sviluppo economico – Data Manager Online https://www.datamanager.it Il portale dell'ICT professionale Wed, 14 Jul 2021 15:27:33 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=5.8.13 https://www.datamanager.it/wp-content/uploads/2020/04/dmo-favicon3.png sviluppo economico – Data Manager Online https://www.datamanager.it 32 32 Come l’Intelligenza Artificiale può aiutare l’umanità ad affrontare le grandi sfide della nostra epoca https://www.datamanager.it/2018/09/come-lintelligenza-artificiale-puo-aiutare-lumanita-ad-affrontare-le-grandi-sfide-della-nostra-epoca/ Mon, 10 Sep 2018 10:00:20 +0000 http://www.datamanager.it/?p=153004 Durante il recente vertice globale “AI for Good” organizzato dall’ITU, l’Unione internazionale delle telecomunicazioni, sono state discusse numerose soluzioni che mostrano il potenziale dell’Intelligenza Artificiale (AI) nel contribuire ai principali obiettivi di sviluppo sostenibile Di Francesca Puggioni, Head of South Europe cluster di Orange Business Services Questi obiettivi di grande portata ruotano attorno alla salute, […]

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Durante il recente vertice globale “AI for Good” organizzato dall’ITU, l’Unione internazionale delle telecomunicazioni, sono state discusse numerose soluzioni che mostrano il potenziale dell’Intelligenza Artificiale (AI) nel contribuire ai principali obiettivi di sviluppo sostenibile

Di Francesca Puggioni, Head of South Europe cluster di Orange Business Services

Questi obiettivi di grande portata ruotano attorno alla salute, all’istruzione, alla libertà dalla fame e dalla povertà, all’energia e altro ancora. Nel suo discorso, il segretario generale delle Nazioni Unite, Antonio Guterres, ha dichiarato: “Le tecnologie, inclusi big data e analytics, intelligenza artificiale e automazione, dovrebbero aiutarci a combattere e a mitigare l’impatto dei cambiamenti climatici, a proteggere il nostro ambiente e a creare le condizioni per la crescita e lo sviluppo a vantaggio di tutti”.
In questo articolo ho raccolto alcuni esempi di come l’Intelligenza Artificiale è già – o sarà presto – utilizzata a fin di bene.

Diagnosticare il cancro

L’intelligenza artificiale e la computer imaging possono fare ben di più che intuire in quale delle fotografie compare tua madre: oggi l’intelligenza artificiale può analizzare le immagini per diagnosticare un cancro della pelle. Uno studio internazionale ha confermato che l’IA è più efficace dei dermatologi nel rilevare i melanomi, una volta programmata a questo scopo (95% contro 86,6%): IBM, Microsoft e Cancer Research ci stanno già lavorando.

L’ITU ritiene inoltre che l’intelligenza artificiale possa aiutare i medici a identificare il trattamento più efficace per i casi di cancro complessi, contribuendo a ridurre i costi e la mortalità del 10%.

Perdita di sangue sul tavolo operatorio? Un’app la può identificare

L’app per iPad Triton Sponge di Gauss Surgical, che ha vinto l’Apple Design Award, utilizza l’intelligenza artificiale per valutare la quantità di sangue persa da un paziente analizzando le immagini delle spugne chirurgiche e dei contenitori di aspirazione utilizzati durante un intervento chirurgico. Approvata dalla FDA, questa app è già in uso nelle sale operatorie negli Stati Uniti. Il CEO della società Siddarth Satish ritiene che in futuro sarà possibile determinare la quantità di sangue perso dalla vittima di un incidente usando l’intelligenza artificiale e la fotocamera di un dispositivo mobile, un’informazione che aiuterà i soccorritori a salvare vite umane. Dice che ha inventato la soluzione perché lo ha sconvolto scoprire che circa 35.000 donne sono morte dissanguate durante il parto e voleva una soluzione per contribuire a prevenire queste tragedie.

IA per gli occhi

DeepMind sta lavorando con numerosi fornitori, tra cui l’Imperial College Healthcare e il Moorfields Eye Hospital nel Regno Unito, per addestrare i computer alla diagnosi delle malattie oculari. La partnership, incentrata sull’uso dell’IA e dell’imaging, ha mostrato risultati promettenti nell’analisi delle scansioni della retina per patologie quali la degenerazione maculare senile, la retinopatia diabetica e il glaucoma. Per addestrare il computer, i ricercatori hanno utilizzato un milione di scansioni e diagnosi anonime.

Per la salvaguardia degli animali

IBM è al lavoro per proteggere le ultime mandrie di rinoceronti rimasti con una combinazione intelligente di IA e sensori IoT. Funziona così: i ranger posizionano su zebre e antilopi che vivono vicino ai rinoceronti beacon IoT monitorati da sensori collegati al cloud. Quando i bracconieri entrano sul loro territorio, le zebre e le antilopi tendono a fuggire. I sensori notano questa attività e avvisano immediatamente i guardacaccia che raggiungono immediatamente l’area, catturando i bracconieri e salvando i rinoceronti.

In un progetto correlato, i ricercatori dell’Università del Wyoming hanno sviluppato un sistema che – sostengono – è in grado di identificare gli animali con una precisione del 99,3%. L’idea è creare dati accurati sulla diversità e la conservazione delle specie.

Istruzione meccanizzata

L’IA personalizzata potrebbe offrire un supporto ai modelli di apprendimento tradizionali, basati su insegnanti e aule. I fautori di questo impiego della tecnologia affermano che l’intelligenza artificiale può offrire esperienze di apprendimento su misura, basate sulle effettive necessità e capacità dei singoli alunni. In India, la società FitKids utilizza la tecnologia AssessED AI per correggere i compiti in classe e dare valutazioni scolastiche. Il sistema assiste gli insegnanti nel creare e valutare gli esami e anche nella produzione di report basati su tali risultati.
Amnesty International crede che l’IA possa rendere l’istruzione, la salute e persino l’energia più accessibili economicamente. Questo potrebbe essere vero: David Hanson, CEO di Hanson Robotics, ritiene che il robot umanoide Sofia della sua azienda possa essere utilizzato per la formazione medica: “Non ci sono abbastanza persone che possono occuparsene”, dice in un video ITU.

Migliorare le coltivazioni

Oltre 800 milioni di persone a livello globale vivono nella fame. Il Programma Alimentare Mondiale sta valutando come l’IA possa migliorare le sue capacità di intervento, sia in termini di risposta alle catastrofi sia per aiutare a incrementare i raccolti dei piccoli agricoltori implementando pratiche agricole intelligenti.

Kristian Kersting, docente di Machine Learning presso la Technische Universität di Darmstadt, è alla guida di un team che esplora i modi in cui l’intelligenza artificiale può essere utilizzata per incrementare i raccolti attraverso tecniche di agricoltura di precisione: spera di realizzare un sistema di intelligenza artificiale che monitori le colture fornendo informazioni in tempo reale per rispondere alle crisi e aumentare i raccolti. Un altro team supportato da IBM XPrize è invece al lavoro per usare l’intelligenza artificiale per proteggere le api.

Ottimizzare la distribuzione e l’offerta di energia

L’intelligenza artificiale può ottimizzare la produzione, la gestione e la distribuzione di acqua, energia e altre risorse essenziali. La start-up della Silicon Valley Verdigris sta sviluppando un’IA per ridurre il consumo energetico. Drift, a Seattle, utilizza l’apprendimento automatico per prevedere la domanda di energia analizzando un’ampia gamma di dati, come le ricerche su Internet o le condizioni dell’infrastruttura energetica. Su una scala molto più ampia, General Electrics ha sviluppato Predix, un software IA che interpreta i dati dei sensori delle apparecchiature energetiche per aumentare l’efficienza operativa e prevedere i guasti prima che si verifichino.
Questi sono solo alcuni esempi che illustrano l’impatto potenzialmente profondo dell’intelligenza artificiale nell’aiutare gli esseri umani ad affrontare alcune delle maggiori sfide del mondo attuale: appare chiaro che l’intelligenza artificiale diventerà un fattore sempre più importante nella nostra risposta ai problemi dell’umanità.

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AIDP e ANCI insieme per lo sviluppo sostenibile dei territori https://www.datamanager.it/2017/09/aidp-anci-insieme-lo-sviluppo-sostenibile-dei-territori/ Fri, 29 Sep 2017 14:07:22 +0000 http://www.datamanager.it/?p=132000 Direttori del personale e comuni d’Italia insieme per promuovere lo sviluppo del territorio L’AIDP, la principale associazione dei direttori del personale italiana, e l’Anci, l’associazione dei Comuni, promuovono una collaborazione per la diffusione di una sana cultura manageriale in ambito risorse umane nei territori. Importante appuntamento a Roma. I direttori del personale si mettono al servizio dello sviluppo […]

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Direttori del personale e comuni d’Italia insieme per promuovere lo sviluppo del territorio

L’AIDP, la principale associazione dei direttori del personale italiana, e l’Anci, l’associazione dei Comuni, promuovono una collaborazione per la diffusione di una sana cultura manageriale in ambito risorse umane nei territori. Importante appuntamento a Roma.

I direttori del personale si mettono al servizio dello sviluppo dei territori offrendo le proprie specifiche competenze manageriali. È questo il senso della collaborazione tra AIDP e ANCI che organizzano a Roma il prossimo 3 ottobre 2017 un importante evento presso la Sala Santa Maria in Aquiro – Senato della Repubblica con la presenza di numerose personalità istituzionali.

L’evento sollecita la necessità di confrontarsi per definire un percorso di Governance sullo sviluppo sostenibile: modelli strutturati e azioni coordinate capaci di coinvolgere attori e Stakeholders locali, nazionali e internazionali, così da migliorare l’efficacia e l’efficienza degli sforzi che dovranno essere profusi nei prossimi anni sui territori. Passi fondamentali per conseguire l’obiettivo di un più generale futuro sostenibile. Come può essere realizzata la “sostenibilità”? Quali obiettivi possono essere declinati e come monitorarli? Quali le azioni che si possono mettere in campo, per costruire e ricostruire innovando? AIDP in tale ambito può fornire competenze manageriali “strutturate e strategiche” per un’ANCI impegnata anche nel percorso necessario di unione tra Comuni in aree metropolitane proponendo modelli di convenzionamento sostenibili in tema di servizi da offrire al territorio.

“Le competenze che sono naturalmente in capo ai manager del mondo pubblico e quelle dei manager del mondo privato devono sommarsi in modo da creare un contagio positivo utile per un obiettivo nobile come quello di migliorare il nostro territorio. Le best practises SISMA ABRUZZO 2009 e VATO ce ne danno dimostrazione” spiega Isabella Covili Faggioli, Presidente AIDP.

Introduce e modera Cinzia Rossi (AIDP).  Intervengono sui “Principi di sostenibilità” Isabella Covili Faggioli Presidente Nazionale AIDP, Paola De Micheli Sottosegretario di Stato Ministero dell’Economia e delle Finanze e Donato Speroni  Responsabile redazione ASVIS;  sul caso della ricostruzione nel Centro Italia “Il rapporto con il Territorio: il dialogo tra impresa e Comuni” Giampiero Marchesi Coordinatore Struttura di missione ATP – Presidenza Consiglio dei Ministri, Luciano D’Alfonso Presidente Regione Abruzzo, Riccardo Ghidella Presidente Nazionale UCID; sul caso diretto per “L’esperienza manageriale per una Ricostruzione sostenibile” Paolo Esposito Direttore URSC – Ufficio Ricostruzione Speciale Comuni Cratere, Sandro Ciacchi e Francesco Di Paolo Coordinamento Sindaci Aree Omogenee Comuni del Cratere – Sisma Abruzzo 2009, Don Angelo Spina Vescovo di Sulmona Valva, Sabrina Ciancone Sindaco di Fontecchio – Aquila;  sul caso diretto per “La via italiana all’industria 4.0: ricadute sui Territori”, Andrea Gumina Senior Policy Advisor G7 Sherpa Office Presidenza del Consiglio dei Ministri, Davide D’Arcangelo  Direttore Generale PROMETEO, Juri Bettollini Sindaco di Chiusi, Marco Ciarini Presidente Patto territoriale interregionale VATO, Cristiano Benassati Presidente Fondazione Organismo Ricerca G-Technology; in chiusura dei lavori si tenterà di tracciare Prospettive e percorsi “Il modello italiano e i territori” con Veronica Nicotra Segretario Generale ANCI e Pier Paolo Baretta Sottosegretario di Stato Ministero dell’Economia e delle Finanze.

