scienza – Data Manager Online https://www.datamanager.it Il portale dell'ICT professionale Sun, 07 Oct 2018 13:57:34 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=5.8.13 https://www.datamanager.it/wp-content/uploads/2020/04/dmo-favicon3.png scienza – Data Manager Online https://www.datamanager.it 32 32 Fondazione Golinelli, come prepararsi a un futuro imprevedibile https://www.datamanager.it/2017/11/fondazione-golinelli-prepararsi-un-futuro-imprevedibile/ Mon, 27 Nov 2017 10:49:35 +0000 http://www.datamanager.it/?p=136240 La creatività per riscattare la tecnica. Andrea Zanotti: «L’integrazione tra arte e scienza come matrice della conoscenza» Dall’Industria 4.0 alla bioinformatica fino ai big data. Dopo il lancio della nuova scuola di dottorato in Data Science and Computation, attivata in collaborazione con l’Università di Bologna, e a due anni dalla nascita dell’Opificio, la Fondazione Golinelli ci […]

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La creatività per riscattare la tecnica. Andrea Zanotti: «L’integrazione tra arte e scienza come matrice della conoscenza»

Dall’Industria 4.0 alla bioinformatica fino ai big data. Dopo il lancio della nuova scuola di dottorato in Data Science and Computation, attivata in collaborazione con l’Università di Bologna, e a due anni dalla nascita dell’Opificio, la Fondazione Golinelli ci ha aperto le porte del nuovo Centro Arti e Scienze, progettato dallo studio di architetti fondato da Mario Cucinella. L’Opificio Golinelli getta così le fondamenta di un ecosistema per lo sviluppo integrato della formazione, della ricerca e dell’impresa, destinato a crescere ancora per diventare una vero polo della conoscenza. Il primo passo di questo percorso – come ci spiega Andrea Zanotti, docente al dipartimento di Scienze Giuridiche dell’Università di Bologna e presidente della Fondazione – è rappresentato proprio dal Centro Arti e Scienze Golinelli, uno spazio di «immaginazione e sperimentazione» – pensato per offrire una sintesi fra arte e scienza. Lo sguardo profetico dell’arte da una parte e lo sguardo fattuale della scienza e dei dati dall’altro per creare una sintesi nuova. «L’idea di futuro che abbiamo in mente – afferma Andrea Zanotti – è quella in cui non ci sarà più posto per una frammentazione tra la parte ideativa, quella sperimentale e quella produttiva: i luoghi della conoscenza, della sperimentazione e della produzione dovranno necessariamente integrarsi per poter far fronte alla velocità del cambiamento nella quale siamo immersi».

Ad aprire i battenti del Centro Arte e Scienza, la mostra dal titolo che sarebbe piaciuto molto a Karl Popper: “Imprevedibile”, come il futuro che non possiamo prevedere ma solo immaginare. La mostra in programma dal 13 ottobre 2017 al 4 febbraio 2018, nasce da un’idea di Marino Golinelli, padre della Fondazione, che con questa iniziativa ha deciso di lasciare un’eredità ulteriore: quella del sogno di uno straordinario 97enne per aiutare i giovani a crescere, mantenendo vivo «lo sguardo ottimistico, fiducioso e proattivo verso un mondo migliore, verso un futuro imprevedibile ma possibile, abbracciandolo con responsabilità e con una visione etica, democratica e inclusiva verso tutti». Se il futuro è imprevedibile, è anche aperto, spalancato su un orizzonte di nuove possibilità e rischi insospettati. Il futuro arriva e sopravanza la storia, la società civile e la politica. Il futuro crea più di quanto non distrugge, con buona pace degli apocalittici, degli scettici e di chi ha sempre un pregiudizio contro le cose nuove, per comodità o paura di cambiare. Ma di fronte alle sfide del futuro non dobbiamo dimenticare di fare i conti con la sostenibilità. Guardare al passato serve solo per prendere la rincorsa per fare un salto in avanti: «Chi non innova corre il rischio non solo di rinunciare al futuro, ma di perdere anche il proprio passato».


#FondazioneGolinelli come prepararsi a un #futuro #imprevedibile @FG_Fondazione
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Data Manager: Tutti parlano di nuovo Rinascimento. È una bella parola. Ma come è possibile far coincidere questa idea con un progetto concreto?

Andrea Zanotti: Parlare di nuovo Rinascimento non significa tornare indietro. La rivoluzione digitale è un fatto storico che non ha precedenti. La frammentazione del sapere ha delle ragioni specifiche. La conoscenza ha progredito grazie alla specializzazione che ha dato origine alla velocità della tecnica e alla sua preminenza. Occorre trovare un senso di marcia comune, recuperando la capacità di immaginazione che è la grande matrice sia dell’arte sia della scienza. Se per Rinascimento intendiamo non solo un periodo storico, ma anche un modello di sviluppo, dobbiamo ricominciare dal “disegno” delle “cose” – nel senso tecnico di design – per mettere insieme cervello e cuore, razionalità e passione, intelletto e sapere manuale.

Qual è il modello della Fondazione?

La Fondazione ha svolto per molto tempo una funzione di sussidiarietà, parola molto di moda, almeno quanto innovazione. Abbiamo voluto colmare dei vuoti. Abbiamo portato nelle scuole del territorio il sapere scientifico della biologia molecolare e della genetica. Oggi, ci siamo resi conto che l’esigenza è di aprire strade completamente nuove, in un momento in cui la velocità dei fenomeni sopravanza la nostra capacità di comprensione, mettendo in crisi il sistema della formazione tradizionale.

Che cosa è Opus 2065?

Opus 2065 è un progetto che mira a costruire un ecosistema, partendo dall’idea che le persone non possono più sostenere la velocità della trasformazione digitale. Dobbiamo creare un modello alternativo perché  quello dell’Università che pensa, dell’Industria che produce, e dello Stato che si occupa del welfare non funziona più. Tutto deve nascere insieme e deve essere “disegnato” per lavorare insieme. La Fondazione Golinelli vuole fare di Opus 2065 un punto di coagulo di questa visione. Non c’è più spazio per la divisione tra teoria e pratica. Occorre mettersi subito al lavoro e imparare facendo. La nostra immaginazione deve essere nutrita di arte e di scienza.

Come si guarda al futuro in modo concreto?

La nuova scuola di dottorato in Data Science and Computation dimostra l’impegno della Fondazione a guardare al futuro partendo dai giovani. Da una parte il tema della data science fa emergere il fatto che stiamo costruendo un mondo parallelo a quello fisico, fatto di moltissime informazioni che facciamo fatica non solo a gestire e conservare ma anche a comprendere. Dall’altro estrapolare conoscenza da grandi moli di dati è una necessità per trovare soluzioni per governare grandi fenomeni. Creare un presidio in questo campo, con una scuola di dottorato, significa gettare le basi per preparare i giovani ad affrontare meglio il futuro.


Andrea Zanotti: La #creatività per riscattare la #tecnica @FG_Fondazione
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La visione è importante, ma anche la politica deve fare le scelte giuste. A che punto siamo?

