IBM Watson – Data Manager Online https://www.datamanager.it Il portale dell'ICT professionale Wed, 23 Oct 2019 10:06:18 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=5.8.13 https://www.datamanager.it/wp-content/uploads/2020/04/dmo-favicon3.png IBM Watson – Data Manager Online https://www.datamanager.it 32 32 IBM Watson arricchisce le lezioni alla scuola Holden https://www.datamanager.it/2019/10/ibm-watson-arricchisce-le-lezioni-alla-scuola-holden/ Wed, 23 Oct 2019 10:06:18 +0000 http://www.datamanager.it/?p=192131 L’Intelligenza Artificiale si affianca agli studenti di Academy, l’unico corso di Laurea in scrittura in Europa, elaborando i dati delle lezioni e producendo mappe concettuali In collaborazione con IBM, la Scuola Holden inaugura un progetto innovativo per l’utilizzo dell’intelligenza artificiale durante le lezioni di Academy, per affiancarsi agli studenti, facilitare lo studio e offrire nuove […]

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L’Intelligenza Artificiale si affianca agli studenti di Academy, l’unico corso di Laurea in scrittura in Europa, elaborando i dati delle lezioni e producendo mappe concettuali

In collaborazione con IBM, la Scuola Holden inaugura un progetto innovativo per l’utilizzo dell’intelligenza artificiale durante le lezioni di Academy, per affiancarsi agli studenti, facilitare lo studio e offrire nuove opportunità di apprendimento. Academy è l’unico corso di Laurea triennale in scrittura esistente in Europa, dove gli studenti allenano, attraverso il gesto della scrittura, le abilità mentali e le skill che servono per affrontare il mondo di oggi.

Una selezione di contenuti, testi e voci verranno raccolti durante le lezioni e saranno analizzati usando il meglio delle tecnologie oggi disponibili – come IBM Watson Tone Analyzer, IBM Watson Personality Insights, IBM Watson Natural Language Understanding e IBM Watson Speech to Text – ed esplorati attraverso mappe concettuali navigabili, realizzate con i servizi Watson Discovery.

L’obiettivo è quello di ampliare le opportunità di conoscenza e di apprendimento, visto che le soluzioni di intelligenza artificiale sono ormai in grado di riconoscere e analizzare qualsiasi tipo di contenuto: da quelli strutturati, quali testi, romanzi, racconti e spiegazioni, a quelli non strutturati, quali immagini, foto e registrazioni sonore.

Nello specifico, durante i tre anni di Academy, IBM Watson Discovery applicherà le ultime scoperte nell’ambito del machine learning, comprese le capacità di elaborazione del linguaggio naturale, e potrà essere “addestrato” per analizzare qualsiasi tipo di informazione. L’intelligenza artificiale di IBM si affiancherà agli studenti, elaborerà le lezioni e ciò che gli studenti scriveranno e produrrà delle mappe concettuali. Sarà come avere il punto di vista e l’opinione di un esperto capace di offrire delle visioni d’insieme per compiere nuove esplorazioni didattiche e indagare l’universo della narrazione partendo da dove nessuno è mai partito prima. L’AI fornirà spunti di approfondimento, sottolineerà le connessioni nascoste tra argomenti, concetti e tematiche e individuerà ruoli semantici, tono e personalità degli autori. IBM Watson offrirà quindi agli studenti nuove chiavi di lettura e nuove modalità per interpretare i contenuti. Se il punto di partenza è straordinario, quello di arrivo è esaltante e misterioso allo stesso tempo: nessuno può prevedere cosa l’intelligenza aumentata potrà produrre durante il corso, sulla base dei dati raccolti.

L’intelligenza artificiale può aumentare e amplificare le capacità e le doti umane e offrire opportunità di conoscenza e approfondimento mai immaginate prima. È questo ciò che ha spinto la Scuola Holden e IBM ad avviare una collaborazione triennale con l’obiettivo di combinare e integrare la tradizione umanistica e lo sviluppo tecnologico per scoprire nuovi modi di raccontare e cambiare il mondo.

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Il Credito Valtellinese utilizza IBM Watson per dare un servizio migliore ai suoi clienti https://www.datamanager.it/2018/03/il-credito-valtellinese-utilizza-ibm-watson-per-dare-un-servizio-migliore-ai-suoi-clienti/ Wed, 28 Mar 2018 12:57:26 +0000 http://www.datamanager.it/?p=144594 “Ambrogio”, l’Assistente Virtuale della Banca: – è primo punto di contatto per gli operatori di filiale, che ricevono risposte immediate in qualsiasi momento – consente di ottimizzare il tempo degli “operatori umani” del Service Desk, i quali si dedicano ad attività a maggior valore Credito Valtellinese ha realizzato “Ambrogio“, un consulente virtuale powered by Watson, che supporta […]

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“Ambrogio”, l’Assistente Virtuale della Banca: – è primo punto di contatto per gli operatori di filiale, che ricevono risposte immediate in qualsiasi momento – consente di ottimizzare il tempo degli “operatori umani” del Service Desk, i quali si dedicano ad attività a maggior valore

Credito Valtellinese ha realizzato “Ambrogio“, un consulente virtuale powered by Watson, che supporta in modo mirato ed efficace i colleghi di sportello nella loro operatività e interazione con i clienti.

Questa iniziativa si inserisce in un percorso di trasformazione di Creval verso la “Retail Bank of the future”, focalizzata su servizi di alta qualità ed esperienze uniche per i propri clienti, sia nel mondo digitale che in quello fisico delle filiali.

La soluzione realizzata ha abilitato un cambio significativo del modello di servizio, consentendo di raggiungere importanti risultati in termini di maggiori volumi di contatto, estensione degli orari del servizio e riduzione delle attività “human-centric” a basso valore.

Ambrogio powered by Watson è l’unico punto di accesso per l’assistenza, è facile da utilizzare e risponde con un alto livello di affidabilità alle domande dei colleghi di filale. L’assistente virtuale non è un semplice “chatbot” addestrato su uno specifico argomento, ma il “collega” virtuale a cui rivolgersi per qualsiasi domanda, completamente integrato nella catena della conoscenza di Creval. Ad oggi Ambrogio gestisce tutti e quattordici i domini di conoscenza della banca, con circa un migliaio di risposte autonomamente indirizzate da Ambrogio.

Sin dall’inizio del suo utilizzo a gennaio 2018, Ambrogio gestisce il 100% delle richieste, in parte autonomamente e in parte in collaborazione con gli operatori umani di Service Desk. Basato sulla tecnologia IBM Watson Conversation, il “nuovo collega” Ambrogio è in grado di comprendere le richieste di qualsiasi cliente bancario, classificarle e rispondere puntualmente a quelle più frequenti. Ed è in grado di comprendere quando è necessario coinvolgere l’operatore umano, per finalizzare le richieste per le quali è previsto l’intervento umano o per cui non è ancora stato addestrato.