Visualizza il programma 

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Sergio Pedolazzi, pensare digitale, ma Made in Italy https://www.datamanager.it/2017/07/sergio-pedolazzi-pensare-digitale-made-italy/ Tue, 25 Jul 2017 15:03:03 +0000 http://www.datamanager.it/?p=129383 Come trasformare un’idea semplice in un’impresa di successo. Si parla molto di startup come volano per la crescita economica, ma in molti casi si tratta solo di slogan. Le piccole imprese innovative come D-Factory hanno invece il potenziale per creare sviluppo, nuovi posti di lavoro e dare nuovo slancio al Made in Italy La fabbrica […]

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Come trasformare un’idea semplice in un’impresa di successo. Si parla molto di startup come volano per la crescita economica, ma in molti casi si tratta solo di slogan. Le piccole imprese innovative come D-Factory hanno invece il potenziale per creare sviluppo, nuovi posti di lavoro e dare nuovo slancio al Made in Italy

La fabbrica connessa con tutto il suo arsenale tecnologico e il suo esercito di “makers” e Fab lab abbassa le barriere d’ingresso in termini di sviluppo di prototipo. Davanti alla platea del WeChangeIT Forum di Data Manager, Sergio Pedolazzi, CEO e founder di D-Factory, e ideatore di Skiddi, racconta come un’idea si può trasformare in impresa, partendo con poche risorse ma tanta creatività. Skiddi è il mini-trolley tascabile per il trasporto degli sci, un prodotto di design nato dal processo di accelerazione attraverso l’incubatore D-namic di Brescia. Skiddi è solo la prima idea diventata rapidamente realtà, finanziata attraverso concorsi e bandi nazionali e grazie al successo di una campagna di crowdfunding. Oggi, D-Factory, che si può definire un “laboratorio di idee”, si appresta a lanciare “dal basso” prodotti di design Made in Italy e sostenerne lo sviluppo, fino alla produzione industriale. Poco più di 80 grammi di peso, dimensioni equivalenti a quelle di un uovo e due piccole ruote, per un trasporto manuale veloce. Skiddi nasce da un bisogno personale. «Durante una vacanza in una località sciistica, mi sono chiesto perché dovessi fare tanta fatica per portare gli scii dal parcheggio o dall’hotel fino agli impianti di risalita. Un’idea semplice che parte da un’esigenza pratica» – afferma Pedolazzi. E i bisogni e i desideri dei clienti guideranno il mercato. La tecnologia cambia le abitudini ma non i bisogni. Le parole chiave sono: engagement, commitment, competenza. Sergio Pedolazzi, classe 1983, laureato in Ingegneria Civile, ha lavorato nel mondo delle costruzioni come area manager nel settore di sviluppo e progettazione di materiali innovativi per l’edilizia, e si è subito avvicinato al product design partendo dal movimento dei “makers”, sviluppando prodotti attraverso l’utilizzo della stampa 3D open-source.

I sostegni alle startup innovative previsti dal ministero dello Sviluppo economico, che ha adottato l’80 per cento delle misure indicate dalla comunità europea, dopo le prime fasi di avvio si scontrano con un sistema privato degli investimenti ancora troppo immaturo. In Italia, non esiste una vera cultura del capitale di rischio, né condizioni a contorno in grado di incoraggiarla. Al contrario, l’ecosistema delle startup in Italia è in continua crescita, soprattutto di quelle registrate come Innovative presso le Camere di Commercio. I dati raccolti individuano la Lombardia come la regione più virtuosa. Tuttavia, in termini di investimenti in startup e di presenza di fondi di venture capital, l’Italia si posiziona ancora in modo modesto rispetto ad altri paesi europei e soprattutto agli Stati Uniti, con la Silicon Valley in testa. Nel primo semestre del 2016, il venture capital in Italia ha pesato per l’uno per cento sul totale degli investimenti in imprese. I dati sono dell’AIFI, l’associazione Italiana di Private Equity, Venture Capital e Private Debt.


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Nondimeno, si continua a parlare molto di startup come volano per la crescita economica. In molti casi si tratta solo di slogan. Di fatto, le startup italiane, per qualità e validità, avrebbero tutto il potenziale per creare nuovi posti di lavoro. «Dopo l’accelerazione nel primissimo periodo di vita dell’azienda – però – ci sono poche forme di sostegno nella fase di avvio dell’attività produttiva» – racconta Pedolazzi. In Italia, la cultura di Venture Capital è tutta da costruire. Chi vuole fare il salto finale e diventare “grande”, deve fare i conti in Italia con la scarsità dei finanziamenti. Nel mondo, c’è molta liquidità. Ma la liquidità va dove c’è meno rischio o dove c’è più rendimento e dove c’è un’infrastruttura non solo tecnologica ma di sistema in grado di reggere il cambiamento». Pensare digitale e l’importanza del saper fare. Dall’idea al prodotto. La tecnologia abbassa la prima barriera di ingresso. Ma come passare dal prodotto al mercato? «Le imprese di successo saranno quelle capaci di cambiare veramente il modo di vendere e comunicare, ma anche di ideare e sviluppare il prodotto. Chi insegna le strategie di marketing alle aziende, non ha mai gestito un’impresa». Parola di startupper.

Data Manager: Come nasce Skiddi? Con quanti soldi sei partito? Chi ti ha aiutato e supportato?

Sergio Pedolazzi: Skiddi nasce da una necessità personale, che nel caso specifico era quella di trovare un modo semplice e sicuro per agevolare il trasporto degli sci nel tragitto che separa il parcheggio o l’hotel dagli impianti di risalita. Una volta verificato che non ci fosse nulla di simile sul mercato, e riconoscendo che il mio problema poteva rappresentare un problema comune a tutti quelli che si trovavano nella mia medesima situazione, pensai che il problema poteva diventare un “bisogno latente” al quale dare una soluzione. Sono partito circa quattro anni fa acquistando una stampante 3D con la quale concepii l’idea di Skiddi, e una volta depositato un brevetto con circa duemila euro, varie fortunate coincidenze e un pizzico di convinzione, mi hanno dato la possibilità di incontrare persone e situazioni che mi hanno aiutato nello sviluppo dell’idea di Skiddi, fino alla realizzazione.

Dall’idea al prototipo. La tecnologia ha abbassato le barriere di accesso per l’ideazione e lo sviluppo di un’idea, ma quando si tratta di “diventare grandi” l’imbuto si stringe. C’è stato un momento in cui ti sei sentito solo e che non ce l’avresti fatta?

Grazie alle competenze tecniche della mia professione, sono riuscito a portare avanti i primi step di sviluppo autonomamente, grazie a un programma di modellazione 3D gratuito, una stampante 3D open source da 700 euro, e tanta fantasia. Si, oggi la tecnologia consente di abbattere la prima “barriera in ingresso” rappresentata dai costi di prototipazione, step che fino a pochi anni fa bloccava molti designer e progettisti che non erano in grado di passare nemmeno alla fase di prototipazione. Nel momento in cui ti accorgi che la fase di prototipazione è giunta al termine, cioè si è passati da un prototipo a un prodotto che possa soddisfare una richiesta sia funzionale sia estetica, è qui che inizia il vero e duro lavoro, e ci si scontra con la fatidica domanda: e adesso, come faccio a industrializzarlo e passare dal “prodotto” al “mercato”? A questa domanda, ci si rende subito conto che le competenze di una singola persona non bastano più, ed è necessario trovare altre competenze e persone che possano formare un vero team di sviluppo.

Perché in Italia, ci sono poche opportunità anche a livello di “seed”? Che cosa bisognerebbe migliorare?

Per rispondere a questa domanda e quindi capire i limiti che esistono a livello di investimenti in Italia, e come possono essere migliorati, bisogna conoscere le realtà al di fuori del nostro Paese. A me è bastato un viaggio nella Silicon Valley, per capire le differenze strutturali tra un paese come gli USA, dove un’idea a livello “seed” può essere finanziata con centinaia di migliaia di dollari e un’Italia, dove solitamente i primi “seed” si attestano intorno a qualche decina di migliaia di euro, che ovviamente possono e devono essere comunque sfruttati. Migliorare questa situazione purtroppo necessita un cambiamento culturale di un Paese che non è assolutamente pronto e non è propenso a investimenti ad alto rischio come quello che può essere in una startup.


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Quanto è importante credere nella propria idea e quanto che ci credano gli altri?

Sembrerà scontato dire che è importantissimo crederci in prima persona, a livello di non dormirci la notte. Ma fondamentalmente è cosi: se non si è disposti a investire per primi tempo e denaro sulla propria idea, significa che nessuno sarà disposto a farlo. Allo stesso tempo, però, non bisogna fare l’errore di essere “ciechi” e di andare avanti senza considerare gli spunti e i feedback esterni nella fase di sviluppo: bisogna essere sempre pronti e accettare le critiche, anche di chi ti sta più vicino. Capire quali di quelle critiche siano costruttive, e rimettere in discussione anche le proprie più ferree convinzioni, se necessario, per migliorare il prodotto. Solo in questo modo si può affrontare il mondo esterno, e soprattutto coloro che possono essere interessati a investire sull’idea. Per convincere un investitore, una banca o banalmente il pubblico, come nel caso del crowdfunding, serve da un lato essere assolutamente convinti ed entusiasti della propria idea e saperla comunicare in modo chiaro e professionale, e allo stesso tempo essere preparati a rispondere a qualsiasi dubbio e obiezione, per risultare credibili e convincenti.

Dopo un anno di break-even, Skiddi è alla prima stagione di vendita in Europa e USA. Una bella soddisfazione. Come gli strumenti di social marketing ti stanno aiutando a vendere la tua idea?

Premetto che io e il marketing fino a qualche mese fa eravamo due perfetti sconosciuti: questa esperienza mi ha però fatto capire che nel mondo della comunicazione, spesso chi “insegna” le strategie di marketing alle aziende, non ha mai gestito un’azienda. Questo per dire che, soprattutto quando si ha poco budget da spendere, l’unico modo per verificare quali strumenti siano più o meno adatti al tuo tipo di business, è quello di sperimentarli in prima persona, capire come funzionano e quindi di affinare, spesso procedendo per tentativi ed errori, la propria strategia. Nel mio caso specifico, il crowdfunding è stato il primo elemento vincente nella mia strategia di sviluppo, permettendomi di raccogliere pre-ordini e finanziamenti. Il crowdfunding è il più innovativo, rapido e globale strumento di marketing, che consente di fare subito un test sul mercato, ricevere feedback immediati, tutto prima ancora di aver messo in piedi una produzione industriale. Altri strumenti di marketing che ho testato e che hanno portato risultati strabilianti sono semplici campagne sponsorizzate sui social con investimenti giornalieri minimi, alimentate però da un piano editoriale che mi permettesse di raggiungere il target giusto, e una vendita online tramite campagne flash-sale paese per paese, sfruttando la visibilità delle community consolidate degli stessi siti partner. Non credo nei nuovi influencer, ma credo nella reputazione del mezzo che si usa. Il mezzo che si utilizza non è indifferente.

Bisogni e desideri dei clienti guideranno il mercato. Chi sono i tuoi clienti e che cosa stai facendo per migliorare la relazione con il tuo cliente?

Le azioni e le strategie di comunicazione fatte tramite le campagne sponsorizzate su Facebook mi hanno consentito di profilare e targettizzare molto bene la mia tipologia di clientela, estraendo per esempio le percentuali di clienti divisi per età, sesso, provenienza e gusti. Ma non tutti i target si possono raggiungere con Facebook. E ci sono relazioni e target che si possono costruire e raggiungere solo in contesti differenti, e questo è particolarmente vero nel B2B. In ambito più consumer, con costi di acquisizione bassissimi, è possibile raccogliere dati, che diventano informazioni fondamentali per migliorare sia la strategia di comunicazione sia per definire i migliori canali di vendita. Attualmente, grazie alle informazioni raccolte in questo anno e mezzo, sono ad esempio passato, da una vendita quasi esclusivamente online, a una vendita tramite retailer che mi consente di alimentare e diffondere la conoscenza del prodotto sul mercato.

