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Distratti dalle mille scadenze della fiscalità, gli studi professionali di commercialisti e consulenti del lavoro si sono commoditizzati, in gran parte trascurando l’originaria missione di guida della crescita e dell’innovazione. È il tempo di riscoprirne i valori, attraverso nuovi strumenti digitali

La tecnologia cambia le carte in tavola. Persino quando queste appartengono alla barocca sacralità degli adempimenti in materia fiscale e contributiva. La fatturazione elettronica, un caso di eccellenza della PA italiana, rappresenta da questo punto di vista una rivoluzione e una grande opportunità di ulteriore cambiamento favorito dalla dematerializzazione. Nel mondo degli studi dei commercialisti e dei consulenti del lavoro – così strategico per l’economia produttiva italiana – la trasformazione digitale sta infatti cominciando a manifestarsi in modo dirompente. Con i suoi 190 anni di storia Wolters Kluwer sa che cosa vuol dire trasformazione. Un gruppo globale di 20mila dipendenti che fattura 4,8 miliardi di euro in una quarantina di nazioni in cui opera direttamente, con clienti serviti praticamente ovunque nel mondo. In Italia, la divisione Tax & Accounting di Wolters Kluwer, è tra i primi fornitori di software, informazioni e servizi per il mondo dei professionisti che operano nell’area fiscale e del lavoro e per le aziende di tutte le dimensioni con servizi che permettono di valorizzare l’immenso patrimonio di dati in loro possesso. Spesso, senza nemmeno sospettarlo. Attraverso una fitta rete di partner distribuita in tutto il territorio, con oltre 35mila clienti, tra i quali figurano più di 500 grandi aziende, le soluzioni Wolters Kluwer raggiungono oltre un milione di aziende. Attraverso l’acquisizione di brand nazionali come Ipsoa, Osra e Artel, il gruppo ha consolidato una leadership riconosciuta che si avvale di mezzo migliaio di dipendenti, duecento dei quali impegnati in attività di ricerca e sviluppo. E soprattutto, ha imparato a conoscere un mestiere, quello del commercialista e del consulente, strettamente legato al buono stato di salute delle nostre PMI. Un mestiere, che il software Wolters Kluwer ha contribuito ad automatizzare e che oggi si trova davanti a una difficile scelta. Evolvere verso nuove modalità di affiancamento dei clienti, o languire in un lento declino di commoditizzazione.

UN MESTIERE DI FRONTE AL BIVIO

«In Italia, il peso delle microimprese, quelle con meno di dieci dipendenti, è molto significativo» – spiega Pierfrancesco Angeleri, managing director della divisione Tax & Accounting Italia di Wolters Kluwer. «E rappresenta circa il 95% del numero totale di aziende. Il cinque percento restante, le imprese da 11 a 249 addetti, fattura però il 41% del prodotto lordo nazionale». Gli studi professionali sono il primo punto di riferimento di queste imprese, non solo per quanto riguarda la fiscalità, ma anche in materia di gestione, finanza e innovazione. Argomenti che in molti casi finiscono per passare in secondo piano davanti all’inesorabile incalzare degli adempimenti. «Come fornitori e osservatori privilegiati di questo mondo» – continua Angeleri, vediamo che il mercato dei professionisti vive un momento di profonda riflessione sul futuro a medio e lungo termine». L’obiettivo per Wolters Kluwer è togliere dalle spalle del professionista il peso delle scadenze, restituendogli la capacità di creare valore aggiunto. L’automazione del fisco, i servizi che lo Stato stesso fornisce al cittadino, non devono ridurre gli studi professionali a una sorta di “centri di adempimenti” poco redditizi. Con la tecnologia – come spiega Angeleri – si può paradossalmente tornare al passato, ai tempi in cui il commercialista era in grado di riempire, con i suoi consigli, i vuoti di competenza che bravi imprenditori focalizzati sulle loro attività lasciavano inevitabilmente scoperti. «Devono tornare a essere i chief financial e innovation officer dei loro clienti. La chiave di questo ritorno è l’enorme massa di informazioni grezze associate ad attività contabili come la fatturazione. Dati che possiamo convertire in business intelligence e pianificazione». Altro obiettivo fondamentale per Angeleri, è guidare lo studio professionale di commercialisti e consulenti del lavoro verso i moderni concetti di “practice management” importati dalla cultura anglosassone. «La tecnologia che automatizza le procedure fiscali, diventa una piattaforma ERP dello studio, un cruscotto che rende visibile il valore dei clienti del commercialista, le risorse impegnate nell’erogazione dei servizi, i costi a fronte delle prestazioni fatturate».

Marco Bitossi director, general management di Wolters Kluwer Tax & Accounting Italia

DIALOGO TRA PROFESSIONISTA E AZIENDA

Un analogo mutamento prospettico riguarda i prodotti gestionali che Wolters Kluwer indirizza verso il mondo dell’impresa, in particolare delle PMI. Soluzioni – come sottolinea Angeleri – fortemente connesse con gli studi professionali che supportano le imprese. «Il sistema ERP aziendale non deve prendere il posto del consulente fiscale e finanziario: deve mettere l’imprenditore e il professionista in condizione di lavorare insieme al benessere e alla competitività di tutti». L’automazione non investe solo la fiscalità e la previdenza: gli scenari competitivi aperti in ambito bancario e finanziario da normative come la PSD2, indicano che le imprese commerciali, manifatturiere, energetiche, possono aprire nuovi fronti di business legati alla loro relazione con la clientela e alla capacità di gestire l’amministrazione, la contabilità e il fisco con strumenti software moderni. «Wolters Kluwer sta facendo propri gli standard della cosiddetta economia delle API, perché apertura e integrazione hanno un valore immenso» – afferma Angeleri. Per formare la nuova generazione di commercialisti data-driven, l’azienda ha fatto proprio un meccanismo decisionale basato su un approccio analitico ai propri mercati di riferimento. A diretto riporto di Pierfrancesco Angeleri, il director general management Marco Bitossi è a capo della struttura che si occupa di innovazione e raccorda lo sviluppo dei prodotti alle attività di go-to-market, in base alle linee guida della corporate e ai piani di business in Italia. Uno dei compiti di Bitossi è comporre una squadra di specialisti, in grado di affiancare la direzione generale nella costante verifica di questo allineamento. «La struttura di business analysis fornisce gli elementi che servono a guidare le nostre decisioni sulla base delle informazioni interne ed esterne all’organizzazione, esplorando anche le opportunità di innovazione, di potenziali operazioni di merger and acquisition, di relazione con l’universo delle startup, degli incubatori, delle Università» – spiega Bitossi. Un ulteriore pezzo operativo di questa struttura di esploratori di opportunità è l’ufficio di project management che segue la corretta implementazione dei progetti sviluppati attraverso lo studio del contesto in cui Wolters Kluwer si trova ad agire.


#WoltersKluwerTaxAccounting Italia Non solo adempimenti ma creazione di valore attraverso i dati
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SERVIZI CON NUOVE MODALITÀ

«Il commercialista ci chiede di poter offrire ai suoi clienti nuovi servizi e nuove modalità di erogazione. Noi rispondiamo attivando una catena di trasmissione fatta di tecnologie che riducono le attività ripetitive, robotic process automation, intelligenza artificiale, comprensione del linguaggio naturale come strumento di certificazione delle informazioni».  Attraverso l’ecosistema di soluzioni che Wolters Kluwer eroga, in cloud come anche in modalità SaaS e una efficace strategia Big Data, le attività degli studi possono generare dati facilmente monetizzabili. «Grazie alle informazioni che possiamo mettergli a disposizione, il commercialista che ha una fabbrica di scarpe tra i suoi clienti potrebbe erogare un servizio di competitive intelligence sulle altre aziende del settore» – spiega il responsabile strategico di Wolters Kluwer Tax & Accounting Italia. «Qualcosa di molto più prezioso e strategico di una ormai banale dichiarazione dei redditi».

Un altro modo di rispondere all’esigenza di cambiamento è ValoreDigitale, una metodologia per la valutazione della produttività degli studi professionali che funge da servizio a valore aggiunto e arma promozionale. Clienti che impiegano una settimana per portare a termine determinati processi, grazie a ValoreDigitale apprendono che con gli strumenti giusti il carico si riduce a una sola giornata. E il tempo può essere occupato da altre attività. ValoreDigitale è solo uno degli esempi delle iniziative affidate alla struttura trasversale di consulenza, chiamata a intervenire a diversi livelli, dalla progettualità pre-vendita al post-vendita e guidata da Alessia Berra, director, consulting di Wolters Kluwer Tax & Accounting Italia. «Il nostro obiettivo è offrire ai clienti strumenti di gestione attraverso i quali monitorare puntualmente l’efficienza di ogni attività e la marginalità che ne deriva. Gli studi professionali italiani hanno un grande potenziale inespresso e possono guadagnare moltissima efficienza e velocità rivedendo e ottimizzando i loro processi interni». L’efficientamento di cui parla Alessia Berra è del resto il principio ispiratore adottato da tutta la divisione Tax and Accounting in Italia, a partire dalle attività di recruiting svolte dall’ufficio risorse umane guidato da Romina Cristallo, HR business partner associate director. «La trasformazione digitale parte dalla re-ingegnerizzazione dei processi produttivi, ma questi a loro volta partono dalla trasformazione mentale e di attitudine dei collaboratori» – spiega Romina Cristallo. «Dal top management fino ai collaboratori, agiamo in coerenza con le linee guida della nostra corporate e stiamo disegnando una rinnovata esperienza lavorativa partendo dall’agilità dell’azienda e replicandola nella people strategy». Anche a fronte di una riconosciuta carenza di diplomati e laureati in discipline tecnico-scientifiche, Wolters Kluwer non ha mai smesso di investire in capitale umano – suo primo fattore differenziante – cercando di promuovere giovani con una forte attitudine al digitale e sforzandosi, nel rispetto di quel senso di responsabilità sociale che oggi dovrebbe caratterizzare tutti i veri innovatori, e promuovendo valori come la diversità e la parità di genere.

Sergio Boaretto director, technology product management e Andrea Gazzaniga director, technology di Wolters Kluwer Tax & Accounting Italia

KNOWLEDGE AS A SERVICE

Una volontà di crescita e maturazione continua che premia l’azienda anche sul piano della solidità finanziaria: un vantaggio che non guasta quando dalla continuità delle soluzioni dipende la qualità di servizi utilizzati da milioni di imprenditori. «Pur avendo la pandemia creato un contesto macroeconomico difficile nell’ultimo biennio – dichiara Simona Sorbello, associate director, financial planning di Wolters Kluwer Tax & Accounting Italia – abbiamo saputo mantenere una crescita costante con un miglioramento della marginalità. La salute del nostro business è confermata anche dalla stabilità del tasso di retention della clientela e dal miglioramento della qualità dei crediti». Le funzioni di governo della leadership tecnologica di Wolters Kluwer Tax & Accounting Italia sono affidate a Sergio Boaretto, director, technology product management e Andrea Gazzaniga, director, technology, che rispettivamente indirizzano la corretta strategia dello sviluppo applicativo e il supporto allo sviluppo e alle nuove modalità di erogazione del software, in un contesto di adeguamento ai paradigmi del cloud computing che rappresenta un elemento importante della strategia di innovazione dell’azienda. Sergio Boaretto è il cervello di una rivoluzione iniziata nove anni fa con il varo della piattaforma Genya che introduce una nuova fase nel software applicativo e gestionale di Wolters Kluwer. Una fase all’insegna del cloud computing e degli analytics. «Molti vedono nel cloud la possibilità di disfarsi delle scatole di ferro e farle gestire da altri. Per noi – spiega Boaretto – è l’opportunità di scambiare informazioni digitali e trasformare questi dati in conoscenza: il knowledge as a Service».


#WoltersKluwerTaxAccounting Italia Commercialisti e consulenti del lavoro come CFO e CIO dei loro clienti
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Ormai entrato nella piena maturità, Genya è diventato il motore di tanti prodotti nuovi “powered by Genya”, tra cui Fattura SMART. Ma è anche un punto di convergenza, un vero e proprio sistema operativo del professionista per lo sviluppo di nuove soluzioni e l’ammodernamento di prodotti storici come il gestionale Arca EVOLUTION in direzione di unico ambiente di lavoro in cui ciascun utente potrà ritrovare i propri strumenti e i propri obiettivi di business. Un’evoluzione che viene incontro alle profonde trasformazioni di un mercato che punta a separare le attività consulenziali tra commodity e strategiche. «I commercialisti non smetteranno di dedicarsi agli adempimenti – afferma Boaretto – ma sarà un settore popolato soprattutto da grandi studi aggregati, su un modello molto anglosassone che distingue tra tax consultant e accounting firm. La nostra volontà è mantenere un focus su entrambe le direttrici: gli adempimenti e la consulenza a valore». Genya è anche la soluzione pensata per gli scenari di apertura che caratterizzano ormai tutti i servizi informativi in ambito finanziario, bancario, e contabile. La normativa PSD2 ha creato un ecosistema in cui i nostri dati di natura finanziaria devono poter essere resi disponibili in tempo praticamente reale e modalità sicure a una pletora di service provider. «L’open banking è un‘area che guardiamo con attenzione e rappresenta un dominio adiacente verso cui estendere le nostre soluzioni, come abbiamo già fatto integrando nei nostri ERP procedure per il factoring, il reverse factoring, la gestione del superbonus».

Claudio Ferrante director, sales ed Elena Regazzoni associate director, marketing, go-to-market & pricing di Wolters Kluwer Tax & Accounting Italia

IL DATO NEL CLOUD

Altro elemento fondamentale è la scalabilità della tecnologia. «Si dice che il “one size fits all” non vada bene quando si tratta di software, ma Genya “veste” bene sul piccolo studio con pochi collaboratori come sulle realtà in cima della piramide» – afferma Sergio Boaretto. Il compito di Andrea Gazzaniga, ingegnere del software con trent’anni di esperienza maturata nel comparto delle telecomunicazioni, è fare in modo che la tecnologia supporti sia la strategia verso il cloud sia la volontà di accogliere al meglio tutti i clienti. Arrivato in azienda lo scorso anno, Gazzaniga ha di fronte una sfida complessa, perché la trasformazione digitale non ha portato Wolters Kluwer ad abbassare la guardia sui tanti prodotti legacy che il mercato continua ad apprezzare e che devono quindi essere aggiornati e fatti evolvere verso la nuova filosofia cloud che ispira tutto il gruppo. La filiale italiana della divisione Tax & Accounting ha un ampio potere discrezionale rispetto alla centralità della corporate e Gazzaniga può contare su una squadra di sviluppatori locali molto agguerrita, indispensabile per rispettare modalità e scadenze specifiche della normativa italiana.

La software factory guidata da Gazzaniga è distribuita tra le sedi di Milano, Torino (ex Osra) e Bassano del Grappa (ex Artel). «L’attenzione alla qualità è maniacale» – commenta Gazzaniga. «Non vendiamo solo soluzioni, ma soluzioni integrate e inglobate in una infrastruttura virtuale. La coerenza del codice e il rispetto degli standard sono fondamentali. E gli stessi criteri si applicano anche alla selezione delle persone del suo team di sviluppo». Sono privilegiati anche gli aspetti dell’usabilità delle interfacce, la semplicità, la flessibilità e ovviamente la sicurezza di un software che – come ricordava lo stesso Boaretto – deve potersi adeguare a uno spettro di impiego sempre più ampio e diversificato sostituendo le rigide strutture a menu dei vecchi programmi con un approccio “contestualizzato” e smart, che guida l’utilizzatore verso le funzionalità che servono in un dato momento. Per quanto riguarda i servizi ai clienti, fortemente complementari alle strategie di prodotto, il responsabile Francesco Schettino, head of Customer Service, precisa che le attività del suo gruppo sono state progettate in armonia con l’evoluzione delle soluzioni software sia quelle più consolidate sia quelle cloud-native. «Oggi, vantiamo un servizio al cliente che può contare sull’intelligenza artificiale del canale ChatBot e altri strumenti di case deflection. Una tecnologia che può dare alla clientela, anche a quella più tradizionale, un supporto decisivo, per la modalità di fruizione, immediata e sempre disponibile». In questo modo, spiega Schettino – «Wolters Kluwer può dedicare alle casistiche più complesse tutta l’esperienza dei suoi esperti e mantenere una solida relazione professionale con gli utilizzatori delle sue soluzioni».

