rivistagennaiofebbraio2015 – Data Manager Online https://www.datamanager.it Il portale dell'ICT professionale Mon, 08 Oct 2018 11:54:22 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=5.8.13 https://www.datamanager.it/wp-content/uploads/2020/04/dmo-favicon3.png rivistagennaiofebbraio2015 – Data Manager Online https://www.datamanager.it 32 32 Predire il futuro? Si può https://www.datamanager.it/2015/02/predire-futuro-si-puo/ Wed, 11 Feb 2015 16:08:03 +0000 http://www.datamanager.it/?p=69072 Sofisticati strumenti sono in grado di applicare ai dati modelli statistici per compiere analisi predittive affidabili. Un mercato in crescita anche nel 2015. Come inserirli nell’architettura IT. I settori dove sono maggiormente utilizzati L’analisi predittiva permette l’applicazione di modelli statistici per attività di forecasting: serve, in pratica, a predire ciò che accadrà nel futuro. Ovviamente, […]

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Sofisticati strumenti sono in grado di applicare ai dati modelli statistici per compiere analisi predittive affidabili. Un mercato in crescita anche nel 2015. Come inserirli nell’architettura IT. I settori dove sono maggiormente utilizzati

L’analisi predittiva permette l’applicazione di modelli statistici per attività di forecasting: serve, in pratica, a predire ciò che accadrà nel futuro. Ovviamente, non ci troviamo di fronte a sfere di cristallo informatiche. Gli Advanced Predictive Analytics o APA, come vengono definiti da IDC, sono strumenti potenti, inseriti nei processi aziendali, che a partire dai dati a disposizione permettono agli utenti di modellare, simulare e prevedere le performance future, con una certa sicurezza. La situazione attuale del mercato richiede risposte sempre più complete e rapide. L’evoluzione tecnologica, software e hardware degli ultimi anni ha abilitato soluzioni fino a pochi anni fa impensabili, in grado di eseguire query a una velocità notevole, su enormi volumi di dati.


#APA , il mercato del software in fermento. Settori tradizionali in ritardo @IDCItaly
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Queste soluzioni consentono così di accelerare i principali processi aziendali con funzionalità di analisi e reporting più rapide e di prendere decisioni di business intelligenti e rapide basate su informazioni allo stato dell’arte. Fino a non molti anni fa, la tecnologia a supporto dell’analisi predittiva era molto costosa. Gli strumenti erano complicati da utilizzare ed erano richieste particolari competenze: conoscenze matematiche e statistiche per creare, utilizzare e aggiornare i modelli analitici. Oggi, molte delle attività sono velocizzate da strumenti completi, efficaci ed efficienti che semplificano enormemente il lavoro. I modelli di predizione vengono creati in modo automatico e ottimizzato, utilizzabili da subito all’interno dei processi di business. I risultati che si ottengono sono tali da ripagare la residua fatica necessaria per ottenerli. Gli APA aiutano a prevedere i mutamenti, permettendo di pianificare e realizzare strategie mirate ed efficaci per migliorare le performance: è possibile, per esempio, sapere in anticipo quali saranno i clienti che l’organizzazione perderà nel prossimo futuro, quali servizi aggiuntivi potranno essere venduti ai clienti attuali, quali nuovi prodotti saranno maggiormente apprezzati sul mercato.


Il mercato globale degli APA vale 2.373 M di $. Attesa crescita del 9,8% per il 2015 @IDCItaly
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Gli APA hanno una maggiore ricchezza funzionale rispetto ai classici strumenti di BI e di visualizzazione, che analizzano gli eventi passati per descrivere ciò che accade, e presentano le informazioni, mostrando anche le cause di determinati avvenimenti. Grazie agli APA, quindi, si può avere una migliore e più profonda comprensione del business rispetto a quanto possibile con gli strumenti classici, perché si possono prevedere sia i comportamenti dei clienti sia le performance dei diversi reparti della propria organizzazione. L’analisi predittiva viene utilizzata per rendere più competitive le strategie di marketing digitale e per ottimizzare le campagne: gli strumenti sono in grado di raccogliere, analizzare e creare modelli di dati, anche in scenari Big Data, relativi al comportamento dei clienti e ai dati storici delle precedenti campagne. Le persone del marketing possono ricevere in tempo reale informazioni sull’andamento delle iniziative in corso.


Dai #Business Analytics agli #APA , passaggio obbligato per tutte le aziende di ogni settore
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Una marea di dati

La diffusione dei canali digitali (mobile, web, social…) avvenuta negli ultimi anni ha aumentato enormemente la quantità, il numero delle fonti e la complessità dei dati da analizzare: i dati sono oggi interni ed esterni all’organizzazione, possono essere strutturati e non strutturati, si trovano offline o online. Questi nuovi dati rappresentano un’opportunità, ma anche una grande sfida per le organizzazioni per quanto concerne i sistemi IT e lo sfruttamento delle informazioni. Avere tanti dati a disposizione non è un vantaggio competitivo di per sé, lo è – invece – la loro combinazione: l’analisi predittiva mette in relazione dati che possono sembrare non correlati tra loro e genera nuove conoscenze, che a loro volta possono generare nuove opportunità. In questo modo, per esempio, si può sfruttare il CRM per migliorare le previsioni della domanda, o il sistema di supply chain per migliorarne le performance.

Chiarisce Alessandro De Leonardis, responsabile soluzioni New Business di Armundia Group: «A cominciare dalle aree commerciali di Telco, passando dall’analisi dei crediti e dei rischi nei mercati bancari e assicurativi, oggi ogni azienda competitiva che fa marketing, controllo di gestione e monitoraggio del ciclo di vita dei propri servizi, si confronta con strumenti più o meno evoluti di Predictive Analytics. Agli approcci iniziali di statistica convenzionale si sono affiancate tecniche predittive basate su modelli matematici evoluti, quali neural networks e sistemi d’intelligenza artificiale in grado d’individuare e prevedere comportamenti ed eventi basati su enormi quantità di informazioni storiche. Una volta, lo scoglio era disporre di adeguate quantità di dati e al contempo poterle gestire. Ora, web-social, multicanalità e mobile, assieme alla diffusione di strumenti anche open source in grado di maneggiare big data, rendono le funzioni d’analisi predittiva alla portata di chi ne comprende l’importanza. Per esempio, Armundia ha integrato nelle soluzioni Shaper, rivolte ai mercati Banking e Finance, e nella piattaforma Naviga, rivolta al mercato Insurance, specifici moduli di what-if analysis e modelli di ottimizzazione, che oggi sono utilizzati agevolmente dai nostri clienti con un evidente ritorno sul loro business».


De Leonardis #Armundia Group Ogni azienda competitiva si confronta con gli APA
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Reperire dati affidabili dagli ERP

Gli APA sono in grado di analizzare grandi volumi di dati per approfondire la conoscenza del business e del mercato. Ovvio che, per dare risultati significativi, i dati su cui operano devono essere affidabili. La sfida maggiore per l’analisi predittiva è integrarsi nell’architettura delle informazioni già esistente nelle organizzazioni, con gli ERP, la BI e le altre applicazioni utilizzate. Spiega Mauro Cavosi, senior consultant Business Intelligence presso Würth Phoenix: «Dall’esperienza dei progetti BI in Würth Phoenix risulta facile introdurre le previsioni di vendita basate sulle serie temporali in Microsoft Dynamics AX e la soluzione verticale per il commercio all’ingrosso WÜRTHPHOENIX Trade+, perché risultano intuibili e verificabili per un utente medio, grazie anche a semplici visualizzazioni con grafici in Excel. Risulta meno facile indurre i clienti a esplorare progetti di data mining più complessi per una serie di fattori di cui i principali sono la poca dimestichezza con analisi di tipo statistico, la mancanza di sponsorship da parte del management e la difficoltà di interpretazione del risultato. La difficoltà maggiore rimane comunque la reperibilità di dati storici affidabili. Proprio il miglioramento della qualità del dato risulta essere un’area di utilizzo di tecniche di previsione in fase di installazione di un sistema ERP. Utilizzando strumenti come i Data Quality Services di Microsoft SQL Server, è possibile identificare tramite algoritmi di data e text mining la similarità tra record e prevedere record duplicati. È anche possibile individuare record con contenuto “errato” utilizzando set di “regole” e algoritmi con logica “fuzzy”. L’utilizzo di tecniche di Predictive Analytics risulta tanto più di successo quanto migliore è la visualizzazione del risultato in maniera dinamica e intuitiva, specialmente per gli utenti senza un background statistico. Questo campo tende quindi a essere intimamente collegato con la visual analytics che vede fiorire tool di presentazione e visualizzazione dei dati proprio perché la velocità dell’occhio umano consente di cogliere collegamenti, schemi e raggruppamenti in maniera veloce anche con enormi quantità di dati».


Cavosi @wuerth_phoenix Predictive Analytics, visualizzazione fattore di successo
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La diffusione di questi strumenti

Secondo IDC, il mercato del software degli APA è in grande fermento: alcuni settori, organizzazioni e processi di business, soprattutto data-intensive, sono molto maturi nell’utilizzo di questa tecnologia, mentre molti altri settori tradizionali – come il manufacturing – sono più in ritardo. Sono tre le tendenze che interessano il settore dell’APA. La prima riguarda le significative acquisizioni degli ultimi anni e che dovrebbero continuare anche nei prossimi diciotto mesi. Alcune hanno rafforzato la posizione di vendor già presenti nel mercato, come nel caso di SAP che ha acquisito KXEN, formando la base dell’offerta di InfiniteInsight, altre acquisizioni sono state fatte come parte di una strategia più globale legata ai Big Data, come nel caso di Dell che ha acquisito StatSoft. Un’altra tendenza importante è l’aumento di strumenti, linguaggi e ambienti open source (come R, Weka o Mahout) significativo per la diffusione della tecnologia APA in generale. Infine, secondo IDC, la diffusione degli strumenti di visual data discovery e altri strumenti semplificati APA promuoveranno l’adozione della cultura analitica in un pubblico più vasto di business, perché forniscono meno flessibilità dei tool più potenti per la modellizzazione, ma hanno un’interfaccia utente grafica e altre caratteristiche easy-to-use per molti analisti di business e per gli utenti. IDC ha stimato l’intero mercato mondiale degli APA per il 2014 intorno al valore di 2.373 milioni di dollari con una crescita attesa del 9,8% per il 2015.


Sossai @MethodeSrl Dai Business Analytics agli #APA passaggio obbligato
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Spiega questa crescita del mercato Diego Sossai, presidente di Méthode: «La transizione dalle Business Analytics alle Advanced Analytics sarà un passaggio obbligato per tutte le aziende, di ogni settore, che vorranno restare protagoniste in un mercato sempre più competitivo. I settori in cui la competitività si misura sul valore che ogni cliente apporta al business sono i primi che si doteranno di soluzioni di analisi predittiva: retail e CPG, GDO fino al manufacturing (discreto e continuo). Il cliente e i suoi comportamenti indirizzano logiche di real time proximity marketing, di churn reduction e di fraud detection; allo stesso modo, un customer focused approach non mancherà di logiche di propensione all’acquisto o di next best, unite a gestione di “gruppi” comportamentali (basket analysis e customer clustering). Credit scoring, quality control e predictive maintenance & services rendono l’immagine non esaustiva di ciò che le Advanced Analytics possono dare in termini di ROI. Le aziende che coglieranno il “momentum” per iniziare a impreziosire e innovare i propri processi, grazie alle Advanced Analytics saranno in grado di aumentare la redditività, in alcuni casi accelerando i processi esistenti, in altri casi innovandoli profondamente o creandone di nuovi».


Aloisio, managing director @AccentureDigi Integrazione dei processi per ottenere il massimo
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I settori dove sono più utilizzati

Gli strumenti APA sono già utilizzati con profitto da organizzazioni in molti settori del business. Secondo Vincenzo Aloisio, managing director Accenture Digital, responsabile per l’area Analytics: «Le Predictive Analytics sono ampiamente utilizzate in diversi settori aziendali, dal marketing e sales fino alla gestione del rischio, nella logistica fino alla gestione della manutenzione. Probabilmente, telecomunicazioni e retail per primi hanno riconosciuto l’esigenza di adottare tali modelli inglobandoli nei loro processi di business, che attualmente sono largamente diffusi anche in ambito bancario, assicurativo ed energy. Le Predictive Analytics consentono alle aziende, che stanno intraprendendo un percorso di trasformazione digitale, di prendere decisioni puntuali per risolvere le proprie problematiche di business, cambiando le modalità di interazione con i clienti e le iniziative aziendali sulla base delle risultanze analitiche disponibili. Per ottenere il massimo dei benefici dal loro utilizzo è di fondamentale importanza che esse siano completamente integrate nei processi di business e decisionali.La Accenture Analytics Applications Platform permette di offrire applicazioni specifiche per mercato e per processo di business in grado di fornire supporto quotidiano ai decision maker e ai business user, in modo da rendere le Predictive Analytics utilizzabili in automatico e in tempo reale per raggiungere importanti obiettivi come la riduzione dei costi e l’aumento dei ricavi».


Cian @ZucchettiSpa #APA Grande interesse tra i nostri clienti del mondo finance
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Aggiunge Angelo Cian, responsabile soluzioni di Business Intelligence di Zucchetti: «Tra i nostri clienti abbiamo notato un grande interesse per i predictive analytics nel mondo assicurativo e in quello bancario, dove gli scenari di mercato cambiano in modo rapidissimo e diventa fondamentale non solo analizzare quanto è successo, ma anche fare delle previsioni attendibili su quanto potrà accadere in un prossimo futuro. Per rispondere a queste esigenze, in Zucchetti abbiamo realizzato le Infinity Analytics, funzionalità avanzate di business intelligence, facilmente integrabili a tutti gli applicativi di gestione aziendale, per estrarre i dati generati dall’impresa e trasformarli in informazioni utili a prendere decisioni. Abbiamo investito molto in ricerca e sviluppo proprio perché le informazioni siano visualizzabili in modo intuitivo, configurabili in modo autonomo dall’utente e disponibili per processi di data mining e di regressione lineare allo scopo di compiere analisi predittive, con un notevole supporto a livello grafico e interattivo per individuare correlazioni tra i dati. Le Infinity Analytics sono ovviamente realizzate in tecnologia web per rendere disponibili le informazioni ovunque e in qualsiasi momento e sono compatibili con tutti gli strumenti mobili di ultima generazione».