Analytics, Big Data e Machine Learning promettono di realizzare il sogno del marketing one-to-one per dare ai clienti quello che vogliono. Ma i clienti sanno veramente quello che vogliono?

I clienti non saranno mai i direttori marketing di un’azienda. Ma credo sia ormai assodato che questi sono e saranno i migliori strumenti di marketing strategico a disposizione di un’azienda, e pensare di andare contro questa tendenza, o pensare che sia un metodo inutile, magari perché complesso e costoso, sia il modo più semplice di fallire, o comunque di rimanere indietro rispetto alla concorrenza. Oggi, qualsiasi azienda, dal produttore di Skiddi alla gelateria sotto casa, deve necessariamente dotarsi degli strumenti di analisi e raccolta dati, in modo da definire sempre meglio i bisogni dei propri clienti e le tendenze di mercato, e quindi modificare la propria strategia di vendita sulla base delle informazioni raccolte. L’ascolto e la capacità di elaborare le informazioni resta fondamentale. Se non fosse cosi, Google che raccoglie e vende informazioni non sarebbe…Google.


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L’avventura di Skiddi che cosa ti ha insegnato sul tuo Paese, che non immaginavi?

Anche se da un lato l’Italia non ha dimostrato di essere un paese pronto e propenso all’investimento e al rischio, soprattutto in startup, e che manchino politiche di lungo periodo che agevolino lo sviluppo dell’imprenditoria giovanile in maniera strutturale, devo dire che personalmente non ho avuto un’esperienza totalmente negativa. Questo perché ho avuto la fortuna di incontrare persone molto competenti che sono state in grado di suggerirmi e indicarmi dove trovare le opportunità per portare avanti la mia idea. Anche a livello istituzionale, ho avuto la possibilità di accedere a finanziamenti a fondo perduto che mi hanno consentito, non senza difficoltà, di raccogliere, insieme al crowdfunding, quanto necessario per lanciare la mia attività. Quindi devo riconoscere che qualcosa di buono anche in Italia c’è, forse a volte difficile da scovare, ma c’è. Serve soltanto qualche passetto in avanti a livello culturale, che consenta di spingere e stimolare di più i giovani a sviluppare nuove idee di business, in un momento di difficoltà e di cambiamento che oggi stiamo vivendo, dove la parola “cambiamento” io la interpreto come “opportunità”.

Oggi, con D-Factory, stai per lanciare “dal basso” prodotti di design Made in Italy e sostenerne lo sviluppo, fino alla produzione industriale. Anche questo è il bello dell’Italia?

Ho sempre ammirato i piccoli e medi imprenditori degli anni Cinquanta o Sessanta, che da zero hanno costruito il tessuto industriale e lavorativo dell’Italia come nessun altro paese del mondo. Inoltre sono convinto che in Italia possiamo eccellere fondamentalmente in tre settori: cibo, moda e design. Con la mia piccola e modesta realtà vorrei semplicemente continuare a cavalcare un nostro punto di forza e mantenere attivo il settore manifatturiero che sta alla base dei prodotti di design, semplicemente sfruttando qualche strumento innovativo in più, convinto che la qualità del Made in Italy possa e debba ancora imporsi sul mercato globale. Quindi sì, per me anche questo è il bello dell’Italia, e se posso farne parte, non posso che essere felice e orgoglioso.


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Salvatore Majorana, l’Industry 4.0 è un treno in corsa https://www.datamanager.it/2017/07/salvatore-majorana-lindustry-4-0-un-treno-corsa/ Tue, 25 Jul 2017 15:00:48 +0000 http://www.datamanager.it/?p=129377 Mentre il Piano Industria 4.0 mostra segnali di successo con una crescita degli ordini del 28,5 per cento nel secondo trimestre del 2017, è già arrivato il momento di guardare all’Industria 5.0. In attesa di un nuovo Rinascimento industriale italiano, occorre un cambio di passo. Non è in discussione il “saper fare” delle imprese italiane, […]

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Mentre il Piano Industria 4.0 mostra segnali di successo con una crescita degli ordini del 28,5 per cento nel secondo trimestre del 2017, è già arrivato il momento di guardare all’Industria 5.0. In attesa di un nuovo Rinascimento industriale italiano, occorre un cambio di passo. Non è in discussione il “saper fare” delle imprese italiane, ma la capacità di fare sistema

Al di là di ogni semplificazione che ha trasformato l’espressione Industry 4.0 in una specie di “buzzword”, nel suo duplice significato di mix di tecnologie abilitanti e di piano di investimenti predisposto dal ministero dello Sviluppo economico, lo scenario della “fabbrica connessa” è molto complesso, soprattutto per i manager e i decisori aziendali chiamati a governarlo e a implementarlo, anche nella prospettiva dell’integrazione tra robotica avanzata e intelligenza artificiale, dove la relazione uomo-macchina è sempre più stretta e dove  ricerca e produzione dialogano direttamente a bordo linea. Secondo i dati resi noti dall’ultima assemblea dell’UCIMU, nel secondo trimestre gli ordini di macchine utensili e robot sono in crescita del 28,5 per cento. Un dato che certifica che il piano di incentivi predisposto dal ministro Carlo Calenda sta funzionando e che gli investimenti sono ripartiti. Certamente, l’efficacia delle misure (il superammortamento del 140 e l’iperammortamento del 250 per cento) si potrebbe misurare solo in un’ottica di lungo periodo, ma al momento non è chiaro se ci saranno spazi di manovra in finanza pubblica per rendere più strutturali gli incentivi. Segno che il peso del deficit resta il principale ostacolo di una politica economica in grado di riavviare il sistema operativo del Paese e sbloccare energie e crescita.

«In questa fase di profonda trasformazione, la mappa delle imprese italiane presenta molti chiaroscuri» – dichiara Salvatore Majorana, direttore del Technology Transfer dell’Istituto Italiano di Tecnologia, aprendo i lavori del WeChangeIT Forum di Data Manager. La Commissione europea pubblica ogni anno l’Innovation Scoreboard. L’Italia per molti decenni è stata al 15esimo posto su 28. Poi siamo scivolati al 16esimo, superati anche dalla Repubblica Ceca. Se guardiamo bene, i numeri sono abbastanza tristi. Anche per il 2017, l’Italia perde posizioni e, con un punteggio di 75,1, resta nel gruppo di coda dei Paesi innovatori moderati. Ricerca e sviluppo sono fattori determinanti per l’innovazione. In pratica, significa che i paesi più ricchi investono di più ed è per questo che sono più ricchi. In Italia, la ricerca pubblica investe poco meno della metà dell’uno per cento del PIL. I privati stanno molto peggio, poco sopra la metà della media europea. A fronte di questi dati che ci dicono che siamo un po’ un fanalino di coda di questo “treno” ad alta velocità, abbiamo però una capacità di generare competenza e tecnologie straordinarie. Negli ultimi anni, l’indice di citazione medio dei lavori di ricerca universitari (Field Weighted Citation Impact) mostra che l’Italia è più letta ed è più studiata di quanto non lo sia la produzione scientifica nel Nordamerica e in Europa. Vuol dire che facciamo una produzione scientifica di qualità ed è un bene che non dovremmo dimenticare. Il vero tema è trasferire questo tipo di conoscenza al sistema produttivo per scaricare a terra questa energia di attivazione. All’interno dell’Istituto Italiano di Tecnologia, Salvatore Majorana svolge un ruolo attivo nell’identificazione dei business model e nella strutturazione di spin-off della ricerca, sviluppando partnership strategiche con imprese e operatori finanziari. Le collaborazioni con le imprese industriali italiane e internazionali dell’Istituto spaziano dalla robotica alla scienza dei materiali, dalle neuroscienze ai sistemi di produzione di energia rinnovabile. «Occorre un cambio di passo per cogliere le opportunità, se non si vuole perdere definitivamente la sfida della competizione industriale. Non è in discussione il “saper fare” delle imprese italiane, ma la capacità di fare sistema» – spiega il nipote del famoso matematico Ettore Majorana. «Bisogna avere più coraggio per valorizzare l’innovazione e credere in chi fa impresa». Bisogna affrontare il tema dell’innovazione sia dal punto di vista culturale sia degli incentivi come sta facendo il MISE, ma prestando attenzione a intercettare le reali esigenze delle imprese, predisponendo misure adeguate, non isolate, e adottando un metodo di lavoro basato sul monitoraggio dei risultati perché la politica degli incentivi non si riduca alla fine in un semplice aumento di spesa. Dal super ammortamento al credito di imposta per il progetto di ricerca fino alle misure di sovvenzione alla formazione e all’adeguamento professionale del personale sono tutte misure che contano.


Salvatore Majorana @IITalk #Industria40 Un treno in corsa da non perdere #wechangeit
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«Quando cambierà il lavoro, e già è cambiato, dovremo insegnare alle nostre persone a lavorare in un contesto nuovo ed è lì che si giocherà la sfida» – mette in guardia Majorana. «Non tanto nell’introduzione di una nuova tecnologia, ma nel far funzionare tutto il sistema che c’è intorno a un nuovo asset tecnologico». Del resto, la capacità delle persone di adattarsi al cambiamento è una variabile che non possiamo controllare, perché il tempo di adattamento non è comprimibile. Pur nel balletto delle cifre, delle modiche agli incentivi e degli investimenti, che alimentano il dibattito e anche le polemiche, dobbiamo tornare a fare programmi a 20 anni, come fanno i paesi più innovativi, e dobbiamo fissare degli obbietti sul ruolo che come Paese pensiamo di poter esercitare (o meritare) nei prossimi trent’anni. Al contrario, abbiamo sempre lasciato l’iniziativa delle imprese. E grazie al cielo, le imprese hanno dimostrato di essere creative e capaci di intercettare il cambiamento. Peccano – però – di capacità di aggregazione e di eccesso di personalismo. Lo sforzo di rimanere piccole, autonome e indipendenti in un mondo globalizzato non è più una scelta che premia: la tecnologia ha accelerato i movimenti di capitali, uomini e merci. Ha ridotto le frontiere. E, oggi, il confronto è con i giganti dell’Est.

Data Manager: Cominciamo con la rivoluzione industriale, che sta modificando così velocemente il mondo delle imprese, delle organizzazioni e del lavoro come lo conosciamo oggi. Per qualcuno l’Industry 4.0 è un treno in corsa. O ci salti su o resti tagliato fuori. Ma è consigliabile saltare su un treno ad alta velocità di cui però non si conosce la destinazione?

Salvatore Majorana: Assolutamente sì. Assistiamo a un aumento straordinario della velocità di adozione di nuove tecnologie, che spesso comprendiamo nelle loro piene potenzialità solo dopo averle utilizzate per un certo tempo. In questo senso, il nostro sistema produttivo non può permettersi di rallentare e restare a guardare: o si sale sul treno o si perde la partita. La manifattura rappresenta oltre quattro quinti delle esportazioni complessive e rimane il settore di punta della nostra economia, quello dove si concentra l’innovazione. Parliamo di un unico mondo produttivo ibrido che abbraccia i tre tradizionali comparti produttivi, primario, secondario e terziario.

In questa fase di profonda trasformazione, la mappa delle imprese italiane presenta molti chiaroscuri. Qual è il ruolo dell’Istituto Italiano di Tecnologia per aiutare l’innovazione e il trasferimento tecnologico?

L’IIT ha una duplice missione: generare conoscenza, attraverso ricerca scientifica di altissima qualità, e favorire il trasferimento delle soluzioni tecnologiche al sistema produttivo. Sul fronte del trasferimento tecnologico, l’IIT attivamente ricerca imprese capaci e/o interessate a includere nuove tecniche, materiali, sensori, farmaci nel loro ciclo di crescita. Oggi, gestiamo circa 120 progetti all’anno con imprese consolidate, dalle medie imprese alle multinazionali, italiane e non. Abbiamo sviluppato la formula dei laboratori congiunti, abbiamo attivato una trentina di contratti di licenza su brevetti e favorito il lancio di 17 nuove imprese innovative. Siamo una piattaforma di ricerca aperta al sistema delle imprese, che opera con regole chiare e trasparenti.


Salvatore Majorana @IITalk #Industria40 Piani di investimento a lungo termine #wechangeit
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L’Italia sa ancora “inventare” cose nuove “che piacciono” al mondo, ma sembra che questa capacità si sia ristretta a un pugno di imprese all’avanguardia. È veramente così?

