Automazione – Data Manager Online https://www.datamanager.it Il portale dell'ICT professionale Thu, 08 Nov 2018 11:15:25 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=5.8.13 https://www.datamanager.it/wp-content/uploads/2020/04/dmo-favicon3.png Automazione – Data Manager Online https://www.datamanager.it 32 32 Le sfide che i professionisti della cybersicurezza devono affrontare nel percorso verso l’automazione https://www.datamanager.it/2018/08/le-sfide-che-i-professionisti-della-cybersicurezza-devono-affrontare-nel-percorso-verso-lautomazione/ Wed, 08 Aug 2018 12:00:00 +0000 http://www.datamanager.it/?p=152074 Il 70% degli intervistati nello studio di Juniper Networks e Ponemon Institute afferma che l’automazione è molto importante per la sicurezza ma più della metà ritiene che la sua implementazione sia ostacolata dalla presenza di troppi fornitori e dalla carenza di personale qualificato Juniper Networks, leader nelle reti sicure, automatizzate e scalabili, presenta The Challenge of […]

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Il 70% degli intervistati nello studio di Juniper Networks e Ponemon Institute afferma che l’automazione è molto importante per la sicurezza ma più della metà ritiene che la sua implementazione sia ostacolata dalla presenza di troppi fornitori e dalla carenza di personale qualificato

Juniper Networks, leader nelle reti sicure, automatizzate e scalabili, presenta The Challenge of Building the Right Security Automation Architecture, un nuovo studio condotto in collaborazione con Ponemon Institute. Dall’indagine risulta che per quanto le aziende siano consapevoli dell’importanza dell’automazione per rimediare la carenza di personale esperto di cybersecurity e per rafforzare la sicurezza, la maggior parte di esse ha problemi nel determinare come, quando e dove automatizzare.

Secondo Cybersecurity Ventures nel 2021 la lotta al cybercrimine costerà alle aziende più di 6.000 miliardi di dollari all’anno e ci saranno 3,5 milioni di posti di lavoro vacanti nella sicurezza informatica. Il dato è confermato dallo studio Ponemon secondo il quale il 57% degli intervistati ha dichiarato di non riuscire a reperire il personale qualificato necessario per implementare gli strumenti per l’automazione della sicurezza. Mentre i cybercriminali continuano ad automatizzare gli attacchi, le organizzazioni devono fare i conti con team preposti alla sicurezza sottodimensionati, processi manuali, sistemi eterogenei e policy complesse che li costringono a dedicare tempo ad attività di basso livello.

“Lo scenario del cybercrimine è incredibilmente vasto, organizzato e automatizzato. I cybercriminali hanno molti soldi e nessuna regola, sono quindi loro a guidare il gioco”, dice Amy James, responsabile Security Portfolio Marketing di Juniper Networks. “Le organizzazioni devono poter giocare alla pari. Non si può pensare di avere soluzioni manuali di sicurezza e sconfiggere i cyberciminali né tantomeno anticipare le loro mosse. L’automazione è tutto”.

I principali risultati:

L’automazione è essenziale

Lo sviluppo dello scenario delle minacce e la carenza di personale esperto implica che le organizzazioni devono implementare l’automazione per rafforzare la propria sicurezza. Gli intervistati sono consapevoli dell’importanza dell’automazione e di come questa possa migliorare la produttività, affrontare il crescente numero di minacce e ridurre la percentuale di falsi positivi.

  • I due principali benefici dell’automazione, secondo gli intervistati, sono: maggiore produttività del personale addetto alla sicurezza (64%) e la correlazione automatica del comportamento delle minacce per gestire l’alto volume di minacce (60%).
  • Il 54% degli intervistati afferma che le tecnologie di automazione semplificano il processo di individuazione e risposta alle minacce e alle vulnerabilità.

I fornitori contribuiscono a creare caos

Oggi gli ambienti di sicurezza sono più complessi e i cybercriminali più determinati che mai. Tuttavia, le organizzazioni utilizzano soluzioni di sicurezza basate su tool stand alone, determinando una proliferazione dei fornitori che sfocia in strategie di sicurezza inefficaci. Secondo il 71% degli intervistati, le aziende sono consapevoli che l’integrazione di tecnologie di sicurezza disparate sia il principale ostacolo alla realizzazione di un’architettura efficace per l’automazione della sicurezza.

  • Il 57% riferisce problemi di interoperabilità tra le tecnologie di sicurezza che minano l’efficacia delle tecnologie di automazione.
  • Il 63% dichiara che è difficile integrare i sistemi legacy con le tecnologie e i tool per l’automazione della sicurezza.
  • Il 59% ritiene che la propria azienda dovrebbe ridurre il numero di fornitori.

La carenza di personale è un ostacolo

Come conseguenza di questa proliferazione dei fornitori, gli specialisti della sicurezza si trovano a dedicare circa due ore al giorno a esaminare alert, eventi e log per scoprire attività malevole, afferma lo studio. Ciò diminuisce sensibilmente il tempo a disposizione per implementare tecnologie di automazione, che sfocia in un indebolimento strutturale della sicurezza. A questo si aggiunge una generale mancanza di personale esperto di sicurezza.

  • Solo il 35% dichiara che la sua azienda ha in casa le competenze necessarie per sfruttare l’automazione in risposta alle minacce.
  • Il 62% dichiara che la carenza di personale interno esperto diminuisce la sicurezza dell’azienda.
  • Il 57% dice di non riuscire a reperire personale preparato per implementare gli strumenti di automazione della sicurezza.

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Agricoltura 4.0, coltivare dati per raccogliere valore https://www.datamanager.it/2018/07/agricoltura-4-0-coltivare-dati-per-raccogliere-valore/ Fri, 13 Jul 2018 10:17:32 +0000 http://www.datamanager.it/?p=151375 Come piantare il seme dell’innovazione per migliorare la competitività dell’agroalimentare italiano. Dalle applicazioni IoT in campo a quelle sui trattori, dai droni alla supply chain, passando per la robotica, il machine learning e l’agricoltura di precisione. Ecco tutte le soluzioni tecnologiche al servizio dell’innovazione in agricoltura, dei prodotti dell’agroalimentare italiano di qualità, dello sviluppo dei […]

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Come piantare il seme dell’innovazione per migliorare la competitività dell’agroalimentare italiano. Dalle applicazioni IoT in campo a quelle sui trattori, dai droni alla supply chain, passando per la robotica, il machine learning e l’agricoltura di precisione. Ecco tutte le soluzioni tecnologiche al servizio dell’innovazione in agricoltura, dei prodotti dell’agroalimentare italiano di qualità, dello sviluppo dei territori di eccellenza e dello sviluppo sostenibile

Con l’espressione “smart agrifood” si identifica, in estrema sintesi, una visione del futuro della filiera agricola e agroalimentare secondo cui, grazie alle tecnologie digitali, l’intero comparto non solo aumenterà la propria competitività, ma sarà in grado di valorizzare meglio la qualità, di essere più sostenibile e di dare più valore anche alle produzioni di nicchia. Il continuo e rapido tasso di crescita della popolazione mondiale può influire sulla disponibilità delle risorse in futuro. Da studi recenti, è emerso che la produzione del settore dovrà aumentare del 60% entro il 2030 (dati FAO). Il futuro dell’agricoltura – al quale è legato a doppio filo anche il nostro stesso futuro – dipende dalla sua trasformazione digitale. In questo contesto ai CIO interessa sempre di più comprendere in profondità le innovazioni digitali (di processo, infrastrutturali, applicative, hardware e software) che stanno trasformando la filiera agricola e agro-alimentare, unificando le principali competenze necessarie: economico-gestionali, tecnologiche, agronomiche. L’innovazione digitale può contribuire a migliorare in particolare la competitività del settore agroalimentare italiano, garantendo più qualità, trasparenza, tracciabilità e ottimizzazione dei processi di produzione, coltivazione e allevamento. L’automazione permetterà di difendere la qualità delle produzioni, abbattendo i costi di gestione, monitorando l’intero ciclo di produzione, per decidere il momento migliore per intervenire.

Nonostante la forte contrazione di tutte le componenti della produzione agricola, l’agroalimentare Made in Italy rappresenta una voce importante del prodotto interno lordo nazionale, seconda solo al comparto manifatturiero. Nel 2017, il valore del settore primario italiano è stato pari a 28,14 miliardi, in calo rispetto ai 29,12 dell’anno precedente. Se l’Italia non è mai stata competitiva sulle grandi estensioni, lo è invece sulla biodiversità e le produzioni di nicchia. L’Italia investe poco in innovazione in agricoltura, appena lo 0,02% del PIL. Secondo i dati pubblicati dal Centro studi di Confagricoltura, al top dell’innovazione ci sono Israele e Corea del Sud, che investono ogni anno oltre il 4% del PIL in R&D. Al boom dell’export agroalimentare, si è registrata anche una crescita delle importazioni di materie prime. E questo è un campanello di allarme in un momento di contrazione della produzione agricola nazionale. L’Italia sta diventando sempre di più un paese trasformatore. Un dato che deve far riflettere quando parliamo di competitività sbandierando l’orgoglio tricolore del Made in Italy. È necessario premere l’acceleratore dell’innovazione per aumentare la produttività, ma anche la sostenibilità. Dobbiamo pensare a un piano di sviluppo per l’agricoltura analogo a quello per l’Industry 4.0. Agricoltura di precisione, genomica, adattamento dell’agricoltura ai cambiamenti climatici, controllo delle infestanti e delle infezioni, salute, benessere, nutraceutica, tecnologie dell’informazione, big data e digitalizzazione. Sono questi i driver dell’innovazione. Parole che devono acquisire dignità nel vocabolario delle imprese agricole al pari di tradizione, eccellenza e qualità.


#Agricoltura40 L’agricoltura si trasforma ma servono più investimenti
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L’AGRICOLTURA SI TRASFORMA

La trasformazione del settore agricolo sta avvenendo a una velocità superiore alle attese. Una trasformazione che sopravanza non solo le competenze degli addetti ai lavori, ma anche la capacità di assorbire il cambiamento da parte delle imprese. Export agricolo, convergenza di settore alimentare e sanitario, ascesa di proteine alternative, il potenziale dell’indoor farming. Sono solo alcuni dei temi che catalizzano l’attenzione. Dai dati e le proposte presentate in occasione dei più recenti appuntamenti specialistici su scala mondiale – quali i recentissimi Seed&Chips di Milano e l’AgriTech Israel 2018 di Tel Aviv – traspaiono alcuni fabbisogni comuni a tutto il vasto e variegato universo agritech e smart food, accomunato in modo molto evidente da un “rischio/opportunità” disruption appena all’inizio, ma in costante accelerazione.

LA SUPPLY CHAIN HA FAME DI INFORMAZIONE

Dalla field optimization all’automazione e all’intelligenza artificiale fino alla supply chain estesa, le startup e gli altri disruptor lavorano su ogni lato dell’agritech per lo sviluppo di nuove e interessanti applicazioni. Il problema è che molti operatori sono completamente all’oscuro di queste evoluzioni. Questa “disconnessione” deve essere risolta se vogliamo coltivare il seme dell’innovazione e portare a maturazione nuovi progetti. Un commento di Jack Scott, VP Sustainibility di Nestlé, durante un panel sugli hyperlocal data ha messo in evidenza l’importanza di «essere trasparenti» per imparare a condividere dettagli delle proprie scelte operative: «Si tratta forse di una delle sfide più dure che dobbiamo superare. Se avremo il coraggio di immergerci nei dati, solo allora saremo davvero capaci di risalire la supply chain all’indietro per raggiungerne l’origine. Solo i dati possono farci andare così lontano».

C’È BISOGNO DI “COLLABORATION”

Allo stesso tempo, i disruptor devono lavorare più a stretto contatto con i loro clienti finali. L’innovazione non può avvenire nel vuoto. Non possiamo perdere di vista l’agricoltore da una parte e il consumatore dall’altra. «Le startup come noi devono collaborare con le aziende più grandi del settore e con le aziende agricole» – ha dichiarato Allison Kopf, fondatrice e CEO di Agrilyst, una startup con sede a Brooklyn che lavora a strumenti basati sui dati per gli agricoltori locali. «Occorre amplificare la voce del contadino, potenziare ma non condizionare le sue opportunità di crescita attraverso l’uso della tecnologia».