Rodolfi #SB Italia L’analisi predittiva dei dati ha portato immediati benefici in diversi settori
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Racconta l’esperienza della sua azienda Luca Rodolfi, responsabile Business Intelligence di SB Italia: «L’introduzione di sistemi di analisi predittiva dei dati ha portato immediati benefici in diversi settori. Dalla sanità al finance, fino al mondo dei giochi online. In generale, dove è determinante individuare tendenze che possano fornire indicazioni anticipate su “che cosa” potrà accadere anche a livello di singolo cliente e su possibili errori e accadimenti evitabili. La raccolta minuziosa di dati storici rappresenta uno snodo significativo tra il tentare di comprendere i fenomeni attraverso l’analisi dei dati con un approccio euristico e l’affidarsi a un procedimento algoritmico basato sulla statistica e su tecniche di esplorazione automatica del dato. Un progetto sviluppato da SB Italia in questo ambito che ha portato evidenti e misurabili benefici al committente è l’analisi predittiva sul rischio di abbandono dei singoli clienti. Questa analisi ha consentito di costruire una “classifica” dei clienti più “a rischio” che sono stati poi opportunamente gestiti in anticipo rispetto a una decisione di abbandono, consentendo di innescare un processo virtuoso di fidelizzazione. Per l’ideazione e la realizzazione del progetto sono state determinanti – oltre all’ovvio utilizzo della tecnologia e delle piattaforme software più avanzate – competenza, visione e conoscenza del business del cliente, tutti fattori distintivi dei consulenti SB Italia».


Menecali #SinfoOne Inversione di tendenza anche in aziende di piccole dimensioni
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Le esperienze nel settore alimentare

Ci dice Mirko Menecali, responsabile Service Line Business Intelligence di Sinfo One: «Sinfo One presidia il settore del largo consumo e in particolare l’alimentare. In questo settore, soprattutto nelle aziende medio-piccole, i processi di previsione della domanda sono stati spesso gestiti in modo destrutturato, utilizzando strumenti come Excel. Negli ultimi anni, a causa dei cambiamenti di mercato, dell’assottigliarsi dei margini e, in qualche caso, della riduzione dei volumi, abbiamo notato un’inversione di tendenza anche in aziende di piccole dimensioni, che hanno rivisto i loro processi di pianificazione della domanda e di governo delle azioni commerciali. l benefici ricercati si concentrano sulla previsione degli effetti delle politiche commerciali, per migliorare l’efficacia delle azioni commerciali (soprattutto promozionali) e prevedere l’impatto economico-finanziario e sulla supply chain. Vi è poi sempre più la tendenza ad adottare strumenti previsionali per valutare in modo strutturato cambiamenti più importanti del business (nuove linee di prodotto o nuovi mercati). Sinfo One ha deciso di supportare tale tendenza con una sua soluzione specifica Si For basata su tecnologia Oracle Hyperion, che incorpora algoritmi predittivi (Oracle crystal ball) ed è in grado di supportare adeguatamente sia un approccio statistico sia collaborativo al processo di previsione della domanda».


Maderna @BOARDItalia La sfera di cristallo non esiste: #rapidità #accuratezza #usabilità
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Aggiunge Andrea Maderna, country manager di BOARD Italia: «Vi sono settori che sono da anni avvezzi a utilizzare strumenti di Predictive Analytics, e sono essenzialmente quei settori in cui le attività di vendita e produzione sono essenzialmente basate sulle previsioni e/o forecast. Tra questi sicuramente citerei il fashion, il food & beverage e il retail specializzato. Porto come esempio un nostro noto cliente del settore alimentare che con BOARD ha realizzato un modello di demand forecasting a supporto della previsione dei volumi di vendita, dove a partire dai dati storici ripuliti dagli eventi straordinari, la baseline previsionale si calcola attraverso l’applicazione di modelli previsionali statistici anche molto complessi. Il risultato è che il cliente può attivare questi algoritmi a qualsiasi livello di dettaglio, ad esempio di famiglia o sottofamiglia, e decidere con semplici parametri l’accuratezza del forecast che vuole ottenere. Può anche con estrema velocità confrontare i risultati ottenuti modificando i parametri degli algoritmi o l’accuratezza desiderata o l’intervallo temporale della previsione, impostando anche eventuali vincoli legati ai lead time di produzione o di distribuzione. La sfera di cristallo non esiste, ma certamente indico tre elementi critici in un processo previsionale che il nuovo modulo BOARD BEAM risolve in modo ottimale: la rapidità di risposta del sistema che conduce a un aumento della frequenza di pianificazione; l’aumento dell’accuratezza con l’uso di algoritmi sofisticati ma semplici da configurare; e la facilità di modifica e di utilizzo di tali modelli».

 

 

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Dati ad altissima frequenza https://www.datamanager.it/2015/02/dati-ad-altissima-frequenza/ Wed, 11 Feb 2015 15:42:09 +0000 http://www.datamanager.it/?p=69107 La tradizione tutta milanese dei ponti radio, fondamentali per le reti mobili di quarta e quinta generazione, rivive nel laboratorio Huawei di Segrate All’area orientale della periferia milanese appartiene una tradizione tecnologica che ancora oggi, a 60 anni di distanza, è un fiore all’occhiello del lavoro di ricerca e prototipizzazione svolto all’interno dei nostri confini […]

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La tradizione tutta milanese dei ponti radio, fondamentali per le reti mobili di quarta e quinta generazione, rivive nel laboratorio Huawei di Segrate

All’area orientale della periferia milanese appartiene una tradizione tecnologica che ancora oggi, a 60 anni di distanza, è un fiore all’occhiello del lavoro di ricerca e prototipizzazione svolto all’interno dei nostri confini nazionali, anche se formalmente sotto il controllo di brand stranieri.

La tecnologia dei ponti radio a microonde – le frequenze superiori ai 300 MHz (o se si preferisce le lunghezze d’onda inferiori a un metro e fino a un millimetro) – ha avuto uno straordinario impatto sullo sviluppo infrastrutturale, prima nel campo della telefonia fissa, poi sulle connessioni che assicurano il cosiddetto backhaul: il collegamento “di ritorno” che permette alle stazioni base delle reti mobili di dialogare con le centrali. Uno dei pionieri di questo comparto vitale delle telecomunicazioni è stata l’azienda italiana Telettra, fondata nel 1946.


Ponti radio per le reti mobili di quarta e quinta generazione @HuaweiItalia
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APPARATI E REGOLE

«Ancora oggi, a livello globale, il 70% delle stazioni base è collegato con ponti radio, ci sono differenze a livello delle varie nazioni, gli operatori incumbent tendono per esempio ad avere più fibra, soprattutto nelle aree urbane. Ma ci sono situazioni, dove la copertura in radiofrequenza arriva anche al cento per cento». Sono le parole di Renato Lombardi, vicepresident della linea di apparati a microonde di Huawei e responsabile delle attività R&D in Europa, tra cui il laboratorio che il provider cinese ha creato sette anni fa a Segrate. Un centro, in cui attualmente lavorano cento ricercatori. All’inizio di quest’anno, Lombardi è stato nominato presidente di un nuovo gruppo Isg (industry specification group) costituito in seno a Etsi (European Telecommunications Standards Institute) sul tema delle microonde millimetriche. Il direttore del laboratorio Huawei è uno degli ideatori di questo forum di discussione. «L’Isg – spiega Lombardi – è uno strumento pensato per elaborare documenti di specifiche tecniche che pur non essendo considerate uno standard, ne costituiscono la base. L’obiettivo è riunire intorno a un tavolo tutti gli attori interessati, i fornitori di componenti e antenne, fino ai regolatori pubblici che devono occuparsi del rilascio di frequenze e licenze». La fisica considera millimetriche le lunghezze d’onda corrispondenti a frequenze superiori ai 30 GHz (la relazione tra lunghezza d’onda e frequenza è inversa, più crescono le prime, più si riduce la seconda). «Il nostro gruppo si occupa dei nuovi apparati che lavorano su frequenze superiori ai 50 GHz (gigahertz), come la banda dei 60 GHz o la “e-band” compresa tra i 71 e gli 86 GHz. Tutte porzioni di spettro che i ponti radio di nuova generazione utilizzano già, attraverso le prime pionieristiche installazioni di alcuni operatori. L’iniziativa di Huawei – ma nell’Isg sono rappresentati anche nomi come Ericsson e Alcatel-Lucent, l’azienda che aveva acquisito, a Milano, le strutture ex-Telettra – punta a focalizzare maggiormente l’interesse dei costruttori di apparati e a coinvolgere le istituzioni che regolano l’uso di queste frequenze.


Rivive il laboratorio #Huawei di Segrate @HuaweiItalia
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MODELLI ALTERNATIVI

Perché è importante lavorare su lunghezze d’onda così ridotte? «Man mano che si sale di frequenza, aumenta la quantità di spettro disponibile e su una singola portante si possono trasmettere capacità molto elevate, quelle che servono per collegare alle dorsali le stazioni base della telefonia cellulare di quarta e quinta generazione» – risponde Lombardi. Il backhaul su reti radiomobili è quindi un target applicativo primario, visti i costi relativamente più contenuti della trasmissione in radiofrequenza rispetto ai collegamenti cablati. Ci sono tuttavia possibili usi in ambito fisso, dove ancora una volta la trasmissione radio non è solo una valida alternativa alle costose fibre ottiche, ma serve anche a superare i limiti di banda delle attuali connessioni in rame. Il gruppo di lavoro in Etsi si occupa della trasmissione, cioè del trasporto dei dati, non dell’accesso alle reti da parte dei clienti finali. In questo secondo ambito, su radiofrequenze così elevate esistono iniziative come il Wi-Gig, o wireless gigabit, il “super Wi-Fi” oggi, ricondotto alla Wi-Fi Alliance e destinato a operare nella banda millimetrica dei 60 GHz, dove non sono necessarie licenze di operatore.


Renato Lombardi @HuaweiItalia Riunire intorno a un tavolo tutti gli attori #tlc
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NUOVO MERCATO

«L’Etsi ha l’ambizione di sviluppare questo nuovo mercato collaborando sia con gli operatori, affinché possano acquisire più confidenza con la tecnologia, sia con i regolatori, che devono adottare schemi di licenza adatti a questo tipo di applicazione» – spiega Lombardi. Le specifiche definite nel quadro del gruppo Millimeter Wave Trasmission, serviranno poi per definire veri e propri standard di interoperabilità per gli apparati, attraverso il lavoro di altri organismi Etsi, in particolare il gruppo TM4 (trasmissione e multiplazione). Trasmettere onde radio a queste frequenze non è banale dal punto di vista dei componenti utilizzati e come tutte le tecnologie anche per le microonde millimetriche si tratta di superare una prima fase di immaturità e costi elevati. Esistono anche degli ostacoli di natura ambientale da superare. «In generale, tutte le trasmissioni su ponte radio sono soggette ad attenuazioni da parte di fenomeni atmosferici come la pioggia, ma i modelli propagativi delle onde millimetriche sono predicibili esattamente come quelli generati a frequenze più basse».


Renato Lombardi @HuaweiItalia Nuovi modelli e opportunità di sviluppo
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OPPORTUNITA’ E DIGITAL DIVIDE

Una definitiva affermazione di sistemi così evoluti favorirà sicuramente lo sviluppo delle infrastrutture cellulari che garantiranno connessioni dati ad altissima capacità e rappresenteranno una valida soluzione ai problemi di digital divide, che angustiano le aree dove la cablatura è più difficile e costosa: non a caso, una delle mission definite nello “Stability Report” rilasciato da Huawei alla fine del 2014. Per Renato Lombardi – chiamato da Huawei sette anni fa, quando l’ingegnere del Politecnico di Milano lavorava ancora per Nokia Siemens, proprio per avviare le attività di R&D nel milanese – il ruolo di presidente del nuovo Isg Etsi non potrà non avere positive ripercussioni sul futuro mercato della linea di prodotti di cui ha la responsabilità a livello mondiale. Del resto, il laboratorio da lui diretto non opera solo nel contesto del mercato nazionale, ma su mandato del quartier generale della società cinese, per studiare e mettere a punto nuove soluzioni che vengono anche testate in collaborazione con gli operatori telefonici. «Come Innovation Center ci basiamo su competenze radicate nel territorio, attraverso le persone e le università con cui abbiamo accordi di collaborazione. Siamo legati anche ai clienti che riteniamo leader per la loro globalità e comprovata competenza tecnica». Le tematiche affrontate non si limitano alle trasmissioni su ponti radio, ma riguardano anche altre tipologie di prodotti e soluzioni per reti di telecomunicazione. Un buon modo per dare continuità a una tradizione nata dall’estro degli ingegneri di “scuola” lombarda, malgrado le vicissitudini che hanno portato alla chiusura di esperienze come Telettra.


Europe strategic ground for tlc innovation #Huawei
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Chi protegge i nostri dati? https://www.datamanager.it/2015/02/protegge-i-nostri-dati/ Wed, 11 Feb 2015 14:48:11 +0000 http://www.datamanager.it/?p=69278 Il 2014 è stato un anno critico per la sicurezza informatica, colpita ripetutamente da veri e propri casi mondiali. In questo proliferare di pericoli, l’aspetto più preoccupante – almeno dal punto di vista operativo – rischia di essere quello di perdere di vista le priorità di sicurezza. Per non rischiare di cadere nell’impasse, servono idee […]

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Il 2014 è stato un anno critico per la sicurezza informatica, colpita ripetutamente da veri e propri casi mondiali. In questo proliferare di pericoli, l’aspetto più preoccupante – almeno dal punto di vista operativo – rischia di essere quello di perdere di vista le priorità di sicurezza. Per non rischiare di cadere nell’impasse, servono idee chiare per individuare tra i pericoli in circolazione quelli a cui dare la precedenza. Imparando a riconoscere le caratteristiche degli assalitori e delle loro minacce

Se fosse uno spettro avrebbe le sembianze di Frankenstein. Un mostrodalla forza sovrumana e ingestibile come la creatura nata dalla penna di Mary Shelley. Affamata di dati e denaro. Una sentina di tutti i peggiori pericoli della rete. Che arraffa dove può, ma capace anche di scegliere le proprie vittime. CryptoWall, un virus che critta i dati e chiede un riscatto per la loro liberazione, una delle sue materializzazioni più truculente. A farne le spese, una nota struttura alberghiera della provincia di Treviso. I criminali cancellano tutti i dati contabili e le prenotazioni di camere e sale riunioni, bloccando di fatto la gestione ordinaria della struttura e poi crittano i dati restanti. Un’unica traccia, un indirizzo email da contattare per riportarli alla forma originale. Costo dell’operazione un migliaio di dollari. Valuta da utilizzare: Bitcoin. Casi analoghi sono denunciati a Roma, Torino, Napoli, Verona. Lo scorso novembre è capitato anche ai dipendenti di un ente localecon sede a Milano.Tutti i file e le cartelle crittati. Impossibile aprirli. Anche qui un solo indizio, un codice da utilizzare per depositare la somma richiesta. Fortuna che in questo caso, file e cartelle condivise vengono regolarmente backuppate sui fileserver di rete. Per i documenti personali però non c’è nulla da fare. A meno di non voler pagare il riscatto. Senza alcuna garanzia naturalmente di vedersi restituito il maltolto.