Non credo che siano poche le imprese italiane capaci di portare innovazione e sviluppare “cose che piacciono”. Al contrario c’è tantissima Italia nei prodotti e nei sistemi industriali di tutto il mondo. Quello che facciamo veramente male, almeno nel settore delle tecnologie, è comunicare questa enorme capacità inventiva del nostro Paese.

Ricerca, sviluppo e innovazione. Il complesso delle imprese italiane mostra un forte divario di capacità innovativa rispetto ad altri sistemi avanzati e forti differenze tra settore pubblico e privato. Ma è sufficiente un “pin” se il cambiamento non coinvolge anche i processi?

Gli investimenti in innovazione nel nostro Paese sono veramente bassi se confrontati con il nostro PIL e, dal mio punto di vista, drammatici se parliamo di giovani idee alla ricerca dei primi fondi. Questo dato, confrontato con il precedente, dovrebbe farci arrabbiare tutti: siamo tra i paesi al mondo che generano più cultura, e tra quelli che in quella cultura investono di meno. A pensarci sembra proprio una follia. E finiamo con il regalare il nostro investimento agli altri, a partire dalla nuova emigrazione di laureati.

Quando sente parlare di Industry 4.0, che cosa la convince di più e cosa la convince di meno?

L’aspetto che trovo più convincente è quello delle misure predisposte per favorire il processo di rinnovamento, dal credito d’imposta al super ammortamento, passando per gli aspetti fondamentali della formazione e riqualificazione dei lavoratori. Lo Stato ha infatti un peso importante nel processo di cambiamento, e credo abbia mostrato di saper interpretare questo momento storico. Quel che mi convince di meno è la confusione che percepisco sul significato di “industria 4.0”. Sì perché dal punto di vista di chi lavora a contatto con la ricerca, sotto questo titolo troviamo un insieme, più o meno organizzato, di tecnologie che, prese singolarmente, sono già mature (o molto mature). La grande novità va ricercata nel nuovo modo di guardare al sistema produttivo, che può finalmente essere trattato come un organismo integrato a monte e a valle. La fabbrica esce dal perimetro della fabbrica e diventa un tassello integrato del Sistema, capace di rispondere a esigenze molto diversificate in maniera flessibile e rapida.

Gli investimenti e le misure di cui l’Italia si è dotata con il Piano Industry 4.0 promettono di accompagnare le aziende in questa fase di trasformazione. Ma bastano per riavviare il sistema operativo del Paese?

Gli incentivi sono importanti. Da soli, però, non sono sufficienti. Occorre definire una roadmap chiara per sostenere gli investimenti e la ricerca, eliminando quei fattori abilitanti, che invece di favorire l’adozione di innovazione da parte dell’imprese, la frenano o la bloccano. Penso all’ordinamento, alla legalità, alla tutela della concorrenza, all’efficienza delle amministrazioni pubbliche, al sistema di istruzione, alla finanza. Il pacchetto varato dal MISE ci fa ben sperare, ma l’impegno a supportare la trasformazione del sistema produttivo non può limitarsi a questo: una maggiore attenzione ai fondi per la formazione e la ricerca è un dovere che abbiamo verso i nostri figli, così come dobbiamo fare lo sforzo di dotarci di programmi a 15 o 20 anni e perseguirli con determinazione. Non si pensi infatti che fornire più denari a scuole e università possa da sé colmare il divario tra ricerca e impresa. È ormai imperativo rivedere i modelli di funzionamento del sistema educativo e della ricerca per incentivare il dialogo con l’industria. Penso a KPI chiari e oggettivi su cui misurare il rendimento della ricerca e ai quali collegare, ad esempio, modelli premianti: chi è bravo a rapportarsi con l’impresa merita di ricevere più mezzi di chi non attiva modelli collaborativi. Per facilitare il processo di rinnovamento, occorre superare molte complessità che affliggono la vita degli imprenditori, perché su quelle ci giochiamo una partita importante. Dalla richiesta di una concessione per un sito produttivo fino al sistema della Giustizia. Bisogna fornire a chi fa impresa tempi più certi su cui fare i propri programmi.


Salvatore Majorana @IITalk #Industria40 Più capacità di fare sistema #wechangeit
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Invece, le imprese vincenti hanno imparato a fare a meno dei fattori abilitanti di sistema. Se potessimo recuperare quell’energia, forse potremmo correre di più ed essere più competitivi?

È vero. L’Italia è un paese fondato su meccanismi che disperdono molte energie. Però le aziende vincenti non sono quelle che fanno a meno del sistema ma quelle che il sistema lo sfruttano meglio di altre. Vedo due azioni possibili da mettere nella roadmap: la prima riguarda la semplificazione del sistema burocratico, la riduzione delle incertezze, il ripristino di un principio di equità fiscale. La seconda riguarda il superamento del sistema delle microimprese, facilitando le aggregazioni per portare sul mercato mondiale gruppi più solidi e capaci di confrontarsi con le vere sfide dei prossimi decenni.

Sicuramente, abbiamo bisogno di un nuovo modello, che non può essere quello Alitalia. Allora come si cambia, pensando al lavoro e alle sfide che abbiamo davanti?

Il lavoro è già cambiato, e le tecnologie hanno avuto la loro parte in questo. Quello che finora è cambiato poco è il modo di intendere il lavoro, di inquadrare la formazione professionale, di comprendere in che direzione si va. L’introduzione di nuove tecnologie non può, e non deve, essere fermata. E proprio per questo il lavoro deve imparare a stare al passo. Le nostre imprese sono in ritardo, e se è vero che investiamo poco in ricerca, forse dovremmo pensare a quanto, ma soprattutto come, investiamo in formazione del personale. Su questo punto, il programma di Industry 4.0 ha avuto il coraggio di mettere un chiaro accento. Il modello Alitalia, direi che dovremmo metterlo da parte. Invece di guardare agli interessi personali, dobbiamo guardare agli interessi del sistema. Fare gli interessi del sistema aiuta anche a realizzare i propri. Storicamente la lezione arriva da lontano. Il grande Impero romano aveva la capacità di fare sistema.

In conclusione, bisogna avere più coraggio e saltare sul treno dell’Industry 4.0?

Non è in discussione il “saper fare” delle imprese italiane, ma la capacità di fare sistema e parlare con una voce soltanto. Siamo giganti per creatività ma a livello di investimenti early stage siamo nani. L’Industry 4.0 è un treno che potrebbe non ripassare se lo dovessimo perdere.


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Perché #WeChangeIT? https://www.datamanager.it/2017/07/perche-wechangeit/ Tue, 25 Jul 2017 14:53:59 +0000 http://www.datamanager.it/?p=129433 Perché l’innovazione ha bisogno di cambiare musica, ma all’improvvisazione jazz abbiamo preferito il metodo rigoroso dello studio della partitura non per “suonare solo le note necessarie”, ma per ricominciare dall’inizio. Perché invece di farci ispirare da João Gilberto, uno dei maestri della bossa nova, abbiamo deciso di scavare nell’eccellenza delle scuole italiane di liuteria di […]

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Perché l’innovazione ha bisogno di cambiare musica, ma all’improvvisazione jazz abbiamo preferito il metodo rigoroso dello studio della partitura non per “suonare solo le note necessarie”, ma per ricominciare dall’inizio. Perché invece di farci ispirare da João Gilberto, uno dei maestri della bossa nova, abbiamo deciso di scavare nell’eccellenza delle scuole italiane di liuteria di fine Ottocento e inizi Novecento e nel repertorio della nostra tradizione musicale, mettendo insieme alto e basso, antico e moderno, il ritmo della Tarantella di Giacchino Rossini con l’Hallelujah di Leonard Cohen, magistralmente eseguiti dall’Hathor Plectrum Quartet, che ha firmato la copertina musicale del WeChangeIT Forum 2017. 

Questione di stile. E perché all’improvvisazione dettata dalla necessità di correre per recupere il tempo perduto, preferiamo la creatività frutto della conoscenza. Perché non abbiamo bisogno di “campioni o eroi digitali” che ci salvino, ma di direttori di orchestra per imparare a suonare insieme la stessa musica. Perché l’innovazione non è neutra, ma la tecnica è connaturata all’uomo. Perché la tecnologia sta modificando così velocemente il mondo delle imprese, del lavoro e delle organizzazioni, ma non ci stiamo occupando dei valori che dovranno orientare le scelte future. Perché il volume dei dati continua a crescere, ma ci vorrebbero parole nuove per dirlo. Perché in Italia, dove ogni cosa è “innovativa”, la trasformazione lascia il posto al trasformismo. Perché l’Industry 4.0 è un treno in corsa: o ci salti sopra o resti tagliato fuori per sempre. Perché si parla da vent’anni di one-to-one marketing, ma oggi finalmente possiamo realizzare il sogno di dare al cliente quello che vuole e ai direttori marketing gli strumenti per farlo. Perché la tecnologia cambia le abitudini, ma non i bisogni e i desideri dei clienti che guidano il mercato. Perché vivere, decidere e fare business in un mondo senza confini dove tutto è connesso, richiede la capacità di guardare lontano per fare le scelte giuste. Perché nell’era della società iperconnessa, il rumore di fondo confonde le parole da ascoltare e capire. E ancora una volta, si tratta di riavviare il “sistema operativo” del Paese.


#wechangeIT Perché l’innovazione ha bisogno di cambiare #musica ?
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Perché l’innovazione non è un punto di arrivo, ma un processo continuo, che richiede di essere coltivato ogni giorno con lo studio, la passione e il confronto, come tra i componenti di una stessa orchestra. Perché nel mondo, c’è un eccesso di ricchezza alla ricerca di idee nuove, startup vincenti e sbocchi produttivi. Perché se la macchina a vapore è stata l’emblema della prima rivoluzione industriale, il futuro ha bisogno di nuova energia: non il vapore che alimentava le locomotive, ma quell’altro “STEAM”, mix di saperi fatto di scienza, tecnologia, ingegneria, arte e manifattura. E l’Italia, che in questo scenario può giocare un ruolo da protagonista.

Perché la libertà di fare e di essere detta regole nuove. Perché la trasformazione digitale richiede conoscenza, pretende tecnica, reclama coraggio, ma soprattutto esige cultura. Perché la grande fatica della trasformazione si basa sulla capacità di distinguere, di non confondere le cose e di non credere che tutto sia semplice, facile, veloce e prevedibile. Perché siamo testimoni di un cambiamento epocale che non può essere solo tecnologico e deve mettere al centro le persone. Perché tutto questo merita un segno tangibile. E il We Change IT Award è il riconoscimento concreto di questo impegno. Un riconoscimento che per la prima volta Data Manager ha deciso di assegnare ad Altea Federation, nelle vesti della società partner Alterna, per il progetto di digital transformation dell’Aeroporto G. Marconi di Bologna; a Indra in Italia, per la piattaforma paperless di vendita multicanale E2E di una delle principali banche italiane; a Forcepoint, per il progetto di sicurezza e protezione della rete del Comune di Milano; e a Orange Business Services per il lavoro di monitoraggio tramite sensori e connettività M2M di Manitowoc. Perché anche una gru in cantiere può diventare un oggetto connesso e trasformarsi in un servizio.


#wechangeIT Perché non abbiamo bisogno di campioni o eroi digitali ?
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Guardarsi indietro può servire solo a prendere lo slancio per fare un salto in avanti. Perché in un mondo ricco di informazioni ci sono più opportunità, ma anche più rischi. Forse, dobbiamo trovare il modo di essere noi stessi il cambiamento. Di insegnare agli altri. Di imparare qualcosa di nuovo ogni giorno. Di dare aiuto a chi è in difficoltà. Di ascoltare veramente. Di anticipare le mosse. Di fare le scelte giuste. Di non rimandare sempre a domani. Perché il cambiamento ci mantiene vivi e ci spinge a collaborare. Perché la paura ci fa compiere passi indietro e ci lascia da soli. Perché occorre utilizzare il passato per capire il presente e progettare il futuro, che è diverso da quello che accade quasi sempre: sprecare il presente, temendo il futuro e rimpiangendo il passato. Fra altri vent’anni, l’intelligenza artificiale sarà come l’internet di oggi. Le automobili si guideranno da sole e parleremo ai computer. E quando con il computer ci parli, il digital divide si annulla. Il cambiamento è fuori e dentro le imprese. Un cambiamento che ha bisogno di essere governato perché l’unica cosa che non si può accelerare è la capacità delle persone di adattarsi al cambiamento. E allora bisogna fare come gli alberi: cambiare le foglie, ma mantenere le radici salde al terreno.


