicando criteri di selezione dei verticali in grado di privilegiare la copertura funzionale, lasciando a un system integrator il compito di realizzare l’orchestrazione complessiva. Spesso viene interpretato questo come un compito principalmente tecnologico, ma il vero focus del system integrator deve essere sulla visione complessiva di processo e sulle efficienze di filiera». Per Massimo Missaglia, amministratore delegato di SB Italia, la complessità di oggi deriva principalmente dal saper coniugare l’essere azienda digitale con la padronanza delle diverse tecnologie e la conoscenza dei sistemi informativi costruiti e stratificati negli ultimi 20 anni nelle aziende italiane. «Noi di SB Italia siamo convinti che solo con questo ampio bagaglio, il system integrator possa affiancare le aziende nella trasformazione digitale. Il system integrator è un partner che deve supportare l’azienda dal disegno alla realizzazione e successiva gestione dei nuovi processi e delle piattaforme informatiche, con risorse e competenze direttamente disponibili in azienda e non cercate di volta in volta sul mercato. SB Italia, grazie alle sue aree specializzate e la sua capacità di disegno delle soluzioni, riesce a mettere sul campo direttamente una profonda conoscenza dei processi, nel mondo della gestione documentale, della BI e dell’infrastruttura tecnologica, ambiti fondamentali per ogni soluzione anche nel modo della logistica».

ANALYTICS, IOT E AUTOMAZIONE

Nonostante il fatturato in crescita, molte aziende che operano in questo settore rischiano di non essere più competitive. Se il mercato descrive un andamento positivo, dall’altro mostra i segni di una forte polarizzazione verso le fasce più alte degli operatori. Una crescita che non si distribuisce ugualmente su tutta la filiera. Infatti, nel 2015 si è ridotto ancora il numero di imprese attive nella logistica conto terzi: ci sono 95mila operatori tra autotrasportatori, corrieri, gestori di magazzino, operatori logistici, spedizionieri, gestori di interporti/terminal intermodali e operatori del trasporto ferroviario/combinato strada-rotaia, rispetto agli oltre 104mila del 2009. Per essere più competitivi, servono strumenti per analizzare ogni segmento della filiera per poter ottimizzare le operations e contenere i costi. Con gli analytics si può rispondere alle domande più frequenti degli operatori di logistica: valutare la profittabilità aggregata secondo le richieste (esempio per prodotto, servizio, linea), la percentuale di utilizzo per giorno di ogni linea, gli hub più richiesti, le capacità necessarie, e così via. Grazie agli analytics si può effettuare un costante monitoraggio su operations e tracking, ma anche su aspetti normativi/ambientali quali il controllo delle emissioni di CO2 per ogni modalità di trasporto. Come ci spiega Broggio di SAS, domande sugli eventi semplici e perimetrati «trovano risposta con strumenti gestionali e di monitoraggio». Ma questo non basta più. «Oggi, la logistica si sta spingendo sempre più verso livelli di complessità straordinari ed ecosistemi globali. Per rispondere alle nuove domande e necessità, come l’ottimizzazione di percorsi e tempi, una maggiore flessibilità e resilienza della catena, l’anticipazione di eventi che accadranno e delle relative decisioni, sono richieste capacità di analisi dei dati complesse, in grado di dare risultati in tempo reale. L’IoT apre a nuove sfide, ovvero elaborare i dati non solo quando sono acquisiti o ricevuti, ma anche nel momento stesso in cui vengono generati per poter essere davvero real-time. Diventa necessario riuscire a elaborare e utilizzare flussi di dati in movimento, e questo è possibile grazie agli “Analytics of Things”, ovvero gli analytics eseguiti in real-time».

Si tratta di una vera rivoluzione. «Gli analytics consentono di trovare risposte attraverso i dati raccolti» – riprende Stolfo di ToolsGroup. «Possono aiutare non solo a descrivere un fenomeno (misurare performance, livelli di efficienza…) o a prevedere un comportamento (domanda, costi…) ma anche a prescrivere una decisione (applicare o meno uno sconto, ampliare la gamma d’offerta…). Tutto questo attraverso un approccio data-driven». Secondo Missaglia di SB Italia siamo davanti a una nuova era anche nell’ambito degli analytics per la logistica. «Un cambio di paradigma legato all’aumentata capacità computazionale e all’utilizzo efficace di sistemi di machine learning, analisi predittiva e cognitive computing. Per esempio, l’automazione completa del funzionamento dei magazzini e della supply chain è resa possibile dall’analisi “intelligente” dei dati forniti dagli apparati della catena dell’approvvigionamento. Amazon Robotics integra l’analisi dei dati per istruire robot in grado di recuperare dagli scaffali dei magazzini i prodotti da distribuire e portarli fino al punto di snodo delle spedizioni, tutto in maniera automatica e senza supervisione umana, ottimizzando i percorsi e i tempi. Dotarsi di analytics di nuova generazione consente quindi agli operatori di migliorare nettamente le performance in termini di tempi e costi». Per Lenzi di Di.tech, occorre rendere disponibili ai responsabili logistici un set di KPI in grado di valutare il processo complessivo, andando oltre l’analisi della singola componente. «Analizzare separatamente le efficienze del magazzino e del trasporto è sicuramente utile per interventi di ottimizzazione di dettaglio, ma l’esperienza insegna che l’efficienza di sistema non è mai la somma di singole efficienze, ma il risultato dell’equilibrio del sistema complessivo che può essere misurabile solo con un sistema di analytics efficace».


#Logistica sempre più green, digitale e omnicanale
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LA DIFFUSIONE DELLE APP

Oltre agli analytics evoluti, costruiti su reti neurali e algoritmi di machine learning, in questo scenario sono importanti anche quelle soluzioni in grado di visualizzare i dati per l’utente finale attraverso una semplice app. Stiamo parlano delle applicazioni per smartphone o tablet, integrate con i gestionali o con piattaforme collaborative, che supportano la relazione con i vettori. Priorità è data ai “visibility software”, che consentono di ricevere e gestire le modifiche delle esigenze di consegna dei consumatori finali. Per questo, i fornitori di servizi logistici stanno cercando di implementare nuove soluzioni a supporto della gestione informativa dell’ultimo miglio: alcune delle logistics app tentano un’integrazione fra ultimo miglio fisico e informativo. In un contesto che evolve verso una pluralità di circuiti logistici da attivare e da gestire in modo dinamico a seconda delle esigenze del consumatore, la gestione della complessità derivante dalla molteplicità di flussi attivati è sempre piu rilevante. La ricerca dell’Osservatorio Contract Logistics rivela che l’utilizzo delle app si sta diffondendo anche al di fuori dell’home delivery per le consegne a negozi o a clienti industriali, sfruttando le opportunità aperte da alcune innovative funzionalità. La ricerca ha evidenziato una forte diffusione di queste soluzioni, da parte di una pluralità di attori: aziende committenti che ne richiedono l’applicazione ai loro vettori; fornitori di servizi logistici sia all’interno delle loro flotte sia di distribuzione affidata a terzi; piccoli operatori di trasporto e corrispondenti, che hanno cominciato a utilizzarle su spinta degli operatori logistici e stanno estendendo questa tecnologia ai loro flussi. A fianco delle funzionalità più utilizzate, come la georeferenziazione dei mezzi, il POS mobile per i pagamenti on delivery, la conferma real-time della consegna della merce, la fotocamera come supporto alla gestione dei contenziosi grazie alla prova dello stato della merce, ne sono state sviluppate altre. Alcuni esempi: il postino intelligente, il calcolo dell’ETA (Expected Time of Arrival) in real-time, l’integrazione con IoT e “chat” tra driver e back-office. Estremamente interessanti, le opportunità legate all’integrazione delle logistics app con le soluzioni IoT. Molto utile, per esempio, l’integrazione tra il sensore IoT di temperatura installato sul mezzo di trasporto e l’applicazione sullo smartphone dell’autista, che consente il monitoraggio e la registrazione in tempo reale dei parametri di interesse, con l’invio di queste informazioni alla control room. Le logistics app sono sviluppate per supportare la risoluzione di criticità operative, conciliando, anche a livello normativo, le esigenze di privacy dei lavoratori con le esigenze di integrazione informativa della filiera distributiva.

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Il nuovo approccio alla security nell’era del cloud https://www.datamanager.it/2017/12/approccio-alla-security-nellera-del-cloud/ Thu, 21 Dec 2017 10:46:36 +0000 http://www.datamanager.it/?p=138018 La posta elettronica, gli storage legati agli applicativi di office automation, i sistemi gestionali e CRM stanno lentamente ma inesorabilmente migrando verso il cloud. I vantaggi di questo approccio sono inequivocabili. Ma occorre fare attenzione Uno dei macro-trend attuali è lo spostamento verso il cloud di tecnologie storicamente gestite internamente.  Purtroppo, gli evidenti benefici del […]

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La posta elettronica, gli storage legati agli applicativi di office automation, i sistemi gestionali e CRM stanno lentamente ma inesorabilmente migrando verso il cloud. I vantaggi di questo approccio sono inequivocabili. Ma occorre fare attenzione

Uno dei macro-trend attuali è lo spostamento verso il cloud di tecnologie storicamente gestite internamente.  Purtroppo, gli evidenti benefici del cloud diventano troppo spesso una molla che porta a sottoscrivere contratti, senza considerare i cambiamenti di una simile decisione sull’abitudine di lavoro degli utenti e sulla sicurezza dei dati aziendali. Per discuterne partiamo da una evidenza: quando i dati sono nel cloud, l’azienda rischia di perderne il controllo. Decenni di IT gestito internamente, ci hanno abituati a considerare sicure le nostre informazioni solo per il fatto di avere alle spalle un firewall che impediva gli accessi dalla rete pubblica alla rete privata. Il cloud cambia il paradigma: quando i dati sono nel cloud diventano completamente accessibili da parte di chi effettua una autenticazione, a prescindere dal fatto che il dispositivo da cui viene effettuato l’accesso sia aziendale o personale o che chi accede abbia semplicemente sottratto le credenziali al legittimo utilizzatore. Quali sono gli elementi da considerare prima di effettuare il grande passo e quali gli strumenti che possono aiutarci a migrare in modo più sereno?

IL RAPPORTO TRA UTENTE E DATI

La prima cosa da considerare è il rapporto tra utente e dati. In una realtà di grande cambiamento, l’utente e il dato rimangono gli unici due elementi invarianti rispetto alla tecnologia. Quando l’utente entra in contatto con il dato, ovunque questi due elementi siano, si concretizza il rischio di perdita per un utilizzo non consono. Gli utenti vivono in un mondo digitale di cui non conoscono i limiti o i livelli di sicurezza. Diventa difficile distinguere tra realtà lavorativa e privata, con il risultato di riportare lo stesso schema di utilizzo, quando non gli stessi strumenti, all’interno dell’ambito aziendale. Quando il dato è online perché è l’azienda a fornire gli strumenti lavorativi, l’utente torna a interfacciarsi con esso, utilizzando le modalità a cui è abituato. La connessione da dispositivi personali con un livello di sicurezza incerto, o la condivisione di contenuti con utenti esterni, se non esplicitamente vietata, diventa un’abitudine non gestibile. Il primo passo è di cambiare il nostro approccio alla security, riparametrando le decine di strumenti già presenti in azienda verso la protezione di utenti e dati invece che di macchine e apparati di rete.


Come riprendere il #controllo di #dati e #utenti anche nel #cloud @omatforum
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APPROCCIO EDUCATIVO E STRUMENTI DI CONTROLLO

A questo deve seguire un’educazione dell’utente verso l’utilizzo corretto degli strumenti e i rischi connessi alla mala gestione di questi ultimi. Questo approccio educativo deve sempre essere supportato da policy chiare e attivarsi nel momento in cui l’utente sta effettuando l’azione, invece di concretizzarsi in noiosi corsi online. Da ultimo, dotarsi di strumenti che possano aiutarci a riprendere il controllo dell’ambiente cloud aziendale come il CASB. Gli strumenti di CASB evoluti consentono di analizzare le attività svolte sull’ambiente cloud, dando evidenza della tipologia di file archiviati e del loro contenuto, di eventuali malware presenti sull’infrastruttura e dell’attività degli amministratori. La componente più interessante di alcuni di essi è di dare evidenza del comportamento anomalo degli utenti. Volumi anomali di download e upload, connessioni simultanee da luoghi distanti fra loro, così come richieste di condivisione verso utenti terzi di dati riservati, vengono evidenziati in maniera molto semplice. Se a queste funzionalità aggiungiamo la possibilità di consentire l’accesso unicamente ai dispositivi aziendali controllati, abbiamo ottenuto l’obiettivo di riprendere il controllo dei nostri dati e dei nostri utenti, anche nel cloud.

Luca Mairani, Clusit evangelist


Per saperne di più, l’appuntamento è a Omat Forum, il workshop dedicato alle nuove frontiere della gestione delle informazioni digitali. Info sulle prossime tappe su www.omatforum.it.