#Cybercrime, il lato oscuro della vita digitale
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In Italia, il ransomware miete più vittime che altrove. Lo dicono i dati pubblicati da Trend Micro,relativi alla diffusione del ceppo Crypto nell’area EMEA (Europa, Medio Oriente e Africa) tra ottobre e dicembre dello scorso anno. La punta massima si registra nel mese di novembre con un numero di infezioni pari al 31,19% del totale censito di attacchi contro sistemi del nostro Paese, primato assoluto davanti a Turchia, Francia, UK, Spagna[1]. Ma CryptoWall non è certo l’unico malware in circolazione. La rete è intasata da codice dannoso. Una marea montante che soffoca i nostri dispositivi in rete. Tutto è a rischio. Ci sono malware per ogni piattaforma, sistema operativo, programma; presto prenderanno di mira anche i nostri smartphone. Codice molto diverso da quello in circolazione sino a qualche anno fa. Invisibile agli antivirus. Capace di mutare in funzione delle difese che si trova di fronte. Infinite varianti di innumerevoli matrici che si moltiplicano all’infinito. Recuperarle non è difficile. Basta pagare. Con una cifra che varia dai 700 ai duemila euro ti porti a casaun kit già pronto all’uso. E non c’è neppure bisogno di essere dei maghi dell’informatica. Le difese tradizionali stentano a reggere il passo delle minacce. E poi ci sono lezero day, le vulnerabilità non note, sfruttate per fare breccia nei sistemi. «Se non sai in che applicativo risiede la falla, contro queste minacce non c’è molto da fare» – ci dice Pierluigi Paganini, chief information security officer presso Bit4Id. La risposta dei vendor si concentra sullo sviluppo di soluzioni basate sull’analisi del comportamento del codice sospetto. Spesso però chi scrive malware si serve delle stesse armi usate per proteggere i file. Come la crittografia, per esempio. Perciò sapere come si comporta un malware e cosa cerca di fare può anche non bastare. Così come non basta tenersi alla larga da siti sospetti se a diffondere il malware diventa un server aziendale. «Chi attacca conosce bene le abitudini del proprio target. E sa che per infettare un certo numero di macchine, può bastargli colpire un server usato da tutti in azienda» – spiega Paganini. Come quello del cartellino presenze, spesso utilizzato anche per la distribuzione dei buoni pasto. «Certo queste tipologie di attacco (watering hole[2], letteralmente “abbeveratoio per gli animali”) richiedono una preparazione specifica. E siamo lontani dall’invio massivo di phishing».


Pierluigi Paganini @Bit4idItalia Chi attacca conosce bene le abitudini del proprio target
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DATA BREACH E ALTRE AMENITA’

Non che gli attacchi di phishing siano scomparsi. Anzi. Utilizzati in combinazione con altre tipologie d’attacco sono molto efficaci per sottrarre dati. E contrariamente a quanto si pensa, sono redditizi. Molte brecce nei sistemi originano da campagne mirate di phishing. Come quelle sfruttate dai truffatori della Rete per impadronirsi delle credenziali di accesso ai servizi di Poste Italiane. O quella da cui è probabilmente partito l’attacco sferrato al Gruppo Benetton. Siamo alla fine del 2013. Qualcuno vìola i sistemi di sicurezza della multinazionale trevigiana e ruba i disegni di una collezione di vestiti. Non è chiaro quanto tempo passa prima che qualcuno si accorga del furto – la conferma dell’intrusione arriverà solo qualche mese dopo – ma nel giro di poche settimane si scopre che qualcuno grazie a quei disegni ha realizzato una serie di prodotti contraffatti e venduti in Siria. L’azienda di Ponzano si affretta a precisare che né il danno economico né quello arrecato al marchio sono ingenti. Colpisce oltre alla vulnerabilità dell’azienda, l’abilità degli autori dell’intrusione che, a quanto sembra, potrebbero aver utilizzato una combinazione inedita di strumenti e tecniche. Forse, un mix simile alla combinazione di mascheramento del traffico di pacchetti verso siti legittimi resa nota per prima da FireEye, azienda della Silicon Valley in forte ascesa nel campo della cybersecurity. Una tecnica di reindirizzamento verso siti legittimi che utilizza header autentici, forgiando in proprio anche i certificati fasulli, necessari a rendere credibile l’intera manovra criminale[3].


@FerriniFurio #ComputerHalley Non sempre gli operatori sono consapevoli dei rischi
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Siamo in pieno territorio APT[4].Un terreno sul quale i criminali agiscono a completa insaputa delle vittime, facendo leva su tecniche di social engineering per guadagnare l’accesso alla rete target e sferrare un attacco zero-day; dove per penetrare la rete si scalano tutti i livelli di privilegio (credenziali di amministratore), si riesce ad aprire un canale di comunicazione con un centro di comando e controllo (server gestiti da chi attacca per coordinare le operazioni criminali) esterno e dove poi alla fine si cancella ogni traccia. «è indubbio che in alcuni casi le capacità di questi criminali sono avanzate. è anche vero però che le opportunità che la tecnologia offre a queste persone è maggiore rispetto al passato» – commenta Paganini. «Oggi, posso nascondere il traffico di un malware sul web, nascondere il sistema di controllo di una botnet all’interno di un sito legittimo (Google Drive, Dropbox), oppure servirmi di Twitter per comunicare le modalità di un attacco. E di Pastebin per postare i comandi». Quando si dispongono di mezzi adeguati tutto è possibile. «Persino assicurarsi i servizi criminali allo stesso modo in cui si compra un servizio in cloud».


Dario Forte @DFLabs Il concetto di realtime è più legato al marketing and sales
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LE PRIORITA’ DI SICUREZZA

In questo proliferare di attacchi e minacce forse però l’aspetto più preoccupante – almeno dal punto di vista operativo – rischia di essere quello di perdere di vista le proprie priorità di sicurezza. Di non sapere più cioè a quali minacce accordare maggiore importanza. Per chi decide, cento priorità equivalgono a nessuna priorità. Invece servono idee chiare per individuare, tra i pericoli in circolazione, quelli a cui dare la precedenza. Imparando a riconoscere le caratteristiche degli assalitori e delle loro minacce.

Per chiunque, protezione del dato e continuità del servizio dovrebbero essere priorità irrinunciabili. Ma è proprio così? «La perdita di dati aziendali a seguito di eventi catastrofici, guasti, malfunzionamenti, oppure intrusioni informatiche, è drammatica per chiunque» – osserva Furio Ferrini, presidente di Consortech (il Consorzio delle imprese tecnologiche della Provincia di Sondrio) e presidente di Computer Halley. «A maggior ragione per chi, come i dottori commercialisti, deve conservare e trattare informazioni estremamente delicate per conto di numerosi clienti. Non sempre però gli operatori che li gestiscono – in proprio o conto terzi – sono consapevoli dei rischi che si corrono. La gran parte dei professionisti – almeno in Valtellina – non ha assolutamente la percezione di quelli che sono gli obblighi connessi alla normativa»  – osserva Ferrini.


In Italia, il ransomware miete più vittime che altrove @TrendMicro
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Le cose non saranno così ovunque. E gli esempi di eccellenza non mancano.Ma quali pericoli corrono i nostri dati in mano alle amministrazioni pubbliche? Quanto sono al sicuro i dati conservati da enti pubblici, comuni e ospedali? Fino a ieri la situazione si poteva solo intuire. Oggi, però il Rapporto sulla sicurezza informatica nella Pubblica amministrazione[5] (Italian Cyber Security Report 2014) ci fornisce un quadro più preciso della situazione. Lo studio, redatto da Cis (Centro di ricerca di cyber intelligence e information security) e Agid (Agenzia per l’Italia Digitale) – analizzando i dati relativi ai sistemi di sicurezza interni di 42 amministrazioni centrali, 117 Comuni, 19 Regioni, il 25% delle ASL e il 4,5% degli ospedali italiani – ci restituisce la fotografia di un Paese gravemente e colpevolmente sguarnito di fronte alle minacce IT.

Le situazioni peggiori si riscontrano a livello di Regioni e Comuni. Per quel che riguarda le prime, nessuna di quelle prese in esame raggiunge il punteggio minimo e in 14 realtà il livello di criticità riscontrato è grave. Anche tra i 79 comuni presi in esame, ben 68 sono in forti difficoltà di fronte alla minaccia e anche in questo caso nessuna amministrazione raggiunge la sufficienza. Si salvano solo 22 amministrazioni (Inps, Corte dei Conti, Regione Friuli Venezia Giulia), su un totale di 42, che raggiungono un livello sufficiente di protezione. Gli ospedali sono invece quelli più presi di mira, con un aumento degli attacchi superiore al 200%.Ma gli assalti sono in aumento in tutto il settore pubblico. Sono le stesse amministrazioni a denunciarlo. Una situazione diffusa da nord a sud. «Lo studio – dichiara il direttore del Cis, Roberto Baldoni–ha consentito di individuare i principali problemi su cui agire perottenere un miglioramento rapido e sostanziale della nostra protezione. Ha anche purtroppo evidenziato comeci siano lacune importanti e radicate sia in termini di cultura della sicurezza sia di organizzazione». Una situazione che definire preoccupante è sin troppo prudente.E infatti già nel 2013, l’Associazione italiana per la sicurezza informatica (Clusit) parlava di una vera e propria emergenza nazionale. “Nessuno può più ritenersi al sicuro (…). Tutti sono in qualche modo e a vario titolo minacciati: dai singoli cittadini alle Pmi fino agli stati nazionali e alle più grandi imprese del mondo”. Così, si legge nel rapporto 2013 sulla sicurezza informatica[6].


Cyber Security Report 2014, l’Italia è un paese a rischio
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OLTRE LE DIFESE TRADIZIONALI

Quando si ha a che fare con malware progettato per sfruttare vulnerabilità non conosciute (zero-day), crittografato o polimorfico, che cela cioè la sua vera natura e muta ogni volta che va in esecuzione, le difese tradizionali non bastano. Servono tool in grado di individuare le potenziali minacce e rispondere in tempo reale o quasi. A Dario Forte, fondatore e CEO di DFLabs, azienda specializzata in incident response technology and services, il termine – però – non piace: «Il concetto di realtime è più legato al marketing and sales che all’aspetto scientifico del problema. Per questo è più corretto parlare di near real time detection and response».

Fatto sta che bisogna cercare di fare presto. Ma come funzionano questi tool? Le piattaforme di questo genere – ci spiega Forte – si basano su tre variabili di analisi: «Il comportamento (behavior), la ricorrenza (statistic) e lo scostamento dalle baseline (anomaly)». Più in dettaglio, queste tecnologie creano un ambiente virtuale di esecuzione isolato da tutto il resto (sandbox) che replica l’ambiente target; il comportamento del malware viene osservato e analizzato: si individuano i dettagli e le caratteristiche del payload e si tengono d’occhio gli eventuali tentativi di aprire un canale di comunicazione con un server di comando e controllo. L’obiettivo è quello di ricostruire la signature di difesa, che sono l’antidoto al malware. «Al momento – ci dice Forte – esistono circa 50 implementazioni commerciali di queste piattaforme. Alcune hanno già raggiunto un buon livello di maturità, altre invece sono ancora acerbe e poco utilizzabili». I criminali però non stanno a guardare. Sanno che di continuo nuove tecniche di difesa sono messe a punto. E allora, rispondono progettando codice che consenta loro di essere “avvisati”, quando il malware diventa oggetto di analisi all’interno di un ambiente virtuale isolato. In che modo? Sollecitando – durante le fasi in cui il malware tenta di portare a termine i suoi effetti deleteri – ogni volta che è possibile l’intervento umano. Basta la richiesta di un click con il mouse, oppure la proposizione di una finestra di dialogo in cui si chiede una risposta tra due o tre disponibili. È una sfida continua. Occorre essere sempre più furbi. E più bravi. Emulare il comportamento dell’utente. Analizzare un range di file e di comportamenti in continua espansione. Raggiungere in definitiva un rapporto ottimale tra falsi positivi, che intralciano lo svolgimento delle normali attività di business, e segnalazioni veritiere (falsi negativi), che lasciano invece scoperte le aziende di fronte ad un possibile attacco. Le difese poi dovrebbero integrarsi con quelle di partner e clienti in modo che la threat intelligence (info condivise sotto forma di metadata) raccolte da altri su repository in cloud possano innescare un circolo virtuoso di condivisione. Le difese non mancano. Ci sono soluzioni che si concentrano su altri livelli dello stack IT, dal monitoraggio dei pacchetti e dei flussi che preannunciano un comportamento sospetto, fino ai controllo sulle applicazioni.


Tecnologia, competenza e formazione, fattori critici
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«Serve una combinazione ottimale di difese e competenze» – afferma Pierluigi Paganini di Bit4Id. Soluzioni in grado di raccogliere e confrontare info di diverso formato e provenienza: email di spear phishing, file sospetti, log che provano il tentativo di connessione con centri di comando e controllo esterni, flussi anomali di dati – spesso criptati – che escono dalla rete. Uno strato supplementare di protezione che si affianca alle difese già esistenti. «Affiancare eventuali nuovi layer tecnologici e preservare gli investimenti pregressi è un must imprescindibile» – conferma Forte di DFLabs. «In base alla nostra esperienza, possiamo dire che gli utenti finali – prima – cercano di comprendere la minaccia  e – solo dopo aver creato un framework di processo adatto a contenerla – si dedicano allo scouting tecnologico». Detto questo però, deve essere chiaro che la tecnologia da sola non basta. Le persone giocano un ruolo cruciale. «è fondamentale avere – oltre a tutti i meccanismi di difesa – personale in grado di operare in maniera tale da ridurre il rischio da esposizione» – afferma Paganini. Perché il fattore umano è sicuramente uno di quelli che maggiormente espone l’azienda a un attacco. «Succede spesso che un dipendente – oggetto di un attacco mirato di spear phishing, (semplicemente inserendo in maniera impropria dei dati su un portale che magari viene replicato ad hoc per raccogliere le info relative all’azienda) – fornisca a chi attacca l’accesso ai sistemi dell’azienda» – ci dice Paganini. Perciò, ancora prima della minaccia informatica in sé, al primo posto va messa la formazione dei propri collaboratori. «La consapevolezza della minaccia è un elemento fondamentale. Solo dopo, si possono intraprendere tutte quelle azioni in grado di mitigare i rischi» –afferma Paganini.