L’efficacia della soluzione è testimoniata dall’elevatissimo livello di soddisfazione, con feedback positivi da parte degli utilizzatori superiore al 90% e dalla diminuzione del tempo dedicato dagli operatori di Service Desk nel fornire supporto alle filiali, ad oggi quantificabile in una riduzione del 25%.

Il servizio, inizialmente attivato su 40 filiali è oggi esteso a tutte le filiali del Gruppo (460 in tutta Italia).

“Questa iniziativa rappresenta per Creval la prima realizzazione basata su tecnologie cognitive. Il nostro percorso di digital transformation prevederà un sempre più ampio utilizzo di queste tecnologie, con l’obiettivo di fornire ai Clienti servizi sempre più estesi e innovativi. Siamo molto soddisfatti dei risultati raggiunti in tempi molto rapidi – 3 mesi per il primo go-live in filiale – con grande soddisfazione sia da parte degli utenti sia degli operatori di service desk, che sono diventati veri ‘gestori della conoscenza’ con crescente livello di autonomia.” ha dichiarato Mauro Selvetti – Direttore Generale Credito Valtellinese.

“L’impiego di soluzioni cognitive – aggiunge Enrico Cereda, presidente e amministratore delegato di IBM Italia – dà corpo ai processi di trasformazione digitale del business di cui le organizzazioni italiane sentono oggi l’esigenza. Con questa scelta, il Credito Valtellinese fa da apripista tra gli istituti di credito nazionali e pone le basi per l’offerta di servizi ancora più efficaci da parte dei propri dipendenti”.

Il progetto “Ambrogio Cognitive Business Operations” oggi è stato insignito con il Premio ABI 2018 per l’”Innovazione operativa, digitalizzazione e innovazione dei processi interni”.

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Watson a Sanremo: testa a testa per le nuove proposte tra Mirkoeilcane e Ultimo https://www.datamanager.it/2018/02/watson-sanremo-testa-testa-le-nuove-proposte-mirkoeilcane-ultimo/ Fri, 09 Feb 2018 14:08:04 +0000 http://www.datamanager.it/?p=140882 Terzo giorno di lavoro per Watson che continua ad analizzare le conversazioni social sul Festival di Sanremo. Sono stati analizzati finora oltre un milione di documenti. Il trend complessivo rimane stabile rispetto a quanto evidenziato fin dalle prime battute della competizione canora: il 65% esprime un sentiment positivo. Un successo, quindi, per questa edizione 2018. […]

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Terzo giorno di lavoro per Watson che continua ad analizzare le conversazioni social sul Festival di Sanremo. Sono stati analizzati finora oltre un milione di documenti.

Il trend complessivo rimane stabile rispetto a quanto evidenziato fin dalle prime battute della competizione canora: il 65% esprime un sentiment positivo. Un successo, quindi, per questa edizione 2018.

Per la categoria dei campioni, i favoriti per il pubblico della rete sono: Ermal Meta e Fabrizio Moro, Annalisa, Lo Stato Sociale e The Kolors.

Per le nuove propose testa a testa tra Mirkoeilcane e Ultimo, seguiti da Mudimbi.

I look considerati più eleganti sono quelli di Ermal Meta e Fabrizio Moro insieme ad Ornella Vanoni. Quello più apprezzato delle nuove proposte è di Mudimbi.

Tra i presentatori Claudio Baglioni, “movimentato” da Virginia Raffaele, supera Michelle Hunziker. E salgono i commenti positivi per Favino, che rimane però al terzo posto.

Nella compagine degli ospiti Fiorello è il più apprezzato, poi il Volo e Pippo Baudo.

I commenti positivi sul Dopofestival superano quelli negativi.

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Watson scatta la fotografia dei social dopo la prima serata di Sanremo https://www.datamanager.it/2018/02/watson-scatta-la-fotografia-dei-social-la-serata-sanremo/ Wed, 07 Feb 2018 15:25:53 +0000 http://www.datamanager.it/?p=140708 Nell’analisi avviata da IBM Watson, che ha preso in considerazione oltre 400.000 documenti, emergono un buon numero di critiche e commenti negativi, circa il 35% rispetto al totale delle conversazioni in rete della prima serata, seguita da circa 11.603.000 spettatori, con uno share del 52,1 per cento. Nel mondo dei social i campioni di cui si […]

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Nell’analisi avviata da IBM Watson, che ha preso in considerazione oltre 400.000 documenti, emergono un buon numero di critiche e commenti negativi, circa il 35% rispetto al totale delle conversazioni in rete della prima serata, seguita da circa 11.603.000 spettatori, con uno share del 52,1 per cento.

Nel mondo dei social i campioni di cui si discute e si parla di più sono Ermal Meta e Fabrizio Moro, Annalisa e The Kolors. Mentre tra i favoriti sempre Ermal Meta e Fabrizio Moro, The Kolors e si aggiunge Lo Stato Sociale.

Le canzoni più apprezzate sono state nell’ordine: “Il mondo prima di te”, “Non smettere mai di cercarmi” e “Imparare ad amarsi”. Commenti positivi anche per “Adesso” e “Non mi avete fatto niente”.

Per quanto riguarda il look la più elegante per il popolo dei social è Annalisa, seguita da The Kolors e Max Gazzè, con anche tante critiche espresse sui diversi partecipanti.

Tra i presentatori Michelle Hunziker sbaraglia tutti e si conferma, già dalla prima serata, reginetta del Festival. Mentre tra gli ospiti è senza dubbi Fiorello che raccoglie il maggior gradimento.

In generale ai commenti negativi del Festival si aggiungono quelli del Dopofestival.

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L’intelligenza artificiale per il business https://www.datamanager.it/2017/03/lintelligenza-artificiale-business/ Mon, 13 Mar 2017 14:07:10 +0000 http://www.datamanager.it/?p=121027 L’informatica cognitiva è uno spostamento tettonico che scuote il mondo del lavoro e i modelli di sviluppo, fuori e dentro le imprese. Governi e aziende si stanno preparando per affrontare la sfida dell’intelligenza artificiale. In Italia, tutti ne parlano, ma il Paese è ancora indietro e non esiste una strategia chiara e condivisa Ecco ci […]

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L’informatica cognitiva è uno spostamento tettonico che scuote il mondo del lavoro e i modelli di sviluppo, fuori e dentro le imprese. Governi e aziende si stanno preparando per affrontare la sfida dell’intelligenza artificiale. In Italia, tutti ne parlano, ma il Paese è ancora indietro e non esiste una strategia chiara e condivisa

Ecco ci siamo. L’informatica cognitiva è una realtà per il business delle imprese. Machine learning e deep learning ridefiniscono le logiche mainfraime, server e storage. Dopo aver costruito i data lake, sviluppato analytics real-time e on-demand che poggiano su cloud ibridi, l’intelligenza artificiale (AI) scarica a terra il potenziale di applicazioni dalle infinite possibilità e con conseguenze difficili da prevedere. Potenza e storage sono le condizioni necessarie, però da sole non bastano. Ci vuole anche una data strategy efficace per fare circolare i dati, renderli accessibili e utilizzabili da tutti come le matite sulla scrivania. L’IT deve fare sempre i conti con le strategie che cambiano. E l’infrastruttura deve essere agile, in quanto fattore abilitante, altro che commodity. Elementare, Watson ! Verrebbe da dire, se non si corresse il rischio di cadere nell’equivoco. Del resto, da più di vent’anni si parla di intelligenza artificiale applicata al business. Oggi, l’intelligenza artificiale è seminata in centinaia di applicazioni, dalle più semplici a quelle più complesse, che vengono utilizzate ogni giorno dalle persone in tutto il mondo. Alcuni vendor IT le hanno cambiato nome per renderla più sexy, spaventare meno gli apocalittici, e tenere a bada gli scettici.