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Le tre anime di Lenovo https://www.datamanager.it/2017/12/le-tre-anime-lenovo/ Wed, 20 Dec 2017 16:08:20 +0000 http://www.datamanager.it/?p=137975 Scopriamo perché “different is better”. Spaziando dalla mobility al cloud, passando per PC e server, l’offerta di Lenovo si articola su tre divisioni specializzate che operano in sinergia. Il posizionamento di Lenovo non ha uguali sul mercato grazie alla gestione di un unico brand globale forte di un’offerta tecnologica innovativa sia sul segmento consumer sia […]

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Scopriamo perché “different is better”. Spaziando dalla mobility al cloud, passando per PC e server, l’offerta di Lenovo si articola su tre divisioni specializzate che operano in sinergia. Il posizionamento di Lenovo non ha uguali sul mercato grazie alla gestione di un unico brand globale forte di un’offerta tecnologica innovativa sia sul segmento consumer sia professionale

In un mondo in continua evoluzione come quello dell’IT, ci sono aziende che hanno scelto di raccogliere la sfida della trasformazione. E stanno dimostrando di saperla cavalcare al meglio. È il caso di Lenovo, che negli ultimi anni ha saputo reinventarsi più volte. A partire dall’acquisizione, avvenuta ormai 12 anni fa, del business dei PC da IBM, l’azienda che proprio in quel frangente è rinata con il nome Lenovo (Le-novo, nuova Legend, il nome della società cinese precedente all’acquisizione) si è di fatto trasformata, puntando sempre più sull’innovazione, con prodotti di sicuro impatto, e allargando la propria azione anche nell’area dei server x86, con l’acquisizione nel 2014 del relativo business, sempre da Big Blue, e quella del mobile, che vede nel marchio Motorola il cavallo di battaglia. E se una parte della potenza di fuoco anche in quest’ultima area nasce dall’acquisizione, quella di Motorola da Google, nel 2015, non bisogna pensare che le fortune attuali di Lenovo traggano unicamente origine dall’acquisto di business da altri, in quanto sono il frutto della strategia “One Lenovo”, che è quella di un’azienda unica, con un brand unico, in cui la specializzazione per segmenti è funzionale a soddisfare le diverse esigenze dei clienti. Ecco quindi che oggi l’organizzazione, anche in Italia, vede la presenza di tre macro-divisioni, ovvero Data Center Group (DCG), che spazia dal data center fino al cloud; Personal Computing & Smart Device Group (PCSD, spesso abbreviata in PCG), che va dal PC di casa fino al tablet e alla workstation; e infine Mobile Business Group (MBG), che gestisce tutto ciò che è telefonia mobile e gli accessori che la trasformano, i cosiddetti Moto Mods. Oggi, i numeri dipingono una realtà globale presente in oltre 160 paesi, con 52mila persone, 43 miliardi di dollari di fatturato nell’ultimo anno fiscale, e la posizione numero 202 nella classifica Fortune Global 500.

BRAND GIOVANE

Niente male per una società giovane, e il cui brand ha poco più di dieci anni di vita: “Le-novo” è stato infatti coniato nel 2005, derivandolo da “nuova Legend”, il nome dell’azienda cinese da cui è nata l’attuale compagine dopo l’acquisizione della divisione PC di IBM. Il nuovo nome fu dato proprio per segnare il punto di discontinuità e di internazionalizzazione di un’azienda che fino ad allora si era rivolta quasi esclusivamente al mercato domestico – sebbene enorme – con l’invenzione disruptive della scheda che trasformava i caratteri occidentali in ideogrammi sugli allora PC “IBM-compatibili”. Quello che però è interessante rilevare è che «da due anni a questa parte, sostanzialmente con una strategia di marketing molto focalizzata e orientata agli ambiti digital e social» – come fanno notare in Lenovo, il brand si è affermato nella prestigiosa classifica dei 100 marchi top a livello globale, stilata ogni anno da Interbrand e nella quale sono presenti in tutto solo 15 marchi nel mondo della tecnologia, solo pochi dei quali sono tra i concorrenti principali di Lenovo.


Le tre anime di @lenovoitalia Scopriamo perché #different is #better #Lenovo
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OBIETTIVO CRESCITA

Lenovo è una realtà di tutto rispetto anche in Italia, e per scoprire i motivi del successo, che non sono pochi, Data Manager ha incontrato i vertici della società a metà novembre, nei moderni uffici della sede centrale situati alle porte di Milano. Con Emanuele Baldi, general manager e amministratore delegato in Italia di Lenovo, nonché territory manager per Italia e Israele – in sella da inizio 2017, dopo una lunga carriera in aziende di rilievo come Intel e Fujitsu – è logico partire da una valutazione del suo primo anno in azienda. «Il bilancio è largamente positivo: ho trovato un team di persone molto valide e con ottime competenze, che forse aspettavano solo di essere rimotivate. E questo è avvenuto molto rapidamente, grazie anche al fatto che Lenovo è un’azienda che ascolta le istanze delle diverse country» – esordisce Baldi, spiegando che l’azienda «ha compiuto passi significativi verso una continuità di crescita che proseguirà ancora, per merito degli investimenti fatti, anche in termini di organizzazione e di struttura. Per l’anno che sta iniziando, si tratta di spingere ulteriormente sull’acceleratore, con l’obiettivo di portare la nostra quota di mercato in Italia al livello di quella che abbiamo già in Europa».

Gruppo Lenovo PCG (PC – e Smart Device – Group) al centro il GM Emanuele Baldi, poi Simona Menghini, Cristiano Accolla, Mauro Podeschi, Guido Terni, Enza Truzzolillo, Federico Carozzi e Luca Biondelli

PUNTI DI FORZA

I punti di forza non mancano: «La nostra proposizione sul mercato è unica, in quanto siamo solo noi ad avere una gamma completa che va dallo smartphone fino al server per data center, con una uniformità di linguaggio e di posizionamento che viene declinata nelle tre organizzazioni separate, che operano in sinergia a livello operativo, ma come divisioni lavorano per competenza» – prosegue Baldi. Ma non solo: «La nostra struttura è solida non solo in Italia ma anche in Europa e nel mondo, e questo ci permette di affrontare molto rapidamente tutti i cambiamenti del mercato» – fa notare Baldi, che sul mercato vede ancora «un po’ di debolezza, anche se le aspettative sono quelle di un miglioramento. È per questo che sono ottimista sui nostri obiettivi, che per il 2018 prevedono una crescita soprattutto nel segmento professionale, dato che nell’ambito consumer riteniamo già adeguata agli obiettivi la nostra crescita organica».

IL DATA CENTER GROUP

Il riferimento è all’area PCG, dove la carne messa al fuoco nel 2017 è stata davvero molta, come vedremo più avanti, mentre ora è opportuno concentrare l’attenzione sull’ambito data center con Alessandro de Bartolo, general manager per l’Italia del Data Center Group. L’essere in chiusura d’anno solare, anche se non coincidente con l’anno fiscale di Lenovo che va da aprile a marzo, rende naturale partire da un bilancio. «Siamo molto soddisfatti sia del lavoro che abbiamo svolto, visto che nell’arco degli ultimi sei mesi abbiamo agito profondamente sulla nostra struttura e sulle nostre soluzioni, sia del riscontro da parte del mercato: per quanto riguarda la nostra organizzazione in Italia, abbiamo inserito nuove risorse dedicate al mondo data center e figure specializzate al supporto del canale, che ora dispone di un team apposito, mentre dal punto di vista delle tecnologie, a giugno c’è stato quello che è stato definito l’annuncio più importante della nostra storia, con la gamma ThinkSystem e ThinkAgile» – racconta de Bartolo.

NUOVO TEAM

Più in dettaglio, dallo scorso luglio il team del Data Center Group tricolore può contare anche su Thomas Giudici, channel sales manager, e Davide Benelli, marketing manager. Si tratta di un ampliamento della squadra determinato «dalla sempre maggiore specializzazione del DCG, che oltre a strutture di vendita specializzate e dedicate all’ambito dei data center vede anche la presenza di relazioni sempre più specifiche con i partner, e le due posizioni che fino a sei mesi fa non esistevano, vengono a incrementare la nostra azione sul mercato, sia dal lato canale sia dal lato marketing» – sottolinea de Bartolo. I programmi specifici di canale «premiano aspetti quali la vendita di soluzioni, ovvero ThinkAgile con i building block ThinkSystem, e la conquista di clienti che prima non erano Lenovo, ma soprattutto insistono sulle certificazioni tecniche, sempre più rilevanti oggi», prosegue de Bartolo.


Emanuele Baldi @lenovoitalia Crescita sul B2B e allineamento dell’Italia con Europa
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OFFERTA COMPLETA

Illustrando invece la nuova offerta, sulla quale in effetti si potrebbero riempire pagine e pagine, tanto è articolata, il numero uno del Lenovo Data Center Group italiano sottolinea che si tratta del «più completo portafoglio di prodotti di sempre, con 14 piattaforme server, sette offerte storage e cinque switch di rete, caratterizzato anche dalla presenza dei due nuovi brand ThinkSystem e ThinkAgile, che consentono ai clienti di costruire le fondamenta per progettare un data center di tipo software defined, o come diciamo noi, progettato per il futuro». Ma è anche da sottolineare che la gamma ThinkSystem, che riunisce nel nuovo brand unificato i server, lo storage e il networking, ha già messo a segno, proprio con la “complicità” del nuovissimo processore Intel Xeon Scalable sul quale è basata, un totale di 88 record mondiali in altrettanti benchmark, certificati da analisti indipendenti, sulle prestazioni delle piattaforme server x86: si tratta del numero più alto rispetto a qualsiasi altro vendor, che consolida la leadership di Lenovo nelle prestazioni dei data center.

Gruppo Lenovo DCG (Data Center Group) al centro il GM Alessandro de Bartolo, poi Davide Benelli, Roberta Marchini, Simona Menghini, Thomas Giudici

APPLIANCE IPERCONVERGENTI

Va però detto che la superiorità dell’offerta x86 di Lenovo non è solo nelle prestazioni, che «rappresentano senz’altro uno degli elementi qualificanti, ma che per noi costituiscono il punto di partenza per ingegnerizzare sistemi che abbiano un senso di business per i nostri clienti» – spiega de Bartolo, allargando il discorso un po’ a tutta l’offerta ThinkSystem e ThinkAgile, che vede nell’approccio “legacy free” un altro elemento distintivo, in quanto permette ai clienti di realizzare il proprio data center con le soluzioni preferite. Mantenendo sempre un occhio di riguardo verso il paradigma software defined con le soluzioni iperconvergenti, grazie a partnership di rilievo come quelle con Nutanix o VMware, dalle quali sono nate appliance specifiche, quali la serie ThinkAgile, con processori della famiglia Intel Xeon Scalable e alimentata da VMware vSAN 6.6 per realizzare un’infrastruttura iperconvergente preconfigurata, con lo scopo di ridurre la complessità del data center aggregando server, storage e virtualizzazione in un unico pool di risorse in comune. Progettata per essere scalabile, in modo che si possa iniziare anche con pochi nodi, a partire da tre, per incrementare la capacità di storage e prestazioni senza interrompere le operazioni quotidiane, la serie VX è costituita da «appliance che vengono integrate in fabbrica da Lenovo e configurate presso il cliente, con soluzioni predefinite per diversi carichi di lavoro, in una modalità improntata alla massima semplicità anche per le operazioni successive, visto che il cliente ha Lenovo come unico punto di contatto per tutte le esigenze post installazione, grazie al supporto unificato ThinkAgile Advantage che è già compreso senza alcun costo aggiuntivo» – fa notare de Bartolo.

PRIMATI ANCHE NEI SUPERCOMPUTER

A questo primato, se ne affianca un altro: quella nell’ambito dell’high performance computing, dove il sistema Marconi, sviluppato da Lenovo in collaborazione con il Consorzio Interuniversitario CINECA di Bologna e basato su tecnologie Intel, è oggi tra i 12 supercomputer più potenti del mondo (Dati Supercomputing Conference, 2017). Ma soprattutto, Marconi rappresenta un importante tassello di una progressione che ha visto Lenovo affermarsi decisamente nel rarefatto mondo dei supercomputer, dove ha debuttato nel 2014, e che in soli tre anni l’ha vista arrivare ai vertici della lista dei TOP 500 vendor mondiali di supercomputer, con 92 installazioni nel 2017. Non si tratta però solo di installazioni di bandiera volte unicamente a entrare nelle classifiche, ma di una vera e propria strategia che punta con decisione verso i grandi data center, e strizza l’occhio anche a quella che da più parti viene indicata come la nuova frontiera del computing, quella dell’intelligenza artificiale.

VERSO L’INTELLIGENZA AUMENTATA

L’acronimo più utilizzato in questo ambito è AI, cioè artificial intelligence, ma in Lenovo si preferisce declinarlo come augmented intelligence, di cui l’intelligenza artificiale costituisce l’elemento abilitante. È in questo ambito che il Data Center Group ha varato recentemente nuove iniziative per consentire ai clienti di adottare le nuove funzionalità di augmented intelligence per migliorare produttività e risultati. Partendo dall’investimento di 1,2 miliardi di dollari in ricerca e sviluppo, Lenovo ha inaugurato tre Innovation Center dedicati a Morrisville negli Stati Uniti, a Stoccarda e a Pechino, con l’obiettivo di aiutare a scoprire come l’AI può risolvere le più importanti sfide di business e umanitarie. Più di 100 data scientist di Lenovo e sviluppatori specializzati in AI sono già al lavoro, mentre i clienti di Lenovo possono accedere agli Innovation Center da remoto e hanno l’opportunità di provare e affinare le applicazioni e i carichi di lavoro su diversi sistemi ottimizzati per le alte prestazioni. In aggiunta, possono riunire una variegata comunità di esperti tra partner analisti di dati e altri clienti, i quali possono condividere esperienze e conoscenze per risolvere insieme alcune delle maggiori sfide per l’umanità.