NUOVI MODELLI DI BUSINESS

La dimensione e la concentrazione dei mercati di quelli che nel settore si chiamano “input” – per comprendere: semi, fertilizzanti, prodotti chimici, sistemi di irrigazione migliorati e altro – sono pronti per la disruption. «La maggior parte dell’agricoltura è una commodity: il rendimento si basa sul volume di produzione, non sulla sostenibilità o la qualità» – ha messo in evidenza David Perry, CEO di Indigo Agriculture. Le cose stanno cambiando. E i consumatori sono disposti a pagare un prezzo più alto per avere prodotti migliori. Non solo. «Ridurre l’uso di sostanze chimiche o ridurre l’uso di fertilizzanti è certamente utile, in quanto ha un beneficio immediato anche per l’agricoltore perché riduce i costi di produzione». La tech-industry ha la brutta abitudine di ricorrere a modelli di business già consolidati, di solito ispirata al tipico modello di un Software as a Service (SaaS) della Silicon Valley. Ma l’agricoltura è diversa. Ed è tempo di elaborare modelli di business che aiutino effettivamente l’industria a risolvere alcuni dei problemi che sta affrontando. Negli ultimi dieci anni, l’agricoltura ha visto nascere un numero di società tecnologiche davvero interessanti che però sono state limitate dal proprio ecosistema. Secondo David Perry, è necessario risolvere il problema del modello di business in modo da poter massimizzare il valore della tecnologia adottata. In tutti i casi, questo è un ottimo momento per le startup che devono risolvere questi problemi, grazie al consolidamento delle aziende di input, alla riduzione della domanda sulle tecnologie esistenti, all’emergere di nuove tecnologie come la microbiologia e la data science, oltre al fatto che l’agricoltura non è molto attraente dal punto di vista economico in questo momento. Tutto ciò rende gli agricoltori più disposti a sperimentare. E forse è arrivato il momento giusto per costruire qualcosa di nuovo in grado di rimodellare radicalmente l’agricoltura.


#Agricoltura40 Contrazione della produzione agricola nazionale. Made in Italy a rischio?
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L’AGRICOLTORE DEL FUTURO

Anche il fattore umano in agricoltura sta cambiando, dal lavoratore manuale che lavora nei campi alla generazione successiva che gestirà la fattoria. In che modo la fattoria del futuro affronterà il problema della gestione e dell’impiego delle risorse umane di fronte all’automazione e ai cambiamenti dei mercati? Quali nuove porte si apriranno? Assisteremo sicuramente a un cambiamento di interfacce come sempre è accaduto nella storia. Secondo l’economista agricola Renée Vassilos, fondatrice del Banyan Innovation Group, ogni azienda ha un capitale investito in attrezzature inutilizzate per una gran parte dell’anno. Un surplus di capacity che non si traduce però in vantaggio economico. «Un vero salto di qualità in termini di autonomia ed efficienza si potrà raggiungere davvero soltanto con il “24-hours-a-day farming”. E a questo si dovrà aggiungere anche l’opportunità di un modello più sostenibile di condivisione delle attrezzature per abbracciare la tecnologia come risorsa sostenibile e scalabile.

IOT E SENSORI SUL CAMPO

L’IoT sta realizzando una disruption in senso positivo per l’industria agricola ed esiste un potenziale estremo per l’utilizzo dell’IoT nel settore. L’IoT semplifica e snellisce la raccolta, l’ispezione e la distribuzione complessiva delle risorse agricole utilizzando sensori su apparecchiature e materiali. Sensori posizionati strategicamente attorno ai campi insieme a tecnologie di riconoscimento delle immagini consentono agli agricoltori di visualizzare le loro colture da qualsiasi parte del mondo. Questi sensori inviano agli agricoltori informazioni aggiornate in tempo reale, pertanto è loro possibile apportare modifiche alle colture. Questo si traduce in una maggiore produzione di cibo con meno sprechi, esattamente ciò di cui questo settore ha bisogno.

IOT E SENSORI NELLE APPARECCHIATURE

Proprio come la tecnologia in campo, i sensori vengono collocati su attrezzature agricole per monitorarne ad esempio lo stato operativo. Usando il termine “agricoltura di precisione” vengono fabbricati trattori e altre attrezzature agricole con sistemi di navigazione e una varietà di sensori. Alcuni sensori sono costruiti con la capacità di compensare il terreno irregolare usando il GPS. Altri sono costruiti per la mappatura della resa e la documentazione del raccolto, direttamente dalla cabina dell’attrezzo. Altri ancora segnalano quando i trattori devono essere sottoposti a manutenzione, minimizzandone su base statistica i costi e i tempi di fermo macchina.

DRONI E MONITORAGGIO COLTURE

Possiamo immaginare il ritorno sull’investimento quando gli agricoltori possono visualizzare le loro colture utilizzando una fonte aerea, senza dover noleggiare un aereo. I droni vengono utilizzati per il monitoraggio delle colture come mezzo per combattere la siccità e altri fattori ambientali dannosi. I droni che producono immagini 3D possono essere utilizzati per prevedere la qualità del suolo attraverso l’analisi e la pianificazione dei modelli di semina. I droni vengono anche usati per irrorare prodotti chimici sulle colture selettivamente senza penetrare nelle acque sotterranee e possono aumentare la velocità di irrorazione di cinque volte rispetto ad altri tipi di macchinari.

FARMING E ROBOTICA

La robotica in agricoltura migliorerebbe la produttività e porterebbe a rendimenti sempre più rapidi: i robot di irrorazione e diserbo, recentemente acquisiti dal gigante delle macchine agricole John Deere, possono ridurre l’uso di prodotti agrochimici di un incredibile 90%. Alcune startup di robotica stanno sperimentando la guida laser e l’uso di telecamere per identificare e rimuovere piante infestanti sul campo senza l’intervento umano. Questi robot possono utilizzare la guida autonoma per spostarsi tra le file di colture, riducendo la manodopera. Alcune aziende stanno sperimentando l’utilizzo di robot per il trapianto di piante che aggiungono un nuovo livello di efficienza ai metodi tradizionali. Altre stanno testando i robot anche per la raccolta della frutta e delle noci, attività che in passato erano sembrate troppo delicate da potere essere affidate ad attuatori meccanici.

SENSORI E TRACCIABILITÀ RFID

Dopo le operazioni di raccolto, i sensori RFID possono essere utilizzati per tracciare il cibo dal campo al negozio. Rivenditori e consumatori finali saranno in grado di seguire un percorso dettagliato di tracciabilità del prodotto, risalendo tutta la filiera. Questa tecnologia potrebbe aumentare l’affidabilità dei produttori e la loro responsabilità nel fornire prodotti freschi e sicuri. Questi sistemi di localizzazione potrebbero anche ridurre l’apprensione per quanto riguarda gli allergeni e i requisiti di salute per i consumatori.

MACHINE LEARNING E ANALYTICS

Forse una delle aree più innovative della trasformazione digitale è la capacità di utilizzare l’apprendimento automatico e l’analisi avanzata per estrarre conoscenza dai dati raccolti. Questo può iniziare molto prima della semina. L’apprendimento automatico può predire quali tratti e geni saranno i migliori per la produzione di colture, dando agli agricoltori di tutto il mondo i semi migliori in rapporto alla posizione geografica e alle condizioni di coltivazione. Gli algoritmi di apprendimento automatico possono essere utilizzati per rendere più trasparente il processo produttivo ma anche per fornire in tempo reale KPI con i consumi del mercato.

IL SEME DELL’INNOVAZIONE

Il digitale migliora la competitività dell’agroalimentare italiano. Secondo i risultati della ricerca dell’Osservatorio Smart Agrifood del Politecnico di Milano condotta insieme al Laboratorio RISE dell’Università degli Studi di Brescia, l’Agricoltura 4.0 ha un mercato in Italia di circa 100 milioni di euro, il 2,5% di quello globale. Nonostante i benefici in termini di riduzione dei costi, di qualità e resa del raccolto, la diffusione di queste soluzioni è ancora limitata e oggi meno dell’1% della superficie coltivata complessiva è gestito con questi sistemi. Molte PMI italiane si stanno attivando nella trasformazione digitale dell’agroalimentare, ma una forte spinta innovativa proviene dalle nuove imprese, con 481 startup internazionali Smart AgriFood nate dal 2011 ad oggi, di cui 60, ben il 12%, italiane. «L’innovazione digitale nell’agroalimentare si manifesta dalla produzione in campo alla distribuzione alimentare, passando per la trasformazione e può garantire competitività a uno dei settori chiave per l’economia italiana, che contribuisce per oltre l’11% del PIL e per il 9% sull’export» – ha spiegato Filippo Renga, condirettore dell’Osservatorio Smart AgriFood. «Lo Smart AgriFood da un lato può ridurre i costi di realizzazione di prodotti di alta qualità, dall’altro far crescere i ricavi grazie a una maggiore riconoscibilità o garanzia, ad esempio con sistemi di anticontraffazione o di riduzione dei prodotti non conformi esportati. Ma l’innovazione digitale consente anche di intervenire a supporto dell’intera filiera, garantendo sostenibilità a tutti gli attori del settore, inclusa la produzione in campo».


#Agricoltura40 Più innovazione al servizio della qualità e della sostenibilità
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SMART AGRICULTURE IN CAMPO

Considerato il ruolo “propulsivo” delle startup italiane che stanno dando un contributo sostanziale nell’innovazione del settore agricolo, Data Manager ha scelto di approfondire lo stato dell’arte proprio con una realtà come Evja, startup con sede a Napoli, attiva nei settori Internet of Things e Smart Agricolture. Quando si parla di agroalimentare, l’Italia è tra gli attori principali sia per quanto riguarda la produzione che l’immagine associata al settore. Ma come è possibile mantenere questa leadership se non si investe in innovazione? Abbiamo girato la domanda a Davide Parisi, CEO di Evja, secondo il quale la parola chiave è “smart agriculture” che comprende un ampio insieme di innovazioni tecnologiche volte a migliorare i processi della filiera agricola e a portare le aziende nell’era dell’Agricoltura 4.0. Le soluzioni smart che si sono sviluppate recentemente spaziano dai sensori ai droni, dalla tecnologia satellitare al machine learning e ai big data. Il tutto, ovviamente, applicato a un settore come quello agricolo che solo a un occhio non attento può sembrare geneticamente refrattario all’innovazione, ma che invece è in grado da sempre di evolversi in una dialettica continua tra conservazione e cambiamento.

In questo contesto, Evja ha progettato OPI, un sistema di supporto decisionale per aziende agricole basato su sensori e algoritmi previsionali. «OPI ha attirato subito l’attenzione – ha dichiarato Paolo Iasevoli, COO di Evja – e siamo stati invitati a presentarlo a eventi importanti come il Mobile World Congress di Barcellona, lo SMAU Berlin, il World Food India di Nuova Delhi e il World Agri-Tech Summit di San Francisco, come unico prodotto non americano sul palco». OPI è un sistema integrato hardware/software. Il nodo-sensore viene installato in campo per il monitoraggio in tempo reale dei fattori critici delle colture, come umidità, temperatura, radiazione solare e bagnatura della foglia. «I dati raccolti vengono inviati al sistema centrale con rete mobile o sfruttando la tecnologia LoRa, un network che finora ha visto ben poche applicazioni in agricoltura. Il successo di questa scelta era tutto da verificare, ed è stato validato direttamente sul campo» – ha spiegato il CTO Antonio Affinito.

Riuscire a capire cosa succede nel campo guardando semplicemente lo smartphone offre vantaggi enormi agli agricoltori, ma OPI va anche oltre. Qui entra in gioco il software, che grazie ad algoritmi previsionali riesce a prevenire l’insorgere di malattie e a rendere più efficiente l’utilizzo delle risorse idriche per l’irrigazione. Tra i modelli previsionali integrati, Evja ha sviluppato anche il primo modello in Europa per la prevenzione della peronospora nella varietà di “Baby leaves”. «In concreto, questo significa che il raccolto finale avrà un residuo più basso – ha spiegato il CEO di Evja Davide Parisi – e gli imprenditori agricoli ne ricaveranno un doppio vantaggio: risparmio in fitosanitari e prodotto più salubre».