Dall’occhio di HAL 9000 del capolavoro di Stanley Kubrick o dal bullonato e minaccioso Terminator anni Ottanta di James Cameron, siamo passati alle più seducenti curve di Scarlett Johansson, agente-cyborg nel film di Rupert Sanders. Anche questo significa qualcosa. Bisogna dire però che rispetto a venti anni fa, le condizioni sono cambiate sia in termini di ecosistema operativo sia di costi. L’intera IT sta evolvendo verso frontiere completamente nuove, dove ogni cosa è connessa, e dove l’intelligenza artificiale sarà sempre più distribuita, superando la logica del centro di comando e mettendo a sistema la potenza dei microprocessori, quella dei dispositivi di memoria e la forza del networking.


#AI #CognitiveComputing Uno spostamento tettonico che scuote il business
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UNA ROAD MAP PER LO SVILUPPO

Iniziamo dal Piano Nazionale Industria 4.0 del ministero dello Sviluppo economico con cui sono stati annunciati 13 miliardi di euro in tre anni a sostegno dell’innovazione digitale. Il piano prevede misure di incentivazione fiscale degli investimenti su tutti i “nove pilastri” della quarta rivoluzione industriale, compresa “l’adozione di macchine intelligenti, interconnesse e collegate a Internet”. Nell’elenco delle misure, non si parla però in modo esplicito di intelligenza artificiale né sono previste raccomandazioni su come affrontare questo paradigma tecnologico nella fase di transizione. A San Francisco, nel 2015, Elon Musk (fondatore di Paypal, Solar City, Tesla Motors, SpaceX), Sam Altman (presidente di YCombinator), Peter Thiel (fondatore di Paypal, Palantir e primo investitore di Facebook) insieme ad alcuni altri soci, hanno fondato la società non-profit Open AI con l’obiettivo di comprendere gli effetti del potere delle macchine e di prevenire le conseguenze negative per la società. Nello stesso anno, è stato pubblicato il manifesto dell’intelligenza artificiale con una lista di 23 principi fondamentali che dovranno guidare la crescita e lo sviluppo nei decenni a venire. Tra i firmatari ci sono Demis Hassabis (fondatore e CEO di DeepMind), Ray Kurzweil (direttore della ricerca di Google), Nils Nilsson (presidente dell’AAAI e professore di Stanford), Francesca Rossi (Università di Padova), Tomaso Poggio (MIT), insieme a una task force di cervelli, ricercatori, scienziati e leader del settore tecnologico, del calibro di Stephen Hawking, Gill Pratt, Jaan Tallinn e lo stesso Elon Musk. Nel 2016, il Governo degli Stati Uniti ha pubblicato un rapporto di 55 pagine che ha dettato le linee guida per prepararsi al futuro dell’intelligenza artificiale. Di fatto, i progressi del cognitive computing stanno aprendo nuovi mercati e nuove opportunità. Nel rapporto, si legge che l’automazione AI-driven contribuirà a far espandere l’economia. La crescita però non sarà a costo zero e sarà accompagnata da forti cambiamenti strutturali. Insomma, bisogna essere pronti. Intanto, l’annuncio dell’investimento di 150 milioni di dollari da parte di IBM per soluzioni di cognitive health che finiranno allo Human Technopole di Milano è sicuramente una buona notizia. Nella speranza finalmente che l’Italia possa «parlare con una voce sola» – come ha dichiarato il sottosegretario allo Sviluppo Economico, Ivan Scalfarotto.

LAVORI IN CORSO

Qualcuno invece di parlare di intelligenza artificiale preferisce posizionarsi in modo diverso, concentrandosi sull’intelligence degli algoritmi di deep learning o su quelli di analisi predittiva. In tutti i casi, l’intelligenza artificiale applicata al business sta già cambiando molte cose in tutti i settori, con un’accelerazione crescente ed effetti non ancora prevedibili. Ricerca scientifica, sanità, sicurezza, applicazioni consumer, finanza, telecomunicazioni, manufacturing, marketing. In tutti questi campi di applicazione, l’intelligenza artificiale sta dimostrando che le macchine possono comportarsi intelligentemente pur non essendo (ancora) veramente intelligenti. Ma la trasformazione è in corso sotto gli occhi di tutti. Dalle automobili a guida autonoma all’e-commerce, con le tecniche di deep learning si addestrano algoritmi su enormi archivi di dati, consigliando all’utente il percorso più breve o il prodotto che desidera in base alla storia di navigazione. Ci sono computer cognitivi capaci di analizzare il linguaggio delle persone in modo da diagnosticare e monitorare disturbi come depressione, schizofrenia, autismo, Alzheimer e Parkinson. Combinata con i sensori ambientali, l’intelligenza artificiale consente di evitare i pericoli, di monitorare la qualità dell’aria e dell’acqua, tenere sotto controllo le immissioni dei gas di scarico delle auto o quelle nelle acciaierie (il pensiero corre subito all’ILVA di Taranto). Integrata nei device mobili, permette di riconoscere un alimento, un farmaco o un assegno contraffatto. L’intelligenza artificiale applicata a un sistema di geolocalizzazione può guidare veicoli automatici in sicurezza anche in caso di nebbia e pioggia. Ma questo rivoluzionerà il mondo delle assicurazioni, la previsione del rischio, la responsabilità personale e anche il modo in cui prendiamo le decisioni. La questione è delicata, di fronte a incidenti o decisioni sbagliate non potremo ridurre tutto a un semplice incidente “tecnico”. Anche se la tentazione è forte. E qualcuno lo ha già fatto in passato. Dal 2006 a oggi, ci sono stati almeno sei flash crash che hanno rischiato di far saltare i mercati finanziari di mezzo mondo, tutti riconducibili ad algoritmi fuori controllo. Due cose non dobbiamo dimenticare. Un algoritmo è il prodotto di una programmazione. E la realtà non è uguale alla somma delle singole parti.