Pierfrancesco Angeleri con il suo team

COME TI RACCONTO IL FUTURO

La relazione commerciale è il dominio delle funzioni di sales e marketing che si avvalgono anche del supporto di Susanna Fontana, manager, customer and sales operation. E se è vero che in un mercato così competitivo vale la metafora calcistica del “primo, non prendere gol”, Wolters Kluwer punta a raggiungere un equilibrio ottimale tra la capacità di conquistare nuovi clienti, anche attraverso la sua azione evangelizzatrice e la costante fidelizzazione della base installata. «Molte attività del mio gruppo sono rivolte alla retention» – spiega Susanna Fontana. «Possiamo vantare una percentuale molto elevata di licenze rinnovate e di conseguenza un bassissimo churn rate». ll rapporto con i clienti – continua Susanna Fontana – «è gestito tramite reti di vendita, con le quali Wolters Kluwer collabora costantemente, conservando la possibilità di intervenire in maniera diretta quando necessario». Ma come veicolare le nuove proposizioni di valore a un mercato legato alle proprie tradizioni? «Il venditore vive da sempre una sorta di parallelismo tra l’evoluzione della sua professione e l’evoluzione del suo cliente, nel nostro caso il professionista del fisco» – risponde Claudio Ferrante, director, sales di Wolters Kluwer Tax & Accounting. «La tecnologia è sempre stata spiegata con efficacia dalle nostre reti, fin dagli anni 80. Oggi, la fatturazione elettronica diventa il perno di un racconto che deve spiegare un futuro di cambiamento, coadiuvato da una normativa che favorisce la creazione di percorsi alternativi. Con la fatturazione elettronica abbiamo cambiato radicalmente i canali di vendita indiretta rispetto a pochi anni fa, modificando e riaggregando le sue strutture in funzione di un racconto che prima non veniva fatto». Il modello commerciale di Wolters Kluwer Tax & Accounting si muove in pratica lungo tre direttrici. «Per tutte le direttrici, la strategia passa attraverso un unico filo rosso. In pratica – spiega Ferrante – far intravedere un futuro diverso, in cui gli strumenti digitali generano un valore che permette al professionista di affermarsi come figura che ti aiuta a crescere, non solo a pagare correttamente le imposte».


#WoltersKluwerTaxAccounting Italia Knowledge as a Service, il dato nel cloud @Prof_Digitali
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Elena Regazzoni, associate director, marketing, go-to-market & pricing di Wolters Kluwer Tax & Accounting Italia, interpreta il suo ruolo di riposizionamento valoriale coadiuvata da un team che ha al proprio interno due figure di evangelist dedicate ai commercialisti e alle aziende. «La loro missione – spiega Elena Regazzoni – si articola su questi due percorsi, supportando il canale di vendita nella creazione di un racconto concretamente convincente delle nostre soluzioni. Tra i tanti compiti, c’è anche quello di fare da oratori ai nostri eventi, ma il loro resta un presidio di ciò che raccontiamo all’esterno e alle iniziative strategiche e commerciali». Il focus è sempre su soluzioni che portano alla digitalizzazione dello studio professionale, all’ottimizzazione dei suoi processi e al conseguente reimpiego delle risorse che vengono liberate. È un lavoro – come sottolinea Elena Regazzoni – che viene svolto in stretta collaborazione con la direzione vendite e con i consulenti applicativi e di prevendita che accompagnano il cliente nella soluzione. Lavoro che viene esteso a tutta la rete indiretta, in una costante attività di ascolto di tutto il mercato e di analisi dei dati di vendita.

«L’attenzione alla clientela da parte della funzione marketing – aggiunge Michela Frisone, associate director, marketing di Wolters Kluwer Tax & Accounting Italia – emerge chiaramente dal numero di meeting e incontri organizzati insieme alla miriade di altre azioni di comunicazione on e offline. L’audience di queste iniziative è considerevole e lo è stata anche durante il lockdown. Nel primo anno della pandemia – precisa Frisone – sono andati in streaming oltre cento webinar seguiti da un totale di quasi 13mila utenti». Un chiaro segno di interesse verso le soluzioni della divisione Tax & Accounting Italia di Wolters Kluwer, che aiuteranno aziende e studi professionali a uscire dall’impasse della commoditizzazione dei servizi e scoprire tutto il potenziale dei dati digitali come carburante della crescita. Al di là dell’angusto orizzonte del mero adempimento delle regole fiscali e contributive.

Foto di Gabriele Sandrini

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Conosci il tuo cloud. Il difficile viaggio verso la maturità https://www.datamanager.it/2022/10/conosci-il-tuo-cloud-il-difficile-viaggio-verso-la-maturita/ Thu, 13 Oct 2022 09:24:58 +0000 https://www.datamanager.it/?p=221869 Completamente sdoganate rispetto ai timori del passato, le infrastrutture virtuali sono simbolo di cambiamento e innovazione. A patto di affrontare il cospicuo gap di competenze e la presunta debolezza tecno-geopolitica dell’Europa. Con la partecipazione di ATV, Bitdefender, Citterio, CRIF, Hera, Miroglio, Seeweb e Zegna Group Mentre prosegue inesorabile il percorso di transizione dal controllo delle […]

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Completamente sdoganate rispetto ai timori del passato, le infrastrutture virtuali sono simbolo di cambiamento e innovazione. A patto di affrontare il cospicuo gap di competenze e la presunta debolezza tecno-geopolitica dell’Europa. Con la partecipazione di ATV, Bitdefender, Citterio, CRIF, Hera, Miroglio, Seeweb e Zegna Group

Mentre prosegue inesorabile il percorso di transizione dal controllo delle infrastrutture fisiche alla piena virtualizzazione delle risorse di calcolo e rete, in ogni settore di industria i carichi di lavoro emigrano in modo massiccio verso gli ambienti cloud, in un’ottica sempre più ibrida che integra strategie SaaS e PaaS spesso in ottica multi-cloud. Anche settori ad alta criticità dal punto di vista della data ownership (pensiamo per esempio a tutto il comparto finanziario) adottano una miscela di approcci di cloud privato e pubblico, e in mondi OT intensive come il manifatturiero le aziende si interessano sempre più all’offerta di ambienti e dispositivi iperconvergenti per implementare soluzioni di edge computing a prezzi sempre più convenienti, in una modalità che oltretutto garantisce una più agevole integrazione con i cloud operator pubblici. Due grandi trend guidano questa fase di maturazione del cloud computing: da un lato l’affermarsi di piattaforme applicative cloud native, tipicamente nel mondo dei fornitori ERP e CRM, che spingono all’adozione dei nuovi modelli infrastrutturali anche le realtà più abituate ad approcci “on premises” (compreso quell’universo di piccole e medie imprese tradizionalmente abituato a servirsi di applicazioni gestionali più o meno verticalizzate). Dall’altro la crescente richiesta di capacità “data intensive” che nasce dalla volontà di mettere a frutto i propri patrimoni informativi attraverso l’analisi e la visualizzazione delle informazioni. Con la sua duttilità, l’infrastruttura software defined è la risposta ideale in situazioni che un tempo avrebbero richiesto forti investimenti in attrezzature difficili da dimensionare e la disponibilità delle competenze adatte a sostenere lo sviluppo, la configurazione e la manutenzione di applicazioni personalizzate on premises.

Tutti questi trend pongono sicuramente una serie di nuove sfide e problematiche che CIO e responsabili IT devono affrontare, vivendo a loro volta una fase di forte evoluzione professionale. Occorre acquisire una mentalità molto più business-oriented per guidare in modo proattivo le scelte strategiche aziendali, anche attraverso un approccio organizzativo più snello, dove la comunicazione tra funzioni informatiche e manageriali sia più rapida e partecipativa. Bisogna coltivare tutta una serie di competenze di natura non solo tecnologica, a partire dagli aspetti legati alla contrattualistica di soluzioni e servizi che sfuggono dai limiti ben definiti delle licenze proprie del software pacchettizzato per entrare in un contesto basato su legami molto più continuativi e complessi sul piano legale. E se in passato si guardava con preoccupazione l’aspetto della perdita di fisicità del controllo delle informazioni oggi questi timori hanno lasciato il posto a una maggior fiducia nei confronti della sicurezza in cloud, lasciando tuttavia aperte problematiche di compliance normativa che dovranno tra l’altro essere affrontate anche sul piano giuridico, a livello nazionale e sovranazionale.

LE RAGIONI DEL CLOUD

Obiettivo del nuovo incontro che Data Manager dedica al cloud computing è discutere sui fattori che oggi inducono le imprese private, ma anche l’intero sistema della pubblica amministrazione, a scegliere il cloud e mettere in luce, insieme ai vantaggi, le problematiche da risolvere. Partendo dal racconto delle loro recenti strategie cloud, i partecipanti hanno discusso delle motivazioni che oggi guidano la progettualità in materia di trasformazione digitale e degli obiettivi in termini di adozione di applicazioni cloud native in SaaS/PaaS, parallelamente a implementazioni ibride, multi-cloud, di edge computing e di convergenza IT/OT. Un altro tema riguarda i principali cambiamenti a livello organizzativo da mettere in atto, eventualmente attraverso nuove figure e modalità di coordinamento e governance. Come si è detto, uno degli interrogativi più pressanti oggi riguarda proprio l’evoluzione del mestiere del CIO e il modo di affrontare la complessa problematica della acquisizione e formazione di competenze interne (per esempio per l’ideazione, lo sviluppo, la personalizzazione, il testing e l’utilizzo di applicazioni e servizi), tenendo al contempo viva la collaborazione con i provider di servizi di integrazione, progettazione e consulenza. Intorno al tavolo si è discusso anche della questione legata alla valorizzazione del dato, come driver fondamentale di certi cambiamenti. Spesso questa messa a valore avviene con il contributo di strumenti di business intelligence e di algoritmi di machine learning e intelligenza artificiale, ambiti in cui molte aziende si stanno muovendo con sperimentazioni e iniziative sempre più consolidate verso una nuova capacità di generazione, gestione e analisi dell’informazione.


#cloud L’accelerazione della trasformazione in direzione #SaaS e #PaaS – Andrea Bonetti @GruppoHera
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Non mancano infine le considerazioni rivolte alla strategie per la tutela della sicurezza e la privacy, il rispetto della compliance e – last but not least – l’argomento della sostenibilità ambientale che sempre più frequentemente accompagna la trasformazione digitale in cloud. Agli interlocutori è stato chiesto di esprimere i rispettivi punti di vista sia sulla qualità dell’offerta da parte di hyperscaler, cloud provider, telco operator e fornitori di tecnologie di virtualizzazione in questi ambiti collaterali; sia sugli interventi che gli stessi regolatori dovranno mettere in campo per sciogliere i nodi più importanti, soprattutto in aree conflittuali come la privacy, dove si scontrano sensibilità e approcci giuridici molto diversi, capaci di creare parecchi attriti in una geografia tecnologica ricca di polarizzazioni.

INNOVAZIONE ACCELERATA

Nell’affrontare un tema come il cloud, lo sguardo prospettico di Gruppo Hera è quello tipico dell’utente storicamente abituato all’evolvere delle tecnologie. «Non a caso – sottolinea Andrea Bonetti, che si occupa di Strategie IT e Architetture in seno alla direzione dei sistemi informativi della multiutility emiliana – abbiamo percorso la classica evoluzione del cloud dall’epoca dell’iniziale scetticismo fino agli attuali vantaggi che per noi non sono tanto di costo ma si misurano in termini di velocità e flessibilità». Negli ultimi anni, aggiunge Bonetti, il Gruppo ha premuto sull’acceleratore della sua trasformazione verso il cloud, soprattutto in direzione delle soluzioni SaaS prima e ora anche PaaS, dove sta muovendo passi molto significativi. «È una evoluzione ineluttabile indotta dal mercato, ma su scale come le nostre il cloud deve essere governato con estrema attenzione sul fronte dei costi, mentre la sensazione è che aziende più piccole possano trovare nel cloud soprattutto opportunità anche sotto questo aspetto». Oltre ai problemi di scala, uno dei grandi temi da affrontare in una strategia di cloud ibrido – come spiega Bonetti – riguarda il rischio di lock-in nei confronti delle offerte dei big. «Noi però a priori non rifiutiamo alcuna sperimentazione, non ultima un grosso lavoro sulla data platform che il cloud ci sta consentendo in tempi brevi e con ottimi risultati».


#cloud Applicazioni e autonomia verso le nuove architetture – Paolo Fila @giuseppecitteriospa
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Quando si tratta di cloud, insomma, sperimentare e mettere in piedi progetti è sempre positivo. La storia raccontata da Gruppo Hera è sovrapponibile a quella vissuta da Citterio. Partita dai tipici servizi core on premises, ormai da diversi anni – come spiega Paolo Fila, CIO di Giuseppe Citterio Salumificio – procede gradualmente a spostare verso il cloud applicazioni e interi sistemi. A differenza di Gruppo Hera tuttavia, c’è maggiore attenzione alle cosiddette piattaforme, che Citterio tende ancora a mantenere “in casa”. I servizi invece, sono ormai ampiamente sdoganati e pian piano stanno migrando. Il criterio guida fondamentale è l’economicità, che non implica solo l’aspetto dei costi, ma di tutto ciò che circonda il contesto di interazione con le applicazioni, contesto che a sua volta può rendere conveniente la migrazione. «Un esempio riguarda proprio l’edge computing» – continua Fila. «Citterio è composta di molte realtà distribuite e ciascuna di esse necessita di un certo grado di autonomia che può essere spostata verso le nuove architetture. A patto che siano rispettate condizioni, parlo in particolare della connettività, che non sono ancora omogenee a livello nazionale».

SCELTE INDIFFERIBILI

L’esperienza di Miroglio Group ricalca quanto detto dai colleghi. Una strategia cloud è diventata indifferibile perché dettata da un intero contesto che si muove in questa direzione. «Alcune scelte di fatto non le facciamo da soli» – spiega il CIO Francesco Cavarero. «Decidere di non fare certe cose aprioristicamente non si può, è necessario mantenere aperto un ampio campo di opportunità ed essere flessibili. Le soluzioni in SaaS, per esempio, sono ormai proposte o imposte dai grandi nomi sul mercato, sono gli stessi operatori a guidarti. Anzi, chi propone solo software on prem rischia talora di apparire obsoleto». Un punto su cui Miroglio si differenzia è nell’individuazione del punto di partenza. Cavarero sostiene di aver avviato il percorso nel cloud partendo dalle applicazioni core, che sono state fatte migrare in ambienti IaaS. «I primi workload hanno visto il passaggio del sistema ERP e di alcuni servizi core legacy: averli su infrastrutture in cloud mi rende più tranquillo e rende più semplici le scelte future». Il tema dei costi rimane importante – sostiene Cavarero, che preferisce parlare dei benefici piuttosto che di risparmi in senso assoluto. E in questo senso il beneficio principale è la flessibilità. Un terzo elemento – aggiunge Cavarero in conclusione del suo primo intervento – è l’innovazione. «Che si tratti di dati da analizzare o di applicazioni da sviluppare, il cloud è una magnifica occasione di rinnovare i propri approcci. Anche qui, se il tempo è denaro, l’accelerazione che ne possiamo ricavare paga sempre».

Antonio Baldassarra, CEO di Seeweb offre in questo senso l’immediato punto di vista dell’operatore che secondo le testimonianze di Miroglio e Gruppo Hera contribuiscono a impartire al mercato una direzione ben precisa. L’anzianità di servizio di Seeweb, entrata nel mercato dell’hosting tredici anni fa, consente di rivedere tutta la storia di una tecnologia che è sempre stata affrontata in una modalità opportunistica. «Parlare di migrazione è improprio» – spiega Baldassarra. «Il cloud viene preso in considerazione quando c’è un evento scatenante, una specifica necessità di innovare, una specifica linea di business che lo richiede. È vero però che soprattutto per certe soluzioni, fino ad almeno una decina di anni fa il cloud, era in una sorta di “black list”. Oggi, molto meno. L’attenzione alla regolamentazione e alla compliance rimane, ma tutta la questione ha assunto posizioni molto diverse».

VINCOLI PERICOLOSI

Seeweb continua a operare in un ambito prettamente infrastrutturale, sforzandosi di mettere a disposizione del cliente una piattaforma il più possibile interoperabile. «Le nostre dimensioni non ci danno la forza di imporre effetti lock-in» – sottolinea ancora Baldassarra. «E l’attenzione all’interoperabilità deve essere molto elevata». Entrare in ambiti come il SaaS per i clienti può essere disruptive e introduce nuovi livelli di complessità che vanno affrontati. Sono vietati i semplicismi e gli slogan, il cloud non risolve tutti i problemi e gli investimenti devono essere consapevoli. Occorre quindi capacità di istruire e supportare. In una realtà come CRIF, il focus principale sono i servizi che lo specialista delle informazioni sul credito vende in tutto il mondo. Lo sviluppo di queste app e servizi è affidato a una software factory con un migliaio di programmatori – come spiega Carlo Romagnoli, senior director distributed it operations. E la questione “cloud o non cloud” non è neppure sul piatto. «Le nostre sono scelte consapevoli da parte di una istituzione che assicura lo stipendio di cinquemila dipendenti.

La focalizzazione è sul dato, su cui poggiano le nostre applicazioni e il posizionamento di questi dati. La loro accessibilità rappresenta un ulteriore punto di discussione: non posso fare affidamento su un unico cloud, la mia prima necessità è fare in modo che il nostro data lake sia sempre accessibile, con la migliore connettività possibile». Romagnoli riprende anche il tema della velocità, già evocato da suoi colleghi. «L’informatica sta entrando sempre di più nella dimensione del business. La complessità dei servizi che eroghiamo fa sì che il business non possa più muoversi da solo. Ma quando diventi un vero abilitatore, conta soprattutto la velocità della tua azione. Per questo, ritengo che i vantaggi del cloud non si debbano misurare sul piano dei costi, ma della velocità che deriva dal fatto di trovare molte cose già pronte». Quanto al rischio lock-in a proposito del rapporto con i fornitori che assumono un’importanza sempre più strategica, Romagnoli risponde che il rischio c’è come in passato, quando la scelta di un database relazione on prem poteva essere altrettanto vincolante. «Dove è possibile e dove la normativa lo consente, cerchiamo di fare le cose più nuove in cloud, proprio perché questo ci dà la possibilità di acquisire tecnologia già pronta. Bisogna quindi vedere come adeguare le applicazioni, come ricollocare il nostro data lake. Operazioni come il tanto decantato “lift and shift” non sono agevoli, ma gradualmente stiamo portando tutto verso i nuovi paradigmi, facendovi convergere tutte le applicazioni critiche».