Siamo di fronte a una svolta. Il Sistema Paese lo ha compreso. E anche la politica. Ci troviamo davanti a una dinamica di civiltà che mette fuori gioco e rende obsoleti tutti i vecchi schemi di provenienza. L’innovazione tecnologica accelera l’impresa. Il tradizionale transito del trasferimento tecnologico è superato. Oggi, le grandi imprese ci dicono che il tempo di sviluppo di un prodotto, in tutte le sue fasi, non può superare i nove mesi. Questo apre delle lacune dentro il sistema, a prescindere dalle colpe. Naturalmente, ci sono le responsabilità legate agli investimenti non fatti e che hanno determinato molti ritardi. Fare l’elenco delle colpe non serve. Forse, è più utile costruire qualcosa di alternativo per recuperare il tempo perduto.

Perché la creatività è la risorsa in grado di riscattare la tecnica?

Perché la tecnica non è narrativa. La tecnica non ti dice che cosa devi fare, ma ti apre un orizzonte di possibilità di utilizzo. La tecnica è un calcio d’inizio. Non è uno schema di gioco. Il procedere della tecnica se non è accompagnato da un pensiero creativo, in grado di indirizzarla, è un procedere cieco e senza senso. È solo cronologia. Quel guizzo laterale è importante anche per guardare dentro la mole di numeri che ci sovrasta. Le novità sono sempre marcate da una discontinuità frutto della creatività soggettiva. Se ci appiattiamo a pensare lo sviluppo come una semplice proiezione statistica, temo che non ci sarà alcun futuro di cui parlare.

Che cosa pensa delle startup in Italia? Ci sono troppi incubatori?

La moltiplicazione dei campi dove seminare è sicuramente positiva. Detto questo, dopo la semina, bisogna prendersi cura delle “piantine” e farle crescere per portarle a maturazione e avere un buon raccolto. Il problema è la qualità dei progetti e degli investimenti. Il fenomeno startup nasce da un’Accademia che si sente sotto tiro e che ha bisogno di dimostrare di essere produttiva e di essere in grado di produrre dei risultati. Gli enti pubblici sono preoccupati di dare sostengo all’occupazione. Manca in Italia un vero sistema di venture capital. Che poi è la ragione per cui una startup in Italia non fallisce mai o è destinata a restare tale per sempre. Ed è un errore grave. Perché occorre fallire di più, e più in fretta, per puntare sulle startup vincenti. La politica qui è stata troppo indulgente. E invece, occorre fare scelte più rigorose.


#Imprevedibile Il #futuro in mostra fino al 4 febbraio 2018 @FG_Fondazione
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Parlando di imprevedibilità, qual è il suo pensiero intorno a uno dei temi caldi del momento: l’intelligenza artificiale?

Un tema di confine che porta con sé molte opportunità e qualche rischio, su cui occorre fare una riflessione seria. Certamente, il fatto che due macchine si parlino con un linguaggio autogenerato, che esclude l’operatore, fa parte dell’imprevedibilità di cui dobbiamo farci carico. E dobbiamo essere capaci di immaginare e “disegnare” un mondo dove siano le macchine ad adattarsi al nostro modo di pensare e dialogare. Non al contrario, come abbiamo fatto fino a questo momento.

Fondazione Golinelli, i nuovi passi verso il futuro

 

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Auto elettriche: le nuove batteria durano fino a 1.000 chilometri https://www.datamanager.it/2017/10/auto-elettriche-le-nuove-batteria-durano-1-000-chilometri/ Fri, 06 Oct 2017 18:00:00 +0000 http://www.datamanager.it/?p=132343 Gli ingegneri di Dresda stanno sviluppando Embatt, un nuovo tipo di batteria che promette di aumentare l’autonomia dei veicoli ecologici Si sa, il più grande problema delle auto elettriche è l’autonomia. A nessuno fa piacere restare a piedi in autostrada o magari sul percorso verso casa dopo il lavoro. Per questo il mercato offre veicoli […]

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Gli ingegneri di Dresda stanno sviluppando Embatt, un nuovo tipo di batteria che promette di aumentare l’autonomia dei veicoli ecologici

Si sa, il più grande problema delle auto elettriche è l’autonomia. A nessuno fa piacere restare a piedi in autostrada o magari sul percorso verso casa dopo il lavoro. Per questo il mercato offre veicoli ibridi, in grado di chiamare in causa un motore classico quando non c’è più sufficiente energia nel sistema di propulsione elettrica. Stiamo vivendo una fase di passaggio determinante verso l’adozione di macchine del tutto amiche dell’ambiente, sperando che la tecnologia arrivi presto a realizzare mezzi con capacità di percorrenza superiori, quasi quanto quelle possibili con un pieno di benzina. Il futuro non è dietro l’angolo ma grazie al Fraunhofer Institute for Ceramic Technologies and Systems IKTS di Dresda è più vicino.

Nuovi moduli

Tramite una partnership con il ThyssenKrupp System Engineering e l’IAV Automotive Engineering, i ragazzi tedeschi sono riusciti a sviluppare un primo esemplare di Embatt, un nuovo tipo di batteria che, almeno sulla carta, dovrebbe consentire a un’auto di camminare per ben 1.000 chilometri con un pieno di ricarica. Ci riesce adottando uno stratagemma davvero funzionale: oltre al modulo normale da cui prelevare l’energia, Embatt ha accesso a un’altra sezione di riserva, composta da celle a combustione. Queste lavorano combinando ossigeno e gas, come idrogeno e metano, intorno a una membrana speciale, per generare elettricità. All’interno una piastra bipolare veicola l’energia prodotta su due canali opposti: da un lato della membrana si formano gli anodi e dall’altra i catodi, entrambi scaturiti dall’unione dei due elementi. A quel punto Embatt diventa una vera e propria batteria tradizionale, come quella integrata in uno smartphone, capace di restituire potenza a un sistema connesso, come un’automobile. Il bello è che il progetto è racchiuso in uno spazio più piccolo di quanto si pensi, perfettamente integrabile in un moderno mezzo di trasporto. Finora Embatt è rimasta confinata nei laboratori tedeschi ma si sono già fatti avanti alcuni partner per studiare soluzioni di scalabilità da qui al 2020.

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Premio Ig Nobel 2017, trionfano due italiani per uno studio sui gemelli https://www.datamanager.it/2017/09/premio-ig-nobel-2017-trionfano-due-italiani-uno-studio-sui-gemelli/ Fri, 15 Sep 2017 12:02:56 +0000 http://www.datamanager.it/?p=130969 La ricerca ha dimostrato come i gemelli facciano fatica a riconoscersi allo specchio Anche le ricerche scientifiche più strane e folli hanno diritto a un riconoscimento, che avviene ogni anno con la consegna dei Premi Ig Nobel al Sanders Theater dell’Università di Harvard, cerimonia giunta alla sua 27ma edizione. Si tratta di ricerche assurde, che […]

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La ricerca ha dimostrato come i gemelli facciano fatica a riconoscersi allo specchio

Anche le ricerche scientifiche più strane e folli hanno diritto a un riconoscimento, che avviene ogni anno con la consegna dei Premi Ig Nobel al Sanders Theater dell’Università di Harvard, cerimonia giunta alla sua 27ma edizione. Si tratta di ricerche assurde, che “prima fanno ridere e poi pensare”, in quanto lavori fondati su valide e autorevoli basi scientifiche.