#AI #CognitiveComputing Governi e aziende si preparano alla sfida
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RELAZIONI COMPLESSE

Il punto di arrivo del cognitive computing è di riprodurre i processi cognitivi del pensiero umano trasformandoli in un modello computerizzato automatico. Utilizzando algoritmi di auto-apprendimento, data mining, pattern recognition e linguaggio naturale, il computer può imitare il modo in cui funziona il cervello umano. In questo modo, software e algoritmi di deep learning possono organizzare le informazioni raccolte da miliardi di dispositivi collegati in rete fra loro. Un semplice bracciale smart può controllare le nostre emozioni oppure il nostro stato di salute e ci aiuterà a prevenire le malattie. E con un palmare, il tecnico di un impianto di estrazione di gas naturale sarà in grado di tenere sotto controllo anche a distanza i livelli di produzione, consentendo di rilevare eventuali perdite nel giro di pochi minuti.

Attualmente, aziende come TIM lavorano su applicazioni di cognitive computing per realizzare nuovi servizi nell’ambito del caring e dell’assistenza tecnica. Con il cognitive banking, UniCredit e Intesa Sanpaolo stanno innovando e potenziando l’esperienza digitale dei propri clienti. Mentre Mediobanca è la prima in Italia che ha lanciato un servizio di roboadvisor. Ma quando si parla di deep learning e apprendimento automatico, non si può non pensare agli algoritmi di Google. L’intelligenza artificiale è un campo di vitale importanza anche per Apple che ha rafforzato il suo team di ricerca, con l’acquisizione di startup del settore. Apple sfrutta da tempo l’intelligenza artificiale per Siri ma anche per il riconoscimento delle immagini, la personalizzazione delle playlist e anche per la gestione delle attività domestiche. Lo stesso fanno Uber, Airbnb, Facebook, Amazon, integrando il machine learning in numerosi servizi. I ricercatori del Computer Science and Artificial Laboratory del MIT lavorano sull’apprendimento profondo in campo diagnostico. Pfizer ha annunciato l’applicazione di cognitive computing per accelerare la ricerca contro il cancro. In un futuro molto prossimo, l’intelligenza artificiale permetterà anche di comprendere fenomeni sociali complessi come l’immigrazione, i conflitti e perfino le crisi economiche. All’Università di Bristol, con l’aiuto degli storici e della British Library, i ricercatori sono riusciti non solo a cogliere, ma anche a misurare con esattezza tendenze storiche, sociali e culturali. Oggi, l’intelligenza artificiale sta rivoluzionando l’intero processo di produzione, ma anche di relazione con i clienti. Il cognitive computing permette già di selezionare in modo automatico la produzione di annunci su misura per l’interesse e le esigenze di ogni cliente. Quando chiameremo un numero e dall’altra parte non sapremo più distinguere se a risponderci è una macchina o una persona, la transizione sarà completata. Ma ci vorrà sempre il tocco umano per trasformare tutto questo in un’esperienza di valore. La vera sfida – come ha detto David Shing, digital prophet di AOL – è trovare «l’interazione giusta e l’equilibrio corretto».

LE CARTE IN TAVOLA

Nel “Manuale per manager nell’era digitale” (Edizioni IPSOA, 2016), Alberto Giusti e Massimo Calabrese hanno messo in evidenza come il machine learning e il deep learning stanno già cambiando le carte in tavola. Pensiamo agli osservatori radioastronomici o ai rivelatori di onde gravitazionali che ne fanno uso per identificare ed eliminare le più piccole fonti di rumore o a Google che setaccia e indicizza tutto il sapere del web. Il colosso di Mountain View, dopo aver dichiarato guerra alle notizie false, con Perspective promette di sguinzagliare i suoi potenti algoritmi per disarmare l’esercito di haters e ripulire le conversazioni da insulti e attacchi. Fra qualche anno, secondo Jean-Roch Vlimant, fisico al California Institute of Technology di Pasadena, butteremo badilate di dati in pasto alle macchine – come si faceva con il carbone nelle locomotive a vapore – e queste ci restituiranno formule e leggi fondamentali che spiegano tutti i fenomeni dell’universo. Per il momento ci sono ancora molte domande senza risposta. Parliamo di intelligenza artificiale, ma non abbiamo compreso come fa la macchina a trovare i segnali utili, come si può essere sicuri che non sbagli, oppure fino a che punto possiamo fidarci di un algoritmo o di una scatola nera. Ma soprattutto non abbiamo ancora capito che cosa è veramente l’intelligenza. Le reti neurali artificiali sono un approccio computazionale per imitare il cervello umano. Un tipo di algoritmo di apprendimento automatico in cui i nodi simulano i neuroni che calcolano e distribuiscono le informazioni. Nel ricostruire le traiettorie delle tracce subatomiche prodotte dalle collisioni di particelle al Large Hadron Collider del CERN diretto da Fabiola Gianotti, le reti neurali artificiali hanno dato un contributo enorme. Usiamo le reti neurali come usiamo continuamente il cervello. Ci fidiamo delle reti neurali come ci fidiamo del nostro cervello. Ma non abbiamo idea di come funzioni. Il cervello umano è un’unità di elaborazione centrale che ha bisogno di molta energia e di condizioni particolari per funzionare bene. Siamo sicuri che questo sia il modello computazionale giusto per sviluppare l’intelligenza artificiale del futuro? Per Stefano Mancuso, direttore del LINV, il Laboratorio Internazionale di Neurobiologia Vegetale dell’Università di Firenze, l’intelligenza «è la capacità di risolvere un problema». Se accettiamo questa definizione allora potremo nel futuro progettare reti, computer e robot, ispirandoci anche alle radici delle piante.


#AI #CognitiveComputing trasformano le #aziende e il #lavoro
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MERCATO IN CRESCITA

Negli ultimi anni, come ha chiarito Giancarlo Vercellino, research & consulting manager di IDC Italia, stiamo registrando un significativo contributo da parte dell’intelligenza artificiale soprattutto nel service management. In realtà, le applicazioni di cognitive computing potrebbero rivelarsi un potente catalizzatore per l’introduzione di logiche self-service nei più disparati comparti aziendali, ben oltre le sole esigenze di automazione dell’IT. Proprio secondo le ultime previsioni di IDC, entro il 2018, il 75% delle aziende e degli sviluppatori software includerà funzionalità cognitive e di intelligenza artificiale in almeno un’applicazione aziendale, comprendendo tra queste tutti i tool di business analytics. E ancora, entro il 2019, il 40% delle iniziative aziendali di digital transformation sarà supportato proprio da capacità cognitive. IDC evidenzia non solo la crescita delle tecnologie cognitive sul mercato, crescita che per altro IDC calcola mediamente pari al 55% all’anno da qui al 2020 in termini di spesa, ma anche la loro diffusione in termini di utilizzo in seno alle stesse aziende. «Queste funzionalità – ha spiegato Vercellino – non saranno limitate ai data scientist e ai nuovi modelli analitici, ma saranno a disposizione di tutti gli utenti e di molte applicazioni aziendali, dalla customer experience alla supply chain, dalla collaboration alle risorse umane e via dicendo». Calcolando i trend R&D dell’industria del software, IDC si aspetta che questa nuova intelligenza fornita dalle tecnologie cognitive sarà disponibile a tutte quelle aziende che abbiano pianificato di aggiornare le proprie applicazioni enterprise nel corso dei prossimi tre anni. In più, sostiene IDC, alle aziende sarà anche dato accesso a un numero sempre maggiore di piattaforme cognitive su cui sviluppare le proprie applicazioni custom. Dal punto di vista dell’impatto sull’IT, la maggior parte dei CXO saranno chiamati a comprendere la sofisticazione e la complessità del funzionamento di assistenti intelligenti, in termini di configurazione, formazione, e disponibilità dei dati. Questo è un settore in cui i CIO possono fare un passo avanti fino a trasformarsi come leader digitali all’interno dell’azienda. Si sottolinea, inoltre, il motivo per cui sarà importante la ricerca di nuovi talenti che hanno familiarità con tecnologie quali l’apprendimento automatico e AI.