#cloud Come occasione per rinnovare i propri approcci – Francesco Cavarero @MiroglioGroup
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PROBLEMI DI CONNESSIONE

Lo sguardo che Luca Rota Caremoli, CIO di ATV – Advanced Technology Valve rivolge al fenomeno cloud computing non può non tener conto del carattere estremamente fisico della produzione di ATV, un’azienda che fornisce al mondo delle infrastrutture petrolifere sofisticate valvole tipicamente utilizzate per l’estrazione sottomarina. «Io sono quello che deve chiedere agli sviluppatori di applicativi in SaaS se esiste una versione on prem» – scherza Caremoli. Le aziende di produzione che rappresentano una quota sostanziale dell’economia del Made in Italy sono spesso situate in distretti dove la continuità e la qualità delle connessioni non possono mai essere date per scontate. «Tutto ciò che non è core e le attività più nascoste al business della produzione – spiega il CIO di ATV –  sono già in cloud, inclusa l’interessante opportunità delle risorse di High Performance Computing utilizzate dai laboratori che studiano la fluidodinamica delle nostre valvole».

Anche in caso di problemi di temporanea indisponibilità di questi servizi – sottolinea Caremoli – la produzione non rischia di fermarsi. Anche per il tipo di managerialità di aziende molto spesso ancora di proprietà familiare, la cultura del cloud computing va continuamente “spiegata”, a partire dai dubbi riguardanti la protezione delle informazioni dagli attacchi. In ambiti come questi, il passaggio al cloud non viene percepito come un’evoluzione scontata e ineluttabile, per quanto possa essere sdoganato il fatto che i sistemi informatici stanno cambiando e continueranno a trascinare un mondo dove l’automazione ha già cancellato la manualità di certe procedure.


#cloud Perché parlare di migrazione è improprio – Antonio Baldassarra @seeweblive
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Con l’intervento di Giovanni Gugliotta, ICT Architecture & Security manager di Consitex Ermenegildo Zegna Group, il tavolo del confronto si allarga ad aspetti più collaterali, che non riguardano solo la tecnologia. Gugliotta afferma di trovarsi in sintonia con la visione del cloud come abilitatore di innovazione e sperimentazione, riconoscendo l’alto grado di maturazione raggiunto, per esempio, dalle applicazioni in SaaS. «Molte di queste soluzioni sono diventate un nuovo standard, in particolare quelle che funzionano in modalità a sé stante e non interagiscono con altri applicativi. Come responsabile della sicurezza, so che posso togliermi un problema spostando quelle applicazioni sul cloud. La mia preoccupazione è che non sempre riusciamo a definire un confine tra le mie responsabilità e quelle dei provider. In questo senso, rimangono ancora molte zone grigie. Anche in modalità SaaS, il dato rimane una mia proprietà, ma che cosa succede quando certe informazioni scatenano problemi esterni all’azienda?». Gugliotta lamenta la difficoltà di manovrare in uno spazio in cui gli operatori obbediscono a policy standard e chiedono ai loro clienti di adattarsi, imponendo di fatto all’intero mercato una sorta di filosofia del “prendere o lasciare”. Per le aziende che consumano tecnologie, il connubio informatico-giuridico è un territorio tutto da esplorare, molto condizionato da una complessità contrattuale capace di mettere alla prova gli uffici legali aziendali.

SPAZI DI INTEGRAZIONE

Tornando alle strategie cloud di Ermenegildo Zegna Group, Gugliotta racconta di una progettualità che si muove soprattutto sull’asse dei servizi IaaS, in chiave più private che pubblica. L’azienda – come spiega il responsabile della sicurezza – sposta i suoi carichi di lavoro verso i server virtuali, mantenendo però un solido legame con il proprio data center on premises, che continua ad avere un ruolo centrale e rappresenta – «il punto dove possiamo risolvere i problemi di integrazione tra le applicazioni». Il data center come spazio di risoluzione dei conflitti rappresenta – secondo Gugliotta – un buon modo di affrontare il problema che caratterizza l’ambiente dei grandi applicativi in SaaS. «Questi applicativi tendono a interagire molto poco. I flussi di comunicazione verso l’esterno sono più agevoli rispetto a quelli che dovrebbero portare le informazioni all’interno delle varie piattaforme applicative. Per questo motivo, è preferibile mantenere on prem quelle che devono dialogare tra di loro».


#cloud Focalizzazione sul dato, interoperabilità e accessibilità continua – Carlo Romagnoli crif.it
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Concludendo il primo round di interventi, Stefano Rossi, territory account manager di Bitdefender propone una utile sintesi dei temi principali emersi, facendo riferimento alla definitiva affermazione del cloud come standard. «Solo pochi anni fa – ricorda Rossi – Forrester rilevava che otto aziende su dieci dicevano no al cloud pubblico a causa dei problemi di sicurezza. Oggi, il discorso è completamente diverso e addirittura si avverte la necessità di avere strategie ibride, multicloud». La tecnologia – prosegue Rossi – consente di garantire allineamento e prossimità delle applicazioni agli obiettivi di business e soprattutto di rilasciare le proprie app sempre più velocemente, anche se queste pur essendo facilmente distribuibili sono anche svincolate dai controlli del passato e sono più difficili da gestire dal punto di vista della cybersecurity. «Da tempo – conclude Rossi – Bitdefender mette in campo soluzioni che consentono di ottimizzare questa gestione e fare preziose analisi di rischio, anche in ambienti IaaS».

Mentre la discussione vira sul tema della governance della trasformazione, Andrea Bonetti di Gruppo Hera rileva che l’arrivo delle architetture ibride contribuisce certamente a fare uscire dalla comfort zone dei silos che rallentano il dialogo tra tecnologia e business, ma comporta, oltre a un effetto moltiplicatore delle competenze necessarie, anche l’esigenza di trovare nuove forme di governo. «Lo stesso vale ad esempio per il monitoraggio delle operazioni IT che non può restare esattamente come on premise. Il change management si fa “forzando”, progressivamente ma assertivamente, l’adozione della tecnologia fino ad arrivare a una mentalità “cloud native”. Il cloud dal punto di vista concettuale è soprattutto il modo di portare quella digitalizzazione e automazione dei processi che ti aspetti quando adotti le sue piattaforme». Gruppo Hera – spiega ancora Bonetti – cerca di mettere insieme team di lavoro misti in grado di sviluppare una visione di IT governance intesa nel suo senso più ampio. Uno di questi gruppi, ironicamente battezzato “genius bar”, in riferimento al servizio di consulenza degli store Apple, (nome oggi modificato nel più istituzionale “digital bar”) è stato per esempio costituito per lo scambio di idee e competenze intorno alla digitalizzazione dei processi e business intelligence mediante applicazioni Microsoft. «Nascono così delle vere e proprie community che hanno lo scopo di “evangelizzare” – afferma Bonetti – il business e metterlo in grado di sfruttare appieno le potenzialità di queste tematiche IT».

DIALOGO ANCORA COMPLESSO

Se Citterio Salumificio non ha sperimentato particolari problemi nell’adozione di certe tecnologie, per esempio quelle per lo smart working e la collaborazione – interviene Paolo Fila – aspetti come la digitalizzazione della fabbrica sono risultati invece molto più complessi da governare proprio a causa della scarsità di competenze. Quando il business si è reso conto dei vantaggi che potevano derivare da una maggiore interconnessione dei sistemi di campo, si è generata la richiesta di un sistema di raccolta e sfruttamento dei dati per la quale è difficile reperire persone competenti. «La convergenza IT/OT conduce a una montagna di problemi collaterali, di sicurezza, di automazione che non si risolvono con una sola figura professionale. Il tema della governance passa anche per questo».

Se individuare risorse fresche è problematico, altrettanto complesso è però il passaggio alternativo della graduale formazione interna, sostenendo quello shift di competenze che consiste nel promuovere l’apprendimento di nozioni e modelli nuovi da parte di figure professionali consolidate. «In CRIF – rileva Carlo Romagnoli – è come costruire un palazzo. Nel modo di approcciare la configurazione di un ambiente multicloud intervengono competenze sui sistemi, ma anche su materie come l’AI, big data e così via. Come si è detto cambia anche l’IT operation, perché ci sono nuovi strumenti di monitoraggio». Si tratta – come osservava Bonetti di Gruppo Hera – «di mescolare gli ambienti, evitando di isolare le competenze, perché il sistema resterà “ibrido” a lungo». L’operazione più complessa – come spiega Romagnoli – è convincere le persone già all’interno delle organizzazioni che il futuro è rappresentato da queste novità, perché sui tradizionali mercati del lavoro si fa fatica a reperire le competenze che servono.


#cloud I confini tra le responsabilità del CISO e del provider – Gugliotta #CONSITEX zegnagroup.com
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La leva del cambiamento interno viene utilizzata anche da un fornitore di servizi cloud come Seeweb. «Nel mondo della conoscenza – interviene Antonio Baldassarra – anche noi siamo dopotutto degli acquirenti. Nel mondo che va verso i nuovi paradigmi – anche se non sono convinto che tutto andrà sul cloud – occorre una metamorfosi delle competenze che saranno sempre meno spinte in senso verticale e sempre più trasversali e su livelli più elevati». A rendere ancora più difficile il problema di come acquisire le conoscenze alla base di una trasformazione digitale ben controllata, c’è il duplice ruolo di provider e di educatore del mercato, svolto da pochi grandi hyperscaler che tendono a creare un effetto lock-in anche sul piano delle competenze». Seeweb – sottolinea Baldassarra – cerca di rispondere attraverso la collaborazione e l’integrazione delle proprie capacità ingegneristiche con quelle dei clienti. «Il fabbisogno del cliente non è solo tecnologico. È necessario soprattutto raggiungere in fretta un certo livello di performance e mantenerlo in esercizio. Noi riusciamo ad accelerare questo processo. Non si può erogare un servizio in cloud senza aiutare il cliente a comporlo».

CARENZA DI PERSONALE

A frenare l’adozione e limitare i benefici – incalza Francesco Cavarero di Miroglio Group – c’è anche la difficoltà del sistema educativo di formare risorse adeguate per numero e competenze e un rapido invecchiamento di skill che non sono più all’altezza degli attuali ritmi di rinnovamento. «Una caratteristica del cloud è richiede un approccio multidisciplinare che sfuma i confini: ad esempio IT e Legal devono confrontarsi su contratti complessi e rigidi, i costi dipendono sempre più da tante scelte tecniche e operative quotidiane. Oggi, un sistemista deve avere contezza di quanto costa accendere o spegnere un servizio, deve saper leggere contratti e fatture. In Miroglio, per esempio, abbiamo costituito un gruppo interdisciplinare che mensilmente analizza questi costi, facendo dialogare tra loro persone di estrazione diversa». Stessa cosa – continua Cavarero – per la barriera tra sistemisti e applicativi, che oggi non può più esistere. Sul delicato rapporto tra cloud computing e competenze, la tavola rotonda diventa incandescente.

Luca Rota Caremoli di ATV, trova una metafora efficace, equiparando la difficoltà nell’individuare persone e ruoli “skillati” al digital divide delle aree prive di capillare presenza di linee di comunicazione. «Il problema della connettività si ritrova nel campo delle risorse umane» – spiega Caremoli. «Devi trovare persone, portarle da te. Noi lavoriamo molto con le scuole locali, e con il Politecnico di Milano, ma oggi non è facile convincere i giovani a entrare in aziende di lavorazione, con i problemi di adattamento anche culturale che un’azienda come ATV può avere nel gestire il personale che arriva da province diverse». Se Gruppo Hera ha il suo “genius bar”, il CIO di ATV promuove da sempre il concetto dei wiki aziendali, utilizzati per affrontare insieme i problemi, accumulando e condividendo il sapere senza creare ridondanze. «Vedo il mio mestiere sempre più come quello di un advisor interno, capace di promuovere una nuova cultura» – afferma Caremoli. Nella dinamica sempre più serrata della discussione cominciano a filtrare molti degli aspetti che erano stati originariamente inseriti in scaletta. Tutti i relatori sono intervenuti sull’evoluzione delle rispettive strategie sui dati, sulla sicurezza, la compliance normativa e sul nuovo tema della sostenibilità che – come sottolineato da Andrea Bonetti di Gruppo Hera – è ormai definitivamente interiorizzato in aziende come la multiutility, e si articola fino a un approccio di digital responsibility sempre più attenta a misurare come le iniziative digitali vadano a impattare su ambiente, economia e ambito sociale. «Per tutti, questa attenzione rappresenta un valore non negoziabile».


#cloud La cultura del cloud va continuamente “spiegata” – Luca Rota Caremoli di atvspa.com
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NUOVE OPPORTUNITÀ DI BUSINESS

A proposito della sicurezza, il dibattito si sofferma sul confronto tra quella che viene percepita come sicurezza intrinseca all’interno dell’offerta applicativa in SaaS, e l’insieme di responsabilità che riguardano il lavoro dei chief security officer nel definire perimetri di protezione non sempre classificabili come “by design”. Carlo Romagnoli di CRIF interviene in rappresentanza di un settore dove sicurezza e rispetto della regole su continuità e affidabilità del business sono addirittura mandatorie, mettendo in evidenza un fondamentale cambiamento prospettico avvenuto in quella che dovrebbe essere la capacità di rispondere a nuove sollecitazioni competitive. «Oggi, i clienti dei servizi CRIF vedono opportunità di business che non esistevano prima. Il mio primo dovere è rispondere alle nuove richieste». Per esempio, la app che ti permette di aprire un conto corrente online in un bar di Bangalore, è un competitor che la banca tradizionale non si sarebbe mai aspettata di dover combattere. E CRIF deve adattarsi al nuovo modo di offrire servizi di tipo bancario al mercato. «Dobbiamo acquisire una mentalità e un modus operandi da startup, continuando a rispettare determinati vincoli di sicurezza e prestazione – osserva Romagnoli – e questo porterà sicuramente alla ricerca di nuovi trade-off nei tempi e nei livelli di performance».


#cloud Spazi di integrazione e gestione del rischio – Stefano Rossi @Bitdefender
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La flessibilità che tutti dobbiamo imparare a far nostra – «tuttavia non equivale a essere disposti ad accettare compromessi, specialmente in materia di cybersecurity» – ammonisce Stefano Rossi di Bitdefender. Secondo l’esperto, la sicurezza informatica sta entrando in un’ottica più “adattativa”. Una sicurezza modulata in funzione di fattori come gli obiettivi di business, la reattività, i tempi di realizzazione e gestione del rischio rappresentato dai diversi scenari di operatività. «Proprio in questa chiave, le nostre soluzioni di protezione sono equipaggiate con strumenti di valutazione dei rischi che assicurano il necessario grado di consapevolezza sulle situazioni che non sono demandate al controllo da parte dei fornitori di servizi cloud». Anche sul tema dei dati si riscontra varietà di vedute molto ampia sia per quanto concerne il trattamento e la valorizzazione, sia per gli aspetti più legati alla tutela della proprietà individuale e della privacy dei clienti. Per esempio, Gruppo Hera viene – secondo Bonetti – da una storia di reporting tradizionale ma ha deciso di innescare un processo ambizioso e sfidante di democratizzazione della fruizione dell’informazione.

«Per non creare inefficienti colli di bottiglia ci siamo ispirati ai principi del data mesh, sviluppando oggetti granulari come i data product (che aggregati creano quelli un tempo avremmo chiamato data mart) governati mediante un vero data marketplace interno, sui cui sono gestiti anche i limiti di accessibilità degli utenti autorizzati alle diverse aree. Su questa area di pubblicazione condivisa i diversi utenti potranno trovare i dati a loro necessari e gestire una sorta di “contrattualizzazione autorizzativa” per l’utilizzo degli stessi finalizzato alle loro esigenze, realizzato utilizzando un set definito di specifici strumenti analitici resi disponibili dalla stessa Data Platform». Approccio abbastanza tradizionale nell’impiego di nuove fonti di dati anche per Citterio, il cui unico pillar è finalizzato a collezionare e leggere informazioni provenienti da centinaia di macchine di produzione, incanalandole in modo più stringente verso i potenziali utenti. «Abbiamo notato che la possibilità di osservare in dettaglio dati che prima non venivano neppure esplicitati – spiega Paolo Fila – può davvero mettere in crisi le idee più consolidate. Il dato disponibile crea disorientamento, ti fa pensare a possibili errori, ti induce a ripensare le cose in modo più critico». È un risultato molto positivo, ma questo ciclo di retroazione che parte dal dato per rivedere il processo che lo ha generato richiederà probabilmente un lungo periodo di metabolizzazione.