Ospedali aumento degli attacchi superiore al 200%
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CONCLUSIONI

La digitalizzazione procede a ritmi vertiginosi con il moltiplicarsi di sensori embedded in oggetti di uso quotidiano, oggi lo smartphone, domani lo spazzolino da denti, l’auto e il frigorifero. Tutto questo sta dando vita a un ambiente globale iperconnesso, l’Internet delle cose, in cui la sicurezza IT è destinata a ricoprire un ruolo sempre più importante. Cybercrime, cyberwar e hacktivism rappresentano il lato oscuro della vita digitale. Lo stillicidio quotidiano di incidenti di sicurezza è il corollario più vistoso. Per quanto ancora difficile da accettare, questi fatti ci riguardano molto da vicino, perché possono colpire allo stesso modo le nostre imprese e le nostre amministrazioni. Se vogliamo continuare a raccogliere i benefici di questa seconda vita digitale, un nuovo approccio come quello descritto e reso esplicito dalle tecniche e dalle piattaforme di sicurezza di ultima generazione non è più procrastinabile. Ma non basta. Assumere un atteggiamento e una mentalità da accerchiamento non serve a nulla. Serve invece un mix ditecnologia, competenze e formazione. La sicurezza è responsabilità di tutti. La compromissione dell’anello più debole porta alla compromissione dell’intera catena della sicurezza.

 

[1] Vedi in http://blog.trendmicro.com/trendlabs-security-intelligence/crypto-ransomware-goes-local-in-emea-region/

[2] Vedi in https://blogs.rsa.com/lions-at-the-watering-hole-the-voho-affair/ e http://en.wikipedia.org/wiki/Watering_Hole

[3] Vedi in https://www.schneier.com/blog/archives/2014/08/disguising_exfi.html e http://www.csoonline.com/article/2462409/data-protection/how-hackers-used-google-in-stealing-corporate-data.html

[4] Vedi in http://en.wikipedia.org/wiki/Advanced_persistent_threat

[5] Reperibile in http://www.agid.gov.it/notizie/italian-cyber-security-report-2014

[6] Il rapporto elaborato da Clusit, analizza il tema della sicurezza informatica nel 2012 e nei primi mesi del 2013.  Lo studio si riferisce a un campione di oltre 1.600 incidenti di sicurezza significativi, ed è il risultato di una complessa attività di classificazione e correlazione. La sua compilazione ha richiesto il vaglio di centinaia di fonti e numerose verifiche incrociate con le informazioni contenute nei report di molti vendor (tra i quali Cisco, IBM, Kaspersky Lab, McAfee e Trend Micro). Qui http://www.clusit.it/download/ il link al rapporto.

 

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Piccola e fragile https://www.datamanager.it/2015/02/piccola-fragile/ Wed, 11 Feb 2015 14:07:53 +0000 http://www.datamanager.it/?p=69231 Il 2015 sarà un anno spartiacque. Si chiude un ciclo. E se ne apre uno nuovo. Corsi e ricorsi. A partire dall’elezione del dodicesimo Presidente della Repubblica. Cinquant’anni fa, nasceva il primo personal computer della storia, la mitica “perottina” Olivetti. Oggi, l’azienda di Ivrea riposiziona l’offerta dal retail al paperless. IBM punta sul cloud e […]

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Il 2015 sarà un anno spartiacque. Si chiude un ciclo. E se ne apre uno nuovo. Corsi e ricorsi. A partire dall’elezione del dodicesimo Presidente della Repubblica.

Cinquant’anni fa, nasceva il primo personal computer della storia, la mitica “perottina” Olivetti. Oggi, l’azienda di Ivrea riposiziona l’offerta dal retail al paperless. IBM punta sul cloud e si conferma numero uno per investimenti e brevetti. Lenovo cresce su tutti i mercati. Cisco gioca la partita dell’Internet of Everything che nel giro di pochi anni diventerà mainstream. E i grandi player dell’auto intercettano robotica di servizio e telecomunicazioni.


Piccola e fragile. #Crescita all’ombra delle riforme
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Tutte buone notizie o quasi. Fare previsioni resta difficile. La magica palla 8, inventata da Albert Carte, non è sempre affidabile. Gli scienziati dei dati ci hanno insegnato – però – che l’analisi predittiva permette di estrarre informazioni dai dati esistenti per prevedere risultati e tendenze future. Ma quando dalla realtà aziendale si passa a considerare i set di dati dei governi, la capacità di fare previsioni subisce una battuta di arresto. E si ricomincia a torturare i dati per farli confessare.


Si può fare PIL senza creare lavoro. Il ruolo dell’innovazione
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Così in questa prima parte dell’anno, tra l’allarme deflazione e il bazooka di Draghi, la Commissione europea ha confermato le cifre che già circolavano da tempo. Nel 2015, l’economia italiana tornerà in attivo con una crescita dello 0,6 per cento. Il rapporto deficit/prodotto interno lordo è passato al 2,6%. Mentre, l’indice delle PMI ha fatto un balzo in avanti di quasi tre punti a quota 51,2. Non si è fermato invece il livello di disoccupazione che, anche se di poco, è salito al 12,8 per cento. In sintesi: la crescita resta piccola, fragile e all’ombra delle riforme. Lo avevamo scritto. Si può fare PIL senza creare lavoro. E questo è la novità con la quale dobbiamo fare i conti. L’innovazione da un lato aumenta la performance, migliora i processi, ma dall’altro rende obsoleti i posti di lavoro ripetitivi e a basso valore aggiunto. In Italia, non abbiamo ancora imparato a usare l’innovazione per creare nuove professioni, a cominciare dai percorsi di formazione nella scuola. Lavoro e prosperità si creano studiando e inventando. Soprattutto se si considera che la digital economy pesa circa il tre per cento del PIL nazionale e nei prossimi anni è destinata a crescere.


Cinquant’anni fa, nasceva la mitica #perottina Olivetti @Fond_A_Olivetti @OlivettiOnline
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Per il 2015, vogliamo fare lo sforzo di guardare il bicchiere mezzo pieno. Non solo perché ci sono le premesse, ma soprattutto perché essere ottimisti conviene. Del resto, la nostra industria manifatturiera resta il cardine della crescita e della competitività. Avvantaggiata anche dalla congiuntura favorevole di euro debole e prezzo basso del petrolio. Sull’ILVA, il “secondo stabilimento siderurgico d’Europa”, vogliamo addirittura fare un atto di fede, perché abbiamo gli strumenti e la conoscenza per conciliare salute, ambiente e lavoro. Il futuro è hardware. L’acciaio e in nuovi materiali collegati alla filiera del carbonio saranno sempre più strategici. L’ICT e i due miliardi di investimento devono essere al centro del rilancio, non della svendita. Se il Gruppo Riva ha potuto macinare utili con un’infrastruttura produttiva e logistica ai livelli di “fabbrichetta” anni 80, il progetto di IT transformation dello stabilimento di Taranto deve essere una priorità dell’agenda per l’economia nazionale e deve fare scuola per l’innovazione dei modelli e delle soluzioni adottate. Per questo auguriamo buon lavoro al CIO di ILVA, Matteo Veneziani.


#ILVA Taranto il progetto di IT transformation asset del rilancio @MatteoVeneziani
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Infine, il 2015 è – e resterà – l’anno della grande Esposizione universale di Milano che per sei mesi metterà l’Italia al centro del mondo. Guido Arnone, direttore Innovazione tecnologica e digital, ha promesso che quella di Milano passerà alla storia come la prima esposizione all digital.

Mettendo tra parentesi le polemiche, i ritardi e “i rilievi” sull’80 per cento delle procedure di appalto, vogliamo scommettere – per il bene dell’Italia – che sarà molto più che #verybello.


L’anno di @Expo2015Milano prima esposizione all digital @garnone
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Quante volte, figliolo? https://www.datamanager.it/2015/02/quante-figliolo/ Wed, 11 Feb 2015 12:00:39 +0000 http://www.datamanager.it/?p=68983 Quante volte hai sentito parlare di questa “città intelligente”? E quante volte ti hanno detto che era smart un’automobile elettrica, un lampione che oltre a fare luce fa da antenna Wi-Fi, una panchina con il pannello fotovoltaico per alimentare lo smartphone scarico? Portata alla ribalta dal meticoloso lavoro di Carlo Ratti al MIT di Boston […]

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Quante volte hai sentito parlare di questa “città intelligente”?

E quante volte ti hanno detto che era smart un’automobile elettrica, un lampione che oltre a fare luce fa da antenna Wi-Fi, una panchina con il pannello fotovoltaico per alimentare lo smartphone scarico?

Portata alla ribalta dal meticoloso lavoro di Carlo Ratti al MIT di Boston e dal suo Senseable City Lab – e diventata una moda da qualche anno grazie all’apertura di canali di finanziamento specifici – la smart city è ancora oggi un concetto dai confini imprecisi, e sfuggenti. Il problema sta nel termine inglese che la definisce, e che intende mille sfumature di significato. Parliamo di smart city, allora, per parlare di una città intelligente, ma anche di una città brillante, elegante, sofisticata. Piena di energia. Quindi bella. La città del futuro è una città prima di tutto bella, e in ultimo intelligente. E noi italiani dovremmo saperne qualcosa, di città belle. Il nostro contributo alla smart city internazionale dovrebbe essere un modello di sviluppo urbano che unisca l’adozione delle più sofisticate tecnologie sul mercato, alle pratiche di applicazione di queste in un contesto ricco di bellezza, estetica e di contenuto.


#smart city @urbanocreativo Emanuela Donetti: Che cosa non cambia?
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Come fare?

Una città bella, e intelligente, è una città in cui è bello vivere, in cui muoversi è facile, in cui l’infrastruttura sostiene la quotidianità, qualsiasi essa sia, come ogni individuo scelga di viverla.
La città dove vivete si sta trasformando. Non tanto grazie a lampioni che non fanno più solo luce, ma si sono trasformati in antenne di segnale Internet senza fili, o dove il tragitto della spazzatura viene tracciato grazie a chip rfid, in modo da capire quanta strada fanno i rifiuti dal cestino di casa al luogo di trattamento. Si sta trasformando perché ognuno di noi è diventato, grazie allo smartphone che tiene in tasca – o in borsetta – un sensore urbano generatore di dati e ricettore di informazioni in tempo reale.

Affamata di informazioni, la città intelligente è sempre più costellata di sensori. Sensori di ogni genere. La videocamera di sorveglianza di una banca, il passaggio al telepass, strisciare la carta di credito, si associano a dati del tutto nuovi, come quelli generati dai nostri devices tecnologici, più o meno wearable. E a quelli generati dai sensori sparsi sul territorio per tracciare clima e condizioni generali dell’atmosfera, stato del traffico, meteorologia. Informazioni che per ora non generano al cittadino che pochissime ricadute. Ma immaginate se questa infinità di dati – che oggi sono rilasciati in diverso modo a disposizione del mondo privato – fossero rielaborati in modo creativo e utilizzati per cambiare gli intervalli di tempo del rosso ai semafori, in momenti di particolare traffico, o aumentare il numero di mezzi pubblici in giorni in cui le piazze sono particolarmente affollate, o ancora “aumentare” l’efficacia di alcuni sportelli al pubblico, migliorando proprio quei servizi nella loro versione online.


Energia e bellezza nel cuore della #smart city di Emanuela Donetti @urbanocreativo
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La città Smart

Ecco. Questa, a dire il vero, é la città Smart. Una città che usa l’intelligenza collettiva, messa a disposizione da ciascuno di noi, per migliorare la qualità della vita di tutti.
Una città dove siamo noi a generare il valore, perché i dati sono proprietà di tutti i cittadini, e siamo ancora noi a godere i benefici del trattamento di questi dati. Pensateci. è un po’ come se fossimo proprietari di una miniera d’oro, ma fossimo anche l’oro. Per questo la grande forza nell’affermazione della smart city, o in quella che fondamentalmente è l’interazione tra città e tecnologia, sta nella diffusione di devices mobili: smartphone, tablet, e tra poco i cosiddetti wearables, e di sensori sul territorio.
Questi oggetti hanno cambiato il nostro modo di interagire con il mondo, e aumentato drasticamente la quantità di dati realmente disponibili. Non solo. Sono porte aperte su questo patrimonio, accessibile se (e solo se) qualcuno fornisce applicazioni che ne sfruttano il potere.
Per rendere più fluidi gli scambi, più veloci gli spostamenti, più sicure le interazioni. Anche per strada. Anche solo per parcheggiare. La tecnologia cambia e si muove a una velocità che non si sarebbe potuta immaginare prima.


#smart city @urbanocreativo Emanuela Donetti: La città delle relazioni
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Che cosa non cambia?

La natura dell’uomo resta la stessa: essere animale sociale. Non c’è città smart senza i suoi cittadini. Chi fa la smart city è l’attore delle piccole azioni quotidiane: si crea con la consapevolezza, l’adesione e l’azione dei singoli cittadini. La città smart è la città dell’intelligenza condivisa. Allora forse, è più corretto parlare di approccio smart. Ogni tipo di innovazione deve essere in funzione di un contesto da ottimizzare. Bisogna aver sempre la consapevolezza degli strumenti che si utilizzano per calibrare il risultato tra efficienza ed efficacia. Con lo scopo di far tornare le strade, le piazze e tutto il tessuto urbano, ciò che in realtà sono sempre stati: luoghi, nati per favorire le relazioni tra gli esseri umani.

Emanuela Donetti @urbanocreativo 

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Storage. Nuove sfide e nuove soluzioni https://www.datamanager.it/2015/02/storage-nuove-sfide-nuove-soluzioni/ Wed, 11 Feb 2015 11:06:21 +0000 http://www.datamanager.it/?p=69283 Software defined e flash: sono queste le due tendenze chiave del mercato storage, che è sempre più una componente chiave delle infrastrutture IT aziendali, ma che assume nuovi ruoli proprio in ragione dei nuovi paradigmi che ne hanno ampliato il campo di azione Il fenomeno è ormai noto: esplosione dei dati, strutturati e non strutturati, […]

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Software defined e flash: sono queste le due tendenze chiave del mercato storage, che è sempre più una componente chiave delle infrastrutture IT aziendali, ma che assume nuovi ruoli proprio in ragione dei nuovi paradigmi che ne hanno ampliato il campo di azione

Il fenomeno è ormai noto: esplosione dei dati, strutturati e non strutturati, e corrispondente crescita esponenziale dei volumi di dati da archiviare e soprattutto da gestire. Anche le ragioni di questo fenomeno sono note: proliferazione di dispositivi mobili che generano contenuti sempre nuovi, crescenti esigenze dettate dalla compliance normativa, ovvero backup con requisiti stringenti e metodi di archiviazione sicura, e anche la notevole affermazione dei paradigmi business analytics e big data. Questi sono solo alcuni dei fattori che stanno determinando un mutamento di pelle dello storage, i cui compiti nell’ambito delle infrastrutture di data center sono molto più strategici che nel recente passato. Le risposte dei vendor alle nuove esigenze dettate dall’evoluzione dello scenario sono molteplici, come è giusto che sia in un settore per definizione dinamico come quello IT. Su tutti i nuovi paradigmi che si stanno prepotentemente affermando sul mercato, spicca il software defined storage, cui fa da contraltare la crescente affermazione del flash storage, così come l’affacciarsi deciso dei sistemi convergenti, che suscitano sempre più interesse. Queste spinte innovative vanno a incidere su uno scenario già fortemente influenzato sia dall’esplosione della quantità di dati sia dalla virtualizzazione e dal cloud, con il loro corollario di nuove modalità di fruizione dello storage anche come servizio.