Il BICCHIERE MEZZO PIENO O MEZZO VUOTO?

L’intelligenza artificiale è una grande opportunità per innovare il modo di fare impresa ma anche di essere impresa. Non si tratta soltanto di sostituire le attività ripetitive. Dobbiamo puntare a cambiare il modello di sviluppo, mettendo le persone al centro. Se pensiamo che le macchine prenderanno il posto delle persone, l’intelligenza artificiale sarà percepita come una minaccia. Se pensiamo che le macchine potenzieranno le capacità delle persone, allora l’intelligenza artificiale rappresenta un acceleratore dello sviluppo umano non solo della crescita economica. Per Domenico De Masi, siamo in presenza di una mutazione epocale per cui riusciamo a produrre sempre più beni e servizi con sempre meno lavoro umano. Nel suo nuovo libro, “Lavorare gratis, lavorare tutti” (Rizzoli, 2017), il sociologo spiega che in Europa le cifre dei disoccupati oscillano intorno ai 26 milioni. Ma la sostanza non cambia: «Le nuove tecnologie distruggono più posti di lavoro di quanti ne creino e questa situazione è destinata ad aggravarsi. Se ieri le macchine sostituivano solo gli operai alla catena di montaggio, domani sostituiranno i chirurghi, i radiologi e anche i manager. Quando le macchine erano meccaniche o elettromeccaniche, finivano per creare più posti di lavoro di quanti ne distruggevano: l’automobile sostituì i cavalli e creò lavoro per i gommisti. Poi le macchine divennero digitali e si cominciò a capire che i rapporti erano cambiati: il bancomat, per esempio, ha soppiantato 3.500 cassieri solo in Italia». Secondo gli analisti di IDC, entro il 2019, la percezione negativa e la mancanza di trasparenza nelle soluzioni cognitive produrrà preoccupazione nell’opinione pubblica europea con riflessi negativi anche sulla reputazione dei vendor IT. Per Maria Chiara Carrozza, professore di bioingegneria industriale, ex rettore della Scuola Superiore Sant’Anna di Pisa ed ex ministro dell’Istruzione, dell’Università e della Ricerca, attualmente al lavoro sul progetto europeo Human Brain, ci sono cinque priorità che l’Italia deve affrontare subito. E la prima è rappresentata proprio dagli investimenti in ricerca sull’intelligenza artificiale. La seconda priorità è lo sviluppo di robot in grado di rilanciare il comparto manifatturiero. La terza chiama in causa direttamente la politica che deve trovare misure per fare in modo che l’adozione sempre più pervasiva dell’intelligenza artificiale nelle aziende non si traduca in un impatto distruttivo in termini di costi sociali. La quarta priorità riguarda il metodo di lavoro che deve favorire la collaborazione tra pubblico e privato e un approccio più interdisciplinare. L’ultima è quella che guarda al futuro: «Bisogna aiutare i giovani a capire l’automazione, preparando professionalità in grado di resistere e affrontare il cambiamento».


#AI #CognitiveComputing scaricano a terra infinite possibilità
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LA STORIA CONTINUA

È certo che non siamo al capolinea della storia, ma la transizione non può essere governata in due modi. Guardando al passato e adottando misure protezionistiche. Oppure, guardando al futuro e puntando sulla formazione. Senz’altro non possiamo permetterci di fare finta che le cose si sistemeranno da sole. Dobbiamo affrontare il problema di accompagnare la trasformazione del lavoro. Sicuramente ci saranno banche senza cassieri, e fabbriche senza operai. Ma ci saranno anche nuove professioni. Avvocati virtuali per controversie online. Responsabili per lo smaltimento dei dati personali. Sviluppatori di avatar. Tecnici di protesi neurali. Ma ci sarà lavoro per tutti? Il saldo tra nuovi e vecchi lavori sarà negativo? E come si regolerà il diritto di consumare senza produrre? Immaginare un futuro completamente nuovo è difficile, e troppo spesso si finisce per guardare al passato nel tentativo di trovare le risposte. Se la macchina a vapore è stata l’emblema della prima rivoluzione industriale, il futuro ha bisogno di una nuova energia: non il “vapore” che alimentava le locomotive, ma quell’altro “steam”, mix di saperi fatto di scienza, tecnologia, ingegneria, arte e manifattura. E l’Italia, che in questo scenario potrebbe giocare un ruolo da protagonista, almeno sulla carta, nella realtà deve correre per recuperare tempo e posizioni. Per recuperare terreno, bisogna scendere dalla locomotiva a vapore e salire su una macchina da rally.

Bill Gates ha proposto di tassare i robot per estrarre “una modica di quantità” di profitto da utilizzare in forma di welfare. Un’idea bocciata dal Parlamento europeo e buona solo all’apparenza, perché non si può tassare l’innovazione e neppure pensare che un’altra imposta sulle imprese possa cambiare le cose. In passato non abbiamo tassato né i bancomat e neppure i pacchetti Microsoft. Non è sull’innovazione che bisogna pagare le tasse, ma sugli utili che un’impresa produce grazie all’innovazione. Se dietro questo tipo di proposte, solo apparentemente rivoluzionarie, c’è più una volontà di conservazione che di governance del cambiamento, in altri casi manca proprio la comprensione dei fenomeni da parte dei decisori politici, ed è evidente che un’implementazione di intelligenza artificiale non è solo necessaria, ma auspicabile. Forse, sarebbe più rivoluzionario far pagare le tasse una tantum sulla base del market share, ma questo significherebbe scatenare tra i governi una guerra sulla proprietà dell’imponibile delle grandi multinazionali, bloccando gli investimenti.

Un bel dilemma per gli economisti che fra qualche anno saranno superati da qualche applicazione di cognitive computing. Buona o cattiva notizia? Ironia a parte, come ogni ondata tecnologica, anche la sfida dell’intelligenza artificiale è soprattutto una sfida culturale: passa attraverso la comprensione dei problemi, lo studio degli effetti economici e sociali, il rispetto delle normative, della privacy e dei diritti delle persone. L’intelligenza artificiale pone interrogativi etici e tecnologici. Imprese, università e politica devono preparare la strada offrendo soluzioni, formando le prossime generazioni di lavoratori, e governando la fase di transizione da un paradigma all’altro. Ci vuole capacità di leadership e capacità di guardare avanti, oltre i facili obiettivi di breve termine. E per fare tutto questo occorre una classe nuova di manager, pure loro “cognitivi”, capaci cioè di utilizzare la conoscenza per decidere attraverso percorsi fra loro interconnessi. In questo senso, occorre una conoscenza veramente “deep” della realtà, capace di produrre una visione ampia e aperta dello sviluppo. Una visione compiutamente umana e che forse per questo ha bisogno dell’intelligenza di una macchina per essere realizzata.