BIG DATA E BIG BROTHERS

L’ecosistema dei dati – riconosce Francesco Cavarero di Miroglio Group – è certamente un ambito dove il cloud computing e i modelli PaaS possono avere l’effetto più dirompente su una organizzazione. Non è un caso se due dei famosi grandi player evocati durante il confronto hanno costruito sulla raccolta e lo sfruttamento de dati le loro fortune. «È un tema vitale per un retailer come Miroglio. Come hanno sottolineato altri prima di me, la consapevolezza del dato è qualcosa da costruire tutti insieme». Cavarero aggiunge anche una considerazione più generale a proposito di rispetto delle regole che riguardano, tra l’altro, proprio il trattamento delle informazioni. «Il contesto di concentrazione e dipendenza che si è venuto a creare non ha precedenti, neppure pensando al ruolo che poteva avere IBM negli anni 70» – commenta il CIO di Miroglio Group. «Nei confronti dei big, siamo tutti nani che giocano con giganti che per il momento hanno deciso di essere benevoli. Come europei abbiamo a che fare con soggetti non europei e abbiamo comunque l’ambizione di dettare le regole di una partita che in realtà si gioca altrove. Questo è un tema che a mio parere dovremo prima o poi affrontare sia a livello di aziende sia di istituzioni».

Maggiore è il volume di workload e dati che le aziende ripartiscono attraverso le loro strategie multicloud – commenta Antonio Baldassarra di Seeweb – più grande diventa il problema della dipendenza che prima non c’era. «In passato potevo litigare con i miei fornitori di sistemi informatici ma, a parte i casi di palese violazione, il dato restava nelle mie mani. Nel paradigma del cloud, la disponibilità è invece subordinata al volere del provider». Questo fatto – aggiunge Baldassarra – per Seeweb può essere un punto di forza, attraverso una particolare attenzione alla portabilità e alla “sostituibilità” dei provider ai quali le aziende affidano i loro carichi di lavoro. Quanto alla questione geopolitica sollevata da Francesco Cavarero – «non è del tutto vero che in Europa non sappiamo fare nulla» – risponde Baldassarra. «Ci sono soluzioni mainstream che impattano molto sul mercato ma in Europa abbiamo realtà più piccole che stanno avendo successo in borsa. Da questo punto di vista, il mondo fintech è sempre in ebollizione e oltre a contribuire a colmare i ritardi tecnologici ci aiuta a spingere verso la compliance».

In aziende multinazionali, il problema del rispetto delle normative di privacy esistenti nei diversi Paesi sta diventando un problema molto rilevante. «In Consitex, a meno di interventi da parte di specifiche autorità giudiziarie nazionali – spiega Gugliotta – la legislazione di riferimento rimane quella europea. L’attenzione delle politiche digitali di Ermenegildo Zegna Group è rivolta prioritariamente alla tutela dei dati personali del cliente, mentre per quanto attiene al problema della compromissione dei dati industriali, le percezioni e le priorità possono variare molto a seconda del settore».

A fronte di questa diversità di scopi e di vedute – conclude Stefano Rossi di Bitdefender – la missione di un provider di sicurezza consiste nell’aiutare i clienti a proteggere ma anche a ridurre i rischi di esfiltrazione dei dati, soprattutto attraverso misure di early warning e di costante monitoraggio e intelligence sulle attività svolte dagli attaccanti. «È la regola dell’1-10- 60» – spiega Rossi. «In un minuto devi capire che sta succedendo qualcosa. In dieci devi poter escludere i falsi positivi. E nel giro di un’ora aver messo in atto la tua remediation».

 

 

 

 

Foto di Gabriele Sandrini


Point of View

Intervista a Stefano Rossi territory account manager di Bitdefender: L’arma della visibilità

Intervista ad Antonio Baldassarra CEO di Seeweb: Il cloud a misura di cliente

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L’arma della visibilità https://www.datamanager.it/2022/10/larma-della-visibilita/ Thu, 13 Oct 2022 09:21:00 +0000 https://www.datamanager.it/?p=221583 Dallo specialista di endpoint protection, la tecnologia che aiuta a prevenire i quattro fattori di rischio fuori e dentro il cloud Su una ventennale esperienza vissuta sul fronte avanzato della protezione degli endpoint, Bitdefender ha basato un approccio alla sicurezza che mescola diversi ingredienti – strumenti antimalware, analisi automatica del rischio, riduzione della superficie di attacco […]

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Dallo specialista di endpoint protection, la tecnologia che aiuta a prevenire i quattro fattori di rischio fuori e dentro il cloud

Su una ventennale esperienza vissuta sul fronte avanzato della protezione degli endpoint, Bitdefender ha basato un approccio alla sicurezza che mescola diversi ingredienti – strumenti antimalware, analisi automatica del rischio, riduzione della superficie di attacco – per offrire alla moderna infrastruttura ibrida un’arma fondamentale: poter osservare gli eventi e rimediare le inevitabili falle. Fuori e dentro il cloud. Stefano Rossi, territory account manager di Bitdefender ripercorre le tappe evolutive dell’azienda, oggi ben allineata ai contesti di trasformazione che emergono dalla tavola rotonda sul cloud computing.

Come ridurre l’esposizione agli attacchi

«Fondata nel 2001 in Romania, con focus esclusivo sul software antivirus, Bitdefender ha sempre spinto sull’innovazione, sviluppando nel tempo un’offerta globale di Extended Detection and Response che coniuga gli aspetti della protezione, del rilevamento e della risposta» – spiega Rossi. «L’obiettivo della soluzione GravityZone è di proteggere tutto ciò che in una organizzazione può avere capacità computazionale: server fisici e virtuali, client, dispositivi mobili, fino ad arrivare alle attuali esigenze dell’IoT. Ma al tempo stesso, di intercettare gli eventi topici nelle reti, nelle applicazioni, nella gestione delle identità, nel traffico da e verso il data center o il cloud. In una azienda complessa, per esempio, del settore manifatturiero, il concetto di security by design dei nuovi sistemi è difficile da conciliare con la tutela dell’IT e OT di tipo legacy». Il 50% dei 1800 dipendenti di Bitdefender è impegnato nell’R&D e nello sviluppo di software e servizi di intelligence che compongono una piattaforma molto modulare. «GravityZone – continua Rossi – consente di aggiungere passo dopo passo le feature di interesse per i responsabili della sicurezza, sulla base del principio per cui ancor prima di proteggere e sorvegliare, è importante ridurre al minimo l’esposizione agli attacchi predisponendo al meglio la propria infrastruttura».


#Cloud Errori, vulnerabilità, persone, analisi. Come gestire le 4 dimensioni del rischio – @Bitdefender
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Le quattro dimensioni del rischio

GravityZone include un potente motore di valutazione dinamica del rischio, che viene misurato in quattro diverse dimensioni. La prima riguarda il controllo di ben 200 parametri di “misconfiguration”, cioè di quanto l’impostazione dell’infrastruttura si discosta dalle best practice delle aziende più sicure. La seconda considera le vulnerabilità delle applicazioni, in funzione della presenza di aggiornamenti di sicurezza. Il terzo elemento del cruscotto del rischio è il comportamento delle persone, delle password utilizzate e così via. «Il quarto coefficiente – spiega Rossi – viene dalle nostre attività di threat analysis modulata sul settore di appartenenza dell’azienda da proteggere». Una specie di redditometro applicato al rischio in cybersecurity. Intorno a GravityZone, laboratori e SOC di Bitdefender realizzano infine un’ulteriore rete di sicurezza fatta di servizi gestiti che spesso vanno a integrare conoscenze e competenze dei clienti. Quando non puoi contare sulla sicurezza intrinseca di un applicativo SaaS, è difficile affrontare da soli l’insidiosa complessità delle infrastrutture virtuali.

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Il cloud a misura di cliente https://www.datamanager.it/2022/10/il-cloud-a-misura-di-cliente/ Thu, 13 Oct 2022 09:20:54 +0000 https://www.datamanager.it/?p=221546 Seeweb si contraddistingue con una offerta avanzata e capace di adattarsi alle esigenze reali delle imprese italiane. Non viceversa La storia quasi trentennale di Seeweb percorre tutte le tappe della connettività Internet per le imprese, dai pionieristici “point of presence” della prima generazione degli ISP alle iniziali formule di hosting e co-location fino alla maturità arrivata […]

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Seeweb si contraddistingue con una offerta avanzata e capace di adattarsi alle esigenze reali delle imprese italiane. Non viceversa

La storia quasi trentennale di Seeweb percorre tutte le tappe della connettività Internet per le imprese, dai pionieristici “point of presence” della prima generazione degli ISP alle iniziali formule di hosting e co-location fino alla maturità arrivata con l’acquisizione di Cubecom (la startup fondata da Elserino Piol) e all’attuale offerta di servizi cloud ispirato al modello importato dai big americani.

L’azienda di Frosinone opera all’interno di un gruppo quotato in Borsa, DHH Holding, frutto di una fase di espansione in Italia, nelle nazioni emergenti dell’est Europa e nella Svizzera Italiana, avvenuta nel corso degli ultimi sette anni. Con una presenza diretta nel MIX di Milano e nel NaMeX di Roma, la missione di Seeweb oggi è di portare alle imprese italiane un cloud più adatto alle loro sensibilità, un’alternativa sostenibile e poco invasiva rispetto alla forza dirompente degli operatori globali.

Crescita, non colonizzazione

«Abbiamo un’esigenza di riconoscibilità rispetto ai grandi player» – spiega il CEO Antonio Baldassarra. «Uno degli elementi è la facilità di integrazione, legata alla presenza capillare dei nostri data center a livello nazionale e alla capacità di adattarci alle modalità ibride, che mescolano risorse on prem e cloud. Riusciamo a essere vincenti in virtù della nostra capacità di fare osmosi di conoscenze, tecnologie, motivazioni. Il cloud è un futuro di crescita, non colonizzazione».

Insieme al non indifferente problema del peso contrattuale e “geopolitico” (vedi il conflitto tra cloud “americano” ed “europeo”) dei cosiddetti hyperscaler, la discussione sul cloud ha messo in evidenza l’enorme questione delle competenze. «La filiera di queste competenze procede necessariamente dal player come Seeweb verso il basso» – continua Baldassarra. «È normale che sia così, siamo una realtà economica che rivende conoscenze tecnologiche tese ad acquisire clienti. Peccato che il punto di vista di questi ultimi sia radicalmente diverso: il cliente cerca opportunità e soluzioni ai propri problemi». Il segreto sta quindi nell’avere competenze che possano essere adattate ai suoi bisogni, non viceversa.


Il #cloud è un futuro di crescita, non colonizzazione – Antonio Baldassarra CEO di @seeweblive
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Prossimità culturale e tecnologica

Attraverso il cloud computing si ripropone in termini rovesciati quella che era stata la rivoluzione informatica iniziata dai mainframe (anch’essi “divulgati” da pochi big che controllavano le conoscenze in materia) e proseguita, in contrapposizione alla rigidità dei grandi elaboratori, con l’informatica distribuita e le reti di personal computer. «Ma questo ha a sua volta generato entropia, spingendoci oggi a ritornare alla centralizzazione e al consolidamento per mezzo del cloud, con molta standardizzazione in più» – spiega Baldassarra. In questa nuova ricerca di centralità, Seeweb cerca di inserirsi, con una offerta pensata per l’impresa italiana, negli spazi di opportunità che le Big Tech, interessate a imporre i loro cataloghi complessi e sterminati, lasciano inevitabilmente aperti. Alla prossimità anche culturale con il cliente, Seeweb aggiunge la presenza in alcuni settori di innovazione che qualificano ulteriormente l’offerta. Uno di questi, l’ambito dei servizi di High Performance Computing erogati in cloud, è stato espressamente citato dagli interlocutori della tavola rotonda, dimostrando quanto possa essere elevato, nel bacino delle PMI italiane, il potenziale di mercato di questo erede della generazione degli ISP.

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Network security, reti aziendali nel mirino https://www.datamanager.it/2022/10/network-security-reti-aziendali-nel-mirino/ Mon, 10 Oct 2022 09:00:07 +0000 https://www.datamanager.it/?p=221871 Superfici d’attacco più estese e rischio in continua crescita. La sicurezza delle reti aziendali diventa sempre più una priorità di business. Nuove architetture per integrare funzioni di prevenzione e difesa dall’Identity all’Edge, grazie al binomio AI e machine learning È oramai accertato – dati alla mano, ma anche a fronte della nostra stessa esperienza quotidiana […]

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Superfici d’attacco più estese e rischio in continua crescita. La sicurezza delle reti aziendali diventa sempre più una priorità di business. Nuove architetture per integrare funzioni di prevenzione e difesa dall’Identity all’Edge, grazie al binomio AI e machine learning

È oramai accertato – dati alla mano, ma anche a fronte della nostra stessa esperienza quotidiana personale – che i casi di attacchi e incidenti informatici, oltre che le violazioni della privacy, sono in fortissimo aumento. La pandemia prima e la situazione di crisi internazionale legata al conflitto bellico in Ucraina poi hanno accelerato un trend che comunque era già in forte ascesa. Secondo gli esperti, il primo trimestre 2022 è stato il peggiore degli ultimi due anni in Italia. Quello che preoccupa è soprattutto il maggior grado di sofisticazione del codice malevolo, che sempre più spesso utilizza tecniche avanzate di intelligenza artificiale. Come difenderci allora con maggiore efficacia? Come farlo, in particolare, sulle reti enterprise, che sono oramai il vero cuore pulsante di quasi tutte le aziende e delle pubbliche amministrazioni? Proviamo ad analizzare questo delicato tema con il coinvolgimento di alcuni importanti vendor del settore, oltre che con il contributo rilevante degli analisti di IDC Italia e di CLUSIT. Facciamolo ponendo loro alcune domande chiave.

LA SITUAZIONE IN ITALIA

Il mercato dei sistemi e delle soluzioni di network security nel 2021 si è attestato intorno ai 190 milioni di euro, con un crescita prevista di oltre 235 milioni di euro entro il 2025, sostenuta dall’incremento delle vendite di sistemi e soluzioni firewall/UTM e VPN. Particolarmente interessante, è la vista differenziata che IDC ci offre sul settore pubblico rispetto a quello privato. «Nel settore pubblico con lo smart working si è ampliata l’area d’attacco alle reti e ai dispositivi dei singoli lavoratori» – spiega Daniela Rao, senior research and consulting director di IDC Italia. Come già rilevato da AgID attraverso il Censimento del Patrimonio ICT della PA, molte infrastrutture della PA risultano prive dei requisiti di sicurezza e di affidabilità necessari e, inoltre, sono carenti sotto il profilo strutturale e organizzativo. La strategia per l’ammodernamento dei sistemi della PA è stata delineata nel Piano Triennale per l’Informatica nella Pubblica Amministrazione 2021/2023. Nel delineare il processo di razionalizzazione delle infrastrutture è necessario considerare che, nel settembre 2021, il Dipartimento per la Trasformazione Digitale e l’Agenzia per la cybersicurezza nazionale hanno pubblicato il documento di indirizzo strategico sul cloud intitolato “Strategia Cloud Italia”. Da tale strategia è nato il Polo Strategico Nazionale (società costituita da TIM, Leonardo, CDP, Sogei) che vedrà il collaudo dell’infrastruttura entro fine anno, per ottenere la tranche di finanziamento da 900 milioni del PNRR e quindi la migrazione delle PA in perimetro entro metà 2023.

«In questo scenario – continua Daniela Rao – è probabile che la spesa dei sistemi e delle soluzioni di network security nel settore pubblico crescerà a una velocità maggiore rispetto alle imprese private. Nel settore privato, le imprese italiane adotteranno un approccio alla sicurezza delle reti incentrato sull’identità e sulla progressiva “cloudificazione” di applicazioni, servizi e infrastrutture basato su quattro obiettivi. Il primo è quello di integrare tecnologie di sicurezza nuove e preesistenti in unica piattaforma, perché l’innovazione è non sostenibile in un tradizionale approccio “a silos”. Il secondo di sviluppare la gestione dell’identità in tutto il ciclo di vita dell’accesso. La gestione delle identità degli utenti deve diventare il punto centrale delle policy di rete e di sicurezza. Il terzo obiettivo è di proteggere le applicazioni con strumenti adeguati alla natura distribuita del cloud. Le difese attive delle applicazioni aziendali devono essere aggiornate continuamente per corrispondere alla scalabilità e alla natura distribuita del web e del cloud. E in infine, il quarto consiste nell’estendere la protezione all’Edge. Le applicazioni sono sempre più spesso implementate e utilizzate al di fuori del data center centrale. È necessario estendere le protezioni dagli ambienti IT legacy all’Edge e ovunque risiedano le applicazioni aziendali».