Quando si parla di innovazione, è però fondamentale non fermarsi mai. Per questo la missione di Evja di portare l’agricoltura al livello 4.0 continua con nuove sfide. «Stiamo lavorando intensamente sull’evoluzione continua sia di OPI che dell’azienda» – ha dichiarato Iasevoli. «Dopo l’ingresso nel capitale sociale di due colossi del settore come la tedesca BayWa e l’austriaca RWA, stiamo preparando un percorso di scambio tecnologico con Deutsche Telekom e Microsoft». L’obiettivo è chiaro: mantenere alta la competitività delle aziende agricole, rendendole sempre più smart.

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Greentown Labs e Schneider Electric lanciano Greentown Labs Bold Idea Challenge https://www.datamanager.it/2018/06/greentown-labs-e-schneider-electric-lanciano-greentown-labs-bold-idea-challenge/ Wed, 13 Jun 2018 10:21:33 +0000 http://www.datamanager.it/?p=149446 Un programma di accelerazione alla ricerca di start up nella gestione dell’energia e nelle tecnologie di automazione Greentown Labs è il più grande incubatore di start up CleanTech americano; Schneider Electric è il leader globale nella trasformazione digitale della gestione dell’energia e dell’automazione. Da una coppia così non poteva che nascere un’opportunità di altissimo livello […]

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Un programma di accelerazione alla ricerca di start up nella gestione dell’energia e nelle tecnologie di automazione

Greentown Labs è il più grande incubatore di start up CleanTech americano; Schneider Electric è il leader globale nella trasformazione digitale della gestione dell’energia e dell’automazione. Da una coppia così non poteva che nascere un’opportunità di altissimo livello per le start up di tutto il mondo: è  Greentown Labs Bold Idea Challenge, un programma di accelerazione della durata di 6 mesi basato nella sede di Greentown Labs a Somerville, MA (USA). La call è aperta fino al 20 luglio prossimo e si rivolge a imprenditori e innovatori che abbiano idee innovative su come trasformare il modo in cui le persone usano e gestiscono l’energia – attraverso nuovi prodotti, tecnologie, modelli di business.

Partecipare al programma consente di avere accesso immediato a mentorship, risorse di business, risorse tecniche e di collaborare per lanciare start up di successo, con un supporto diretto da parte di Schneider Electric.

Le specifiche aree di interesse per candidarsi a Greentown Labs Bold Idea Challenge includono –  ma non sono limitate a – queste categorie.

  • Building & IT: home automation, edifici autonomi, monitoraggio e raffreddamento data center
  • Industry: analytics evolute;  innovazione nella convergenza fra tecnologie operative e IT; cybersecurity industriale
  • Energia: il nuovo scenario dell’energia; digitalizzazione della rete di distribuzione elettrica; servizi IoT.

I candidati che saranno scelti potranno ottenere una o più delle seguenti opportunità.

  • Fino a 25.000 dollari in finanziamento non dilutivo
  • Uno spazio per lavorare nel Greentown Labs Global Center for Cleantech Innovation
  • Ingresso in Greentown Launch, un programma di accelerazione di 6 mesi per start up che si svolge in Greentown Labs
  • Accesso esclusivo ai network di Greentown Labs e di Schneider Electric
  • Partnership e/o investimenti da parte di Schneider Electric entro la fine del programma

Le candidature saranno valutate in base al potenziale impatto che le soluzioni proposte possono avere in termini di incremento dell’efficienza, dell’automazione, di una migliore esperienza utente, ed in base a come queste soluzioni possono supportare una più rapida transizione verso un’economia dell’energia distribuita, digitalizzata e decarbonizzata.

I candidati devono rivelare lo stato di qualsiasi proprietà intellettuale rilevante per i progetti proposti; la proprietà intellettuale di quanto proposto sarà pienamente protetta per tutto il processo di review.

Ci si può candidare a Greentown Labs Bold IDeas Challenge entro il 20 luglio 2018, ore 23.59 ET.

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Fujitsu sviluppa la collaborazione tra uomo e robot https://www.datamanager.it/2018/04/fujitsu-sviluppa-la-collaborazione-tra-uomo-e-robot/ Fri, 20 Apr 2018 14:30:53 +0000 http://www.datamanager.it/?p=146360 Fujitsu collabora con lo specialista dell’automazione KUKA per sviluppare la collaborazione tra uomo e robot allo scopo di maneggiare e collaudare le schede dei computer Una collaborazione pionieristica tra Fujitsu e KUKA, società esperta in automazione, sta cambiando il modo in cui le mainboard dei computer vengono fabbricate e collaudate. Realizzato all’insegna della sicurezza, il […]

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Fujitsu collabora con lo specialista dell’automazione KUKA per sviluppare la collaborazione tra uomo e robot allo scopo di maneggiare e collaudare le schede dei computer

Una collaborazione pionieristica tra Fujitsu e KUKA, società esperta in automazione, sta cambiando il modo in cui le mainboard dei computer vengono fabbricate e collaudate. Realizzato all’insegna della sicurezza, il progetto, che è un esempio dell’approccio Fujitsu alla co-creazione, prevede che i robot lavorino al fianco dei loro colleghi umani lungo le linee di assemblaggio dei componenti elettronici. Questo avviene presso il centro tedesco Fujitsu Digital Smart Factory di Augsburg, una delle più moderne strutture mondiali per la produzione IT.

La presenza di robot industriali è largamente diffusa per diversi compiti automatizzati. In questa rivoluzionaria implementazione mainstream, la collaborazione tra uomo e robot comprende la manipolazione di delicati componenti informatici, un’attività che fino ad oggi era considerata al di là della portata dell’automazione robotizzata. Per rendere questo approccio più rapidamente disponibile anche ad altri fabbricanti, Fujitsu e KUKA hanno sviluppato una soluzione Industry 4.0 per l’automazione di processo basata su robot, che implementa la manipolazione e il collaudo ad alta precisione delle mainboard.

In questo rivoluzionario deployment, i robot assistono gli operatori umani nell’ambito di un processo integrato. All’interno della fabbrica Fujitsu, i robot lavorano al fianco dei colleghi umani anziché restare limitati a proprie aree separate e delimitate. I robot sono infatti in grado di accorgersi della prossimità dell’uomo e rallentare di conseguenza i propri movimenti per evitare qualsiasi rischio per i colleghi umani. La collaborazione inizia con un operatore umano che insegna al robot le azioni di assemblaggio necessarie, guidando manualmente il braccio robotico. Queste azioni vengono quindi assimilate dal robot per mezzo di tecniche di machine learning senza bisogno di alcuna programmazione supplementare. Una volta completata la fase di addestramento, gli operatori umani si allontanano dagli spazi di lavoro condivisi permettendo ai robot di lavorare dietro barriere di sicurezza virtuali passando alla modalità di funzionamento ad alta velocità per completare attività monotone e ripetitive.

Bruno Sirletti, Presidente e Amministratore Delegato di Fujitsu Italia ha dichiarato: “Fujitsu, grazie alla sua esperienza nell’ambito della produzione, vanta conoscenze e tecniche all’avanguardia per migliorare l’efficienza dei processi interni, che poi possono essere offerte anche ad altri produttori. Questa collaborazione tra Fujitsu e KUKA rappresenta un esempio della direzione che abbiamo deciso di intraprendere, con la collaborazione tra uomo e robot che è parte integrante dell’Industry 4.0. Stiamo svolgendo un lavoro pionieristico su un nuovo metodo per assemblare componenti elettronici di precisione in modo da ridurre il bisogno di far compiere attività banali e ripetitive agli operatori umani, diminuire il rischio di possibili difetti di fabbricazione e aumentare i livelli di produzione”.

Bernd Liepert, Chief Innovation Officer di KUKA, ha commentato: “KUKA e Fujitsu hanno lavorato insieme per circa un anno all’interno dell’Augsburg Technology Park nell’ambito di un esempio di reale co-creazione per portare i vantaggi della collaborazione uomo-robot nell’ultramoderno impianto IT di Fujitsu. Questo progetto ha bisogno di un robot sensibile e leggero come il modello KUKA LBR iiwa, che è in grado di maneggiare pezzi delicatissimi come le schede elettroniche”.

Per portare a termine questo progetto avveniristico, i tecnici di KUKA e Fujitsu hanno combinato le rispettive competenze Industry 4.0 con il loro know-how di processo. Successivamente al buon esito di una fase pilota, uno dei robot KUKA per costruzioni leggere è stato completamente integrato nella linea di produzione delle mainboard Fujitsu a fine gennaio 2018 aiutando a incrementare l’efficienza, la precisione e la qualità della produzione. Un secondo robot verrà aggiunto nel corso dell’estate 2018.

Fujitsu e KUKA hanno in progetto di implementare ulteriori funzionalità come la data analytics per esplorare le potenzialità della collaborazione uomo-robot in aree come la manutenzione predittiva e il controllo della qualità, oltre che per valutare nuove opportunità per i modelli di fatturazione a consumo.

Le soluzioni Fujitsu per l’Industry 4.0 e la digitalizzazione degli ambienti di produzione saranno visibili dal 23 al 27 aprile in occasione della Hannover Messe di quest’anno presso lo Stand E16, Pad. 07.

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E’ possibile che un robot ci rubi il lavoro? Il 41,7% degli italiani ci crede https://www.datamanager.it/2018/04/e-possibile-che-un-robot-ci-rubi-il-lavoro-il-417-degli-italiani-ci-crede/ Fri, 20 Apr 2018 10:58:16 +0000 http://www.datamanager.it/?p=146246 L’ultimo report di ADP per l’Europa e l’Italia analizza come sia percepito tra i lavoratori l’avvento della robotica e dell’automazione È impossibile parlare di competenze nel 2018 senza accennare alla questione dell’automazione. Con l’intelligenza artificiale (AI) e la robotica impiegate ad un ritmo sempre più veloce in una vasta gamma di settori industriali, molti dipendenti […]

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L’ultimo report di ADP per l’Europa e l’Italia analizza come sia percepito tra i lavoratori l’avvento della robotica e dell’automazione

È impossibile parlare di competenze nel 2018 senza accennare alla questione dell’automazione. Con l’intelligenza artificiale (AI) e la robotica impiegate ad un ritmo sempre più veloce in una vasta gamma di settori industriali, molti dipendenti sono comprensibilmente preoccupati di ciò che questo può significare per il loro futuro sul posto di lavoro.

In una precedente ricerca che ADP Italia ha svolto con il supporto scientifico di The European House Ambrosetti, si stima che in Italia la percentuale di occupati a rischio automazione sia pari al 14,9%, ovvero 3,2 milioni di persone. Tra i settori maggiormente esposti alla sostituzione uomo-macchina vi sarebbero agricoltura e pesca (25%), commercio (20%) e industria manifatturiera (19%). Attualmente nel nostro Paese abbiamo 160 robot industriali ogni 10.000 dipendenti manifatturieri.

Con la nuova indagine “WorkForce Europe 2018” condotta da ADP – leader mondiale nella gestione del capitale umano – su oltre 10.000 lavoratori nel continente, di cui 1.300 dipendenti in Italia – si è posta invece l’attenzione su quelli che sono i timori dei lavoratori europei e italiani verso l’automazione.

Quasi un terzo (28%) della forza lavoro in Europa dice di essere preoccupato che il proprio lavoro verrà automatizzato nel futuro. Detto ciò, pochi intervistati ritengono che questo cambiamento sia imminente, con solo uno su cinquanta (2%) che teme che il proprio lavoro diventi automatizzato o di essere sostituito da un robot nel prossimo anno. Tuttavia, il numero sale al 15% di coloro che ritengono che succederà fra cinque anni e più di un quarto (28%) fra dieci anni.