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Festival dello Sviluppo Sostenibile: Save the Children, dare a ogni bambino le stesse opportunità https://www.datamanager.it/2017/05/festival-dello-sviluppo-sostenibile-save-the-children-dare-bambino-le-stesse-opportunita/ Mon, 22 May 2017 12:06:59 +0000 http://www.datamanager.it/?p=125275 All’evento di inaugurazione il forte appello del Presidente dell’Organizzazione Claudio Tesauro. In Piazza del Plebiscito, flash mob e laboratori sugli Obiettivi di Sviluppo Sostenibile con i ragazzi e le ragazze del Movimento Giovani per Save the Children e della web radio UnderRadio “Non ci può essere uno sviluppo sostenibile se non diamo a ogni bambina […]

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All’evento di inaugurazione il forte appello del Presidente dell’Organizzazione Claudio Tesauro. In Piazza del Plebiscito, flash mob e laboratori sugli Obiettivi di Sviluppo Sostenibile con i ragazzi e le ragazze del Movimento Giovani per Save the Children e della web radio UnderRadio

“Non ci può essere uno sviluppo sostenibile se non diamo a ogni bambina e ad ogni bambino le stesse opportunità, a partire da una educazione di qualità, paritaria e inclusiva. Nel loro futuro c’è il nostro e per questo la responsabilità che abbiamo nei loro confronti è ancora più grande. In Italia ci sono un milione di bambini che vivono in povertà assoluta e che quotidianamente sperimentano l’impossibilità di coltivare le proprie aspirazioni. Soltanto dando loro gli strumenti per costruirsi un domani migliore, contribuiremo allo sviluppo sostenibile anche del nostro Paese”. Questo l’appello di Claudio Tesauro, Presidente di Save the Children Italia, intervenuto oggi all’evento inaugurale del Festival dello Sviluppo Sostenibile.

Dal 2014 Save the Children, l’Organizzazione internazionale dedicata dal 1919 a salvare i bambini in pericolo e a promuoverne i diritti, ha dato il via alla campagna “Illuminiamo il futuro”, per il contrasto alla povertà educativa, arrivando a creare nelle aree più svantaggiate del paese 21 Punti Luce, spazi ad alta densità educativa dove i bambini e i ragazzi possono incontrarsi, studiare, giocare, fare sport e praticare e sperimentare quelle attività che altrimenti sarebbero loro precluse.

“Sottoscrivendo l’Agenda 2030 dell’Onu e i suoi Obiettivi di Sviluppo Sostenibile, ci siamo impegnati in una missione estremamente ambiziosa, cui dobbiamo contribuire tutti insieme con grande senso di responsabilità. Dalle istituzioni agli enti, all’associazionismo a ciascun singolo individuo, dando il proprio contributo per creare una grande comunità educante in Italia. Sono stati già fatti dei significativi passi in avanti per avviare questo percorso, a partire dalla creazione del Fondo per il contrasto alla povertà educativa, ma occorre mettere a sistema tutti gli sforzi e le esperienze virtuose che ogni giorno si sperimentano sul territorio. Il lavoro quotidiano insieme alle tante realtà locali che abbiamo incontrato in questi anni, ci dimostra che ci sono tantissimi esempi di buone pratiche che possono essere replicate e amplificate”, conclude Claudio Tesauro. “La vera sfida è far sì che tutto questo faccia parte di un unico grande progetto che scriva un futuro diverso per i bambini e i ragazzi. Non può esserci uno sviluppo sostenibile se non diamo loro gli strumenti per diventare adulti capaci di costruire un mondo che lotti per sconfiggere la miseria, l’intolleranza, le ingiustizie e le discriminazioni”, ha concluso Claudio Tesauro.

All’evento di lancio a Napoli del Festival dello Sviluppo Sostenibile, organizzato dall’Alleanza italiana per lo Sviluppo Sostenibile (ASviS) in collaborazione con NeXt Nuova Economia per Tutti, Save the Children partecipa con oltre 60 ragazzi e ragazze delle scuole napoletane che fanno parte di Sottosopra, il Movimento Giovani dell’organizzazione e del progetto UndeRadio, la webradio dedicata all’integrazione a al contrasto alla discriminazione. I ragazzi si raduneranno a Piazza del Plebiscito dove daranno vita a un flash mob e saranno coinvolti in laboratori di approfondimento e nella realizzazione di prodotti comunicativi sugli Obiettivi dello Sviluppo Sostenibile che presenteranno ai Ministri presenti a conclusione dell’evento. L’evento sarà raccontato dagli stessi ragazzi di UndeRadio in diretta radiofonica su www.underadio.it

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Persone, processi e cultura. La digitalizzazione non è solo IT https://www.datamanager.it/2017/04/persone-processi-cultura-la-digitalizzazione-non-solo-it/ Mon, 10 Apr 2017 12:39:24 +0000 http://www.datamanager.it/?p=122762 Rilevanza, continuità, crescita: la trasformazione digitale mette in discussione tutte le strategie per assicurare il futuro delle aziende, in ogni settore. I modelli tradizionali per affrontare i cambiamenti del mercato si rivelano inadeguati; l’ingresso di nuovi concorrenti, più veloci nell’innovazione, mette a rischio posizioni di leadership conquistate in lunghi anni di lavoro. Il dato emerso […]

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Rilevanza, continuità, crescita: la trasformazione digitale mette in discussione tutte le strategie per assicurare il futuro delle aziende, in ogni settore. I modelli tradizionali per affrontare i cambiamenti del mercato si rivelano inadeguati; l’ingresso di nuovi concorrenti, più veloci nell’innovazione, mette a rischio posizioni di leadership conquistate in lunghi anni di lavoro.

Il dato emerso nel 2015 dalla ricerca “Digital Vortex” del Global Center for Business Transformation, ovvero che quattro incumbent su dieci avrebbero potuto perdere nel giro di cinque anni il loro vantaggio competitivo se non avessero compreso e abbracciato al livello più alto nell’azienda la digital transformation, è tutt’ora valido: anzi, nel giro di così poco tempo, altri trend tecnologici allora emergenti – penso per esempio alle intelligenze artificiali o al machine learning – sono usciti dagli ambiti di nicchia e si sono imposti all’attenzione collettiva.

A fronte di questo scenario, il rischio più grande che un’azienda può correre è quello di pensare che tutto sommato la digitalizzazione sia una questione di IT: qualcosa da cui “mettersi al riparo” semplicemente ammodernando servizi e piattaforme tecnologiche, da “sfruttare” offrendo alle proprie linee di business soluzioni più agili ed efficienti, senza però affrontare adeguatamente l’aspetto organizzativo e culturale.

In realtà, la digital disruption è spinta dalla pervasività della tecnologia, ma diventa pervasiva nell’azienda – e diventa una incredibile opportunità di crescita – solo se l’evoluzione tecnologica diventa parte integrante del modo di essere e stare sul mercato di ogni specifica impresa. Solo se le sue potenzialità sono sfruttate filtrandole attraverso la “lente” dei suoi obiettivi, della sua storia e delle sue persone.


crescita @SantoniAgo AD ‪@CiscoItalia La digitalizzazione non è solo IT
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Facciamo un esempio. E’ assodato ormai che la possibilità di ottenere grandi quantità e nuovi tipi di dati, connettendo alla rete e fra di loro oggetti, persone e processi rappresenta una grande opportunità di crescita. La possibilità di analizzare questi dati e trasformarli in informazioni utili per ottenere più produttività, efficienza e innovazione ha bisogno certamente di soluzioni tecnologiche per la connettività e le analytics.  Prima ancora, però, ha bisogno delle conoscenze delle persone che lavorano quotidianamente nell’azienda. Solo le persone possono dare un senso a questi dati, per indirizzare la ricerca di informazioni nel modo adatto a risolvere uno specifico problema, per modificare un processo operativo o “vedere” possibilità di innovazione. E l’organizzazione deve dare spazio alle persone, abbandonando rigidità ancora diffuse a favore di un approccio collaborativo, aperto al contributo di tutti.

Per affrontare la trasformazione digitale quindi dobbiamo partire dalle persone, dai processi e dalla cultura. Dobbiamo essere consapevoli che la chiave del successo è fare emergere il valore del nostro know-how, il nostro patrimonio di capitale umano, di esperienza e di professionalità, in un contesto digitalizzato. Per farlo, mentre investiamo in tecnologie, dobbiamo assicurarci che le persone abbiano le competenze necessarie ad “attivare” il loro sapere attraverso i nuovi strumenti e gli spazi per esprimerle, quali che siano la loro posizione gerarchica e il loro ruolo.

Agostino Santoni, amministratore delegato di Cisco Italia

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L’intelligenza artificiale per il business https://www.datamanager.it/2017/03/lintelligenza-artificiale-business/ Mon, 13 Mar 2017 14:07:10 +0000 http://www.datamanager.it/?p=121027 L’informatica cognitiva è uno spostamento tettonico che scuote il mondo del lavoro e i modelli di sviluppo, fuori e dentro le imprese. Governi e aziende si stanno preparando per affrontare la sfida dell’intelligenza artificiale. In Italia, tutti ne parlano, ma il Paese è ancora indietro e non esiste una strategia chiara e condivisa Ecco ci […]

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L’informatica cognitiva è uno spostamento tettonico che scuote il mondo del lavoro e i modelli di sviluppo, fuori e dentro le imprese. Governi e aziende si stanno preparando per affrontare la sfida dell’intelligenza artificiale. In Italia, tutti ne parlano, ma il Paese è ancora indietro e non esiste una strategia chiara e condivisa

Ecco ci siamo. L’informatica cognitiva è una realtà per il business delle imprese. Machine learning e deep learning ridefiniscono le logiche mainfraime, server e storage. Dopo aver costruito i data lake, sviluppato analytics real-time e on-demand che poggiano su cloud ibridi, l’intelligenza artificiale (AI) scarica a terra il potenziale di applicazioni dalle infinite possibilità e con conseguenze difficili da prevedere. Potenza e storage sono le condizioni necessarie, però da sole non bastano. Ci vuole anche una data strategy efficace per fare circolare i dati, renderli accessibili e utilizzabili da tutti come le matite sulla scrivania. L’IT deve fare sempre i conti con le strategie che cambiano. E l’infrastruttura deve essere agile, in quanto fattore abilitante, altro che commodity. Elementare, Watson ! Verrebbe da dire, se non si corresse il rischio di cadere nell’equivoco. Del resto, da più di vent’anni si parla di intelligenza artificiale applicata al business. Oggi, l’intelligenza artificiale è seminata in centinaia di applicazioni, dalle più semplici a quelle più complesse, che vengono utilizzate ogni giorno dalle persone in tutto il mondo. Alcuni vendor IT le hanno cambiato nome per renderla più sexy, spaventare meno gli apocalittici, e tenere a bada gli scettici.

Dall’occhio di HAL 9000 del capolavoro di Stanley Kubrick o dal bullonato e minaccioso Terminator anni Ottanta di James Cameron, siamo passati alle più seducenti curve di Scarlett Johansson, agente-cyborg nel film di Rupert Sanders. Anche questo significa qualcosa. Bisogna dire però che rispetto a venti anni fa, le condizioni sono cambiate sia in termini di ecosistema operativo sia di costi. L’intera IT sta evolvendo verso frontiere completamente nuove, dove ogni cosa è connessa, e dove l’intelligenza artificiale sarà sempre più distribuita, superando la logica del centro di comando e mettendo a sistema la potenza dei microprocessori, quella dei dispositivi di memoria e la forza del networking.