#reti #security Spesa in crescita. PA e imprese private a confronto – Daniela Rao @idcitaly
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DA DOVE COMINICIARE

Secondo Claudio Telmon che fa parte del comitato direttivo di CLUSIT, l’associazione Italiana per la sicurezza informatica, il forte aumento degli attacchi informatici degli ultimi anni è un fenomeno comprensibile poiché – spiega l’esperto di cybersecurity – «è un effetto collaterale della digitalizzazione, perché lo spostamento delle attività e delle risorse di maggiore valore attrae l’attenzione dei criminali informatici. Inoltre, la normativa vigente richiede sempre più la notifica di incidenti. Tuttavia, le violazioni che diventano di dominio pubblico sono per la maggior parte di tipo ransomware. Rimangono per gran parte non conteggiati gli incidenti che mirano alla raccolta silenziosa di informazioni, come per esempio quelli legati allo spionaggio industriale o alla raccolta di informazioni riservate da pubbliche amministrazioni». La sensibilità al tema delle aziende italiane è aumentata molto, ma in modo disomogeneo per quanto riguarda l’efficacia nella capacità di tutelarsi. «Mentre alcune aziende hanno ormai adottato gli strumenti fondamentali per proteggere i propri sistemi e le proprie informazioni, molte altre scontano la poca attenzione al tema data in passato» – continua Telmon. Il problema non è tanto l’acquisizione di strumenti sofisticati, quanto l’adozione delle soluzioni più di base, la cui assenza si vede in occasione degli incidenti: «Aggiornamento dei sistemi, segregazione fra reti, gestione protetta dei backup, adozione di un processo di gestione incidenti che possa rilevare e contenere gli attacchi. Proprio sulla rilevazione degli incidenti, strumenti che facciano anche uso di meccanismi di machine learning possono essere particolarmente efficaci. Per la maggior parte delle aziende – suggerisce Telmon – è preferibile utilizzare servizi di monitoraggio esternalizzati, per trarre vantaggio da queste nuove tecnologie che difficilmente riuscirebbero a sfruttare in autonomia. L’adozione delle buone pratiche già note da tempo nel campo della sicurezza permette alle aziende di proteggersi efficacemente anche da minacce dotate di funzionalità di intelligenza artificiale, che comunque non sembrano ancora diffuse e non sono per ora il primo punto di attenzione per le aziende italiane».


#reti #security Spionaggio industriale e violazioni nella PA per gran parte non conteggiati – Telmon @Clusit
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LA COMPLESSITÀ AUMENTA

La digital transformation delle infrastrutture IT ha risposto e sta rispondendo alle esigenze del Business in maniera sempre più flessibile e completa. «Ma al contempo ha portato maggiore complessità ed esposizione agli attacchi informatici» – spiega Fabrizio Tosi, sales account executive Italy, Greece, Malta and Cyprus di EfficientIP. EfficientIP è distribuito da Westcon Italia. «Il malware tende a prendere di mira Paesi che hanno grande diffusione dal punto di vista linguistico. I criminali informatici si sono concentrati sugli obiettivi in lingua inglese. Quindi l’Italia è stata fortunata in passato» – commenta Marc Lueck, EMEA CISO di Zscaler. «Man mano che le minacce informatiche diventano sempre più sofisticate e si arricchiscono di nuove funzionalità, la lingua diventa sempre meno una barriera, di conseguenza anche l’italiano è stato incluso nel portafoglio dei criminali, con la conseguenza che il nostro Paese ora è preso di mira allo stesso modo di altri». L’Italia però ha un problema in più – spiega il CISO di Zscaler: «È composta principalmente da medie imprese che si trovano spesso nella posizione peggiore, perché da un lato non dispongono delle risorse per investire a tutela della propria sicurezza informatica, e dall’altro sono un bersaglio attraente per gli hacker dal punto di vista finanziario».


#reti #security Il protocollo DNS, tra i vettori di attacco più utilizzati – Fabrizio Tosi #EfficientIP #WestconItalia
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COME DIFENDERSI MEGLIO

Di che cosa hanno bisogno le organizzazioni per difendersi meglio? Secondo Daniela Rao di IDC Italia le principali esigenze delle imprese italiane nei confronti di system integrator e vendor sono tre: maggiore conoscenza e visibilità sulle nuove piattaforme, la priorità all’integrazione rispetto alla convergenza e le partnership tecnologiche che possono riempire rapidamente le lacune esistenti. «Nuove tecnologie come cloud, multicloud, cloud ibrido, container e serverless – spiega Daniela Rao –hanno introdotto lacune di visibilità e controllo che ostacolano gli sforzi di sicurezza, anche se sono emersi contemporaneamente una serie di nuovi prodotti di sicurezza per affrontare questi nuovi ambienti e tecnologie.  I criminali informatici stanno impiegando malware sempre più sofisticato, di conseguenza è necessaria una profonda integrazione in un’ampia gamma di punti di controllo e visibilità della sicurezza per prevenire le violazioni dei dati. I fornitori di sicurezza in grado di integrare un ampio portafoglio di soluzioni di sicurezza all’avanguardia saranno in grado di aiutare i clienti a evitare costosi attacchi informatici. L’attenzione attorno al Secure Access Service Edge (SASE) è iniziato nel 2020 e ha raggiunto un crescendo nel 2021. Tuttavia, tale concetto stenta a decollare poiché richiede l’integrazione tra i team di rete e i team di sicurezza, che troppo spesso sono organizzazioni che hanno obiettivi tra loro molto diversi».


#reti #security Medie imprese, bersaglio per gli hacker ma poche risorse da investire – Marc Lueck @zscaler
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Governare la complessità della rete aziendale è una delle più grandi sfide che i responsabili IT devono affrontare su base quotidiana. «Le politiche di BYOD e i processi di trasformazione digitale in atto in tutti gli ambienti produttivi hanno avuto un effetto espansivo sul perimetro aziendale» – mette in evidenzia Maurizio Erbani, direttore Generale di Bludis. «Il numero di dispositivi e account che possono connettersi a una rete è aumentato in maniera considerevole, rendendo l’intero ecosistema estremamente più complesso da controllare. È quindi necessario fondarsi sul concetto di “new work”, quella indispensabile necessità di lavorare da qualsiasi luogo e in qualsiasi momento. Per farlo, occorre trasferire il concetto di Zero Trust Network Access al mondo del lavoro mobile: non fidarsi di un dispositivo o di un utente fino a quando quest’ultimo non viene autenticato. Proprio per questo, lo ZTNA deve costituire una componente chiave per la sicurezza IT del futuro». Se i dati che circolano sulle reti, sia nel settore pubblico che in quello privato, sono sempre di più e sempre più critici, allora tutto questo ha bisogno di un adeguato piano di sicurezza. «Gli attacchi informatici sono sempre più sofisticati e avanzati e di conseguenza le barriere di sicurezza lo devono essere altrettanto» – afferma Fabrizio Tosi di EfficientIP/Westcon Italia. La cybersecurity in azienda non può essere vista come insieme di soluzioni tecnologiche di protezione, ma deve essere affrontata e gestita in maniera organica con strategie e processi in grado di portare alla realizzazione di un programma strutturato.

«Il percorso che ogni azienda dovrebbe seguire va dalla governance alla compliance e passa attraverso l’adozione di soluzioni tecnologiche per raggiungere gli obiettivi prefissati, rendendo consapevoli gli utenti aziendali dei rischi e delle minacce a cui si va incontro mentre si utilizzano gli strumenti informatici» – spiega Cosimo Rizzo, system integrator director di NovaNext. «La sicurezza informatica è una corsa senza fine con accelerazioni continue. Gli attacchi informatici aumentano sia in termini di volume che di sofisticatezza. Mentre gli strumenti adottati diventano rapidamente obsoleti. L’intelligenza artificiale e l’apprendimento automatico sono potenti tecnologie ormai necessarie per rispondere agli attacchi informatici perché consentono alle organizzazioni di rispondere più rapidamente alle violazioni e di migliorare l’accuratezza e l’efficienza dei cyber analisti» – continua Rizzo. «Per contrastare gli attacchi più sofisticati guidati a loro volta dall’intelligenza artificiale e da altre capacità avanzate, le organizzazioni dovrebbero cercare di automatizzare il più possibile alcune attività routinarie del SOC come il reporting o la gestione di identità e accessi, utilizzando l’intelligenza artificiale e l’apprendimento automatico per stare al passo, in particolare con i cambiamenti dei modelli di attacco. Occorre infine tener presente che gli stessi sistemi di intelligenza artificiale sono potenziali bersagli degli hacker».


#reti #security Come governare la complessità della rete aziendale – Maurizio Erbani @Bludis_it
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Marc Lueck di Zscaler ci ricorda che le minacce informatiche non rispettano alcun confine organizzativo, IT o OT. «Anche una strategia di sicurezza completa non può rispettare questi confini e molte aziende continuano a concentrarsi sulla protezione dei dipendenti con soluzioni single e non integrate, dimenticando che i criminali informatici possono trovare vulnerabilità e configurazioni malfatte ovunque, per poi muoversi lateralmente attraverso l’ambiente, una volta che sono riusciti a entrarvi. Il principio Zero Trust non deve quindi essere applicato solo ai dipendenti, ma anche all’intero ambiente, compresi tutti i carichi di lavoro e le loro interazioni. Anche in questo caso, deve valere il principio che non si può concedere alcuna fiducia preventiva prima che l’accesso sia convalidato e autenticato. Ciò richiede una visione molto più dettagliata dell’ambiente IT di quanto molte aziende dispongano al momento».

MINACCE SEMPRE PIÙ INTELLIGENTI

Attacchi sempre più veloci e subdoli. Quali sono le nuove minacce e i nuovi metodi di attacco che sfruttano l’intelligenza artificiale per minare la sicurezza delle reti aziendali? L’hacker stereotipato che lavora da solo non è più la minaccia principale, secondo Fernando De Vivo, cybersecurity SOC team manager Cybersec Competence Center di Axians Italia. «Oggi, il cyberhacking è un’impresa multimiliardaria completa di gerarchie e budget di ricerca e sviluppo. Gli aggressori utilizzano strumenti avanzati come l’intelligenza artificiale, l’apprendimento automatico e l’automazione. Nel corso dei prossimi anni, saranno in grado di accelerare, da settimane a giorni o ore, il ciclo di vita dell’attacco end-to-end, dalla ricognizione allo sfruttamento. Per esempio, Emotet è una forma avanzata di malware che prende di mira in particolare le banche, sfruttando tecniche avanzate di intelligenza artificiale e apprendimento automatico. Nel 2020, Emotet ha utilizzato un processo automatizzato per inviare e-mail di phishing contestualizzate e alcune legate alle comunicazioni relative al COVID-19». Per Maurizio Erbani di Bludis, il fine ultimo dell’utilizzo dell’intelligenza artificiale negli attacchi informatici è quello di emulare quanto più fedelmente possibile il comportamento umano. «Questo avviene perché è più semplice rispondere a qualcosa di schematico e conosciuto, rispetto a qualcosa che si adatta e cambia come il cervello umano». Un esempio lampante sono i deepfake, manipolazioni di video per diffondere fake news. «Ma ne esistono di molto più subdoli che i tradizionali sistemi di difesa non riescono ad arginare» – continua Erbani. «E che hanno tutti lo stesso concetto alla base: imparare ad aggirare le difese approcciandosi ad esse in maniera sempre diversa. Ancora una volta, forse l’unica via per proteggere la propria impresa è quella di verificare costantemente chi sta dietro a un’azione che coinvolge la rete aziendale. Qui la filosofia Zero Trust – che si basa sul non fidarsi solo delle apparenze – è la risposta più competitiva e completa per controllare tutto ciò che ci circonda, che siano hacker tradizionali o attacchi basati sull’AI».


#reti #security Una corsa senza fine con accelerazioni continue – Cosimo Rizzo @NovaNextItalia
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Uno dei vettori di attacco più utilizzati è il protocollo DNS sia perché aperto sia perché pervasivo nella rete. «Recenti studi di analisti parlano di percettuali intorno al 90% dell’utilizzo del DNS almeno in una delle fasi dell’attacco» – spiega Fabrizio Tosi di EfficientIP / Westcon Italia. «Quindi occorre fare attenzione a questo canale di comunicazione e farlo in maniera completa, utilizzando soluzioni che conoscono il protocollo e che quindi possano intercettare anche azioni malevole ancora sconosciute attraverso l’analisi comportamentale». Con i progressi fatti dall’intelligenza artificiale, era solo questione di tempo prima che gli hacker adottassero questa tecnologia per sviluppare attacchi più efficaci e difficili da individuare. «Prendiamo per esempio gli antivirus» – sottolinea Lorenzo Colombo, technical manager di GCI System Integrator. «Grazie all’intelligenza artificiale riescono ad andare oltre la semplice verifica della signature di un file e analizzano comportamenti sospetti. D’altro canto, virus potenziati con l’intelligenza artificiale possono eludere questi check, cambiando le caratteristiche dell’attacco. Un secondo esempio lo troviamo nei malware che effettuano connessioni command-and-control. Disconnettendo da Internet la rete sotto attacco, andremo a impedire al malware di ricevere istruzioni. Tuttavia, in caso di malware potenziati con l’intelligenza artificiale, potrebbero riuscire a raggiungere lo scopo senza ricevere un controllo diretto da remoto». Per Marc Lueck di Zscaler, più che l’intelligenza artificiale, i criminali informatici utilizzano l’automazione per operare con estrema rapidità e per passare inosservati. «Potrebbero avere un backend di intelligenza artificiale per determinare il percorso migliore per arrivare alla monetizzazione, ma nella fase iniziale di ricognizione, l’automazione aiuta i criminali informatici a valutare le diverse opportunità per violare un’azienda. Pertanto, stanno “pacchettizzando” il malware in un’unica minaccia in grado di decidere e stabilire la strada migliore per raggiungere l’obiettivo».


#reti #security Come rispondere a minacce sempre più intelligenti – Fernando De Vivo @Axians_Italia
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L’AI COME ARMA DI DIFESA

Come e con quali tecniche, l’intelligenza artificiale può venirci in aiuto proprio come arma di rilevamento e risposta prima e dopo un attacco? Per Daniela Rao di IDC Italia, il prerequisito fondamentale affinché le organizzazioni sviluppino, distribuiscano e utilizzino i sistemi di intelligenza artificiale è l’affidabilità. «L’attenzione maggiore è concentrata sulla privacy, sulle preoccupazioni etiche e di equità, sull’impatto sulla società e sulla misura in cui l’AI dovrebbe essere regolamentata, mentre si presta poca attenzione alla sicurezza dei sistemi di AI. Questi sistemi presentano lo stesso rischio di vulnerabilità e di configurazioni errate dei tradizionali sistemi IT basati sui dati. Gli approcci tradizionali alla sicurezza sono essenziali, ma da soli non forniscono una copertura sufficiente nel panorama delle minacce dell’AI. Pertanto, le pratiche di sicurezza devono adattarsi per garantire che l’infrastruttura dell’AI sia sufficientemente robusta per essere resilienti e conformi alle normative». Le tecniche di intelligenza artificiale possono aiutare a prevenire e a rispondere con successo gli attacchi informatici. «I SOC possono automatizzare i carichi di lavoro ripetitivi come i controlli sulle identità e sugli accessi ai sistemi automatizzando anche tutta la reportistica relativa all’attività di monitoraggio» – spiega Fernando De Vivo di Axians Italia. «E l’automazione deve avere un approccio basato sul rischio. Le decisioni di automazione dovrebbero essere basate su valutazione del rischio e segmentazione per garantire che ulteriori vulnerabilità non vengano create inavvertitamente. Il binomio AI e machine learning offre una soluzione a cui non si può rinunciare per contenere gli attacchi. Le tecniche di AI sono di valido aiuto al contrasto dei ransomware supportando l’automazione nella gestione degli incidenti e il machine learning permette di analizzare grandi quantità di dati soprattutto nell’attività di intelligence».

Un altro fattore importante per le soluzioni di sicurezza è la velocità di azione e la successiva capacità di condivisione e correlazione dell’attività in una logica di ecosistema. «Intercettare e mitigare un attacco informatico è fondamentale, ma altrettanto importante sono le fasi successive di remediation e risoluzione del problema» – osserva Fabrizio Tosi di EfficientIP / Westcon Italia. «La soluzione EfficientIP DNS Guardian riesce a intercettare comportamenti anomali nel traffico DNS a livello di rete, per essere una delle prime barriera di difesa e poi condividere il tutto via connettori API con l’ecosistema in rete». Uno dei principali cyber-risk di un’organizzazione è pensare che essi non esistano. «L’altro – spiega Fabio Luciani, R&D manager di S3K – è convincersi di non essere vulnerabili per la quantità di azioni e tecnologie difensive e preventive introdotte. «Il primo contributo che cerchiamo di offrire ai nostri clienti come S3K – continua Luciani – è sicuramente migliorare la loro visione e cyber-security posture. Le superfici di attacco odierno di un’azienda sono enormi: crescono i dispositivi connessi e i vettori di attacco sono nell’ordine delle centinaia. Ne consegue, che la quantità di dati da analizzare con finalità di sicurezza informatica non si configura più come un human-scale problem. Per questo, risulta decisivo disporre di sistemi di intelligenza artificiale perfettamente integrati nei propri SOC e negli strumenti SOAR. Sono disponibili e ingegnerizzabili in produzione sempre più modelli AI, che se correttamente allenati, sono in grado di identificare in near real-time correlazioni e nuovi pattern, analizzando milioni di segnali provenienti da qualsiasi fonte di vulnerabilità aziendale. Il risultato è un nuovo strato di cyber intelligence aziendale generato dalla collaborazione uomo-macchina, che supporta l’operatività dei team umani dedicati alla cyber security in molteplici aree. Nell’IT Asset Inventory, per esempio, l’intelligenza artificiale può aiutare l’automatizzazione congiunta del processo inventariale e della misurazione dinamica dei livelli di criticità per tutti i device, utenti e applicazioni aziendali». Secondo Marc Lueck di Zscaler – «il punto di forza dell’intelligenza artificiale è la capacità di prendere decisioni simili a quelle umane su dati che l’uomo normalmente non può vedere, a una velocità e su una scala molto più elevate di quelle di un uomo. L’intelligenza artificiale è davvero in grado di formulare ipotesi del tipo: sembra un malware, si comporta come un malware, quindi deve essere un malware».