#Marconi tra i #supercomputer più potenti del mondo @Cineca1969 @lenovoitalia
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IL PERSONAL COMPUTING GROUP

Tornando a prodotti di uso più quotidiano, cioè a personal computer e affini, è con Federico Carozzi, head of product management per l’Italia, che approfondiamo quest’altra importante fetta del mercato. «Il 2017 è stato un anno importante per noi, in quanto abbiamo rivisto completamente l’offerta di PC per l’area consumer, che prima era forse un po’ disomogenea, e abbiamo continuato a sviluppare l’offerta di prodotti innovativi nelle aree degli smart device, oltre a consolidare la nostra leadership nell’ambito business, con la linea ThinkPad, che quest’anno ha compiuto i suoi primi 25 anni di vita e che è quella che sta crescendo in assoluto di più sul mercato, riconfermandosi una volta di più il punto di riferimento per l’area enterprise e anche per quella SMB/PMI di fascia alta, in riconoscimento delle sue caratteristiche superiori» – spiega Carozzi.

Gruppo Lenovo MBG (Mobile Business Group – brand Motorola) al centro il GM Daniele De Grandis, poi Andrea Tramacere, Vincenzo Iannotti, Simona Menghini, Alessandra Petti

IL THINKPAD, UN’ICONA DA 25 ANNI

Il ThinkPad costituisce da tempo una sorta di “brand nel brand”, grazie anche alla sua peculiare storia che è ricca di primati, sia di vendite, con i primi 10 milioni di esemplari venduti raggiunti nel 2000 e i 100 milioni superati nel 2014, sia tecnologici: oltre a essere il primo notebook in assoluto con un display TFT a colori, nel 1992, il ThinkPad è anche stato il primo portatile ad avere a bordo il CD-ROM, nel 1994, il DVD-ROM, nel 1997, e il lettore di impronte digitali, nel 2004. Si tratta di primizie tecnologiche che continuano tuttora e che soprattutto hanno contribuito a rafforzare negli anni il posizionamento della gamma ThinkPad come la più desiderata e apprezzata dagli utenti professionali e aziendali. Merito anche della sua incarnazione più rivoluzionaria, quella avvenuta nel 2012 con il primo ThinkPad X1 Carbon, un ultrabook business sottile e leggero grazie allo chassis in fibra di carbonio. Arrivato quest’anno alla sua quinta generazione, il ThinkPad X1 Carbon è oggi quasi quattro volte più sottile e due chili più leggero del suo antenato 700C, ma soprattutto è oltre cento volte più veloce in termini di pura potenza di calcolo rispetto al processore da 25 MHz del 700C.

 

FOCUS SULL’INNOVAZIONE

Oggi, i notebook della linea consumer sono costituiti da tre modelli IdeaPad 320, 520 e 720, «caratterizzati da un family look e da un design coerente, ma soprattutto da un posizionamento molto chiaro, con la presenza di alluminio, schermi borderless e tastiere retroilluminate, non sempre scontate nel segmento a volume» – fa notare Carozzi, che sottolinea anche la presenza del brand “Legion” dedicato all’offerta per il mondo gaming, con sistemi notebook e desktop. In quest’ultimo ambito, si distingue anche l’offerta Cube, un desktop dalla forma di cubo particolarmente accattivante. Ma soprattutto, Lenovo si contraddistingue sul mercato per l’attenzione data all’area dell’innovazione, ovvero il mondo dei 2-in-1, cioè i detachable e i convertibili, quello dei tablet e quello delle workstation. «Nei convertibili, che abbiamo inventato noi con il nome Yoga, siamo leader incontrastati, con una quota del 50% sia a livello italiano sia mondiale» – spiega Carozzi, sottolineando che «nell’ambito dei 2-in-1 e dei tablet, copriamo il mercato a 360 gradi; vanno ricordati in particolare lo Yoga 520, 720 e – il più elegante, per la cerniera particolare – lo Yoga 920; inoltre i detachable di fascia alta con Windows 10 sono ben presenti anche nel mercato business, con la linea Miix e con il ThinkPad X1 Tablet, che eredita tutte le caratteristiche che hanno reso iconico il ThinkPad» – mette in evidenza Carozzi.

IL CANALE IN PRIMO PIANO

Parlando invece del modello di go-to-market, il canale è il punto di riferimento di Lenovo: se a livello mondiale il 94% del business dell’area PCG passa tramite i partner, in Italia questa quota è ancora più alta. Il team di Cristiano Accolla, SMB & channel country leader di Lenovo Italia, si occupa dello sviluppo del canale small & medium business e della strategia di go-to-market nel mondo business, con un focus particolare sul settore education. «In Italia operiamo con una consolidata rete di rivenditori certificati (Platinum, Gold e Silver), che gestiamo con la nostra forza vendita, oltre che con un ampio numero di rivenditori specializzati, con i quali pure lavoriamo a stretto contatto, anche grazie al prezioso supporto dei nostri distributori. Copriamo il territorio sia con una squadra di field sales guidata da Enza Truzzolillo, channel & mid market sales manager, sia con un team di inside sales account, guidato da Guido Terni, Lenovo channel sales center & education manager. Il settore dell’education è infatti strategico per Lenovo, che ne è da più di un anno brand leader in Italia: «Abbiamo investito molto in quest’area, operando a 360 gradi con le scuole, il Ministero dell’università e della ricerca (MIUR) e anche con partner vendor di rilievo come Microsoft. E i risultati ci stanno dando ragione» – sottolinea Accolla. «Continuerà a essere sempre più rilevante anche l’attività sul mid market – la fascia alta delle piccole-medie imprese – che si conferma il segmento più performante e per noi più ricettivo del tessuto industriale italiano», ricorda Accolla.


.@lenovoitalia Più valore alla #diversity – Essere #different è la chiave del #successo
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IL MERCATO ENTERPRISE

Per l’ambito enterprise, Lenovo dispone di un gruppo di persone che parla direttamente con le grandi aziende, anche se poi l’offerta viene veicolata dai partner. Quando invece si tratta di grandi aziende presenti a livello internazionale, entrano in gioco i “global account”, che si appoggiano al servizio offerto da Lenovo in ambito globale. Che quello delle grandi imprese e del settore pubblico sia un mercato di interesse per Lenovo Italia è dimostrato anche dalla presenza di una figura dedicata. Si tratta di Mauro Podeschi, large enterprise & public sector country leader, che opera in modo da «favorire lo sviluppo del business dei partner, con un’organizzazione rivolta agli end user per guidare le scelte verso le proposte tecnologiche di Lenovo». Grazie a un 2017 di investimenti, Podeschi anticipa «un 2018 importante, nel quale Lenovo potrà raccogliere i frutti di quanto abbiamo seminato quest’anno, guardando soprattutto all’area del desktop replacement e nello smart working, sia nel nostro lavoro con i maggiori system integrator sia nell’ambito della PA, che in Italia costituisce uno dei mercati più importanti».

Il team di canale PCG da sinistra a destra Guido Terni, Enza Truzzolillo, Cristiano Accolla

IL MOBILE BUSINESS GROUP

Questa ampia carrellata su Lenovo si completa con la parte mobile, di cui si occupa Daniele De Grandis, general manager del mobile business group di Lenovo per Italia e Israele. «Qui il marchio Lenovo funge da “umbrella brand”, mentre la nostra proposta di smartphone è siglata Motorola, con i modelli Moto che vanno dall’entry level C all’alto di gamma Z» – spiega De Grandis, anticipando piani ambiziosi per il futuro, che parlano della volontà «di consolidare la posizione attuale di numero 5 al mondo per poi arrivare, nell’arco di due anni, alla terza posizione». Per raggiungere questi obiettivi, può rivelarsi utile la strategia di prodotto che guarda anche alla fascia enterprise, con le peculiarità della gamma Moto Z dove è stato introdotto un concetto di modularità pressoché unico nel settore con i “Moto Mods”, accessori che si attaccano magneticamente alla back cover del telefonino. Alcuni di questi si possono rivelare molto utili in ambito business, come per esempio il proiettore Insta-share, che permette di riprodurre a parete una presentazione professionale fino a 70’’, la stampante Insta-Printer oppure il JBL SoundBoost che consente di ascoltare meglio una conference call in vivavoce.

MARKETING STRATEGICO

Infine, la crescita di Lenovo deve molto anche alla strategia di marketing, di cui parliamo con Simona Menghini, marketing manager per l’Italia e communications leader per Italia e Israele, che racconta come l’azienda si muova lungo tre direttrici: «Oltre all’azione sul brand, vi sono altre due attività, più continuative e forse meno visibili, ma non meno importanti a livello di supporto alle vendite di breve e medio termine, e sono quelle sul canale commercial e il canale retail. Questo per sostenere da vicino i nostri business partner, visto che quasi tutto il nostro fatturato avviene tramite la rete di vendita esterna, che siano dealer a valore aggiunto o retailer come le grandi catene dell’elettronica di consumo». Per quanto invece riguarda la spinta sul brand – che ha acquisito una riconoscibilità di rilievo – le attività si concentrano «sia verso l’ambito business, dove proprio quest’anno abbiamo festeggiato il venticinquesimo compleanno del nostro prodotto flagship e sub-brand primario, il ThinkPad, sia verso il mondo consumer, dove siamo sbarcati più tardi, meno di cinque anni fa, e che ci sta dando comunque grosse soddisfazioni. Stando alle nostre statistiche, oltre il 50 per cento delle persone tra i 18 e i 55 anni acquirenti di PC e tablet conoscono Lenovo, e oltre il 30 per cento lo prenderebbe in considerazione per un acquisto» – prosegue Simona Menghini.

EVENTI PER IL BRAND

Oltre alle campagne soprattutto digital e social, il brand Lenovo viene spinto anche con eventi: per esempio, per la famiglia ThinkPad, sono previsti incontri con il canale di vendita e gli utenti finali, che comprende una parte tecnica con un’area allestita per toccare con mano i test di resistenza che supera il ThinkPad prima di uscire dalle fabbriche. Curiosa è invece la tipologia degli eventi previsti per la famiglia consumer, dove il marchio primario di Lenovo è Yoga, evocativo di grande flessibilità e versatilità, che viene legato a eventi sulla disciplina che lo ha ispirato e che riscuote in Italia sempre più successo, con partecipazioni come quella alla CosmoRun e allo Yoga Festival, la più grande associazione di scuole maestri e praticanti in Italia. Ma non solo. Come già osservato, Lenovo ha una grande attenzione a tutti gli strumenti che il digitale offre. «Lavoriamo sui nostri canali social, da Facebook a YouTube, da Instagram a LinkedIn, con campagne studiate per trarre il massimo vantaggio dal mobile e raggiungere gli utenti in modo personalizzato, meno invasivo e più dialogante» – conferma Simona Menghini, sottolineando però che «non perdiamo mai di vista il contatto diretto e offline con il pubblico. Un esempio recente di questo è il progetto di “design crowdsourcing”, una sorta di concorso tra gli studenti dell’istituto Europeo di Design, la nota scuola internazionale – nata in Italia con sedi anche in America Latina e Spagna, e con oltre il 35 per cento di studenti stranieri – per creare la cover di Yoga 920, l’ultimo nato della nostra famiglia di convertibili consumer. È motivo di orgoglio per tutti noi in Lenovo quello di poter dire che l’edizione speciale di questo bellissimo notebook, il modello Yoga 920 Vibes, venduto in tutto il mondo, è stata creata proprio da uno studente italiano, scelto da un giuria internazionale congiunta Lenovo-IED».

il team di marketing (PCG, MBG, DCG) al centro Simona Menghini con Gianluca Russo e Silvia Decheva; poi Davide Benelli (DCG) e Alessandra Petti (MBG)

LE RAGIONI DI UN SUCCESSO

Del resto, se il motto di Lenovo è “different is better” ci sarà di certo più di un motivo. Perché questo non vale solo per le innovazioni di prodotto, che spiccano anche in un mondo molto abituato alle novità: si va da Yoga, il primo PC convertibile a 360 gradi, che è un brevetto Lenovo del 2012, al primo tablet con stereo e proiettore incorporato, lo Yoga Tab 3 Pro, passando per il primo smartphone che si trasforma in fotocamera, stereo, proiettore, stampante o gamepad, con i Moto Mods di cui si parlava più sopra. La “differenza” di Lenovo riguarda anche «il modo di fare le cose, che sia nel marketing o persino nelle risorse umane, per il grande valore che diamo alla diversity, con percentuali di impiego e management femminile superiori alle medie del settore e con la nostra politica LGBT-friendly. In altre parole, vogliamo essere “different” perché questo ci rende “better”, e ci porta al successo» – conclude Simona Menghini.