#AI #CognitiveComputing Uno spostamento tettonico che scuote il business
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UNA ROAD MAP PER LO SVILUPPO

Iniziamo dal Piano Nazionale Industria 4.0 del ministero dello Sviluppo economico con cui sono stati annunciati 13 miliardi di euro in tre anni a sostegno dell’innovazione digitale. Il piano prevede misure di incentivazione fiscale degli investimenti su tutti i “nove pilastri” della quarta rivoluzione industriale, compresa “l’adozione di macchine intelligenti, interconnesse e collegate a Internet”. Nell’elenco delle misure, non si parla però in modo esplicito di intelligenza artificiale né sono previste raccomandazioni su come affrontare questo paradigma tecnologico nella fase di transizione. A San Francisco, nel 2015, Elon Musk (fondatore di Paypal, Solar City, Tesla Motors, SpaceX), Sam Altman (presidente di YCombinator), Peter Thiel (fondatore di Paypal, Palantir e primo investitore di Facebook) insieme ad alcuni altri soci, hanno fondato la società non-profit Open AI con l’obiettivo di comprendere gli effetti del potere delle macchine e di prevenire le conseguenze negative per la società. Nello stesso anno, è stato pubblicato il manifesto dell’intelligenza artificiale con una lista di 23 principi fondamentali che dovranno guidare la crescita e lo sviluppo nei decenni a venire. Tra i firmatari ci sono Demis Hassabis (fondatore e CEO di DeepMind), Ray Kurzweil (direttore della ricerca di Google), Nils Nilsson (presidente dell’AAAI e professore di Stanford), Francesca Rossi (Università di Padova), Tomaso Poggio (MIT), insieme a una task force di cervelli, ricercatori, scienziati e leader del settore tecnologico, del calibro di Stephen Hawking, Gill Pratt, Jaan Tallinn e lo stesso Elon Musk. Nel 2016, il Governo degli Stati Uniti ha pubblicato un rapporto di 55 pagine che ha dettato le linee guida per prepararsi al futuro dell’intelligenza artificiale. Di fatto, i progressi del cognitive computing stanno aprendo nuovi mercati e nuove opportunità. Nel rapporto, si legge che l’automazione AI-driven contribuirà a far espandere l’economia. La crescita però non sarà a costo zero e sarà accompagnata da forti cambiamenti strutturali. Insomma, bisogna essere pronti. Intanto, l’annuncio dell’investimento di 150 milioni di dollari da parte di IBM per soluzioni di cognitive health che finiranno allo Human Technopole di Milano è sicuramente una buona notizia. Nella speranza finalmente che l’Italia possa «parlare con una voce sola» – come ha dichiarato il sottosegretario allo Sviluppo Economico, Ivan Scalfarotto.

LAVORI IN CORSO

Qualcuno invece di parlare di intelligenza artificiale preferisce posizionarsi in modo diverso, concentrandosi sull’intelligence degli algoritmi di deep learning o su quelli di analisi predittiva. In tutti i casi, l’intelligenza artificiale applicata al business sta già cambiando molte cose in tutti i settori, con un’accelerazione crescente ed effetti non ancora prevedibili. Ricerca scientifica, sanità, sicurezza, applicazioni consumer, finanza, telecomunicazioni, manufacturing, marketing. In tutti questi campi di applicazione, l’intelligenza artificiale sta dimostrando che le macchine possono comportarsi intelligentemente pur non essendo (ancora) veramente intelligenti. Ma la trasformazione è in corso sotto gli occhi di tutti. Dalle automobili a guida autonoma all’e-commerce, con le tecniche di deep learning si addestrano algoritmi su enormi archivi di dati, consigliando all’utente il percorso più breve o il prodotto che desidera in base alla storia di navigazione. Ci sono computer cognitivi capaci di analizzare il linguaggio delle persone in modo da diagnosticare e monitorare disturbi come depressione, schizofrenia, autismo, Alzheimer e Parkinson. Combinata con i sensori ambientali, l’intelligenza artificiale consente di evitare i pericoli, di monitorare la qualità dell’aria e dell’acqua, tenere sotto controllo le immissioni dei gas di scarico delle auto o quelle nelle acciaierie (il pensiero corre subito all’ILVA di Taranto). Integrata nei device mobili, permette di riconoscere un alimento, un farmaco o un assegno contraffatto. L’intelligenza artificiale applicata a un sistema di geolocalizzazione può guidare veicoli automatici in sicurezza anche in caso di nebbia e pioggia. Ma questo rivoluzionerà il mondo delle assicurazioni, la previsione del rischio, la responsabilità personale e anche il modo in cui prendiamo le decisioni. La questione è delicata, di fronte a incidenti o decisioni sbagliate non potremo ridurre tutto a un semplice incidente “tecnico”. Anche se la tentazione è forte. E qualcuno lo ha già fatto in passato. Dal 2006 a oggi, ci sono stati almeno sei flash crash che hanno rischiato di far saltare i mercati finanziari di mezzo mondo, tutti riconducibili ad algoritmi fuori controllo. Due cose non dobbiamo dimenticare. Un algoritmo è il prodotto di una programmazione. E la realtà non è uguale alla somma delle singole parti.


#AI #CognitiveComputing Governi e aziende si preparano alla sfida
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RELAZIONI COMPLESSE

Il punto di arrivo del cognitive computing è di riprodurre i processi cognitivi del pensiero umano trasformandoli in un modello computerizzato automatico. Utilizzando algoritmi di auto-apprendimento, data mining, pattern recognition e linguaggio naturale, il computer può imitare il modo in cui funziona il cervello umano. In questo modo, software e algoritmi di deep learning possono organizzare le informazioni raccolte da miliardi di dispositivi collegati in rete fra loro. Un semplice bracciale smart può controllare le nostre emozioni oppure il nostro stato di salute e ci aiuterà a prevenire le malattie. E con un palmare, il tecnico di un impianto di estrazione di gas naturale sarà in grado di tenere sotto controllo anche a distanza i livelli di produzione, consentendo di rilevare eventuali perdite nel giro di pochi minuti.

Attualmente, aziende come TIM lavorano su applicazioni di cognitive computing per realizzare nuovi servizi nell’ambito del caring e dell’assistenza tecnica. Con il cognitive banking, UniCredit e Intesa Sanpaolo stanno innovando e potenziando l’esperienza digitale dei propri clienti. Mentre Mediobanca è la prima in Italia che ha lanciato un servizio di roboadvisor. Ma quando si parla di deep learning e apprendimento automatico, non si può non pensare agli algoritmi di Google. L’intelligenza artificiale è un campo di vitale importanza anche per Apple che ha rafforzato il suo team di ricerca, con l’acquisizione di startup del settore. Apple sfrutta da tempo l’intelligenza artificiale per Siri ma anche per il riconoscimento delle immagini, la personalizzazione delle playlist e anche per la gestione delle attività domestiche. Lo stesso fanno Uber, Airbnb, Facebook, Amazon, integrando il machine learning in numerosi servizi. I ricercatori del Computer Science and Artificial Laboratory del MIT lavorano sull’apprendimento profondo in campo diagnostico. Pfizer ha annunciato l’applicazione di cognitive computing per accelerare la ricerca contro il cancro. In un futuro molto prossimo, l’intelligenza artificiale permetterà anche di comprendere fenomeni sociali complessi come l’immigrazione, i conflitti e perfino le crisi economiche. All’Università di Bristol, con l’aiuto degli storici e della British Library, i ricercatori sono riusciti non solo a cogliere, ma anche a misurare con esattezza tendenze storiche, sociali e culturali. Oggi, l’intelligenza artificiale sta rivoluzionando l’intero processo di produzione, ma anche di relazione con i clienti. Il cognitive computing permette già di selezionare in modo automatico la produzione di annunci su misura per l’interesse e le esigenze di ogni cliente. Quando chiameremo un numero e dall’altra parte non sapremo più distinguere se a risponderci è una macchina o una persona, la transizione sarà completata. Ma ci vorrà sempre il tocco umano per trasformare tutto questo in un’esperienza di valore. La vera sfida – come ha detto David Shing, digital prophet di AOL – è trovare «l’interazione giusta e l’equilibrio corretto».

LE CARTE IN TAVOLA

Nel “Manuale per manager nell’era digitale” (Edizioni IPSOA, 2016), Alberto Giusti e Massimo Calabrese hanno messo in evidenza come il machine learning e il deep learning stanno già cambiando le carte in tavola. Pensiamo agli osservatori radioastronomici o ai rivelatori di onde gravitazionali che ne fanno uso per identificare ed eliminare le più piccole fonti di rumore o a Google che setaccia e indicizza tutto il sapere del web. Il colosso di Mountain View, dopo aver dichiarato guerra alle notizie false, con Perspective promette di sguinzagliare i suoi potenti algoritmi per disarmare l’esercito di haters e ripulire le conversazioni da insulti e attacchi. Fra qualche anno, secondo Jean-Roch Vlimant, fisico al California Institute of Technology di Pasadena, butteremo badilate di dati in pasto alle macchine – come si faceva con il carbone nelle locomotive a vapore – e queste ci restituiranno formule e leggi fondamentali che spiegano tutti i fenomeni dell’universo. Per il momento ci sono ancora molte domande senza risposta. Parliamo di intelligenza artificiale, ma non abbiamo compreso come fa la macchina a trovare i segnali utili, come si può essere sicuri che non sbagli, oppure fino a che punto possiamo fidarci di un algoritmo o di una scatola nera. Ma soprattutto non abbiamo ancora capito che cosa è veramente l’intelligenza. Le reti neurali artificiali sono un approccio computazionale per imitare il cervello umano. Un tipo di algoritmo di apprendimento automatico in cui i nodi simulano i neuroni che calcolano e distribuiscono le informazioni. Nel ricostruire le traiettorie delle tracce subatomiche prodotte dalle collisioni di particelle al Large Hadron Collider del CERN diretto da Fabiola Gianotti, le reti neurali artificiali hanno dato un contributo enorme. Usiamo le reti neurali come usiamo continuamente il cervello. Ci fidiamo delle reti neurali come ci fidiamo del nostro cervello. Ma non abbiamo idea di come funzioni. Il cervello umano è un’unità di elaborazione centrale che ha bisogno di molta energia e di condizioni particolari per funzionare bene. Siamo sicuri che questo sia il modello computazionale giusto per sviluppare l’intelligenza artificiale del futuro? Per Stefano Mancuso, direttore del LINV, il Laboratorio Internazionale di Neurobiologia Vegetale dell’Università di Firenze, l’intelligenza «è la capacità di risolvere un problema». Se accettiamo questa definizione allora potremo nel futuro progettare reti, computer e robot, ispirandoci anche alle radici delle piante.


#AI #CognitiveComputing trasformano le #aziende e il #lavoro
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MERCATO IN CRESCITA

Negli ultimi anni, come ha chiarito Giancarlo Vercellino, research & consulting manager di IDC Italia, stiamo registrando un significativo contributo da parte dell’intelligenza artificiale soprattutto nel service management. In realtà, le applicazioni di cognitive computing potrebbero rivelarsi un potente catalizzatore per l’introduzione di logiche self-service nei più disparati comparti aziendali, ben oltre le sole esigenze di automazione dell’IT. Proprio secondo le ultime previsioni di IDC, entro il 2018, il 75% delle aziende e degli sviluppatori software includerà funzionalità cognitive e di intelligenza artificiale in almeno un’applicazione aziendale, comprendendo tra queste tutti i tool di business analytics. E ancora, entro il 2019, il 40% delle iniziative aziendali di digital transformation sarà supportato proprio da capacità cognitive. IDC evidenzia non solo la crescita delle tecnologie cognitive sul mercato, crescita che per altro IDC calcola mediamente pari al 55% all’anno da qui al 2020 in termini di spesa, ma anche la loro diffusione in termini di utilizzo in seno alle stesse aziende. «Queste funzionalità – ha spiegato Vercellino – non saranno limitate ai data scientist e ai nuovi modelli analitici, ma saranno a disposizione di tutti gli utenti e di molte applicazioni aziendali, dalla customer experience alla supply chain, dalla collaboration alle risorse umane e via dicendo». Calcolando i trend R&D dell’industria del software, IDC si aspetta che questa nuova intelligenza fornita dalle tecnologie cognitive sarà disponibile a tutte quelle aziende che abbiano pianificato di aggiornare le proprie applicazioni enterprise nel corso dei prossimi tre anni. In più, sostiene IDC, alle aziende sarà anche dato accesso a un numero sempre maggiore di piattaforme cognitive su cui sviluppare le proprie applicazioni custom. Dal punto di vista dell’impatto sull’IT, la maggior parte dei CXO saranno chiamati a comprendere la sofisticazione e la complessità del funzionamento di assistenti intelligenti, in termini di configurazione, formazione, e disponibilità dei dati. Questo è un settore in cui i CIO possono fare un passo avanti fino a trasformarsi come leader digitali all’interno dell’azienda. Si sottolinea, inoltre, il motivo per cui sarà importante la ricerca di nuovi talenti che hanno familiarità con tecnologie quali l’apprendimento automatico e AI.