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IBM Watson si è specializzato nella lotta al crimine informatico https://www.datamanager.it/2017/02/ibm-watson-si-specializzato-nella-lotta-al-crimine-informatico/ Wed, 15 Feb 2017 15:28:38 +0000 http://www.datamanager.it/?p=119248 Big Blue ha annunciato la disponibilità di Watson for Cyber Security dopo un anno di allenamento sul riconoscimento delle minacce in rete L’Intelligenza Artificiale al servizio della sicurezza digitale. Di certo non è la prima volta che l’informatica offre il proprio know-how alla lotta al crimine ma quando si tratta di un super computer come […]

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Big Blue ha annunciato la disponibilità di Watson for Cyber Security dopo un anno di allenamento sul riconoscimento delle minacce in rete

L’Intelligenza Artificiale al servizio della sicurezza digitale. Di certo non è la prima volta che l’informatica offre il proprio know-how alla lotta al crimine ma quando si tratta di un super computer come Watson, l’interesse aumenta. In che modo l’AI può giovare all’individuazione delle minacce per finalità di previsione e contrasto? La risposta è Watson for Cyber Security, un progetto che ha permesso a IBM di “allenare” per vari anni il suo cervello in silicio tramite l’inserimento nel sistema di circa 1 milione di documenti con infezioni, analisi e risposte, tale da costruire una macchina più che informata sul panorama della protezione digitale, che sappia sfruttare varie capacità di computing per supportare il lavoro di tecnici ed esperti.

Come funziona

Watson for Cyber Security sarà integrato nella piattaforma Cognitive SOC di IBM, così da combinare i tool più avanzati per la comprensione dei tentativi di violazione, con la possibilità di rispondere in maniera automatica alle minacce su dispositivi differenti, dai PC alle reti, fino a device mobili e servizi in cloud. Secondo IBM, l’elemento chiave dello “specialista” Watson è Qradar Advisor, che pesca nel database di sicurezza del computer per fornire correlazioni tra problemi e attacchi, così da attuare azioni preventive e proattive. “Il contesto odierno vede gli attori agire su più fronti, contemporaneamente. Watson rende più difficile portare a termine le aggressioni, fronteggiando adeguatamente le diverse autostrade digitali e confrontando ogni singolo elemento con l’archivio in proprio possesso” – hanno spiegato dal team.

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Sanremo 2017: Watson anticipa il vincitore secondo il pubblico del web https://www.datamanager.it/2017/02/sanremo-2017-watson-anticipa-vincitore-secondo-pubblico-del-web/ Thu, 09 Feb 2017 16:29:34 +0000 http://www.datamanager.it/?p=118938 Watson, il sistema cognitivo di IBM, continua a registrare “il battito” della rete mettendo in evidenza le preferenze e il sentimento dei telespettatori, attivi sui canali social, riguardo a tutto ciò che sta accadendo al Festival di Sanremo. I risultati emersi al termine della seconda serata si basano sull’analisi di oltre 44.000 documenti, rilevati da […]

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Watson, il sistema cognitivo di IBM, continua a registrare “il battito” della rete mettendo in evidenza le preferenze e il sentimento dei telespettatori, attivi sui canali social, riguardo a tutto ciò che sta accadendo al Festival di Sanremo.

I risultati emersi al termine della seconda serata si basano sull’analisi di oltre 44.000 documenti, rilevati da Twitter, Facebook, Forum, oltre che da siti di review e di News, Video e Blog. Vengono confermate alcune preferenze del pubblico del web espresse dopo la serata inaugurale sugli artisti che si sono esibiti ma con alcune differenze.

Tra i big più citati con sentiment positivo troviamo sempre Fiorella Mannoia insieme a Michele Bravi ed Elodie, mentre tra i più criticati compare ancora Albano. Per quanto riguarda il look sempre molto apprezzata Fiorella Mannoia che viene però superata dalla Comello, mentre al terzo posto si posiziona Chiara.

La classifica del peggior stile la vince Gabbani, seguito da Elodie e Moro.

Le analisi di Watson sono andate oltre per anticipare quale potrebbe essere il vincitore secondo il popolo del web dopo due giornate di Festival: al primo posto Fiorella Mannoia, al secondo Michele Bravi e al terzo posto, a pari merito, Elodie e Moro.

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Sanremo 2017: è Watson a seguire le conversazioni social https://www.datamanager.it/2017/02/sanremo-2017-watson-seguire-le-conversazioni-social/ Wed, 08 Feb 2017 13:59:17 +0000 http://www.datamanager.it/?p=118736 Portare alla luce il sentimento dei telespettatori rispetto agli artisti e alle canzoni in gara: è questo, in sintesi, il ruolo che si è dato Watson Analytics, il sistema cognitivo di IBM per le cinque giornate di Sanremo. Interessanti i risultati dell’analisi della serata inaugurale, condotta su 24.702 documenti social – su Twitter e Facebook, […]

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Portare alla luce il sentimento dei telespettatori rispetto agli artisti e alle canzoni in gara: è questo, in sintesi, il ruolo che si è dato Watson Analytics, il sistema cognitivo di IBM per le cinque giornate di Sanremo.

Interessanti i risultati dell’analisi della serata inaugurale, condotta su 24.702 documenti social – su Twitter e Facebook, così come su Forum, siti di review e di News, Video e Blog – rilevando gli interpreti che hanno fatto maggiormente discutere.

Fiorella Mannoia ha sbaragliato i concorrenti con il più alto numero di citazioni, davanti a Michele Bravi ed Elodie. In termini di sentiment positivo è invece Elodie a salire sul podio seguita dai due colleghi mentre Albano, un po’ a sorpresa, ha catalizzato il tono opposto, quindi negativo.

Ma Watson Analytics è stato in grado di rispondere alla domanda “qual è il cantante meglio vestito” e qui compaiono nuovamente la Mannoia ed Elodia, insieme con Lodovica Comelio.

Solo su Twitter, l’hashtag #Sanremo2017 ha raccolto oltre mezzo milione di tweet e ancora stamane è trending topic per l’Italia.