Foto di Gabriele Sandrini

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Dalla smart city alla città sostenibile https://www.datamanager.it/2017/12/dalla-smart-city-alla-citta-sostenibile/ Wed, 20 Dec 2017 11:29:25 +0000 http://www.datamanager.it/?p=137926 Il ruolo del digitale nella pianificazione urbanistica. Mariano Corso (Politecnico di Milano): «Dimenticare Le Corbusier e progettare luoghi multifunzionali, partendo dal lavoro agile per un nuovo modello organizzativo e di produzione» Dalla smart city alla città sostenibile: “il digitale come fattore abilitante per conoscere, collaborare e realizzare le città del futuro” è il tema del […]

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Il ruolo del digitale nella pianificazione urbanistica. Mariano Corso (Politecnico di Milano): «Dimenticare Le Corbusier e progettare luoghi multifunzionali, partendo dal lavoro agile per un nuovo modello organizzativo e di produzione»

Dalla smart city alla città sostenibile: “il digitale come fattore abilitante per conoscere, collaborare e realizzare le città del futuro” è il tema del panel di apertura dell’evento ICity Lab 2017, tenutosi a Milano il 24 ottobre 2017. Tra gli speaker, Mariano Corso, direttore scientifico di Partners4Innovation e professore ordinario alla facoltà di Ingegneria dei Sistemi del Politecnico di Milano dove insegna Organizzazione e Risorse Umane ed Economia e Organizzazione Aziendale.

Mariano Corso propone di dimenticare Le Corbusier, famoso urbanista, architetto, pittore e designer svizzero che, oltre alla chaise longue, viene ricordato per il grande apporto allo sviluppo del pensiero urbanistico della prima metà del secolo scorso. Le Corbusier – spiega Mariano Corso – elaborava modelli per complessi urbanistici che potessero gestire tre milioni di persone, articolati in modo simile al corpo umano: un centro autonomo contenente tutta l’amministrazione; le viscere, in cui doveva concentrarsi l’energia e la produzione; gli arti, ovvero i quartieri residenziali dove la gente andava a riposare; le grandi arterie, come collagamenti. «Questo modello fa riferimento a un paradigma ancora valido?» – incalza Mariano Corso. «Le Corbusier era figlio di un paradigma tecnologico in cui la produzione doveva essere concentrata in luoghi fisici perché ai suoi tempi le tecnologie avevano bisogno della catena di montaggio. Se cent’anni fa, le città fossero state di 30 milioni di abitanti e fosse esistito il cloud computing, Le Corbusier stesso avrebbe sicuramente pensato a città diverse, adatte alla vita che viviamo oggi».


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Secondo Corso, un altro modello da ridiscutere è quello che organizza la nostra vita in modo tripartito: otto ore per il lavoro, otto ore per il tempo libero e otto ore per il riposo: «Le nuove tecnologie di produzione rendono l’atto della creazione di valore, il divertimento, il riposo e la comunicazione tutte attività profondamente integrate». La divisione netta non è più valida: «È intelligente svegliarci tutti negli stessi quartieri che poi diventano dei dormitori? Spostarci tutti insieme, sugli stessi mezzi pubblici o sulle stesse vie di comunicazione, per andare negli stessi luoghi dove ci accalchiamo in uffici o in fabbriche per poi trasferirci tutti in altri luoghi dove crediamo di divertirci? Ragionando sulle nuove potenzialità della tecnologia, si può pensare a un modello più integrato, più omogeneo, dove i luoghi in cui viviamo sono anche luoghi in cui si può lavorare, o socializzare, e i luoghi in cui lavoriamo possano essere luoghi in cui vivere, riposarci, informarci. In questo modo, si eviterà un modello di urbanizzazione che io credo sia deleterio. E si potrà pensare a una città che mette al centro la persona e i suoi bisogni, la sua voglia di sviluppare i propri talenti e perseguire il suo benessere».

Il pensiero sulla città deve essere autocritico e deve partire dalla riflessione sulla trasformazione stessa della città e del territorio, iniziando dai grandi quesiti come il cambiamento climatico, l’immigrazione o l’impatto delle rivoluzioni industriali sull’occupazione. «Le politiche urbanistiche – continua Mariano Corso – devono avere il coraggio e la lungimiranza di programmare sul medio-lungo periodo, perché determinate risposte prescindono da ogni ideologia e richiedono tempo, continuità di azione e di amministrazione». Solo così si possono progettare realtà che siano vivibili, partendo da una base solida. Qual è quindi il significato che il digitale ha nella pianificazione urbanistica? Che fine fanno i cassonetti intelligenti, le app per trovare parcheggi liberi, le piattaforme per soddisfare bisogni all’insegna della sharing economy, gli elettrodomestici connessi e le automobili autonome? Il digitale è una risposta, ma – da solo – non basta.

Giulia Cattoni @urbanocreativo

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Startup e futuro. Il VC che investe sulla felicità https://www.datamanager.it/2017/12/startup-futuro-vc-investe-sulla-felicita/ Wed, 20 Dec 2017 10:41:09 +0000 http://www.datamanager.it/?p=137914 In Giappone, il sogno del CEO di SoftBank è di rendere le persone più felici con la tecnologia grazie al venture capital Vision Fund. Qui ne parlo con Giovanni Contini, esperto di digital marketing e co-founder di Euklid Del Giappone ricordo le descrizioni di Tiziano Terzani. Un paese troppo artificiale e poco umano. Triste, cupo […]

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In Giappone, il sogno del CEO di SoftBank è di rendere le persone più felici con la tecnologia grazie al venture capital Vision Fund. Qui ne parlo con Giovanni Contini, esperto di digital marketing e co-founder di Euklid

Del Giappone ricordo le descrizioni di Tiziano Terzani. Un paese troppo artificiale e poco umano. Triste, cupo e poco creativo. Nei suoi diari, scriveva che persino il suo cancro “parlava giapponese”. Questo articolo è frutto di una conversazione avuta con Giovanni Contini. Il quale prima di tornare in Europa, ha vissuto e studiato in Giappone. Unico europeo, a soli 19 anni, ad aver sviluppato progetti di VC insieme all’università di Tokyo, replicando il modello californiano. Oggi, Giovanni Contini è co-founder di Euklid, startup con sede a Londra, valutata 10 milioni di euro, che sta rivoluzionando il settore degli investimenti, grazie ad algoritmi di trading e tecnologie bitcoin e blockchain.

Quando penso al Giappone, mi viene in mente un paese lontano oramai dall’antico splendore tecnologico. Vecchio, poco creativo e poco avverso al rischio. È proprio così? – «La cultura giapponese – risponde Giovanni Contini – rende le persone poco propense al rischio. La struttura stessa dell’economia tiene conto dell’impatto sociale che hanno le aziende. A volte, descriverei il Giappone come il paese capitalista più socialista al mondo».

Perché? – «Perché le aziende pensano al profitto, ma prima ancora al loro ruolo all’interno della società. Per merito di questa cultura il tasso di disoccupazione è molto basso e la qualità dei servizi molto alta. Tuttavia, il Paese ha perso il fascino di patria dell’innovazione tecnologica a discapito della crescita della Silicon Valley. C’è da considerare – però – che alcune aziende simbolo del successo delle startup americane, in Giappone hanno poco spazio. Servizi come Uber abbasserebbero la qualità di vita dei tassisti. Comprare biglietti per concerti in Giappone è un’impresa. In Italia, invece abbiamo TicketOne. Il motivo per cui non semplificano il processo è perché porterebbe all’eliminazione di alcuni lavori».


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Si tratta di una scelta o della conseguenza che ci sono toppe poche startup? – «La mentalità innovativa si concentra su imprese ad alto valore tecnologico o app per migliorare i servizi. Sono più interessati allo sviluppo di intelligenza artificiale, biomedicina e robotica, anziché al prossimo Airbnb o Uber. Tuttavia, le grandi compagnie investono ingenti quantità di denaro in ricerca e sviluppo. Il Giappone è ancora oggi in vetta ai paesi che registrano più brevetti al mondo. Il fatto che le società investano molto in ricerca e sviluppo limita però la nascita di nuove startup».

Ecco perché non ci sono startup di successo? – «Proprio così. Fatta eccezione per il mondo bitcoin-blockchain, che richiedono capitali da VC meno frequentemente. Non solo i VC investono pochissimo in fase early-stage, ma anche le startup che nascono sono poche. Questo va in contrasto con gli enormi fondi e investimenti che i giapponesi trasferiscono nel mondo dei VC stranieri. Ma all’ecosistema giapponese va bene così».

Mi viene in mente però Masa, l’uomo più ricco del Giappone e una volta del mondo – «L’esempio di Masayoshi Son, CEO di SoftBank – meglio noto come Masa – è molto popolare tra chi fa impresa in Giappone. In parte non stupisce, visto che è uno degli uomini più ricchi al mondo. Molte caratteristiche hanno reso Masa un modello da seguire. Prima fra tutte la sua perseveranza. La sua stessa direzione imprenditoriale è nata grazie a un incontro che ha ottenuto grazie alla sua forza di spirito. All’età di 16 anni – racconta Giovanni Contini – lesse il libro di Den Fujita, AD di McDonald’s Giappone. Rimasto impressionato, decise di far di tutto per incontrare Fujita. Dopo avere tentato inutilmente di fissare un appuntamento tramite le assistenti, decise di prendere un volo per Tokyo e di visitare gli uffici di colui che lo aveva ispirato. E gli sarebbe costato meno del costo delle telefonate. Chiese di poter incontrare Fujita solo per tre minuti. Il risultato fu una conversazione di 15 minuti, durante la quale chiese consigli su che genere di impresa fondare. Fujita gli disse di lanciarsi nel mondo dei computer, perché non bisogna mai guardare all’industria del passato o del presente, ma bisogna concentrarsi su quella del futuro. E da allora, Masa investe il suo tempo a costruire l’impresa del futuro».

Come tanti giapponesi di successo, anche Masa ha studiato all’estero? – «Sì, ha studiato all’Università di Berkeley in California. Quella di studiare all’estero è una caratteristica comune a buona parte dei manager di successo delle grandi imprese giapponesi» – mi spiega Contini. «L’apertura mentale è molto importante, oltre al vantaggio di poter parlare in inglese, che pochi giapponesi riescono a fare. Il fiuto per il business e la capacità imprenditoriale non hanno mai fatto difetto a Masayoshi Son, considerato che prima di fondare SoftBank – l’azienda che lo ha reso miliardario – ha fondato e venduto altre due società per oltre un milione di dollari. SoftBank nasce come banca del software nell’era dei software, ma si evolve come azienda telco. Masa non solo aveva intuito il valore dei cellulari e della possibilità di connettersi a Internet, ma da subito aveva capito l’importanza di investire nelle infrastrutture di rete».

Ricordo che il CEO di SoftBank è famoso anche per aver investito in altre società di successo prima di altri. Tra queste troviamo Yahoo e Alibaba. Altre acquisizioni che lo hanno reso famoso includono ARM e NVIDIA, da lui reputate alla base di smartphone, IOT, e oggi anche blockchain – «In verità – mi interrompe Contini – aveva anche intenzione di investire in Android, ma non concluse l’affare solo per non rovinare gli ottimi rapporti che aveva con Apple. Tipico stile di business giapponese, quello di anteporre il rispetto e le relazioni personali agli affari!

Oggi, è famoso per il suo Vision Fund, con il quale ha l’ambizione di investire un trilione di dollari in aziende tech – «Ha iniziato con 100 miliardi, in buona parte dati in gestione dall’Arabia Saudita, dopo averli convinti a dare 45 miliardi in 45 minuti. Altri partecipanti del fondo da lui guidato sono colossi tra i quali Apple, Foxconn, Qualcomm e Sharp».


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Qual è la visione di Masayoshi Son? – «Credo che sia quella di portare il mondo alla Singularity. Per arrivarci, investirà in aree che includono IoT, AI, robotica, biocompunting, e molte altre».

Il sogno di Masa è di rendere le persone più felici con la tecnologia? – «La sua preoccupazione è di ridurre i problemi delle persone e dar loro più tempo per pensare a se stesse. Oggi, milioni di vite vengono rovinate da disastri naturali, malattie, stress, solitudine e così via. La visione di Masa di rendere le persone libere dai problemi richiederà – a suo avviso – trecento anni prima di avverarsi. Eppure, non smette di crederci e di raccontarlo. E per i prossimi trenta anni, continuerà a investire sulle basi delle soluzioni a questi problemi».

Conclusione – Alla fine di questa conversazione con Giovanni Contini, ripenso a Tiziano Terzani e mi scorre davanti agli occhi una sua fotografia all’interno della metropolitana di Tokyo. In bianco e nero. Due anziani. Con un viso privo di emozioni, occhi semi chiusi. Uno dorme con la bocca aperta e l’altro legge un giornale. Il primo è stravolto. Quasi morto. Il suo corpo non esprime energia, solo frustrazione e tanta depressione. L’atmosfera è cupa e sofferente. Una sofferenza interiore, che si percepisce dalla seconda figura, come se fosse stata obbligata a vivere quella vita. A prendere quel treno. A tenere gli occhi ancora aperti per leggere quel giornale. Solo abitudine. La felicità è qualcosa che non si cerca. No. La si sente oppure non esiste. Ha a che fare con il coraggio di perseguire i propri sogni? Probabilmente sì. Io ci credo. E Masa non si può dire sia triste. Basterebbe osservarlo in televisione. Riflette energia. È sicuramente ambizioso. Ma è anche felice? Chi lo sa. Almeno per una volta, il denaro viene investito per un ritorno di lungo periodo. Per la felicità di ciò che verrà. O almeno per il benessere. Forse, è più facile chiamarla così la felicità. Non siete d’accordo?