 

Esistono alcune differenze significative da un paese all’altro. I lavoratori italiani sono quelli più preoccupati per l’automazione, infatti il 41,7% crede che il loro lavoro sarà automatizzato in futuro. Anche quelli del Regno Unito sono più preoccupati della media (32%), mentre solo un quinto dei lavoratori svizzeri (20%) e polacchi (20%) ritiene che questo avverrà nei prossimi anni.

Le preoccupazioni sull’automazione sono maggiori tra i più giovani: in particolare tra gli intervistati dai 16 ai 24 anni, quasi quattro su dieci (il 39%) temono che il loro lavoro venga automatizzato, rispetto al 18% a coloro di età superiore ai 55 anni. Ciò potrebbe essere dovuto al fatto che i giovani sono meno affermati nella loro carriera e hanno una vita lavorativa più lunga che li aspetta, ma dimostra certamente che l’impatto dell’IA è già saldamente presente nelle loro menti.

Con tanti lavoratori che potranno trovarsi a rischio di licenziamento a causa della tecnologia, la riqualificazione e l’aggiornamento della forza lavoro contribuiranno a garantire le competenze richieste dal nuovo mondo del lavoro. È quindi incoraggiante che più di un terzo degli intervistati (37%) affermi che la loro organizzazione lo stia già facendo e un ulteriore 15% pensi che il loro datore di lavoro lo stia progettando. Tuttavia, ciò lascia quasi la metà (48%) dei lavoratori con la prospettiva di essere sostituiti in un futuro non troppo lontano, se il loro datore di lavoro non agisce rapidamente.

I datori di lavoro in Italia sono quelli più propensi (66%) a riqualificare i loro dipendenti, mentre quelli in Svizzera lo sono meno (31%). Tra i vari settori, i datori di lavoro IT e delle telecomunicazioni sono i più lungimiranti quando si tratta dell’aggiornamento delle competenze dei lavoratori in vista di un futuro automatizzato (61%).

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Intelligenza Artificiale al #WeChangeIT Forum di Data Manager

L’intelligenza artificiale sarà anche tema centrale dell’evento annuale di Data Manager che riunirà la comunità IT italiana il 21 Giugno all’ UniCredit Pavilion. L’agenda completa e l’opportunità di registrarsi a questo link

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FOCUS ITALIA

I lavoratori italiani sono quelli più preoccupati per l’automazione, infatti il 41,7% crede che il loro lavoro sarà prima o poi automizzato.

“IN QUANTO TEMPO I DIPENDENTI PENSANO CHE IL LORO LAVORO VERRÀ SOSTITUITE DALL’AUTOMAZIONE? “

Detto questo sono pochi gli italiani che pensano che ciò accadrà a breve, la maggior parte (il 18%) pensa accadrà fra 10 anni circa mentre solo il 2,8% fra 1 anno e il 7% fra due anni.

Come è logico che sia, sono i giovani a essere più preoccupati: teme di essere sostituito il 68% dei ragazzi nella fascia 16-24, ma dai 45 anni in su ci crede solo il 31%, meno della metà. Tra i 25 e 34 anni l’automazione preoccupa il 47,5% degli italiani, nella successiva fascia 35-44 il 44,6%.

“SE LA RISPOSTA È SÌ, LA TUA AZIENDA SI STA PREPARANDO PER RIQUALIFICARTI E PERFEZIONARTI?”

Si per il 65,6% circa degli italiani: il 45% dichiara che la riqualificazione è già in atto mentre il 20% sa che è pianificata per il futuro. La fiducia verso la propria azienda è molto alta dai 16 ai 34 anni (73%) ma scende al 65% tra i 35-44, al 54% tra i 45 e 54 (percentuale più bassa) e al 57,8% sopra i 55 anni.

“La continua evoluzione tecnologica e le numerose funzioni delegabili alle macchine, potrebbero far pensare che sia vicino l’avvento della sostituzione dell’uomo con la macchina, mettendo a rischio milioni di posti di lavoro, rimpiazzati da robot. – dichiara Virginia Magliulo, General Manager di Adp Italia – In realtà, la tecnologia nelle sue declinazioni più innovative abilita un nuovo modo di concepire il concetto stesso di lavoro, indipendentemente dal settore di attività o dalle mansioni svolte. Il lavoratore in futuro sarà sempre più messo in relazione con una macchina, nello svolgimento di mansioni tanto nel settore manifatturiero quanto in quello dei servizi. La nostra ricerca ADP 5.0, ha stimato che l’evoluzione tecnologica non comporterà solo la scomparsa di alcune mansioni lavorative, ma sarà capace anche di generare nuovi posti di lavoro: per ogni posto di lavoro nato nei settori legati alla tecnologia, alle life science e alla ricerca scientifica si stima che siano generati – per effetti diretti, indiretti e indotti – ulteriori 2,1 posti di lavoro. Per restare al passo dell’evoluzione tecnologica e sfruttare pienamente le sue potenzialità in ambito lavorativo, occorre però sviluppare nuove skill su più fronti, a seconda del settore di attività: ad esempio, dalle competenze in materia di cybersecurity, connettività e design engineering per i ruoli nelle aree legate a Progettazione, Produzione e Logistica, fino alle competenze in materia di business intelligence, search engine optimization e gestione di blog e social network per i ruoli di natura amministrativa o commerciale”.

Tra gli italiani, con una percentuale del 69%, si sono dimostrati i più preoccupati coloro che lavorano nel settore arte e cultura. Può sembrare strano, ma pensiamo ad esempio a come si stia riducendo l’utilizzo delle guide nei musei a favore delle audioguide. Seguono con il 58% coloro che lavorano nei servizi finanziari e con il 54% chi si occupa invece di IT e telecomunicazioni.

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L’irresistibile ascesa dei CIO https://www.datamanager.it/2018/03/lirresistibile-ascesa-dei-cio/ Wed, 14 Mar 2018 11:17:32 +0000 http://www.datamanager.it/?p=143558 L’abitudine è l’ostacolo principale al cambiamento di molte imprese. In molti casi, può essere solo sostituta con altre abitudini. Disinnescare le vecchie (e cattive) abitudini, creandone di nuove, è una delle caratteristiche principali che il nuovo CIO dovrebbe incarnare. L’attività più complessa in una fabbrica non è solo costruire il prodotto, ma mettere insieme tutti […]

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L’abitudine è l’ostacolo principale al cambiamento di molte imprese. In molti casi, può essere solo sostituta con altre abitudini. Disinnescare le vecchie (e cattive) abitudini, creandone di nuove, è una delle caratteristiche principali che il nuovo CIO dovrebbe incarnare. L’attività più complessa in una fabbrica non è solo costruire il prodotto, ma mettere insieme tutti i pezzi secondo modalità, tempi e luoghi precedentemente pianificati, mentre la linea di produzione avanza. Questo significa tarare come un meccanismo di precisione magazzino, problemi di gestione delle parti, logistica, montaggio, relazione con fornitori, clienti e partner.

Il CIO che voglia essere veramente un leader della trasformazione digitale – che non può essere considerata più un’opzione, a patto che non si sia a pochi mesi dalla pensione (o dal licenziamento) – deve consumare le suole delle scarpe e non restare chiuso in ufficio: deve essere un tecnico, ma anche un creativo, per smontare e rimontare l’organizzazione con la leva dell’innovazione tecnologica.

Oggi, la possibilità di digitalizzare il processo di produzione – mettendo insieme industrial IoT, intelligenza artificiale, cloud, capacità di configurare l’infrastruttura as a Service, AR e VR, stampa 3D – permette di avere un’agilità senza precedenti per sviluppare non solo un nuovo modo di produrre ma anche una nuova generazione di soluzioni, servizi e prodotti, strettamente connessi.

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I CIO hanno la possibilità di rivoluzionare il modo di produrre, spostare e distribuire prodotti e servizi in tutte le industry. I CIO però devono essere lungimiranti ed essere consapevoli che molte scelte fatte oggi avranno ripercussioni sul futuro. Sicurezza, protezione dei dati, valorizzazione delle HR, design delle soluzioni diventano temi veramente centrali che andrebbero affrontanti ai più alti livelli di governance, fuori e dentro le imprese.


#CLEVELS La parola a Patrick Malservisi, IS/IT director di @ToyotaMH_EU «L’IT farà sempre di più la differenza, ma solo con le persone giuste al posto giusto»
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Quando parliamo di intelligenza artificiale, per esempio, lo dobbiamo fare in modo serio. L’AI può essere un acceleratore di business a patto che la si consideri uno strumento per migliorare la qualità del lavoro delle persone. L’AI che funziona è quella che rappresenta l’estensione delle capacità cognitive e l’empowerment delle capacità fisiche delle persone. Possiamo costruire fabbriche completamente robotizzate, ma dobbiamo chiederci se abbiamo adattato l’intelligenza delle macchine a quella delle persone e non viceversa.

La velocità dell’innovazione è il vero elemento dirompente della trasformazione digitale. Sono nato vicino a Maranello, in un territorio simbolo del “saper fare” e della capacità di affrontare le sfide della contemporaneità. La grande lezione che ho imparato, e che porto sempre nel mio lavoro, è che se si è pronti a rischiare, se si prende la strada più scomoda, allora si può prendere in mano il proprio destino e partecipare attivamente al futuro dell’azienda. L’innovazione, con buona pace di molti vendor, non è quasi mai “chiavi in mano” e non è un puro esercizio di ROI, anche se occorre sempre ricondurre qualsiasi progetto agli elementi base della buona gestione, altrimenti il rischio è solo quello di aggiungere confusione alla complessità.

Quando l’IT è vista come una funzione di mero servizio, non si riesce a cogliere il carattere propulsivo di questo ruolo, destinato a cambiare completamente. Non escludo, data la rilevanza dell’innovazione tecnologia e dei rischi connessi al business, che nei prossimi anni, i CIO più lungimiranti saranno chiamati dai consigli di amministrazione a prendere il posto di molti CEO dallo sguardo più corto.

Da technology enabler a business enabler, il cambio di ruolo è sfidante: prima era pull, adesso è push. Se in passato, il mio focus era quello che produceva l’IT, adesso è quello che produce l’azienda. È vero che in Italia questo ruolo, per ragioni strutturali e generazionali, continua a essere un po’ “provinciale”. Basti considerare che il CIO in molti casi dipende dal CFO, con tutto quello che significa. Il cambiamento – però – è in atto ed è inesorabile. I CIO devono prepararsi in tempo, per non essere colti di sorpresa. L’IT farà sempre di più la differenza, ma solo con le persone giuste al posto giusto.

Patrick Malservisi, IS/IT director di Toyota Material Handling Europe-Supply

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Trasformazione analogica https://www.datamanager.it/2018/02/trasformazione-analogica/ Mon, 05 Feb 2018 14:24:16 +0000 http://www.datamanager.it/?p=140378 La discussione sui possibili effetti dell’automazione di nuova generazione, la Industry 4.0, sui livelli di occupazione ci deve far riflettere sull’importanza dei cambiamenti di ispirazione tecnologica che sono in atto e sull’urgenza di adeguamento di modelli pensati in tempi che addirittura precedono la prima industrializzazione. Sono riflessioni dovute, specie in questo clima elettorale, alla fine […]

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La discussione sui possibili effetti dell’automazione di nuova generazione, la Industry 4.0, sui livelli di occupazione ci deve far riflettere sull’importanza dei cambiamenti di ispirazione tecnologica che sono in atto e sull’urgenza di adeguamento di modelli pensati in tempi che addirittura precedono la prima industrializzazione. Sono riflessioni dovute, specie in questo clima elettorale, alla fine di una legislatura che, al di là dei giudizi, ha avuto il merito di portare certe tematiche alla ribalta. L’annoso dibattito sulla digitalizzazione della burocrazia e del business, fa emergere la necessità di una trasformazione culturale profonda, capace di rivoluzionare interi processi di produzione e trattamento.

Per una testata come Data Manager, che sorveglia la rivoluzione informatica sin dagli esordi, e per i suoi lettori è facile, quasi doveroso, cedere al fascino esercitato dall’evolversi delle tecnologie software, o di fenomeni come l’IoT, l’Internet delle cose. Il software che diventa pervasivo al punto da poter instillare dosi pur minime di “intelligenza” anche in oggetti meccanici, abilitando anche la materia inanimata al dialogo, all’interazione che caratterizza i sistemi informatici più complessi. L’informatica senza silicio, o con una modica quantità di chip, sensori e automazione trapiantati su oggetti del tutto “stupidi”, per secoli dipendenti dal giudizio e dalla mano dell’uomo ai quali erano asserviti.

