Piccola e fragile

Il 2015 sarà un anno spartiacque. Si chiude un ciclo. E se ne apre uno nuovo. Corsi e ricorsi. A partire dall’elezione del dodicesimo Presidente della Repubblica.

Cinquant’anni fa, nasceva il primo personal computer della storia, la mitica “perottina” Olivetti. Oggi, l’azienda di Ivrea riposiziona l’offerta dal retail al paperless. IBM punta sul cloud e si conferma numero uno per investimenti e brevetti. Lenovo cresce su tutti i mercati. Cisco gioca la partita dell’Internet of Everything che nel giro di pochi anni diventerà mainstream. E i grandi player dell’auto intercettano robotica di servizio e telecomunicazioni.

Tutte buone notizie o quasi. Fare previsioni resta difficile. La magica palla 8, inventata da Albert Carte, non è sempre affidabile. Gli scienziati dei dati ci hanno insegnato – però – che l’analisi predittiva permette di estrarre informazioni dai dati esistenti per prevedere risultati e tendenze future. Ma quando dalla realtà aziendale si passa a considerare i set di dati dei governi, la capacità di fare previsioni subisce una battuta di arresto. E si ricomincia a torturare i dati per farli confessare.

Così in questa prima parte dell’anno, tra l’allarme deflazione e il bazooka di Draghi, la Commissione europea ha confermato le cifre che già circolavano da tempo. Nel 2015, l’economia italiana tornerà in attivo con una crescita dello 0,6 per cento. Il rapporto deficit/prodotto interno lordo è passato al 2,6%. Mentre, l’indice delle PMI ha fatto un balzo in avanti di quasi tre punti a quota 51,2. Non si è fermato invece il livello di disoccupazione che, anche se di poco, è salito al 12,8 per cento. In sintesi: la crescita resta piccola, fragile e all’ombra delle riforme. Lo avevamo scritto. Si può fare PIL senza creare lavoro. E questo è la novità con la quale dobbiamo fare i conti. L’innovazione da un lato aumenta la performance, migliora i processi, ma dall’altro rende obsoleti i posti di lavoro ripetitivi e a basso valore aggiunto. In Italia, non abbiamo ancora imparato a usare l’innovazione per creare nuove professioni, a cominciare dai percorsi di formazione nella scuola. Lavoro e prosperità si creano studiando e inventando. Soprattutto se si considera che la digital economy pesa circa il tre per cento del PIL nazionale e nei prossimi anni è destinata a crescere.

Per il 2015, vogliamo fare lo sforzo di guardare il bicchiere mezzo pieno. Non solo perché ci sono le premesse, ma soprattutto perché essere ottimisti conviene. Del resto, la nostra industria manifatturiera resta il cardine della crescita e della competitività. Avvantaggiata anche dalla congiuntura favorevole di euro debole e prezzo basso del petrolio. Sull’ILVA, il “secondo stabilimento siderurgico d’Europa”, vogliamo addirittura fare un atto di fede, perché abbiamo gli strumenti e la conoscenza per conciliare salute, ambiente e lavoro. Il futuro è hardware. L’acciaio e in nuovi materiali collegati alla filiera del carbonio saranno sempre più strategici. L’ICT e i due miliardi di investimento devono essere al centro del rilancio, non della svendita. Se il Gruppo Riva ha potuto macinare utili con un’infrastruttura produttiva e logistica ai livelli di “fabbrichetta” anni 80, il progetto di IT transformation dello stabilimento di Taranto deve essere una priorità dell’agenda per l’economia nazionale e deve fare scuola per l’innovazione dei modelli e delle soluzioni adottate. Per questo auguriamo buon lavoro al CIO di ILVA, Matteo Veneziani.

Infine, il 2015 è – e resterà – l’anno della grande Esposizione universale di Milano che per sei mesi metterà l’Italia al centro del mondo. Guido Arnone, direttore Innovazione tecnologica e digital, ha promesso che quella di Milano passerà alla storia come la prima esposizione all digital.

Mettendo tra parentesi le polemiche, i ritardi e “i rilievi” sull’80 per cento delle procedure di appalto, vogliamo scommettere – per il bene dell’Italia – che sarà molto più che #verybello.

 

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