Il BICCHIERE MEZZO PIENO O MEZZO VUOTO?

L’intelligenza artificiale è una grande opportunità per innovare il modo di fare impresa ma anche di essere impresa. Non si tratta soltanto di sostituire le attività ripetitive. Dobbiamo puntare a cambiare il modello di sviluppo, mettendo le persone al centro. Se pensiamo che le macchine prenderanno il posto delle persone, l’intelligenza artificiale sarà percepita come una minaccia. Se pensiamo che le macchine potenzieranno le capacità delle persone, allora l’intelligenza artificiale rappresenta un acceleratore dello sviluppo umano non solo della crescita economica. Per Domenico De Masi, siamo in presenza di una mutazione epocale per cui riusciamo a produrre sempre più beni e servizi con sempre meno lavoro umano. Nel suo nuovo libro, “Lavorare gratis, lavorare tutti” (Rizzoli, 2017), il sociologo spiega che in Europa le cifre dei disoccupati oscillano intorno ai 26 milioni. Ma la sostanza non cambia: «Le nuove tecnologie distruggono più posti di lavoro di quanti ne creino e questa situazione è destinata ad aggravarsi. Se ieri le macchine sostituivano solo gli operai alla catena di montaggio, domani sostituiranno i chirurghi, i radiologi e anche i manager. Quando le macchine erano meccaniche o elettromeccaniche, finivano per creare più posti di lavoro di quanti ne distruggevano: l’automobile sostituì i cavalli e creò lavoro per i gommisti. Poi le macchine divennero digitali e si cominciò a capire che i rapporti erano cambiati: il bancomat, per esempio, ha soppiantato 3.500 cassieri solo in Italia». Secondo gli analisti di IDC, entro il 2019, la percezione negativa e la mancanza di trasparenza nelle soluzioni cognitive produrrà preoccupazione nell’opinione pubblica europea con riflessi negativi anche sulla reputazione dei vendor IT. Per Maria Chiara Carrozza, professore di bioingegneria industriale, ex rettore della Scuola Superiore Sant’Anna di Pisa ed ex ministro dell’Istruzione, dell’Università e della Ricerca, attualmente al lavoro sul progetto europeo Human Brain, ci sono cinque priorità che l’Italia deve affrontare subito. E la prima è rappresentata proprio dagli investimenti in ricerca sull’intelligenza artificiale. La seconda priorità è lo sviluppo di robot in grado di rilanciare il comparto manifatturiero. La terza chiama in causa direttamente la politica che deve trovare misure per fare in modo che l’adozione sempre più pervasiva dell’intelligenza artificiale nelle aziende non si traduca in un impatto distruttivo in termini di costi sociali. La quarta priorità riguarda il metodo di lavoro che deve favorire la collaborazione tra pubblico e privato e un approccio più interdisciplinare. L’ultima è quella che guarda al futuro: «Bisogna aiutare i giovani a capire l’automazione, preparando professionalità in grado di resistere e affrontare il cambiamento».


#AI #CognitiveComputing scaricano a terra infinite possibilità
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LA STORIA CONTINUA

È certo che non siamo al capolinea della storia, ma la transizione non può essere governata in due modi. Guardando al passato e adottando misure protezionistiche. Oppure, guardando al futuro e puntando sulla formazione. Senz’altro non possiamo permetterci di fare finta che le cose si sistemeranno da sole. Dobbiamo affrontare il problema di accompagnare la trasformazione del lavoro. Sicuramente ci saranno banche senza cassieri, e fabbriche senza operai. Ma ci saranno anche nuove professioni. Avvocati virtuali per controversie online. Responsabili per lo smaltimento dei dati personali. Sviluppatori di avatar. Tecnici di protesi neurali. Ma ci sarà lavoro per tutti? Il saldo tra nuovi e vecchi lavori sarà negativo? E come si regolerà il diritto di consumare senza produrre? Immaginare un futuro completamente nuovo è difficile, e troppo spesso si finisce per guardare al passato nel tentativo di trovare le risposte. Se la macchina a vapore è stata l’emblema della prima rivoluzione industriale, il futuro ha bisogno di una nuova energia: non il “vapore” che alimentava le locomotive, ma quell’altro “steam”, mix di saperi fatto di scienza, tecnologia, ingegneria, arte e manifattura. E l’Italia, che in questo scenario potrebbe giocare un ruolo da protagonista, almeno sulla carta, nella realtà deve correre per recuperare tempo e posizioni. Per recuperare terreno, bisogna scendere dalla locomotiva a vapore e salire su una macchina da rally.

Bill Gates ha proposto di tassare i robot per estrarre “una modica di quantità” di profitto da utilizzare in forma di welfare. Un’idea bocciata dal Parlamento europeo e buona solo all’apparenza, perché non si può tassare l’innovazione e neppure pensare che un’altra imposta sulle imprese possa cambiare le cose. In passato non abbiamo tassato né i bancomat e neppure i pacchetti Microsoft. Non è sull’innovazione che bisogna pagare le tasse, ma sugli utili che un’impresa produce grazie all’innovazione. Se dietro questo tipo di proposte, solo apparentemente rivoluzionarie, c’è più una volontà di conservazione che di governance del cambiamento, in altri casi manca proprio la comprensione dei fenomeni da parte dei decisori politici, ed è evidente che un’implementazione di intelligenza artificiale non è solo necessaria, ma auspicabile. Forse, sarebbe più rivoluzionario far pagare le tasse una tantum sulla base del market share, ma questo significherebbe scatenare tra i governi una guerra sulla proprietà dell’imponibile delle grandi multinazionali, bloccando gli investimenti.

Un bel dilemma per gli economisti che fra qualche anno saranno superati da qualche applicazione di cognitive computing. Buona o cattiva notizia? Ironia a parte, come ogni ondata tecnologica, anche la sfida dell’intelligenza artificiale è soprattutto una sfida culturale: passa attraverso la comprensione dei problemi, lo studio degli effetti economici e sociali, il rispetto delle normative, della privacy e dei diritti delle persone. L’intelligenza artificiale pone interrogativi etici e tecnologici. Imprese, università e politica devono preparare la strada offrendo soluzioni, formando le prossime generazioni di lavoratori, e governando la fase di transizione da un paradigma all’altro. Ci vuole capacità di leadership e capacità di guardare avanti, oltre i facili obiettivi di breve termine. E per fare tutto questo occorre una classe nuova di manager, pure loro “cognitivi”, capaci cioè di utilizzare la conoscenza per decidere attraverso percorsi fra loro interconnessi. In questo senso, occorre una conoscenza veramente “deep” della realtà, capace di produrre una visione ampia e aperta dello sviluppo. Una visione compiutamente umana e che forse per questo ha bisogno dell’intelligenza di una macchina per essere realizzata.

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Fabio Passuello (Riello UPS), un nuovo modo di pensare l’energia https://www.datamanager.it/2016/07/fabio-passuello-riello-ups-un-modo-pensare-lenergia/ Tue, 19 Jul 2016 15:28:16 +0000 http://www.datamanager.it/?p=105631 Smart Grid, efficienza, resilienza e sicurezza. Un ecosistema digitale per servizi innovativi. La strada dello sviluppo sostenibile passa attraverso l’integrazione di software, hardware e reti Che cosa è l’innovazione? È la domanda più scontata che si possa fare. Ma le risposte non sono così ovvie. Quali saranno i processi e i trend del mercato da qui […]

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Smart Grid, efficienza, resilienza e sicurezza. Un ecosistema digitale per servizi innovativi. La strada dello sviluppo sostenibile passa attraverso l’integrazione di software, hardware e reti

Che cosa è l’innovazione? È la domanda più scontata che si possa fare. Ma le risposte non sono così ovvie. Quali saranno i processi e i trend del mercato da qui a 10 anni? Di cosa avranno bisogno le persone? Cosa possiamo fare per ridurre l’impatto delle nostre attività sull’ambiente circostante? «Fare innovazione significa dare risposte adesso alle esigenze del prossimo futuro». Parola di Fabio Passuello, CEO di RPS (Riello UPS). «È un modo diverso di pensare alle cose che facciamo e alle modalità con cui esse potranno essere utilizzate. Il primo passo da fare è studiare il mercato e parlare con i clienti per rispondere per primi ai problemi di domani, ovviamente con un occhio sempre attento alla sostenibilità. Noi siamo fortemente convinti che non ci sarà futuro senza un impegno importante di aziende come la Riello UPS per regalare un mondo migliore e sostenibile alle generazioni future». L’innovazione cambia la vita delle persone, e lo fa poco alla volta. Ecco perché è importante capirne gli effetti, le implicazioni sociali e l’impatto a lungo termine. Grazie ai suoi due centri di ricerca di Legnago (Verona) e Cormano (Milano), Riello UPS che fa parte del Gruppo Riello Elettronica è consapevole che l’innovazione tecnologica porta con sé un imperativo morale: il miglioramento continuo delle performance deve andare di pari passo con il miglioramento del modo di produrre e utilizzare le risorse materiali e immateriali. È lo sviluppo sostenibile, come stabilito dall’Agenda 2030 dell’ONU, l’unica strada possibile per lo sviluppo. Una sostenibilità oltre che ambientale anche sociale. Una visione imprenditoriale che vede l’imprenditore come un portatore di pensieri nuovi, quasi un «poeta, che deve cercare di favorire la concentrazione di idee» – come credeva Pilade Riello alla fine della prima guerra mondiale, quando diede inizio a una delle più belle storie delle industrie italiane.


#EnergyInnovation Fabio Passuello CEO @rielloups smart grid, resilienza e sicurezza
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Il futuro sarà più hardware o più software?

«Noi siamo convinti che l’hardware sarà sempre più compenetrato nel software e viceversa» – risponde Fabio Passuello. «Hardware, software e reti dati, tutto sarà sempre più integrato. Lo dimostrano le tecnologie che già oggi ci circondano: l’Internet delle cose, i sistemi di telemetria e l’insieme delle smart technologies sul piano generale. Non esistono più sistemi isolati, tutto è interconnesso». Guardando alla stessa gamma di prodotti dell’azienda, il sistema di telecontrollo, il Riello Connect – che permette di supervisionare e fare azioni di service da remoto – e i prodotti Smart Grid Ready – per l’implementazione delle politiche di gestione energetica fondamentali in reti elettriche con generazione distribuita – dimostrano quanto profonda sia questa compenetrazione. «Un prodotto come l’UPS – spiega Fabio Passuello – che fondamentalmente si occupa di fornire continuità di alimentazione elettrica a carichi sensibili e critici, oggi deve poter dialogare con i sistemi circondanti, deve fornire informazioni e ricevere comandi da remoto, deve gestire in maniera flessibile e intelligente i servizi in base alle esigenze puntuali, deve fare autodiagnostica». Questa rivoluzione in atto, che sta cambiando i prodotti, che trasforma le abitudini e il modo di lavorare, «può nascere – continua Passuello – solo da uno sviluppo integrato tra le reti, che servono per scambiare informazioni, il software, che serve per fornire servizi intelligenti ma anche e soprattutto l’hardware su cui poggiano tutti questi servizi».

I cinque pilastri della strategia aziendale

Smart Grid («cioè la convergenza tra le reti elettriche e quelle di telecomunicazioni»), efficienza («per ridurre i costi di gestione»), sostenibilità («fattore ormai trainante di ogni settore economico»), resilienza («una caratteristica imprescindibile, ci si aspetta che i sistemi, energetici o le reti siano in grado di resistere a ogni problema o evento») e soprattutto sicurezza, che nel caso di Riello UPS si declina in qualità e continuità del servizio. Sono questi i cinque pilastri della strategia aziendale su cui poggia Riello UPS. «Non a caso Riello UPS – mette in evidenza Luca Buscherini, direttore marketing di Riello UPS – è stata la prima azienda al mondo a introdurre sul mercato gli UPS Smart Grid Ready, che integrano soluzioni UPS standard a scenari di accumulo e generazione energetica distribuita, e i SuperCaps UPS, cioè UPS che usano tecnologie green con i supercondensatori al posto delle tradizionali batterie al piombo».