Analizzati i meccanismi di riconoscimento

A trionfare quest’anno nella categoria psicologia sono stati Ilaria Bufalari e Matteo Martini, un gruppo guidato dal Prof. Salvatore Maria Aglioti, Responsabile del Laboratorio di Neuroscienze Sociali presso la Fondazione Santa Lucia IRCCS e l’Università Sapienza di Roma. La ricerca ha dimostrato come i gemelli facciano fatica a riconoscersi, confrontando i meccanismi di riconoscimento del proprio volto in gemelli monozigoti rispetto alle altre persone che non vivono l’esperienza di convivere con l’esistenza di un individuo uguale a sé.

I risultati hanno confermato che i gemelli presentano maggiori difficoltà a distinguersi, aprendo anche a nuove ipotesi su strategie di compensazione che attuano mediante la cosiddetta “congruenza multisensoriale” e altri meccanismi correlati come viene sviluppata l’identità corporea e la consapevolezza di sé.

“Abbiamo pensato a uno scherzo”

I risultati dello studio verranno presentati dai due italiani durante una “Informal Lecture” al Massachusetts Institute of Technology (MIT). Questa ricerca ha incontrato l’approvazione entusiasta di una giuria che ha analizzato oltre 10.000 candidature. “Quando ci hanno comunicato dagli Stati Uniti che avevamo vinto – racconta Ilaria Bufalari – abbiamo subito pensato a uno scherzo, anche perché di nostra iniziativa non ci eravamo candidati. Ci piace lo spirito di questo premio. Ci ricorda, con la forza di chi sa fare autoironia, quanto sia importante nella ricerca pensare talvolta anche in modo apparentemente banale, esporsi perfino al rischio di essere derisi, se siamo convinti che serva a progredire nella nostra conoscenza delle cose”.

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Troppi smartphone ci rendono meno produttivi https://www.datamanager.it/2017/06/troppi-smartphone-ci-rendono-meno-produttivi/ Fri, 30 Jun 2017 09:11:25 +0000 http://www.datamanager.it/?p=127827 Lo dicono i ricercatori del Texas che hanno analizzato il comportamento delle persone a contatto con i loro smartphone Anche le attività più semplici, quando c’è di mezzo uno smartphone, possono diventare difficili da compiere. Lo hanno detto i ricercatori dell’Università del Texas che hanno scoperto alcune caratteristiche uniche del comportamento umano quando si trova […]

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Lo dicono i ricercatori del Texas che hanno analizzato il comportamento delle persone a contatto con i loro smartphone

Anche le attività più semplici, quando c’è di mezzo uno smartphone, possono diventare difficili da compiere. Lo hanno detto i ricercatori dell’Università del Texas che hanno scoperto alcune caratteristiche uniche del comportamento umano quando si trova a contatto con un telefonino nelle vicinanze. Precisiamo: nulla a che vedere con radiazioni e onde ma con la ben consolidata tendenza a farsi prendere dalla smania di controllare notifiche e notizie mostrate sul terminale. Questa sorta di ansia da prestazione può seriamente compromettere la produttività, tanto che anche task basilari possono richiedere un tempo maggiore del previsto, perché rallentati dalla troppa attenzione dedicata al cellulare.

Cosa succede

“Sebbene i dispositivi mobili abbiamo un gran potenziale nel renderci le cose più semplici la loro persistente presenza comporta un certo costo cognitivo – ha spiegato Adrian Ward, autore dello studio dell’Università del Texas – anche quando le persone sono sicure di mantenere alta l’attenzione, resistendo alla tentazione di accendere lo schermo del cellulare, il solo pensiero di quell’oggetto posto vicino riduce le capacità di concentrazione”. L’antidoto per diventare più produttivi? Facile: spostare lo smartphone in un’altra stanza o almeno fuori dalla portata dello sguardo. “Abbiamo notato che più i device diventano impertinenti e più diminuisce l’attitudine personale di elaborazione partecipativa” – ha concluso Ward. Non è la prima volta che studi connettono l’eccessivo utilizzo della tecnologia mobile con problematiche legate al comportamento e alla comprensione della realtà. Solo qualche mese fa un’altra ricerca avvicinava la dipendenza dal telefonino a quella dalla cocaina mentre nel 2015 Kaspersky aveva coniato il termine amnesia digitale per spiegare un certo rallentamento della facoltà di ricordare qualcosa da parte dell’homus connessus.

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Neil Harbisson, ai confini dell’identità https://www.datamanager.it/2017/06/201706neil-harbisson-ai-confini-dellidentita/ Tue, 20 Jun 2017 13:31:03 +0000 http://www.datamanager.it/?p=127147 Mente e corpo. La transizione bio-tecnologica del primo artista cyborg della storia Neil Harbisson è un compositore, visual artist e fotografo. Inglese di nascita, spagnolo di adozione. Affetto da una rara patologia, la acromatopsia congenita, che non gli permetteva di vedere i colori, Neil Harbisson ha deciso di superare questa condizione, iniziando una “transizione” bio-tecnologica […]

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Mente e corpo. La transizione bio-tecnologica del primo artista cyborg della storia

Neil Harbisson è un compositore, visual artist e fotografo. Inglese di nascita, spagnolo di adozione. Affetto da una rara patologia, la acromatopsia congenita, che non gli permetteva di vedere i colori, Neil Harbisson ha deciso di superare questa condizione, iniziando una “transizione” bio-tecnologica che lo ha portato alla creazione della Cyborg Foundation. Per lui, il cielo è sempre stato grigio e la televisione in bianco e nero. La Pantera Rosa, Greenpeace e Profondo Rosso non hanno mai avuto molto significato. Ma dal 2004, ha deciso di dare una svolta alla sua condizione, lavorando al progetto Eyeborg, un sensore in grado di trasformare la frequenza della luce in onde sonore che vengono inviate a un chip installato nel cranio. Una specie di impianto cocleare a conduzione ossea, che ha cambiato completamente non solo il suo modo di vedere il mondo, ma ne ha ampliato la percezione oltre i cinque sensi. Quando mi trovo seduto davanti a Neil Harbisson, nella piccola stanzetta grigia e senza finestre del Centro Congressi di Milano, in occasione della dodicesima edizione del SAS Forum, non so bene cosa pensare. Siamo uno di fronte all’altro. Lui vestito di nero. Taglio di capelli da novizio. Io indosso il mio solito gilet arancione e non posso fare a meno di pensare che effetto gli farà. In attesa di iniziare l’intervista, faccio finta di niente, ma non riesco a staccare lo sguardo dalla sua antenna che disegna un arco dalla nuca fino alla fronte. Quella stranezza ha lo stesso effetto dell’uncino del capitano dei pirati, nelle avventure di Peter Pan. Anzi, Neil Harbisson è Capitan Uncino e Peter Pan insieme. L’antenna di Harbisson ha un richiamo potentissimo. È una dichiarazione al mondo intero di autodeterminazione.