Le tante sfide dello #storage nell’era della terza piattaforma
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L’era dello storage definito dal software

«Nell’era della terza piattaforma, lo storage è sottoposto a numerose sfide che per uno storage di tipo legacy sono difficili da indirizzare in termini di scalabilità, performance, agilità e facilità di utilizzo, soprattutto anche tenendo in considerazione budget sempre più ristretti» – spiega a Data Manager Sergio Patano, IT research & consulting manager di IDC Italia. «Le aziende stanno sempre più adottando una strategia “virtual first” per il deployment di nuove applicazioni su piattaforme virtuali. Ciò è parte integrante della strategia di software defined data center che include la virtualizzazione di server, network e storage. La continua crescita di macchine virtuali, unita all’esplosione dei dati e alla necessità di flessibilità e agilità rende quindi imprescindibile l’adozione di una strategia di software-defined storage (SDS), per traghettare le aziende nel disegno e nella gestione di un data center in grado di supportare le continue esigenze legate al deployment delle soluzioni della terza piattaforma e a un migliore allineamento con le effettive esigenze di business».

Del resto, i vantaggi riguardano molteplici aspetti. «Il SDS – prosegue Patano – consente di portare i servizi di classe enterprise, quali snapshot, clone, storage tiering, data reduction, encryption e replication, su uno o più pool di risorse storage differenti ed eterogenee, che cioè possono essere di tipologie differenti (flash, hard disk tradizionali, cloud) e di vendor differenti, trattandole come se fossero un’unica risorsa, in quanto definita logicamente e slegata dall’hardware». Questo consente alle aziende di incrementare su larga scala l’efficienza dello storage, migliorandone disponibilità, scalabilità e requisiti di resilienza. In aggiunta, il SDS consente un migliore scale-up e scale-down delle risorse storage e permette di implementare – e quindi di far coesistere – generazioni differenti di architetture storage. Anche la costante migrazione tra data center proprietari da e verso il cloud pubblico è facilitata dall’adozione del SDS e consente un migliore e più rapido refresh tecnologico, rendendolo praticamente trasparente all’applicazione».


Software defined storage vale nel 2014 391 milioni di euro di cui otto milioni in Italia @IDCItaly
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Scenario di mercato

Non è una sorpresa che le previsioni di mercato confermino l’ottimo momento del software defined storage. Infatti, secondo IDC, la spesa per queste piattaforme, che nel 2014 ha raggiunto un totale mondiale di 391 milioni di euro, di cui otto milioni in Italia, avrà una crescita notevole da qui al 2018, con un CAGR del 17,3% a livello mondiale e un più modesto, ma sempre robusto dati i tempi, 5,4% in Italia. Per quanto invece riguarda il mercato storage nel suo complesso, è sempre IDC, nel suo Worldwide Quarterly Disk Storage Systems Forecast del Q3 2014, a fotografare le grandezze in gioco: la spesa per l’hardware storage ha raggiunto nel 2014 un totale mondiale di 28.984 milioni di euro, in crescita dell’1,4% rispetto al 2013, mentre quest’anno la crescita dovrebbe essere del 7,2%, sempre a livello mondiale. Per l’Italia, a fronte di una spesa hardware di 364 milioni di euro, la crescita nel 2014 è stata un solido 7,7%, ma la previsione è che quest’anno vi sia una lieve contrazione, pari al 3,4%. Passando infine a esaminare i dati di mercato del software per storage, il Worldwide Software Tracker di IDC del primo semestre 2014 indica una spesa totale mondiale 2014 di 11.542 milioni di euro, con una crescita del 2,5% rispetto al 2013 e una previsione di incremento del 6% per quest’anno. Per il mercato italiano del software storage, i valori parlano di una spesa di 195 milioni di euro, con una crescita del 2,6% rispetto al 2013 e una previsione dell’1,7% per il 2015.


Dario Regazzoni @EMCItalia Lo #storage focalizzato su flash, automatizzato e semplice da gestire
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Efficienza e performance

Dario Regazzoni, pre-sales manager di EMC Italia, conferma la supremazia del paradigma SDS: «Stiamo entrando in un’era in cui lo storage sarà software-defined, focalizzato sulla tecnologia flash, automatizzato e semplice da gestire. Tutto questo aprirà significative opportunità per le aziende e permetterà il passaggio dell’IT da esigenza di business a funzione strategica. Stiamo assistendo a un’enorme accelerazione dell’interesse delle aziende verso la tecnologia flash sia da parte di chi ha bisogno di supporto per i carichi di lavoro di nuova generazione sia da parte di coloro che sono alle prese con la sfida di accrescere le performance e l’efficienza contro un diluvio di dati in aumento». Anche perché – prosegue Regazzoni – «negli ultimi decenni abbiamo visto crescere in modo esponenziale le performance delle tecnologie che utilizziamo tutti i giorni – nell’ambito professionale e personale – ma le limitazioni “meccaniche” degli hard disk hanno impedito alle prestazioni di archiviazione di avanzare alla stessa velocità, creando un divario crescente tra prestazioni di elaborazione, rete e storage. Ed è in questo contesto che si è inserita la tecnologia flash, non solo migliorando notevolmente i tempi di risposta delle applicazioni, ma anche permettendo alle applicazioni di scalare livelli straordinari di utilizzo dei dati e offrendo l’accesso ai dati senza precedenti». Non è quindi per caso se «siamo convinti che la memoria flash rappresenti una tecnologia particolarmente rivoluzionaria, oltre che un’incredibile opportunità di mercato nel segmento storage». Vi è infatti una continua richiesta di performance dettata dai workload dei data center di nuova generazione, in ambienti fisici e virtuali. «La strategia di EMC – spiega Regazzoni – intende fare sempre più leva sulla tecnologia flash trasversalmente all’infrastruttura storage, proponendo un’offerta in grado di garantire maggiore scelta per i clienti, insieme a elevate performance, scalabilità e integrazione».


Roberto Patano @NetApp_Italia Dal software defined storage al cloud, l’IT secondo #NetApp
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Prospettive di crescita

Allarga il discorso Roberto Patano, senior manager systems engineering di NetApp Italia, facendo notare che «il comparto IT italiano sembra trarre beneficio da alcune delle dinamiche che lo stanno attraversando e che daranno nuova linfa agli investimenti. Secondo Assinform, anche se complessivamente vi è una contrazione, si osservano alcune aree di grande vitalità. Nello specifico, per esempio il cloud, mostra un interessante +35,7%. Per quanto riguarda le tecnologie storage, i grandi trend trasversali del mondo IT restano cloud ibrido, big data e software defined data center, ma osserviamo anche l’accelerazione dell’adozione dello storage in cluster, la crescita dell’object storage grazie all’Internet of Things e alle applicazioni che utilizzano grandi quantità di data objects. Infine, si nota un impiego sempre più massiccio anche in modalità ibrida della tecnologia flash». Ribadendo che «NetApp fornisce soluzioni in grado di affrontare tutti questi trend, dando al business le risposte giuste in termini di efficienza, performance e saving, lasciando al cliente la massima scelta nel configurare il modello di cloud (pubblico, privato o ibrido) – Roberto Patano – cita l’esempio recente del Comune di Verona, «che ha rinnovato la propria infrastruttura storage per migliorare la disponibilità dei servizi, la condivisione efficiente delle informazioni e il controllo semplificato degli spazi disco. Attraverso un’architettura basata sulle soluzioni NetApp, il Comune di Verona può gestire in maniera semplificata e a costi contenuti lo storage, condividere con efficienza le risorse e limitare l’uso incontrollato dello spazio».


@Assinform I grandi trend trasversali restano cloud ibrido, big data e software defined data center
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Cambiamenti in corso

Giacomo Mosca, server & storage sales specialist dell’Enterprise Business Group di Lenovo, rileva che «oggi, il paradigma più evidente a cui assistiamo è la convergenza tra le classiche appliance di storage e le nuove soluzioni software-defined». Ci sono aziende che hanno investito in maniera anche considerevole in infrastrutture di storage, ma ce ne sono anche altre che hanno puntato su sistemi computazionali, quali i server. L’esigenza è quindi quella di ottimizzare l’investimento del passato e decidere come ottimizzare il budget relativo allo storage nel prossimo triennio. «Siamo convinti – spiega Mosca – che in questo lasso di tempo si concluderà, o meglio si evidenzierà maggiormente, il processo di ridistribuzione della gestione dello storage tra sistemi hardware appliance ‘puri’ e sistemi software-defined. Non pensiamo però che una delle due alternative sarà vincente rispetto all’altra, ma che si assisterà allo sviluppo di sistemi ibridi. Già nel breve periodo, le aziende dovranno gestire l’esplosione dei dati e quindi valutare la necessità legata allo storage e alle prestazioni che questo richiederà. È facilmente intuibile che, seguendo la strada del software-defined, le aziende potranno andare a sfruttare i dischi interni dei server esistenti, dotati di capacità di storage interna espandibile e con alti livelli di connettività, proprio perché senza l’appliance, l’utente deve trovare le prestazioni all’interno della propria macchina».


Giacomo Mosca @lenovoitalia Convergenza tra le classiche appliance di storage e soluzioni #SDS @LenovoThinkServ
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Resiste l’appliance

Passando a enucleare qualche esempio tecnologico, Mosca cita il fatto che «Lenovo ha dato la propria risposta con la linea ThinkServer recentemente annunciata, basata su piattaforma Intel Grantley, che garantisce maggiore spazio su disco ed elevata flessibilità: con i modelli ThinkServer RD550 e RD650, server rack ingegnerizzati al fine di offrire il massimo di performance ed espandibilità in spazi ridotti». Secondo Mosca, resta il fatto che l’appliance di storage non andrà comunque a scomparire, ma si adatterà e interesserà ambiti specifici, ad esempio quello delle SAN (Storage Area Network). «Come Lenovo abbiamo poi reso disponibile per le piccole e medie imprese lo Storage Array Lenovo EMC VNX5150, una soluzione SAN che offre un valore eccezionale a un prezzo conveniente, e che risponde alle esigenze pressanti e ai carichi di lavoro spesso imprevedibili delle medie imprese». Ed è da notare che «i nuovi sistemi software-defined riusciranno a ibridare questi due filoni, per cui già oggi esistono architetture storage che possono comprendere e tenere insieme in modo omogeneo sia appliance SAN tradizionali sia dischi interni al server» – sottolinea Mosca.

Le soluzioni cloud

Passando invece all’area cloud, uno dei fenomeni che sta suscitando interesse all’interno delle aziende italiane è sicuramente il private cloud, che mira a mantenere in azienda alcuni dati essenziali. «Nel proporre soluzioni cloud – spiega Giacomo Mosca – notiamo che le aziende vedono ancora come un valore la possibilità di conservare alcuni dati fisicamente al proprio interno, quindi in questo ambito trovano spazio sia i sistemi di private sia quelli di public cloud. In tema di private cloud, uno dei punti di connessione con lo storage sarà la sua gestione all’interno dell’azienda e dell’offerta software-defined, ideale come abbiamo visto per questioni di flessibilità e di “cooperazione”. Uno dei punti centrali rimane il budget disponibile. Insieme alla tecnologia è quello che spesso detterà la scelta della soluzione da adottare. Se un’azienda ha da poco acquistato un server, probabilmente valuterà l’espansione dello storage interno con una gestione software-defined. Lenovo con i propri NAS della linea PX consente una gestione storage di livello enterprise, pur con budget ridotti».


Gastone Nencini @TrendMicroItaly Data center virtualizzato sempre più data-centrico
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La sicurezza nello storage

Infine, Gastone Nencini, country manager di Trend Micro Italia, sottolinea che «alcune previsioni affermano che la prossima generazione di data center altamente virtualizzati sarà data-centrica, non calcolo-centrica. Gli storage manager dovranno quindi occuparsi della creazione di un’architettura capace di minimizzare, se non azzerare, lo spostamento dei dati tra le applicazioni. Ma, a parte la definizione dei criteri di analisi che consentono di elaborare velocemente i dati per metterli a disposizione quando servono e ogni volta che servono, sarà davvero importante continuare a concentrarsi sulla sicurezza dei dati che si archiviano. Questo perché la minaccia più concreta oggi è la minaccia al dato. Ovviamente, più siamo connessi più aumentano i rischi e le violazioni e i furti di dati sono destinati a diventare sempre più frequenti».

Guardare al cloud

Del resto, al giorno d’oggi, considerato che la maggior parte delle aziende ha affidato i propri dati agli ambienti cloud, la sicurezza deve essere considerata ancor di più un punto fondamentale. È anche per questo che, «per garantire dati sicuri e sempre sotto controllo, vengono in aiuto soluzioni di crittografia come per esempio Trend Micro SecureCloud, che permette una protezione multilivello dei dati residenti all’interno di cloud pubblici, privati o ibridi» – spiega Gastone Nencini. «Trend Micro ha deciso di adottare un approccio che permette agli IT manager di mantenere inalterato il livello di autorità sulle informazioni aziendali senza dover installare infrastrutture di protezione più complesse e articolate. In particolare, con SecureCloud, Trend Micro ha coniugato in unico tool le funzioni per la gestione delle chiavi basate su policy, tecniche crittografiche standard e autenticazione dei virtual server per gestire in totale sicurezza i dati all’interno di contesti cloud pubblici, privati o ibridi. A differenza di altre soluzioni che prevedono la condivisione o la custodia delle chiavi da parte di altri, con Trend Micro gli utenti ottengono la custodia esclusiva delle loro chiavi di cifratura. In questo modo, riconoscendo ai proprietari delle informazioni l’esclusiva capacità di decidere quando e dove utilizzare le chiavi di crittografia, è possibile per l’azienda esercitare il totale controllo sui dati».


Davide Benelli Il business centric storage di Fujitsu @Fujitsu_Global
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Il Business Centric Storage di Fujitsu

Secondo Davide Benelli, business program manager di Fujitsu, negli ultimi anni si registra un interessante cambiamento da parte della domanda che sta lentamente passando da una scelta d’acquisto puramente basata sul rapporto costo/capacità a dinamiche d’acquisto basate sul rapporto costo/performance. «Questo è sintomatico del fatto che si stanno abbandonando architetture a silos per abbracciare, a diverso livello, progetti infrastrutturali di consolidamento e virtualizzazione.  In questo contesto – spiegaBenelli – la componente storage assume un ruolo fondamentale, essendo una voce di spesa importante e dovendo garantire livelli di perfomance in linea con quelli richiesti dal business. Infatti, i sistemi storage devono rispondere a livelli di SLA sempre più elevati, potendo oggi gestire da un’unica interfaccia le policy di sicurezza, le regole di accesso, le logiche di tiering e i processi di recovery dei dati. Infine, un sistema storage in grado di adattarsi a questo nuovo scenario deve permettere di ridurre considerevolmente lo spazio disco necessario, attraverso, per esempio, tecnologie di deduplica». Per mantenere elevati livelli di competitività, è necessario allineare le risorse e le performance dell’ambiente storage alle necessità del business aziendale e non viceversa. Tutto ciò attraverso politiche di gestione automatizzata, il consolidamento dei sistemi target e la riduzione della complessità infrastrutturale dei data center. «È questo l’approccio di Fujitsu, denominato Business Centric Storage». L’offerta Fujitsu, tra le più ampie del mercato, è in grado di aiutare i professionisti dello storage nel difficile compito di supportare il core business aziendale attraverso la leva tecnologica.