Un ecosistema digitale per servizi innovativi

La strategia digitale di Riello UPS ha preso avvio dalla consapevolezza del gruppo che la diffusione dei device mobili e l’esponenziale crescita di applicazioni in questo segmento non potesse essere ignorata in ambito professionale. Questo approccio sistemico abbraccia tutte le funzioni aziendali – spiega Passuello: «Dalla digitalizzazione dei processi di acquisto dei materiali alla integrazione tra i nostri magazzini sparsi sui cinque continenti. Dall’accounting integrato tra la casa madre e le decine di società controllate, all’informatizzazione dei processi produttivi e di sviluppo, passando per la gestione integrata e digitale dei documenti, i sistemi a supporto dei migliaia di clienti che Riello UPS ha a livello mondiale attraverso servizi cloud e la comunicazione attraverso i social. Comunicazione pervasiva, scambio di esperienze e best practice a ogni livello, adozione di strumenti predittivi e aumento della velocità di intervento, controllo degli sprechi per il recupero di efficienza, il tutto con un obiettivo preciso: offrire il miglior servizio possibile ai nostri clienti».


#EnergyInnovation Fabio Passuello CEO @rielloups un nuovo modo di pensare l’energia
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Sostenibilità e integrazione

Da sempre, Riello UPS è convinta che non si può progettare e produrre senza pensare all’ambiente e allo sviluppo sostenibile. «E al tempo stesso – riprende Passuello – non è possibile immaginare i nostri UPS, inverter fotovoltaici e sistemi di storage energetico (SPS) senza una integrazione tra questi e sistemi di energy management e di supervisione». L’energia è una risorsa primaria e va gestita conseguentemente. «Le aziende – dice Passuello – hanno una missione che va molto oltre ciò che producono e che riguarda ogni aspetto dei loro impatti, diretti o indiretti sul contesto sociale, ambientale, economico in cui esse operano. Riello UPS, consapevole di questo, ha fatto dello sviluppo sostenibile la sua mission, da cui il claim aziendale: Reliable power for a sustainable world».

Energy innovation

La società contemporanea è una società energivora. Senza energia nelle case e nelle imprese, nei data center tutto si fermerebbe. Energia e potenza, come capacità di calcolo e capacità di effettuare un lavoro, sono due grandezze inversamente proporzionali. «Due opposti – dice Passuello – che però cessano di essere tali se si cambia punto di vista o, se preferisce, modello. Occorre un modo nuovo di pensare all’energia, alla potenza, alla sostenibilità, all’efficienza, sfruttando ogni elemento a disposizione non per un solo scopo ma traendone tutto ciò che esso può dare. Così gli UPS, se oltre a fungere da gruppo di continuità servono anche da storage energetico per le smart grid – le reti elettriche del futuro – assumono un ruolo diverso pur restando concettualmente identici a se stessi».

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Festival Economia – Le incognite della crescita https://www.datamanager.it/2016/06/festival-economia-le-incognite-della-crescita/ Fri, 24 Jun 2016 13:13:52 +0000 http://www.datamanager.it/?p=103808 Industry 4.0, smart city, startup, migranti, cervelli in fuga e corruzione. La finanza che domina l’economia reale e la sfida dello sviluppo sostenibile «Per molti anni si è pensato che la rivoluzione di Internet avrebbe ucciso le distanze, riducendo i vantaggi dell’agglomerazione a pochi chilometri di distanza di molte attività produttive. In verità, le tecnologie […]

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Industry 4.0, smart city, startup, migranti, cervelli in fuga e corruzione. La finanza che domina l’economia reale e la sfida dello sviluppo sostenibile

«Per molti anni si è pensato che la rivoluzione di Internet avrebbe ucciso le distanze, riducendo i vantaggi dell’agglomerazione a pochi chilometri di distanza di molte attività produttive. In verità, le tecnologie dell’informazione hanno creato nuovi vantaggi in prossimità di produttori consolidati. Il mondo non si è appiattito neanche con la globalizzazione» – ha spiegato Tito Boeri, direttore scientifico del Festival dell’Economia di Trento, giunto alla sua undicesima edizione con numeri da record. L’attenzione sull’economia dei luoghi permette di capire non solo gli ingredienti necessari, ma anche le ricette più adatte per stimolare la crescita. Grazie all’ICT si possono utilizzare meglio le risorse delle città, per ridurre i consumi e far lavorare meglio le persone. Si può progettare la mobilità sulla base dei dati e rendere gli edifici più smart. Alla malta e ai mattoni si può sostituire un impasto di fibre ottiche, capacità di calcolo, sensori e big data. Le separazioni tradizionali tra spazio fisico e spazio virtuale, tra luogo del lavoro e del tempo libero, tra alto e basso, tra centro e periferia saranno completamente ridisegnate. Così, periferico diventa sinonimo di tutto ciò che non è connesso – e centrale, tutto ciò che può essere collegato alla Rete. La sfida? Connettere centro e periferie nel segno della qualità della vita e dei servizi.


#festivaleconomia #MichaelSpence «L’Italia deve frenare la fuga dei propri cervelli»
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Il mondo rallenta

Secondo Michael Spence, Premio Nobel per l’Economia nel 2001, siamo di fronte a una riduzione della crescita dell’economia mondiale destinata a durare a lungo, per effetto di cause concomitanti: crescita demografica, difficoltà dei paesi emergenti, evoluzione tecnologica. «La situazione globale sembra stabile ma è insostenibile» – ha detto Spence, sottolineando però che ci sono differenze fra paese e paese. La transizione non sarà facile per nessuno e fattori come l’urbanizzazione e l’avvento della robotica di servizio, complicheranno le cose, cancellando molti posti di lavoro nel manifatturiero. L’Europa avrà tante più chance quanto più saprà armonizzare i propri sistemi finanziari e fiscali. Per quanto riguarda la mobilità, secondo Spence, l’Italia deve frenare la fuga dei propri cervelli, ma deve anche andare orgogliosa delle politiche di accoglienza poste in atto nei confronti dei migranti, e delle tante vite salvate finora. «L’ulteriore crescita dei centri urbani è un’altra delle frontiere dello sviluppo: da un lato opportunità (logistica, trasporti, edilizia) dall’altro problemi sempre più grandi, specie nei paesi in via di sviluppo, dove è più forte l’espulsione dei contadini dalle campagne. La robotica e l’intelligenza artificiale si diffonderanno sempre di più. Presto avremo fabbriche completamente robotizzate. Anche le stampanti tridimensionali concorreranno a cambiare volto al manifatturiero». In passato, era il costo del denaro a far spostare le fabbriche, la nuova rivoluzione industriale permetterà di dare nuova vita ai distretti con un mix inedito di globale e locale, ma senza delocalizzare come in passato, perdendo esperienza e conoscenza.


#festivaleconomia #Giovannini «Sostenibilità, unica strada per lo sviluppo» @ASviSItalia
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I luoghi della crescita

I cavi sottomarini in fibra ottica hanno un ruolo di primo piano nell’economia del pianeta. Servono per le transazioni valutarie mondiali, una parte importante delle quali passa da Londra, Tokyo e New York. Sono sul fondo degli oceani e sono così importanti, visto che contribuiscono ad accelerare il corso delle informazioni e quindi delle decisioni, che si è pensato di rivestirli in kevlar per proteggerli dagli attacchi degli squali. Dario Petri, presidente di IEEE Smart Cities ha spiegato che le “citta intelligenti” non sono solo la somma di app, mobilità e gestione rifiuti. La popolazione mondiale conta sette miliardi di persone, metà delle quali vivono in città. A vincere saranno le città che sapranno offrire stile e qualità della vita adeguati e un modello culturale aperto all’innovazione e ai servizi di prossima generazione. Tra i luoghi della crescita non potevano mancare acceleratori e incubatori: motori di crescita economica, fucina di future imprese. Nel 2012, l’Italia – ha ricordato Luigi Capello, amministratore delegato della società di investimento LVenture – è stato il primo paese a darsi una legislazione sul private equity, eppure un modello troppo ingessato ha fatto partire meno di 10 operazioni. Dobbiamo dotarci di strumenti veloci, perché la rapidità fa la differenza nel successo di una startup sul mercato.


#festivaleconomia #smartcity e #incubatori Modello culturale aperto all’innovazione
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Non un bivio ma una strada unica

È lo sviluppo sostenibile, come stabilito dall’Agenda 2030 dell’ONU, l’unica strada possibile per lo sviluppo. Una sostenibilità oltre che ambientale anche sociale. Così Enrico Giovannini, presidente dell’Istat dal 2009 al 2013 e attualmente portavoce dell’Alleanza italiana per lo sviluppo sostenibile, è intervenuto parlando di nuovi modelli di sviluppo per stimolare la crescita globale. «Nell’enciclica Laudato sì, Papa Francesco ha sottolineato che chi produce rifiuti ambientali produce anche rifiuti umani, vale a dire disoccupati e poveri. Questo è il modello di un’economia lineare obsoleta. Non possiamo continuare così, ma dobbiamo tenere insieme l’ecosistema ambientale e umano. Non c’è un prima e un dopo: tutto è collegato. Se abbiamo accettato di non voler produrre solo PIL dobbiamo promuovere istruzione e benessere. L’indice di felicità lorda attuato nel Bhutan può essere un modello anche per noi perché l’economia ha scoperto che se le persone sono felici la produttività migliora. Le migrazioni e i cambiamenti climatici sono fenomeni collegati tra loro, questa è una nuova concezione del problema. L’Italia si è impegnata affinché entro il 2020 tutti i sindaci prendano misure per contrastare i cambiamenti climatici con piani sostenibili e riducano i due milioni e mezzo di giovani Neet. Ma ognuno di noi deve e può fare la propria parte e quindi essere più attento agli sprechi, al consumo di suolo, allo sfruttamento dei minori. È una sfida di grande portata, ma dobbiamo affrontarla, perché l’alternativa è la crisi» – ha concluso Enrico Giovannini.


#festivaleconomia @FedericoRampini «Nella Silicon Valley conta più la Borsa»
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Economia e finanza

Per il giornalista, Federico Rampini, i risparmiatori sono alle prese con un deficit di fiducia nei confronti del sistema e di conoscenza dei meccanismi che regolano i mercati. Siamo davanti a un sistema perverso che è alle origini delle disuguaglianze sociali, perché la finanza non è più al servizio dell’economia reale. I problemi di fiducia in questo settore sono su tre dimensioni: quella dei clienti nei confronti degli istituti di credito, delle banche che manipolano i mercati, della finanza che non sostiene più la società. La finanza domina l’economia reale, non è al suo servizio e questa non è una situazione sana. Rampini ha portato come esempio Apple, che ormai è diventata una banca, mentre nella Silicon Valley si diventa ricchi tramite la quotazione in borsa, non più con le invenzioni.


#festivaleconomia #RaffaeleCantone «La corruzione è il male dell’Italia»
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La corruzione è il male dell’Italia?

«La corruzione è una delle cause del sottosviluppo italiano» – ha risposto Raffaele Cantone, presidente dell’Autorità nazionale anticorruzione. «Le mafie hanno un rapporto strutturale con la politica e con gli enti locali e quindi la corruzione è strutturalmente utilizzata dalla mafia. La geografia della corruzione risente dunque di questo fenomeno che in passato era più concentrato al Sud, ma negli ultimi anni è andato via via uniformandosi in tutto il Paese. La mafia ha spostato molto del suo core business sull’attività imprenditoriale, rendendo quindi più forte il rapporto con la corruzione e così gli interessi economici si sono trasferiti al Nord, dove per lungo tempo si è pensato che la mafia non esistesse. La criminalità, essendo un’attività economica, ha grande capacità di aggiornarsi e di nascondersi con meccanismi sempre più sofisticati. In ogni organizzazione, la rotazione dei dirigenti dovrebbe essere la regola aurea, perché la specializzazione senza alternative crea comunque un monopolio. Soprattutto nella pubblica amministrazione, le conoscenze devono circolare e se si resta troppo tempo in settori delicati è inevitabile che si perda di vista l’interesse comune».

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