In realtà, sappiamo bene che nella difficile equazione dell’innovazione su base tecnologica il fattore umano non è una variabile trascurabile. E che nemmeno la più potente iniezione di tecnologie può, da sola, trasformare modi di fare (e di pensare) che a volte – vedi il caso della burocrazia – precedono addirittura la prima rivoluzione industriale.


#TrasformazioneAnalogica il vantaggio dell’intelligenza #naturale su quella #artificiale sta nella capacità di sorprendere
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Leggendo della volontà di rifocalizzazione di un colosso high-tech come Canon, protagonista a tutto tondo della dematerializzazione dell’intera catena produttiva dell’informazione grafica e seguendo il dialogo intessuto tra i partecipanti alla tavola rotonda sulla Smart Industry, si capisce meglio il valore – e le difficoltà – di una trasformazione a tutto tondo. Non solo quella digitale di una informatica consolidatasi nelle aziende nell’epoca che ha preceduto cloud computing e IoT, ma soprattutto la “trasformazione analogica” che coinvolge il nostro modo di pensare, lavorare, amministrare. Di una cultura che paradossalmente sembra aver dimenticato che, dopotutto, il vantaggio dell’intelligenza naturale su quella artificiale sta nella capacità di sorprendere.

La preoccupazione per i posti di lavoro persi per colpa dei robot di nuova generazione o del machine learning, è motivata, ma la risposta adeguata non consiste nel bloccare il cambiamento, bensì nel ridiventare protagonisti della trasformazione, reinventando noi stessi, le nostre politiche industriali, i percorsi della scuola e della formazione professionale, concepita in un’epoca in cui eravamo i soli a essere capaci di prendere decisioni. Non sarà una strada facile da percorrere, resa com’è ancora più impervia dalla narrazione di una crisi permanente che investe l’economia e le istituzioni, travolge la fiducia nel futuro, toglie la voglia di pensare alle possibili soluzioni. Forse, rendendo un po’ più analogiche le tecnologie digitali, riportandole al contesto di umanità che le ha generate e perché no, imparando da loro, ritroveremo l’entusiasmo necessario per illuminare il percorso che abbiamo davanti.

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Dematerializzazione 2.0 https://www.datamanager.it/2017/12/dematerializzazione-2-0/ Thu, 21 Dec 2017 11:30:00 +0000 http://www.datamanager.it/?p=138041 In un mondo sempre più digitale, dove l’impiego della carta si è ridotto in modo notevole grazie alla dematerializzazione, il governo dei processi costituisce uno dei principali motori dell’attività delle aziende moderne. La svolta digitale della gestione documentale per processi più efficienti. Focus su automazione, semplificazione, sicurezza e protezione dei dati Dematerializzare significa prima di […]

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In un mondo sempre più digitale, dove l’impiego della carta si è ridotto in modo notevole grazie alla dematerializzazione, il governo dei processi costituisce uno dei principali motori dell’attività delle aziende moderne. La svolta digitale della gestione documentale per processi più efficienti. Focus su automazione, semplificazione, sicurezza e protezione dei dati

Dematerializzare significa prima di tutto digitalizzare i processi. Senza richiamare alla memoria ancora una volta il modello ideato da Wang nel secolo scorso, vale però la pena ricordare da dove ha preso le mosse il grande sforzo progettuale che ha portato a una diminuzione dell’impiego della carta nelle aziende di tutto il mondo. Si tratta del tentativo, coronato da successo alcuni decenni più tardi, di ottimizzare risorse, processi e costi aziendali legati alle attività quotidiane delle aziende stesse. Anche la pubblica amministrazione, per esempio, ha ormai da tempo abbracciato il paradigma GED, della Gestione elettronica dei documenti, consigliando o in alcuni casi addirittura obbligando imprese e singoli cittadini a ricorrere alla documentazione elettronica per la redazione e la consegna agli uffici pubblici di atti e procedure relativi alla propria attività. Si veda ad esempio la Legge 244/2007 che obbliga le amministrazioni pubbliche a non pagare fatture non emesse in formato elettronico. A che punto è, in realtà, l’adozione dei processi di dematerializzazione nella vita di tutti i giorni? Ne abbiamo parlato con Sergio Patano, senior research & consulting manager di IDC Italia.

LA DEMATERIALIZZAZIONE VISTA DA IDC

Dematerializzare significa ovviamente prima di tutto spostarsi dal formato fisico a quello digitale delle informazioni. Tutto questo si lega alla famosa “Digital Transformation” che oggi è al centro delle discussioni praticamente in tutti i consessi e soprattutto quando si parla di processi ICT. Chiediamo a Sergio Patano, qual è il punto di vista di IDC su questi temi: «La digitalizzazione è un fenomeno che sta investendo le aziende già da diverse decadi. Tuttavia, la forza che sta dimostrando in questi ultimi anni è davvero impressionante». Lo evidenziano le cifre – ripetute spesso – sui trend di creazione e gestione delle informazioni nel cyberspazio. «L’universo digitale – continua Patano – è in continua e costante espansione, tanto che IDC prevede che documenti, dati e informazioni passeranno da 9 zettabyte (ZB, cioè 10 21 byte, ndr) del 2015 a 44 ZB nel 2020 per arrivare a 180 ZB nel corso del 2025». Si tratta di una crescita dei volumi di informazioni trattati dai sistemi informativi che non ha precedenti nella storia dell’umanità e che oggi è generata non solo dalla mole di documenti creati nell’ambito delle organizzazioni o dalle sorgenti di dati non strutturati, tra cui i post pubblicati sui siti social o le foto e i video realizzati da privati e aziende, ma anche dalla nuova sorgente di dati legata al paradigma IoT, che sta sempre di più diventando una componente importante della nostra vita quotidiana, professionale e non. In questo caso, a produrre dati, che poi vengono tradotti in informazioni da opportuni sistemi di elaborazione, sono i sensori collocati nei punti più diversi dello spazio quotidiano, dalle automobili ai semafori, dalle macchine utensili di produzione ai sistemi di rilevamento. Questi dati devono poi essere «immagazzinati, gestiti, analizzati e resi sicuri, per far sì che non siano solo un costo per l’azienda – aggiunge Patano – ma che possano contribuire a generare valore e nuovi revenue stream». La carta «continua a sopravvivere» in vari contesti aziendali nonostante le previsioni. Ma le inefficienze prodotte dai processi documentali tradizionali e la velocità raggiunta dalle transazioni di business odierne rendono necessario abbracciare il nuovo paradigma della dematerializzazione applicato a tutti gli ambiti operativi e, perché no, strategici. Per avere un’idea di quali siano le aree maggiormente interessate da questa evoluzione, basti pensare, per esempio, alla difficoltà «che si incontra nel condividere documenti tra le varie business unit e all’esterno con clienti, partner e fornitori».


#dematerializzazione Un approccio ibrido di armonizzazione tra mondo fisico e digitale
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Non solo. «Occorre considerare anche il tempo speso dai knowledge worker per classificare, compilare, ricercare e formattare correttamente i documenti, gli errori che tali attività manuali possono comportare, i costi in termini di riduzione della produttività ma anche di archiviazione fisica dei documenti cartacei». In tutti questi casi, la dematerializzazione rappresenta sicuramente una possibile (e, anzi, auspicabile) soluzione. A questo proposito, le indagini condotte da IDC evidenziano come le aziende stiano affrontando il problema da due differenti punti di vista: il primo, che «mira alla trasformazione intelligente in digitale dei documenti cartacei, attraverso non solo gli strumenti più tradizionali, quali scanner stand-alone o stampanti multifunzione, ma anche attraverso le nuove funzionalità di print & scan di cui i device mobili (tablet e smartphone) possono essere dotati». Il secondo, che mira a «generare direttamente in digitale i documenti, frutto di una qualunque transazione informativa (sia essa la sottoscrizione di un servizio e di un contratto, l’acquisto di un prodotto e le comunicazioni tra privati e PA), attraverso l’implementazione di soluzioni di firma digitale (anche grafometrica) di form elettronici, di cattura di informazioni da portali e siti web». Tutte le soluzioni di cui abbiamo parlato hanno l’obiettivo di soddisfare le esigenze legate alla raccolta delle informazioni, ma a queste se ne aggiungono altre, prosegue Patano, che hanno a che fare con «la propensione delle aziende ad andare a investire in soluzioni di automazione dei workflow documentali e di business process management (BPM)». In effetti, guardando ai risultati dei sondaggi IDC, si scopre che le aziende che hanno già intrapreso questo percorso evolutivo hanno ottenuto numerosi vantaggi, ricavati dall’aver scelto di implementare soluzioni «legate al concetto più ampio della dematerializzazione e dell’automazione dei processi». Tra i vantaggi citati da IDC troviamo: 1) la riduzione, in misura superiore al 40%, dei documenti cartacei prodotti e circolanti entro l’azienda e dei relativi costi di stampa; 2) un risparmio di tempo speso in attività document intensive. Le analisi IDC evidenziano come in media le aziende intervistate lo abbiano quantificato in oltre tre ore settimanali; 3) la riduzione pari al 50% circa degli errori manuali; 4) un recupero molto più rapido (12%) delle informazioni; 5) una diminuzione (41%) dei costi di archiviazione; 6) un conseguente incremento di produttività, quantificabile in oltre il 40%.

La gestione documentale intercetta anche il mondo della sicurezza e della privacy, che vivono di un reciproco scambio di processi. Il miglioramento di aspetti legati al rispetto delle policy aziendali e della protezione dei dati, rappresenta – come sottolinea ancora Patano – «un tema molto caldo in Europa, soprattutto in vista del rapido avvicinarsi della scadenza, fissata al 25 maggio 2018, per l’adeguamento al GDPR, il regolamento generale sulla protezione dei dati». Secondo IDC, in sintesi, la dematerializzazione rappresenta solo una faccia della medaglia per quanto riguarda la gestione documentale nel suo complesso. Sembra che le aziende siano consapevoli di quali saranno i vantaggi portati da efficaci soluzioni di gestione dei documenti, sia in termini di produttività, riduzione dei costi e incremento della soddisfazione di clienti e degli impiegati. Infatti, molti stanno focalizzando i propri investimenti e la propria attenzione su soluzioni tecnologiche in grado di automatizzare e semplificare i processi aziendali. «È importante mettere in evidenza che tali soluzioni non possono da sole risolvere i problemi se non sono accompagnate da un processo di change management che aiuti gli utenti a comprenderne i reali benefici e che aiuti a portare miglioramenti incrementali per l’azienda» – conclude Patano.


#dematerializzazione Aumento della produttività, riduzione dei costi e incremento dell’efficienza
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ELEMENTI DI UN PROGETTO DI DEMATERIALIZZAZIONE DI SUCCESSO

Attenendoci a quanto il mercato ICT ha mostrato sinora, possiamo affermare che alcune caratteristiche facilmente rilevabili sono in grado di dimostrare quando un progetto di dematerializzazione sia in grado di centrare gli obiettivi prefissati o meno. Gli aspetti da tenere in considerazione sono, a nostro parere, essenzialmente tre. Il primo: l’aumento di efficienza riscontrato dagli utilizzatori e dal management e la conseguente riduzione dei tempi di elaborazione. Il secondo: la riduzione dei costi di gestione delle informazioni. E il terzo: l’adeguamento e il rispetto delle normative vigenti. Per quanto riguarda l’efficienza, si tratta di un parametro che è abbastanza facile valutare. Ci si può basare sulla semplice misura dei tempi necessari per creare e diffondere un documento, per esempio, una fattura esterna da fornitore. Se arriva in formato cartaceo, il documento dovrà ovviamente essere digitalizzato attraverso l’impiego di uno scanner adeguato, da scegliere in base ai volumi di documenti trattati al giorno/settimana/mese, grandezza solitamente legata alla dimensione dell’azienda in cui si opera. Anche la riduzione dei costi rappresenta una quantità misurabile, almeno con buona approssimazione, senza grosse difficoltà. Certo, in un processo documentale sono coinvolte molteplici fasi e un numero variabile di persone che devono esaminare, elaborare e archiviare i documenti in base alla tipologia e quindi i costi indiretti caricabili sul singolo documento sono a volte complessi da determinare, ma comunque spesso i risparmi sono talmente notevoli che basta una valutazione di massima. Infine, l’adeguamento normativo è forse la fase più complessa, dal momento che occorre tenere conto sia delle leggi nazionali che di quelle europee. Oggi – però – il panorama delle norme legate alla gestione dei documenti è piuttosto ben tracciato e completo per molti versi. A partire dalla legge, di cui abbiamo già parlato, che sancisce l’obbligo di ricorrere alla fatturazione elettronica nei rapporti con la PA.