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Startupper vincenti? Ci pensa il computer https://www.datamanager.it/2015/02/startupper-vincenti-ci-pensa-computer/ Wed, 11 Feb 2015 09:27:15 +0000 http://www.datamanager.it/?p=68978 Il 2015 si apre all’insegna dell’intelligenza artificiale con previsioni positive. Le exit ci saranno, ma non saranno determinate dall’uomo Il nuovo anno inizia in grande stile per la Silicon Valley. Innovazione e modernità sono il nuovo dictat dei venture capital (VC) e il 2015 si apre all’insegna di una nuova moda. Si tratta di un’idea […]

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Il 2015 si apre all’insegna dell’intelligenza artificiale con previsioni positive. Le exit ci saranno, ma non saranno determinate dall’uomo

Il nuovo anno inizia in grande stile per la Silicon Valley. Innovazione e modernità sono il nuovo dictat dei venture capital (VC) e il 2015 si apre all’insegna di una nuova moda. Si tratta di un’idea che se indirizzata rettamente e sfruttata con le giuste competenze potrebbe rivoluzionare l’intero mondo dei venture capital. Ma di cosa sto parlando? Sono due parole, una sola idea: intelligenza artificiale. Questa sembra essere la nuova frontiera. La Silicon Valley è decisa nel lanciare una nuova moda che potrebbe rivoluzionare l’intero ecosistema del capitale di rischio.


Gli algoritmi possono sostituire i venture capitalist? #DVK
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«Questo è il momento in cui bisogna essere presenti sulla scena». Sono state queste le parole di Stephen Purpura, fondatore di Context Relevant, una società di VC basata sull’ intelligenza artificiale che ha raccolto più di 44 milioni di dollari da quando è stata fondata nel 2012. Inoltre, grazie allo strumento dell’intelligenza artificiale sono state selezionate ben oltre 170 startup di successo. I venture capitalist che da poco si sono convertiti alle tecnologie dell’intelligenza artificiale ritengono che la tecnologia abbia finalmente raggiunto le speranze nutrite da tempo, determinando un livello elevato di intelligenza nei computer. Si tratta della promessa di un nuovo modo di essere e di agire: una rivoluzione per gli uomini nel modo di interagire con le macchine e al tempo stesso una rivoluzione per le macchine che iniziano a invadere il mondo umano attraverso vie sorprendenti e inaspettate. «Tecnologicamente, stiamo assistendo a un cambiamento di paradigma, a un vero e proprio salto temporale: siamo passati dall’epoca in cui dovevamo solo mettere i comandi in una scatola a quella in cui il computer è in grado di guardarci e apprendere». Così ha affermato Daniel Nadler, un altro fervido sostenitore dell’intelligenza artificiale (AI). La sua azienda, Kensho, ha investito 15 milioni di dollari di recente nel perseguimento di un obiettivo ambizioso, quello di formare i computer per sostituire i costosi colletti bianchi, come gli analisti finanziari. «Noi non descriviamo quello che stiamo facendo come AI – noi lo chiamiamo – automatizzare il lavoro della conoscenza ad alta intensità umana».


#VITAL software come Board Member
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The next big thing

Oltre ad alcune delle più importanti società di venture capital della Silicon Valley – tra cui Khosla Ventures e Greylock Partners – e luminari hi-tech come Elon Musk e Peter Thiel, tra i sostenitori più attivi dell’intelligenza artificiale vi sono anche quelle realtà finanziarie che vedono utilizzi per la tecnologia calati nei propri settori, come Goldman Sachs. «Ogni portafoglio di capitale di rischio non può rinunciare ad avere la sua quota di investimenti nel settore dell’intelligenza artificiale» – ha affermato Nadler. Tutti vogliono essere sicuri di avere una partecipazione nella next big thing, nell’investimento del secolo.

Il prossimo traguardo dello sviluppo dell’intelligenza artificiale sarà senza dubbio quello di consentire l’evoluzione e l’ottimizzazione dell’intelligenza nelle macchine. Si pensi all’apprendimento automatico. Le macchine potrebbero identificare modelli e fare previsioni sulla base dell’analisi dei dati forniti.

Intelligenza artificiale, machine learning, apprendimento profondo, reti neurali: costruire macchine che affrontano problemi che in precedenza si credevano poter essere risolti solo dal cervello umano. Questa la nuova sfida dell’anno. E in molti casi è già realtà. La speranza che l’intelligenza artificiale possa essere più che solo una moda passeggera della tecnologia si basa sul suo potenziale più ampio. «Tecniche come l’apprendimento automatico potrebbero aiutare le aziende a fare inferenze più intelligenti dei loro clienti» – ha detto Matt McIlwain, managing director di Madrona, una società di venture capital a Seattle. «Gli algoritmi saranno in grado di individuare le preferenze e fare previsioni, ad esempio su quando i clienti siano più propensi a voler essere contattati o quali siano le startup più a rischio di perdere il rinnovo di un contratto». Ma i maggiori progressi nel settore dell’intelligenza artificiale sono stati fatti all’interno di grandi gruppi come Google, IBM e Facebook, che hanno investito pesantemente nel settore.


Machine learning algorithm al servizio dei VC @ContextRelevant
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Google Ventures, con oltre 170 investimenti alle spalle, utilizza un sistema ibrido in cui vengono svolte analisi di dati prima di assumere la decisione di finanziare una startup. Bill Maris di Google Ventures ha detto: «Abbiamo accesso alla più grande banca dati che si possa immaginare. Sarebbe sciocco fare investimenti lasciandosi guidare solo dall’intuito».

Per OpenView Venture Partners, una società in fase avanzata, gli algoritmi sono il futuro del capitale di rischio. «Penso che il valore degli algoritmi sia la loro capacità di essere in sintonia temporale con il mercato e il finanziamento in questo settore è la risposta giusta». Queste le parole di Adam Marcus, amministratore delegato di OpenView.

In un’intervista a VentureBeat, Marcus ha detto che la sua azienda utilizza il software per estrarre le informazioni disponibili al pubblico, come le offerte di lavoro e i comunicati stampa e di catturare i dati sociali presenti nelle conversazioni. Non mancavano nell’intervista toni critici. Marcus ha infatti messo in luce l’incoerenza della maggior parte dei venture capitalist, i quali nonostante spesso si dilunghino a lusingare l’avvento dei big data, sono poi i primi a non applicarli alle loro strategie aziendali.


Formare i computer per sostituire gli analisti finanziari @DanielNadler
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Algoritmi & venture capitalist

Questo è il grande interrogativo, il dubbio amletico che tartassa il moderno uomo d’affari. I più diffidenti continuano a ripetersi che sia impossibile, altri ancora lo reputano come un segno di sfiducia nei confronti delle capacità dell’uomo. Ma intanto c’è già qualcuno che ha trasformato l’utopia in realtà. L’estate scorsa, Deep Knowledge Ventures, un’importante società di venture capital con sede a Hong Kong, ha nominato nel board of directors un algoritmo che si chiama Vital (Validating Investment Tool for Advancing Life). Sì, avete capito bene. Non è un film di fantascienza. È tutto vero. Deep Knowledge Ventures è una società con specifiche competenze in ambito sanitario: la mission è quella di concentrarsi sui progetti di medicina rigenerativa e sui farmaci volti ad alleviare i disagi legati all’età. Proprio come gli altri membri del consiglio di amministrazione, l’algoritmo arriva a votare se sia conveniente fare un investimento in una società specifica o meno.


L’apprendimento automatico per aiutare le aziende a fare inferenze più smart @mattmcilwain
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Ma come funziona? VITAL prende le sue decisioni attraverso la scansione dei finanziamenti necessari in futuro per le aziende, degli studi clinici, della proprietà intellettuale e dei precedenti round di finanziamento. Insomma, un algoritmo che prende le decisioni al posto dell’uomo, ma che contrariamente a quest’ultimo non è affetto dalle sue debolezze, dai suoi pregiudizi, dalla sua umanità. Alla luce della velocità, la trasparenza, la coerenza che offrono gli algoritmi – per non parlare della capacità delle reti neurali di ottimizzarsi continuamente, in un processo di autoapprendimento che supera di gran lunga le capacità del cervello umano – allora perché alcuni venture capitalist preferiscono rimanere legati alla vecchia scuola? Abbiamo assistito alla rivoluzione tecnologica, abbiamo visto la trasformazione operata dalle cryptomonete. È il momento di espandere nuovamente gli orizzonti. E i dati sono dalla parte degli algoritmi. Nel 2014, la maggior parte dei fondi di capitale di rischio – circa 500 con sede negli USA – hanno avuto una performance piuttosto negativa. E l’indice nazionale dei capitali di rischio ha mostrato rendimenti negativi nel settore per tutto il decennio dal 2000 al 2010. Sarà questo il futuro dei VC nel 2015? Una cosa è certa. Gli algoritmi sono già pronti ad aspettarli e i venture capitalist non devono far altro che bussare alla loro porta.


Gli algoritmi sono il futuro del capitale di rischio @adamdavidmarcus
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La Terza Piattaforma dove sta andando? https://www.datamanager.it/2015/02/terza-piattaforma-dove-sta-andando/ Tue, 10 Feb 2015 15:25:28 +0000 http://www.datamanager.it/?p=68899 La sua transizione da “technology platform” a “business innovation platform” ne consacra la definitiva appropriazione da parte di tutti i settori industriali che – grazie anche agli “innovation accelerators” identificati da IDC – stanno gettando le basi per futuri modelli di business Nel 2015, assisteremo alla fase più significativa della Terza Piattaforma.Dei suoi quattro paradigmi […]

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La sua transizione da “technology platform” a “business innovation platform” ne consacra la definitiva appropriazione da parte di tutti i settori industriali che – grazie anche agli “innovation accelerators” identificati da IDC – stanno gettando le basi per futuri modelli di business

Nel 2015, assisteremo alla fase più significativa della Terza Piattaforma.Dei suoi quattro paradigmi portanti (Social, Mobile, Cloud, Big Data Analytics) abbiamo più volte parlato. Nuove frontiere tecnologiche stanno emergendo e sarebbe riduttivo non analizzarle in un contesto organico, guardare a interdipendenze e relazioni. Da qui in avanti, a determinare gli step evolutivi della Terza Piattaforma e la sua capacità di penetrazione nel tessuto economico contribuiranno in particolare secondo IDC gli “innovation accelerators”. Ecco un passaggio molto rapido sui principali.


Nel #2015 , assisteremo alla fase più significativa della #TerzaPiattaforma @IDCItaly
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Internet of Things – Viene considerato uno dei più importanti “innovation accelerators” per l’espansione e la crescita sia dell’industria ICT sia di molti altri settori che saranno rivoluzionati nella propria value chain (smart-cars, cities, buildings, energy, homes, industrial equipment, wearables etc.).


#IoT è uno dei più importanti innovation accelerators @IDCItaly
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3D printing – In attesa dell’ingresso in una fase di maggiore maturità, il 3D printing ha già dato prova di sé: nel 2015, la spesa in prodotti ottenuti tramite lavorazioni 3D a livello mondiale crescerà del 27% fino a 3,4 miliardi di dollari ed entro il 2020, secondo IDC, il 3D printing gestirà in modalità “produce on demand” più del 10% degli acquisti consumer.


#3Dprinting entro il 2020, gestirà più del 10% degli acquisti consumer @IDCItaly
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Optimized security – I nuovi scenari rendono inevitabile un cambiamento della sicurezza. La “3rd Platform-optimized security” è l’evoluzione delle tecnologie e dei servizi di sicurezza, adattati, arricchiti e in grado di garantire protezione e continuità operativa di sistemi e informazioni molto più complesse e “massive” rispetto al passato. Già nel 2015, assisteremo a un’evoluzione sia relativamente agli ambienti mobile sia agli ambienti cloud e data storage, oltre a una crescente adozione di security intelligence per le applicazioni big data.


#sicurezza crescente adozione di security intelligence per le applicazioni big data @IDCItaly
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Cognitive systems – Dai digital assistant fino ai sistemi di intelligenza artificiale, i sistemi cognitivi possono coniugare capacità di calcolo con capacità di analisi e interazione con il linguaggio umano, in grado di osservare, apprendere, analizzare, offrire suggerimenti in moltissimi ambiti applicativi (si pensi a monitoraggio e alert automatizzati dei rischi di customer churn, piuttosto che a raccomandazioni su decisioni da prendere in scenari di rischio).


#PervasiveRobotics evoluzione degli ambienti domestici e commerciali fino alle self-driving cars
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Pervasive robotics – Quello che appare come futuristico sta prendendo forma in molti ambiti a livello globale. Assisteremo a una diffusione di tecnologie e conoscenza tramite impiego di robotica (dagli ambienti domestici alle attività commerciali) piuttosto che nei processi di video making o trasporto (es: droni), fino alle “self-driving cars”.


Un terzo dei leader di mercato in molte industrie sarà soppiantato entro il 2018 da altri attori @IDCItaly
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Natural interfaces – L’interazione tra persone e sistemi è stata già rivoluzionata dai “touch screen”. La corsa tecnologica prosegue sia sotto il profilo delle caratteristiche dei prodotti (es: dalle tv a schermo curvo ai display flessibili) ma soprattutto in termini di capacità di interagire con l’utente in maniera sempre più intelligente (stimolando e coinvolgendo linguaggio, vista, movimenti…).


Entro il 2017 il 2% dei pagamenti globali sarà gestito da sistemi social e peer-to-peer @IDCItaly
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L’accelerazione Dall’IT al business – Questi sono alcuni esempi di innovazione che segnano il definitivo passaggio della Terza Piattaforma dall’IT al business e dall’ICT a ogni settore economico. Mai come in tempi di crisi si era assistito a un’accelerazione nella ricerca di nuove fonti di revenue che sta aprendo a nuovi modelli di impresa. Secondo IDC, un terzo dei leader di mercato in molte industrie sarà soppiantato entro il 2018 da altri attori – nuovi entranti o esistenti – che faranno leva sulla Terza Piattaforma e sugli “innovation accelerators” per trasformare supply chain, go-to-market, modelli di costo/ricavo. Basta fare qualche esempio di cosa bolle in pentola. Nel settore finanziario, stiamo assistendo alla nascita di sistemi alternativi di pagamento. Secondo IDC, nel giro dei prossimi due anni, il 2% dei pagamenti globali sarà gestito da sistemi social e peer-to-peer (incluso l’esempio Bitcoin).