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Standard cercasi per l’Internet delle Case https://www.datamanager.it/2017/12/standard-cercasi-linternet-delle-case/ Tue, 19 Dec 2017 15:59:00 +0000 http://www.datamanager.it/?p=137828 Non solo efficienza e risparmio energetico. Il valore di un edificio intelligente dipende dalla capacità di ottimizzare, integrare e comunicare. Condizione necessaria è una rete in perfetta forma. Rendere “smart” i luoghi fisici del lavoro è un fondamentale generatore di business, dati ad alto valore aggiunto e cultura della città digitale Le applicazioni della domotica […]

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Non solo efficienza e risparmio energetico. Il valore di un edificio intelligente dipende dalla capacità di ottimizzare, integrare e comunicare. Condizione necessaria è una rete in perfetta forma. Rendere “smart” i luoghi fisici del lavoro è un fondamentale generatore di business, dati ad alto valore aggiunto e cultura della città digitale

Le applicazioni della domotica e della gestione intelligente degli edifici, commerciali o residenziali che fossero, hanno costituito per lungo tempo un sottoinsieme alquanto chiuso del mercato delle soluzioni ICT. Un ambito in cui, a causa di tecnologie e approcci proprietari, non è stato inizialmente facile – per fornitori di dispositivi, sistemi e servizi – raggiungere sufficienti livelli di massa critica. La tavola rotonda di Data Manager vuole fare il punto sulle implementazioni già in essere, sui progetti in divenire e naturalmente sull’intero versante dell’offerta sia di apparati sia di servizi di progettazione, integrazione e mantenimento/gestione. Agli esperti seduti intorno al tavolo abbiamo chiesto di affrontare il tema delle finalità perseguite attraverso progetti di smart building, delle relazioni che intercorrono tra l’edificio intelligente e gli obiettivi di business o il supporto allo smart working. Ma si è cercato anche di esplorare l’aspetto della governance di questi progetti e, in prospettiva, dell’evoluzione da forme di automazione su scala locale all’intelligenza applicata al “campus” o alla città. Il dialogo ha offerto diversi spunti interessanti anche a proposito del mercato delle soluzioni e dei servizi.

Le grandi superfici dell’edutainment e della GDO, gli ospedali, gli istituti di ricerca, gli aeroporti e le stazioni rappresentano i gangli vitali della smart city e sono anche le superfici più “smartizzabili”. Qui si concentreranno gli investimenti del futuro. La discussione – ospitata per la prima volta nelle sale dell’Istituto di ricerche farmacologiche Mario Negri di Milano – può contare su un intervento d’apertura particolarmente prestigioso: quello del direttore Silvio Garattini, che ha voluto salutare i partecipanti attraverso un messaggio video. «La vostra discussione è importante perché connessa con il tema degli anziani e di tutti i problemi legati a una durata di vita che aumenta in modo non sincrono con la buona qualità della vita» – ha ricordato il ricercatore. Secondo Garattini, occorre introdurre elementi nuovi, e le tecnologie di automazione degli edifici possono concretamente giovare al paziente, indipendentemente dal suo stato di salute o dall’età. Dal direttore dell’Istituto di ricerca, la raccomandazione a manager, CIO, vendor e system integrator di non perdere di vista l’obiettivo di mettere al centro le persone e di non confondere strumenti e fini, mantenendo l’innovazione al servizio della ricerca e della cura dei cittadini sia quando sono utenti di servizi e prodotti – liberi di scegliere – sia quando sono pazienti – e quindi più vulnerabili. «Anche chi non ha particolari problemi, chiede di essere aiutato dalle tecniche, che in parte sono già disponibili» – ha concluso Garattini cedendo virtualmente la parola alla consueta introduzione analitica di IDC Italia, curata questa volta da Daniela Rao, senior research & consulting director.


#dmSmartThings in Italia, lo #smartbuilding vale +200 milioni € nel 2017 @IDCItaly
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L’ANIMA SOFTWARE DEGLI OGGETTI

La definizione di smart building e l’intero comparto IoT si sovrappongono – secondo Daniela Rao – ai familiari concetti dell’ICT e dell’elettronica di consumo, includendo tutto ciò che è caratterizzato da una componente meccanica resa smart da uno strato di software. Dalle analisi effettuate da IDC, in modo particolare nell’area asiatica – oggi, la più avanzata – emergono per l’IoT diverse aree applicative che hanno a che fare con la sostenibilità ambientale dentro e fuori l’edificio; la connettività “dal Wi-Fi al UWB”; la gestione dei consumi energetici; il grande tema della sicurezza fisica e logica unito a quello decisamente Big Data, che si sta sviluppando sulla base dei dati generati da sensori e apparati di controllo e da riutilizzare; e la vasta area del building management, dagli impianti infrastrutturali alla segnaletica, anch’essa sempre più digitale. «Aree che peseranno sulle spalle di chi gestisce i sistemi informativi – avverte Daniela Rao – perché rete e sistemi dovranno essere in perfetta forma per trarre pieno vantaggio da questa trasformazione». Questo implica tra l’altro un lavoro sulla ridefinizione del software di rete e dei data center, sulla parte applicativa e sull’intero contesto della smart city, soprattutto se l’automazione investe le abitazioni residenziali e gli spazi pubblici. Tre sono invece i principali driver dello sviluppo di questo segmento. L’analista di IDC Italia cita l’ottimizzazione di consumi e risorse, l’integrazione di dati esterni e interni e la semplificazione della comunicazione e del lavoro di squadra. «Molte delle soluzioni monitorate in Europa e USA partono proprio da quella che un tempo chiamavamo unified communication and collaboration (UC&C) e oggi appartiene alla trasformazione del workplace» – spiega Daniela Rao. Oltre le attuali frontiere dell’energy management, l’analista parla di «smart assets» – citando per esempio il Li-Fi, equivalente ottico del Wi-Fi, capace di far passare la connettività Light-fidelity sfruttando l’impianto di illuminazione; ma anche di smart glass per la sicurezza fisica, i sistemi di riconoscimento e tracciamento delle persone che abitano uno spazio (con tutto il loro impatto sulla privacy), di uno smart environment popolato di indicazioni basate sul digital signage. E gli scenari italiani? «Il settore dello smart building è ancora sostanzialmente in mano ai player del mondo ICT e si compone di una serie di oggetti che non sono tipicamente ICT, per esempio tutta la parte di ventilazione, gli ascensori, i sistemi antincendio, che in qualche modo verranno controllati dai sensori dell’IoT, entrando nella sfera del sistema informativo aziendale».

UN MERCATO DA 200 MILIONI DI EURO

Oggi, tutto questo genera in Italia un mercato per lo smart building che vale oltre i 200 milioni di euro, con qualche ingresso dal mondo dell’elettronica di consumo e della connected car, una nicchia che cresce in modo interessante fino a quasi 400 milioni di euro nel 2019. In conclusione, il mercato vede due dinamiche: la battaglia competitiva tra soggetti tipicamente IT, che vogliono affacciarsi sul fronte dell’analytics, della sicurezza e del controllo accessi, e un’analoga corsa, ma in direzione opposta, tra i protagonisti dei settori dell’impiantistica industriale e della elettronica di consumo interessati, che cercano di guadagnare uno sbocco verso l’IT. Secondo Daniela Rao di IDC Italia, alcuni di questi grandi soggetti restano in attesa perché costruire un business case di successo è complicato, l’integrazione tra oggetti molto diversi tra loro è onerosa e i budget di spesa, sempre molto ridotti, non facilitano certo la convergenza.


#dmSmartThings La condizione necessaria dello sviluppo è una #rete in perfetta forma
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L’automazione e l’integrazione delle informazioni hanno gioco più facile quando sono vitali per il funzionamento di una attività scientifica, come spiega Fabio Brighenti, responsabile energy & facilities management dell’Istituto Mario Negri, illustrando le peculiarità del complesso edificio che ospita la tavola rotonda di Data Manager. La nuova sede del centro farmacologico nella periferia nordovest di Milano, contiguo agli edifici del Politecnico sede Bovisa, ha circa dieci anni di vita e ha subito diverse trasformazioni, anche in funzione dei trend che inevitabilmente dominano nel campo della ricerca nel settore. Locali progettati per gestire materiali ad alto rischio come i radioisotopi – spiega Brighenti – diventano obsoleti quando quegli stessi materiali passano di moda nella sperimentazione. «L’edificio si struttura su quattro piani, ma il cuore è il seminterrato che ospita il reparto “animal care”, dove il mancato trattamento di una quantità di parametri vitali e ambientali rischia di compromettere l’attività dei ricercatori, mandando in fumo anni di lavoro». Altri ambienti dell’Istituto hanno a che fare con agenti virali che necessitano di un contenimento a livello di biosicurezza 3 e a questi si aggiungono una centrale di generazione di gas, tre fonti di alimentazione di rete, co-generatori di gas, gruppi elettrogeni. «Vengono in mente pochi esempi di controllo ambientale altrettanto preciso, attualmente basato su un sistema proprietario Siemens (piattaforma Desigo) che integra una architettura molto complessa per il controllo degli accessi e un’allarmistica che prevede funzioni avanzate come il monitoraggio per registrare eventuali malori di scienziati spesso costretti a trascorrere intere notti soli in laboratorio.

POTENZIALE SANITARIO

Lorenzo Marco Rossi, che al Mario Negri è responsabile della divisione di informatica per la ricerca e comunicazione, professionalmente è in costante dialogo con il suo omologo impegnato sul fronte smart building. Nel corso della tavola rotonda, Rossi sottolinea come l’IoT del suo Istituto sia «molto focalizzata e pur non rappresentando il core business risulta fondamentale per quest’ultimo. Un animale mal curato e in gabbia diventa depresso. E se questo animale viene utilizzato nella sperimentazione di un farmaco antidepressivo, i risultati possono essere falsati». Rossi afferma anche di ritenere prioritario l’aspetto, inserito nell’ordine del giorno della discussione, della relazione tra edifici smart e smart city. «Per i ricercatori del Mario Negri, il rapporto tra laboratorio interno e ambienti clinici esterni è molto importante. Sappiamo che l’IoT è un ingrediente indispensabile di questo gioco di sponda, ma qui sarebbe fondamentale il ruolo di partner che oggi sono sostanzialmente latenti. Tutto il rapporto tra scienza e IoT non è ancora sviluppato come dovrebbe». E il suo collega Brighenti conferma: «In ambito sanitario, mi risulta che le superfici cosiddette “smartizzabili” raggiungono i 140 milioni di metri quadri tra ospedali e case di cura. Gli uffici, al confronto, valgono meno della metà, 60 milioni di metri quadri».

Gli spazi fisici e digitali trattati negli interventi di Fabio Degli Esposti, CIO di SEA Aeroporti di Milano, e di Franco Stivali, responsabile innovazione di Ferrovie dello Stato Italiane sono ancora più prossimi al concetto di smart city. Oggi, aeroporti e stazioni rappresentano un modello, su scala geograficamente circoscritta, di una città dotata di una popolazione residente limitata, ma affollata di esercizi commerciali di vario genere e aperta a ingenti flussi di popolazione in transito, con tutte le esigenze infrastrutturali – illuminazione, condizionamento, trasporti, sorveglianza e sicurezza – che un agglomerato urbano può comportare. «L’intera tematica smart è uno dei nostri principali interessi» – afferma Degli Esposti. «L’aeroporto di Malpensa, anche se i passeggeri non lo percepiscono, è un insieme di 210 edifici e la questione energetica è secondaria rispetto alla sicurezza di quello che viene considerato uno dei punti più sensibili dell’intero territorio nazionale. Building automation per noi significa gestione di una infrastruttura complessa, e anche nel nostro caso è stata adottata la piattaforma Siemens Desigo. Uno dei progetti principali – rileva tuttavia il CIO di SEA Aeroporti di Milano – è in direzione del building information modelling». Disporre di una completa simulazione digitale di tutti gli «strati architettonici e tecnici» di un edificio o di un insieme di edifici – sottolinea Degli Esposti – è la chiave per una gestione e una manutenzione veramente digitale. A proposito di sicurezza e controllo degli accessi, rileva ancora il responsabile IT di Malpensa e Linate, escludendo i volumi di traffico molto aumentati, il cambiamento più significativo riguarda la dematerializzazione dell’intera esperienza di viaggio e la conseguente nascita di una componente “informatica” alle tradizionali problematiche del controllo dei passeggeri, del bagaglio e degli accessi fisici all’aerostazione e alle piste di decollo. «Per questo – dice Degli Esposti – guardiamo all’IoT con grande attenzione per poter riconoscere gli eventi anche in termini di predictive analysis e di facility management avanzato, con ogni singolo elemento mappato digitalmente». Una potente carica di innovazione che include gli aspetti dell’intelligenza artificiale. Chi decide e chi governa in uno spazio tanto complesso? «In sé, l’innovazione non è un dominio esclusivo dell’IT, ma un momento collegiale. A noi informatici, deve restare il controllo della coerenza complessiva delle scelte in materia di Industry 4.0, ma SEA Aeroporti cerca di estendere il più possibile il cambiamento oltre i confini dell’IT anche attraverso la collaborazione con l’università».