#reti #security Automazione e revisione per prevenire gli attacchi – Lorenzo Colombo #GCISystemIntegrator
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COME PREVENIRE GLI ATTACCHI

Come strutturare operazioni di intelligence sulla base di un approccio proattivo? Per Lorenzo Colombo di GCI System Integrator, le piattaforme più evolute di intelligenza artificiale collezionano i dati presenti in una rete e, in genere, più questa azione è capillare, minori saranno le zone cieche della rete. Risulta fondamentale, quindi, capire in quali zone effettuare tale collezione. «Queste piattaforme, oltre a un periodo di autoapprendimento, necessitano di una revisione periodica da parte dell’uomo, per imparare a riconoscere comportamenti normali da comportamenti anomali. È importante l’analisi periodica di tali piattaforme, che possono dare informazioni fondamentali su attacchi non ancora conclusi, come per esempio un malware che ha collezionato i dati, ma non li ha ancora esportati sul server dell’hacker». Automazione, supervisione e revisione contribuiscono a rendere queste piattaforme affidabili. «EfficientIP SOLIDServer è la soluzione completa DDI, con i tre servizi critici di rete DNS, DHCP, IPAM integrati fra di loro e con il resto dell’infrastruttura, per permettere una completa automazione, e ridurre al minimo l’intervento manuale. Inoltre, il repository di informazioni di infrastruttura che si forma, grazie ai servizi erogati e ai tool di discovery, offre una visibilità unica ai servizi di gestione (NOC e SOC) e permette di velocizzare le operazioni di remediation» – ci dice Fabrizio Tosi di EfficientIP / Westcon Italia. Le aziende non devono aspettare che un attacco causi dei danni – come spiega Marc Lueck di Zscaler – ma devono individuare le minacce prima. «Le aziende dovrebbero implementare tecnologie di ricerca attiva delle minacce in grado di individuare anche le tracce più infinitesimali che i criminali informatici lasciano all’interno delle infrastrutture. E queste capacità investigative possono essere arricchite con l’aiuto dell’automazione per riconoscere quando un hacker ha preso piede e inizia a muoversi attraverso la rete. Per evitare questo tipo di movimento laterale all’interno dell’ambiente di un’azienda, i microtunnel, basati su un modello di accesso per utente e per applicazione della sicurezza Zero Trust, aiutano ad aumentare le difese proattive».


#reti #security Uno dei principali cyber-risk è pensare che non esistano – Fabio Luciani @S3K_SpA
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CONCLUSIONE

Qualche giorno fa, ho trovato in rete un pensiero di autore sconosciuto che a me è piaciuto molto: “Gli attacchi informatici sono come disastri naturali. Non c’è modo di impedire a un uragano di colpire la tua città, ma puoi sicuramente prepararti”. Credo che queste parole ben si adattino come sintesi conclusiva di questo servizio.  Anche se so che non è affatto facile, non ci resta che rimboccarci le maniche e affrontare con determinazione questo infinito teatro di “guardie e ladri”.

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ToolsGroup, come gestire la sfida della supply chain https://www.datamanager.it/2022/10/toolsgroup-come-gestire-la-sfida-della-supply-chain/ Mon, 10 Oct 2022 08:08:24 +0000 https://www.datamanager.it/?p=221672 Soluzioni basate sull’intelligenza artificiale e una cabina di pilotaggio avanzata a regia umana per rispondere alle esigenze di business continuity e ottimizzazione operativa dei retailer nel contesto di una supply chain globale sempre più frammentata Inflazione, recessione, eventi geopolitici problematici costringono la supply chain a fare i conti con interruzioni, ritardi e disagi. Il problema […]

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Soluzioni basate sull’intelligenza artificiale e una cabina di pilotaggio avanzata a regia umana per rispondere alle esigenze di business continuity e ottimizzazione operativa dei retailer nel contesto di una supply chain globale sempre più frammentata

Inflazione, recessione, eventi geopolitici problematici costringono la supply chain a fare i conti con interruzioni, ritardi e disagi. Il problema energetico è molto sentito perché l’energia è la fonte primaria di movimentazione sia all’interno di un impianto produttivo sia nelle attività di trasporto della merce. Lo scenario in cui, oggi, i supply chain leader devono confrontarsi ogni giorno è complesso. Di tutto questo è consapevole ToolsGroup, realtà che, grazie a soluzioni basate sull’intelligenza artificiale, ha l’obiettivo di aiutare retailer, produttori e distributori a superare i problemi e le incertezze di mercato che impattano sulla supply chain. «Parlare di eccellenza operativa nella supply chain non basta, bisogna lavorare in sinergia con l’area commerciale, per essere fonte di innovazione» – afferma Mauro Adorno, vice president Global Alliances and Indirect Sales di ToolsGroup. «La supply chain si porta dietro una struttura di costo, che deve essere flessibile e agile affinché le attività di business siano vincenti. Ai giorni nostri, decisioni politiche internazionali possono influire sulla riuscita delle attività. E di conseguenza, la pianificazione attingendo a dati e informazioni in tempo reale è fondamentale per elaborare scenari che integrano quanto è previsto nel piano produttivo o di delivery di alcuni componenti con quanto dipende da decisioni esterne, come blocco del gas o bollette dal costo elevato». I sistemi software devono essere connessi in tempo reale per supportare il processo decisionale, contribuendo al miglioramento e all’ottimizzazione di tutti i processi di pianificazione legati alla supply chain, che deve essere organizzata in modo flessibile, per reagire con prontezza in caso di variazioni o perturbazioni inattese.

«Quando parliamo di riscaldamento globale, di pressione sulle aziende per la sostenibilità, di aumento dei costi energetici, tutto si complica, anche in rapporto alla marginalità» – prosegue Adorno. «Il supply chain manager deve avvalersi di persone competenti. La ”human-centric digital automation”, che porta l’essere umano a essere parte integrante del processo, si allaccia al tema dell’intelligenza artificiale. Se i dati sono molto variabili, anche un valido sistema predittivo di machine learning non riesce a essere affidabile al 100%. In questi casi, la componente umana diventa fondamentale ma essendo la diffusione di informazioni elevata, quanti lavorano in ambito supply chain devono essere supportati da una “cabina di pilotaggio” avanzata. Su un aereo molte attività sono automatizzate grazie ai sistemi informatici di bordo, ma è il team che gestisce il veicolo in volo a prendere decisioni importanti e impreviste. Questo deve avvenire anche nell’area supply chain».


#retail Il chief supply chain officer supportato dall’AI come gestore dell’ecosistema @ToolsGroupItaly
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Persone e sistemi evoluti

La complessità della supply chain deve essere gestita da persone supportate da sistemi informatici evoluti, con una forte componente di intelligenza artificiale. «Innanzitutto – spiega Adorno – è necessario disporre di sistemi informativi che consentano decisioni operative in automatico per molti dei processi necessari a far funzionare la macchina produttiva e l’intera supply chain. Accanto ai processi gestibili con strumenti evoluti basati su intelligenza artificiale, ce ne sono altri che devono essere gestiti dal team di supply chain management». Sarà il sistema informativo stesso a segnalare ai responsabili della supply chain quali sono gli eventi eccezionali a cui prestare attenzione, perché la decisione che si sta prendendo ha un livello di rischio elevato. «Alcune aziende – continua Adorno – si basano ancora su fogli Excel aggiornati quotidianamente con dati presi dall’ERP e da altri sistemi informativi e creano predizioni con algoritmi basici. Questo perché si è data priorità a modernizzare l’ERP senza prestare attenzione alla pianificazione della supply chain. La crisi sistemica ha accelerato i processi di digitalizzazione, e anche gli investimenti in tecnologie evolute in area Supply Chain ne hanno tratto beneficio. Collezionare dati in un cloud, in un data lake, permette a un secondo sistema dotato di intelligenza artificiale di interpretare milioni di dati e trovare informazioni utili, che saranno rese disponibili al team supply chain che interverrà per un cambio di rotta qualora necessario».

Sostenibilità e sinergia

Nell’Agenda della sostenibilità, rientra l’impatto che ogni azienda ha in termini di carbon foot print. «Questo tema – dichiara Adorno – è sempre più importante anche per i consumatori, che non vedono di buon occhio chi non ha un rapporto ecofriendly con l’ambiente. Il chief supply chain officer (CSCO) è oggi sempre più anche un gestore dell’ecosistema, inteso come il sistema in cui l’azienda performa sul proprio mercato di riferimento. Anche nei CEO è cresciuta la consapevolezza dell’importanza della ecosostenibilità, che dipende sia da come è costruito il prodotto sia da come è distribuito lungo la supply chain».  Secondo Adorno, puntare sulla human centric digital automation consente di lavorare meglio. Essere umano e macchina lavorano in sinergia affinché la supply chain possa stabilizzarsi a fronte di perturbazioni esterne.

«Come fornitori di software – dichiara il vice president di ToolsGroup – abbiamo una forte responsabilità. Dobbiamo innovare per rendere le aziende clienti sempre più competitive. Stiamo anche tracciando lo scenario che riguarderà la supply chain entro i prossimi 10 anni. Lo stiamo facendo in collaborazione con società di consulenza e partners, cercheremo di sviluppare una visione condivisa, che sarà presentata anche in un white paper che renderemo disponibile anche a clienti e prospect. Vogliamo individuare le sfide che bisogna fronteggiare per adeguare il nostro piano di business a quanto serve per rimanere competitivi in uno scenario di difficile interpretazione, che potrebbe caratterizzarsi per un’economia globale fortemente condizionata dai recenti avvenimenti geopolitici».


#retail Energia, domanda, sostenibilità. Pianificazione realtime per reagire ai cambiamenti @ToolsGroupItaly
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Continuare a crescere

In questo momento, ToolsGroup è in una fase di transizione. L’ingresso del fondo di investimento Accel-KKR, la ridefinizione degli obiettivi strategici, la nomina di Inna Kuznetsova nel ruolo di CEO, al posto di Joseph Shamir, che rimane nel consiglio di amministrazione e mantiene l’incarico di consulente del fondo di investimento Accel-KKR, sono tra gli elementi che hanno caratterizzato gli ultimi mesi. Il 2022 è un anno di riorganizzazione, anche in seguito all’acquisizione del ramo demand management di Mi9 Retail. «Ci stiamo focalizzando su priorità di business anche a livello geografico, per essere efficienti e usare le risorse disponibili in azienda nel modo migliore» – spiega Adorno. «Per il 2023, abbiamo l’obiettivo di partire con forte scalabilità e accelerazione una volta adeguati i processi, l’organizzazione, e il modello di business. Il 2023 sarà l’anno del retail. Nel Nord America abbiamo già molti clienti. L’obiettivo è accelerare in EMEA e nell’area APAC, non solo nel settore retail ma anche manufacturing.

Abbiamo due verticali, Industry, dedicato all’area Industrial Aftermarket, e Retail, dedicato, in particolare, a fashion, e-commerce, omni-channel. Queste due linee di prodotto nel 2023 saranno integrate, perché l’obiettivo è di avere un prodotto unico che serva  i diversi settori, lavorando sulla scelta di moduli e parametri. L’attività di ricerca e sviluppo, in questa direzione, proseguirà nel 2023. Nel 2023, lavoreremo sull’ottimizzazione anche per favorire la crescita del gruppo dove all’organizzazione globale, alla forte focalizzazione in termini di obiettivi, alla standardizzazione di processi e prodotti si aggiunge anche un investimento in area risorse umane. Abbiamo rinforzato il team con un nuovo chief people officer, vogliamo favorire la formazione di persone di talento per poter contare su una squadra di eccellenza, valorizzando anche la creatività. Continuremo a dare importanza all’ecosostenibilità e alla crescita per acquisizioni, per un’offerta più completa ed efficiente».

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Sanità Digitale, ecosistema phygital e data-driven https://www.datamanager.it/2022/10/sanita-digitale-ecosistema-phygital-e-data-driven/ Mon, 10 Oct 2022 08:00:53 +0000 https://www.datamanager.it/?p=221675 Digital Health Tech, mercato in crescita del 27,7% all’anno fino al 2030. Dispositivi IoMT +15.9%. Il PNRR accelera l’innovazione del parco tecnologico ospedaliero, la digitalizzazione del Servizio sanitario nazionale e gli investimenti in ricerca e formazione del personale sanitario Facciamo il punto sulle novità nella Sanità Digitale, fuori (si spera definitivamente) dall’emergenza pandemica e vediamo […]

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Digital Health Tech, mercato in crescita del 27,7% all’anno fino al 2030. Dispositivi IoMT +15.9%. Il PNRR accelera l’innovazione del parco tecnologico ospedaliero, la digitalizzazione del Servizio sanitario nazionale e gli investimenti in ricerca e formazione del personale sanitario

Facciamo il punto sulle novità nella Sanità Digitale, fuori (si spera definitivamente) dall’emergenza pandemica e vediamo alcuni casi di applicazione di intelligenza artificiale e telemedicina in realtà ospedaliere e farmaceutiche del nostro Paese. La pandemia negli ultimi due anni e mezzo ha reso evidente che per funzionare al meglio i sistemi sanitari devono basarsi su una sanità più moderna e più digitale, con cure personalizzate. Per questo, negli ultimi due anni c’è stata una notevole accelerazione nella crescita del mercato globale della Digital Health Tech, che comprende sistemi informativi sanitari, telemedicina e dispositivi mobili: nel 2021, il settore ha toccato quota 175,6 miliardi di dollari, quest’anno arriverà a 216,7 miliardi di dollari (+23%) e nel 2030 dovrebbe arrivare a quota 1,5 trilioni di dollari nel 2030, con un incremento annuo del 27,7%. Il mercato europeo della Salute Digitale, il secondo più grande al mondo dopo quello degli Stati Uniti, ha raggiunto 41 miliardi di dollari, in aumento del 412% rispetto agli 8 miliardi di dollari del 2015. Sono dati presenti in uno studio dello scorso giugno di Klecha & Co, investment bank paneuropea specializzata nei settori tech. Secondo Fabiola Pellegrini, partner di Klecha & Co, la pandemia ha accelerato un trend di sviluppo già in atto nella Digital Health Tech, settore che registrerà un’ulteriore importante crescita nei prossimi cinque anni. «Molti investitori, soprattutto all’estero, stanno investendo sia in realtà strutturate sia in startup che cambieranno il mondo della medicina: solo nel 2020, il venture capital ha puntato su queste ultime oltre quattro miliardi di dollari. L’innovazione continuerà quindi a trasformare il settore e a renderlo più efficiente. Di fronte alla crescente digitalizzazione, andrà posta particolare attenzione sia agli sviluppi regolamentari che dovranno tutelare la corretta gestione della riservatezza e sicurezza dei dati, sia al necessario incremento della cybersecurity, ambito sempre più centrale per qualunque attività, pubblica e privata».

In Italia, secondo l’Osservatorio Sanità Digitale della School of Management del Politecnico di Milano, la spesa per la Sanità Digitale ha toccato lo scorso anno quota 1,69 miliardi di euro, 12,5% in più rispetto al 2020. Nei prossimi anni, questa cifra aumenterà sensibilmente, grazie agli investimenti previsti dal PNRR e dal PNC (Piano nazionale per gli investimenti complementari), destinati a migliorare la capacità di risposta della sanità pubblica ai bisogni di cura dei cittadini e alle loro esigenze. Complessivamente, le risorse straordinarie superano i 20 miliardi di euro: un’occasione unica e irripetibile non solo perché investire in sanità tutela la salute, ma anche per innovare l’assistenza sanitaria in Italia e ridurre il gap che ancora esiste con il resto d’Europa. Tra le aree di intervento previste ci sono l’innovazione del parco tecnologico ospedaliero, la digitalizzazione del Servizio sanitario nazionale, gli investimenti in ricerca e formazione del personale sanitario. «L’esperienza degli ultimi due anni e mezzo ci ha insegnato che la medicina digitale è la naturale evoluzione della medicina analogica, non la sua alternativa» – spiega Graziella Billotta, CEO di Pagine Mediche. «Non bisogna considerare pioniere o innovatore chi parla di televisita o teleconsulto del paziente. Si deve riconoscere invece che anche la salute, come tanta parte della nostra vita, risente della costante evoluzione tecnologica che contraddistingue la nostra epoca».