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IBM Watson sostituisce 34 dipendenti giapponesi https://www.datamanager.it/2017/01/ibm-watson-sostituisce-34-dipendenti-giapponesi/ Thu, 05 Jan 2017 14:03:15 +0000 http://www.datamanager.it/?p=116730 La compagnia assicurativa Fukoku Mutual Life Insurance userà gli Explorer per rispondere alle richieste degli utenti. Ed è solo l’inizio Non ci crederete ma i tempi in cui robot e intelligenze artificiali sostituiranno l’uomo sono vicini, molto vicini. Il trend emerso negli ultimi mesi è chiaro: molte professioni oggi rischiano ben poco nei confronti dell’avanzata delle macchine, mentre […]

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La compagnia assicurativa Fukoku Mutual Life Insurance userà gli Explorer per rispondere alle richieste degli utenti. Ed è solo l’inizio

Non ci crederete ma i tempi in cui robot e intelligenze artificiali sostituiranno l’uomo sono vicini, molto vicini. Il trend emerso negli ultimi mesi è chiaro: molte professioni oggi rischiano ben poco nei confronti dell’avanzata delle macchine, mentre altre, grazie ai progressi e allo sviluppo dei chatbot, sono già sull’orlo dell’estinzione. Parliamo dei centralini, dei servizi di assistenza per prodotti e servizi, dei supporti via chat e così via. Insomma ad essere coinvolto è soprattutto il settore del customer service, che presto potrebbe accogliere centinaia di software pronti a rimpiazzare personale in carne ed ossa.

Pronto chi parla?

Se l’Europa è alquanto restia a cogliere così rapidamente il cambiamento, dall’altra parte del mondo c’è già chi, come il Giappone, è proiettato nel futuro, bello o brutto che sia. La compagnia di assicurazione Fukoku Mutual Life Insurance darà presto il benvenuto a 34 postazioni con IBM Watson Explorer, una piattaforma di intelligenza artificiale che sfrutta la ricerca cognitiva per rispondere a diverse tipologie di enigmi, anche quelli più avanzati. E così in chat e alla cornetta non ci sarà più un operatore reale ma un surrogato di bit, con cui i clienti dovranno interfacciarsi per dar seguito alle loro richieste. Difficile parlare di risparmio, visto che gli Explorer costeranno all’azienda 1,7 milioni di dollari e un esborso annuale di 128 mila dollari. Cifre alte che permetteranno però di abbassare il budget dedicato ai salari, con un taglio di 1 milione di dollari in totale e un ritorno dell’investimento stimato in circa due anni. Per non parlare dell’eliminazione di assenze per fiere e malattie che, nell’era della produttività sempre e comunque, non sono più ammesse.

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Il caso Xylella. Emergenza e innovazione https://www.datamanager.it/2016/11/caso-xylella-emergenza-innovazione/ Wed, 23 Nov 2016 13:31:42 +0000 http://www.datamanager.it/?p=114434 Quando un approccio non statistico e non scientifico porta a prendere decisioni sbagliate che diventano pericolose Il caso Xylella minaccia una delle più grandi “fabbriche” del Mezzogiorno: l’oliveto. In Puglia, ci sono 60 milioni di ulivi, di cui 11 milioni concentrati solo nel Salento. Sei milioni sono gli ulivi cosiddetti monumentali che rappresentano un asset […]

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Quando un approccio non statistico e non scientifico porta a prendere decisioni sbagliate che diventano pericolose

Il caso Xylella minaccia una delle più grandi “fabbriche” del Mezzogiorno: l’oliveto. In Puglia, ci sono 60 milioni di ulivi, di cui 11 milioni concentrati solo nel Salento. Sei milioni sono gli ulivi cosiddetti monumentali che rappresentano un asset fondamentale del paesaggio salentino. Questa “fabbrica” se non si trasforma, rischia di scomparire a causa di un batterio, ma soprattutto a causa di decisioni sbagliate (e pericolose), non basate sui dati scientifici. Decisioni che rischiano di compromettere la produzione dell’intera ulivicoltura mediterranea.

Senza dubbio, come spiega a Data Manager, Nicola Ciniero, presidente di IBM Italia, l’agribusiness può essere annoverato tra le aree destinate, in tempi brevi, a raccogliere i frutti di una continua innovazione. E qui, Nicola Ciniero (pugliese DOC) si riferisce a quella in cui i dati, incessantemente prodotti dalle attività umane, fanno da ingredienti e da materia prima per “produrre” conoscenza, grazie alla tecnologia cognitiva messa in campo da Watson e ai nuovi modelli di erogazione dei servizi rappresentati dal cloud. «Le applicazioni di predictive analytics, abbinati all’high performance computing (HPC) e agli studi sulla genomica, d’altronde sono molteplici: si va dall’agricoltura di precisione – che garantisce ritorni certi in termini di abbattimento di sprechi e di maggiore efficienza produttiva – al controllo della filiera alimentare in chiave anticontaminazione». Ma non solo. Basta pensare a quanto può essere fatto contro le infezioni che colpiscono le colture, come ci dimostra il caso drammatico della Xylella pugliese.

«In Florida, questa infezione ha un “parente stretto”, il citrus greening» – spiega Ciniero. «La minaccia portata agli agrumeti locali (un business annuo da tre miliardi di dollari) è seria: il 70% degli alberi risultano ormai colpiti e le proiezioni, in assenza di interventi, stimano un collasso del comparto nel volgere di 2-5 anni. In questo caso, IBM, insieme con l’Amministrazione della Florida e con le aziende maggiormente impattate, ha dato vita a una piattaforma di ricerca che impiega strumenti avanzati di analytics e di cognitive HPC attraverso i quali progettare inibitori genomici della malattia, come i polimeri antimicrobici, e con cui simulare scenari sui risultati. Insomma: almeno all’estero la cosiddetta smarter agricolture è già una solida realtà».


.@nciniero President at @IBMItalia L’oliveto è una delle più grandi fabbriche del Mezzogiorno
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Che cosa è la Xylella?

Il disseccamento degli ulivi in Puglia è causato dal batterio Xylella fastidiosa, subspecie pauca. L’infezione è trasmessa da un vettore del batterio, una specie di cicalina, philaenus spumarius (sputacchina). Le piante muoiono per disidratazione e le piante infette non possono essere risanate, anche se si stanno sperimentando, forme di innesto con piante resistenti. «L’infezione però non intacca la qualità dell’olio e non ha effetti sulla salute umana. Le varietà colpite sono prevalentemente due: l’Ogliarola di Lecce e la Cellina di Nardò. Il Leccino invece è quella più resistente, ma l’inoculo rimane» – spiega a Data Manager, Roberto Bassi, professore di Biochimica e Fisiologia Vegetale del dipartimento di Biotecnologie dell’Università di Verona e ospite di BergamoScienza.