#dmSmartThings Sulle grandi superfici si concentreranno gli investimenti del futuro
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EDIFICI MODELLO

Il legame tra smart building e i modelli di building information modeling (BIM) è chiaramente uno dei leitmotiv della conversazione. Sull’argomento ruota anche l’intervento di Franco Stivali, responsabile dell’innovazione di Ferrovie dello Stato Italiane, che esordisce descrivendo il vastissimo patrimonio immobiliare gestito dal Gruppo FS, di cui fanno parte 57 officine e 208 impianti merci e circa 2.200 stazioni. «Questa enorme eredità è legata a un passato ferroviario che richiedeva spazi fisici molto vasti, che oggi si riducono anche per effetto dell’innovazione» – spiega Stivali. «Il primo obiettivo è dunque il riuso degli edifici e degli impianti non più funzionali alle attività ferroviarie, che vengono in parte restituiti alla collettività anche per iniziative di carattere sociale con Enti locali e Associazioni onlus. In parallelo, ciò che rimane deve essere reso più efficiente anche grazie alla tecnologia». Stivali ammette che questo imponente percorso di adeguamento, reso complesso per la scala di grandezza, la distribuzione geografica e vari tipi di vincoli (per esempio, molte stazioni sono sottoposte a vincoli storici e architettonici da parte delle Soprintendenze), non può essere gestito con la stessa rapidità con cui il Gruppo FS Italiane si sta muovendo nella digitalizzazione del core business. «Quello che vogliamo fare nelle stazioni è molto interessante» – spiega Stivali. «Anche FS Italiane utilizza BIM, strumento importantissimo per intervenire sui luoghi in cui, nel corso del tempo, si sono susseguite numerose modificazioni, con uno sforzo di modellazione dei principali edifici, tutti nel cuore delle città». Essere collocati negli snodi del trasporto e della mobilità collettiva urbana – aggiunge il responsabile innovazione di FS Italiane – significa essere infrastrutturati, disporre di tante informazioni, conoscere gli spostamenti di persone e merci, punto per punto. «La stazione ferroviaria è il luogo dove la smart city si rivela in tutte le sue potenzialità. Anche noi siamo un laboratorio in tal senso. In stazione, c’è tutto quello che la città comporta, dalla povertà alla ricchezza. C’è tutta la richiesta in termini di digitalizzazione». Dalla discussione cominciano a emergere diversi spunti inattesi, come il potenziale che un progetto di “smartificazione” di un edificio può comportare in ottica di passaggio ai modelli tipici della trasformazione digitale, a partire da Big Data. Per Fabio Ardossi, associate partner di Data Reply che specificatamente si occupa di analytics – «l’informazione è il core business» – e c’è molto interesse per le articolazioni di questo tema anche per quanto concerne gli edifici intelligenti. «Si parla molto dei problemi, che indubbiamente ci sono» – afferma Ardossi. «Ma vedo anche tantissime opportunità». Davide Bigoni, project manager di Samsung Italia, è pronto a cogliere il rimando al comparto sanitario. Bigoni, che si occupa di progetti di automazione in ambito B2B e B2B2C, rappresenta un “volto” del marchio Samsung poco conosciuto a chi frequenta soprattutto il catalogo dei prodotti consumer. «Le aziende ci vedono piuttosto come facilitatori di progetti trasversali a tutte le aree commerciali di Samsung. Collaborando con diversi attori del settore, Samsung sta creando una molteplicità di soluzioni IoT rivolte all’intero spettro degli utilizzatori finali. Per esempio, stiamo cercando di entrare in ambito sanitario, in particolare seguendo l’aspetto della esternalizzazione del paziente, soprattutto l’anziano. Perché, ci siamo chiesti, non sfruttare il monitoraggio remoto degli elettrodomestici e del loro normale ciclo di impiego per capire, attraverso le anomalie, se c’è qualcosa che non va?».

INTEROPERABILITÀ END-TO-END

Tra le problematiche individuate da Fabio Ardossi di Data Reply, c’è soprattutto la difficoltà di far dialogare sistemi e protocolli non direttamente interoperabili, in un contesto dove si presume che la sorveglianza debba essere estesa a diversi ambienti dotati di funzionalità di domotica diverse. Ma come si superano ostacoli di questa natura? «Samsung adotta un approccio diverso» – spiega Bigoni. «Invece di partire dal singolo device e dal suo specifico protocollo, cerchiamo di mettere a disposizione degli sviluppatori un kit di sviluppo. Il dialogo a questo punto è reso possibile, per definizione, dallo sviluppatore o integratore che propone un servizio end-to-end». Come dire che anche per lo smart building gli standard emergeranno dagli sviluppatori che si adegueranno all’offerta di software di base, e come è di fatto accaduto nel mercato informatico con le applicazioni compatibili con i diversi sistemi operativi. L’esempio fatto da Bigoni di Samsung – di un ambiente domestico smart che genera, senza alcun intervento esterno, informazioni capaci di fornire un quadro immediato dello stato di salute di chi abita in quell’ambiente – sembra essere perfettamente in linea con le considerazioni elaborate, nel suo saluto inaugurale, da Silvio Garattini, direttore dell’Istituto Mario Negri. Alessandro Nobili, medico che nello stesso Istituto è responsabile del laboratorio che studia i problemi dell’invecchiamento, interviene affermando che uno dei temi più interessanti riguarda proprio l’utilizzo di dispositivi digitali e sensori come fonte di dati o di ausilio per la persona anziana o ammalata. «Allungare la vita senza incrementarne la qualità – afferma Nobili – è un pessimo servizio fatto all’intera società. Perché non mettere un dispositivo come la tv interattiva a disposizione di un medico o di un fisioterapista per effettuare interventi a distanza attraverso interfacce di comando di videogiochi come Nintendo Wii? O per raccogliere automaticamente dati da utilizzare negli studi clinici di nuovi farmaci?


#dmSmartThings Gli edifici si trasformeranno in scatole nere della nostra vita
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INTELLIGENZA NELL’ENERGIA

Con l’intervento di Alfio Fontana, energy manager di Carrefour Italia, il discorso rientra su binari più convenzionali, ma non privi di stimoli interessanti sul piano delle relazioni tra automazione e marketing. «Il bisogno di integrazione per il nostro Gruppo è molto forte» – spiega Fontana. Carrefour esercita una catena commerciale multisito con oltre mille punti vendita multiformato, in un settore, la GDO, particolarmente energivoro. Noi consumiamo 450 milioni di kWh all’anno per una spesa energetica pari a 50 milioni di euro, anche un piccolo margine di risparmio può essere molto significativo e aiuta il business». La centralizzazione delle informazioni sui consumi di tutta la filiera su un unico dashboard ha permesso di storicizzare i dati su cui vengono poi applicati meccanismi di machine learning per fare previsioni e prendere decisioni. «Per noi significa pianificare budget energetici più precisi, individuare i negozi da efficientare e intervenire in modo puntuale sulle anomalie». Una evoluzione possibile di queste soluzioni consiste, per esempio, nel dotare i singoli direttori dei punti vendita di app capaci di rendere accessibili informazioni che prima erano dominio esclusivo dell’energy manager, informazioni che servono a prendere decisioni a livello locale. «C’è poi – aggiunge Fontana – il mondo dell’attuazione. Possiamo rendere l’edificio smart per ottimizzare i consumi; per implementare un piano luci, rendendo più confortevole l’esperienza d’acquisto dei clienti attraverso percorsi guidati; per pilotare i sistemi di condizionamento attraverso sensori distribuiti nei negozi, e per rilevare parametri come la qualità dell’aria. Tutte “cose” che possono impattare molto sul business». A questo livello – conclude Fontana – un progetto di IoT può diventare molto complesso dal punto di vista della system integration. Carrefour utilizza sistemi di gestione della building automation di tre vendor diversi, dispositivi come i banchi frigo e i sensori ambientali non utilizzano gli stessi protocolli. Ma risolvendo questi problemi, Fontana prevede un futuro in cui i centri commerciali saranno il fulcro di nuove “energy community”.

UN LAVORO FUORI LUOGO

La prospettiva cambia nuovamente con Carlo Romagnoli, IT director di CRIF, lo specialista in sistemi di informazioni creditizie (SIC), business information, servizi di outsourcing e processing e soluzioni per il credito. Romagnoli mette in evidenza un punto finora non esplicitato: il problema dell’automazione delle facility è anche legato al costante cambiamento evolutivo delle strutture fisiche aziendali. «Che cosa vuol dire building? L’ufficio, il data center? Per me il problema è la dematerializzazione che investe gli stessi edifici in base al lavoro che muta profondamente, alle persone esterne che pur non “lavorando” in una struttura la utilizzano come facility temporanea per utilizzarne i servizi». Ma anche la natura di questi servizi si trasforma, osserva Romagnoli, nel caso di CRIF con uffici che diventano suite di sale per videoconferenza. «L’edificio deve essere abilitante nei confronti del lavoro che cambia» – afferma Romagnoli, che ritiene adeguati alle proprie esigenze gli attuali sistemi di gestione. «Non mi pare che soffrano davanti a certe evoluzioni e poi è naturale che i vari operatori facciano leva sull’effetto lock-in. L’ultima generazione di BMS adotta il protocollo IP, ma nessuno riesce a dialogare con sistemi di altre marche. Mi consolo sapendo che almeno posso utilizzare cablature di tipo standard». Anche Romagnoli concorda sul forte potenziale dell’IoT ai fini della gestione integrata e del valore delle informazioni in chiave big data, ma non nega la sua preoccupazione in materia di sicurezza delle future strutture – intelligenti quanto si vuole – ma aperte «come un colabrodo». Soprattutto alla luce di normative come la GDPR. Tra progettazione ex novo e adattamento di edifici storici, Filippo Costa, ICT corporate advisor di Costa Edutainment, società che gestisce l’Acquario di Genova, copre nel suo intervento l’intero spettro di esperienze. «Quando è nato l’Acquario era già il più avanzato in Europa» – osserva Costa. «Del resto, parliamo di consumi energetici molto particolari, compreso il gruppo di refrigerazione che mantiene intorno ai due gradi la temperatura della vasca dei pinguini. La buona partenza ha permesso nel tempo di prendere decisioni efficaci come un canale di approvvigionamento dell’acqua che sostituisce opzioni più costose (tipicamente, il trasporto con barche di acque raccolte lontano da Genova), ma necessita di un monitoraggio costante del sistema di pompaggio». L’intelligenza dell’edificio e le informazioni disponibili sui bus SKADA permettono forme di manutenzione preventiva e altri esempi di efficientamento.

DALLO SMART BUILDING ALLA SMART CITY

Per Costa, l’automazione di una struttura abbraccia ambiti legati al marketing e a una buona relazione con il sistema urbano complessivo. L’Acquario, per esempio, deve garantire accessibilità e parcheggi nonostante la posizione centralissima. «Offrire ai visitatori una buona connessione Wi-Fi che si traduce in un incremento dei messaggi social e maggiore visibilità. Un sistema di bigliettazione integrato con flussi informativi – come quelli relativi al meteo o al traffico – ci consente di costruire schemi di comportamento, che a loro volta ci aiutano a pianificare i flussi. Non solo. Se potessimo dialogare in modo smart con la città digitale, saremmo in grado anche di ridurre le congestioni e agevolare il parcheggio». Alla discussione, Filippo Costa rappresenta anche la società di consulenza che a Genova sta seguendo il progetto pubblico-privato di trasformazione della ex sede dell’azienda Sutter – una palazzina centrale che risale a inizio Novecento – in un innovation hub che ospiterà startup focalizzate sui temi dell’intelligenza artificiale. «Si tratta di un intervento di riqualificazione urbana – conclude Costa – per il quale abbiamo scelto sistemi già abilitati all’esposizione dei dati in cloud. L’edificio sarà connesso alle agende degli utenti, riconoscerà i presenti e potrà garantire illuminazione e condizionamento molto mirati. Un modo per dimostrare che l’interfacciamento con un sistema di machine learning serve sempre a pianificare, prevenire e ottimizzare». Il futuro ruolo dell’intelligenza artificiale applicata all’IoT nell’ambito di edifici e gruppi di edifici viene confermato anche da Fabio Ardossi di Data Reply. «Le aziende, che spesso non sanno nemmeno di possedere certe informazioni, dovrebbero puntare molto sull’acquisizione di dati fisici e di serie storiche. Oggi, miniaturizzazione dei sensori e deep learning si fanno anche sugli smartphone, figuriamoci se non possiamo metterli negli edifici. Spesso il problema sta nell’integrazione tra vecchio e nuovo, tra device che non parlano gli stessi linguaggi: se non riusciremo a costruire uno standard, il dialogo tra sistemi di uno stesso edificio e tra edifici della stessa smart city sarà difficile». Ma come ci ha insegnato l’internet dei computer, questo è il vero punto critico sulla strada della scalabilità evolutiva della Internet delle Cose.