#DigitalHealth Telemedicina e phygital per un nuovo modello di cura integrato e connesso
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VERSO UN NUOVO MODELLO DI CURA

La pandemia ha certamente aggravato sfide preesistenti quali la difficoltà di gestione delle sempre più diffuse malattie croniche, il rapido invecchiamento della popolazione, gli ingenti costi e le pressioni che insistono sulla forza lavoro delle aziende sanitarie. Pertanto, nell’affrontare tali sfide, il Sistema sanitario italiano sta approcciando un nuovo modello di cura integrato e connesso per garantire resilienza e sostenibilità nel lungo termine. «Se negli ultimi due anni si è assistito a un’accelerazione digitale della Sanità, oggi le aziende sanitarie italiane, similmente a quelle di gran parte dei Paesi europei, si stanno focalizzando sul consolidamento delle best practices per l’innovazione digitale» – spiega Adriana Allocato, research manager, Health Insights di IDC Europe. «Queste best practices riguardano il modo in cui le aziende pianificano e sviluppano l’innovazione a supporto delle loro priorità strategiche. Sono le esigenze e i bisogni del Sistema sanitario a determinare lo sviluppo di strumenti e prodotti digitali per migliorare la qualità delle cure erogate, le esperienze di pazienti e clinici, ma anche per ottimizzare l’efficienza operativa. In particolare, la strategia digitale nel Sistema sanitario italiano, così come similmente nel resto d’Europa, si sta sviluppando su diverse dimensioni: pazienti, forza lavoro, ecosistemi, uso intelligente dei dati, infrastrutture moderne». Secondo i dati di IDC, per quanto riguarda i pazienti, migliorare l’esperienza e il coinvolgimento rappresenta una delle priorità principali per il 60% delle aziende sanitarie italiane. Le soluzioni di digital front door offrono nuove opportunità per ridisegnare l’esperienza del paziente attraverso modelli innovativi di erogazione delle cure e tecnologie digitalmente abilitanti. Passando alla forza lavoro, lo stress fisico ed emotivo a cui sono stati sottoposti i professionisti della sanità negli ultimi anni ha fortemente alimentato un incremento degli investimenti per la gestione del personale e un miglioramento della loro esperienza.

«Tali investimenti – continua Adriana Allocato – sono attualmente indirizzati verso soluzioni che favoriscono la collaborazione intelligente tra professionisti e l’automazione dei processi per rinforzare produttività ed esperienza del personale. Rispetto agli ecosistemi, le best practices dell’innovazione digitale includono anche il modello di approvvigionamento, che resta fortemente connesso all’esistenza di ecosistemi per la condivisione dei dati, delle competenze e delle soluzioni». La ricerca di IDC ha rilevato che il 70% delle aziende sanitarie in Italia è entrata a far parte di hub innovativi e centri di ricerca di eccellenza proprio per favorire lo sviluppo di un ecosistema della sanità digitale. L’accesso a dati accurati e aggiornati rappresenta un fattore critico per l’erogazione delle cure. La pandemia lo ha dimostrato. «Ricorrere ai dati per pianificare l’utilizzo delle risorse o tracciare i pazienti aiuta a comprendere l’evoluzione dei fenomeni e a gestirli meglio» – spiega l’analista di IDC. «Gli investimenti in tecnologie basate sull’intelligenza artificiale favoriscono lo sviluppo di un sistema sanitario data-driven». Infine, le infrastrutture moderne: «Il 50% delle aziende sanitarie italiane ha già investito in soluzioni di telemedicina o sanità virtuale. Ma affinché apportino i benefici sperati, queste soluzioni richiedono una infrastruttura IT a supporto che sia affidabile, scalabile e performante. Un’infrastruttura moderna, principalmente ibrida e multicloud, dovrà essere in grado di gestire e conservare i dati da fonti diverse e allo stesso tempo fornirne una visione integrata. In questo modo, le aziende potranno ridurre i costi operativi e migliorare la qualità delle cure erogate».


#DigitalHealth Un ecosistema per garantire resilienza, sostenibilità e migliore gestione delle risorse
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DATABASE CENTRALIZZATI

Le strutture sanitarie grazie alla digital transformation hanno l’opportunità di adottare servizi e soluzioni in grado di abilitare l’approccio data-driven. La pandemia ha messo al primo posto l’analisi dei dati, spingendo medici e personale sanitario a prendere molte decisioni in tempo reale. Non a caso, uno degli obiettivi del PNRR è il potenziamento del Fascicolo sanitario elettronico (FSE), che conterrà tutta la storia clinica del paziente e aiuterà le ASL a effettuare analisi di dati clinici per migliorare i servizi erogati, la velocità e la qualità della diagnosi. In questo modo, si possono creare percorsi terapeutici con trattamenti più mirati e più efficaci: nelle aziende la raccolta dei dati in un solo sistema elimina inefficienze e riduce i costi, nel settore sanitario permette anche di migliorare le cure e può salvare delle vite. L’ASL Roma 6, azienda che svolge le proprie attività in un territorio con 21 comuni (aree geografiche: Castelli Romani e  litorale laziale dal comune di Pomezia a quello di Nettuno), sei presidi ospedalieri e una popolazione di circa 560mila abitanti, si è dotata di un sistema unico dove vengono raccolte tutte le informazioni cliniche e sanitarie dell’assistito, accessibili alle diverse figure coinvolte nel processo ospedaliero di cura del paziente. Grazie a questo sistema, si sono raggiunti diversi obiettivi: l’interoperabilità sia interna sia esterna all’azienda, il monitoraggio dei processi, l’aumento della qualità del servizio erogato dalle strutture. Inoltre, è aumentata la velocità di scambio e di accesso ai dati, con una riduzione dei tempi legati alla comunicazione e trasmissione delle informazioni sui pazienti ospedalieri, e si sono ridotti i problemi di comunicazione tra i professionisti sanitari coinvolti, relativamente a informazioni sul percorso clinico, diagnostico e assistenziale del paziente. L’applicazione, utilizzabile da PC e tablet, permette di avere accesso ai dati anagrafici e al diario clinico del paziente; di prescrivere e monitorare la terapia; di fare richieste di consulenze, gestire i trasporti e i trasferimenti dei pazienti; di archiviare la documentazione amministrativa e gestire la modulistica. Il software è integrato con il Laboratorio di Analisi, con il Laboratorio di Anatomia Patologica e con la Radiologia, e consente l’accesso al Dossier Sanitario Elettronico Aziendale. L’applicativo è oggi utilizzato da circa 1.500 utenti, in tutti i cento reparti dei sei presidi ospedalieri.

BIG DATA E RICERCA FARMACEUTICA

La raccolta dati è indispensabile anche nell’industria farmaceutica. Lo sa bene Dompé Farmaceutici, da sempre impegnata nella ricerca scientifica per lo sviluppo di farmaci innovativi per migliorare lo stato di salute dell’uomo. La progettazione e lo sviluppo dei farmaci sono due processi che devono tenere conto della sicurezza delle molecole. Gli strumenti di analisi predittiva sono fondamentali per la predizione della tossicità e degli effetti collaterali – come ci spiegano Andrea Beccari, head of R&D Platforms & Services e Anna Fava, senior software engineer di Dompè Farmaceutici. «Quanto meglio e quanto prima si riescono a fare tali analisi predittive tanto prima arrivano sul mercato i farmaci che servono ai pazienti. Si sta quindi andando verso la medicina predittiva, per capire anticipatamente quale popolazione risponde a quale farmaco» – spiegano in Dompè. «La sfida è raccogliere e utilizzare i dati per la modellazione quantitativa delle patologie in ottica predittiva, indispensabile per patologie complesse e sistemiche come quelle legate all’oncologia, alla cardiologia, all’immunologia ed alle malattie metaboliche. Ad oggi, non abbiamo il livello di conoscenze e il livello di modellazione necessari per gestire questo tipo di complessità». Il futuro è legato alla raccolta e alla gestione di open data: «Dove esiste un approccio di open data, esiste anche un concetto di ecosistema». Il progetto Exscalate4Cov, un riferimento in Europa per contrastare il Coronavirus con il supercalcolo, ha enfatizzato il valore degli ecosistemi. «Per una realtà come Dompé Farmaceutici, media azienda nel mercato farmaceutico, l’ecosistema è l’unica via per poter rimanere competitiva in una industria che annovera player completamente diversi per dimensione e capacità. A breve partirà, una nuova iniziativa che coinvolge Dompè Farmaceutici assieme a una trentina di realtà in Europa, il cui obiettivo è riposizionare tutti i farmaci a livello europeo».


#DigitalHealth Mercato dell’IoMT in crescita. Italia al primo posto in Europa per l’adozione di dispositivi
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AI E INTERNET OF MEDICAL THINGS

I dispositivi IoMT (Internet of Medical Things) avranno un ruolo sempre più centrale nel settore sanitario. Secondo Precedence Research, il mercato globale dell’IoMT raggiungerà 172,4 miliardi di dollari entro il 2030, con una crescita annua del 15.9%. In tale ambito, nel report di Klecha si legge che l’Italia è il primo Paese in Europa per adozione di tali dispositivi, il terzo a livello globale dopo Stati Uniti e Australia. I dispositivi medici indossabili sono sempre più diffusi e forniscono ai medici informazioni approfondite sulla condizione di salute dei pazienti. L’IoMT consente alle persone di utilizzare i tracker per raccogliere dati in tempo reale e tenere monitorate le condizioni. Non solo: soluzioni di AI permettono di creare ambienti sensorizzati nelle abitazioni di anziani e pazienti cronici, che permettono il monitoraggio continuo delle condizioni di salute e rilevare in anticipo eventuali peggioramenti. Si possono rilevare tempestivamente circostanze preoccupanti, segnalate tramite notifiche e alert, ma è anche possibile valutare nel medio e lungo termine comportamenti che richiedono un intervento specifico, prima che diventino critici. Per i più fragili, possono essere organizzati servizi assistenziali su misura, che garantiscono la possibilità di condurre una vita più autonoma, sicura e attiva, scaricando nel contempo la pressione sul sistema sanitario tradizionale e garantendo la tranquillità dei familiari.

Nel settore sanitario, l’AI ha diverse altre applicazioni. Già durante la pandemia ha registrato importanti progressi nei sistemi di riconoscimento facciale o nello screening termico, fondamentale per rilevare eventuali persone sintomatiche, e ha contribuito in modo significativo allo sviluppo rapido dei vaccini. Assieme ai Big Data, le soluzioni di AI stanno via via trasformando il modo in cui viene fornita l’assistenza sanitaria. Questi strumenti possono analizzare i dati presenti nelle organizzazioni sanitarie (cartelle cliniche, immagini, reclami), confrontandoli con i dati sulla popolazione e con gli studi clinici, e scoprire correlazioni e informazioni che senza questi strumenti gli operatori umani non potrebbero trovare. Così le organizzazioni sanitarie possono utilizzare algoritmi per prendere decisioni aziendali e cliniche più accurate, migliorando l’efficienza e la qualità dell’esperienza di cura e di accesso. Secondo Klecha & Co, questa tecnologia diventerà parte integrante della relazione e dell’esperienza terapeutica dei pazienti attraverso l’uso di device comuni come smartphone e assistenti personali virtuali. Il paziente si sentirà maggiormente coinvolto in tutte le fasi di cura, tanto che anche la scelta della struttura a cui rivolgersi potrà essere influenzata dalla disponibilità di tecnologie avanzate di AI. Non si tratta di aspettare anni, diverse realtà hanno integrato funzionalità di intelligenza artificiale nei loro processi standard. Nel caso dell’IRCSS Istituto Clinico Humanitas, l’AI si è dimostrata una valida alleata nella prevenzione dei tumori del colon e del retto, il secondo tumore più frequente in Italia dopo il cancro alla mammella. Gli algoritmi di AI, infatti, permettono una maggiore precisione nell’identificazione di polipi durante la colonscopia, migliorando il tasso di identificazione delle lesioni del colon del 44%. L’esecuzione di colonscopie e screening con l’ausilio dell’AI è associata, da un lato, alla riduzione dell’incidenza dei tumori del colon dell’8,4% e dall’altro al risparmio economico di 57 dollari a persona, grazie alla riduzione dei costi di terapia legata alla maggiore prevenzione. Sono i risultati di uno studio condotto proprio da Humanitas in collaborazione con l’Università di Oslo. Tuttavia, gli strumenti utilizzati non si sostituiscono allo specialista, né agli esami di laboratorio ma integrano le capacità di diagnosi, riducendo il rischio umano di non vedere lesioni sospette. Humanitas è all’avanguardia in questo campo: lo scorso anno l’agenzia americana FDA ha valutato la sicurezza e l’efficacia di GI Genius, il dispositivo endoscopico basato su intelligenza artificiale applicata alla colonscopia, attraverso uno studio tutto italiano, coordinato da IRCSS Istituto Clinico Humanitas con la partecipazione degli ospedali Regina Margherita di Roma e Valduce di Como. Lo studio è stato condotto su 700 pazienti di età compresa tra 40 e 80 anni che si sottoponevano a una colonscopia per lo screening o alla sorveglianza del cancro colon-rettale, a seguito di sangue nelle feci o sintomi gastrointestinali. In Humanitas, oggi tutte le colonscopie (sia in SSN sia private) sono realizzate con questo sistema.


#DigitalHealth Il 70% delle aziende sanitarie in Italia è partner di hub innovativi e centri di ricerca
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TELEMEDICINA E AUTISMO

Due anni e mezzo fa, nel nostro Paese l’inizio della pandemia ha coinciso con una crescita nell’utilizzo dei servizi di telemedicina che ha facilitato la collaborazione tra i professionisti e garantito continuità di cura e assistenza ai pazienti. Prima dell’emergenza, il livello di utilizzo della telemedicina superava di poco il 10%. Durante l’emergenza, ha superato il 30% per molte applicazioni. Lo scorso anno, l’utilizzo della telemedicina da parte dei medici è calato significativamente, ma è ancora superiore a prima della pandemia. «La riduzione nei livelli di utilizzo della telemedicina da parte dei medici va colto come il segnale dell’esigenza di un’innovazione più strutturale, un passaggio a un modello nel quale questa non rappresenti più una soluzione di emergenza, ma un’opportunità per migliorare il sistema di cura» – spiega Cristina Masella, responsabile scientifico dell’Osservatorio Sanità Digitale. «Questo cambiamento di modello deve ancora essere concretizzato. Per medici e infermieri le attività di telemedicina spesso costituiscono un’aggiunta in termini di tempo a quelle tradizionali». Grazie all’aiuto della telemedicina, Regione Lombardia ha approvato il Piano Operativo Autismo che prevede un raccordo sempre più stretto e supportato dalla telemedicina tra i servizi di cure primarie, coinvolgendo i pediatri di libera scelta e quelli specialistici di neuropsichiatria infantile. Il tutto finalizzato a costruire quella rete di cura che è elemento cruciale per accompagnare nel miglior modo possibile lo sviluppo dei bambini affetti da autismo in tutte le fasi: dalla diagnosi precoce alla tempestiva presa in carico clinica. In Italia si stima che un bambino su 77 nella fascia tra i 7 e 9 anni soffra del Disturbo dello Spettro Autistico (ASD). Sebbene i primi campanelli d’allarme dell’ASD si manifestino già a 18 mesi di vita, l’età media per ricevere una diagnosi clinica spesso supera i 36 mesi. La piattaforma WIN4ASD, sviluppata dai ricercatori dell’IRCSS Eugenio Medea sul territorio regionale, è una prima esperienza di telemedicina a supporto della integrazione ospedale-territorio, espressamente pensata per i bisogni dei bambini con disturbi neuropsichici. WIN4ASD intercetta bisogni su più fronti: per il pediatra è uno strumento gratuito per lo screening e la formazione specifica; per le neuropsichiatrie infantili consente di intercettare i soggetti a rischio precocemente; per il paziente consente la tempestività della diagnosi, già nei primi 18 mesi, e a cascata una maggiore efficacia degli interventi riabilitativi e un miglioramento della qualità della vita; per il Sistema sanitario nazionale garantisce una maggiore efficienza del servizio, prevenzione e promozione della salute. La piattaforma è stata estesa a tutte le ATS della Regione Lombardia, con 1.250 pediatri già registrati.

FARMACIE COME HUB DI SERVIZI

Nonostante il recente calo nel suo utilizzo, nel nostro Paese l’interesse per la Telemedicina rimane molto alto. Secondo l’Osservatorio Sanità Digitale, oltre la metà di medici e infermieri e l’80% dei pazienti vorrebbero utilizzare questi servizi anche in futuro. Le farmacie territoriali potrebbero avere un ruolo rilevante di spinta alla diffusione di questi servizi. L’indagine rivolta ai titolari e responsabili di farmacia, svolta in collaborazione con Doxa Pharma, ha fatto emergere che già nella metà dei casi, le farmacie offrono servizi di telecardiologia e dichiarano interesse anche per l’erogazione di altri servizi di telemedicina, come per esempio la teledermatologia. Secondo l’Osservatorio del Politecnico di Milano, il servizio di telemedicina più utilizzato è il teleconsulto con medici specialisti (47% degli specialisti e 39% dei medici di medicina generale), che raccoglie l’interesse di 8 medici su 10 per il futuro. Seguono, in termini di utilizzo durante l’emergenza, la televisita (39% degli specialisti e dei MMG) e il telemonitoraggio (28% e 43%). In Italia, quindi, l’utilizzo della telemedicina dovrebbe tornare a crescere in breve tempo, secondo le tendenze del mercato globale. Negli Stati Uniti, nell’ultimo anno, secondo i dati di Klecha & Co, la telemedicina ha raggiunto un valore di 62,4 miliardi di dollari. Gli esperti prevedono che crescerà a un CAGR del 36,5% dal 2022 al 2028, raggiungendo un valore di mercato pari a 577 miliardi di dollari.

