Quante volte, figliolo?

Donetti Emanuela_Urbano Creativo

Quante volte hai sentito parlare di questa “città intelligente”?

E quante volte ti hanno detto che era smart un’automobile elettrica, un lampione che oltre a fare luce fa da antenna Wi-Fi, una panchina con il pannello fotovoltaico per alimentare lo smartphone scarico?

Portata alla ribalta dal meticoloso lavoro di Carlo Ratti al MIT di Boston e dal suo Senseable City Lab – e diventata una moda da qualche anno grazie all’apertura di canali di finanziamento specifici – la smart city è ancora oggi un concetto dai confini imprecisi, e sfuggenti. Il problema sta nel termine inglese che la definisce, e che intende mille sfumature di significato. Parliamo di smart city, allora, per parlare di una città intelligente, ma anche di una città brillante, elegante, sofisticata. Piena di energia. Quindi bella. La città del futuro è una città prima di tutto bella, e in ultimo intelligente. E noi italiani dovremmo saperne qualcosa, di città belle. Il nostro contributo alla smart city internazionale dovrebbe essere un modello di sviluppo urbano che unisca l’adozione delle più sofisticate tecnologie sul mercato, alle pratiche di applicazione di queste in un contesto ricco di bellezza, estetica e di contenuto.

Come fare?

Una città bella, e intelligente, è una città in cui è bello vivere, in cui muoversi è facile, in cui l’infrastruttura sostiene la quotidianità, qualsiasi essa sia, come ogni individuo scelga di viverla.
La città dove vivete si sta trasformando. Non tanto grazie a lampioni che non fanno più solo luce, ma si sono trasformati in antenne di segnale Internet senza fili, o dove il tragitto della spazzatura viene tracciato grazie a chip rfid, in modo da capire quanta strada fanno i rifiuti dal cestino di casa al luogo di trattamento. Si sta trasformando perché ognuno di noi è diventato, grazie allo smartphone che tiene in tasca – o in borsetta – un sensore urbano generatore di dati e ricettore di informazioni in tempo reale.

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Affamata di informazioni, la città intelligente è sempre più costellata di sensori. Sensori di ogni genere. La videocamera di sorveglianza di una banca, il passaggio al telepass, strisciare la carta di credito, si associano a dati del tutto nuovi, come quelli generati dai nostri devices tecnologici, più o meno wearable. E a quelli generati dai sensori sparsi sul territorio per tracciare clima e condizioni generali dell’atmosfera, stato del traffico, meteorologia. Informazioni che per ora non generano al cittadino che pochissime ricadute. Ma immaginate se questa infinità di dati – che oggi sono rilasciati in diverso modo a disposizione del mondo privato – fossero rielaborati in modo creativo e utilizzati per cambiare gli intervalli di tempo del rosso ai semafori, in momenti di particolare traffico, o aumentare il numero di mezzi pubblici in giorni in cui le piazze sono particolarmente affollate, o ancora “aumentare” l’efficacia di alcuni sportelli al pubblico, migliorando proprio quei servizi nella loro versione online.

La città Smart

Ecco. Questa, a dire il vero, é la città Smart. Una città che usa l’intelligenza collettiva, messa a disposizione da ciascuno di noi, per migliorare la qualità della vita di tutti.
Una città dove siamo noi a generare il valore, perché i dati sono proprietà di tutti i cittadini, e siamo ancora noi a godere i benefici del trattamento di questi dati. Pensateci. è un po’ come se fossimo proprietari di una miniera d’oro, ma fossimo anche l’oro. Per questo la grande forza nell’affermazione della smart city, o in quella che fondamentalmente è l’interazione tra città e tecnologia, sta nella diffusione di devices mobili: smartphone, tablet, e tra poco i cosiddetti wearables, e di sensori sul territorio.
Questi oggetti hanno cambiato il nostro modo di interagire con il mondo, e aumentato drasticamente la quantità di dati realmente disponibili. Non solo. Sono porte aperte su questo patrimonio, accessibile se (e solo se) qualcuno fornisce applicazioni che ne sfruttano il potere.
Per rendere più fluidi gli scambi, più veloci gli spostamenti, più sicure le interazioni. Anche per strada. Anche solo per parcheggiare. La tecnologia cambia e si muove a una velocità che non si sarebbe potuta immaginare prima.

Che cosa non cambia?

La natura dell’uomo resta la stessa: essere animale sociale. Non c’è città smart senza i suoi cittadini. Chi fa la smart city è l’attore delle piccole azioni quotidiane: si crea con la consapevolezza, l’adesione e l’azione dei singoli cittadini. La città smart è la città dell’intelligenza condivisa. Allora forse, è più corretto parlare di approccio smart. Ogni tipo di innovazione deve essere in funzione di un contesto da ottimizzare. Bisogna aver sempre la consapevolezza degli strumenti che si utilizzano per calibrare il risultato tra efficienza ed efficacia. Con lo scopo di far tornare le strade, le piazze e tutto il tessuto urbano, ciò che in realtà sono sempre stati: luoghi, nati per favorire le relazioni tra gli esseri umani.

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Emanuela Donetti @urbanocreativo