Prima di incontrare Neil Harbisson, non sapevo se considerarlo un artista che ha saputo trasformare la sua disabilità in un punto di forza, un genio della body art 3.0, oppure un “fenomeno” e basta. Una cosa è certa. Harbisson non sta solo modificando il suo corpo: sta potenziando i suoi sensi per andare oltre la normale percezione di quella che lui stesso definisce «realtà reale» e che non ha nulla a che fare con la realtà virtuale o realtà aumentata. La sua antenna è un tentativo di agire sulla materia viva del suo corpo. Un’opera d’arte a tutti gli effetti, che fa discutere. Non una protesi per rimediare a una disabilità. Ma un gesto artistico radicale. Per diventare il primo “cyborg project vivente”, Harbisson ha dovuto fare i conti con il pregiudizio delle persone, con la reticenza ufficiale dei medici, la morale della società e anche la legge. Per noi, Neil Harbisson è una delle infinite possibili varianti di quella macchina già perfetta, che è l’essere umano. Del resto, la tecnologia è empowerment. Serve a ridurre le differenze che creano squilibrio. A trovare soluzioni a problemi complessi. A comprendere la realtà che ci circonda. A renderci più umani e meno soli. A scoprire chi siamo veramente, facendo – però – attenzione a non confondere il mezzo con il fine. Chi ancora oggi concettualizza le tecnologie come “corpi estranei” alla “natura umana” dimentica o ignora l’articolata relazione tra soggetto e strumento che – se riletta in chiave evolutiva e neurofisiologica – mostra che in realtà noi agiamo e pensiamo anche in funzione degli strumenti o delle macchine che utilizziamo per interfacciarci con il mondo e le altre persone. Questo fatto non significa trascurare eventuali rischi, ma valutarli con maggior consapevolezza e coscienza critica.

L’ansia di distinguere tra “naturale” e “artificiale” non è quasi mai dovuta a una volontà tassonomica di marcare un confine sulla base di dati di fatto, ma nasconde l’intenzione, più o meno cosciente o subdola, di confondere l’essere e il dover essere. Già Hume, secoli fa, ci metteva in guardia dal non sovrapporre i due piani. Lo aveva ben compreso Kubrick, mostrando all’inizio di 2001: Odissea nello spazio come il primo strumento tecnologico, un semplice osso usato come una clava, avrebbe determinato l’intera evoluzione dell’uomo. E a ribadirlo di recente sono stati anche i giudici della Corte Suprema americana, quando hanno stabilito che gli smartphone costituiscono una sorta di protesi del nostro corpo. Di che cosa ci meravigliamo, allora? La tecnologia in tutte le sue forme e declinazioni, dalla scrittura alla stampa, dalla ruota allo smartphone, passando per le nanotecnologie, internet, la chirurgia dei trapianti e degli impianti, trasforma ogni cosa. E forse – lo dico a me stesso – prima di giudicare quello che ancora non riusciamo a comprendere, dovremmo fare lo sforzo di metterci in ascolto per capire che identità e trasformazione stanno tra loro come materia e forma, essere e divenire.


Il primo artista #cyborg della storia @NeilHarbisson «Design yourself»
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Data Manager: Che rapporto hai con la tecnologia?

Neil Harbisson: Per me la tecnologia non è semplicemente un tool o un wearable. Ma è parte del mio corpo: io stesso sono tecnologia. Studiando musica, ho approfondito il rapporto tra luce e suono. Entrambi hanno una frequenza ed entrambi hanno un colore. I primi tempi, dopo l’impianto, mi sforzavo di memorizzare i nomi dei colori associati alle note. è stato come imparare a parlare una lingua nuova, immerso in una realtà che non conoscevo. Poi il mio cervello si è adattato e tutte queste informazioni sono diventate percezione. Non dovevo più pensare alle note. Come capita di non pensare più alle parole da tradurre in un’altra lingua. Diventa automatico. E anche i sogni sono diventati a colori.

Adesso la tua visione è “normale”?

Normale è una parola che non mi piace. Sono arrivato a percepire tutti i gradi del cerchio cromatico. Ma poi ho pensato che potevo spingermi oltre e ho aggiunto gli infrarossi e gli ultravioletti. Del resto, nella realtà esistono molti più colori di quelli che l’occhio umano riesce a percepire. Pensiamo agli insetti. Io non riesco comunque a vedere i colori come le altre persone, ma riesco a percepirli in un modo completamente diverso, registrando le frequenze di tutto ciò che vedo e così posso realizzare dei ritratti sonori delle persone, che diventano poi anche impronte visive.

Che cosa è cambiato?

Il livello di percezione di tutto ciò che mi circonda. Anche i suoni normali, come il campanello della porta o la suoneria del cellulare stanno diventando colore. La cosa funziona in entrambe le direzioni. Quando entro in una galleria d’arte è come andare a un concerto, perché ogni dipinto ha una sua musicalità. Mi piace Warhol perché le sue opere producono suoni netti e distinti. Quando mi vesto, non abbino i colori, ma armonizzo i suoni. Anche il modo di percepire la bellezza e il rapporto con le persone sono cambiati. La bellezza è una questione di armonia e si può sentire e vedere. E non è una caratteristica che hanno tutti.

Come ti definiresti?

Mi considero un cyborg, una specie differente di essere umano modificato. Non si tratta della somma di due sensi, ma della creazione di un senso completamente nuovo.

Qual è la cosa più difficile?

All’inizio, la cosa più difficile è stata trovare un chirurgo disposto a operarmi. Ho ricevuto molti no ufficiali. Mi dicevano che il dispositivo era pericoloso. Come negli anni Sessanta, la chirurgia per il cambiamento di sesso non era accettata dai comitati di bioetica, oggi, non è accettata la chirurgia per il passaggio da una specie a un’altra.

E poi che cosa è successo?

Un medico si è offerto di operarmi durante il suo giorno di riposo, ma ho dovuto firmare una clausola di riservatezza. Dopo l’operazione, la cosa più difficile è stata spiegare perché lo avevo fatto. Essere me stesso è l’impresa più grande. Perché siamo veramente noi stessi quanto più ci avviciniamo all’idea che abbiamo di noi. Tutti abbiamo un progetto dentro di noi da realizzare. E in ciascuno di noi, c’è un’opera d’arte che aspetta di essere portata alla luce.

Sei religioso?

Non sono religioso. La mia sperimentazione non è contro un dio creatore che ci ha fatto a sua immagine e somiglianza. Anzi, la considero una collaborazione.

Che cosa significa potenziare i sensi?