#dmSmartThings #malta #fibra e #BigData L’impasto della #smartcity
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Le videointerviste ai protagonisti

Silvio Garattini su IoT e Smart Building: «Mettere al centro le persone»


Videointervista a Silvio Garattini, Istituto di ricerche farmacologiche Mario Negri di Milano
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Videointervista a Davide Bigoni, project manager di Samsung Italia


Videointervista a Davide Bigoni, Samsung Italia
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Videointervista a Fabio Ardossi, associate partner di Data Reply


Videointervista a Fabio Ardossi, Data Reply
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Il coraggio di cambiare https://www.datamanager.it/2017/12/il-coraggio-di-cambiare/ Tue, 19 Dec 2017 14:44:31 +0000 http://www.datamanager.it/?p=137865 La tecnologia serve a ridurre le differenze che creano squilibrio. Per innovare bisogna imparare dagli errori e sapere guardare al futuro anche con gli occhi di uno straniero Il coraggio di innovare. Il coraggio di cambiare. Ecco ci siamo. Dodici mesi da archiviare. Tra alti e bassi, consegne da inseguire, progetti da rimandare e scelte […]

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La tecnologia serve a ridurre le differenze che creano squilibrio. Per innovare bisogna imparare dagli errori e sapere guardare al futuro anche con gli occhi di uno straniero

Il coraggio di innovare. Il coraggio di cambiare. Ecco ci siamo. Dodici mesi da archiviare. Tra alti e bassi, consegne da inseguire, progetti da rimandare e scelte mancate. Il Natale ha sempre quel sapore di pane e profumo di cannella: un po’ sagra gastronomica e un po’ riunione di condomino. Sono passati 25 anni dal primo messaggio SMS che ha dato inizio alla rivoluzione del nostro modo di comunicare. Nel presepe, accanto ai pastori, c’è posto per i corrieri di Amazon e i pirati informatici, che durante le feste prenderanno di mira dispositivi IoT, smartphone e tablet con botnet basate su Android. Lo sguardo del bue più che alla speranza lascia spazio alla rassegnazione. L’asino – in formazioni sempre più articolate – è presente in ogni circostanza. E la mangiatoia fa da sfondo a molte scene. La collaboration è di moda solo negli ambienti aziendali, nel resto del Paese ci si divide su tutto e per ogni cosa. L’intelligenza artificiale è la buzzword del momento. Ma l’intelligenza del dialogo, della capacità di ascolto, dell’empatia fa sempre più difetto. Mettersi nei panni degli altri costa fatica. Non tutto può essere ridotto a energia, hardware e informazione. La complessità richiede strumenti complessi per essere governata. E il tempo per imparare e comprendere non può essere compresso.

Con la sperimentazione del 5G, l’Italia fa un passo in avanti e gioca la carta dello sviluppo con standard attesi già dal 2018 e nuove soluzioni di mercato nel giro di un paio di anni. Un’accelerazione che ci porta finalmente in testa in Europa, recuperando tempo perduto, ma imponendoci di fare da driver per una parte del Paese che resta indietro. Si tratta di una rivoluzione sistemica che permetterà di scaricare a terra tutto il potenziale dell’Internet delle Cose e che metterà al centro dell’attenzione la questione cruciale delle reti. Un cambio di passo già registrato dalla Classifica TOP100, fotografato dal Rapporto Assintel e reso ancora più tangibile dalle cifre dello studio Anitec-Assinform. In Italia, l’Information Technology rappresenta un settore strategico che contribuisce in modo rilevante al PIL con il 3,7% del valore aggiunto. Se è vero che la frammentarietà delle aziende IT costituisce un punto di debolezza strutturale, la vivacità del tessuto delle PMI, pur con tutti i suoi limiti, rappresenta – però – l’unico argine alla polarizzazione e alla concentrazione del mercato. Secondo il Censis, “l’Italia è un paese in cui il futuro è rimasto incollato al presente”. Nonostante l’enfasi su social e web, la società italiana appare sempre più “sconnessa, disintermediata e con scarsa capacità di interazione”. Non solo. La ripresa registrata negli ultimi mesi sembrerebbe indicare, più che “l’avvio di un nuovo ciclo di sviluppo, il completamento del precedente”. Gli analisti del Censis avvertono che “siamo un Paese invecchiato e ambiguo nel dilagare di nuove tecnologie che spazzano via lavoro e redditi”.


Il #coraggio di #cambiare per guardare al #futuro anche con gli occhi di uno #straniero
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Il potere della conoscenza, per citare Marco Icardi CEO di SAS Italia, significa persone e macchine che lavorano insieme. Eppure, si fa fatica a riconoscere gli errori. Al merito si intitolano premi, ma il talento non viene veramente riconosciuto. E agli analytics in grado di guidarci nelle scelte, si preferisce il sorteggio. “Rendere possibile l’impossibile” è il mantra di Intel quando parla di intelligenza artificiale. Ma oltre che possibile, il mondo che vogliamo costruire deve essere anche più giusto. Perché nessuno squilibrio è destinato a durare per sempre. Ci commuoviamo davanti alle foto, sulle facciate della Microsoft House, dei bambini di Haiti, che giocano a piedi scalzi nelle fogne a cielo aperto, ma neghiamo ai figli di immigrati nati in Italia di essere cittadini italiani. La tecnologia serve a ridurre le differenze che creano squilibrio. Per innovare bisogna imparare dagli errori e sapere guardare al futuro, anche con gli occhi di uno straniero.

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Le grandi aziende trainano il mercato delle soluzioni UC&C https://www.datamanager.it/2017/12/le-grandi-aziende-trainano-mercato-delle-soluzioni-ucc/ Tue, 19 Dec 2017 14:07:21 +0000 http://www.datamanager.it/?p=137846 Le reti come ecosistema delle connessioni ad alta prestazione e di tutte le soluzioni UC&C nelle quali confluiranno anche i servizi più innovativi legati allo smart working e allo smart workplace. Mentre le grandi imprese hanno percepito i benefici dell’adozione di soluzioni integrate di comunicazione unificata e collaboration, le PMI mantengono un approccio più destrutturato […]

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Le reti come ecosistema delle connessioni ad alta prestazione e di tutte le soluzioni UC&C nelle quali confluiranno anche i servizi più innovativi legati allo smart working e allo smart workplace. Mentre le grandi imprese hanno percepito i benefici dell’adozione di soluzioni integrate di comunicazione unificata e collaboration, le PMI mantengono un approccio più destrutturato

Un mercato EMEA dominato dalle grandi imprese quello delle soluzioni di unified communications & Collaboration (UC&C), che secondo le stime di IDC ha chiuso il 2016 con un giro d’affari di 10.641 milioni di dollari. Per il 2017, gli analisti stimano in 10.916 milioni di dollari il fatturato complessivo nell’area EMEA del settore, con un incremento del 2,6 per cento rispetto a quello precedente. Anche a livello worldwide, il mercato è in espansione e varrà 34 miliardi di dollari nel 2017.Una crescita positiva ma contenuta degli investimenti rispetto alle attese, solo in parte aggiustata da previsioni di espansione più decise per il biennio 2018-2019, superiori al 4 per cento annuo. Stime che se confermate dovrebbero portare il giro d’affari del comparto a sfiorare i 12 miliardi di dollari, con un CAGR per il periodo 2016-19 pari al 3,7%. Sono le grandi aziende a trainare il segmento. Il fatturato EMEA è generato per quasi l’80 per cento da organizzazioni con più di 250 dipendenti, mentre il rimanente è diviso quasi equamente tra medie (da 50 a 249 dipendenti) e piccole imprese (fino a 49 dipendenti), con una prevalenza delle prime. Le aree d’attrazione degli investimenti sono principalmente le soluzioni infrastrutturali (migrazione della telefonia su rete IP (VoIP e servizi voice-related) e servizi applicativi, (web/video conference, instant messaging/chat, strumenti di coediting documentale e per la condivisione di documenti, servizi e applicazioni multicanale, servizi di presence, desktop sharing e così via, accessibili tramite pc e dispositivi mobili (palmari/smartphones, netbook, notebook).

CHI SONO I PLAYER DEL SETTORE?

Eterogenei i player del settore. Appartenenti sia a segmenti d’elezione (telefonia) sia ad altri meno contigui, fino a raggiungere la sensoristica. Con le soluzioni UC&C offerte da telco e OTT provider, questi ultimi, i più reattivi a far conoscere le proprie soluzioni, ma che scontano uno svantaggio importante nei confronti dei network operator che possono far leva sulla propria infrastruttura di rete per fornire soluzioni UC&C all-in-one più articolate e competitive. Infatti, gli OTT non riescono a offrire opzioni di quality of service (QoS) sulle connessioni oppure di flessibilità, appannaggio invece dei primi grazie all’esperienza nella telefonia tradizionale. Completano il quadro dal lato offerta, gli operatori ibridi come system integrator e fornitori di software, attivi sul mercato soprattutto con le aziende medio-piccole. È il caso di 4ward che si affida a una piattaforma conosciuta unita a una customizzazione spinta dei servizi. «Il sistema di UC, basato su Skype for Business, disponibile in modalità full-cloud o ibrida, può integrare sistemi PBX esistenti o in cloud» – spiega Christian Parmigiani, chief marketing officer di 4ward. «Un framework certificato e un unico canone di noleggio delle componenti hardware e software necessarie per partire subito. Dal quale poi decidere se proseguire su un modello full OpEx o CaPex buy-out, godendo in entrambi i casi di una scontistica. Nell’installazione, sono incluse tutte le fasi di progetto e il supporto post implementazione, con 4ward come unico fornitore di servizi».


Mercato #UC&C in espansione, abbassamento del TCO e nuovi modelli di delivery
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DRIVER DI MERCATO

IDC individua nell’evoluzione verso lo smart workplace e per le PMI la facilità di accesso a servizi web gratuiti o pay-as-you-go, oltre che nella diffusione del paradigma as a service – che permette di disporre di applicazioni senza la necessità di installare infrastrutture complesse e costose – i principali driver di mercato del segmento. «Entro il 2021, sarà la fonte più importante delle spese per l’utilizzo di UC&C da parte delle aziende europee, incluse le applicazioni di videoconferenza e le funzioni di contact centre. I player in grado di offrire UC&C as a service sono destinati a dominare lo scenario competitivo del mercato» – afferma Daniela Rao, senior research & consulting director di IDC Italia. Ad accompagnare questa tendenza, la previsione – condivisa dai maggiori osservatori del settore – secondo cui le tecnologie UC&C saranno progressivamente integrate nei progetti di trasformazione digitale delle grandi aziende, che si estenderanno verso piattaforme di smart workplace. «In questa evoluzione – spiega Daniela Rao – sono incluse applicazioni e servizi per gestire e controllare attraverso una piattaforma integrata e un pannello di controllo centralizzato, tutti i sistemi tecnologici degli ambienti di lavoro sia riguardanti aspetti fisici (come ingressi, sorveglianza, illuminazione, riscaldamento…) che logici (connettività, sicurezza IT, mobile device management, etc.).  Le nuove piattaforme UC&C non solo offriranno strumenti di collaborazione e “ubiquitous connectivity”, ma tenderanno a includere quelli per la gestione delle reti aziendali convergenti, che sempre più spesso integrano servizi per la gestione degli ambienti fisici e logici di lavoro, estendendo e applicando il paradigma della Software Defined Network».

OTTIMISMO DEGLI OPERATORI

Questi orientamenti sono accompagnati da un cauto ma sostanziale ottimismo da parte degli operatori. «Lo sviluppo del mercato UC&C in Italia è previsto in forte crescita su tutti i segmenti» – afferma Luigi Zabatta, responsabile offerta fisso – business & top clients di TIM. «I driver principali sono legati alla progressiva sostituzione di apparati tradizionali obsoleti, tipicamente nelle grandi aziende, e al crescente fabbisogno di infrastrutture di collaborazione che favoriscano l’efficienza dei processi e la riduzione del total cost of ownership». Il percorso che TIM propone alle PMI – prosegue Zabatta – «si basa su offerte integrate “chiavi in mano” di servizi evoluti in grado di favorire modalità di comunicazione in logica smart working».

DIFFUSIONE DELLE SOLUZIONI UC&C

Secondo i dati dell’Osservatorio Unified Communication & Collaboration della School of Management del Politecnico di Milano, la diffusione di queste soluzioni presso le grandi aziende italiane è sempre più ampia, con la quasi totalità (oltre il 95 per cento) che dichiara di avere progetti attivi in quest’area. Molto staccate invece le PMI con un livello di diffusione di soluzioni di tipo “business” significativamente più basso, attestato attorno al 30 per cento. «Mentre le grandi imprese hanno percepito i benefici dell’adozione di soluzioni integrate di comunicazione aziendale, le piccole e medie mantengono un approccio più destrutturato, caratterizzato dall’utilizzo di applicazioni e servizi accessibili da smartphone, tablet e PC (come posta elettronica, messaging, videochiamate)» – rileva Daniela Rao di IDC Italia. «Per le PMI europee il driver di ingresso alle soluzioni UC&C continuerà a essere quello della facilità di accesso a servizi web gratuiti o pay-as-you-go».