Volendo fare il punto con precisione sugli aspetti normativi coinvolti, possiamo citare uno dei capisaldi della trasformazione digitale nella pubblica amministrazione, il cosiddetto Codice dell’amministrazione digitale (CAD), emanato nel 2005, che ha introdotto la dematerializzazione dei documenti della PA con l’Articolo 42: “Le pubbliche amministrazioni valutano in termini di rapporto tra costi e benefici il recupero su supporto informatico dei documenti e degli atti cartacei dei quali sia obbligatoria o opportuna la conservazione e provvedono alla predisposizione dei conseguenti piani di sostituzione degli archivi cartacei con archivi informatici nel rispetto delle regole tecniche adottate ai sensi dell’articolo 71”. Uno dei primi passi nell’implementazione di un sistema di gestione elettronica dei documenti è poi, nella PA, affrontare il problema della “protocollazione”, intesa come il processo di memorizzazione delle informazioni relative a un determinato documento all’interno del Registro di Protocollo, per certificare provenienza e data di acquisizione del documento stesso, mediante informazioni numeriche e cronologiche. Infatti, ha sempre meno senso limitare il processo di dematerializzazione alla trasformazione dei documenti dal formato cartaceo a quello elettronico. Dematerializzare significa prima di tutto digitalizzare i processi legati ai documenti. Perciò è importante considerare in che modo sia possibile trasferire sul piano virtuale gli step che si devono percorrere per ottemperare alle procedure documentali in ogni ambito, partendo da quello degli atti ufficiali e quindi della PA. L’argomento è talmente caldo e importante da essere stato incluso tra i temi dell’Agenda Digitale Italiana, in termini del suo impatto sulla riduzione della spesa pubblica.


Cloud, mobile e big data. #Dematerializzare significa prima di tutto digitalizzare i #processi
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DEMATERIALIZZARE I PROCESSI

Esaminando le attività document intensive, cioè che prevedono un importante utilizzo di documenti all’interno di un’azienda, la vendita e successiva fatturazione di un bene o di un servizio è per esempio quella che si presta immediatamente a una valutazione dal punto di vista dei processi coinvolti. Si parte dalla gestione dell’ordine da parte del cliente, che deve sempre essere supportato da un documento di offerta generato dal fornitore, contenente una descrizione precisa dei prodotti e delle quantità, con prezzi e modalità di fornitura, completato dall’accettazione formale della stessa. Seguirà poi la distinta, che deve dettagliare tutti i componenti dell’ordine: prodotti, accessori, condizioni di pagamento, trasporto e così via. A questo punto, parte il processo di evasione dell’ordine, che coinvolge fabbrica, amministrazione, logistica, risorse umane e direzione commerciale. Ogni settore aziendale svolge una parte del processo complessivo, che sia la registrazione e la contabilizzazione dell’ordine, il calcolo delle provvigioni per i funzionari commerciali coinvolti, l’applicazione di sconti previsti dall’offerta o legati al determinato cliente, la produzione e/o il prelievo dal magazzino corretto di quanto ordinato, l’aggiornamento delle giacenze di magazzino, la composizione del lotto comprensivo di accessori ed eventuali materiali di consumo, l’imballaggio, la preparazione del documento di trasporto (DDT) e, infine, la spedizione e la consegna al cliente, seguita dalla fatturazione e dall’incasso del prezzo pattuito da parte dell’amministrazione. Si comprende quindi facilmente che la semplice digitalizzazione dei documenti non può che costituire uno degli step, per quanto indispensabili, della corsa verso una reale trasformazione digitale del modo di operare odierno, qualsiasi sia il tipo di attività che si conduce e qualsiasi sia l’ambito in cui si lavora o ci si muove.

VALIDITÀ GIURIDICA DEI DOCUMENTI E DEMATERIALIZZAZIONE

Tornando per un attimo a parlare degli aspetti più legati alla pubblica amministrazione e quindi agli atti ufficiali, occorre sottolineare come l’accettazione dei documenti e dei processi digitali nelle transazioni poggi sulla loro validità e rilevanza giuridica, quindi a tutti gli effetti di legge, che essi devono necessariamente avere per sostituire a pieno titolo i processi cartacei tradizionali. Sempre prendendo in esame il decreto legislativo 7 marzo 2005. n. 82 (il già ricordato CAD), all’articolo 1, lettera p, si legge che per “documento informatico” si deve intendere “il documento elettronico che contiene la rappresentazione informatica di atti, fatti o dati giuridicamente rilevanti”. In altri termini, i documenti elettronici sono a tutti gli effetti equivalenti e sostituibili a quelli cartacei, sia che siano derivati da questi ultimi tramite digitalizzazione (scanner), sia che vengano generati direttamente per via elettronica e su supporto digitale. Quindi in tutti i casi, un documento informatico, contenente le informazioni necessarie ad abilitare un processo, ha una validità completa anche dal punto di vista legale e dev’essere accettato da tutti gli attori coinvolti nel processo stesso. La gestione di tutti gli aspetti informatici e delle ottimizzazioni coinvolte fa parte di quella categoria di soluzioni software – per le imprese ben nota – e che viene identificata con il già citato acronimo BPM.


#dematerializzazione La rinascita della carta tra privacy e cybersecurity
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CONCLUSIONI

Abbiamo visto una rapida carrellata dei problemi e degli ostacoli che deve superare un progetto di digitalizzazione dei processi aziendali che partendo dalla Gestione elettronica dei documenti (GED) arrivi alla digitalizzazione e alla gestione in chiave BPM. Naturalmente, il quadro tracciato è tutt’altro che esaustivo, trattandosi di un settore in rapida e continua evoluzione sia dal punto di vista tecnologico sia normativo. Quello che rende ottimisti sul futuro è che, una volta tanto, l’Italia non è rimasta alla finestra aspettando di vedere cosa sarebbe successo nel resto del mondo e, soprattutto, in Europa, ma ha rapidamente assorbito le idee più innovative messe in campo dalle tecnologie ICT e le ha implementate in leggi e normative che possono aiutare concretamente le aziende italiane a competere con le cugine estere. In tutto questo, un forte aiuto è venuto dal fatto che nel nostro Paese operano praticamente tutte le maggiori multinazionali attive sul mercato ICT odierno, alcune anche con una forte impronta italiana ed europea. Così sono state velocemente recepite leggi come la direttiva 1999/93/EC sull’impiego della firma elettronica per autenticare i documenti e le transazioni collegate e la direttiva 2006/123/EC che crea i “point of single contact” (PSC), attivati da ogni stato membro dell’Unione Europea per facilitare le transazioni elettroniche attraverso i rispettivi confini grazie a tecnologie di identificazione, autenticazione e firma totalmente elettroniche. La questione, ancora una volta, è quanto efficaci saranno le misure prese per agevolare la collaborazione tra gli stati membri, imprese e cittadini comunitari in un campo dove il lavoro in team risulta veramente strategico per garantire il successo dei progetti futuri. Infine, vale la pena citare le direttive più recenti come la 2010/45/EU, riguardante la fatturazione elettronica e le modalità per garantirne l’autenticità e l’integrità o la 2014/55/EU, che sancisce il fatto che, entro il 27 novembre 2018, tutti gli stati membri della UE dovranno accettare e adottare la fatturazione elettronica in tutte le transazioni con le amministrazioni pubbliche (B2G). Riguardo a quel che ci aspetta per il futuro della dematerializzazione, possiamo esprimere un cauto ottimismo, basato su quello che le tecnologie ICT ci hanno portato fino a oggi e constatando che aziende e governi, per una volta, sembrano muoversi in accordo su un terreno che può rivelarsi complesso e insidioso. Del resto, lo sviluppo delle soluzioni dedicate a questo settore di mercato è stato e continua a essere notevole e costante. Citando Malcolm X, se «il futuro appartiene a coloro che si preparano ad affrontarlo», allora non ci resta che prepararci nel modo migliore.

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ADP 5.0 – Il lavoro (hi-tech) con la persona al centro https://www.datamanager.it/2017/11/adp-5-0-lavoro-hi-tech-la-persona-al-centro/ Mon, 27 Nov 2017 10:04:11 +0000 http://www.datamanager.it/?p=136201 Il leader globale delle paghe celebra i suoi primi 50 anni di presenza italiana con un convegno che esplora le conseguenze dell’automazione sul modo di lavorare. La trasformazione digitale dipende anche dalla qualità della gestione del capitale umano Una convention tutta dedicata sul presente e sul futuro del lavoro. Un’intera mattinata di approfondimento e di […]

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Il leader globale delle paghe celebra i suoi primi 50 anni di presenza italiana con un convegno che esplora le conseguenze dell’automazione sul modo di lavorare. La trasformazione digitale dipende anche dalla qualità della gestione del capitale umano

Una convention tutta dedicata sul presente e sul futuro del lavoro. Un’intera mattinata di approfondimento e di dibattito che non ha rinunciato ad alcuni momenti di vera, anche se stimolante, provocazione. Come l’intervento di Riccardo Staglianò, il giornalista italiano che più di tutti ha affrontato in questi ultimi anni la non marginale questione degli effetti che un uso massiccio di tecnologie robotiche e di intelligenza artificiale potrebbe avere sui livelli di occupazione. ADP Italia ha scelto la formula del festeggiamento collettivo, ma intelligente, per celebrare i suoi cinquant’anni di presenza sul mercato italiano. Parliamo di un’azienda che affonda le proprie origini nell’era pionieristica della “meccanografica”, considerata la lunga esperienza già maturata alla fine degli anni 50, quando la realtà specializzata in servizi di elaborazione dei libri paga fondata da Henry Taub nel 1949, viene ufficialmente ribattezzata Automatic Data Processing, a sottolineare il lungimirante investimento in tecnologie come le schede perforate e, subito dopo, i primi “computer mainframe”. Anche attraverso una puntuale strategia di acquisizioni, oggi ADP Italia è cresciuta in modo considerevole, superando la fatidica soglia del milione di payroll, cedolini elaborati, una cifra equamente ripartita tra quelli predisposti dai datori di lavoro equipaggiati con soluzioni ADP e quelli che la stessa ADP genera attraverso la propria server farm per conto di una sempre più vasta clientela “as a Service”. Una formula, quella del full outsourcing, verso cui la multinazionale americana sta spingendo molto a fronte della crescente complessità dell’intera problematica rappresentata dalla proficua gestione del capitale umano.


#HR #HCM Automatizzare i processi senza spersonalizzare il servizio @ADP_it
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CUSTOMER SATISFACTION DA PREMIO

Ma se il futuro del lavoro dipenderà dalle intelligenze artificiali, ADP metterà a libro paga anche i robot? Sorride, Virginia Magliulo, general manager di ADP in Italia, incarico assunto due anni fa dopo una lunga esperienza maturata, in IBM, guarda caso nell’ambito dell’outsourcing. Con il suo arrivo, il leader delle soluzioni HR sembra aver ingranato una marcia in più. La customer satisfaction è aumentata in misura considerevole, gli obiettivi finanziari sono stati raggiunti e superati. «Il nostro mercato di riferimento è così vasto e diversificato per settore che abbiamo la fortuna di poter modulare le nostre aree di focalizzazione. L’automazione non ci fa certo paura, e anzi siamo i primi a cercare di introdurre tanta innovazione nei prodotti e nei servizi. Lo scopo è ridurre i margini di errore e incrementare il volume di informazioni a parità di risorse impegnate. È un ottimo modo per reinvestire in qualità e valore aggiunto per il cliente». Oggi, ADP in Italia, con un headcount di 790 persone può vantare ricavi pari a 90 milioni di euro e il team di Virginia Magliulo si è visto riconoscere un premio a livello di tutti i mercati non-USA, proprio per l’eccellenza del servizio.