I sensi sono la nostra unica via di accesso alla conoscenza della realtà. Forse, sono una gabbia. Potenziare i sensi non significa alterare la realtà, ma accedere a un livello di conoscenza più profondo. Sono al quarto upgrade della mia antenna e mi sento pronto per l’innesto di un altro organo di senso. Per la prima volta, possiamo fare un salto evolutivo interspecie.

Quali sono i rischi?

A parte qualche mal di testa, sono già stato hackerato una volta e può essere molto fastidioso. Se gli stimoli diventano troppo forti o fastidiosi, copro la mia antenna con le mani o la spengo se voglio restare in silenzio. Più o meno come fanno tutti, quando si coprono le orecchie o gli occhi per non vedere o sentire.

Perché hai creato la Cyborg Foundation?

Per aiutare le persone che vogliono intraprendere il mio stesso percorso di trasformazione, integrando la tecnologia all’interno del corpo. La mia prima battaglia nella rivendicazione dei diritti dei “cyborg” è stata con il ministero degli Interni inglese che non accettava la mia foto con l’antenna sul passaporto. Ho sostenuto che si trattava di una parte del mio corpo, e alla fine hanno ceduto. Nel database della fondazione, ci sono sperimentazioni per impianti di memoria, sensi per percepire in anticipo i cambiamenti di pressione della crosta terrestre per prevedere i terremoti, occhi bionici dotati di sensori per la visione notturna.

La tecnologia funziona come una leva dell’evoluzione umana?

Io penso che l’evoluzione sarà intraspecie. Quando la tecnologia diventerà organica e gli impianti potranno essere stampati direttamente nel DNA, potremmo scaricare ogni tipo di up-grade e potremo connetterci molto di più con la natura. Credo che la vita sarà molto più emozionante se smettiamo di creare applicazioni per gli smartphone e iniziamo a creare applicazioni per il nostro corpo.

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ARM creerà un chip che si attacca al cervello https://www.datamanager.it/2017/05/arm-creera-un-chip-si-attacca-al-cervello/ Fri, 19 May 2017 13:55:40 +0000 http://www.datamanager.it/?p=125096 Il post-umano del computing si avvicina sempre di più grazie a un team di scienziati americani che sta studiando impianti specifici per pazienti paralizzati ARM ha intenzione di creare un futuro in cui anche le malattie più debilitanti possano essere trattate diversamente, sfruttando le innovazioni tecnologiche. Per questo un team di ricercatori interni sta studiando metodi […]

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Il post-umano del computing si avvicina sempre di più grazie a un team di scienziati americani che sta studiando impianti specifici per pazienti paralizzati

ARM ha intenzione di creare un futuro in cui anche le malattie più debilitanti possano essere trattate diversamente, sfruttando le innovazioni tecnologiche. Per questo un team di ricercatori interni sta studiando metodi avanzati con cui sviluppare chip che possano essere collegati al cervello, così da migliorare le condizioni di vita di pazienti paralizzati, per restituire un senso di feedback come quelli che avrebbero tramite azioni semplici a loro impossibili. Il progetto ha già portato a risultati concreti, come alcuni prototipi che hanno aperto la strada al futuro della bio-tecnica, seppur un’applicazione vera e propria è ancora lontana.

Come funziona

“La sfida è nell’autonomia e nel calore che il chip emana – spiegano da ARM – c’è bisogno di qualcosa di molto piccolo e che consumi poco”. Tecnicamente, l’hardware verrebbe impiantato sotto pelle, in prossimità del cervello, per fornire un feedback sensoriale simile a quello dei normodotati durante le attività quotidiane. In un certo senso, si tratta di un domani simile a quello ipotizzato tempo fa da Elon Musk, eclettico imprenditore dell’impossibile, che spiegava come un giorno chi non sarà collegato in qualche modo a una macchina diventerà obsoleto rispetto alla massa. In realtà, la connessione ideata da ARM ha uno scopo ben preciso su una fetta specifica di popolazione, che non ha il controllo dei propri muscoli e vorrebbe tornarne in possesso o almeno avvicinarsi a una sensazione del genere.

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Guido Tonelli, la cultura ci rende umani https://www.datamanager.it/2017/05/201705guido-tonelli-la-cultura-ci-rende-umani/ Thu, 11 May 2017 10:29:39 +0000 http://www.datamanager.it/?p=124667 Intelligenza artificiale, nuove connessioni e paradigmi. Alle radici della conoscenza per una nuova alleanza tra sapere scientifico e cultura umanistica Nel libro “La nascita imperfetta delle cose” (2016, Rizzoli Editore), il fisico Guido Tonelli raccontava l’avventura della ricerca della “particella di Dio”. Nel suo ultimo lavoro, “Cercare mondi” (2017, Rizzoli Editore) è sulle tracce delle […]

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Intelligenza artificiale, nuove connessioni e paradigmi. Alle radici della conoscenza per una nuova alleanza tra sapere scientifico e cultura umanistica

Nel libro “La nascita imperfetta delle cose” (2016, Rizzoli Editore), il fisico Guido Tonelli raccontava l’avventura della ricerca della “particella di Dio”. Nel suo ultimo lavoro, “Cercare mondi” (2017, Rizzoli Editore) è sulle tracce delle particelle più misteriose e delle galassie più remote dell’Universo. Professore di Fisica Generale dell’Università di Pisa, ricercatore del CERN di Ginevra e tra i protagonisti della scoperta del bosone di Higgs, a Tonelli piace immaginare un mondo in cui a tutti siano date le stesse opportunità: «Studiare, inseguire le proprie passioni, fare avanzare la conoscenza». Nato in un piccolo paese di montagna alle pendici delle Apuane («Vengo da una famiglia di artigiani, operai e contadini»), le sue radici sono ancora vive nei ricordi, nelle storie di duro lavoro, e nelle sventure che hanno segnato le esistenze dei suoi genitori e dei suoi nonni. Oggi, si sente un cittadino del mondo e ha la fortuna di godere di molti privilegi, ma non dimentica quanto è importante tenere i piedi ben piantati per terra. Tra gli ospiti più attesi dell’ottava edizione del Festival di antropologia del contemporaneo, Dialoghi sull’uomo, che si terrà a Pistoia, capitale Italiana della Cultura, dal 26 al 28 maggio, per Tonelli la ricerca scientifica più avanzata è un «racconto meraviglioso» che ci porta alla scoperta dell’origine dell’Universo e anche di noi stessi. La storia di una «grande avventura» e dei suoi protagonisti, uomini e donne che esplorano gli angoli più reconditi della materia, per fare un viaggio all’indietro nel tempo verso il «non-luogo da cui è nato il tutto». Ma che cosa ci renderà più umani? La tecnologia o la cultura? Se la tecnologia è soprattutto empowerment, nel modo in cui consente connessioni e interazioni sempre più complesse, e come leva della nostra capacità di evolverci, per il fisico italiano, è senza alcun dubbio la cultura il vero fattore di crescita e sviluppo. «La tecnologia ci può aiutare a risolvere una grande quantità di problemi pratici e può anche consentirci di allargare i nostri orizzonti culturali, ma senza la riflessione su di sé e sul proprio ruolo nel mondo c’è il rischio di perdersi. Di cultura e in modo particolare di cultura umanistica c’è oggi più bisogno che mai» – mette in guardia Tonelli. «Proprio perché viviamo in un mondo in cui scienza e tecnologia progrediscono a grande velocità, dobbiamo tutti sentire l’urgenza di fare in modo che la cultura umanistica tenga il passo». Chi se non i filosofi, gli umanisti, gli artisti, potranno dare senso all’esistenza umana nell’epoca del dominio della scienza e della tecnologia? Chi altri potrà aiutare l’umanità a fare i conti con i cambiamenti di paradigma che incombono, discutendone le implicazioni, valutandone rischi e opportunità?