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La vera anima tecnologica del retail https://www.datamanager.it/2022/10/la-vera-anima-tecnologica-del-retail/ Fri, 07 Oct 2022 12:27:51 +0000 https://www.datamanager.it/?p=221562 Stiamo vivendo un periodo di grande trasformazione e quindi estremamente interessante per le imprese che si preoccupano di portare sul mercato soluzioni digitali per lo sviluppo del business. Nel mondo della distribuzione alimentare, a quelle che sono da sempre le parole chiave come loyalty, promozioni, attenzione al consumatore e logistica efficiente, se ne affiancano delle […]

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Stiamo vivendo un periodo di grande trasformazione e quindi estremamente interessante per le imprese che si preoccupano di portare sul mercato soluzioni digitali per lo sviluppo del business.

Nel mondo della distribuzione alimentare, a quelle che sono da sempre le parole chiave come loyalty, promozioni, attenzione al consumatore e logistica efficiente, se ne affiancano delle nuove come phygital, supply chain integration, analisi previsionali, pricing dinamici e molte altre ancora. È evidente che queste nuove esigenze richiedono strumenti appropriati ma soprattutto una flessibilità importante, competenze e figure professionali in alcuni casi mai esistite, e anche difficilmente reperibili sul mercato, che finiscono per modificare l’organizzazione stessa e i precedenti equilibri. L’attenzione massima deve essere posta quindi alle persone, che sono il cuore del cambiamento ancora prima delle soluzioni tecnologiche da adottare.

Da sempre nel commercio il ruolo del cliente è fondamentale, tanto da garantirgli la più appropriata costumer experience che è cambiata in maniera significativa nel corso del tempo. Da quando anche l’online è entrato prepotentemente nel mondo retail, si è cercato di adottare soluzioni che da una parte rendessero più semplice il processo di acquisto, dall’altro consentissero al consumatore di sentirsi unico nella sua relazione con il marchio. L’esclusività nel rapporto è diventata elemento essenziale per garantirsi la fedeltà del cliente. Per fare questo spesso si sono introdotti dei cambiamenti importanti nella gestione dei processi ordinari, nuovi strumenti e tecnologie accattivanti. Il tema che forse è stato inizialmente trascurato è quello dell’impatto che tutto questo potesse avere sulle persone all’interno dell’organizzazione sia in termini di responsabilità e ruoli, che di conoscenza e preparazione, oltre che di carichi di lavoro.


#retail Innovare i processi operativi mettendo al centro persone e tecnologie – Ennio Comini AD di #DiTech
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Per questa ragione – oggi – molte imprese hanno avviato anche dei percorsi strutturati formativi per riuscire a superare velocemente gli eventuali gap di conoscenza introdotti, per agevolare l’acquisizione delle competenze necessarie e soprattutto per recuperare nuova energia e motivazione dai propri addetti, che si traduce immediatamente in nuova linfa nella relazione con i consumatori.

Si sta facendo molto anche in termini di nuovi strumenti da utilizzare, che velocizzino le attività ordinarie e consentano di concentrarsi maggiormente sugli obiettivi di business. In sintesi, per un ottimale B2C, bisogna sicuramente concentrarsi anche sul B2B, tanto che sempre più spesso si parla di mirroring fra la customer experience e la employee satisfaction. Sciolto questo nodo cruciale, l’innovazione viene in forte aiuto a supporto delle esigenze che il mercato dichiara sia in termini di semplificazioni delle attività che di velocizzazione, e diventa fattore abilitante per il cambiamento. L’introduzione di tecnologie mirate, di fatto, implementa un vantaggio competitivo, in una arena competitiva sempre più agguerrita.

Fra le soluzioni più interessanti sicuramente un occhio di attenzione deve essere posto per quelli che sono gli ambiti dell’intelligenza artificiale e computer vision. Con strumenti dotati di queste funzionalità di fatto è possibile lavorare con migliore accuratezza al patrimonio informativo delle imprese, correlando dati endogeni a dati esogeni, rendendo possibile analisi predittive che pongono le basi per una data strategy efficace. In questo modo è possibile portare avanti una reale trasformazione digitale caratterizzata dal cambiamento dei processi operativi e supportata dalla tecnologia.

Ennio Comini, amministratore delegato di Di.Tech

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Nuovi timonieri digitali https://www.datamanager.it/2022/10/nuovi-timonieri-digitali/ Fri, 07 Oct 2022 12:25:16 +0000 https://www.datamanager.it/?p=221774 Con l’uscita di questo numero di Data Manager, i risultati elettorali saranno ormai consolidati e la procedura di formazione del nuovo governo avviata verso una risoluzione urgente in vista delle scadenze finanziarie che il nuovo Parlamento dovrà rispettare. In una campagna elettorale deludente sul piano della concretezza e dei contenuti – complice certamente la ristrettezza […]

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Con l’uscita di questo numero di Data Manager, i risultati elettorali saranno ormai consolidati e la procedura di formazione del nuovo governo avviata verso una risoluzione urgente in vista delle scadenze finanziarie che il nuovo Parlamento dovrà rispettare.

In una campagna elettorale deludente sul piano della concretezza e dei contenuti – complice certamente la ristrettezza dei tempi e un quadro internazionale a dir poco ansiogeno – non è stato dato molto spazio all’innovazione tecnologica e alla sostenibilità.

La fondamentale questione energetica viene giocoforza affrontata con molto affanno, vista la situazione sul fronte dell’approvvigionamento di risorse fossili sì, ma ancora di importanza esistenziali. Sembra essersi concentrato proprio su questo l’ultima parte del lavoro svolto dal ministro per la Transizione ecologica Stefano Cingolani, che nei suoi ultimi interventi pubblici si è soffermato soprattutto sulla questione dell’indipendenza energetica dalla Russia. (Sarà il motivo per cui il suo team, distratto da tanti impegni non è riuscito a proteggere il profilo Twitter del ministero, hackerato a settembre con il volto del fondatore di Ethereum, Vitalik Buterin?)

Dal suo canto, il collega Vittorio Colao si è detto soddisfatto dei risultati ottenuti in 18 mesi di mandato come ministro per l’Innovazione tecnologica e la transizione digitale, citando i passi avanti compiuti dalla PA nei suoi rapporti con i cittadini (il periodo 2021-22 ha visto un boom nell’uso di documenti e identità digitali), dall’industria aerospaziale italiana e dalle aziende impegnate in un percorso di trasformazione digitale sostenuto dalla disponibilità dei fondi PNRR.

Nel corso della campagna è emerso, senza scatenare discussioni particolarmente approfondite (fatto comprensibile, ma non esattamente di buon auspicio per un futuro che su questo terreno non dovrebbe assistere ai consueti attendismi all’italiana), il tema dell’energia nucleare. Una questione cara a uno dei nostri leader più torrenziali, al quale dobbiamo anche la proposta, gettata sul tavolo della Fondazione Ambrosetti, di un “ministero milanese per l’intelligenza artificiale” da affiancare alle tradizionali strutture governative centrali.


#Governo Innovazione tecnologica, transizione energetica e sostenibilità, le grandi sfide che ci attendono
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Milano, ha rilanciato il sindaco Giuseppe Sala, è la città che concentra una buona fetta di ricerche, brevetti e imprenditoria associata all’AI. Ma soprattutto, alla sua periferia si trova MIND, MIlano Innovation District, il polo di organizzazioni sorto sui terreni che furono di Expo 2015. L’idea, da cui è impossibile dissociare qualche intento campanilistico a fini elettorali, non è in sé malvagia. Deleghe e portafogli a parte, MIND potrebbe svolgere un ruolo importante nella partecipazione italiana alle iniziative europee come Digital Decade 2030, che si prefigge il raggiungimento di importanti obiettivi nella digitalizzazione di formazione, business, infrastrutture e servizi pubblici.

Dentro al contenitore europeo, esiste sin dall’aprile del 2021 anche un “pacchetto AI” che tra l’altro include lo sviluppo di un framework legislativo per affrontare aspetti come il rischio e la responsabilità civile per un’intelligenza artificiale più sicura e sostenibile.

E ora, chiusa la campagna e le urne, che cosa succederà? La trasformazione prescritta dal PNRR, le nuove competenze, la transizione dall’energia fossile, i servizi al cittadino, la robotizzazione meccanica e “intellettuale” e il suo impatto sulla nostra vita sono tuttora le grandi sfide da affrontare. In un contesto, piaccia o meno, di globalità e collaborazione transnazionale. Buon vento, chiunque sia al timone.

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Next generation human, le tecnologie per un uomo migliore https://www.datamanager.it/2022/10/next-generation-human-le-tecnologie-per-un-uomo-migliore/ Fri, 07 Oct 2022 12:00:30 +0000 https://www.datamanager.it/?p=221580 Come le soluzioni di realtà virtuale e aumentata, le tecnologie biometriche, i wearable e le altre tecnologie di human augmentation influiscono sui processi di trasformazione digitale e di qualità della vita È innegabile che le tecnologie digitali stiano drasticamente e velocemente trasformando il modo di vivere e di lavorare, di supportare la trasformazione dei luoghi […]

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Come le soluzioni di realtà virtuale e aumentata, le tecnologie biometriche, i wearable e le altre tecnologie di human augmentation influiscono sui processi di trasformazione digitale e di qualità della vita

È innegabile che le tecnologie digitali stiano drasticamente e velocemente trasformando il modo di vivere e di lavorare, di supportare la trasformazione dei luoghi di lavoro, di sviluppare nuovi prodotti e servizi e di creare modelli di coinvolgimento dei clienti e dipendenti sempre più innovativi. Tali trasformazioni sono ancora più evidenti quando hanno un impatto diretto, interattivo e per certi versi “invasivo” con l’essere umano e con il suo modo di interagire con la tecnologia in qualunque sua forma. All’interno di questo contesto, IDC definisce la Human Augmentation come un insieme di tecnologie che abilitano nuovi skill, migliorano le capabilities esistenti e offrono esperienze uomo-macchina sempre più orientate all’uomo stesso. Tale segmento di mercato comprende tra gli altri la componente hardware della realtà aumentata e virtuale (AR/VR), gli esoscheletri, le soluzioni biometriche, i dispositivi indossabili (wearable), le soluzioni per la casa intelligente (smart home) e dispositivi medici (dispositivi ingeribili, iniettabili e impiantabili). L’implementazione di queste tecnologie generano tre tipi di impatti su aziende e società, che si traducono nei concetti di miglioramento, abilitazione ed esperienza.

MIGLIORAMENTO – Le tecnologie di Augmented Humanity migliorano le competenze, le percezioni e le capacità umane esistenti, nonché accelerano le loro capacità di svolgere compiti. In questo modo, per esempio, i dipendenti possono lavorare meglio o più velocemente.

ABILITAZIONE – Le tecnologie dell’umanità aumentata sbloccano nuove abilità umane. Ciò include casi d’uso e tecnologie che consentono agli esseri umani di svolgere attività o raggiungere obiettivi che non potrebbero eseguire o raggiungere senza tale supporto tecnologico. In questo caso, le soluzioni di Human Augmentation consentono agli esseri umani di svolgere compiti mettendo a loro disposizione il giusto set di strumenti nel momento giusto.

ESPERIENZA – Le tecnologie di umanità aumentata producono interazioni simili a quelle umane e generano una customer e una employee experience con un livello di qualità e profondità superiore. Man mano che la cultura del lavoro cambia in Europa e molte aziende accelereranno i loro sforzi di trasformazione digitale, assisteremo sempre più spesso all’implementazione di soluzioni di Human Augmentation. Considerando il periodo storico in cui ci troviamo, fortemente caratterizzato da scarsità di personale con competenze adeguate, da interruzioni della supply chain dovute alla carenza di materie prime, da problemi di sicurezza e spazi di lavoro ibridi, la Human Augmentation sarà fondamentale per colmare queste lacune e soddisfare le esigenze del business. Le aziende utilizzeranno tali tecnologie per sbloccare nuove competenze ed elevare quelle esistenti, creando al contempo esperienze per clienti e dipendenti basate sul digitale.

TECNOLOGIA COME EMPOWERMENT – Lungi dal poter essere considerate tecnologie da film di fantascienza, negli ultimi due anni le tecnologie di potenziamento umano hanno già aiutato le aziende a rispondere a molte crisi e fenomeni disruptive. Tuttavia, queste tecnologie non sono facili da implementare e richiedono una solida preparazione. Il potenziamento (augmentation) dei dipendenti in molti settori rappresenta una vera e propria necessità. Molte organizzazioni si stanno rendendo conto che la trasformazione del modo in cui i propri dipendenti svolgono i compiti è parte fondamentale del percorso di trasformazione digitale. In che modo le tecnologie di Augmented Humanity trasformeranno il mondo? Qui di seguito, proponiamo una serie di use case che hanno già preso ampiamente piede all’interno della vita comune o si diffonderanno in un prossimo futuro.


#AugmentedHumanity Come cambia la cultura del lavoro in Europa – @PatanoSergio @idcitaly
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ESOSCHELETRI – Gli esoscheletri, per esempio, aggiungeranno uno strato robotizzato alla forza lavoro del futuro, consentendo lo sviluppo di una nuova generazione di capacità umane, offrendo supporto meccanico passivo ai dipendenti che lavorano in settori in cui è richiesto il sollevamento di carichi pesanti. Sebbene non vedremo presto esoscheletri convenienti su vasta scala, industrie come quella automobilistica e dei trasporti, maggiormente orientate all’innovazione e alla sperimentazione, stanno già fornendo ai propri lavoratori esoscheletri per aumentare la produttività e la sicurezza, ridurre i tassi di incidenti negli stabilimenti e accelerare i processi di produzione.

DISPOSITIVI INDOSSABILI – I wearable continuano nel percorso di materializzazione tecnologica del trend del “sé quantificato”, in cui utenti finali e produttori di tecnologia condividono l’interesse per la scoperta di sé attraverso i dati. Gli smartwatch che monitorano la frequenza cardiaca, i livelli di ossigeno e di glucosio nel sangue tramite la tecnologia dei sensori a infrarossi saranno visti più frequentemente tra i consumatori. Anche gli smart glasses (occhiali intelligenti) che elaborano i dati e mostrano la visualizzazione olografica delle informazioni sperimenteranno un aumento della domanda. Ciò sta già accadendo per consentire casi d’uso di trasformazione della forza lavoro a distanza in risposta alla crisi COVID-19. Sebbene la quasi totalità dei dispositivi indossabili rientri nel segmento dei consumatori, i fornitori di wearable stanno trasformando le capacità di elaborazione dei dati e la connettività di rete di questi dispositivi, ampliando la gamma di casi d’uso dei dispositivi indossabili per renderli sempre più appetibili anche per il segmento commerciale. In un contesto in cui anche le aziende del settore manifatturiero stanno reinventando il posto di lavoro implementando nuovi modi per adattare la propria cultura alla nuova normalità, i dispositivi indossabili verranno utilizzati sempre più frequentemente per progettare piani di ritorno al lavoro che puntino a garantire la sicurezza del dipendente anche in situazioni non strettamente connesse alla pandemia.

SOLUZIONI BIOMETRICHE – Tecnologie e soluzioni biometriche non sono nuove ma la loro diffusione diventerà sempre più pervasiva tanto che andrà a sostituire password, codici PIN e badge di accesso. Polizia e fornitori di servizi di sicurezza si affidano poi al riconoscimento facciale per identificare le persone in strutture pubbliche come hotel, casinò e aeroporti. Molte banche stanno compiendo un grande passo avanti verso l’attività bancaria biometrica lanciando anche il riconoscimento vocale per consentire ai clienti di autenticarsi in modo sicuro e rapido. Anche gli aeroporti stanno investendo molto al fine di implementare le tecnologie biometriche per garantire e velocizzare l’accesso ai gate, migliorando la customer experience senza ridurre i controlli di sicurezza.

DISPOSITIVI MEDICI – A supporto del miglioramento dell’esperienza dei pazienti si assisterà a breve a una diffusione di telecamere impiantate all’interno di capsule che trasformeranno lo screening invasivo in ospedale in cure mediche a domicilio. Alcuni ospedali stanno già sperimentando su vasta scala, andando a supportare l’innovazione dei servizi sanitari in modo dirompente. La reale diffusione di queste tecnologie dipenderà molto dall’approvazione degli organismi medici e dallo scetticismo del paziente. Sempre con l’ottica di migliorare la qualità della vita dei pazienti, i dispositivi medici impiantabili e iniettabili, come le soluzioni di monitoraggio continuo del glucosio abilitate da connessioni Bluetooth, aumenteranno notevolmente e aiuteranno i pazienti a ottimizzare la loro terapia con una comunicazione continua tramite applicazioni mobili, garantendo al contempo la somministrazione di farmaci. Queste tecnologie miglioreranno notevolmente la qualità della vita del paziente che potrà affrontare la malattia in modo più semplice e senza modificare eccessivamente il proprio stile di vita.

Sergio Patano associate director, Research & Consulting di IDC Italia

L'articolo Next generation human, le tecnologie per un uomo migliore proviene da Data Manager Online.

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