Nicola Uva, senior director EMEA marketing program

Tuttavia, la trasformazione digitale porta con sé dinamiche di cui un’azienda che persegue una nuova vision applicata alla gestione delle risorse umane non può non tener conto. ADP lo fa attraverso una dettagliata ricerca commissionata a The European House – Ambrosetti e presentata in occasione dell’evento milanese. Il documento – “ADP 5.0 Come la digitalizzazione e l’automazione cambiano il modo di lavorare” – fornisce una marea di indicazioni sulle conseguenze della trasformazione sul lavoro, non certo in termini di disoccupazione, quanto di “ri-occupazione”, multidisciplinarietà negli approcci, collaborazione, smart working. Per dare qualche dato, in Italia c’è un robot industriale in funzione ogni 62 lavoratori del settore manifatturiero, dove sono già cospicui gli effetti della cosiddetta quarta rivoluzione. Nel 2016, il mercato italiano dell’Industry 4.0 ha raggiunto – secondo Ambrosetti – un valore complessivo di 1,83 miliardi di euro. Tanti sono i capitali che le aziende manifatturiere investono in soluzioni di trasformazioni digitali che arrivano fino al fatidico “shop floor”, l’ambiente di fabbrica, con una preponderanza (44%) in prodotti e servizi ICT.


#HR In Italia c’è un robot ogni 62 lavoratori del settore manifatturiero @ADP_it
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IL LAVORO NELL’INDUSTRY 4.0

Sul piano tecnologico, ricorda Virginia Magliulo, ADP sta affrontando con decisione un altro aspetto che caratterizza il fenomeno dell’Industry 4.0: l’esplosione dei dati digitali. In meno di dieci anni, dal 2000 al 2007, si legge nello studio ADP-Ambrosetti, la percentuale di dati archiviati in formato digitale è passata dal 25 al 97 per cento. Tutto questo comporta sicuramente una serie di difficoltà contingenti nella capacità di mantenere l’integrità e la visibilità dell’informazione, ma nell’ottica del pianificatore vale soprattutto la possibilità di connettere oggetti e persone che partecipano attivamente alla produzione, convertendo la massa dei dati generati in nuovi margini di efficientamento e previsione dei carichi futuri. «Su questo versante – sottolinea ancora Virginia Magliulo – ADP ha messo a punto una nuova tecnologia: DataCloud. Si tratta di un insieme di tool analitici concepito per i professionisti dell’ufficio del personale che potranno misurare, correlare, anticipare dati e tendenze estratti dalla miriade di informazioni generate dal capitale umano delle aziende. Secondo il general manager di ADP in Italia, attraverso una soluzione come DataCloud, l’impatto dei big data avrà effetti dirompenti nell’intero ambito della gestione dei talenti, a partire dalla fase di selezione e reclutamento, durante la quale uno strumento analitico può fornire un valido supporto decisionale, anche in ottica predittiva, nel vagliare le caratteristiche “hard” e “soft” dei candidati a un posto di lavoro o nel suggerire i percorsi di carriera più indicati.

Un altro fronte di attività riguarda la user experience, un tema che coinvolge non solo i responsabili HR ma l’intera forza lavoro ormai assuefatta ai vantaggi del “digital lifestyle”. «Lo sforzo dei nostri sviluppatori – osserva Virginia Magliulo – è costantemente rivolto all’ottimizzazione delle interfacce dei prodotti, che devono essere sempre più simili alle applicazioni che consentono ai consumatori di interagire sui siti di informazione e di e-commerce: «Più accattivanti nel loro look, più reattive e informative per tutto quello che riguarda le funzioni self-service». È un modo per affrontare la trasformazione digitale anche dal punto di vista delle risorse umane, per venire incontro alle aspettative di molti lavoratori dipendenti, specie i più giovani, i quali danno ormai per scontata la possibilità di navigare in autonomia con il proprio smartphone quando si tratta di ottenere informazioni sugli aspetti retributivi e contributivi o nel programmare ferie e trasferte di lavoro. Evitando le lungaggini e la burocrazia degli uffici del personale.

Daniela Gioanola, customer service

LA PIATTAFORMA DEL CAPITALE UMANO

Lo scenario di un mondo del lavoro in pieno cambiamento si riflette anche nella nuova versione della piattaforma globale, interamente in cloud, di human capital management (HCM), che ADP ha presentato in esclusiva alla convention di Milano. Dietro a iHCM 2, questo il nome dell’articolata soluzione gestionale, c’è tutto lo sforzo di innovazione e integrazione che ADP – un gruppo che reinveste in ricerca l’otto per cento del fatturato globale – ha riversato nel suo recente percorso di potenziamento e restyling delle soluzioni a livello globale. «Il modello è quello che ADP Italia mise in atto sette anni fa, quando perfezionò l’acquisizione dello specialista italiano del settore paghe e contributi, Byte. Allora, si trattava di integrare in una unica offerta a livello nazionale una serie di applicazioni separate. Oggi, il gruppo ADP sta facendo lo stesso nelle principali aree geografiche e iHCM 2 è il primo esempio di soluzione completa di HCM che unisce payroll e gestione intelligente delle HR a un motore software comune a tutti i clienti in Europa, ideale per assicurare una user experience uniforme in aziende multinazionali, e con le necessarie localizzazioni per la compliance nei diversi paesi». Sul piano tecnologico, spiega Virginia Magliulo, questa integrazione è resa possibile da un forte orientamento basato sulla modularità e sull’uso di interfacce programmabili (Api), una architettura che oltretutto favorisce i clienti nell’implementazione di servizi aperti, con elementi provenienti da diversi fornitori.


#HCM Virginia Magliulo, general manager @ADP_it: «L’automazione non ci fa paura»
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L’idea è dunque quella di fornire ai responsabili della gestione del personale uno strumento capace di adattarsi ai numerosi cambiamenti che il lavoro più smart, flessibile e autonomo introduce in ambienti HR tradizionali. Il sistema iHCM 2 è una soluzione interamente cloud based e punta a essere la soluzione che meglio integra processi amministrativi e HR, per poter semplificare e ottimizzare tutte le procedure che l’ufficio Risorse Umane deve normalmente espletare: quando acquisisce nuovi talenti; quando misura e gestisce la performance dei dipendenti; quando si occupa dell’impiego ottimale delle abilità professionali e del loro costante sviluppo; e quando gestisce la formazione e l’incentivazione dei dipendenti, potendo sempre contare sulla copertura di aspetti di carattere amministrativo, come la produzione di reportistica o l’analisi statistica. Non si tratta – osserva la responsabile di ADP – di una semplice suite di applicazioni separate, bensì di una soluzione completamente integrata. «Tutti – dipendenti, quadri, manager e i team delle HR – hanno accesso diretto, attraverso qualsiasi dispositivo fisso o mobile, a tutte le informazioni di cui hanno bisogno o che sono autorizzati a consultare (nel rispetto delle normative sulla privacy), semplificando la loro esperienza e incrementando la produttività. Inoltre, i servizi di payroll di ADP iHCM 2 sono unificati attraverso la Piattaforma ADP iHCM».

Su questa nuova soluzione interviene anche Nicola Uva, nel suo doppio ruolo di senior director EMEA marketing program e di “evangelizzatore” della strategia. «La “i” di iHCM 2 sta per internet, ma se vogliamo anche per innovazione, integrazione, internazionalizzazione. I processi abilitati sono quelli tipici dell’area “soft” delle HR, dalla selezione alla gestione del talento, ma ci sono almeno quattro elementi di differenziazione rispetto al passato. Il primo è la forte integrazione con il dato amministrativo: la certezza del dato. Non a caso, questa è una soluzione che ADP offre solo ai clienti dei suoi servizi payroll. «Non vogliamo fare concorrenza a qualcuno, ma dare ancora più valore aggiunto al cliente» –  spiega Nicola Uva. Il secondo elemento deriva dal primo: la visione a 360 gradi di una informazione che non necessita di saltare da una schermata all’altra. «Come si è detto, questo è un prodotto internazionale» – mette in evidenza Nicola Uva. «Da una parte le procedure condivise. Dall’altra le localizzazioni per la compliance con le varie normative nazionali. E infine, abbiamo l’arma analitica di DataCloud, un’altra conseguenza del pieno controllo che ADP garantisce sul dato amministrativo».

ANCHE LA BUSTA PAGA È SMART

Compliance e costante aggiornamento dei quadri normativi in cui operano le soluzioni cloud di ADP sono un ulteriore punto di forza del suo approccio alle procedure afferenti alla retribuzione e all’intera gestione del capitale umano. E ci aiuta a capire perché un’azienda come questa può diventare, attraverso il software e le diverse occasioni formative, un partner sistemico nei percorsi di trasformazione attuati dalla loro clientela. Oltre all’Innovation Lab che cura il costante aggiornamento delle tecnologie di base – spiega Virginia Magliulo – ADP ha costituito un centro studi, l’ADP Research Institute, che ha a sua disposizione un volume complessivo di 27 milioni di cedolini per svolgere analisi molto approfondite sulle dinamiche dell’occupazione. «Sulla base di questa massa di dati, l’istituto di ricerca produce regolarmente ADP National Employment Report per gli Stati Uniti e più recentemente in Europa, per la Francia e l’Olanda. In questi report, vengono proposte statistiche molto interessanti sui trend che riguardano il mercato del lavoro. Lo scorso anno, queste attività sono state l’occasione di un roadshow che ha attraversato diverse nazioni europee, permettendo di condividere i dati sui trend occupazionali e di mettere al centro del dibattito il tema del lavoro e del suo cambiamento». Considerando che agli eventi prendono parte non solo i responsabili delle risorse umane di grandi realtà aziendali, ma anche una cospicua rappresentanza di amministratori delegati e imprenditori, con il suo ufficio studi ADP riesce a svolgere un’azione sostanzialmente culturale.

Giorgia Turrisi, legal director

Come è possibile fare innovazione così profonda, aiutando a cambiare il modo di pensare il lavoro, la sua organizzazione, la gestione dei talenti partendo da una attività apparentemente “noiosa” come il libro paga? «Fare la busta paga è un mestiere che spesso viene sottovalutato dalle aziende e dai lavoratori che danno per scontato il cedolino a fine mese – riconosce Nicola Uva. Il momento più gratificante per il lavoratore è quando gli viene accreditata la giusta retribuzione. Tutti danno per scontato quel momento, ma dietro c’è il lavoro di un team di persone impegnate a fare complessi calcoli, a tener conto di una miriade di leggi per fare della busta paga una realtà». Un errore di dieci euro su un cedolino ha un impatto emotivo più forte di quanto potrebbe avere una somma di centomila euro su un una fattura. Per quanto piccola, quella somma riguarda la vita delle persone e un errore può minare il rapporto di fiducia. Parlare di payroll significa infatti parlare anche di smartworking, gestione del talento, welfare. «Perché – afferma Uva – riteniamo che nelle aziende questi processi, in forte evoluzione sotto la spinta del digitale, debbano far leva su un solido zoccolo duro di tutta la parte amministrativa». Se ogni mese l’ufficio del personale riesce a retribuire regolarmente e senza errori i dipendenti, ci sono tutti i presupposti per costruire tutto il resto. «Senza la precisione, l’affidabilità, l’automazione lato payroll, cioè sul fondamento su cui ADP investe continuamente in termini di innovazione e compliance, si rischia di non riuscire a portare le trasformazioni oggi in atto. Tanto più che una corretta informazione trasferita sulla parte human capital management, è la base per prendere le decisioni giuste in materia di rendimento, produttività, soddisfazione della tua forza lavoro. Grazie alle sue dimensioni globali e all’efficacia delle sue soluzioni, ADP è uno dei pochi interlocutori su scala locale e mondiale che ha l’autorevolezza e la solidità per parlare di questi temi».