#Dialoghi2017 Guido Tonelli Cultura o tecnologia, che cosa ci renderà più umani? @DialoghiPistoia
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Data Manager: La dimensione artificiale rappresenta il nostro prossimo step evolutivo?

Guido Tonelli: L’intelligenza artificiale sta facendo enormi progressi. Macchine che imparano velocemente dai loro errori saranno presto capaci di sostituirci in molte delle attività che svolgiamo abitualmente. Basti pensare alla guida dell’automobile. Noi saremo, con molta probabilità, l’ultima generazione di umani che guiderà personalmente una propria autovettura. Fra breve verranno immesse sul mercato le prime auto a guida automatica. Per un po’ il sistema sarà misto, poi, quando si vedrà che gli umani sono molto più pericolosi, e che le loro auto provocano molti più incidenti di quelle a guida automatica, la guida umana verrà bandita. Lo stesso accadrà, prima o poi, per treni, navi e aerei. Questo stesso meccanismo è destinato a travolgere prima o poi, le principali attività manifatturiere e produttive, tutte quelle impiegatizie e burocratiche, ma anche molte, considerate più nobili ed esclusive, come l’insegnamento o la medicina. Tutto questo costituirà una nuova sfida. Liberati dall’incombenza di occupare una grossa frazione del nostro tempo in attività ripetitive, l’umanità avrà la possibilità di sviluppare pienamente quelle attività creative che oggi sono appannaggio di una piccola frazione di privilegiati. La vera questione sarà se l’organizzazione sociale vigente consentirà questa transizione o se il privilegio rimarrà confinato a una parte ristretta della popolazione.

Scienziati sempre meno tecnici in camice bianco e sempre più filosofi?

Quest’idea che lo scienziato sia un essere stravagante, che viva in un mondo tutto suo, circondato da formule e teoremi è uno stereotipo vecchio a morire. Ci sono certamente colleghi così, che vivono in una specie di “torre d’avorio”, ma sono una piccola minoranza. Penso che anche fra gli idraulici, i notai o i pizzaioli sia presente la stessa percentuale di persone “mono-maniacali”, interessate cioè solo al proprio lavoro. Conosco decine di scienziati come me, appassionati d’arte, di letteratura, di politica. Persone che sono così curiose nel capire i segreti della natura, perché non dovrebbero essere altrettanto interessate a quello che succede in altri campi del sapere e dell’agire umano?


#Dialoghi2017 Guido Tonelli Alle radici della conoscenza e di noi stessi @DialoghiPistoia
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Lei si sente più scienziato o più filosofo?

Sono uno scienziato che sente fortissimo il bisogno di confrontarsi con chi spinge in avanti la ricerca in tutti i campi del sapere, non solo la filosofia, ma anche l’arte. Ho forte curiosità per i temi filosofici, anche se non ho le competenze necessarie per padroneggiarli. Cerco quindi il confronto, ascolto gli studiosi che scavano in profondità in questi ambiti e provo a capire. Mi capita spesso di scoprire che ci spinge la stessa curiosità e che ci interroghiamo sulle stesse domande. Gli strumenti che usiamo sono certamente diversi ma, alla fine, la domanda di partenza è sempre la stessa.

Che cosa sappiamo dell’Universo?

Dell’Universo sappiamo molto, sia della sua origine che della sua fine. Sappiamo che è nato da una fluttuazione quantistica del vuoto e che, per certi versi è ancora vuoto. Un vuoto che si è trasformato in una gigantesca struttura spazio-temporale nella quale si distribuiscono materia ed energia, che ha preso cioè una forma meravigliosa. Tuttavia, sono ancora molte le questioni aperte: chi ha scatenato l’inflazione cosmica, di cosa è fatta la materia oscura, da dove nasce l’energia oscura, che fine ha fatto l’antimateria e perché è così difficile unificare la relatività generale e la meccanica quantistica. Non c’è bisogno di ipotizzare alcun intervento divino per spiegare quello che osserviamo o i molti misteri su cui si sta ancora investigando. Questo non toglie valore all’atto di fede che coinvolge molti, scienziati e non. Avere fede vuol dire affidarsi a qualcosa di sovrannaturale, che si colloca appunto al di fuori della natura, al di fuori quindi dell’unico ambito nel quale la scienza può operare.

In Italia, continua la strana contrapposizione tra cultura scientifica e umanistica. Lei cosa ne pensa?

Questa contrapposizione non mi piace affatto, la considero un retaggio del passato, da superare al più presto. Per millenni, l’interesse scientifico e quello filosofico si sono intrecciati nelle stesse persone, basti pensare ai grandi come Aristotele o Democrito per giungere fino a Galilei, Newton e lo stesso Einstein. Nel Novecento, è cresciuta la separazione e le due discipline si sono radicalmente specializzate. La crescita esponenziale della scienza in generale e della fisica in particolare ha richiesto lo sviluppo di apparati concettuali e tecnici molto sofisticati, basti pensare a relatività o meccanica quantistica, che hanno contribuito a creare ulteriore difficoltà di dialogo. La filosofia sembra quasi avere rinunciato a discutere dei contenuti della scienza concentrando l’attenzione sui problemi del linguaggio e su questioni epistemologiche in generale. Personalmente, ritengo che questa divisione debba essere superata e auspico un dialogo sempre più profondo fra scienziati e umanisti. Bisogna conoscerci a vicenda, fidarsi gli uni degli altri e fare uno sforzo per avvicinare le varie discipline. Entrambi ne abbiamo bisogno. I cambiamenti nella visione del mondo prodotto dall’avanzamento della scienza e della tecnologia produrranno profondi mutamenti nelle relazioni fra individui e nell’organizzazione sociale.


#Dialoghi2017 Guido Tonelli Una nuova alleanza tra tecnologia e cultura @DialoghiPistoia
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I manager delle aziende che cosa possono imparare dal suo lavoro di scienziato?