#Fashion #retail e #GDO utilizzeranno sempre più i cosiddetti “location-based services (LBS) @IDCItaly
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Le amministrazioni pubbliche avranno l’opportunità di giocare un ruolo primario nello sviluppo di “smart cities” abilitando nuovi ecosistemi di business in ambito sicurezza, trasporti, lavori pubblici, mobilità e viabilità, comunicazioni. Il mondo del fashion, del retail e della grande distribuzione utilizzeranno sempre più i cosiddetti “location-based services (LBS)”, ovvero servizi geolocalizzati per arricchire la capacità di relazione e vendita con il mercato, ovvero abilitare la customer experience digitale, integrando con nuovi modelli di engagement i quattro paradigmi cloud, analytics, mobile, social. Evidenze che rendono ancora più netto il distacco tra tecnologie e innovators della Terza Piattaforma e le logiche della Seconda Piattaforma (che ha caratterizzato il mondo tra gli Anni 80 e il 2000). Secondo IDC, a livello globale la spesa ICT crescerà del 3,8% nel 2015 fino a 3.800 miliardi di dollari. Quando IDC ha disegnato la Terza Piattaforma alla fine della prima decade del 2000, il peso di queste tecnologie sul totale della spesa ICT era attorno al 10%. Nel 2013, il contributo era già salito al 25% e nel 2015 IDC prevede rappresenterà circa il 33%. E, fatto ancor più significativo, nel 2015 quasi tutta la crescita della spesa ICT sarà trainata direttamente o indirettamente da questi paradigmi, mentre la spesa in tecnologie della Seconda Piattaforma inizierà a segnare il passo con trend negativi già dalla fine dell’anno in corso.


#ICTspending +3,8% nel 2015 a livello globale @IDCItaly
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Tecnologie indossabili – Sul fronte mobile, i riflettori saranno puntati sullo sviluppo del wearable computing. Per le tecnologie “indossabili”, il 2015 sarà un anno di forte crescita (sebbene la consacrazione dal punto di vista delle applicazioni e dello sviluppo di nuove famiglie di mobile app dovrebbe manifestarsi in un arco temporale di medio periodo).

Le mobile application saranno la norma nella relazione tra aziende e mercato in molte industrie a livello mondiale, aprendo la strada a una profonda trasformazione anche dei processi di gestione interni (amministrazione, backend). Secondo la recente IDC European Enterprise Mobility Survey, quasi il 50% delle imprese europee ha messo in atto strategie mobile e un ulteriore 36% prevede di lanciarle nel 2015.


#WearableComputing il 2015 sarà un anno di forte crescita @IDCItaly
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Il cloud continuerà a evolvere, generando prime forme di consolidamento dell’offerta, ingresso di nuovi attori, nuovi fronti di competizione ma anche iniziative di partnership. Il valore dei servizi cloud in modalità public a livello mondiale dovrebbe attestarsi a circa 70 miliardi di dollari nel 2015 per crescere fino a 126 miliardi nel 2018, trainato da tutte le componenti infrastrutturali e applicative ma in particolare dal SaaS, che arriverà a rappresentare il 70% della spesa complessiva.


Il #cloud continuerà a evolvere, generando prime forme di consolidamento dell’offerta @IDCItaly
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Trasformazione dei modelli – La trasformazione dei modelli di sourcing ha già determinato la convergenza tra cloud e servizi di outsourcing. Secondo IDC, nel 2015 circa il 20% dei contratti di outsourcing a livello mondiale sarà “cloud enabled”. La modernizzazione delle piattaforme e dei modelli di delivery da parte dei service provider in ottica cloud proseguirà a ritmo sostenuto anche grazie allo shift di risorse ICT dai data center proprietari, che continueranno comunque la propria corsa evolutiva.


Public cloud: 70 G di $ nel 2015 per crescere fino a 126 G nel 2018 @IDCItaly
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Secondo IDC, entro il 2016 il 50% della capacità computazionale e il 70% della capacità di storage globali saranno installate presso i data center dei service provider. Le aziende dovranno continuare la ricerca dei modelli IT più consoni al proprio assetto di business, il quale a sua volta dovrà entrare in terreni nuovi e spesso sconosciuti. Come sempre, innovatori e leader spianeranno la strada. Più veloce sarà il coinvolgimento dei followers, più veloce sarà l’uscita di intere industrie e comparti dalla cosiddetta “comfort zone” verso nuove direzioni ancora inesplorate.

Fabio Rizzotto, senior research & consulting director – IDC Italia

 

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UniCredit. Anche l’ufficio è nella nuvola https://www.datamanager.it/2015/02/unicredit-lufficio-nuvola/ Tue, 10 Feb 2015 14:43:50 +0000 http://www.datamanager.it/?p=68897 Il gruppo bancario sta implementando un ambizioso progetto di riorganizzazione degli spazi per allineare il lavoro d’ufficio alle tecnologie di mobilità e collaborazione Con l’inaugurazione della nuova sede nel grattacielo più alto d’Italia collocato nel progetto Porta Nuova, a ridosso di corso Como e della stazione Garibaldi, UniCredit guarda le “nuvole” dall’alto e – a […]

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Il gruppo bancario sta implementando un ambizioso progetto di riorganizzazione degli spazi per allineare il lavoro d’ufficio alle tecnologie di mobilità e collaborazione

Con l’inaugurazione della nuova sede nel grattacielo più alto d’Italia collocato nel progetto Porta Nuova, a ridosso di corso Como e della stazione Garibaldi, UniCredit guarda le “nuvole” dall’alto e – a partire dal progetto pilota di UniCredit Business Integrated Solutions – estenderà la crescente integrazione tra lavoro d’ufficio e processi digitali. Mobilità e consumerizzazione non potevano non avere un impatto sul tradizionale spazio di lavoro, sull’uso di scrivanie e archivi, sulle relazioni con i colleghi. La service line Real Estate di UniCredit Business Integrated Solutions, come spiega in questa intervista a Data Manager Anna Maria Ricco, head of real estate Italy, sta esplorando queste modalità di integrazione – il cosiddetto approccio “phygital”. In UniCredit, lo Smart Working viene concepito anche attraverso una riorganizzazione degli spazi, disegnati per rispondere al meglio alle molteplici esigenze lavorative. Il progetto è focalizzato sull’ottimizzazione degli spazi occupati e sulla collaborazione virtualizzata che le nuove tecnologie rendono finalmente possibile.


Smart Working #UniCredit rispetto delle linee guida architetturali, security e scalabilità
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Data Manager: Una prima evoluzione del lavoro d’ufficio nelle grandi organizzazioni è stato l’open space dinamico, in cui il concetto di “scrivania personale” è andato per così dire dematerializzandosi. Come si articolano i nuovi spazi in UniCredit e quali sono gli obiettivi: ottimizzazione di spazio e costi, riduzione dei consumi, o anche nuove forme di collaborazione e una maggiore e diversa produttività?

Anna Maria Ricco: Il principio guida che orienta lo Smart Working in UniCredit si basa su una nuova concezione degli spazi, disegnati per rispondere al meglio alle molteplici esigenze lavorative. Il modello adottato dal nostro Gruppo identifica tre macro aree principali: la workstation area, la communication area e la functional area. La prima presenta le postazioni di lavoro all’interno dell’open space ma anche, per esempio, sale per attività che richiedono silenzio e concentrazione oppure aree di co-working per il lavoro in team. La communication area invece definisce gli spazi dedicati alle riunioni e alle videoconferenze, mettendo a disposizione le tecnologie più avanzate. A queste si aggiunge infine anche la functional area in cui sono compresi tutti gli spazi “utili” come per esempio armadietti personali e copy center.

L’obiettivo è offrire ambienti sempre più flessibili ed efficienti, equamente bilanciati per supportare il lavoro individuale e in team ma anche la condivisione e i momenti di socializzazione e relax (Kitchenette).

Il progetto Smart Working è giunto ormai a una fase matura: entro il primo trimestre 2015 saranno circa 2.100 i colleghi già coinvolti a Milano, Monaco, Torino e Bologna, per arrivare a un totale di circa 23mila persone entro il 2018 (alle citate città si aggiungeranno Verona, Francoforte, Amburgo, Vienna e Istanbul).


Smart Working #UniCredit nel primo trimestre 2015, più di duemila dipendenti coinvolti
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Dal punto di vista tecnologico, come si inserisce in questo contesto un fenomeno come la consumerizzazione e il BYOD? Quali altri ausili tecnologici vengono utilizzati?

Dotazioni tecnologiche di semplice e immediato utilizzo sono elementi chiave per il successo dello Smart Working in UniCredit. Presto verrà messa a disposizione una nuova app integrata con le altre piattaforme aziendali (Exchange Server, Room Reservation System, etc.) in grado di supportare in mobilità la prenotazione dello spazio di lavoro ideale. A completamento, verrà gestito il check-in tramite un touch panel posto all’ingresso delle sale, integrato con il sistema HVAC (Heating, Ventilating and Air Conditioning) per la riduzione dei consumi energetici.

Per quanto riguarda il BYOD, lo riteniamo un passo chiave nell’evoluzione del nostro modello di lavoro e ci stiamo impegnando attivamente per superare tutti i vincoli legati alla sicurezza.


Smart Working #UniCredit a Milano, Monaco, Torino e Bologna
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Sul piano della collaborazione, che novità ci sono nella formazione e nella composizione dei team? Ci saranno cambiamenti anche nel modo di impostare, calendarizzare e gestire i singoli progetti?

È evidente che lo Smart Working non è solo un modo nuovo di organizzare gli spazi, ma anche e soprattutto un modo nuovo di lavorare. La gestione centralizzata nell’assegnazione degli spazi di lavoro cede il passo all’aggregazione spontanea. Le aree di co-working diventano punti di incontro naturali per coloro che trovano mutuo vantaggio e interesse a condividere lo spazio di lavoro, favorendo la contaminazione tra differenti team, approcci e modalità operative.


Smart Working #UniCredit workstation area, communication area e functional area
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In un ufficio in cui le linee di demarcazione vengono meno, come si garantiscono i necessari momenti di focalizzazione e, viceversa, come si possono accentuare i momenti di condivisione nei meeting?

Gli spazi sono pensati per soddisfare al meglio tutte le esigenze. Le Focus Area sono, per esempio, stanze chiuse con diverse postazioni dotate di schermature acustiche per favorire il silenzio e la concentrazione, così come i Phone Booth sono acusticamente isolati e vengono utilizzati per telefonate e conference call individuali.

La diversità di spazi d’incontro è pensata per supportare e favorire il lavoro in team. Abbiamo punti di appoggio per incontri informali (business lounge, informal meeting/one to one), piccole stanze non prenotabili dotate di schermi per la condivisione dei documenti (Flexi-room), ambienti con lavagne specificamente destinati al brainstorming (Think out of the box) e un numero rilevante di sale meeting, prenotabili e di differenti dimensioni, dotate di apparecchiature per la videoconferenza.


Smart Working #UniCredit un modo nuovo di lavorare
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Un’altra significativa novità di questi anni è il peso assunto dalla mobilità e dalla flessibilità del lavoro di squadra grazie a una connettività sempre più pervasiva e alle potenzialità dei dispositivi di mobile computing. Come avverrà l’interazione tra smart e mobile working?

Sono parte integrante del programma Smart Working due iniziative di Smart Mobility: il flexible working e i City Hub. Il flexible working, progetto in fase pilota in UniCredit Business Integrated Solutions, coinvolge circa 400 persone che, per un giorno della settimana, possono lavorare dalla propria abitazione. In parallelo, stiamo sviluppando una rete di City Hub per offrire un’alternativa al lavoro da casa, che permetta ai colleghi di recarsi in uno spazio condiviso diverso dalla sede dell’ufficio.

I City Hub sono spazi tecnologicamente attrezzati al fine di replicare l’esperienza dello Smart Working, incoraggiando e favorendo la collaborazione tra persone di diverse divisioni del Gruppo.


Smart Working #UniCredit sicurezza, app integrata, BYOD e riduzione dei consumi energetici
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Anche dal punto di vista dei clienti finali, la rivoluzione di Internet ha portato a un diverso modo di concepire gli spazi e i momenti di interazione tra le aziende e gli acquirenti, consumatori o fruitori di un determinato prodotto o servizio. La strategia di Smart Working di UniCredit è aperta anche alla clientela? Come pensate di coinvolgerla nel nuovo spazio virtuale di lavoro?

Quello dei City Hub è un progetto che può essere sviluppato in collaborazione con il Business in modo da avere spazi ibridi filiale/ufficio in cui anche i clienti possano entrare e usufruire dei nostri servizi. Nei City Hub potrebbe essere presente, per esempio, una business lounge a cui i clienti possano accedere su appuntamento. All’interno, saranno infatti disponibili sale riunioni dotate delle più avanzate tecnologie e prenotabili attraverso gli stessi strumenti utilizzati nelle sedi del Gruppo, e Phone Box evoluti per video call verticali a figura intera.


Smart Working #UniCredit Flexible working e una rete di City Hub
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Come è stata progettata l’iniziativa Smart Working, chi sono i promotori e i decisori? C’è stato il contributo dei responsabili tecnologici?

L’implementazione dello Smart Working ha coinvolto tre diverse aree: Real Estate, Risorse Umane con la struttura di Change Management e ICT. Infatti, il modello non sarebbe stato applicabile senza un supporto tecnologico adeguato. Per questo motivo, i responsabili ICT di UniCredit Business Integrated Solutions sono stati coinvolti fin da subito nel disegno del progetto d’integrazione tra spazio fisico e digitale e continuano a collaborare con noi in tutte le successive fasi implementative per identificare di volta in volta le soluzioni ottimali. Integrabilità nelle piattaforme esistenti, rispetto delle linee guida architetturali e di security e scalabilità sono i requisiti infrastrutturali non negoziabili nella scelta delle soluzioni tecnologiche adottate.