#HCM Virginia Magliulo, general manager @ADP_it: «ADP in Italia cresce del 28%»
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CEDOLINI A PROVA DI GDPR

Parlando con il team dirigenziale di ADP Italia, il termine “compliance” emerge frequentemente ed è un altro fondamentale fattore di successo delle soluzioni paghe e HR proposte dalla multinazionale. Cinquant’anni di esperienza maturati in Italia – la nazione che secondo Nicola Uva può vantare il discutibile record di complessità della normativa e dei relativi adempimenti, unita alla presenza in tutte le maggiori nazioni europee – mettono il provider americano in una posizione di vantaggio rispetto alle procedure di adeguamento al regolamento GDPR che entrerà definitivamente in vigore in Italia e nel resto dell’Unione il 25 maggio 2018. «Trattandosi di informazioni di carattere sensibile per ogni singolo dipendente aziendale – interviene Giorgia Turrisi, legal director di ADP in Italia – l’impatto del nuovo regolamento su tutto il nostro business è notevole. Per questo, ADP ha lanciato al proprio interno a livello globale un piano di adeguamento che entro maggio 2018 ci metterà nelle condizioni di portare tutti i nostri clienti europei alla piena compliance delle procedure HR rispetto al GDPR». Il nuovo regolamento segna un importante momento di passaggio perché rende consistente a livello europeo una normativa molto frammentata, che prevedeva impegni specifici nelle diverse nazioni. «Oggi, dobbiamo tutti organizzarci in modo uniforme» – precisa Turrisi –  «Per un provider come ADP e i suoi clienti è un grande vantaggio: siamo presenti dappertutto e siamo quindi in grado di collaborare, condividere, affiancare il cliente ovunque esso si trovi. Un plus che vale anche per la clientela americana che ha il problema dell’adeguamento delle sussidiarie in Europa».


#HR #HCM Nicola Uva @ADP_it #iHCM2 «La piattaforma del capitale umano»
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La responsabile legale sottolinea anche l’impegno che ADP ha assunto nei confronti delle Binding Corporate Rules (BCR) a livello europeo, un codice di autoregolamentazione per le società multinazionali finalizzato alla produzione di un ecosistema di misure di sicurezza standard che tutti i garanti europei riconoscono come meccanismo valido per le aziende che devono trasferire dati digitali fuori dai confini fisici dell’Europa. «Siamo confidenti che il processo di adozione delle BCR si concluderà a dicembre e ADP sarà una delle poche aziende al mondo con questo tipo di certificazione, un valore aggiunto enorme per noi perché potremo porci sul mercato come provider certificato in grado di trattare dati ritenuti molto confidenziali». La compliance GDPR e la certificazione BCR rappresentano un asset competitivo invidiabile per ADP, considerando che proprio in base alla nuova normativa sulla privacy uno degli oneri previsti per chi decide di affidarsi a un servizio in outsourcing è la capacità di dimostrare di aver scelto un provider esperto, che ha preso a sua volta tutte le misure di compliance di prodotti, processi, data center e servizi.

QUALITÀ UMANE

La qualità delle procedure è insomma un ingrediente strategico nella visione di ADP, che traduce i propri investimenti in innovazione anche per liberare le risorse necessarie a trasferire parte di questa qualità nell’assistenza fornita a chi usufruisce dei suoi servizi. All’interno del customer service di ADP Italia l’eccellenza viene seguita in modo specifico da Daniela Gioanola, uno dei tre senior manager per le soluzioni payroll. «Il nostro approccio è quello di automatizzare i processi senza spersonalizzare il servizio. Cerchiamo insomma di sfruttare la tecnologia per attivare una serie di controlli automatici, impegnando le nostre risorse soprattutto sul front end con il cliente». In molti casi, aggiunge la responsabile del customer care, i clienti di un servizio esternalizzato esitano a utilizzare questi strumenti self-service a causa di una diffidenza ingiustificata. «In genere, la loro paura è che dietro ci siano solo automatismi, al massimo un call center anonimo. Con ADP sanno di avere a che fare con persone preparate, che conoscono la loro realtà, sanno a loro volta ascoltare il cliente e anzi riescono ad anticipare le sue richieste». Questo clima di familiarità – continua Daniela Gioanola – non è improvvisato o posticcio. Viene anzi costruito nel tempo, fin dalla fase di pianificazione e progettazione di un contratto di outsourcing. «I tecnici del servizio paghe lavorano costantemente in team, a stretto contatto con il cliente, dalla pianificazione al setup, spiegando tutto quello che avverrà nel momento del cosiddetto go-live». È questa una delle prime richieste che arriva da un mercato, fatto da aziende non per forza strutturate e che chiedono ad ADP di essere affiancate, anche on-site, nell’organizzazione del servizio e nel predisporre quanto necessario. «Anche in questo caso – conclude Daniela Gioanola – il fattore umano e la fiducia reciproca fanno la differenza».


#HR #HCM Giorgia Turrisi @ADP_it «Cedolini a prova di #GDPR»
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Di umanizzazione e semplificazione del software parla anche Nicola Uva, per il quale la freddezza dei dati e delle procedure non devono far dimenticare la posta in gioco. «Forse non ci pensiamo, d’altra parte è facile banalizzare un servizio paghe. Ma l’importanza della correttezza dei dati e della relazione con le persone è fondamentale. I dipendenti che attraverso le nostre soluzioni chiedono un dettaglio sugli assegni familiari percepiti, sono persone che con cento euro mensili in più hanno la possibilità di iscrivere i figli a un corso di musica. Le tecnologie ADP erogano servizi, forniscono informazioni che aiutano le persone a vivere meglio. E per venire incontro a queste esigenze abbiamo lanciato la campagna “The joy of pay”, con lo scopo di far riflettere le aziende e i loro dipendenti sull’importanza di una solida strategia per il lavoro e il capitale umano». Virginia Magliulo riconduce il concetto al payoff “A more human resource” che connota non solo il logo aziendale della società ma anche il titolo dell’evento organizzato a Milano, “ADP 5.0”. «Abbiamo voluto rappresentare così il ricongiungimento tra tecnologie e persone» – afferma la general manager italiana. «ADP è un fornitore a forte contenuto tecnologico che vuole continuare a crescere in completezza di soluzioni, ampiezza dei servizi erogati e scala geografica. Ma metteremo sempre il fattore umano al centro della nostra azione». In un mondo del lavoro profondamente segnato dall’arrivo di tecnologie sempre più automatiche, indipendenti addirittura sul piano cognitivo, è necessario lavorare insieme per costruire non solo una Internet delle cose ma anche delle persone».


#HR Daniela Gioanola @ADP_it «Fattore umano e fiducia fanno la differenza»
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Foto di Gabriele Sandrini

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Come la digital transformation cambia il professionista italiano https://www.datamanager.it/2017/11/la-digital-transformation-cambia-professionista-italiano/ Wed, 22 Nov 2017 15:29:51 +0000 http://www.datamanager.it/?p=135900 Wolters Kluwer Tax & Accounting lavora per ridare ai commercialisti e ai professionisti quel ruolo di consulenti d’impresa che avevano perso nel tempo. La svolta è Genya La trasformazione digitale coinvolge ogni attività produttiva in modo sempre più intenso. Cambiano le modalità di comunicare, produrre, vendere e acquistare, persino di prestare servizi. Alcune aree produttive […]

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Wolters Kluwer Tax & Accounting lavora per ridare ai commercialisti e ai professionisti quel ruolo di consulenti d’impresa che avevano perso nel tempo. La svolta è Genya

La trasformazione digitale coinvolge ogni attività produttiva in modo sempre più intenso. Cambiano le modalità di comunicare, produrre, vendere e acquistare, persino di prestare servizi. Alcune aree produttive si sono mostrate più attive nell’abbracciare il cambiamento mentre altre meno, anche se la maggior parte del tessuto produttivo italiano è ben avviato verso l’acquisizione di quei requisiti digitali in grado di rendere il paese più moderno e allineato agli standard internazionali. Tra le professioni coinvolte nel processo di digital transformation c’è quella dei commercialisti e dei professionisti. Insieme a Pierfrancesco Angeleri, managing director di Wolters Kluwer Tax & Accounting Italia, tra i primi fornitori di software, informazioni e servizi per il mondo dei professionisti che operano nell’area fiscale, del lavoro e piccola e media impresa, proviamo a fare il punto della situazione.

LA STRADA DELLA DIGITALIZZAZIONE

Il professionista italiano ha intrapreso solo recentemente la strada della digitalizzazione. Come mai Secondo Angeleri, per un motivo essenziale: «Il suo core business è ancora, in buona parte, l’adempimento. Questo comporta una certa complicazione del sistema che ha la conseguenza di accentrare lo sforzo principalmente su quelle attività a bassa redditività. Spesso il commercialista non sa se su un cliente perde o guadagna e non conosce le tempistiche e le implicazioni di una gestione non aggiornata. Questo perché quel tipo di lavoro, così come è stato proposto fino ad oggi, è totalizzante: non c’è spazio per guardarsi intorno e l’offerta di strumenti digitali per la gestione delle attività non è sufficientemente innovativa da offrire una visione del proprio lavoro davvero diversa, in vista di un ruolo consulenziale. Dal canto nostro, cerchiamo di scuotere il mercato con Genya, un software dedicato ai professionisti che sta cambiando in concreto l’approccio della categoria alla vita e al progresso industriale italiano».

INNOVARE LA GESTIONE DELLE ATTIVITÀ

Se sono gli adempimenti il grande impegno del professionista, come può cambiare questa situazione? «Wolters Kluwer Tax & Accounting Italia si è impegnata nel cambiare radicalmente il paradigma lavorativo del settore» – afferma Angeleri. «In cinque anni, abbiamo riscritto completamente, partendo da zero, il software che ha generato la suite Genya. Si tratta di un progetto, un supporto digitale, che consente di automatizzare la gran parte del lavoro di routine con concetti molto vicini all’hi-tech del grande consumo. Non abbiamo più menu ma video esplicativi ed è la logica che guida l’operatore al posto di regole fisse e griglie. Genya consente, attraverso le sue dashboard, di tenere sotto controllo l’attività dello studio riuscendo anche a evidenziare la capacità reddituale. Dunque, è anche un gestionale di studio ma soprattutto, grazie alla generazione di dati, si pone come soluzione che può dare al commercialista l’opportunità di riappropriarsi del suo vero ruolo di consulente d’impresa».


#WoltersKluwer Pierfrancesco Angeleri ‪Commercialista 2.0? La svolta è Genya @Ipsoa‬‬
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AL FIANCO DELLE IMPRESE

Il professionista deve affiancare le PMI italiane, vera spina dorsale del nostro sistema produttivo, diventando davvero consulente. «Le piccole e medie imprese in molti casi – continua Angeleri – non possono concedersi la figura del CFO, quindi quel ruolo dev’essere assunto dal commercialista, che conosce bene i conti dell’azienda. Uno strumento come Genya consente analisi puntuali, automatiche, comparative per essere propositivo e vera guida all’imprenditore che non può basare lo sviluppo della società solo ed esclusivamente sul suo istinto o sulle volubilità del mercato».

COMMERCIALISTA 2.0

L’evoluzione del ruolo del commercialista non è solo una prospettiva ma una realtà concreta che si sta affermando sempre di più. «Con il lavoro stiamo contribuendo a costruire il commercialista 2.0» – spiega Angeleri. «Lo sviluppo continuo è partecipato da chi usa i nostri software. In un mix di innovazione e di “learning by doing”. Un pool di esperti ci affianca e prova le innovazioni che nascono all’interno di Genya. Le testa, le discute, le migliora in senso di usabilità, di customer experience, di praticità. Oggi, il professionista deve puntare sulla mobilità, sull’agilità degli strumenti, sulla scomparsa della tastiera. Prendere atto di una mutazione di visione è essenziale. Un prodotto come Genya favorisce l’accoglimento di un cambiamento di prospettiva, grazie a un modo nuovo di realizzare le proprie competenze e di acquisire un valore più elevato per i propri clienti».

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