Non so se possono imparare qualcosa, ma sicuramente ci sono molti aspetti in comune fra le nostre professioni, pur così diverse. Guidiamo grandi ed eterogenee comunità di individui che cercano di raggiungere un obiettivo comune. L’orizzonte in cui ci muoviamo è il mondo intero. L’ambiente in cui si agisce è spesso ostile e pieno di incertezze. I nostri budget, per quanto grandi, sono limitati e dobbiamo rispettare scadenze che ci sono imposte da una feroce competizione. Abbiamo una grande passione per il nostro lavoro e siamo capaci di coltivare per decenni sogni e ambizioni. Non ci spaventa il lavoro duro e neanche il rischio di fallire, abbiamo messo in conto che può capitare. Sappiamo che la differenza fra un successo clamoroso e una catastrofe può essere una questione di dettagli. E per questo, si dorme poco la notte. Mi capita spesso di visitare aziende con le quali collaboriamo per lo sviluppo di tecnologie più avanzate e ho parecchi amici fra manager di compagnie molto importanti. Molti di loro sono appassionati di fisica e passiamo ore a discutere di multiversi o di supersimmetria. Non può essere un caso, una pura coincidenza. C’è sicuramente qualcosa di più profondo che ci accomuna.

L’Italia è un insieme di grandi talenti e contraddizioni. In che cosa sono bravi gli italiani e che cosa dobbiamo imparare?

Io ho la fortuna di lavorare in un campo di ricerca, la fisica delle alte energie, in cui il nostro Paese gioca un ruolo importante e che ci viene riconosciuto a livello internazionale. Questo purtroppo non vale per molti altri settori. Non ci manca il talento individuale e siamo spesso capaci di inventare soluzioni per uscire dalle situazioni più difficili. Una certa dose di creatività e di fantasia ci viene riconosciuta praticamente in tutti i campi. Quello che ci manca è l’umiltà di riconoscere che siamo un disastro sul piano dell’organizzazione. Siamo costituzionalmente incapaci di organizzare le cose in maniera leggera, semplice e pragmatica. Qui dobbiamo rinunciare a fare le cose di testa nostra e accettare di copiare dagli altri, quelli che sono di gran lunga più bravi di noi: gli svizzeri o i tedeschi, per non parlare degli americani e giapponesi. Se imparassimo a mettere insieme l’efficienza organizzativa di questi paesi e l’estro e la creatività di cui siamo capaci, potremmo fare cose incredibili.

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Blade Runner 2049: il trailer racconta come sarà il nuovo capitolo del capolavoro di Ridley Scott https://www.datamanager.it/2017/05/blade-runner-2049-trailer-racconta-sara-capitolo-del-capolavoro-ridley-scott/ Wed, 10 May 2017 18:00:50 +0000 http://www.datamanager.it/?p=124484 Warner Bros ha pubblicato un rapido assaggio in italiano del film che arriverà in autunno nelle sale di tutto il mondo: lo sci-fi è ancora salvo Non è mai semplice approcciare con critica distaccata un sequel cinematografico, soprattutto quando si tratta di un capolavoro come Blade Runner. Da qualche ora è disponibile in rete il […]

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Warner Bros ha pubblicato un rapido assaggio in italiano del film che arriverà in autunno nelle sale di tutto il mondo: lo sci-fi è ancora salvo

Non è mai semplice approcciare con critica distaccata un sequel cinematografico, soprattutto quando si tratta di un capolavoro come Blade Runner. Da qualche ora è disponibile in rete il video di presentazione in italiano di Blade Runner 2049, nuovo capitolo del kolossal del 1982 firmato da Ridley Scott. Non conviene fare paragoni con il passato, visto il rischio di cadere nell’ovvio non è come il primo o non c’entra nulla con l’originale. 2049 è un film diverso, legato al precedente solo per un paio di rimandi stilistici e per la presenza di Harrison Ford, invecchiato e stanco, ma pur sempre portatore di quel fascino da sbirro astuto che ne ha contraddistinto l’epopea post-umana vissuta 35 anni fa. Gli ingredienti per vedere un buon film ci sono tutti a partire dalla mano creativamente poderosa di Denis Villeneuve, già prodigio con Arrival e al lavoro sul remake di Dune.

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Megalopoli pericolosa

Se parte del fascino di Blade Runner non è presente oggi è perché quello che nel 1982 era solo un fantascientifico futuro, oggi è una realtà più vicina, meno sensazionalistica. Pensiamo alle auto volanti, agli ologrammi parlanti, ai robot e alla domotica presente nelle case della megalopoli malsana e pericolosa che faceva da sfondo alle peripezie del poliziotto Rick Deckard. Restano gli interrogativi del primo lavoro, che vagano tra psiche e azione, tra il dubbio se sia giusto o meno differenziare uomini e replicanti e la concezione che forse una vita in comune è ancora possibile. Domande che ci facciamo già oggi, quando ci chiediamo se non sia il caso di rallentare nell’adozione senza freni di una tecnologia che rischia di declassare l’importanza del pensiero umano nei processi decisionali del futuro, quelli che hanno il potere di guidare i cambiamenti socio-politici ed economici dei prossimi anni. Blade Runner 2049 uscirà in Italia il 5 ottobre, un giorno prima dell’arrivo in patria.

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La passione delle bambine per la scienza nasce alle elementari https://www.datamanager.it/2017/03/la-passione-delle-bambine-la-scienza-nasce-alle-elementari/ Wed, 15 Mar 2017 15:00:10 +0000 http://www.datamanager.it/?p=121116 Hi-Tech Girls è il nome del laboratorio organizzato da JA Italia e Siemens Italia l’11 marzo presso BASE Milano per avvicinare le bambine dai 7 ai 12 anni alla tecnologia e alle materie scientifiche. L’obiettivo è superare il divario ancora molto forte tra la presenza maschile e femminile nei settori legati agli amibiti di Scienza, […]

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Hi-Tech Girls è il nome del laboratorio organizzato da JA Italia e Siemens Italia l’11 marzo presso BASE Milano per avvicinare le bambine dai 7 ai 12 anni alla tecnologia e alle materie scientifiche. L’obiettivo è superare il divario ancora molto forte tra la presenza maschile e femminile nei settori legati agli amibiti di Scienza, Tecnologia, Ingegneria e Matematica (STEM)

Scienza, Tecnologia, Ingegneria e Matematica offrono sempre più opportunità lavorative, ma persiste un gap nell’accesso delle ragazze a percorsi formativi tecnico-scientifici. Per stimolare l’interesse verso queste materie fin dai primi anni di scuola, JA Italia e Siemens hanno organizzato l’11 marzo, presso BASE Milano, il laboratorio “Hi-Tech Girls”. Si è trattato di un pomeriggio di attività ludico-didattiche aperto alle bambine dai 7 ai 12 anni, con un percorso che si basa sulla metodologia del Design Thinking. L’evento era aperto sia alle figlie di collaboratori di Siemens sia a bambine del territorio di Milano e hanno partecipato complessivamente circa 40 giovani studentesse.

Le bambine sono state suddivise in gruppi e con il supporto di alcune facilitatrici ed esperte di fisica, ingegneria, matematica sono state accompagnate nell’elaborazione e realizzazione di una soluzione tecnica nata all’interno della squadra grazie alle competenze preziose e uniche di ognuna di loro.