 

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Arriva il fog computing https://www.datamanager.it/2015/02/arriva-fog-computing/ Tue, 10 Feb 2015 14:03:18 +0000 http://www.datamanager.it/?p=69069 Di pari passo con l’emergere dell’Internet of Things, aumenta il consenso verso il fog computing: non un’alternativa al cloud, ma un paradigma tecnologico complementare che spinge l’acceleratore sulla decentralizzazione. Qualcuno ci scommette già Da tempo, il cloud non è più un oggetto misterioso e vede schierata un’offerta quanto mai variegata, che ultimamente fa del cloud […]

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Di pari passo con l’emergere dell’Internet of Things, aumenta il consenso verso il fog computing: non un’alternativa al cloud, ma un paradigma tecnologico complementare che spinge l’acceleratore sulla decentralizzazione. Qualcuno ci scommette già

Da tempo, il cloud non è più un oggetto misterioso e vede schierata un’offerta quanto mai variegata, che ultimamente fa del cloud ibrido il vero campione di incassi. Ma è noto che per la sua stessa natura, l’IT non sta mai ferma e sforna in continuazione nuovi paradigmi, sicuramente benvenuti quando contribuiscono a facilitare il lavoro di chi si occupa di IT in azienda. Sono invece un po’ meno graditi quando non mantengono le promesse iniziali, configurandosi in quello che anni fa si sarebbe chiamato “vaporware”. Assodato che il cloud continua a mantenere le promesse iniziali e a riscuotere crescenti successi, è però necessario dare uno sguardo alle nuove tendenze in atto nel sempre più vasto mondo della “nuvola”. Una delle quali si sta affacciando alla ribalta proprio negli ultimi tempi, sotto la forma del “fog computing” o “edge computing”, che indica un paradigma di computing che estende i servizi cloud verso la periferia (cioè l’edge) della rete, per avvicinare il più possibile tali servizi agli utenti finali. Proprio la caratteristica della decentralizzazione, verso l’edge (letteralmente il margine) dell’intero sistema, costituisce l’elemento chiave del fog computing, tanto che alcuni suggeriscono di chiamarlo direttamente “edge computing”. Ma forse è da preferire la dizione attuale, visto che mantiene la metafora meteorologica inaugurata dal cloud computing.


Fog Computing Now! Paradigma di elezione per l’ #IoT @IDCItaly
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ACCORCIARE LE DISTANZE

Al di là della terminologia da preferire, rimane il fatto che il fog nasce in risposta al fatto che talvolta, per alcuni tipi di applicazioni, le risorse nel cloud si possono rivelare troppo distanti dalla fonte dei dati da gestire. Da qui l’analogia meteo: così come la “nuvola” si trova generalmente in alto nel cielo, in un luogo piuttosto lontano e poco definito, la “nebbia” staziona invece più vicina al terreno, ovvero agli utenti finali.

È anche per questo che il fog computing è indicato anche come il paradigma di elezione per l’Internet of Things, che vede sempre più oggetti interconnessi alla rete delle reti, ognuno col proprio indirizzo IP per scambiare dati da elaborare e analizzare. Ma, oltre che per l’IoT, riportare l’elaborazione più vicina alla fonte dei dati può rivelarsi di utilità nel caso delle smart grid, dove si possono realizzare contatti M2M (machine-to-machine) più rapidi, o anche per le stesse smart city, per portare le decisioni sempre più vicine al luogo di cattura dei dati. In sintesi, si tratta di quello che Hadoop o le analisi in-memory consentono già di fare con i big data, ma il fog computing promette di farlo su una scala più vasta, con il vantaggio di limitare la dipendenza da reti a elevate prestazioni, talvolta non sempre disponibili.


Il vero motore del Fog Computing è l’ #IoT @Cisco @CiscoItalia
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LA SPINTA VERSO IL FOG

Ma ormai sembra proprio che il vero motore del fog computing sia destinato a essere l’IoT, che da più parti viene indicato come la “next big thing” dell’informatica, con previsioni di crescita di tutto rispetto: se Cisco ha da tempo reso noto che entro il 2020 vi saranno oltre 50 miliardi di dispositivi connessi alla rete delle reti, gli analisti di IDC hanno stimato che, sempre nel 2020, il valore totale del fatturato dovuto all’IoT supererà i sette trilioni di dollari, toccando per l’esattezza quota 7,1 trilioni. Che il tema sia caldo, lo si capisce anche dai recenti movimenti nelle acquisizioni: se poco più di un anno fa il colosso dello sviluppo prodotto PTC aveva acquistato ThingWorx, Samsung ha recentemente speso 200 milioni di dollari in smarthings, e Amazon ha puntato un miliardo di dollari su Twitch.

Ma – e qui sta il dato più interessante – una recentissima previsione di IDC stima che entro il 2018 il 40% dei dati creati dall’IoT saranno memorizzati, elaborati, analizzati e gestiti, vicino all’edge della rete, quando non direttamente all’edge, dando così concretezza alle promesse del fog computing. Più in dettaglio, nelle previsioni di IDC, la scelta di dove elaborare i dati generati dai sensori in ottica IoT, cioè se la gestione debba avvenire presso il data center aziendale (dopo opportuno viaggio nelle reti) o nelle vicinanze dell’edge (o sull’edge stesso), sarà basata sui livelli di servizio e sul tipo di dati. Ma non solo: sempre secondo la previsione di IDC, «la quantità di contenuti che verrà generata sull’edge dell’infrastruttura di rete richiederà che la richiesta di elaborazione di business o di informazione venga portata presso i dati, invece di operare in maniera tradizionale, cioè portando i dati verso il data center aziendale». Questa crescita dell’elaborazione dei dati IoT nell’edge della rete favorirà – secondo gli analisti di IDC – «l’innovazione nell’ambito degli analytics, dei sistemi e della gestione dei servizi, permettendo ad agili società di tipo startup di offrire prodotti di livello», prevendendo anche che «si renderà necessario un nuovo modello di tipo DevOps di innovazione continua di business, di test di sviluppo, di integrazione e di delivery, per essere poi adottato dal vasto numero di sistemi intelligenti sull’edge della rete».


Entro il 2018, il 40% dei dati creati dall’IoT vicino all’edge della rete @IDCItaly
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LE PROSPETTIVE DELL’IOT

Insomma, per veder prosperare il fog computing sembra proprio che non si possa fare a meno di avere un’Internet of Things in buona salute. E qui le conferme non mancano: l’esempio più recente è dato da una ricerca di Accenture, dal titolo “Winning with the Industrial Internet of Things” e presentata a fine gennaio scorso sul prestigioso palcoscenico del World Economic Forum di Davos in Svizzera. La previsione della società di consulenza direzionale è che, entro il 2030, l’Industrial Internet of Things potrebbe avere un impatto sulla produzione a livello mondiale di quasi 15 trilioni di dollari (per l’esattezza 14,2 trilioni). Ma, e qui entra prepotentemente in gioco anche il fog computing, perché ciò avvenga è necessario che le aziende adottino su larga scala tutte le nuove tecnologie digitali. L’indagine di Accenture dettaglia come gli Stati Uniti, investendo il 50% in più nelle tecnologie IoT, potrebbero avere più di 7 trilioni di dollari in aggiunta al proprio prodotto interno, con un appetitoso incremento del 2,3% in più rispetto al dato di crescita atteso normalmente.

CAMBIO DI PARADIGMA

Lo studio Accenture prende in esame un po’ tutti i paesi, rivelando per esempio come la Cina sia tra quelli che potrebbe avere maggiori vantaggi rispetto ad altri colossi come la Russia, l’India o il Brasile, e riservando all’Italia una posizione di retrovia, indicando per noi un aumento aggiuntivo di produttività dell’1,1%, quantificabile in circa 200 miliardi di dollari in più (per l’esattezza il dato è di 197 miliardi di dollari). La ricerca, che ha coinvolto più di 1.400 top manager in tutto il mondo, più della metà dei quali CEO, ha anche messo in evidenza come siano solo sette su cento le aziende che hanno già previsto una strategia completa per l’Internet of Things, stanziando i relativi investimenti, mentre tre imprese su quattro (precisamente il 73%) non ha ancora adottato piani concreti. Anche per questo, ha sottolineato al riguardo Paul Daugherty, chief technology officer di Accenture, «l’Industrial Internet of Things è oggi una realtà e può aiutare a migliorare la produttività e a ridurre i costi. Ma il suo pieno potenziale economico sarà raggiunto solo se le aziende saranno capaci di andare oltre l’uso della tecnologia digitale al solo fine di migliorare l’efficienza, e riconosceranno il valore che i dati hanno nel creare nuovi mercati e flussi di ricavi».


Fog Computing: meno impiego di banda e più sicurezza @Accentureitalia
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UN PERCORSO DI SVILUPPO

Che sia necessario un percorso di sviluppo è stato rilevato anche nel corso della seconda edizione dell’Internet of Things World Forum, evento promosso da Cisco e sponsorizzato da aziende del calibro di IBM, Rockwell Automation, Schneider Electric, VMware e Zebra Technologies. Durante l’evento, tenutosi a metà ottobre 2014 a Chicago, sono state presentate una serie di iniziative volte a favorire l’evoluzione delle tecnologie, dell’ecosistema industriale e delle competenze, per trasformare l’Internet of Things in una opportunità impiegata su larga scala da enti e aziende di tutto il mondo. Tra le iniziative, va menzionato l’IoT Reference Model, un framework di settore ideato per spiegare le opportunità dell’IoT e avere un linguaggio comune che consenta di collaborare in modo efficiente. Questo framework a sette livelli intende educare i CIO, le persone che operano nei reparti IT e gli sviluppatori su come implementare progetti IoT e accelerarne l’adozione. Il modello offre una terminologia comune, offre un modo chiaro per gestire i flussi di informazioni e per elaborarle, e rappresenta un passo importante verso la creazione di un settore IoT “unificato”. Inoltre, offre suggerimenti pratici per risolvere questioni di scalabilità, interoperabilità, agilità, compatibilità con i sistemi legacy che molte aziende si trovano ad affrontare nell’implementazione di sistemi IoT. Vero obiettivo dell’iniziativa è quello di definire un open system per l’Internet of Things, cui più aziende possano contribuire con diversi elementi, come primo passo per l’interoperabilità dei prodotti IoT offerti dai vari vendor. Il modello è stato creato nell’ultimo anno dai 28 membri del gruppo di lavoro Architecture, Management and Analytics dell’Internet of Things World Forum, di cui fanno parte numerosi colossi mondiali di vari settori, tra i quali, solo per citarne alcuni, vi sono: Intel, GE, SAP, Oracle e Cisco.


@Accenture CTO Paul Daugherty L’Industrial Internet of Things: più produttività e meno costi
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PRIME SOLUZIONI

Proprio quest’ultima, alla quale si deve la prima definizione di “fog computing”, e che al momento è tra i vendor più attivi nei piani di sviluppo di soluzioni specifiche, ha delineato nell’evento di Chicago di metà ottobre l’espansione della sua strategia fog computing, presentando la fase due della sua piattaforma IOx per l’implementazione di soluzioni Internet of Things su scala industriale. Cardini di questo sviluppo sono un ecosistema di partner in crescita, il rafforzamento del supporto alle piattaforme IoT e un nuovo modulo di IOx Application Management. IOx è un elemento fondamentale della strategia Cisco per il fog computing, in quanto consente ad applicazioni software e a sistemi operativi di terze parti, come per esempio Linux, di agire direttamente sulle piattaforme di networking IoT Cisco: si tratta di un fattore critico per le soluzioni IoT, nel quale le applicazioni, lo storage e le funzioni di computing devono essere collocate il più vicino possibile ai sensori e ai diversi device.

LA PROMESSA DEL FOG COMPUTING

Agendo a livello periferico, cioè sull’edge della rete, si possono gestire vaste quantità di dati senza necessariamente passare ogni volta dal cloud, con due innegabili vantaggi: da una parte, si riduce la richiesta di banda necessaria per raggiungere la nuvola o il data center aziendale, e dall’altra si può ipotizzare un aumento nel livello di sicurezza, in quanto le infrastrutture possono rivelarsi maggiormente controllabili. Uno degli esempi più citati in ambito Internet of Things è quello dei propulsori degli aerei, che solo nell’arco di una mezz’ora di operatività creano oltre 10 terabyte di dati relativi al proprio funzionamento. Trasmettere questi dati lungo il cloud può rivelarsi problematico, sia in termini di banda sia in termini di latenza: ecco perché in base al paradigma del fog computing, buona parte dell’elaborazione di questi dati potrebbe avvenire in ambito locale, senza necessità di trasmettere quantità così rilevanti verso il cloud o verso il data center aziendale.


@RioTinto John McGagh, Tecnologie operative locali e l’IT remote: la differenza nei volumi
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INTEGRARE L’IT NELL’EDGE

È quindi evidente che la promessa chiave del fog computing consiste anche nel portare più capacità elaborativa sui dispositivi stessi oppure nei gateway locali, riservando al cloud solo i dati di rilevanza più generale. Ma per arrivare a questo, va tenuto presente un elemento cruciale: «L’integrazione delle funzioni IT nelle tecnologie operative (OT, operation technologies), pur riconoscendo che questi due ambiti racchiudono aspetti molto differenti, in ordine a esigenze, tecnologie, protocolli, skill, ecosistemi dei vendor, e tolleranza agli errori e al downtime» – avverte IDC (in “IDC Link” del 25 ottobre 2014, a cura di Eric Owen e John Gole, dedicato a un’analisi approfondita dell’Internet of Things World Forum 2014). In questo senso, «unire i due ambiti costituisce una sfida non indifferente, in quanto il modello di riferimento dell’Internet of Things comprende un layer di arbitrato che tiene separati l’IT e l’OT per tenere conto delle loro peculiarità, e li unisce per permettere di comunicare tra loro quando necessario. Ma comprende anche approcci concettuali per raccogliere i dati dai sensori sulle tecnologie operative situate nell’edge, e nel contempo filtrare e campionare i dati dall’edge per riversarli nei sistemi IT e rendere possibile l’analisi e il decision making» – prosegue IDC.

UN ESEMPIO CONCRETO

La necessità di un approccio diverso al cloud, consistente appunto nel nuovo paradigma decentralizzato tipico del fog computing, è ben riassunta dal caso della società mineraria Rio Tinto, le cui esigenze IT per le operazioni in Australia sono state illustrate all’evento Internet of Things World Forum 2014 da John McGagh, head of innovation della società. «Quello che spicca nel caso di Rio Tinto è la differenza nei volumi di dati tra le tecnologie operative locali e l’IT remoto» – spiega IDC, sempre nel suo report sull’evento di Chicago poco sopra menzionato, specificando che «le miniere della società sono situate in luoghi dove le connessioni sono limitate, ma i veicoli e i macchinari che vengono impiegati hanno numerosi sensori, di velocità, GPS, diagnostica radar e altro, che generano notevoli quantità di dati, pari a quasi 5 TB complessivi ogni giorno. Non essendo possibile riversare tutti questi dati in un data center remoto, è necessario effettuare sul posto una buona fetta dell’elaborazione. Analogamente, la maggior parte di queste elaborazioni deve essere eseguita con il minimo della latenza ai fini delle esigenze locali, per esempio in ordine alla necessità di guidare i veicoli in maniera sicura in un ambiente minerario di estrazione che cambia in continuazione: il cloud serve per pochissimi di questi dati, ed è per questo che un modello centralizzato basato sulla nuvola non è adeguato per alcune delle funzioni di Rio Tinto». La conclusione appare evidente. Come spiega IDC, «certamente ci sarà sempre bisogno del cloud computing, soprattutto per l’analytics dei big data, ma la maggior parte del decision making relativo alle tecnologie operative richiede la presenza di capacità elaborative locali», proprio quelle che vengono provvidenzialmente fornite nel paradigma del fog computing.

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