L’insorgenza di questa malattia dell’ulivo, pur mettendo a rischio l’intera ulivicoltura mediterranea (in Italia gli ulivi coltivati sono 200 milioni), non rappresenta un evento del tutto inatteso. Oltreoceano, negli ultimi 30 anni la Xylella è stata l’agente di nuove “emerging diseases” che hanno coinvolto diverse coltivazioni. Ma perché la Xylella in Italia è diventata un caso? Soprattutto perché – risponde Amedeo Santosuosso, presidente del Centro di Ricerca Interdipartimentale ECLT European Centre For Law Science and New Technologies dell’Università di Pavia – c’è stato un cortocircuito tra scienza e giustizia. «Dalla subordinazione all’arbitrio, il rapporto tra scienza e diritto ha sempre oscillato tra questi due estremi. La scienza è fonte di conoscenza della realtà. Una conoscenza misurabile, replicabile e comunicabile razionalmente. Da una parte, il legislatore non può approvare leggi che siano in contrasto con le evidenze scientifiche, dall’altra un parlamento di scienziati non può essere la soluzione. Perché la scienza non ha sempre le risposte, e soprattutto perché la mediazione degli interessi è un ruolo preminentemente politico. Fatte queste premesse, il caso Xylella resta scandaloso e ripropone la stessa “invasione di campo” da parte dei giudici del caso Stamina, portando alla luce in Italia un problema culturale di conoscenza e applicazione del metodo scientifico».

Il contrasto tra giustizia e scienza ha molte facce. Gli scienziati ragionano in un modo. I magistrati in un altro. Gli scienziati formulano ipotesi. I magistrati pretendono di avere risposte certe anche a quesiti impossibili. Negli ultimi tempi, i contrasti sono stati numerosi: il caso di Ilaria Capua, quello di Eluana Englaro, o quello dei geologi per non avere previsto i terremoti. L’Italia, che ha dato i natali a Galileo Galilei, padre del metodo scientifico sperimentale, è finita per coltivare uno strano “fastidio” nei confronti della scienza, preferendo l’arzigogolo alla logica deduttiva. Del resto, statisticamente, siamo un Paese di legulei e non di scienziati. Un Paese, in cui per un ricercatore è più facile ricevere un avviso di garanzia che un finanziamento. Il caso Xylella è la dimostrazione di come «un approccio non statistico ai dati può essere molto pericoloso, perché lascia i decisori in balia dell’emotività», come ha messo in evidenza, Furio Camillo dell’Università di Bologna, a margine della conferenza internazionale Analytics Experience 2016 di SAS.

Il costo delle scelte sbagliate

Giovanni Martelli, professore di Scienze Agrarie dell’Università di Bari, è stato il primo a ipotizzare, dati alla mano, che il batterio potesse essere alla base del disseccamento rapido degli ulivi nella tarda estate del 2013. Da Gallipoli epicentro dell’epidemia, il fenomeno si è diffuso in tutta la provincia di Lecce, travalicando i confini della provincia di Taranto e di Brindisi, e lambendo quelli della provincia di Bari. Ha colpito sia il “gigante” di Alliste, che ha più di 1500 anni, sia le piante più giovani. Da subito, però, c’era un indizio: la somiglianza tra il disseccamento degli ulivi pugliesi e quello osservato nella quercia americana, causato dallo stesso batterio. E così Giovanni Martelli si è messo a cercare la Xylella, e con i sui colleghi di laboratorio, alla fine l’ha trovata. Gli americani ritengono che il batterio non sia eradicabile se trova le condizioni ambientali favorevoli. Anni di incuria e di pratiche agronomiche scorrette (perché la coltivazione degli ulivi in Puglia è molto frammentata) hanno di fatto contribuito a creare le condizioni ottimali per la diffusione veloce dell’infezione. Italia, Argentina e Brasile hanno lo stesso agente infettante della medesima sottospecie. Bastava questo per dimostrare la correlazione.

L’equivoco è nato dal fatto che l’epidemiologia della Xylella è simile ad altre infezioni osservabili anche su altre 22 piante tipiche, tra cui il mirto e l’oleandro. E l’effetto psicologico del taglio delle piante sane vicine a quelle malate ha contribuito a creare un impatto emotivo forte e una lunga onda mediatica. Il popolo di Internet ne ha fatto una crociata, e l’intervento dei magistrati ha pregiudicato il contenimento dell’infezione. Il CNR di Bari è stato l’unico che ha lavorato seriamente per andare a scoprire le cause del Complesso di disseccamento rapido dell’olivo (CoDiRo). La cosa incredibile è che la Procura di Lecce ha bloccato il piano Silletti (che metteva in pratica il taglio degli ulivi come misura di contenimento), non solo opponendo in modo curioso il principio di precauzione, ma accusando non troppo implicitamente l’ente di ricerca di aver favorito la diffusione della “peste dell’ulivo”, come “gli untori” di manzoniana memoria.

La Procura di Lecce è intervenuta a gamba tesa vedendo il dolo dove non c’era. Il principio di precauzione invocato è stato un triplo salto mortale perché per prevenire si sono bloccate le azioni di prevenzione. Quella degli ulivi pugliesi è una questione tutta italiana (con molte zone d’ombra) e che dovrebbe far riflettere sulla nostra capacità di problem solving e accountability. Non solo i cittadini italiani (tutti) si troveranno a pagare il conto di un’altra procedura di infrazione europea (che ammontano a 72), ma i cittadini pugliesi dovranno affrontare la perdita degli ulivi che significa distruzione del paesaggio. Un danno enorme che rischia di compromettere anche i livelli di produzione di olio di oliva. E purtroppo, potremmo trovarci nello scenario futuro di una Italia senza olio.


.@furiocamillo Un approccio #nonstatistico porta a decisioni pericolose #AnalyticsX
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La parola fine

Per dirimere l’intricata matassa è intervenuta anche l’Accademia dei Lincei con una missione sul campo che ha prodotto un rapporto definitivo e che ha messo la parola fine alla levata di scudi da parte degli ambientalisti e a ogni ipotesi di complotto. Una conclusione, dicono gli scienziati dei Lincei, non più discutibile. La Xylella, come la globalizzazione, è qui per restare e l’unica cosa che si può fare è studiare misure di contenimento e di controllo della diffusione del vettore di contagio. Il taglio di 68mila piante, che a giugno avrebbe potuto ancora bloccare il fronte di avanzamento dell’infezione con una zona di contenimento, oggi non basta più e rischiamo di perderne 28 milioni. L’epidemia salentina è stata causata da piante importate dall’America Latina e transitate attraverso il porto di Amsterdam. Questo fatto ci porta alla questione dell’efficacia delle norme europee per la prevenzione delle infezioni fitosanitarie che richiederebbe un maggiore investimento per un sistema di monitoraggio automatico basato su sensori e analisi dati in tempo reale. Eppure, dall’Olanda, continuano a essere importate piante dall’America Latina. Con quali nuove misure da parte della UE non è dato sapere. Quello che sappiamo è che è saltato il sistema di controllo. E l’Europa non dispone di un sistema di quarantena come gli USA o l’Australia. Eliminare l’agente patogeno dal Salento è utopia. Il tempo è l’unica cosa che servirebbe, ma ne abbiamo sprecato troppo. Se si studiasse il meccanismo biologico di resistenza della varietà di Leccino, forse si potrebbe ingegnerizzarlo. E forse, come ha suggerito il presidente di IBM Italia, si potrebbe dare vita a una piattaforma di ricerca comune per unire competenze e strumenti. In tutti i casi, la soluzione all’emergenza Xylella, può arrivare solo dalla ricerca scientifica e dalla tecnologia. Non dalle aule di tribunale.

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