Il laboratorio si inserisce nell’ambito delle iniziative sviluppate nel “Mese delle STEM” (marzo 2017) promosso dal Ministero dell’Istruzione, dell’Università e della Ricerca in occasione della giornata internazionale della donna, con l’obiettivo di avvicinare bambine e ragazze al digitale, alla tecnologia, alla scienza. L’iniziativa punta, inoltre, a stimolare la passione verso questi ambiti affinché sempre più donne possano sceglierli per la propria carriera formativa e professionale futura, superando così un divario di genere ancora molto forte.

Durante questo workshop, partendo dall’analisi di una sfida di fisica e ingegneria, le bambine hanno formulato domande, raccolto informazioni, elaborato ipotesi, dato forma alla loro soluzione, fino ad arrivare a presentarla a un pubblico (composto perlopiù dai loro genitori) nelle fasi conclusive del laboratorio.

“Avvicinare donne e bambine al mondo della scienza significa offrire loro una visione concreta e appagante verso le sue professioni.” Afferma Eliana Baruffi, Presidente di Junior Achievement Italia. “È in questo contesto che si inserisce la didattica di JA Italia che, attraverso iniziative di educazione imprenditoriale proprie dell’area STEM, aiuta le bambine sin da piccole a sviluppare anche importanti abilità trasversali come la capacità e il desiderio di apprendere e di reinventarsi continuamente, unite a competenze proprie della sfera sociale ed emotiva, come l’autoefficacia, la collaborazione, la comunicazione, il problem solving, la creatività e lo spirito d’iniziativa, solo per citarne alcune”.

“Accendere la curiosità oggi per avere domani più ingegneri e scienziati è la nostra ambizione” aggiunge Federica Fasoli, HR Director di Siemens Italia. “Il laboratorio che abbiamo promosso va dritto al cuore di questo straordinario tema, non potremmo essere più entusiasti! Aiutare le bambine a conoscere materie come la scienza, tecnologia, ingegneria e matematica serve a indirizzarle verso una carriera che non va esclusa a priori. Vogliamo fortemente contribuire a sfatare il mito che le carriere STEM siano difficili, noiose e solo per i ragazzi”.

Dal 2003 al 2013 la percentuale di persone che lavorano nei settori STEM è cresciuto del 12%, il triplo rispetto all’incremento totale dell’occupazione nell’Unione Europea. Le professioni in questo settore rappresentano ormai il 7% dei posti di lavoro disponibili, e la domanda relativa alle competenze legate a queste discipline sta aumentando sempre di più, in particolare nel settore delle tecnologie dell’informazione e della comunicazione (ICT).

In Europa la percentuale di donne che lavorano nel settore ICT è l’1%, mentre le donne che hanno conseguito una laurea in una delle discipline STEM è del 20%. Per quanto riguarda il mondo femminile, in Italia solo il 38% delle studentesse indirizza il proprio percorso formativo verso queste discipline; la percentuale è superiore alla media europea, ma queste studentesse finiscono per intraprendere, il più delle volte, professioni che non sono legate agli studi effettuati. Infatti la ricerca Pisa Gender Study sottolinea che solo il 9% degli sviluppatori di app sono donne e che il gender gap nelle materie STEM è pari al 4,6 punti percentuali.

Le trasformazioni rese possibili dalle nuove tecnologie stanno contribuendo allo sviluppo di scenari in continua e rapida evoluzione, con tassi esponenziali d’innovazione. La domanda globale di professionisti dotati di competenze tecniche nelle aree STEM è in continua crescita, al punto che milioni posti di lavoro nel mondo non riescono a essere coperti per mancanza di un’offerta adeguatamente preparata.

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Computer fatto di DNA, gli scienziati mostrano che è possibile https://www.datamanager.it/2017/03/computer-dna-gli-scienziati-mostrano-possibile/ Fri, 03 Mar 2017 19:30:49 +0000 http://www.datamanager.it/?p=120369 Non siamo ancora entrati nell’era dell’informatica quantistica eppure c’è già chi sta sperimentando la generazione successiva fatta di molecole “vive” Il computer quantistico, già realtà grazie al D-Wave, permette di svolgere operazioni complesse migliaia di volte più velocemente dei sistemi attuali. Sembra un punto di arrivo fondamentale per la storia dell’informatica eppure siamo già andati […]

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Non siamo ancora entrati nell’era dell’informatica quantistica eppure c’è già chi sta sperimentando la generazione successiva fatta di molecole “vive”

Il computer quantistico, già realtà grazie al D-Wave, permette di svolgere operazioni complesse migliaia di volte più velocemente dei sistemi attuali. Sembra un punto di arrivo fondamentale per la storia dell’informatica eppure siamo già andati oltre. Alcuni scienziati dell’Università di Manchester hanno infatti realizzato un dispositivo basato su una sequenza di DNA, l’acido desossiribonucleico nel quale sono scritte le essenze della vita di uomini e animali (ma anche piante e microrganismi). Per quale ragione dovremmo usare una macchina composta da molecole del genere, che sono anche dentro il nostro corpo? Semplice, perché un computer del genere sarebbe in grado di replicare il proprio codice per effettuare milioni di calcoli contemporaneamente, a differenza di quanto possano fare le controparti in silicio e in qubit.

Ma è ancora presto

I computer attuali usano un numero predefinito di processori, utili a compiere certi tipi di operazioni. Un sistema composto da molecole di DNA può invece sfruttare la riproduzione delle cellule per dar seguito a problemi complessi, che richiedono uno sforzo computazionale maggiore. Nella pratica, se una macchina fatta di DNA si accorge di non poter risolvere un quesito, può decidere di impiegarci più tempo con le risorse a disposizione oppure di replicarne un numero illimitato di volte, per giungere prima alla conclusione. Gli stessi scienziati sarebbero in grado di spingere questo sistema di duplicazione intervenendo sul device, in una sorta di potenziamento indotto. “Immaginiamo che un computer sia alla ricerca dell’uscita da un labirinto e a un certo punto si imbatta in un bivio, destra o sinistra – ha spiegato il professor Ross D. King, che ha guidato il team mancuniano – gli artefatti classici devono prima scegliere il percorso e poi seguirlo ma quelli fatti da DNA possono intraprendere entrambe le strade, replicandosi e percorrendole tutte nello stesso momento”.

Tutto più semplice

E’ chiaro che in questo modo anche le scelte più complicate diventano più accessibili perché avremmo dinanzi agli occhi sempre un chiaro risultato di tutte le conseguenze derivanti da una decisione. In ambito scientifico, medico ma anche di business si tratta di un passo in avanti fondamentale verso il pieno controllo di contesti talvolta impossibili da decifrare in tempi ragionevoli. Il computer fatto di DNA è stato proposto per la prima volta nel 1994 dal matematico Leonard Adleman e riproposto nel 2002 da alcuni ricercatori del Weizmann Institute of Science di Rehovot che nel 2004 hanno annunciato la costruzione di un computer specifico, in grado di diagnosticare l’attività cancerosa all’interno di una cellula, con il fine di rilasciare il farmaco per la cura in automatico, a seconda dell’evoluzione della malattia.

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