I player in grado di offrire #UC&C as a service destinati a dominare il mercato
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POTENZIALITÀ INESPRESSE

Il dato relativo alla diffusione delle soluzioni UC&C non deve trarre in inganno. La loro diffusione presso le grandi aziende italiane non si allinea alla capacità di sfruttare appieno le potenzialità della tecnologia. Alla capacità cioè di ripensare processi e relazioni in un’ottica di lungo periodo. Bene che vada le aziende colgono soprattutto i benefici legati all’efficienza e alla riduzione dei costi di comunicazione. A discapito della pervasività nei processi e dell’integrazione tra le soluzioni, ancora piuttosto bassi. Secondo i dati dell’Osservatorio UC&C meno del 20 per cento delle aziende si troverebbe in uno stadio maturo di adozione, mentre il 60 per cento si collocherebbe nella fase di sviluppo di nuove iniziative, limitate però ad alcuni ambiti. E circa un quarto avrebbe sviluppato progetti ancora a un livello embrionale di sviluppo. Più nel dettaglio, sarebbero i servizi legati all’utilizzo avanzato e integrato dell’e-mail (voice mail, unified messaging, calendari condivisi tra i gruppi di lavoro), i più diffusi presso le grandi aziende (molto meno nelle PMI) e i sistemi per audio e videoconferenze (anche questi rari presso le PMI) quelli maggiormente integrati nei processi aziendali. Più staccati i progetti di migrazione dell’infrastruttura telefonica su IP, soprattutto per via dell’importanza degli investimenti richiesti; l’adozione di strumenti per la collaborazione e la condivisione di file e documenti (sia in modalità sincrona sia asincrona); gli strumenti di comunicazione sincrona; le applicazioni per lo sviluppo di call center evoluti; le applicazioni per accedere tramite dispositivi mobili a servizi e informazioni aziendali.

IL SOLCO TRA GRANDI IMPRESE E PMI

Sul versante PMI, il tasso di penetrazione delle soluzioni UC&C di tipo business, significativamente più bassa, si attesta attorno al 31 per cento. In particolare, dalla ricerca del Politecnico, emergono le difficoltà per le PMI di identificare e valutare i benefici economici, l’inadeguata conoscenza delle potenzialità della tecnologia e la scarsa usability delle applicazioni. Incertezze – del resto – condivise con le realtà più grandi. Soprattutto la valutazione dei benefici economici – uno degli aspetti più dibattuti della UC&C – rappresenta probabilmente una delle principali barriere verso la diffusione di questi strumenti. La stima dei benefici richiede l’analisi di diverse variabili (risparmi effettivi nei costi di comunicazione e viaggi; incrementi di produttività; valore delle maggiori competenze; vantaggi derivanti dall’adeguamento dei modelli organizzativi). Per questo, una valutazione efficace dovrebbe concentrarsi sulla misurazione dei benefici contigui alle priorità aziendali. Le modalità con cui PMI e grandi aziende accedono alle soluzioni UC&C in termini di acquisizione/migrazione verso le infrastrutture abilitanti e di delivery delle soluzioni applicative presentano differenze marcate. La soluzione tradizionale di accesso all’infrastruttura prevede la presenza di un centralino di proprietà all’interno della sede. Scelta preferita delle PMI. Meno diffuse le cosiddette soluzioni gestite – presenza del centralino sulla rete del cliente, amministrato però dal fornitore – e il modello hosted – con centralino presente nella server farm del fornitore ed erogato come servizio, adottato, almeno finora, prevalentemente dalle grandi aziende.

DELIVERY DELLE SOLUZIONI APPLICATIVE

I modelli di delivery delle soluzioni applicative vedono la tendenza preponderante a privilegiare soluzioni di tipo on premise, con software installato sull’hardware del cliente, al quale quindi è demandato lo sviluppo e l’aggiornamento delle soluzioni. In crescita, ma con tassi d’adozione più bassi, le soluzioni hosted con software accessibile on-demand, installazioni personalizzate e software as a service, con architettura multi-tenant. «Fino a oggi, le soluzioni business di UC&C si sono rivolte principalmente alle multinazionali. In molti casi, alle PMI restava la scelta tra soluzioni costose, disegnate per aziende con alta complessità, oppure utilizzare soluzioni nate per il mercato consumer» – osserva Massimo Ceresoli, head of business solutions – Southern and Central Europe di Orange Business Services. «Proprio per questo abbiamo lanciato in Italia BuzMi, la soluzione collaborativa basata su tecnologia cloud di Mitel, dedicata alle PMI italiane, per aiutarle a supportare la crescente mobilità della loro forza lavoro e per incrementare produttività ed efficienza». Anche Loris Saretta, sales manager Italy & Malta di 3CX pone l’accento sulla tipologia di offerta disponibile per le PMI. «L’eventuale scarsa diffusione di soluzioni dei concorrenti può derivare dal modello commerciale obsoleto – che prevede una licenza per postazione di lavoro, nonostante l’eventuale non utilizzo – e dall’impatto per l’acquisto di hardware ad hoc, che invece decade con le soluzioni software-based di 3CX».


#UC&C Modelli di adozione, forte divaricazione tra #PMI e aziende #enterprise
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LA FRAMMENTAZIONE DELL’OFFERTA

L’eterogeneità dei fornitori di soluzioni di UC&C presenti sul mercato è secondo alcuni osservatori una delle ragioni che spiega la ancora scarsa diffusione di queste soluzioni. Eterogeneità che confina con la frammentazione dell’offerta e che trova riscontro anche nei dati dello studio dell’Osservatorio in relazione alle scelte dei partner per l’implementazione di queste soluzioni, con il 31 per cento delle PMI che dichiara di rivolgersi a fornitori (hardware e/o software) dai quali l’azienda già compra servizi informatici. Invece, chi si rivolge ad altri fornitori orienta la sua scelta verso system integrator, software house e carrier telefonici. Questi ultimi in particolare molto attivi a spingere su soluzioni di UC&C caratterizzate da modelli di offerta as a service in grado di soddisfare le esigenze delle aziende di flessibilità e velocità di implementazione. L’offerta UC&C di TIM si rivolge alle aziende di tutte le dimensioni sia in contesti che richiedono la pura sostituzione del centralino tradizionale (per esempio con adozione di soluzioni virtuali in cloud) sia in scenari di utilizzo dei servizi più avanzati di collaboration, come instant messaging/chat, presence, desktop sharing e videoconferenza. «Le soluzioni TIM permettono una forte integrazione tra i sistemi di fonia su rete fissa e mobile e gli applicativi di collaborazione» – spiega Zabatta di TIM. «Per esempio, lo smartphone può diventare un derivato del centralino anche all’esterno e può essere utilizzato per fruire in mobilità di servizi avanzati. Tutte queste soluzioni sono disponibili in logica public cloud oppure con infrastruttura sviluppata presso le sedi dell’azienda. Nel primo caso, il vantaggio della completa virtualizzazione si aggiunge alla stabilità, affidabilità, sicurezza e scalabilità offerte dai servizi e dai data center di TIM». Servizi gestiti in grado di interpretare le esigenze di business del cliente tramite un piano condiviso. «Le soluzioni devono incrementare l’efficienza degli utenti, ridurre il tempo di esecuzione, semplificare la condivisione e produttività di team di collaboratori (spesso distanti tra loro) ponendo la massima attenzione alla sicurezza dei sistemi e protezione dei dati» – rileva Ceresoli di Orange Business Services. «Le normative recenti e il mercato richiedono alle aziende solidità e garanzie tali da rendere necessario un approccio multidisciplinare alle soluzioni digitali». Quale che sia la provenienza e la natura del fornitore, la qualità più apprezzata e ricercata dalle aziende utenti di ogni dimensione rimane la capacità di integrazione tra soluzioni diverse, capacità che in molti casi non trova un riscontro effettivo nella pratica.

CONCLUSIONI

Sono lontani i giorni in cui il singolo collaboratore disponeva di una sola linea telefonica fissa, i centralini erano appannaggio delle grandi aziende e le comunicazioni social si consumavano alla macchinetta del caffè. Gli strumenti utilizzati per comunicare si sono moltiplicati e a ogni canale corrisponde virtualmente un device con un numero o un account diverso associato. Non esattamente il massimo in termini di efficienza e praticità. Per non parlare della sicurezza. Di fronte a questo marasma, il modello di comunicazione unificata, concentrando in un unico punto di accesso tutti i canali di comunicazione, rappresenta la soluzione. Un solo numero di telefono, un unico account, una sola identità. Soprattutto per l’IT la concreta possibilità di riguadagnare il controllo sugli strumenti aziendali. In questo processo, l’adozione nella sfera privata di strumenti come blog, wiki, social network e instant messaging accelera la loro diffusione anche nelle imprese più piccole. Adozione puntellata dalla perenne contrazione dei budget che aumenta l’esigenza di ridurre i costi di trasferta e telefonia, e spinge le imprese a investire in strumenti di collaborazione e comunicazione più aderenti alle mutate esigenze delle realtà produttive. Tuttavia, la sola presenza in azienda di strumenti avanzati non basta a raccontarci del loro reale utilizzo né a chiarire l’impatto di questi strumenti sui processi di business. Come abbiamo visto in molte realtà, queste iniziative spesso non superano la fase sperimentale, fermandosi di fatto alla porta d’ingresso dei processi di business. A fronte di strumenti utilizzati in modo sistematico e in più processi – soprattutto nella gestione dei sistemi informativi, il marketing, la gestione del personale e la comunicazione interna – altri strumenti più evoluti come forum, podcasting, videosharing, pur diffusi, tardano ad affermarsi nel supporto alle funzioni commerciali, customer service e R&D. Non solo. Faticano anche a raggiungere un livello di integrazione e impiego maturo presso le organizzazioni, soprattutto quelle più piccole. Ritardi che limitano i benefici concreti e misurabili sui processi di business di questi strumenti e negano l’approdo a un compiuto stadio di maturità. Diverso il discorso per le PMI, dove l’evoluzione della domanda di sistemi e servizi di UC&C sarà costituito – come suggerisce IDC – principalmente dalla crescita della popolazione dei “mobile workers” attivi presso le micro e piccole aziende. Realtà in cui la domanda continuerà a essere focalizzata soprattutto sui device e sulla connettività convergente di rete fissa e mobile. Con una sensibilità spiccata verso device e applicazioni, facili da usare e accessibili gratuitamente. Diffusione che continuerà a essere agevolata dall’abitudine per le persone, naturale anche nella loro vita privata, di rimanere “connesse” con il proprio network di conoscenze in modo virtuale, mantenendo attraverso la rete relazioni sociali e livelli di interazione sempre più intensi.

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Sostenibile e intelligente, ecco come sarà la casa del futuro https://www.datamanager.it/2017/12/sostenibile-intelligente-sara-la-casa-del-futuro/ Tue, 19 Dec 2017 11:18:30 +0000 http://www.datamanager.it/?p=137819 Con il progetto ReStart4Smart, il team Sapienza lavora alla casa del futuro che fra un anno sarà protagonista del Solar Decathlon Middle East 2018 di Dubai Alla Sapienza di Roma si lavora per realizzare il prototipo della casa del futuro in gara alle olimpiadi universitarie dell’architettura sostenibile. Il progetto si chiama ReStart4Smart e fra un anno […]

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Con il progetto ReStart4Smart, il team Sapienza lavora alla casa del futuro che fra un anno sarà protagonista del Solar Decathlon Middle East 2018 di Dubai

Alla Sapienza di Roma si lavora per realizzare il prototipo della casa del futuro in gara alle olimpiadi universitarie dell’architettura sostenibile. Il progetto si chiama ReStart4Smart e fra un anno sarà protagonista del Solar Decathlon Middle East 2018 di Dubai. Con una dote di 20mila dollari, studenti e docenti del gruppo di lavoro ReStart4Smart possono avvalersi di laboratori virtuali, capacità computazionali e servizi cloud per progettare l’innovativo sistema di building automation. Non solo, il Team Sapienza potrà valorizzare i dati raccolti all’interno dell’edificio e perfezionare il progetto integrando capacità di intelligenza artificiale, grazie agli strumenti IoT e ai servizi di cognitive computing.

Il progetto fa leva sulle più avanzate tecnologie di Microsoft: mediante il riconoscimento facciale da parte di telecamere e sensori sarà per esempio possibile sbloccare serrature elettroniche e monitorare la localizzazione degli abitanti della casa. L’integrazione dell’assistente virtuale Cortana e dei servizi BOT permetterà di comunicare con un Virtual House Keeper, semplificando la gestione della casa e migliorandone la fruibilità. La capacità di analisi dei dati offerta dal machine learning consentirà di utilizzare la tecnologia per apprendere e attuare controlli di manutenzione predittiva sugli apparati interconnessi, aumentando l’efficienza del sistema. Il progetto prevede, infine, anche l’utilizzo sperimentale del visore olografico HoloLens e della realtà mista in ambiti di progettazione, design, gestione e manutenzione dell’edificio.


#ricerca Alla @SapienzaRoma si progetta la casa del futuro @SDMEDubai
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«Siamo orgogliosi che un progetto guidato dai nostri migliori talenti si sia distinto quale finalista italiano nell’ambito del Solar Decathlon Middle East e siamo sicuri saprà rappresentare l’Italia in occasione dell’esposizione di Dubai il prossimo anno» – ha dichiarato Eugenio Gaudio, rettore dell’Università La Sapienza di Roma. «Le nuove tecnologie sono imprescindibili per immaginare la casa del futuro e tradurla in realtà. La partnership tra Sapienza e Microsoft si inquadra all’interno di un più ampio programma di rinnovamento dell’offerta formativa che il nostro Ateneo sta portando avanti e che comprende il potenziamento degli strumenti informatici a disposizione degli studenti e la sperimentazione di modalità digitali innovative a supporto della formazione e della ricerca».

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